Mare nero

Lotta alla solidarietà.

Di seguito pubblichiamo l’intervista di Quieora al giornalista del Fatto Quotidiano Antonio Massari, autore di un’inchiesta che ha fatto emergere qualche dato in più rispetto alle attività di salvataggio delle Ong nel Mediterraneo e all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che ne è derivato.

Con la fine dell’operazione “Mare Nostrum”, che prevedeva l’utilizzo dei mezzi di marina e aeronautica militare per il soccorso e salvataggio in mare dei migranti (da ottobre 2013 a ottobre 2014), e l’introduzione dell’operazione “Triton” (dal 1° novembre 2014), finalizzata invece al controllo delle frontiere e al contrasto dei flussi nel Mediterraneo, inizia l’intervento volontario di soccorso in mare da parte di diverse Ong italiane e straniere. È in questo contesto che la Procura di Trapani ha aperto un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ipotizzando che la nave Juventa, dell’Ong tedesca Jugend Rettet, abbia agevolato gli scafisti nel trasbordo dei migranti. Potresti ricostruire come nasce l’inchiesta della procura di Trapani e di cosa sono accusate le Ong?

L’indagine nasce con la denuncia, alla questura di Trapani, di alcuni dipendenti della società di sicurezza Imi security service, presente a bordo della Vos Hestia, la nave usata dalla Ong Save The Children. I dipendenti – tre dei quali sono ex poliziotti – segnalano di aver riscontrato anomalie durante la fase dei soccorsi. La procura inizia a indagare e peraltro, con l’obiettivo di verificare l’attendibilità dei dipendenti della società di sicurezza, li intercetta. E la procura li ritiene attendibili. Di lì a poco un investigatore del Servizio Centrale Operativo (Sco), s’infiltra a bordo della nave raccogliendo prove, secondo la tesi dell’accusa, di episodi qualificabili come favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Alla Ong tedesca, in particolare, si contesta di aver riconsegnato agli scafisti, nei fatti riportandogliela, un’imbarcazione che trasportava i profughi appena trasbordati. In sintesi, sostiene la procura di Trapani, ogni comportamento che abbia aiutato esclusivamente gli scafisti, senza portare utilità ai migranti, è da qualificare come un favoreggiamento. Questo è lo schema dell’accusa.

Anche a Catania è in corso un’indagine condotta dal procuratore Carmelo Zuccaro sulle Ong. Potresti dirci quali sono i capi d’accusa e in cosa si differenzia da quella di Trapani?

Per il momento l’unico dato certo è che c’è un’inchiesta in corso e che l’ipotesi d’accusa è l’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La differenza sotto il profilo penale, però, rispetto all’inchiesta trapanese, non è da poco: l’associazione per delinquere è un reato ben più grave ed è punito con pene molto più severe.

Dunque, l’inchiesta della Procura di Trapani è nata dalla denuncia di ex-poliziotti imbarcati come addetti alla sicurezza per la società Imi Service sulla nave di Save the Children. Gli ex-poliziotti a metà ottobre 2016 denunciano alla squadra mobile di Trapani le irregolarità commesse da alcune Ong nelle operazioni di salvataggio. Tuttavia, negli articoli da te scritti risulta che la procura di Trapani non è l’unica ad essere informata sui fatti. Potresti spiegarci chi, oltre le autorità di Trapani, è a conoscenza delle questioni denunciate dai poliziotti?

Il Fatto Quotidiano non si è limitato a riportare gli atti d’indagine, ma è andato oltre pubblicando una propria inchiesta in più puntate. Che i denuncianti, tre dei quali ex poliziotti, avessero contattato i nostri servizi segreti, è già scritto negli atti. Sono loro stessi a dichiararlo in procura, specificando di aver spedito una mail a un indirizzo istituzionale. Questo è un primo punto. A mio avviso però, e nessuno dei tre ex poliziotti da me intervistati sul punto lo ha negato, il contatto con i servizi segreti non si è limitato a quella mail ma si è protratto nel tempo. E non vi sarebbe nulla di strano. Oltre il rapporto con i nostri servizi segreti, dalla nostra inchiesta emerge anche un rapporto con ambienti politici, per la precisione con la Lega Nord e con Matteo Salvini, che incontra personalmente uno dei tre denuncianti, Floriana Ballestra, con la quale resta in contatto per mesi. Inviano anche una mail ad Alessandro di Battista del M5S che però, al contrario di Salvini, non risponde e non entra in contatto con loro. È interessante la tempistica: gli ex poliziotti prima contattano i politici e i servizi e dopo circa un mese denunciano in procura. Bisogna anche precisare, però, che in quel frangente di tempo erano imbarcati e non era agevole denunciare di persona in procura.

