Lunatico Agosto/Settembre

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

di Bianca Bonavita

Il segreto di agosto sono gli angoli di luce che iniziano a farsi più vicini alla terra; c’è un che di amaro nell’avvedersi in piena estate del declino che riaffiora.

Agosto inizia con casse di pomodori da salsa in attesa in cantina.

Acqua bollente, ramina e mestolo: si armeggia come streghe intorno al pentolone. I pomodori da salsa si lavano, si tagliano in 2/3 pezzi  e si buttano dentro una grande mastella da cui vengono poi prelevati per buttarli nell’acqua bollente. Il tempo che si ammorbidiscano appena e si tirano su con la ramina lasciandoli a scolare dall’acqua il più possibile. Più scolano, più densa verrà la salsa di pomodoro. Quando si ritiene che si siano sufficientemente liberati del liquido in eccesso, si passano. A mano se sono pochi, con apposite miracolose passapomodoro, addirittura elettriche, se sono tanti. Una volta passati, si imbottigliano. Importante lavare e sterilizzare bene le bottiglie che conterranno la passata: dopo averle lavate col sapone e sciacquate, metterle in forno a 150° per circa 20 minuti. Il procedimento serve per sterilizzare e igienizzare le bottiglie. Poi appena freddatesi, possono accogliere la passata. Prima di chiudere (usare tappi nuovi), mettere una piccola presa di sale grosso e volendo una foglia di basilico o prezzemolo.

Stringere bene le bottiglie, fasciarle col tessuto, in modo da evitare il contatto tra vetri che potrebbe far scoppiare le bottiglie durante il processo di bollitura, e porle in un grande pentolone vuoto, fianco a fianco. Colmare il pentolone con acqua fredda fino a ricoprire completamente le bottiglie. Consigliabile mettere una bella pietra pesante (o comunque un nel peso) sulle bottiglie per evitare che si muovano o emergano durante la bollitura. Porre sul fuoco col coperchio e portare a ebollizione. Bollire per circa 30 minuti. Spegnere il fuoco e fare raffreddare nel pentolone, sopprimendo la tentazione di tirarle fuori bollenti. E’ nel tempo di raffreddamento che le bottiglie andranno sottovuoto e, una volta estratte dall’acqua, si conserveranno per più di un anno.

Un orgoglio vederle tutte allineate sugli scaffali della cantina come una grande “armata rossa”, pronta per affrontare il  “generale inverno”!

Entro la prima metà del mese finiamo di trapiantare gli ortaggi autunnali: finocchi, cavoli, sedani, radicchi e lattughe. A inizio mese si possono ancora seminare fagiolini per avere un raccolto ad ottobre e si può anche azzardare una semina di zucchine sperando in un clima mite e non troppo umido.

Agosto è tempo di muovere la terra e di iniziare a prepararla alle semine autunnali. Le raccolte estive sono terminate e il campo, tra stoppie ed erbe selvatiche rinsecchite, sembra una casa disadorna e abbandonata. Un tempo erano i buoi a solcare quel mare arido e dorato, ora sono le macchine a colorare di bruno il paesaggio. Quelle macchine che hanno alleviato la fatica ma che hanno anche contribuito all’estinzione delle civiltà contadine.

In un piccolo orto è consigliabile aspettare che le prime piogge di settembre ammorbidiscano la terra per vangare il pezzo che si vuole destinare alla semina di agli, cipolle, piselli e fave.

Ma se l’appezzamento è grande, dà un reddito e si vuole anche seminare un po’ di grano per avere la propria farina, è necessario avvalersi di un trattore e anticipare le piogge. Se c’è del letame a disposizione, è buona cosa spargerlo ora sulla terra prima della sua lavorazione.

In agricoltura naturale si tende a non usare lavorazioni profonde che rivoltano la terra come l’aratura, a meno che non siano necessarie, per evitare di sotterrare l’humus. E’ preferibile attaccare al trattore una vangatrice che lavora più superficialmente, arieggia e non ribalta.

Dopo il lavoro si ha l’illusione che l’incolto sia stato domato e allora la terra nuda di pietre terrose può attendere quei bastimenti settembrini di nubi che la scioglieranno dalla morsa dell’estate per consegnarla al graffio gentile dell’erpice. Poi, farina, sarà di nuovo pronta per il seme.

A fine agosto è un buon momento per rinnovare la fragolaia.

Trapiantando ora si avrà un buon raccolto già dal maggio successivo.

Le nuove piantine, o gli stoloni presi dalle vecchie piante, si trapiantano a una distanza di circa trenta centimetri sulla fila e tra le file. Le fragole non amano i ristagni d’acqua quindi è spesso consigliato creare delle baulature rialzate atte a favorire lo scolo. Temendo anche l’attacco delle erbe selvatiche di solito vengono coltivate con una pacciamatura, che può essere di paglia, plastica o materiale biodegradabile. Per avere un buon raccolto la primavera che verrà c’è chi consiglia di asportare gli eventuali fiori che spunteranno in autunno. Ma è anche bello mangiarsi le fragole a ottobre…

Settembre è buono quando inizia con fortezze di nubi dall’oceano a inondare i campi d’acque nuove dopo mesi di siccità. E se l’acqua porta disastri, il più delle volte non fa che portare alla luce disastri avvenuti da tempo che portano i nomi di profitto, cemento, devastazione ambientale, rapacità e abbandono delle terre marginali.

Se settembre è piovoso l’orto autunnale sarà rigoglioso e a rischio lumache. Le più insidiose sono le limacce, più difficili da raccogliere e allontanare. Per contrastarle si sentono tante storie, dal fosfato ferrico a un perimetro di cenere a una ciotola di birra.

Per le larve di cavolaia sui cavoli se l’orto è piccolo basta schiacciare le piccola uova gialle sopra o sotto le foglie prima che nascano i bruchi. Se la coltivazione è più grande si può usare il bacillus turigensis per lepidotteri.

Inizio settembre si possono ancora seminare ravanelli, cime di rapa, rape, senape, rucola e spinaci.

Ma settembre è soprattutto il mese del mosto, che è bello incontrare per caso nell’aria davanti alle aie sopravvissute.

Noi ci prendiamo cura di un vecchio moribondo vigneto di trebbiano e albana (un vitigno tipico della Romagna da cui si ricava anche un buon passito). Di solito vendemmiamo intorno al dieci del mese. Quest’anno il raccolto è scarsissimo per via di una grandinata primaverile. Ma la poca uva rimasta è di alta qualità.

Unendo insegnamenti di alcuni bravi vignaioli abbiamo con gli anni imparato a fare un vino sincero e senza pretese.

Essendo uve bianche le pigiamo con una pigiadiraspatrice che separa i graspi e lascia cadere nel tino soltanto gli acini. E’ in questa fase che di solito si utilizzano i solfiti. Noi non li usiamo e  il vino non ci è mai andato a male per questo. Finita la pigiatura copriamo il tino con un lenzuolo e attendiamo tra le 24 e le 48 ore massimo per effettuare la svinatura, ovvero la separazione del mosto dall’uva. (Per il rosso questa fase dura di solito almeno cinque giorni affinché il vino abbia più corpo e colore). Prima di svinare eliminiamo il cappello, ovvero le uve rimaste a contatto con l’aria e inacidite. In alternativa è d’uso sommergere il cappello tre/quattro volte al giorno per evitare l’inacidimento.

Quando il mosto ha finito di colare nelle damigiane togliamo le uve dai tini e le passiamo nel torchio. Ed è sempre sorprendente vedere quanto ci sia ancora da spremere. La ciambella di bucce che ne resta viene sparsa nel frutteto e pare che un tempo, dall’uva rossa che si pigiava anche con le graspe, si facessero mattonelle secche per accendere la stufa.

A questo punto noi lasciamo il mosto in damigiana coprendo la sommità solo con un sacchetto, lasciandola vuota ben prima del collo cosicché ci sia l’aria sufficiente per la bollitura, fino a quando non ci sono più segni apparenti di fermentazione (può durare anche alcune settimane). Più in là si interrompe la fermentazione più sarà secco il vino. Ma le uve di albana sono talmente dolci che non ci è ancora riuscito ottenere un vino veramente secco. Comunque quando la fermentazione è cessata travasiamo il vino in altre damigiane questa volta riempiendole fino al collo e tappando. Da qui inizia il periodo dei travasi, atto a illimpidire e purificare il vino, che si protrae almeno fino a fine anno quando, dopo l’ultimo travaso, si sigilla il nettare con due dita di olio enologico per proteggerlo nel lungo periodo dall’aria acetificante.

A marzo, in luna calante e in giornate senza vento, ché non s’agiti troppo, si potrà imbottigliare.

Ma settembre per qualcuno è anche tempo di iniziare a pensare di pulire l’oliveto per preparare la raccolta e un pensiero va anche agli amici di montagna che arrampicati sui pendii sprimacciano cuscini e rifanno letti di terra e di foglie ai ricci che traballano sui vecchi castagni.

Settembre si contano i morti e i feriti sul campo di battaglia dell’estate. E’ possibile che un male nuovo sia spuntato ad una spalla e che quello vecchio in qualche luogo più segreto si sia acuito.

Settembre è tempo di raccogliere le forze per affrontare l’inverno, per questo c’è aria di tregua nell’aria, per questo arriva lieve l’autunno. E’ il mese più bello per pensare rivoluzioni.

Sarà un mestiere duro quello dell’ascia.

MALEDETTO YORKSHIRE

di Il Duka

                   “Ripetizione. Ripetizione.

Campi di sconfitta e campi d’odio, campi di sangue e campi di guerra.

Il loro sport sui muri, il loro sport sul pavimento.

Milton! Dovresti essere vivo adesso: l’Inghilterra ha bisogno di te…

Nella sua epoca delle ombre.

Sulle nostre gradinate, nelle nostre gabbie, dal Purgatorio, noi guardiamo,

Con le nostre ali che non possono volare, le nostre lingue che non possono parlare:

<<Distruggete la sua politica! Distruggete la sua cultura! Distruggete lei!>>.

Ma le nostre ali sono inzuppate di catrame, le lingue pesanti della sua moneta,

Questa sera lei pranzerà di nuovo sulle nostre schiene spezzate, sui nostri cuori infranti.

Nella sua dimora delle ombre.

Siamo uomini egoisti: Oh, Blake! Orwell! Sollevateci, tornate da noi.

Queste guerre civili di cuori incivili, divisi e ora maledetti.

Il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere.

   A Elland Road, mi sedetti e piansi; D.U.F.C.(Damned United Football Club)”   

                                                                                                David Peace da Il Maledetto United     

                                                                     “Calò il martello.

                                                                        Nessun Futuro.”

                                                                                                      David Peace da 1977 

David Peace (nato nel 1967 a Ossett, West Yorkshire, nel Regno Unito) è uno dei più importanti scrittori contemporanei. Uno dei migliori autori della sua generazione (Neil Gaiman, Irvine Welsh, John King, Alex Garland, John Niven) partoriti dal ventre di Albione (dal 1960 al 1972) .

Peace ha uno stile inconfondibile: palpitante, tagliente, dal ritmo inesorabile. Lui reinventa il linguaggio con una scrittura sincopata, fatta di dialoghi folgoranti e ripetizioni esasperate quanto monotona e inasprita è la costrizione alla sofferenza – al male – dei suoi personaggi. Individui a cui non rimane che un unico ago magnetico: l’ossessione. Abitanti di un epoca in cui il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere, dove il tempo è scandito da un mantra che si ripete a intervalli. Un ritornello che urla No Future.

