Il caos (che) ci ordina

 

Lettera da Parigi – tradotta da Liaisons Italia

Questa lettera è apparsa su Liaisons e, con leggere variazioni, su The New Inquiry tra il 19 e il 22 aprile 2020.

 

«Sempre dunque sono stato comunista. | Di questo mondo sempre volevo la fine». Una voce che dal ’63 ora muove verso di noi che leggiamo queste pagine, e ispira nuovi significati ai suoi versi. Cosa significa adesso volerne la fine? Sostanzialmente tre cose: fine dell’umanesimo come regime di percezione del mondo; fine della scienza come sistema neutro e oggettivo di interrogarlo; fine del valore come necessità dell’agire umano.

È veramente il caso di dire allora che di questi tempi «non è la fine del mondo», dopotutto, a cui bisogna decidersi – quella è visibile da tempo, a chi ha saputo guardare; ora è semplicemente palese – ma piuttosto l’occasione per farla finita con un mondo. Anzi, ancora di meno: con una particolare concezione del mondo. Con quell’umanesimo scientifico, in particolare, che invade e devasta e silenzia i molti altri mondi che insieme a quello umano, altrimenti, consonerebbero.

Contro chi brandisce la scienza come religione; contro chi ne costituisce il momento di una trinità con cristianesimo e capitale, ma anche contro chi brandisce l’antropocene come unico e solo regime di percezione e possibilità, e inneggia all’apocalisse come termine e non come rivelazione di un altro modo di essere umani.

«Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi | di questo mondo sempre volevo la fine. | Ma la mia fine anche».

(Franco Fortini, Una volta per sempre)

 

***

Chi non è con me è contro di me, questa è la legge cosmica

D. H. Lawrence, Apocalisse

Dalla mia finestra stretta percepisco l’ordine a cui risponde il confinamento. È una ragione che mi è ostile. La malattia, il male, il virus, i vincoli e la paura, l’isolamento e gli applausi che perforano le tenebre: ho già visto queste scene nella letteratura da incubo di Philip K. Dick, Richard Matheson o Margaret Atwood. Il tempo delle insurrezioni cede il passo a quello della pandemia. Ma sento anche che tutto questo è appunto solo la perfetta accelerazione di una ragione ostile, la stessa che già asfissiava i suoi popoli. Le sole ombre sulle strade, i poliziotti. Il controllo totale di ogni spostamento. Il coprifuoco. I droni. Il razionamento. Le multe esorbitanti per tenere a freno la popolazione.

Queste risposte non erano già tutte in gestazione nelle reazioni ai nostri sollevamenti?

I video virali dalla Cina mostrano corpi abbandonati nei corridoi degli ospedali, strade deserte e droni che incitano le persone a stare in casa. Gli abitanti che si fanno coraggio gli uni gli altri gridando dalle finestre a un’ora precisa e supportano gli operatori medici. Tutto questo fa parte ormai della nostra quotidianità; la viralità è divenuta letterale. La cosa più ironica è la reazione del governo francese a questa situazione: sostanzialmente la stessa della Cina. Testimonianza di un isomorfismo politico. Prima ci è stato garantito che l’epidemia non avrebbe oltrepassato le frontiere, anche quando aveva già attraversato due continenti per arrivare in Nord Italia. E fino all’ultimo momento il governo si è mostrato incosciente, chiamando al voto per il primo turno delle municipali quando dall’Italia già da qualche giorno messaggi allarmanti bucavano la rete e ci parlavano della catastrofe a venire.

Riassumiamone la cronologia per constatarne l’assurdità. Nella settimana del 9 marzo, abbiamo avuto il privilegio di ricevere un articolo sulla serata a teatro della coppia presidenziale. Un invito esteso a tutta la popolazione a continuare a vivere in maniera spensierata la propria vita. Ed è ciò che ha fatto la maggioranza di noi. Poi, di colpo, sabato 14 marzo, verso le 8 di sera, dopo averci spronato fino a quel momento a vivere come se nulla fosse all’ombra del disastro, le autorità hanno annunciato la chiusura di tutte le attività – bar, ristoranti, teatri, cinema. Chiusura effettiva dal giorno stesso e a tempo indeterminato. In quel momento stavo lavorando al bar. Un’ora dopo Parigi si era riversata nei locali per farsi – come l’ha efficacemente messa giù un avventore – «un’ultima pinta prima della fine del mondo». Così, tutti accalcati in attesa del bicchiere della staffa, nessuno era davvero al corrente dello scopo della crisi sanitaria. E questo perché, semplicemente, nemmeno le autorità incaricate di diffondere le informazioni lo erano.

Il giorno dopo, domenica 15 marzo, contro ogni parere degli esperti medici, si tengono in ogni caso le elezioni municipali (che registrano un tasso di astensione storico). Si assiste così a scene surreali: parchi pieni e popolati di persone ubriache di alcol scadente da supermercato e code di cittadini coscienziosi che vanno a votare in mascherina e guanti, seguendo le raccomandazioni del governo per le quali «lavarsi le mani e portare con sé la propria penna sono misure ampiamente sufficienti».

Bisogna credere che il panico abbia infine vinto anche le alte sfere, perché di lì a poco giunge un altro annuncio: Emmanuel Macron avrebbe preso decisioni drastiche, spiegandole in un discorso alla nazione lunedì 17 marzo alle 8 di sera. Ancora una volta, immagini di lunghe file alle poste, davanti alle banche, di fronte ai supermercati prendono consistenza materiale in Francia. Migliaia di persone nella capitale stipano precipitosamente armi e bagagli in macchina, o si fiondano nella stazione più vicina ancora aperta, e scappano. Portando con sé nuovi focolai di infezione. Stando alle statistiche ufficiali, più di un milione di parigini hanno lasciato la città tra il 13 e il 20 marzo.

