Falene XVIII

di Bianca Bonavita

Condanne

– Signore e signori! – Principiò il magistrato.

La sua voce attirò per un attimo l’attenzione degli animali. Regnava tra di loro un’armonia sorprendente. F li aveva osservati a lungo, anche durante la prima seduta, e non aveva mai notato un gesto aggressivo. Anche ora sembravano per lo più intenti a giocherellare infischiandosene delle specie di appartenenza.

Dopo aver scenicamente scrutato la platea il magistrato riprese.

– Qui, asilo. Siamo di fronte a reati d’eccezione, a reati eccezionali e dunque agiremo a nostra volta secondo eccezione. D’altronde, come potremmo fare altrimenti? – Si arrestò e alzò di nuovo lo sguardo verso la platea. Un ghigno andò lentamente formandosi nell’angolo destro della sua bocca. La platea esplose in un fragoroso applauso.

Quando in aula tornò il silenzio riprese:

– Per gli imputati di livello zero, i cui capi d’accusa sono già stati ampiamente elencati, chiediamo il loro immediato reintegro nella loro funzione di animali da compagnia socialmente utili nei rispettivi appartamenti di appartenenza. Chiediamo altresì che, una volta restituiti ai loro doveri, gli animali sotto accusa non abbiano altro dio all’infuori dei loro padroni. La loro fedeltà sarà assoluta. Dovranno perciò amare appassionatamente anche tutti gli strumenti della loro servitù come guinzagli, gabbie, recinti, pareti, lettiere e acquari. Dovranno scodinzolare, fare le fusa e cinguettare prontamente ogni volta che sarà loro richiesto. Dovranno anticipare le richieste dei padroni con le loro smancerie. Dovranno fare i loro bisogni su comando soltanto dove si conviene. Dovranno gioiosamente rimpinzarsi di mangimi industriali, i quali diventeranno presto il loro unico oggetto di desiderio. E sarà naturalmente d’obbligo l’installazione di un microchip per tutti questi neghittosi operatori di pet therapy. Se iniziassero a manifestarsi nuovamente segni di avaria sarà la forza pubblica a intervenire all’uopo nel modo in cui riterrà più efficace.

Seguì il solito concitato applauso.

– Per gli imputati di primo livello chiediamo un duplice trattamento. Laddove le condizioni lo rendano necessario chiediamo l’immediata deportazione dei soggetti nelle Nazioni di provenienza. Dovranno in questo caso ritornare alle loro mansioni d’origine e accettare con gioia la propria sorte, qualunque essa sia, o cercare di nuovo la morte in qualche naufragio, preferibilmente davanti alle telecamere.  Dove invece le condizioni saranno ritenute favorevoli essi verranno assorbiti,  integrati e assimilati dalle Nazioni di destinazione e andranno così ad infoltire le schiere di  impiegati sempre a corto di effettivi. In nessun caso sarà loro consentito di continuare ad avvalersi della condizione e della denominazione di clandestinità. L’unica clandestinità che sarà loro consentita sarà la quotidiana clandestinità dei cittadini e delle cittadine in regola. Hanno tanto desiderato essere considerati soggetti di diritto che questa sarà la loro pena. Chiediamo inoltre che, per i soprusi subiti, essi si rivalgano sugli ultimi arrivi di nullità. Chiediamo infine, per questi soggetti che pervicacemente hanno eluso l’identificazione, che a prescindere dalla loro sorte, di assorbimento o di espulsione, di ingestione o di rigetto, una volta identificati vengano condannati a due ergastoli di identità. Non saranno tollerati altri gesti di insubordinazione come trasferimenti spontanei e movimentazioni non autorizzate.

Benché appurato che il processo fosse già una sentenza, F non si aspettava affatto di ascoltare una requisitoria così arbitrariamente indifferente alla consuetudine oltre che alla normale grammatica di un processo. Le vecchie categorie continuavano a incrostare la sua capacità di giudizio e di comprensione.

Mai come ora quel trono sull’altare gridava ad F il suo essere vuoto. A chi stava parlando il magistrato? A quale giudice? A quale giuria?

I pensieri di F si insinuarono in quello spazio lasciato dal magistrato, si intrufolarono tra un battito di mani e l’altro e finirono col posarsi di nuovo su Billy Budd e sul suo ammutinamento mancato.

Che differenza c’era, si chiese F, tra Billy e i marinai che si erano arruolati? Che differenza c’era tra i coartati e i volontari se siamo tutti da sempre sulla stessa nave agli ordini dello stesso capitano? Non sta forse, la nostra unica scelta, nel decidere se collaborare con entusiasmo o con ritrosia? E in quella nave che era l’Aula di Giustizia dov’era il pilota col suo timone? E cosa acclamava la ciurma seduta in platea col suo canto da rematori? E quale funesto destino lo attendeva al termine del processo? Soltanto la normalità? Soltanto il suo lavoro da impiegato? Era poi in fondo così tremenda la sua vita prima della latitanza? Non avrebbe potuto anche lui come Billy Budd dedicarsi scrupolosamente e financo con un po’ di gratitudine al compito assegnatogli, alla sua personale guardia di tribordo della coffa di trinchetto, ovverro alle sue traduzioni commerciali per la Transalp Logistic?

Un altro magistrato era intanto salito sul pulpito.

Era una donna molto minuta; quasi scompariva dentro la sua toga.

– Per gli imputati di secondo livello – e volse per un attimo lo sguardo alle logge del secondo livello – chiediamo l’immediato recupero della memoria e di tutti i settori fuori uso della coscienza. Chiediamo che essi vengano reintegrati nelle loro abitazioni e che dopo aver a lungo cercato di perdersi non possano fare altro che trovarsi ripetutamente. Chiediamo che siano condannati a ricordare tutta la loro vita. In ogni istante che vivranno d’ora innanzi essi avranno davanti agli occhi tutta la loro vita passata, nessun momento escluso, neanche il periodo della loro disfunzionalità. Chiediamo che siano sommersi dai ricordi.

