Meme senza fine

di Adrian Wohlleben

[Pubblichiamo la traduzione di questo denso articolo apparso su Ill Will del 17 maggio 2021. Su diverse questioni abbiamo delle perplessità su come vengono affrontate, per fare un solo esempio tra tutti lo sguardo abbastanza comune che denuncia la corruzione del movimento dovuta a elementi a lui esteriori e quindi l’eterna dinamica del “recupero”. Comunque sia è un articolo importante per capire livello e problematiche del dibattito statunitense post-rivolta di George Floyd]

Ciò che conta non è l’enunciato del vento, è il vento.

Georges Bataille

La rivolta contro il potere della polizia dopo l’assassinio di George Floyd è l’orizzonte insuperabile di questo momento. I limiti con cui si è scontrata segnano oggi il confine delle nostre possibilità politiche e vitali. Le riflessioni qui proposte tentano di tracciare solo alcune di queste soglie. Sono nate come appunti presi al volo, conversazioni tra amici tra il fuoco e il fumo di una lunga e calda estate. La riflessione può essere riassunta in quattro proposizioni:

1. L’insurrezione oggi dipende più dalla circolazione di pratiche o gesti trainanti che non dal consolidamento di identità catalizzanti.

2. La ribellione della scorsa estate non è iniziata come rivendicazione abolizionista incentrata su cambiamenti politici, ma come contagio virale di un desiderio demolizionista e diretto su stazioni di polizia, veicoli e tribunali. Tuttavia, quando ha bruciato il Terzo Distretto, il movimento ha proposto una pratica che non è stato in grado di ripetere.

3. La controinsurrezione non avviene solo attraverso manovre esterne «contro» il movimento, ma anche incanalando forme indomite e decivilizzanti di tradimento razziale, ribellione e comunicazione, entro quadri riconoscibili di ciò che un «movimento sociale» dovrebbe essere, per meglio gestirle e pacificarle.

4. La capacità offensiva del movimento reale della scorsa estate era divisa in due modalità, riot politici e riot dei negozi; e l’estraneità dell’una rispetto all’altra ha limitato la potenza dell’insurrezione. Rompere questo blocco richiederebbe di dissociare l’impulso di riconfigurazione dello spazio urbano dalla sua iscrizione unilaterale nei riot politici, e l’intelligenza logistica dalla sua limitazione al riot dei negozi. Tuttavia, questo compito implica un salto qualitativo e non semplicemente quantitativo, per il quale non esiste un percorso strategico lineare.

Soggetti guida / Gesti guida

Alcuni anni fa, dopo aver assistito in prima persona all’esplosiva insurrezione dei Gilet Gialli in Francia, io e Paul Torino ci siamo chiesti se un’insurrezione capace di sospendere l’ordine dominante si potesse assemblare con più probabilità attraverso una logica memetica piuttosto che attraverso una logica convenzionale di movimento sociale. In un articolo scritto all’epoca, abbiamo esposto un’opposizione tra i movimenti sociali classici e ciò che abbiamo chiamato meme-con-la-forza, intendendo con ciò conflitti della vita reale organizzati memeticamente attraverso gesti contagiosi.

«Il paradigma del movimento sociale si riferisce a un processo in cui alcuni gruppi si organizzano attorno alle loro distinte esperienze delle istituzioni sociali (o attorno alle loro distinte esperienze di oppressione, come nel caso della New Left), e in seguito provano a far avanzare gli interessi delle loro constituency connettendosi con altri segmenti istituzionali. Dai “Comitati d’Azione Operai-Studenti” del Maggio ’68 alla fallita alleanza tra ferrovieri francesi e occupazioni universitarie esattamente 50 anni dopo, questo modello trotskysta di organizzazione continua ad esercitare una durevole influenza su come immaginare l’escalation dei conflitti».1

Poiché si basano su un «dialogo» con il potere, i movimenti sociali sono costretti ad accettare un dato terreno di verità e muoversi al suo interno, rendendo facili per le élite dominanti le strategie di de-escalation, il deragliamento e la riduzione all’inoffensività dei movimenti stessi (ne parleremo più avanti). Al contrario, i Gilet Gialli ci hanno mostrato che i conflitti originati come attività memetiche sono molto più difficili da contenere, poiché hanno il potere di aprire un vortice che invita cerchie sempre più ampie di persone a saltarci dentro e innovare. E se gli esperimenti memetici di massa potessero – con molto tatto e un po’ di fortuna – degenerare in autentiche crisi per l’ordine della classe dominante, aprendo la finestra a esperimenti di massa di condivisione e auto-organizzazione non economica? I meme possono essere il modo in cui cominciano le insurrezioni nel 21° secolo?

Quando parliamo di meme-con-la-forza, non ci riferiamo ai meme sui social network, utilizzati come propaganda per promuovere ideologie sociali radicali, ma ai movimenti che si diffondono come meme. In poche parole, sosteniamo che l’apparente forza dei movimenti sociali costituisce in realtà un limite dal punto di vista di un’insurrezione. I movimenti sociali rimandano a soggetti istituzionali, nel senso che si presume abbiano origine in esperienze condivise di sofferenza che voi o io subiamo per mano di un’istituzione. Esperienze che possono svilupparsi all’interno di un’istituzione, come l’università nel caso degli studenti, la fabbrica per gli operai, o fuori di essa, come quando alle persone senza documenti vengono negati permesso di soggiorno e spostamento, o quando i giovani sperimentano il razzismo della polizia, ecc. I movimenti sociali sono concepiti come dialoghi tra inferiori e superiori, o tra beneficiari e fornitori di servizi, quindi hanno senso se il tentativo è quello di correggere o migliorare un’istituzione. Ma cosa succede se si vuole rovesciare la società capitalista? Nella mitologia della sinistra, il potenziale rivoluzionario dei movimenti sociali dipende da una cosiddetta «convergenza delle lotte», un momento molto celebrato ma raramente realizzato in cui varie lotte separate si uniscono improvvisamente in una forza comune di lotta attraverso la «solidarietà». Sebbene la sinistra americana abbia rinunciato da decenni all’articolazione di strategie pratiche per produrre rotture rivoluzionarie, la logica della convergenza sociale è ancora implicitamente alla base della sinistra «intersezionale» di oggi. Purtroppo tali convergenze non funzionano mai: la miriade di separazioni sociali, gli «interessi» strettamente circoscritti e le gerarchie rinnegate ma sempre riprodotte nei movimenti sociali, assicurano il treno ai suoi binari, fanno in modo che nessuno speri in qualcosa in più di una vittoria difensiva. Mentre il ciclo boom-depressione incanala le energie radicali fresche anno dopo anno, la logica classica dei movimenti sociali e della convergenza riproduce un cinismo demoralizzante per quanto riguarda le prospettive rivoluzionarie nel nostro tempo.

Il fascino del meme sta nella possibilità di aggirare l’intero problema. Il carattere intrinsecamente virale del meme può facilitare l’assorbimento e il coordinamento della rabbia e della collera di chiunque senza essere canalizzato dalle istituzioni.

Sia chiaro fin dall’inizio: non si tratta di negare o evitare le contraddizioni sociali. Chiunque può vedere che la dominazione di classe e la degradazione razziale costituiscono la logica strutturante della sofferenza in questa terra. Ma come si compone una rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione?

La razionalità politica mainstream ci ha insegnato a credere che il destino delle rivolte dipende dall’identità degli attori coinvolti (studenti, neri, donne, operai, migranti, ecc.), poiché è questa che determina la radicalità delle «richieste» che il movimento può immaginare di fare, così come le concessioni sufficienti a pacificarlo. Di conseguenza (secondo questo pensiero), l’unica speranza di superare il sistema stesso è quella di una lotta condotta da persone le cui richieste fossero troppo radicali per essere accolte dal sistema. Il problema della composizione appare quindi, da questa prospettiva, come riducibile al contenuto sociale delle lotte. Chi le ha guidate? Chi ha preso il controllo del movimento? Da chi venivano le rivendicazioni principali? Gli attivisti della classe media hanno cooptato il movimento? La composizione sociale di riferimento del movimento è risultata poco coinvolta? E, se è così, come lo si spiega? Molte analisi della scorsa estate si concentrano sull’identità di classe e di razza dei partecipanti, mentre relativamente meno attenzione è stata data alla grammatica dell’azione che l’ha guidata.

Ma cosa succederebbe se spostassimo per un momento la nostra attenzione dall’identità e dalle «intenzioni» degli attori alle pratiche del movimento? E se la precondizione per una rivoluzione oggi non risiedesse nel consolidamento politico e nel comando sociale di una «identità-guida» (la classe operaia, il subalterno, il lumpen, il nativo, il nero, ecc.), ma piuttosto nel contagio e nella ramificazione di gesti-guida?2

I gesti non «guidano» nello stesso modo in cui una volta si pensava che i gruppi sociali potessero farlo, vale a dire affermando rivendicazioni storiche o morali che garantissero loro la legittimità di dirigere le lotte. Un gesto è capace di guidare (i) se è copiato e imitato, accumulando istanze di ripetizione; (ii) riorganizzando forzatamente il campo di intelligibilità in cui è inserito, modificando il problema, in modo tale che le pratiche vicine vadano ripensate e riorganizzate in risposta a esso, anche se solo temporaneamente; (iii) facilitando altri interventi intorno ad esso, «partire, fuggire, ma facendo fuggire…».3 La caratteristica di un gesto-guida è che diventa un recipiente in cui un’ampia fascia di antagonisti singolari si sente invitata a riversare la propria indignazione, aggressività e gioia selvaggia. Coerenza, risonanza e contagio misurano il successo di un atto decisivo.

Camionisti incazzati per le norme di sorveglianza si organizzano autonomamente attraverso gruppi su Facebook e cominciano a fare rallentamenti di massa sulle autostrade, bloccando le autostrade e i centri cittadini. Il gesto si diffonde rapidamente non solo ad altri camionisti, ma anche alla gente del posto che arriva con il proprio veicolo per i propri motivi, guidando accanto ai camionisti, fino a superare del tutto i camionisti, portando a sciami di veicoli che si spostano in carovane per i centri città…

Spunta un filmato della polizia che dopo aver tentato di disperdere una battaglia viene inzuppata da folle di adolescenti urlanti con pistole ad acqua. In pochi giorni, i poliziotti sono perseguitati e bagnati da folle di giovani in due stati…

In risposta agli aumenti delle tariffe sui trasporti pubblici, degli adolescenti organizzano un gioco sovversivo che chiamano «Evasione di Massa», e lo promuovono sui social media. Il gioco adatta una forma quotidiana di sovversione individuale – non pagare il biglietto del treno – trasformandola in un gesto collettivo riproducibile in gruppi. La repressione statale del gioco non fa che diffonderlo sempre di più, catalizzando una sequenza insurrezionale ancora oggi attiva…

Così come non ha senso parlare di «rivoluzionari» al di fuori delle rivoluzioni a cui partecipano, i gesti non sono mai liberatori di per sé, ma solo in funzione della situazione in cui intervengono. Ciò che conta è lo spazio di gioco che ognuno di essi apre, il loro potere di creare risposte autonome da parte degli astanti («sì, e…»), e gli esperimenti che riempiono lo spazio man mano che più persone vi si gettano. La caratteristica di un meme-con-la-forza è che, prima che qualcuno si renda conto di ciò che è successo, migliaia di persone si sentono improvvisamente autorizzate a prendere l’iniziativa e iniziare ad attaccare la fonte della loro sofferenza, partendo da dove si trovano.

Sia il movimento Occupy del 2011 che il movimento per la legge sul lavoro del 2016 in Francia (con il suo cortège de tête) consistevano in un mix di gesti memetici con una grammatica di movimento sociale e di sinistra.4 La prima rivolta di massa a esplodere interamente attraverso una piattaforma memetica è stata la lotta dei Gilet Gialli in Francia. Qui è stato il gesto di «mettersi il gilet» ha porre ognuno su un piano comune con tutti coloro che avevano fatto lo stesso. Se i meme possono circolare al di là e attraverso i confini istituzionali e persino nazionali, questo non è perché sono in qualche modo «universali». Al contrario, i meme sono sempre colti per ragioni locali, anche se queste risuonano con forme più ampie di violenza sociale (austerità, atomizzazione, oppressione, ecc.). A differenza delle organizzazioni politiche, che generano coerenza traducendo esperienze singolari di violenza in ideologie condivise, si può indossare un gilet giallo e presentarsi a una rotonda e rimanere una singolarità. Laddove si «appartiene» a un’organizzazione politica aderendovi, ai gesti ci si unisce solo ripetendoli, introducendovi variazioni. Tuttavia, la differenza non riguarda solo a chi e a cosa si «appartiene», ma anche come si combatte. Mentre la tendenza dei movimenti sociali è quella di articolare i conflitti in termini di richieste a questa o quella istituzione – tasse scolastiche, indennità di lavoro, documenti, ecc. – un meme-con-la-forza non si presenta con una serie di richieste già pronte, né bisogna appartenere a un certo gruppo sociale per poterlo utilizzare. Poiché ci sono pochi prerequisiti o condizioni preliminari, i meme permettono agli individui di muoversi l’uno accanto all’altro pur conservando le loro rispettive ragioni di lotta, invitando ciascuno di noi a confidare nella propria singolare valutazione della situazione. Il grande vantaggio dei movimenti memetici è quello di far leva sulle forme di vita pre-politiche5 a cui ognuno di noi già partecipa: pensiamo agli hooligan e agli ultras che hanno combattuto nella rivolta di Gezi Park in Turchia, alle reti di mutuo soccorso e agli hub autonomi che hanno alimentato le formazioni di frontliner, o ai club di motociclisti e ai guidatori di baracconi i cui motori rombanti sono diventati una caratteristica sensoriale permanente della rivolta di George Floyd. Quando si innescano dei conflitti, queste forme di vita ante-politiche diventano improvvisamente potenziate in modi nuovi, si piegano, si incrociano e si intrecciano come tante schegge di luce attraverso il caleidoscopio dell’evento, aggiungendo carburante al fuoco. Quando una forza di lotta è assemblata in questo modo, può crescere e moltiplicarsi lungo percorsi che rispondono al terreno realmente esistente della situazione, piuttosto che affidarsi a rituali obsoleti tramandati dalla sinistra istituzionale. E poiché non esiste un soggetto specifico i cui “interessi” possano essere placati o comprati per sedare l’escalation, nessuna scadenza delle ostilità è programmata in anticipo nel movimento.6 Anche se incontrano sempre dei limiti reali a livello formale gli antagonismi memetici sono illimitati, poiché non hanno orizzonti riconciliatori.

Questo stretto legame tra i meme e le forme pre-politiche assicura che la politica rimanga connessa alla nostra intima vita quotidiana, fornendole delle armi. Allo stesso tempo, è nella natura di ogni meme l’essere strappato dal suo contesto e dal suo creatore, poiché chiunque può prenderlo e piegarlo in altre direzioni.7 La memetica si colloca in questa tensione tra intimità e anonimato, tra banalità e contagio: il suo luogo è il punto di commutazione dove la vita diventa combattimento, dove pratiche e culture non politiche come cantare «Baby Shark» a un bambino ansioso, saltare i tornelli della metropolitana o portare un ombrello con sé a Hong Kong, diventano improvvisamente magnetiche e si trovano incorporate come ingranaggi in macchine da guerra. Il vero segreto, quello che l’ideologia occidentale ha sempre lavorato per nascondere, è che non c’è separazione tra «politica» da un lato e «vita» dall’altro. C’è solo un’unica superficie piana – l’esperienza, la vita quotidiana – articolata in varie grammatiche della sofferenza e popolata da innumerevoli forme pre-politiche che qua e là raggiungono una soglia di intensità che le polarizza, spesso (ma non sempre) sotto l’influenza di eventi più grandi.8 Ciò che conta è identificare nelle varie situazioni, in che modo pratiche non riconosciute, inappropriabili, anonime, originate nella vita quotidiana, vengano magnetizzate dai conflitti e quale portata potenziale ciascuna possa ancora contenere.

Se è difficile immaginare che un’insurrezione negli Stati Uniti oggi possa prendere la forma di un consolidamento disciplinato di gruppi sociali marginali – ad esempio in una cristallizzazione di folle in «classi» attraverso la solidarietà, o entro nuovi quadri militanti razzialmente separatisti9 – è invece più facile immaginare un contagio virale di azioni che rispondono intelligentemente al loro momento, che si intensificano in esperimenti di massa di condivisione comunista su varie scale. Che questi esperimenti possano poi tendere all’orizzonte di un’insurrezione o meno, dipenderà dalla potenza materiale ed etica di questi esperimenti; dalla sua capacità, cioè, rendere il ritorno alla vita normale e all’economia borghese indesiderabile a milioni di persone.

Non c’è niente di male nel prestare attenzione e persino nel partecipare ai movimenti sociali organizzati intorno a richieste istituzionali o identitarie, ma non dovremmo vederli come terreni di vittoria in sé e per sé, ma come laboratori per nuovi meme-con-la-forza. Da questo punto di vista, l’obiettivo degli insorti all’interno dei movimenti sociali è quello di propagare meme attraverso di essi, come virus anonimi su una piattaforma ostile. Il black bloc era uno di questi virus. La carovana di automobili un altro. L’occupazione delle piazze – una tattica ormai prossima all’esaurimento, almeno in Nord America – un altro ancora. Quali forme di azione costituiscono l’avanguardia di ciò che è pensabile oggi? Quali gesti minori sono già emersi, ma hanno perso l’occasione di diffondersi?

Aprire il vortice, estendere il meme, fino al punto di ingovernabilità.10 Ripetere, espandere, innovare. Fate quello che potete per assicurare che il movimento rimanga invitante e aperto a nuovi e più ampi gruppi di persone. Cercate di impedire a qualsiasi gruppo di egemonizzarlo ideologicamente – non solo di estrema destra, ma anche di estrema sinistra11. Solo in questo modo potremo radicare gli esperimenti massificati di vita fuori dalle norme del denaro, della misura e dell’oppressione razziale.

Il partito non è nei suoi fini ma nei suoi gesti. È solo ciò che fa. E – come la sostanza per Spinoza – va sempre fin dove può.

Demolizione / Abolizione

La prima fase della ribellione seguita all’assassinio di George Floyd è stata qualitativamente diversa dalla mobilitazione improntata al policy making che successivamente ha cercato di soppiantarla. La spontanea intuizione pratica della folla praticava una risposta del tutto logica alle forze che avevano assassinato Floyd: espellere la polizia, sabotare le loro basi, affondare le loro navi da guerra. Distruggere i luoghi dove si organizza la loro violenza – distretti, sottostazioni, tribunali – così come le auto e i furgoni che le fanno circolare. In contrasto con le campagne abolizioniste per «definanziare» i dipartimenti di polizia o (nelle sue versioni più deboli) per integrarli a «commissioni di revisione civile» – quindi entro paradigmi discorsivi, dialogici e rivendicativi che lasciano l’iniziativa nelle mani dello stato – il demolizionismo mira ad appiattire materialmente gli organi del potere statale, a rendere logisticamente e socialmente impossibile per la polizia e i tribunali affermare la loro pretesa di governare; in breve, a rendere la situazione ingovernabile e a rendere questo fatto palese per tutti. È stata la pratica demolizionista e non la politica abolizionista a bruciare il Terzo Distretto. E che dire del saccheggio di centinaia di negozi che ha accompagnato questa impresa storica? È importante ricordare che il saccheggio non è semplicemente un attacco alla forma merceologica, o una forma rinnegata di consumismo. È anche il modo più diretto possibile per una folla di concretizzare, esibire e sentire il potere che ha strappato allo stato e alla sua polizia, di rendere questo potere reale, di realizzarlo. Nessuna attività come il saccheggio conferma in modo così diretto l’assenza di controllo della polizia su un territorio, la sospensione e l’inoperatività della legge.12

Che l’incendio del distretto di polizia fosse un meme era evidente a chiunque abbia prestato attenzione durante i primi giorni della rivolta. Non appena il Terzo Distretto è stato bruciato, le folle di Minneapolis hanno tentato spontaneamente di bruciarne un altro. Sforzi simili hanno avuto luogo in altre città tra cui Brooklyn, Reno, Portland. Il 29 maggio 2020 a Minneapolis, una feroce battaglia ha avuto luogo nel Quinto Distretto. Come è successo con il Terzo, la polizia è salita sul tetto usando flash-bang e proiettili di gomma per tenere a bada la folla. Che la folla intendesse ripetere i successi dei giorni precedenti lo ha dimostrato non solo la catena di negozi ed edifici governativi dati alle fiamme dall’altra parte della strada e lungo tutto l’isolato, ma più direttamente le Molotov lanciate contro i muri esterni del distretto stesso. Anche se è difficile saperlo con certezza, è molto probabile che il Quinto Distretto sia stato effettivamente evacuato durante il conflitto, perché la polizia ha formato una linea in strada e ha spinto la folla in un vicino centro commerciale sotto una raffica di munizioni chimiche e granate flash-bang. Anche se la folla ha esercitato una valorosa spinta finale verso il distretto, non è stata in grado di disperdere la linea della polizia prima che la Guardia Nazionale intervenisse. La battaglia per un secondo distretto è stata combattuta e persa. L’agenda logica del movimento non poteva proseguire.

La successiva grande opportunità di continuare il meme è stata a Seattle. Anche se c’erano elementi nella folla che spingevano per bruciare il distretto dopo che la polizia si era ritirata, una combinazione di fantasie paranoiche e di arbitrarie scelte forzate (distruzione oppure occupazione, ecc.) alla fine è riuscita a dissuaderli. Di conseguenza, ciò che si è verificato è stato invece un ritorno alla familiare tattica di sinistra delle occupazioni all’aperto popolarizzate durante Occupy e le più recenti proteste anti-ICE.13 Dal momento in cui Seattle non è riuscita a riprodurre il meme dell’incendio dei distretti, questa prima fase della ribellione è finita. Altre città ci avrebbero provato: tribunali sono stati incendiati a Oakland, Portland, Nashville e Seattle; gli edifici in costruzione di un nuovo centro di detenzione giovanile sono stati incendiati a Seattle – ma tutto questo è rimasto al di sotto dell’asticella fissata da Minneapolis14. Solo con l’esplosione insurrezionale in Colombia e in Nigeria l’attacco alle infrastrutture della polizia è stato riprodotto con successo a livello memetico, e l’asticella si è nuovamente alzata.

Come è stato notato altrove, l’articolazione tra senso e gesto è dinamica e fluida. In alcune lotte gli slogan, le idee e il pensiero non sono all’altezza delle tattiche e dei gesti che stiamo mettendo in atto, e ci troviamo a pretendere cose che già possediamo o a inquadrare le cose attraverso termini e opposizioni che il movimento ha già superato a livello pratico. Altre volte il pensiero supera il repertorio tattico, così che ogni sforzo per elaborare una pratica adeguata alla declinazione affettiva delle ostilità e delle idee della gente sembra non riuscire a raggiungere il risultato. Quando la ribellione di George Floyd non è riuscita a sviluppare il suo meme centrale, la conseguente assenza di un orizzonte ha aperto la strada a un apparato di movimento che si è inserito nella confusione e ha ridisegnato la posta in gioco del conflitto.15

Il tradimento razziale e il movimento reale

Considerata dall’esterno, la ribellione di George Floyd appare come una «coalizione» storicamente aberrante tra identità socialmente contrapposte. Se questo linguaggio ha senso da una certa prospettiva sociologica, il limite di questo punto di vista è che se uno ha la pelle bianca e ci è andato giù pesante durante la ribellione di George Floyd, può articolare questa esperienza solo negativamente come «traditore della razza», ma non positivamente. Poiché interpreta le azioni esclusivamente attraverso le posizioni soggettive nella struttura o nel «diagramma» del sistema di caste razziali, la retorica del tradimento razziale coglie la situazione correttamente ma esternamente, dal lato della governance. Nel frattempo la fenomenologia del tradimento razziale – cioè la descrizione di questa sovversione dall’interno – rimane sostanzialmente non scritta.

Niente è più intimamente reale del muoversi in una folla anonima gli uni accanto agli altri, spinti come falene verso la fiamma. Descrivere l’esperienza delle rivolte dell’estate scorsa come «tradimento» significa leggerla solo attraverso il «bando» che struttura la società civile anti-black. Allo stesso tempo rimane non raccontata l’inclinazione, la propensione a cui ci si abbandona durante l’esperienza della rivolta. Quando consideriamo le cose dall’interno, ciò che potrebbe apparire dall’esterno come un tradimento delle norme egemoniche spesso si rivela l’esatto contrario. Dall’interno ci è sembrato il recupero di una esperienza qualitativa di cui la società borghese razzializzata ci ha privato: una presenza luminosa e fiduciosa a una situazione condivisa, ricca di poste in gioco concrete, rischi condivisi e dipendenze reciproche. Un’opportunità per esprimere la nostra non-appartenenza all’ordine storico dominante. Prima di poter tradire le nostre identità ascritte, dobbiamo porre fine a quel tradimento verso noi stessi, quell’incessante mutilazione dei nostri sensi che ci viene richiesta dalla «religione sensoriale» dell’Impero.16 Mentre il «tradimento della razza» guarda a questo momento dall’esterno, noi parleremo invece da una prospettiva interna o modale del movimento reale – una prospettiva incentrata sulla grammatica dell’azione e sull’esperienza della presenza.

Qualsiasi comprensione integrale di eventi politici come il saccheggio e la lotta contro la polizia deve anche rendere conto del ripristino dell’esperienza che per prima rende possibili tali attacchi, un ripristino di natura etica. Con «movimento reale» mi riferisco non solo a un repertorio specifico di metodi e gesti ma anche al ripristino della fiducia che questi presuppongono, una certa presenza al mondo dentro di noi che essi attestano. Ogni rivolta è prima di tutto un’esplosione di fiducia vitale nelle nostre stesse percezioni, un’improvvisa volontà di prendere sul serio le nostre stesse vite come luogo e fonte di verità «legittima». Le rivolte dell’estate scorsa non sarebbero mai avvenute senza una singolarizzazione di questo tipo, in cui ci rifiutiamo di sganciarsi dalla nostra percezione, dal nostro contatto con il mondo. Prima che ci si metta a demolire lo «stato di cose presente», il vero movimento coincide con l’assunzione messianica del nostro ingresso singolare nel mondo: la soppressione delle mediazioni, la fine dell’attesa, il momento in cui smettiamo di chiedere il permesso o di dialogare e cominciamo a fare ciò che ha senso per noi e per le nostre ragioni. “Come ha scritto un vandalo molto saggio su un muro di Minneapolis: «Welcome back to the world»”.17

Questo movimento etico interno si riflette nella grammatica dell’azione della rivolta. Durante la prima settimana di conflitto la scorsa estate (ma anche nell’esplosione di Kenosha, nella recrudescenza dei saccheggi in agosto a Chicago, a Philadelphia dopo l’assassinio di Walter Wallace, ecc.) c’era un’assenza radicale di pratiche politico-discorsive classiche. Quasi nessuno si preoccupava di identificarsi o di soggettivizzarsi, non c’era praticamente alcun dialogo formale o informale con lo stato, né le decisioni venivano avallate tramite assemblee, riunioni di municipio o altre forme quasi-democratiche. In contrasto con il discorso amputato che caratterizza la politica classica occidentale, in cui i cittadini si riuniscono per discutere le idee in uno spazio formalmente separato dal dominio della vita quotidiana, quando la gente voleva «dire qualcosa» lo scriveva con vernice spray sulle finestre e sui muri delle imprese e delle proprietà statali. Questo legame tra pensiero e gesto caratterizza il movimento reale. Potremmo anche dire che il movimento reale inizia nel momento in cui la gente smette di cercare una fonte di legittimazione esterna per le proprie azioni e comincia invece a fidarsi e ad agire a partire dalla propria sensibilità, dalla propria percezione di ciò che ha senso e ciò che è intollerabile. Da questo momento in poi, l’intero apparato della politica ufficiale comincia a crollare, permettendo a tutti di vederlo come l’inferno manageriale che realmente è.

