Lunatico di Ottobre

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

di Bianca Bonavita

Da un eterno esilio

eternamente ritorno

e coi giorni mi volgo e mi confondo,

vado, da me sempre più lontano,

divelto, per erbe prati e tempi

d’ottobre

e silenzi confidati agli orecchi

da stelle e monti

da “Vocativo” di A. Zanzotto, 1981

La terra è piuttosto esigente in fatto di appuntamenti.

Non tollera essere toccata quando è troppo bagnata. E se si asciuga troppo diventa dura come la pietra. A volte fa la crosta in superficie ed è ancora fradicia pochi centimetri sotto.

Non bisogna avere fretta di presentarsi all’appuntamento, se ne avrebbe a male e diventerebbe intrattabile, ma guai a ritardare un giorno di troppo, certe zolle si ostinerebbero a voler restare zolle, poi la pioggia è sempre in agguato e a ottobre inoltrato il sole inizia ad essere stanco di asciugare. Forse il momento buono per presentarsi all’appuntamento è quando la terra si sfarina tra le mani senza lasciare sulla pelle la sensazione di bagnato.

Ottobre è tempo di appuntamenti importanti.

I trattori li vedi erpicare avanti e indietro il giorno prima della pioggia per frangere le zolle dell’aratro e della vanga a preparare il letto per le semine autunnali.

Intanto l’orto autunnale inizia a dare i frutti: lattughe, cicorie, finocchi, fagiolini. E poi i cavoli ad uno ad uno iniziano a cadere nella cesta: cavolo nero, broccoli, cappucci, cavolfiori e verze.

In questo mese noi leghiamo i cardi con i sacchi di carta della farina per imbiancarli e intenerirli. Anche per i sedani e per le indivie si può fare la stessa cosa.

A ottobre prepariamo anche i solchi per le patate così, quando a marzo sarà tempo di seminare, la terra sarà bella fine dal gelo invernale e non occorrerà attendere che il sole asciughi per poter fare un buon lavoro.

A inizio mese è da queste parti un buon momento per segare la legna dell’anno passato e metterla al riparo. La stufa sarà presto affamata.

Nel frutteto è buona cosa passare a tagliare i rami secchi portatori di malattie prima che inizino a cadere le foglie e che diventino meno riconoscibili.

Noi il grano lo seminiamo verso la fine del mese con la vecchia seminatrice di due cari fratelli contadini. Quest’anno risemineremo per la prima volta una nostra popolazione di grani cosiddetti antichi che ci siamo riprodotti. Le chiamano popolazioni queste miscele di sementi. Si mescolano quante più varietà possibili, si seminano e si lascia che si selezionino e incrocino tra loro e con l’ambiente circostante riseminandole ogni anno (ancora meglio con nuovi arrivi di tanto in tanto). C’è chi dice (e tra loro genetisti e biologi) che si riuscirà dopo qualche anno ad avere un proprio frumento autoctono, una nuova varietà locale originale che si trova a suo agio in quel fazzoletto di terra più o meno grande che si coltiva.

Un po’ come quando anche gli umani mettono radici e cominciano a chiamare casa un luogo particolare. Proprio quello e non un altro.

I semi che abbiamo mescolato si chiamano Gentilrosso, Frassineto e altri di cui abbiamo già dimenticato il nome, uno di loro si chiama Autonomia, sicuramente selezionato in periodo fascista in nome dell’Italica Autarchia. Ma ci ispira simpatia. Ci ricorda l’autonomia dal supermercato, dalla grande distribuzione, dalle logistiche illogiche, dallo sfruttamento del proprio lavoro e degli altri, l’autonomia dal regime di separazione con il proprio cibo e con la terra.

Sono varietà di grani teneri alti che si usavano tra fine ottocento e inizio novecento, quasi abbandonati nel secondo dopoguerra durante il processo di industrializzazione forzata delle campagne a vantaggio di grani più bassi, più produttivi e con una maggiore forza di lievitazione.

Ne semineremo attorno ai quaranta chili e di solito ne raccogliamo più o meno dieci volte tanto.

Dal raccolto avremo il seme per l’anno prossimo e la quantità di farina necessaria per l’autoconsumo e per vendere o scambiare qualche pagnotta per amici (da un quintale di grano si ricavano circa settanta chili di farina semi-integrale).

Intanto altrove c’è chi stende le reti per le olive e chi si aggira per boschi alle prese con i ricci.

E’ proprio tempo di appuntamenti importanti ottobre: grano, olio e castagne, vino, i cuori pulsanti delle civiltà contadine di questa penisola. Si avrebbe già di che vivere.

Verso fine mese è tempo di seminare piselli e fave. I piselli a tre/cinque centimetri sulla fila e quaranta/cinquanta tra le file. Le fave a dieci/quindici sulla fila e cinquanta/sessanta tra le file.

Seminandoli ora non avranno bisogno di alcuna irrigazione e si raccoglieranno da fine aprile a fine maggio. Se si ha paura delle gelate, questi legumi (soprattutto le fave) soffrono soltanto gelate importanti e prolungate, conviene aspettare novembre: meno i fusti si alzeranno da terra, meno soffriranno il gelo.

Oltre al classico pisello noi seminiamo in questo periodo anche il pisello taccola o pisello mangiatutto, un’ottima primizia di metà aprile da cucinarsi come un fagiolino.

In cantina alla fine del mese sarà in procinto di terminare la bollitura del vino e sarà tempo di iniziare i travasi in damigiana per illimpidirlo.

Si protrarranno fine a fine anno.

A ottobre, se è caduta acqua dal cielo, le campagne volgono di nuovo al verde, si ripopolano di erbe spontanee e non è raro dimenticarsi del declino imminente di luce che ci attende, dell’oscurità che avanza, non è raro scambiare questi giorni per primavera.

Poi un giorno si alzano gli occhi al cielo e le rondini sono scomparse.

La ricetta del mese: Pesto di cavolo nero (quasi a crudo)

Ammorbidire le foglie di cavolo nero al vapore avendo cura di togliere la parte più dura del gambo, (non si devono proprio cuocere, solo ammorbidire).

Nel mixer mettere le foglie ammorbidite di cavolo (ca 50-60gr a testa, secondo il proprio gusto), l’aglio (quanto se ne vuole, noi esageriamo!), l’olio EVO, a piacere una frutta secca a scelta precedentemente tritata nel macinino (girasole, nocciole, mandorle, sesamo, noci..).

Frullare fino ad ottenere una crema omogenea.


(Per chi vuole a questo punto aggiungere parmigiano)

Condire la pasta o il riso avendo cura di tenere un po’ d’acqua di cottura per emulsionare la crema.