Levando i pugni in aria. Sul recente terremoto in Messico.

di ratas de ciudad

«Uno spettro si aggira / per il mondo. / Non è la morte. / È l’idea della vita»

«La storia della ragione governamentale e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’altra». Michel Foucault, “Sicurezza, territorio e popolazione.” Corso al Collège de France (1977-1978)

Cosa si riesce a percepire da uno schermo, dalle notizie che circolano sul web, per quanto provenienti da fonti amiche?

È come vivere dentro un acquario. Voler sapere da chi vive, dai miei amici e compagni, sentire il loro respiro, la loro tristezza, stanchezza, forza e azione. Cosa «ci spinge insieme controvento, lo sforzo li riunisce. È quasi un esodo. Quasi. Ma nessuno patto li tiene insieme, se non la spontaneità dei sorrisi, la crudeltà inevitabile, gli accidenti della passione (Tiqqun, “Tesi sulla comunità terribile”).

Quando si vive, come me, tra due continenti, accade che a volte non sia il tuo corpo fisico a potersi mettere in discussione ma la tua capacità analitica e di diffusione, cioè il come trovare un altro modo di lottare insieme. Mi ritrovo nuovamente davanti a uno schermo che filtra sensazioni, odori, il corpo che reagisce, gli ormoni che si mettono in moto in un momento in cui ACCADE qualcosa.

ACCADE… Come in una rivolta nelle piazze, accade in un incontro per opporsi al G20 come ad Amburgo, sono proprio i corpi a mettersi in gioco, la nuda vita che sperimenta.

Quando si combatte nelle strade, o in qualsiasi altro luogo, è o dovrebbe essere il molteplice a farsi un unico corpo, respirare, cospirare insieme, disertare. La solidarietà è sorella in queste occasioni. Nessuno rimanga indietro, si parte e si torna insieme, queste alcune delle affermazioni che riecheggiano.

Primi minuti dopo il terremoto del 19 settembre 2017, sono già dentro l’Acquario che mi fa nuotare senza poter toccare le strade della mia città. Mi scrivono: “stavamo tornando a casa, ci è crollato un palazzo davanti, stiamo qui a scavare tra le macerie, stiamo tirando fuori gente” oppure “stiamo creando una piattaforma on line Geocomunes e con questa possiamo organizzarci e vedere in tempo reale le zone dove bisogna organizzare brigate autonome di aiuto e cosa serve portare, tutti gli aiuti possono arrivare al centro autogestito Martires del 68, ci hanno appena chiamato, stiamo andando con la Brigada Femminista nella fabbrica tessile in centro, nella Colonia Obrera dove sembrano esserci sepolte moltissime donne, non possiamo saperne il numero esatto perché era una fabbrica ‘non esistente’; hanno tirato fuori dei corpi ma molte sono ancora sepolte e lo Stato non le vuole salvare, vuole solo far entrare le macchine e le gru per rimuovere insieme a quelle macerie anche questa storia di sfruttamento fatta sui corpi di giovani donne, migranti centro americane e cinesi. La polizia e l’esercito hanno circondato tutto il perimetro, stanno impedendo ai Topos [gruppi di soccorritori autonomi, formatosi durante il terremoto del 1985 specializzati nella ricerca di vita sotto le macerie] e alle brigate autonome di accertarsi che non ci sia alcun sotterraneo dove potrebbero essere intrappolate altre donne”.

Chimpalpopoca, il nome di questa fabbrica, rimarrà un nome con un eredità pesante, quella della vita di serie A e di serie B. Quella clandestina può e deve rimanere sotterrata.

Dopo le prime scosse di terremoto, è stato chiaro che solo l’autorganizzazione della popolazione avrebbe fatto tutto il necessario per salvarsi e così iniziare questa nuova sfida.