Chiediamo per loro una lucidità spietata, una presenza di spirito così acuminata da penetrare la carne. Chiediamo che a tempo indeterminato essi non siano lasciati morire per consentire quantomeno il recupero funzionale di tutto il tempo perduto durante la loro inservibilità. Chiediamo dunque la loro immediata messa in funzione a un ritmo e a un’efficienza che non hanno mai conosciuto. Chiediamo che siano condannati a un ascolto attivo continuo e a una comunicazione costante. Chiediamo che la realtà da cui si erano scollegati venga loro nuovamente iniettata come una spina dentro la sua presa e che il suo flusso li pervada completamente in ogni poro della coscienza. Chiediamo un’utilità totale e continua. Un’operosità senza tregua. Chiediamo che essi vengano a conoscenza di ogni inconfessabile natura di loro stessi e dei loro cari. D’ora in avanti sapranno fin troppo bene chi e che cosa sono. Nulla resterà incerto o indecifrabile, tutto sarà messo a nudo. E la nuda vita che avevano abbandonato tra le braccia altrui verrà loro reimpatriata e ad essa incatenati passeranno il resto dei loro giorni.

La donna tacque e attese l’applauso, che arrivò puntuale accompagnato da grida e lanci di oggetti.

F riconobbe tra gli imputati del secondo livello la signora della nocciolina dalla carnagione scura. Sorrideva, apparentemente in uno stato di beatitudine imperturbabile.

Gli ricordava una persona che aveva conosciuto, una donna che per uno strano incrocio di circostanze, si era trovato ad accompagnare fuori da una clinica spingendone la carrozzella. Quel ricordo era rimasto nitido nella sua memoria per un particolare che allora lo colpì.

Mentre spingeva la carrozzella sul marciapiede udì la donna borbottare qualcosa a intervalli regolari. Quando le chiese cosa stesse dicendo ella compitando esclamò con naturalezza:

– Pubblica Illuminazione!

Aveva il tono di un proclama e il colore di una speranza. Illuminazione per tutti! Luce per tutti! Che bello sarebbe, convenne F.

Qualche tempo dopo sorvolando la strada, assorti nei loro pensieri, i suoi occhi caddero su quelle stesse parole: pubblica illuminazione. Stavano scritte sui tombini di ferro sotto i quali matasse innumerevoli di fili portavano a spasso l’elettricità per i cunicoli della città.

La requisitoria riprese.

– Per gli imputati di terzo livello chiediamo l’immediato trasferimento presso le case di cura di competenza. Ivi saranno affidati nuovamente agli operatori di igiene sociale. Per garantire la sopravvivenza del settore, il cui indotto fornisce un’occupazione e una funzione a un numero sempre crescente di impiegati ed impiegate di basso o alto rango, i rei di lievi deviazioni potranno portare serenamente a termine – e pose l’accento su questa parola – la loro degenza all’interno delle strutture preposte, impiegati nelle loro attività socialmente utili, salvo naturalmente il ripresentarsi di episodi incresciosi come tentativi di fuga o di diserzione dalle terapie.  Per coloro invece che si sono macchiati di gravi reati di sottrazione dal percorso di riabilitazione ed inserimento chiediamo l’espulsione dalle case di cura e la totale normalizzazione. Chiediamo che siano condannati a una stabilità devastante e a un equilibrio impossibile. Chiediamo che la ragionevolezza imperi in ogni loro gesto a tal punto da far mettere in dubbio la loro stessa umanità. Tutto sarà calcolato, ragionato, soppesato, programmato, valutato. Non ci sarà più spazio per dubbi, sensazioni, stati d’animo e  sentimenti. Ogni tipo di emozione sarà loro interdetta. Se prima erano sottili steli di grano ai venti di fine inverno chiediamo per loro un futuro da piloni in cemento armato, di quelli costruiti bene s’intende. Essi non conosceranno più esitazioni, pensieri fugaci, ricordi improvvisi, temporali d’umori, ma soltanto la logica meccanica dei calcolatori. Saranno macchine, umani perfetti, condannati alla mediocrità e alla banalità della perfezione. Saranno opere d’ingegneria, software d’avanguardia, funzionalità allo stato puro. Diverranno impiegati modello in ogni campo e restituiranno centuplicate in efficacia tutte le ore di utilità sottratte durante gli anni della loro disfunzionalità. Chiediamo che per ogni membro delle loro dissociazioni nasca un’associazione uguale e contraria a cui dovranno iscriversi e partecipare assiduamente. Chiediamo per loro una Identità con la I maiuscola, una e una sola granitica personalità nonché un carattere adatto ad ogni situazione. La loro adattabilità sarà totale. Per scongiurare ricadute saranno ovviamente sottoposti a periodiche iniezioni di realtà. Questa inizierà gradualmente a sostituirsi al sangue, finché un giorno da una loro ferita usciranno soltanto immagini spettacolari.

Seguirono soliti applausi e insulti della platea.

Dopo alcuni minuti un altro magistrato salì sul pulpito. Per quello che poteva vedere da così lontano ad F sembrò un volto severo e compreso quello che ora avrebbe decretato il suo destino e quello di A.. I loro occhi si cercarono ancora una volta.

