Lontano da dove

di Fabio Milana

Contemplazione e combattimento: bel tema, bella sollecitazione, di cui si deve esser grati agli autori. A me risuona immediatamente come “spiritualità e politica”, anche se percepisco che l’intonazione è diversa. Vi prevale un armonico comune alle due tonalità, una tensione trasversale a entrambe, non distribuita tra i due termini ma tale da stringerli in uno stesso nodo storico e pratico.

Qualche decennio fa, non era così. C’era un binomio da spezzare, “fede e politica”. Qui, tra due termini a tal punto disomogenei, c’era e c’è sempre bisogno di una “mediazione”. Si può ammirare e perfino rimpiangere quella allora invalsa; ma era mediazione diventata ormai ragione a sé stessa, declino di una cultura politica e involuzione a ideologia. La sua stessa natura di “mediazione” aveva prodotto il “moderatismo” come vocazione, la “penultimità” come resort di lusso. A quel punto non c’erano più né fede né politica.

Si sarebbe potuto dire “politica e pietà”: anche questo un registro che resta sempre aperto. Qui però, più che una tensione polare, c’era come una relazione tra il tutto e la parte. Se la pietà concerne il cuore dell’uomo, il suo amare (e odiare) nelle mille forme che sono forme dell’unico Amore, anche la passione politica, se radicale e se condivisa, ricade nel suo raggio d’azione; e in quanto si depositi in “engrammi” decifrabili – in testimonianze constatabili, riconoscibili, entra di diritto nella grande “storia della pietà”. Se si pensa in questi termini alla vicenda del Movimento operaio, nei suoi luoghi e protagonisti anche minori o minimi, si intuisce cosa significherebbe riuscire a ricomporne l’“archivio”: un esporla nella luce dell’ultimo giorno.

Ma perché il lavoro della memoria sia a tal punto “salvifico”, occorre nel presente un “indice storico” che ne raccolga il mandato e lo trasmetta. Riattivarlo in una stagione di decadenza era il compito che allora si disse di “spiritualità e politica” appunto.

In quanto entrambi dell’ordine pratico, questi due termini non necessitavano e infatti non cercavano una “mediazione” tra loro. In quanto reciprocamente non mediati, potevano procedere nel senso della radicalità. In quanto si radicalizzavano, si allontanavano nelle rispettive traiettorie, verso punti di fuga destinati magari a interagire entro un campo di forze invisibile, ma non a incontrarsi. Si potrebbe dire che dove l’una procede per dissociazioni, l’altra presagisce una misteriosa unità; e dove quella ordina e civilizza, questa inquieta e perturba. Contemplazione e combattimento, in discordante accordo.

Chiedo scusa per questo sfondo velocemente, volonterosamente abbozzato, di per sé non necessario. Serve giusto per chiarire le premesse da cui mi approssimo al nostro tema. Capisco il diverso clima in cui viene a porsi, e capisco l’urgenza di dichiarare una sorta di “stato d’eccezione” in cui, venute meno le geometrie note, le due dimensioni invece convergano e si alleino. Vorrei solo offrire alcune riflessioni in proposito.

Ci sono varie forme di spiritualità, dentro e fuori il cristianesimo. Tutte implicano l’ingresso e il progresso in un itinerario di perfezione. Così è pure in ambito cristiano, entro cui di simili itinerari se ne danno diversi, in genere collaudati e codificati, però non necessariamente. Tutti hanno inizio da una metanoia, nella concretezza del latino: una paenitentia. Qualcosa che nessuno può darsi da solo, e che si tratta piuttosto di riconoscere una volta che ci avvenga dall’esterno. Qui non c’è decisione – la decisione appartiene alla sfera dell’etica. C’è semmai una decisione altra da accogliere, e l’accoglimento comporta sempre il riconoscersi indegni del dono ricevuto, insufficienti e imperfetti di fronte al donatore. Conseguenza immediata è l’assunzione dell’atteggiamento penitenziale, appunto la conversione. Di qui comincia ogni vita spirituale, e di qui progredisce, se quell’atteggiamento si fa abito, di solito ascetico.  È questo habitus che farà il monaco: la veste a lutto di Benedetto, il saio color della terra per Francesco. Il giovane Quinzio fantasticava di un nuovo ordine religioso da nominarsi, per la veste, dei “cinerini”.

Se si toglie questa consapevolezza, anzi questo sentimento del peccato, per lo meno in ambito cristiano temo che si tolga ogni accesso alla vita spirituale. Una forma, anche una forma-di-vita, non può essere separata dal proprio contenuto. Non senza correre il rischio del tecnicismo, nel migliore dei casi, dell’estetismo all’estremo opposto. Riprese, slittamenti, “tropi” (le analogie, le metafore etc.) sono possibili e sono necessari; funzionano se c’è equilibrio tra identità e differenza. Naturalmente, ci sono spesso efficienza e bellezza in una vita contrassegnata dall’ascesi, specialmente se vita comunitaria; ma altrettanto spesso mancano del tutto, e talvolta ve ne sono in eccesso. Ciò è in definitiva poco rilevante, a rilevare è una connessione più profonda, un rovello più intimo. Non si lascia il mondo (ovvero la mondanità, il “secolo”) se non nel votum, la promessa, la speranza; perché il mondo è dentro di te. Non è il deserto a fare di te uno “straniero”, il deserto è prima di tutto il luogo in cui, senza ingombro di impedimenti, senza distrazione o dissipazione, sei confrontato a te stesso – al “mondo” dentro di te, il Nemico.  E così, il “combattimento” è servito.

Su questo punto, non c’è coerenza tra “cristianesimo” e “comunismo”, per utilizzare aggregati concettuali così complessi e stratificati. Solo al secondo dei due sembra da ascrivere, direi costitutivamente, un’antropologia “ottimistica”: la prospettiva di una educabilità, e plasmabilità, e perfettibilità infinite. La vita spirituale, se non si arresta alla sua “via purgativa” e conosce “progressi”, tuttavia non si fa illusioni su sé stessa, e sa che gli arretramenti, i fallimenti, sono l’ordine del giorno fino all’ora della morte. Non essere “del mondo” apre a un agonismo senza intermissioni, che non conosce battaglie decisive e non si vede perciò mai restituito un mondo (un sé) redento. Anche amare il mondo è possibile solo da questa distanza, in questa “agonia”.

Che la neutralizzazione di questo conflitto, l’oblio del peccato, sia nel codice genetico della modernità, è locus polemico ben stabilito, e non è cosa cui indulgere troppo. Vi sono declinazioni più estreme che sormontano da ogni lato lo spazio-tempo della modernità occidentale. È ad esempio proprio quella dell’impeccanza la tara originaria e perpetua del “Libero Spirito” o di come altrimenti voglia eventualizzarsi lo gnosticismo eterno. All’altro capo di ogni libertinismo è questo autoteismo, che sacralizza la natura, le pulsioni, i bisogni, i diritti, i movimenti, le moltitudini – la pietra d’inciampo di ogni progetto politico non votato al disastro o all’illusione. D’altra parte è ovunque, intorno a noi e dentro di noi, questa sorta di “escatologia realizzata”: l’innocenza adamitica recuperata per auto-imputazione, il terzo regno dispiegato in licenza; l’identità personale annichilata nel Grande Pan, il libero arbitrio dismesso a favore della servitù volontaria.

Se osiamo guardare in faccia questa realtà, c’è caso ritroviamo un poco di timor di Dio: col senso della distanza, il senso della differenza.

In altri contesti, la penitenza porta al “povero”, o diciamo te lo fa trovare, e diciamo ancora meglio: penitenza, metanoia, è l’esperienza diretta della “conversione” di un oggetto di disgusto e desolazione (nimis amarum) in oggetto d’amore e perciò di letizia (dulcedo animi et corporis, con le parole di san Francesco). Non stiamo parlando d’altro: di per sé, il “povero” non è che una figura del “deserto”, ed entrambi non sono che controfigura del penitente stesso. È questo “riconoscimento” che si impone: in chi non ha niente, come in ciò che non serve a niente, colui che si metta alla sequela di Cristo è portato a riconoscere la propria stessa situazione esistenziale di convertito; a riconoscersi e assimilarsi. A quel grado zero della natura e dell’umano, corrisponde la gioia di un congedarsi e la forza di un ricominciare. Non si tratta di riscattare il deserto dalla sua infecondità, e nemmeno di beneficare il “povero”. Queste saranno pure cose degne, ma neanche queste sono l’essenziale; tant’è che non hanno di per sé bisogno di una spiritualità cristiana, e a volte nemmeno di spiritualità qualsiasi. Non c’è alcuno “scopo”, nell’assimilarsi al povero o nel ritirarsi in un eremo, che riguardi il povero o l’eremo in sé. Si potranno popolare i siti più fuori mano, come si potranno assistere gli ergotici e i lebbrosi; non si avrà con questo a che fare con un fine in sé della vita spirituale, ma al più con una sua determinazione storica contingente.

Su questo, anche su questo, “cristianesimo” e “comunismo” non sono originariamente in consonanza. Non c’è una comune “tradizione degli oppressi e degli sfruttati”. Non si vede perché non riconoscere che è stato il Movimento operaio, nello svolgimento della modernità, a imporre al cristianesimo di questi sviluppi; e che in particolare il comunismo realizzato ha impresso nel cattolicesimo, in esso soprattutto direi, una sensibilità sociale inedita, rapidamente acuitasi fino a radicalizzarsi. Che ci fosse nel Vangelo questa valenza inattiva, e che una data congiuntura storica dovesse estrarnela a forza, non è meraviglia, se Scriptura crescit cum legente. E che la scoperta e l’esplorazione di questa potenzialità latente abbia dato frutti straordinari di intelligenza e di pietà, non occorre qui sottolinearlo. Ma che si tratti di una struttura originaria, quale il giudeocristianesimo avrebbe trasmesso alle versioni di sé secolarizzate, ed eventualmente poi subìto di ritorno, mi pare da mettere seriamente in dubbio. Non c’è nel Vangelo una connessione di povertà a giustizia (o di ricchezza a ingiustizia), né perciò qualcosa che assomigli a un anelito di riforma sociale, un qualsiasi progetto di cambiamento e miglioramento delle condizioni di convivenza date, procurato o spontaneo.  C’è il lieto annuncio del ribaltamento di ogni e qualsiasi ordinamento umano, presente passato o futuro; un sovvertimento in forza di cui ciò che ora (e sempre) nel mondo è scartato e inutile, regna sul mondo: ed è per ciò beato. Beato, capisco io, non in quanto “felice” – benché solo a questo patto possa darsi “perfetta letizia”; ma beato in quanto libero. È a questa beatitudine che aspira e spontaneamente si dirige il penitente. Ed è qui, in questo snodo, anche l’aggancio a una politica che non versi in condizioni ordinarie, ma si trovi in qualche senso “in stato d’eccezione”. Parlo di una politica “moderna”, evidentemente. Che in un dato frangente storico non si scandalizzi di questa rivelazione: gli ultimi regnano. E la contempli, la trattenga per un lungo momento di “accumulazione primitiva” del proprio ethos. E segua poi la sua traiettoria mondana, quella che potrà essere, o che i tempi tollerano.

Allo stesso modo la penitenza porta alla scoperta del fratello, alla ricerca dell’amico, e anche a condivisioni strutturate. Queste solidarietà sono ricorrenti nella vita spirituale, la nutrono e sostengono nel suo difficile itinerario, in certi casi appaiono indispensabili, perché non c’è possibile obbedienza senza l’amicizia e fuori da una comunità. Sorge di qui il fascino delle constitutiones monastiche e delle regole in genere. Loro compito è assicurare coerenza e durata alla conversione: dare forma alla vita dei penitenti, organizzarne la perseveranza, prevenire gli scoraggiamenti, le deviazioni, i ritorni indietro.  Si tratta di resistere in un frattempo: e così enunciato, l’obiettivo non è diverso da quello della Chiesa tutta. Ma ciò che per la storia della Chiesa visibile, la Chiesa nel secolo, è un tempo intermedio tra il già e il non ancora, nella comunità regolare è il tempo intermedio del già e non ancora: un tempo altro, i cui termini opposti non si respingono ma si attraggono fino a coincidere – contemplazione e combattimento appunto. Intendo: lode, rendimento di grazie, perfetta letizia; e vigilanza, rinuncia, lotta incessante. “Perfezione” sarebbe il congiungimento dei due termini nel qui-e-ora; altra cosa non è, non può essere, il regno inaugurato sulla croce. Se una cosa del genere è mai possibile (e lo è, sia pure non in modo permanente), è alla perseveranza che va ascritto il merito: quando l’habitus si fa natura, il timore si trasfigura in amore, ed è gloria l’autorinnegamento.

Qui credo che la vibrazione per simpatia col pensiero e l’agire politico possa essere più facilmente avvertita. C’è la conversione e c’è poi la perseveranza, l’interruzione e la continuità, l’attimo e la durata; c’è la frattura e c’è la forma che la contiene e la trattiene. Con una precisazione: che i due termini non stanno esattamente sullo stesso piano.  L’aspetto “costituente”, in senso lato giuridico-disciplinare, che siamo soliti riconoscere nelle Regole classiche, e a cui attribuiamo a volte una virtù civilizzatrice (in termini di efficienza e bellezza, ad esempio), è un prodotto secondario e tardivo. In fondo, basta leggerle: le più antiche di queste regole non si differenziano dai florilegi di exempla, sentenze, preghiere; confinano direttamente e a tratti si mescolano con l’agiografia, la catechesi, la conferenza spirituale. All’inizio e alle spalle di ogni “regola” c’è sempre una teoria di precedenti, non per tradizione lineare ma per comunicazione intermittente, “di fede in fede”, che risale a balzi la corrente fino alla “Grande Regola”, il Vangelo. Se non che il Vangelo non è una “regola”, è anzi, se possibile, il suo contrario. A capo o al fondo delle “legislazioni” monastiche c’è questa “costituzione materiale” – la vita di Gesù, e l’imitatio conseguente – che non si lascia formalizzare e a cui perciò, sempre di nuovo e anche periodicamente, si è costretti a ritornare. È un ritornare per immersione, non per consultazione o appropriazione; di nuovo un convertirsi, e ri-formare, ri-cominciare. Nessuna xeniteia può sottrarsi alla “regolarità” di questo “stato d’eccezione”. Non c’è perseveranza che “tenga” fino al punto di dar licenza a tale petizione del principio. Ciò vale in fondo per la Chiesa tutta. Anche se, nella Chiesa, l’ufficio del ritorno è affidato anzitutto al carisma di coloro che si ripromettono l’impossibile perfezione.

Se a mia volta ritorno sul motivo del peccato, non è solo per le ragioni già accennate.  Ma è perché il male è troppo grande e troppo incombente. Che sia ormai da imputare in misura prevalente e quasi esclusiva ad anonime “strutture di peccato”, più che a questo o quel soggetto, dice solo che nessuno può “chiamarsi fuori”, nessuno è “innocente”: tutti abbiamo concorso e concorriamo nel dismettere la responsabilità comune per la libertà che ci è stata rivelata.  È ancora possibile “estraniarsi”? Si può dubitarne. Quale “ascesi” conviene praticare? La domanda resta aperta. In questa congiunzione, ormai senza alternative e perciò senza più speranza, di “mondanità” e “modernità” – temo si debba constatare un passaggio di storia sacra, qualcosa come la sconfitta di Dio. Solo per questo è, la nostra, “l’epoca più pienamente cristiana che ci sia mai stata”. Ci è dato contemplare l’impotenza di Dio. E insieme, ostinatamente, attendere la resurrezione dei morti. Quei morti siamo noi stessi.

(Delle tante autorevoli voci che sono a qualche titolo echeggiate in queste riflessioni, desidero ricordarne in particolare due, a me tra le più care: Romana Guarnieri, per i suoi studi sul Libero spirito, e Michele Ranchetti, per sue meditazioni sui temi qui trattati che possono leggersi nel primo volume degli Scritti diversi.)

Reiner Schürmann: intervista su Le Origini

Nelle scorse settimane è stato pubblicato dalle Edizioni Efesto e a cura degli amici del Laboratorio di Archeologia Filosofica (traduzione di Ferruccio Scabbia e introduzione di Francesco Guercio) “Le Origini” di Reiner Schürmann, una sorta di romanzo biografico che il filosofo tedesco dei “principio d’anarchia” pubblicò nel 1976 in lingua francese. Per salutare questa iniziativa, abbiamo tradotto un’intervista che Schürmann rilasciò al quotidiano cattolico francese La Croix il venerdì 30 settembre 1977 a proposito del suo libro (ringraziamo Nicolas Schneider, che sta editando per le edizioni Diaphanes alcuni corsi di Schürmann, per averci dato copia dell’intervista). E’ un documento interessante perché interpella il filosofo in prima persona, portandolo a discutere delle azioni della RAF di Baader e Meinhof, proprio nei giorni in cui aveva rapito il presidente della Confindustria tedesca Schleyer (già membro del partito nazista), e in generale sulla sua visione della vita o anche del suo intendere l’anarchia.  Interessante anche perché nell’intervista mostra come egli stesso non fosse esente dallo stereotipismo che denunciava a gran voce (basti leggere le sue considerazioni sulle donne americane e francesi…), cosa che a suo modo costituisce anch’essa una “lezione” .

