Con Kafka (4)

A che serve la letteratura.

 

Il capitalismo, dove conta solo ciò che si conta, non è solamente la semplificazione, il rigetto della complessità. È anche la perdita di senso, l’assurdità generale di tutto. Che significa la parola lavoro oggi?

 

Kafka in miniera

Quando si legge Una visita nella miniera, un breve racconto di qualche pagina, si fa una strana esperienza. Si seguono tranquillamente dieci ingegneri che discendono nella miniera rispondendo alla richiesta della Direzione che vuole scavare delle nuove gallerie,  descrivendoli uno dopo l’altro.

Uno guarda ovunque, Due prende degli appunti sul suo taccuino mentre cammina, Tre ha la mania di «mordicchiarsi le labbra» per l’impazienza, Quattro con «l’indice sempre levato in aria» parla senza mai fermarsi, Cinque «pallido e debole» preme la mano sulla sua fronte, Sei e Sette camminano curvi, Otto «si inginocchia a volte, nonostante il suo vestito elegante, nel fango, per battere sul fondo» col suo martellino, Nove spinge una carrozzina con degli apparecchi «veramente preziosi, posati su soffice ovatta», Dieci ha l’aria un po’ autoritaria «ma soltanto per amore degli apparecchi». Sono delle figure, dei disegni, delle coreografie. Li si immagina muoversi, come ci si immagina anche l’inserviente che li accompagna e la cui sufficienza fa ridere il narratore.

Ma quando termina il racconto si rimane con un sentimento che si fa fatica a nominare. Non è il furore sarcastico che Marx vi ha rifilato descrivendo ne Il Capitale  la giornata di lavoro di un operaio. Citiamolo: “Quando questo ragazzo aveva sette anni, avevo preso l’abitudine di portarlo attraverso la neve sulle spalle, andando e venendo dalla fabbrica, e lui soleva lavorare sedici ore… Spesso mi inginocchiavo per dargli da mangiare mentre stava alla macchina, perché non doveva né lasciarla, né fermarla”. Oppure: nei reparti di lucidatura “si trovano ragazze dodicenni che lavorano per tutto il mese quattordici ore giornaliere, senza riposo o interruzione regolari, eccetto due o tre interruzioni di mezz’ora, al massimo, per i pasti…” E che dicono i proprietari delle fabbriche?  “Non troviamo che il lavoro notturno e il lavoro diurno facciano differenza quanto alla salute …” (la salute di chi, domanda evidentemente Marx). “Non potremmo farcela (not well do) senza il lavoro notturno di ragazzi sotto i diciotto anni… La nostra obiezione sarebbe: l’aumento dei costi di produzione”.

Non è nemmeno il tono che usa Tchéchov in una altrettanto sorprendete visita in fabbrica. In Una visita medica Tchékhov mette in scena un giovane medico chiamato in compagna per curare la giovanissima erede di una grande fabbrica dove lavorano centinaia di operai. La diagnosi del medico è che questa giovane donna solitaria, intelligente e colta, non ha nulla, assolutamente nulla tranne che un’immensa tristezza davanti allo spreco di vita che rappresenta questa fabbrica: lavoro estenuante, brutalità, sporcizia, tutto questo orrore e per che cosa? Perché la governante francese che vive con l’ereditiera e sua madre possano mangiare dello storione e bere dei vini carissimi. La giovane donna accetta quello che il medico gli dice con gioia e la novella finisce con una nota di speranza: tutto questo finirà, presto finirà.

Kafka invece sceglie di non parlare dei minatori, nomina solamente «la miniera» e descrive in dettaglio le caratteristiche, i comportamenti, le attitudini o le pose dei dieci ingegneri. Incombono allora una serie di domande che non sono formulate ma che afferrano il lettore e scavano in lui un’inquietudine tanto più forte quanto il tono del racconto è leggero, c’è persino una certa allegria nel seguire questi ingegneri, nel rappresentarseli con tutte le loro differenze così finemente descritte, il loro sapere e la loro arte, le loro facezie. Finché ci si rende conto che niente è stato detto sulla natura della miniera né della giornata dei minatori, nemmeno del perché di questa miniera. Questo fuori campo che pratica Kafka fa retrospettivamente di questi dieci ingegneri delle marionette vuote e vane, degli uomini vuoti con la testa piena di paglia, degli «hollow men» dirà Eliot qualche anno più tardi.