***

In un’atmosfera lugubre, abbiamo sentito queste parole uscire dalla bocca del presidente: «Siamo in guerra. Una guerra sanitaria. Non lottiamo contro un esercito né contro un’altra nazione: il nemico è qui, invisibile, inafferrabile, e avanza. Ciò richiede una mobilitazione generale». Parole, queste, pronunciate durante il discorso alla nazione per illustrare il «confinamento» e lo «stato d’emergenza sanitaria». Come in seguito agli attentati che colpirono la Francia nel novembre 2015, quando François Hollande, allora presidente, aveva attaccato il suo discorso con «La Francia è in guerra» per giustificare l’attivazione dello stato d’eccezione. In quell’occasione, aveva anche precisato che quella guerra era «di un altro tipo, di fronte a un nuovo avversario» e che richiedeva «un regime costituzionale» che permettesse di «gestire lo stato di crisi». Rapidamente assistevamo ai risultati di quel nuovo regime costituzionale: arresti arbitrari, agonia programmata del diritto a vantaggio della norma. E strumenti formidabili per domare il malcontento.

Giovedì 9 settembre 1933, lo scrittore tedesco Thomas Mann scrive sul suo diario:

Metodi fascisti”, autoritari e di carattere nazionalista cominciano ovunque a prendere il sopravvento sulle vecchie forme classiche della democrazia […] ma il mondo deve davvero guarire dalla mistica sudicia, dalla filosofia della vita sfigurata che questa mistica mescolerebbe al suo movimento? È forse perché le trasformazioni in corso nella tecnica politica e di governo prendono sempre più la forma di una religione sanguinaria, di sangue e di guerra, una religione il cui livello morale e intellettuale è miserabile, il più miserabile della storia?

In seguito, Mann sottolinea brevemente alcune ambizioni del partito fascista:

Il programma – in parte cosciente, in parte inconscio – è chiaro. Per prima cosa, abbattere il «nemico interno», cioè tutto ciò che dall’interno si oppone alla guerra […] in seguito – bè, ciò che deve venire in seguito non lo sappiamo, non possiamo prevederlo, e forse non vogliamo saperlo. Ma lo speriamo, e vi aspiriamo in segreto come aspiriamo al beneamato caos – un amore che ci chiama a ricondurre il mondo sul piano politico, e per il quale ci riarmiamo apertamente di tutte le nostre forze.

L’amore per il caos è un’arma a doppio taglio. Nel nulla della mia generazione, quella nata negli anni ’90, il caos era la sola cosa che potevamo sognare con dignità. Abbeverandoci a scenari catastrofici, ciascuno di noi gongolava alla possibilità di una fine brutale e implacabile del nostro mondo. Sì, la mia generazione è stata generata nel nulla. Sono cresciuto senza certezze, nutrito di un immaginario crepuscolare in cui la terra, l’umanità, l’amore si rovesciavano in un’apocalisse più terribile della morte. Non mi è rimasto nulla, se non la prospettiva di distruggere il mondo così come hanno fatto i miei simili per decenni. Nulla, se non la prospettiva di lavorare senza più alcuna speranza di condurre una vita tranquilla, in un mondo in cui il lavoro ci tormenta fino all’ultimo respiro.

Non avevamo capito, però, fino a che punto la nostra vita fosse già governata dal caos, e come tale caos in realtà coincidesse con una ragione ordinata e ostile; è, questa, la definizione stessa della guerra contemporanea. Di mobilitazione totale in mobilitazione totale, da stato d’emergenza a stato d’emergenza, il caos ci ordina. Il caos governa il mondo e, per il semplice fatto di esistere, sbatte le persone in casa, dietro le loro piccole finestre, distillando in loro paura e amore per l’ordine.

Nei bassifondi di questa guerra permanente – o meglio dichiarata senza sosta, di modo che ogni lembo della nostra vita si trasforma in fronte —, le insurrezioni capovolgono questa logica. Chi «dall’interno» rifiuta la guerra si comporta esattamente come il virus, provocando le medesime reazioni «immuno-autoritarie». Costoro riportano l’ordine caotico a un ordine sensibile, inaccettabile per il partito fascista, per il partito della guerra. Le rivolte, come il virus, trasmettono l’urgente necessità di reinventare le relazioni, mentre le risposte immuno-autoritarie non fanno altro che difendere e garantire il nulla in cui è nata la nostra generazione.

***

Il solo significato della parola apocalisse è «rivelazione». Sembra semplice, eppure – come sottolinea D.H. Lawrence nel suo commento al libro di Giovanni – per duemila anni la gente si è data da fare per scoprire cosa si rivelasse «in tutta quell’orgia di mistificazione». Guardando al presente, la rivelazione si mostra in tutta la sua semplicità: guerra, guerra e ancora guerra. Se non l’avessimo ancora capito, oggi la verità si mostra limpida: i nostri leader sono sempre stati in guerra. Tutti loro mostrano un gusto singolare per l’apocalisse, basta guardare come gongolano durante ogni crisi. L’esercizio del potere ha sempre richiesto un’attrazione occulta per l’apocalisse, perché è da lì che viene anche il gusto per l’ordine. La mia generazione, questa attrazione l’ha sviluppata naturalmente, dato che nulla è venuto a scaldarci. E anche perché, in fondo, come osserva Lawrence, l’apocalisse è l’autoglorificazione del potere distruttivo degli uomini. «Se dovessi subire il martirio e l’intero universo venisse distrutto nel processo, tuttavia, o cristiano, regnerai come un re e metterai il piede sul collo dei vecchi padroni!», schernisce Lawrence.

I nostri «governanti» sono esseri gregari e appiattiti dallo spirito collettivo. A loro interessa solo l’opinione e il denaro che essa porta con sé. Sotto l’aureola del santo, si nasconde in loro il diavolo. Chi accetta la loro guerra santa condanna se stesso ad aggrapparsi a un’autorità che li priverà di ogni potenza. In un curioso commento alla situazione attuale, Giorgio Agamben ha osservato che «lo stato di paura si è chiaramente diffuso negli ultimi anni nelle coscienze degli individui e si riflette in un reale bisogno di stati di panico collettivo, a cui l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale». Qui viene sottolineato un fatto elementare: la «società» è composta principalmente da individui spaventati che marciano sul sentiero di guerra dei nostri leader. Le rivolte sono un chiaro tentativo di arrestare quella marcia, e la risposta dei governi è chiara: più guerra, più paura. La stessa risposta che danno alla nostra attuale crisi sanitaria.