Peace redige opere letterarie in grado di descrivere il territorio. Nei suoi romanzi svela l’orrore nascosto, l’orripilante mostruosità che non viene riportata dalla narrazione ufficiale. Verità che nella storia  i grandi poeti di corte – compreso Shakespeare – sempre pronti a leccare i culi di regine e re  non hanno mai declamato nei loro versi sublimi.

Come un antico bardo non ha paura di cantare il suo Yorkshire per quello che è: una terra di merda. Una landa tutta pioggia, venti gelidi, umidità, moquette ammuffite, pudding, città morte abbandonate ai corvi, vetri rotti di decadenza industriale, ciminiere più alte dei campanili, minareti più alti delle ciminiere.

Lo scrittore in Red Riding Quartet (edito il Saggiatore) mette in scena una tetralogia rivoluzionaria. Quattro romanzi, scritti tra il 1999 e il 2002 – intitolati: 1974, 1977, 1980, 1983.

Storie che raccontano – attraverso molteplici punti di vista – una nazione violenta, intollerante e corrotta. Un paese segnato dalla sconfitta della working class e dalla vittoria della lady di ferro Margaret Thatcher.

Dave Peace, basandosi su fatti realmente accaduti, affonda la sua penna come una lama dentro la carne marcia della Gran Bretagna.

Un estremo capolavoro. Allucinante come le tele di Francis Bacon.

In Red Riding Quartet  la scrittura è attenta alle sfumature climatiche e urbane del territorio e il genere noir – come in quello classico losangelino – diventa lo strumento per raccontare lo spaccato sociale di un paese e i suoi luoghi più decadenti.

“Virtualmente unica tra le grandi città americane, Los Angeles manca tuttora di una storia municipale erudita; un vuoto di ricerca che è diventato complice di clichés e di illusioni. I capitoli che avrebbero potuto completare e aggiornare Southern California Country sono assenti. Los Angeles preferisce piuttosto interpretare il suo passato attraverso una vigorosa fiction chiamata <<noir>>.” (Mike Davis da La Città di Quarzo)

Peace ci racconta uno Yorkshire a tratti simile alla Los Angeles descritta nella letteratura  hardboiled, unica differenza: sull’isola di Albione non splende mai il sole.

“Da Mount Hollywood Los Angeles appare quasi bella, avvolta in una bruma di colori  cangianti. In realtà, e malgrado tutto il sole salutare e le brezze dell’oceano, è un posto cattivo: pieno di gente vecchia e morente, nata vecchia da stanchi pionieri, vittime dell’America; pieno di curiosi fenomeni naturali, culti religiosi decadenti e falsa scienza, e di imprenditori selvaggi che, con l’unico obiettivo di un profitto facile, sono destinati al fallimento e a trascinare con sé moltitudini di persone: una giungla” (Louis Adamic).

La sua Inghilterra del nord è un luogo maledetto dominato da sbirri corrotti e assassini, palazzinari speculatori, preti pedofili e esorcisti, giornalisti conniventi e propagandisti, politici disonesti e criminalità organizzata. Tutti agenti di un potere occulto – a metà strada tra loggia massonica e setta satanica – che governa una terra di merda  Il loro motto è Qui siamo al nord e facciamo quello che ci pare!”

1974 primo romanzo della tetralogia – nonché opera prima dello scrittore – valse a Peace gli elogi della critica e un accostamento al cane indemoniato della letteratura americana: James Ellroy.

Con Elroy – sessanta anni dopo le prime short stories uscite sulle riviste Black Mask e The American Mercury, che segnalavano l’apparizione del genere – il noir losangelino rompe con la propria tradizione, quella che ha in Chandler il suo maggiore esponente, trasformandosi in delirante parodia. Il suo Los Angeles Quartet (Dalia Nera, Il Grande Nulla, L. A. Confidential, White Jazz) ricostruisce la storia della città degli angeli come un continuum di scandali politici, droga, omicidi, prostituzione, crimini sessuali e congiure sataniche. Nei suoi romanzi non c’è luce né ombre, regna l’oscurità assoluta.

Cari lettori, se siete sopravvissuti al pippone che vi ho attaccato, abbandono le spiagge assolate della California del sud per ritornare alle umide brughiere dello Yorkshire, per raccontare brevemente le trame dei quattro volumi.

                                                                         1974

Edward Dunford, giovane corrispondente di cronaca nera per il l’Inghilterra del nord dell’Evening Post, dopo avere fatto centro con l’articolo sull’acchiappatopi è a caccia di un nuovo scoop. Ed vuole confermare il suo talento e affrancarsi della presenza ingombrante del pluripremiato giornalista Jack Whitehead. La scomparsa di Claire Kemplay – una bambina di dieci anni – gli offre l’occasione per un nuovo colpo giornalistico. La ragazzina viene ritrovata morta e brutalmente seviziata in una discarica vicino un cantiere edile di proprietà del palazzinaro John Dawson. Edward, ossessionato dalle foto del corpo brutalizzato di Claire, inizia la sua inchiesta giornalistica. La sua investigazione si spinge in aree pericolose, scontrandosi con il direttore dell’Evening Post e con gli altri colleghi di lavoro. Nel frattempo il suo amico il giornalista Barry Gannon muore improvvisamente in modo misterioso. Dawson inizia a macinare chilometri in auto  – sulla sua strada degrado, miseria, prostituzione, violenza e corruzione – sotto una pioggia costante senza mai dormire e mangiare. Il solo momento di tregua è davanti una pinta di birra e un bicchiere di whisky. Nella sua ricerca della verità scopre uno Yorkshire disseminato di altre bambine scomparse. Una gelida e umida landa che puzza di morte. Edward pone quesiti, fiuta piste che conducono a porte che devono restare chiuse. Viene scacciato dalle case dove bussa, insultato dalle persone a cui fa domande, più volte pestato e incarcerato dalla polizia.

                                                                           1977

La regina Elisabetta si appresta, celebrando il giubileo, a festeggiare venticinque anni di regno. Mentre in tutta la nazione – provata da continui scioperi e dagli attentati dell’IRA – fervono i preparativi per allestire la ricorrenza, lo Yorkshire è travolto da una nuova ondata di terrore. Un serial killer si aggira per le strade di Leeds uccidendo prostitute e seminando il panico tra la popolazione. La polizia brancola nel nulla, impegnata com’è a coprire le pustole malate che si annidano all’interno del suo marcio apparato. La storia è raccontata a un ritmo febbricitante e vorticoso attraverso gli occhi di due personaggi: il sergente della omicidi Bob Fraser e il cronista dell’Evening Post Jack Whitehead. Lo guardia intraprende una corsa contro il tempo nella speranza di trovare il mostro prima che lui trovi Janice, la prostituta di cui è innamorato. Al giornalista i delitti dello squartatore gli riportano alla mente altre vittime alle quali non ha reso giustizia. Queste morti riaprono in lui vecchie ferite da dove fuoriescono i fantasmi del passato. “nel 1977 sono disperato, nel 1977 mi sono compagne solo le tenebre, nel 1977 quando i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni, sogni di remissione e di perdono, la fine della penitenza, nel 1977 quando i due sette si scontrano e le ferite sanguinano ancora e i lividi non scompaiono”.

I due protagonisti vivono nell’angoscia. Incapaci di affrontare il nero che tutto avvolge e li circonda. I capitoli di 1977 portano i titoli di canzoni dei Sex Pistols, Clash e Damned.

                                                                         1980

Vigilia di natale, in una Leeds in rovina dove le cattedrali industriali dismesse e abbandonate suonano campane a morto per la società fondata sul lavoro. Lo squartatore ha massacrato la sua tredicesima vittima. Si alzano i livelli di paranoia collettiva. Il mostro potrebbe essere un vicino di casa, un prete della parrocchia, il maestro di scuola di tua figlia, uno sbirro del commissariato di quartiere. La polizia dello Yorkshire non sa come muoversi. Anni di indagini non hanno portato alla cattura dell’assassino seriale. Viene chiamato nello Yorkshire da un altra contea, a dirigere una squadra di super poliziotti impegnati esclusivamente alla caccia al mostro, Peter Hunter vicecapo della polizia di Manchester. Lo sbirro più impopolare – odiato dai suoi colleghi – di tutta l’Inghilterra del nord. Hunter sospetta di una falla nelle ricerche svolte dalla polizia. Sente che la risposta è lì, in mezzo alle prove e le carte delle indagini, deve solo riuscire a identificarla. Peter segue compulsivamente le sue piste – tra amori clandestini, sesso e sangue –  in uno scenario da film horror. Trasformandosi nel corso della battuta da cacciatore a preda

                                                                            1983

Hazel Hatkins, una bambina di dieci anni, scompare nel nulla all’uscita di scuola. Il caso richiama alla mente gli stupri e omicidi di ragazzine avvenuti nel 1974. Per questi crimini la polizia aveva arrestato un uomo malato di mente, Michael Myshkin. Maurice Jobson, detto il Gufo, sovrintendente capo della polizia di Millgarth (Leeds, Yorkshire) viene assalito dal dubbio di avere condannato l’uomo sbagliato. Si riaprono le indagini. Nel frattempo John Piggot, avvocato di Myshkin, decide di investigare sul caso, convinto dell’innocenza del suo assistito. I due uomini – in una doppia caccia – arrivano a scoprire un circolo di pedofilia e uccisione di minori gestito da…

Non si racconta il finale. Leggete Red Riding Quartet.

Il Maledetto United (edito il Saggiatore) di David Peace è uno dei romanzi più belli che ho letto. E’ il migliore libro scritto sul gioco del calcio. Poche sono le opere che narrano di vicende sportive che risultano davvero riuscite. Tra questi rari casi consiglio di leggere I Mastini del Dallas di Peter Gent e Heartland di Anthony Cartwright. La storia si svolge nel 1974 e raccontata i quarantaquattro giorni di Brian Clough sulla panchina del Leeds United, la squadra che lui da sempre odia. Il corrispettivo – in quegli anni – della nostra Juventus. Una squadra che non vinceva trofei per meriti sportivi. Vinceva perché il Leeds United rappresentava il potere. Una società sportiva ricca e temuta. Una squadra del nord che in campo, durante la partita, poteva fare quello che gli pareva a discapito degli avversari. Il nuovo allenatore vuole cambiare la mentalità della società, dei calciatori e dei tifosi. Non ci riesce. Andrà incontro all’unico fallimento della sua gloriosa carriera calcistica. Una cronaca avvincente e disperata di quei quarantaquattro giorni. Scritto con il suo inconfondibile stile il volume rimbalza tra presente e passato per narrare le notti insonni, tra paranoia, lucidità, alcol e sigarette, di Brian Clough.

Chiudo dicendo che  dopo avere letto questi cinque romanzi di Davi Peace  sono giunto a una conclusione: lo Yorkshire è una terra da bombardare insieme alla Baviera, l’Alabama e la Brianza.

Con Kafka (4)

A che serve la letteratura.

 

Il capitalismo, dove conta solo ciò che si conta, non è solamente la semplificazione, il rigetto della complessità. È anche la perdita di senso, l’assurdità generale di tutto. Che significa la parola lavoro oggi?

 

Kafka in miniera

Quando si legge Una visita nella miniera, un breve racconto di qualche pagina, si fa una strana esperienza. Si seguono tranquillamente dieci ingegneri che discendono nella miniera rispondendo alla richiesta della Direzione che vuole scavare delle nuove gallerie,  descrivendoli uno dopo l’altro.