Buona lettura

Reiner Schürmann ha 36 anni. Nato in Germania, nel pieno della guerra, non ha mai smesso di sopportare il peso di torti che non ha commesso. Nel tentativo di sfuggire al passato si è gettato in un lungo vagabondaggio. Un soggiorno in un kibbutz in Israele, studi a Parigi, viaggi in Grecia, poi una stabilizzazione negli Stati Uniti dove è professore di filosofia. In un libro inquietante, Les Origines, in gran parte autobiografico, racconta delle sue sofferenze per essere stato segnato dalle sue “origini”. In un momento in cui il terrorismo pone la Germania in prima linea nell’attualità, ascoltate Reiner Schürmann rende più comprensibile ciò che sta accadendo ma soprattutto le reazioni del suo popolo di fronte al ritorno della violenza.

Perché scrive (superbamente) in francese?

A causa dell’argomento. In Germania se ne è parlato troppo. O non abbastanza. Ma male. Le nostre orecchie sono come otturate, ferite anticipatamente. Credo che i miei compatrioti non vogliono sentirne parlare. Così, questo è un libro scritto per non-tedeschi, ma una volta che è uscito negli USA e in Francia, la Germania se ne sta interessando.

Il titolo: Le Origini

Questa è una storia un po’ complicata. Innanzitutto, le origini sono le mie origini nazionali. È la storia di un tedesco nato durante la guerra, una guerra che non ha visto e con la quale tuttavia ha vissuto  troppo a lungo. Non con la guerra, ma con le sue conseguenze. Poi, le origini si riferiscono a una ricerca, un tentativo di trovare se stesso, ma questa volta individualmente, a livello delle relazioni umane. Una spinta verso quello che sono: io, Reiner Schürman. Perché la mia vita è segnata a tal punto dall’ossessione di un particolare passato? Vi è un fatto originario: essere nato tedesco nel momento in cui il mio paese commetteva ogni tipo di crimini; e infine c’è l’origine nel senso dell’identità individuale, di quella tenue zona dentro di sé da dove sorge una vita.

 

Tutto il Vostro libro è come un lungo grido provocato da una grande sofferenza

Alcuni critici, per altro benevoli, hanno preso questo libro per qualcosa come … com’era la frase di quella donna? … Oh, sì, “espiazione”. Un tedesco che domanda il perdono del popolo francese, una specie di regolamento dei conti internazionale. No, non ho volute scrivere altro che una specie di radiografia della mia testa, su di una serie di ossessioni,  tutte concentrate su di un unico problema.

Potrebbe brevemente descrivere l’idea del libro?

Tratta di un tedesco che inizia a viaggiare troppo giovane, all’età di 16 anni, verso la fine degli anni ’50, e che, ovunque vada, è costretto a identificarsi con ciò che i tedeschi avevano fatto ad altre persone: Polonia, Israele, Grecia, Francia e, alla fine, America. Dappertutto, siccome sono tedesco, sono stato identificato con un passato che non volevo, che non conoscevo, con il quale non c’entro nulla. A Creta, per esempio, avevo 16 anni… Ero con due amici della mia età e ci hanno rifiutato il servizio in un ristorante. “Non per i tedeschi”. A 16 anni non si è attrezzati per affrontare questo tipo di rifiuto. Negli Stati Uniti a 30 anni cercavo di trovare un lavoro come assistente in un’università. La prima cosa che mi hanno detto è stata: “Oh, sei di Colonia! Fanno ancora il sapone con le ossa umane in quella città?”.

Il Terrorismo di oggi

Pensate che vi siano molti giovani tedeschi ad essere traumatizzati come lei da questo rifiuto e da questa colpa?

La mia risposta non sarà semplice. Il genio della Francia sta nella parola. In questo paese si parla e l’incomprensibile, una volta entrato in una frase, sembra essere stato compreso. In Germania non si parla delle cose più importanti. Vengono trasformate in filosofia astratta o in musica. Questo dà spesso un’impressione di mutismo, di distanza. Sono sicuro, l’ho visto, che con l’aiuto della birra, dopo mezzanotte, ci sono scoppi d’ira che non sono belli da vedere. All’improvviso riemerge un nucleo nascosto. Lo si nasconde sotto la facciata ordinaria della vita, ma questa si incrina. Poi le fessure vengono rattoppate. L’irrigidimento poliziesco in questo momento in Germania è lo stesso tipo di insabbiamento, ma su di un fondo vertiginoso: creare un clima in cui tutte le diversità di opinione sono impossibili. Questa solidità di una superficie dove si accetta un sola tonalità e si sopprimono tutte le altre, tutto ciò che provoca ossessione e angoscia viene rimosso. Questa solidità crescerà sempre di più.

 

Se fosse detto, sarebbe meno malsano, più guaribile?

È per questo che scrivo, per guarire me stesso. Bisognerebbe a questo punto parlare del ruolo della scrittura. Se si ascolta un po’ quello che si dice nei caffè e sulle terrazze dei ristoranti, beh, è sempre un po’ la stessa cosa. Parlano del pasto, raccontano quello che succede nella loro vita, parlano di film. La scrittura ha il ruolo di penetrare questa patina del linguaggio, quella per la quale la comunicazione è piacevole, non troppo offensiva, dove ci sono convenzioni, dove ci si intende subito. Il compito della scrittura è quello di dire le cose di cui non si parla al tavolo di un ristorante. Portarle allo scoperto, ma è necessario avere un fondo per far emergere le cose. Si può vivere molto bene usando un certo gergo, o con le polemiche che tutti ripetono. Quello che io chiamo “le origini” è lo sforzo di immergersi molto più in profondità, al di sotto degli schemi mentali accettati nei nostri rapporti quotidiani con le persone.

La Germania della banda Baader, del terrorismo, ha qualcosa a che fare con lo smarrimento dei giovani tedeschi? E di fronte al terrorismo, il generale torpore dell’opulenza, l’economicismo, la società del profitto, quella della “vita per il profitto” di cui parla nel suo libro –  tutto questo non nasconde lo stesso smarrimento?

Penso che in effetti è lo stesso tipo di confusione, la stessa fuga da un passato che dev’essere dimenticato a ogni costo.

Si può spiegare questo terrorismo dei giovani, cercare di comprenderlo?

Prima di tutto dev’essere collocate nella storia. Sembra che si parli di un fenomeno nuovo. Certo, ha i suoi aspetti nuovi, ma che hanno radici molto antiche. L’unità tedesca è stata imposta da forze esterne vittoriose. Come ha detto il presidente Heinemann nel suo discorso di insediamento: “Non siamo stati in grado di unificare il nostro Paese da soli (si aveva bisogno di un potere esterno, dato che si trattava della Prussia), né di stabilire da soli un regime democratico”.

Il regime democratico è stato imposto due volte dalle potenze vittoriose. Non è piaciuto molto questo! Vi immaginate un presidente della Repubblica francese che denuncia l’incapacità nazionale di stabilire uno stile di vita repubblicano? Quindi vi è stata un’impossibilità di creare una nazione a partire dalle sue divisioni regionali e di farlo democraticamente. Il risultato è stato che la coscienza politica della Germania è sempre rimasta sotto la sorveglianza straniera. Non solo gli alleati ci hanno imposto un regime democratico, ma lo hanno mantenuto con la loro costante presenza. La presenza e la sorveglianza degli alleati sono state efficaci, e forse indispensabili.

Quindi, con così poche risorse politiche proprie, è comprensibile che il terrorismo sia in parte provocato dall’impossibilità di creare un’ampiezza di opinione sufficientemente vasta da assorbire gli estremi. Poiché le voci politiche sono deboli, per le ragioni storiche che ho citato, la minima divergenza di opinioni è sentita come una minaccia. Risultato: quelli che si allontanano, diciamo, da un comportamento “medio” si scontrano con un irrigidimento tale da essere spinti sempre più ai margini fino ad arrivare a prendere le armi. Invece che di violenza bisognerebbe parlare di contro-violenza. È la necessità di questa contro-violenza che è un fenomeno nuovo. Il quale, evidentemente, può assumere forme diverse. Personalmente non sono d’accordo con la forma sanguinaria dell’anarchia.

Alcuni dei vostri giornali si lamentano o si rammaricano del fatto che da noi non ci sono partiti della sinistra che siano più solidamente formati. Questo significa mettere il carro davanti ai buoi. Non si possono formare partiti, per esempio un partito comunista, che siano più forti dei due che esistono, se per cominciare non esistono le basi psicologiche necessarie per accettare opinioni o modi di vita divergenti. In Germania c’è questo terribile accordo, che vale per l’uomo della strada come per degli intellettuali che comunque rispetto enormemente, – un accordo riguardante la direttiva che esclude qualsiasi estremista di sinistra dalle cariche pubbliche. C’è un’unità di giudizio – lo uso come esempio – sull’esclusione degli estremisti di sinistra, in cui non vedo altro che il timore di vedere persone che si discostano da un consenso finale piuttosto mediocre, che però è rassicurante.

Farò un altro esempio di questo tacito consenso. Nel suo giornale ci si chiede se dobbiamo perdonare Kappler o rimetterlo in prigione. Ma no, il vero problema non sta lì; è molto più vasto, riguarda il modo di amministrare la giustizia. Su questo punto, in Germania, non viene fatta giustizia. Dalla fine della guerra nei tribunali c’è stata una continua e persistente astensione – se non addirittura un obbligo – dal fare il minimo per punire i criminali di guerra e imporre loro la giustizia.

 

 

Il Ritorno del nazismo

Dei film recenti su Hitler e altri sintomi fanno pensare a una resurrezione del nazismo.

Resurrezione? Direi continuazione piuttosto – non del nazismo, ma di quello che lo rende possibile. Vi sono I neo-nazi, ma non hanno molto influenza. Il vero totalitarismo è nell’intolleranza verso le forme di vita e di pensiero che vanno oltre un margine estremamente stretto, praticamente di quel margine che voi avete chiamato economicismo.

In un giornale ho notato questa formula: “Una società dove l’oro è Dio…”

Questo è davvero patetico….l’oro, ma no. Quella frase non è solo patetica, è stupida. Oggi il Dio tedesco è la sicurezza. Quando si sono vissute due guerre e si è stati devastati psicologicamente come questa nazione lo è stata per mezzo secolo, bene, c’è questa vertigine, questo fondo di vertigine sulla quale si solidifica un fantastico desiderio di essere alla fine … tranquilli.

Voi scrivete: “Né ribellione né affari correnti, ma lasciar essere”.

Non rivolta, né rigetto indignato delle mie origini ma neanche cedere agli affari correnti, cioé la corsa al profitto e al successo, questo materialismo che c’è oggi nella mente dei miei compatrioti. Né insurrezione né sottomissione, ma quello che chiamo “lasciar essere” – dando a ogni cosa, nel presente, il peso che gli conviene. Dopo un tempo di fuga, di ricerca vana di un’origine unica, certa – un fondo di cose che sarebbero stabili, come se potesse esistere una cosa del genere! – ho scoperto questo alla fine: è nell’assenza di un’identità stabile, in questa dislocazione, che bisogna situare la gioia. Lasciar essere è una gioia errante. Quella che Nietzsche chiama la “gaia scienza” è per l’appunto la gioia errante: accettare il caos e coltivare la gioia.

 

E la Francia?

Adesso state vivendo negli USA. Osservate la gioventù americana e scrivete: “Essa vede solo il futuro”.

Non l’ho scritto con ammirazione! Al contrario, vi vedo un’immensa povertà. La grande forza degli americani è la specializzazione. Se si buttano in qualcosa, vanno molto lontano, sono molto forti. Ma ponete loro delle domande di “cultura generale”, come si dice, al di fuori del loro campo: zero! È da qui che viene la loro paura delle idee. E anche dalla povertà delle loro relazioni umane. Non sono molto curiosi l’uno dell’altro. Sono interessati agli affari e alla loro carriera. Li vedo completamente protesi verso delle cose da realizzare prima ancora del presente.

“Essi”… Ed “Esse”?

Oh! Sapete, le donne americane non sono molto femminili. Comparate alle donne americane, le francesi mi paiono molto sottomesse, infelici nella loro pelle e dipendenti. Le donne americane hanno poco fascino e una fiducia nell’impresa materiale della vita che ne fa spesso degli uomini.

Germania, USA… E la Francia?

La Francia… Quello che mi annoia di voi è la vostra verbosità con i suoi schemi estremamente poveri. In Francia si spendono molte energie nei dibattiti tra destra e sinistra, mentre spetterebbe a ognuno trovare in se stesso le risorse per un minimo di creatività piuttosto che ripetere degli slogan. Quando  non si sa cosa conta nella propria vita, si ripetono idee stereotipate. Io finora ho condotto una vita di fuga. Chi lo sa? Forse sarò sempre un essere di fuga. Ma per ora, ciò da cui fuggo risolutamente è la vita insignificante, la vita su delega. Il congestionamento, la monotonia delle cose massicciamente presenti, l’immensa accozaglia di parole e soprattutto di gerghi, l’accozzaglia di paure, tutto ciò che impedisce di vedere, in un presente più sobrio, la vita al lavoro. Una vita significativa non è necessariamente una vita grandiosa. È più piacevole se è grandiosa, se ha forti emozioni, ma il compito che mi sono posto è quello di scoprire quello che c’è di più tenue, di più fragile nelle situazioni umane, considerato come qualcosa di molto personale.

Meister Eckart

L’archetipo del monaco

Da “Beata semplicità. La sfida di scoprirsi monaco” (Cittadella editrice 2007)

di Raimon Panikkar

Prologo:

La vocazione monastica: il monaco è un archetipo universale.

Οσ πoρευεται απλως πoρευεται πεποιδως

Qui ambulat simpliciter ambulat confidenter

Colui che cammina con semplicità cammina sicuro

 (Prv 10,9)

Il tema che mi è stato assegnato è «il monaco come archetipo universale». La frase è ambigua, come si vedrà subito. Ma la sua ambiguità è rivelatrice. Qui io ho delle esitazioni: sento di stare per rompere qualcosa invece di costruirlo. È doloroso fare a pezzi ciò che si vede come intero: eppure per parlare, per spiegare, per svolgere, per distendere nel tempo e nello spazio, occorre dividere le cose. Come il corpo di Parajapati smembrato nell’atto della creazione, sembra che questa visione semplice e ineffabile, che per me è il simbolo del monaco, possa essere comunicata solo in frammenti.

Devo iniziare a prendere un martello per distruggere «l’archetipo universale del monaco», proprio come un bambino che rompe i suoi amati balocchi per vederne il contenuto. E dentro si scoprirà forse soltanto il vuoto…

La mia presentazione avrà un prologo e tre parti diseguali. Il Prologo è un’indicazione sul metodo. La prima parte tratterà la comprensione centrale della dimensione monastica in quanto archetipo umano. La seconda parte tenterà di dare una definizione della vocazione monastica contemporanea in 9 capitoli che sviluppano un principio generale. La terza parte rappresenterà la sintesi dell’argomento che prende la forma di riflessioni generali su questo inesauribile argomento.

Fin dalla prima giovinezza mi sono visto come monaco, ma senza monastero, o per lo meno senza muri, se non quelli di tutto il pianeta – e anche questi mi pareva che dovessero essere trascesi, probabilmente per mezzo dell’immanenza – senza un abito, o almeno senza abiti diversi da quelli indossati dalla famiglia umana. Anzi, questi stessi abiti dovevano essere smessi, perché tutti gli abiti, facendo parte di una cultura, sono rivelazioni solamente parziali di ciò che essi nascondono: la pura nudità della trasparenza totale, visibile solo all’occhio innocente dei puri di cuore.

Raimon Panikkar

Mi sento perplesso riguardo al modo di procedere. Forse il metodo migliore sarebbe stato quello di prendere alcune figure seminali come Buddha, Antonio, Milarepa, Shankara; forse anche più moderni come Bruno, Dogen, Ramana Maharshi, e trarre da essi l’archetipo del monaco. Un modo di procedere relativamente più facile, e certamente più interessante, specialmente per coloro che sono in certo qual modo familiari con questi giganti della spiritualità monastica. Avremmo avuto allora dei testimoni di una qualità della vita e di una maturità umana che ci sarebbero serviti come fiaccole per il nostro incerto pellegrinaggio. Dai loro esempi saremmo potuti arrivare all’archetipo monastico.

Ho seguito un metodo diverso per due motivi. Primo, i monaci conoscono già molti di questi modelli; secondo, presentare il monachesimo nel suo aspetto migliore non sarebbe un contributo sufficiente a fronteggiare il cambiamento che sta emergendo oggi. Una simile presentazione ci avrebbe reso tutti orgogliosi e fieri di simili predecessori, ma avrebbe forse velato ai nostri occhi quella che io considero la sfida del nostro tempo. Ci avrebbe allineati alla mentalità del try harder (prova con più determinazione) che consisterebbe nell’imitare i loro risultati, ma ci avrebbe distratti dal considerare che forse il momento attuale esige da noi una nuova metanoia, una nuova conversio, un radicale cambiamento di mentalità o conversione, invece di una rinnovata imitatio, una imitazione modernizzata.