Esiste una forza ben più grande dell’autorità del «non si deve» propria delle nostre democrazie. L’apocalisse rivela anche la possibile via d’uscita dallo stato estremo in cui siamo sospinti. Da tempo abbiamo perso ogni rapporto simpatetico con il cosmo (o con l’ambiente, come si dice adesso). Questa perdita di sympatheia (perdita di un «sentire insieme») verso ciò che ci circonda e ci dà acqua, calore e nervi, ha trasformato il nostro cosmo in un drago distruttore. La luna, il sole, le stelle, le piante, ma anche la vita interiore degli organismi virali, rappresentano l’ambiente perduto che ci spaventa ogni volta che fa ritorno. Perché abbiamo costruito un mondo che ignora tutto questo – riducendolo a una forza meccanica e contingente, utile alle nostre attività. È chiaro che il virus è tanto più letale quanto più il nostro mondo è stato costruito pensando agli uomini come i soli padroni. «“Chi non è con me è contro di me» è la legge del cosmo, e chi tra noi ha dato il mondo per scontato ora paga il prezzo di questo abbandono.

La fine dei tempi non sarà la fine delle guerre imposte. Al contrario: le guerre scoppiano di continuo, sotto gli occhi di tutti. Questi scoppi danno da pensare a chi è abituato a vedere ogni nuovo fronte aperto da quest’epoca come un’opportunità per capovolgerla. Alain Badiou ha ragione a notare che l’epidemia è, in fondo, solo un’epidemia, e che ciò che si inventa e si esprime in termini di solidarietà non è nulla di nuovo. Che il capitalismo, insomma, non è in pericolo. Ma paradossalmente Badiou parla da testimone di un’altra epoca, in cui massa e potere dovevano combinarsi per garantire l’azione rivoluzionaria e la trasformazione del mondo. E omette di specificare che in un’epoca in cui l’uomo è agito da forze e poteri con cui si è fuso per sempre (radioattività, CO2, nuovi virus, inondazioni, incendi e insurrezioni ecc.), l’azione rivoluzionaria passa soprattutto attraverso una sottile ricomposizione degli equilibri biochimico-politici che ci formano e definiscono il nostro legame con i mondi.

Quindi è vero e giusto puntare l’indice accusatore in direzione dei nostri capi, contro il modo in cui hanno condotto questa guerra contro il cosmo, contro la vita. Dobbiamo, d’altra parte, scavare nel profondo di noi stessi e porci noi stessi la domanda. Siamo con o contro il cosmo? Cos’ha da dire il virus sui nostri mali? Questa è la nostra ultima occasione per accorgercene, per deciderci a vedere che le risposte immuno-autoritarie sono contro il cosmo. Che ci confinano ancor più nella solitudine e nel «non si deve». Siamo sotto il ricatto di una guerra che ci impone solo due fazioni: quella della morte e del virus da una parte, e quella della vita e del governo degli uomini dall’altra. Combattere la diffusione del virus è fondamentale: la questione è se farlo secondo l’arte della guerra o secondo altre relazioni. Relazioni non necessariamente da inventare, quanto semmai da ritrovare. Per sfuggire, insomma, alla nostra (auto)distruzione e, come dice Lawrence, «ritrovare il cosmo»:

Questo non avverrà grazie ad un gioco di prestigio. Dobbiamo far rivivere riflessi che sono morti dentro di noi. Per ucciderli ci sono voluti duemila anni. Chissà quanto tempo ci vorrà per rianimarli? Quando sento la gente lamentarsi di essere sola, capisco cosa è successo loro. Hanno perso il cosmo. Non ci manca né umanità né personalità; ciò che ci manca è la vita cosmica, il sole in noi e la luna dentro di noi.

***

«I miserabili cinquantamila anni dell’homo sapiens, – dice un biologo moderno, – rappresentano, in rapporto alla storia della vi­ta organica sulla terra, qualcosa come due secondi al termine di una giornata di ventiquattro ore. La storia dell’umanità civilizza­ta, riportata su questa scala, occuperebbe inoltre un quinto del­l’ultimo secondo dell’ultima ora», l’adesso che, come modello del tempo messianico, riassume in un’immane abbreviazione la storia dell’intera umanità, coincide rigorosamente con la figura che la storia dell’umanità fa nell’universo».
(Walter Benjamin)

Nelle tesi Sul concetto di storia di Benjamin sta dunque un vuoto, uno squarcio chiamato cosmo. Una volta minata la narrazione progressista, i suoi detriti restano e si imprimono nonostante tutto sulle nostre retine.

Anche se abbiamo edificato la nostra storia degli oppressi e profanato le tombe dei nostri antenati, il tempo dei vinti non è mai quello della vita organica – che sotto ogni aspetto sembra seguire un percorso indipendente dalle guerre e dalle rivoluzioni. Chi si ricorda della Febbre Gialla o della Spagnola come momento di una qualche tradizione? Le guerre diffondono costantemente epidemie, che spesso fanno più morti di qualsiasi battaglia. Quando gli europei giunsero nel «Nuovo Mondo», i patogeni che portavano con sé uccisero ben più della loro crudeltà – alleati terribili, e che talvolta i coloni utilizzarono premeditatamente. In cambio, una delle malattie più note al genere umano, la sifilide, sbarca sulle coste europee proprio al ritorno di Colombo, e fa milioni di morti: in questo senso, il trattamento col mercurio non è forse stato vano. Prioni, virus, batteri e altri agenti infettivi accompagnano la nostra storia senza farne mai parte; interessato solo alle proprie Res Gestæ, l’uomo si vede imperatore della terra e artefice del proprio destino. La grande politica si fa da sé. Il vittorioso, come il dimenticato, ha un volto umano –  anche quando è quello dell’Angelus Novus.

