Dieci tesi sulla situazione catalana

Un fedele lettore ha inviato alla redazione di Qui e Ora questo contributo sulla “questione catalana” che ci pare molto interessante, soprattutto considerato che viene da un non-catalano. Alcuni di noi avrebbero qualche riserva sul concetto di “popolo” qui avanzato, ma piace a tutti l’applicazione nel discutere e approfondire una questione che oggi sta interrogando i rivoluzionari di ogni latitudine.

di Andrea Diggè in collaborazione con una compagna in Barcellona

1.

Tout commence en mystique et finit en politique.

Charles Peguy

Un tentativo di analisi della convulsa situazione catalana non può prescindere da una serie di banalità di base che chiariscano tutta una serie di imprecisioni che infestano il dibattito e sulle quali, al costo di essere pedanti, è bene soffermarsi. Una volta chiarito il contesto, sarà possibile finalmente iniziare a porsi domande ben più urgenti, e a riflettere sull’unico nodo importante della questione: il diagramma delle posizioni in gioco, e il problema di definirne una nostra.

2.

Imposant cada dia una bandera

que és forastera i sempre crema

el sentiment d´un poble voleu callar

l´alè i els crits de resistència!

No sóc espanyol, oi! oi! oi!

no sóc espanyol, oi! oi! oi!

no sóc espanyol, oi! oi! oi!

no som espanyols!

No som espanyols, Opciò k-95 1

A chi dovesse chiedere perché mai i catalani vogliano l’indipendenza dalla Spagna, una risposta – al contempo breve ma enormemente significativa e solo apparentemente superficiale – è che loro, spagnoli, non lo sono mai stati. Basti pensare che l’11 Settembre, Diada nacional (festa nazionale) della Catalogna, commemora la definitiva perdita di indipendenza del regno di Aragona da quello di Castiglia a seguito del sanguinoso assedio di Barcellona del 1713-14, origine dello stato spagnolo moderno (formalizzato nel suo assetto centralista e assolutista nei successivi Decreti di Nueva Planta del 1716) . Si è trattato di una guerra di successione, e non di un accordo pacifico. Non c’è, e non c’è mai stata, omogeneità storica, culturale o anche solo linguistica tra i due paesi, nonostante una ovvia e perdurante storia di relazioni reciproche. Origini diverse e lingue diverse, da sempre. La storia successiva dello stato spagnolo non fa che confermare quanto appena esposto: nell’ottocento, la stagione romantica della letteratura catalana, contrassegnata dalle grandi figure di Victor Balaguer e Àngel Guimerà, viene non a caso definita Renaixença, poiché coincise con il recupero e la valorizzazione artistica della lingua catalana emarginata e posta in pericolo dai tentativi di assimilazione culturale posti in essere dalla corona castigliana; durante la guerra civile, i catalani, per lo più anarchici e comunisti, hanno combattuto fieramente contro il fronte franchista, per lo più egemone in Castiglia; durante il regime, Franco cercò in tutti i modi di vietare il catalano nelle scuole e di soffocare la cultura catalana, percependo la pericolosità di una città e di una regione apparentemente insuscettibili di ravvedimento ed estremamente orgogliose della loro diversità. La costituzione spagnola moderna, del 1978, sancì l’autonomia di una regione che non si è mai sentita omogenea con lo Stato che la circonda e di cui, sfortunatamente, fa ancora parte: ed è la natura incompleta e precaria di quello statuto a essere una delle radici profonde della crisi attuale, imputato da più parti di non aver costituito una rottura reale e definitiva con l’assetto istituzionale e politico della Spagna franchista. Per altro, è a partire da questo punto che va ricercata la perdurante identificazione, in seno ai movimenti indipendentisti catalani, con l’antifranchismo, spesso declinato politicamente nei termini di una critica radicale della carta costituzionale.

3.

Vogliamo chiarire che noi ci sentiamo al polo opposto

di questo partito politico italiano di estrema destra,

xenofobo e omofobo e rifiutiamo pubblicamente qualsiasi avvicinamento.

ANC (Assamblea Nacional Catalana), Settembre 2013

Non potrebbe esserci maggiore divaricazione tra il leghismo e l’indipendentismo catalano, che, per quanto fenomeno complesso, storicamente stratificato e indubbiamente sfaccettato, si lascia analizzare come un tutto senza scadere nel generico se ci si limita ad alcuni assunti di base.

