Xeniteia. Contemplazione e combattimento

                                                       

di Mario Tronti e Marcello Tarì

 

E’ molto dubbia la verità di questa idea ormai entrata nel senso comune, secondo cui vivremmo in tempi apocalittici. L’impressione che se ne ricava dai vari discorsi che si rincorrono nell’infosfera è quella di una certa superficialità, di un cedimento generalizzato allo «spettacolo» dell’apocalisse, non certo di una sua assunzione in senso genuinamente profetico. L’immaginario di massa è ispirato dai film e le serie tv hollywoodiane, più che dal grande libro che Giovanni scrisse nel suo esilio a Patmos.

Il bisogno – perché di un bisogno si tratta – di introdurre l’anomalo discorso che qui proponiamo non nasce per iniziativa del virus, viene da più lontano e dal più profondo. E’ stato detto da una voce profetica del Novecento, e da questo partiamo, che la vera catastrofe è che le cose restino come sono. Si è oggi più semplicemente e comunemente abbacinati da un disagio di civiltà che sempre più investe le nostre esistenze fin nell’intimità, mostrandoci come il capitalismo sia diventato, se non lo è già sempre stato, un «modo di distruzione» piuttosto che un modo di produzione. Diremo allora che l’attuale pandemia globale ha solamente rivelato questo stato del mondo. Eppure l’apocalisse, nel senso comune mediatico, piuttosto che assumere questa rivelazione in quanto contestazione del mondo, anzi, più precisamente, della «mondanità», come è sempre accaduto nella tradizione apocalittica, viene vissuta come una affermazione paradossale di questa.

Si è così tanto avvolti e attraversati dallo spirito mondano che le evidenze diventano come invisibili e le menzogne appaiono come evidenze. È anche per questo che l’adottare la postura di quei primi monaci dell’età cristiana, cioè di estraniamento, xeniteia nel greco dei Padri e peregrinatio in latino, rispetto alla società dominante e alla propria identità sociale, ci sembra oggi così necessario. Così evidente.

Farsi stranieri, «nel mondo ma non del mondo», anche per provare a sovvertire il senso della «distanza sociale», che da misura di profilassi rischia di mutarsi velocemente in una misura di intensificazione dell’atomizzazione, per altro già estrema, degli uomini e delle donne, assumendo invece come compito quel «pathos della distanza» che Nietzsche poneva agli spiriti liberi non solo come critica dell’atomismo, ma come il modo affermativo per il quale ogni forza viva si rapporta a un’altra.

È, o dovrebbe essere abbastanza noto, che le relazioni tra cristianesimo delle origini, monachesimo e poi struttura ecclesiastica, con la vicenda storica e in un certo senso teologica del comunismo – inteso come movimento di liberazione universale non riducibile al solo marxismo – sono esse stesse in qualche modo originarie.

Se Ernst Troeltsch parlava a proposito delle comunità cristiane apostoliche e dei primi secoli di un «comunismo d’amore», Walter Benjamin affermò senza giri di parole che la società senza classi, predicata dal comunismo moderno, non era che una secolarizzazione del regno messianico. In questo senso, dovremmo forse completare la famosa sentenza schmittiana che afferma che «tutti i concetti della dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati», con quella di «tutti i concetti della dottrina rivoluzionaria sono concetti teologici secolarizzati».

A ben guardare è come se nella storia del comunismo le due parti in questione, teoria dello Stato e teoria della rivoluzione, si siano a un certo momento incontrate, poi combattute, quindi integrate e infine arrivate a un comune punto cieco, al contrario di quella della Chiesa, in cui istituzione e destituzione appaiono come contenute in uno stesso recipiente che nella storia ha oscillato ora da un lato, ora dall’altro, senza mai però che una delle due forze venisse annientata dall’altra e scomparisse del tutto, e questo è uno tra i «misteri» che ci piacerebbe indagare. Infatti né il cristianesimo né il comunismo sono riducibili a delle dottrine o possono essere identificati integralmente in una istituzione: ogni volta che lo si è fatto si è sempre andati incontro a un grande disastro. L’uno e l’altro sono innanzitutto parte di una storia, una tradizione vivente che per entrambe è, originariamente, quella degli oppressi, degli sfruttati, degli umiliati e offesi.

Ma se alla comparsa nella modernità di un «cristianesimo senza religione», come acutamente diagnosticato da Dietrich Bonhoeffer, corrisponderà poi un comunismo senza dogmatica, bisogna riconoscere che alla pur difficile vitalità bimillenaria della Chiesa, non ha corrisposto una durata del partito o dello Stato che andasse oltre qualche decennio.

Diceva il vescovo brasiliano Helder Camara: quando dò da mangiare ai poveri, mi dicono che sono un santo, quando chiedo: perché i poveri non hanno da mangiare, mi dicono che sono un comunista. A fronte di tutto questo discorso, è perciò abbastanza comico vedere i reazionari accusare alcune figure della Chiesa, quando queste predicano o agiscano in favore dei poveri e con i poveri, di essere dei «comunisti», quando è piuttosto evidente che è il comunismo ad aver sempre avuto un piede malfermo nella tradizione giudaico-cristiana. Ma vale, questa annotazione di costume, anche per quanto concerne il campo del comunismo, cioè quando coloro che pongono come dirimenti questioni teologiche, a partire ovviamente dall’escatologia, sono stati e vengono trattati a loro volta come degli «eretici» oppure semplicemente non capiti, se non addirittura compatiti o derisi.

Ivan Illich ha sostenuto che, al contrario di quanto comunemente si crede, quella contemporanea, malgrado e anzi a causa della cosiddetta secolarizzazione, dell’essere il cristianesimo una minoranza nel mondo e persino della sua perversione in quanto religione, è l’epoca più pienamente cristiana che vi sia stata finora. Allora, al di là della cosiddetta morte delle ideologie e del fallimento storico delle realizzazioni, forse potremmo, forse dovremmo dire che quella attuale è un’epoca di pienezza anche per il comunismo, se solo riuscissimo a vedere oltre la fitta nebbia della chiacchiera mediatica.

Ci interessa in particolare la storia del monachesimo, a partire da quello più antico, quello dei Padri del deserto, passando per le esperienze ai margini e al di fuori dell’istituzione, basti pensare al beghinaggio e alla celebre eresia del Libero Spirito, fino ad arrivare ad oggi, alle tante esperienze contemporanee di invisibili comunità dove si pratica vita eremitica o cenobitica. Allora, la scommessa che ci sentiamo di fare, con la modestia necessaria e tutte le cautele possibili, è un metterci, quasi come discepoli, sull’onda lunga di quel monachesimo che nei secoli si è fatto straniero al mondo così com’era, e non semplicemente per rifiutarlo, ma per combatterlo. Nessuna suggestione della fuga mundi, non un meccanismo di difesa, piuttosto l’apertura di un nuovo fronte di attacco, che non abbandona altri fronti ma  si aggiunge ad essi, una volta misurata e verificata la specifica necessità dei tempi.

In questo modo pensiamo di andare a leggere, nelle sue diverse pratiche, anche interreligiose, la possibilità di pensare cosa significhi o possa significare per noi oggi tenere  insieme una dimensione contemplativa e una di combattimento. Poiché la vocazione, la chiamata del monaco e della monaca, non consiste solo nell’ascoltare e curare la propria interiorità, ma risponde al grido della realtà e ad essa obbedisce. Guardare solo dentro di sé, apre inevitabilmente la porta al demone della tristezza, mentre la stessa parola «contemplazione» allude a uno sguardo libero verso il cielo che ispira l’azione.

Il monachesimo si è poi posto e ha cercato di risolvere, in maniere differenti e tutte da indagare, le grandi questioni del come vivere insieme, dell’abitare il sé e il mondo e di una testimonianza del «regno messianico». Un regno, ci è stato annunciato, che è già tra noi. Se noi lo vogliamo. Questioni che hanno sempre attraversato i movimenti rivoluzionari e che negli scorsi anni hanno occupato molti di noi senza che arrivassimo a un pensiero e una pratica convincenti. Tanto più si ripropone oggi, dentro un tempo di radicale sospensione della vita sociale che ci interroga duramente non solo sulle forme della produzione ma specialmente sulle forme della vita stessa.

Vita mondana e regno, solitudine e comunità, istituzione e destituzione, la forza e la grazia, lo spirito e la legge, la contemplazione e il combattimento, ognuna di questa coppia di parole ci riporta al mistero del mondo, della storia e di quella che chiameremmo la dimensione dell’oltre.

Un grande filosofo del Novecento abbastanza dimenticato, Brice Parain, che era soprattutto uno strano comunista e uno strano cristiano, scriveva negli anni ‘40 che con i soviet in Russia era nato il primo ordine monastico dell’età contemporanea e che proprio al comunismo apparteneva la dimensione contemplativa del «silenzio», un silenzio militante in attesa della Parola. Ecco, riuscire a comprendere che cosa volesse dire Parain con questa «bizzarra» teoria e portarla a nostra volta ad una maggiore elaborazione, potrebbe costituire un altro dei temi affrontati in questo spazio di riflessione e di indagine che per il momento, da inquieti esploratori, andiamo a saggiare con una rubrica che appare contemporaneamente su due siti, quieora.ink e dellospiritolibero.it (Officine Tronti).

Anatomia della rivolta. Seconda parte.

 

di Michele Garau

la prima parte del saggio è qui

L’insurrezione è un’opera pratica che esige una tecnica

che dev’essere conosciuta.

Auguste Blanqui

La controrivoluzione si è nutrita della rivoluzione.

Jacques Camatte

Dove ci si può fermare, risalendo all’indietro, per riassumere nelle sue linee essenziali la traiettoria delle rivolte popolari? Le radici e le genealogie storiche, gli elementi di periodizzazione come le interpretazioni autorevoli e i dibattiti, rischiano di incalzare verso un regresso all’infinito. Qualsiasi taglio o punto di partenza, ogni elemento messo in primo piano, infatti, rischia di conservare l’ombra di un’operazione arbitraria. Dietro gli studi di Joshua Clover ci sarà allora E. P. Thompson, e a lato di quest’ultimo il contributo essenziale di Foucault nel ricostruire i parallelismi tra la formazione moderna di un apparato repressivo, statale e centralizzato, e la lotta contro la minaccia delle sommosse, contadine ed urbane. L’analitica del potere giudiziario, nell’evoluzione storica dello Stato francese, ruota in permanenza attorno alle tattiche per contenere e combattere la «plebe sediziosa». Non c’è genealogia dei tribunali, dell’indagine giudiziaria e del diritto, insomma, senza analizzare la sconfitta dei Nus pieds, nel 1639, in Normandia, o più tardi quella dei Croquants. La giustizia scopre e produce il crimine cercando di colpire la sedizione, in una fitta catena di episodi puntuali.

Ma allo stesso tempo è difficile disgiungere la gestazione della moderna penalità, come «prelevamento» degli individui, sequestro e reclusione, senza evocare la tutela dei profitti quale nuova priorità della legge. C’è allora la complessa vicenda degli illegalismi popolari e del loro tramonto, la prevenzione del furto divenuta necessità primaria del potere, mentre enormi quantità di merci cominciano ad essere accumulate a portata di mano dei poveri, nei porti e nelle città. Sarebbe però altrettanto importante citare le lunghe resistenze all’imposizione del sistema di fabbrica, in Inghilterra, quando i nuovi macchinari dell’industria tessile distruggono le tutele verso cimatori e calzettai, schiacciando le vecchie protezioni consuetudinarie, la difesa delle maestranze artigianali contro il mercato: è l’appassionante e opaca vicenda del Generale Ludd, ma ancora prima di innumerevoli unioni, gruppi e società segrete. All’inizio dell’800, tra legislazione contro le coalizioni, distruzione dei telai meccanici e necessità di segretezza, una nutrita congerie di associazioni e reti organizzative, prima del cartismo, ha mischiato la cospirazione politica ad accenni primitivi di battaglia sindacale.

E in questa trama versatile e confusa, manco a dirlo, il repertorio della sommossa, della ribellione violenta, è una presenza costante. Periodizzazione e localizzazione, come si vede, risultano un’impresa ardua, tanto più che tutti i più importanti dibattiti su questi episodi del passato, in ambito storico e teorico, entrano sempre in contatto con il presente. Non è un caso che gran parte di tali dibattiti, alle nostre latitudini, abbiano conosciuto la più vivace fioritura tra gli anni ’60 e ’70. In questo periodo la ricerca storiografica comincia, come insegna Foucault nei suoi corsi dei primi anni ’70, a privilegiare la rottura e l’evento rispetto al passato ed alla continuità, complice un impulso generale più diffuso. La stessa attenzione di Foucault per il caso dei Nus Pieds e per il dibattito sulle rivolte seicentesche in Francia, nella cornice della polemica tra Mousnier e Porchnev[1] e di un esame critico della dogmatica marxista, trae da questo frangente tutto il suo potenziale di attualizzazione.

Una trattazione di questi temi non può quindi evitare pienamente l’anacronismo, o meglio l’indulgere in andirivieni cronologici che ci riportino all’oggi. Il testo di Joshua Clover, in tal senso, nel suo tentativo di ricondurre l’anomalia delle rivolte ad una categorizzazione marxista, seppure eretica, costituisce una fonte di spunti e un buon termine di riferimento critico. In mezzo alla variegata letteratura su questi temi l’importanza di Riot, Strike, riot sta in una tassonomia semplice, che riporta l’alternanza tra forme di emergenza del conflitto ai cicli del capitale e alle sue fasi di accumulazione, attingendo agli studi di Giovanni Arrighi. I periodi in cui l’economia capitalista è preminentemente  produttiva, basata sulle industrie ed il sistema di fabbrica, quindi sull’estrazione del valore, vedono la prevalenza dello sciopero come metodo di lotta, dunque corrispondono all’epoca d’oro del movimento operaio; le fasi in cui c’è un capitalismo basato sulla circolazione, sul mercato e la realizzazione del valore, come quelle di «dominio formale» che precedono il capitalismo maturo o subentrano alla crisi del fordismo, in Europa e negli Usa, dagli anni 70 in poi, vedono la rivolta come mezzo di lotta principale. Le rivolte contadine del 600 e i riots degli attuali sobborghi metropolitani si assomigliano e richiamano perché dipendono da analoghi assetti sistemici di equilibrio tra estrazione e realizzazione del valore economico. In entrambi i casi la generale esclusione e lo spossessamento si incontrano sulla piazza e per strada, non nei luoghi dello sfruttamento.

Questa ipotesi metodologica ha per Clover un ulteriore vantaggio: quello, semplificando la complessità del suo studio, di discernere i due piani, articolati ma differenti, delle forme di azione collettiva e delle «ideologie dell’azione collettiva» che si sviluppano intorno alle pratiche stesse. Il nocciolo della questione, per l’autore, è valorizzare le rivolte dal punto di vista del materialismo storico. Se le teorie anarchiche della rivolta abbondano, specificando che Clover vi include anche gli scritti del Comitato Invisibile, dunque dilata la categoria in modo arbitrario, occorre dimostrare che le griglie marxiane sono in grado di rendere conto, altrettanto bene, dei saccheggi e delle vetrine spaccate. Clover parla di una «teoria comunista della rivolta», e sulla sua necessità, certo, siamo d’accordo. Un simile impianto non manca di suggestione e di capacità esplicativa, avanzando molti elementi fondamentali di una critica rivoluzionaria «post-classista», ma si può dire che i conti non tornino. Alcuni esempi storici, andando con ordine, sono una buona cartina di tornasole per individuare degli aspetti delle sommosse contemporanee che non rientrano nelle lenti di Clover. Un primo caso è quello del luddismo, intorno al quale Clover polemizza con le conclusioni di E. P. Thompson, senza coglierne però delle componenti essenziali.

La posizione di Clover sui moti luddisti iniziati nel 1811, a cui dedica un piccolo capitolo del libro, si inserisce perfettamente nel suo modello di periodizzazione. La distruzione delle macchine compiuta sotto le insegne di Ned Ludd o alcuni anni più tardi, intorno al 1830, del Capitano Swing, figura anch’essa leggendaria che dà il nome, stavolta, ad un’ondata di sabotaggi contro le trebbiatrici, viene infatti definita «rivolta come sciopero». Questi tentativi di arginare la meccanizzazione, dell’industria tessile e del lavoro agricolo, rallentando l’avanzata del mercato «autoregolato» che travolge il controllo comunitario delle condizioni di produzione, ricorrono a lettere di minacce, incendi delle fabbriche e azioni armate. In un caso come nell’altro, però, i danni arrecati selettivamente ad alcune innovazioni tecniche, quali la gig mill e la shearing frame[2], per quanto riguarda il luddismo, erano diretti con coerenza ad imporre alcune precise rivendicazioni salariali, una paga minima ed il diritto di organizzazione sindacale. Tra queste rivendicazioni c’è anche l’obbligo di reimpiegare i lavoratori che le nuove acquisizioni di «capitale costante» hanno sostituito.

