Agamben blablabla?

Racconto di una passeggiata sulla Prenestina.

di Jakob von Gunten

Dimmi cosa scrivi sui muri e ti dirò chi sei, direbbe la saggezza popolare. Ma, siccome non credo al chi e al che, io dirò: dimmi cosa scrivi sui muri e ti dirò come sei.

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Camminavamo assorti, io e i miei amici, cercando di non farci coinvolgere eccessivamente dalla confusione organizzata che si ostinano a chiamare città, quando su di un muro, posto precisamente lungo la Prenestina – una superficie, quella di quel muro, solitamente utilizzata per affissioni di poster che pubblicizzano concerti e manifestazioni di carattere più o meno “politico” – ci avvedemmo di una scritta che uno tra noi disse essere lì da alcune settimane: Agamben bla bla bla.

Trovai non solo divertente ma di estremo interesse che qualcuno avesse voluto immettere nella generalmente asfittica comunicazione di “movimento” un appello a dibattere di filosofia, quella seria, mica quella da festival di Repubblica o da elzeviro del Manifesto.

Come si evince dalla fotografia, chi ha vergato questa scritta in un primo momento ha scritto un H, prima di sovrapporgli la A di Agamben. Mi rifiuto di pensare che colui che scriveva credesse che Agamben si scrivesse Hagamben. Penso invece che in un primo momento volesse scrivere qualche cosa su Hegel, su Habermas non credo proprio, malgrado la passione di questo coglione francofortese per l’agire comunicativo, oppure, addirittura, il nome che sarebbe dovuto apparire lì, su di un brutto muro della Prenestina, era niente di meno che quello del grande sciamano del Novecento: Heidegger. Certo, è chiaro, Heidegger e la sua analisi della “chiacchiera” poteva ben spiegare la misteriosa epigrafe.

Chissà, magari questo anonimo writer era uno studente di filosofia nauseato da un’università nella quale non ci si esercita più allo studio ma alla messa all’incanto di sé, oppure, meglio ancora, era uno studente in un momento di esaltazione, eccitato al pensiero di poter infondere del pensiero in quel muro sempre pieno di cose che lui crede siano inutili alla vita prima ancora che alla filosofia le quali, per lui, considerandosi un vero studente, non possono che coincidere. La scritta come vero e ultimativo atto del suo studio universitario. Una sbombolettata di pensiero sopra un cumulo di menzogne. Un scritta che funzioni come un appello: alla verità, all’essere, al tempo, al linguaggio, insomma a tutte le cose su cui si era rotto la testa negli ultimi anni.

Non credo avrebbe scritto qualcosa tipo “Hegel stronzo borghese” o “Heidegger nazista di merda”. Immagino qualcosa di più stimolante o profondo, come “Hegel: tra servo e padrone non c’è partita, vince sempre il nullafacente” oppure “Heidegger: il tempo in cui viviamo non ci permette più di essere” oppure, mettendo i due insieme, “Hegel e Heidegger, i grands commis del Bloom”. Poi però si è bloccato sulla H e deve aver pensato, no, meglio qualcosa di contemporaneo, meglio qualcuno che ha da dire qualcosa oggi, qui e ora. E quindi faticosamente sovrappose la A sulla H e scrisse il nome del maggiore filosofo vivente che, vedi caso, è pure romano.

A lungo mi sono quindi soffermato sul “bla bla bla” che fa seguito al nome e non ho potuto non pensare che il riferimento sia, evidentemente, alle belle pagine di Giorgio Agamben sul linguaggio e sulla voce. Magari è una citazione esoterica di un vecchio libro del filosofo, di prima ancora che si dedicasse alla grande avventura di Homo Sacer, ‘Il linguaggio e la morte’ cioè, dove scrive a suggello della sua ricerca «Come tu parli, questo è l’etica». O al più recente ‘Che cos’è la filosofia’, quando riflette sull’incomprensibile o l’indicibile, o ancora alle pagine più dure di Agamben sull’infima qualità contemporanea di un linguaggio prostituito alla comunicazione e di come ciò affetti gli uomini e le donne che parlano «spesso a vanvera e senza avere nulla da dirsi o per farsi del male», blablabla per l’appunto. E per cui il significato di quella scritta potrebbe essere qualcosa del tipo: cari amici, cari compagni, il nostro linguaggio, come potete osservare dai poster e dalle scritte su questo muro che lo riflette, non significa più nulla, è un vuoto a perdere, flatus vocis, una chiacchiera, una sventura. È il blablabla dello Spettacolo e della Pubblicità sul quale hanno meditato a lungo anche molti amici del filosofo, ad esempio quei mattacchioni di Tiqqun o quei debosciati del Comitato Invisibile, proprio perché ha trovato un’ulteriore occasione di applicazione creativa nella “comunicazione alternativa”. Non è che non sappiamo più parlare alla “gente”, non sappiamo più parlare e basta.

Mentre speculavo su tutto ciò i miei amici mi guardarono con un misto di ironia e compassione e uno tra loro mi disse, no, amico mio, la verità è che quella è una scritta che vorrebbe essere goliardica nel suo ammiccare a destra e a sinistra del milieu militante, al fine di mettere in ridicolo chiunque condivida una certa sensibilità e il nome Agamben è lì per contenere molte più presenze che quella del solo Giorgio Agamben. Perché, continuò, per quelli lì, il compagno, anzi il “militante”, deve essere un po’ coatto, un po’ ignorante, un po’ macho, un po’ cafone. Spesso si immaginano come tozzi agitatori delle periferie dove invece oramai brulica la canea fascista che, infatti, è molto più coatta di loro. Oppure, tra i loro ranghi, è solo ammessa una sorta di caricatura dell’intellettuale di sinistra dei tempi che furono, una personcina a modo che non si sognerebbe mai, che so, di prendere in mano un sasso o un cocktail molotov, ma nemmeno di scrivere qualcosa di veramente contundente. Quelli che hanno fatto quella scritta, concluse, sono persone che per agire hanno bisogno di qualcosa di “altro” su cui proiettare la loro impotenza, per cui dire “no, non io”. In effetti tutti loro, con un sol gesto, mi indicarono il come era stata firmato la scritta. No, non con quella falce e martello sul lato, che già era lì da tempo. Bensì, in gran bella mostra, giusto al di sotto: *cani e porci*.

Una dolce creatura mi diceva qualche giorno or sono che è ancora importante leggere e rileggere un altro filosofo, un vecchio amico che scriveva così: «La rivolta degli schiavi nel campo della morale comincia col fatto che il ressentiment stesso diventa creativo e genera valori: il ressentiment di quegli esseri a cui è negata la vera e propria reazione, quella dell’azione, e che si limitano a rifarsi con una vendetta immaginaria».

Non potei che terminare la mia meditazione in questa maniera: è consigliabile pensarci bene prima di cominciare a spruzzare la vernice su di un muro. Poiché scrivere su qualsiasi superficie che abbia un pubblico, e farlo con superficialità, può esporre chi così ha voluto poter agire non solo ad un’immediata reazione karmica – che sarebbe il minimo – ma anche al suo oscuro proseguimento. Ciò può voler dire che se in questa vita sono stati cani e porci, nella prossima, a meno di non liberarsi dal karma, con ogni probabilità verranno ancora declassati: invertebrati, molluschi, amebe, chissà. Senza più spina dorsale, senza più voce, senza più linguaggio. Senza più vera vita.

Quindi, proseguimmo la nostra passeggiata tra il nulla e ciò che viene.