Cronaca da una scuola catalana l’1-0

di Andrea Tacconi

Fiumi di parole sono stati e verranno pubblicati da analisti assai più autorevoli di chi scrive su questo 1 di Ottobre, su questo 1-O, primo giorno dell’anno zero, per giocare con l’immagine “palingenetica” del numero per la lettera. Il giorno in cui milioni di persone si sono recate a votare in un referendum che molti hanno erroneamente (o troppo precipitosamente) descritto come anti-democratico, trovandosi davanti la brutale repressione dello stato spagnolo, che usando la forza dei manganelli ha dimostrato di saper usare solo l’unico strumento possibile per chi non è abituato e non vuole comprendere o tanto meno dialogare. Lo strumento della repressione di uno stato ancora troppo franchista che sa parlare solo di legalità, di ripristino della normalità, di uso “adeguato” della polizia. A un italiano in Catalogna non può non venire in mente la stupenda immagine cinematografica di quel capo della questura interpretato da Gian Maria Volonté nell’indimenticabile Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il quale arringando i suoi scagnozzi contro le manifestazioni degli studenti grida: “Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo!”.

Oggi nel vedere Mariano Rajoy giustificare le cariche della Guardia Civil, descrivendole come “proporzionate” alle file chilometriche di cittadini liberi di ogni età davanti alle scuole, non può non venire in mente il fascismo di uno stato di polizia di cui magistralmente ritrasse il volto Elio Petri.

E forse la realtà supera la finzione, perché qui votare diventa addirittura “trasgressivo”. Come ha di recente detto il filosofo catalano, Santiago López Petit.

Fiumi di parole sono stati scritti e verranno scritti sul punto di vista politico, su ciò che è democratico o non lo è, sulla opportunità di convocare un referendum se non si hanno le competenze costituzionali per farlo, sulla modificabilità di tale costituzione. Ognuno si farà un’opinione personale leggendo i giornali, alcuni penseranno che la Catologna vuole l’indipendenza solo perché è ricca, altri che i Catalani sono come i secessionisti padani che non vogliono pagare le tasse, o forse non come loro ma sicuramente nemmeno come gli irlandesi. Altri diranno che votare ha portato solo a uno scontro frontale fra uno stato e una sua regione che aspira a diventare tale, o che la lotta dei catalani è anacronistica, o ancora che l’1-O ha vinto il “catastrofico pareggio” quello in cui secondo Gramsci il vecchio stenta a morire e il nuovo non riesce a nascere.

Valanghe di foto e video sui mezzi di comunicazione e sulle reti sociali verranno vomitati addosso all’opinione pubblica di mezzo mondo più o meno manipolati e ognuno si farà la propria opinione anche in base a quelle che sono le proprie convinzioni teorico-politiche.

A chi scrive interessa solo provare a raccontare una breve cronaca di ciò che ha vissuto in prima persona in mezzo a migliaia di altre storie personali.

  • Venerdì pomeriggio. Ore 16:30. Chiusura delle scuole

Come ogni venerdì i bambini escono al suono della campanella. Merende, bambini che gridano, palloni che danzano. Il sabato mattina qui, nessuno va a scuola, nemmeno gli alunni delle scuole superiori, c’è aria di fine settimana e il cielo azzurro di Barcellona mette il buon umore addosso. Subito si percepisce però che non si tratta del solito venerdì pomeriggio. Dopo pochi minuti qualcuno arriva nella piazza John Lennon adiacente all’entrata della scuola Univers del “barrio” di Gràcia. Ha un megafono in mano e chiama tutti alla “festa dell’autunno” nel cortile interno della scuola. Si tratta in realtà di una assemblea aperta a tutti i genitori della scuola che vogliono occupare la scuola per due notti fino all’apertura della domenica mattina per l’inizio del referendum “illegale”. C’è però, oltre al divieto di tenere aperta la scuola, anche la minaccia che il governo, dopo aver chiuso quasi 300 pagine web, blocchi anche i gruppi di whatsapp che appoggiano o che vengono usati per autorganizzare il referendum. Si è deciso quindi di chiamare l’iniziativa e il gruppo whatsapp per chi la coordina e vi partecipa “Festa de la Tardor” (festa dell’autunno – NdT).