Uno guarda ovunque, Due prende degli appunti sul suo taccuino mentre cammina, Tre ha la mania di «mordicchiarsi le labbra» per l’impazienza, Quattro con «l’indice sempre levato in aria» parla senza mai fermarsi, Cinque «pallido e debole» preme la mano sulla sua fronte, Sei e Sette camminano curvi, Otto «si inginocchia a volte, nonostante il suo vestito elegante, nel fango, per battere sul fondo» col suo martellino, Nove spinge una carrozzina con degli apparecchi «veramente preziosi, posati su soffice ovatta», Dieci ha l’aria un po’ autoritaria «ma soltanto per amore degli apparecchi». Sono delle figure, dei disegni, delle coreografie. Li si immagina muoversi, come ci si immagina anche l’inserviente che li accompagna e la cui sufficienza fa ridere il narratore.

Ma quando termina il racconto si rimane con un sentimento che si fa fatica a nominare. Non è il furore sarcastico che Marx vi ha rifilato descrivendo ne Il Capitale  la giornata di lavoro di un operaio. Citiamolo: “Quando questo ragazzo aveva sette anni, avevo preso l’abitudine di portarlo attraverso la neve sulle spalle, andando e venendo dalla fabbrica, e lui soleva lavorare sedici ore… Spesso mi inginocchiavo per dargli da mangiare mentre stava alla macchina, perché non doveva né lasciarla, né fermarla”. Oppure: nei reparti di lucidatura “si trovano ragazze dodicenni che lavorano per tutto il mese quattordici ore giornaliere, senza riposo o interruzione regolari, eccetto due o tre interruzioni di mezz’ora, al massimo, per i pasti…” E che dicono i proprietari delle fabbriche?  “Non troviamo che il lavoro notturno e il lavoro diurno facciano differenza quanto alla salute …” (la salute di chi, domanda evidentemente Marx). “Non potremmo farcela (not well do) senza il lavoro notturno di ragazzi sotto i diciotto anni… La nostra obiezione sarebbe: l’aumento dei costi di produzione”.

Non è nemmeno il tono che usa Tchéchov in una altrettanto sorprendete visita in fabbrica. In Una visita medica Tchékhov mette in scena un giovane medico chiamato in compagna per curare la giovanissima erede di una grande fabbrica dove lavorano centinaia di operai. La diagnosi del medico è che questa giovane donna solitaria, intelligente e colta, non ha nulla, assolutamente nulla tranne che un’immensa tristezza davanti allo spreco di vita che rappresenta questa fabbrica: lavoro estenuante, brutalità, sporcizia, tutto questo orrore e per che cosa? Perché la governante francese che vive con l’ereditiera e sua madre possano mangiare dello storione e bere dei vini carissimi. La giovane donna accetta quello che il medico gli dice con gioia e la novella finisce con una nota di speranza: tutto questo finirà, presto finirà.

Kafka invece sceglie di non parlare dei minatori, nomina solamente «la miniera» e descrive in dettaglio le caratteristiche, i comportamenti, le attitudini o le pose dei dieci ingegneri. Incombono allora una serie di domande che non sono formulate ma che afferrano il lettore e scavano in lui un’inquietudine tanto più forte quanto il tono del racconto è leggero, c’è persino una certa allegria nel seguire questi ingegneri, nel rappresentarseli con tutte le loro differenze così finemente descritte, il loro sapere e la loro arte, le loro facezie. Finché ci si rende conto che niente è stato detto sulla natura della miniera né della giornata dei minatori, nemmeno del perché di questa miniera. Questo fuori campo che pratica Kafka fa retrospettivamente di questi dieci ingegneri delle marionette vuote e vane, degli uomini vuoti con la testa piena di paglia, degli «hollow men» dirà Eliot qualche anno più tardi.

Un’estate in Valle

di Maurice de Las Ramaas

In questi giorni con il Campeggio Studentesco No Tav, a Venaus, e la serata di fuochi e Resistenza alla centrale di Chiomonte, si conclude l’estate in Valle.

Un’estate che ha visto migliaia di persone arrivare nei terreni a Venaus  nel luogo dove doveva sorgere il cantiere tav nel 2005 ma che, grazie al popolo No Tav, l’8 Dicembre dopo diverse giornate di lotta che hanno coinvolto tutta la Valle, si è riusciti a liberare cacciando truppe di occupazione e devastatori vari. Si è cominciato a Giugno con l’Hackmeeting di Venaus, e la sesta edizione di “Una montagna di libri nella Valle che Resiste” a Bussoleno, con momenti comuni tra le due iniziative e con i No Tav della Valle che hanno incontrato l’esperienza degli hackers e mediattivisti. Si è discusso delle  schiavitù volontarie della rete, che consumano ogni giorno un pezzo in più della nostra libertà, per analizzare assieme le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e quali stravolgimenti inducono sulle nostre vite reali e virtuali. Si è parlato di controllo, intercettazioni, spionaggio e intrusioni informatiche e delle sperimentazioni realizzate in Valle in anni e anni di occupazione militare.

A Bussoleno tra presentazioni di riviste di lotta e critica del territorio e di libri, sia saggi che  romanzi,  si è discusso: dei cortei di testa, della lotta No Tav e della ZAD di Notre-Dame-des-Landes, dei nuovi volti dei movimenti sociali, della necessità di collegare le lotte, del ruolo dell’immaginario nel conflitto, del  ruolo degli intellettuali, la narrazione tossica, il ruolo del territorio e della comunità. Tutti temi che, arricchiti e maggiormente sviluppati con i temi dell’abitare i territori, la destituzione, l’esperienza di autogoverno in Rojava e il confederalismo democratico, la jineoloji e l’attualità del movimento delle donne curde, si sono svolti nel 18° campeggio No Tav dal 7 al 23 luglio, sempre a Venaus.

Gli stessi ed altri argomenti si sono riproposti in tutti i dibattiti con gli autori di libri presenti nelle giornate del Festival ad Alta Felicità, con una partecipazione (in quantità e qualità) che ha lasciato tutti favorevolmente stupiti. Le iniziative che hanno prodotto i vari dibattiti e la socialità generale e che hanno caratterizzato questa estate non sono mai stati estranei al conflitto in atto con i devastatori del territorio e le truppe di occupazione. Questo, nei giorni del Festival ad Alta Felicità, si è realizzato con le gite sul territorio per far conoscere la storia del movimento, visite ai presidi, i sentieri partigiani, i danni prodotti dall’opera, la mostruosità del cantiere, coinvolgendo così migliaia di persone agli ideali della nostra battaglia. Le altre iniziative, da Una montagna di libri al campeggio degli studenti No Tav, si sono collegate  con le varie pratiche di disturbo al cantiere e alla lotta per la libertà di movimento sul proprio territorio, in Valle come ovunque, senza fili spinati o controlli di documenti, senza zone rosse e frontiere come si e’ fatto L’8 luglio con la  marcia  No Tav verso la Clarea.

L’estate ha visto quindi una partecipazione dei tanti tante e che sono venuti in Valle per le varie manifestazioni e iniziative, ai vari appuntanti di lotta del movimento no tav  come l’aperipranzo alla Colombera  e l’apericena alla Centrale di Chiomonte e le varie passeggiate in Clarea. Alcune serate, hanno visto  le solite reazioni spropositate  da  parte delle forze di occupazione con  il lancio di lacrimogeni e getto di idrante, alle quali si sono contrapposte i fuochi e la giusta resistenza popolare.

Questo insieme di soggetti che hanno popolato la Valle in questa estate con i mega numeri dei giorni del festival e una buona presenza nel corso degli altri appuntamenti, hanno costruito tutti insieme, un’alchimia difficile da descrivere, ma che ci ha parlato di andare oltre i ruoli di organizzatori e fruitori, di condivisione, autorganizzazione e autogestione, di valorizzazione del territorio, di festa, di momenti di socialità, di canti, fuochi, musica, di energia,  di sorrisi, di saper fare. Quel saper fare in cooperazione che ha permesso la riuscita del Festival gratuito e resistente, grazie alla partecipazione attiva di centinaia di valligiani e di volontari in uno spirito generale di condivisone.

Un’estate in cui nelle camminate al cantiere, in un concerto, cucinando, nelle chiacchiere notturne, nella notte dei fuochi, si è sentito quel vento delle Alpi che arriva da lontano, dalle lotte contro l’impero Romano e non solo, ai 700 anni di lotte Occitane, dagli Escarton alle reti di solidarietà e comunanza nei boschi e nei villaggi, dalla Resistenza al movimento degli anni ’70. Un’estate di  Comunità in costruzione. Un’estate in cui si parte e si torna insieme, sotto la pioggia o in marcia verso il cantiere.

Senza divisione tra giovani e anziani, tra buoni e cattivi, come quando di fronte alla narrazione tossica del potere, dopo la giornata del 3 luglio, si rispose in coro “siamo tutti black block”.  Un’estate che afferma  l’importanza  e il piacere dello stare insieme, del fare/costruire  come realizzazione collettiva e personale e non per il profitto, ma altresì conferma come non ci potrebbero essere i vari spazi di socialità, di festa, di cultura  senza conflitto, come  non c’è festival, partecipazione, non c’è alternativa senza conflitto.

Ora l’ arrivo del prossimo dell’autunno indica  i prossimi obiettivi  su cui condividere e confrontarsi  quali  le iniziative contro il il G7 a Venaria e nella lotta No Tav in Valle, il contrasto all’estensione del cantiere agli espropri a Susa e Chiomonte e al trasporto dello smarino a Salbertand e in giro per la Valle. Sarà importante portare con noi l’esperienza di questa estate e in questa Comunità che si fa Umana nella condivisione e nel conflitto, le tante e i tanti che erano con noi in questa estate, ai campeggi,  nei giorni del festival ad alta felicità, nelle danze, nelle notti al cantiere, nei sorrisi complici, nei fuochi, ci auguriamo di rincontrarli nei prossimi appuntamenti per estendere insieme la lotta in tutto il paese e in tutto il pianeta.

Mare nero

Lotta alla solidarietà.

Di seguito pubblichiamo l’intervista di Quieora al giornalista del Fatto Quotidiano Antonio Massari, autore di un’inchiesta che ha fatto emergere qualche dato in più rispetto alle attività di salvataggio delle Ong nel Mediterraneo e all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che ne è derivato.

Con la fine dell’operazione “Mare Nostrum”, che prevedeva l’utilizzo dei mezzi di marina e aeronautica militare per il soccorso e salvataggio in mare dei migranti (da ottobre 2013 a ottobre 2014), e l’introduzione dell’operazione “Triton” (dal 1° novembre 2014), finalizzata invece al controllo delle frontiere e al contrasto dei flussi nel Mediterraneo, inizia l’intervento volontario di soccorso in mare da parte di diverse Ong italiane e straniere. È in questo contesto che la Procura di Trapani ha aperto un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ipotizzando che la nave Juventa, dell’Ong tedesca Jugend Rettet, abbia agevolato gli scafisti nel trasbordo dei migranti. Potresti ricostruire come nasce l’inchiesta della procura di Trapani e di cosa sono accusate le Ong?