– Per gli imputati di quarto livello chiediamo l’immediato trasferimento in trincea, l’immediata restituzione alle loro occupazioni, ai loro strumenti, alle loro finalità, ovvero alle funzioni in cui sono stati collocati dai rispettivi uffici di collocamento. Sottraendosi con la latitanza alle occupazioni a cui appartengono essi hanno anche palesemente violato il principio costituente della proprietà. Per questa aggravante chiediamo il raddoppio del loro monteore settimanale di servizio; gli straordinari diverranno ordinari. Chiediamo per loro la gioia degli occupati, la sicurezza dei reclusi. Ogni attimo disoccupato di libertà sarà un attimo di disperazione. Soltanto nel loro impiego troveranno l’aria per respirare e la ragione di ogni loro respiro. L’essere impiegati sarà l’unica ragione del loro essere. L’utilità il loro unico scopo. Chiediamo quotidiane infusioni di entusiasmo per il reale e per il reame. Conserveranno sì nel ricordo il germe della loro disobbedienza ma esso diverrà sempre più col passare del tempo un inspiegabile enigma, un insondabile abisso. Chiediamo che tutte le relazioni intessute durante il periodo di latitanza vengano immediatamente e definitivamente rimosse. La loro adesione alla guerra in corso, la loro fedeltà, il loro spirito di sacrificio, saranno esempi luminosi per le nuove leve di coscritti. La loro efficienza sarà ugualmente esemplare, il loro impegno assiduo. Per il reato di latitanza chiediamo inoltre che vengano condannati a una rintracciabilità assoluta e continua. Il loro operato sarà continuamente monitorato. Per il reato di bando disarmante ed esilio volontario chiediamo che la loro presenza e la loro partecipazione siano costanti e appassionate e che il regime di separazione spettacolare a cui si sono ribellati appaia loro finalmente per quello che è, l’unico possibile e necessario. Non ci possono essere clandestinità e anarchia al di fuori di noi. Cittadini e cittadine esemplari, lavoratori e lavoratrici modello, ecco ciò che chiediamo per gli imputati di quarto livello!

Ad F si aprì innanzi una voragine senza fine, e già vide, in quella voragine, scomparire il volto di A., quegli indicibili momenti di gioia trascorsi assieme.

Vide il Brigante e Jacob, vide Bartleby e tutti i pensieri e le parole che l’avevano portato a scegliere la latitanza e l’esilio, a chiamarli felicità.

Vide in quella voragine gli ultimi anni di Walser impiegati a farsi dimenticare rendendosi utile come un Kraus, come un assistente, in mille inutilmente utili occupazioni quotidiane alla clinica di Herisau.

“Robert Walser, lei ha cominciato da impiegato e resterà sempre un impiegato”[1], gli aveva detto un giorno un tale.

Quel tale non sapeva cosa stesse dicendo, e soprattutto non sapeva che nel doppiofondo delle sue parole era nascosta un’amara verità.

Perché Walser, nonostante le sue passeggiate, in un certo qual modo, ma non in quello che intendeva il tale, impiegato era rimasto. Piegato dentro, arreso alla realtà, alla realtà dell’impiego come unica possibile forma di vita.

Ci aveva provato, a evadere, e forse, attirando su di sé gli sguardi, era anche riuscito a coprire la fuga di Jacob e del Brigante.

Ma lui no, non ce l’aveva fatta, non aveva potuto farsi più invisibile dei microgrammi.

E alla fine, soltanto di domenica, che è giorno di festa dall’impiego, accettava volentieri di sottrarsi alle sue occupazioni presso la clinica per camminare col suo amico Seelig. Per il resto preferiva non offendere i suoi colleghi degenti assentandosi dalla clinica nelle giornate lavorative. Non voleva dare a intendere di sentirsi diverso, un privilegiato. Con tutte quelle cose che c’erano da fare per mandare avanti la clinica, per il suo buon funzionamento, chi era lui per mettersi a passeggiare in un giorno qualsiasi? Era finito il tempo di andare a spasso allegramente e senza vergogna nei giorni di lavoro.

Fu a Natale che Walser morì sulla neve in una delle sue passeggiate. Fu in un giorno di festa, e che giorno di festa, che senza dare disturbo né interrompere servizio, Rober Walser l’impiegato si permise di morire.

In quella voragine F si vide come Walser impiegato a vita, condannato a sentirsi lieto di poter servire, di essere utile al buon funzionamento di quella più grande clinica in cui era ricoverato.

Una  voce tonante lo distolse da quell’abisso.

“ Per gli imputati di quinto livello chiediamo che siano condannati a essere, d’ora in avanti e per sempre, adulti.”

Seguì un lungo silenzio. Anche dalla platea non si levò alcun suono.

Poi la voce riprese facendosi solenne.

– Imputati di ogni livello, alzatevi!

Non tutti si alzarono ma dopo qualche istante la voce dal pulpito riprese ugualmente.

– Voi tutte, che in modi differenti avete scelto il vostro esilio e la vostra latitanza,  che avete fatto vostro il bando che da sempre incombe sulle vostre teste, che avete intravisto o fatto intravedere nella clandestinità d’ordinanza un ingovernabile fuoco, che avete così attentato, con il vostro modo di essere, con la vostra forma-di-vita, alla vacuità di questo trono, voi sarete per tutto questo condannate all’operazione. E chi, tra di voi, ha maldestramente cercato di disattivare il proprio accorgersi di sé e della fiamma che la consuma, sarà restituita a essere una falena come le altre, sospesa dal proprio stordimento, con gli occhi aperti soltanto sul proprio bruciarsi.

Un gruppetto di cani dal fondo dell’aula si mise ad abbaiare.

Ma la protesta fu prontamente taciuta dal boato sinistro e festante della platea.