Al di là della questione giudiziaria, allora quel che resta da indagare è ciò che avviene parallelamente all’inchiesta. A tuo giudizio quali sono i punti da chiarire?

Può essere interessante capire se, per esempio, i tre ex poliziotti che, ripeto, non confermano di aver collaborato con i nostri servizi, ma neanche lo negano, siano stati infiltrati sulla nave prima della loro denuncia in procura oppure se, diversamente, iniziano la loro collaborazione con l’intelligence soltanto dopo aver visto le anomalie poi denunciate. Nel primo caso, infatti, saremmo dinanzi a una strategia precisa già in partenza: prendere informazioni sulle modalità dei salvataggi e trasferirle contestualmente agli ambienti politici e giudiziari. Nel secondo caso, invece, saremmo di fronte a una sorta di spontaneismo: tutto si genera mossa dopo mossa, gli ex poliziotti si imbarcano, poi scoprono qualcosa, poi contattano i servizi, poi i politici, poi la procura, quindi parte l’inchiesta e così via.

Dunque sembra che l’ambiguità di questa vicenda sia tutta nella gestione politica delle informazioni. È così?

Non la definirei un’ambiguità. È un punto ancora oscuro, il che è diverso. Non intendo dire che vi sia qualcosa di torbido, ma che alla luce delle inchieste pubblicate dal Fatto meriterebbe di essere chiarito per permette a ciascuno di farsi un’opinione corretta sull’intera vicenda. L’inchiesta giudiziaria è doverosa, l’azione penale è obbligatoria e, se qualcuno denuncia, la procura deve indagare. E l’inchiesta trapanese, l’unica che finora ha avuto sviluppi, sembra solida: i volontari tedeschi, a giudicare dalle fotografie, pare abbiano davvero riconsegnato l’imbarcazione agli scafisti. E se davvero è favoreggiamento, lo stabiliranno i giudici. Ma qual è stato l’effetto politico – che non riguarda minimamente il comportamento dei giudici – di questa inchiesta? A me pare chiaro: il sequestro della nave Iuventa ha consolidato l’idea politica che nel Mediterraneo qualcosa doveva cambiare. È stato il via libera, sotto il profilo del consenso nell’opinione pubblica, per varare il Codice che riguarda i rapporti tra lo Stato e le Ong e anche per avviare la soluzione “libica” operata dal ministro dell’interno Minniti. Il Fatto, con le sue inchieste, ha dimostrato un intento “politico” dei denuncianti – non tutti, solo Floriana Ballestra e Pietro Gallo – che hanno contattato il M5S (inutilmente) e la Lega. Sono gli stessi Ballestra e Gallo a dichiarare al Fatto che il loro intento, inviando le loro informazioni al M5S e alla Lega, era quello di poter mettere la questione Ong e degli “anomali” salvataggi nel Mediterraneo nell’agenda politica del paese. Che a Salvini abbiano consegnato alcuni documenti il Fatto lo ha accertato. La questione è: c’era una strategia dei nostri servizi, già a monte, per creare anche un clima politico, oltre che generare un’inchiesta giudiziaria, affinché l’Italia potesse cambiare, senza troppi disturbi nell’opinione pubblica, la gestione dell’immigrazione nel Mediterraneo? Non è un’area ambigua, è ancora oscura, anche se Il Fatto una luce l’ha accesa.

Salvini ha ammesso tranquillamente di aver visionato anticipatamente le carte alla base dell’inchiesta di Trapani. Sembra anche che i giovani identitari europei della mission Defend Europe fossero in stretto contatto con i medesimi agenti “infiltrati”. Dalla tua inchiesta è emerso un collegamento tra questi ultimi e Defend Europe?