Un gruppo di una cinquantina di genitori inizia un’assemblea a porte chiuse, solo per le famiglie della scuola, in cui vengono suddivisi i compiti e vengono create le commissioni, quella per la comunicazione, quella per l’organizzazione degli spazi utilizzabili e le attività e quella per l’accoglienza ai Mossos d’Esquadra: la polizia regionale ha infatti l’ordine espresso del potere giudiziario spagnolo di chiudere le scuole entro le 6 di mattina di domenica. E nessuno sa se, fino a che punto e con quali mezzi la polizia della Catalogna rispetterà tali ordini. L’incertezza è alta al riguardo.

Il pomeriggio continua festivo, organizzando attività per i bambini aperte al quartiere per il sabato e assemblee di coordinamento con le altre scuole e con i comitati per la difesa del referendum della domenica.

Qualcuno esprime di essere in disaccordo con l’uso strumentale delle scuole a fini politici, la stragrande maggioranza dell’assemblea gli risponde che a questo punto votare, indipendentemente dal sì o dal no, è una lezione di democrazia che è giusto che i bambini imparino nelle scuole, qualcun altro invece gli domanda, meno pacatamente, se abbia mai occupato una scuola negli anni delle superiori.

Cominciano ad arrivare i primi giornalisti, l’ambiente si scalda, le persone del quartiere a cui toccherebbe votare in quel seggio affollano lo spazio antistante ai cancelli per domandare come si svolgerà la votazione e come agiranno le forze dell’ordine. Nessuno lo sa. I ragazzi di un centro sociale libertario accanto alla piazza offrono il loro aiuto, ma con molto rispetto, non vogliono intromettersi in ciò che decideranno le scuole. Per ora di certo c’è solo che un numero via via crescente di unità della polizia nazionale e della Guardia Civil sta arrivando in Catalogna, ma in realtà chi ha ricevuto l’ordine di evacuare le scuole è la polizia regionale. Nessuno sa fino a che punto e se un corpo di polizia deciderà di adottare completamente la via della disobbedienza.

Infine ecco la prima pattuglia. Ore 19. Una coppia di Mossos in divisa ordinaria, con aria piuttosto pacifica, si avvicina ai cancelli per chiedere dei responsabili, la risposta è: tutti. Si limitano ad aprire un fascicolo e a comunicare che la domenica alle 6 del mattino la scuola dovrà essere vuota. L’incertezza aumenta, ma si fa strada l’idea che forse, nonostante tutto, si riuscirà a votare.

La sera finisce nella palestra, un centinaio di persone fra adulti e bambini, vanno a letto nei sacchi a pelo guardando un film.

  • Sabato. Scuola El Jujol. Assemblea della mattina.

La frenesia aumenta. Le strade sono un brulichio di gente. I telefoni fumano. Nonostante la partecipazione cittadina sia molto alta ci si rende subito conto che c’è un punto debole da risolvere. In caso di attacco agli occupanti da parte delle forze dell’ordine (forse catalane, forse spagnole), verranno scelte come obiettivo le scuole con meno partecipazione. E parte anche la caccia ai poliziotti infiltrati, poiché se la polizia franchista aveva una “grandissima tradizione” di confidenti e infiltrati, quella post-franchista non è da meno. I poliziotti in borghese starebbero girando per Barcellona ad osservare i possibili obiettivi deboli. Le reti sociali, whatsapp e twitter in prima fila, cominciano a diffondere liste di scuole in cui la partecipazione è più bassa. El Jujol di Gràcia è una di queste. Il quartiere comincia a mobilitarsi. Un casal popular de barrio (una forma di spazio politico di base poco comune in Italia e di cui Barcellona è piena), La Torna, si presta subito a dare una mano alla scuola in difficoltà, organizzando il pernottamento di studenti baschi e francesi venuti a partecipare alla difesa delle urne e una serie di attività nella piazzetta davanti alla sede di seggio: pranzi popolari a base di paella, concerti, attività per bambini e soprattutto, una formazione su come comportarsi in caso di cariche della polizia. L’imperativo è organizzare una resistenza pacifica. Alcuni studenti delle superiori si allenano al gioco della “sbarbacipolla”, simulando dei poliziotti che strappano via le persone da una barriera umana di persone che si afferrano le une alle altre.