[1]Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano 1981, p.50

Sullo sfondo dei gilets gialli

di Michele Garau

Cosa rimane dell’«evento» gilets jaunes o del «momento giallo», come è stato recentemente definito su Qui e ora, a distanza di un anno dall’inizio delle danze? Qualche corteo settimanale, con il rituale folkloristico di Place de la République? Numeri e assembramenti che evocano soltanto un ricordo sbiadito dell’anno passato, e qualche colpo di coda, come le sparute barricate in fiamme nelle quali si è concluso, sabato 26 ottobre, a Belleville, un corteo in solidarietà alla sollevazione cilena?  A queste latitudini non siamo abituati a pensare il rapporto tra l’insorgenza e la durata, le tracce restanti di una rivolta, gli echi di un’esplosione, fuori dagli schemi frusti dell’incrostazione organizzativa, del raccolto in termini di militanti, adesioni, strutture formali di appartenenza che resistono nel tempo. La fiammata è la semina che deve, al seguito, dare i suoi frutti. Ancora mezzi e fini, trascendenza, ancora il vocabolario della progettualità classica. D’altronde è proprio questo modo logoro di pensare la continuità, di intendere gli effetti di una rivolta come mera risultante, ancora una volta economica, della sommatoria tra soggetti, lotte, cause e mobilitazioni, che risuona nel continuo appello alla «convergenza delle lotte», ultima figura del calcolo e del «quantitativo», ennesimo modo di non tenere in conto l’intensità, la profondità qualitativa di quanto accade. La rigidità sclerotizzata della militanza sposa l’inconsistenza, l’estraneità dell’attivismo a compartimenti intercambiabili.

Nel cuore delle recenti mobilitazioni «ecologiche» francesi, in via di normalizzazione cronica, dall’occupazione temporanea di un centro commerciale in place de l’Italie e quella di Place du Châtelet, accolta con coscienzioso favore perfino dal sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, tra un tappeto di fieno sull’asfalto e assemblee gesticolanti in stile Nuit Debout, sarà allora necessario importare altre voci, identità, rivendicazioni, dai «giovani dei quartieri» agli stessi gilets jaunes, o meglio, appunto, a quel che ne resta.

Ma quando, tra i vari contributi di bilancio e riflessione che hanno accompagnato, durante l’anno scorso, la traiettoria di quella forza anonima che si è sprigionata tra ronde-points e riots, assemblee locali e incursioni rabbiose nelle vie ricche del centro parigino, si è cominciato a parlare, sulla scorta del sociologo Michalis Lianos, di «politica esperenziale», non lo si è fatto forse per registrare una discontinuità, un qualcosa di nuovo e irrimediabilmente diverso proprio rispetto a tutto questo ciarpame? Non si tratta, per chi scrive, di rivolgere uno sguardo inacidito e rancoroso all’intermittenza delle manifestazioni visibili che, ormai da parecchi anni a questa parte, caratterizza tutti i momenti di conflitto e insorgenza. Si tratta, proprio all’opposto, di iniziare a fare finalmente i conti con questo dato, smettendo di fingere che i sussulti di ripresa delle ostilità che ogni tanto scuotono la riproduzione del deserto metropolitano possano essere ricompresi, stancamente, nelle griglie del già noto e del sempre uguale.

Le assemblee locali, il sindacalismo, la democrazia partecipativa, il referendum e le elezioni municipali. Sul serio? Possiamo profonderci in mille arzigogolate spiegazioni sulla «composizione di classe», sui parametri di precomprensione della rivolta ed il profilo sociale verificabile dei rivoltosi, come strato di cerniera tra le classi più povere e quelle medie in via di impoverimento. E certamente, anche in questo modo, avremo spiegato qualcosa, avremo colto alcuni dei fattori che concorrono a innescare la singolarità di quella «scena» politica, di quel momento di scontro e moltiplicazione del possibile. Ma c’è qualcosa dell’ordine dell’evidenza sensibile, del vissuto di quella lotta, che tocca in modo scoperto e palpabile, innegabilmente, tutt’altre corde. Alle porte c’è il sedici novembre, la ricorrenza annuale della prima giornata in cui il fenomeno dei gilets si è affacciato, come uno spettro, sulle strade della metropoli parigina e su tutto il territorio francese. La prima data simbolo, significante di un evento. Come dice Badiou, ci sono date e nomi che finiscono per diventare i nomi propri, i contrassegni e le coordinate di una verità politica comune, il sito in cui una scommessa etica prende corpo: «(…) comincerò col dire che, dopo tutto, si può descrivere in modo puramente empirico una verità politica: è una sequenza concreta e datata in cui sorgono, compaiono e spariscono una pratica ed un pensiero nuovo dell’emancipazione collettiva».

Ma, citazioni a parte, il sedici novembre dell’anno scorso aveva lasciato tutti a bocca spalancata. E non furono molti i militanti e gli esponenti delle parrocchie politiche movimentiste a capire che qualcosa di non trascurabile stava avvenendo. Ricucire lo strappo, recuperare il conteggio della posta a scommessa avvenuta, rimediando così alla propria fondamentale sfiducia verso il possibile e l’imprevisto, è un gioco troppo facile in cui troppi, sia in Francia che in Italia, primeggiano. Le solenni cazzate, a posteriori, sulle «pratiche democratiche e organizzative», l’intersezione dei fronti e i programmi confederativi, non solo lasciano il tempo che trovano, ma sono pure la convergenza, questa sì, ben tangibile, tra il peggio delle «comunità terribili» universitarie e del gauchisme. Continuità, spiegazioni, riferimenti rigorosi nel paludato lessico di una «scienza» esatta della lotta di classe che, da parecchio tempo, non prevede, non comprende e neppure organizza.