La scienza ormai enuncia esplicitamente ciò che D. H. Lawrence diceva tra le due guerre mondiali. Solo che la nostra ora è trascorsa, e i secondi intercorsi tra i due avvertimenti sono stati vani. Il tempo delle pandemie mondializzate si avvicina irreversibilmente, e a maggior ragione perché abbiamo devastato gli ecosistemi naturali e privato molte relazioni simbiotiche del loro ambiente. Più del 70% delle zoonosi proviene da animali selvatici. Il pipistrello, come il pangolino o altri di questi, ha come habitat naturale la foresta; e quando le foreste vengono disboscate, questi animali dimenticati, dileggiati e cacciati si annidano nei nostri habitat, mescolandovisi e producendo devastazioni debordanti.

Questo tipo di debordamento, detto salto interspecifico (Spillover), designa la prima trasmissione di un virus da una specie all’altra. Avvenimenti del genere non si verificano se non perché le nostre attività lo permettono. Le zoonosi sono prodotte da agenti patogeni che sconfinano da un animale non-umano all’animale che è l’uomo: la Sars, l’Aids, l’Ebola o la Spagnola sono solo alcuni esempi. Ma anche le pestilenze medievali ce lo ricordano, nonostante sembri proprio che il XX secolo ne abbia conosciute più che mai. Quanto al nostro raccapricciante secolo XXI, ebbene, si è aperto con una reazione a catena di debordamenti intesi in ogni accezione del termine. Il debordamento coincide rigorosamente con l’immagine del «tempo attuale». Il debordamento riflette la disintegrazione dei nostri ecosistemi e dei nostri modi di vita. Modi che si frammentano, si dissolvono e si disperdono nei loro valori aggiunti. Ora, privati del loro ambiente, i patogeni si mescolano ai nostri mercati, nelle nostre case, senz’altra scelta se non quella di morire o di riprodursi sui soli corpi non ancora in via d’estinzione.

Bisogna risvegliare in noi un sentimento di armonia. Non abbiamo scelta: i flussi, i fuochi, i virus e gli esseri umani debordano tutti assieme. E d’altronde la risposta del potere è una sola e omogenea, proprio com’è unico questo periodo di debordamenti. Perché il mondo è in quarantena? Perché, ovunque nel globo, tutto ciò che occorre a mantenere viva la tradizione degli oppressi serve anche a disfare il Covid-19? Dalle insurrezioni alle zoonosi, nessun continuum repressivo è casuale per la reazione immuno-autoritaria. Questo virus giunge in un momento preciso della storia degli uomini, un periodo in cui ciascuno di noi è chiamato a scegliere tra il proseguimento di una vita logicamente orientata all’estinzione, o una rimessa in questione radicale. Precisamente quella a cui D. H. Lawrence chiamava già a gran voce.

Da qualche parte, questo lungo processo è già iniziato. Parliamo ormai regolarmente di «antropocene», termine che pone le attività umane sullo stesso piano geologico dei vulcani, dei fiumi o della tettonica delle placche. Ma questo concetto è stato manomesso al punto da coincidere con l’«età dell’uomo»: nella quale, cioè, tutto ciò che è del mondo è in una certa misura umano. È invece il contrario: l’antropocene celebra piuttosto la scomparsa dell’uomo, come d’altronde quella della natura. Ma facendo ciò si rinnova, insieme all’eterna corrispondenza tra le nostre vite e l’ambiente – «l’inglobante», come dicevano gli antichi greci. L’inglobante non è per nulla inerte e le sue attività non si distinguono da quelle umane. Non c’è finalità, non c’è telos: è, molto semplicemente, il nuovo stato del mondo e di tutte le potenze che lo compongono. Il problema che ci poniamo ora è questo: non sussumere mai la nostra relazione cosmica in un ordine gerarchico nel quale la nostra vitalità si subordini a una dimensione superiore e organizzante. Un altro debordamento, in fondo: ma questa volta sul nostro modo di situarci, come esseri umani, rispetto alle altre potenze del mondo.

Vitalità e cosmo vanno insieme. Mettiamo che l’umanità divori il mondo contro tutto e tutti, o che in nome di un Grande Tutto distrugga ogni pulsione vitale: ecco che, se il cosmo viene a mancare perché la vita è stata danneggiata, quest’ultima fa ritorno sotto forma di disastro. Dopo tutto, disastro significa «perdita dell’influenza astrale». È da qui che nasce l’apocalisse; ed è da qui che nasce la storia degli uomini come assalto a un mondo inteso a torto come riserva inerte di risorse.

Amatissim* (la mia sostanza)

Amatissim*,

non ce la faccio più a sentirvi così. Al solo vedere uno schermo, per quanto piccolo, mi sale la nausea, qualcosa mi schiaccia le tempie, l’aria manca. Così da qualche tempo le mail si impilano, non leggo i documenti, non scarico i video, a volte neppure rispondo alle chiamate. Telefonino, telefono, whatsapp, meets, teams, telegram, email, zoom: nun te reggae più.

Eppure tra voi ci sono gli affetti più profondi, i visi che si cercano fra la folla, le voci affidabili, le presenze intime. Come mai non riesco più a telefonarvi, a rispondervi, a guardarvi? Sono al punto che preferisco sapere che state bene e immaginarvi come vi ricordo.

Immaginare: formare un’immagine dentro di sé. Ri-cordare: far ripassare dalle parti del cuore. Mentre cominciavo quest’esercizio ascetico, mi tornavano in mente le meraviglie intellettuali, le storie eterodosse e i pezzi di scienza visionaria che ci hanno appassionato e che abbiamo condiviso. È il momento di metterle alla prova.