A un uditorio non monastico direi che questa presentazione parla al monaco che è dentro ognuno di noi e non intende soppiantare o correggere la fiorente letteratura sul monachesimo. Vorrebbe invece ispirare il lettore a scavare entro le sorgenti di questa ricca tradizione umana. Le due ragioni sono collegate. Non sono tanto rivolto a raccontare la storia del passato, o anche ad addentrarmi nel futuro storico, quanto a sondare il presente transtorico per noi qui e ora. In altri termini, poiché sono esistenzialmente interessato alla nostra vita quotidiana e alla situazione attuale, usando l’ambiguità della frase «archetipo monastico» mi dedicherò non a descrivere il monaco come archetipo, cioè il monaco come paradigma della vita umana, ma ad esplorare l’archetipo del monaco, vale a dire la dimensione monastica come un possibile archetipo umano. In effetti, la frase «archetipo monastico» può voler dire che c’è un archetipo monastico del quale il monaco è l’esempio, o del quale il monaco è la manifestazione.

La distinzione è importante e sottile. Il monaco come archetipo potrebbe significare che esiste un ideale di monaco e che i monaci hanno incarnato questo ideale a vari livelli. Il mostrarlo potrebbe essere la via migliore per una renovatio, un rinnovamento della purezza originaria del monaco. È, questo, un interesse legittimo e urgente, ma, in un certo qual senso, congela la creatività umana in quanto ci vincola a una essenza immutabile e quasi platonica del monaco ideale. Archetipo qui vuol dire modello, una forma prototipica (morphè) la quale lascia spazio solo per spiegazioni e chiarificazioni. Non ci rimane altro da fare che impegnarci ad essere monaci buoni e perfino migliori. Parlare dell’archetipo del monaco, invece, significa asserire che c’è un archetipo umano che il monaco elabora con maggiore o minore successo. I monaci tradizionali possono avere interpretato a modo loro «qualcosa» che anche noi possiamo essere chiamati a realizzare, ma in un modo differente che esprime la crescita e la novità dell’humanum. Archetipo qui vuole indicare un prodotto di forze e fattori diversi, consci e inconsci, individuali e collettivi, che prendono forma entro una particolare configurazione umana. In un certo senso, ci offre mano libera per addentrarci ad esplorare il dinamismo stesso dei molteplici fattori che plasmano la vita umana. Siccome «archetipo» qui non vuol indicare un modello, ma piuttosto il prodotto della vita umana stessa, risulta mutevole e dinamico.

Ma la distinzione è anche sottile, perché non permette nessuna separazione. Possiamo non avere altro accesso all’archetipo se non quello di studiare o di venire a conoscere il monaco  come archetipo. Non possiamo creare dal nulla, nemmeno possiamo improvvisare un archetipo secondo le nostre fantasia. È l’esperienza degli antichi cristallizzata nella tradizione e la reinterpretazione di quella stessa tradizione che ci darà le ali per percorrere a volo un itinerario umano che ci consentirà di non disintegrarci a mezz’aria perché le nostre ali erano artificiali. Ecco un corollario interessante di questa distinzione senza separazione: considerare il monaco come archetipo, cioè come un modello, ci aiuta a ritornare alle sorgenti e ad esplorare gli inizi del monachesimo.

Dobbiamo mantenerci in contatto con la tradizione. D’altro canto, studiare l’archetipo del monaco e l’accumulo della esperienza umana che ancora continua, ci porta a osservare i segni dei nostri tempi e a orientarci verso il futuro. Dobbiamo decifrare l’enigma della modernità. Dico enigma, perché dovremo distinguere fra la moda passeggera e superficiale e il contributo reale che arricchisce e continua il patrimonio della tradizione.

Questo significa che, a dispetto del nostro sottolineare le differenze fra tradizione e modernità, come faremo per ragioni euristiche, non dovremmo perdere di vita la loro continuità. In effetti, i nuovi monaci sono proprio quelli che contribuiscono alla cristallizzazione dell’archetipo che io mi sforzerò di delineare.

L’argomento è così enorme e la letteratura in merito così ampia che io posso rendergli giustizia solo minutamente, anche se mi limito alla quintessenza della dimensione monastica. E tenterò di farlo solamente da una prospettiva antropologica. Questo non solo implica un limite – altrimenti, si può dire quasi tutto dei monaci e degli archetipi – ma anche una direzione particolare: un metodo che non tiene conto solo dei lineamenti sociologici comuni, delle somiglianze dottrinali, o dei comuni denominatori religiosi, ma anche di quegli aspetti dell’essere umano che sono più profondamente radicati nella sua natura. Lo faremo, ripeto, senza ignorare l’ideale monastico tradizionale e senza spiegare semplicemente le cose del passato.

Allora, per essere espliciti: è il monaco un archetipo universale, vale a dire un modello universale per la vita umana? No. Il monaco è solo un modo di realizzare un archetipo universale. Eppure è entro e attraverso questa via (monastica) che noi possiamo accedere all’archetipo universale del quale il monaco è una manifestazione. Questo ci permette di parlare dell’archetipo universale del monaco, a condizione di non bloccare il dinamismo interno della dimensione monastica e consente anche di parlare del nuovo monaco.

Il metodo per questa iniziativa è piuttosto speciale. Richiede i metodi fenomenologici, socio-morfologici e storici, semplicemente per spiegare le manifestazioni del monachesimo, ma deve andare un po’ più oltre.

E per far questo dobbiamo ricorrere a un tipo di approccio filosofico e di introspezione personale. Ritengo che il primo punto sia sufficientemente familiare, perciò mi concentrerò sul secondo.

Dovremo tenere conto non solo del passato come lo conosciamo, ma anche del presente come lo comprendiamo, e del nostro modo di intendere la vita.

Una semplice riflessione può procurarci l’atteggiamento richiesto. Qualsiasi cosa la dimensione monastica possa essere – e ci sono ventine di definizioni e di descrizioni – sembra avere evidenziato una polarità sintomatica. Da una parte è qualcosa di speciale, difficile, talora perfino strano, con sfumature di non conformismo culturale e sociale; dall’altra, è qualcosa di tanto umano che, in ultima analisi, viene invocato come la vocazione ultima di ogni uomo, quello che ognuno dovrebbe essere chiamato ad essere in un modo o nell’altro, prima o poi. Una coscienza illuminata di questa polarità ci metterà, mi auguro, sulla strada giusta nella nostra ricerca.

 

Il fragoroso appello dei defunti: sulle sommosse di New York

 Lettera apparsa su Liasons il 23 giugno 2020

 

“O li sopravvalutiamo, o non siamo consci della nostra potenza”

Jonathan Jackson, novembre 1969

Cara Liaisons,

Nel mentre mi siedo per scrivervi, sono colpito dallo scarto che separa linguaggio ed esperienza. Vorrei urlare che “la sommossa degli oppressi è giusta!”, ma il rischio è che queste parole suonino vuote, tanto sono usurate dal tempo e dall’uso deleterio che ne è stato fatto. Tutti sanno che George Floyd, 46enne nero, è stato assassinato dalla polizia a Minneapolis lunedì 25 maggio, inchiodato a terra per diversi minuti dal ginocchio di un porco che gli schiacciava la nuca. E che nel video diventato virale che riprende la sua uccisione lo si sente dire “I can’t breathe” – una frase che ci riporta, in una ripetizione infernale, alle morti di Eric Garner, ucciso dagli sbirri a Staten Island nel 2014, a quella di Derek Scott, morto nel 2019 a Oklahoma City, e di molti altri di cui non si sentirà mai parlare. E sono solo le ultime. Martedì, Minneapolis bruciava. Mercoledì, bruciavano gli Stati Uniti.

Non c’è nulla di nuovo nel disprezzo sistematico e nella tendenza al genocidio che minacciano la comunità nera negli USA, e c’è chi ha raccontato questa storia molto meglio di quanto potrei farlo io qui. Tengo giusto a sottolineare quanto queste morti e il loro lutto abbiano scosso alla radice un ordine razziale ormai in decomposizione grazie alla potenza di ciò che George Jackson ha chiamato “il fragoroso appello dei defunti”[1] a una violenta e sublime redenzione. Nelle righe che seguono, tenterò di condividere qualcosa del riverbero che ha fatto vibrare le strade di New York. E comincerò tornando agli albori di questa sommossa.

Nell’estate 2013, dopo l’assoluzione di George Zimmerman per l’omicidio di Trayvon Martin, c’era già stata qualche manifestazione, ma ciò che conosciamo come Black Lives Matter spicca davvero il volo a livello nazionale nel 2014. Tra la fine dell’estate e l’autunno 2014 si svolgono infatti manifestazioni di massa contro l’omicidio di Mike Brown a Ferguson, Missouri, nell’agosto del 2014, e di Akai Gurley a Brooklyn in novembre. La situazione si riaccende dopo l’assassinio di Eric Garner in dicembre, e la decisione della giuria di non perseguire lo sbirro che l’aveva ucciso. All’epoca, avevo contribuito ad alimentare l’energia del movimento cercando di evitare la sua cattura istituzionale. Molti di noi avevano però già ceduto al peccato dei militanti, quello di perdere il contatto con la grazia della folla.

Qualcuno ha detto che il militantismo è la trappola nella quale questo mondo fa cadere i rivoluzionari. Mette radici nella nostra alienazione e ci spinge a partecipare a un movimento di massa aggrappandoci con le unghie e con i denti alla nostra identità di “rivoluzionari”. Un vero e proprio paradosso, che ci impedisce di farci realmente trasformare dalla rivolta. Oggi come ieri, la massa, la folla, il proletariato o il popolo (termini che si sforzano di definire un fenomeno che li oltrepassa) superano qualsiasi previsione militante. Nel dicembre 2014 – cioè all’apice del movimento Black Lives Matter – i contestatori erano riusciti a bloccare ponti e autostrade attorno a New York, abbandonando ogni pretesa di canalizzare le energie.

Tuttavia, quando l’energia ha iniziato a scemare, non abbiamo saputo interpretarne i segni, e abbiamo tentato di rinvigorire un movimento che già perdeva velocità. E così tutto è finito con il classico intervento del potere: nella distinzione cioè tra buoni e cattivi manifestanti. Il sindaco De Blasio si intratteneva con i buoni, felice di unirsi a loro nella condanna ai cattivi. Facendo io parte dei cattivi, ho passato due settimane nel carcere di Rikers Island. È un’isola strana, a metà tra un paradiso naturale e un luogo di confino, tra un villaggio vacanze e un campo di concentramento. Lì ho avuto il contatto più diretto della mia vita con quella “minaccia profonda per l’ordine esistente” che è la “socialità nera insorta”, nelle parole di Fred Moten. Perché, sebbene sorga dalla necessità, lo spirito di prossimità e la solidarietà tra prigionieri eccedevano di gran lunga quelle della sinistra più devota. Un’erosione definitiva e incessante della persecuzione e della disumanizzazione a cui sono soggetti i prigionieri.

Di manifestazione in manifestazione, questi ultimi cinque anni a New York si sono conclusi in un crescendo di tensione attorno alla fine del 2019, sfociata in alcuni turbolenti cortei contro la polizia che hanno riportato una buona dose di gioia nelle strade. Oltre a queste manifestazioni estremamente diversificate socialmente e razzialmente, che riunivano punk, rivoluzionari e bande di giovani, il coronavirus ha ovviamente giocato un ruolo decisivo nella definizione del contesto in cui è esplosa rivolta in corso. Citando una recente lettera da Parigi, il virus è tanto più devastante quanto più gli esseri umani perdono ogni legame con gli altri esseri viventi di questo mondo. Per le persone più disumanizzate in questo paese, la cattiva sanità e la mancanza di accesso alle cure hanno reso la situazione ancora più mortale, dando un nuovo significato al proverbio nero che dice: “Quando l’America bianca prende il raffreddore, l’America nera ha già la polmonite”. I neri americani hanno il doppio di probabilità di morire di questo virus rispetto ai bianchi. In questi ultimi mesi, alcuni newyorkesi razzializzati sono stati brutalizzati dagli sbirri con il pretesto di non aver rispettato le norme di distanziamento sociale. Mentre gruppi di bianchi senza mascherina cazzeggiavano nei parchi.

Disoccupazione di massa, violenza poliziesca, solitudine da confinamento, morte per Covid… e aggiungici George Floyd che viene letteralmente ammazzato in diretta. Tre giorni dopo la sua morte, il 28 maggio, ho visto qualcosa che mai avrei immaginato di vedere: una sommossa vera e propria, che attraversa tutti e cinque i borough di New York! Dovete comprendere il mio entusiasmo: il fatto in sé non sarebbe così eccezionale, se New York non fosse diventata essenzialmente uno stato di polizia. Basta confrontare gli 800 poliziotti di Minneapolis o i 1400 di Seattle con i 40mila di cui dispone New York, con un budget di 5,6 miliardi di dollari e una rete antiterroristica internazionale al loro servizio.

Ma nonostante tutto questo, cortei immensi hanno invaso ogni strada della città. Migliaia di manifestanti hanno violato il confinamento, incontrandosi e bloccando le autostrade, i ponti e le strade di questa città malata, grazie a un coordinamento logistico incurante dei futili appelli degli “organizzatori”, che esortavano a rientrare in casa e a rispettare il coprifuoco del governo. Ciò che distingue questa sommossa da un semplice movimento – e che costituisce la vera fonte della sua potenza – è la sua capacità soverchiante. Ovunque scontri violenti con gli sbirri, in molti casi circondati e respinti dalla folla. Ovunque attacchi ai loro droni, ovunque fuochi d’artificio, barricate, volanti date alle fiamme – non prima di aver loro sottratto l’autoradio. Ovunque saccheggi, soprattutto in centro. Oltre alle casse di solidarietà e di sostegno per gli arrestati, alcune associazioni hanno aperto le loro porte ai manifestanti, mentre altre iniziative di mutuo soccorso coordinavano il viavai di automobili su cui viaggiava chi cercava di scappare agli sbirri dopo il coprifuoco.

Negli ultimi dieci anni, persino durante Occupy e Black Lives Matter, la presenza della folla, soprattutto a Manhattan, era quasi sempre accompagnata da una sensazione di confinamento o di soffocamento, per certi versi stranamente simile al lockdown degli ultimi mesi. Ma la sommossa attuale, pur recando tutti i segni di un largo movimento popolare, non esita a scontrarsi con la polizia. È questo che l’ha alimentata, aprendo una breccia che ha permesso alla folla di appropriarsi della città. Nonostante siano presenti persone di tutte le età, l’iniziativa viene dai giovani – punk, skaters, adolescenti e soprattutto giovani neri sono all’avanguardia del Black Power in questo movimento.  Come hanno recentemente scritto amiche e amici:

Dopo mezzo secolo senza portaparola, la gioventù nera ha dimostrato al paese intero di essere più che capace di tracciare il proprio cammino e prendere l’iniziativa… Questa guida” senza leader rappresenta l’interezza della rivolta nera nelle strade, e mostra a chiunque cosa significa liberarsi.

L’assalto ai negozi di lusso a Soho e Midtown può essere visto come una rivincita di classe contro un sistema che non ha nulla da offrire. Una volta neutralizzata la polizia, le strade diventano una festa. Vorrei poter trasmettere qualcosa delle vicende di questa sommossa – anche solo qualche briciola della potenza della “socialità nera insorta” –, ma è difficile catturarla in un racconto. Si dovrà procedere in controtempo, polifonicamente o con l’improvvisazione. Delle folle si riuniscono per partire in corteo, spesso senza una destinazione precisa, per poi improvvisare, appunto, il loro tragitto nella notte. Alcuni frammenti di questa folla partecipano alle forme di protesta emerse in questi ultimi anni (die-in, appoggiare un ginocchio a terra); altri innescano un confronto asimmetrico con gli sbirri, costruendo barricate, attaccando le auto della polizia, razziando i negozi per divertimento, inebriati. A tratti si ha l’impressione che tutto accada nello stesso momento.

La scena che segue cerca di ricomporre le energie eterogenee della sommossa. Una delle tattiche tipiche del repertorio attivista degli ultimi anni è il faccia a faccia diretto con il cordone degli sbirri. Il gesto non sembra servire alcuno scopo strategico, se non l’affermazione di una superiorità morale, e finisce spesso con un semplice giro d’applausi. A un certo punto, un gruppo di attivisti si consacra solennemente a questo rituale. Nella stessa strada, poco lontano, alcuni giovani si erano riuniti secondo un’altra sensibilità. I loro sforzi erano stati appena ricompensati con alcol di qualità e stavano festeggiato ballando sulla musica di Pop Smoke, un rapper drill di Brooklyn, tragicamente ucciso nel febbraio scorso all’età di 20 anni. Canzoni come Welcome to the Party  e Dior (“I’m up in all the stores”) sono diventate un inno della rivolta. Come altri artisti di Brooklyn, Pop Smoke è un simbolo della scena drill, che unisce le sonorità di Chicago all’energia caratteristica di New York, il rap di Brooklyn e i beats britannici. Dopo qualche pezzo, un attivista armato di megafono declama alla folla che quello non è il momento di far festa e tenta di dirigerla verso il faccia a faccia con la polizia. Ma per queste e questi giovani non c’è contraddizione: soltanto una differenza, che tuttavia coesiste all’interno della sollevazione. Mentre gli attivisti sembravano feticizzare la loro relazione con la polizia, i giovani facevano della sommossa una festa, un carnevale della loro nuova potenza comune.