Ma allora, se il nodo è sempre quello del rapporto tra evento e processo, le rotture e il loro approfondimento, bisogna guardare ai fili di una possibilità organizzativa che non sia quella della sintesi, del coordinamento formale ed astratto. Una mappatura omogena delle lotte finisce per ridurle all’equivalente generale di una legittimità politica vuota ed indifferenziata. Al contrario l’asse politico fondamentale, il vocabolario elementare delle sollevazioni contemporanee, è piuttosto un piano di percezione condiviso, un certo rapporto ai luoghi e al modo di abitarli. Non si tratta, ad esempio, di vedere nei gilets jaunes o nelle tante resistenze derubricate dentro la casella delle proteste «ecologiche» o «territoriali», un nuovo schema sociologico per classificare la totalizzazione storica dei conflitti dopo l’esaurimento della centralità operaia e della lotta di classe. Come scrive Jean-Baptiste Vidalou nel suo recente libro, Être forêts. Habiter des territoires en lutte, quel che è in gioco nella difesa delle foreste, come di tutti quegli spazi, valli, montagne o persino quartieri urbani in secessione, investiti da progetti di «aménagement du territoire», non è la preservazione di un «ambiente» che deve restare integro, ma l’opportunità di intralciare un progetto totalitario di trasformazione del mondo in una superficie liscia e piatta. La densità di legami, affetti e abitudini condivise che caratterizzano una forma di vita localizzata, radicata nella superficie terrestre, è irriducibile all’onnipresenza delle reti logistiche, dei flussi, delle infrastrutture e dei dispositivi intelligenti. Un prodotto dell’evento, della rivolta, non un dato preliminare per spiegarla e classificarla a posteriori. Cartografare il mondo secondo un’unica unità di misura, indifferente a qualsiasi attributo, appiattire su una stessa scala la «biomassa», gli alberi, i fiumi, risponde ad un’idea ben precisa di cosa significa vivere, di qual è il suo senso. Una genealogia anche solo superficiale di come pensa e agisce il potere, dai fisiocratici alla cibernetica, a partire da un punto qualsiasi, ci fa capire quanto questo processo di appiattimento e fluidificazione della realtà sia ovunque, sotto i nostri occhi. Sezionare i territori, distribuirne in modo funzionale l’utilizzo secondo le risorse e i tipi di impiego, raccogliere informazioni, trasportare materiali, dal settore militare fino all’economia verde, rimuovendo tutto ciò che è opaco e ha una forma solida:

“La guerra dell’epoca si declina ormai su questo asse politico fondamentale. Da una parte degli esseri legati ai loro territori, pronti a difenderli, dall’altra degli esseri staccati da tutto ma mobilitati senza sosta-a che fine se non di produrre il vuoto? Alla fine, una guerra tra due percezioni nemiche del mondo. Una guerra tra quelli che, a partire dalla loro visione astratta, pretendono di ridurre il reale all’economia e quelli che, a partire da una percezione sensibile, partono da dove abitano e cercano di legarsi alla realtà che li attraversa[1].”

Se si risale alle prime visioni utopiche dell’ingegneria sociale moderna e al suo progetto di rivolgimento totale dello spazio, al centro c’è l’analogia con il corpo umano, le vene, le arterie, ovunque la circolazione. Ma allora è difficile non attribuire un significato simbolico ed esistenziale dirompente ad una proliferazione di blocchi e rivolte che ha rilocalizzato l’agire politico a partire dai rond-points, dalle rotatorie stradali, e ha mosso i primi passi in risposta ad una tassa sulla benzina, opponendo l’arresto dei flussi ed una stanzialità intermittente da abitare alla mobilità ininterrotta ed imposta dell’esistenza metropolitana, con le sue propaggini inter e periurbane. Prendendo in prestito uno spunto dalla riflessione di Laurent Jeanpierre, si può ipotizzare che il lascito dei gilets jaunes, invece che in qualche tipo di sedimentazione organizzativa o rete formale di rappresentanza, sarà nell’impatto sul «regime di mobilitazione» dei conflitti prossimi venturi. La suggestione sulla persistenza del regime fordista di regolazione e mediazione delle lotte, chiuso forse proprio dal «momento giallo», nonché sulla destituzione del dispositivo «movimento sociale», nei fatti significa proprio questo: intanto tutte le canalizzazioni della rabbia diffusa che passavano per ciò che rimane delle istituzioni rappresentative del «movimento operaio», con i suoi strascichi gruppuscolari, sindacali e partitici, non contano più nulla, né praticamente, né a livello di immaginario e discorso. Inoltre queste strutture, l’intero spettro di ciò che si chiamava «sinistra», non sono esautorate per un semplice fatto contingente di rapporti di forza sfavorevoli o ribaltamento del consenso nella società, ma perché non ci sono più i punti d’appoggio materiali ed etici perché la loro funzione abbia una qualche presa. Non verseremo lacrime.

Questa rottura è perciò un cambiamento di risorse politiche, un passaggio a terreni diversi ed emergenti, qualitativi, di pratica e di organizzazione:

“Il fatto che il movimento dei gilets gialli segnali una «rottura» con il compromesso fordista, quindi se vogliamo con le forme di accordo tacito tra le classi e lo Stato, si manifesta nella sua distanza dalle forme cardinali del fordismo francese, in particolare i sindacati, così come nelle sue forme di espressione politica (occupazioni fuori dai luoghi di lavoro, pratiche di rivolta spontanee, rifiuto della delega)che hanno poco a che vedere con la drammaturgia protestataria ereditata in Francia da questo compromesso. Con quest’ultimo, le negoziazioni tra le parti sociali e lo Stato prevalgono, e quando queste non funzionano più, le manifestazioni di strada subentrano per influire sulle negoziazioni. E per pesare bisognava innanzitutto essere numerosi, da cui il sempiterno conflitto tra polizia e organizzatori per valutare il numero dei manifestanti. Il movimento dei gilet gialli rompe, nello stesso tracciato di altre mobilitazioni, con questa logica del numero che è prevalsa nelle proteste del momento fordista, perché la sua potenza politica non deriva dai suoi effettivi ma dalla sua maniera di agire, dalla sua qualità più che dalla sua quantità[2].”