Sempre più persone arrivano alla scuola, fra le quali anche gli avvocati di alcune organizzazioni che offrono assistenza legale per spiegare quale siano le regole di comportamento da seguire in caso di sgombero e quali i possibili rischi che si corrono. I presidenti di seggio si espongono alla pena detentiva.

Nel frattempo corre la notizia che i Mossos stanno intensificando le visite nelle scuole e che dal resto della Spagna continua l’arrivo della Polizia Nacional e della Guardia Civil. Circolano in rete due video “virali”. Uno è quello di una imponente colonna di furgoni con in testa un gigantesco blindato anfibio con idranti ai quattro lati in viaggio sulla superstrada alle porte di Barcellona e l’altro è quello dei cori fuori dalle caserme della Gaurdia Civil dove gruppi di “simpatici” cittadini democratici salutano le vetture in partenza dalle quali spuntano braccia tese, sventolando la bandiera spagnola con l’aquila e cantando in coro “A por ellos! Oé!”. Una specie di grido di guerra difficilmente traducibile, ma che significa più a meno “vi veniamo a prendere” o “ve la facciamo vedere”.

The revolution will not be televised” cantava Scott-Heron negli anni 70, questa non è sicuramente la rivoluzione, ma forse aveva ragione nel senso che qualsiasi tipo di evento moltitudianario, se non sarà trasmesso in diretta TV, sarà almeno “twitteato” o “whatsappeato” contemporaneamente agli avvenimenti.

Nell’assemblea del pomeriggio viene sconsigliato che i bambini rimangano a dormire durante la seconda notte. Tutti sono d’accordo, e la tensione sale.

Il tardo pomeriggio è un susseguirsi di voci false che annunciano il primo attacco alla prima scuola. Gli organi ufficiali smentiscono e invitano a credere solo ai messaggi ufficiali. Alberto, un vecchio attivista di un sindacato di base della multinazionale Telefonica, dice a tutti col suo vocione iberico di smetterla col cellulare, che c’è da diventare matti.

È l’ora di cena. Le strade del quartiere si riempiono di gente. Musica. Tutti sono in strada. I bar sono pieni. Ci sono alcuni gruppi di pompieri che girano in un uniforme. I Vigili del Fuoco, che il giorno prima hanno diffuso un video in cui srotolano un enorme telone bianco con su scritto “Love Democarcy” dal tetto della loro sede centrale di Barcellona, un’antica fabbrica in stile modernista, si sono offerti di fare da cordone umano in caso di cariche della Guardia Civil. La gente li applaude e grida “no pasarán, no pasarán”. Qualche ragazza gli butta baci.

Ore 22. Inizia la “cacerolada”, la protesta pubblica in cui tutti dai balconi e in strada agitano e sbattono oggetti metallici. Il frastuono metallico è meravigliosamente allegro. Si uniscono anche i“paqui”, i gestori per lo più pachistani e indiani degli alimentari che vendono birra e alcolici la notte. Dura un quarto d’ora abbondante, ma poi, fatto insolito per un sabato sera barcellonese, la gente inizia a rincasare, molti altri coi sacchi a pelo si dirigono verso le scuole. La giornata di domenica inizia alle 6 del mattino, e servono forze. “Se arrivano all’alba che ci trovino pronti e non col mal di testa” dice ancora Alberto, il vecchio anarcosindacalista. La movida si spegne lentamente.

