Catalogna: Prendere partito in una strana situazione

di Santiago López Petit

Pubblicato su  lundimatin#116, il 1° ottobre 2017

Santiago López Petit è catalano, chimico e filosofo libertario.

A noi pare che questo articolo, pubblicato oggi dai nostri amici di Lundi Matin, illustri in maniera giusta la questione catalana e specialmente cosa vuol dire per i rivoluzionari stare in questo processo.

No Pasaran!

Vi sono dei momenti in cui la realtà si semplifica. Non è più il momento di separare la parte della verità da quella della menzogna negli argomenti che pretendono di difendere l’unità della Spagna o proclamare l’indipendenza della Catalogna. Non è più necessario risalire all’anno 1714 [1] né cercare nei più recenti motivi di risentimento. Quando ci si richiama alla “Legge e Ordine”, tutto a un tratto, ogni cosa si chiarisce e ogni posizione appare perfettamente definita sulla tavola da gioco. Poi, in maniera viscerale, quelli tra noi che restavano silenziosi sanno dove situarsi: noi saremo sempre di fronte a quelli che vogliono imporre il ristabilimento dell’autorità. Noi conosciamo bene una frase forgiata in Francia prima della rivoluzione del 1848 che diceva: “La legalità uccide”.

Effettivamente noi siamo, allora, contro lo Stato spagnolo e la sua legalità, nonostante ciò ci porti a prendere posto fra bandiere che ci soffocano, perché ci tolgono l’aria, e degli inni che ci assordano e impediscono di ascoltare quelli che, in gruppo, stanno parlando. Sarebbe magnifico affermare che a questa legalità dello Stato spagnolo si oppone la legittimità di un popolo.

Purtroppo le cose non vanno così e i partiti indipendentisti non ricomincino a infinocchiarci. La legittimità che loro difendono si è costruita dimenticando quanto meno la metà dei catalani, si è fatta sulla base di ricorsi giuridici molto discutibili e, infine, approfittando della gestione della violenza terrorista da parte dei Mossos dopo i recenti attentati. Quando una trasmissione televisiva ha affermato che per qualche ora la Catalogna è stato un autentico Stato, aveva ragione. È Hobbes in tutta la sua purezza. Io abbandono il diritto di governarmi e firmo un patto di sottomissione, in cambio della sicurezza che mi è offerta. In definitiva, e come sempre, il desiderio di tranquillità e il dictat della ragione sono dietro la fondazione dello Stato. Tuttavia, povero quel popolo che fa di un commissario di polizia il suo eroe! … E che impiega la parola “abbattere” per dire uccidere.

Il merito incontestabile dell’indipendentismo è quello di aver svelato il mito dello Stato di diritto. È divertente sentire in questi giorni dei politici catalani difensori dell’ordine che accusano lo Stato spagnolo di essere uno Stato poliziesco e repressivo. O che si lamentano delle ore che hanno dovuto passare in commissariato. Che si credono? No, in questo non c’è nessuno stato d’eccezione. C’è quello che coesiste perfettamente ormai da molto tempo: lo stato di guerra e il fascismo postmoderno. Lo Stato di guerra che, con la scusa del terrorismo, si pone ben al di là di qualsiasi norma giuridica, mentre dà la caccia spietatamente a chi viene segnalato come suo nemico. Terrorista o sedizioso. Il fascismo postmoderno che neutralizza politicamente lo spazio pubblico e espelle i rifiuti sociali. A proposito, fu la CiU [Convergenza e Unione, federazione di partiti autonomisti catalani] a mettere i semi della Legge Mordassa nel 2012 alle Cortes [2].

Sono anni che il proto-stato catalano il quale, come tutti gli Stati, si è costruito utilizzando l’imbroglio e la gestione della paura, cerca di trasformare il popolo catalano in un’autentica unità politica. In questo senso gli appelli ad ogni 11 settembre sono serviti per controllare e addomesticare un desiderio collettivo di libertà che non può essere ridotto a un’unica voce. L’operazione politica è stata questa: il Governo decide chi è il suo popolo e nella misura in cui riesce a convertirlo in una unità politica, cioè in un noi contro loro, acquisisce una legittimità che gli permette di negoziare con lo Stato spagnolo. È chiaro che l’indipendentismo egemonico non desidera nessun reale e profondo cambiamento sociale. Appellano a disobbedire al “Gobierno” per immediatamente obbedire al “Govern” [3]. “Dalla legge alla legge”, assicurano. Di fatto le élite dirigenti si intendono sempre tra loro, perché l’ombra del capitale è molto estesa.