Non è un caso che la trasversalità interna della mobilitazione francese si sia data tanto sul piano sociale che su quello ideologico, non è un elemento accessorio. Se guardiamo ai nodi che sono stati toccati, il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita, l’avvelenamento prodotto dall’economia, la natura dello spazio urbano, i limiti dello sviluppo, è evidente che si tratta dello stesso insieme di sfere che la sequenza rivoluzionaria degli anni 60 e poi 70 aveva tematizzato, ma fuori da quell’universo ideologico, senza più nessun ormeggio nella scala morale e linguistica della sinistra. Con tutto quello che un cambio di repertorio simbolico ed etico, in questa realtà epocale di sconvolgimenti impuri e burrascosi, passioni cattive e cinismo, può comportare di bene e di male.  Da un lato c’è un emergere di «politiche di prossimità» che muovono da un circolo di esperienze dirette, su un’estensione minima e priva di qualsiasi filtro ideologico, dall’altro l’assenza di tutto quel bagaglio di direttrici e posizionamenti che rendevano le lotte leggibili e le immettevano in una certa forma di socializzazione politica chiara, stabile e comprensibile. L’ipotesi di Michalis Lianos è che in questa modalità inedita della ribellione si rifiutino i poteri costituiti, senza assunti assiologici e ideologici preliminari, sulla base di una vera e propria dissonanza percettiva, un disaccordo fondamentale rispetto al mondo delle classi dominanti. La delegittimazione del personale politico in carica avviene infatti sulla base del suo essere «hors sol», sganciato dal terreno della vita reale della popolazione, incapace di comprenderlo e perfino di vederlo. Ciò che si profila è qualcosa di simile ad uno scontro tra mondi. Per questo motivo, se si osservano i discorsi, i volantini e gli appelli circolati nel corso del movimento, si può notare un’abbondanza di riferimenti alle cerchie più strette di rapporti sociali, familiari e di vicinato, ad un insieme di dati che riflettono in maniera diretta, su piccola scala, la miseria delle condizioni di vita che si vogliono trasformare:

“Il loro discorso è popolato di osservazioni sulla situazione deplorevole dei propri genitori, sulla loro impossibilità a fronteggiare gli obblighi nei confronti delle generazioni precedenti e successive, e sull’angoscia di non poter più proteggere i propri figli da una situazione di dipendenza, di instabilità, di esclusione. Parlano dei loro amici e amiche che hanno i genitori malati o affetti da handicap, pensionati con una pensione al di sotto della soglia di sussistenza degna. Quelli che tra loro sono più agiati si riferiscono quasi sempre agli esempi concreti del loro ambiente familiare o amicale. Questa insistenza è molto particolare e mi sembra rappresentare un’analisi politica critica contenuta in uno schema individuale [3] “

Dal molto piccolo alla totalità dell’esistenza, in una polarità esplosiva senza passaggi intermedi. In tale quadro non si possono soppesare gli sviluppi del movimento con la sfera di cristallo o gli strumenti di calcolo, come non si prevedono le rivoluzioni, diceva Malatesta, con i bollettini del censimento. La chiaroveggenza che la stagione di sommovimenti in corso ci richiede è di ben altra natura da quella delle scienze sociali e delle previsioni del tempo, e la politica che viene informa i soggetti, ne definisce il profilo e il senso ben più di quanto non li rappresenti. Tuttavia si può avanzare una piccola scommessa sul genere di riverbero che il «momento giallo» saprà produrre nel prossimo futuro, sulla dilatazione dell’evento che ha avuto luogo. Invece che l’accumulo delle istanze, la convergenza delle rivendicazioni e delle vertenze, il coordinamento nazionale, l’incontro con le piattaforme sindacali più o meno ancorate alla base, le contaminazioni che vedremo saranno probabilmente di un’altra natura. La corsa sfrenata delle organizzazioni politiche e sindacali di sinistra, anche «autonome», per far rientrare l’anomalia gialla nel proprio registro, nel loro immaginario e, soprattutto, nelle loro istituzioni, difficilmente avrà successo.

Possiamo invece provare a immaginare questa continuità come la permanenza, per quanto evanescente, di uno sfondo. E questo sfondo retrostante si staglia proprio sul piano lasciato oramai sgombro delle forme politiche della sinistra, in tutta la sua capacità di recupero e regolazione concertata. Se ad esempio la protesta contro la riforma delle pensioni prevista a dicembre, come le altre che seguiranno, invece che unirsi a ciò che resta empiricamente della mobilitazione dei gilets gialli, riattivasse la riserva di esperienze, affetti e pratiche, che questa ha depositato nel corso di un anno? Se gli strati che questa traiettoria politica lascia dietro di sé non consistessero in un inventario di contenuti circostanziati, militanti e adesioni, ma nello spostamento della percezione di ciò che un conflitto è, di come si svolge e di quel che comporta? Un cambiamento profondo, qualitativo, di questa percezione, è già avvenuto, se non altro nella fiducia condivisa, almeno per un momento, nella possibilità di cambiare veramente le cose, nel fatto che l’agire storico sia a portata di mano, che un «popolo mancante» possa materializzarsi, sul serio e minacciosamente.

Tutte le pillole di realismo politico e le farneticazioni tattiche dei militanti maturi non possono cancellare il fatto che, almeno come potenzialità ed intensità sensibile del vissuto, le insurrezioni sono arrivate, e questa volta ad un passo da noi. Come suggerisce Jérôme Baschet nel suo ultimo libro, le critiche del capitalismo incentrate sulla preminenza dello sfruttamento e dell’alienazione quali unici assi del dominio, pur non scomparendo, lasciano sempre più spazio, nel vivo delle lotte stesse, ad un nuovo regime di discorso rivoluzionario. Questo terzo e ultimo stadio della critica rivoluzionaria verte sulla distruzione dei mondi e degli ambienti di vita, la lacerazione dei rapporti umani ed il capitalismo come modo di produzione di soggettività. La catastrofe etica e la devastazione ambientale in corso, il collasso «ecologico» e lo spossessamento radicale degli affetti, fanno del capitalismo un fenomeno totale, che investe sfere ed ambiti tradizionalmente esclusi dal campo di interesse del lessico militante e della politica:

“Tutte queste maniere di essere toccati dall’imperativo della valorizzazione capitalistica derivano da un processo di spossessamento generalizzato. Si può dare a questa nozione una virtù inglobante, ma non per questo unificante. Non si tratta di riportare delle forme di esperienza e di sofferenza ad una realtà unica. Ma questa molteplicità ha, nondimeno, una stessa origine[4].”