Ma poi improvvisamente di nuovo Twitter, questa volta è un messaggio ufficiale che inviano dal loro account i portuali della CNT (lo storico sindacato libertario) in sciopero poiché si rifiutano di occuparsi della enorme nave da crociera con le gigantesche facce di Duffy Duck, Titti e Willy il Coyote stampate sopra in cui sono alloggiati centinaia di poliziotti ormai da una settimana. Sono così tanti che le caserme non bastano e il governo ha dovuto affittare una nave per alloggiarli, solo che è così squallidamente ridicolo che ne ha scelta una decorata con i personaggi dei Looney Tunes.

Il messaggio dice: “Attenzione! Cominciano a uscire dalla nave in gruppi sempre più grandi. Abbiamo sentito dire che è scattata l’ora chiave per l’inizio dell’operazione!”

Sono le dodici. Sul quartiere di Gracia cala un profondo silenzio insolito. Solo il rumore di un elicottero oscuro che con un fascio di luce azzurra sorvola la città.

  • Domenica ore 6 del mattino. Escola Ramón Lull quartiere dell’Eixample

Il fatidico giorno è arrivato. Alle 6 siamo tutti svegli e in piedi, in attesa che arrivino i Mossos, la polizia nazionale o la Guardia Civil. O no, nessuno lo sa e quindi si va avanti con l’organizzazione del referendum. L’attesa principale diventa allora quella per le urne. Il governo spagnolo nei giorni scorsi ha messo in atto una vera e propria caccia a schede elettorali e contenitori in cui depositarle, perquisendo tipografie e piccole ditte a cui vengono commissionati tali oggetti e trovando in alcuni casi materiale che la Guardia Civil sequestra. Nessuno sa bene chi e quando le porterà, il tutto avviene in un clima di speciale segretezza, specialmente dopo che il governo ha già mostrato la sua mano dura il 20 di settembre arrestando 14 alti funzionari del governo “autonomico” catalano con l’accusa di violazione della privacy in relazione ai dati dell’anagrafe elettorale, di competenza dello stato centrale. Ma finalmente verso le sette le urne arrivano. Qualche notizia trapela, chi le ha portate è stato contatto da persone che non hanno rivelato il proprio nome e che hanno fornito solo un indirizzo e una parola d’ordine per andarle a cercare nottetempo in un garage privato aperto da qualcuno che a sua volta non ha rivelato la propria identità e in cui c’erano solo le urne di quel seggio. Così si pensa che sia avvenuto per gli oltre 2000 seggi sparsi in tutto il territorio.

Tornano i Mossos, una coppia, chiedono di nuovo di identificare qualcuno, la risposta è sempre la stessa. O tutti o nessuno. Se ne vanno.

Ormai è tutto pronto per la votazione, ma alla fine le previsioni più nere si avverano. Una lunghissima colonna di “furgonetas” antisommossa della polizia nazionale irrompe dalla calle Sardenya andandosi a fermare proprio davanti alla porta della scuola. Scendono a decine. Si aprono strada come possono fra la folla che li attende a braccia alzate gridando: “Votarem, votarem!”. Volano i primi spintoni e le prime manganellate. La gente comincia a insultare e l’ambiente si scalda.