Il luddismo quindi non è una convulsione retrograda che vuole tutelare residui patriarcali e consuetudinari nel funzionamento dell’industria, ma un’espressione di lotta di classe in una precisa congiuntura, in cui la mobilitazione sindacale pubblica non è ancora ammessa né codificata. In questa fase di oscillazione, dunque, non si potrebbe che vedere lo sciopero in formazione e la consustanzialità dalle pratiche che a un certo punto si distaccano: il fatto che si perseguano miglioramenti salariali e che venga diffusa la lista di quei macchinari che, non spostando manodopera, vengono lasciati intatti, è la dimostrazione. Non quindi un capitolo finale ma una fase di importante transizione a partire dalla quale i repertori di lotta si distinguono e chiarificano, proprio perché l’organizzazione capitalistica si sta evolvendo. Le letture come quella di K. Sale, in Ribelli al futuro, ma secondo Clover anche di Thompson, che vedono nel luddismo una resistenza pregiudiziale allo sviluppo e al portato della rivoluzione industriale, ne ignorano il carattere epocale ed ibrido, che la collocherebbe in un preciso punto di frattura e rivolgimento strutturale di passaggio al dominio reale del capitalismo, quindi all’egemonia dello sciopero e del movimento operaio:

Ma l’accento messo sul costume, sulla lotta contro il futuro, passa a fianco dell’elemento che nella distruzione delle macchine che è invenzione, che anticipa. Si tratta altrettanto del primo capitolo di una politica conflittuale nelle fabbriche che non ha ancora avuto fine. È soltanto nel corso di un periodo di transizione che può apparire allo stesso così ibrido, al contempo scandaloso e originale, un piede nelle enclosures e le rivolte frumentarie, l’altro nel codice del lavoro e le lotte sulla giornata lavorativa[3].

Tuttavia il legame con il passato che Thompson vede nella rivolta luddista non sta affatto in un arroccamento reazionario. Su questo, al contrario, sembra che i pareri dei due autori coincidano. Che le istanze agitate si appoggino a modi di arbitraggio dei conflitti sul lavoro derivanti da usi consolidati in via di sparizione quindi, essi sì, giunti all’«ultimo capitolo», è un altro paio di maniche. Nel lungo capitolo di La formazione della classe operaia inglese in cui la storia di Ludd è inserita, Un esercito per gli oppressi, la questione della continuità con le tradizioni di lotta precedenti sembra essere posta in tutt’altro modo.

Per Clover le autorità non usano, in quel frangente, l’appellativo di riot, sommossa, proprio per la priorità esplicita delle rivendicazioni economiche. Il vocabolario repressivo stenta a esprimersi poiché, non potendo ancora usare il termine di sciopero, quello di rivolta è inadeguato, laddove mancano connotazioni di scontento politico o rapporti con le correnti rivoluzionarie anteriori. Nella doviziosa narrazione di Thompson, che ricorre diffusamente agli archivi di polizia, ai resoconti delle reti di infiltrati e spie, le cose stanno ben altrimenti. I luddisti mettono lungamente le autorità in scacco, oltre che per il largo sostegno della popolazione, perché è arduo discernere, al loro interno, gli elementi di vecchio giacobinismo «painita[4]», i giuramenti segreti, i comitati cospirativi e addirittura i progetti insurrezionali, dal nocciolo puramente economico del conflitto. Quella del luddismo è una «società opaca» insomma, i cui protagonisti nascondono la propria identità e i propri fini, su cui le testimonianze sono dubbie e di cui le istituzioni non riescono a venire capo, in quanto esprime una cultura di silenzio scientemente perseguito ed osservato, di diffidenza della comunità operaia verso il magistrato, il notabile e il potente:

Ed eccoci vicini al nodo del problema. La terza grande ragione per cui le fonti sono «opache», è che i lavoratori intendevano che così fossero. E parlare di «intenzione» è usare un termine troppo razionale. In Inghilterra esistevano allora due «culture» distinte e ben definite. Nei centri della rivoluzione industriale, andavano sorgendo istituti e forme di comunità, e nascendo atteggiamenti nuovi, che tendevano, consciamente o inconsciamente, a sbarrare la strada al magistrato, all’imprenditore, al prete, o alla spia. La nuova solidarietà non era soltanto solidarietà con; era solidarietà contro[5].   

 

Per tali ragioni Thompson si discosta dagli argomenti degli storici del movimento operaio che, come gli Hammond, i Webb e Graham Wallas[6], derubricano la portata dei tumulti luddisti, in campo politico, a macchinazioni e invenzioni di spie. I piani di sollevazione contro il re e le violenze notturne, nel lavoro di questi studiosi, non sono un degno antecedente del moderno movimento operaio improntato alle leggi di riforma e dunque, malgrado l’evidenza, tanto peggio per le fonti. L’aspetto interessante è che però, contrariamente a quanto sostiene Clover, nel luddismo le razzie, il sabotaggio e i germi di trade unions siano, gli uni accanto agli altri, in piena continuità con le tradizioni sovversive, il radicalismo repubblicano e la memoria di vecchie congiure, come quella di Despard, cospiratore giustiziato nel 1803, o della «Lampada nera[7]»:

Non si può ritenere soddisfacente nessuna interpretazione del luddismo che lo consideri limitato a obbiettivi economici, o respinga come chiacchiere di «teste calde» le sue venature insurrezionali e quindi politiche. Nella stessa Nottingham, dove il luddismo mostrò la maggiore disciplina nel perseguire obiettivi economici, il legame tra distruzione di telai e sedizione politica era ammesso da ambo le parti, perché non solo i lavoranti in calze a telaio ma gli «ordini inferiori» in genere manifestavano complicità con i luddisti nella loro lotta contro i mercanti, i reparti dell’esercito e i magistrati.[8]

Allo stesso tempo, inoltre, esso anticipa gli avvenimenti successivi di Pentridge e di Cato Street. Nel Lancashire, dove ebbe minore impatto che in altre regioni, questa «jacquerie operaia contro l’industria», passò addirittura oltre la fase di danneggiamento e distruzione delle macchine in poche settimane, cedendo il passo a sequestri d’armi, preparativi insurrezionali ed esercitazioni militari.

Sotto questo profilo, proseguendo sull’onda delle assonanze e dei liberi salti temporali, l’affresco foucaultiano dell’insurrezione dei Nus pieds è esemplare, in quanto fornisce un’altra circostanza in cui la ribellione popolare, nella sua piena portata, eccede ampiamente i confini del suo contenuto economico. Le lezioni in cui Foucault si occupa di tali avvenimenti sono, come noto, una tappa fondamentale della sua regolazione di conti con il marxismo, anche poiché coincidono con alcuni dei momenti in cui le sue elaborazioni si avvicinano di più agli stessi interrogativi politici che animavano la sinistra rivoluzionaria. L’aspetto che qui più ci interessa è che i tumulti seicenteschi, pur ricollegati al complesso mosaico di interessi e prerogative fiscali che caratterizzano il prelievo e la ripartizione delle imposte entro la struttura feudale, riguardano principalmente un esercizio di potere.

Essi sono il punto focale attorno a cui si agglutinano e definiscono gli assetti delle istituzioni penali, il motivo per cui le funzioni di polizia e repressione si precisano e separano in una specifica configurazione del diritto. Per far fronte a questi sommovimenti, infatti, la rappresentazione della giustizia deve cacciare sempre più nell’ombra il suo carattere di sanzione dello scontro tra forze, assumendo una parvenza di neutralità che ne garantisca il funzionamento. In questo quadro, sulla scia di Porchnev, Foucault evidenzia come le rivolte del 600, a partire da una rivendicazione antifiscale, siano pienamente comprensibili soltanto con la lente di un’analisi strategica, come messa in discussione delle forme in cui il potere si consolida ed afferma, quindi anche come manifestazione di «contropotere», in tutta la sua ambivalenza. Così viene scalfito anche quel dogma della ricapitolazione storiografica che vede la plebe, i movimenti popolari, capaci di reagire a carestie e imposte, disoccupazione e aumento dei prezzi, ma mai per contestare i modi di esercizio e conservazione del potere. Anche il fatto che i Nus Pieds, nell’attuare le proprie rappresagli ed i propri attacchi, emulassero e riproducessero le insegne dell’autorità costituita, fino a utilizzare i sigilli regi, piaccia o meno, può essere apprezzato in un’ottica simile.

Questa pratica della giustizia popolare, la cui reinterpretazione vede Foucault e i maoisti della Gauche proletarienne in vivace polemica, i secondi a difendere l’idea dei tribunali e della giustizia rivoluzionari, il primo ad evidenziare il legame indissolubile tra la pena e la criminalizzazione delle sedizioni, la separazione tra plebe e popolo, risuona con il sottofondo di questo dibattito storiografico.

Ma soprattutto, a parlarci dell’oggi, è quest’idea bifronte della sollevazione popolare, che guarda a sogni di liberazione aggrappandosi alla conservazione di spettri del passato, anche immaginari e spuri. In tal senso, proseguendo a ruota libera, il binomio tra conservazione, attaccamento comunitario e ribellione, ha da dirci qualcosa in una lunga fase in cui il flusso del divenire, la ristrutturazione e la trasformazione permanente, forse perfino rivoluzionaria, in qualche modo, sono da lungo tempo la cifra stessa del capitale, del suo programma fuori controllo di perenne fuga in avanti? Qualcuno ha già osservato questo strano appuntamento temporale a proposito dei gilets jaunes, una rivolta che si ammanta di vesti conservative, ma per conservare quale passato, e quale identità?

Sorprendente sovrapposizione che fa apparire nel XXI secolo un movimento sociale abbastanza potente per perseverare malgrado la repressione brutale, restando prossimo alle sedizioni popolari che la Francia ha conosciuto durante il lungo ciclo dei sollevamenti contadini e plebei del XVI e XVII secolo. La risposta dei GJ assomiglia a un risveglio di questa tradizione sepolta, vinta dalla repressione militare e giudiziaria della monarchia e più spesso lasciata nell’ombra, in seno allo stesso marxismo, della centralità proletaria. La loro ambivalenza, tra insurrezione e conservazione, resistenza e reazione, caratterizzano delle ribellioni esposte al cambiamento del regime di storicità[9].

Qualche passo indietro per sbrogliare dei fili che si fanno confusi, e rimetterli in ordine. Nel corso dell’anno successivo a quello sui Nus pieds, dedicato a La società punitiva, Foucault corregge un po’ il tiro ed accentua il corpo a corpo con il marxismo del periodo, in particolare riguardo al concetto di «riproduzione» e alle teorie sugli apparati ideologici. Spostandosi al 700 e all’800, Foucault sostituisce tendenzialmente la nozione di «illegalismo popolare» a quella di «plebe sediziosa» nella sua analitica del potere penale e delle sue istituzioni. In questo modo il peso dei cambiamenti nel sistema di produzione è accentuato e le domande sulla riproduzione dei rapporti sociali poste con più forza. Se nella civiltà feudale la multiformità dell’illegalismo si tiene insieme in un sistema di contrappesi, in cui le prerogative aristocratiche, la decisione dei prezzi nel mercato e le varie irregolarità che competono ai diversi ceti si annullano, con il rafforzamento della borghesia le cose a poco a poco cambiano. A un certo punto gli illegalismi non sono tutti uguali, e quelli popolari, con la massiva deportazione dalle campagne e la concentrazione nei luoghi in cui ricchezza e mezzi di produzione si trovano a disposizione, si riducono al depredamento. E qui la classe operaia, il proletariato nel senso che si è poi stabilito, come soggetto, non va riprodotto, o meglio va riprodotto quantomeno nello stesso tempo in cui è plasmato ex novo come corpo operaio, disciplinato, economo e ritmato. Le tattiche della disciplina, se nascono e sono sempre commisurate al pericolo della sedizione, in questo specifico frangente devono reagire al furto creando l’operaio, la classe come soggetto riconoscibile: il potere combatte la cospirazione creando il crimine e previene l’appropriazione creando il proletario. In entrambi i casi c’è un’eccedenza, un sovrannumerario della carne, dei corpi e degli istinti stessi, ridotti alla naturalità di un tempo e di uno spazio. Il tempo e lo spazio del capitale, che esso condivide con il soggetto operaio, sua variabile dipendente e negazione determinata. In altre parole la forza-lavoro è il risultato di un processo che rende i corpi produttivi, determinandoli simultaneamente come competenti e come sottomessi. Perché sia utilizzabile sul posto di lavoro e fissato alle macchine, invece che un insieme di forze virtuali e generiche, il «corpo operaio» deve essere addestrato in senso sia professionale che disciplinare, trasformato in forza produttiva nello stesso momento in cui è posizionato dentro il rapporto di sfruttamento capitalistico. Per questo motivo, in Foucault, la teoria del potere disciplinare non è una teoria della riproduzione sociale, delle forze produttive e del modo di produzione, ma delle forme in cui questi si «costituiscono». Al livello più profondo delle reti di potere, non c’è forza lavoro senza trasformazione dei soggetti in risorsa produttiva interamente disponibile ai cicli dell’estrazione di valore, come non c’è modo di produzione capitalistico senza un loro ancoraggio allo spazio del lavoro e una presa totale sul loro tempo di vita. Il potere sequestra, reclude, educa, dirama le discipline sull’insieme del corpo sociale, irreggimenta le «classi pericolose», non per servire le strutture della produzione, per garantirle o legittimarle, ma per costituirle e determinarle nel loro nucleo più puro:

Se diamo al potere l’estensione che ho appena detto, siamo sollecitati a rintracciarne il funzionamento stesso ad un livello molto più profondo. Il potere, quindi, non può più essere compreso soltanto come il garante di un modo di produzione, come ciò che permette di costituire un modo di produzione. Il potere è di fatto uno degli elementi costitutivi del modo di produzione e funzione nel cuore di quest’ultimo. È quello che volevo far vedere quando ho parlato dei vari apparati di sequestro, che non sono tutti collegati a un apparato di Stato, lungi dall’esserlo, ma giocano tutti-che siano le casse di previdenza, le fabbriche-prigioni, le case di correzione-a un certo livello: non quello della garanzia data al modo di produzione, ma quello della sua costituzione.[10]

Tutto questo ha a che fare con la figura che il progetto rivoluzionario e comunista ha assunto lungo l’intero secolo scorso. Ha a che fare con quello che alcuni pensatori, e rivoluzionari, hanno definito, alle soglie della crisi generale che si è profilata a partire dagli anni 70, come «teoria del proletariato». E con il suo tramonto. Per questo tornare a Clover e vedere quanto non torna e convince nella sua analisi è importante. Il programma proletario, l’idea di rivoluzione che ha sempre contemplato, è quella di una generalizzazione transitoria della condizione della classe sfruttata, universale e liberatrice. La classe che non è niente ma che deve affermarsi come contenuto positivo, come nucleo germinale del processo rivoluzionario medesimo. Il vizio originale del capitale è infatti quello di avere come forza motrice e come limite lo stesso deposito di forze, secondo tale griglia, ovvero la forza produttiva, e prima di tutto quella vivente, il corpo biologico, le risorse organiche dell’attività umana che si trasforma in lavoro vivo. Un accumulo macchinico e razionale di lavoro morto, di senso morto, che deve necrotizzare e metabolizzare la linfa del senso vivo, ma che non può mai esaurirla senza decomporsi. Cesarano ci ricorda come questo echappement dell’utopia capitale è quella di un sistema internalizzante che insegue costantemente la dominazione reale sul ricambio tra attività e natura, che cerca in modo spasmodico e volatile, sempre più rarefatto e privo di contenuto stabile, di innervare la comunità materiale dei viventi:

“Recuperando e stravolgendo le pulsioni autenticamente rivoluzionarie espresse dal movimento reale nel corso del primo ventennio del novecento, la controrivoluzione ha funzionato oggettivamente come il meccanismo di sopravvivere alle sue proprie crisi, favorendo e promuovendo la dislocazione delle contraddizioni fondamentale insite nei modi e nei rapporti di produzione, dal livello originariamente elementare di organizzazione produttiva, a livelli sempre più complessi e sempre più totalizzanti, fino all’attuale dominazione dell’economia tanto su ogni forma di «vita» organizzata sul pianeta come su ogni sopravvivenza delle forme in cui la vita organica, ridotta a mera «materia bruta» di natura estrattiva, a mero propellente della macchina sociale, è forzata a riprodursi quale «vita» mistificata, energia «naturale» della specie.”

Per il marxismo la negazione immanente del proletariato è questo, per il migliore Marx a cui Clover s’ispira l’autonegazione del proletariato è il preludio alla fine di questa dominazione poiché, se la figura proletaria si espande di nuovo, invade la riproduzione e si generalizza, ecco che la forza produttiva di nuovo esplode. Per quanto questa espansione rompa con la legge del valore ed una sua misura calcolabile, esondi dalla fabbrica e dalla sintesi del tempo di lavoro, la «sintesi capitalista» di capitale e lavoro nel sociale, che pende sempre da una delle due parti, scriveva Lucio Castellano…beh sempre di forze produttive, generalizzazione del proletariato e transizione si tratta. Ed è un’ipoteca non da poco. In fondo i vagheggiamenti operaisti sul dominio formale che ritorna, non vanno forse in questa direzione?