Questa potenza spazza via ogni tentativo di contenerla. Non si lascia riportare a un passato che l’avrebbe annientata, come un tempo credevo. Capisco bene perché i e le rivoluzionarie che furono testimoni della potenza della massa oppressa, le hanno dedicato (pure se invano) tutta la loro vita. A New York, questa potenza si è abbattuta sulla città come le raffiche di un tornado. Niente e nessuno poteva fermarla. Essere dei rivoluzionari senza lasciarsi trasformare da questa potenza significa vivere un’ironia tragica, rifiutando di vedere la rivolta per quello che è – qualcosa che necessariamente eccede ogni attesa di chiarezza e purezza.

Se dovessimo individuare l’arco narrativo di questa rivolta, è nella sua intensità. Dopo circa una settimana, le rivolte hanno lasciato il posto a manifestazioni che prendevano le strade a piedi, in skateboard o in bicicletta. Mentre la sommossa perdeva fiato e l’eco delle sue onde si allontanava, la cassa di risonanza delle classi medie ha ripreso la prima fila sul palcoscenico. In questa seconda settimana (quella in cui scrivo, NdT), una delle manifestazioni a cui ho partecipato è stata accorciata da alcuni autoproclamati leader. Due proletari neri con cui ho parlato erano delusi di questa domesticazione: sapevano troppo bene che dopo queste marce – perché non si trattava che di marciare – tutto sarebbe tornato ancora una volta alla normalità.

Ogni parola e ogni argomentazione deve tenere conto di questa potenza capace di declassare il labirinto piccolo-borghese delle grandi dichiarazioni prive dei gesti di massa.

Nella sua urgenza messianica, la lotta nera per la sopravvivenza rappresenta una forma di vita in cui la separazione tra personale e politico scompare, così come quella tra fini e mezzi.

Le sostanziali concessioni da parte di un potere intimorito dimostrano che la sommossa in qualche settimana ha fatto di più per contenere la polizia che non una qualsiasi riforma “progressista” in tutta l’era neoliberale, comprese le promesse elettorali di un neo-socialismo insipido. Questa rivolta, appartenendo alla situazione specifica dell’ordine razziale negli USA,  non fa che confermare una cosa: che la lotta dei popoli autoctoni – dalle femministe in Messico ai Gilets Jaunes in Francia, dall’insurrezione cilena alle lotte contro la catastrofe ecologica – si incontrano tutte  nella lotta della vita contro la macchina di morte del Capitale, vero motore della guerra civile mondiale in corso. In questo senso, George Jackson aveva ragione quando dichiarava che senza i programmi di mutuo soccorso autonomo del Black Panther Party – che furono smantellati dallo Stato e poi ricostituiti in forma “associativa” per facilitarne il controllo –, i e le comuniste nere non sarebbero mai diventate una forza politica decisiva. Alla luce di queste parole, il ritorno di Raul Zibechi alle Tesi di filosofia della storia di Benjamin è eloquente:

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito la creazione del “vero” stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo.

 

Per Zibechi, come per le Black Panthers all’epoca e per Kali Akuno della Cooperation Jackson oggi, realizzare il “vero stato d’emergenza” significa imparare a vivere e a organizzarsi lontano dallo Stato come unica via per costruire “le risorse etiche, organizzative e politiche per fronteggiare il nemico”. Se una lezione si può trarre dalle sommosse di New York – il cui atto finale resta tutto da scrivere – è che bisogna tenere a mente che negli ultimi 70 anni la minaccia principale all’ordine costituito per gli Stati Uniti d’America sono state le lotte nere. Per fare tutto questo, serve però una rinnovata attenzione ai “fragorosi appelli dei defunti”, la cui potenza di redenzione ossessiona incessantemente i governanti e chiama le masse all’azione oltre la morte.

[1] Nel 1971, George Jackson scriveva una lettera a un compagno dalla prigione di Soledad, in cui citava un’altra lettera di suo fratello Jonathan, morto l’anno precedente nel tentativo di liberare il fratello maggiore. George descrive le parole di Jonathan come un appello dall’oltretomba, che si confondeva con tutti gli altri “fragorosi appelli dei defunti” (thunderous graveyard affirmations).

Al romanzo preferisco il manzo. Con Dori, non solo oggi

 

di Massimiliano Cappello

Sabato 20 giugno 2020 a Feltre compagne e compagni da ogni dove hanno salutato Dori Zanon, compagno di mezzo secolo di lotte. «Più che un’area, un sottoscala», diceva del PostaZ, l’ultimo degli spazi creati e attraversati insieme a lui dopo Cayenna, Hangarzone e Désir. Allo stesso modo, si può dire «più che un funerale, una zingarata»: un’intensità di cui – nonostante i footage e i memorabilia raccolti – molto sarà lasciato all’inenarrabile.

Di seguito, l’intervento di apertura della giornata.

 

 

 

Parafrasi

Più che la speranza

O la chiarezza l’ira

più che l’ira un gesto

Quanto si tace bene quando parlano le strade

sopra le frigna dei giornali

Aride vestali dei fascio-liberali

Nuove e indicibili nuove

E indicibili strillano gli strilloni

Ma tu che lo sai non si finisce

Di impararle che bisogna imparare

a dimenticarle

Tu lingua ignota tu mistero del presente

cuore di pietra e di vetro

Ciao

***

Gli Stati Uniti in fiamme. Il mondo in fiamme. E noi qui. A Dori non andrebbe niente bene. Scissioni, disastri, accuse, «io non vengo», «avete sbagliato tutto». Pensate se avessimo dovuto organizzarla con Dori, questa storia. Ve lo immaginate? Una tragedia peggio di questa. Chiaro che sì, Dori: anche stavolta abbiamo sbagliato tutto. Ma oggi è un giorno particolare, e come bruciano gli States brucio anche io, di due diverse fiamme. Una cosa del genere: ho le mie buone ragioni per versare una lacrima — le ho già piante tutte — e anche per tirare una testata a Dori Zanon. Insieme. Contemporaneamente.

Perché con Dori non ci sono mezze misure — o lo ami o lo odi, anzi: non puoi amarlo senza rabbia e non puoi odiarlo senza affetto. Allora meglio potremmo dire che l’unica mezza misura è di accettare di provare entrambe (per conflittuale per insopportabile che sia). E ancora di più, a sentire quella voce — che negli anni si era increspata di armoniche fino a impazzire tra il raglio e il canto e senza particolare bisogno di pronunciarle, le parole, o finirli, i discorsi, per farsi capire — diventa insopportabile il suo invito ad abitare la contraddizione, ad attraversarla. Perché con il suo semplice starti accanto o di fronte o contro, con questa lacrima e questa testata in corpo, ti costringe anche oggi a dargli ragione.

Maledetto Dori Zanon! Che ovunque è andato, qualsiasi cosa ha fatto, si è trascinato dietro amori-lotte-scazzi-gioie-rabbia — ma soprattutto: tante versioni dei fatti quanti sono gli sguardi che l’hanno toccato. Anche le storie collettive si fanno private quando c’è Dori di mezzo. Maestro in questo della discontinuità e del contrasto, ma anche testimonianza di quella sempre più rara e direi ormai magica (che non vuol dire sempre piacevole coerente o riposante) capacità di guardarti con quel curioso strabismo per cui ti chiamava fratello ed estraneo, singolarità irripetibile e parte di un ambiente. Un nomade vero.

È difficile dire quando è storia e quando è memoria. Ma qui, per il semplice fatto di trovarci insieme, a dare un luogo alla negazione e alla morte come parte di una comunità umana che si immagina compiuta, che si sogna diversa — ma di una diversità quanto mai aperta e uguale — e stiamo in effetti già facendo entrambe.

Perché il nostro di Dori non è un semplice ricordo — non è un esempio e non è un appiattimento che farebbe torto a un personaggio splendidamente contraddittorio e che ha portato direi allo stato dell’arte la rottura, e che anzi proprio nel suo frammentarsi mille e mille volte a seconda di chi guarda, e che ci indica ora come si possa vivere altrimenti; come ciò che lui chiamava singolarità sia proprio questo.

Il nostro di Dori non è un semplice ricordo come quella di Dori non è una semplice vita. La sua oggi è una memoria, perché grazie a lui, e per tramite della sua esperienza, sappiamo qualcosa in più su questo noi senza nome, senza forma ma qui. Ed è dunque anche una storia — perché grazie a ciò che ha significato per questo noi esteso al massimo possibile, e ciò che con questo noi ha fatto, mezzo secolo di lotte è entrato in risonanza, entro una costellazione misteriosa fatta di movimenti e situazioni. Mezzo secolo di “sogno di una cosa” o “sostanza di cose sperate”.

È in fondo solo questa, forse, l’unica traccia di una continuità storica. Ma ogni volta che si incontra un compagno così, si ha l’illusione di poterla ricostruire.

Dal 1968 — quando a 15 anni scopre che il mondo è in fiamme, mentre nell’agordino ancora le sue prime fidanzatine non possono baciarlo alla fermata dell’autobus — agli anni bolognesi dell’Università, da cui riporta a casa una lezione e un destino. A quel Parco della Rimembranza di Feltre, dove nei primi anni ’80, «uscendo il cane», quasi come in una sceneggiatura di Neil Simon, nessuno poteva immaginare che si stesse per aprire un lungo nuovo capitolo della storia rivoluzionaria feltrina.

Non vi parlerò di Demetrio, Camouflage, Cayenna, Hangarzone, Crash, eccetera. Di queste cose molto si è detto, e in qualche modo già fanno parte di una storia. Forse è la stessa nostra storia, forse la contiene, forse è già un’altra. La potrete ascoltare da chi l’ha vissuta con lui, o anche senza di lui, o nonostante lui — ma sempre anche grazie a lui.

Non bisogna dimenticare gli «ultimi» anni (quanto fa strano dirlo? Dori, ci sembrava di stare sempre nel presente se non nel futuro): e in particolare il Désir e il PostaZ, luoghi antologici più che mitologici di quella cosa chiamata con molti nomi — «controcultura», «antagonismo», fate voi — ma che sostanzialmente ha incubato la vitalità i legami e gli immaginari dei tante e tanti altri giovani compagni che lo hanno incrociato, facendosi segnare nel bene e nel male in maniera indelebile. E dei quali faccio parte.

Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.

Fino a qui, tutto bene.

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio.

(La Haine, 1995)

Quante volte te l’ha sentito citare questo passaggio, e quante volte l’ha usato chi fra di noi fa parte dei più vecchi tra i tuoi tanti giovani compagni.

Non ci giriamo tanto attorno. In questa frase sta tutto il nostro fallimento in questo momento. La caduta è andata malissimo e l’atterraggio peggio.

Negli ultimi giorni le nostre conversazioni (telefoniche per lo più) si erano fatte rade, piene di vuoti e di esitazioni. Ma non da parte tua, che forse mai come prima ti sforzavi con enorme fatica di terminare ogni frase, di non lasciare più nulla al brulichio di quella lingua che sempre inventavi e che era insorgenza viva di versi suoni sospensioni allusioni ammiccamenti.

A ripensarci ora tante cose affiorano. Forse sentivamo tutti come richiudersi davanti agli occhi un orizzonte. Ma quell’orizzonte non era solo vitale, ma esistenziale e radicalmente politico. Poco tempo prima parlavi di chiusura definitiva di uno spiraglio e di un’epoca. Consigliavi di prepararci ad anni duri, faticosi. Forse lo sapevi che non ci avresti accompagnato. Ma quelle tue parole ora valgono molto, ma molto di più di un semplice segnale, molto più di un mondo singolare che comincia a richiudersi tragicamente su se stesso.

La caduta è andata malissimo e l’atterraggio peggio, ma abbiamo rimediato come abbiamo potuto. Chi ha vissuto la frenesia di questi ultimi giorni non dimenticherà mai la profondità di quell’abisso, ma nemmeno l’intensità di quella presenza. A chi non ha potuto esserci, diciamo invece: rivendicatevela comunque, siate fieri di aver avuto a che fare con Dori anche solo per mandarvi a fare in culo. Come noi siamo orgogliosi di aver condiviso con lui questo tratto di strada. Perché anche questo è rivoluzionario: dare un senso e un luogo alla negazione, al male e alla morte come parte di una comunità umana compiuta, aperta, uguale. Nella nostra memoria, mai come nelle ultime ore tutta questa bellezza e questa forza si sono materializzate. E di questo non ce ne scorderemo.

Ma non ci scorderemo nemmeno che sei stato un mese in ospedale, da solo per la maggior parte del tempo, sottoposto ad esami invasivi, testimone dentro quelle mura di una situazione fuori controllo, tra il drammatico e il tragico. Non ci scorderemo quanta tenacia hai dimostrato nel pretendere l’attenzione di cui avevi bisogno. Quell’attenzione che, scrivevi inaugurando la tua idea di PostaZ nel maggio del 2016, contrapponevi alla gestione di ogni governance.

Fino alla fine forte, fino alla fine autonomo.

Per quanto riguarda noi: abbiamo fatto abbastanza? Potevamo fare di più? Sicuramente dovremo ripartire anche da qui. E chi ha voglia lo approfondisca con noi questo ragionamento: costruire un mondo nuovo, radicalmente altro da questo, significa anche agire nella quotidianità, trovare i modi di essere meno soli, di essere uniti e forti contro sfruttamento, nocività, mancanza di cura, lavoro, frontiere e barriere.

In due parole: Quotidianità, singolarità. Il tuo, ormai nostro mantra.

Ogni volta che si incontra un compagno così, si ha l’illusione di poterla ricostruire, questa storia e questa continuità. E altri addirittura ci provano, a ricostruirla, quasi in laboratorio. Mentre lui ogni giorno, per il solo fatto di esserci e col suo fare, contribuiva a testimoniarla proprio mentre la negava, a farla baluginare proprio mentre guizzava via. Perché se è vero che Dori è stato un astro che ha incrociato mille costellazioni, se è vero che ne ha messe altrettante in risonanza, è anche vero che l’ha fatto sempre per cercarci quanto di vita e di amore e di gioia se ne poteva cavare fuori. Singolarità senza speranza né rimpianti, senza nostalgie o sentimenti di appartenenza.

Perché la volontà e l’amore verso il sempre non deperiscano nella nostalgia di quel sempre, ma siano sempre volontà e amore.

(Franco Fortini, Questioni di frontiera)

Dori sempre capace di andare incontro alle situazioni mano a mano che nascevano, e di lasciarsele alle spalle a volte anche tragicamente, drammaticamente, mano a mano che finivano — contribuendo anzi, spesso e volentieri, ad accelerarne la fine…

Dori senza mai paura di scazzare anche malissimo. Di ritrovarsi solo. Di dover ricostruire daccapo situazioni-affinità-lotte-compagni. Tutto questo per cinque fottuti decenni, senza sosta o quasi.

Un senso antinostalgico dell’avanguardia pressoché innato, non trovate?

Quanto a me. Dori, che mi hai insegnato che «al romanzo preferivi il manzo» — e non c’è niente da ridere, perché vuol dire addentare la carne delle cose senza consumarsi nell’ansia di dare loro una forma — Dori profeta dell’informale, che «L’angolazione che preferisco è il gruppo di affinità come produzione di soggettività». Scriverò altro, dicevi, ma ho sempre saputo che la tua era una storia tutta orale, sfuggente, libertaria, non intrappolabile;

Dori, che mi hai insegnato che in questi tempi tutto sommato grigi o grigetti — e dove insomma essere ottimisti, diciamocelo, è un po’ da fessi — non importa chi sei o da dove tu venga: puoi fare anche tu un’esperienza diversa della vita.

E infine. Dori, che non ti ho mai fatto la radio; che ti ho illuso mille volte; che non ti ho mai portato a Parigi a ballare sulle fisarmoniche di Oreste Scalzone; che non ti ho mai presentato altri invisibili compagni, la restante parte di quei contrabbandieri franco-italiani che eri così curioso di conoscere — forse perché sentivi covare dentro il tempo di farla finita anche con questo estremo inganno, la tua generazione, la tua ragione d’essere, le cime che ti legavano a quel varo e a quel viaggio nella pratica e nel pensiero libertario. Di sfanculare, insomma, anche questo per fare altro ancora — come si sperperano le ricchezze di un forziere da rinnegare infinitamente e infinitamente rivendicare.