Nel frattempo i membri della commissione elettorale e un ristretto numero di genitori che costituiscono una specie di piccolo servizio d’ordine si barricano all’interno della scuola e si forma una barriera di gente disposta su tre file che si è seduta davanti all’entrata decisa a non far passare la polizia. Si afferrano fra loro e cominciano a gridare “fora les forces d’ocupació, fora les forçes d’ocupació!”. Ma i poliziotti si moltiplicano e alla resistenza pacifica oppongono manganellate. Così rompono nasi e teste varie e le dita a una donna che riesce a filmare la sua mano nel momento in cui riceve il colpo. Ci mettono più di due ore a “sbarbare” uno a uno i resistenti dalla barriera umana, ma alla fine sono davanti alla porta che cominciano a prendere ad accettate. Da dentro si sentono grida in castigliano, “fuera hijos de puta!”. Il primo poliziotto che entra riceve il lancio forte di una sedia da ufficio alle gambe che lo fa volare a terra. Tutti gridano “bravo, bravo!” Ma quelli che lo seguono hanno fucili con pallottole di gomma e lacrimogeni, entrano, nessuno spara ma i presenti arretrano. Due uomini si lanciano ad afferrare le urne di plastica e comincia un tira e molla con i poliziotti, non è tanto il contenitore che difendono (le urne in fin dei conti potrebbero essere fatte con delle semplici scatole di cartone) quanto i fogli con l’anagrafe elettorale, senza la quale sarebbe difficile poter continuare la votazione. Alla fine bastano due colpi di manganello ben assestati per impossessarsene. E poi si portano via tutto fogli, computer, urne, schede…

Ma l’uscita si complica. Dalle case sono scesi gli abitanti del quartiere a decine, hanno fatto un cordone umano e provano ad accerchiarli, c’è anche qualche vigile del fuoco che affronta i poliziotti a muso duro e con lo schermo antifiamma calato sul volto. Improvvisamente da un balcone una donna anziana grida “arrivano, arrivano da quella parte!”. Sono altre “furgonetas” che arrivano a tappare la strada dalla parte opposta. Uno schema classico. I manifestanti sono presi fra due fuochi. La tensione è al massimo. Gli agenti di polizia cominciamo a sparare pallottole di gomma, un’arma antisommossa proibita per legge in Catalogna dopo che una donna perse un occhio durante la dispersione di una manifestazione ai tempi del 15-M. In quel caso furono i Mossos, qualcuno sembra essersene dimenticato adesso che invoca gridando l’aiuto dei due agenti di polizia catalana che guardano attoniti la Policia Nacional Española sparare pallottole di gomma “illegali” all’altezza del viso. Il sentimento nei confronti dei Mossos è opposto fra i manifestanti, sebbene molti invochino il loro aiuto, altri indignati per l’immobilismo dei due agenti (che comunque sono due e poco potrebbero fare per fermare le cariche di un centinaio di celerini inferociti) cominciano a inveire contro di loro chiamandoli “botiflers” una antica parola la cui etimologia risale ai tempi della Guerra di Successione Spagnola e con cui ancora oggi i catalani chiamano i politici o le persone che considerano “traditori della patria”, “spagnolisti”.

Alla fine succede. La storia si ripete. Una pallottola colpisce al volto un ragazzo che viene portato via d’urgenza. È un musicista di un gruppo piuttosto famoso, ci dicono alcuni ragazzi. Forse perderà l’occhio pure lui.

È finita. Piano piano la gente si disperde e i furgoni se ne vanno. Molti piangono. La scuola è stata chiusa e almeno in questo seggio non si potrà votare.

Marta, una ragazza della Plataforma Escoles Obertes, ci invita a prendere un caffè in un bar pieno zeppo di persone, tutte incollate davanti alla TV per seguire le ultime notizie.

Decine e decine di scuole in tutta la Catalogna vengono chiuse con la violenza dalla polizia spagnola. Le immagini somigliano tutte a quelle vissute pochi minuti prima.

Le prime scuole che la polizia ha deciso di sgomberare sono quelle in cui devono votare le personalità di rilievo della politica catalana, come la presidentessa del parlamento della Catalogna, Carme Forcadell, una donna proveniente dal mondo dell’associazionismo con una personalità estremamente carismatica o lo stesso presidente Puigdemont, il quale, visto che il suo seggio è stato chiuso, è costretto a votare in un seggio vicino, al quale si reca dopo aver dovuto montare sull’auto della scorta dentro un tunnel per depistare un elicottero che lo segue dall’alto.