Ora, da parte sua, il leghismo ha sempre posto l’accento sulla sperequazione fiscale e economica tra il nord e il sud del paese, e il discorso economico è sempre stato preponderante su quello culturale, spesso relegato ai margini e trattato come un aspetto folkloristico (anyone remembers le ampolle del Po?). Se però volessimo anche solo per un attimo prendere sul serio questo secondo aspetto, lanciandoci consapevolmente in questioni che non ci interessano direttamente se non in quanto chiarificatrici del contesto di cui parliamo, le differenze risalterebbero immediatamente all’occhio: la “Padania”, come entità territoriale autonoma, non è mai esistita; il suo “popolo” non è mai stato tale, né unito né omogeneo culturalmente o linguisticamente; tutte caratteristiche che invece sono evidenti nel caso catalano. E’ vero, la polemica sulla gestione delle tasse fa parte da tempo degli argomenti dei catalani, ma la gerarchia dei temi è esattamente opposta a quella dei leghisti: è percepita come un aggravante ulteriore del dominio spagnolo sulla regione, e non come il suo tratto principale. Infine, per quanto politicamente e socialmente da sempre composito, l’indipendentismo catalano è sempre stato prevalentemente alla sinistra del panorama politico nazionale: specie durante e dopo il franchismo, dove gli spagnoli venivano, spesso a ragione, bollati come genericamente franchisti e la resistenza catalana assunse le parole d’ordine dell’antifascismo. Il maggiore partito politico indipendentista, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), ma anche la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), sarebbero considerati in Italia partiti di estrema sinistra, e hanno per altro spesso criticato i leghisti italiani sottolineando con forza l’assenza di somiglianze tra i due movimenti. Gli anni settanta hanno visto anche in Catalunya esperienze di lotta armata contro lo Stato spagnolo: il gruppo più famoso fu Terra Lliure (Terra Libera), autore di attentati principalmente a infrastrutture e simboli materiali del potere spagnolo sulla regione. E non desta per nulla stupore che Matteo Salvini, intervistato dalla Stampa sulla questione, definisca “una forzatura” la decisione catalana di andare alle urne contro il parere della corte costituzionale, e alla domanda se tale rivolgimento politico possa ridestare nella lega vecchie nostalgie indipendentiste, risponda che “non ci sono [nella lega] nostalgie per la Padania”, sancendo per altro ancora una volta il definitivo superamento della retorica indipendentista in quello che cerca faticosamente di plasmarsi come nuovo partito nazionale collettore dell’elettorato di destra.

4.

I was only a working-class boy

from a Nationalist ghetto,

but it is repression that creates

the revolutionary spirit of freedom.

Bobby Sands

E’ necessario esercitare una notevole dose di cautela nel bollare come reazionarie lotte con una evidente base nazionalista o patriottica, seguendo il superficiale riflesso del militante genericamente “internazionalista”. In effetti, è impossibile negare che l’identità culturale di un popolo oppresso abbia costituito un ingrediente fondamentale per alcune tra le più importanti esperienze di lotta (anche molto diverse da quella catalana, ma con la quale condividono questo aspetto) dell’ultimo secolo – dai baschi ai nordirlandesi, dai palestinesi ai curdi. Il genuino odio verso stati e frontiere rischia di trasformarsi in esercizio di cecità interpretativa, se si cassa dal novero dell’analisi la questione nazionale. In primo luogo, e molto banalmente, perché si perde così uno dei fattori fondamentali del contesto che si cerca di comprendere; ma soprattutto, perché è proprio lavorando sulla densità di tale sentimento, sulla sua qualità specifica, che il punto di vista rivoluzionario ha raggiunto alcuni dei suoi risultati più importanti. In tale ambito, quest’ultimo può fungere infatti da vettore di fuga, da provocazione che tenta continuamente di aprire l’identità alla contaminazione con l’altro prevenendo le logiche immunitarie che tendono invece a chiuderne i confini e a stabilire contrapposizioni razziste, o xenofobe, o semplicemente isolazioniste. E’ successo in Rojava, dove l’orgoglio per l’appartenenza al popolo curdo si accompagna all’elaborazione teorica e all’implementazione pratica di un confederalismo in cui l’eguaglianza tra le varie etnie diviene, in una sorta di cortocircuito virtuoso, una caratteristica ineliminabile dell’identità culturale. Si previene così in tal modo il rischio di settarismo, allestendo delle esperienze in divenire in cui l’identità, sempre esposta all’altro che la destruttura e la ristruttura continuamente in una dinamica che rifiuta cristallizzazioni, trova proprio in questa capacità il paradossale principio della sua esistenza rivoluzionaria.