Torniamo quindi alle rivolte, e ad un termine di periodizzazione che risulta fondamentale, come si è già detto. Le sommosse del lumpen «razzializzato», da James Boggs alle Pantere nere, che d’altronde proprio come lumpen si autodefinivano. Detroit, l’unione e la sovrapposizione tra lotte dei disoccupati, le vertenze radicali nelle fabbriche e l’insorgenza dei neri nelle periferie. Una tappa importante anche nelle analisi di Camatte, ad esempio, che vi fa più volte riferimento in diversi scritti su Invariance, che si distaccano passo dopo passo dalle lenti iniziali e dall’attaccamento al gergo bordighista, fendendolo ed aprendo un varco nelle sue tesi sul partito storico e la classe. La rivolta apre, negli Stati Uniti e negli anni 60, una fase critica che non percorre il ritorno ad un’identità precedente della classe, ma alla sua dissoluzione in quanto tale, alla dislocazione del dominio su altri e più profondi terreni. La fase di oscillazione tanto decisiva tra gli anni 60 e 70 è quella di un tentativo insurrezionale generalizzato, di una sperimentazione e riscoperta del comunismo che è sì un ultimo capitolo, quello del legame tra forze produttive e rivoluzione, tra programma e teoria del proletariato come coordinate dell’uscita dal capitalismo. Nel costituirsi del capitale in comunità materiale senza residui spaziali, che non vuol dire senza fuori e senza fughe possibili, non è la dominazione formale, il comunismo del capitale che giunge a maturazione, ma quella totale del soggetto automatico e dell’«antropomorfosi», in cui è il senso morto della rappresentazione inglobante ad annettersi le forme di vita. Così l’insurrezione non è un passo in avanti nella liberazione e nello sganciamento, una corsa sfrenata che è ormai solo ed unicamente quella del capitalismo, invertita e cambiata di segno, ma una «febbre di rigetto», si diceva, di rifiuto di un’avanzata autodistruttiva. Per questo, come scrive di recente Alain Bertho in un libro che ha, di interessante, soprattutto l’impianto documentario, il limite di tempo sembra, nel nuovo ciclo di rivolte, percepito come quello ultimo, e la coscienza ambientale dell’invivibilità di un mondo che è già apocalittico, natura del capitale e del suo artificio, pare tramutarsi in senso comune pratico. I domani che cantano, scrive l’antropologo, hanno smesso di profilarsi all’ombra della necessità storica, certo, polverizzando in sinergia con Internet la nostra percezione del tempo, e mettendo a suo dire in disuso le strategie rivoluzionarie. Nelle convulsioni recenti delle nostre vite, se non c’è alcun passato a cui rivolgersi e nessuno specifico limite invalicabile da sacralizzare, certamente la riscoperta di qualcosa di dimenticato è un ingrediente che deve confluire nel crogiolo della sovversione. Per trovare un’idea rivoluzionaria all’altezza delle rivolte.

[1] In Teoria e istituzioni penali, il suo corso al Collège de France del 71-72, che si ricollega alle Lezioni sulla volontà di sapere ed anticipa La società punitiva, corso dell’anno successivo in cui amplia e rettifica il tema della «plebe sediziosa» come fuoco del potere penale, Foucault interviene esplicitamente nella polemica tra lo storico francese e quello sovietico. I termini della divergenza tra Boris Porchnev e Roland Mousnier riguardano la natura delle rivolte Francesi del 600. Foucault infatti trae largamente ispirazione dal testo di Porchnev, Les soulèvements populaires en France au XVIIe siècle, il cui capitolo centrale, purtroppo assente dall’edizione italiana, è dedicato proprio all’episodio dei Pieds Nus. Porchnev è l’autore che introduce il concetto di «plebe sediziosa», come massa che conteneva sia i lavoratori della città che i contadini, e che sarebbe stata protagonista delle ribellioni seicentesche, dirette principalmente contro la fiscalità feudale e i suoi beneficiari. Questo concetto avrà fortuna in seno ai movimenti maoisti francesi del periodo, vedi GP, con cui Foucault dialoga, che ponevano molta attenzione sul ruolo rivoluzionario delle masse contadine e l’alleanza operai-contadini in Francia (Sia la  Gauche proletairenne che, ad esempio, l’Union des communistes de France marxiste-léniniste, la quale realizza anche un libro inchiesta, nel 76, dedicato alla situazione delle campagne francesi: Le livre des paysans pauvres) La tesi di Porchnev, naturalmente gradita nella sinistra rivoluzionaria, è quindi che l’abbattimento delle strutture feudali sia avvenuto tramite la lotta di classe trainata da queste masse plebee, senza alcun ruolo rivoluzionario della borghesia, che era invece una «borghesia feudale». L’ipotesi contrastante di Mousnier si oppone punto per punto a quella di Porchnev, che accusa di fare una storia di sorvolo poco attenta alla specificità dei contesti e volta ad uno schema di lettura forzato in senso politico. Secondo lui le sedizioni popolari seicentesche sono episodi di scarso peso, ben lungi dall’aver esercitato una funzione propulsiva, endemiche nella lunga storia della monarchia francese e pressoché insignificanti. Inoltre sostiene che sia stato l’equilibrio e il meccanismo stesso dello Stato monarchico, integrando la borghesia nel proprio quadro, a superare e spezzare il regime feudale. Il dibattito è complesso.  Basti rilevare come Foucault, mutuando in ampia misura l’approccio di Porchnev, pur ricorrendo largamente ad una diretta ricerca sulle fonti del tempo, lo svincola però da un rigido schema marxista di evoluzione della lotta di classe.

[2] La gig-mill era un macchinario, proibito in precedenza dallo statuto di Edoardo VI, che serviva a far passare il panno semilavorato in mezzo a cilindri dotati di teste di cardo. Questo sostituiva quindi, in parte, il lavoro dei cimatori e produceva panni di fattura più dozzinale. La shearing-frame invece, congegno più sofisticato, comprendeva due o più cesoie inserite in un telaio, che lambendo la superficie del panno eseguivano la cimatura.

[3] J. CLOVER, op. cit., p. 85.

[4] Corrente repubblicana e radicale legata alla figura eminente di Thomas Paine (1737-1809), padre fondatore americano e autore dei Rights of Man.

[5] E. P. THOMPSON, La formazione della classe operai in Inghilterra, Milano, Il Saggiatore, 1969, p. 46.

[6] John e Barbara Hammond, i coniugi Webb, autori di un lavoro sul tradeunionismo citato anche da Lenin in Che fare, Wallas, furono tutti storici del movimento operaio di ispirazione fabiana, inclini a sminuire qualsiasi carattere conflittuale e violento della storia del proletariato inglese

[7] Edward Despard fu un cospiratore irlandese. A seguito di un tentato complotto nel 1802, viene giustiziato l’anno successivo per alto tradimento, la sua figura rimane fortemente impressa nella memoria popolare. «Black Lamp» fu un’altra rete clandestina, dedita alle adunanze notturne. Thompson si occupa di queste due vicende nello stesso capitolo in cui affronta la storia del luddismo.

[8] E. P. THOMPSON, op. cit., p. 138.

[9] https://lundi.am/Gilets-Jaunes-et-Nus-Pieds-Frederic-Rambeau.

[10] M. FOUCAULT, La società punitiva. Corso al Collège de France (1972-1873), Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 246-247.

Decomporre il Giappone

Questo articolo è tratto da Liasons n°1, edito in Italia da Agenzia X , parla della catastrofe nucleare accaduta pochi anni or sono a Fukushima e ci è parso particolarmente importante per comprendere alcune delle questioni che si giocano in questo momento a proposito del coronavirus.

 

Premesse

Dal 29 novembre al 3 dicembre 2017 si è tenuta la seconda Living Assembly.[1] Un appuntamento ormai annuale, che nel 2016 si era svolto in aperta campagna, a nord di Kyushu. Questa volta, invece, è stato il cuore della metropoli a ospitarla — nel quartiere di Kamagasaki a Osaka, famigerato ghetto di lavoratori a giornata e di senzatetto. Rispondendo all’invito dei militanti locali, 25 giapponesi, 4 coreani e due amici francesi vi si sono incontrati e lì hanno condiviso vite, presenze e parole. Li riuniva la comune volontà di lavorare insieme allo sviluppo di una serie di territori autonomi: campi di rifugiati, quartieri urbani, fattorie e anche una residenza universitaria.

La Living Assembly è sostanzialmente una piattaforma che punta a facilitare il mutuo sostegno tra gruppi e individui sulla base di determinate affinità — in particolar modo attraverso la messa in comune di idee e di risorse, nonostante e anzi proprio in virtù delle loro differenze. Si trattava dunque di un’occasione per favorire l’interconnessione tra queste differenti forme di «vita-in-lotta» allo scopo di sincronizzare i territori autonomi dell’arcipelago giapponese e oltre. L’incontro ha così visto i suoi partecipanti condividere pratiche e preoccupazioni, speranze e progetti sulla base di una serie di questioni comuni: come generare risonanze tra le lotte per aumentarne la potenza evitando gli apparati di cattura dello stato capitalista? Come costituire una rete planetaria di comuni capace di debordare le frontiere nazionali? Come affrontare la Politica (con la P maiuscola) imposta dagli stati per reprimere, controllare e distruggere il nostro pensiero e i nostri gesti — la guerra, la xenofobia o l’energia nucleare —, e innescare uno slancio capace di squarciare la semplice indignazione?

Ci ha colpito molto il contrasto tra l’ultimo incontro e la prima Living Assembly, tenutasi nel 2016 con l’idea di riallacciare i rapporti tra compagni dispersi dopo la catastrofe nucleare di Fukushima del 2011. In quell’occasione, le molte nicchie divisorie avevano finito per frazionare gli ambienti anarchici e antiautoritari, certo indebolendo le forze di contestazione allora esistenti, ma permettendo anche di scorgervi potenziali ricomposizioni.

Nei due anni successivi al disastro, avevamo intravisto la possibilità di provocare la caduta del regime — la catastrofe sembrava portare con sé una promessa rivoluzionaria. Durante questa fase, l’intera nazione si era divisa in due: da una parte c’era chi voleva affrontare l’esplosione; dall’altra, chi si accontentava di ignorarla. Una tensione che si ripercuoteva nelle differenti modalità di approccio alla riproduzione della vita quotidiana nel contesto di una crisi senza precedenti. La prima tendenza includeva sia gente direttamente colpita dal disastro sia chi si mobilitava contro di esso, organizzando azioni anti-nucleare e reperendo i mezzi per affrontare la contaminazione radioattiva. Una situazione che ha messo seriamente in pericolo lo status quo, motivo per il quale i suoi protagonisti si erano guadagnati il pubblico biasimo da parte del governo e le recriminazioni personali dei sostenitori della seconda tendenza. Questa divergenza è stata causa di molte tragiche scissioni in seno alle famiglie, alle comunità e, in generale, al tessuto sociale; ciò nondimeno, consideravamo questa frattura come un’occasione per decomporre definitivamente l’ordine gerarchico nazionale e creare una nuova socialità.

La vittoria di Shinzō Abe alle elezioni del 2012 ha sancito invece l’inizio di una nuova fase reazionaria. Invece di affrontare la situazione, il governo si è accontentato di amministrare un disastro dichiarato permanente al fine di preservare l’ordine politico e industriale esistente. Il tutto, mentre ufficialmente si lodavano il risanamento ambientale e la ripresa economica. In questo lasso di tempo, la prima scissione aveva già cominciato a gravare sulle nostre amicizie politiche. Alcuni attivisti abbandonavano le loro attività extra-parlamentari e autonome per concentrarsi sulle campagne elettorali dei candidati liberali, giustificandosi con frasi come: «per far fronte a una catastrofe di questa ampiezza, siamo obbligati a collaborare con il governo». Nonostante queste campagne ambissero solo a eleggere politici progressisti e anti-nucleare in parlamento, c’era in esse una certa medesima tendenza all’«appello all’unità nazionale» di fronte al Leviatano nucleare (Sfortunatamente, tutto questo lavorio elettorale ha fruttato più ai conservatori che ai progressisti; i partiti reazionari hanno guadagnato forza, facendo passare sia decreti che rendevano più facile il controllo dell’informazione da parte dello stato, sia azioni militari congiunte con l’esercito americano).

Nel frattempo, si profilava una seconda divisione — stavolta circa l’atteggiamento da assumere nei confronti della catastrofe. Quest’ultima opponeva (1) chi preferiva aspettare prima di compromettersi in azioni immediate contro la situazione presente e si affrettava quindi a riprendere le proprie attività, (2) chi si recava sui luoghi della catastrofe per sostenere le vittime e organizzare gli operatori del nucleare contaminati, (3) chi cercava di tutelare la popolazione dalla contaminazione radioattiva aiutandola a evacuare volontariamente le zone contaminate o, ancora, misurando autonomamente la radioattività ambientale e condividendo i dati raccolti su base collaborativa, aggirando così l’informazione ufficiale. Negli ambienti radicali, questi ultimi due gruppi erano stati ribattezzati «quelli che vanno al Nord» e «quelli che vanno all’Ovest» — ovvero indicandone i tragitti partendo da Tokyo.

L’esperienza della Living Assembly del 2016 mirava a mettere collettivamente alla prova le potenzialità di «quelli che vanno all’Ovest», lasciandosi guidare da un’ipotesi comune: che il movimento collettivo, per liberarsi dal dogma dell’unità nazionale che incatenava le popolazioni ai loro habitat contaminati, avrebbe dovuto farsi portatore di una promessa di decomposizione dei dispositivi dello stato-nazione capitalista; perché, se andavano all’Ovest, era proprio per elaborarvi una nuova forma di vita, estranea alla società dei consumi, capace di delineare una nuova geopolitica opposta ai modi dello sviluppo capitalistico accentrati sulla metropoli di Tokyo. Abbiamo così trascorso un mese insieme in questa fattoria, inventandoci una nuova comunità di rifugiati, e chiedendoci se questo slancio avrebbe potuto generare una nuova piattaforma di mutuo soccorso per i territori in lotta per l’autonomia. Da un lato, volevamo condividere le nostre differenti prospettive sulla vita in comune, ispirandoci alle esperienze dei rifugiati e degli abitanti di Kyushu. Ma dall’altra si stagliava un conflitto a dir poco scoraggiante: una frazione di «quelli dell’Ovest», gli «Zero Becquerellisti», avevano cominciato a denunciare individui e gruppi che «persistevano» a vivere e a lottare nella regione orientale di Honshu, Tokyo inclusa, rifiutando in questo modo di collaborare con loro, e invocando la precedenza assoluta delle «misure di prevenzione contro le radiazioni».

Questa terza scissione ci ha portato a riconsiderare il disastro nucleare di Fukushima da una prospettiva più sfaccettata, soprattutto riguardo a questa ingiunzione a preservare la «vita» in quanto tale. Lo zero-becquerellismo era nato all’interno di un’assemblea che riuniva testimonianze situate di persone che avevano subito e combattuto tanto gli effetti invisibili e imprevedibili delle radiazioni quanto le misure di governance che miravano, in un modo o nell’altro, a «nazionalizzarle».[2] C’erano operatori del nucleare e ostetriche, operatori ecologici e agricoltori, pescatori, senzatetto, lavoratori informali, giovani, ecc. La molteplicità di queste voci testimoniava della complessità della contaminazione radioattiva e delle problematiche fisiche e psicologiche poste alle popolazioni coinvolte. Reazioni, le loro, anche molto diverse a seconda delle loro affettività materiali e immateriali: ciò in virtù di una certa dimensione metafisica innescata dalle radiazioni, relativa alla loro invisibilità, alla loro complessità e alla loro permanenza. In questo senso, la scelta di ignorare queste sfumature e di adottare il «diritto assoluto di fuggire alle radiazioni» come norma politica incondizionata è stata presa dagli zero-becquerellisti al prezzo di soffocare la singolarità delle differenti forme di vita-in-lotta. La radiazione diveniva un oggetto trascendentale; il movimento creava così una nuova religione. Per questo siamo divenuti fortemente critici nei confronti di queste posizioni. Non vogliamo in alcun caso diventare degli stalinisti radioattivi!