Dori, che ti ho sempre tenuto sospeso tra l’aspettativa e la delusione… L’unico modo di non deluderti davvero, lo so, era non smettere mai di farlo. Dare sempre alla tua energia mai paga di scazzi qualcosa da addentare — alla tua fame di vita sempre altro da sognare.

È questo forse il fine — e anche la fine — di quella cosa che ci hai insegnato a chiamare comunismo.

Biforcazioni. La rivoluzione biologica (II)

Proponiamo un altro tuffo nella temperie della «corrente radicale», dopo gli stralci di Camatte sulla rivista «Invariance», spostandoci a quanto si stava elaborando e vivendo, parallelamente, in Italia. Lo scritto di cui vi presentiamo alcuni estratti si chiama L’utopia capitalista, viene composto da Giorgio Cesarano con la collaborazione e il contributo di altri compagni, tra cui Eddie Ginosa.

Una prima versione circola nel bollettino interno della FAGI (federazione anarchica giovanile italiana), da cui vari membri del gruppo «luddista» milanese provenivano, con il titolo Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linea di tendenza. Siamo nel 69. Viene poi rivista e corretta per la pubblicazione ciclostilata del bollettino di «Ludd-consigli proletari», nel terzo e ultimo numero che esce l’anno dopo. Infine compare come appendice conclusiva del volume di Apocalisse e rivoluzione, a firma di Giorgio Cesarano e Gianni Collu, nel ‘72.

Il corpo di questa lunga riflessione, di cui selezioniamo alcune parti salienti, è importante per molte ragioni, a cominciare dall’interpretazione lucida del modo in cui il rapporto capitalistico si socializza e salta fuori dalle figure statiche della sua apparenza sociologica contingente: il «sottosviluppo» del capitale e della classe operaia. Ogni arenarsi su queste figure è una battuta d’arresto nella parzialità delle lotte, nella loro parcellizzazione. La «fabbrica continua», di merci e dell’intera vita sociale come rappresentazione, è la chiave di volta con cui, in modo anticipatorio, è descritta l’evoluzione della civiltà capitalistica. Cesarano sottolinea il delinearsi, con tratti sempre più marcati, di una «classe universale» in cui gli elementi eccedenti, i disadattati e gli esclusi dal ciclo di produzione e distribuzione, occupano un posto di primaria importanza.  Si tratta soltanto di una delle molteplici categorie in comune che circolano tra il lessico di Cesarano e quello di Camatte. Viene descritta l’obsolescenza del momento dello spossessamento lavorativo e della produzione materiale come fulcro e modello dell’alienazione primaria, l’autonomizzarsi del capitale come cumulo di linguaggi e sapere espropriati nell’astrazione morta dell’apparato scientifico. Da qui la centralità dei fenomeni di drop-out e rottura verso la razionalizzazione capitalistica incarnata dai valori della «Cultura» nelle sue diverse matrici: la «rivendicazione della vita» espressa dai freaks, i blusons noirs, i giovani criminali. Il rifiuto del lavoro, la diserzione dal legame sociale. In queste pagine si recide inoltre il nodo dell’equivoco operaista, non a caso qualificato come una «sociologia», che ricomprende la proletarizzazione diffusa nello schema fallace di un’operaizzazione, tratteggiando il rarefarsi generale della presa dell’Economia come una mera ricomposizione di classe, in cui ritorna la matrice originaria della fabbricazione manuale in quanto archetipo del dominio.

L’istanza radicale dell’autonomia proletaria, ugualmente affrontata in uno scritto contemporaneo di Ludd, Ciò che è in ogni cuore dev’essere in tutte le teste, appare secondo linee di sviluppo diverse e originali, in anticipo sui tempi, secondo un nucleo di idee che maturerà nella realtà plurale delle autonomie, dove la classe non è altro che l’atto negatore in processo dello «stato delle cose», dell’esistente. La classe che non è niente e deve distruggere tutto. È pressappoco la stessa critica avanzata da Camatte verso le teorie dell’operaio sociale, nel 77, nell’articolo intitolato La rivolta degli studenti italiani: un altro momento della crisi della rappresentazione. In questo affresco quelli che erano per il Capitale detriti, parti lasciate al margine perché insignificanti per la valorizzazione economica, entrano in piena regola a far parte dell’insignificanza organizzata, e sono quindi al centro di attacchi, scosse, conflitti. Quel che però è altrettanto fondamentale, in questo scritto, è il fatto che precorra come embrione, ancora acerbo in certe vesti linguistiche, lo sviluppo della Critica dell’utopia capitale, opera incompiuta di cui ci restano soltanto i materiali preparatori. C’è allora il progressismo «apocalittico» del Capitale, in cui il futuro è la dilazione perennemente rinnovata della sopravvivenza, il rinvio della minaccia di estinzione, mentre ogni consistenza temporale viene fatta a pezzi. Ci sono le tracce di uno sforzo teorico sulla «preistoria» dell’alienazione, sulle radici del dominio in una discontinuità antropologica da cui nascerebbe un linguaggio inorganico, un fossilizzarsi delle funzioni, degli utensili e degli strumenti, nei cui simboli e nei cui strati simbolici di significato ci sarebbe l’antecedente di ogni realtà storica del valore. Prima i simboli disincarnati, la logica strumentale, lo stesso linguaggio come scorporamento del senso, poi tutte le varianti specifiche del potere e dello sfruttamento. Negli ultimi anni Cesarano si misura con un lavoro di studio smisurato tra psicoanalisi, storia, scienze sociali, cibernetica e mitologia, di cui la Critica reca l’impronta disperata. Qui si vedono i lineamenti generali di una critica del dominio come flusso tra estroiezione e introiezione, soggettivazione ed espressione, che in qualche modo risulta bloccato e si solidifica in un senso morto e costrittivo. Una cesura del rapporto organico tra il vivente e il suo ambiente da cui prende piede la separazione tra la vita e la sua forma, una «proiezione esteriorizzata degli apparati sensori» che immobilizza lo sviluppo ed avvia una fuga infernale di moltiplicazione aggressiva e incessante del proprio strumentario in cui tutte le economie politiche e le fasi della storia trovano il loro posto. Non è nel linguaggio, nella verbalizzazione culturale, che questo mondo può trovare una minaccia, ma nella critica pratica che distrugge e così costruisce. E questa, ci dice Cesarano, è già una coscienza teorica.

[A breve dovrebbe uscire, per i tipi delle «autoproduzioni Nautilus», il secondo volume della riedizione integrale dei materiali della corrente radicale italiana, dedicata a «Organizzazione consiliare», «Acheronte» e «Comontismo»]

 

 

 

 

L’utopia capitalista (estratti).

La sottrazione dei significati operata dal sistema gli permette di fare del linguaggio alienato l’arma mortale da rovesciare contro le sue vittime. In effetti i bombardamenti ininterrotti dei messaggi tendenziosi (radio, televisione, cinema, giornali, pubblicità, comizi, e di più lo spettacolo generale come “espressione di tutta la vita associativa”) non sono che i significanti cui sono stati dati per significati i mezzi stessi della comunicazione, cioè al di là della pura presenza fenomenica, la scienza. Alienazione nel linguaggio e alienazione nella scienza sono l’eco l’una dell’altra, che risuonano nel vuoto della esistenza. A questo punto del processo di sviluppo dell’ideologia non è più possibile cogliere la differenza tra l’aspetto fenomenico dell’oggetto e la scienza dell’oggetto, proprio perché l’universo che ci circonda è ormai tutto un universo prodotto, cioè coagulazione di quella stessa scienza: il mondo non fa che rimandarci i lugubri riflessi della conoscenza separata del mondo, cioè del non conoscere; è il nulla che si spaccia per il tutto.

Il tempo proletario non immediatamente convertibile in tempi di produzione perde la sua “neutralizzazione” (la sua insignificanza statuaria) nello stesso istante in cui la scienza di classe spogli la livrea di servitrice del dominio per proclamare la propria neutralità interclassista, sotto il segno “egualitario” del progresso tecnologico. Dal gradino più infimo del sistema capitalista, la neutralità salta di colpo al gradino più alto, e mentre la neutralità della sopravvivenza proletaria nei tempi morti si affacciava sulla morte dalla parte degli inferi, la neutralità della scienza capitalista si affaccia sulla morte dalla parte dell’empireo, dove regna il totem jolly del fungo atomico. In una sorta di tragicomica euforia del “tutto-fa-dadi-da-brodo”, la scienza scopre che anche le ossa un tempo destinate ai cani, fanno colla.  Una coerenza barbarica illuminò l’imperterrito razionalismo degli scienziati – SS a trarre sapone dal massacro e diagrammi sulla soglia della tollerabilità del dolore dalle torture, fino a che i più veloci fuoriusciti non li copersero di ridicolo illuminando il loro tetro illuminismo (da bricoleurs della creatività distruttrice) col flash dell’atomica. In quel lampo che cacciava nel buio della preistoria gli infedeli del progresso, esplode tutta la luce della nuova fede, l’evidenza miracolosa di una nuova barbarie. D’ora in avanti, il dio che promette la vita eterna si capovolge nel dio che minaccia la morte eterna; la sopravvivenza “terrena” cambia di segno. Una nuova coerenza barbarica illumina gli scienziati nella loro fede di restituire a una sopravvivenza senza peso (quella neutralizzata dei tempi morti) tutto il peso specifico contenuto nell’organizzazione della non-vita, ossia tutto il peso assoluto della compartecipazione a un progetto di sopravvivenza che nasce direttamente dal ricatto della morte atomica, e si pone di fatto come l’opzione della morte sulla storia: la concezione di tutto il futuro storico come durata dello scampare alla morte, l’organizzazione trionfale della non morte.

Dopo aver detronizzato la teologia, la scienza instaura il suo regno sulla umanità fondando il “cielo della conoscenza”. Ma come tutto ciò che emana dall’economia, il cielo della scienza non è che il ribaltamento “celeste” di un’accumulazione dei significati separati di tutto, il capitale in sapere estorto all’esperienza di tutti, da sempre. C’è un mistero che la scienza non può svelare senza riprecipitare sulla terra: il mistero banale della totalità. La scienza spiega ogni cosa purché resti, appunto, una cosa. Una cosa per volta, come una palla per volta nel pallottoliere, un codice per volta nel computer, un linguaggio per volta nei congressi separati, una disciplina per volta nell’orario della scuola, una facoltà per volta nell’ateneo, una specializzazione per volta nella vita e la vita come specializzazione della separatezza. La scienza rifiuta di conoscere la realtà come intero e così, proponendo il rinvio perenne da un oggetto all’altro, instaura un gioco di rimandi concatenati in cui tutto si significa in quanto altro, e alla fine più nessuno è in grado di descrivere quell’oggetto incognito che è la totalità. Il trucco è fin troppo trasparente: è il trucco dell’opacità organizzata. Per spacciare la realtà prodotta come natura naturale, occorre che la realtà prodotta appaia come un territorio incognito: solo così vivere può sembrare vero, può apparire come una peripezia.

Il progetto finale della scienza è ormai, in modo non più occulto, il dominio totale dell’oggetto sul soggetto, della natura sull’uomo, del non-essere, spacciato come dovere-essere, sull’essere. Per poter realizzare questo suo compito, la macchina della scienza deve operare in modo da deviare in un primo tempo ogni conoscenza verso un’applicazione parziale della realtà sussumendola alla sua parcellizzazione, occultando in un secondo tempo la realtà stessa, quando essa tende troppo esplicitamente verso il pensiero.

Mistificazione e occultamento sono i metodi in cui la tecnocrazia devia ed inibisce i bisogni reali devia e inibisce i bisogni reali dalla realtà, fa della realtà la riserva di caccia dei suoi esperimenti di laboratorio, dell’umanità un frammento della realtà frantumata, e della totalità organizzata la macchina inconsapevole che lavora alla propria autodistruzione. Scienze della produzione e scienze della natura, scienze dei mezzi e dei fini, sotto la direzione dell’economia, organizzano il grande spettacolo della “conquista del tutto”: il regno delle macchine come regno della libertà, l’ibernazione come conquista dell’eternità. L’attività alienata della scienza si presenta come il Mito dell’attività alienata. Ma la separazione totale dell’individuo da sé, la sua reificazione completa, non sarebbe possibile se non articolando la separazione attraverso tutta la scala delle specializzazioni, per cui tutti i livelli dello spettacolo si compensano con un minimo di attività: il minimo necessario per credere.

“Il mitico rispetto scientifico dei popoli per i l dato che essi stessi producono continuamente finisce per diventare, a sua volta, un dato di fatto, la roccaforte di fronte a cui anche la fantasia rivoluzionaria si vergona di sé come utopismo e degenera in passiva fiducia nella tendenza oggettiva della storia”.

Ha senso continuare a parlare di alienazione come del momento in cui la vendita della forza-lavoro spossessa il proletario del significato del suo fare e riduce il fare a puro valore di scambio, quantificandolo come controvalore della sopravvivenza, soltanto a patto che si assegni a queste specificità del momento economico il ruolo di materializzare un’ulteriore e specifica alienazione. Il meccanismo dell’alienazione, mediante la reificazione dell’attività umana e il feticismo del prodotto di tale attività, affonda le sue radici nella preistoria. Per meglio dire: è il fondamento della dinamica del dominio sotto tutte le forme. A differenza delle società animali, la società umana ha per natura il rapporto con la realtà attraverso un processo ininterrotto di realizzazione oggettiva (momento dell’estroiezione, dell’oggettivismo), immediatamente seguita da un complementare processo di recupero soggettivo (momento dell’introiezione, della soggettivazione), in un flusso-intreccio che si riproduce. Il dominio di qualcuno su qualcun altro, così nella storia collettiva come nel “destino” individuale, si materializza sempre nella reificazione dell’universo di esperienze in cui il dominato si realizza oggettivamente, e nell’interruzione del successivo processo di ritorno, il recupero soggettivo del loro senso.

Ma privata del suo senso soggettivo, la mera esperienza dell’oggettivazione perde la sua stessa natura di esperienza, perde il suo significato. Il “fare” (l’esperienza complessiva) perde il suo senso di realizzazione e il suo senso di verifica (tramite il rapporto dialettico con la realtà) del proprio esserci. Diventa “fare le cose”. Interrotto il ciclo del recupero soggettivo (il solo valore d’uso veramente significante), il momento dell’oggettivazione perde la sua momentaneità, cioè la sua natura di fase del ciclo. Si fissa in un sistema di cose, un sistema di cose che, in quanto si fissa, si ripete. Nella ripetizione, si annida il processo di identificazione, nelle cose, di un valore persistente e, subito, di riproduzione del valore. Nella riproduzione del valore persistente, si materializza il principio dello scambio che ne assume definitivamente il significato. Prima di essere letta come il meccanismo come il meccanismo che fonda il regno dell’economia, la reificazione seriale dell’esperienza va letta come il meccanismo organizzato che aliena l’autonomia. Prima che materializzarsi nel denaro, il valore di scambio si materializza, sacralizzato, nel sacrificio, nel mito, nel linguaggio, come accumulazione seriale dei significati. Siccome il dominio di qualcuno su qualcun altro si esprime sempre nel potere di reificazione dell’esperienza, chi detiene il codice che detta le regole dello scambio, detiene il significato complessivo di tutto il fare, governa materialmente sull’universo di cose in cui si è reificato il fare collettivo. La condizione dell’uomo è già al suo apparire nella natura, nello stato di necessità, la condizione dell’alienazione; il dominio dell’uomo sull’uomo ha qui la sua giustificazione di partenza: la sua colpa è quella di fare dell’alienazione primitiva una condanna eterna. Quando l’umanità toglie alla natura il suo stato di necessità, governare sulle cose è evidentemente un privilegio che si fonda su sé stesso, ma che immediatamente produce, per autodifesa, la difesa delle cose in quanto tali. Difendendo lo stato delle cose, il dominio ne assolutizza il valore fino al punto di ottenere che qualsiasi fare si confronti, per essere legittimato, con lo stato delle cose. La misura di qualsiasi fare è data dal suo potere di collocarsi nello stato delle cose come contestuale, ovvero dal suo potere di reificarsi. Qualsiasi forma di schiavitù, prima che misurabile in termini di quantificazione (termini di economia) è sempre qualificabile in termini di subordinazione dell’attività umana allo stato delle cose; così come qualsiasi forma di domino prima che quantificabile in termini di accumulazione di valore è qualificabile in termini di gestione dei significati cui fa capo lo stato delle cose.

Il “ritardo” è la sola verità nella distinzione tra cultura pura e cultura di massa, cioè il tempo necessario perché le matrici culturali passino attraverso le articolazioni della scala delle specializzazioni, dal segreto del laboratorio (la fruizione privilegiata per soli specialisti, per addetti ai lavori) a quelle industrie di trasformazione che ne fanno stampi per la catena di montaggio, per la propaganda spicciola dell’ideologia del sistema. La molle elasticità della cultura, struttura portante dell’alienazione giunta al suo massimo punto di formalizzazione, garantisce della propria coerenza il meccanismo di spossessamento complessivo, assorbendo senza rumore ogni spinta eversiva che entra nel gioco di razionalizzazione e di verbalizzazione generale che è al tempo stesso l’essenza ideologica e la dinamica pratica del capitalismo progressista. Il quale al livello della verbalizzazione culturale non ha assolutamente nulla da temere, mentre ha tutto da temere sul terreno della critica pratica.