Nella misura in cui il movimento reale segnala un’uscita dall’apparato della politica classica, saremmo tentati di parlare, qui, di un «anti-movimento» o di un movimento «antipolitico».18 Tuttavia, la negatività di tali formulazioni sarebbe fuorviante. Ciò che è in questione è una liberazione positiva dell’azione conflittuale dalle regole e dalle consuetudini stabilite, un allontanamento dal «gioco» logocentrico e costituente in cui la politica scopre la sua consistenza nei discorsi, nelle opinioni e nei programmi ideologici, e la sostituzione di questo gioco con un altro.19 Come Blanchot aveva già rilevato a suo tempo, ogni «rottura con i poteri che sono… con tutti i luoghi in cui il potere predomina» deve essere anche una rottura con «un discorso che insegna, che conduce e forse [con] ogni discorso». Tuttavia, si è affrettato a insistere il filosofo francese, questo «non è semplicemente un momento negativo», ma deve essere inteso come un «un rifiuto che afferma, un estrarre o mantenere un’affermazione che non torna all’ordine, che disturba e si disturba, in rapporto con la non-conciliazione, con il disordine, con il non-strutturabile».20 Hannah Black l’ha messa giù bene: «Il comunismo è un movimento di allontanamento dallo stato e di avvicinamento all’altro. Tutto ciò che accade in strada è una lezione perché è un punto di contatto».21

Tuttavia, ciò che c’è di «comunitario» nel movimento reale non è facilmente nominabile o identificabile in senso positivo dall’esterno. Parlare di una fedeltà alle proprie inclinazioni, o di una fine dell’auto-tradimento, non è ancora parlare positivamente di comunità con altri. Evocare un nuovo soggetto politico o una nuova «specie» («il ribelle per George Floyd») come hanno fatto alcuni amici, non fa che evitare la questione senza risolverla. Non è un caso o una svista che l’America non abbia un linguaggio con cui descrivere internamente il tradimento razziale. Forse il problema dovrebbe essere invertito: mentre la razzializzazione ha le sue origini in un diagramma triangolare che articola l’umanità dei soggetti pieni e parziali attraverso la rimozione della posizione terza di un non soggetto (si tornerà su questo punto), il tradimento razziale nelle Americhe appartiene a una lunga stirpe di diserzione e opacità che rifiuta affermativamente di apparire sulla mappa della storia dominante. Dalla colonia perduta di Croatan alle guerre di Lowry, dalla ribellione di Bacon al Free State of Jones, una storia potente ma sotterranea di defezione razziale e secessione anonima ha costellato la politica americana fin dagli albori.22

Come insiste a dire con ragione Kiersten Solt, «contrariamente a ogni prospettiva spettacolare, la relazione tra gli elementi rivoluzionari e i loro aspiranti rappresentanti è quella di un conflitto persistente e asimmetrico».23 Che l’offerta sul tavolo della società civile assomigliasse a un’economia di piantagione inglese in fallimento o all’inclusione imprenditoriale nel bell’inferno di uno spettacolo tardo capitalista razzializzato, il fatto primario e crudo del movimento comunista reale in questo paese ha sempre risposto a un’unica formula: recupero dell’esperienza = decomposizione del sociale; la comune come diserzione dell’esperienza sociale che ci viene offerta. La comunicazione vissuta durante i disordini della scorsa estate appartiene a questo lignaggio: è stato «un movimento di contestazione che, provenendo dal soggetto, lo devasta, ma ha come origine più profonda il rapporto con l’altro che è la comunità stessa».24 Come osserva Keno Evol, assemblare una forza di lotta è sempre anche assemblare «relazioni di costante attenzione» che, dobbiamo aggiungere, rimangono sempre illeggibili all’ordine spettacolare.25

Il dispositivo del movimento sociale

Com’è stata sconfitta la ribellione per George Floyd? Sessant’anni fa un esperto in teoria della controinsurrezione ha distillato una strategia di base nella formula lapidaria: il ruolo della controinsurrezione è costruire (o ricostruire) una macchina politica dalla popolazione in su.26 Il cuore di questa formula offre una fresca prospettiva sulla repressione del movimento per George Floyd nella scorsa estate.

La pacificazione della rivolta non è avvenuta soltanto o neanche primariamente con le granate stordenti e i lacrimogeni, ma conducendo una guerra sul significato della guerra stessa. In risposta alla loro autogiustificazione messianica, le forze dell’ordine non hanno solo tentato di «schiacciare» dall’esterno la più intensa e minacciosa forma di rottura e ribellione, ma anche di dispiegare modalità «soft» di cattura e di spostamento deputati ad abbassare la posta in gioco del conflitto traducendolo in un movimento sociale. Questo dispositivo di traduzione-pacificazione del movimento reale può essere chiamato, appunto, dispositivo del movimento sociale.

Come ci ricorda Laurent Jeanpierre, anche quando si oppongono alle istituzioni ufficiali della società, i movimenti sociali «sono essi stessi istituzioni, in quanto dipendono da norme legali e costumi, regole del gioco della contestazione».27 Nel 2014 i media di Stato, la sinistra e la polizia hanno schiacciato la rivolta di Ferguson non solo gasando, picchiando e arrestando gli insorti nelle strade, ma anche canalizzando la ribellione stessa nel quadro della politica di sinistra (Black Lives Matter). Oggi la campagna intorno al defunding gioca un ruolo simile.28 L’operazione è sempre la stessa: incanalando la ribellione in una forma consentita e annacquata di dialogo tra interlocutori riconosciuti, marginalizza e criminalizza ogni grammatica dell’azione e modo di comunicazione che non si adatti a tale quadro. Il fatto che il dispositivo faccia leva sia sull’influenza istituzionale esistente che su proteste moderatamente radicali non dovrebbe trarci in inganno sul suo significato essenziale, che consiste nel neutralizzare e pacificare la gioiosa fiducia collettiva che la ribellione ha instillato in migliaia di persone arrabbiate. Spostando i termini del confronto da un’ondata demolitrice a richieste abolizioniste, il dispositivo del movimento sociale altera i termini del conflitto, reindirizzando le forme selvagge e non mediate di cooperazione, ribellione e azione che hanno dato inizio alla sommossa in una riconoscibile grammatica dialogica della politica, per meglio gestirle e pacificarle.

Inoltre, mentre è consueto associare la categoria di «movimento sociale» alla contestazione dello Stato o del potere economico (sia da sinistra che da destra), anche le istituzioni dominanti ne assumono spontaneamente le modalità quando la loro legittimità è messa in discussione. Ciò può essere rilevato sia ad un livello superficiale, quando la polizia e la proprietà privata mobilitano il vittimismo per puntellare il loro discredito, ma anche a un livello più profondo, che penetra il nucleo stesso della matrice razziale di questo paese.

Gli abitanti della zona possono ricordare un momento farsesco nel 2017 quando, dopo aver perso il controllo del centro di St. Louis, preso dai dimostranti in rivolta per più di un’ora, gli sbirri, ripresa in mano la situazione, hanno sentito il bisogno di cantare all’unisono «Di chi sono le strade? Sono le nostre!». La notte seguente, le finestre del quartier generale del sindacato di polizia sono in frantumi, i muri coperti di graffiti, i veicoli di servizio vandalizzati. Il sindacato risponde posizionando un cartello alla porta che diceva: «Siamo aperti. Non ci faremo sconfiggere». Un portavoce del sindacato disse alla stampa, quel giorno, che i vandali stavano «cercando di intimidirli», che avevano «dichiarato loro guerra» – e in effetti i poliziotti della zona si lamentano incessantemente, da allora, di soffrire «l’odio» del pubblico. Quante volte, la scorsa estate, i poliziotti si sono «inginocchiati» come Colin Kaepernick? E non solo la polizia. Quando le imprese scrivono «proprietà di una minoranza» sulle loro finestre nella speranza di evitare di essere saccheggiate e incendiate, vediamo in azione una logica simile: la piccola borghesia, vedendo che il regime di proprietà viene messo in discussione, traduce la sua rivendicazione di proprietà nella politica identitaria del movimento sociale anti-oppressione. In entrambi i casi, è come se una struttura socio-istituzionale ferita, accorgendosi che la sua legittimità è allo sbando, cominciasse improvvisamente a parlare non più con la voce maggioritaria della società giuridica, ma piuttosto come una cricca o fazione organizzata tra le altre. Riprendendo i canti di protesta e gli slogan-manifesto, le forme di dominio sociale adottano spontaneamente la struttura del movimento sociale per riaffermare la loro credibilità.

A un livello più profondo, tuttavia, se l’ordine razziale in questo continente non può essere rovesciato per mezzo di un movimento sociale, è perché è stato originariamente prodotto da un movimento. Il diagramma razziale strutturante le Americhe non inizia a Port Comfort, in Virginia, nel 1619; fu forgiato esattamente 100 anni prima, come una supplica per affrontare la sofferenza degli «indiani» (in parte civilizzati, in parte selvaggi), a cui la schiavitù degli africani offriva una soluzione.29 La proposta di importare schiavi in massa dal Portogallo alle Americhe fu tra i primi frutti di una nascente razionalità decolonializzatrice quando, nella sua udienza del 1520 con la corona, il grande «Protettore degli Indiani» Bartholomé de Las Casas propose di sostituire la forza lavoro recalcitrante e in rapida diminuzione delle popolazioni native con gli africani, un gruppo che riteneva essere «più adatto» a una vita di fatiche e morte sociale.30 Fu attraverso il gesto civilizzatore di Las Casas che la discriminazione verso i neri fece il suo ingresso in America, distinguendo i legittimi pretendenti al manto della civiltà (i suoi interlocutori minori) da coloro che non possono né potranno mai trovare un posto in essa, perché non appaiono sulla sua «mappa antropologica». L’analogia civilizzatrice tra il colono e il nativo che Las Casas mobilitò nella sua lotta per garantire il riconoscimento degli «indiani» all’interno della comunità universale dell’Umanità era fondata sia economicamente che ontologicamente sulla fungibilità dello schiavo africano. In altre parole, quando il razzismo contro i neri salpò per le Americhe, lo fece sotto la bandiera indennizzante della politica della rispettabilità.

L’ordine razziale del «Nuovo Mondo» fu una macchina binaria (civilizzato/selvaggio) solo per circa trent’anni; dagli anni 1520 in poi divenne una struttura ternaria (maggiore/minore/non soggetto). La sua firma fu forgiata da un antirazzismo decoloniale il quale capì che, affinché gli «indiani» diventassero partner minori della civiltà occidentale, era necessaria la schiavitù incontrastata degli africani. Naturalmente, il mezzo secolo che Las Casas passò a perorare la sua causa presso l’Impero fece poco per fermare il genocidio dei nativi americani. Tuttavia, servì a installare un apparato sociale triangolare che permane a tutt’oggi. L’ironia è solo apparente, ma Las Casas, «l’uomo spesso messo alla gogna per aver sostenuto, ipocritamente, l’inizio della tratta degli schiavi africani», sarà in seguito considerato come «uno dei progenitori filosofici e spirituali del movimento abolizionista che prese vita un secolo e mezzo dopo la sua morte».31 Dopo aver vissuto la scorsa estate, l’ironia si dissolve. Nel suo moralismo, nel suo pseudo-universalismo, nell’ingenuità della sua fede nei valori cristiani e nella coscienza della classe dirigente, Las Casas rimane il padre rinnegato della sinistra occidentale avant la lettre. Il fatto che l’istituzione della schiavitù dei neri abbia attraversato il passaggio atlantico, co-firmato da un gesto umanitario salvifico, offre un promemoria pertinente che l’Occidente è una civiltà che può salvare con la sua mano sinistra solo relegando gli altri alla frusta con la sua destra.

Questa intuizione offre anche un indizio su come (e come non) combattere. La funzione ultima del diagramma razziale ternario non era semplicemente quella di legittimare lo stupro e la riduzione in schiavitù della vita non europea, bensì il disperato sforzo di ricucire le pericolose crepe della sua stessa finzione dominante: la finzione della civiltà unitaria in sé. Per difendere l’universalità della pretesa di verità assoluta della cristianità contro la grande crisi antropologica che la minacciava dall’esterno – «la possibilità di più mondi veri»32 – ma anche dall’interno, sotto forma di un contadino indisciplinato – era necessaria una figura liminale. Come ha dimostrato Ronald Judy, se gli indiani non erano considerati «irrazionali» ma «non razionali» alla maniera dei bambini, ciò era dovuto al fatto che assegnare loro lo status di «potenzialmente civilizzati» permetteva all’ideologia europea di interiorizzare e disinnescare la minaccia che essi rappresentavano per il suo ordine, relegandola a un’innocua alterità. A cavallo del divario tra interno ed esterno, tra ragione e irragionevolezza, il «junior partner» razziale permette all’epistemologia civilizzatrice di posizionarsi sia all’interno che all’esterno del proprio ordine, e quindi di dominarne i bordi. È diventando il principio di sé stesso e dell’altro, facendo della sua attualità il destino di tutte le potenzialità, imparando ad anticipare le forze di sovversione e concedendo loro un posto (subordinato) nel suo mondo che l’umanesimo diventa il paradigma di governo del sociale. «Il momento della storia occidentale in cui il riconoscimento di mondi alternativi diventa possibile – nell’incontro spagnolo con gli Aztechi – è anche il momento in cui l’umanesimo raggiunge l’egemonia».33

Il risultato, come ha mostrato Frank B. Wilderson, è un’ambivalenza etica che diventa fondamentale per la modernità: immaginiamo l’emancipazione in termini di analogia tra «selvaggio» e «colono», e ci organizziamo attraverso rivendicazioni di sovranità, umanità, inclusione e riconoscimento (il movimento sociale)?34 Oppure – e questo pone l’eredità del tradimento razziale negli Stati Uniti – si persegue un’alleanza paradigmatica con la blackness e si diserta il progetto dell’umanesimo occidentale? È una decisione che deve essere presa non solo dai nativi americani e dagli ebrei, la cui grammatica della sofferenza li lascia sospesi tra la dislocazione genocida e la sovranità minore, ma anche da tutti gli altri. Anche coloro che non sono nativi devono decidere se «adattare la loro logica» a quella dell’ontologia genocida o se fare la pace con l’anti-Blackness.35 Tuttavia, mentre Wilderson legge questa possibilità esclusivamente attraverso l’assenza di mondo e la morte ontologica, l’insistenza di Judy sulla razzializzazione come risposta alla «possibilità di più mondi veri» apre un’altra strada: mentre il movimento sociale eredita il progetto civilizzatore di interiorizzare ogni esteriorità e alterità attraverso inclusioni parziali, «annerendo» ciò che non può digerire, il tradimento razziale non cerca tanto l’inclusione quanto piuttosto di far esplodere la stessa finzione di una società unificata permettendo alla molteplicità di mondi e forme di vita che ha schiacciato sotto il suo peso di detonare.

La recente riabilitazione del pensiero «vitalista» in Nord America potrebbe forse essere compresa da una prospettiva simile: non tanto un’importazione del pensiero comunista europeo, ma una prosecuzione dell’eredità americana del tradimento razziale secessionista. Una volta strappata dalle fauci dell’estrema destra spiritualista,36 un’idea affettiva della vita può aiutare a richiamare l’attenzione sulla molteplicità vitale che rimbomba senza pietà sotto la superficie della facciata unitaria della civiltà, minando la pretesa di quest’ultima di includere tutti i soggetti reali e potenziali. Per esempio, applicando questa intuizione alla ribellione per George Floyd, H. Bolin e Sonali Gupta descrivono la viralità delle sue folle combattenti come «una modalità di contagio che destabilizza il modo in cui i gruppi costituiti si interfacciano tra loro, confondendo la loro posizione all’interno dell’ordine stabilito, il che prepara il terreno su cui possono emergere poteri destituenti».37

Gli approcci neo-abolizionisti alla decarcerazione e alle «riforme non riformiste», a partire dagli anni ‘80, erano intesi come un intervento combattivo contro la sinistra carceraria del loro tempo, aiutando a «immaginare la possibilità di ridurre il complesso carcerario-industriale e porre fine alla dipendenza dalla detenzione». Tuttavia, con il ritorno del movimento reale, gli abolizionisti si trovano ora di fronte a una scelta cruda: mantenere la strategia politica di un «riformismo non riformista» o accettare la strategia della demolizione-come-abolizione, sviluppata in risposta all’omicidio di George Floyd. Se la linea di fuga dell’abolizionismo è stata ora catturata, per poter produrre nuove fughe – nel movimento reale – è necessario rompere la cornice.

Così come il movimento reale può essere catturato e canalizzato nel movimento sociale, le formazioni di un movimento sociale possono subire dei divenire che le mettano in contatto con il movimento reale, permettendo loro di superare i propri quadri direttivi. Questo è ciò che è successo al movimento contro la Loi Travail nel momento in cui il cortège de tête lo ha trasformato in un meme. Questo è quello che è successo per due mesi alle organizzazioni BLM consolidatesi a Chicago la scorsa estate, una volta che si sono lasciate trascinare in uno scontro fisico con la polizia e in un abbraccio tabù con i saccheggiatori imprigionati. È ciò che è successo nella «cultura frontliner» di Portland, quando nuovi e variegati gruppi di persone hanno cominciato a presentarsi al tribunale con maschere antigas e attrezzatura da hockey, pronti a combattere. Come spesso accade, molti di questi cambiamenti alla fine sono stati bloccati, instradati o intrappolati all’interno di una nuova coscienza attivistica. Ma queste defezioni e ricomposizioni, per un momento, sono state autentiche desoggettivazioni e diserzioni.

Non dobbiamo né abbandonare né abbracciare i movimenti sociali; piuttosto dobbiamo far esplodere la loro struttura, romperli, costringerli a incontrare il loro esterno e tenerli in contatto con esso. In breve, dobbiamo metterli in fuga. Quello che vogliamo è allo stesso tempo più e meno di un movimento sociale: più antagonista di quanto un quadro istituzionale potrà mai esprimere – più contagioso, più virale, più complesso e capace di assorbire i divenire, le mutazioni, le autodistruzioni e le rinascite dei soggetti, e non semplicemente il «riconoscimento» delle loro rivendicazioni esistenti – ma anche meno di un movimento sociale, poiché non vogliamo sempre dover «apparire» gli uni agli altri o al potere come un’entità sociale, non vogliamo fare i giochi del linguaggio, del dialogo, della critica e della negoziazione. Siamo stanchi di giocare in un campo di gioco predisposto contro di noi fin dall’inizio.

L’antropologo Pierres Clastres ha definito le società primitive o «senza classi» in base alle tecniche che sviluppano internamente per tenere in sospeso la funzione statale. In uno spirito simile, oggi dovremmo cercare di identificare quelle caratteristiche e dimensioni delle lotte che riescono a scongiurare la cattura non solo da parte dello Stato ma anche dell’apparato dei movimenti sociali. Questo è, ancora una volta, il motivo per cui alcuni di noi hanno iniziato a teorizzare la rivolta e le potenzialità comuniste attraverso il quadro della memetica partigiana. I meme ci invitano a prendere sul serio la nostra percezione singolare, poiché ci chiamano a rispondere, a ripeterli, secondo i contorni della nostra vita, della nostra situazione, a rispondere in modi che riverberano con i nostri corpi, minando le rigide separazioni attraverso cui l’ordine razziale governa la nostra separazione. Eppure, di per sé, questo non è sufficiente a metterci su una linea temporale rivoluzionaria a lungo termine. I meme da soli non possono offrirci una forma di vita nei termini della quale possiamo esistere insieme agli altri in modo duraturo, un mondo condiviso da abitare. Quello che possono fare è mettere in fuga l’apparato del movimento sociale, rompere la sua cornice, rifiutare la sua interpellazione discorsiva e rappresentativa, la sua temporalità episodica, e sopprimere la sua tendenza ad adottare forme-soggetto governative come linguaggio pratico. Ma non sono sufficienti per sfuggire ai cicli di recupero, cattura e combustione, né forniscono un terreno in cui piantarci a lungo termine. Il meme è un treno in movimento. A lungo termine, abbiamo bisogno di piantare le radici su qualcosa di leggermente più stabile.

A differenza dei Gilet Gialli, il cui radicamento sulle rotonde ha spostato il luogo del politico su basi situate in estrema prossimità della vita quotidiana, filtrandolo attraverso i blocchi collettivi e le baracche che hanno costruito, gli sforzi per territorializzare la ribellione per George Floyd hanno incontrato risultati contraddittori e spesso deludenti. Dalla CHAZ di Seattle alla paranoia armata della no-cop zone di Wendy’s ad Atlanta, gli esperimenti di costruzione del territorio – sebbene troppo eterogenei a livello locale per essere riassunti sotto qualsiasi schema coerente – generalmente non sono riusciti a stabilire consistenze durature che puntino oltre il tempo sospeso della battaglia. L’orizzonte della ribellione per George Floyd è rimasto, nel bene e nel male, l’orizzonte della rivolta, e una volta che le sue capacità offensive sono state strozzate il movimento reale non ha avuto altra possibilità che ritirarsi.

Rivolta politica e rivolta delle vetrine

Le capacità offensive del movimento, così come l’immaginazione del proprio potere, si sono distribuite entro due dinamismi distinti. Da un lato, le rivolte politiche prendono di mira i simboli e le sedi del potere statale (municipi, tribunali, distretti di polizia, monumenti e statue, ma anche i media); dall’altro, le rivolte che colpiscono le vetrine dei negozi prendono di mira le merci, dai grandi magazzini e le banche fino a Seven Eleven, negozi di cellulari, Gamestop, ecc. Mentre la rivolta politica consiste generalmente in una geografia stazionaria in cui la folla tenta di respingere le linee della polizia e, se possibile, di affondare la corazzata del nemico, la rivolta che attacca le merci è definita da una folla mobile in fuga dalla polizia. Anche se le due rivolte possono avere luogo lo stesso giorno, o anche all’interno del medesimo spazio d’insieme (come a Minneapolis), si distinguono non solo per la selezione degli obiettivi ma per il dinamismo affettivo che organizza la folla: ci stiamo muovendo in avanti o indietro, vicino o lontano? L’obiettivo è attaccare e disperdere la polizia, o evitarla il più a lungo possibile, prendendoci la nostra momentanea indipendenza? Mentre la mentalità d’assedio di una rivolta politica dipende dal conflitto sostenuto con gli agenti al di fuori di siti altamente simbolici del potere statale (ad esempio il tribunale di Portland), nella rivolta che punta alle merci l’esperienza del potere collettivo è sentita attraverso il vortice di vandalismo, il saccheggio e l’incendio doloso lungo il suo percorso di fuga.38

Generalmente, lo schema è che le rivolte politiche si mutino in rivolte dirette alle merci quando la folla viene allontanata dagli obiettivi statali.39 A volte la folla mobile può incontrare proprietà statali lungo la strada, come è successo quando l’edificio del Bureau of Corrections è stato incendiato a Kenosha la seconda notte, ma questo non mette fondamentalmente in discussione la differenza dinamica in gioco nelle due tipologie di rivolta. Questa differenza è il nocciolo della verità di quella cinica bugia dello stato che tenta, come parte della sua strategia di divisione e conquista, di distinguere i rivoltosi  «buoni» da quelli «cattivi». In effetti le due folle erano già divise, anche se nessuna delle due può essere ridotta a «puro crimine» come lo Stato ha cercato di fare.40

La combinazione di questi due vettori sfocia in un’ondata di devastazione che oltrepassa ogni ribellione avvenuta negli Stati Uniti nel corso del ventesimo secolo. Solo tra il 26 maggio e l’8 giugno si è raggiunto il record di stimato di 1-2 miliardi di dollari di danni, con mobilitazioni aventi luogo in 1700 città e vari centri.

Mentre la pace liberal-democratica veniva infranta, le classi dominanti impiegavano tutte le loro forze per contenere l’assalto scatenato contro di esse. Ben abituata alle battaglie d’assedio, la polizia ha avuto pochi problemi nel sostenere conflitti che si accontentavano di restare stazionari. Anche quando si sono trascinate per un bel po’, come a Portaland, è improbabile che le forze dell’ordine abbiano mai realmente temuto la perdita della vita o delle loro basi per mano della folla. Per contrasto, la velocità e l’agilità del saccheggio di auto ha creato problemi senza precedenti: la polizia poteva riconquistare un blocco solo perdendone un altro, e non appena si ritirava dal primo posto i saccheggiatori tornavano.41 Incapace di combattere mano a mano (in italiano nel testo, ndt) sulla scala dell’intera città, la polizia era obbligata a trovare un altro metodo per proiettare il proprio controllo sul territorio urbano. Come risultato, le forze dell’ordine iniziavano una sequenza senza precedenti di controinsurrezione infrastrutturale. La città di Chicago è stata davvero esemplare a questo proposito. In risposta alla seconda ondata di saccheggio di caravan tra il 10 e il 12 agosto, la città cibernetica è stata rimpiazzata da un’architettura da fortezza medievale disegnata per interrompere selettivamente i suoi flussi circolatori: i ponti sono stati sollevati, gli autobus della città sono stati riadattati come barricate mobili e navette per la polizia anti-sommossa, i camion della nettezza urbana, della spazzatura e del sale sono stati schierati per bloccare strade e autostrade, barriere di cemento costeggiavano i quartieri commerciali. L’obbiettivo era chiaro a tutti: isolare in modo mirato la popolazione nera dai quartieri dei ricchi, alzando il ponte levatoio tra il castello e le zone selvagge intorno.

La controinsurrezione infrastrutturale porta con sé dei rischi per i poteri in carica. Se il senso della riproduzione urbana è disegnato in un teatro di guerra, il velo dell’unità sociale proiettato dalla città in periodo di pacificazione è lacerato. In questo modo, spingendo l’ordine poliziesco a reagire sul piano infrastrutturale, il saccheggio di auto completa la destituzione senza precedenti della finzione della pace sociale cominciata con le prime battaglie di strada alla fine di maggio 2020.42 Ogni pretesa di neutralità si è ritirata: polizia e classe politica chiudono i ranghi e difendono il loro territorio come la gang che in fondo sono, il transito pubblico è sospeso per ordine prefettizio, mentre le città del Capitale si espongono come poco più di un insieme di apparati progettati per incanalare la ricchezza nei quartieri bianchi mentre contengono il proletariato razzializzato, da cui dipende ai suoi margini, «incluso come escluso». Questa visionaria destituzione del potere ha segnato il limite esterno che le rivolte del 2020 sono state in grado di raggiungere, esibendo nudamente sia la crudeltà sociale che le fragilità materiale su cui riposa il potere economico e poliziesco. Ciò prova che con sufficiente determinazione, il controllo delle grandi città americane può essere strappato alla polizia per giorni e giorni, mentre i viali dove vivono i ricchi possono essere devastati.

Ma la controffensiva della classe dominante è stata rapida ed efficace. Una volta privata dei suoi centri simbolici, una volta chiuse e messe sotto sorveglianza poliziesca 24/7 le sue vetrine eleganti, gli insorti sono stati generalmente incapaci di sviluppare efficaci strategie alternative per continuare l’offensiva. È stato facile mettere in imbarazzo il potere, ma difficile sconfiggerlo.

È con questo in mente che, facendo un passo indietro, i gesti gemelli della rivolta politica e della rivolta contro le vetrine ora cominciano ad apparire in una luce diversa, quasi come se questa divisione (polis e oikos) ponesse due estremità di un unico dispositivo in cui il potere dell’insurrezione si era lasciato intrappolare. In cosa consisterebbe il superamento di questo dispositivo?

Secondo una certa linea di pensiero dell’ultrasinistra, ciò che serve è che la rivolta delle merci risalga la catena logistica al contrario, che la rivolta delle vetrine si trasformi in una rivolta delle infrastrutture capace di rispondere alla logistica della polizia interrompendo i flussi circolatori da cui dipende l’economia. Da questo punto di vista, cortocircuitare la rete della circolazione capitalista prendendo di mira porti, magazzini e fabbriche rappresenta una minaccia al potere molto più grande che svuotare i punti vendita nei quartieri commerciali. Da qui il fiato sospeso intorno al verdetto di Breonna Taylor, mentre i materialisti fantasticavano sul fatto che le rivolte si sarebbero rovesciate e avrebbero interrotto l’UPS WorldPort, un’arteria chiave per la circolazione regionale delle merci.43

Piuttosto che partire dalla mappa del Capitale e andare a ritroso dovremmo chiederci come gli impulsi che il movimento stesso ha generato potrebbero essere estesi in nuove direzioni. Da un lato è innegabile che il saccheggio delle automobili – per non parlare del saccheggio dei treni merci – include già un certo grado di logistica partigiana (comunicazione criptata, coordinamento mobile, padronanza del terreno, ingresso/uscita, ecc.), sebbene rimanga ancora subordinata al dinamismo merce-riot.44 D’altra parte, le occupazioni del CHAZ/CHOP a Seattle, la piazza del tribunale federale a Portland, il Municipio a New York, attestano tutti un potente impulso verso la creazione di spazi, la cui scelta dei luoghi era però subordinata alla dinamica della rivolta politica.45

Per il movimento rompere l’apparato in cui il potere del movimento è stato catturato significherebbe dissociare l’impulso alla creazione di spazi dalla sua iscrizione unilaterale nella rivolta politica e, in secondo luogo, estendere l’intelligenza logistica del saccheggio delle auto oltre la forma della rivolta delle vetrine.

È possibile – quando non addirittura semplice – immaginare una cultura della prima linea, sinora generalmente confinata agli scontri con la polizia, capace di divenire antagonistica in termini più esplicitamente infrastrutturali. Nel corso dell’insurrezione contro lo stato autoritario cinese a Hong King, la dialettica della repressione e della ritorsione si è intensificata al punto che la gioventù ribelle ha dichiarato aperta la stagione di caccia al gigantesco sistema di trasporto cittadino. Quattro anni prima, dopo l’omicidio di Remi Fraisse in Francia, gli ZADisti avevano organizzato assieme ai sopravvissuti delle violenze poliziesche un weekend di azioni fuori da una fabbrica di munizioni della polizia: la pericolosità delle manifestazioni violente che ne sono scaturite hanno fatto chiudere la fabbrica per quattro giorni. Se la forza di entrambi gli approcci risiede in uno sguardo gettato oltre il nemico sociale e verso le griglie infrastrutturali che sostengono il potere, la loro debolezza si rintraccia nell’esausta volontà di potenza che attacchi del genere richiedono per sostenersi e – nel caso della fabbrica Nobelsport – la lontananza del campo di battaglia dagli spazi della quotidianità dei combattenti.