Con questa nuova coscienza critica in mente, la Living Assembly del 2017 è stata l’occasione di prendere in considerazione come la problematica delle radiazioni ci obblighi a ripensare le nostre modalità di comprensione di engagement in un mondo ripartito da zero, al di là della dicotomia trascendenza/immanenza o naturale/artificiale. Siamo convinti che questa situazione potrebbe anche svelare nuovi orizzonti per la nostra lotta — soprattutto in un’epoca in cui l’ecologia planetaria subisce mutazioni irreversibili. In primo luogo, bisogna giocoforza riconoscere che è semplicemente impossibile determinare gli effetti delle radiazioni — e soprattutto dell’esposizione interna a piccole dosi — nei termini di una causalità scientifica conforme alle istituzioni legali e politiche. A questo riguardo, dobbiamo dunque addurre sempre risposte eterogenee a seconda delle sensibilità individuali.[3] Bisogna poi rispettare e lavorare di concerto con le vite-in-lotta che ovunque sul pianeta subiscono in una maniera o nell’altra gli effetti delle radiazioni: Fukushima, Tokyo, Chernobyl, Hanford, i territori Navajo nel sud-est degli Stati Uniti, ecc. Infine, occorre comprendere il fenomeno-radiazioni nel quadro di una vera e propria «ontologia politica», che copra tanto gli aspetti ontologico-metafisici quanto quelli tecno-politici: la complessità dei loro spostamenti atmosferici, la virtualità dei loro effetti sulle attività vitali, le politiche governamentali per «nazionalizzarle», quelle delle imprese capitalistiche per «mercificarle» e le lotte popolari per liberarsene e sradicarle. Nonostante tutte queste riserve, continuiamo a mantenere la prospettiva di «quelli che vanno all’Ovest», in quanto esperienza decisiva per la creazione di un orizzonte rivoluzionario in rottura con lo stato capitalista. È su queste basi che la Living Assembly del 2017 ha deciso di sposare l’eterogeneità delle lotte per l’autonomia territoriale e dei rapporti che si muovono dentro e contro il presente disastro nucleare.

Il Giappone: apparati di cattura

Molti avvertono il disastro di Fukushima come un segnale dell’Apocalisse — non tanto come «giudizio ultimo» o «fine del mondo», ma piuttosto come lunga e irreversibile discesa verso un pianeta radioattivo, risultato delle incontrollabili fughe degli isotopi da reattori ormai irreparabili. Un’inesorabilità, questa, che ci mette di fronte al destino del mondo che produciamo vivendo in uno stato-nazione capitalista, ma che attiva un senso ulteriore della parola «Apocalisse»: quello di «rivelazione».[4] La situazione catastrofica dei primi due anni dall’incidente ha lasciato senza dubbio un segno indelebile sulla popolazione, arrivando a impregnare l’essenza stessa di una società per la quale il nucleare sanciva un orizzonte esistenziale — se si considera che la prosperità economica del regime nel dopoguerra si era vista intrappolata da quest’arma a doppio taglio: prima i traumi seguiti ai genocidi di Hiroshima e Nagasaki, poi il racconto utopico dell’«autonomia energetica», quindi Fukushima come colpo di grazia.

Crediamo quindi che ciò che si è rivelato ai nostri occhi non sia un’apparizione fugace o effimera, nonostante tenda a eclissarsi dietro gli scintillanti spettacoli orchestrati da quegli sfoghi omogenei che sono i mass media (come ad esempio l’euforia orchestrata in vista dei prossimi Giochi Olimpici di Tokyo, nel 2020, senza scordare l’escalation di minacce circa una possibile guerra nucleare in Estremo Oriente). Crediamo invece che questa rivelazione abbia colpito lo stato giapponese postbellico dritto al cuore: la sua costituzione. Un groviglio di dispositivi materiali e immateriali, quest’ultima: dalla territorialità insulare alla doppia funzione del nucleare, dall’introversione pacifista (Art. 9) al sistema simbolico imperiale (Art. 1), dall’omogeneizzazione dei media alla società dei consumi di massa fino alla centralità metropolitana di Tokyo.[5] Da una certa prospettiva, in realtà, l’assetto specifico di questi dispositivi pare appartenere piuttosto a una temporalità d’anteguerra, ma va inquadrato al contempo come un prodotto geostorico di più lunga data. Questi dispositivi furono sviluppati prima sull’onda della politica isolazionista della «chiusura del paese» del periodo Tokugawa (1603-1868), in seguito durante le fasi di ammodernamento che seguirono la Restaurazione di Mesi (1868), l’espansione imperialista nel continente asiatico, la guerra totale nel Pacifico e la tutela degli Stati Uniti in quanto suo più fedele stato-cliente; infine, con la governance del disastro post-nucleare.

Seppure questi dispositivi siano serviti da appoggio per lo spazio introvertito dello stato-nazione, ne sono altresì il frutto, incessantemente ricomposti dai rapporti di forza globali e dai movimenti planetari — ovverosia tanto dalla geografia che dall’ambiente e dai cataclismi.[6] Una delle ipotesi principali della nostra analisi è che la dinamica paradossale dei rapporti tra stato-nazione giapponese e resto del mondo faccia sì che il suo contenuto guardi sempre all’interno, mentre la sua forma resta simile al suo esterno. Seguendo questa intuizione, la sorgente dell’introversione giapponese si troverebbe in quei nodi geopolitici che, in passato, riuscirono ad appiattire il dispositivo territoriale insulare al solo arcipelago.

Lo storico giapponese Yoshihiko Amino (1928-2004) descrive il «Giappone» come prodotto di un processo di modernizzazione. Il luogo comune secondo cui il territorio dello stato-nazione sarebbe da sempre abitato da quel popolo omogeneo che chiamiamo «i giapponesi» non sarebbe dunque altro che una proiezione della storiografia nazionalista. Nei suoi lavori, così abilmente mirati a decostruire la nipponicità nella storia giapponese, Amino mostra in che modo le regioni orientali e occidentali del paese abbiano seguito dei pattern di sviluppo sociale, politico, economico e culturale divergenti: mentre l’Ovest si legava al Sud della penisola coreana, l’Est interagiva con i territori settentrionali del continente asiatico. Lo storico ci aiuta altresì a comprendere come la maggior parte della popolazione dell’arcipelago — che nell’immaginario è sempre contadina e confinata entro i limiti del proprio territorio insulare — era in realtà un popolo oceanico, composto non solamente da pescatori, ma anche da mercanti e da pirati solcanti lo «spazio liscio»[7] del mare, seguendo le vie che conducevano dalle riviere all’oceano attraverso una serie di isole e isolotti, e che di isola in isola erano giunti a diverse altezze del continente.[8] Non appena si consideri una simile cartografia del Giappone, non è difficile rintracciare le rotte di navigazione permanenti dalla punta nord di Hokkaido alla penisola della Kamchatka, dal nord di Kyushu al sud della penisola coreana attraverso le isole Jeju (ora coreane) e  le isole Tsushima (ora giapponesi), dalla punta meridionale di Kyushu alle isole di Okinawa, passando per una serie di isole e isolotti. Eccolo, lo spazio di «congiunzione planetaria» di cui siamo stati privati vivendo in un mondo dominato dalle sintesi disgiuntive degli stati-nazione.

L’era degli scambi tra arcipelaghi ha cominciato a chiudersi nel 1600, quando lo shogunato Tokugawa prese il potere nella città fortificata di Edo (oggi Tokyo), nella pianura di Kantō, e vi costruì un quartier generale per la propria espansione coloniale nei territori del Nord-Est. Nel corso dei successivi 260 anni, lo shogunato applicherà il divide et impera su 270 feudi a Honshu, Shikoku e Kyoshu. Dopo un secolo di guerre intestine, il regno finirà per stabilizzare il paese grazie all’istituzionalizzazione dei due poteri: l’autorità spirituale dell’imperatore a Kyoto e la sovranità esecutiva dello shogunato a Edo. La politica isolazionista di quest’ultimo vietava categoricamente sia l’ingresso agli stranieri, sia la libera uscita degli abitanti, limitando così drasticamente le attività commerciali. Questa chiusura temprò il carattere introverso di un nazionalismo che persiste tuttora.[9] Si trattava, in qualche modo, di immunizzare l’organismo interno contro l’invasione dei virus esterni. A quest’altezza, si data la nascita del primo apparato di cattura giapponese: l’invenzione di una territorialità insulare come ricettacolo capace di confinare un corpo e una mente collettiva che in precedenza attraversano lo spazio aperto dell’arcipelago.

Alla fine del XVIII secolo, la crescente minaccia del colonialismo occidentale in Asia determinò l’ascesa di una coscienza nazionalista e la creazione del mito di una linea imperiale ininterrotta. Nel 1853, la marina americana occupò con quattro navi da guerra la baia di Edo, minacciando di attaccare il Giappone qualora si fosse rifiutato di aprirsi al commercio con l’Occidente. Il caos provocato dalla riapertura della porta commerciale giapponese indebolì notevolmente lo shogunato, che aveva già perso buona parte della sua influenza economica, militare e tecnologica per mano dei territori ribelli del Sud-Ovest (Satsuma, Choshu, Saga et Hizen), che opponevano un’ideologia nazionalista imperiale al feudalesimo di Tokugawa. Nel 1868, la restaurazione di Meiji pose fine allo shogunato, instaurando una monarchia assoluta con a capo l’imperatore sotto l’egida della coalizione dei territori ribelli.

Da un lato, questa «rivoluzione passiva» (Gramsci) ebbe per effetto la restaurazione di una sovranità imperiale arcaica; dall’altro, introdusse nel territorio giapponese le istituzioni europee dello Stato moderno, nonché il suo apparato militare-industriale. Su questa scia, gli oggetti del suo «culto civilizzatore» si sbilanciarono decisamente dall’Asia all’Europa. L’apparato territoriale insulare stabilito sotto il periodo Tokugawa servì paradossalmente a facilitare l’emergenza del moderno stato-nazione, fornendogli il fondamento geopolitico da cui presto nascerà un movimento espansionistico militare e industriale. Non sarebbe insensato considerare questo momento come l’invenzione stessa del «Giappone».

Di conseguenza, proprio mentre il Giappone diveniva il solo paese asiatico capace di arginare la colonizzazione occidentale, lo stato ne approfittava per sfidare — vincendo — le forze coloniali occidentali, recuperando le ambizioni coloniali sul continente asiatico. A ben vedere, gli svantaggi territoriali — in particolar modo la mancanza di risorse energetiche e i frequenti terremoti — non ebbero altro effetto che intensificarne l’aggressività militare. Ecco perché le sue relazioni geopolitiche con il resto del mondo hanno sempre avuto un non so che di contorto: anche se il Giappone appartiene territorialmente all’Estremo Oriente, si comporta sotto ogni aspetto come un paese occidentale. Una mentalità industriale che riduce sistematicamente l’Asia a semplice stock di risorse naturali e manodopera a buon mercato (se non addirittura schiavi), nonostante ne sia dipesa lungo tutta la sua storia pre-moderna.

Dalla restaurazione di Meiji alla Seconda Guerra Mondiale, le politiche dello Stato sono sempre state motivate — tanto tacitamente quanto apertamente — dalla volontà di realizzare lo slogan pro-modernizzazione del paese: «Paese ricco, esercito forte» [fukoku kyohei] (Abe, l’attuale Primo Ministro, non è da meno, benché non si fidi del temperamento ondivago di Trump). Il delirante espansionismo del Giappone, responsabile di tante atrocità nei confronti dei popoli dell’Asia Pacifica,[10] è terminato solamente con la resa incondizionata del 1945 in seguito agli attacchi nucleari di Hiroshima e Nagasaki e alla dichiarazione di guerra da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, il regime militare del fascismo imperiale era stato sconfitto grazie alla resistenza di tutti i popoli che aveva tentato di invadere — prima di essere decomposto dalle forze d’occupazione statunitensi.

Nel 1947 entra in vigore la costituzione postbellica. Si sostiene sia stata redatta dai membri del governo giapponese nel 1946, ma le minacciose pressioni del generale Douglas A. MacArthur, comandante supremo delle forze alleate (SCAP) hanno giocato un ruolo di rilievo — anche nel farla apparire come frutto della volontà dei giapponesi. Questa costituzione prevede due sezioni celebri: l’Articolo 1, che riserva all’imperatore un mandato puramente simbolico; e l’Articolo 9, che determina il carattere pacifista del paese. Queste due sezioni sono state concepite su iniziativa dello SCAP in seguito ai negoziati tenutisi con ciò che rimaneva del governo imperiale: non hanno dunque nulla a che spartire con la volontà del «popolo».[11] Lo stato giapponese venne privato della sua sovranità grazie a una campagna di disarmo istituzionalizzata nel contesto del piano strategico mondiale americano — che finì per divenire sinonimo della cosiddetta «pace». Da parte sua, l’imperatore Hirohito (1901-1989) fu prosciolto da ogni procedimento penale per i suoi innegabili crimini di guerra. Rimarrà al trono come segno di continuità simbolica. Allo stesso modo, un certo numero di illustri criminali di guerra venne perdonato in virtù del loro influente ruolo nella società: le élite giapponesi e americane ben s’intesero sulla necessità di queste nomine al fine di evitare una decomposizione del corpo nazionale — nonché il sollevamento delle folle insorte.

Per tutto l’arco della Guerra Fredda e oltre, il Giappone fu al contempo sotto la protezione e il controllo dell’esercito americano — cosa che gli permise di esibire un’ideologia pacifista nel bel mezzo del conflitto mondiale. Agli occhi del governo americano, l’arcipelago giapponese costituiva una delle basi strategiche più cruciali di tutto il pianeta. Da qui, la necessità di manipolarla ai propri fini. In questo modo, lo stato capitalista giapponese poté estendere il suo potere d’azione concentrandosi principalmente sull’economia, irrorata dai sanguinosi benefici delle guerre in Corea e in Vietnam.

Nel corso della sua crescita economica, i capi giapponesi e americani lavorarono di concerto per introdurre l’energia nucleare nella vita civile. Nonostante i convincenti risultati delle bombe atomiche sganciate sul Giappone, gli Stati Uniti erano all’epoca obbligati a rivedere il loro approccio al nucleare a causa del crescente sollevarsi di proteste su scala mondiale da parte delle nuove generazioni contro la corsa agli armamenti di USA e URSS. Nel 1953, il presidente Eisenhower adottò la politica degli «Atomi per la pace», nel tentativo di placare il fragore e la rabbia che si levavano contro le armi atomiche, e di costruire un’immagine positiva dell’uso civile dell’energia nucleare. Questa transizione fu particolarmente cruciale in Giappone, dove il movimento che si opponeva al militarismo nucleare e all’imperialismo americano aveva preso piede dopo l’incidente del «Dragone Fortunato nº 5» nel marzo 1954, quando una nave tonniera giapponese era stata contaminata dalle scorie nucleari provenienti dalla centrale termoelettrica sperimentale americana a Castle Bravo, sull’atollo di Bikini.[12] La lobby nappo-americana mise dunque in piedi una campagna mediatica in pompa magna (che vide, tra gli altri, la partecipazione di Walt Disney), scommettendo sul contesto sociale caratterizzante quell’era di prosperità economica e permeabilità ai nuovi mass media (la televisione) per manipolarne le convinzioni. Si dice che la lobby del nucleare era allora pilotata da agenti della CIA infiltrati nel Partito liberal-democratico e in certe gruppi mediatici — come ad esempio il giornale Yomiuri Shimbun e la società concessionaria del servizio radiotelevisivo giapponese (NHK).[13] La retorica di questa campagna mirata a influenzare l’opinione pubblica consisteva essenzialmente nel dire: «solo ai giapponesi, uniche vittime della bomba atomica, spetta di fare uso pacifico dell’energia nucleare».[14] negli anni ’60, il Giappone fu teatro di una grande convergenza di sollevamenti popolari, sulla scia dello slancio rivoluzionario mondiale del 1968: dagli scioperi nelle miniere di carbone alle azioni contro le basi militari americane, passando per il movimento dei contadini di Sanrikuza contro la costruzione di un aeroporto internazionale, le manifestazioni di massa contro la guerra in Vietnam, la solidarietà internazionale contro l’imperialismo americano, le occupazioni delle università da parte degli studenti… Riecheggiandosi a vicenda, questi movimenti tentavano di elaborare una volontà collettiva di affrontare tanto il potere giapponese (all’interno come all’estero) quanto gli apparati di cattura transnazionali.

Sfortunatamente, il sollevamento popolare in seguito [seguito] a Fukushima non ha preso quella direzione. Durante i primi due anni, sembrava quasi che la totalità dello spettro delle lotte si dispiegasse simultaneamente. Alcune di queste sono ancora attive, all’ombra dello spettacolo della politica dominante: manifestazioni anti-nucleare e azioni di varia natura, blocchi logistici contro la distribuzione di scorie radioattive e contro la riapertura delle centrali nucleari, innumerevoli processi intentati contro il governo e la Tokyo Electric Power Company (TEPCO), richieste di risarcimento per spese mediche, monitoraggio casalingo delle radiazioni, evacuazioni volontarie dalle zone contaminate, organizzazione degli operatori del nucleare… Vite-in-lotta, condotte a partire da una moltitudine di «modi di esistere» e di «posizionamento di classe». Per quanto ci riguarda, li consideriamo tuttora impulsi importanti, da coltivare e rafforzare.