L’indagine nasce con la denuncia, alla questura di Trapani, di alcuni dipendenti della società di sicurezza Imi security service, presente a bordo della Vos Hestia, la nave usata dalla Ong Save The Children. I dipendenti – tre dei quali sono ex poliziotti – segnalano di aver riscontrato anomalie durante la fase dei soccorsi. La procura inizia a indagare e peraltro, con l’obiettivo di verificare l’attendibilità dei dipendenti della società di sicurezza, li intercetta. E la procura li ritiene attendibili. Di lì a poco un investigatore del Servizio Centrale Operativo (Sco), s’infiltra a bordo della nave raccogliendo prove, secondo la tesi dell’accusa, di episodi qualificabili come favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Alla Ong tedesca, in particolare, si contesta di aver riconsegnato agli scafisti, nei fatti riportandogliela, un’imbarcazione che trasportava i profughi appena trasbordati. In sintesi, sostiene la procura di Trapani, ogni comportamento che abbia aiutato esclusivamente gli scafisti, senza portare utilità ai migranti, è da qualificare come un favoreggiamento. Questo è lo schema dell’accusa.

Anche a Catania è in corso un’indagine condotta dal procuratore Carmelo Zuccaro sulle Ong. Potresti dirci quali sono i capi d’accusa e in cosa si differenzia da quella di Trapani?

Per il momento l’unico dato certo è che c’è un’inchiesta in corso e che l’ipotesi d’accusa è l’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La differenza sotto il profilo penale, però, rispetto all’inchiesta trapanese, non è da poco: l’associazione per delinquere è un reato ben più grave ed è punito con pene molto più severe.

Dunque, l’inchiesta della Procura di Trapani è nata dalla denuncia di ex-poliziotti imbarcati come addetti alla sicurezza per la società Imi Service sulla nave di Save the Children. Gli ex-poliziotti a metà ottobre 2016 denunciano alla squadra mobile di Trapani le irregolarità commesse da alcune Ong nelle operazioni di salvataggio. Tuttavia, negli articoli da te scritti risulta che la procura di Trapani non è l’unica ad essere informata sui fatti. Potresti spiegarci chi, oltre le autorità di Trapani, è a conoscenza delle questioni denunciate dai poliziotti?

Il Fatto Quotidiano non si è limitato a riportare gli atti d’indagine, ma è andato oltre pubblicando una propria inchiesta in più puntate. Che i denuncianti, tre dei quali ex poliziotti, avessero contattato i nostri servizi segreti, è già scritto negli atti. Sono loro stessi a dichiararlo in procura, specificando di aver spedito una mail a un indirizzo istituzionale. Questo è un primo punto. A mio avviso però, e nessuno dei tre ex poliziotti da me intervistati sul punto lo ha negato, il contatto con i servizi segreti non si è limitato a quella mail ma si è protratto nel tempo. E non vi sarebbe nulla di strano. Oltre il rapporto con i nostri servizi segreti, dalla nostra inchiesta emerge anche un rapporto con ambienti politici, per la precisione con la Lega Nord e con Matteo Salvini, che incontra personalmente uno dei tre denuncianti, Floriana Ballestra, con la quale resta in contatto per mesi. Inviano anche una mail ad Alessandro di Battista del M5S che però, al contrario di Salvini, non risponde e non entra in contatto con loro. È interessante la tempistica: gli ex poliziotti prima contattano i politici e i servizi e dopo circa un mese denunciano in procura. Bisogna anche precisare, però, che in quel frangente di tempo erano imbarcati e non era agevole denunciare di persona in procura.

Al di là della questione giudiziaria, allora quel che resta da indagare è ciò che avviene parallelamente all’inchiesta. A tuo giudizio quali sono i punti da chiarire?

Può essere interessante capire se, per esempio, i tre ex poliziotti che, ripeto, non confermano di aver collaborato con i nostri servizi, ma neanche lo negano, siano stati infiltrati sulla nave prima della loro denuncia in procura oppure se, diversamente, iniziano la loro collaborazione con l’intelligence soltanto dopo aver visto le anomalie poi denunciate. Nel primo caso, infatti, saremmo dinanzi a una strategia precisa già in partenza: prendere informazioni sulle modalità dei salvataggi e trasferirle contestualmente agli ambienti politici e giudiziari. Nel secondo caso, invece, saremmo di fronte a una sorta di spontaneismo: tutto si genera mossa dopo mossa, gli ex poliziotti si imbarcano, poi scoprono qualcosa, poi contattano i servizi, poi i politici, poi la procura, quindi parte l’inchiesta e così via.

Dunque sembra che l’ambiguità di questa vicenda sia tutta nella gestione politica delle informazioni. È così?

Non la definirei un’ambiguità. È un punto ancora oscuro, il che è diverso. Non intendo dire che vi sia qualcosa di torbido, ma che alla luce delle inchieste pubblicate dal Fatto meriterebbe di essere chiarito per permette a ciascuno di farsi un’opinione corretta sull’intera vicenda. L’inchiesta giudiziaria è doverosa, l’azione penale è obbligatoria e, se qualcuno denuncia, la procura deve indagare. E l’inchiesta trapanese, l’unica che finora ha avuto sviluppi, sembra solida: i volontari tedeschi, a giudicare dalle fotografie, pare abbiano davvero riconsegnato l’imbarcazione agli scafisti. E se davvero è favoreggiamento, lo stabiliranno i giudici. Ma qual è stato l’effetto politico – che non riguarda minimamente il comportamento dei giudici – di questa inchiesta? A me pare chiaro: il sequestro della nave Iuventa ha consolidato l’idea politica che nel Mediterraneo qualcosa doveva cambiare. È stato il via libera, sotto il profilo del consenso nell’opinione pubblica, per varare il Codice che riguarda i rapporti tra lo Stato e le Ong e anche per avviare la soluzione “libica” operata dal ministro dell’interno Minniti. Il Fatto, con le sue inchieste, ha dimostrato un intento “politico” dei denuncianti – non tutti, solo Floriana Ballestra e Pietro Gallo – che hanno contattato il M5S (inutilmente) e la Lega. Sono gli stessi Ballestra e Gallo a dichiarare al Fatto che il loro intento, inviando le loro informazioni al M5S e alla Lega, era quello di poter mettere la questione Ong e degli “anomali” salvataggi nel Mediterraneo nell’agenda politica del paese. Che a Salvini abbiano consegnato alcuni documenti il Fatto lo ha accertato. La questione è: c’era una strategia dei nostri servizi, già a monte, per creare anche un clima politico, oltre che generare un’inchiesta giudiziaria, affinché l’Italia potesse cambiare, senza troppi disturbi nell’opinione pubblica, la gestione dell’immigrazione nel Mediterraneo? Non è un’area ambigua, è ancora oscura, anche se Il Fatto una luce l’ha accesa.

Salvini ha ammesso tranquillamente di aver visionato anticipatamente le carte alla base dell’inchiesta di Trapani. Sembra anche che i giovani identitari europei della mission Defend Europe fossero in stretto contatto con i medesimi agenti “infiltrati”. Dalla tua inchiesta è emerso un collegamento tra questi ultimi e Defend Europe?

I contatti tra il titolare della Imi service e un membro della Defend Europe è stato trovato da un bravo collega, Andrea Palladino, che l’ha pubblicato su Famiglia Cristiana: appartenevano a un gruppo chiuso su Facebook. A me non sono risultati altri tipi di collegamenti.

È un fatto che con l’introduzione del codice di condotta per le Ong queste hanno quasi ritirato le proprie navi dal Mediterraneo, ritenendo ormai vanificato il proprio fine umanitario, e che il Vertice di Parigi del 28 agosto 2017 tra Francia, Italia, Germania, Spagna e alcuni Stati africani ha affidato ufficialmente un ruolo di controllo e contrasto ai flussi migratori non solo alla Libia, ma anche a Ciad, Mali e Niger, tutti paesi in cui presumibilmente i fondi messi a disposizione dagli stati europei finanzieranno nuovi centri di detenzione per migranti. È plausibile a posteriori concludere che tutta questa vicenda sia stata propedeutica ad aprire una nuova fase politica nella gestione della questione migratoria in Europa e in Italia?

È plausibile, certo. Ma non unirei l’Italia all’Europa come se vi fossero intenti comuni. A mio avviso, nei termini che ho spiegato prima, è plausibile per l’Italia e proprio perché, rispetto alla gestione dell’immigrazione, il governo italiano sente una sorta di isolamento.

Per alcuni il rischio è che, se i processi dovessero concludersi con delle condanne nei confronti di qualche Ong o di qualche suo componente, possa configurarsi a breve l’introduzione di una sorta di “reato di solidarietà”, volto a contrastare e punire qualsiasi voce o azione che possa risultare in contrasto con le finalità della politica nazionale ed europea. Che idea ti sei fatto al riguardo?

Il reato di solidarietà, come il reato umanitario, sono costruzioni filosofiche a mio avviso non traducibili in termini strettamente giuridici. In realtà i reati già esistono e non serve configurarne altri. Se qualcuno aiuta un immigrato senza documenti a passare la frontiera, e lo fa in cambio di soldi, è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Se qualcun altro lo fa gratis? Il reato non cambia, è uguale. Non è un reato di solidarietà. È favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sebbene sia realizzato con uno spirito umanitario o solidale. La questione, in mare, però, cambia: chi è in pericolo di vita, deve essere salvato da chi può farlo. Se poi lo porta sulla costa italiana, poiché aveva il dovere di salvarlo, è scriminato dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non è reato. Non è punibile. Arrivo al punto. Facciamo un’ipotesi: se, per spirito umanitario o solidale, che dir si voglia, piuttosto che rischiare di far naufragare il barcone, carico sulla mia nave i migranti prima che siano in pericolo di vita, dal punto di vista giudiziario, in che situazione sono? Qualcuno potrebbe dire: devi aspettare che siano in pericolo, se vuoi salvarli, altrimenti che salvataggio è? Altri potrebbero dire il contrario: se sono nelle condizioni di evitargli il pericolo, ho maggiori possibilità di salvarli, quindi il comportamento è corretto. E così via, districandosi di volta in volta in ogni singolo episodio, per verificare se il reato esiste oppure no. Il motivo di tutto questo, a mio avviso, è che la stagione delle ambiguità, anche per le Ong, su questo argomento volge a termine. Mi spiego meglio: io credo che, sei hai contatti con gli scafisti e sai già a che ora arriverà il barcone, e ti fai trovare sul posto, per evitare che anneghino, o per liberarli dalla tratta nei lager libici, stai commettendo un reato: è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma siccome non lo fai per denaro, bensì per vocazione umanitaria, solidale, stai commettendo un gesto di disobbedienza. È un reato di natura politica. E lo devi rivendicare. Rischi la galera, non perché tu sia un criminale, ma perché credi che quello che fai è giusto. A questo punto sì, il reato umanitario può esistere, ma perché è il reo a rivendicare la natura umanitaria del suo gesto, non il codice o lo Stato ad attribuirgliela. E se così fosse, tutto il dibattito a mio avviso prenderebbe la sua piega naturale, portando nel contesto della disobbedienza l’intero argomento, invece che confondere, nell’opinione pubblica, il trafficante con il volontario. E sottraendo così terreno alla propaganda fascista che accompagna, di questi tempi, ogni notizia che leghi la cronaca all’immigrazione. 