Metà delle cellule del nostro corpo non sono cellule “nostre”, non portano il nostro DNA, ma sono batteri, funghi e protista. Fanno cose che, da soli, non riusciremmo a fare: ad esempio, digeriscono il cibo che mangiamo e ci tengono in salute. Da quando l’ho scoperto, fatico a dire “io”. Quali siano i simbionti che ci costituiscono dipende dal modo in cui siamo nati, dai luoghi che abbiamo abitato, dai cibi, dall’atmosfera, dalle persone che (in tutti i sensi) ci hanno toccato. Anche la regolazione dei nostri geni dipende dalla storia che abbiamo attraversato, non è il programma pre-scritto che tanto piace al determinismo neoliberista, ma un campo di possibilità che si sviluppano in una direzione o in un’altra a seconda del contesto. I neonati in stato di deprivazione affettiva sviluppano sindromi che vanno dalla depressione al nanismo fino a sfociare, nei casi più gravi, nella morte. La regolazione fisiologica dipende dall’insieme delle nostre relazioni. Le emozioni che proviamo sono quelle che abbiamo imparato a esprimere osservando gli altri intorno a noi. E si sa che l’isolamento totale è, da sempre, un metodo di tortura impiegato nelle carceri.

Come si fa, sapendo tutto questo, a definirci ancora in-dividui? A pensare che l’orizzonte ultimo di senso sia il singolo, con la sua meschina interiorità e con le sue protesi tecnologiche? A credere che la condizione naturale dell’esistenza umana sia la competizione di tutti contro tutti? A perderci di nuovo nel godimento coatto delle merci sul mercato? Semmai siamo olobionti, insiemi ecologici di forme viventi disparate che si tengono insieme in un progetto comune di vita. Semmai siamo dividui, soggetti fatti delle relazioni con altro e altri, nodi di un insieme di fili, ciascuno dei quali è parte di noi. Agli olobionti-dividui serve più intelligenza e sensibilità che agli organismi-individui perché, negli altri, ne va di noi.

Secondo Bion la parte maggiore dell’attività psichica è una rielaborazione onirica dei dati in arrivo dal mondo. Non solo nel sogno notturno: anche quando, da svegli, siamo impegnati in tutt’altre attività, un flusso incessante e sotterraneo di fantasticherie associa e organizza il materiale percettivo ed emotivo trasformandolo in immagini. Il montaggio di queste immagini di sogno è il modo primo in cui facciamo senso del nostro essere nel mondo. Non è un processo innato: all’inizio del tragitto, qualcuno sogna per noi.

Gli adulti accolgono nella propria rêverie le sensazioni informi dei neonati, le trasformano in immagini che placano l’angoscia. Poi si comincia a sognare con altri, per altri. Ne va della nostra tenuta psichica: dove il processo di rêverie è disturbato o bloccato (ad esempio perché l’immaginario è sbarrato o colonizzato, o per la diffusione epidemica di paranoie e angosce) serpeggia una follia a media intensità.

Perché, sapendo questo, cedere alle passioni tristi, alla paura del virus, all’angoscia per la fine del mondo, a un nazionalismo più canagliesco che mai? Perché abbandonare la zona più cruciale e delicata del nostro divenire, quella dell’immaginario, alle grinfie di Netflix e del terrore a mezzo stampa? Ci sono immagini che avvelenano, montaggi che rendono schiavi. Abbiamo bisogno di spazi protetti, del sogno notturno, della fantasticheria, di raccontare storie diverse da quelle che sentite finora. Abbiamo bisogno di tornare tutti insieme nella rêverie che ci unisce.

Secondo i Cashinahua delle terre basse amazzoniche il corpo è continuamente fabbricato e fatto crescere dall’azione degli altri. Se parentela vuol dire “persone fatte della stessa sostanza”, allora i Cashinahua la costruiscono in un processo lento e paziente di scambio di sostanze materiali e immateriali: cibi, miti, tecniche di accudimento, doni, canti, digiuni, relazioni con altri umani e non umani, medicamenti, pitture corporee, riti battesimali, addestramenti e via dicendo. Chi ti ha fatto, ti è parente. Tutte queste azioni richiedono conoscenza ed è proprio la conoscenza degli altri a depositarsi nel corpo, ad accrescerlo, a costruirlo. Così, alla fine, corpo e conoscenza sono tutt’uno, un cambiamento nell’uno comporta un cambiamento nell’altra: la malattia non è solo uno stato patologico, ma anche uno stato relazionale ed epistemologico.

Se prendiamo sul serio questa cosmovisione aliena, allora il distanziamento sociale che ci è stato imposto con forza di legge e abusi d’autorità è uno stato patologico ed epistemologico specifico, dal quale conviene imparare rapidamente tutto quello che ci serve sapere per prepararci a tornare a vivere. Perché, sia chiaro, questa senza di voi non è vita.

E dunque: in questi giorni ho imparato che la mia sostanza è fatta di voi, della vostra presenza, del flusso fra noi di contatti, odori, libri, cibi, batteri, passi, sguardi, oggetti, respiri, sorrisi, silenzi. Mi manca la dividualità che condividiamo, la materialità e (vabbè, lo scrivo) la spiritualità dell’esistere insieme a voi in un mondo. L’isolamento individualizza il mio corpo, lo igienizza, lo rende monocultura e totalitario come il disastro antropologico della modernità. Dopo tutti questi giorni in casa, sono fatta meno di voi e dell’intreccio con voi, e più di me e della mia monotonia. Non mi sopporto, così rinsecchita, e per questo non sopporto di vedervi sullo schermo, derisorio premio di consolazione dei coatti che siamo costretti a essere.

Finché non vi potrò riabbracciare, mi eserciterò a formare in me la vostra immagine e farla passare e ripassare dalle parti del cuore. Come in questa lettera. Nel materialismo mistico che mi sforzo di praticare, è una buona via per accogliere e abitare la nostalgia che sento di voi.

Non c’è sentimento più intimo e politico di questo.

Stefania

Ricordo dell’imprevedibile

di Vicente Barbarroja

Egli la sorpassò, e fu solo; vide nella città il deserto.

   Ossa di case erano nel deserto, e spettri di case; coi portoni chiusi, le finestre chiuse, i negozi chiusi.