Lo spettacolo delle manifestazioni di massa per le strade di Tokyo è cominciato invece qualche mese dopo la catastrofe. Al tempo sembrava riunissero forze eterogenee, capaci di aprire nuove possibilità di rottura. Gran parte dei manifestanti sentiva di prendere parte all’ondata mondiale di sollevamenti che proseguiva la Primavera Araba del 2010. Ben presto era nato il «mercato del venerdì davanti alla residenza del Primo Ministro», che dava luogo a mobilitazioni impressionanti. Ma nel momento in cui gli organizzatori hanno cominciato a restringere il campo d’azione allo stretto quadro legale, preoccupati di apparire «ordinari cittadini» agli occhi dei media, il movimento è stato rapidamente e fatalmente addomesticato (e qui si è creata la prima scissione negli ambienti militanti). La strategia degli organizzatori non si limitava a estendere la mobilitazione attraverso i social network, ma voleva confezionare spettacoli adeguati ai media, il cui ruolo è sempre stato quello di produrre e riprodurre l’omogeneità della soggettività giapponese.

Quando l’amministrazione Abe ha preso il potere, Fukushima ha cominciato a perdere la sua copertura mediatica. La contestazione, poco a poco, si è allontanata dalla questione del nucleare per concentrarsi nuovamente sulle politiche di governo. I suoi obiettivi si erano ridotti progressivamente verso la protezione della costituzione postbellica (soprattutto l’Articolo 9) contro le riforme di Abe, che ambiva a riarmare il paese (in conformità con i parametri stabiliti dagli USA). Detto in altri termini, l’obiettivo iniziale dei manifestanti — il regime del dopoguerra come causa del disastro nucleare — era divenuto la cosa da salvare.

Manifestazioni che hanno visto liberalismo e nazionalismo convergere, in maniera tacita, verso una «sacra unione» opposta al culto fanatico della destra per un «paese ricco» e un «esercito forte». Il liberalismo si opponeva al fascismo, e il nazionalismo combatteva il gingoismo[15]. Alcuni ideologi cominciarono ad attaccare ossessivamente i movimenti radicali degli anni ’60 e le loro ramificazioni – soprattutto per loro prospettiva rivoluzionaria, tacciata di «avanguardismo» e «anti-populismo». Per il resto, le manifestazioni contavano spesso su un servizio d’ordine di mercenari, che escludeva e opprimeva brutalmente chi tra noi cercava di far debordare l’azione di strada per provocare un evento in cui la folla potesse sperimentare la propria potenza. Gli organizzatori, come già detto, si preoccupavano soprattutto di (ri)produrre gli «ordinari cittadini» e di orchestrare uno spettacolo ben infiocchettato — cosa che implicava impedire a ogni costo che l’evento aprisse uno squarcio nello spazio-tempo sociale.

Ci opponiamo con anima e corpo alla ri-militarizzazione del giappone e all’accartocciamento delle libertà civili perseguite, con ogni evidenza, dall’amministrazione Abe. L’ultima cosa vogliamo è assistere al ritorno del regime militarista! Ciò nondimeno, per noi l’ideologia pacifista nazionale non solo è insufficiente, ma è palesemente fraudolenta nei confronti della tormenta mondiale.[16] Come testimoniano i recenti battibecchi tra Trump e Kim, non saremo mai in grado di ottenere la pace nell’Est Asiatico senza l’impegno coordinato dei popoli della penisola coreana e dell’arcipelago giapponese, chiamati ad affrontare non solo i rispettivi governi, ma anche quello degli Stati Uniti — per non dimenticare le lotte contro le basi militari americane a Okinawa e Jeju. Per noi, lo spettacolo urbano delle manifestazioni pacifiste non é altro che l’ennesimo avatar dei dispositivi che mirano a salvaguardare la società nazional-capitalista dalla sua decomposizione. In una prospettiva rivoluzionaria, la costituzione prebellica va dunque considerata un apparato di cattura centrale che, elaborato in vista di un orizzonte planetario, imprigiona i corpi e le menti della popolazione entro i perimetri territoriali dello Stato-nazione insulare, sotto la protezione e il controllo della strategia globale americana.

Questioni di campo di battaglia

 

Ciò non significa che non proviamo simpatia per le folle che partecipano alle manifestazioni. A dire il vero, tutti noi vi abbiamo preso parte. È sempre molto importante riallacciarsi alla corporalità di massa che sta all’origine di ogni evento.

Ciò non significa che scartiamo a priori la politica elettorale, che a volta si rivela utile — ma solo qualora esista un potere autonomo extra-parlamentare capace di valutarne gli effetti e farla funzionare a proprio beneficio.

Ciò a cui ci opponiamo con tutte le nostre forze è invece la maniera in cui il demos viene rappresentato dai media e nella narrazione politica, inclusa quella degli organizzatori delle manifestazioni — che lavorano alla de-soggettivazione delle folle eterogenee, giudicandole secondo i criteri degli «ordinari cittadini», soggetti dello stato capitalista-democratico-imperiale-nucleare giapponese.

Pur conservando una distanza strategica dal movimento, la Living Assembly è particolarmente attenta alle lotte anti-spettacolari che si sviluppano dentro e contro gli apparati di cattura, e cerca di costruire delle alleanze al loro interno. In questo caso, si tratta di lotte per l’autonomia territoriale che tentano di svincolarsi dal regime prebellico, tracciando linee di fuga all’infuori di esso: sono le lotte dei senzatetto e delle comunità marginalizzate (soprattutto i lavoratori a giornata), sono le lotte delle minoranze etniche (in particolar modo i residenti coreani), dei lavoratori informali, dei sex worker, sono le lotte studentesche e contro il progetto di realizzazione della base americana a Okinawa. Senza dimenticare «quelli che vanno all’Ovest». La Living Assembly è composta da persone provenienti dalla maggior parte di questi gruppi. Senza descrivere queste lotte nel dettaglio — per le quali ci riserviamo di scrivere in futuro —, ci sembra necessario elencare alcuni punti in comune, alla luce della congiuntura creatasi a seguito della catastrofe di Fukushima.

Queste lotte (o, diremmo noi, vite-in-lotta) sono radicate in luoghi specifici — campi per senzatetto, quartieri urbani, territori agricoli, dormitori universitari —, in cui la vita si trova a coincidere con la lotta, più o meno estranee alla società civile giapponese. Eppure, non è semplice raggrupparli entro una sola e unica classe oppressa — eccezion fatta, ovviamente, per certi momenti di intensità insurrezionale —, perché portano ontologicamente in sé una complessità e un’eterogeneità che, rispetto all’essenza dell’ordinario cittadino giapponese, risulta asimmetrica. Le vite-in-lotta incarnano il flusso delle corporalità transasiatiche, vere eredi del popolo oceanico dell’Arcipelago. Queste lotte territoriali ed esistenziali debordano l’ambito di una sola campagna o di una sola manifestazione; la loro è una fioritura di più lunga durata, che alle volte si dispiega nel corso più generazioni — implicando necessariamente una molteplicità di forme di comunanza nei loro territori autonomi. Grazie alle loro esperienze, alle loro tecniche, ai loro saperi e alle loro risorse, queste vite-in-lotta sono riuscite a sviluppare le capacità necessarie ad abitare forme di vita in comune, differenti progetti di autonomia e una politica di offensiva.

La Living Assembly ambisce a tracciare una cartografia proiettiva di queste lotte, al fine di esplorare innanzitutto le modalità in cui potrebbero legarsi non solo tra di loro, ma anche con quelle in corso nella penisola coreana e altrove nel mondo. Ciò nondimeno, dati gli effetti incessanti del disastro nucleare — che continuano a rivelarci nuovi contenuti sul mondo — siamo di fronte a una questione ancestrale: come trasformare la catastrofe in un momento rivoluzionario? Il che equivale a dire che bisogna identificare quali sono le possibilità rivoluzionarie offerte dai numerosi squarci aperti dal disastro. Da qui discendono due questioni pratiche, relative alla creazione di comunità in territori autonomi nel contesto materiale e immateriale della radioattività: la prima riguarda l’ecologia (la creazione di comuni), l’altra l’autonomia (la fioritura delle vite-in-lotta). Insieme, queste due questioni determinano l’orizzonte attuale del nostro campo di battaglia.

Non c’è dubbio che la catastrofe di Fukushima abbia aperto delle falle anche nel nocciolo del dispositivo sul quale si fonda l’integrità dello stato-nazione giapponese. A posteriori, mentre lo status quo attua il suo disperato tentativo di dissimularle o di convertirle in perno su cui rafforzare il sistema securitario e di sviluppo capitalista, la gente comune si sforza di fargli fronte quotidianamente tramite tante e diverse forme di sperimentazione. La diffusione delle radiazioni non ha tardato a oltrepassare le frontiere dell’arcipelago, minacciando l’ordine geopolitico dello «sviluppo ineguale e combinato» per il quale la campagna è ridotta a perpetua fornitrice di risorse naturali e umane per la metropoli di Tokyo.[17] Che la propagazione sia largamente fuori dal controllo della governance basata sugli interessi territoriali degli Stati-nazione — senza dimenticare l’ONU in quanto piattaforma di negoziazione tra questi interessi — è tutto dire. L’Oceano Pacifico — il comune planetario — è stato lentamente ma inesorabilmente contaminato dalle fughe radioattive di Fukushima Daiichi, e nessun sapere/potere al mondo saprebbe porvi rimedio.

Con riguardo all’economia nazionale, il settore primario è quello che ha subito i danni maggiori dalla contaminazione radioattiva. Non ci sono parole per esprimere fino a che punto la catastrofe abbia devastato i contadini e i pescatori, messi di fronte all’angosciante necessità di smaltire il proprio raccolto garantendosi la sussistenza. Dopo l’incidente, ogni tentativo di risanamento sembra condannato a inghiottire infinitamente i fondi stanziati, esponendo un’armata di operatori ai pericoli del nucleare. Il deficit della TEPCO, che sarà tamponato con tasse e bollette a spese della popolazione, è destinato a divenire un pozzo senza fondo, consumando incalcolabili quantità di risorse naturali e umane negli anni a venire. Molti paesi hanno già smesso di acquistare generi alimentari giapponesi. Per la prima volta da più di 30 anni, le importazioni di petrolio e gas naturale liquido sono causa di un deficit commerciale importante nelle casse del Giappone. Sul lungo periodo, questo fardello economico metterà in pericolo la ragione stessa per cui la cosiddetta «classe media» del dopoguerra ha accettato di dedicare la sua vita al lavoro: un impiego stabile, due figli, una casa in periferia e una macchina in garage.

A dispetto di tutto ciò, siamo giunti a concludere che la società non abbandonerà mai il nucleare. La speranza che continuavamo a coltivare nella penombra è stata miseramente tradita. Le superpotenze che hanno avuto accesso allo sviluppo nucleare non hanno la benché minima intenzione di rinunciarvi. Prima dell’incidente, 442 reattori nucleari distribuiti su 30 paesi producevano il 14% dell’energia elettricità totale sul pianeta. La cifra è precipitata all’11% nel 2012. Tuttavia, nel 2014, il numero di reattori in funzione è risalito a 435, distribuiti in 31 paesi, senza contare gli altri 68 in costruzione. È dunque evidente che gli effetti di Fukushima sono stati transitori, se non addirittura trascurabili. Perché, dunque? Crediamo, seppur provvisoriamente, di poter avanzare una risposta plausibile: l’ineguagliata potenza del nucleare, si tratti di emissione di calore o del suo potenziale devastatore, ha svolto la doppia funzione di portare il capitale a livelli competitivi e di rendere i paesi in guerra totalmente dipendenti dalla sua proliferazione — così che, nel giro di poco tempo, il suo utilizzo si è indicizzato sull’instabilità delle relazioni geopolitiche e dell’economia di mercato. Ciò che viene generalmente considerata la concorrenza internazionale circa gli interessi securitari ed economici ha ormai attivato una vera e propria sussunzione del vivente su scala mondiale, intrappolando in una morsa devastatrice l’insieme delle attività vitali del pianeta. Viviamo in una realtà in cui, per quanto voci si levino nel dire «no» alla guerra e al saccheggio dell’ambiente, i modi dello sviluppo dello stato capitalista non hanno più orecchie per sentire. E questo, molto semplicemente, perché non ha più una testa — e nemmeno due, come durante la Guerra Fredda: si frammenta in una serie di cervelli concorrenti e bellicosi, e tuttavia convergenti nel medesimo slancio verso la crisi universale della attività vitali. Ogni testa — ovvero ogni stato — insiste sulla protezione e la promozione dei propri interessi industriali (capitalistici) e civili (nazionalisti) specifici, e lo fa proprio mentre questi «interessi» territorializzati — che nulla hanno a che spartire con i «desideri» dei dannati della terra — producono effetti sinergici sui quali né gli Stati-nazione né la loro piattaforma di negoziazione (l’ONU) hanno presa. Il mondo come logos — l’ordine degli Stati-nazione — si è definitivamente infranto.

Un numero imprecisato di persone si vede imporre le conseguenze irreversibili delle microdosi radioattive per un numero imprecisato di anni a venire. Da un lato, le radiazioni ionizzanti provocano una mutazione delle attività vitali a livello di codice genetico (DNA), che si trasmette così alle generazioni future. Questo tipo di ecologia, che opera sulla mutazione delle cellule somatiche o sulla trans-metamorfosi delle molecole, demolisce la nostra concezione di ecologia basata su una rete vitale organica. Dall’altro, gli espedienti radioattivi tradiscono il principio dei «beni comuni», perché le scorie (o «beni comuni» negativi) vanno riciclate all’interno della comunità che li ha prodotti, per non doverle imporre alle periferie. Un quadro globale di queste ricadute resta ancora tutto da fare. Per il momento, continuano a danneggiare gradualmente le relazioni che speravamo di instaurare tra la terra e i popoli abitanti le zone contaminate e i dintorni del suo mosaico di zone nevralgiche. Come per altri disastri ecologici, anche questo potrebbe compromettere la promessa fondamentale della comunità sedentaria, il cui «bene comune» si fonda sulla disponibilità di risorse stabili e non contaminate.

Queste ricadute tragiche si spingono fino a provocare una mutazione della nostra concezione di esistenza, che passa così da una vita basata sulla ricerca dell’interesse individuale eternamente (ri)prodotto dall’economia capitalista a una vita effimera, eppure singolare, parte integrante delle relazioni comuni e dei legami esistenziali — una «miriade di inter/intra-azioni» terrestri (Donna Haraway) —, ivi incluse attività tanto organiche quanto inorganiche.[18] Siamo giunti nell’era del comunismo apocalittico — che non è né utopico né distopico, ma che pone inesorabilmente un’interminabile fine del mondo come principio. Per la gente comune questo stravolgimento si traduce, da un lato, in un’elaborazione di una «scienza minore» che studia la riproduzione del corpo sotto la crescente influenza delle radiazioni e, dall’altro, nella sperimentazione di nuove forme di vita in comune dopo l’evacuazione. In altri termini, queste persone elaborano nuove modalità di creazione del proprio corpo e di rapporto con la terra — esperienze i cui risultati restano da verificare.

Per queste ragioni, le lotte per l’autonomia territoriale non possono che trovare negli squarci aperti nelle maglie dell’integrità nazionale il loro terreno comune — nello stravolgimento che le radiazioni hanno provocato nella nostra concezione della vita (in quanto corpi). La nostra ipotesi è che questo terreno comune rappresenti il nuovo orizzonte del nostro campo di battaglia. Ma è un orizzonte che non si è ancora mostrato in tutti i suoi colori; non abbiamo avuto che un minuscolo scorcio delle falle aperte nei dispositivi degli Stati-nazione e in questo mondo, che ne è catastrofica sintesi.

In un contesto globale, al di là dell’arcipelago del Giappone, il mondo come logos deve già far fronte a due sfide di primo piano, una negativa e una positiva: (1) il moltiplicarsi di ogni genere di catastrofe — terremoti, uragani, scioglimento dei ghiacciai, aumento della CO2 nell’atmosfera, foreste in fiamme, contaminazioni radioattive e una serie di altri cataclismi prodotti dai modi dello sviluppo dello stato capitalista; e (2) un’ondata mondiale di sollevamenti popolari, generata dal riverbero di una serie di lotte particolari fino a costruire un «divenire-ingovernabile» della gente comune in tutto il pianeta — lavoratori, minoranze, autoctoni, migranti e tutte le altre vittime delle ingiustizie causate dal potere statale e capitalistico. Queste vittime si vedono, da una parte, assegnate ai territori degli Stati-nazione — come tutti, del resto —, ma coltivano, dall’altra, l’impulso a sfuggire alla cattura e ad aprire connessioni trasversali. È questo impulso che ci sprona a credere nella possibilità di una rivoluzione planetaria — e non è un caso che si ispiri alla tendenza, osservabile nei sollevamenti sorti negli ultimi anni, a riecheggiarsi, quasi si riconoscessero a vicenda, senza bisogno di parole d’ordine da organizzazione internazionale.