Tale critica, vivente e in atto, dell’astrazione politica, ci consegna più problemi che soluzioni. Gli interrogativi inevasi delle tradizioni rivoluzionarie sono, in una nuova luce, ancora irrisolti e di nuovo brucianti: la pluralità delle fratture e la loro articolazione in un orizzonte multiplo che sfugga alla sintesi capitalista, il punto di connessione tra il locale, il prossimo, e i rapporti globali che riproducono questo mondo, le insurrezioni oltre l’epica de «Le Grand Soir». In un simile scenario possiamo guardare agli sviluppi futuri delle sommosse francesi, all’approfondimento della rottura che i gilets gialli hanno innescato, come un prezioso laboratorio di possibilità, senza ricette e programmi in tasca. Su queste pagine, secondo l’eventuale andamento degli eventi, si proverà a farne una cronaca e a trarne qualche conseguenza, di analisi e di orientamento pratico, se la distinzione ha qualche significato. Per non restare con il naso per aria quando le strade attorno a noi si infiammano, occorre affinare l’ingegno, avviare un dibattito, rendere le nostre riflessioni un piccolo strumento d’offesa, facendo volentieri a meno della sociologia e dei bollettini del censimento. Vedremo quali figure emergeranno da questo sfondo.

[1] J-B. VIDALOU, Être forêts. Habiter des territoires en lutte, Paris, La Découverte, 2017, p. 191.

[2] La Commune revient. Entretien croisé avec Jérôme Baschet et Laurent Jeanpierre., frase di Laurent Jeanpierre.

[3] M. LIANOS (entretien avec), Une politique experentielle, in Lundi Matin papier n. 4 : Gilets jaunes : un assaut contre la société, 2019, p. 100.

[4] J. BASCHET, Une juste colère. Interrompre la destruction du monde, Paris, Divergences, 2019, p. 69.

Surrealismi. Né il loro fascismo, né il loro antifascismo

di Mikkel Bolt Rasmussen

Mikkel Bolt Rasmussen è uno storico dell’arte e un militante danese. La casa editrice  milanese Agenzia X pubblicherà nei prossimi giorni il suo libro La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia, nel quale Rasmussen articola un’analisi di Trump e del populismo di destra insieme a una critica della sinistra democratica (su Qui e Ora ne abbiamo parlato quando è stata pubblicata la versione francese, qui).

Il recente rimpasto governativo in Italia ha dimostrato, ancora una volta, non solo la capacità dei principali attori della democrazia nazionale italiana di cambiare rapidamente la propria posizione per evitare che l’avversario prenda il potere, ma allo stesso tempo la totale vacuità della politica dei partiti organizzati. Al posto del governo Conte I, dominato dal fascismo pop di Salvini, abbiamo ora il governo Conte II, con l’antifascismo pop di Renzi, il quale non è meno manipolatorio di quello di Salvini. Da “Prima gli italiani” a “Fai vivere l’Italia” tutto quello che il sistema democratico italiano ha offerto in questi giorni è un superficiale nazionalismo. Le potenti macchine produttrici di immagini nella società tardo-capitalista hanno difficoltà a far fronte alla banalità della politica. La stupidità degli slogan testimonia la difficoltà dello Stato a ricrearsi come presenza sociale.

La superficialità delle diverse manovre politiche nella recente politica italiana non deve però essere considerata come la svolta per un ritorno a una sorta di normalità o razionalità politica. Come i situazionisti hanno sottolineato molto tempo fa, la politica è diventata spettacolare e tutti i politici sono sottoposti alle condizioni dello spettacolo. Non c’è razionalità habermasiana a cui tornare: il punto è che Renzi è superficiale come Salvini poiché la politica è sempre più una politica pop in questo senso, il che vuol dire che nel tardo capitalismo la politica non si traduce in immagini, ma appare direttamente in quanto immagini, marchi, slogan e memi.

Le immagini della rivalità intercapitalista e l’intensa lotta per il diritto di governare lo Stato capitalista (e di utilizzare i suoi diversi mezzi) non devono farci dimenticare che il sistema politico moderno – la democrazia nazionale e la stessa opposizione tra sinistra e destra – è morto. Esiste ancora, naturalmente, è ancora lì, continuiamo a vedere immagini di politici che dibattono ed entrano o escono dalle sale riunioni o incontrano “cittadini comuni”, Salvini sulla spiaggia di Sabaudia o Macron nel Grand Debat televisivo, ma è evidente a tutti il carattere zombie di tutta l’operazione. I media stanno facendo del loro meglio per mettere in scena l’intero spettacolo e di tanto in tanto ci interpellano come cittadini quando c’è un’elezione, ma le macchine dell’immagine politica funzionano a vuoto e persino il fascismo e l’antifascismo democratico appaiono oggi come Ersatz, simulacri delle posizioni storiche precedenti.

Crisi e reazione

Mentre la tarda società capitalista sta lentamente crollando –  una crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Europa è diventata una crisi economica mondiale che ha portato a una lunga lista di crisi politiche “locali”, a cui si aggiunge il disastro climatico e per cui ci troviamo di fronte a qualcosa che può essere descritto solo in quanto crisi strutturale o sistemica – diventa sempre più importante per i governi, specie quando i ricchi cominciano a diventare poveri, cercare di controllare il collasso in corso per prevenire qualsiasi tipo di cambiamento radicale. In questa situazione il fascismo così come il suo doppio, l’antifascismo democratico, appaiono come delle soluzioni temporanee. Le leggi di emergenza in vigore a partire dall’11 settembre – ma già esistenti in precedenza, basti pensare alla repressione delle proteste durante il G8 di Genova nell’estate del 2001 – possono ora essere messe in pratica rafforzando la comunità nazionale ed espellendo gli “stranieri” indesiderati. La svolta autoritaria della democrazia nazionale mostra così la relazione di  immanenza che esiste tra democrazia e fascismo, ovvero che la democrazia nazionale, come ha mostrato Giorgio Agamben in Homo sacer, può sempre optare per l’esclusione (inclusiva) nazionalista nel tentativo di ripulire il Popolo dalle scorie del popolo (i migranti, i poveri, ecc.).