   Il sole del deserto splendeva sulla città invernale. L’inverno era come non era più stato dal 1908, e il deserto era come non era mai stato in nessun luogo del mondo.

   Non era come in Africa, e nemmeno come in Australia, non era né di sabbia né di pietre, e tuttavia era com’è in tutto il mondo. Era com’è anche in mezzo a una camera.

   Un uomo entra. Ed entra nel deserto.

ELIO VITTORINI, Uomini e no

  1. Domande sulla guerra in corso. Potremo toglierci un giorno le nostre maschere? Il mondo ritornerà, ma non sarà più lo stesso; l’esistenza cambierà, ma intorno al dolore e alla morte, al centro rimarranno l’amicizia e l’amore. Con il Covid19, la terra richiede espressioni di un’azione concertata che brillino con semplicità come con intelligenza, audacia, tenacia … alla fine della notte. Legami cospirativi che si diffondono come un virus, frammento per frammento, mondialmente?

Da quando è iniziata la quarantena, mi vengono in mente due fumetti premonitori. Nausic della valle del vento, di Miyazaki e I giardini di Edena, di Moebius. Come un ricordo dell’imprevedibile. Due storie illustrate, due immagini in cui il mondo era diventato irrespirabile e la necessità di una maschera per difendersi dall’infezione polmonare inevitabile. Potremo toglierci un giorno la maschera? La cosa migliore di Moebius sono i disegni, mentre il carattere dei personaggi di Miyazachi proviene da Joseph Conrad. Nausicaä è una giovane donna senza paura, come nell’Odissea, ma qui gettata in avventure e viaggi. E sono proprio i momenti di pericolo di fronte a situazioni estreme e inimmaginabili, quando dimostra una solidarietà incrollabile e una feroce lealtà, verso se stessa e verso il mondo, che la rendono indimenticabile. Ci fa vedere un mondo che, come tutti i nostri mondi, “galleggia in un abisso e a contatto con l’immensità” (Conrad).

  1. I virus dell’enigma. Ci sono “accordi scientifici” sui virus, ma poche sono le certezze ultime. C’è un accordo per cui non si dia loro il nome di organismo vivente, poiché non hanno un’organizzazione cellulare. Sebbene contengano catene di informazioni vitali – RNA o DNA – che modificano l’organizzazione cellulare dei loro ospiti. Il virus è quindi al limite del vivente, sulla soglia tra organico e inorganico, e si suppone che risalga ad un’antichità coestensiva all’apparizione della vita sulla Terra. È stato il massiccio contagio tossico- virale dell’inorganico, con il suo limite proliferante, a dare inizio al dispiegarsi del vivente?
  1. “Unificazione microbica del mondo”. Non sappiamo come si comporterà questo virus dopo la prima ondata globale. Sappiamo solo che l’HIV e l’epatite C sono ancora qui. E sappiamo che non è la stessa cosa averli nel Nord e nel grande Sud. Per esempio attorno all’enorme lago africano Victoria, come descritto nel documentario L’incubo di Darwin di Hubert Sauper , che la ritrae come una terra apocalittica.

Emmanuel Le Roy Ladurie parlava dell ‘”unificazione microbica del mondo”, avvenuta tra il XIV e il XVII secolo a causa della peste. Settecento anni dopo, abitiamo il limite insopportabile della globalizzazione. L’integrazione di nuove aree nel tessuto metropolitano globale porta alla loro disintegrazione in quanto aree di diversificazione delle forme di vita – non solo umane. Sono cosí integrate nella zona tossica, dove straboccano le discariche, i livelli di azoto e CO2 bruciano i nostri polmoni e i virus diventano mutanti aggressivi. In questi giorni abbiamo letto articoli di biologi che sostengono che l’emergere di mutazioni virali tossiche, come il Covid19, sia legato alla massiccia diffusione di monocolture, alla concentrazione di enormi allevamenti industriali, alla distruzione di foreste primarie… Cioè con l’espansione della terra inquinata per mano del grande capitale. In questo senso, il Coronavirus è una vendetta della terra. Volevate un mondo irrespirabile? Eccolo qui.

  1. Il deserto nel cuore della metropoli. L’immagine delle sontuose metropoli deserte ha fatto il giro del mondo. Un deserto, né di sabbia né di pietre, come non era mai stato in nessun luogo del mondo, e tuttavia è così in tutto il mondo. Come lo è anche nel mezzo di una camera. Un uomo entra. Ed entra nel deserto. Non c’è nessuno, nessuno chiama, nessuno risponde, nessuno aspetta. Né compagni, né compagne, solo il nulla. In solitudine, il mondo intero vive in noi. Il deserto è la sua assenza, è un momento di pericolo in cui si gioca il destino e si dimostra il carattere … oggi, di un’intera epoca. Anche nella proliferazione di gruppi di mutuo appoggio, casse di resistenza, comitati locali, si può vedere che ciò che colpisce il virus è, soprattutto, la forma di vita metropolitana. Sovraffollamento e separazione, divertimento e angoscia; concentrazione di ricchezza e potere, diffusione dell’incertezza e dell’inquinamento ecologico ed esistenziale.

In ciò che rimane nel Nord delle vecchie aree contadine, dei piccoli paesi di montagna, se non fosse per le case di cura, la presenza del virus sarebbe appena percettibile. Puó anche essere perché la maniera di vivere contadina è in estinzione da decenni. È difficile abitare questi luoghi un po’ lontani dal cuore gelido della metropoli. Le loro strade sono generalmente deserte. In quei luoghi o si dipende dall’industria agroalimentare o ci si deve inventare una vita, se non ci si vuole consegnare alle funzioni della pianificazione territoriale e alla gestione della popolazione.