I contatti tra il titolare della Imi service e un membro della Defend Europe è stato trovato da un bravo collega, Andrea Palladino, che l’ha pubblicato su Famiglia Cristiana: appartenevano a un gruppo chiuso su Facebook. A me non sono risultati altri tipi di collegamenti.

È un fatto che con l’introduzione del codice di condotta per le Ong queste hanno quasi ritirato le proprie navi dal Mediterraneo, ritenendo ormai vanificato il proprio fine umanitario, e che il Vertice di Parigi del 28 agosto 2017 tra Francia, Italia, Germania, Spagna e alcuni Stati africani ha affidato ufficialmente un ruolo di controllo e contrasto ai flussi migratori non solo alla Libia, ma anche a Ciad, Mali e Niger, tutti paesi in cui presumibilmente i fondi messi a disposizione dagli stati europei finanzieranno nuovi centri di detenzione per migranti. È plausibile a posteriori concludere che tutta questa vicenda sia stata propedeutica ad aprire una nuova fase politica nella gestione della questione migratoria in Europa e in Italia?

È plausibile, certo. Ma non unirei l’Italia all’Europa come se vi fossero intenti comuni. A mio avviso, nei termini che ho spiegato prima, è plausibile per l’Italia e proprio perché, rispetto alla gestione dell’immigrazione, il governo italiano sente una sorta di isolamento.

Per alcuni il rischio è che, se i processi dovessero concludersi con delle condanne nei confronti di qualche Ong o di qualche suo componente, possa configurarsi a breve l’introduzione di una sorta di “reato di solidarietà”, volto a contrastare e punire qualsiasi voce o azione che possa risultare in contrasto con le finalità della politica nazionale ed europea. Che idea ti sei fatto al riguardo?

Il reato di solidarietà, come il reato umanitario, sono costruzioni filosofiche a mio avviso non traducibili in termini strettamente giuridici. In realtà i reati già esistono e non serve configurarne altri. Se qualcuno aiuta un immigrato senza documenti a passare la frontiera, e lo fa in cambio di soldi, è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Se qualcun altro lo fa gratis? Il reato non cambia, è uguale. Non è un reato di solidarietà. È favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sebbene sia realizzato con uno spirito umanitario o solidale. La questione, in mare, però, cambia: chi è in pericolo di vita, deve essere salvato da chi può farlo. Se poi lo porta sulla costa italiana, poiché aveva il dovere di salvarlo, è scriminato dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non è reato. Non è punibile. Arrivo al punto. Facciamo un’ipotesi: se, per spirito umanitario o solidale, che dir si voglia, piuttosto che rischiare di far naufragare il barcone, carico sulla mia nave i migranti prima che siano in pericolo di vita, dal punto di vista giudiziario, in che situazione sono? Qualcuno potrebbe dire: devi aspettare che siano in pericolo, se vuoi salvarli, altrimenti che salvataggio è? Altri potrebbero dire il contrario: se sono nelle condizioni di evitargli il pericolo, ho maggiori possibilità di salvarli, quindi il comportamento è corretto. E così via, districandosi di volta in volta in ogni singolo episodio, per verificare se il reato esiste oppure no. Il motivo di tutto questo, a mio avviso, è che la stagione delle ambiguità, anche per le Ong, su questo argomento volge a termine. Mi spiego meglio: io credo che, sei hai contatti con gli scafisti e sai già a che ora arriverà il barcone, e ti fai trovare sul posto, per evitare che anneghino, o per liberarli dalla tratta nei lager libici, stai commettendo un reato: è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma siccome non lo fai per denaro, bensì per vocazione umanitaria, solidale, stai commettendo un gesto di disobbedienza. È un reato di natura politica. E lo devi rivendicare. Rischi la galera, non perché tu sia un criminale, ma perché credi che quello che fai è giusto. A questo punto sì, il reato umanitario può esistere, ma perché è il reo a rivendicare la natura umanitaria del suo gesto, non il codice o lo Stato ad attribuirgliela. E se così fosse, tutto il dibattito a mio avviso prenderebbe la sua piega naturale, portando nel contesto della disobbedienza l’intero argomento, invece che confondere, nell’opinione pubblica, il trafficante con il volontario. E sottraendo così terreno alla propaganda fascista che accompagna, di questi tempi, ogni notizia che leghi la cronaca all’immigrazione.