In un ambito che è essenzialmente di verbalizzazione della realtà, ovvero di proiezione astratta di dati reali in un universo linguistico chiuso, e dove nella divisione e separazione del linguaggio in codici specialistici e in aree di fruizione privilegiate si rispecchia la strategia capitalistica della divisione del lavoro, nessuna nuovo verbalizzazione ha un potere a sé stante, un potere di deflagrazione politica tale da consentire di “liberarsi” dal vischio del contesto in cui si cala: la cultura di classe, la verbalizzazione storica del mondo ad opera e per uso e privilegio delle classi dominanti. La sostanza classista della cultura ha radici storiche talmente affondata nella materia stessa di cui è fatta – il linguaggio in cui si esprime e la sacralità della fruizione – che perfino il processo di mercificazione di massa non ne ha mutato l’alterità rispetto alle ragioni del proletariato; di abolire definitivamente la “Cultura”. La cultura è il capitale in sapere accumulato dal sistema, è nel suo totale la razionalizzazione storica dello “stato di cose”. L’unico capitale che il proletariato – nel suo essere oggettivamente negatore dell’ideologia della stabilità e della collaborazione – abbia come tale accumulato nella storia, è la spinta latente della sua collera, globalmente negatrice dello “stato delle cose”, la sua latente possibilità concreta di rovesciare lo stato delle cose e affondarlo una volta per sempre nel passato storico, con tutta la sua cultura, tutta la sua verbalizzazione razionalizzante, la spettacolare organizzazione delle apparenze.

Quando le separazioni del sistema produttivo passano per le articolazioni specialistiche della scienza della produzione e viceversa, la classe dominante si scopre chiaramente come la tecnocrazia: gli specialisti che dirigono la “fabbrica continua”. La partecipazione è la sua logica necessaria di classe; il disegno strategico è piano di coinvolgimento di tutti nella infinita articolazione gerarchica delle specializzazioni. Poiché essa si giustifica perché soddisfa tutti i desideri che emergono nell’individuo in quanto inserito nel processo di produzione capitalistico, essa soddisfa in realtà i desideri del processo di produzione stesso: né può essere negata se non da un’umanità che riscopre in sé desideri totalmente altri, desideri totalmente reali.

La spontaneità è l’atto che riscopre i desideri reali e nello stesso tempo è il primo desiderio riscoperto, la rivelazione sorprendente che garantisce che i desideri sono propriamente reali o realmente propri. La spontaneità è la riscoperta della propria fondamentale contraddittorietà con il sistema, socialmente determinata dal sistema stesso, in quanto è essa stessa negata dal sistema, il punto di inizio per conoscerlo, quindi del conoscere. La dialettica teoria-prassi possiede la sua coerenza interna proprio per essere la spontaneità il loro nesso, attraverso il quale la creatività permanente dell’analisi e dell’azione si riversano l’una nell’altra, dialettica che è garantita dalla coscienza che la spontaneità è prima di tutto prassi. Questa coscienza è già la teoria.

Tutte le menzogne sulla separazione tra teoria e prassi, tra classe e organizzazione, esplodono quando si tiene fermo il punto di vista della spontaneità. E infatti la spontaneità del proletariato ha sempre prima di tutto dovuto affrontare praticamente le sovrastrutture burocratiche pseudo-operaie con cui i politici lo imbrogliavano nel sistema della politica, e rovesciarle per poter affrontare direttamente questo. La spontaneità come pratica della creatività è ciò che questa società non può recuperare: solo così si spiegano le rimozioni che il sistema ha operato su tutte le esperienze di organizzazione diretta che il proletariato ha inventato: le libere comuni, i soviet, i consigli operai, che rivelano le sue rivoluzioni vere. Se la pratica delle verità parcellari della cultura separata ha dei limiti, ciò che ne rimane fuori è proprio la storia vera del proletariato e delle sue lotte di classe, e ciò tanto più a ragione quanto più lo sviluppo del capitale tende a fare del proletariato il soggetto capace di andare al di là dei propri tentativi parziali, portare fino in fondo il proprio progetto storico, giusto perché la proletarizzazione imposta sul mondo intero spinge il proletariato intero a soddisfare il suo bisogno essenziale di andare al di là di sé stesso.

La sostanziale modificazione dell’attività lavorativa che si verifica con la diversa composizione organica di lavoro manuale e lavoro intellettuale (già avviata nel presente anche per quanto riguarda il ruolo dell’operaio tradizionale) fa saltare definitivamente il vecchio schema di un proletariato ridotto alla figura dell’operaio manuale. Quando la classe tende all’universale e universale si fa la proletarizzazione imposta dallo sviluppo capitalistico, il fronte della lotta di classe passa ormai all’interno delle persone; la teoria rivoluzionaria, assumendo struttura e ideologia come due facce della stessa realtà, deve far cadere definitivamente la vecchia divisione di struttura e sovrastruttura, la schematizzazione in ceti sociali immobili in cui si rappresenta l’immobile personificazione del proletariato. Schemi come questi possono servire solo gli ideologi senili delle lotte parziali e della parzialità delle lotte (ed i loro ancor più senili epigoni dell’ambiente studentesco). Ciò che li smentisce è l’eterogeneità delle masse che colmano i ghetti dei disadattati, le carceri, i manicomi, la cui miserabile condizione è il frutto della ribellione alla “Miseria” che è la condizione dell’esistente per il capitalismo, e la misura del loro rifiuto nell’unica radicale rivendicazione che abbiano espresso i giovani hippies: la rivendicazione alla vita.

Come il proletariato non è più identificabile in entità parcellizzate e statiche – ma poiché “o è rivoluzionario o non è nulla” è lo stesso movimento che tende verso la totalità – così il nemico di classe dominante tende a nascondere la propria fisicità, è di volta in volta il capitalista, il tecno-burocrate, l’ideologo recuperatore: coagulazioni fisiche della coscienza della classe dominante, escrementi facilmente riconoscibili dal fetore che emanano: sono gli avversari che l’umanità affronta di volta in volta nella lotta per l’abolizione di tutte le separazioni, per l’abolizione della società capitalista, il superamento dell’Economia e della Politica. È la stessa complicazione crescente del Capitale che rende la Rivoluzione sempre più semplice. La progressiva riduzione del lavoro a pluslavoro necessario solo alla sopravvivenza del sistema, l’auto-demistificazione dell’universo delle merci che consegue alla sua progressiva democratizzazione, aprono alla spontaneità la strada dell’unificazione della critica nella pratica radicale delle lotte. La questione rovesciata (il falso problema) della saldatura tra lotte economiche e lotte politiche tramonta definitivamente quando sfera dell’Economia e sfera della Politica si unificano agli occhi del proletariato come logica e ideologia della sua reificazione, e ciò avviene quando la politica si rivela come l’ideologia del lavoro e l’economia il lavoro che condanna alla svalutazione permanente i lavori che produce, le merci prodotte dal lavoro in quanto valori dal lavoro stesso; quando alla fine la massa di lavoro accumulato si ritorce contro l’uomo, più invincibile di quando l’uomo affrontava la natura armato solo di clave d’osso. Oggettivamente l’unificazione delle lotte procede nel senso del superamento dell’economia e della politica (scioperi a gatto selvaggio, “vandalismi”, attacchi “criminali” alle strutture di potere) ritrovando nella creatività liberata la dimensione dell’espressione della soggettività di classe, ricercando l’organizzazione come insorgere permanente della creatività, l’autogestione della lotta come logica coerente dell’organizzazione.

Il ribaltamento ideologico operato dai sociologi “operaisti” di ridurre la portata del processo di proletarizzazione universale all’aspetto di una “operaizzazione” di nuovi ceti, da affrontare nei termini di un’analisi sociologica di “ricomposizione di classe”, si rivela ormai per quello che è: l’ultimo trucco, l’ultima mistificazione per nascondere al proletariato sé stesso.

Le modificazioni intervenute a livello operaio conseguenti alla modificazione della stessa attività produttiva, il riassorbimento nel processo produttivo delle masse di sotto proletariato prima condannate alla disoccupazione, il rivelarsi del sottoproletariato attuale quale prodotto d’espulsione, l’articolarsi di un’infinità di ramificazioni delle scienze specialistiche della produzione, che non lasciano intatta al limite in nessun luogo la coscienza delle operazioni sociali complessive, e la riduzione al ruolo esecutivo dello stesso lavoro intellettuale, il continuum dello spossessamento esteso a tutti i momenti del quotidiano della fabbrica dell’alienazione, la statica reale nella condizione di proletarizzati cui corrisponde la mobilità apparente dei ceti sociali impressa dalle istituzioni culturali, rigenerano dalla vecchia classe operai uscita dal sottosviluppo rivoluzionario il nuovo proletariato, la classe universale il cui progetto non può essere meno che il rovesciamento totale dell’esistente, la cui esperienza totale è già il rifiuto dell’utopia inutile capitalista. L’esperienza totale: le lotte dei giovani disadattati, dei bluson noir, hippies, etc., che nella libertà erotica del gioco, nel rifiuto del lavoro, nel furto e nel saccheggio praticano la critica radicale della merce, contro il potere d’espropriazione dell’economia; le rivolte dei tecnici e degli studenti che tendano al rifiuto della parcellizzazione delle attività e dei significati operata dalla Cultura e dalla Scienza; l’esperienza fondamentale delle lotte operaie e degli impiegati contro le gerarchie e ogni tipo di attività, manuale o intellettuale, che si instauri come “potere sull’uomo”, come “lavoro”. “L’umanità ha sempre posseduto il sogno di una cosa di cui le manca solo la coscienza di possederla realmente”. Sarà la prassi delle lotte – che superando le separazioni ricompone l’esperienza – ad imporre alla teoria il salto che l’avvicinerà al sogno e ci restituirà il possesso reale della cosa: la distruzione definitiva del regno delle cose.

Benedetto Calati. Lo spirito libero del monaco

                                     

di Mario Tronti

Padre Benedetto Calati, al battesimo Luigi, nacque a Pulsano, piccola località della penisola salentina, in provincia di Taranto, il 12 marzo 1914. Muore a Camaldoli il 21 novembre 2000, a ottantasei anni.

La sua famiglia, composta di papà Vincenzo, mamma Francesca e da nove figli, di cui tre morti subito dopo la nascita, condivideva le sorti di molti nel profondo sud d’Italia di quegli anni, vivendo in condizioni stentate. Il padre con grandi sacrifici riusciva a provvedere lo stretto necessario per la sopravvivenza della famiglia tingendo le stoffe tessute dalle contadine del luogo. Alla povertà economica faceva riscontro una straordinaria ricchezza di fede.

In una lettera autografa, 29 luglio 1956, p. Benedetto, descriverà la sua famiglia come naturaliter monastica: per quella armonia di veri e autentici valori religiosi.  Ricorda: “Sino a 12 anni ho vissuto veramente in un ambiente storicamente rispondente al piano di Dio, nell’esempio assiduo dei genitori, che in una fede pura, nella preghiera e nel lavoro vivevano la loro giornata ed ugualmente la facevano vivere ai loro figli”. Più oltre: “Nella mia famiglia si viveva asceticamente, in povertà, sobrietà, purezza…. con intelligenza e amore”.

Nel 1926 lasciò il suo paese per entrare in convento presso i carmelitani a Mesagne, in provincia di Brindisi. Dopo quattro anni, probabilmente di grandi fatiche e sofferenze, il suo maestro di noviziato lo invitò a lasciare Mesagne, per recarsi a Camaldoli, dove “si viveva la vera vita contemplativa sine glossa”. Decise così, a sedici anni, di fuggire a Camaldoli. Era l’11 luglio 1930. Racconterà poi il primo inverno vissuto lassù: non aveva mai visto tanta neve e sentito tanto freddo. Comunque, al sacro eremo Gigino, da allora in poi Benedetto, trovò, almeno in un primo tempo, tutto come gli era stato descritto. Nacque una profonda amicizia con don Anselmo Giabbani, un casentinese nato nel 1908, entrato lì all’età di quindici anni, che diventerà nel 1951 priore generale, poi deposto, in drammatiche vicende, nel 1963. La lettera autografa, sopra citata e che ci servirà ancora, era appunto diretta a questo p. Generale. Su tutte queste e altre vicende intorno all’ordine è da consultare: I. Gargano, Camaldolesi nella spiritualità italiana del Novecento, EDB, Bologna, in più volumi, 2000 e sgg.

Nel 1939, p. Anselmo e p. Benedetto furono inviati, uno come priore, l’altro come maestro degli studenti, a ridare vita all’eremo, appena acquisito, di Fonte Avellana. Qui, durante gli anni della seconda guerra mondiale, lo spiritus loci favorì l’incontro di Calati con Pier Damiani. Intanto la sua formazione andava avanti quasi esclusivamente da autodidatta. Nel 1951, quando Giabbani diventa priore generale, d. Benedetto ha l’incarico di procuratore presso la Santa Sede e superiore del monastero di S. Gregorio al Celio, a Roma. Qui, uno spiritus loci diverso lo fece incontrare con la grande personalità di Gregorio Magno, il cui studio diventò la passione della sua vita. Vi scoperse una celeste predestinazione, visto che era nato il 12 marzo, giorno della festa di quel santo. L’incontro con questo padre della Chiesa lo condurrà molto lontano, in una duplice direzione, da una parte verso il pensiero di Agostino, dall’altra verso lo studio del monachesimo medievale. Venne chiamato per questo alla cattedra di spiritualità monastica medievale nel neonato Istituto di S. Anselmo, in Roma. Per circa quarant’anni, dal 1953 al 1991, da quella cattedra formò intere generazioni di monaci, stimolando l’approccio diretto alle fonti della tradizione monastica, tra l’altro attraversando da protagonista la difficile stagione rinnovatrice del Concilio. Contemporaneamente tenne corsi in altri Istituti universitari cattolici.

Raniero La Valle ha raccontato come a Roma Benedetto ebbe modo di incontrare il gruppo dei “comunisti cristiani”, Felice Balbo, Giorgio Sebregondi, Franco Rodano, e altri, che si riunivano nella parrocchia di S. Maria in Domnica, alla Navicella, a due passi da S. Gregorio al Celio. “Benedetto spiegava le Scritture e loro lo convertivano al senso della storia, alla comprensione dei processi politico-sociali, alla passione per il mondo. Benedetto era arrivato a Roma dopo vent’anni di eremo e di monastero….”. Quel nuovo richiamo di partecipazione alle vicende storiche degli uomini diventerà “una dimensione fondamentale della sua spiritualità”. Scriverà ancora di sé, in quella lettera citata: “Ho conosciuto un gruppo di amici che cercano seriamente la verità, intelligentemente e saggiamente. Con essi si è stabilito un clima d’intesa, pur senza molto parlare, ma rimanendo solamente quasi ad ascoltare attentamente. Essi hanno scoperto in me, così dicono, una possibilità di recezione e di risposta ai loro stati d’animo. Sono rimasti contenti. Con questo atteggiamento spontaneo ho avvicinato altri  e dove c’era sincerità, senso reale della vita, abbiamo senz’altro istituito un clima d’intesa. Ho avuto così la gioia, sia pur momentanea, di gustare la vita d’intesa, di amare gli uomini, di godere della loro presenza, di parlare di cose vive e di intenderci”.

C’è in questo autoritratto tutta intera la personalità del monaco Benedetto Calati, come mi è capitato, per provvidenziale evenienza, di incontrarlo, conoscerlo, frequentarlo. E’ accaduto soprattutto nell’esperienza di “Itinerari e incontri”, nell’eremo camaldolese di Monte Giove, sopra Fano, che tra fine degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta, vide svolgersi intorno a p. Benedetto una fitta serie di seminari intorno ai temi di spiritualità e politica: un laboratorio conviviale dove si confrontavano, si misuravano, si riconoscevano radicalità cristiana e radicalità comunista. Accanto ai monaci, a teologi di frontiera, a preti operai, a volte compariva il cardinal Silvestrini, c’erano figure come Adriana Zarri, Rossana Rossanda, Pietro Ingrao.