A questo riguardo, quando si tratta di combinare iniziative logistiche con la creazione di spazialità situate (situated placemaking), l’occupazione delle rotonde da parte dei Gilets Jaunes rimane il modello insuperato.46 Vincolando i loro corpi a stretto contatto con i luoghi e i tempi della vita quotidiana, bloccando la circolazione non nel punto di massima importanza per il capitale ma nel punto in cui il capitale entra nello spazio della vita quotidiana (le rampe autostradali di paesi e città), i Gilets Jaunes hanno politicizzato la membrana che separa vita e denaro in termini a loro favorevoli. Il vero orizzonte strategico dei blocchi logistici in periferia non è quello di sospendere i flussi dell’economia tout court, ma di produrre su basi territoriali abitate un reintegro delle periferie nelle mappe della vita quotidiana, a un livello in cui sia possibile impadronirsene. Come i blocchi eretti dai maestri di Oaxaca nel 2016 hanno già mostrato nitidamente, i blocchi di successo sono selettivi. Il modello di riferimento non è la trincea ma il filtro: le corporazioni nemiche vengono respinte e saccheggiate, mentre la comunità avanza sorridendo.47

Ad ogni modo un salto del genere nel contesto statunitense implicherebbe una mutazione qualitativa per cui non si dà percorso lineare. Sarebbe necessario un nuovo repertorio memetico, capace di parlare non solo alle rovine suburbane, ma anche alle periferie lontane. L’occupazione di stazioni di servizio e di caselli autostradali, di supermercati deserti, il saccheggio coordinato di depositi Amazon e di treni merci: nulla di tutto ciò può accadere senza che il movimento ponga un problema radicalmente nuovo.

Ogni scelta di campo è un modo di porre a noi stessi una domanda circa la natura della guerra che stiamo combattendo. Il problema della logistica, come quello del luogo, deve essere compreso da questa prospettiva. Non vi è alcun legame implicito tra la rivolta, lo sciopero, il blocco infrastrutturale, né tanto meno è possibile rintracciare una escalation naturale o quantitativa che conduca organicamente dall’una agli altri. Ci confrontiamo qui con una delle sfide definitive per ogni movimento insurrezionale: come si può passare da uno scenario di guerra a un altro, da un’immagine della vittoria a un’altra, come cambiare la natura del conflitto, mentre si combatte? Come ingaggiare non tanto un conflitto, ma lanciarsi in un «conflitto dentro il conflitto» a partire dal suo centro, ponendo così un nuovo problema?48

Potrà un’altra ribellione contro gli assassinii polizieschi di vite nere aprire un vortice sufficientemente vasto da dare fuoco al comando capitalista? Sarà possibile, dal centro del momento demolitore, immaginare un secondo, un terzo, un quarto «marcatore ritmico» che introduca una dinamica diversa entro le rivolte – com’è successo in Cile quando la ribellione memetica iniziata dagli studenti è mutata, assorbendo la rabbia femminista, indigena, anarchica ecc. e divenendo un antagonismo generale entro il quale la nozione stessa di potere costituente diviene qualcosa di scontato?49

Senza Fine

Nessuno ha bisogno di sentirsi dire che il mondo è sull’orlo di un precipizio. Questa è evidente ovunque. Eppure nulla della catastrofe entro cui viviamo rende inevitabile una rivoluzione. Ciò che è decisivo non è tanto denunciare o criticare, ma studiarne le cuciture permetterebbero alle situazioni di strapparle dando modo agli antagonismi di diffondersi e generalizzarsi, ripristinando il movimento e la fiducia nelle nostre vite qui e ora. Le lotte contemporanee non si espandono attorno a idee o ideologie, ma attorno a gesti che danno senso al loro momento, attorno verità situate da difendere. Un milione di idee giuste sul presente è spazzato via da un singolo atto che altera tale realtà.

Quando l’intollerabile esplode nuovamente in pubblico scandalo, va fatto di tutto per spingere in direzione della sua irreversibilità. In che modo è possibile fare perno tra il demolizionismo e gli esperimenti collettivi di condivisione non-monetaria? Come si sopprimono e si disattivano gli organi di rappresentanza che tentano di incorporarci e disarmarci? Come si esce dal terreno del sociale, creando al contempo spazi di comunione, di diserzione e di contatto lungo il percorso?

Mentre il movimento, allo stato attuale, è nuovamente morto, le finzioni che reggono la pace sociale restano più fragili che mai. Niente è finito. Con molto tatto e un po’ di fortuna, la prossima volta colpirà anche più forte.

Maggio 2021

1 Paul Torino, Adrian Wohlleben, Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli, «Mute Magazine», febbraio 2019 (https://www.metamute.org/editorial/articles/memes-force-%E2%80%93-lessons-yellow-vests); poi in «Qui e ora», settembre 2019 (https://quieora.ink/?p=3262). Una intervista con «Interchange Radio» sull’argomento è disponibile al link: https://wfhb.org/news/interchange-memes-with-force-transforming-the-political-imaginary/.

2 «Nelle insurrezioni contemporanee…[la] struttura gerarchica del comando e la sua concomitante spinta verso l’unità viene sostituita da una forma di intelligenza collettiva immanente. Gesti e comunicazioni si diffondono in un socius sempre più frammentato senza consolidare alcun corpo o identità organizzativa coerente. Azioni e tattiche, condivise su Telegram o sui social media e detournate per adattarsi alle esigenze di specifiche località, si diffondono in modo memetico». Anonimo, At the Wendy’s: Armed Struggle at the End of the World, «Ill Will», novembre 2020 (https://illwill.com/at-the-wendys).

3 Deleuze e Guattari, L’anti-edipo, capitolo 4.3 Psicanalisi e capitalismo

4 Occupy Wall Street è stato inizialmente costruito su una piattaforma memetica: «impadronirsi di una piazza, creare circuiti autonomi di riproduzione sociale, prendere decisioni attraverso il consenso, difendere l’occupazione se necessario». In linea di principio, chiunque si presentasse poteva partecipare: non c’era un’appartenenza «preventiva» che autorizzasse la partecipazione, né c’erano «richieste» centrali attraverso le quali il movimento rimandava a un particolare soggetto sociale in modo aprioristico. Tuttavia, nel giro di poche settimane il movimento si è rigorosamente istituzionalizzato: il proceduralismo democratico, il fariseismo degli attivisti e gli infiniti «gruppi di lavoro» lo hanno fatto regredire, dirigendo le energie verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Quando ci siamo presentati all’occupazione eravamo delle singolarità, ma «partecipare» significava essere arruolati in composizioni costituenti modellate interamente sul processo decisionale centralizzato e sulle ossessioni rappresentative. Ben presto, gli unici momenti in cui ci siamo sentiti potenti sono stati quando lo Stato ha preso l’iniziativa di sgomberare le occupazioni, interrompendo così la echo chamber democratica. Da Occupy abbiamo imparato due cose. (i) La contraddizione centrale oggi non è più tra metodi di organizzazione verticali e orizzontali, né tra organizzazione all’interno o all’esterno dei canali istituzionali formali; tutta l’azione di massa significativa oggi è orizzontale, e solo quei movimenti che iniziano fuori dalle istituzioni possono arrivare a costituire una minaccia. (ii) In effetti, la contraddizione centrale è tra i movimenti che mantengono la struttura della politica classica – cioè i cui mezzi si basano sul discorso e sul dialogo, e i cui fini risiedono nell’avanzamento dell’influenza simbolica ed egemonica all’interno della società civile – e quei movimenti che sfidano l’apparato del «discorso politico» e della rappresentanza evitando qualsiasi riferimento a un soggetto costituente e sviluppando altre modalità di collaborazione e comunicazione. Detto questo, anche se questa differenza di base rimane decisiva, molto probabilmente continueremo a vedere strani amalgami nei prossimi anni.

5Il prefisso «ante-» serve a rimarcare che l’evento della rivolta non è sui generis, ma mobilita forme vitali che erano «già in qualche misura presenti» prima di esso. Vedi K.N., Paul Torino, Vita, Guerra e Politica: dopo la ribellione di George Floyd, «Ill Will», novembre 2020, parte III; poi in «Internazionale vitalista», novembre 2020 (https://vitalista.in/2020/11/17/vita-guerra-e-politica-dopo-la-ribellione-di-george-floyd/). Un’idea analoga sta alla base di ciò a cui Moten e Harney si riferiscono in The Undercommons come «the surround».

6 «Cos’è una richiesta? […] [È] un contratto, la data di scadenza garantita della propria lotta, le condizioni per la sua conclusione», Johann Kaspar, We demand nothing, «Fire to the Prisons»,7), 2009; poi in «The anarchist library» (https://theanarchistlibrary.org/library/johann-kaspar-we-demand-nothing).

7«Sono piuttosto i gesti che ci usano come i loro strumenti, i loro portatori, le loro incarnazioni», Milan Kundera, L’immortalità (1990), Milano, Adelphi, 1993, capitolo 2.

8Con «politica» intendiamo quei conflitti all’interno della vita quotidiana che si intensificano al punto che bisogna schierarsi, dove la neutralità non è più possibile. Quindi non ci sono gesti o pratiche specificamente politiche (parlare, discutere, votare, ecc.). Lo stesso vale al contrario: tutti i gesti, tutte le pratiche sono potenzialmente politici, o pre-politici, compreso il discorso – a condizione, naturalmente, che si parli dall’interno di una polarizzazione, non dall’alto. Quando un conflitto diventa abbastanza intenso, gesti e relazioni precedentemente innocui diventano improvvisamente iper-potenziati e attirano altre forme e materiali nel vortice. Più tardi, una volta che il conflitto si placa, le pratiche o gli slogan polarizzati vengono riassorbiti nella banalità della vita quotidiana, oppure abbandonati.

9 «Massa e classe non hanno gli stessi contorni né la stessa dinamica, benché il medesimo gruppo possa essere notato con i due segni […] I movimenti di massa si precipitano e si danno il cambio (o si smorzano per lunghi momenti, con lunghi stupori), ma saltano da una classe all’altra, passano attraverso mutazioni, liberano o emettono nuovi quanta che vengono a modificare i rapporti di classe,a rimettere in questione la loro surcodifìcazione e la loro riterritorializzazione, a far passare altrove nuove linee di fuga. C’è sempre una carta variabile delle masse sotto la riproduzione delle classi. La politica opera per macrodecisioni e scelte binarie, interessi binarizzanti; ma il campo del decidibile resta di piccole proporzioni. E la decisione politica è necessariamente immersa in un mondo di microdeterminazioni, di desideri e di attrattive, che deve presentire o sondare in qualche altro modo», Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia (1980), Roma, Cooper-Castelvecchi, 2003, p. 317.

10 Per essere un po’ semplicistici, l’ipotesi operativa qui è che la diffusione dell’anarchia o dell’ingovernabilità offrano la via più opportuna per aprire un nuovo orizzonte di diserzione e invenzione comunista di massa. Tuttavia, poiché non possiamo sapere quale forma assumerà questo orizzonte, né vogliamo soccombere alla trappola profetica di chi «attende il miracolo», le scommesse sulle potenzialità rivoluzionarie devono allo stesso tempo essere radicate non in proiezioni probabilistiche ma nel nostro contatto sensibile con la realtà, il nostro senso di dignità e gioia qui e ora, nel mondo che è, non nel mondo che dovrebbe essere.

11 Sul tema della cooptazione di destra dei movimenti memetici, vedi nota 1.

12 Proprio come lo status trascendente delle merci sotto la religione sensoriale dello spettacolo dipende in «ultima istanza» dalla capacità della polizia di proiettare il suo potere ben oltre i suoi mezzi fisici, il saccheggio annuncia la restaurazione profana sia delle merci che dei poliziotti nel dominio del sensibile: d’ora in poi, la polizia è solo dove appare, proprio come le merci possono essere «possedute» solo a condizione che si possa trasportarle o consumarle sul posto. Riducendo il potere e il consumo al dominio del libero utilizzo, il saccheggio permette di sentire l’assenza di autorità in un modo altrimenti impossibile.

13Anche se un quadro completo dei fattori che hanno giocato in questa decisione non esiste ancora pubblicamente, alcuni dettagli sono raccontati in una prima intervista con il collettivo Liaisons. Cfr. Tutto sembra così fragile e potente allo stesso tempo. Una conversazione sulla zona autonoma di Seattle, «The New Inquiry», 16 giugno 2020; poi, in «Capre nere anarchiche» (https://caprenereanarchiche.noblogs.org/post/2020/09/06/tutto-sembra-cosi-fragile-e-potente-allo-stesso-tempo-una-conversazione-sulla-zona-autonoma-di-seattle/). Come ha mostrato la ribellione di Bogotà, non c’è alcun bisogno di imporre una scelta forzata tra occupazione e demolizione.

14Alcuni mesi dopo, delle Molotov sono state lanciate contro le finestre del tribunale della città di Kenosha, WI, ma nessun incendio si è innescato; anche un parole office minore è stato dato alle fiamme. Cfr. Fran, JF, Lane, In the Eye of the Storm: A Report from Kenosha, «Hard Crackers», settembre 2020 (https://hardcrackers.com/eye-storm-report-kenosha/).

15 Phil Neel giunge a conclusioni simili: «Nonostante le apparenze, anche la nascita della TAZ è stata un prodotto dell’iniziale asfissia del movimento. Oltre a fornire un certo stimolo spettacolare a eventi accaduti altrove e ad offrire un’esperienza di trasformazione per un ristretto gruppo di persone, la TAZ ha posto un sigillo di pietra su tutte le regressioni tattiche che avevano già preso forma nel momento in cui il movimento sociale istituzionalizzato si apprestava a strangolare il movimento reale sottostante. In effetti, allora, questa ribellione nazionale, innescata dai fuochi di posizione accesi in una stazione di polizia, ha visto terminare il suo primo atto in termini simmetrici quando i manifestanti si sono rifiutati di bruciare un’altra stazione, lasciata loro in seguito a una ritirata della polizia». Cfr. Phil Neel, The Spiral, «Brooklyn Rail», settembre 2020 (https://brooklynrail.org/2020/09/field-notes/The-Spiral-Epilogue-to-the-French-Edition-of-Hinterland-Americas-New-Landscape-of-Class-and-Conflict). Traduzione inedita.

16 Tiqqun, Il bell’inferno (2004), in «Rivista polemos» (https://www.rivistapolemos.it/il-bellinferno/?lang=it).

17 Tobi Haslett, Magic Actions. Looking back on the George Floyd rebellion, «N+1», maggio 2021 (https://nplusonemag.com/online-only/online-only/magic-actions/).

18 Laurent Jeanpierre, In Girum. Les leçons politiques des ronds-points, Paris, La Decouverte, 2019, p. 19. Come esempio particolarmente suggestivo di questa formulazione negativa, anche se forse in ultima analisi inadeguato, si può pensare alla recente descrizione svolta su Endnotes dei movimenti rivoluzionari dei nostri tempi in termini di «non movimenti», sulla scorta di Asef Bayat. Cfr. Onward Barbarians, «Endnotes» (https://endnotes.org.uk/other_texts/en/endnotes-onward-barbarians).

19 Ivi, pp. 27-29: «Secondo la maggioranza dei Gilet Gialli, la politica non trae la sua consistenza nel discorso, né è in primo luogo una questione di opinioni, di richieste o di programmi».

20 Maurice Blanchot, Affermare la Rottura (1968), ora in Id., Écrits politiques, Paris, Éditions Léo Scheer, 2003, pp. 104-106 (https://carminemangone.com/2013/02/26/maurice-blanchot-affermare-la-rottura/). Si trova qui una delle prime rigorose formulazioni della potenza destituente.

21 Hannah Black, Go Outside, «Art Forum», dicembre 2020 (https://www.artforum.com/print/202009/hannah-black-s-year-in-review-84376).

22 Anche se nessuno di questi esempi è libero da contraddizioni, testimoniano di una tendenza persistente tra gli insorti impoveriti e razzializzati verso un «livellamento», una «diserzione di massa» e (secondo la relazione del consiglio al governatore in seguito alla ribellione di Bacon) «vane speranze di strappare l’intero paese alle mani di sua Maestà e impadronirsene». Cfr. Howard Zinn, A People’s History of the United States, Harper Collins, 2005, pp. 41-42.

23 Kiersten Solt, Seven Theses on Destitution (After Endnotes), «Ill Will», February 2021 (https://illwill.com/seven-theses-on-destitution).

24 Maurice Blanchot, La comunità inconfessabile (1983), Milano, SE, 2002, p.50.

25 Keno Evol, Daunte Wright: A Billion Clusters of Rebellion and Starlight, «Mn Artists», aprile 2021 (https://mnartists.walkerart.org/daunte-wright-a-billion-clusters-of-rebellion-and-starlight).

26 David Galula, Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice, Westport, Praeger, 1964, p. 95.

27 Laurent Jeanpierre, In Girum, cit., p. 19.

28 Come osserva Phil Neel, poco importa se i militanti di sinistra che mettono in atto questa repressione sostitutiva siano consapevoli del loro autentico ruolo politico, o se collaborino esplicitamente o meno con la polizia. Il fatto che «ritengano seriamente di contribuire al movimento, anche mentre lo soffocano» rende l’intera operazione ancora più efficace. Cfr. Phil Neel, The Spiral, cit.

29 «Così fece Las Casas, e i coltivatori scesero a patti. A spade sguainate contro la schiavitù degli “indiani”, la vedevano allo stesso modo sulla schiavitù dei “neri” […] la giustizia per i nativi fu comprata al prezzo dell’ingiustizia per gli africani. Il belligerante protettore dei nativi divenne il benevolo promotore della schiavitù nera e della tratta degli schiavi», Eric Williams, From Columbus to Castro. The History of the Caribbean 1492-1969, New York, Vintage Books, 1970, p. 43. Nonostante Las Casas abbia poi ritrattato questa suggestione, Williams nota che questo ripensamento non contraddiceva la sua grammatica anti-nera, enfatizzando piuttosto un «errore empirico» circa la fisionomia africana che non la totale mancanza di un giudizio morale universale sulla dignità di ogni vita.

30 Bartholomé de Las Casas è stato un conquistatore spagnolo, che in seguito ha tentato di impedire (o, laddove fosse impossibile, di porre rimedio) l’ondata di violenza genocida scatenatasi sui nativi americani durante le prime fasi della colonizzazione dell’America Centrale. Nel corso delle sue udienze con il Re, Las Casas adottava un approccio strategico, mettendo in discussione non tanto la legittimità per sé della Conquista quanto i metodi impiegati, insistendo sull’urgenza morale e materiale-finanziaria di introdurre ordine e sorveglianza nelle missioni coloniali nella speranza di controllare la violenza efferata dei coloni. In questo, potrebbe essere considerate il progenitore di progetti quali le commissioni di vigilanza poliziesca e altre riforme politiche volte a contenere la violenza dello stato senza rinunciarvi. Al contempo, Las Casas fu anche tra i primi europei a sostenere la «giusta causa» di una guerra armata per l’autodeterminazione da parte degli «indiani», e per questo è stato a lungo considerato un progenitore delle politiche abolizioniste e di decolonizzazione. Che si scelga di enfatizzare il suo ruolo di colonizzatore, di riformatore umanistico o di partigiano della decolonizzazione (o un amalgama dei tre), è certo che, nella sua nascente consapevolezza che «civilizzazione è plurale, non singolare», nella sua sensibilità alla «discontemporaneità degli sviluppi storici e alla relatività della posizione europea» (cfr. Hans Magnus Enzensberger, Las Casas, o uno sguardo indietro nel futuro, in Id., Zig Zag: saggi sul tempo, il potere e lo stile, Torino, Einaudi, 1999, pp. 90-93), Las Casas non fu solo il primo soggetto autenticamente moderno, ma la figura che meglio esemplifica l’apparato tramite il quale la moderna coscienza politica si estende sulla conoscenza attraverso la sussunzione dell’alterità e lo stratagemma dell’analogia con il quale la modernità cerca di governare ciò che sta al di fuori di sé.

31 Lawrence Clayton, Bartolomé de las Casas and the African Slave Trade, «History Compass», 7, 6, 2009.

32 Ronald Judy, (Dis)forming the American Canon: African-Arabic Slave Narratives and the Vernacular, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1993, p. 81.

33 Judy, (Dis)forming the American Canon, cit., p. 83: «Il pensiero, in quanto parte dell’essenza dell’uomo, è considerate ciò che ci permette di distinguere il bene dal male, ma lo fa entro un ordine universale che traduce logicamente i prima praecepta in precetti secondari che funzionano come base di ogni codice di comportamento sociale».

34 Questa analogia getta le fondamenta per «l’insieme intra-coloniale di questioni fondative dei dilemmi etici [occidentali] (ossia marxismo, femminismo, psicanalisi). Cfr. Frank B. Wilderson, Red, White, and Black: Cinema and the Structure of U.S. Antagonisms, Durham, Duke University Press, 2010, 215-219.

35 Ivi, p. 219.

36 Lo sforzo di posizionare una politica vitalista riabilitata al servizio di un movimento giovanile anticapitalista e antifascista ha dei precedenti non solo negli «indiani metropolitani» dell’Autonomia italiana (e forse già attorno al circolo di Cesarano dieci anni prima), ma anche nei gruppi rivoluzionari americani degli anni ’60 e ’70, come MOVE o Up Against the Wall / Motherfucker. Sul vitalismo di destra e di sinistra, cfr. Alberto Toscano, Vital Strategies. Maurizio Lazzarato and the Metaphysics of Contemporary Capitalism, «Theory, Culture, and Society», 24, 6, novembre 2007, pp. 71-91.

37 Sonali Gupta, H. Bolin, Virality. Against a Standard Unit of Life, «e-flux», febbraio 2021 (https://www.e-flux.com/journal/115/373014/virality-against-a-standard-unit-of-life/).

38 In uno dei testi migliori composti la scorsa estate, The Siege of the Third Precinct of Minneapolis: An Account and an Analysis (CrimethInc, June 2020, disponibile al link: https://it.crimethinc.com/2020/06/10/the-siege-of-the-third-precinct-in-minneapolis-an-account-and-analysis), entrambi i dinamismi sono teorizzati esclusivamente dal punto di vista dell’agenda della rivolta politica. Nonostante la teoria della composizione offerta in questo testo giungesse quanto più vicino possibile a descrivere l’animo organizzativo «sul campo», è forse troppo frettolosa nel sussumere ogni aspetto della situazione in un solo tipo di folla. Secondo gli autori, la caratteristica principale che ha permesso ai saccheggiatori di acquisire un «ruolo» entro la composizione di folla della rivolta politica (insieme a medici, tiratori, puntatori di laser, responsabili del sound system o della comunicazione, ecc.) è l’aver contribuito all’ingovernabilità generale della situazione complessiva. Se da un lato questa fretta è comprensibile a partire dallo sguardo ristretto portato nell’articolo, che mirava a mappare la costellazione di forze che ha portato al rogo del Terzo distretto, dal punto di vista di una più ampia teoria della folla insorta nel XXI secolo sembra importante riconoscere una differenza qualitativa tra questi due dinamismi rispetto ai loro obiettivi, alle loro movenze, all’orientamento nei confronti del nemico, ecc. Tra rivolta politica e rivolta da vetrina si individuano infatti due tipi diversi di folla: anche quando coesistono da una sponda all’altra del medesimo parcheggio, come nel caso del negozio Target di fronte al Terzo distretto, passare dall’una all’altra richiede una mutazione e un divenire, una «restrizione» e un «allentamento», come afferma Elias Canetti.

39 Certo, vi sono molte varianti locali; alle volte una delle due rivolte domina sino a escludere l’altra. Per esempio, la lunga estate di Portland è stata marchiata da una rivolta politica estremamente sostenuta ma pressoché priva di saccheggi, mentre le rivolte delle vetrine a Chicago hanno avuto luogo senza alcun attacco alla proprietà statale o scontri stabili tra folla e polizia.

40 Sulla distinzione tra manifestanti «buoni» e «cattivi», cfr. Nevada, Imaginary Enemies: Myth and Abolition in the Minneapolis Rebellion, «Ill Will», novembre 2020. (https://illwill.com/imaginary-enemies Where the state doctrine speaks of “good” and “bad” rioters, we speak of political riots and storefront riots). (Cfr. anche Riflessioni sugli sfasci in manifestazione e sugli avvenimenti del 1º maggio, «Paris Luttes», maggio 2018 https://postaz.noblogs.org/post/2018/05/11/riflessioni-sugli-sfasci-in-manifestazione-e-sugli-avvenimenti-del-1o-maggio/ ndt).

41 Shemon e Arturo hanno svolto un’analisi ammirevole della pratica del saccheggio automobilistico dopo l’omicidio di Walter Wallace a Philadelphia. Cfr. Shemon, Arturo, Cars, Riots, and Black Liberation, «Mute», novembre 2020 (https://www.metamute.org/editorial/articles/cars-riots-black-liberation). Ciò nonostante, si dovrebbe aggiungere che la genealogia della guerra veicolare non si limita in alcun modo alla lotta per la liberazione nera. Dagli [slowroll] di Black Smoke Matters allo sciame di 3000 motociclette nel corso della rivolta a Porto Rico, fino al taxi mob volontario di Hong Kong, che ha permesso ai manifestanti di fuggire dai guai, l’impiego tattico di veicoli di proprietà personale è divenuta una caratteristica sempre più generale nella grammatica dell’azione globale. Se ognuno di questi casi rappresenta certamente un’innovazione tattica nella mobilitazione dei veicoli personali come forza di intervento, laddove si tratti invece di considerarne il loro impiego come arma bisognerà guardare al 2016 – quando, all’apice degli scontri a Standing Rock, i veicoli personali sono stati trasformati in barricati per bloccare l’arteria principale sino al cantiere della DAPL [Dakota Access Pipeline], prima che venissero dati alle fiamme quando la polizia aveva mosso un attacco ai manifestanti che li presidiavano. Un anno dopo, la destra ha replicato a Standing Rock: James Fields si è infatti deliberatamente lanciato a bordo della propria auto su una folla di antifascisti a Charlottesville, nel 2017, uccidendo Heather Heyer. Da allora, i mezzi di trasporto sono divenuti un elemento tattico e affettivo permanente degli scontri di strada, dalle Covid Caravans alla prima fallimentare apparizione delle flottiglie tra i sostenitori di Trump. Non c’è niente di più americano di portarsi in manifestazione l’intero contenuto di un garage.

42 Il concetto di destituzione era stato glossato in una lettera pubblicata da Ill Will lo scorso anno: «da un lato, la destituzione si riferisce allo svuotamente delle finzioni governative (le sue pretese di universalità, imparzialità, legalità, consenso); dall’altro, al ripristino della positività e alla pienezza dell’esperienza. I due processi sono legati come i due lati di una nastro di Möbius: ovunque gli esclusi, gli inermi, chiunque sia solitamente consegnato a un’esistenza da spettatore nel mondo, prendano improvvisamente parte della propria situazione, partecipanti attivi di una polarizzazione etica, la classe dominante è trascinata senza scampo nella polarizzazione e non può evitare di esibire il proprio carattere partigiano. La polizia ritorna così ad essere un’altra gang tra le gang».

43 Come recentemente osservato da Shemon e Arturo, c’è un «chiaro limite tra la rivolta e lo sciopero logistico»; sarebbe perciò poco realistico aspettarsi da BLM una modalità di azione che invita al salto verso il livello delle azioni industriali nelle fabbriche, nei depositi e nei porti. Cfr. Shemon, Arturo, After the Tear Gas Clears, «It’s Going Down» (podcast: https://itsgoingdown.org/after-the-tear-gas-clears-a-discussion-on-the-revolutionary-horizon-post-rebellion/). Wendy’s, ad Atlanta, è un’eccezione a questa regola, dal momento che la scelta del luogo non obbediva a nessuno dei due orizzonti qui indicati; sembrava anzi non avere alcun orizzonte se non se stesso.

44 È un fatto occasionalmente rimarcato anche dai poteri dominanti. Il presidente cileno Sebastián Pinera, ad esempio, ha dichiarato: «Siamo in guerra contro un potente nemico […] siamo estremamente consapevoli che loro [i manifestanti] hanno un grado di organizzazione anche logistica tipica di un’associazione criminale» (20 ottobre 2019).

45 L’occupazione di Wendy’s ad Atlanta è un’eccezione alla regola, avendo avuto luogo in un quartiere povero e a maggioranza afroamericana, lontano sia dalle sale del potere che dalle vetrine.

46 Al riguardo, cfr. la discussione in merito a destituzione e luogo in Wohleben, Torino, Meme con la forza, alla nota 1.

47 Come illustrato all’epoca da un insegnante delle scuole medie a NPR, «lasciamo passare le auto, ma non i tir che trasportano beni per multinazionali come Wal-Mart e Coca-Cola».

48 Al riguardo, cfr. K.N., Paul Torino, Life, War, Politics, cit., alla nota 5. Tra i migliori esempi delle difficoltà in gioco nell’ingaggiare un «conflitto nel conflitto» vi è sicuramente lo sforzo da parte dei residenti della ZAD di Notre-dame-des-landes di modificare la cornice della propria lotta dopo che lo stato aveva di fatto riconosciuto la loro vittoria, cancellando i piani di costruzione dell’aeroporto che la ZAD intendeva bloccare. Cfr. Mauvaise Troupe, Considérations sur la Victoire (et ses consequences). Depuis la zad de Notre-Dame-des-Landes, «Lundi Matin», ottobre 2019 (https://lundi.am/Considerations-sur-la-victoire-et-ses-consequences-depuis-la-zad-de-Notre-Dame).