A quanto pare, quindi, gli squarci all’integrità nazionale sono gli stessi aperti nella storia mondiale. Significa dunque la fine dell’epoca della politica mondiale? Non ancora, in realtà: continuiamo tuttora a essere imprigionati e sempre più sfiniti da quest’ultima. Ma continuiamo anche a resistere alla sussunzione delle ontologie delle nostre vite-in-lotta da parte dell’ontologia del mondo organizzato dallo sviluppo stato-capitalistico, perché la catastrofe attuale ne rivela l’essenziale asimmetria. In compenso, è perfettamente plausibile rimanere intrappolati nella transizione insita tra politica mondiale (in quanto economia politica degli Stati-nazione) e politica terrestre (in quanto complessità spazio-temporale di ogni evento).

Per il momento, possiamo dire soltanto che la nostra concezione di interconnessione tra lotte non presenta più alcuna analogia con l’internazionalismo della politica mondiale, secondo il quale i movimenti nazionali dovrebbero convergere a formare un’istituzione solida in un «mondo comunista». Al contrario, la intendiamo come una moltitudine di territori autonomi più o meno vasti, in campagna o in città, connessi trasversalmente in un processo continuo e infinito di comunizzazione che segua gli interminabili movimenti della terra. La nostra geopolitica non si plasma dunque sul modello classico di Mondo, costituito a partire dall’assorbimento o dall’espulsione di enclave nazionali in un impero continentale (Europa, Cina, Stati Uniti, ecc.), ma sulla capacità relazionale di un arcipelago, in cui la complessità delle comunità esterne allo stato-nazione lo porti a intrattenere relazioni eterogenee, fino a costruire una nuova Terra. Così, i nostri pensieri e i nostri gesti si dedicano interamente alla decomposizione — e non, perciò, alla ricomposizione — del Giappone, da dentro e da fuori.

[1]per iscrivervi alla nostra mailing list e ricevere i nostri report, potete scriverci a livingassembly@riseup.net.

[2]In quell’occasione, il governo centrale aveva richiesto alle istanze locali (prefetture e municipalità) di spartirsi gli scarti radioattivi prodotti dalla catastrofe e di incenerirli; il Ministero dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca aveva lanciato la campagna «Eat and support Fukushima» in vista della distribuzione di prodotti alimentari provenienti da zone contaminate. Il Ministero dell’Ambiente aveva d’altronde considerato la possibilità di utilizzare gli scarti nucleari come materiale da costruzione in tutto il paese.

[3]Quest’idea si ispira alle difficoltà incontrate dalle vittime di Hiroshima e Nagasaki nell’ottenere una compensazione al termine di infinite procedure legali. Bisogna aspettarsi una moltiplicazione di queste richieste nel caso di Fukushima.

[4]È questa l’accezione intesa tanto da D. H. Lawrence, Apocalypse, Paris, Desjonquères, 2002, che da Gilles Deleuze, Nietzsche et Saint Paul, Lawrence et Jean de Patmos, in Critique et Clinique, Paris, Minuit, 1993.

[5]A tutto ciò, si dovrebbe aggiungere anche la lingua giapponese. Ma ciò richiederebbe tutt’altra riflessione, in ragione della sua complessità. Si veda, al riguardo, Naoki Sakai, Translation and Subjectivity: On Japan and Cultural Nationalism, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1997.

[6]Poiché situato sulla cintura di fuoco del Pacifico, il sistema politico, sociale economico dello stato-nazione dell’arcipelago giapponese sono regolarmente sottoposti a ricomposizioni a seguito dei terremoti. Il grande terremoto di Kanto nel 1923, in particolare, ha svolto un ruolo decisivo nella riforma politica che condusse al regime fascista (come politica interna) e all’espansione industriale e militare nel continente asiatico (come politica estera). Resta da chiedersi quali saranno le ripercussioni di Fukushima su questo piano.

[7]Con riferimento alla contrapposizione liscio/striato in Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Plateaux, Paris, Éditions de minuit, 1980 (NdT).

[8]Amino Yoshihiko, Rethinking Japanese History, Ann Arbor, Center for Japanese Studies/The University of Michigan, 2012.

[9]Tetsuo Watsuji, Closed Nation — Japan’s Tragedy [sakoku], 1 & 2, Tokyo, Iwanami Bunko, 1982.

[10]L’estensione delle atrocità commesse dal Giappone eguaglia, se non addirittura sorpassa, quelle della Germania nazista, in particolar modo col massacro di Nanchino, l’utilizzo di armi batteriologiche e chimiche e l’annessione della Corea.

[11]In questo senso, bisogna considerare il dopoguerra giapponese come stigma della sparizione (e perciò della ribellione) della soggettività popolare.

[12]https://it.wikipedia.org/wiki/Daigo_Fukuryu_Maru.

[13]Si potrebbe sostenere che un certo numero di parlamentari, burocrati, Amministratori Delegati ed editori giapponesi fosse molto probabilmente costituito da agenti della CIA — che possiede un budget annuale dedicato a operazioni di questo tipo. Questa informazione comincia a diffondersi nel grande pubblico in seguito all’uscita dell’opera di Tetsuo Arima, Nuclear Power, Shoriki, the CIA, Tokio, Shincho-Shincho, 2008.

[14]Seigo Hiroto, Thinking of Japan’s De-nuclearisation, Senshu University Institutional Repository.

[15] Termine di origini anglosassoni usato per definire un certo tipo di sciovinismo. L’Oxford English Dictionary lo definisce come “patriottismo estremista sotto forma di violenta politica estera”.

[16] I limiti del movimento pacifista post-Fukushima divengono chiari non appena comparato ai gruppi degli anni ’60, in particolare allo JATEC (Comitato tecnico giapponese per sostenere i militari americani (GI) contro la guerra), che aiutava clandestinamente alla loro diserzione per decomporre le forze militari statunitensi di stanza in Giappone per la guerra in Vietnam. La differenza è la seguente: i primi si accontentano di ricevere passivamente la pace dalle mani del potere, mentre i secondi conquistavano attivamente la pace grazie alla loro potenza. Ne discende un’altra distinzione, tra il carattere offensivo del movimento degli anni ’60 e la sua attuale assenza.

[17] La regione di Tōhoku, di cui fa parte la Prefettura di Fukushima, rifornisce da molto tempo la metropoli di Tokyo di risorse del settore primario — specialmente prodotti agricoli, pesce e legname. Durante il periodo di grande crescita economica, tuttavia, buona parte del territorio è stata espropriata dal settore industriale e dalla speculazione edilizia. Moltissimi contadini locali hanno così perso la loro fonte di sussistenza, costretti a migrare verso le grandi città e impiegarsi come lavoratori a giornata nell’edilizia, nei porti o nelle centrali nucleari.

[18]I radionuclidi vengono trasportati secondo i moti planetari — naturali e artificiali —, che influenzano a livello nanoscopico. In qualche modo, le radiazioni costituiscono la controparte negativa del perdurare del moto terrestre.

Amicizia politica, coesistenza, alleanze

di Valérie Gérard

 

 

È un momento, questo che stiamo vivendo, in cui si è forzatamente portati a interrogarsi sui “legami”,  possibili e impossibili, auspicabili o respingenti. A tal proposito pubblichiamo la traduzione di alcune pagine da un recente libro, molto singolare oltre che bello, di una filosofa francese, Valérie Gérard, che si interroga politicamente, a partire da un punto di vista situato nel femminismo – Carla Lonzi è tra le sue autrici di riferimento –  sulle maniere di legarsi (e di slegarsi) e il cui titolo infatti suona Par affinités. Amitié politique et coesistence, éditions MF – Collection Inventions, Paris 2019.

Pensare le affinità e le prese di partito conduce a riconsiderare il rapporto tra amicizia e politica e a precisare, quindi, il rapporto che si ha con amici e amiche e nemici e nemiche politici, così come il pensare il rapporto tra amicizie e alleanze politiche.

Contrariamente all’alleanza, l’amicizia non è puramente strumentale, non è subordinata a un fine (sbarazzarsi di un nemico comune, prendere il potere…), non è volta verso un nemico bensì verso una condivisione del mondo. Essa impegna un’altra concezione dell’azione e un altro rapporto alla temporalità. Quello che accade nella relazione, al presente, è quello che davvero conta, almeno altrettanto degli eventuali fini perseguiti in comune. E i legami che si costituiscono sono desiderati per se stessi, non sono il risultato della determinazione di uno stesso nemico.

La relazione amicale, ambivalente, permette anche di pensare il doppio movimento politico di presa in carico della coesistenza e, pertanto, della moltiplicazione dei legami da un lato, e dell’altro quello della scelta della maniera di vivere. In effetti, l’amicizia è creata da un legame che è al di là delle frontiere del sangue, degli interessi, delle credenze, etc.; l’amicizia, contrariamente alla compassione e alla fraternità, è selettiva, discrimina, non si è amici con chiunque (mentre si può avere compassione per chiunque, compreso per quelli e quelle che fanno il male; si soffre per l’essere umano in quanto essere sensibile; si fraternizza con l’essere umano in quanto tale).

In ogni caso essa moltiplica i legami e così crea un mondo condiviso, in cui costituisce una alleanza elettiva nella lotta per una forma del mondo e contro un’altra forma del mondo, l’amicizia politica è infatti volta verso il mondo.

A me sembra che tener presente il mondo nel quale (o contro il quale) i rapporti amicali si istaurano può dare un appiglio per evitare di cadere in qualche trappola, quando si tratta di alleanze. L’amicizia politica è infatti più attenta alla coesistenza, anche nella presa di partito, che non le alleanze.

In effetti per rifiutare il mondo così com’è, bisogna riconoscerne la struttura: il senso politico è anche un senso della congiuntura e dei rapporti di forza. È quello che dimenticano a volte le pretese di alleare delle lotte per costruire una loro eventuale “convergenza”.

Una delle trappole principali, a me pare, è quella dell’identificazione (per altro vittimaria). Altrimenti detto, non è perché si ha lo stesso nemico, o che si subisce lo stesso dominio, che si è automaticamente alleati e ancora meno amici e amiche, o che è possibile fare qualcosa insieme a partire da una semplice identità di posizione nella congiuntura. L’amicizia si distingue dalla compassione e dalle alleanze vittimarie per il fatto che essa suggerisce la gioia d’essere insieme, di conversare all’infinito, di condividere il mondo. Essa non si fonda nel contro. Si fonda nel piacere della frequentazione, attraverso le affinità, o in seguito a una comunità di vita che è stata vissuta bene.

Ora, può essere qualcosa di invitante unirsi tra vittime e pensare che questo sia sufficiente o identificarsi con le vittime per distinguersi dai dominanti. Hanna Arendt critica questo tipo di posizione, nella quale essa vi vede un acosmismo, cioè un’ignoranza, se non un disprezzo, dello stato del mondo. Se vi è qualcosa da conoscere per orientarsi, non è la verità della buona organizzazione politica, ma lo stato dei rapporti di forza in presenza. Si tratta di conoscere non dei principi che potrebbero permettere di prescrivere qualsiasi cosa ma dei fatti (sociologici, storici). Senza una simile conoscenza, non può esistere alcun ancoraggio nella realtà del mondo umano. È sotto questo rapporto che Arendt critica la fraternità, nella quale vede il legame forte e caloroso d’identificazione che salda i “paria”. Aggiunge che quelli e quelle che non appartengono alla comunità dei paria e il cui posto oggettivo è piuttosto dal lato del dominio, ma che hanno “vergogna del mondo così com’è”, vorrebbero prendere parte a questo legame, fraternizzare con i paria, pretendendo così di identificarsi con loro, cosa che significherebbe negare “una differente posizione nel mondo” che “fa pesare su di loro una responsabilità verso il mondo”. Lei non vuol dire che quelle e quelli che non sono perseguitati sono tutti e tutte responsabili del dominio, ma quello di cui bisogna rispondere è un mondo, con le sue divisioni, le sue linee di forza e nel quale si può agire, e raggiungere i paria, per esempio, solo a partire dalla propria posizione. Quelle e quelli che non sono discriminati devono riconoscere la loro posizione privilegiata. “Né la compassione, né la condivisione della sofferenza, sono sufficienti” – suggerisce Hanna Arendt – per “guadagnare una qualche distanza di fronte a noi stessi e dalla maniera moderna di sentire”. Io direi che questo vuol dire passare da una maniera morale a una maniera politica di sentire, o di pensare nei termini di rapporto e non di identificazione.

Per altro, se il riferimento all’amicizia conduce a pensare l’estensione dei legami, la questione deve riguardare anche quelli e quelle che li rifiutano. L’attenersi all’affermazione dell’apertura, o il prendere partito per la coesistenza poiché è la sola opzione non discriminante, rischia di dimenticare la realtà degli antagonismi. La maniera in cui Judith Butler, ad esempio, difende la coabitazione non scelta, in L’alleanza dei corpi, tende così a volte a ignorare quelle e quelli che la rifiutano. Che vogliano o meno, devono comunque stare con noi, dice in sostanza a proposito dei bianchi razzisti una militante nera che lei cita, la quale, nonostante scorga il pericolo, riconosce soprattutto una possibilità di coesistenza – ma i razzisti possono disporre di mezzi brutali che gli permettono di ignorarla e non essere insieme agli altri. (La civiltà catara, che Simone Weil ammira per la sua ricchezza spirituale, la sua tolleranza e il suo rifiuto della violenza e del potere, scomparve quando i suoi membri si sono lasciati sterminare senza battersi).

La coesistenza libera ed egualitaria può essere impedita. Una figura del nemico appare in quel momento, non il nemico diretto, al quale ci si oppone e contro il quale ci si allea, in opposizione al quale e in rapporto al quale si cerca di legarsi, ma quello che, ostacolando i legami che si sta cercando di costruire, deve essere comunque considerato come un nemico: quello che produce, se non dell’inimicizia, quanto meno dell’inamicalità. Dei legami infatti esisterebbero senza questo nemico che li impedisce (si legga il racconto che fa Silvia Federici [ Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria ] della maniera in cui i legami tra le donne e gli uomini delle classi popolari sono stati scientemente distrutti al momento dell’accumulazione primitiva, quando lo schiavismo e la messa in opera del razzismo hanno separato, nelle colonie, le donne bianche e le donne nere). Se contro un simile nemico quelle e quelli che, senza di lui, avrebbero potuto essere o furono  legati e legate, allora l’alleanza è più di una semplice alleanza. Essa non è solamente di circostanza, né puramente strumentale. Non è solamente il prodotto dell’esistenza fortuita di uno stesso nemico. Quanto al nemico, esso non precede l’alleanza, ma appare come nemico nel momento in cui ostacola la moltiplicazione e la selezione dei legami.

È per questa ragione che, in tutta una tradizione, l’amicizia è opposta al dominio e vista come legame e valore sovversivo.

Sui «Poemetti della sera» di Aldo Nove

di Massimiliano Cappello

Addio, Speranza,

e anche a te, Fortuna, addio: sono già in porto:

tra voi e me più nulla: ora illudete quelli dopo di me.

(Anonimo, Congedo, in Mimnermo e altri poeti greci, I Mori, Siena, 1995)

Prendiamola larga.

In queste notti di primavera, potete facilmente scorgere la Chioma di Berenice a ovest di Arturo. La costellazione era già nota ai greci, e si narra che prima di essere accolta in cielo appartenesse alla moglie di Tolomeo III, che la sacrificò ad Afrodite in cambio del ritorno del marito dalla guerra di Siria.

La chioma di Berenice è anche il titolo di un’elegia di Callimaco. Dell’originale se ne conservano solo alcuni frammenti, ma ci viene tramandata la versione che Catullo ne fece in latino. In endecasillabi italiani, invece, è Ugo Foscolo a tradurla e pubblicarla nel 1803. La sensazione che dà è un po’ quella che potreste avere alzando gli occhi al cielo verso la Chioma di Berenice in queste serate di maggio. Una vertigine che è la convergenza del vostro sguardo con quello di Callimaco, Catullo, Foscolo, occhi che fanno esperienza del medesimo oggetto in momenti diversi del tempo.

Insieme alla traduzione, Foscolo dà alle stampe anche quattro «discorsi» sull’opera. Nel quarto di questi, si parla della ragione poetica di Callimaco. Termine un po’ troppo metafisico, che possiamo intendere qui come sinonimo di spazio letterario, che a sua volta è all’incirca l’insieme delle opere che si ritiene valgano la pena di essere scritte per incontrare il gusto di un pubblico. Anche se la sua opera è andata perduta intorno all’anno 1000, Callimaco è stato tra i poeti più letti del suo tempo. Quando Foscolo parla di Callimaco, parla quindi di un vero e proprio best seller dell’antichità. Perché ne parla? Certamente per spiegare in maniera accessibile a tutti del perché la poesia di Callimaco «funziona» per il suo pubblico. E poi, bè: secondo i critici, perché Foscolo sta tentando di portare all’attenzione dei potenti l’importanza che l’intervento politico dei poeti avrebbe sulle persone se non fossero tenuti ai margini della società. Non è dunque un caso che il discorso cominci tentando di esporre «l’economia del componimento». Il discorso poetico è prima di tutto un discorso sintetico, che può fare presa sulle persone. Un discorso dunque potenzialmente efficiente e efficace. Un discorso che si può (e si deve, per Foscolo) impugnare come arma a scopi politici.