Riporto una testimonianza diretta di Ingrao, come la riferisce Antonio Galdo, in un libro-intervista del 2004, Il compagno disarmato, Sperling & Kupfer: “La foto in bianco e nero incorniciata in un angolo del salotto. Gli occhi attizzati di don Benedetto Calati si allungano sulla barba bianca e sul petto; le braccia muscolose di Pietro Ingrao lo avvolgono al collo, mentre i due si scambiano un sussurro, l’attimo di una carezza. Fa un certo effetto guardare l’immagine di un monaco della Chiesa cristiana coccolato dal più autorevole sacerdote della Chiesa comunista. Don Benedetto e Ingrao si sono conosciuti nell’eremo di Monte Giove, parlando di fede, di religione, di pace e di guerra e ne è nata una singolare sintonia tra l’uomo religioso e il militante ateo. Come se i due personaggi avessero superato la distanza della fede e si fossero riconosciuti reciprocamente simili”. Ed ecco, subito dopo, il ricordo di Ingrao: “Don Benedetto aveva una carica spirituale che mi ha fatto pensare, in concreto, al significato della santità. Se qualcuno dovesse chiedermi chi è un santo, risponderei: guardi quella fotografia. Lui portava dentro un’allegria fortissima, un desiderio senza freni di curvarsi per ascoltare, anche per raccogliere soltanto dei frammenti: gli spazi possibili di una comunicazione di amore, questa parola che così lo attraeva…. Ogni volta che discutevamo cadeva una barriera, un pezzetto di muro, e il dialogo proseguiva senza il vincolo di quelle gerarchie che tanto hanno pesato, anche duramente, nella mia attività politica”.

Calati era stato Priore Generale dei Camaldolesi per diciotto anni, dal 1969 al 1987. Anche in questa onerosa funzione non aveva modificato di molto la sua giornata, fatta di lettura e di scrittura. Applicava, non alla lettera, ma nello spirito, la regola camaldolese, espressa nel simbolo delle due colombe conviventi, del cenobio e dell’eremo. La cella, la solitudine, il silenzio, a cui invitava S. Pier Damiani, erano per lui in funzione dell’ascolto della Parola, e della sua trasmissione ad altri. Proprio saggiando la spiritualità di S. Pier Damiani, scriverà: “La cella cantata dal monaco del secolo XI è una contestazione del castello feudale in cui e da cui il signore si credeva autorizzato ad opprimere il povero solo perché aveva il potere delle armi e dei suoi immensi possedimenti”. E così, la Parola divina, non gli bastava, aveva bisogno della parola umana. Ascoltare, conversare, comunicare, battagliare, anche: era questo il suo terreno preferito. Non lo attraeva l’immagine esclusiva della quies monastica. La sua era una spiritualità sensuale, carnale: uno dei pochi testi antico testamentari che spesso citava era il Cantico dei Cantici. E alla sequenza tradizionale lectio meditatio, oratio, contemplatio, aggiungeva evangelisatio, sull’esperienza del monachesimo anglo-germanico, e di Gregorio Magno che inviava i monachi timentes Dominum in Anglia.  I Padri del deserto sì, ma la sua passione a cui aveva dedicato un corposo scritto era la spiritualità del primo Medioevo (secc. VII-XII). Per i suoi ottanta anni, fu composto in suo onore un prezioso volume, tutto da leggere, Sapienza Monastica, Studia Anselmiana, Roma 1994. E due testi, di Raniero La Valle e di  Raffaele Luise,  lo hanno ricordato, dopo la sua scomparsa. Ma la gran parte delle notizie contenute in questo mio scritto sono dovute a un libro di Grazia Paris, dal titolo eloquente: Uomo di Dio amico degli uomini, EDB, Bologna 2007, indispensabile per sapere di Benedetto Calati, con tanto di bibliografia e di Fonti manoscritte e stampate.

Il monaco don Benedetto era uno spirito libero. Non la libertà di pensiero, ma un pensiero di libertà attraversava e occupava per intero la sua anima passionale. Aveva vissuto di persona sia l’entusiasmo per il Concilio sia la delusione del dopo Concilio. Tutta l’esperienza di essere monaco a sua volta sarà vissuta come esperienza di autoliberazione. “Ci ho riflettuto molto, per me la vita monastica è libertà, che si collega all’idea e alla realtà della comunità”. Ripeteva e sottolineava continuamente quel principio: Scriptura crescit cum legente. Aveva appreso e mai più dimenticato quel divina eloquia crescunt cum legente, attribuito al suo Gregorio Magno, ma che si può far risalire a Origene e ad Agostino. Il suo cammino era un continuo andirivieni tra cella e mondo. “Quando predico, non c’è omelia in cui non tocchi questo problema della storia…. Non posso fare una lettura astorica dell’Evangelo”. Portare la Parola nella storia: la lectio divina è questo. E in questo, la lectio è più utile e necessaria della devotio.  Del resto – diceva – non è necessario essere cristiani per essere monaci. “Induismo e buddismo, in particolare, sono ricchi di tradizioni ascetiche in forme svariate e con radicalizzazioni estreme. La ricerca di Dio, che può essere ritenuta come formula-base del monachesimo, utilizza, nel contesto religioso, un linguaggio di radicalità estrema…. “. E questo, proprio perché “in Cristo Dio viene a porre la sua tenda nella storia dell’uomo” (Riscoperta dei valori del monachesimo, cit. in G.Paris, pp.224-225). Non era uomo di libri. L’esercizio razionale della teologia non rientrava negli interessi della sua anima passionale. Eppure, dei libri, diceva che per lui “erano stati un’amicizia”. Anzi di questa, l’ho sentito più volte affermare: “L’amicizia è un sacramento”. Un’altra frase ripetuta: “Dio…. è un bacio”. E’ vero, era una personalità ripetitiva. Batteva sugli stessi temi, quasi ossessivamente. Perché voleva convincere con profonda semplicità.

La sua era una sapienza combattiva, per natura spontaneamente polemica. Presentava una figura di monaco politico. Un monachesimo autentico era, secondo lui, chiamato a dare risposte evangeliche ai problemi e alle sfide della contemporaneità. Di qui, la sua sofferenza per ogni forma di rigido dogmatismo. La Chiesa istituzione gli stava stretta. Suo modello: un Ecclesia Johannis più che una Ecclesia Petri.  Ripeteva, con un sorriso sornione: le Encicliche non le legge nessuno. Non era, banalmente, un innovatore. Nella volontà di cambiamento, riconosceva il peso della tradizione. Quando sceglieva Gregorio Magno, il Papa nella storia, che predicava ai barbari, guardava ai nuovi popoli, prima che agli estenuati soggetti di una civiltà in decadenza, sceglieva una tradizione, perché le tradizioni si scelgono, in base ai propri bisogni di ricerca e di lotta. E’ quel pezzo di storia in cui tu ti riconosci, la storia viva che tu avresti voluto vivere e che prendi come modello. Pier Damiani gli suggeriva il tunc e il nunc, l’allora e l’adesso. E da Gregorio prendeva e amava le formule: “Actio in necessitate, contemplatio in voluntate”; “Actio in servitute, contemplatio in libertate”; “Prius mens exudet in opere, et postmodum refici debeat per contemplationem”. L’ora et labora benedettino lo leggeva e lo praticava così. La preghiera e il lavoro: l’habitare  secum che si ritrova nella comunità fattiva e attiva, la comunità dei monaci come nuova polis, segno del Regno. Messaggio attualissimo. Raggiunge la perfezione l’uomo dello spirito quando armonizza vita attiva e vita contemplativa. Gesù di giorno predicava, di notte pregava. E a chi predicare, questo è importante da sottolineare: naturalmente, ai rudes, ai poveri, agli esclusi, ai servi. Non i perfetti, cioè i pochi, ma gli ultimi, cioè i molti. E allora, chi è il monaco?  Detto con le parole umane, molto umane, di padre Benedetto, è “l’uomo in cammino, con lo sguardo aperto al futuro, segno di speranza, segno di un ‘mondo nuovo’ e di ‘cieli nuovi’ in cui inabita la giustizia”. Una contemplazione combattiva: tutta da apprendere.

 

La regola dell’estraniamento

di Marcello Tarì

 

 

Una tecnica spirituale

 

 

I temi che la regola monastica assegnava ai frati per la meditazione avevano il compito di renderli estranei al mondo e alle sue faccende. Le riflessioni che veniamo svolgendo qui sono scaturite da un’analoga determinazione (…).

                                                    Walter Benjamin, decima tesi sul concetto di storia.

Le Tesi di Walter Benjamin, come sappiamo, sono non solo il suo ultimo scritto ma quello in cui converge e si sintetizza l’intero suo percorso di pensiero e di vita. Difatti non era questa la prima volta che inseriva nelle sue riflessioni un rimando alla forma di vita monastica. Un primo accenno vi è già in uno dei suoi primi scritti, il saggio di ispirazione tolstoiana La vita degli studenti, dove Benjamin cerca di pensare la difficoltà, che è di sempre, nel costruire una vita comunitaria ricca in spiritualità. Benjamin pensa a questa comunità di vita come sospesa nell’«abisso» che si apre tra la vita borghese e quella proletaria e cita come sua fonte lo «spirito che si formò nelle idee degli anarchici più profondi e nei monasteri cristiani», insomma tra un Landauer e un san Benedetto. Ma si vedano anche gli appunti finali di un altro suo frammento giovanile, quello che è poi stato intitolato Capitalismo come religione, quando cercando di capire in cosa consisterebbe una via d’uscita spirituale dal paganesimo capitalista, Benjamin si interroga perplesso sulle possibilità di un «monachesimo errante e mendicante». Perplesso  poiché per lui alla religione del capitale doveva contrapporsi non tanto la “vera religione” bensì una vera politica, ma la vera politica non può fare a meno di una autentica spiritualità e, dunque, potremmo pensare che il problema di Benjamin fosse esattamente quello di un monachesimo combattente. Di una forma di vita monastica ne parlerà ancora in una lettera al suo amico Scholem, inviata dalla residenza a Svendborg di Brecht, dove si era momentaneamente rifugiato nel 1938, quando scrive «Il mio soggiorno qui assomiglia a una clausura; e basterebbe questo a giustificare il lungo viaggio» e poi in un’altra lettera, scritta a Gretel Adorno nel 1940, quasi al termine della sua vita, in cui racconta quanto il suo piccolo alloggio parigino assomigliasse a una cella monacale, con quella maschera antigas poggiata sulla scrivania che per lui era la «copia sconcertante del teschio con cui i monaci ornavano la loro cella».

                                                                                 Frédéric Pajak, Manifesto incerto

Ma più pregnante ancora, per il nostro discorso, è l’accenno che egli fa nel suo saggio sul teatro epico brechtiano. Qui Benjamin, citando qualcuno che se ne intendeva di deserto, cioè il «mistico» teorico della guerriglia T.E. Lawrence, il quale diceva che la propria entrata nell’aviazione aveva lo stesso significato che doveva avere per gli uomini del Medioevo l’entrare in convento, produce un fulminante avvicinamento sostenendo che i drammi didascalici brechtiani hanno un «rigore clericale» – analogo alla «determinazione» delle sue Tesi – che viene usato per l’insegnamento di una tecnica moderna, nel caso che a lui interessa quello della lotta di classe. La lotta di classe stessa è dunque identificata non come una dottrina bensì come una tecnica che, a sua volta, è resa raggiungibile dalla tecnica dell’estraniamento elaborata da Brecht. Si potrebbe definire una tecnica per dei monaci comunisti: di fatto, quella monastica e quella della lotta di classe, sono tecniche che hanno un fine che per Benjamin si riassume egualmente nell’immagine del regno messianico.

La xeniteia, l’estraniamento di cui parlano i Padri del deserto e che contraddistingue la vita monastica, è dunque una tecnica, o meglio, una tecnica spirituale. L’esperienza della dialettica tra l’interiorità e l’esteriorità, il dentro e il fuori, lo spirito e il mondo, viene sottoposta, tramite questa tecnica, a un intenso lavoro, una askesis che elabora le distanze per meglio confrontarsi con la realtà del mondo. Come dire: senza prendere la giusta distanza da un fenomeno, non possiamo conoscerlo né tantomeno agire nei suoi confronti.

I monaci si esercitano a estraniarsi e a distanziare il mondo perché la sua salvezza sia operante attraverso un attento discernimento del bene e del male che vi è contenuto. Il contrario della contemplazione, difatti, non è l’azione o le opere, ma la distrazione e la negligenza. Allo stesso modo, dice Benjamin nel proseguo della X tesi, lui, in quanto contemplatore del teologico-politico, si rende straniero alle forze materiali e spirituali egemoniche del suo tempo e si esilia dal “mondo” perché sia possibile individuarne i vizi che impediscono ai «figli del secolo», si annoti l’espressione teologica, di riconoscere le scintille di regno già presenti e farle esplodere nella storia. Vizi che egli enumera e chiama per nome: fede cieca nel progresso, fiducia immotivata nella massa, gregarismo di partito e conformismo dottrinale.

Quello che è interessante mostrare è che Benjamin arriva a padroneggiare la tecnica dell’estraniamento tanto perché l’ha studiata fin dalla gioventù, quanto perché ha praticato un’intera esistenza a immagine di un monaco errante e mendicante, seguendo una vera e propria regula vitae che lo ha condotto a una genuina espressione profetica.

In questo breve scritto vorrei brevemente illuminare questa tecnica spirituale che attraversa per intero la storia d’Occidente, dai primi monaci agli ultimi rivoluzionari. Poiché mai come oggi se ne è avuto così bisogno, e mai come oggi se ne è avuta forse l’opportunità.

 

Già e non ancora

Sebbene vi sia chi ha parlato del monachesimo come un dato antropologico universale, ad esempio anche il monaco buddista trova come primo grado della sua ordinazione la pabbajja, cioè la rinuncia a tutti i propri legami familiari e sociali, ciascuna tradizione ha naturalmente la propria specificità, corrispondente alla sua storia, al suo sistema di credenze e ai suoi modi di essere. Ora, il cristianesimo, a differenze di altre forme religiose, si realizza nell’esperienza che il cristiano fa della vita nel mondo in polemica con la «legge» mondana, ed in questo preciso senso il cristianesimo è una religione storica. Il difficile ma fiducioso incontro tra immanenza e trascendenza è la cifra irriducibile dell’essere al mondo del cristiano.

È dentro l’orizzonte della propria vita, nel suo rapporto al mondo e agli altri, che si svolge, per il cristiano, la storia della salvezza. Diceva infatti il giovane Heidegger che il cristianesimo è una religione del «come fare», del come dell’«attuazione», più che del «che fare», la quale è una domanda sempre in vista di una realizzazione nel futuro: il come vivere adesso, qui e ora, è la sua questione[1].

Il sentimento di estraneità al mondo-così-come-è procede dunque, e inevitabilmente, dalla stessa conversione del singolo: una volta preso coscienza della verità, che per lui equivale alla vita stessa, il cristiano non potrà che vivere ovunque che come uno straniero, al limite come un tipo di «straniero residente» per dirla con Donatella Di Cesare. Non si insisterà mai abbastanza su quanto il concetto di estraneità sia importante dall’ebraismo al cristianesimo fino a Hegel, Marx e oltre. Jacob Taubes nel suo Escatologia occidentale ne fa la prima parola della tradizione apocalittica: «A partire dalla parola originaria “estraneo”, e dal tema dell’autoestraniazione in essa contenuto, derivano tutti gli altri vocaboli e tutti gli altri motivi dell’apocalittica». In questo primo suo studio Taubes, come molti altri, confonde la dimensione apocalittica e messianica nell’escatologia, mentre in effetti esse indicano due temporalità che, sebbene comunicanti tra loro, hanno un valore differente. Tutti gli indici temporali messianici che troviamo nei vangeli o nelle lettere di Paolo devono quindi essere rapportati a quel «come vivere» e non al «quando», o meglio quest’ultimo avverbio viene riassorbito nel primo sintagma, tanto più quando le scritture parlano della parusia, del regno o del messia: il futuro evangelico è chiaramente e radicalmente eterogeneo a quello cronologico della storia lineare ed è felicemente espresso nel celebre detto «già e non ancora».

                                                                                                         Vittorio Carpaccio, San Paolo

È anche per questo che è fuorviante porre l’escatologia cristiana all’interno di uno sviluppo storico che ne farebbe una semplice variante dell’apocalittica persiana e poi ebraica, poiché quella cristiana, presentificando la liberazione, ne è una radicale riforma. Senza queste minima accortezza metodologica non si riuscirebbe a comprendere neanche la nascita del monachesimo cristiano, a proposito del quale si potrebbe facilmente dire, ed è stato fatto, che sia possibile inserirlo in una storia che vede come suo modello la forma di vita dei cinici greci e tuttavia, ancora una volta, ci sfuggirebbe del tutto l’originalità del fenomeno se lo appiattissimo nella continuità di una tradizione preesistente. Diremo anzi che il monachesimo appare e vuole farlo, tra il III e il IV secolo, come una differenza, come una estraneità in lotta con il mondo e con qualsiasi tradizione precedente. Il monaco e la monaca sono coloro che vivono con consapevolezza e intensità il tempo che resta tra il già e il non ancora.