49 Sulla rivolta cilena e l’idea dei «marcatori ritmici» grazie ai quali è stata in grado di espandersi, Rodrigo Karmy Bolton, The Anarchy of Beginnings. Notes on the Rhythmicity of Revolt, Ill Will, May 2020 (https://illwill.com/the-anarchy-of-beginnings-notes-on-the-rhythmicity-of-revolt). È importante sottolineare che il concetto sviluppato da Karmy resta ambivalentemente situato tra il problema trotskista della «convergenza delle lotte» (che l’autore, pensando all’evento cileno, cerca con ogni evidenza di evitare), e un’altra immagine virale della politica alla quale non riesce a dare nome. Lungi dal decretarne il fallimento teorico, questa ambivalenza è, con ogni evidenza, il dilemma strutturale della nostra epoca.

Senza perché: l’apriori esistenziale dell’agire destituente.

di Michele Garau

«per un’intera civiltà la hybris dei principi ha perso la sua credibilità»

(Reiner Schürmann)

«In altre parole, e con tutta la gravità del caso, non senza pena: distruzione della categoria di universale»

(Maurice Blanchot)

Vivere all’alba delle economie principiali significa abitare un’epoca in cui la mancanza di senso e di punti d’appoggio è una condizione generale. Per questa ragione «decidere» comporta anche un accogliere la possibilità storica di spogliarsi della «volontà» per come siamo abituati ad intenderla, un volere di non volere. Ciò significa astenersi dal trattenere gli eventi dentro un’intelaiatura fissa, dal renderli costanti, imporre loro la luce piena e la presenza permanente. Non fermarne il flusso, lo sbocciare, la pura «physis», insomma.

Capovolgere il nostro distacco rispetto all’esserci mondano, rovesciando il rapporto di dominazione e presa calcolante che il soggetto occidentale impone all’emergere delle cose, esporsi al «Rischio» senza protezioni, è il modo con cui Heidegger descrive l’atteggiamento poetico in un famoso scritto del 1946, dedicato ad Hölderlin e Rilke1. Invertire l’estraneazione dall’esperienza in un distacco dal sé che la custodisce e la oggettiva, abbandonarsi e lasciar essere il mondo, è il significato dell’heideggeriana Gelassenheit. L’atteggiamento del «lasciar essere» deve corrispondere, secondo l’interpretazione di Reiner Schürmann, alla terza ed ultima traiettoria del pensiero heideggeriano, che denomina «topologia dell’essere». Un abbandono che si fa incontro ad un abbandono, un flusso che ne asseconda un altro fino ad esserne indiscernibile. Questo approccio segue e radicalizza, come noto a chi abbia familiarità con il pensiero di Schürmann, la scoperta delle «economia epocali». Dopo aver storicizzato i «Primi», i referenti di legittimazione che reggono e scandiscono le diverse «configurazioni aletheiologiche» della metafisica occidentale – come figure della verità ed «archai» fondative, ma anche come «strutture formali del potere» e princìpi di comando – subentra un puro trascendentale dell’aver luogo, dell’evento e dell’azione libera in un’economia «anarchica», oltre la metafisica2. Si tratta di una successione sistematica, relativa al pensiero di Heidegger, ma anche «destinale», perché può venir fuori ed essere evocata solo ad un dato momento della «storia dell’essere», il più «indigente» e rischioso, quello in cui la tecnica e il nichilismo conducono la metafisica allo scoperto e la espongono al suo declino.

Proprio il tratto ontologico di questa terza fase del pensiero di Heidegger segna, secondo Schürmann, la distanza tra la «decostruzione» anarchica da lui proposta ed il metodo «archeologico»3 di Foucault, che si limiterebbe alla sfera dei regimi discorsivi, degli apriori storici e dell’«episteme» (quindi solo allo stadio delle economie epocali, ma ancora una volta senza svilupparne in pieno anche la portata ontologica intrinseca). Ci sono almeno due aspetti di grande rilievo, in queste riflessioni sulle «economie della presenza», per una teoria dell’agire destituente. La prima è l’«apriori esistenziale»4 della vita senza perché rispetto al pensiero senza perché, alla decostruzione teoretica dei principi: si tratta di un elemento che appartiene alla diretta ascendenza eckartiana5 della filosofia di Schürmann, per cui la via del distacco è accessibile solo a chi viva in modo distaccato. Tiqqun scriveva, nel testo Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi, le parole seguenti:

E in effetti, quale interesse potrebbero mai avere all’evento, al superare i significati e romperne le correlazioni sistematiche, quello che non hanno operato la conversione ek-statica dell’attenzione? Che potrebbe voler mai dire il lasciar-essere, la distruzione di quello che fa schermo tra noi e le cose, per coloro che non hanno mai percepito la richiesta del mondo? Che possono capire dell’esistenza senza perché del mondo, coloro che sono incapaci di vivere senza perché? Saremo così forti e numerosi, nell’insurrezione, per elaborare la ritmica che interdice ai dispositivi di riformarsi, di riassorbire l’accaduto?

Un potente discrimine tra il materialismo della presenza e tutte le metafisiche del soggetto – anche nella storia del pensiero rivoluzionario – sta in questa tensione irrisolvibile tra vita e discorso. Tensione e possibile coincidenza che poco ha da spartire con la relazione dialettica. Foucault allude a qualcosa di simile in un’intervista (Follia, letterature, società)6 rilasciata in Giappone, nel 1970, quando parla della «vertigine violenta» che lo coglie di fronte all’ipotesi di smettere di scrivere.

Il secondo punto da rilevare concerne le conseguenze «politiche» di tali assunti, partendo dal presupposto che il dominio politico medesimo sia il campo d’azione, la regione che in ogni epoca mostra, più di tutte le altre, il funzionamento dei «Primi», di questi ordinamenti di significato intorno a cui si articola ogni sfera di una civiltà nei diversi momenti storici: ogni principio di legittimazione, infatti, che si tratti dell’autorità divina, della «Ragione», del «Progresso storico» o di una visione del mondo, funziona in modo triplice come «archē», «Ursprung» e «principium», non solo come origine e principio di ragione, dunque, ma anche e soprattutto come istanza di autorità. Ogni referente coesivo è la base di parole, azioni e cose, nella loro mutua presenza storica, ma fornisce anche le basi ad un assetto di potere. Questo comporta innanzitutto che un agire politico capace di fare i conti con la «svolta», con il decadimento dell’economie epocali ed il sorgere di quelle anarchiche, debba misurarsi con la chiusura definitiva di ogni giustificazione universale e totalizzante del potere:

Le filosofie prime forniscono al potere le sue strutture formali. Più precisamente, la «metafisica» designa allora questo dispositivo nel quale l’azione richiede un principio al quale si possano riportare parole, cose e atti. L’azione appare priva di principio nell’epoca della svolta, allorché la presenza come identità ultima si muta nel venire alla presenza come differenza irriducibile.7

Lo slittamento da compiere, rispetto alle categorie dell’agire politico, è quello di decostruire la circolarità tra fini e cause, che Schürmann definisce «teleocratica» o «archeo-teleocratica» e riconduce, nel suo corpo a corpo con Heidegger, fino ai primordi della filosofia occidentale: alla Fisica di Aristotele8 . Aprire alla pura differenza, all’assoluta molteplicità dell’evento prima che esso sia ridotto al trattenimento della rappresentazione – della «presenza costante» e quindi, riferendosi alla politica, dell’istituzione. Tale insistenza sulla dislocazione dell’agire fuori dalla struttura del «pros hen», l’essere volta ad un’unità di senso esterna, proiettata verso l’origine o il fine, apre a un tipo di azione ingiustificato, che non si consolida nella stabilità di un soggetto immutabile – il «Soggetto» è peraltro, secondo questa interpretazione, proprio l’ultimo dei principi egemonici. Un’azione «senza perché»9 in cui l’origine (Ursprung), come pura singolarità di ciò che accade, venire in presenza «qui e ora», è separata dall’«archē» (Anfang):

Quale che sia l’esito degli scontri nelle strade, l’insurrezione ha già da sempre dislocato il tessuto compatto delle credenze che permettono al governo di esercitarsi. Per questo chi ha fretta di seppellire l’insurrezione non perde tempo a cercare di rammendare il fondamento in briciole di una legittimità ormai perduta. […] Per rendere la destituzione irreversibile dobbiamo cominciare dunque col rinunciare alla nostra legittimità. Dobbiamo abbandonare l’idea che si fa la rivoluziona in nome di qualcosa, che esista un’entità essenzialmente giusta e innocente che le forze rivoluzionarie avrebbero il comito di rappresentare. Non si riporta il potere sulla terra per innalzare sè stessi al di sopra dei cieli.10

L’intelaiatura e l’efficacia di una costellazione epocale, come totalità di ciò che è pensabile ed esprimibile dal linguaggio, affiora solamente quando un’era giunge al termine, ovvero nei momenti precari di cesura, nell’instabilità aleatoria che viene a formarsi tra la decomposizione di un ordine ed un nuovo atto fondatore. A sua volta l’architettura epocale nel suo complesso, e dietro di essa la struttura del «venire alla presenza» come condizione trascendentale e trans-storica delle figure del dominio, in cui risiede la loro origine senza principio e la loro contingenza fenomenica, viene fuori soltanto quando la «Svolta» maggiore è in corso di svolgimento.

I referenti di legittimazione sono sospesi, relativamente alla politica, anche in precisi momenti storicamente collocabili di breve interludio tra un ordine e un altro, in cui si affaccia l’indeterminatezza dell’azione libera: Schürmann cita, scostandosi apertamente dalle valutazioni di Heidegger, la Comune del 1871, i soviet del 1905 e del 1917, le repubbliche consiliari tedesche del 1918. Ciò che risulta più interessante, in primo luogo, è il fatto che con la «Svolta», terminando la sequenza dei principi, si dia uno scarto che non è più passeggero o relativo, ma riguarda l’impalcatura stessa dell’istituzione; in secondo luogo c’è il riferimento alla necessità che la decostruzione, per porre le condizioni negative ad una libera sequenza dell’agire libero, improntata alla pluralizzazione, nel momento di questo passaggio abbia anche un lato attivo e offensivo, in cui l’immobilizzazione autoritaria della presenza nelle rappresentazioni venga forzata, spinta nel suo declino:

Il campo libero dell’apertura chiamato dapprima Dasein, poi «epoca della verità» è quello nel quale ogni fenomeno «già sempre» appare. Esso, però, va liberato espressamente, ciò che richiede determinate condizioni. Che cosa, dunque, ha impedito l’autoliberazione della libertà? Qualunque rappresentazione di un Primo metafisico. Ne deriva che la decostruzione è completa solo in quanto lotta contro i princîpi epocali, contro i principes che regnano e i principia che comandano.11

La decostruzione deve fronteggiare i principi che si mantengono in quanto declinanti, la legge come vigenza senza significato, cioè nella sua figura più catastrofica. Tale plesso di intuizioni avvalora, oltre le valutazioni politiche dell’autore stesso, l’idea che il carattere destituente possa essere rintracciato come un’ombra ed un riflesso incompiuto, ma onnipresente, in tutti gli accadimenti rivoluzionari del passato. Suggerisce anche, per usare le parole del Comitato invisibile, che si debba operare una divisione ed un taglio in seno all’idea stessa di insurrezione, oltre che della sua eredità storica. Le pagine di Maurice Blanchot sul Maggio 68 sono esempio fulgido nell’individuare questa vocazione destituente e nel darle una sua scrittura. In La comunità inconfessabile, scritto nel 1984, Blanchot sottolinea con toni in cui si riconosce l’influenza di Heidegger questa coesistenza di presenza e assenza, un darsi dell’evento che non è mai completo, stabile, compiuto una volta per tutte, ma sempre pronto a ritrarsi nell’ombra da cui proviene. Una «pura presenza», dice lo scrittore, che proprio in quanto tale, cioè priva di attributi fondanti, presupposti o identità che ne informino i contorni e delimitino l’accesso, è sempre anche nell’assenza, mai pienamente disponibile alla comprensione o all’integrazione. Uno «scambio virtuale», dice Blanchot, tra comune presenza ed assenza, in cui l’unico popolo che si concretizza è quello delle amicizie, dei comitati e dei gruppi occasionali12. Questa esperienza liminare del «non strutturabile», di un fuori aleatorio che si manifesta senza essere mai pienamente attingibile, che deve essere quindi prolungato e rinnovato nella sua contingenza di fenomeno ogni volta emergente, è evocata già molti anni prima in uno scritto sul 68 che risale allo svolgimento dei fatti, dal titolo Affermare la rottura:

Portare la rottura non significa soltanto estrarre o tentare di estrarre le forze che tendono alla rottura dalla loro integrazione alla società costituita; significa fare in modo che, realmente e ogni volta che si compie, il rifiuto, senza smettere di essere un rifiuto attivo, non sia soltanto un momento negativo. È questo, politicamente e filosoficamente, uno dei tratti più forti del movimento. (…) La teoria non consiste evidentemente nell’elaborazione di un programma ma, al di là di qualsiasi progetto, nel mantenere un rifiuto che afferma, nell’estrarre o mantenere un’affermazione che non torna all’ordine, che disturba e si disturba, in rapporto con la non-conciliazione, con il disordine, con il non-strutturabile.13

È curioso notare che gli aspetti su cui Blanchot si sofferma sono più o meno gli stessi segnalati dal Colectivo Situaciones per indicare, nelle sollevazioni argentine del 2001, i lineamenti di un’«insurrezione di tipo nuovo». I ricercatori argentini indicano nel rigetto della rappresentanza e del terreno istituzionale, stigmatizzato dalla maggior parte degli osservatori di sinistra come una mancanza di «positività» da parte del movimento, il suo punto più originale. Il suo essere «senza soggetto» ed il suo alludere ad un «No positivo», infatti, lasciano uno spazio vuoto in cui, al posto dei programmi politici, si insinua la natura etica e situazionale della rivolta. In questo intreccio tra l’opacità di fondo – delle cause quanto degli agenti – ed il suo ancoraggio ad un circuito di realizzazioni cooperative ed autonome («socializzazione alternativa», dicono infelicemente gli autori), si dà la vocazione destituente dell’insurrezione. L’immagine ricorrente della comune e la comunicazione esplosiva, nella loro intensità, nutrono l’affermazione del rifiuto: se una qualifica politica esiste, quindi, non è in un passaggio dialettico ulteriore, oltre e al di là dell’esperienza fugace della sommossa, ma dentro la rivolta stessa, nel «noi» senza premesse che vi prenda corpo. Se pensiamo all’ostinazione disperata con cui vecchi e nuovi rappresentanti politici inseguono in modo spasmodico il precipitare delle lotte, il loro divenire, per cercare di trattenerlo in una sedimentazione permanente da cui poter trarre qualcosa, alla ricerca strenua che attivisti ed aspiranti portavoce mettono nel cercare di provocare gli eventi ad una loro forma politica predefinita, nell’estrarne un’identità, vediamo chiaramente quanta metafisica esiste anche nei riflessi ereditati dal campionario della militanza antagonista. Il caso dei gilets jaunes è quasi ridicolmente esemplare, per il modo grottesco con cui tanti, dopo aver ignorato la novità delle cose, hanno tentato di tenere in vita – facendone i ventriloqui – un guscio oramai smesso e lasciato indietro. Mi si perdonerà l’applicazione maldestra e impressionistica di concetti filosofici paludati a questioni così banali, ma sembra che lo schema compaia sempre e un po’ ovunque invariato, e anche il libro Piqueteros, in fondo, non è del tutto esente da questa tendenza14.

L’ apertura storica che depone la figura del «Soggetto» è la stessa che intacca una progettualità lineare e coerente, tenute insieme dalla dimensione di raccordo insita nell’oggettività delle cause, le quali permettevano di porre un rapporto chiaro di determinazione nello scatenarsi dei movimenti sociali. Come sostenuto da Tronti alcuni anni più tardi, le rivolte metropolitane si affacciano nel nuovo millennio come forza destituente proprio perché viene a mancare un agente consapevole e dotato di una sua visione, in cui la politica moderna trovava il suo fondamento. La modernità è la storia del politico, come Tronti sostiene fin da La politica al tramonto, perché è la vicenda della soggettività nel suo farsi sempre più collettiva e potente, di cui il «movimento operaio» è l’ultima grande e fallimentare incarnazione. La crisi del movimento operaio è quindi, in ultima istanza, crisi del politico, della modernità e del «Soggetto» medesimo, nello stesso «tragico» passaggio storico.

Nell’analisi del «Colectivo Situaciones» c’è, se si vuole, una prima elaborazione di questa mancanza, sebbene confusa e contradditoria. Nella narrazione delle giornate di sollevazione del 2001, a Buenos Aires, si indica questo filo che collega il venir meno della centralità operaia, e del movimento operaio come ultimo modo storico dell’emancipazione politica incentrato su una soggettività «molare» – quindi su una formulazione delle proprie aspirazioni di parte in termini di universalità storica – alla crisi del soggetto nel suo complesso e a quella del politico come progetto istituente e globale. Negli spunti che queste tesi contengono, a differenza che in Tronti, la tonalità del discorso non è pessimistica, ma volta ad abbracciare le potenzialità di tale crisi, il suo carattere liberatorio, come farà più tardi e meglio il «Comitato invisibile»: la fine dei punti fermi, il disorientamento e la morte della «politica», insomma, non sono presi come una sconfitta irreparabile, ma come uno stato di fatto e come un’arma.

La frammentarietà e l’intensità evenemenziale delle rivolte, in quanto momento di conflitto privo di una trascendenza politica, incapace di un orizzonte di sviluppo come quelli che abbiamo visto nella storia novecentesca dei socialismi, dipende da tali fattori; l’impossibilità di una totalizzazione storica che passi per la generalizzazione di un soggetto e la usi come punto d’appoggio, la scomparsa di un accesso alla «totalità» – all’interesse generale, all’universale, al comune – per come l’abbiamo conosciuta, sono quanto la categoria di «potenza destituente» cerca di tradurre ed interrogare. Tali elementi cessano così di essere semplicemente demandati alla negatività e alla mancanza, come se le rivolte fossero un aborto della ragione storica, un suo arresto senza uscita, per cercare di trovarvi il «come» di una consistenza politica differente e dotata di una propria specifica causalità.

Ad esempio, in un passaggio notevole, il «Colectivo Situaciones» pone l’accento sul funzionamento del gioco di cause eterogenee che convergono nella sommossa: esse a un certo punto si condensano e raggiungono un «punto di fusione». Quello che risulta più significativo ed attuale, del loro discorso, è che i molti vissuti, le memorie di oppressione, le ragioni di rabbia e gli «strati di tempo» che si intrecciano nella lotta, da un lato non si unificano intorno ad un significante egemone, all’articolazione gerarchica di un ritmo unitario che sarebbe ancora quello del progetto politico classico, ma neppure continuano a vagare secondo un andamento casuale ed acentrico. Non c’è un accumulo quantitativo che, tassello dopo tassello, raggiunge la soglia qualitativa che rovescia lo scontento in rivolta, facendo traboccare il vaso, e nemmeno troviamo una causa determinante di tipo strutturale, secondo gli schemi di un marxismo più o meno rivisitato, ma la composizione magmatica di ragioni e scontenti minori, separati, che a un certo punto, secondo una dinamica opaca ma concreta e materiale, si uniscono e si trasformano in «cause», facendo sì che la normalità non sia più sopportabile nemmeno per un altro giorno.

È importante ribadire che nessuna di queste memorie ed istanze di riscatto, presa in sé e prima che l’evento della rivolta sia venuto in essere, il 19 e il 20 dicembre del 2001, costituiva una causa valida: non la ristrutturazione del mercato del lavoro e le politiche vessatorie del «Fondo monetario internazionale», nemmeno l’erosione dei servizi pubblici o gli episodi di repressione spietata da parte della polizia, che arriva all’uccisione di due dimostranti. A un certo punto, però, con la dichiarazione dello stato d’assedio, dopo svariati giorni di saccheggio dei supermercati nei quartieri poveri della capitale, le sofferenze isolate formano una costellazione ed esplodono, senza preavviso:

In ogni caso, non si è trattato di un’«accumulazione» nel senso meccanico e determinista, secondo cui una goccia-diciamo lo stato d’assedio-fa traboccare il vaso. Nessuna di queste memorie eterogenee può intendersi come causa se le si considera separatamente, poiché agiscono come tali solo una volta entrate nella dinamica che le attualizza. Il punto di fusione in cui tutti gli elementi convergenti perdono il proprio stato solido per fondersi tra loro dando luogo a una nuova realtà si è raggiunto effettivamente con lo stato d’assedio.15

La destituzione è quindi anche il meccanismo che disattiva le temporalità e i regimi causali, i codici che permettevano, nel passato, di leggere i movimenti di lotta, di prevederne e spiegarne le motivazioni. In questo modo si liberano quindi le temporalità multiple, le «fibre di tempo»16 giacenti sotto la crosta di un dominio capitalistico che agisce proprio assorbendo dentro il quadro regolativo di un tempo unico ed astratto – spazializzato – la frammentazione cronologica delle esperienze, dei vissuti e dei «mondi» che ciascuna lotta apre. Secondo il filosofo Bernard Aspe, infatti, ogni autentico «collettivo» – filosofico, artistico, ma soprattutto una collettività politica di tipo rivoluzionario – prende corpo nell’affermare un «tempo comune», che per vivere deve sottrarsi al dispositivo di sincronizzazione dell’economia e della sintesi capitalistica.

Proprio quando la soglia dell’esistenza individuale resta limitata all’isolamento privato del tempo soggettivo, quando è annullato ogni legame intensivo, vissuto e concreto, con i tempi altrui, l’unico appiglio per organizzare l’esistenza è il riferimento del tempo astratto. Per Aspe l’alleanza tra i tempi privati, mettiamo delle attività quotidiane, e il tempo astratto, è proprio ciò che impedisce la formazione di tempi comuni: sono a tal punto isolato nel mio tempo personale che non ho alcun legame se non con il quadrante degli orologi. In tal senso l’opera di «sincronizzazione» tra i tempi discordanti diventa una funzione monopolizzata dal capitalismo, espropriata al nostro spettro di capacità esistenziali, quindi politiche. Il mondo della dominazione economica è il tempo che si impone su tutti gli altri, l’articolazione estranea ed artificiale delle temporalità molteplici:

Il capitalismo contemporaneo riposa sull’articolazione tra la forma vuota del tempo degli orologi e la molteplicità disparata dei tempi che sussume. Altrimenti detto, riposa sul monopolio di una messa in sincronia che rimane esteriore ai processi ed alle attività di cui permette la sintonia. Una messa in sincronia che non passa soltanto per il tic-tac dell’orologio, anche se esso continua ad emblematizzare la risorsa principale del capitalismo. Perché questa sincronia passa anche dalla necessità che si impone a tutti di seguire l’evoluzione dei dispositivi di comunicazione che vanno anch’essi a dispiegare lo spazio di una sincronia planetaria.17

La violenza destituente delle sollevazioni scatena queste temporalità plurali prima imbrigliate e compresse, dà loro la possibilità di manifestarsi ma anche, di conseguenza, di accordarsi e risuonare insieme, di uscire dall’isolamento autistico evitando la cacofonia. Il modo in cui la rivolta si espande e può trasformarsi in rivoluzione, come scrive il «Comitato Invisibile» in un passo suggestivo della sua Mise au point, del 2009, non assomiglia all’incendio in una foresta, non segue un processo cronologico lineare o di «contagio», continuo e graduale per quanto rapido, ma ha tempi di risonanza e vibrazione che collegano posti distanti in una corrispondenza ritmica che ha qualcosa di «musicale»:

Un movimento rivoluzionario non si diffonde per contaminazione ma per risonanza. Qualcosa che si costituisce qui risuona con l’onda d’urto emessa da qualcosa che si è costituita laggiù. Il corpo che risuona lo fa secondo il modo che gli è proprio. Un’insurrezione non è come l’estensione della peste o del fuoco in una foresta – un processo lineare che si estenderebbe con la vicinanza a partire da una prima scintilla. È piuttosto qualcosa che prende corpo come una musica e le sue sedi, anche se disperse nel tempo e nello spazio, impongono il ritmo delle proprie vibrazioni. Prendono sempre più consistenza. Fino al punto in cui il ritorno alla normalità non possa più essere desiderabile o praticabile.18

Già «Tiqqun», nel 2001, scriveva d’altronde in modo evocativo che «in un certo senso la questione rivoluzionaria è ormai una questione musicale»19.

La dinamica delle rivolte, dei «riots», ma anche delle zone autonome, dei blocchi e delle occupazioni di spazi abitabili che si sono visti comparire nei recenti cicli di lotte – certamente in quello argentino – insieme agli episodi di scontro, sono così riportati ad un proprio regime di razionalità e determinazione storica, sfuggendo da posture catastrofiste o nostalgiche che ne svuotano e rimuovono i contenuti. Si può dire, parafrasando Sylvain Lazarus, che la politicità delle rivolte, dell’azione diretta e delle nuove grammatiche destituenti dell’antagonismo contemporaneo, sia la «saturazione» e non la mera cancellazione liquidatoria dei precedenti «modi storici dell’emancipazione»20: tra il vecchio e il nuovo c’è tanto un’assoluta discontinuità di linguaggi, pratiche e metodi, quanto una continuità paradossale che trasmuta e pone diversamente le stesse domande sotterranee, forzandone il lessico e oltrepassandone il limite. Se non c’è più traccia, quindi, dei lemmi che hanno retto il vocabolario della tradizione rivoluzionaria nella sua interezza – progetto, classe, partito, rivoluzione – persistono le problematiche, i «siti» politici a cui questi termini rispondevano, dislocati altrove e commutati in qualcosa d’altro. Resi irriconoscibili.

La destituzione è infatti, come si è detto, un’ombra e un problema irrisolto che percorre i movimenti rivoluzionari nel corso della loro intera storia, nella misura in cui il fallimento e il vizio delle rivoluzioni sconfitte è sempre stato nell’incapacità di custodire l’apertura della rivolta come evento – lacerazione estatica del continuum storico – dentro la durata della rivoluzione come processo. Abbiamo certamente imparato, da alcune letture filosofiche importanti, che dove si presenti una coppia, una macchina binaria (i cui poli sono sempre posti, illusoriamente, come irrelati), questa va rotta, profanata. Tutto il problema di coltivare e delineare un «fuori», la vera questione rivoluzionaria del nostro tempo, emerge in questo plesso di concetti, deve fare i conti con il funzionamento dei dispositivi, delle «soglie di politicizzazione» e, quindi, con il rapporto controverso e indecidibile che stringe limite e trasgressione. Le ricerche di Foucault sulla letteratura, su Bataille, Blanchot, Roussel, ma anche sulle vite infami ed il loro comparire negli archivi, hanno a che vedere con tale dinamica, in cui il superamento dei punti liminari trasporta con sé, proietta in avanti il confine che viola21.

La ricaduta concettuale e politica di questa evidenza è il configurarsi del fuori come una piega, un incavo del dentro, poiché se il soggetto è un’incrostazione dei dispositivi di potere, guadagnarsi un fuori significa allargare e mantenere aperto quanto possibile lo scarto che si crea tra rottura dell’assoggettamento – desoggettivazione – e ridefinizione dell’inquadramento soggettivo, ad esempio nelle rappresentazioni della politica. Qui risiede un campo di tensione e un’aporia notevole delle ricerche foucaultiane, poiché si tocca la frontiera del diagramma formato dai poteri, un vuoto scavato al loro interno, non in un qualche spazio localizzabile. È il problema dell’intersezione tra etica e politica, delle «contro-condotte» e delle forme di vita: si possono dare operazioni sull’esistenza individuale che mantengano un vuoto di «desoggettivazione» sufficientemente ampio da non ricadere immediatamente nel campo di influenza del governo e della sua rete di assoggettamento? Questa alterità può essere effettiva e diffondersi, comunicando con il repertorio della politica, seppure in un’accezione originale ed inedita?

Rivisitare la storia rivoluzionaria ha dunque un significato, prima di tutto, eminentemente pratico: quello di collocare gli embrioni di autonomia, politica e materiale, nell’ottica strategica di un rivolgimento di sistema. Partire dal vicino, dal situato e percepibile, ma non per ritirarsi da ciò che ne costituisce lo sfondo: né riproposizione dei vecchi paradigmi politici, quindi, né ritirata privatistica nelle isole di un’alternativa tollerata e compatibile; né i vecchi sogni rivoluzionari, né le nicchie inoffensive della «cura di sé» neoliberale. Qui risiede il significato programmatico della divisione, già evocata, dentro l’idea stessa di insurrezione o rivoluzione: il nucleo destituente delle temperie sovversive passate è isolabile dal loro ricadere nella ciclicità ininterrotta degli assetti di potere? Il fatto che Agamben compia uno slittamento terminologico, in due scritti che sono più o meno dello stesso periodo, è significativo. In un intervento del 2013, Vers une théorie de la puissance destituante, durante un seminario tenutosi in Francia con il titolo Défaire l’Occident, esprime proprio la necessità di pensare il conflitto e la violenza in altri termini, sottolineando il rischio, per le lotte contemporanee, di ricadere pienamente negli schemi del passato:

Abbiamo sempre visto le rivoluzioni avvenire in questo modo: abbiamo una violenza che va a costituire i diritti, un nuovo diritto, e dopo si avrà un nuovo potere costituito che si mette al suo posto. Mentre se fossimo capaci de pensare un potere puramente destituente, riusciremmo forse a rompere questa dialettica tra potere costituente e potere costituito che è stata, come sapete, la tragedia della Rivoluzione. È quanto è successo e lo si vede ovunque anche adesso, per esempio nella rivoluzione delle Primavere arabe. Immediatamente, si sono fatte delle assemblee costituenti e a questo è seguito qualcosa di peggio di quanto c’era prima (…). Questo ci obbliga ad elaborare tutt’altra strategia. Per esempio, se si pensa una violenza, questa violenza deve essere puramente destituente. Occorre fare attenzione, se è una violenza che va a costituire un nuovo diritto, abbiamo perso. Quindi bisogna pensare i concetti di rivoluzione e di insurrezione in un altro modo, cosa che non è facile.22

Invece nell’ epilogo a L’uso dei corpi – intitolato Per una teoria della potenza destituente – che in larga misura costituisce una rielaborazione dell’intervento appena citato, si dice che al potere costituente «corrispondono rivoluzioni, sommosse e nuove costituzioni»23, ovvero una violenza che pone il diritto, mentre la potenza destituente deve trovare strategie interamente nuove. Spostamento d’accento non trascurabile che testimonia di come questo punto sia difficile e tocchi la rilevanza politica più profonda dell’idea di destituzione.