L’Estate, l’Amore e la Violenza

Nel Baustelle del contemporaneo.

di Marcello Tarì

«La Jeune-Fille vuole essere desiderata senza amore o amata senza desiderio. In ogni caso la sua infelicità è salva».
Tiqqun, Elementi per una teoria della Jeune-Fille

«due opzioni dominanti, per la musica giovane e la violenza giovane, musica e violenza, due modi d’essere di quella che è stata detta la generazione della crisi».
Mario Tronti, Il tempo della politica

«Bruciate, bruciate d’amore, cazzo!».
Francesco Bianconi

A Jeanne Moreau, in memoriam

Mentre il chitarrista colpiva le corde della Gibson come avesse tra le dita un rasoio affilato, lui, abbigliato alla maniera di un cospiratore romantico nella Parigi del 1848, cantava con un sorriso spiritato di una certa Betty, incarnazione 2.0 di una Jeune-Fille che sogna «di morire/sulla circonvallazione/prima ancora di soffrire/era già in putrefazione/un bellissimo mattino/senza alcun dolore/senza più dolore». Lei, sguardo di cobalto e pantaloni che ricordano vagamente quelli di Jimmy Page ai tempi in cui officiava Stairway to Heaven, roteava allegramente il microfono sulla testa e dopo aver rammentato che «la guerra avanza», ed elencato soavemente la catastrofica confusione regnante a livello geopolitico-spirituale-soggettivo-sessuale-culturale, ha sibilato un sadiano «Vieni Justine/ in questo mondo/d’amore e di violenza». Il tutto avvolto in una tempesta di sintetizzatori. Welcome in the summer 2017.

La parte del concerto dedicata all’ultimo album termina con un altro «vieni», ma al re del cielo questa volta; sì, che ci provi a venire in questa grotta fredda e gelata anche d’estate, un «vieni» che arrivati in fondo ci svela il significato del “Vangelo di Giovanni”, la canzone che apre il disco: maranatha. Sempre qualcosa o qualcuno che viene contro questo mondo ad ogni attimo, ad ogni nota, ad ogni lettera, ad ogni orgasmo e ad ogni dolore. Insurrezione, comunità, filosofia, regno, amore che viene, che viene, che viene. Il suo tempo è uno: adesso.

Loro sono i Baustelle, durante uno dei concerti del tour estivo “L’Estate, l’Amore e la Violenza”. Le luci, la musica, le parole, i gesti, l’atmosfera: non ci si faccia ingannare dal diorama di citazioni, esse raccontano la nostra epoca come può esserlo in un colorato montaggio distruttivista. Il cantiere dell’epoca, e l’estate come suo frammento patologico.

Il loro ultimo disco, “L’amore e la violenza”, fa da contrappunto lirico e musicale a tutto ciò che andava srotolandosi durante questa estate che sembrava non dovesse mai finire, avendo riassunto tragicamente tutto il peggio delle altre stagioni solo con più caldo, più confusione, più violenza, ma non hanno tralasciato di indagare come questa situazione si rifletta nella vita di ciascuno, «nel male e nel bene», devastando le soggettività per le quali, a volte, però, vi è una via d’uscita, un soffio di salvezza.

Se è vero ciò che ha scritto un amico musicista e cioè che «Attraverso la sua virtù di rinnovamento, la musica dispone l’orecchio e lo spirito ad ascoltare la musica del mondo. Essa ha il potere di rendere gli uomini più presenti al mondo e a loro stessi e, fatalmente, quello di spettralizzarli», bene, se questo è vero, allora che di meglio per afferrare l’adesso se non un concerto?

***

Ma che modo di tempo è l’estate? È giusto un’annotazione meteorologica? È una stagione metafisica? È un tempo quando tutto si interrompe e fugge via o uno durante il quale tutto resta e continua, continua fino a non poterne più? Esiste veramente una dimensione della vita estiva (una che non si riduca al fatto, curioso, di poter andare in giro in mutande senza essere preso per un maniaco o una esibizionista)?

L’estate, per noi moderni, è una moda, quindi una misura e una maniera di essere, un modo di essere vuoti, vacanti giustamente, ed è per questo che la cronaca, cioè gli eventi esteriori, appaiono colmare tutto lo spazio respirabile. Ma è una moda anche perché, come disse Benjamin, «la moda ha il senso dell’attuale, dovunque essa viva nella selva del passato». Però quella vuota evanescenza e insieme l’impregnarsi di passato è anche il motivo per il quale in estate siamo più ricettivi verso certe emozioni, quelle più materiali, carnali si direbbe. È questa esibita contemporanea inattualità, per altro, il trasparente segreto della musica dei Baustelle – «Chi siamo noi? Chissà quest’anno cosa andrà di moda».

Infine l’estate è moderna non solo perché negli antichi tempi l’estate era tutt’altra cosa – le “vacanze estive” sono una crudele e recente invenzione liberale – ma perché moderno significa un tempo che seppure sta nei limiti, nella maniera di un presente, è anche fuori di lui, sempre leggermente non coincidente con l’oggi. Si è moderni e si è alla moda solo se l’ombra del passato ci sfiora da qualche parte, così da non essere mai del tutto attuali e men che meno “nuovi”. Perciò l’estate per noi moderni è, prima di ogni altra cosa, il tempo di un ricordo che buca il presente. O lo brucia.

***

Nei ricordi di ognuno di noi l’estate si lega a lampi di sensazioni tattili e olfattive, di suoni e luci piuttosto che a parole e discorsi compiuti, che paiono sempre di una banalità sconcertante. Quel magnifico tramonto, quel tuffo memorabile, quei sassi percorsi su per la montagna, quel din-don-dan di risate, quel concerto di ferragosto, quel singhiozzare disperato, quello strusciarsi erotico dei corpi sulla sabbia, il sapore di sale e tutte le cazzate che vanno insieme. Quel dormire fino a che non si è sazi e anche di più, quel far niente che ti tedia dolcemente, l’allegria scema, quella sete di incontri, e di sesso, quegli addii per sempre ma per sempre ti ricorderò. Oppure quel «Io ti amo/e non ti penso mai».

Questi sono i ricordi delle percezioni d’estate, quelle di tutte le altre stagione sono diverse – «so il dolore che si indossa d’inverno», recita un verso di Veronica N.2, l’inedito che i Baustelle hanno presentato durante il tour. Forse non sono nemmeno mai stati vissuti, essi esistono giusto in quanto tali: ricordi, che stanno lì nel cielo, come delle lacrime che, quando i ricordi ci troveranno, inizieranno a piovere sulle nostre guance. Sono come una promessa, già da sempre esaudita e tuttavia sempre a venire. Per questo, anche per questo, la musica & la violenza: perché la musica esige l’attenzione dei corpi, e i corpi sono violenti quando esigono che venga ciò che è stato promesso. E questo vale all’ennesima potenza per le nostre generazioni, che da quarant’anni non hanno conosciuto altro tempo che non sia quello di una crisi orizzontale che non ha più dove andare, visto che è già ovunque. E che perciò adesso scende, dentro di noi, trascinandoci violentemente al fondo dell’epoca. È lì che si combatte: «La vita è bella/gli studenti hanno distrutto la città/e le statue degli dei». O se stessi.

Ma ciò che viene non lo manda a dire, viene nella vita così, come un ladro, come un fantasma. Per questo non è affatto facile né riconoscerlo né serbarne ricordo. Siamo scarsi per le cose più importanti. Eppure in noi resta il sospetto di essere stati felici. È vero, oltre che bello, ciò che scrive Ginevra Bompiani «Quando ci si volta indietro e ci si chiede che si è vissuti a fare, si saltano quei momenti in cui non c’era bisogno di chiederselo perché non si poteva fare altro» (Mela zeta).

***

La parola estate deriva da una radice sanscrita che sta per “ardere”, “accendere”, “infiammare”; come i boschi puntualmente vengono incendiati ad ogni estate, così ci si innamora sempre in questa stagione, non è vero? Si crede d’ardere d’amore per qualcuno, difatti ha sempre quel sapore sintetico dell’inautentico, oppure lo si vorrebbe, lo si sogna, lo si invoca. Credo sia proprio qui, nei paraggi del desiderio, che comincia la violenza, o almeno una certa qualità della violenza. E quello che arde infine diventa cenere, qualcosa che fu e non è più. Un’altra urna si aggiunge alle altre, ognuna per ciascuna estate che ricordi. L’altarino delle estati defunte affolla la nostra esistenza come quasi nessun altro ricordo. E le altre? Nulla, se non ne hai ricordo, sono nulla.

Quindi: primo, non iniziare mai un vero amore in estate, se non vuoi che ne resti solo polvere; secondo, il desiderio senza amore è infelice, l’amore senza desiderio anche.

Eppure il liberal-nichilismo sentimentale viaggia alto nei titoli azionari: «I wanna be Amanda Lear/Il tempo di un LP/ Il lato A. Il lato B/Non siamo mica immortali/Bruciamo ed è meglio così/Amanda Lear/soltanto per un LP/ Il lato A. Il lato B/che niente dura per sempre ed è meglio così». Fuck!

E allora? Fuoco cammina con me.

***

La parola e-s-t-a-t-e ha nel suono qualcosa a che vedere con è-s-t-a-t-o, ciò che è passato, un qualcosa che possiamo vivere solo così, ricordandolo. E ci sono ricordi individuali e ricordi collettivi. Quell’estate che andai in spiaggia ogni giorno vestito di tutto punto come silente protesta contro l’ipocrisia regnante, mentre Yuri decideva di sparare a un aereo sudcoreano. Quell’anno che fui bocciato e l’Italia vinceva i mondiali. Quello che per la prima volta andavo in vacanza senza famiglia, che era lo stesso della strage di Bologna. Quella estate passata come un Charlie, tutta droga per tutti e basta. Quella della fine di tante cose che per un po’ avevo pensato potessero essere per sempre. Gone, gone with the wind…

Di questo tempo estivo appena passato, cosa ricorderemo? Lo Schanzenviertel travolto da una santa distruzione durante il G20 di Amburgo? La giovane donna investita e ammazzata da un nazista a Charlottesville? I cento e uno episodi di razzismo ovunque in Italia? L’empio macello psicotico di Barcellona? I rifugiati cacciati e pestati per via di uno scontro tra fazioni di governo a Roma? Di nuovo «Berlino distrutta dalla svastica»?

Pare, giusto a proposito, che Bifo avrebbe voluto fare una performance a Kassel dal titolo “Auschwitz on the beach”, e si è cercato di montarci su il solito circo fighetto-mediatico di tutte le mostre globali ma, di fatto, nulla di nuovo. Heiner Müller lo disse anni fa che «Il problema centrale del secolo è trovare un’alternativa ad Auschwitz. Siamo ancora privi di alternative ad Auschwitz». Alla faccia di tutti i post-qualcosa, di tutte le fregnacce sulla fine del Novecento. Zakhor!

Ce l’abbiamo ancora qui, dentro. Auschwitz nel cuore. Non so se è possibile strappare via l’una senza l’altro.

E così ciascuno e ciascuna avrà il suo personalissimo ricordo confuso a uno di questi ricordi collettivi. Insieme formeranno quello di questa grande estate del caos.

Certo tutti gli ultimi eventi citati sono, nonostante le grandi, apparenti, differenze tra essi, evidentemente uniti dalla costante di una pubblica violenza. Ma sarebbe ancora troppo semplice. Anche nella mia, nella tua e pure nella tua privatissima vita c’è violenza. C’è anche la violenza dell’essere soli insieme. C’è quella dell’indifferenza di quelli e quelle a cui hai rivolto invano la parola. C’è la violenza di un affetto, che ti ha portato la felicità o che ti ha fatto a brandelli oppure tutte e due le cose insieme. C’è la violenza con la quale ci costringiamo a fare tutto ciò che potenzialmente non augureremmo al peggior nemico. Oh il lavoro, oh le ferie, oh la politica… C’è la violenza pura dentro la quale germoglia la sensibilità più alta e quella in cui l’abiezione più profonda sale a galla durante un aperitivo al bar, infettando tutto ciò che tocca. Dobbiamo liberarci della soggettività, questo lager su misura e autogestito, un airbnb dalle pareti di carne e la porta di silicio.