Lo scopo non sarà dei più condivisibili… Ma capita spesso che si difenda una verità con le parole dell’errore, e questo esempio non fa eccezione. Sì, perché ora il commento a Callimaco ci dice molto più di questo, e al di là dell’adesione fa luce su un meccanismo che sembra ancora valido o latente quando si parla di poesia. Ci dice, ad esempio, che l’effetto «mirabile» che La chioma di Berenice suscita nel pubblico si ottiene facendo leva sulla «religione» dei greci; e che il riferimento alla religione è efficace perché «ridesta l’immaginazione» di cose anche molto concrete. Oggi lo chiameremmo immaginario collettivo. Foscolo sta sostanzialmente dicendo che i riferimenti mitologici di Callimaco non sono una prova di bravura, ma un modo di entrare in risonanza con un certo regime di percezione.

***

Ebbene: possiamo dire le stesse cose dei Poemetti della sera di Aldo Nove, pubblicati da Einaudi a inizio 2020.  E cioè che si può intendere la poesia come forma discorsiva particolarmente efficace e efficiente; che si può fare uso degli strumenti della poesia per entrare in risonanza con quante più persone possibile; ma soprattutto che capita di difendere una verità con le parole dell’errore. Valga questa premessa già come un giudizio critico.

Sono già trent’anni che abbiamo notizie di questa voce «inesorabilmente destinata alla poesia», per dirla con Milo De Angelis): Tornando nel tuo sangue, 1989. A partire cioè dalla data-feticcio del trionfo della Western way of life sugli altri modelli antropologici immaginati nel Novecento — una Way segnata da un dominio dell’economia sulla vita contro cui Nove non ha mai smesso di affilare le armi.

Parlare di poesia oggi (e più che mai oggi) significa allenare lo sguardo a osservare quello scarto che sussiste fra la realtà, la sua rappresentazione e la sua interpretazione. Uno scarto che a sua volta può restituirci, come in un gioco di specchi, uno sguardo nuovo sull’uso (o il dis-uso) che si fa o che si potrebbe fare della parola poetica contemporanea, su cosa ci indica di questo e su cosa illumina per contrasto di un altro mondo.

Questo mondo e questo tempo per Aldo Nove vanno considerati solo per scorgerne l’inganno sostanziale. Spaesamento e incredulità sono le armi retoriche di cui Nove si serve per sottolineare una condizione generale della parola, e della parola poetica in particolare: la sua sottrazione a ogni possibilità di verifica. Di fronte a questa consapevolezza, non c’è scandalo né oscenità che sfugga al sospetto della stratificazione ironica. Una situazione che impone, a chi presti l’orecchio, di ascoltare senza epochèengagement: fare insomma al contempo come se e come se non vi fosse luogo a comunicare o a comprendere.

Ma cosa c’è dietro l’ultima interpretazione/contraffazione del mondo e del tempo? Esiste un layer zero? Per Nove sì, ed è «l’amore | universale» (p. 29). Un amore che è «scandalo osceno», nel senso etimologico di ostacolo e  addirittura di malaugurio. Malaugurio, ovviamente, contro lo stato del mondo così com’è, nemmeno più «realmente» bensì a sua volta «spettacolarmente capovolto». Questo amore riverbera in ogni cosa come antica ma sempre attuale appartenenza dell’uomo all’uomo, nostra da sempre benché confinata in un invincibile altrove.

A guardia di quell’altrove sta appunto la falsità di questo mondo, che fin da subito appare nei suoi tratti essenziali: mondo di militari, guerre, macchine, banche, documenti: ma soprattutto — e di questi tempi è fin troppo scontato parlarne — di un unico grande «ospedale». Ricordiamo allora a scanso di equivoci che le poesie sono state composte tra il 2015 e il 2019, che è un modo per dire che, pure se inascoltati, le poesie possono aiutarci a captare certe vibrazioni prima che i terremoti si facciano sfacciatamente palesi.

Tempo e numero danno la misura di cosa c’è e cosa manca nell’immaginario di Aldo Nove. C’è il presente indeterminato di Guarda, madre e il futuro singolare di Il giorno della mia morte (se gli incipit valgono ancora qualcosa: «Il giorno della mia morte | non ci saranno più differenze», p. 12). C’è la scrittura dell’io e il rapporto con il noi dalla scrittura del sogno di Georg Trakl im Traum al cinismo della veglia (Non siamo mai nati non siamo mai morti). Pronomi personali feticcio, che vengono osservati da diversi luoghi di un tempo non lineare. Manca, invece, la capacità di fare di questa rivelazione qualcosa di più di un ripiegamento nella fede e nell’amore di un Dio che si presume, appunto, oltre o altrove. Di questa «re-ligio» (come scriveva Nove stesso a inizio aprile su «Avvenire») manca insomma la parte che «tiene insieme» a tutto vantaggio di quella che «costringe»; ma è incapacità di pensare un altro uomo all’infuori di un umanesimo che è, a conti fatti, partner in crime dello stato di cose presente.

Specchio di questa difficoltà ne è il concrescere su se stesso di differenti immaginari in lotta fra spazi e tempi: immenso e infinitesimale, meraviglioso e mostruoso, quotidiano e algoritmico.

Ma alla fine non ci sono legami da ritrovare, scenari da sovvertire, armonie da accordare: solo Dio. Questi immaginari che infine si confondono mostrano meglio di qualsiasi trattato la compresenza dei contrari e l’impossibilità di distillare positività o negatività pure. Perché c’è verità nell’errore, e c’è errore nella verità. Viene però il momento, crediamo noi, in cui le nostre verità vanno protette e brandite al rischio dell’errore. E su questo Aldo Nove dissente, preferendo sempre e comunque — e a fianco di chiunque, da Evola a Fusaro — stare dalla parte di una verità ecumenica, per quanto precaria e valida solo individualmente. Ma sta anche in questi paradossi la grandezza di certe sue poesie. A questo aggiungiamo che Aldo Nove riesce a parlare per figure o alla lettera senza cambiare registro, utilizzando parole saldamente ancorate al nostro immaginario e al contempo come stralunate. Riaccendendo insomma quel «mirabile» che permette la risonanza, e confermandoci tutto il marciume e tutte le possibilità che stanno dentro e fuori di noi.

Così, dietro ogni ricorso all’ironia, all’antinomia, all’epifania sussiste il tentativo di riappropriarsi dell’inappropriabile. Di rivendicare, contro il «sempre» di questo mondo, l’«eterno» di un altro mondo, o quantomeno di un’altra sua intensità. Eterno che, secondo una forzata ma suggestiva etimologia di Blanchot, viene da ex-ternum, ossia «fuori dalla terna» di passato, presente e futuro.

Ma, diceva il poeta Giacomo Noventa, chi concepisce l’eterno come qualcosa di diverso dal presente, chi tenta di vivere ispirandosi a questo concetto, comincia a non vivere più. Comincia cioè ad assegnare a ogni giorno della propria vita un solo scopo: la fine della vita. Va allora detto che è il presente come momento massimo dell’espropriazione quello che ci riguarda di questa poesia. E la parola «presente», nella prima sezione della raccolta, non si trova sintomaticamente da nessuna parte.

Tornando all’inganno di questo mondo, che Nove definisce «riduzione | dell’infinito a ospedale» (p. 25): si può capire bene perché lo accettiamo: quando rinunciamo all’«amplesso inconsapevole | del non essere | qui, | nell’urgenza | mostruosa del dove» (p. 23) accettiamo passivamente una malattia, che è detenzione volontaria in un altro qui «dove non siamo veramente» (p. 26). È quella «permanenza dell’apparenza» che chiamiamo vita (p. 28).

«Nasciamo — pensiamo in una mondiale | […] riduzione | dell’infinito a ospedale». Ora, se il verbo nascere ha che fare con la possibilità stessa della conoscenza e pensare con la sua valutazione, questo mondo ci fa capire che dal momento in cui abbiamo conoscenza, ci sono immediatamente precluse, rese invisibili o impensabili altre forme e altri modi di essere umani. Capirlo però è già cominciare a ribellarsi: «Quando il sentire | sommerge | il pensiero | è tempo || di partire» (Parafrasi del primo canto dell’Inferno).

Sulla scorta della selva dantesca si delinea la sera come luogo e momento di una presa di coscienza. Qui fa la sua comparsa il termine presente.  Ma nominare è reificare, e infatti Nove fa notare la sua costrizione nel «tempo obbligato» della terna. Eppure è adesso che bisogna partire, consci della decisione sempre fatale sull’uso e il senso di questa catabasi necessaria.

Nove ridona voce a una temporalità entro cui tutto confluisce. La sera è quando si ritorna a casa, è l’ora della stanchezza e del calare del sole. Non c’è forse momento migliore per ascoltare l’estenuata tradizione poetica italiana, che sembra aver definitivamente perso quel contatto immaginario di cui parlava Foscolo.

«Il cronista che racconta gli avvenimenti, senza distinguere tra grandi e piccoli, tiene conto della verità che per la storia nulla di ciò che è avvenuto dev’essere mai dato per perso. Certo, solo a una umanità redenta tocca in eredità piena il suo passato. Il che vuol dire: solo a una umanità redenta il passato è divenuto citabile in ciascuno dei suoi momenti. Ognuno dei suoi attimi vissuti diventa una citation à l’ordre du jour – giorno che è appunto il giorno del giudizio». (Walter Benjamin, Sul concetto di storia)

Come si mette fine all’imposizione di questa «gerarchia del tempo», vera e propria Gewalt – in tedesco «violenza», ma anche «potere» – ad opera di un mondo che tenta in ogni modo di impedire una conoscenza autentica del passato e le sue ricadute sul presente? La risposta di Benjamin è ambivalente: con la redenzione, cioè con la rivoluzione – perché «il soggetto della conoscenza storica è di per sé la classe oppressa che lotta» (p. 489). È in questo mix di materialismo storico e teologia che Benjamin trova la chiave per ipotizzare la rottura del continuum temporale: una rottura che si affida tanto alla parola – in grado di citare il passato «in ciascuno dei suoi momenti» – quanto alla voce – in grado di «riattizzare nel passato la scintilla della speranza» (p. 485).

Ma questo mondo – Nove lo afferma in tutta la sua opera, e nel suo romanzo Il professore di Viggiù è più che mai esplicito – non ha più speranza se non nella sua fine. Anzi, questo mondo è già la fine. Una fine al contempo istantanea e trapassata («durata | uno strano | secondo | che, sfuggito | è lontano»), e in cui ciò che rimane («quell’ignoto /dissolversi di una storia», p. 44) si perpetua indefinitivamente.

Non dunque una fine attesa come destino, ma già da tempo vissuta come «nulla» che «dura» (p. 44). Così la calibratissima scelta del tempo verbale ci invita a ripensare le sue pareti lisce e scoscese per poter discendere, assieme a Nove, nel «silenzio vibrante | che chiamiamo istante» (p. 39). Ecco allora che parola e voce tornano nuovamente al caso nostro: due appigli che ci permettono di accedere al cuore della poesia di Nove. Sotto il lumicino di questa speranza rivolta non al futuro, ma al passato, non è tanto il tempo a non trascorrere davvero, quanto piuttosto la parola – prima forma di mediazione del tempo – a racchiudere in sé la potenza necessaria a ritornare su ogni suo istante: «ci ritroveremo, un giorno, nello stesso – infinito adesso». Tempo-kairòs fatto di attimi esemplari sottratti al continuum.

Cos’è l’adesso? Assenza di quella che, sorprendentemente, è solo l’attualità – tempo derivato, mondano, virtuale, una porta dipinta sul tempo – e presenza, paradossale, del presente come forma autentica dell’intensità.

Come vi si accede? Attraversando come cosa nuova la materia alla base dei tòpoi dei primi componimenti – l’Io e il Noi, l’indistinzione e il Creato, la vita (falsa e vera) e il sogno – garantendole il ritorno sotto forma di misteriosa promessa. Ecco riemergere la necessità di lavorare per antinomie e paradossi, di sfidare la razionalità fino a desistere; ecco il coraggio di ripensare una ars poetica anche attraverso riferimenti «infernali». Lo Julius Evola che riecheggia nel titolo di Rivolta contro il mondo contemporaneo serve allora non tanto a rinsaldare un contatto reazionario col passato, ma a mostrare come occorra «fare buon uso» di quel campo di rovine che è il passato – ricordando tutto ciò che ci balena nell’istante del pericolo in cui ci troviamo: quello di un mondo che ha ormai speso «quanto / ci restava d’immaginario», condannandoci a un «divario | spaventoso | tra chi può | e non è capace | d’immaginare | più nulla | (perché nulla può fare) | e chi non può altro che | diventare | sempre più | nulla» (p. 76).

Una promessa che porta con sé questa certezza – che immaginare e agire sono intimamente legati –, ma che non si può adempiere fino alla piena comprensione di un inganno nell’inganno: quello costituito dall’«impero della mente» che ci trattiene ancora e sempre dal darci, kafkianamente, alla macchia. È quindi tempo di sbarazzarsi anche dell’ultima illusione – la «vera» falsa contrapposizione tra «sentire» e «pensiero», numi tutelari della partenza. Tappe fondamentali di un solo gesto – quello che, inseguendo il presente, finisce col destituirlo in nome di un adesso radicale. Così, nel cammino di Aldo Nove, permane la stella fissa di un Dio spogliato (e dunque eternamente reintegrato) di ogni suo tratto, nome, distinzione: un Dio che è intimamente «adesso» – e che invita chiunque lo insegua a fare altrettanto.

Ed è, credo, nella spogliazione da ogni afflato novecentesco che questa raccolta rappresenta davvero un seguito a Addio, mio Novecento. Non si tratta tanto, come si è visto, di negarsi all’ascolto della multiforme voce che ci viene da quel passato sempre meno recente, quanto di assumerne la radicale inattualità. E non solo perché è materialmente negata ogni possibilità novecentesca di postura, produzione o fruizione poetica; ma perché di fronte allo sfascio di una concezione del mondo, del tempo, dell’uomo, del soggetto, della lingua (in una parola tanto vituperata: di un’ideologia) nessun discorso su questo stato di cose ha più presa. L’unica possibilità reale per la poesia è allora un discorso che, a partire da questo stato di cose, ne illumini altre possibilità – nascoste con cura fra le pieghe del tempo.

Se, come diceva Fortini, scegliere una discendenza è scegliere una tradizione, Aldo Nove lascia tutto in eredità a coloro che vorranno battersi contro la «sostituzione | del mondo | con una sua simulazione […] senza nessuna possibilità | d’azione, | senza umana | misura o proporzione, |nell’informe | proliferare insensato| di norme» (pp. 74-75).

Biforcazioni. La rivoluzione biologica (I)

La figura di Jacques Camatte non ha probabilmente bisogno, per molti lettori di «Qui e Ora», di alcuna presentazione. Militante della Sinistra comunista fino al ‘66, dal ‘68 dà vita e anima la rivista «Invariance», da cui sono estratte le pagine seguenti. Lo scritto Questo mondo che bisogna abbandonare, di cui riproponiamo alcuni passaggi essenziali, esce sulla rivista nel 1974 e viene tradotto in italiano per la raccolta Verso la comunità umana, edita nel ‘78. Si tratta di un testo in cui è ripercorso il cammino che da Marx e Bordiga, attraverso le riflessioni sul nesso tra il dominio reale della forma capitalistica e il suo farsi comunità materiale, innestandosi nella vita organica delle specie viventi, porta Camatte ad un bilancio critico della «teoria del proletariato». Se nell’«antropomorfosi del capitale», nel suo annettersi il senso vivo dei corpi attraverso protesi e rappresentazioni fittizie, si intravvede la potenza di una rivoluzione biologica, votata alla rottura con qualsiasi altro obbiettivo che non sia la totalità dell’esistenza, si deve sciogliere ogni supposto legame di implicazione tra dialettica radicale e forze produttive, secessione positiva dal mondo della merce e affermazione dell’identità di classe. Sono gli stessi motivi che, durante gli stessi anni, animeranno gli scritti di Giorgio Cesarano, che legge Au-delà de la valeur su Invariance e ne trae importanti conseguenze, a sua volta influenzando e intrecciando il suo percorso a quello di Camatte. Apocalisse e rivoluzione esce nel ’73, il Manuale di sopravvivenza l’anno dopo. La corrente radicale italiana che va da Ludd consigli proletari all’esperienza milanese di Puzz trae linfa da questa temperie.

In questi giorni di convulsioni e curvature inaspettate delle nostre esistenze, strette tra la minaccia epidemica e la «febbre di rigetto» che scuote il nostro rapporto col mondo, forzandoci all’eventualità vitale di un cambio di rotta, riprendiamo in mano queste pagine e cerchiamo biforcazioni nuove verso una fine meno letale.