Fin qui le banalità di base.

5.

Articolare storicamente il passato non significa

conoscerlo “come propriamente e’ stato”.

Significa impadronirsi di un ricordo

come esso balena nell’istante di un pericolo.

W. Benjamin

L’avvenimento più interessante, e più gravido di conseguenze per l’elaborazione teorica e pratica di una posizione nella quale possiamo riconoscerci in ciò che sta succedendo in Catalunya, è però legato alla natura del Referendum del primo ottobre. E’ difficile trovare, nell’Occidente contemporaneo, esempio più pirotecnico e lampante di una scollatura, improvvisa e profonda, tra legalità e legittimità delle procedure democratiche neoliberali. Non v’è dubbio infatti che il referendum catalano non possa considerarsi legale, costituendo una flagrante violazione del parere del più alto organo legislativo spagnolo – la corte costituzionale – e della carta che quest’ultimo difende. E’ tuttavia ben difficile negare la legittimità di una votazione che ha coinvolto una larga parte della società civile catalana che chiedeva semplicemente di poter esprimere un’opinione. Siamo di fronte, con ogni evidenza, a un fatto storico di portata rilevante soprattutto perché pone in evidenza la crisi di una democrazia occidentale neoliberale di fronte all’apparizione di un contropotere reale sul suo territorio e del suo tentativo di guadagnarsi una legalità e una legittimità proprie. I dispositivi di controllo e normalizzazione dei discorsi e delle pratiche a cui siamo abituati vengono improvvisamente meno di fronte allo schiaffo poderoso di avvenimenti che, mostrando la nuda materialità della politica come scontro di potere e dinamica di rapporti di forza, ne mostrano il vero volto che essi cercano in tutti i modi di mascherare. E’ soprattutto la governamentalità neoliberale, così abituata a rendere meccaniche e automatiche le decisioni politiche – poiché sempre prese in nome di organismi o entità più alti e perentori, dalla UE al mercato globale, e rese urgenti, anzi inderogabili!, da una crisi perenne che funge da perno principale dell’intero meccanismo di governo e gestione della popolazione – a rimanere singolarmente scioccata dall’apparizione, sullo scacchiere, della politica reale: presenza spettrale, inaspettata, temuta e da censurare a ogni costo. Inaccettabile è ovviamente il miraggio improvvisamente divenuto reale di poter scegliere molto di più di quanto i rapporti di forza fino a quel momento esistenti potessero permettere; l’inaudita facoltà di prendere parte in maniera decisamente più incisiva alla creazione politica del futuro imminente. Ciò che è insomma inaccettabile è la comparsa, imperiosa e inquietante, della Storia in una società occidentale del XXI secolo: l’interruzione di una narrazione che tende ad eliminarne la possibilità di apparizione attraverso la costruzione di un eterno presente spacciato per irreversibile ed irrevocabile, in cui il modello neoliberale appare come l’unico possibile. Non giova mai abbastanza rileggere le parole di Walter Benjamin, che, ironicamente, proprio in una Catalunya devastata dalla guerra civile decise di togliersi la vita: Lo stupore perché le cose che viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non e’ all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi.

6.

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.

G. Debord

Non è solo il fatto che la Storia ha varcato, dopo tanti anni, le soglie dell’Europa a essere un avvenimento di straordinaria portata. Altrettanto importanti sono le modalità con cui tale irruzione è stata pensata e vissuta dalla popolazione e dalla sua classe dirigente. Sarà, a nostro avviso, necessario interrogarsi a lungo sulla peculiare maniera con cui i cittadini catalani hanno cercato di legittimare la loro condotta de facto sovversiva e sul modo in cui l’esecutivo catalano ha tentato di mostrare al mondo quello che è sostanzialmente una disobbedienza istituzionale allo Stato centrale. Pare infatti che, nell’Occidente del XXI secolo, atti di ribellione generalizzata all’istituzione debbano essere accompagnati quantomeno da un parossistico tentativo di guadagnarsi una legittimità internazionale attraverso la sottolineatura del comportamento non violento della popolazione in lotta e da un riferimento costante a un concetto totalmente idealizzato di democrazia, per cui solo il fatto di voler votare rende in automatico legittima qualunque votazione, qualunque procedura, qualunque intenzione legislativa dei votanti. Ciò significa, in altre parole, mascherare a tutti i costi la gravità inaudita, in termini giuridici, della propria condotta, nasconderne il potenziale insurrezionale. Crediamo che ciò derivi da un lato – è il caso della cittadinanza comune – dall’impossibilità stessa di pensare processi politici di questo tipo attraverso griglie interpretative che non siano quelle appena esposte, sostanzialmente derivate da una concezione latu sensu democratica delle modalità di protesta politica; dall’altro lato – ed è il caso delle classi dirigenti e soprattutto delle polizie – dalla necessità di scongiurare possibili escalation della tensione e atti più decisamente e drammaticamente ostili allo Stato centrale. Quest’ultimo punto ci permette di fare un salto ulteriore verso ciò che consideriamo il nocciolo della questione.