Eppure, esperienze di comunalitá, semplici o combattenti, resistono ovunque, oltre gli schermi. Parte dei raccolti viene messo in comune – come è sempre stato fatto – o vengono comunizzate tecniche e relazioni, conoscenze, risorse … vite intere. Questo avviene sia nello sfruttato grande Sud che nell’arcipelago popolato di esperienze che, al Nord, attraversano le crepe di un mondo ghiacciato. Ghiacciato perché  reagisce a malapena all’ecatombe delle specie, al mare cosparso di cadaveri, agli affollati campi profughi, al veleno che trasuda ovunque da una terra inquinata.

La fuga dalle metropoli globali è uno stillicidio continuo. Una fuga verso una vita un po’ più dura, più a contatto con la terra e con i suoi frutti e le sue specie; così come con il cielo inclemente del cambiamento climatico. Tuttavia, oggi non usciamo mai completamente dalla galassia metropolitana. Cosí, la vita reinventata nei suoi anelli esterni – come nelle fessure interne – può recuperare qualcosa della lentezza di ció che cresce con vitalità; qualcosa della presenza reciproca piena di mistero che mostra ciò che vale nei momenti di pericolo; qualcosa di quel ritmo che ci permette di guardarci negli occhi; qualcosa anche della distanza dall’assedio degli accaparratori. E se siamo fortunati e troviamo qualcuno, un gruppo di amici, con idee chiare e un cuore ardente, possiamo recuperare qualcosa di quella capacità basilare che è organizzarci, diventando forti attraverso dei legami che raggiungono tutto il mondo.

  1. Lo spettro del collasso. L’immagine del collasso che ci perseguita è quella dello Stato. Vale a dire della forma di governo che dalla fine del ciclo della peste, alla fine del XVII secolo, si è occupata della pianificazione del territorio, della gestione della popolazione e del governo degli individui per la loro verità, con l’obiettivo di assicurare la ricchezza nazionale: l’economia. Jaques Fradin[1] ha ragione: non siamo mai usciti dal mercantilismo.

Lo stato moderno ha preso in carico non solo la capacità di poter uccidere, ma anche di far vivere. All’inizio del XVIII secolo, nel famoso trattato di Delamare, era il termine polizia quello che indicava “complessivamente il nuovo campo d’azione sul quale il potere politico e amministrativo centralizzato può intervenire  (…) Insomma è la vita l’oggetto della polizia: l’indispensabile, l’utile e il superfluo. Che la gente viva, viva e faccia anche di meglio: questo è ciò che la polizia deve garantitre” (Foucault, Omnes et singulatim). Ma  la vita fugge ovunque.

Covid19 non è particolarmente letale. È il suo potere di contagio negli agglomerati iperconnessi che dà vita allo spettro del collasso. Attacca la rete sanitaria, la capacità di garantire che le persone sopravvivano nel tessuto metropolitano industriale. Attaccando il sistema sanitario nel cuore delle metropoli globali, ha bloccato l’economia. Il sistema non può permettersi una raffica incontrollata di immagini di corpi morti o trascurati. Peró la distruzione che il virus sta causando all’economia qualcuno la dovrà pagare. Imaginate chi?

Se Agamben ha ragione nell’indicare nella pandemia il test perfetto che  significa per l’intensificazione della tecnologia di controllo cibernetico, in uno stato di eccezione che è diventato la regola, l’immenso danno che sta causando e causerà sulle casse degli Stati come su migliaia di vite che stanno esaurendo i mezzi per sostenersi, saranno enormi.

  1. Il prevedibile. Chi pagherà i danni? Il Covid19 sarà la scusa perfetta per effettuare ulteriori tagli alla spesa pubblica, se non alla sanità certamente all’istruzione e alle pensioni e a tutto il resto che possiamo immaginare. Proveranno a farlo in più fasi. Prima qui, poi lì. E anche a livello privato, se tutto rimane invariato, si profila una nuova escalation dell’impoverimento generale, un peggioramento ancora maggiore delle condizioni di vita. Soprattutto se si continua a pensare di affrontare ciò che viene con gli strumenti tipici della sinistra non rivoluzionaria, che sono sempre gli stessi: neutralizzare la conflittualitá storica per contribuire alla gestione della miseria.

Per fare questo, la Fed e le banche centrali dovranno aprire il rubinetto per aumentare la capacità – e migliorare le condizioni – dell’indebitamento di banche, stati, società. In modo che possano continuare a fare affari aumentando il famigerato debito infinito che le nostre vite pagano. In questo modo il capitale, per mano dello Stato, sarà in grado di rovinare gli esseri e i settori più esposti o indeboliti e peggiorare progressivamente le condizioni di lavoro e di vita di tutto il resto; riproducendo così la paura che ci farà stringere la cinghia e lottare tra di noi.

  1. L’impensabile. Tutto questo nel caso in cui ci sia ancora qualcosa da pagare, cioè da salvare. E questo non è cosí ovvio. Anche se oggi appare improbabile, potrebbe accadere che la fuga dalle metropoli inquinate sia l’unica opzione che ci lasci questo sacro virus, o il prossimo.
  1. L’inaudito. In linea di principio, il piano è prevedibile. Solo che nella catastrofe ecologica ed esistenziale, metropolitana e globale – che già eravamo prima del virus – sono entrati l’imprevedibile e l’inaudito. La catastrofe imprevedibile, in realtà intuita anni fa (CAT40), è la disconnessione dal sistema mondiale di intere aree che sono state spogliate e devastate per alimentare l’accumulazione capitalista.

L’inaudito rivoluzionario, d’altra parte, potrebbe essere quello di avere non solo metà continente europeo, ma più di mezzo mondo che esce per le strade in massa ogni venerdì e/o ogni sabato, trovando forme di azione concertata che spezzino l’isolamento nazionale delle insurrezioni e rivoluzioni moderne. Processi rivoluzionari che evitino il luogo simbolico in cui il potere nazionale opera il rituale della gestione della miseria, la cui generazione non controlla affatto, per avviare un doppio movimento destituente. Doppio movimento che implica non solo il distruggere tutte le espressioni della doppiezza, della bassezza e della meschinità che pervade questo mondo, ma anche il compito di ricomporsi altrove, di riparare i danni per poter dispiegare un altro modo di vivere.