 

 

 

Questo mondo che bisogna abbandonare

[…] Il capitale non può emanciparsi dal processo di produzione, in cui il lavoro umano è determinante. È ciò che Marx afferma dicendo che il limite del tasso d’interesse non è quantitativo, ma qualitativo, perché il tasso di interesse dipende dal tasso di profitto. Donde la polemica con Price a cui rimprovera di considerare il capitale come un automa, proprio quando egli stesso utilizza questo paragone; per Marx infine questa forma di capitale era profondamente irrazionale, e non poteva svilupparsi liberamente. Curiosamente Marx ha qui la stessa posizione di Aristotele. Questi distingueva l’economia o arte di acquisire ricchezze dalla crematistica, o acquisizione di denaro; se la prima è naturale, la seconda è contro natura (come Marx stesso ricorda nella sua nota su Aristotele nel Capitale, libro I, sez. n, cap. IV). Aristotele vi vede una certa irrazionalità, non fosse altro che per il fatto di non avere essa un «limite determinato» e di apparire come creazione a partire dal nulla. Tutta la riflessione sull’attività economica concepita in senso lato è attraversata da questa divisione tra un’attività naturale in quanto deve permettere di mettere in contatto dei prodotti con gli uomini e realizzare una buona gestione, e un’attività demente che non ha fine in sé stessa, che dall’inizio si pone in un run away, l’acquisizione di ricchezze in quanto tale attraverso il commercio, l’usura, la speculazione, ecc.

I profeti, i filosofi, hanno condannato quest’ultima; i riformatori socialisti hanno voluto eliminarla perché falsava il libero sviluppo della legge del valore. Sia perché non potevano concepire l’autonomizzazione di questa attività, sia perché la volevano limitare. Marx pensa invece che il capitale nella sua forma di capitale portatore d’interesse—forma irrazionale, ricordiamo—non può autonomizzarsi perché dipende in definitiva dal processo di produzione. Anche se nel momento del manifestarsi di questa forma di capitale, ogni ricordo del legame con quest’ultimo è sparito. Tuttavia c’è un altro aspetto essenziale in Marx che lo distingue dagli altri teorici, ed è il fatto che egli mostra che l’ingiustizia, cioè lo sfruttamento, esiste anche quando la legge del valore è rispettata; cioè persino in seno all’economia c’è un dato contro natura ed è qui che si trova la base della crematística. L’estorsione di plusvalore non può giustificarsi da un punto di vista umano, ed è il leit-motiv di Marx mostrare che i diversi autori che ha criticato non fanno che opporsi alle conseguenze del male stesso (essi vogliono-dice-il capitale senza l’interesse…). Il punto in cui s’incontra con loro è nel credere che questa forma di capitale non potrebbe autonomizzarsi, che essa potrebbe restare sotto il controllo degli uomini. Ora il capitale è riuscito a spezzare la sua dipendenza rispetto al processo di produzione e dunque rispetto agli uomini, non come potevano pensarlo gli avversari di Marx (come Price), ma perché è diventato rappresentazione. […] Data l’unione scienza-capitale attuata in seno al processo di produzione, poi di circolazione, la forma capitale portatore d’interesse diventa socialmente razionale e non più irrazionale come pensava Marx. Egli vi vedeva un’alienazione del capitale; come se esso accedendo a questa forma perdesse i suoi aspetti progressivi e civilizzatori che egli sottolineò più volte. Certi epigoni affermarono che il capitale finanziario era la forma ultima, parassitarla, del capitale e cominciarono a teorizzare una decadenza (da notare però che ciò poteva ancora apparire tale nella misura in cui il capitale finanziario poteva ancora essere per l’uomo; cioè si aveva a che fare con i piccoli rentiers…). Ma qui in realtà si manifesta la radice dell’impotenza teorica a cogliere questo capitale. Non bisogna tentare di capirlo attraverso una delle sue forme, ma attraverso la sua totalità, la sua struttura compiuta, attraverso la sua comunità materiale realizzata. Allora si può comprendere come l’accesso a una forma data modifica la totalità del capitale. Per quanto riguarda il capitale portatore d’interesse il suo ruolo è essenziale perché è con esso che il capitale giunge, come dice Marx, alla totalità. Ma egli la coglie in una modificazione essenziale, momento in cui genera la propria rappresentazione (non più dipendenza rispetto all’oro, e più generalmente rispetto a tutte le rappresentazioni umane); ma anche non più dipendenza rispetto a una materialità, quale è espressa nella composizione organica del capitale. Questa rappresentazione non è di fatto operante che a partire dal momento in cui gli uomini interiorizzano il capitale e fanno del capitale la loro rappresentazione; la mediazione tra esseri umani e qualsiasi realtà è il capitale e ciò nella sua dinamica iniziale, espressa nella formula generale del capitale: C—»C+AC. Ci sarebbe da credere che il dogma della creazione ex nihilo si sia generalizzato e quindi profanizzato. In realtà significa l’estrema interattività degli uomini, perché ogni attività intrapresa da uno di noi deve incontrare l’elemento capitalizzante negli altri.

Ciò che resta di profondamente vero nello studio di Marx è che da allora ogni traccia di una attività umana è scomparsa. Noi non siamo che attività del capitale. L’irrazionale di ieri è il razionale di oggi. Tutto quello chi fu umano diventa irrazionale. Rivendicare una vita fondata sugli uomini e sulle donne, sulla rigenerazione della natura, la riconciliazione con essa, ha del pazzesco. Il dibattito sull’inquinamento e i limiti dello sviluppo lo mostra ampiamente.

Liberazione-emancipazione: altra faccia dell’erranza.

 

[…] Per Marx, in definitiva, la borghesia non sarebbe capace di portare fino in fondo questo movimento (cosa che non è probabilmente falsa) e d’altra parte egli pensa che il modo di produzione capitalistico (e dunque la borghesia, perché egli ragiona in termini di classe) non potrebbe ricostituire un’unità, una comunità. Il ruolo di questa classe essendo distruttore (e qui distruzione = rivoluzione), quello del proletariato è di portare fino in fondo la distruzione negando se stesso. Da ciò può prodursi un’altra comunità umana sulla quale Marx dà qualche ragguaglio nei Manoscritti del 1844 sotto forma d’aspirazioni a una comunità altra, a un altro essere umano. Ora, abbiamo visto che il capitale si costituisce in comunità materiale… Bisogna quindi riprendere tutto da zero! Cioè riconsiderare questo movimento di liberazione-emancipazione.

Finché quest’ultimo punto non era stato percepito, si poteva soprattutto mettere in evidenza il processo di separazione che è effettivamente un momento della liberazione. Bisogna essere separati da ciò che ci incatena. Contro « le catene della schiavitù » la borghesia propose la libertà, lo sviluppo dell’individuo, la democrazia. A questa società liberali-, Marx oppose la necessità dell’emancipazione, della liberazione, cioè un movimento che potrebbe portare a termine un fenomeno che comincia con la separazione e che di per sé non poteva essere definito né buono né cattivo; solo la sua conclusione potrebbe, in definitiva, assegnargli una qualificazione.
Si era sul terreno della rivoluzione borghese. Bisognava portarla a compimento; bisogna compiere ciò che essa non poteva portare a termine: l’emancipazione dei proletari e quindi quella dell’umanità. Marx tuttavia partiva dal presupposto che una tale emancipazione non poteva essere che una negazione del proletariato. La borghesia aveva liberato le forze produttive, come aveva liberato lo stato, gli individui; ma questa liberazione non era reale perché non riguardava che una classe, la borghesia, e, d’altra parte, essa si muoveva nella sfera politica, non nella totalità. Si ritrova questa problematica quando si afferma che la rivoluzione consiste unicamente nella liberazione del comunismo prigioniero in seno al modo di produzione capitalistico. Si tratterebbe di distruggere una forma oppressiva e di liberare un contenuto. Attraverso questo processo si avrebbe l’inversione di quel fenomeno che segnaleremo più oltre, poiché qui i rivoluzionari avrebbero la tendenza a comportarsi come gente di destra. Tuttavia c’è una parte di realtà in questa teorizzazione. In effetti il capitale è una forma che si gonfia sempre più d’un contenuto che le è estraneo (recupero). Viene un momento—come si è sempre verificato nel corso di tutte le rivoluzioni—in cui si ha una rottura e tutto si sgretola. Perché questa rottura si effettui, qualsiasi avvenimento può essere determinante. Ma questo non può essere il punto di partenza di un altro modo di vivere se non in quanto gli uomini e le donne abbiano acquisito un’altra rappresentazione, si mettano al di fuori della vecchia società: perché, nel caso del capitale, la lotta può, dopo una fase più o meno lunga di sconvolgimenti, essere recuperata. Non si tratta di liberare il comunismo, poiché esso implica per realizzarsi un immenso atto di creazione. Il movimento comunista in quanto opposizione, recuperata dal capitale, può provocare questo squilibrio necessario, ma non può dare l’avvio a una dinamica di vita nuova. Inoltre questa problematica tende a far credere che il comunismo non è possibile che sulla base del modo di produzione capitalistico.

Ora, il vasto movimento di fuga dal capitale è realizzabile se gli esseri umani ritrovano nel loro passato (dunque ricordandosene) le molteplici potenzialità di cui sono stati spogliati.
La liberazione s’è quasi sempre presentata come liberazione di una forma con perdita di un contenuto. In effetti il soggetto emancipandosi dovrebbe sparire nel suo essere immediato, mantenendo il dato invariante, ma a causa della pesantezza del contenuto, si produce una separazione contenuto-forma e liberazione di questa, cioè autonomizzazione (ciò che pone, in germe, la dissociazione (Spaltung), quindi la schizofrenia). Questo è alla base del fenomeno seguente: la sinistra fu per la liberazione e la destra per la difesa del contenuto, della sua conservazione. Ciò è particolarmente chiaro per le diverse religioni. Esse non perdura no se non perché conservano qualcosa di umano, una sostanza di un’altra epoca. La religione forse non è possibile se non perché l’uomo si è perduto. Di qui si comprende l’ambiguità dei movimenti di liberazione delle nazioni, dei popoli, nello stesso tempo aventi un carattere rivoluzionario e reazionario, secondo l’accezione classica. Lo si può vedere nei movimenti anticoloniali e soprattutto attraverso certe analisi di Frantz Fanon sull’Algeria. Ma questo vale anche per le reazioni dei romantici e di Hegel, così come per i sostenitori del folklore. Quindi il meccanismo dell’alienazione non è distrutto con la liberazione, poiché può sfociare in una perdita ancora più grande, la perdita di ogni radice, la perdita di ogni legame profondo con un passato, con la terra ecc., lo sbocco nel vuoto, la perdita di referente senza possibilità d’intravvedere un altro modo d’essere… Perché se si concepisce unicamente un movimento di liberazione, anche questo pone un indefinito ed è simile al movimento del godere, sempre proposto e mai raggiunto; d’altra parte lo si deve ugualmente mettere in parallelo con la liberazione dal lavoro, la sua abolizione. Si è detto che era una parola d’ordine capitalista perché mirava in definitiva a rendere l’uomo superfluo; dato che il capitale vive con tutti i suoi corpi inorganici creati nel corso dei secoli. Ma si è detto anche che bisognava postulare la distruzione del lavoro. In altri termini, si è affermato che si doveva affrontare il problema secondo altri presupposti. Il movimento, la dinamica di realizzazione della comunità umana deve collocarsi al di fuori di tutto ciò.

Emancipazione, crisi e critica

 

[…] La critica ha un legame innegabile con la concorrenza e di conseguenza con la pubblicità. È evidente che con l’inflazione di opere sorge la necessità di scegliere, non da soli ma con la mediazione di un terzo che media tra me e le opere, e mi condurrà verso quelle buone. A questo riguardo è interessante occuparsi del ruolo della censura; non una censura diretta, cioè le forbici (si taglia nel corpo dell’oggetto); ma una censura che, in definitiva, taglia nel corpo del mio essere tagliando i miei legami potenziali con certe opere in quanto sono criticate, sottoposte cioè a dubbio, rimesse in discussione; e si scende più facilmente una china col discredito di quanto si possa salire col concetto di credito. La pubblicità è l’esteriorizzazione in positivo della critica. Essa non dà che giudizi favorevoli, positivi, valorizzanti tutto, realizzando implicitamente una devalorizzazione degli elementi concorrenti. L’essere umano anche in questo caso è spossessato, spogliato. La pubblicità gioca molto a livello di tutti i racket. […]

D’altra parte la rivoluzione non è possibile che a patto che la grande maggioranza degli individui comincino a rendersi autonomi rispetto alle loro condizioni materiali (ciò che si definiva accesso alla coscienza). Da questo punto di vista la scuola olandese (soprattutto Pannekoek) ha avuto il merito di insistere su questa necessaria trasformazione nel corso della rivoluzione.
Prima che si produca un urto potente, occorre che una unione dei rivoluzionari sia in corso di realizzazione, che si manifesti una nuova solidarietà così come una nuova sensibilità, ma soprattutto è indispensabile una rappresentazione diversa, altrimenti l’urto metterà solamente in moto una violenza cieca incapace di sfociare nell’ affermazione di un altro modo di vita. Se dunque si accetta il termine crisi per indicare la situazione attuale, va sottolineato che essenziale non è quest’ultima, ma il fatto di sapere se gli uomini l’affrontano sempre secondo gli stessi schemi.

Questo non vuol dire che occorra accettare la teoria secondo cui bisogna prima di tutto cambiare le mentalità. Si vede troppo bene che queste non sono modificate da interventi individuali o collettivi (parziali, non totali), o da qualsivoglia specialista dell’agitazione. Ma è chiaro che uno sviluppo dato di una determinata società non produce automaticamente uno spirito rivoluzionario. Bisogna dunque affrontare la crisi attuale nella sua particolarità e nei modi in cui essa deve essere colta. Il più grande elemento di crisi sarà (e debolmente lo è già) un comportamento umano del tutto diverso, non addomesticato, cioè non asfissiato dalla razionalità tout court. Ora, il nostro mondo è dominato, conquistato dal materialismo storico; il progresso è concepito come progresso delle forze produttive; persino coloro che non professano questa teoria ne sono impregnati, essa è per loro come un minimum di riferimento con la realtà; per costoro tuttavia essa sarebbe valida nel campo materiale ma non potrebbe render conto della totalità. Occorre dunque rompere con questa razionalità e col mondo che essa controlla.

 

Crisi e attori del dramma

 

[…] Quanto precede non è una critica ma una semplice constatazione di ciò che è. Non è in seno ai diversi modi di essere, pro o contro il capitale, che si potrà trovare la giusta soluzione atta a permetterci di piegare la crisi del modo di produzione capitalistico in crisi rivoluzionaria. Tanto più che la crisi non è un momento eccezionale, durante il quale si rivelerebbe infine una possibilità rivoluzionaria, perché essa può essere il momento in cui si effettua un assoggettamento più grande degli uomini e delle donne al modo di produzione capitalistico.
Bisogna abbandonare questo mondo. Bisogna abbandonare questo mondo in cui domina il capitale divenuto spettacolo degli esseri e delle cose. Spettacolo nel senso in cui l’intendeva Pico della Mirandola quando diceva che l’uomo era spettacolo del mondo oppure, anche, specchio. L’uomo in effetti non avrebbe avuto alcun dono speciale. Tutti i doni essendo stati distribuiti a tutti gli esseri viventi, l’uomo arrivato per ultimo ne sarebbe stato totalmente sprovvisto. Fortunatamente, Dio ebbe pietà di lui e gli diede un po’ delle qualità di tutti gli esseri ed egli divenne, così, spettacolo del mondo. In lui tutti gli esseri viventi potevano, in qualche modo, riconoscersi, vedersi, agire. In seguito al processo d’antropomorfosi il capitale diventa, a sua volta, spettacolo; si assimila, s’incorpora tutte le qualità degli uomini, tutte le loro attività senza mai essere una tra esse, altrimenti si negherebbe per sostanzializzazione, inibizione del suo processo di vita. Accettando le rappresentazioni del capitale gli uomini vedono uno spettacolo che è la loro ridondanza mutilata perché in generale essi non ne percepiscono che una parte soltanto; da tempo essi hanno perduto il senso della totalità. Per sfuggire all’influenza del capitale bisogna rifiutare i suoi presupposti che affondano in un lontano passato (momento della dissoluzione delle comunità primitive), e, simultaneamente, si può superare l’opera di Marx che è l’espressione compiuta del divenire alla totalità, alla struttura perfetta del valore, che nella sua mutazione di capitale, s’è eretto in comunità materiale. Occorre concepire una dinamica nuova, perché il modo di produzione capitalistico non sparirà in seguito ad una lotta frontale degli uomini contro il loro attuale oppressore, ma attraverso un immenso abbandono che implica il rifiuto di una via percorsa ormai da millenni. Il modo di produzione capitalistico non conoscerà una decadenza, ma un crollo.