Perciò, in questa guerra nella quale siamo inghiottiti, la cosa più probabile è che ogni opponente realizzi quello che si attende da lui. Il Governo catalano dirà che ha difeso lo Stato di Diritto fino alla fine, ovviamente in maniera misurata. Il Governo catalano dirà che, date le condizioni presenti, si è avanzati il più possibile. È difficile pensare che la logica del proto-stato catalano conduca al di là di una rottura negoziata che potrebbe prendere forma in una riforma costituzionale.

Tuttavia, la situazione è completamente aperta. Quando le strade si riempiono di gente contro cui si erge uno Stato arrogante, incapace di autocritica e che non riconosce nessuna forma di mediazione, tutto può accadere. Ed è realmente così. Nessuno sa cosa succederà perché una situazione inedita si è prodotta: votare è diventato una sfida allo Stato. Per molti tra noi il voto non è mai stato portatore di cambiamenti reali. Malgrado questo, adesso, il semplice atto di voler votare acquisisce un qualcosa di radicale e trasgressivo. È strano quello che sta accadendo. Certo molta gente si commuove e si raccoglie sotto la bandiera indipendentista. Ma anche noi siamo in tanti tra quelli che adesso andranno a immergersi nella tormenta. Malgrado il fatto di non avere nessuna bandiera, noi sappiamo che bisogna essere lì. Anche noi non abbiamo paura, ma ci costa dimenticare. Ci costa dare fiducia a dei dirigenti politici che hanno brutalmente sgomberato una piazza Catalogna occupata e che sono stati i primi ad applicare delle misure neoliberali. L’anno 2011 abbiamo circondato il parlamento precisamente per impedirglielo. E ora dovremmo abbracciarli?  Bisogna riconoscere, comunque, la forza di questo movimento politico, la sua capacità di organizzazione e di mobilitazione. Ma lo Stato spagnolo non concederà mai l’indipendenza della Catalogna. Per arrivarvi, bisogna innanzitutto spezzarlo e per avanzare in questo processo di liberazione l’indipendentismo catalano ha bisogno di molti più sostenitori.

In definitiva opporsi allo Stato spagnolo a partire dalla volontà di essere un altro Stato, non solo non è molto importante, ma è del tutto perdente. Invece, immaginare una Catalogna che instancabilmente rimane una anomalia, può effettivamente minare la legalità neo-franchista e costituirsi come punta avanzata di qualcosa di imprevedibile in Europa. Se vogliamo che il diritto a decidere non resti un vuoto slogan e che il primo ottobre non sia un punto finale ma un inizio, è necessario finirla definitivamente con la divisione noi/loro definita esclusivamente in termini nazionalisti. La Catalogna da sola non potrà mai ritrovarsi. La repubblica catalana può nascere solo fraternizzando con le repubbliche degli altri popoli che vivono in questa penisola.

Votiamo, quindi, per rompere il regime del 1978, erede del franchismo. Votiamo perché votare in questo momento costituisce una sfida allo Stato e questa sfida ci renderà un po’ più liberi. Ma non dimentichiamo mai il grido “nessuno ci rappresenta” e nemmeno il fatto che la lotta di classe si persegue agendo in ciò che è apparentemente omogeneo.

[1]  L’11settembre 1714, l’esercito di Filippo V di Spagna entra a Barcellona dopo mesi di assedio. Questa data è da centocinquanta anni la festa nazionale catalana, la Diada, celebrata clandestinamente sotto il regime franchista.

[2] Legge fatta per reprimere ogni forma di occupazione non istituzionale dello spazio pubblico e  prevede delle pene di prigione spaventose in caso di infrazione. Il suo voto nel 2012 aveva provocato numerose manifestazioni di protesta in tutto lo Stato spagnolo.

[3] Governo, in spagnolo e poi in catalano.