Il mondo si incendia, mentre si consuma la vita propria e altrui per un capriccio. «Tutto è niente, l’Essere è». E continua così, stagioni senza fine, riconsegnandoci alle «centomilacinquecentoventicinque storie di tormento». Il fatto è che la violenza pubblica pur se non dovessimo incontrarla faccia a faccia, cosa sempre più difficile – un’altra canzone, intitolata a quello che anni fa era un sogno collettivo di pace, “L’Era dell’Acquario”, ma che adesso, una volta entratici, si è rivelata un incubo dal quale uscire al più presto, dice infatti «Per sopravvivere alle stragi/state alla larga dai musei e dalla metropolitana/ripete la tv/mentre faccio i fatti miei» quella violenza ci traverserà, ci modificherà e se non siamo capaci di affrontarla ci renderà peggiori oppure, più semplicemente, dei docili oggetti in balia del caos «sotto il sole colpevole». Farsi i fatti propri oggi richiede la costruzione di forme di comunità. E della forza per difenderle. Altrimenti «Vivo così. Tra il sociale e il vuoto», cioè tra due nulla.

E così tutto si mescola, tutto c’entra con tutto, anche se non ne ho voglia. Io e i fuochi di Amburgo, io e i miei amici, io e i nazisti, lei e me, i rifugiati che occupano l’anima, la solitudine in frammenti e la massa informe e compatta, le canzoni e la paura. Il calore insopportabile. Che finisca, finisca e ciò che è estate è stato e rimanga solo l’amore. Ma l’amore è la violenza. Il brano strumentale che apre il disco dei Baustelle è il più maestosamente violento dei dodici che lo compongono, lo è anche nella sua inaspettata e giusta interruzione, e si chiama “Love”.

Mi dirai “sì, dici bene tu, ma in questo mondo è difficile distinguerla ormai da quell’altra, dalla violenza pubblica, insensata, quella che ci rende dei mostri”. Sì, è vero, eppure, credimi, certe altre è diversa e nel suo attimo di massima intensità oltrepassa una soglia, diviene un’altra guerra, e se ne fotte che «la Jeune-Fille vorrebbe che la semplice parola “amore” non implicasse il progetto di distruzione di questa “società”». È per questo che bisogna, bisogna, bisogna bruciare d’amore.

Adesso, dopo il concerto, dopo l’estate, mentre veniamo fuori storditi, valgano le parole della lettera di Franz a Milena: «Si è fatto un silenzio così vasto, non si ha il coraggio di dire una parola in questa quiete. Be’ domenica staremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi».

Ci sarai? Vieni, ti aspetto.

Perché «la vita è tragica/ la vita è stupida/ però è bellissima».

Amen.

Dada destituente

Laddove appare che è da un secolo che combattiamo la nostra guerra.

Prima pagina del diario di Hugo Ball, dadaista zurighese e fondatore del Cabaret Voltaire:

Così si presentavano il mondo e la società nel 1913: la vita avvolta in maglie strette e messa in catene. Domina un fatalismo economico che assegna ad ogni individuo, si opponga egli o meno, una determinata funzione e con essa un interesse e il suo carattere. La Chiesa è considerata una “impresa di redenzione” di poca importanza, la letteratura invece una valvola di sicurezza. Come si sia giunti a questa situazione è indifferente, è così, e nessuno sembra in grado di sottrarvisi. Le conseguenze non sono certo piacevoli, per esempio in caso di guerra. Le masse potranno essere spedite al fronte onde regolare il numero delle nascite. Ma la questione più sentita, di giorno e di notte, è la seguente: vi è da qualche parte una potenza, forte abbastanza e soprattutto sufficientemente vitale da porre fine a questo stato di cose? E in caso contrario: come ci si può sottrarre a questa condizione? La mente può essere ammaestrata e può adattarsi. Però il cuore degli uomini si lascia blandire, così che i suoi moti siano calcolabili? Rathenau scrisse in quei giorni la sua Critica del tempo, senza però trovare una soluzione. Si limitò a presentare con chiarezza il fenomeno e la sua estensione nei più vari aspetti. «Con le proposte economiche e politiche, così come egli le ha sviluppate alla fine del libro» annotavo per me stesso allora «non se ne può far nulla. Ciò di cui si ha veramente bisogno è una grande alleanza di tutti coloro che vogliono sottrarsi al meccanismo generale; un modo di vivere che si opponga alla pura disponibilità. Un orgiastico fervore contro tutto ciò che è impiegabile e utilizzabile».

Hugo Ball, Fuga dal tempo. Fuga saeculi, a cura di Riccardo Caldura, Mimesis, Milano 2016, p.51

Finirà male


Sioux cuori neri o sugli attacchi in Catalogna

di Vicente Barbaroja

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I ragazzi che hanno desiderato, preparato ed eseguito gli attacchi a Barcellona e Cambrils hanno sempre vissuto qui o vi sono arrivati molto giovani. Sono nostri figli. Sono vicini, fratelli, amici. Sono bambini perduti, come tutti gli occidentali, stranieri nella propria casa. Anche se essere una seconda generazione di migranti significa essere doppiamente stranieri. Europei in Marocco e musulmani qui.
Essere a casa significa contare su chi hai al tuo fianco, nel bene e nel male. Abitare, nel significato più forte, significa creare insieme, costruire, occuparsi di crescere, pensare, combattere. L’Occidente ha impresso una tale velocità e fugacità su tutto ciò che esiste che ha reso veramente difficile, per tutti noi, sentirci a casa. A causa della crisi, la guerra ed il caos che ci governa, oggi Barcellona è meno che mai la nostra casa, mentre ci espellono a migliaia dalle abitazioni e ci rendono la vita impossibile.
Paradossalmente, siamo a casa solo quando tutto si interrompe. Nel mezzo della catastrofe, una volta terminato il panico. È nei momenti d’eccezione che veniamo accolti in un luogo qualsiasi, quando ci troviamo a condividere un mondo nello sguardo dell’altro. La normalità soffocante ci sottrae questo sostegno reciproco, che però ritorna sempre. Lo abbiamo visto in tutti i luoghi dove il presente si interrompe e nulla funziona, negli attentati di Parigi o di Barcellona, ​​dopo gli uragani Sandy o Katrina, durante i terremoti in Italia, ma anche nelle storie di vita e di lotta della valle di Susa, Tahrir, Taksim o Charlottesville.


È come se tutta la disumana impersonalità dell’ordine debba cadere per permettere, momentaneamente, il ritorno ad una vita comune; e cancellare l’oblio del tessuto invisibile che intreccia l’abitare della plurale esistenza terrestre. L’ostilità ambientale consuma la nostra vita. Quando il governo, per il caos e la crisi, si volatilizza nella catastrofe, torna questa capacità propria dell’umanità di organizzarsi.
Posseduti dalla sfiducia, educati all’interesse e al desiderio di trionfare che si oppone schizofrenicamente alla morale umanitaria e neocristiana che occupa la televisione e la scuola – salvare i poveri, le vittime -, in questo contesto, dire che non abbiamo paura è una falsità che dura giusto il tempo di essere pronunziata. La paura è l’affetto dominante su cui si basa la protesi mondiale chiamata metropoli securitaria. Un timore legittimo ma malamente orientato, perché è l’economia stessa che crea un caos globale dal quale poi pretende di proteggere la Terra come fosse l’ultimo freno. Freno, katechon, apocalittico, che giustifica, come un Grande Inquisitore, tutte le violenze.

L’intera era Moderna è un tentativo di ricreare un ordine del mondo basato sull’interesse e la discordia. Per contenere questa ostilità si richiede un governo forte, un Leviatano, sotto il quale possa crearsi un disordine economico, un’equivalenza contabile della molteplicità di tutto ciò che esiste; un mondo in cui del fatto che ciascuno cerchi il proprio interesse dovrebbe beneficiare, teoricamente, l’intera umanità. Considerando le mille confutazioni pratiche di questa teoria, la sua sopravvivenza può essere paragonata solo a quella delle credenze religiose. Il Capitalismo, una religione sacrificale. Il nostro mondo, un vivere tra nemici. Un famoso gesuita aragonese del XVII secolo, riciclato negli anni ottanta come una guida per i manager, sviluppò una morale della cautela. Più tardi, i due secoli rivoluzionari furono sussunti nel dogma dello sviluppo economico. Mentre le periferie di ogni centro di accumulazione hanno attraversavano il loro labirinto infernale, sono rimaste energie per delle creazioni incredibili, affette dalla dismisura, e un eredità di solide macchine. Per alcuni decenni il futuro si è estinto. E poi vi sono alcune voci e luoghi che lottano per dare una forma positiva, rivoluzionaria, al sentimento universale del rifiuto del mondo così com’è e al desiderio di uscire da questo orrore. Un’uscita, un freno al treno della storia, una exit, che non sia il voler tornare a rinchiudersi in Stati forti a vocazione fascista.
Se il fascismo guidava il furgone nella Ramblas, non è un fascismo straniero, è una perfetta espressione di alcuni affetti dominanti propri di un mondo irrespirabile.

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L’odio ritorna. La sua versione dispotica, nel fascismo islamico e nel suo doppio, che non è l’estrema destra, ma il dispotismo dei mercati capitalisti e la fascistizzazione del suo mondo, fa in modo che qualcuno preferisca parlare di Pace. «Barcellona città della pace». Anche se la pace non si vede da nessuna parte. Il nostro mondo non è in pace. E quando uno non è in pace, è in guerra. Per quanto possa essere intenso l’uso della neo-lingua da parte di una civiltà che collassa. E tutti gli appelli alla pace e alla risoluzione dei conflitti attraverso canali legali e “democratici” sono un tentativo di neutralizzare un conflitto storico che, quando la porta viene chiusa, entra nuovamente dalla finestra. L’odio fu la prima vittima della socialdemocrazia, essendo stato, nelle parole di Walter Benjamin, “il nerbo migliore” della forza del proletariato rivoluzionario.
I ragazzi che hanno desiderato, preparato ed eseguito l’orribile massacro una settimana fa, sembravano integrati. Alcuni di loro avevano, all’età di 22 anni, un contratto a tempo indeterminato come saldatore in una fabbrica. Ipocritamente, ci sorprende la loro volontà di voler distruggere tutto. Hanno odiato la vita che ci si fa vivere. Ci sorprendiamo? La capacità di mentire a noi stessi a volte sembra infinita. Viviamo un tempo di follia senza futuro, sotto i cataclismi assurdi di un’economia che si comporta come una divinità metereologica. Puntare sui rapporti del governo e dei monarchi con l’Arabia Saudita, la cui simbiosi con il jihadismo salafita o neo-islam è stata dimostrata, e che partecipa alla guerra in corso come potere coloniale regionale, va bene, però torna ad essere un problema del fuori, dell’esterno, quando invece il problema è qui, in noi e nella vita che ci lasciamo scorrere addosso. È come guardare il dito che punta alla luna attraverso un cristallo che riflette la nostra miseria esistenziale, rinchiusi in gabbie d’oro, consumati dall’esaurimento, agganciati a schermi di luce blu. Viviamo in una ondata di suicidi e di depressione, assassinii di massa, di stanchezza e risentimento, come dei ratti bloccati in una gabbia a cielo aperto che divorano se stessi fino a morire. Ieri è uscita sul giornale la notizia che nel 2016 ci sono stati 60.000 morti di droga solo negli Stati Uniti. Non è questo un segno di odio e di noia verso la vita che ci fanno vivere?