Scandalosa separazione

Dagli inizi fino ad oggi il monaco e la monaca appaiono in effetti allo sguardo secolare come una «stranezza»: degli strani individui che indicano attraverso la loro strana forma di vita qualcosa di altrettanto strano. Per la società odierna sono a tutti gli effetti dei dropouts, come venivano definiti i beatniks e gli hippies negli anni Sessanta. In un mondo come il nostro, dove la socializzazione metropolitana è arrivata a un punto di saturazione massimo e, come scrive Mario Tronti, lo spirito borghese ha colonizzato le anime, la forma di vita monacale appare non solo strana ma scandalosa, poiché monachos vuole dire «solo». Tuttavia si tratta di solitari che vogliono arrivare a vivere con degli altri come «un’anima sola e un cuore solo», come recita la regola monastica di sant’Agostino che, a sua volta, riprendeva quella dei primi apostoli. Heiner Müller, il drammaturgo della RDT erede di Brecht, d’altronde sosteneva con piacere che è la solitudine e non il collettivismo a essere la più intima dimensione del comunismo. Solitudine e comunismo, ecco un tema tanto ricco quanto inesplorato.

Il concetto di xeniteia, l’estraniamento, è dunque il primo passo che si deve compiere per diventare un monaco. Se non ci si fa stranieri al mondo, se non ci si separa dalla propria famiglia e dalla propria patria, se non si interrompe il corso normale della propria esistenza, se non si sta persino nella propria lingua come fosse straniera, se non si incontra la vera solitudine e la vera comunità, non si può essere monaci e dunque non si può abitare, radicarsi, nella verità. Come se a una pratica di violenta desoggettivazione corrispondesse una intensificazione della soggettività. Potremmo dire che questo del farsi stranieri è il primo terreno di lotta sul quale si dispiega la vicenda escatologica del monachesimo, la quale appunto è combattimento oltre che contemplazione, non a caso xeniteia/peregrinatio è una parola che proveniva dall’ambiente militare, indicando il soggiorno del mercenario fuori dal proprio paese. In un certo modo il monaco rovescia questa situazione, cioè passa dall’essere un mercenario nel proprio ambiente originario, dovendosi lì occupare di cose che non lo concernono e a cui si sente estraneo, a un altro genere di militanza che prende il suo significato esattamente nel liberarsi da quella servitù verso un mondo ostile. Roland Barthes, commentando questo significato della parola in un suo corso del 1977 al Collège de France, intitolato Comment vivre ensemble e che aveva al centro l’analisi del monachesimo antico orientale, si chiedeva ironicamente se non fossimo tutti dei mercenari in questo mondo, pagati per avere a che fare con cose che sentiamo estranee. Certo, quella del cristiano, come tutti i concetti della sua tradizione, è una lotta paradossale in quanto, come diceva all’indomani della Liberazione Camillo de Piaz, frate servita e partigiano, dev’essere un «saper lottare amando». Diremmo, parafrasando il detto di un altro celebre combattente, che è un lottare «senza perdere la carità».

                                                                                               Claire Fontaine, Stranieri ovunque

Di questo aspetto singolare del «come» cristiano se ne occupò seminalmente il pastore protestante Victor Monod in un articolo del 1936, dedicato però specificamente alla conversione, e quindi l’archeologo e storico del cristianesimo orientale Antoine Guillaumont, nel 1967, con l’articolo Le dépaysement comme forme d’ascèse dans le monachisme ancien. L’autore sostiene in questo articolo che lo sradicamento, l’abbandono del suolo natio e del proprio ambiente familiare indica la frattura che corrisponde all’inizio della nuova vita del monaco: «il cambiamento di vita è legato a un cambiamento di luogo». È anche per questo che la traduzione latina di xeniteia, cioè peregrinatio, acquisterà col tempo una significazione autonoma, indicando il viaggio alla volta di un luogo santo che trasforma la vita di chi lo compie, alterandone però il significato che aveva all’inizio, ovvero quello di farsi stranieri nella vita di tutti i giorni, mentre il pellegrinaggio è un evento eccezionale nella vita del fedele e ricopre in essa solo una piccola, per quanto importante, porzione.

Nella tradizione dei Padri del deserto il primo passo, per chi intraprendeva il cammino del monaco, consisteva quindi nel lasciare la propria patria per recarsi in un luogo straniero. A volte, nella letteratura monastica antica, viene specificato che meglio ancora sarebbe se ci si reca in un luogo del quale non si conosce la lingua. La scelta del deserto, anche per i suoi richiami biblici, è quasi naturale poiché, scrive Taubes in Escatologia occidentale: «Il deserto è la via per sottrarsi al dominio di questo mondo».

Quindi il monaco dovrà anche rinunciare ai suoi beni materiali (apolagê), pratica evangelica che indica il rendersi estranei rispetto alla propria stessa identità sociale e che, insieme alla xeniteia topologica, mette il monaco sulla strada dell’esicasmo, dove hésychia significa la dimensione esistenziale della pace interiore, della tranquillità dell’animo. Separarsi dalle “cose”, rompendo l’incantamento e l’attaccamento che producono sul soggetto, è una delle prove maggiori da affrontare. Vi è una scena di un vecchio film di Robert Bresson, Les anges du péché, nella quale una monaca dice alla novizia che gli domandava accoratamente di poter trattenere con sé alcuni piccoli oggetti appartenenti alla sua vita nel “mondo”, che sono proprio le piccole cose a rivestire un maggiore pericolo, poiché sono quelle che impercettibilmente appesantiscono l’anima impedendole di errare liberamente. Lo stesso Benjamin, d’altra parte, nel suo discutere dell’abitare parla di un modo positivamente distruttivo contrapposto all’abitare borghese, cioè quell’abitare che «spazza via progressivamente gli oggetti che ne costituiscono il punto d’appoggio». La xeniteia, come tecnica spirituale, permette così di rovesciare l’alienazione: l’estraneità può risolversi in autonomia.

È importante non stancarsi di precisare che ciò di cui stiamo parlando non sono semplicemente dei concetti, delle dottrine, dei precetti astratti, ma delle pratiche, qualcosa che il soggetto che vuole accedere alla verità della sua fede deve compiere realmente, qualcosa di cui deve fare esperienza: mai scambiare la spiritualità per uno spiritualismo. Non è fuori luogo richiamare qui le pagine di Michel Foucault sulla nozione di spiritualità, raccolte nell’edizione del suo corso L’ermeneutica del soggetto, dove il filosofo francese distingue la spiritualità dalla filosofia proprio facendo appello al fatto che si tratta di un insieme di pratiche attraverso le quali il soggetto modifica se stesso. Non dimentichiamo poi, a proposito di lotta, che lasciare la patria voleva dire, per chi abbracciava la vita monastica nei primi secoli dell’età cristiana, fuggire gli obblighi imperiali, in primis servizio militare e tasse. Allo stesso momento, è risaputo che coloro che si recavano nel deserto lo facevano anche in polemica con la contemporanea integrazione del cristianesimo nella struttura di potere imperiale, una tensione con le strutture istituzionali della Chiesa che in verità non ha mai smesso di esistere, nonostante la successiva sempre maggiore clericalizzazione del monachesimo. Il monaco era ed è dunque colui che fa un passo di lato ed entra in un processo di disidentificazione in relazione allo stato del mondo per il regno di Dio. E questa operazione, allora come oggi, è un’operazione pratica, un «come fare».

È comunque lo stesso Padre della chiesa Evagrio Pontico a chiarire che, ancora più che a un luogo, la xeniteia è legata a una condotta, un modo (τρόπω) di vivere che vuole che il gesto di estraniarsi sia ripetuto nel corso dell’esistenza, che diviene così una vera erranza spirituale. È che l’estraneità dev’essere un ethos, un modo di vivere in rapporto al mondo, piuttosto che un continuo essere in movimento da un luogo a un altro che invece rischierebbe di avere l’effetto inverso a quello ricercato, considerazioni che condurranno più tardi a imporre ai monaci il voto della stabilitas. In definitiva, l’importante è conservare il sentimento di essere sempre e ovunque uno straniero, il che vuol dire che non è propriamente esatto dire che i monaci che fanno vita comune costituiscano una “famiglia”, poiché lo spirito della xeniteia impone al monaco di curare l’arte della distanza anche lì dove vive con i suoi amici nello spirito. Infatti un altro argomento da approfondire sarebbe quello dell’amicizia che, dai primi monaci ad Agostino e fino ad oggi, non smette di avere un potente ruolo nello svolgersi delle esperienze di vita in comunione. Ed è significativo che Barthes concludesse il suo corso del 1977 considerando la bellezza della compieta, l’ultima preghiera comunitaria dei monaci prima della notte, poiché, diceva il semiologo, sebbene ci troviamo ad essere stranieri l’uno all’altro c’è un momento nel quale l’amicizia e l’utopia della comunità è presente come non mai: quando con un cuore e un’anima sola ci si unisce per affrontare l’oscurità.

Contro la mondanità

Il modello principale del monachesimo nella pratica del farsi stranieri è Abramo, al quale il Signore disse: «Lascia il tuo paese, il tuo parentado, la casa di tuo padre e va nella terra che io ti mostrerò» (Genesi 12.1). E, seguendo le scritture, questo non significa solo uno spostamento materiale ma, scrive Guillaumont, l’oblio di tutto quello che si lascia, l’attivo dimenticare che permette la conversione spirituale. Quindi è l’esempio degli apostoli, che Gesù stesso disperde nel mondo, a funzionare come modello esemplare per la vita del cristiano. La controversa fuga mundi infine, dovrebbe essere compresa non come un generico estraniarsi dal mondo ma dalla mondanità: non il disinteressarsi delle sorti del mondo e degli uomini, ma il distacco e il conflitto con tutto ciò che è sinonimo di confort, di facilità nel vivere in questo mondo, di compromesso con l’esistente.

Un altro punto di interesse dell’articolo di Guillaumont è quando sottolinea che l’opposto della xeniteia è la parresia (normalmente tradotta con il “parlar franco”) che negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere grazie ai lavori di Foucault in un’accezione del tutto positiva. Nella pratica monastica dei Padri del deserto la sola accezione positiva della parresia è nella relazione con Dio, il solo con il quale può esserci una genuina “familiarità”, mentre per il resto essa va a significare l’eccesso di familiarità, ovvero il comportamento di colui che si sente sempre “a casa sua”, privo di qualsiasi senso della distanza e che non sa tenere a freno la lingua dando così corso al pettegolezzo e alla chiacchiera, inequivocabili segni di mondanità. La questione del linguaggio, del come e del quanto si parla, è affrontata continuamente nei racconti delle vite dei Padri del deserto proprio in quanto potenzialmente portatore di ambiguità, di arroganza, di dissidio e di dispersione. Barthes nel suo corso proponeva dunque, a differenza di Foucault, di intendere la parresia come una «forma dogmatica del linguaggio». Più che con il discorso, il monaco mostra con la propria forma di vita il «come fare». Inoltre, come mostrano le stesse Tesi benjaminiane attraverso il celebre manichino del materialismo storico azionato internamente dalla teologia, è spesso preferibile una dissimulazione per guadagnare lo spazio e  il tempo di una possibile vittoria. Allo stesso modo il monaco, per evitare la vanagloria e l’esposizione alla curiosità della gente, è spesso invitato a nascondere la propria forma di vita, ed è uno dei passi più celebri dei detti dei Padri del deserto quello in cui si racconta di un monaco e una monaca che vivevano come fratello e sorella e si esibivano per le strade come saltimbanchi, così che tutti li prendevano per degli sciocchi o dei folli mentre loro potevano continuare nascostamente la loro vita di ascesi.

Pavel Svedomsky, Folle in Cristo

A questo proposito si potrebbe anche dire che in questo genere di combattimento vi è una regola che dice che c’è una Verità per tutti e delle verità per alcuni. Praticare la regola contraria, ovvero che vi sono verità per tutti e la Verità sarebbe solo per alcuni, è invece una tipica perversione che ha attraversato tanto il cristianesimo quanto il comunismo.

Privilegio del gesto

In definitiva la xeniteia esteriore, per esempio il lasciare il proprio paese, è funzionale alla vera estraneità che è innanzitutto di ordine spirituale, perciò il monaco è considerato colui che pur vivendo nel mondo ne è estraneo. Si potrebbe pensare che questo atteggiamento non sia così diverso da quello degli gnostici, laddove la gnosi consiste nel comprendere l’estraneità ontologica dell’uomo rispetto al creato, mentre in realtà è molto differente, a partire dal fatto che per lo gnostico tutto avviene al livello della conoscenza: una volta che l’iniziato ha compreso la sua situazione cosmica la gnosi è raggiunta, mentre il monaco è costantemente in lotta con sé e il mondo proprio perché lui appartiene al creato. Inoltre, e in maniera fondamentale, mentre la gnosi prevede che sia possibile perseguire la salvezza, anzi la “perfezione”, il “diventare Dio” con i propri mezzi individuali, il monaco sa bene che la liberazione, che per lui è la santità piuttosto che la perfezione, può venire solo con l’apporto della grazia: nessuna ascesi, nessun esercizio spirituale, nessuna conoscenza potrà mai essere sufficiente alla salvezza, la quale ha bisogno di un intervento esterno. Cosa che a livello dell’escatologia è espressa molto bene da Benjamin nel celebre Frammento TeologicoPolitico: «Solo il Messia stesso compie ogni accadere storico e precisamente nel senso che egli soltanto redime, compie e produce la relazione fra questo e il messianico stesso». Non divenire Dio, ma l’avvento del suo regno è qui in questione.

Regula emblematica Sancti Benedicti – 1783 

Inoltre, mentre è possibile pensare agli gnostici come degli spiritualisti, lo stesso, come già detto, non è possibile dire per i monaci cristiani, i quali devono praticare una forma di vita irriducibile alla conoscenza per accedere a quella dimensione di unità alla quale aspirano. Ed è perciò che possiamo intendere la vita monastica come una vita all’insegna non della propria parola, non della conoscenza intellettuale, ma della Parola che insufflandosi nella vita si fa gesto. Da qui deriva la liturgizzazione integrale della sua vita, in modo tale che il suo gesto estraniante ed estremo, ripetuto quotidianamente, incessantemente, fa della vita del monaco una vita in stato d’eccezione permanente e, in effetti, cos’è il vangelo se non l’annuncio di uno stato d’eccezione permanente del mondo?

Le raccolte di storie di vita dei Padri del deserto vengono chiamate «detti e fatti» proprio a indicare che il discorso di per sé non è sufficiente, anzi è spesso fuorviante, mentre è l’esemplarità della vita monastica, che si esprime attraverso i suoi gesti, a dover essere meditata attentamente. Gli stessi “detti” sono figure di un fare, indicano delle condotte, non sono mai vuoti esercizi dottrinali. Ed è attraverso questa mistica del gesto che adesso ci rivolgiamo nuovamente alla vicenda moderna contrassegnata dai nomi di Brecht e Benjamin, la quale potrebbe farci comprendere qualcosa in più di quello che per noi può ancora significare praticare la xeniteia.

Benjamin chiude, davvero brechtianamente, il suo articolo Bert Brecht interrompendolo e invitando i lettori a proseguire da soli il ragionamento magari, scriveva, con l’aiuto di una buona libreria e anzi «forse più a fondo se ne farete a meno». È come se Benjamin volesse attirare l’attenzione sul gesto dell’interruzione, consigliando di non farsi troppo incantare dalle sirene della conoscenza. L’interruzione del testo o di un’azione infatti permette al lettore o al pubblico di distanziarsi dalla continuità, riportare il tutto all’esperienza e così di guardare alla situazione da un di fuori particolare, quello dovuto appunto all’autoestraniamento. Nello spazio di questa interruzione/estraniazione è contenuta la possibilità di prendere posizione di fronte al mondo, cioè la possibilità di un evento.

È così che alla «letteralizzazione di tutti gli aspetti della vita», formula che Benjamin trae dalla sua meditazione sul teatro epico, corrisponde in qualche modo la liturgizzazione della vita monastica, in virtù del fatto che attraverso questi mezzi viene solo mostrato qualcosa, dei fatti sui quali prendere posizione o attraverso i quali cercare quella verità che ci farà liberi, ma questo può essere compiuto solo attraverso l’estraniazione alla quale vengono in aiuto le diverse tecniche, tanto quella teatrale che quella liturgica e nulla è maggiormente estraniante del tono con il quale, spesso accolto da un salutare fastidio dell’auditore, viene celebrato il culto da parte del prete o del monaco.

Non è mai la “lettera”, per quanto irrinunciabile, di per sé a designare il senso ultimo, ma è solo l’esperienza che della Parola si fa nella vita a portare alla comprensione, al discernimento e dunque alla presa di posizione. È nella vita che soffia lo spirito, è nella vita che riconosciamo o rinneghiamo la verità, è nella vita che troviamo le tracce del regno.

[1] Negli anni più vicini a noi, al tornante del millennio, è la rivista Tiqqun – all’epoca definita da Giorgio Agamben “una rivista messianica” – ad aver affrontato, in relazione ai movimenti rivoluzionari, in maniera forte la questione del “come”: «Come fare? La questione del come. Non di ciò che un essere, un gesto, una cosa è, ma di come è ciò che è. Di come i suoi predicati si rapportano a lui. E lui a essi. Lasciar essere. Lasciar essere il divario tra il soggetto e i suoi predicati. L’abisso della presenza». E siccome affrontiamo in questo articolo la questione dell’estraniamento, è notevole che Tiqqun parta in questo scritto dal fatto che «Tutto ciò che è sociale ci è diventato estraneo».