La definizione di «spiritualità politica» allude a quella natura etica, di aderenza all’integralità di una forma di vita collettiva, senza la quale non c’è via d’uscita dai punti critici individuati. Si tratta di un’idea utilizzata da Foucault nei suoi interventi, degli anni 70, in merito alla rivoluzione iraniana. Questo particolare è significativo, anche se la validità dell’intuizione esula dai controversi sviluppi della vicenda e dai dibattiti che ne scaturiscono24. La possibilità di una rivolta che codifica le proprie aspirazioni fuori dalla grammatica ideologica, dai programmi politici e dalla visione occidentale della soggettività, risulta qui essenziale: la ribellione popolare può ancorarsi ad una visione generale dell’esistenza, ad un immaginario e ad una razionalità storica diverse da quelle della modernità europea. Qui non è rilevante il caso specifico dell’Islam sciita, ma il rapporto singolare che si stabilisce tra l’operazione sulla soggettività, la rottura dell’assoggettamento politico e il possibile allargamento sociale delle «contro-condotte». Nel rapporto complesso e irrisolto che Foucault traccia tra estetica dei comportamenti, stili «etico-poietici»25 e conflitto sociale, c’è la netta individuazione di un limite estremo del politico come lo conosciamo, ed emerge una problematica che le prospettive odierne dell’anticapitalismo non possono ignorare. Il «fuori come incavo del dentro», appunto, come dice Vaccaro parafrasando Foucault. Se le aspirazioni rivoluzionarie hanno sempre avuto un legame – più o meno secolarizzato – con l’escatologia e con la sua esperienza del tempo, al punto che le loro diverse anime possono essere ripartite sull’asse di una percezione della temporalità che corrisponde, inevitabilmente, ad una certa «spiritualità», è evidente che il campo della politica, oggi, non risponde più a questa domanda.

Più di preciso l’esigenza di cui si parla è un effetto, un appello immediato che l’orizzonte del cambiamento rivolge alla vita del soggetto, alla sua condizione e alle sue scelte quotidiane. La chiamata a farla finita con il mondo così com’è non può prescindere, in altre parole, dalla possibilità concreta, qui ed ora, di vivere diversamente contro di esso, che questa possibilità si incarni o meno in una comunità già sviluppata:

L’escatologia religiosa costituisce il contenuto positivo, affermativo di quella sollevazione che non è solamente un rifiuto del regime esistente, che non riguarda nemmeno un’organizzazione politica, ma è innanzitutto una percezione collettiva: la rivendicazione di un altro mondo in questo mondo, ovvero di un’altra maniera di vivere. L’esperienza spirituale rende questa sollevazione irriducibile alle lotte contro la dominazione (la lotta contro l’imperialismo americano) e alle lotte contro lo sfruttamento (la lotta di classe).26

Per questa ragione le realizzazioni sociali alternative, la sperimentazione delle forme di vita ed autogestione, non ha soltanto il valore «tecnico» di mettere alla prova strutture materiali ed organizzative, ma anche quello etico di conferire consistenza all’appello in questione. Un valore di «contro-soggettivazione» che può risolversi nel dominio individuale o divenire plurale e comunitario. L’universalità dell’Occidente, detto altrimenti, è sempre stata insediata dall’offensiva centrifuga di collettività sottrattive, e continua ad esserlo: l’alterità dietro la finzione unitaria della cittadinanza, la parzialità irrevocabile sotto la neutralizzazione trasparente delle reti biopolitiche, il fuori intensivo nell’integrazione piatta di qualsiasi differenza. Le pagine di Tiqqun Introduzione alla guerra civile – in cui si riprende Elias e il concetto di «curializzazione dei guerrieri», sono un affresco puntuale di questo processo in cui il «Grande Fuori» (crimine, trasgressione, anormalità e rivoluzione operaia) ed il Dentro collassano l’uno sull’altro, imponendo di pensare il fuori finalmente all’interno del tessuto biopolitico trasparente, come punto di opacità, nei soggetti e nei corpi. Questo è forse il solo filo rosso che tiene insieme una lunga tradizione degli oppressi, fatta di frammenti e scene discontinue, che va dall’anabattismo agli albori del movimento comunista.

La peculiarità che Foucault attribuisce al caso iraniano, il suo dipendere da un ethos e da una percezione condivisa, infatti, non è del tutto assente dallo spettro più vasto delle lotte rivoluzionarie: come segnala Frédéric Rambeau, questo particolare non sfugge a Foucault quando approfondisce, in L’ermeneutica del soggetto e Il coraggio della verità, il rapporto tra la militanza rivoluzionaria ed il fenomeno della conversione, come esercizio di un rinnovamento radicale del soggetto:

Non bisogna poi dimenticare, infine, che a partire dal XIX secolo la nozione di conversione si è introdotta, in maniera spettacolare, e potremmo perfino dire drammatica, tanto nel pensiero politico, quanto nella pratica, nell’esperienza e nella vita politiche. Dovremo pure, un giorno, fare la storia di quella che potremmo chiamare la soggettività rivoluzionaria. […] Ritengo, pertanto, che non si possa comprendere cosa è stato, nella stessa epoca, l’individuo rivoluzionario, e in che cosa è consistita per lui l’esperienza della rivoluzione, se non si tiene conto della nozione, e dello schema fondamentale, della conversione alla rivoluzione.27

Un «militantismo nel mondo contro il mondo28, dice ancora Foucault, una vita altra per un mondo altro, che sostanzia «lo scandalo della vita rivoluzionaria come scandalo della verità»29. Nel resto delle lotte anticoloniali, di classe, popolari e comuniste, non sembra che l’effetto sulle condotte sia meno potente di quanto non avvenga nel fenomeno religioso, che non porti con sé la delimitazione di uno spartiacque biografico. Foucault cita infatti i movimenti nichilisti, anarchici e comunisti, fino ai gruppi «gauchistes» a lui contemporanei ed alle origini dello stesso Partito comunista francese, negli anni 20, come esempi di una militanza che è anche stile di vita, manifestazione di una verità inaccettabile, pericolosa. Tuttavia pare che Foucault ritenga precario il nesso tra la verità scandalosa della conversione e il campo d’insieme della strategia politica (assimilato tout court all’istituzionalizzazione del partito e dell’apparato), supponendo in fondo una tensione e una dicotomia tra la dinamica dell’evasione dall’assoggettamento, della «desoggettivazione» e delle tecniche del sé – per loro natura impolitiche, estetiche ed etiche, oppure legate all’immaginario religioso che fa da collante alla sollevazione iraniana – e dall’altra parte le forme di organizzazione politica rivoluzionaria che hanno attraversato 800 e 900. La vicenda dei partiti comunisti sarebbe paradigmatica perché traccia un arco di sviluppo che porta l’eccezione soggettiva delle condotte, manifestata ostinatamente in un’estetica dell’esistenza e delle forme di vita in rottura con quanto è comunemente ammesso, a degradarsi e ad essere riassorbita nell’accettazione conformista delle norme sociali. Il segno della politica rivoluzionaria nel suo complesso, lungo la storia europea, starebbe in questa neutralizzazione del significato della militanza:

Di modo che lo scandalo della vita rivoluzionaria – come forma di vita che, in rottura con la vita comunemente ammessa, fa apparire la verità e la testimonia – ora si rovescia nelle strutture istituzionali del Partito comunista francese, con l’adozione dei valori appresi, dei comportamenti abituali, degli schemi di condotta tradizionali […] Si può immaginare abbastanza bene in cosa potrebbe consistere quest’analisi, in ogni caso importante, dello stile di vita nei movimenti rivoluzionari europei: un’analisi che, per quanto ne so, non è mai stata fatta. Si tratterebbe di capire in che modo l’idea di un cinismo della vita rivoluzionaria come scandalo di una verità inaccettabile sia stata contrapposta alla definizione di una conformità dell’esistenza: una conformità concepita come condizione del militantismo nei partiti che si dicono rivoluzionari.30

Scrive ancora Foucault, in L’ermeneutica del soggetto: «Inoltre, si dovrebbe esaminare in che modo si è passati dall’appartenenza alla rivoluzione attraverso lo schema della conversione alla partecipazione ad essa attraverso l’adesione a un partito»31. Sembra insomma che quando la piena coincidenza tra l’identità dei soggetti e i dispositivi di potere viene incrinata, quando si raggiunge effettivamente un relativo «fuori», una soglia di estraneità dal governo, siano messe in gioco dimensioni che sfuggono alla politica, trascendenti ed ulteriori rispetto ad essa. Si può pensare tuttavia ad una «politica possibile» che sfugga tanto all’assoggettamento quanto a quel «governo di sé» che, è bene ricordarlo, Foucault associa sempre, nelle sue analisi sulla Grecia classica, ad un modello ottimale di governo degli altri, di conduzione delle anime e dei corpi. All’inizio del suo ultimo corso, non a caso, Foucault dichiara di voler risalire all’origine di quelle pratiche tipizzate del discorso di verità e costituzione del soggetto che si formano intorno alla confessione, passando per le diverse forme della direzione di coscienza, fino al potere pastorale e alle sue derivazioni moderne nel controllo medico e politico. Tanto una militanza in cui l’istituzione abbia sostituito la verità, quindi, quanto un ripiegamento sulla cura di sé come incrostazione delle discipline e dei poteri, portando a compimento il discorso, appaiono problematici, a conferma che ovunque si delinei una macchina binaria si tratta probabilmente di romperla:

La forza dell’interruzione tende ad aprire uno spazio eterotipico dentro il topos disciplinare e governamentale, al fine di giocare la soglia mobile del fuori come incavo del dentro da cui proseguire l’eccedenza radicale di senso e di immaginario rispetto ai confini del politicum possibile. L’eredità dei cinici, lungo un percorso storico in cui ovviamente sono cambiate condizioni e contesti di senso, viene assunta dal dissidente radicale, dal rivoluzionario portatore di un mondo nuovo nel proprio cuore, e non soltanto vettore di una particolare analisi ideologica del mondo o di un progetto politico. Se la parrhesia declina il dire-il-vero anche nel senso estetico dell’esistenza, ossia come prefigurazione visibile, come testimonianza mondana e non trascendentale di un’organizzazione della società differente, allora «la rivoluzione ha funzionato come principio che ha prodotto un certo modo di vita» […]32

Il fatto che Foucault parli, però, di una «spiritualità politica» – negli scritti sulla rivoluzione iraniana ma anche nel suo ultimo corso del 1984, Il coraggio della verità – e che ponga la conversione all’origine della militanza rivoluzionaria, ancora una volta come trasfigurazione del soggetto, mostra quanto poco sia lineare e definitiva la distinzione tra i diversi ambiti. È interessante anche notare come Rancière individui, durante la sua fase più foucaultiana – quella di La nuit des proletaires e della rivista Les revoltes logiques – una doppia faccia delle esperienze rivoluzionarie passate: il lato apertamente politico delle rivendicazioni collettive ed un altro, legato al vissuto ed alle percezioni, che vede molti «filosofi operai», artigiani e lavoratori manuali, versati in attività che non sono deputati a svolgere, che alterano il loro universo simbolico e materiale, come quelle dell’auto-educazione e dell’arte. I due poli non si identificano ma neppure si disgiungono completamente.

Quel che invece risulta certo è che, mentre nei grandi movimenti classici di trasformazione sociale esisteva uno spazio rilevante per il coinvolgimento complessivo della vita in/dividuale, nessuna delle evidenze etiche, dei sentimenti o delle condizioni esistenziali che si esprimono nelle rivolte contemporanee, si risolve nella rappresentazione politica. Un aspetto nuovo delle sollevazioni esplose a più riprese in Occidente, in questi ultimi anni, è che dipendono principalmente, come osservato dal «Comitato invisibile», da evidenze e verità di tipo etico, non da programmi, grammatiche ideologiche, identità o rivendicazioni. Dentro tale profilo però non c’è neppure la mediazione esplicita di un qualche immaginario spirituale codificato, come si è detto a più riprese, ma una soggettivazione improvvisa e fragile – quindi anche e soprattutto una «desoggettivazione», una fuga dalla rete delle identià – che si dà in modo singolare ed esperienziale, secondo circostanze improvvise.

Questa «disidentificazione» che non soggettiva in realtà nulla di definito in modo statico, come si vede bene nel caso dei gilets jaunes, nelle rivolte periferiche delle banlieues e dei ghetti razziali, difficilmente può essere recuperata ai circuiti della politica tradizionale e del potere costituito, com’è avvenuto invece nel caso della rivoluzione iraniana oppure, in un contesto del tutto diverso, nell’esito delle «Primavere arabe», ma allo stesso tempo le sue affermazioni etiche hanno fattezze ancora meno distinguibili, refrattarie ad una tenuta nel tempo.

I contributi che compaiono in questa rivista toccano spesso simili punti, perché se diciamo spiritualità, contemplazione, autonomia, si allude a qualcosa che ha a che fare con le condotte, che si pone in un fuori, che vuole profanare questa divisione inscalfibile che divide come un’origine continuamente perpetuata il foro interiore e le operazioni pubbliche, la critica e le procedure tecniche, la parola senza gesti e la manipolazione senza verità. Una spiritualità senza perché, una contemplazione politica, un’antipolitica del secessionismo etico, sono delle idee che circolarmente continuano ad essere oggetto di meditazione ma che suscitano l’ironia o il disinteresse dei più. Salvo poi essere ammesse se provengono dagli scritti di Foucault perché si sa, è vero e serio quello che un’istituzione riconosce. Un po’ sono vecchie questioni, originarie ma non originali, che ritornano immancabilmente sempre agli stessi punti critici, che cocciutamente si incagliano sui medesimi scogli, forse perché, nel reale e nel vissuto, ancora nessuno li ha superati. Resta comunque che da questa manciata di concetti, di pretese e di intuizioni, dipende il fatto che parlare di rivoluzione, di verità rivoluzionaria, sia qualcosa d’altro che flatus voci o, peggio, cultura o politica. Finché questa macchina funziona, finché scandalo, verità, politica, condotta, amicizia, indicano qualcosa di disparato e sconnesso, che alla meglio fa sorridere, restiamo allo stesso vecchio punto: hic rhodus, hic salta.

1 M. HEIDEGGER, A che i poeti? (1946), in Holzwege. Sentieri erranti nella selva (1950), Milano, Bompiani, 2019, pp. 625-750.

2 R. SCHÜRMANN, Dai principi all’anarchia. Essere e agire in Heidegger (1982), Vicenza, Neri pozza, 2019.

3 Id., Se constituer soi-même comme sujet anarchique-Trois essais (1986), Dijon, Le presses du réel, 2021. Lo scarto tra piano ontologico ed epistemologico, in relazione al tema della soglia e del «fuori», è anche un aspetto decisivo della divergenza tra il pensiero foucaultiano e quello di Giorgio Agamben, come sottolineato dal seguente articolo: C. CROSATO, Costituzione estetica o destituzione estatica, in Etica & Politica / Ethics & Politics, XXII, 2020, 3, pp. 129-168: p. 134; in rete: http://www2.units.it/etica/2020_3/CROSATO.pdf.

4 A. MARTINENGO, Introduzione a Reiner Schürmann, Milano, Meltemi, 2008.

5 R. SCHÜRMANN, Meister Eckart o la gioia errante (), Roma-Bari, Laterza, 2008.

6

7 R. SCHÜRMANN, Dai principi all’anarchia, cit., p. 25.

8 Il paradigma dell’agire e del divenire è mutuato, in Aristotele, dal modello fisicista della produzione e del «manipolabile». Il passaggio Heideggeriano che Schürmann ripercorre attribuisce ad Aristotele una visione della causalità che, pur mantenendo il suo carattere temporale di «divenire», è pienamente uniformata allo schema della tecnica, dei mutamenti, cioè, in cui c’è un creatore. Le svolte filosofiche successive sarebbero principalmente due, entrambe volte all’ulteriore restringimento delle dimensione temporale: con il pensiero medioevale e l’ontologia dell’aristotelismo cristiano (Duns Scoto), si passa dalla sostanza al creatore divino come ordine essenziale e principium immutabile, mentre con il moderno – passando per Cartesio e Leibniz – diviene un ordine di proposizioni logiche, il soggetto come posizione della base della conoscenza, della percezione e della rappresentazione. Il tratto epocale del modello, come stampo pieno di variazioni interne, è quindi in questo ancoraggio del soggetto e della rappresentazione, in cui l’ego è fondamento e sostrato (ormai la vera sostanza) – hypokeimenon – e la realtà è una scena delle sue immagini. L’elemento di continuità tra queste figure, che nel principio del soggetto rappresentativo moderno, e poi ancor di più nella tecnologia, raggiunge il suo apice, è che si trattiene, costringe nella finzione della durata, irrigidisce in una presenza statica e permanente, costante, quella che è la differenza, il venire in essere della presenza come evento, come fenomeno molteplice. Il gesto del pensiero e dell’agire politico, al contrario, dovrebbe lasciar essere, abbandonare.

9 È davvero interessante che questo concetti di «vita senza perché», prima di essere ripreso in Heidegger, Renè Char e Schürmann, provenga da Meister Eckhart, a cui Schürmann dedica appunto un’opera: Maestro Eckhart o la gioia errante (1972), Bari, Laterza, 2008.

10 COMITATO INVISIBILE, L’insurrezione che viene-Ai nostri amici-Adesso, Roma, Nero editions, 2019, pp. 147-148.

11 R. SCHÜRMANN, Dai principî all’anarchia, cit., p. 180

12 La parte di La comunità inconfessabile, qui già citato, dedicata al 68, è il capitolo intitolato La comunità degli amanti, pp. 65-101.

13 M. BLANCHOT, Affermare la rottura, cit., p. 106-107.

14 La griglia post-operaista degli autori gli impedisce infatti di portare fino in fondo lo sgretolamento del soggetto – e di una composizione soggettiva leggibile – che pure colgono con lungimiranza. L’inserimento di Situaciones, ma anche l’approfondimento delle analogie tra il loro discorso e quello di Maurice Blanchot, mi sono state suggerite dal lavoro di Marcello Tarì.

15 COLECTIVO SITUACIONES, op.cit., p. 85. A questo proposito gli autori evocano la categoria althusseriana di «surdeterminazione» (p. 84), che però risulta, al di là della semplice suggestione, piuttosto forzata e fraintesa, dato che questa indica in Althusser un articolarsi complesso e gerarchizzato delle istanze sociali che è certo privo di centro, non lineare o transitivo – quindi non trasparente – ma è comunque riconducibile alla dislocazione di un’efficacia strutturale attraverso cui si fa valere il fattore dominante in ultima istanza, cioè quello dei rapporti economici di produzione. Sembra più appropriato accostare al ragionamento di Situaciones le riflessioni di Alain Badiou sulla categoria heideggeriana di «Evento» (Ereignis), che nelle varie «procedure di verità», tra cui la politica rivoluzionaria, apre il proprio «campo evenemenziale». Questo corrisponde alle situazioni che aprono lo spazio all’Evento, ma i cui fattori non possono essere misurati precedentemente nella loro efficacia causale se non nei termini di fede o scommessa. A. BADIOU, L’ipotesi comunista (2009), Napoli, Cronopio, 2011; Id., Abrégé de métapolitique, Paris, Seuil, 1998.

16 B, ASPE, Les fibres du temps, Caen, Nous, 2018. Un altro libro valido, che usa anch’esso le tesi di Rancière sulla temporalità autonoma dei momenti politici, è: J. RAFANELL i ORRA, Fragmenter le monde: contribution à la commune en cours, Paris, Divergences, 2018.

17 Ivi, p. 284.

18COMITÉ INVISIBLE, Mise au point (2009), in rete : http://bloom0101.org/miseaupointci.pdf., [consultato il 02/03/2021].

19TIQQUN n.2, Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi (2001), in rete: http://bloom0101.org/wp-content/uploads/2015/02/ITALdispo.pdf, [consultato il 03/03/2021]. All’origine incluso nel secondo numero della rivista.

20Oltre agli scritti politici-alcuni originariamente diffusi con lo pseudonimo di Paul Sandevince, raccolti in L’intelligence de la politique, il lavoro fondamentale di Lazarus, in cui sviluppa dal punto di vista teorico e filosofico il concetto di «modo storico della politica», e Anthropologie du nom, Paris, Seuil, 1996.

21 Non solo il lavoro di Crosato citato in precedenza ma anche: S. LUCE, Fuori di sé. Poteri e soggettivazioni in Michel Foucault, Milano-Udine, Mimesis, 2009; Id., La doublure di Foucault. Il pensiero del “fuori” e le pratiche del vero, In «Materiali foucaultiani», 4.7-8, 2015, in rete: http://www.materialifoucaultiani.org/it/rivista/volume-iv-numero-7-8.html, [consultato il 16/05/2021], pp. 123-136; B. MORONCINI, Foucault e il pensiero del fuori, in Dopo Foucault: genealogie del postmoderno, Milano, Mimesis, 2007, pp. 245-262. F. RAMBEAU, Lo sciopero della politica. Foucault e la rivoluzione soggettiva, In «Materiali foucaultiani», 4.7-8, 2015, cit., pp.83-96. S. VACCARO, Foucault: dall’etopoiesi all’etopolitica, in In «Materiali foucaultiani», 4.7-8, 2015, cit., pp. 67-82. Si veda anche, dello stesso autore: Anarchist studies. Una critica degli assiomi culturali, Milano, Eleuthera, 2016.

22 G. AGAMBEN, Vers une théorie de la puissance destituante, in rete: https://lundi.am/vers-une-theorie-de-la-puissance-destituante-Par-Giorgio-Agamben, [consultato il 10/05/2021].

23 G. AGAMBEN, L’uso dei corpi, cit., p. 337.

24 Foucault scrive una lettera aperta al primo ministro Mehdi Bazargan, denunciando la repressione degli oppositori politici, nell’aprile 79. Compare su Le Nouvel Observateur.

25 S. VACCARO, Foucault: dall’etopoiesi all’etopolitica, in In «Materiali foucaultiani», 4.7-8, 2015, cit., pp. 67-82. Si veda anche, dello stesso autore: Anarchist studies. Una critica degli assiomi culturali, Milano, Eluthera, 2016.

26 F. RAMBEAU, Lo sciopero della politica. Foucault e la rivoluzione soggettiva, cit., p. 89.

27 M. FOUCAULT, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), Milano, Feltrinelli, 2011, p. 184.

28 M. FOUCAULT, Il coraggio della verità (1984), Milano, Feltrinelli, 2011, p. 272.

29 Ivi, p. 181.

30 M. FOUCAULT, Il coraggio della verità, cit., pp. 182-183.

31 Id. L’ermeneutica del soggetto, cit. p. 185.

32 S. VACCARO, Foucault: dall’etopoiesi all’etopolitica, cit., p. 81

Nubi e deserti dello spirito. Su alcuni caratteri topografici della Xeniteia.

di Federico Della Sala

Come il mondo ha la sua geografia, l’uomo interiore ha la sua geografia che è una cosa materiale. Ma il materialismo dialettico di Lenin ha paura di questa maniera profonda di conoscere la geografia. Tuttavia una cultura profonda non ha paura di alcuna geografia, anche se la ricerca dei continenti inesplorati dell’uomo deve condurre fino a questa vertigine in cui ribolle l’immaterialità della vita.

Antonin Artaud

Andai un giorno dallabate Poemen e gli dissi: «Sono andato ad abitare dappertutto, ma non ho trovato riposo: dove vuoi che abiti?». L’anziano gli aveva risposto: «Non c’è più deserto, ormai. Vadunque in un luogo popoloso, nel mezzo della folla, restaci e conduci te stesso come un uomo che non esiste».

Collectio Monastica

Vorrei precisare: un libro mitologico è quasi sempre un libro che include una geografia; e la geografia è a sua volta una mitologia.

Giorgio Manganelli

Reperti di un’enorme potenza.

La rubrica inaugurata da Marcello Tarì e Mario Tronti ha posto sin da subito l’urgenza e la difficoltà di pensare una specifica forma di estraniamento che consenta di farsi stranieri «nel mondo ma non del mondo»1. Xeniteia è la formula o la tecnica che è stata individuata per definire una tale soglia. Ed anzi, proprio come tecnica contemplativa, la xeniteia sembra garantire un farsi stranieri al mondo «non semplicemente per rifiutarlo, ma per combatterlo»2. Si tratta di una proposta la cui genealogia è vasta ma che, per brevità, è possibile rintracciare in alcuni passaggi di Dello spirito libero ed in particolare nel capitolo significativamente intitolato Politica e spiritualità in cui Tronti scrive che «il pensiero, e tanto più quello rivoluzionario, il pensiero forte che vuole scardinare l’ordine delle cose, non è solo analisi e solo riflessione, è anche contemplazione»3. Poco oltre, proprio per ribadire il nesso tra pratiche spirituali e rivoluzione, Tronti insiste chiedendosi: «Perché spiritualità? Ma perché il capitalismo ha fatto il deserto all’interno dell’uomo, ha reciso le radici dell’anima nella persona: questo è un grande motivo – culturale – di conflitto, una forma politica nuova di lotta»4. Una nuova forma che è tuttavia pensata per tempi ultimi: «A volte mi sembra che questa sia l’ultima e definitiva e decisiva frontiera di resistenza all’aggressione del mondo di fuori, considerato, come io lo considero, un mondo nemico»5. Dunque una resistenza che ha nel deserto la sua geografia e nei tempi della fine il suo momento. Combattimento e contemplazione; il che impone anche di ritornare in quel luogo difficile della storia, della teologia e della politica in cui già Nietzsche individuava il lascito rivoluzionario di una certa forma di spiritualità quando, pensando ad esempio a Paolo di Tarso, scriveva:

Quel che lui divinò [cfr. Paolo di Tarso] fu come si potesse accendere […] una ‘conflagrazione cosmica’, come si potesse assommare, col simbolo di ‘Dio in croce’, tutto quanto stava in basso, tutto quanto era segretamente in rivolta, l’intera eredità delle macchinazioni anarchiche nell’impero, per farne una enorme potenza6.

Ed è questa enorme potenza – di rivolta, di sospensione, di estraniamento e di sottrazione – che certamente opera nell’idea di xeniteia. A tal riguardo è stato osservato che la pratica della xeniteia o peregrinatio è in grado di «rovesciare lalienazione»7 e, cioè, di disincantare il weberiano disincanto del mondo, di distanziare il distanziamento come forma alienata del rapporto sociale, di estraniare l’estraneità come cifra fantasmagorica dell’abitare. Ciò vuol dire che con xeniteia si deve intendere anche una specifica forma di ‘riconversione profana’ delle distanze, delle estraneità, cui si è costretti nel paradigma politico odierno. Nella xeniteia, proprio in quanto epoché, proprio in quanto sottrazione e sospensione, è costantemente all’opera un doppio movimento che contemporaneamente illumina e riconverte, sottrae e ripara, agisce dentro facendo esperienza del fuori. Farsi stranieri nel mondo equivale cioè ad illuminare il fatto sociale che proprio l’essere stranieri, sradicati, privi di un saldo Grund mitologico-politico sono oggigiorno le condizioni comuni a chiunque. Che se qualcosa di comune esiste, questo è da rintracciare proprio nella non-appartenenza generale, nel vivere quotidiano tra rovine e deserti sempre più affollati ma non ancora liberati nella loro ‘enorme potenza’. Attraverso la prospettiva offerta dalla xeniteia – che qui opera come l’eredità genuina del nietzscheano Pathos der Distanz – la rigida «gabbia d’acciaio»8 di cui parlava Weber, viene squarciata e nella crepa prodotta trapela tutto il pessimismo comune che brulica, vibra e si muove nel sottosuolo dei rapporti capitalistici. Questo primo movimento della pratica di xeniteia viene sintetizzato da Tarì in una formula tanto seria quanto provocatoria; quella di «solitudine e comunismo»9. Non dunque le promesse di un comunismo da realizzare, bensì l’illuminazione10 di un pessimismo comune che è già, qui ed ora, nelle vite qualunque e che, secondo Walter Benjamin, attende solo di essere organizzato11. Illuminazione ed organizzazione dunque; non «della beatitudine del futuro ma della distopia del presente, non di quello da aggiungere ma di quello da sottrarre all’oggi»12. Ecco perché accanto alla contemplazione il movimento della xeniteia è anche combattimento, organizzazione della lotta.