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Il sentimento di rifiuto di questo mondo cerca una linea di potenza. Questo è ciò che offre tanto l’estrema destra che il neo-islam. Un’arma per uscire di qui. Anche se non vanno da nessuna parte, se non nel rinchiudersi in dispotismi ancora più grandi. Tutto ciò mentre il populismo, così come la socialdemocrazia radicale dei militanti di Podemos e del comune, che sembra aver contaminato l’aria di Barcellona arrivando ad estremi impensabili, nonostante le proprie confessioni di impotenza, vuole governare. “Siamo venuti a mettere ordine” hanno detto l’altro giorno contro il sabotaggio del Bus Turistico compiuto dai ragazzi di Arran! (organizzazione indipendentista catalana) Ma, difficilmente qualcuno andrà a mettere ordine sulla mobilitazione infinita di capitali che trabocca da ogni lato e la cui iniziativa strategica all’interno del gioco così come è, in questi 40 anni di controrivoluzione, risulta essere innegabile. Governare richiede la neutralizzazione del conflitto, come abbiamo visto a Barcellona durante gli scioperi della Metro e della Telefónica e come vedremo per la lotta della casa. “Barcellona, ​​città di pace”. Né la democrazia sociale né la democrazia cristiana, neanche nelle loro versioni radicali, in quanto poli del meccanismo di cattura politica occidentale, potranno risolvere il problema degli attentati, né quello del razzismo, né il problema dell’abitazione, tanto meno quello della nostra vita. La loro attività è gestire questi problemi, la cui eternizzazione corrisponde alla fatua eternità di un presente capitalista senza uscita. Sono i burocrati del disastro – Così come quelli che uccidono e muoiono sulle Ramblas o a Cambrils corrono per schiantarsi su di in un muro pieno di esseri perduti come sono loro stessi. Ricorda il gesto di Andreas Lubitz, il pilota di Germanwings.

Che i podemitas (i militanti di Podemos) e i comuni abbiano occupato una tale centralità in così breve tempo è anche a causa della nostra confusione e debolezza. La nostra, quella dei rivoluzionari, che, per quanto realmente esistenti, raramente troviamo la maniera, persino nel mezzo di un’epoca piena di conflitti, di elaborare e condividere quella forza e quella percezione acuta della realtà che permette di perforarla.

Essere una minoranza non è un problema. Ogni esistenza lo è. Il sentimento dell’unità, già fallito nella manifestazione del sabato, non è durato nemmeno una settimana, anche all’interno di un lutto che già porta di suo. Quello di un mondo che affonda esplodendo in frammenti. È come se la globalizzazione unificatrice avesse già toccato il proprio limite espansivo e fosse cominciato un processo inverso di decomposizione. Nella guerra di tutti contro tutti ogni frammento vuole salvarsi a spese degli altri, come se volesse frenare un processo che in realtà accelera. Brexit, Trump, Putin, Erdogan, Arabia Saudita, Rajoy e gli indipendentisti liberali, ognuno vorrebbe recuperare una totalità perduta e invece accelera una frammentazione che si dà tanto livello territoriale che a quello della soggettività – come ha saputo vedere uno psicoterapeuta catalano figlio dell’esilio e rielaborato in Maintenant (Adesso) del Comitato Invisibile. Tutte le forze agenti sono minoritarie, i partiti politici come le diverse mafie. Diventano centrali nel momento in cui riescono a dare forma a sentimenti e percezioni che, fino a quel momento confusi e ambivalenti, circolano ampiamente. Il vantaggio della concentrazione strategica, durante gli anni 70, di mezzi finanziari e industriali, con i partiti d’ordine e una TV veloce e dinamica, che ha dato consistenza a 40 anni di controrivoluzione, è ancora vivo, per quanto segnato dalla morte. Sono più di 15 anni, quasi una generazione, che non vincono guerre, né le terminano, per il grande caos che generano, e sono capaci di generarne ancora di più, ma credere in una stabilità a lungo termine in un simile contesto è una illusione da psicopatici. Esattamente come le motivazioni di chi pianifica attacchi come quelli di Barcellona e Cambrils. Ad ogni sussulto le crepe aumentano. Come il deserto, un mondo Mad Max tende irresistibilmente ad espandersi.

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L’antiterrorismo è il modo per cercare di governare questo processo caotico. Il risentimento aumenta, il controllo diventa capillare, la polizia occupa la centralità governamentale, anche se si comporta come una banda armata, un cartello dominante a cui prudono le mani, come abbiamo potuto vedere in questi giorni, contro molti minorenni. Negli Stati Uniti è 58 volte più facile morire per mano di uno sbirro rispetto ad un attentato. In Francia, in uno stato di emergenza dichiarato a seguito degli attentati, non solo gli eccessi e la brutalità della polizia sono diventati così deliranti che gli hanno persino dedicato un blog su “Le Monde”, ma è stato anche l’anno più ingovernabile che si ricordi negli ultimi decenni. Non dobbiamo ingannare noi stessi. Il tono combattivo del movimento contro la legge “Lavoro!” sarà la tonalità dei prossimi veri “movimenti” che includano una frazione giovanile. Come è già accaduto nel 2005-2006 in Francia e nel 2008 in Grecia. Come si è visto questa estate ad Amburgo, dove 20.000 robocop, muniti di idranti ed elicotteri, non sono stati in grado di mantenere il controllo della seconda città tedesca. I Mossos, alcuni condannati, applauditi ed osannati sabato nella manifestazione, sanno che non possono fidarsi. Poco dopo una scena simile a Parigi, il grido della enorme testa di corteo selvaggio, durante le manifestazioni che sono durate per mesi, in tutta la Francia, è stato: “Tutti odiano la polizia“.

Come sempre la chiave è nei processi di politicizzazione che accompagnano questi arcipelaghi di rivolta. Cioè, nell’entusiasmo, nell’orientamento e nella consistenza dei divenire che sono stati aperti. Cercare di governarli, ideologicamente, tecnicamente o con le lusinghe significa svuotare la loro potenza e soffocare la loro gioia contagiosa. “Preferisco vivere con l’odio che vivere con la paura”, diceva l’altro giorno Arya Stark. La frammentazione non si fermerà, però possiamo accompagnarla. Possiamo cortocircuitare i desideri dispotici che portano i ragazzi dei nostri quartieri a desiderare di fare un massacro sulla Ramblas, anziché partecipare alla gioia distruttiva della rivolta o alla paziente elaborazione dei mondi. I Sioux Lakotas chiamavano i loro guerrieri suicidi “cuori neri”, figura che risuona in questi ragazzi assassini come se il desiderio di essere pellerossa, già espresso da Kafka, fosse diventato in loro un nefasto desiderio di morte. La plebe che c’è in noi ha sempre intuito, nonostante tutta la propaganda, che la vita capitalistica in ipersorvegliate case fortificate è, alla fine, troppo triste, paurosa e solitaria. “Aiuto, mi derubano!” L’informe forma di vita occidentale sotto attacco è un’illusione dei ricchi. Il mondo ordinato sta implodendo. Il futuro cancellato si disegna come Mad Max, o Mad Max. Accompagnare il processo dall’interno, apprendere con esso, vuol dire accompagnare una politicizzazione che allo stesso tempo pensa strategicamente e combatte, ponendoci nella situazione di tornare a creare dei mondi con le nostre mani. Il tatto e l’odore diventano di nuovo decisivi nella percezione dei fili invisibili che legano frammenti di esistenza la cui potenza cresce. Passano al di sotto degli schermi. Qui e ora, si tratta di: il mondo o niente.

Si compiono 100 anni di una rivoluzione bolscevica che fece brillare il periodo della guerra civile mondiale. Tanto loro quanto gli anarco-bolscevichi in Catalogna sapevano che una rivoluzione non si organizza se non viene evocata. Non creando un’organizzazione che controlla pesantemente ciò che sta nascendo, ma che accompagni la sua crescita, come quella di un essere vivente, imparando e godendo di lei, elaborando le armi e la fiamma necessarie per abitare la terra. Come dissero, finché i conflitti non si intensificano e le forme organizzative non emergono al loro interno, il giornale è il partito. E se accompagnare i processi di politicizzazione rivoluzionaria può a volte finire male, che sia il periodo del “glorioso sviluppo sociale” in Occidente, o l’entusiasmo di un’epoca rivoluzionaria, lo dobbiamo all’odio rosso e alla paura che generò.

L’Azione parallela del Black Bloc

Postfazione alla seconda edizione di Io sono un black bloc (mai rieditato)

di Pino Tripodi

Genesi

Quando nel 2002 fu pubblicata da Deriveapprodi la prima edizione di Io sono un black bloc le 2500 copie stampate andarono rapidamente esaurite. Ma la pubblicazione del libro non fu tranquilla. Si usciva freschi freschi dal massacro di Genova durante il summit del G8 2001. La comparsa in Italia del blocco nero, l’assassinio di Carlo Giuliani durante gli scontri, i rastrellamenti delle forze dell’ordine alla scuola media Diaz, le torture di Bolzaneto avevano lasciato ferite profonde.

Subito dopo Genova, i collettivi, le associazioni, i partitini che avevano promosso la manifestazione fecero a gara per accusare i black bloc delle solite cose di cui si accusano i fantasmi: provocatori, teppisti, spie, fascisti. Tutti quelli che per un anno si erano preparati alla guerra – guerra, proprio questo era il vocabolo più utilizzato – al G8 con esercitazioni, scudi, caschi, preparazione di barriere antipoliziotto, che avevano invitato alla violazione con tutti i mezzi necessari della zona rossa di impenetrabilità del centro della città ligure disegnata a protezione del G8, adesso, anziché assumersi le responsabilità politiche di quanto accaduto, si scagliavano contro i black bloc accusando in aggiunta di combutta la polizia per aver lasciato fare, per qualche solito dietrologico disegno oscuro che avrebbe accomunato il blocco nero e il potere politico dominante.

Le forze di polizia per giustificare anch’esse la totale incapacità di gestire la piazza armavano come alibi della loro inaudita violenza la presenza di black bloc arrivati da tutto il mondo con l’obiettivo di sfasciare tutto. Insomma tutti sbraitavano per giustificare la propria incapacità di gestire qualcosa che si era rivelato più complesso dell’atteso e più difficile da organizzare rispetto ai teatrini delle manifestazioni che si replicavano in Italia da anni e durante le quali manifestanti e poliziotti si affrontavano ritualmente con l’intento consensuale di non farsi male.

Nonostante tale palese incapacità, a incassare il conto di quelle giornate genovesi sono stati proprio i poliziotti da un lato e parte degli organizzatori della manifestazione dall’altro.

Malgrado la vergogna e l’infamia del loro comportamento degno più di una repubblichetta golpista sudamericana che di una polizia che un tempo si sarebbe definita democratica, le forze dell’ordine non hanno mai goduto in Italia di tanta popolarità divenendo d’allora in poi lo scudo più autentico oltremodo indispensabile per garantire i sacri dogmi della sicurezza e della legalità.

Quanto agli organizzatori, parte di essi mentre guidavano alla guerra contro il G8 aprivano una stagione di mediazione politica con partiti della sinistra che si sarebbero squagliati di lì a qualche anno. Ma che nel frattempo erano generosi ad aprire le loro liste elettorali e a fornire incarichi a chi nel movimento d’opposizione radicale, proveniente o meno dalla ricca messe dei Centri sociali o dagli appena abortiti social forum, si rendeva disponibile anzi si faceva alfiere della mediazione politica tra movimento e istituzioni. Occupato in un’impresa impossibile – sintetizzare organizzazioni e movimento, costruire l’organizzazione di movimento e il movimento organizzato – anche dal miglior vino non può che derivare un pessimo aceto.