Ad ogni modo si capisce, anche grazie alla tempesta di messaggi che cominciano ad arrivare, che l’operazione della polizia spagnola (che pure riuscirà alla fine a chiudere circa 300 seggi su 2300) è stata a macchia di leopardo e che la votazione continua. Alla fine, per chi si è visto chiudere il seggio, è possibile votare in altri che hanno comunque l’anagrafe

Marta ci invita a recarci in una scuola del quartiere del Clot che per paura dell’arrivo della polizia ha deciso di trasferire le urne scortate da centinaia di persone, fra cui anche diversi osservatori internazionali, in un’altra scuola vicina in cui la partecipazione popolare in difesa del referendum è più alta e in caso di arrivo della polizia la resistenza sarebbe più alta.

Arriviamo, la coda per votare è chilometrica, si mette pure a piovere, gente dalle case comincia a portare acqua e cibo alle persone in coda.

La giornata referendaria continua imperterrita. Alla fine si vota. Nonostante tutto. Nonostante i seggi chiusi, nonostante un partito cosiddetto di sinistra che non ha concesso i locali pubblici al referendum invitando “craxianamente” ad andare al mare in questa giornata, bene o male, storica, invece di partecipare. Nonostante la violenza dello stato spagnolo, che ha mostrato il suo vero volto franchista.

Il pomeriggio scorre lento e isterico, fra voci di nuovi arrivi della polizia, cacce ai poliziotti in borghese e lunghe interminabili conversazioni tra le persone che circondano i seggi.

Finalmente le 8. Si chiude. È il momento di proteggere di nuovo le urne per iniziare il conteggio e portare schede e verbali alla sede operativa centrale.

I risultati arrivano in tarda notte, passata l’una. Ha votato il 42% degli aventi diritto, o almeno, ci sono i voti del 42%, visto che la polizia ha chiuso 300 seggi portandosi via tutte le schede elettorali. Di questo 42% il 90% ha detto sì. Cioè ha detto sì il 40 % degli aventi diritto.

Molti useranno questo dato per dire che il 60% dei catalani è rimasto a casa. Per noi non è così, ma è tardi per discutere delle valutazioni e degli scenari che si aprono a partire da questa giornata, che comunque sia è stata un successo e in cui, almeno a noi e almeno per un giorno, è apparso chiaro da che parte stare.

Scrivono Hardt e Negri nel loro Comune: “Il dato che emerge incontestabilmente da quanto abbiamo detto fin qui è che le lotte di liberazione non possono più essere intese come forze della modernizzazione o come spinte degli stadi dello sviluppo. La potenza dell’antimodernità che rimase lettera morta nella storia delle rivoluzioni socialiste e nelle lotte di indipendenza nazionale, oggi ritorna prepotentemente al centro della scena”.

Come già detto al principio, chi scrive non crede assolutamente che la costituzione di una nuova repubblica novecentesca dentro un’Europa di burocrati e banchieri sia la panacea di tutti i problemi (e non crede che lo pensi nemmeno buona parte di chi ha votato oggi), ma sta dalla parte di chi vuole rompere uno stato spagnolo che si è dimostrato ancora una volta novecentescamente fascista. Il livello e le forme di partecipazione di coloro che hanno deciso di esercitare questo “voto trasgressivo”, determinerà nelle prossime settimane se la “questione catalana” come possibile embrione di una più ampia lotta antisistema sia un fuoco fatuo, oppure no. Non c’è tempo in questa sede nemmeno per chiedersi, come hanno fatto alcuni politologi della socialdemocrazia, se un restringimento geografico dei confini della cosiddetta sovranità popolare possa essere o meno un modo di riformare la politica tradizionale aumentando il livello di partecipazione democratica dei cittadini.

Quello che è chiaro è che troppo rapidamente si è liquidata la “questione catalana” etichettandola in mille modi diversi, mentre invece varrebbe la pena di seguirla con più attenzione e più rispetto come un possibile laboratorio della altermodernità.