Ed infatti non si tratta di opporre allo sradicamento operato dal capitalismo un ritorno ai fondamenti mitologici, quanto, piuttosto, di lottare per un’altra forma di estraneità, di illuminare una diversa costellazione dell’esodo; e, cioè, di combattere per un differente gusto dello sradicamento. Se con xeniteia non si deve intendere alcuna fuga mundi è proprio perché nella sottrazione che essa opera si va affermando una differente relazione tra le vite e i mondi, gli usi ed i mezzi dell’abitare. In tal senso, se di un qualche ritorno al mondo si deve comunque parlare, questo non è da intendere come un ritorno alla prospettiva del Grund, quanto, piuttosto, a qualcosa di simile alla maniera di Caproni quando, in una torsione del linguaggio e dello spirito, ebbe a scrivere di sé che: «Sono tornato là/dove non ero mai stato». Traiettoria affine a quella proposta anche da Tarì che infatti scrive: «se non ci si fa stranieri al mondo, […] se non si interrompe il corso normale della propria esistenza, se non si sta persino nella propria lingua come fosse straniera, […] non si può abitare, radicarsi, nella verità»13. Xeniteia è perciò quella politica che cambia l’inclinazione dello sradicamento, consentendo di abitare l’estraneità, di radicarvisi nella maniera di un ‘abitare-la-verità’. Una modalità che, sulla scia di alcuni, suggerisco di chiamare ‘paese’ o ‘paesaggio’. Sono infatti dell’idea che la pratica della xeniteia, dei suoi movimenti di sradicamento e radicamento, delle sue ragioni di combattimento e di contemplazione, implichi inevitabilmente un radicale stravolgimento delle coordinate spaziali entro cui si è soliti vivere. Vivere da stranieri nel mondo implica cioè che tutto lo spazio della vita subisce, alla maniera del linguaggio di Caproni, una torsione che stravolge l’intero lessico dei luoghi, degli spazi, dei mondi, del cosmo. Il che equivale a dire che la topografia che si delinea nelle pratiche di xeniteia non potrà più avere la forma, il lessico e l’orientamento della geografia classica e del fondamento metafisico. Da qui l’idea che sia proprio il paesaggio la categoria – politica, spirituale, linguistica – attraverso cui si profilano i caratteri di una topografia della xeniteia. E tuttavia questa stessa topografica non potrà che avere la forma sempre precaria di un abbozzo. Una volta Walter Benjamin espose la maniera del suo studio spiegando dinon aveva nulla da dire, solamente da mostrare. In questo senso mi trovo in una difficoltà simile ma ulteriore, in quanto lo spazio topografico che vorrei mostrare tende coerentemente e inesorabilmente a farsi anonimo, discreto, invisibile; paesaggio appunto. Per tentare di isolarne i caratteri non mi è perciò rimasto che abbozzarlo, montando in modo analogico qualche immagine sufficientemente evocativa. Spero che i materiali raccolti in maniera sommaria e confusa possano ciononostante rivelarsi utili per dipingere una mappa dell’esodo e del combattimento, della sottrazione e della contemplazione, del sabotaggio e dell’invisibilità.

Paesi e luoghi-di-non.

Il poetare pensante è, in verità, la topologia dell’essere.

Martin Heidegger

Perché l’ordine globale non ha luogo. Al contrario. È piuttosto lordine dei non-luoghi.

Tiqqun

Nel corso del seminario del 1979-1980 che prese successivamente il titolo di Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Giorgio Agamben aveva affrontato questioni nient’affatto differenti rispetto la lingua, il fondamento e lo sradicamento. L’itinerario, che aveva attraversato le filosofie di Hegel e di Heidegger, di Aristotele e Leopardi, si concludeva con un suggerimento tanto ontologico-politico quanto poetico-geografico che tirava in ballo proprio l’immagine del Paese:

La geografia – e la politica – di questo paese, dove luomo non è stato portato da una nascita e in cui egli non ha più la figura del mortale, superano i limiti che ci eravamo proposti per questo seminario. Tuttavia lesperienza di linguaggio che qui si compie, non potrà più avere la forma di un viaggio che, separandosi dalla propria dimora abituale e traversando la meraviglia dellessere e il terrore del nulla, fa ritorno là dov’era già stato in origine.14

Quest’ultimo pensiero era lasciato in custodia a due poesie. La prima, di Paul Klee, è Elend il cui titolo, come osserva Agamben, può essere tradotta con “miseria” o con “un’altra terra”. La seconda è invece quella già menzionata di Giorgio Caproni e intitola Ritorno. Nella prima Klee afferma di aver raggiunto una «nuova terra», la cui novità è, forse, quella di essere finalmente un «paese senza catene». E la prima schiavitù ad essere infranta è quella «del ricordo» per cui a Klee non è concesso raggiunge propriamente neppure un «focolare straniero», una terra aliena di cui sarebbe cioè ancora possibile riconoscere il suo non-essere-casa, la sua negatività. Eppure questa non è nemmeno una terra natia, materna, come stanno ad indicare i versi conclusivi: «Dove non mi ha portato/il grembo di nessuna madre».

Dettaglio. Giovanni Battista Cima da Conegliano, Madonna dell’arancio tra i santi Ludovico da Tolosa e Girolamo, 1495 (circa), Venezia, Italia, Gallerie dell’Accademia

All’essere-portato di Klee, Caproni preferisce il moto del ritorno ma, anche in questo caso, il luogo domestico, più o meno noto, a cui il poeta ritorna ha un che di apparentemente sconosciuto. Se per Klee la ‘nuova terra’ non può apparigli né pienamente straniera, né integralmente nota, per Caproni la ‘solita vecchia terra’ a cui si fa ritorno non è né pienamente domestica né integralmente aliena. Ed infatti nessuna terra natia accoglie il poeta pur essendo il suo un ritornare, come stanno ad indicare i primi due versi citati poc’anzi: «Sono tornato là, dove non ero mai stato». Entrambe le poesie sembrano cioè raggiungere una regione che non è né propriamente domestica, né propriamente straniera – né dentro, né fuori –, e che sembra piuttosto indicare una soglia, una sorta di ‘terzo genere’ tra interno ed esterno, domestico e straniero, intimo e alieno. Un genere che, tanto per Klee quanto per Caproni, ha a che fare con una dimensione marginale, minore, quella del Paese. Il poeta toscano ha addirittura la cura di descrivere il ‘solito’ tavolo con la tovaglia a quadretti su cui è poggiato il bicchiere, presumibilmente ricolmo di buon vino, del verso successivo. Ma proprio il bicchiere che, come il luogo, viene ora ritrovato è invece vuoto, «mai riempito», e benché tutto appaia rimasto tale e quale a prima della partenza, nulla, dice il poeta, è come «mai l’avevo lasciato». Il Paese è, per dirla con Blanchot: «Ciò che resta da raggiungere allorché tutto è stato raggiunto, e da conoscere allorché tutto è noto».

Paese senza catene,

nuova terra

senza il fiato

del ricordo, col fumo

di un focolare straniero.

Senza redini!

Dove non mi ha portato

il grembo di nessuna madre

* * *

Sono tornato là

dove non ero mai stato.

Nulla, da come non fu, è mutato.

Sul tavolo (sullincerato

a quadretti) ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto

è ancora rimasto quale

mai l’avevo lasciato

In entrambe le poesie accade cioè uno spostamento che prevede un portarsi o un ritornare e che tuttavia non porta né a casa, né nell’ignoto, non ritorna né nel domestico, né nell’altrove, ma conduce in un terzo genere di luogo che è appunto il Paese. Il paese cui alludeva nel ’79 Agamben era un territorio ancora vago, come il nomos pastorale di Emmanuel Laroche15 cui si riferiscono Deleuze e Guattari16, e dicibile nella forma di una lingua ancora bastarda, come il genere di pensiero ‘poetico’ che Platone chiama Chōra17. E davvero vago e bastardo sarebbe rimasto questo paese, anche e soprattutto nel suo progressivo ‘farsi e rifarsi e, cioè, quasi disfarsi’ nella forma del paesaggio come cifra di un inappropriabile:

L’essere, en état de paysage, è sospeso e reso inoperoso, e il mondo, divenuto perfettamente inappropriabile, va per così dire, al di là dell’essere e del nulla. Non più animale né umano, chi contempla il paesaggio è soltanto paesaggio. […] In quanto si è portato, in questo senso, al di là dell’essere, il paesaggio è la forma eminente dell’uso. In esso, uso di sé e uso del mondo coincidono senza residui. […] Per questo, se nel mondo l’uomo era necessariamente gettato e spaesato, nel paesaggio egli è finalmente a casa. Pays!, ‘paese!’ (da pagus, villaggio) è in origine, secondo gli etimologisti, il saluto che si scambiavano coloro che si riconoscevano nello stesso villaggio.18

Ripetiamo dunque: xeniteia come contemplazione e come combattimento, come illuminazione e come moto di secessione ma anche – e forse soprattutto – come poesia e come geografia. È cioè dentro qualcosa come un paesaggio che la xeniteia ‘porta’ il combattimento, ed è verso qualcosa come il paese che essa, contemplando, fa sempre d’accapo ‘ritorno’. Il Paese della xeniteia non indica più né un luogo propriamente detto – un luogo dell’identità dura e mitica –, né un altrove da dover raggiungere o realizzare con duro lavoro – come lo sono sempre l’Utopia, il Fuori, il domani. Il Paese è cioè indistinguibile dalla sua xeniteia. Nè Heimat, unheimlichkeit: il Paese è ciò che ‘balena’ in ogni gesto di xeniteia. Viene in mente un rapido pensiero che Giorgio Manganelli appuntò durante un suo viaggio, mentre osservava le terre a loro modo ‘deserte’ dellEuropa settentrionale; lande che, contrariamente a quanto sostenuto da Schmitt, delineano un luogo terzo, sospeso, tra la Terra e il Mare, il suolo e le maree:

Vi sono luoghi che appartengono alla pura geografia, o agli orari dei treni e degli aerei; ma altri luoghi sono densi di una violenza simbolica, sono cerimonie della pietra, riti marini, esorcismi del vento e delle nubi, sacri addobbi di brughiere, allegoriche tenebre di nebbia. Potrebbero, questi luoghi, non aver nome; sono luoghi antichi, ma quasi affatto privi dei segni della storia; e vogliono essere abitati, quando lo tollerano, da uomini pazienti e severi, e grati insieme dellaspra ospitalità di quelle rocce, quelle gelide insenature, quei pascoli.19

Per definire ulteriormente un simile luogo ‘terzo’ mi affido ad un’affascinante intuizione di Emanuele Pelilli che propone di pensare questo genere di ‘località’ nella forma di un ‘luogo-di-non’. In Mantenere libera la soglia, l’autore procede dapprima interrogando la categoria di non-luoghi che, come noto, è stata resa celebra da Marc Augé20. Da quest’indagine risulta come la categoria dei non-luoghi «si costruisca in contrapposizione a quello di ‘luogo antropologico’»21 o, se si preferisce, a quello del luogo classico del radicamento pensato dalla metafisica occidentale. Così, mentre il luogo antropologico si caratterizza come sito identitario e storico, i non-luoghi sarebbero siti di pura assenza; privi di identità, posti fuori dal tempo, circoscrivono un luogo di puro sradicamento. Ed è in questo preciso punto che l’autore fa un’obiezione attraverso cui è l’intera intelaiatura dialettica di luoghi antropologici e non-luoghi a venir messa profondamente in questione. L’idea di Pelilli è infatti che lungi dall’essere degli spazi vuoti, i non-luoghi siano piuttosto assolutamente pieni, integralmente occupati da una particolare forma di identità: quella omologante ed alienante della merce.

La dialettica è quindi quella di una pienezza e sovrabbondanza di una particolare identità, che però si rende ideologicamente invisibile, l’identità sradicante rappresentata dalla presenza ‘spettrale’ della merce e del mondo di sogno che su di essa si costruisce.22

Da qui l’insufficienza di tutte le inchieste che approdano unicamente al tratto ambiguo e controverso dei non-luoghi, i quali altro non sarebbero che infrastrutture di costante attraversamento mercificante. Indefiniti, omogenei, privi di quei confini netti che per Schmitt sono il cuore del nomos d’Occidente, i non-luoghi vengono occupati dalla potenza sradicante della merce, dall’anarchia dei commerci e dalla finzione spettacolare del capitalismo. Immagine miniaturizzata ed archetipica di questi non-luoghi sarebbero i passages parigini a lungo studiati da Benjamin. Ma è esattamente nelle gallerie di Parigi, in quel vero e proprio tempio della modernità23 e del capitalismo che sono i passages, che è possibile trovare il grimaldello attraverso cui disarticolare l’impasse tra luoghi tradizionali e non-luoghi sradicanti. La novità rappresentata dai passages riguarda infatti ed innanzitutto il loro carattere di soglia, il loro circoscrivere «una zona di indistinzione e di indecidibilità tra interno ed esterno, tra strada e casa, tra viali e negozi»24. Nella soglia decadono tanto l’idea di un confine, quanto quella di una separazione identitaria. Sicché, almeno da questa prospettiva, il carattere di soglia dei passages è un «antidoto alla ragione cartografica»25 e alla logica dell’identità. Dall’altra – e proprio come non-luogo archetipico – questa stessa soglia circoscrive però la specifica apertura dello spazio legata allo sviluppo capitalista in cui tutto è diventato esposizione, sogno, stordimento, incantamento mitico. È su questo stretto ed ambiguo crinale che Pelilli introduce la singolare categoria di luoghi-di-non. Questi sono luoghi che per un verso continuano a mantenere la struttura di soglia tipica dei passages – senza dunque ricadere nella violenza mitologica che pone tanto il luogo tradizionale [Ortung] quanto l’ordinamento [Ordnung]26 –, per un altro verso disattivano proprio il contenuto fantasmagorico e mercificato che caratterizza i non-luoghi, liberandoli nella loro enorme potenza. Si tratta cioè di territori sottratti tanto al mito del fondamento, quanto al flusso spettacolare delle merci. I luoghi-di-non sono cioè soglie pure: «liberate e mantenute infinitamente utilizzabili, e allo stesso tempo eternamente inappropriabili. Compito della peculiare rivoluzione di Benjamin è dunque quello di liberare la presenza paradossale di questi luoghi-di-non, vere εu-topie avulse dal possesso, dal diritto e dalle merci, luoghi che devono trovare la propria identità nello sradicamento di ogni identità […]»27.

Paul Klee, Winterlandschaft, 1923, Paris, France, Centre Pompidou.

Questa rivoluzione si articola in due momenti egualmente determinanti: quello del carattere distruttivo28 e quello della precarietà messianica. Il primo, come noto, vede ovunque strade, vie e linee di fuga. La sua parola d’ordine rivoluzionaria è quella del ‘far spazio’, del combattimento. Ma quest’operazione che sottrae non sarebbe sufficiente se non intervenisse il secondo momento, quello messianico, attraverso cui qualsiasi pretesa di rioccupazione dello spazio viene delegittimata in partenza, lasciata in una radicale precarietà che ne destituisce ogni pretesa di rifondazione. E dunque, ancora una volta, combattimento e spiritualità; e con ciò si può far ritorno alla nozione xeniteia. Anche questa sembra delineare una sorta di doppio carattere. Per un verso si configura nei termini di una strategia di combattimento – il suo carattere distruttivo – che attraverso un movimento di sottrazione dal luogo antropologico ne depone fondamenti e ordinamenti. È questo il momento in cui la xeniteia rende stranieri al mondo e distruggendo miti, confini e identità, apre ovunque vie, sentieri, spazi. Per un altro verso questa si configura nei termini di una tattica messianica – il suo carattere spirituale – che, attraverso un movimento di illuminazione profana o di contemplazione, depone ogni onirismo mercificante dei non-luoghi, lasciando aperta la possibilità di una soglia pura. È questo il momento in cui la xeniteia rende abitabile il mondo e, facendo di questo un inappropriabile, apre ovunque all’enorme potenza degli affetti e degli usi e cioè alla giustizia come ad ‘uno stato del mondo’, come il vero e proprio Paese. E con ciò dovrebbe essere chiarita anche l’ontologia del paese/paesaggio, il luogo-di-non a cui la xeniteia fa già sempre ritorno e che mai scorda di portare con sé. Un paese che, come voleva Montale, non si può dire che in modo poetico e non si può vivere che scomparendo nel paesaggio:

[…] io volevo – come ho già detto in altre interviste – aderire anche alla natura del terreno del mio paese, della Liguria, in modo più nervoso, volevo fare una poesia che fosse costruita come un muretto a secco, una poesia, diciamo, a denti stretti.29

Poesia e paesaggio sono qui diventati completamente indistinguibili. Di questo paese qualunque al crocevia di poesia e paesaggio Calvino ne sottolinea anche il tratto genuinamente politico, come a ribadire che l’ingresso alla sua dimensione non si ottiene se non attraverso una specifica forma politica. «Avevo un paesaggio», scrive Calvino, ma solo «La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone». Sembra cioè che paesaggio, poesia e resistenza concorrano insieme al luogo-di-non del paese. Ma a cosa resistere la xeniteia per poter accedere al paese? Per Calvino la risposta è univoca: resiste all’inferno.

Prospettivismo animale: dall’inferno al deserto.

L’ingiustizia umana fabbrica, in genere, non martiri, bensì semi-dannati. Gli esseri caduti nel semi-inferno sono come l’uomo spogliato e ferito dai ladri. Hanno perduto l’abito del carattere.

Simone Weil

Un attributo dell’infernale è lirrealtà, attributo che sembra mitigare i suoi terrori e che forse li aggrava.

Jorge Luis. Borges

Secondo Italo Calvino infatti «l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme»30. L’inferno non è dunque una prospettiva a venire, ma qualcosa di non troppo dissimile dal governo di uno luogo – il suo funzionamento agisce infatti nelle relazioni, nello stare assieme, nel dimorare la quotidianità degli spazi. Di questo ‘luogo-funzione’ Calvino dà un’immagine del tutto differente rispetto lo stereotipo delle lande incendiate e fumose cui si è soliti riferirsi. Si prenda ad esempio la descrizione della città di Bersabea in Le città invisibili. Questa è in effetti un luogo antropologico, un luogo con una chiara identità, organizzato a misura d’uomo, ordinato secondo precisi canoni e che mira a confondersi con la Bersabea celeste, l’immagine perfetta che norma ed ispira la città terrena. Eppure, sotto questa città brulica una città infera, una città del sottosuolo o, se si preferisce, una vera e propria non-Bersabea. Calvino descrive questo inferno senza fiamme come un luogo in cui i tetti delle case sono «pattumiere rovesciate, da cui franano croste di formaggio, carte unte, resche, risciacquatura di piatti, resti di spaghetti, vecchie bende»31. Ed anzi è la città nella sua interezza che sembra liquefarsi, senza più confini né identità che non siano quelle viscide degli scarti del consumismo. Si dice infatti che: «[…] la sua sostanza sia quella oscura e duttile e densa come pece che cala giù per le cloache prolungando il percorso delle viscere umane, di nero buco in nero buco, fino a spiaccicarsi sull’ultimo fondo sotterraneo, e che proprio dai pigri boli acciambellati laggiù si elevino giro sopra giro gli edifici d’una città fecale, dalle guglie tortili»32. Non-luogo per eccellenza, la Bersabea sotterranea non è però un regno del caos. Se infatti è certo che la Bersabea infera sia effettivamente un luogo di perdizione, la città è ciononostante una città, quasi conservasse ancora la possibilità paradossale di potervi dimorare nella forma negativa dell’inabitabilità. Ed infatti la Bersabea infera è disegnata:

[…] dai più autorevoli architetti, costruita coi materiali più cari sul mercato, funzionante in ogni suo congegno e orologeria e ingranaggio, pavesata di nappe e frange e falpalà appesi a tutti i tubi e le bielle. Intenta ad accumulare i suoi carati di perfezione, Bersabea crede virtù ciò che è ormai un cupo invasamento a riempire il vaso vuoto di se stessa.33

L’inferno di Calvino sembra cioè condividere con i non-luoghi più di qualche tratto. La sua natura melmosa e tubolare sembra circoscrivere un luogo di esclusivo attraversamento, di scorrimento senza più possibilità di sosta. Il fatto poi che la città sia edificata tanto con scarti, avanzi e liquami, quanto con materiali rari e costosi getta una luce sinistra sullo spettacolo delle sue guglie e sulla perfezione dei suoi congegni ed ingranaggi. Sembra infatti all’opera una sorta di economia nera, una sinistra magia del mercato che trasforma ciò che è scarto in merce preziosa. Forse sono proprio gli ingranaggi progettati dai più autorevoli architetti a garantire questa trasmutazione. Vi è poi questo sintomatico riferimento ad un vuoto che viene ostinatamente e tenacemente riempito, accumulando al suo interno preziosi e limacciosi carati di perfezione. È un vuoto apparente, proprio come quello dei non-luoghi. Ed è un vuoto assolutamente pieno, riempito dalla particolare identità della merce che, a Barsabea, viene accumulata con zelo e virtù. Se, come Calvino suggerisce, non ci si deve ingannare sulla natura ordinata e architettonica del sottosuolo, allora si potrebbe addirittura supporre che la città infera funzioni precisamente come la metà speculare e terrena. Ma, ancora una volta, una città che continua a funzionare nonostante la sua invivibilità, che continua a funzionare nonostante le sue case siano ormai indistinguibili dalla pattumiera, non è più una città ma, appunto, una non-città; un inferno dai tratti kafkiani. Più oltre nel testo, ma con ancora nella mente la visione catacombale di Bersabea, Calvino si interroga su come sopportare l’inferno di cui ha appena scritto: «Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»34. Curiosamente, anche nel caso di Calvino, a coloro a cui non può bastare l’accettazione dell’incubo non rimane che l’apprendimento e l’attenzione di ciò che inferno non è, per ‘far spazio’, per dargli spazio. Una soluzione che Calvino sembra condividere proprio con Kafka che, secondo Canetti, di questo stesso inferno aveva scritto per tutta la vita. Ed infatti in L’altro processo, Canetti scrive che Kafka si deve fare impotente per sottrarsi alla follia di un potere ormai senza più ragione, divenuto ingranaggio, meccanismo, governo che gira sul vuoto di senso. E infatti Kafka è, per Canetti e come il K. del Castello, un Kämpferder Mann, un uomo che lotta non per il potere, ma per sottrarsi ad esso in tutte le sue forme. E lo combatte, come constata lo stesso Calvino, «in tutte le situazioni in cui altri sarebbero disposti ad accettarlo come qualcosa di ovvio»35. Anche Kafka trova nella sottrazione il modo di trovar e far spazio nell’inferno, di portare e ritrovare una Paese e le sue stelle. A tal riguardo, Canetti osserva:

Bisogna sdraiarsi per terra tra gli animali per essere salvati. La posizione eretta rappresenta il potere dell’uomo sugli animali, ma proprio in questa chiara posizione di potere egli è più esposto e più visibile, più attaccabile. Giacché questo potere è anche la sua colpa, e solo se ci sdraiamo per terra tra gli animali possiamo vedere le stelle che ci salvano dall’angosciante potere dell’uomo.36

 

Dettaglio. Anonimo, Les grandes Chroniques de France (1390-1405), Parigi, Francia, Bibliothèque National

Accovacciati per terra; abbassati sin nelle catacombe di Barsabea. Ed infatti l’ultimo tratto dell’inferno di Calvino che è essenziale richiamare è proprio questo. Se Calvino non contemplasse lo squallido spettacolo di Barsabea da una prospettiva accovacciata, umile o animale, la città non apparirebbe diversa da tante altre metropoli e il suo inferno di tubi e materiali preziosi, di liquami e ingranaggi, rimarrebbe ignoto, pressoché invisibile – come, del resto, lo sono tutte le città che Calvino riesuma nel suo testo. Questo è un aspetto in ogni senso decisivo, dal momento che è solo nel rendersi stranieri che la città appare nella sua interezza e qualcosa come il suo volto inferno può essere visto. Prospettiva doppiamente determinante in quanto è grazie allo sviluppo di questa specifica ‘geografia animale’ che si schiude la possibilità del ‘fare spazio’ e del ‘dare tempo’ a ciò che ancora sfugge alla cattura dell’inferno. Non si tratta qui di un semplice cambio di prospettiva, di un relativismo dunque, ma di un vero e proprio prospettivismo alla maniera di quello pensato da Eduardo Viveiros de Castro37. Nel prospettivismo non si tratta più «di pensare una pluralità di soggetti che vedono il mondo secondo i loro diversi gusti, interessi, appetiti» e, cioè, non si tratta più di pensare «alle differenze come a differenze di soggetto, quindi a differenze tra diverse rappresentazioni del mondo […], bensì a differenze ontologiche, differenze che riguardano gli stessi mondi con cui noi abbiamo commercio, e da cui siamo inseparabili»38. Detto diversamente, il pensiero selvaggio di Viveiros de Castro implica un’ontologia per cui, alle differenti rappresentazioni del mondo, subentra la molteplicità dei mondi, degli spazi, degli usi e del farsi luogo dei corpi. Così, tanto nell’esperienza disumana e notturna del fronte, quanto nella battaglia strisciante ed animale di Kafka non ne va tanto di un differente modo di rappresentare lo spazio, quanto, piuttosto, di un’intero fatto cosmologico; quello dell’esistenza di altri mondi o, per dirla con il lessico usato sin qui, altri paesi. Questo prospettivismo sembra operare anche nell’originaria forma della xeniteia. Sollecitati da coloro che chiedevano che fare per potersi rendere stranieri al mondo, i Padri del deserto spiegavano come si sarebbe dovuta condurre la loro vita. E questa era da pensare come quella di «un cane che sia stato scacciato dalla folla e legato perché mordeva e assaliva la gente»39. Solo attraverso questa prospettiva il mondo si svela come inferno; solo attraverso questa posizione altri mondi possono apparire. Quei Padri che per primi avevano iniziato a pensare una strategia di xeniteia chiamarono questi altri mondi e paesaggi con un nome altrettanto incivile e selvaggio; quello di deserti. E, d’altro canto, non sarebbe potuto essere che un deserto il luogo di massima resistenza alla tentazione dell’inferno.

A proposito poi di cupi invasamenti e vasi vuoti con cui Calvino chiosava la sua ricognizione infernale: nel suo Il cuore del cacciatore, Laurens van der Post riporta di un’antica fiaba che si tramandano i San, popolo che abita l’inospitale e desertica regione del Kalahari. Questa racconta di un pastore che trova e rapisce la sua futura sposa dopo essersi accorto che il bestiame cui dedicava l’intera sua vita veniva munto in gran segreto durante la notte da alcuni ladri. Delle fanciulle celesti, grazie ad una lunga corda calata dal cielo, scendevano infatti dalle stelle e nella notte gli rubavano tutto il latte. Il pastore, resosi conto dell’inganno, andò per combatterle ma tutte gli fuggirono tranne una che riuscì invece a catturare. Da questo incontro turbolento e delittuoso nacque infine l’amore. E così prosegue la fiaba:

Ora la sua nuova sposa andava tutti i giorni al lavoro per lui nel campo mentre lui si occupava del bestiame. Erano felici e prosperavano. Cera solo una cosa che lo preoccupava. Quando laveva acciuffata, sua moglie aveva con sé un paniere di vimini. Era abilmente intrecciato, in modo così fitto che lui non poteva vedere cosa contenesse […]. Prima di accettare di sposarlo, sua moglie gli aveva fatto promettere che non avrebbe mai alzato il coperchio del cesto per guardare dentro, a meno che lei non gliene avesse dato prima il permesso. Se lo avesse fatto, un grande disastro si sarebbe abbattuto su entrambi.40

E giunse infine il giorno in cui la tentazione fu tale che il pastore aprì il vaso senza tuttavia trovarvi dentro alcunché. Rientrata a casa al calar della sera la fanciulla si rese immediatamente conto di quanto accaduto ed interrogò il marito: «Lui ammise con una risata, e disse: ‘Sciocchina che non sei altro! […] Perché hai fatto tante storie per quel cesto? Non c’è niente lì dentro!’. ‘Niente?’ disse lei, trovando a stento la forza di parlare. […] A quelle parole lei gli voltò le spalle, si allontanò nel tramonto e scomparve»41. Ma, almeno in apparenza e fatta eccezione per l’amore infranto, nessun grande disastro sembra sopraggiungere. Solo in apparenza però, dal momento che, come precisa subito l’autore, il grande disastro è che il pastore non avesse capito che il cesto era in verità «pieno di bellissime cose del cielo che lei aveva messo via per entrambi»42. Il cesto insomma non era mai stato vuoto e il suo spazio non era mai stato né quello pieno e denso del mistero – la colpa del pastore non è infatti quella di aver scoperchiato il cesto –, né quello vuoto dello stoccaggio e dell’accumulo di beni preziosi. Per van der Post la storia propone infatti un’analogia dello stesso deserto del Kalahari. Non un vuoto insomma, ma un cosmo densamente popolato – da forze, da potenze, da animali ed umani, dai luoghi, nonché da tutte le loro interconnessioni. Nel deserto, povero e manchevole per gli Occidentali, i San vedono con occhio umile lo spazio di tutte le possibili potenze. Nel Kalahari visto dagli occhi dei San appare chiaro che:

Non c’è vuoto, tutto è abitato, ciascuno di noi è il luogo di passaggio e di tessitura di una quantità di affetti, linee, storie, significati, flussi materiali che ci eccedono. Il mondo non ci circonda, ci attraversa. Ciò che abitiamo ci abita. Quello che ci circonda ci costituisce. Noi non ci apparteniamo. Siamo già da sempre disseminati in tutto ciò a cui ci leghiamo. La questione non è di formare il vuoto da quale riusciremo finalmente a riprendere quanto ci sfugge, ma di imparare ad abitare meglio ciò che è qui, il che implica riuscire a percepirlo […]. Percepire un mondo popolato non da cose ma da forze, non da soggetti ma da potenze, non da corpi ma da legami. È grazie alla loro pienezza che le forme di vita compiono la destituzione. Qui la sottrazione è affermazione e l’affermazione fa parte dell’attacco.43

Di questa sottrazione affermativa Roberto Calasso offre un’immagine monumentale nel suo recente studio Il libro di tutti i libri e, più in dettaglio, nel capitolo dedicato alla figura di Mosè. Anche in questo caso si è in presenza di un inferno, quello della schiavitù in Egitto, e di un deserto, quello che mano a mano si estende attraverso l’esodo. Anche in questo caso la questione del Paese appare in termini non così distanti da quelli posti sino ad ora: «Per un popolo che aveva conosciuto soltanto la transumanza e la schiavitù, la questione della Dimora non era di soluzione immediata né facile. Non avevano modelli, non avevano templi. Per trovare una costruzione perfetta, dovevano risalire molto indietro: alla nave che aveva vagato a lungo sulle acque del diluvio»44. Ma perché ad un certo punto si pone agli schiavi la questione della Terra promessa? E come mai questa assume proprio la forma di un’esodo attraverso il deserto? Da questo punto di vista è particolarmente rilevante che Calasso collochi l’incipit della peregrinatio di Mosè molto prima delle note piaghe e delle richieste di liberazione al Faraone. Per quarant’anni Mosè – che di anni ne aveva già quaranta – visse da esule a Madian, a seguito dell’assassinio di un sorvegliante egizio sorpreso a bastonare due ebrei. Mosè è cioè già da lungo tempo ai margini geografici, politici e storici dell’Impero e, forse, lo vede ormai da una prospettiva acquattata come quella di Kafka, o animale come quella di Canetti. Forse vede già l’inferno. Ma è una marginalità particolare, che almeno inizialmente, differenzia Mosè anche dal ‘suo’ popolo. Qual è in effetti il popolo cui appartiene Mosè?