In pochi minuti migliaia di persone sono li a scavare, spostare macerie, ad alzare il pungo in segno di silenzio assoluto: si sta cercando di sentire il rumore di chi è ancora vivo li sotto, si sono battuti dei colpi, si attendono le risposte. Curioso come un pugno alzato, che io vedevo nelle immagini e foto, assuma un significato tanto differente dal solito. Ma anche questo pugno alzato ha in se una sembianza di resistenza. Questa si è da subito organizzata, in una città di 20.000.000 di abitanti, e nei successivi 3 giorni non farà altro che scavare, raccogliere, attrezzarsi e per farlo dovrà lottare per i suoi spazi di agibilità contro uno Stato ed un governo che vuole normalizzare la situazione il prima possibile.

L’uomo animale sceglie l’agire e non l’obbedire, sceglie la diserzione. Questo l’ordine del governo: dopo 24 ore non ci sono più possibilità di trovare corpi in vita, che si proceda con la seconda fase: la rimozione e la ricostruzione. Una gran fretta di tornare a una “normalità” apparente, anche se per realizzarla devono far sparire persone ancora intrappolate tra le macerie, alcuni vivi, altri no. L’obiettivo è nascondere la vera entità della tragedia e l’enorme corruzione di chi gestisce e ha gestito fino a ieri tutto, ovvero i governi a ogni livello, locale, regionale e nazionale. Le vite non hanno importanza, né la dignità dei morti. Per loro, un funerale dignitoso non rientra nei calcoli monetari o politici. Essi si preoccupano che “non ci sia odore di morte” e che il numero delle vittime, almeno quello ufficiale, non aumenti. Il 21 settembre esce il primo comunicato delle brigate autonome di Città del Messico, che sostengono il progetto del consiglio nazionale indigeno: “Come nel 1985, coloro che si definiscono ‘governo’ sono stati completamente superati dalla realtà. Oggi il ‘paese delle meraviglie’ non lo riescono a vedere neanche loro. Alcuni che hanno molto contribuiscono con molto, quelli che hanno poco contribuiscono con ciò che possono e a volte tutto ciò che hanno sono le loro mani. Coloro che non hanno niente sanno dare il loro cuore e sono pronti a mettersi al servizio di ciò che è richiesto. Sono loro che riempiono le strade e si coordinano per raccogliere gli aiuti e distribuirli”.

I piccoli negozi sono solidali e offrono cibo e bevande a chi dedica tempo e sforzo nei soccorsi, quelli che hanno come unico ingresso monetario la loro piccola bottega donano tutto mentre le grandi catene commerciali come Walmart lucrano sulla tragedia.

Questo è il momento in cui si produce l’incontro tra segmenti di popolazione e dove si innesca la possibilità di cambiare la visione dei molti. La realtà è che ci sono momenti unici di solidarietà da celebrare, è questa la reale strategia di ricostruzione.

La speranza vera nasce da quei sorrisi e da quegli sguardi di solidarietà. In questo momento in cui la democrazia è diventata un significante vuoto e in cui sempre più persone iniziano a vedere che è impossibile mascherare le grandi crepe che essa presenta, la solidarietà e il sostegno reciproco riappare nella metropoli, spinta violentemente dall’enormità del disastro. Non esiste alcuna rappresentanza, siamo gettati in strada con le nostre singolarità, lottando per salvare qualcosa della nostra vita tra i detriti di un sistema collassato che oggi si evidenzia nei suoi fragili edifici e nelle sue istituzioni fondate sulla corruzione del settore pubblico e privato”. Subversiones 

Proprio l’autonomia ha fatto spavento al governo, oggi come nel terremoto del 1985. La solidarietà della popolazione è in realtà la vera presa del potere.

Di fronte a questa risposta comune, creativa, costruttiva e autonoma il mal governo risponde nell’unico modo che conosce: con la violenza, chiamando la protezione civile a un’occupazione militare repressiva.