In questo complesso e confuso quadro politico gli unici a non parlare erano i black bloc. E come avrebbero potuto. Solo chi non aveva le grazie della vista e dell’udito, solo chi non aveva percepito la presenza del medesimo fenomeno nelle altre piazze globali degli anni precedenti, non si era reso conto che i black bloc non sono un’organizzazione e che lo stigma del blocco nero attribuito al fantasma della piazza da qualche giornalista nordeuropeo non era riflesso nei partecipanti a quelle gestualità, a quei comportamenti che sconvolgevano la tradizione politica delle manifestazioni della protesta globale.

I black bloc non avrebbero potuto parlare semplicemente perché non esistevano. Esistevano come fenomeno, gestualità, estetica ma non come corpo soggettivo. L’unica lingua che avrebbe potuto esprimerli sarebbe provenuta da qualche spettro magari alieno alla tradizione politica e ai linguaggi dominanti del movimento rivoluzionario italiano e globale. Una lingua dei black bloc che col tempo avrebbe generato un fenomeno di autoriconoscimento paradossale del tipo: i black bloc non esistono dunque mi riconosco in loro, un fantasma che appare e che sconvolge le realtà costituite.

In effetti quando arriva il libro – già nel settembre 2001 – , anonimo come anonimo è il volto dei black bloc, sorprende anzitutto il linguaggio.

I concetti sono ritmati, presentati in una scansione che poco ha a che fare con la tradizione del volantino, del manifesto o del saggio.

Sembrano più brogliacci di canzone, spizzichi di sceneggiatura, marcette oniriche. Come avverte il sottotitolo, Io sono un black bloc si presenta in forma di poesia pratica della sovversione. Dà subito l’idea di frammenti scritti immaginando che ciascuno lettore – ciascun black bloc – si riconosca in essi, entri nella partitura e continui a scrivere e ad agire secondo quell’ossimorica poesia pratica che viene enunciata come programma genetico del libro.

Poesia pratica, frammento, caos, musica, canzone, letteratura, sogno, film: il libro presenta un armamentario diverso dal libro politico classico anche se qui e lì si percepiscono risonanze della tradizione filosofica colta dei situazionisti e dei poststrutturalisti.

Lo stesso titolo è un pugno alla grammatica. Come faccio Io – quell’io inviso da sempre alla tradizione culturale non solo del movimento operaio classico, ma anche dei movimenti del 68 e settantassettini – ad essere nella mia solitudine un blocco nero, ad avere forme e colore di una collettività. Pur ostico alla grammatica, quel pronome personale declinato alla prima persona funziona, ha musica. Io sono un black bloc anticipa una novità – la presenza dirompente di un io – e un riconoscimento di un sé in un essere fantasmatico collettivo che ha avuto la forza di imporsi sulla scena internazionale come il prototipo più autentico del contestatore, del ribelle, del rivoluzionario, del guastatore nell’epoca del trionfo del globalismo finanziario di inizio millennio.

La lettura del testo è stata sconvolgente. Soggiacenti dietro uno scenario di semplicità adoloscenziale prorompevano, assieme al messaggio tombale sulla natura emancipatoria della politica e della democrazia, elementi di estetica e di etica che segnavano uno scarto profondo rispetto alla tradizione. In particolare, la violenza delle viole che appariva discreta, quasi timida in una dedica, dietro un semplice fanciullesco prepoetico gioco di parole, enunciava il rifiuto epocale della violenza sulle persone e la scelta pratica quotidiana della violenza sulle cose.

Altro che teppisti. Ci si trovava di fronte a un messaggio sconvolgente che andava posto immediatamente alla discussione pubblica internazionale anzitutto dentro i movimenti.

Malgrado l’immediato successo, non c’è radio o televisione che se ne occupa. Esce solo una recensione per il quotidiano Il manifesto. Inoltre, cosa che stupisce alquanto, nessuno – nessun circolo, nessuna associazione, nessun centro sociale – chiede o decide di presentare il libro. Il silenzio lo copre probabilmente perché parlarne rende impossibile non affrontare problemi che è preferibile rimangano sotto il tappeto. Sotto sotto c’è anche la paura di attirarsi le non troppo gentili attenzioni delle forze dell’ordine e i meno gentili anatemi di chi avrebbe potuto pronunciare accuse di fiancheggiamento.

Solo una regista tenta per anni di ricavarne un film ma neanche a lei riesce di superare la barriera di diffidenza e di paura del milieu dei produttori cinematografici.

Sta di fatto che con il passare del tempo le forme delle manifestazioni di piazza a livello internazionale assumono sempre più marcatamente le sembianze di cui il libro parla. I black bloc emergono via via, seppur episodicamente, ovunque si tratta di operare una contestazione radicale globale. Non solo, ma in tante situazioni territoriali, per esempio dai No Tav, ciò che prima era uno stigma del potere diviene una rivendicazione. Di fronte ad accuse grottesche, a processi e ad anni di galera comminati per semplici proteste o poco più, vi è chi dichiara siamo tutti black bloc. Tale rivendicazione annuncia che nonostante il silenzio e lo stigma – o forse proprio in loro virtù – l’estetica e l’etica dei black bloc sono diventate le forme egemoniche della contestazione antisistemica.

Non è, chiaro, tutto merito del fantasma del blocco nero; ciò avviene in concomitanza del fatto che – come annunciato nel libro – ogni spazio di mediazione politica si è chiuso, le decisioni avvengono in un piano sempre di maggiore astrazione di fronte al quale la partecipazione e le forme dell’agone politico democratico assumono sempre più le vesti del puro consenso, del melenso teatrino con attori che non riescono né a far piangere né a far ridere. Un teatro di sola noia. Ogni altro tipo di contestazione viene così tanto ignorata che appare come avallo anche quando è agita dalle forze più antagonistiche ai sistemi dominanti.

Vista la piega delle cose, Io sono un black bloc può essere rieditato. Quel dibattito prima impossibile oggi può diventare necessario e importante. Se non altro perché quando qualcosa diventa prevalente, quando a tutti appare scontato, qualsiasi fenomeno comincia il cammino del proprio superamento.

Prima che un nuovo cammino inizi, è fondamentale chiedersi: cos’è successo veramente?

Cosa potrà accadere davanti a noi?

Fenomenologia

Senza alcuna pretesa di spiegare il fenomeno dei black bloc – il libro ci riesce da solo senza bisogno di interpreti – proviamo a scrivere in forma sparsa le prime note di un eventuale dibattito sul tema.

A) La piazza non è padrona di se stessa. I suoi padroni sono sempre gli aguzzini e i suoi eredi testamentari.

B) Le cose sono profondamente cambiate nei comportamenti della piazza perché sono profondamente cambiate le cose del mondo. Queste profonde trasformazioni hanno evidenza sociologica che non riesce ad essere colta perché si ha l’abitudine di guardare il mondo con lenti incrostate di polvere storica.

C) Il black bloc non ha padri. Non avere padri è l’anagrafe necessaria di ogni rivoluzionario. Se si riconosce in un Marx o in un Bakunin, ma anche in un Foucault e in un Deleuze o in un Benjamin si può autodefinire rivoluzionario ma è un genetico conservatore. Un rivoluzionario, giusto o sbagliato, vincente o perdente è sempre figlio di nessuno. Può avere solo fratelli, sorelle, amici che trova per strada in un certo cammino e che poi abbandona o viene abbandonato durante il percorso senza che ci siano mai stati matrimoni né divorzi. È sterile. È un figlio di nessuno destinato a non procreare.

D) Non è il mondo degli esclusi perché semplicemente si esclude da ogni forma di mediazione e di rappresentanza politica. Non accetta le regole della politica e della governamentalità.

E) Non va in piazza oggi perché pensa di andare al governo domani. Si tira fuori da ogni apparato di potere, non gioca con la tela del potere perché sa che dentro quella tela si può essere solo insetto inevitabilmente preda dell’apparato di cattura del ragno.

Ha la percezione che il potere politico sia solo un acefalo paravento del sistema dominante.

F) Il quale invece funziona come un circuito elettrico. Se si circola al suo interno non si può che accrescerne la potenza, non si può che fare la lampadina. È un circuito che si alimenta dei suoi oppositori come il cannibale dei suoi nemici.

G) La resistenza, l’opposizione, l’antagonismo la critica radicale si condannano a far parte di quel circuito. Non si può stare dentro e contro. Se non si può neanche vivere dentro e contro, si può solo vivere parallelamente, in binari che tendono a non incrociarsi mai, ma a guardarsi allo specchio, ad essere l’uno la negazione dell’altro, l’uno l’inferno dell’altro, l’uno il nemico dell’altro. In questo scorrere parallelo, in questa lotta ciascuno può assumere il volto altrui senza mai identificarsi con esso. E ciascuno lo assorbe come una spugna che contiene l’acqua ma la può anche strizzare.

H) Solleva una barricata esistenziale totale. Ciascuno è libero di scegliersi quella che vuole, ma al di là della piazza dove si evidenziano, le barricate sono ben percepibili nelle scelte della vita minuta quotidiana. Ogni gesto segna una linea, indica un punto, una prescrizione netta. Il segno di stare di qua o di là.

I) Non chiede nulla perché nulla ha da chiedere a nessuno. Di conseguenza rifiuta di ottenere qualunque cosa.

L) Non si rappresenta, ma si esprime con i luoghi, i segni, i comportamenti, i gesti dell’esistenza che costruisce.

M) Si inventa relazioni, forme reddituali, monetarie, strumenti di autorganizzazione volte più a una strategia esistenziale che a una strategia classicamente politica.

N) Non ha interesse a scontrarsi con il potere perché non gli contende la stessa materia. Ciò che gli contende veramente è lo spazio. Non vuole salire sulle rotaie dell’avvenire, si accontenta di mettere un po’ di ghiaia sui binari.

O) Produce forme di conoscenza, d’azione e di autorganizzazione che sono completamente parallele a quelle delle forme prevalenti.

P) Agisce nella contraddizione localmente più minuta, ma ha ritmo e respiro internazionale.

Q) Assume vesti spesso diverse e quando esplode lo fa senza chiedere permesso a nessuno.

R) Il black bloc non attacca le persone, si concentra sulle cose.

S) Attesta che eliminata ogni alternativa al sistema presente, non può non manifestarsi un angolo di esistenza extrapolitica. È il certificato della fine della mediazione politica che per così tanto tempo aveva caratterizzato l’azione dei movimenti.

T) La coincidenza apparente tra black bloc e riot non deve ingannare. Il black bloc non è impolitico o antipolitico. Il black bloc è extrapolitico, è il risultato della necrosi della politica, della fine della mediazione, della crisi organica della democrazia, del trionfo dei dispositivi macchinici sulla governamentalità.

U) È la constatazione che non esiste alternativa al sistema. Può esistere solo alternativa di sistema. Non ha un programma politico. Esprime solo una sensibilità diffusa.

V) Prende atto che il mondo è inconoscibile. Lascia dei bagliori che possono essere colti più dalla musica, dalla poesia, dalla letteratura, dalla filosofia che dalla politica.

Z) L’esodo è impossibile. Ogni altro mondo è un mondo di potere, ogni nuovo mondo non è migliore del presente. Ogni paradiso è peggiore dell’inferno. Non rimane che convivere con il caos, agire negli interstizi, affrontare qui l’ora, per renderlo meno crudele, più divertente, meno dannoso. Una disperazione apocalittica e ridanciana, nichilista e costruttivista.

In questa gestualità disperata sta tutto il fascino, la sconvolgente estetica del black bloc.