7.

Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione.

Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità,

solo in quanto questo si assuma come concetto limite.

Infatti concetto limite non significa un concetto confuso,

[…] bensì un concetto relativo alla sfera più estrema.

[…] [Qui con stato d’eccezione, va inteso un concetto generale

della dottrina dello Stato, e non qualsiasi

ordinanza d’emergenza o stato d’assedio.

C. Schmitt

Scendiamo più a fondo. Ciò che è successo il primo ottobre, in Catalunya, è molto più grave di quanto possa apparire in superficie. Ciò a cui abbiamo assistito è definibile solo nei termini di una sospensione generalizzata dell’autorità della legge. Una volta che il re è stato denudato, non solo le sue vere sembianze – ciò che dicevamo poco sopra – si mostrano in tutta la loro disgustosa realtà; ma la credibilità stessa della sua autorità viene improvvisamente meno. Un austero analista politico che sarebbe certamente improprio definire amico, ma che ha sempre avuto dalla sua una certa, teutonica, lucidità di analisi, ebbe a dire che sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. Ed è quest’ultimo che è balenato di colpo nello scenario catalano. Il momento, sempre epocale, in cui si riconosce la miserabile natura del dispositivo giuridico, e che apre infinite possibilità assolutamente impensabili anche poco prima. Non è il caso tuttavia di fraintendere la forza di queste affermazioni. In primo luogo, l’utilizzo di un verbo come balenare non è casuale. Esso denota in effetti la comparsa di un lampo improvviso nel campo visivo, una luce che riempie lo spazio di un’istante. Lo stato di eccezione è comparso in Catalunya il primo ottobre, ma come un baleno che ha per un attimo occupato l’orizzonte: gran parte del lavoro di Puigdemont, Trapero e di tutti gli uomini ai posti di comando delle istituzioni catalane è consistito precisamente nel far rientrare immediatamente nei ranghi rassicuranti del quotidiano quanto andava accadendo. E’ a questo, più sostanziale obiettivo che le strategie citate poco sopra miravano in realtà: oltre a cercare una legittimazione, come base per ricostituire una legalità, ad arginare fin da subito qualunque possibilità di inasprimento dello scontro, qualunque scivolamento sovversivo della situazione. Si tratta di null’altro che di una delle prestazioni originarie di uno Stato, anche se in fase embrionale: la vera natura della legge – l’insieme dei rapporti di forza cristallizzati dalla decisione sovrana – dev’essere un’epifania subito censurata, tanto breve da far sì che gli astanti dubitino di quanto appena visto.

8.

Lo Stato moderno non si definisce come un insieme

di istituzioni i cui differenti tipi di concatenamento

presenterebbero un interessante pluralismo.

Lo Stato moderno, finché persiste, si definisce eticamente

come il teatro operativo di una bifida finzione.

Tiqqun, Introduzione alla guerra civile

Momenti epocali come quelli avvenuti in Catalunya non possono tuttavia passare senza lasciare traccia, finanche in chi dedica la vita a evitarne l’apparizione. Merita sicuramente una menzione, in questo senso, la fenomenologia dell’assurdo offertaci il primo ottobre dalle autorità catalane, che sono sembrate a più riprese del tutto inconsapevoli della gravità e della natura di quanto andavano ordinando e organizzando. Si va dalle urne recapitate clandestinamente ai seggi – delle urne clandestine in uno stato democratico sono uno spettacolo più unico che raro – ai pompieri che difendono l’elettorato in coda, a Puigdemont che cambia di macchina in un tunnel per depistare un elicottero della polizia spagnola (!) e poter votare, fino ad arrivare all’apice, rappresentato indubbiamente dai ragguagli forniti ai volontari dei seggi da parte della Generalitat in caso di attacco della Guardia Civil: chiamare i Mossos d’Esquadra (la forza di polizia catalana). Lo spettro della guerra civile compare così improvvisamente nella filigrana di ordini e disposizioni apparentemente ingenue, ma indicative della congiuntura del tutto eccezionale che si è configurata in Catalunya.