Scrivono le Brigate Autonome: “Lungi dal fare ciò che è loro dovere, assistere le vittime, inviano invece l’esercito, la marina e le varie forze di polizia ad occupare gli spazi della vita civile per cercare di evitare l’incontro tra quelli che stanno in ‘basso’. Gli agenti si danno ad atti di banditismo, di violenza, sottraggono gli aiuti che il popolo ha raccolto e se ne appropriano, consegnandoli come fossero donazioni da parte dello Stato solo a coloro che suscitano un loro interesse elettorale, i loro governi, le istituzioni e i loro partiti. Per i governanti si tratta di un macabro spettacolo che è utile solo ai loro interessi: la militarizzazione della vita quotidiana e l’intento di ricostruire un immagine sociale di un esercito che, lungi dal difendere il popolo e la sovranità del resto della nazione, ha dimostrato di essere il principale protettore degli interessi dei capitalisti transnazionali e un assassino spietato del popolo, specialmente a scapito di chi resiste all’espropriazione delle loro terre, delle loro acque, della loro cultura, della loro vita comunitaria. Un tentativo di saccheggio e un esodo forzato delle vittime” . Brigadas Autonomas

Nelle città, soprattutto in Messico, il terremoto serve ad accelerare i processi di gentrificazione e garantire nuovi territori alla vera mafia immobiliare associata con i politici di tutti i colori. Ciò è evidente nelle costruzioni di questi ultimi anni, dove gli edifici costruiti sono stati i più danneggiati, riflettendo così il lassismo nell’applicazione delle leggi e anche l’adattamento di queste per eliminare i requisiti di sicurezza minimi imposti nella costruzione degli edifici dopo il devastante terremoto del 1985.

Poiché questa solidarietà non si riduce ad un atto emotivo di aiuto per poi rientrare nella normalità, non è neanche prevedibile, è più fugace di un battito di ali di farfalla,

Ma il “suo popolo” sa ormai chiaramente che il governo li considera superflui, che possono essere uccisi, lasciati morire o seppelliti vivi. Cosi cercano i suoi semi sotto le macerie.

Η αλληλεγγυη το οπλο των λαων πολεμο στον πολεμο των αφεντικων

La solidarietà tra il popolo è la nostra arma contro i padroni (celebre slogan che si grida nelle strade greche).

Istmo di Theuantepec, Costa Mixteca,Oaxaca

Messico, 7 settembre 2017 – 23 settembre 2017

Il presidente messicano Pena Nieto prova per l’ennesima volta ad entrare a Oaxaca.

Stavolta oltre alla resistenza della popolazione, che già aveva barricato strade e piazze, il terremoto incombe su di lui. Quasi volesse essere un presagio di ciò che verrà.

Il primo terremoto ha come epicentro la regione del Chiapas, provoca la distruzione della costa centrale pacifica, Arriaga all’ Istmo di Theuantepec, per arrivare poi a Oaxaca e alla costa Mixteca. Le zone colpite sono la sede di uno dei più grandi e più contestati parchi eolici di proprietà spagnola infatti l’intera zona, dal Chiapas a Oaxaca, è “zona di interesse speciale” sia per le infrastrutture eoliche che per l’ estrazione mineraria e i resort di lusso. Da anni le comunità organizzate di queste zone si stanno opponendo al saccheggio delle loro terre da parte di imprese spagnole, europee e canadesi.

Da anni, in alcuni di questi luoghi, le comunità non permettono che si svolgano le elezioni, non viene permessa l’istallazione dei seggi, non viene permesso l’ingresso o anche il solo passaggio dei governanti. Le comunità hanno deciso di autogovernarsi dichiarandosi “comunità di usi e costumi”. Secondo l’articolo 1 e 2 della costituzione scritta dopo la Rivoluzione Messicana, esse possono decidere di non essere governate tramite le elezioni, ma in forma assembleare. Hanno preso questa decisione per non permettere che il politicante corrotto possa continuare a saccheggiare le loro terre e costringerli così alla migrazione. Queste scelte non sono state accettate dal governo che, con violenza, ha sempre cercato di imporre la sua presenza, senza però mai riuscirci. Intanto ha incarcerato, ucciso e inviato gruppi di paramilitari e narcotrafficanti per generare altra violenza e l’esodo delle popolazioni.