Dettaglio di Esodo. MENAHEM (?), Testa di uccelli Haggadah, 1300 circa, Gerusalemme, Israele, Israel Museum.

All’epoca dei fatti narrati, i figli di Israele sono ormai da più di quattrocento anni in Egitto. In questo lasso di tempo, di cui si sa poco o nulla, s’intende tuttavia che gli antichi legami si erano sfaldati e obliati. I figli d’Israele, proprio in quanto dediti ormai unicamente a «impastare mattoni e attenersi a certi tempi nelle consegne» – organizzandosi cioè come mera «comunità di lavoranti stranieri»45 , finirono per dimenticare il significato stesso di ‘popolo’. Erano cioè divenuti plebe. Quattrocento anni separano questa classe sociale numerosa e schiava – che respira, parla e vive la multiculturalità dell’Impero più antico del mondo –, dal gruppo di settanta individui che giunsero in Egitto dalle terre di Canaan. Di quelle regioni non rimanevano che ricordi vuoti ed offuscati: erano le terre di Isacco e, solo parzialmente, di Abramo e di Giacobbe. Di quel paese natale, i figli d’Israele avevano smarrito addirittura la memoria: «non avevano più avuto a che fare con Canaan, paese di cui alla fine pressoché nulla sapevano»46. Alla stessa maniera è anche il legame con il Dio ad essere avvolto nelle nebbie dell’oblio. Ed infatti Calasso ricorda che «di fatto il testo biblico nellultima parte della Genesi e allinizio dellEsodo, sino alla rivelazione a Mosè, nomina soltanto Elohim e ignora Iahvè»47. E infatti Elohim è una divinità «diffusa e avvolgente»48, che trova spazio – o si lascia incautamente catturare – nell’inclusivo pantheon dell’Egitto imperiale, mentre Iahvè è un Dio sconosciuto, tanto al Faraone, quanto – e in più di un’occasione – al suo stesso popolo. È tuttavia un Dio recalcitrante che, almeno nell’interpretazione di Calasso, chiede il riconoscimento della sua sovranità e della sua potenza. Ma, in definitiva, è un riconoscimento sempre impossibile dal momento che opera per scomparsa (nel deserto) e per distruzione (del pantheon); quasi Iahvè chiedesse il paradossale riconoscimento di essere irriconoscibile. L’estrema violenza di cui fa uso – le piaghe – è cioè tutta votata non al riconoscimento, ma al desiderio di far ritornare il suo popolo ad una terra né straniera, né natia, bensì promessa attraverso l’esperienza dell’esodo. Anche per Calasso, per cui invece la macchina del riconoscimento rimane determinante, l’insieme di questioni – della terra, della liberazione, della festa, – si pone cioè in termini che, più che teologici, sono soprattutto politici:

Il Faraone ascoltò le parole imperiose dettate da Iahvè a Mosè, ma non sapeva bene chi fosse Iahvè. Conosceva molti dèi, in Egitto e fuori dallEgitto. Ma per lui Iahvè era un nome nuovo. Prima ancora di rispondere alla minaccia, il Faraone volle precisarlo: “Chi è Iahvè perché io ascolti la sua voce e lasci partire Israele?” []. Per il Faraone, Iahvè non era neppure un dio nemico. Era qualcosa di inesistente o di inconsistente.49

Ma, poco oltre, la questione del nome sconosciuto appare in tutta la sua ragione politica e guerriera:

Iahvè era un dio che voleva sconfiggere altri dèi. E la casa madre degli dèi era lEgitto. Perciò volle che un popolo numeroso ma asservito sfidasse il Faraone e i suoi sacerdoti. […] Si trattava di costringere il Faraone a riconoscere un dio che gli era estraneo e inviso. Ma era il dio che gli avrebbe fatto morire il primogenito. Minacciare di morte il primogenito del Faraone andava ben oltre la tracotanza di chi vuole colpire un potente negli affetti più immediati. Perché il Faraone era egli stesso figlio del dio supremo. Interrompere la sua discendenza era un modo per provocare lestinzione degli dèi. Iahvè, quel dio ignoto di cui parlava Mosè, non voleva soltanto proteggere il suo popolo asservito, ma dichiarare una guerra divina.50

Ed è solo tenendo ben presente questo sfondo teologico e politico che la questione dell’esodo – e, cioè, la questione strategica intorno i movimenti e i luoghi che Iahvè impone ai figli d’Israele – appare in tutte le sue implicazioni. Prima fra tutte quella, già fondamentale in Abramo, dello lekh-lekha, dell’‘andar via’. Scrive bene Calasso quando osserva che: «Tutta la terra era vissuta sino allora in uno stato di minorità verso lEgitto. LEgitto cera già prima di chiunque altro. […] E ora un popolo minore e costretto a lavori coatti sarebbe sfuggito alla presa del Faraone. Uscire dallEgitto era come uscire dal mondo. Verso dove? Come per Abramo, si imponeva il lekh-lekha: Va’ via”»51. Il che equivale a dire che l’incubo del Faraone non coincide né con un riconoscimento della sovranità di Iahvè, né con la conquista di una miglior condizione sociale per i figli d’Israele, ma in un esodo appunto, in una sottrazione dal potere, dalla casa, dalla storia e dal panthon dell’Impero. Un incubo su cui negli ultimi anni si sta cercando di far luce anche ad un livello archeologico ed antropologico. James C. Scott ad esempio ha messo in luce come «La preoccupazione dello stato antico per la fuga dei sudditi è dimostrata dalle mura cittadine la cui funzione era quella di controllare e confinare la popolazione»52 e non, come si è sempre stati propensi a credere «per tenere fuori i barbari (nomadi) […]. Le mura cittadine, quindi, avevano lo scopo di tenere al loro interno gli elementi essenziali alla conservazione dello stato»53. E quale elemento più essenziale che un popolo di schiavi? E quale preoccupazione più grande del vedere quella stessa forza lavoro dileguare oltre le dune del deserto – un pò delle mura ‘naturali’. Sia come sia, l’impensabile per il Faraone e le genti dEgitto è che il potere possa essere lasciato, la civiltà ricusata, gli dèi abbandonati. Questo impensabile, questa rottura che coincide con la fuoriuscita dal mondo egiziano, Iahvè lo chiama deserto: lekh-lekha, dove? Verso il deserto. Ed è sintomatico che le prime immagini del deserto alludano perciò ad una dimensione festiva, al punto che proprio il Faraone respinge le richieste di Mosè obiettandogli che se i figli d’Israele volevano «fare una festa nel deserto» potevano allora andare a loro spese e poi fare ritorno senza tante ulteriori questioni. Ma la festa nel deserto – che è la prima immagine attraverso cui si inizia ad articolare la strategia dell’esodo – ha simultaneamente la valenza di uno stratagemma.

Dettaglio. Pietro Vannucci ‘Perugino’, Viaggio di Mosè in Egitto, 1482 circa, Cappella Sistina, Città del Vaticano.

Per un verso esaspera il conflitto con la dimensione faraonica dell’Egitto che, ancora una volta, trova incomprensibile come una festa possa collocarsi nelle aridità del deserto, per altro verso, e in virtù di questa stessa incomprensione, lascia che l’eventuale progetto di sottrazione di Mosè appaia subito come privo di una qualsiasi strategia, sregolato, folle, votato al fallimento: «Allinizio il Faraone pensò che i figli di Israele si sarebbero persi e il deserto li avrebbe inghiottiti»54. Ma è solo un diversivo. Gli schiavi si orientano perfettamente nel deserto dell’anima e si trovano così capaci di attuare concretamente la defezione dalla casa d’Egitto. In questo senso, nulla della Terra promessa può essere compreso al di fuori di questo fatto incipiente; nulla del ritorno al Paese può esser colto al di fuori del fatto festivo e distruttivo55 con cui Mosè inaugura l’esodo. E veniamo con ciò al deserto. Sarebbe errato pensare il deserto come un mero luogo. Il deserto è tanto uno spazio che una dimensione dello spirito, tanto una prospettiva, attraverso cui cogliere l’inferno della schiavitù, che un «laboratorio dove per quarantanni i figli di Israele condussero un esperimento su se stessi»56. E quella dei figli d’Israele è una sperimentazione complessa, faticosa, a tratti anche dolorosa. Calasso ne offre una vasta costellazione che è qui impensabile ripercorrere in tutta la sua ampiezza. Intendo quindi isolare a bruciapelo due ‘caratteri’ che, più di altri, concedono di accostare esodo e xeniteia, nonché di definire il deserto come quella soglia cui, nella loro rispettive operazione, entrambi tendono.

Nubi e distruzione. Abbozzo per una topografia della xeniteia.

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo, trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, disole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli, e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia limmagine del suo volto.

Jorge Luis. Borges

Cercare una polis e una oikía che siano all’altezza di questa comunità vuota e impresupponibile, è il compito infantile dell’umanità che viene.

Giorgio Agamben

Destituire l’umano come forma d’astrazione significa ricrearci come esseri cosmici, come forme di vita che saranno anche forze della natura, sempre in comune e i cui modi saranno legati alle piante, agli animali, alla Terra e al cielo stellato.

Marcello Tarì

In Il partito di Kafka, subito dopo aver interrogato il «presunto mistero delle leggi» ed aver constatato come l’attuale crisi e perdita di senso di quest’ultime non si traduca «nella loro sparizione» ma in una «vigenza senza significato»57 che le rende ancor più odiose ed opprimenti, Marcello Tarì chiosa: «E tuttavia il fatto che questo mondo continui a funzionare ma sia privo di significato, spiega perché esso sia percepito come un inferno ma anche, allo stesso momento, come un indizio messianico»58. Torna il non-luogo dell’inferno, il suo vuoto, i suoi congegni, ingranaggi e orologi, le sue leggi, ma ritorna anche il paesaggio del deserto che qui assume lo statuto di un indizio messianico. Ed è sintomatico che le sfide lanciate da questo ‘indizio’ non siano poi così differenti da quelle in questione nell’esodo – una xeniteia di massa? – e che Tarì poco oltre riassume nei termini seguenti:

La questione che l’insurrezione destituente pone è, certamente, quella del come scardinare e uscire dal sistema delle leggi ma ancora di più quella del come sia possibile farlo senza né rientrarvi immediatamente dopo – questione dell’irreversibilità – né rischiando di divenire ‘nobili’, cioè quando gli insorti diventano a propria volta un potere governamentale – questione della rivoluzione. Una tale insurrezione sarebbe come una profanazione di massa […].59

Se questa traversata tra paesi ed inferni, non-luoghi e trincee deve ritornare da qualche parte, ebbene questo ‘luogo’ non potrà che essere quello messianico del deserto, lì dove la questione dell’irreversibilità e della rivoluzione appaiono in tutta la loro posta in gioco destituente. Quali sono dunque i caratteri destituenti dell’Esodo come forma di xeniteia? Quale carattere risponde alla questione della rivoluzione? Quale a quello dell’irreversibilità?

Per quanto concerne la questione ‘della rivoluzione’ o ‘della nobiltà’ è interessante osservare come la forma di vita che si conduce nell’esodo faccia costantemente esercizio di umiltà. L’umiltà non è solo un attributo di coloro i quali hanno preso la via del deserto ma è precisamente la forma che assume la vita quando si «nega al potere lo statuto dell’essere»60. Detto diversamente, «se la sola politica rivoluzionaria è quella che fa a meno di ogni soggetto»61, allora è dunque solo nell’umiltà del qualunque che questa si attua. Ma come si è qualunque? La strategia dell’esodo risponde: facendosi impercettibili, anonimi; diventando Nubi. L’idea è cioè che «la scomparsa è l’unico modo in cui il reale può affermarsi perentoriamente come tale», sottraendosi alla presa del potere. Ed infatti non solo la vicenda dell’esodo si apre, come visto in precedenza, con il nome assente, misconosciuto, nebuloso di Iahvè, ma è l’intera dimensione del lekh-lekha attraverso il deserto che impone un anonimato radicale. Non è dunque un caso che Iahvè prediliga ‘apparire’ nella forma di una fitta nebbia o di una densa nube. Quando, adirato per l’imminente defezione, il Faraone decide di inseguire il popolo di Mosè, «la colonna di nube che durante il giorno si trovava davanti ai figli d’Israele si spostò dietro di loro, separandoli dagli Egizi e rendendoli invisibili. Davanti a loro, invece, quando calò la notte, si mostrò la colonna di fuoco. Nube e fuoco erano i due sbarramenti che li separavano da tutto il resto»62. Ma la nube che rende invisibile il partito di Mosè e di Kafka non è solo tattica, è anche destinata a formare un modo di vita:

La nube coprì la Tenda dellIncontro e la Gloria di Iahvè riempì la Dimora’. Era il segno che finalmente i figli di Israele potevano ripartire: ‘Quando la nube si innalzava al di sopra della Dimora, i figli di Israele si spostavano in tutti i loro spostamenti. Ma se la nube non si sollevava, non si spostavano, fino al giorno in cui si sollevava’. […] La nube non aveva un ritmo costante, come invece avviene per il giorno e la notte, o per le stagioni. Occorreva adattarsi al suo ritmo. È anche questo che avrebbe distinto i figli di Israele e rendeva la loro vita più imprevedibile: a volte la nube rimaneva ferma ‘due giorni, un mese, un anno’ e, fintantoché la nube non si fosse sollevata, i figli di Israele non smontavano gli accampamenti e riprendevano il cammino. Era una marcia continuamente interrotta e non aveva certo il ritmo della conquista.63

Accanto alla forma di andamento che l’anonimato richiede ecco, intimamente legato a quest’ultimo, il secondo carattere decisivo che esodo e deserto insegnano ai figli d’Israele: l’impossibilità della conquista o, meglio, il radicale disinteresse per la forma della conquista. Questo disinteresse – che non è da intendere come negazione del conflitto, della lotta, anzi – Mosè lo chiama appunto umiltà. Tutti i quarant’anni passati tra le nebbie sono riassumibili in una costante autocritica alle logica del profitto e del guadagno, alle politiche di appropriazione e accumulazione, alle economie del lavoro e della proprietà. Del nesso che lega nubi e umiltà, anonimato e destituzione, caligine e defezione sarebbe opportuno sviluppare un’archeologia. Questa non potrebbe che partire dalle varie teofanie di Esodo – sul Sinai la divinità apparve infatti «nella caligine di una nube», altrove invece «si avvolgeva di tenebre come di velo, acque oscure e dense nubi lo coprivano» o, ancora, «caligine sotto i suoi piedi» – per approdare poi alle prime decisive trasformazioni della nube ‘destituente’ dell’esodo alla nube ‘negativa’ e mistica della non conoscenza; spostamento di cui sono ancora ben identificabili le tracce, nella Vita di Mosè di Gregorio di Nissa ad esempio, o nel De mystica theologia dello Pseudo-Dionigi, o, ancora, nel Beniamino maggiore di Riccardo di San Vittore. In questa variazione – che dalla negazione affermativa dell’esodo (come questione teologica e politica) porta alla negatività del fondamento (come questione teologica e gnoseologica) – ne va proprio dell’umiltà come tratto distintivo di quell’enorme potenza rivoluzionaria che misconosceva ogni conquista del potere, trasformando lo spazio in un paesaggio inappropriabile, in un luogo-di-non senza antichi servi, né nuovi nobili padroni. Di questa antica memoria rimane qualche traccia dispersa in alcuni testi coerentemente rimasti senza autore. Ad esempio, nell’opera trecentesca The Cloud of Unknowing, l’ignoto scrittore pensa già la sua proposta contemplativa nei termini di una caratteristica doppia teologia negativa – per un verso, egli fa infatti epoché, gettando nella nebbia dell’oblio il mondo fenomenico dei peccati, per un altro verso, questa stessa sospensione consente di approfondire l’abisso della nube della non conoscenza come sola origine del mistero di Dio –, ma, e nonostante ciò, trova qui ancora spazio la questione dell’umiltà, dell’esodo e della rivoluzione. Forse è proprio questa questione che l’autore ha in mente quando scrive che nella sua opera c’è «all’inizio o nel mezzo, che è rima­sto in sospeso o non è pienamente spiegato nel con­testo»64, quel qualcosa che ormai gli sfugge, sepolto dai tempi più che dalla dovizia dei suoi ragionamenti e riferimenti. Ed è qualcosa che improvvisamente squarcia la linearità del testo ascetico e contemplativo nel quale, apparentemente senza preavviso, fanno la loro comparsa tutta una serie di termini bellici. Nel capitolo sintomaticamente intitolato Due stratagemmi spirituali che sono d’aiu­to al principiante in questa attività, l’autore riporta all’ipotetico novizio alcune «astuzie» attraverso cui evitare i pensieri avari, superbi ed invidiosi. Per prima cosa si tratta ovviamente di mantenere con forza la posizione anonima all’interno della nube, rimanendo cioè invisibile alle tentazioni, invisibile alla loro presa. Ma, qualora la nube da sola non bastasse, al novizio viene riportata un’altra astuzia: «acquattati giù sotto di essi [le tentazioni n.d.r.] come se fossi un miserabile codardo sconfitto in battaglia, e pensa che sarebbe follia per te continuare a combat­tere contro di essi»65. Acquattarsi come un animale insomma, come se la battaglia fosse – ma è solo un’apparenza, uno stratagemma contro il nemico – sconfitta, la posizione perduta. Ed infatti l’ignoto autore continua:

Presta speciale attenzione a questo strata­gemma, ti prego, perché nello sperimentarlo, cre­do, ti discioglierai tutto quasi fosse in acqua. E cer­to mi pare che, ove si guardi bene, questo strata­gemma non sarà altro che la vera conoscenza ed esperienza di te stesso quale sei […]. Tale conoscenza ed esperienza è lumiltà. E l’umiltà merita sempre che Dio discenda in tutta la sua potenza a fare vendetta dei tuoi nemi­ci […].66

Nel testo originale il discioglimento è reso nella locuzione ‘melt al to watre’, dove ‘melt’ è la traduzione latina del termine ‘liquescere’, ‘disciogliersi’ certamente, ma anche e soprattutto dissolversi’, come l’effetto dell’amore della divinità sul contemplativo. Si tratta cioè di assumere «una crescente facoltà di desoggettivazione. Disertare conservando le armi. Fuggire impercettibilmente», il che vuol dire «entrare in smobilitazione, sottraendo oggi a questa o a quella rete imperiale di produzione-consumo i mezzi per vivere e lottare, in modo da distruggerla al momento stabilito»67 che, per l’anonimo autore, è il momento della vendetta di Dio. L’umiltà è dunque ciò che, negando ogni nobiltà, porta la battaglia al di là del conflitto per il potere; al di là, acquattati, dissolti, in esodo nel deserto. Non si tratta di una strategia ascetica, come molti interpreti hanno suggerito, ma di una politica che declina la natura inappropriabile del deserto: « Il punto non era la festa, ma il deserto. Doveva essere una prima prova di separazione da tutto, un esercizio per abrogare ogni natura proliferante, per dimenticare le immani acque nilotiche e soprattutto quegli animali ovunque venerati e incombenti in ogni angolo dellEgitto. Lo svezzamento dei figli di Israele nel deserto fu uno svezzamento dalla natura»68. Di più, dal potere e dalla sua conquista. Fu un prendere distanza dal feticcio degli idoli, dalla fantasmagoria della sovranità che ordinava attraverso le immortali tombe dei faraoni, dalla miseria della servitù, volontaria o meno che fosse. Ed ecco perché nel deserto non si vive che nella forma umile dell’esodo: «l’Esodo è una sottrazione intraprendente, il ricorso alla forza non andrà più commisurato alla conquista del potere statale nel paese del faraone, ma alla salvaguardia delle forme di vita e delle relazioni comunitarie sperimentate lungo il cammino. Sono le opere dell’amicizia che meritano di venir difese a qualsiasi costo. La violenza non è protesa ai ‘domani che cantano’, ma assicura rispetto e persistenza a ciò che si è abbozzato ieri. Non innova, ma prolunga qualcosa che già c’è […]»69. Ed infatti:

«Gli anni nel deserto non avevano il fine di svincolare un certo numero di tribù affini da una condizione servile allinterno di un antico impero per farle migrare in un territorio più ristretto e già diviso in piccoli regni, dove avrebbero dovuto conquistarsi un loro territorio. Questo è ciò che sarebbe stata la versione dei cronisti futuri. Ma tuttaltra era la prospettiva di Iahvè: quegli anni di uno smisurato isolamento erano stati un lungo esercizio […]. Se fossero sopravvissuti […] tutte le promesse di moltiplicazione degli esseri e della felicità si sarebbero avverate».70

Ma qual’è, in conclusione, il carattere di questa promessa di felicità? È infatti certo che il ritorno a Canaan non passa per la realizzazione di una conquista, meno che meno di una conquista di un territorio diviso e ristretto, già comunque popolato – addirittura fortificato e abitato da nemici giurati dei figli d’Israele. Il paese promesso non è nemmeno la terra fertile dove scorrono il latte e il miele – e infatti è una terra mena rigogliosa delle regioni bagnate dalle acque amniotiche del Nilo. Ma non è né una conquista, né una ricchezza ciò che l’esperienza dell’esodo e del deserto avevano insegnato ai discendenti di Mosè. Ormai pronti a varcare il Giordano, ai figli delle nubi e delle sabbie appariva chiaro che:

La Terra Promessa non era un luogo intatto, mai prima calpestato, dove tutto sarebbe cresciuto nel modo giusto. Al contrario: era un mondo già pronto, costruito da altri, che si erano dileguati. Tutto era abbondante, tutto era disponibile, ma il paese era vuoto, come il deserto dove i figli di Israele avevano passato quarantanni. Più che il latte e il miele che scorrevano, era questo il prodigio. […] Nulla sarebbe cambiato in apparenza, perché le regole sono invisibili.71

Detto diversamente, la terra promessa, il paese tanto agognato, non è il luogo utopico del miele e del latte, ma questo stesso mondo, vissuto ormai nell’umile e combattiva forma dell’esodo. «Nulla sarebbe cambiato in apparenza» narra Calasso, Benjamin gli farebbe eco dicendo che la rivoluzione è questione di centimetri. Il deserto si è espanso fino a coincidere con tutto il cosmo ed ora è il mondo che può essere abitato come in un esodo, come in una nube, come in un paese. La felicità raggiunta attraverso l’umiltà è, cioè, quella di una vita ormai inscindibile dalla sua forma: «Una vita politica, cioè orientata sullidea di felicità e coesa in una forma-di-vita, è pensabile solo a partire [] dallirrevocabile esodo da ogni sovranità», dall’irrevocabile esodo da ogni terra e da ogni conquista: una terra che, per l’appunto, è unicamente promessa, mai davvero occupabile.

Per quanto concerne invece la ‘questione dell’irreversibilità’ è interessante sottolineare alcuni aspetti che legano il senso unicamente promesso di questa terra affatto intatta e mai prima calpestata, con la sottrazione intraprendente dell’esodo. In questa prospettiva infatti la pratica terribile e violenta dello herem, della distruzione pezzo pezzo di ciò che ancora occupava la terra promessa – da cui la distruzione totale di Gerico, Maqqedah, Eglon, Hebron, Debir –, appare sotto una luce completamente differente. Ha cioè ragione Calasso quando osserva che lo herem non è riducibile ad una mera «misura di guerra», ma sbaglia quando, contraddicendo la precedente indicazione sull’impossibilità di conquista, riduce lo herem ad una forma di annichilimento degli avversari in vista della spartizione della terra fra tribù. Il fatto che lo herem colpisca non solo le città che occupano la terra promessa, ma anche coloro i quali nella liberazione di quella stessa terra custodiscono gelosamente i bottini senza distruggerli, lascia pensare che lo herem sia in realtà una pratica che renda impossibile l’appropriazione e la rioccupazione di una terra promessa e che, coerentemente, tale sarebbe dovuta restare: precaria e inappropriabile come i deserti. Non è proprio Calasso a portare l’attenzione sul fatto che Giosuè: «Aveva abbattuto tutti i re che lo circondavano “in una volta sola”, ma i figli di Israele non avevano ancora deciso dove stabilirsi. Osservavano ancora tutto dalle loro tende»72? La questione dell’irreversibilità è, da questa prospettiva, la questione stessa del messianismo o, il che è lo stesso, la questione del dimorare nell’estraneità, nel paese e nel deserto della xeniteia; in quel luogo-di-non in cui «La potenza della salvezza e quella della rovina stavano una accanto all’altra»73. Impossibile perciò rappresentare il paesaggio desertico e inappropriabile dell’esodo, impensabile disegnare su mappa la ragione cartografica del luogo-di-non della xeniteia, avvolto com’è dalle nubi dell’anonimato. Eppure abbiamo bisogno di mappe: «Abbiamo bisogno di nuove cartografie, non di nuove critiche. E non di cartografie dellImpero, ma di linee di fuga per uscirne. Come fare? Abbiamo bisogno di mappe. Non di mappe di ciò che è fuori dalle mappe. Ma di mappe di navigazione. Di carte marittime. Di strumenti dorientamento. Che non cerchino di dire, di rappresentare quel che cè allinterno dei differenti arcipelaghi della diserzione, ma ci indichino come raggiungerli»74. Forse occorre pensare questo genere di mappe come lo spazio di una «vita poetica, che abita poeticamente, […] una vita che vive secondo un dettato, cioè, in un modo che non è possibile decidere né padroneggiare, secondo un abito, un‘abbienza’ che non possiamo in nessun caso avere, ma soltanto abitare»75.

Opicino de Canistris, Vaticanus latinus 6435,f. 53v., Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Tentativo topografico di questa ‘vita abitante’ è stato probabilmente condotto e messo su carte nautiche da Opicino de Canistris. Come l’anonimo di La nube della non conoscenza, anche Opicino ha cercato di tenere nascosta la sua opere e tutte le mappe di quella che può essere definita solamente come una ‘topografia della vita’ – un’insieme di ‘eventi spaziali’ e ‘mappe cronologiche’ – è a lungo rimasta dimenticata e dispersa negli archivi di Avignone. Le tavole che compongono il tesoro a lungo celato da Opicino non sono né mappe cartografiche, né bozze pittoriche di miniature disegnate poi altrove. Come osservato da Sylvain Piron in Dialettica del mostro76, le bizzarre topografie di Opicino sono un arabesco di tecniche e di motivi afferenti ai campi e ai saperi più disparati: l’arte delle carte nautiche appresa a Genova durante la fuga da Pavia incrocia lo studio, prima tanto odiato, della miniatura e della scrittura, le conoscenze teologiche si fondono alla presa di posizione politica nell’Italia dei Guelfi e dei Ghibellini, i suoi drammi e le sue rare gioie, le sue colpe e i suoi riti, le sue abitudini e le sue più irrequiete paure si confondono in paesaggi e ricognizioni aeree dello spazio europeo e dei suoi mari. Ed infatti in queste mappe nautiche lo spazio cartografico dell’Europa si piega e si confonde con la stessa vita di Opicino e della sua battaglia spirituale, assumendo così nuove forme: alcuni mari diventano mostri marini, altri assumono il movimento di un pugno, mentre le terre diventano abitanti, donne, frati, Madonne o Angeli. Altre aree geografiche si trasformano in frammenti di corpi, braccia e piedi, gambe e uteri insanguinati posti sempre all’altezza di Pavia, città natale di Opicino, e dove l’autore replica in miniatura un’altra mappa d’Europa, quasi si trattasse di un feto ormai indecifrabile. E poi ovunque linee di fuga, tracciati dei venti, solari, triangolazioni marittime che si fondono con calendari, archivi di date ed eventi, cronache minuziose. E ancora citazioni tratte dai testi sacri, da opere studiate e rilette; e poi commenti, eventi biografici, semplici appunti, correzioni; sistemi di calcolo e diagrammi criptici per organizzare tutto lo spazio di una vita. Forse la tragedia della lingua e della geografia messa in scena da Opicino disegnano effettivamente qualcosa di simile ad una mappa «delle nostre anime a brandelli, un riflesso della nostra assenza al mondo, della nostra intima impotenza ad abitarlo»77 – della nostra impotenza a combatterlo se i mostri dell’epoca vengono affrontati in una solitudine priva di comunismo. Ma per Opicino questo è solo il punto di partenza, il punto dove inizia il suo esodo per ritornare a Pavia, suo paese natio, ormai divenuto lo spazio cosmologico della sua battaglia politica e religiosa, linguistica e biografica, al crocevia dei tempi e dei luoghi. Opicino procede per innumerevoli guadi, di cui ignora forse il senso,

[…] ma non la qualità di essere luoghi di transito, e luoghi di intenso e logorante transito. Logorante non vale consumante, ma vale ciò che affina, assottiglia, fa del corpo,[…] una lama consapevole. La gioia dellombra è taciturna, e sebbene conviva con il tragico non è affranta […]. È estremamente attenta, sebbene sia del tutto consapevole che tutto le sfugge, perde ogni cosa, e che daltronde le cose dellombrasaranno tutte restituite, regalate, offerte. Chi pratica la gioia dellombra è destinatario di uno smarrimento che non ha leguale, e insieme è, lui stesso, la mappa dellombra, la carta calligrafica cui ricorre la stessa ombra per percorrere se stessa; per ironia, naturalmente, ma soprattutto per amore.78

Di fronte all’inferno Opicino dipinge. Dipinge la mappa cosmico-corporale della propria xeniteia; dipinge il paesaggio della propria contemplazione e della propria rivoluzione; infine tratteggia la possibilità di un paese in cui vivere senza pena, nell’ironia delle nubi e nell’amore del fuoco.