9.

Tenim futur, tenim memòria.

Foc a les mans per teixir la història.

Portem en elles un llarg camí.

Viure vol dir prendre partit. 2

Txarango, Agafant l’horitzó

E’ a partire da qui che una posizione autonoma può a nostro avviso essere elaborata. Se il ruolo di sbirri e governanti è quello di ricucire subito un’eccezionalità che fa traballare le basi di un potere costituito (quello spagnolo), il nostro potrebbe e dovrebbe essere quello, diametralmente opposto, di farne deflagrare le possibilità intrinseche, impedendone la chiusura e approfondendo una spaccatura che, per quanto necessaria per il buon esito del processo indipendentista, terrorizza le neonate autorità catalane – poiché terrorizza l’autorità in quanto tale. Una volta che la sospensione è avvenuta, infatti, un precedente si è creato: la legge ha mostrato il suo vero volto, e l’innominabile – che la legge possa essere disattesa in massa, e in quanto tale – è stato, per un momento fugace, pronunciabile. Sia ben chiaro: non siamo ingenui. Il vettore di questa protesta è nettamente costituente e le sue rivendicazioni sono chiare: un nuovo Stato, con la sua polizia, il suo capitalismo liberale e green e la solita vita di merda. A essere estremamente ottimisti, un lavoro militante nella direzione appena esposta potrà portare al massimo a un nuovo assetto democratico un po’ più diretto e meno rappresentativo, o a qualche concessione di modestissima entità sul piano dei diritti o della redistribuzione della ricchezza. Ma non vogliamo neanche essere ciechi a quelle che sono oggettive implicazioni politiche di quanto è accaduto. Il primo ottobre in Catalunya una popolazione intera ha dimostrato – e si è autodimostrata – che disobbedire è possibile. E se questa scollatura con la retorica democratica venisse approfondita, e resa patrimonio comune? Se il ricordo di quella volta che tutti insieme abbiamo riso della polizia e dei suoi ordini divenisse persistente, e ricomparisse alle prime leggi autoritarie del nuovo governo catalano? E’ forse bene ripeterci: queste possibilità, implicate da ciò che è successo, su larga scala, il primo ottobre, non divengono ovviamente realtà per imperscrutabile volere del fato. Esse possono divenire reali solo con un paziente lavoro che saggi, e allarghi, lo spazio di autonomia pressoché del tutto insondato che quell’evento ha aperto. Autonomia dall’autorità dello Stato e, possibilmente, accumulazione dei mezzi e dei saperi necessari a renderla permanente, riproducibile, e offensiva. Una linea favolosa.

10.

Al concetto di un presente che non e’ passaggio,

ma in bilico nel tempo ed immobile,

il materialista storico non può rinunciare.

W. Benjamin

Se, infine, irrompesse con virulenza la vera guerra civile che contrappone sul pianeta le forme di vita e che ora è “soltanto” una presenza strisciante ed episodica, quanto potrebbe essere utile e soddisfacente stare al fianco di un popolo che ha già imparato a dubitare dell’autorità, assaporando una consistenza comune e un’autonomia materiale non mediate da qualsivoglia rappresentante? Sta a tutti coloro che si riconoscono in queste posizioni cogliere queste possibilità, farle fiorire e aggiungere un nuovo capitolo alla storia della fine di questa civilizzazione, dei suoi logori apparati e dei suoi loschi figuri.

1 Ogni giorno impongono una bandiera / che è straniera e brucia sempre / volete mettere a tacere il sentimento di un popolo / gli alè e le urla di resistenza! / non sono spagnolo, oi! oi! oi! / non sono spagnolo, oi! oi! oi! / non sono spagnolo, oi! oi! oi! / Non siamo spagnoli! Opciò k-95, Non siamo spagnoli

2 Abbiamo un futuro, abbiamo memoria. Fuoco nelle mani per tessere la storia. Portiamo in esse un lungo cammino. Vivere vuol dire prendere partito. Txarango, Afferrando l’orizzonte