Il 18 settembre, in una seduta del parlamento, i politicanti di tutti i partiti (PAN PRI PRD MORENA) hanno deciso di non intervenire in quelle zone terremotate, né destinare una parte dei fondi della campagna elettorale 2018 per la ricostruzione e per gli aiuti. L’intenzione reale è quella di costringere all’esodo le popolazioni e così continuare a fiaccare le sacche di resistenza in terra Magonista e avere così campo libero per il saccheggio, per far spazio al già mostruoso parco eolico presente in quella zona e allo sciacallaggio delle industrie del cemento e del turismo.

Ma è sempre l’autorganizzazione, l’autonomia, a prendere la situazione in mano.

Da CDMX si parte con camion di aiuti, attrezzi, teli, capacità e conoscenze messe in comune per andare a ricostruire dal basso là dove il terremoto ha distrutto. Ma i camion vengono assaltati quasi quotidianamente sia da parte dell’esercito messicano che dal suo volto informale, ovvero da gruppi di Narcos e affini. Quasi ci fosse una strategia.

In alcune città del Chiapas, Oaxaca, Guerrero, Puebla, Morelos, Stato del Messico e Città del Messico, vengono sottratti gli aiuti dati dalla popolazione da parte dei militari. i quali li ridistribuiscono a loro piacimento ma con l’attenzione a non darne a chi non è incondizionatamente sottomesso a loro.

Assistiamo ad un totale e volontario attacco e abbandono nei confronti delle vittime, che non sono disposte a lasciare le loro terre ai progetti capitalisti che promuovono la morte, come il progetto eolico nello stato di Oaxaca o lo sfruttamento del sottosuolo per le miniere a Puebla o ai progetti immobiliari nel Distretto Federale. Nelle città, i mega progetti portatori di morte sono rappresentati dall’industria immobiliare che colonizza il paese e agisce con l’appoggio e la complicità delle autorità dei malgoverni”. (https://twitter.com/proamboax)

Mi viene in mente il 6 aprile l’Aquila, il terremoto di Haiti, l’uragano Katrina a New Orleans, solo alcuni esempi ma che illuminano le possibili strade future. Sarà anche in Messico così?

Eppure fin dal primo istante, fin da quella richiesta di condivisione dall’Acquario, mi accorgo che non saremo spettatori passivi.

Il “governo degli uomini”, in questo ordine paradigmatico, non può non esercitarsi che secondo geometrie che riconoscono il proprio criterio di legittimità nell’economico. Il “soggetto politico” tende a coincidere con il “soggetto economico”, nel senso che l’individuo deve riconoscersi e identificarsi nell’ordine economico. Ma nel paese regna invece un clima di non-conformità. Di esodo dalla comunità terribile. I terremoti di settembre hanno aperto un enorme squarcio nell’edificio istituzionale della democrazia rappresentativa. Mentre si promettono ricostruzioni e fondi, nelle terre messicane si bloccano miniere, nella strada che dal Chiapas porta al confine i contadini e i pescatori hanno formato blocchi con pietre e pali per esigere che che il sindaco di Tonala non sottragga i soldi destinati alla costruzione della strada.

Sempre in Chiapas oltre 5000 uomini e donne di varie comunità in resistenza hanno convocato una manifestazione contro le miniere e il saccheggio della terra da parte del governo messicano nei suoi 3 livelli di potere (municipale, federale, statale). Chiedono la cancellazione del progetto della miniera e di tutti i progetti di morte. “La terra è un eredità che ci hanno lasciato i nostri avi, per questo la dobbiamo difendere e proteggere”. Il 22 settembre anche nello stato di Morelos gli abitanti hanno preso possesso del deposito comunale dove il sindaco teneva chiuse 3 tonnellate di aiuti. Poi arriva l’anniversario della sparizione forzata dei 43 studenti di Ayotzinapa, in molto scendono silenziosi nelle strade, la loro tragedia non è differente e ha il medesimo mandante: il governo.

FUERA! è il grido ripetuto. Sono proprietari del proprio destino, senza alcun intermediario politico. La solidarietà, l’autonomia la cooperazione sono i semi per un altro Messico. Pugni si levano nell’aria.

Fonti:

https://noticiasdeabajoml.wordpress.com/

brigata autonoma feminista

brigada autonoma

subversiones

Foto:

quarto oscuro

contralinea