Una vita il cui fine non sia l’economia, l’efficienza, la nazione, il piacere o una felicità astratta, come ci è stato insegnato, ma che sia semplicemente quello di avere una vita buona, un buen vivir, che si ottiene, come è stato detto, facendo le cose e godendone. Il fine di una vita buona non è esterno ad essa, sta nel modo in cui fai ciò che fai, nel modo in cui vivi ciò che vivi. Elio Vittorini lo riassume brillantemente: «Presuntuosi siete voi. Volete lavorare per la felicità della gente, e non sapete che cosa occorre alla gente per essere felici. Potete lavorare senza essere felici?» Ovviamente, per proporre l’apertura di una buona maniera di vivere alcune cose sono necessarie: 1) mantenere risorse comuni e individuali, mezzi di esistenza; 2) bloccare il ritorno della follia accaparratrice; 3) bruciare la falsitá dell’ immagine del lusso, che acceca la nostra percezione incatenandoci a una valanga di beni superflui e frustranti; 4) sradicare tutti quei manager resi pazzi da un’efficienza che, in realtà, equivale solo ad un aumento dello sfruttamento e dell’esaurimento, nostro e della terra. Questo significa inventare la comune del XXI secolo, ovunque.

Il virus ci insegna la possibile di una buona vita: mantenere solo i posti di lavoro essenziali riducendone le ore; avere un reddito universale e infinito; iniziare uno sciopero degli affitti e forse uno sciopero umano, uno sciopero infinito e destituente; andare a scuola e a lavorare per la metà del tempo e metà delle persone; dedicarsi molto di più alle persone e alle cose che ami, a giocare e parlare di più con tua figlia, a ciò che ti appassiona fare o ricercare, cucinare e prendersi cura della casa, formarci noi stessi, arricchire i legami con coloro che vivono intorno a noi, sostenerci a vicenda, tornare alla terra.

Elio Vittorini, nel suo folgorante romanzo sulla feroce lotta partigiana a Milano, proprio alla fine della seconda guerra mondiale, pochi istanti prima della “liberazione”, ci insegna che non c’è nulla di così problematico come la liberazione stessa. Nell’essere umano vive anche l’avvoltoio e la iena, vive il male e la capacità di fare il male, vive Trump, Hitler e i loro fans, vive El Assad, la leadership cinese, tutti i socialisti disoccupati e tutta la polizia di questo mondo.

  1. Mondi Mad Max. Di fronte alla prevedibile carenza di risorse in un non lontano futuro, si sta diffondendo una triste frammentazione piuttosto che una felice globalizzazione. Da una quindicina d’anni l’unico modo per vincere una guerra per il blocco tecno-occidentale è diffondere il caos, alimentando i mondi Mad Max. Non esiste un progetto di civilizzazione, esiste solo un progetto di controllo. A livello globale, l’operazione principale è stata l’espansione dell’interesse economico e l’integrazione e la disintegrazione tecnometropolitana dei mondi. Non c’è un vero e proprio progetto di civilizzazione, infatti l’Occidente non è solo in rovina, diffidando e rimproverando a se stesso la sua storia e i suoi principi, ma, in vista dell’esaurimento delle risorse, si sta liberando di antiche e orgogliose zone culturali, come la Siria, la Libia, l’Iraq, gettando caos nel caos, intensificando machiavellicamente la distruzione sulla distruzione, generando intere zone di mondi Mad Max[2] che rimarranno concorrenti nell’agonia che verrá … se tutto rimane uguale. Ecco, come disse un compagno, “che tutto continui ‘così’ è la catastrofe”.
  1. Una vita sulla Terra. Nell’ottobre 2019, diciannove nazioni sono state scosse da insurrezioni che chiedevano la fine della espropriazione economica e politica e una vita dignitosa. Il Covid19 ci ha rinchiusi tutti e tutte a casa, costringendoci a familiarizzare ancora di più con la tecnologia digitale mettendo in atto il più grande esperimento di controllo e sorveglianza di sempre.

Nei prossimi mesi si giocherá la rivoluzione mondiale delle nuove tecnologie. La rivoluzione mondiale della stampa e dell’artiglieria sappiamo chi l’ha vinta. Sappiamo quindi che noi l’abbiamo persa, lasciandoci rinchiudere negli stati capitalisti e coloniali in cui tuttora viviamo.

Il pericolo più insidioso risiede nel credere che non siamo in grado di affrontare i problemi che la vita sulla terra ci pone – mentre non siamo nulla di diverso dal pianeta. Problemi tecnici, problemi passionali, problemi etici … Questo pericolo è il grande passaggio attraverso il quale può penetrare la paura che ci governa, dando nuova vita all’ordine economico-politico del presente, caratterizzato dal povero famigerato Machiavelli come l’ordine della doppiezza, della falsità, dell’opportunismo e del tradimento.

Contro la paura, bisogna tornare a respirare, sentire la nostra appartenenza a questo pianeta comune, che è fatto di molti mondi. “Nausicaä è quella che riallaccia i legami con la Terra”, fa dire Miyazachi nel film. Perché nessuna cosa è sola, nessuna cosa è separata. Dove c’è una cosa c’è tutto il resto.  Nella nostra stanza vive con noi tutto il passato e tutte le città del mondo. «Anche la notte fuori dai vetri non è una cosa sola; è tutte le notti »(Vittorini). Tutti gli oppressi sono morti e stanno morendo anche per noi, anche per la nostra vita, stanno morendo per liberarci. Liberarci ognuno in modo diverso, come afferma Vittorini. “Un modo (…) che dia agli uomini di farsi una cosa vera in ogni loro cosa”. Se prestiamo attenzione, ora, sentiremo  il brivido dell’intera atmosfera che ci circonda.

[1]https://lundi.am/Panique-boursiere-en-temps-de-coronavirus-Jacques-Fradin

[2]Lean Dawla, de Gabriele del Grande, vean ISIS: Birth of a Monster de Paul Moreira y saquen sus conclusiones.