1 M. Tarì, M. Tronti, Xeniteia. Contemplazione e combattimento in Qui e Ora, Numero 35, 14/05/2020.

2 Ibidem.

3 M. Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Il Saggiatore, Milano 2015, p. 223.

4 Ivi, p. 224. Corsivi nostri.

5 M. Tronti, Op. cit., p. 227.

6 F. Nietzsche, L’Anticristo. Maledizione del cristianesimo in Vol. Vl, tomo III, Adelphi, Milano 1970, p. 254.

7 M. Tarì, La regola dellestraniamento in Qui e Ora, Numero 36, 05/06/2020.

8 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1965, p. 185.

9 M. Tarì, La regola dellestraniamento in Qui e Ora, Numero 36, 05/06/2020.

10 Cfr. M. Cohen, Profane Illumination. Walter Benjamin and the Paris of Surrealist Revolution, University of California Press, Berkeley 1995. Proprio sul ruolo dell’illuminazione profana trattati dalla Cohen si vedano anche gli appunti critici di Löwy, cfr. M. Löwy, Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Id., La stella del mattino. Surrealismo e marxismo, Massari, Viterbo 2001; Id., La rivoluzione è il freno di emergenza. Saggi su Walter Benjamin, Ombre corte, Verona 2020.

11 Cfr. M. Ponzi, Organizzare il pessimismo. Walter Benjamin e Nietzsche, Lithos, Roma 2007.

12 M. Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione, DeriveApprodi, Roma 2017, p. 75.

13 M. Tarì, La regola dellestraniamento in Qui e Ora, Numero 36, 05/06/2020.

14 G. Agamben, Il linguaggio e la morte.Un seminario sul luogo della negatività, Einaudi, Torino 1982, p. 122.

15 Cfr. E. Laroche, Histoire de la racine NEM- en grec ancien, Paris, Klincksieck 1949. Su questo stesso punto anche cfr. M. Ferrando, Il regno errante. L’arcadia come paradigma politico, Neri Pozza, Vicenza 2019.

16 Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Orthotes, Napoli 2017.

17 Cfr. F. Rella, L’enigma della bellezza, Feltrinelli, Milano 2007; E. De Vito, L’immagine occidentale, Quodlibet, Macerata 2015.

18 G. Agamben, Creazione e anarchia. L’opera d’arte nell’età della religione capitalista, Neri Pozza, Vicenza 2017, pp. 86-87.

19 G. Manganelli, L’isola pianeta. E altri settentrioni, Adelphi, Milano. Corsivi nostri.

20 M. Augé, Nonluoghi, Elèuthera, Milano 2018.

21 E. Pelilli, Mantenere libera la soglia. Dalla geografia dei ‘non-luoghi’ alla necessità dei ‘luoghi-di-non’, in “Il Cannocchiale”, 1/2016, Spazio – Luogo – Ambiente. Dimensioni spaziali nell’età contemporanea, Edizioni Scientifiche Italiane, Roma 2016, p. 284.

22 Ivi, p. 286.

23 Cfr. D. Gentili, M. Ponzi, E. Stimilli, Il culto del capitale. Walter Benjamin: capitalismo e religione, Quodlibet, Macerata 2014.

24 Ivi, p. 294.

25 Ivi, p. 295. Sul tema del venir meno della ragione cartografica e sulle possibilità di una ‘visione’ geografica non più fondata sul pensiero dei fondamenti e degli ordinamenti: Cfr. M. Meschiari, Sistemi selvaggi. Antropologia del paesaggio scritto, Sellerio, Palermo 2008; Id., Neogeografia. Per un nuovo immaginario terrestre, Milieu 2019; D. Gentili, M. Ponzi, Soglie. Per una nuova teoria dello spazio, Mimesis, Udine 2012; O. Marzocca, La stanchezza di Atlante. Crisi dell’universalismo e geofilosofia, Dedalo, Bari 1994.

26 Cfr. C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello ‘Jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991.

27 Ivi, p. 305.

28 W. Benjamin, Il distruttivo, in Opere complete IV. Scritti 1930-1931, Einaudi, Torino 2002, pp. 521-522.

29 E. Montale, Biografie al microfono, intervista di Giansiro Ferrata. Prose 1920-1979, voll. II, Milano, Mondadori 1996.

30 I. Calvino, Città invisibili, Mondadori, Milano 2016, p. 160.

31 Ibidem.

32 Ivi, pp. 109-110.

33 Ivi, p. 110.

34 Ivi, p. 160.

35 E. Canetti, La coscienza delle parole, Adelphi, Milano 1984, p. 195.

36 Ivi, p. 196-197.

37 Cfr. E. Viveiros de Castro, Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove, Quodlibet, Macerata 2019.

38 E. Dattilo, Eduardo Viveiros de Castro, lontologia selvaggia, in “Alfabeta2”, 5 Maggio 2019, attualmente al link: https://www.alfabeta2.it/tag/prospettivismo-cosmologico-in-amazzonia/

39 Ibidem.

40 L. van der Post, Il cuore del cacciatore, Milano, Adelphi 2019, p. 162-163.

41 Ivi, p. 163.

42 Ibidem.

43 Comitato invisibile, L’insurrezione che viene Ai nostri amici Adesso, Nero, Roma 2019, pp. 149-150. Corsivi nostri.

44 R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, Milano 2020, p. 259.

45 Ivi, p. 220.

46 Ivi, p. 272.

47 Ivi, p. 216.

48 Ibidem.

49 Ivi, pp. 217-218.

50 Ivi, p. 219.

51 Ivi, p. 221.

52 J. C. Scott, Le origini della civiltà. Una controstoria, Einaudi, Torino 2018, p. ***. Cfr. Id., L’arte di non essere governati. Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico, Einaudi, Torino 2020.

53 Ivi, p. ***.

54 R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, Milano 2020, p. 235.

55 Cfr. A. Cavalletti, Festa, scrittura e distruzione, in F. Jesi, Il tempo della festa, Nottetempo, Milano 2013.

56 R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, Milano 2020, p. 251.

57 W. Benjamin, G. Scholem, Teologia e utopia. Carteggio 1933-1940, Einaudi, Torino 1987, p. 162.

58 M. Tarì, Il partito di Kafka, in “Pólemos. Materiali di filosofia e critica sociale”, n°1/2020, a cura di V. Bonacci, F. Luzi, Il gesto che resta. Agamben contemporaneo, Donzelli, Roma 2020, p. 89.Corsivi nostri.

59 Ivi, p. 92.

60 Ivi, p. 102.

61 G. Agamben, Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana, Neri pozza, Vicenza 2016, p. 52.

62 R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, Milano 2020, p. 236.

63 Ivi, pp. 258-259.

64 Anonimo, La nube della non conoscenza, Adelphi, Milano 1998, p. 12.

65 Ivi, p. 69.

66 Ibidem.

67 Tiqqun II, Comment faire?, ottobre 2001, pp. 278-287.

68 Ivi, p. 252. Corsivi nostri.

69 P. Virno, L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita, Quodlibet, Macerata 2015, p.146. Corsivi nostri.

70 R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, Milano 2020, pp. 252-253.

71 G. Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p. 14.

72 R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi, Milano 2020, p. 292.

73 Ivi, p. 296.

74 Tiqqun II, Comment faire?, ottobre 2001, pp. 278-287.

75 G. Agamben, La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante 1806-1843, Einaudi, Torino 2021, p. 223.

76 S. Piron, Dialettica del mostro, Adelphi, Milano 2019.

77 Comitato invisibile, L’insurrezione che viene Ai nostri amici Adesso, Nero, Roma 2019, p. 119.

78 G. Manganelli, Discorso dellombra e dello stemma, Adelphi, Milano 2017, p. 107.

Spiritualità e combattimento: un’intervista con Marcello Tarì

di Matt Peterson*

Pubblichiamo la traduzione dell’intervista di Matt Peterson a Marcello Tarì pubblicata dalla rivista e-flux nel numero di maggio 2021, in occasione della pubblicazione negli Stati Uniti di There is no unhappy revolution. The communism of destitution  ( Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione, deriveapprodi) tradotto da Richard Braude per la casa editrice newyorkese Common Notions.

Matt Peterson: C’è una frase potente nel secondo capitolo del libro, “Il mondo o niente”, rispetto alla storia e la modernità dove scrivi: “Per i rivoluzionari, infatti, il problema è sempre quello di entrare in rotta di collisione con l’una e con l’altra: una politica contro la Storia e un comunismo più forte della modernità”. Scrivi anche che la rivoluzione non è tanto una questione di superamento dello stato, ma di un superamento di tutta la metafisica occidentale del governo, della sua soggettivazione, depoliticizzazione, dei suoi ritmi di vita, ecc. Come si fa, in questo superamento, a fare i conti con l’ostilità del terreno con cui sembriamo avere a che fare in questo momento e con la realtà della coscienza e dello spirito contemporaneo che abbiamo di fronte?

Marcello Tarì: Credo che questa sia la questione principale ed essenziale della destituzione. Se non usciamo dal paradigma della metafisica occidentale, cioè da ciò che viene dalla filosofia e dalla politica greca antica – la polis, la democrazia, l’individuo, il concetto stesso di vita – mi sembra molto difficile sovvertire il presente. Questo significa sia fare i conti con la vecchia tradizione rivoluzionaria, il marxismo, l’anarchismo o altro, ma anche con il pensiero a noi più contemporaneo, sul quale ci siamo basati per molto tempo. Foucault, Deleuze e ciò che ne è seguito fino ad oggi, perché anch’essi rimangono all’interno di quella tradizione. Non è un caso che in molti si siano messi alla ricerca di alternative. Tiqqun riprende la cabala ebraica, altri riprendono conoscenze dall’Estremo Oriente o dalle montagne andine. Del resto anche il cristianesimo, che credo sia molto significativo per il gesto della destituzione, in origine viene dall’Oriente. Queste ricerche degli ultimi anni sono un sintomo eclatante dell’insoddisfazione per gli strumenti a disposizione. L’idea stessa di destituzione è nata da una difficoltà evidente, cioè che il modo di pensare la rivoluzione era ormai insufficiente, carente, destinato a non realizzarsi se non nella sua nemesi. Il problema mi sembra sia che ogni volta ricopriamo ogni idea, ogni pratica, con il suo significato e concetto derivante dalla metafisica occidentale e la stessa “potenza destituente” corre questo rischio, quindi forse dovremmo deconcettualizzarlo. Meno filosofia, più spiritualità; meno chiacchiere, più esperienze, meno volontà di potenza, più ascolto. Quindi, “ama e fa’ ciò che vuoi”.

Ora, è certo che non possiamo liberarci improvvisamente di millenni di storia e cultura, ma essere consapevoli che questa eredità costituisce un problema è un primo passo. Il secondo passo che propongo, e questo non viene molto compreso, è che se non passiamo attraverso una destituzione del nostro Ego, cioè di come è costruita la nostra soggettività, con le sue passioni, egoismi e cupidigia, non è credibile pensare di sovvertire qualsiasi altro potere esteriore. La realtà di cui parli non è la realtà. Per citare un autore che non mi piace molto, è solo “realismo capitalista”. Per avere accesso a una realtà diversa, che significa guardare e vivere le cose in modo diverso, con un cuore nuovo, dobbiamo abbandonare il modo in cui abbiamo vissuto, quello che chiamerei una destituzione della forma di vita mondana. E penso che possiamo farlo individualmente e collettivamente, in solitudine e in comune.

Matt: Il tuo libro è per molti versi un resoconto e una risposta agli ultimi 20 anni di politica e teoria radicale e un’elaborazione delle idee di Mario Tronti, Giorgio Agamben e del Comitato Invisibile. Pensando a queste polemiche mi chiedo se la questione della rivoluzione sia o meno una questione di vittoria in questi dibattiti, o se invece dimostri la necessità di un più ampio cambiamento spirituale, di trasformazione, o “risveglio”, come abbiamo spesso avuto nel contesto religioso americano. Tu parli nell’ultimo capitolo, “Insurrezione destituente”, della lamentela ricorrente della sinistra, “Ora non è il momento, dobbiamo aspettare che le ‘condizioni oggettive’ maturino. Il popolo non capirà”, ma mi chiedo: cosa si può dire delle condizioni soggettive? Il marxismo ha la sua teoria secolare, razionale e materialista della coscienza, ma sembra incapace di accedere alle profondità spirituali del credo, della devozione e della fede che sentiamo necessarie per la rivoluzione.

Marcello: Spiritualità e combattimento è il tema attorno al quale Mario Tronti ed io abbiamo iniziato a lavorare in quest’ultimo anno, quindi è una buona domanda per me. Inizierei con una parafrasi di Marx, “la condizione esistenziale e spirituale determina la coscienza”. La frase originale marxiana parlava della “condizione sociale”, ma penso che non sia sufficiente perché porta a pensare che se cambiamo le condizioni esterne, cioè le strutture economiche e politiche, tutto andrà per il meglio. La ragione e il cuore vengono così separati. Questo è stato il modo della rivoluzione marxista classica, in Russia e altrove. Tutte sono state sconfitte. Inoltre, oggi il capitalismo colonizza le nostre anime e la soggettività è una merce come le altre. “Vivere” è un campo di battaglia.

Tu ricorderai il testo di Tiqqun, “Come fare?”, che significa in definitiva: “Come vivere?”. Questa è la domanda centrale, il Come e non il Che cosa – e il Quando dipende dal Come. Heidegger ne ha parlato in uno dei sui primi corsi, quello sulla fenomenologia della vita religiosa. Riferendosi all’annuncio di San Paolo, Heidegger disse che il Come cristiano riguarda l’autocondotta, cioè il come comportarsi nella vita effettiva, perché “il confronto tra la fede e la legge è decisivo: il come della fede e del compimento della legge – come mi rapporto alla fede e alla legge”.

ll Come è una prassi, una prassi esistenziale fondata su di un credere. E questo Come è anche e fondamentalmente connesso alla parousia, alla promessa messianica di una liberazione totale: è il Come ti comporti adesso che realizza il compimento escatologico. Non “aspetta e vedrai”! Ora bisogna sapere come vivere nel regno e farlo crescere in questo mondo. Questo modo di vivere del cristianesimo primitivo è una totale sconfessione del tipico atteggiamento di sinistra che ricordavi. Possiamo anche pensare all’immagine di Benjamin del tempo-ora messianico: “Poiché in esso ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il messia”. Come dice Tronti, bisogna essere sempre pronti, organizzati per questo momento, cioè: bisogna avere un modo di vita in grado di farlo, di tenere aperta quella piccola porta. E questo modo è il Come che procede dalla fede.

Kairos e Metanoia

La fede vuole una metánoia, una conversione, che significa un cambiamento radicale nel modo di pensare e di vivere che ci porti oltre (metá). Conversione oggi significa perciò anche una critica di civiltà, non solamente una critica sociale. Una critica che include il mio Ego come produttore e non solo come prodotto di questa civiltà. Simone Weil ha scritto in L’ombra e la grazia: “La realtà del mondo è fatta da noi, col nostro attaccamento”. Ecco perché la povertà, come ho scritto nelle prime pagine del libro, è la forma della nostra libertà. Per andare oltre noi stessi.

Infine, Heidegger ha detto che il Come paolino è una relazione, una relazione comune con il sé, con gli altri, con il mondo, quindi con il tempo stesso. Questo ci porta a pensare che la comunione degli spiriti viene per prima. Il comunismo dei beni è una conseguenza del comunismo dello spirito. Lo spirito brucia nelle cose che fai, in come ricevi, in come condividi, in come parli e in come ami. Brucia tutti gli attaccamenti. Lo si vede chiaramente negli Atti degli Apostoli quando, dopo aver ricevuto e condiviso lo Spirito, la loro comunità acquisisce un modo di vivere che è diventato un modello per tutte le future forme di vita comunitaria e le insurrezioni dei poveri: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune … La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune“. Omnia sunt communia. La domanda del Quando è quasi priva di significato in questa prospettiva: “Ma viene l’ora – ed è questa” (Giovanni 4:23). Da quello che posso vedere, tu e i tuoi amici di Woodbine siete ora colmi di uno spirito ardente**.

Ma dobbiamo fare attenzione alla giusta sequenza, perché senza una forte spiritualità, come molti di noi hanno fatto esperienza, le passioni individuali presto prendono il sopravvento e tutto finisce nel risentimento. Le migliori intenzioni si mutano nel loro contrario. Questa sarebbe una coppia di domande interessanti da fare a compagni e amici: sei un credente? In che cosa credi? La comunità in cui vivi, ha uno spirito? E se lo ha, come agisce?

Matt: Nel preambolo scrivi: “I rivoluzionari sono I militanti del tempo della fine” e parli anche di “un comunismo della fine” che risuona con il recente libro di Sabu Kohso “Radiation and Revolution” (Duke University Press, 2020). Più avanti dici: “purtroppo noi occidentali, a differenza degli zapatisti o di altri popoli indigeni, non abbiamo a disposizione nessuna tradizione maya, nessun sapere ancestrale, per giunta neanche una teologia della liberazione come tessuto vivente della rivoluzione; ciò che abbiamo è solamente la possibilità di imparare a fare uso del campo di rovine – della tradizione, del sapere e della teologia – che caratterizza il paesaggio della modernità compiuta”. E più avanti, in “No future for us”, continui: “Il comunismo non è un altro mondo, bensì un altro uso di questo mondo”. Così sembra che il compito di tutti noi, naufraghi della metropoli occidentale, sia ora quello di vivere e utilizzare le rovine che abbiamo ereditato, il che diventa una questione sia infrastrutturale che metafisica. Seguendo sia te che Sabu, pensare alla rivoluzione e al comunismo oggi significa quindi affrontare la questione delle rovine nei termini di una loro condivisione sia tecnica che esistenziale.

Marcello: Esattamente. Innanzitutto, per avere un altro uso del mondo, bisogna cambiare il cuore, e dico cuore e non intelletto. Il cuore nell’antica antropologia ebraica, a differenza di quella ellenistica, è il luogo della ragione e dell’amore insieme. Il cuore impedisce il cinismo e il calcolo. Questo tipo di cambiamento, penso, potrebbe darci una visione diversa delle rovine: discernere le cose che meritano di essere dimenticate o distrutte, e altre che richiedono la nostra compassione e il nostro amore. Il grande problema è: come condividere le cose sia tecnicamente che esistenzialmente? Come non separare cuore e ragione? Non sono d’accordo con l’idea che “la rivoluzione è giusto una questione tecnica”, ma d’altra parte, pensare che possa consistere solo in un fenomeno interiore è un’illusione pericolosa.

Penso che sia utile fare una distinzione tra tecnica e tecnologia. Se la tecnica è qualcosa di appropriabile, la tecnologia porta un enorme numero di problemi. È nel suo nucleo che è nichilista, per la sua velocità disumana tra le altre cose. Nel libro faccio un grande uso di Heiner Müller, il drammaturgo tedesco, e lui insiste molto sulla “potenza del rallentamento”. Credo sia questo che dobbiamo imparare, come imprimere una certa lentezza nel mezzo di un territorio ostile come la metropoli. Credo che le nostre relazioni sarebbero migliori e più belle.

Quindi, la fine dei tempi e il comunismo della fine. Trovo che il modo in cui l’Apocalisse è rappresentata oggi sia una grande menzogna, una forma di subalternità a questo mondo basata sulla paura. La vera Rivelazione è qualcosa di buono, perché dice che questo mondo finirà. In questo senso scrivo che i rivoluzionari sono militanti della fine, i suoi “assistenti”. Il comunismo della fine è la Buona Novella. Pessimismo per i tempi attuali, speranza infinita per la loro fine. Coraggio amici, sursum corda! Vinceremo questo mondo!

* Matt Peterson è tra gli animatori del centro sociale Woodbine a New York e regista di documentari.

** Woodbine durante la pandemia è diventato un importante centro di mutuo aiuto per il quartiere dei Queens a New York.

L’unico posto felice in città

di Stefania Consigliere

Lunedì 19 aprile 2021 il collettivo “Come studio” ha occupato il Dipartimento di scienze della formazione (Disfor) dell’università di Genova. Questo l’incipit di una trama che mescola senza riguardi cronaca cittadina e storia della modernità, crisi pandemica e sprazzi di gioia, una fatica immane e i pollini di primavera.

Per una volta, l’occupazione non ha preso i palazzi seicenteschi di via Balbi, i cui muri ancora portano gli affreschi della Pantera e le tracce del decennio Sessantotto. La ragione è semplice: quegli edifici hanno aule troppe piccole per poter garantire l’agio di tutti in epoca pandemica. Serve qualcosa di più grande, con spazi all’aperto: la sede del Disfor, dunque, con i suoi piani escheriani, le pergole in legno e le terrazze; e con il parco dell’Acquasola che si apre appena fuori dal cancello. Trattandosi di Genova, questi dettagli sono già lusso sfrenato.

Un gazebo all’accoglienza registra nomi e recapiti di chi entra, distribuisce mascherine, fa da crocicchio. Il tempo è bello, per fortuna. Dopo un anno di niente, lo spazio prende vita. Compaiono cassette di cibo, sacchi a pelo, dispenser di gel; la cancellata si copre di striscioni e, sui pannelli mobili, il programma è sempre in progress. Molti non avevano mai visto niente del genere, nessuna memoria percettiva di come si presenta un’università occupata. Guarisce così una lunga cesura generazionale. Sotto il regime di Stalin, consapevoli che non avrebbero più potuto suonarli, gli sciamani siberiani nascosero i loro tamburi sotto terra, contando senza certezza sullo scorrere segreto e umbratile, lungo le generazioni, di un filo di memoria. Solo ora, pare, i loro nipoti e pronipoti li stanno disseppellendo. I ritmi che ne caveranno non saranno gli stessi di allora, ma altri e diversi; i tamburi, invece, saranno quelli. Mi chiedo come abbiano fatto a ritrovarli.

La cronistoria di eventi, trattative, scelte politiche, rischi e modi di gestione, qui, conta poco: ogni generazione traduce nella propria lingua i problemi di sempre, iniziandosi all’età adulta, ed è appunto ciò che sta accadendo. Rispetto alle ultime occupazioni, però, questa deve vedersela anche con il mostro normativo della governance neoliberista, una macchina incomprensibile fatta apposta per mettere la vita sotto scacco e che il covid-19 – con la sua parafernalia di dpcm, decreti, ordinanze, colori, igienizzazioni, responsabilità civili e penali – ha reso, se possibile, ancora più kafkiana. Un solo esempio: dopo quattordici mesi di chiusura più o meno totale delle università, oggi gli occupanti rischiano una denuncia per interruzione di pubblico servizio. Quale servizio? Quello di aule che, perfino ora, riaprirebbero solo al 20% della capienza? Quello di biblioteche che dipendono completamente dall’inventiva, e perfino dall’eroismo, dei bibliotecari? Oppure quello fornito in DAD da una classe intellettuale che non prova nessuna vergogna a parlare di biopolitica guardando uno schermo?

A pochi metri dall’occupazione, torme di bambini scorrazzano sui grandi giochi dell’Acquasola, primo parco pubblico genovese, costruito sopra un bastione trecentesco e con due secoli di servizio alle spalle. Nell’urbanesimo verticale della città gli spazi verdi sono pochi e questo ha una grazia decadente tutta sua, che richiama genitori e bimbi, praticanti di tai chi, gruppi di amici o di discussione e flâneurs nostalgici del Luxembourg e di spiagge sotto il pavé. Qualche anno fa, una delle solite speculazioni scellerate aveva già cominciato a trasformarlo in parcheggio, quando un movimento cittadino, vincendo su tutti i fronti, ha bloccato i lavori e rispedito a casa le ruspe. Di quel movimento hanno fatto parte anche alcuni colleghi del Disfor, capaci di mobilitare l’istituzione dell’università pubblica contro l’ennesima enclosure, l’ennesimo esproprio di ciò che è di tutti. Fra il bene comune già reclaimed e quello in corso di reclaiming ci saranno forse una trentina di passi: che l’osmosi faccia il suo corso.

Il palazzo che ospita il Disfor troneggia, un po’ sghembo, sopra la via dello shopping, con le forme assertive dell’industria cittadina. Prima di passare all’università, quelle mura sono state a lungo sede dell’Eridania, che da lassù controllava larga parte della produzione nazionale di zucchero e distillati. Nata nel 1899, ha usato i mezzi della finanza per entrare di prepotenza nella filiera del dolce e dell’alcolico; ha prosperato al riparo delle protezioni doganali; ha organizzato il cartello nazionale dell’industria saccarifera; ha dislocato i siti di produzione come le truppe del Risiko; e ha mescolato la sua storia a nomi come Dufour, Piaggio, Ferruzzi e Gardini.

Genova, le caravelle di Colombo e le colonie, l’invenzione della finanza e il capitalismo… ci mancava lo zucchero, nella trama storica della città. Nel 1985 Sidney Mintz pubblica Storia dello zucchero (ma il titolo originale inglese è Sweetness and power), in cui ipotizza che la diffusione di questa prima polvere bianca nella dieta europea, a partire dal Seicento, sia servita a compensare le peggiorate qualità di vita indotte dal capitalismo – che lo zucchero sia, dunque, il primo narcotico di massa. Ancora non basta: esso è anche all’origine della disciplina di fabbrica, sperimentata nelle piantagioni coloniali di canna da zucchero un secolo prima che le fabbriche tessili inglesi aprissero i battenti. Accanto ai rudimentali macchinari per spremere le canne era sempre poggiata un’accetta, nel caso in cui il braccio di un operaio s’impigliasse negli ingranaggi. Così, sotto l’insegna “droghe & coloniali”, si chiude il cerchio tremendo che collega il godimento degli uni allo sfruttamento degli altri.

Il palazzo che oggi ospita il Disfor è dunque un luogo-simbolo di quest’orrore: il suo decoro industriale fatto di marmo, colonne e affreschi è infestato dagli spettri della violenza coloniale; memorie di arti fantasma appiccicate ai muri con gli annunci di camere in affitto, concerti, seminari; e il sentore dei fegati disfatti dall’alcol a basso costo, una biomassa fluttuante che continua la sua espansione nei ritmi della movida.

Questi giorni, però, stanno già cambiando qualcosa. Lo si percepisce negli occhi, nei timbri, nel modo d’ascolto, perfino nella luce che filtra tra gli alberi. Sono passati di qui tutti quelli che, in città, provano a dire e a fare altro: i sindacalisti di Si Cobas, gli attivisti di Ventimiglia, quel che resta dell’Autonomia, i movimenti femministi, i centri sociali, i lavoratori resistenti del porto, Priorità alla Scuola, È già Settembre – e molto altro. Altro ancora arriverà. In questa compagnia di refusenik vari, i fantasmi imprigionati fra le mura possono uscire dal rimosso e venire a raccontare le aspirazioni delle generazioni passate, sempre annientate dai dominanti di turno. Così si spiega, anche, perché a volte i nostri sogni notturni sono resi inquieti da visioni di violenza. Forse quest’ascolto li placa, li rende meno dolenti, li induce a mostrarci tutti i futuri felici che, lunga la storia, abbiamo perduto e che, adesso, rivogliamo.

In una sera d’occupazione, con mezza luna crescente in cielo, due lampade a illuminare il cortile, il brusio di voci nei terrazzi in basso, subito prima di un coprifuoco che dice della guerra in corso, l’epifania: quel palazzo pretenzioso, a lungo sede dell’industria dello shot intossicante, ora luogo di estrattivismo cognitivo e bullshit jobs, non è mai stato così bello. L’unico posto felice in città.