Come diceva Walter Benjamin negli anni ’30, il fascismo è sempre reazionario, nel senso che è sempre un tentativo di impedire uno sconvolgimento rivoluzionario. Il fascismo serve a bloccare o deviare le energie rivoluzionarie, convogliando il crescente malcontento in una direzione diversa dalla critica al sistema capitalista e alla democrazia nazionale. In questo senso il fascismo è una pseudo-ribellione che ama mantenere le cose come sono o come erano (cioè mantenere intatto e in espansione il potere economico del capitale); i fascisti infatti promettono di fermare o tornare indietro nel tempo, ripristinando la comunità nazionale: “Make America Great Again” o “Prima gli italiani”. Il discorso fascista consiste così nel dare un volto identificabile alla crisi reale, spostando l’antagonismo sociale al capitalismo verso un nemico fantasmatico, siano essi ebrei, messicani o musulmani. Le leggi astratte dell’accumulazione e della circolazione del capitale si trasformano ancora una volta in paranoia collettiva: “dobbiamo impedire alle barche con i migranti di raggiungere i porti italiani” o “dobbiamo costruire un muro per tenere fuori la carovana dei migranti messicani”. Solo così “noi” saremo in grado di assicurare alla comunità nazionale l’accesso privilegiato a ciò che resta dello stato sociale del dopoguerra e ai posti di lavoro rimanenti in Occidente. Si tratta dunque di rendere i posti di lavoro e la cittadinanza dei privilegi non universali.

Tuttavia la politica mitica del fascismo permette alle masse di esprimersi, come ha detto Benjamin nel suo saggio sull’Opera d’arte. Si tratta di far deragliare la formazione della coscienza di classe, sostituendola con l’ipnosi di massa e la disponibilità ad impegnarsi nelle quotidiane follie razziste e repressive, o almeno accetare di esserne testimoni consenzienti. La lotta di classe si trasforma in discriminazione etnica, politica e culturale dove l’uomo forte salva l’uomo comune dall’assalto di forze misteriose che ne stanno distruggendo la casa. Il fascismo non annulla la fusione completa della politica con l’economia che si è verificata nel capitalismo di Stato dopo la Seconda guerra in Occidente, quando lo Stato ha trasferito direttamente il denaro alle corporation e alle loro ricche famiglie, ma produce una paranoia collettiva e nazionale attraverso una mobilitazione razzista, xenofoba ed eterosessista.

Trump e Salvini possono presentarsi rispettivamente come qualcosa di diverso dai soliti politici di Washington e dal classico trasformismo italiano, come fossero qualcosa di nuovo, una protesta contro il sistema. E Renzi può alla fine presentarsi come un vero politico pronto a tenere Salvini a bada, non certo per attuare un programma politico diverso: è troppo tardi per questo. Come abbiamo visto, in tutta Europa la minaccia del cosiddetto populismo di destra ha permesso al centro politico, centro-sinistra o centro-destra è lo stesso, di impegnarsi in una barbara politica sull’immigrazione. È la politica del male minore – terremo il fascista fuori dal governo anche se questo significa che faremo quello che loro propongono di fare! –  che minaccia di smantellare la differenza che si suppone esista tra democrazia e fascismo.

Riforme o insurrezione

Il fallimento della sinistra in Occidente è chiaro a tutti. I resti della sinistra occidentale organizzata stanno facendo del loro meglio per contribuire a rinvigorire lo Stato dandogli una nuova opportunità, cercando di battere i fascisti sul loro terreno. La sinistra riformista cerca di presentarsi come migliore nella gestione dello Stato rispetto ai fascisti, è questo oggi il suo scopo principale. Il problema per la sinistra è però che un capitale occidentale in piena contrazione rende difficile mantenere il livello di benessere che associamo normalmente al dopoguerra, mostrando la vacuità delle sue promesse di benessere (razzista). Il capitale non è in grado di riprodurre la forza lavoro come cinquant’anni fa e quindi la prospettiva di un rinnovamento dell’alleanza tra le classi (e l’abbandono di qualsiasi tipo di solidarietà internazionale) è improbabile nel quadro esistente dell’accumulazione di capitale. Lo vediamo nelle deboli richieste dei politici riformisti di maggior successo come Corbyn o Sanders, le cui proposte di nazionalizzazione e di partecipazione azionaria dei dipendenti testimoniano la riluttanza del capitale a fare qualsiasi tipo di compromesso nell’attuale congiuntura. Ma anche se il tappeto è stato strappato da sotto i piedi del riformismo, questo continua a cercare di mediare con il capitale rendendo effettivamente più difficile per la prospettiva rivoluzionaria articolare la distinzione primaria, quella tra insurrezione e Stato.

Antifascismo surrealista

Il Comitato Invisibile e Marcello Tari hanno dimostrato in modo convincente che il nuovo ciclo di proteste scoppiato nel 2010 costituisce l’avvento di una nuova prospettiva rivoluzionaria volta a destituire lo Stato capitalista. Dalle rivolte arabe ai movimenti di occupazione delle piazze in Spagna e in Grecia fino a quello negli Stati Uniti, le proteste studentesche in Canada, i disordini a Londra, le proteste contro la guerra in Brasile, il movimento Maidan in Ucraina, Black Lives Matter negli Stati Uniti, le proteste dell’ombrello a Hong Kong, la rivolta indipendentista in Catalogna, Nuit debout a Parigi, fino alle proteste dei Gilet Gialli e alle nuove proteste di Susan, Egitto, Algeria, Libano, ma anche in Honduras, Equador e Cile: abbiamo una nuova ondata insurrezionale globale, discontinua ma ancora in corso, che non sembra disposta a finire ma continua a materializzarsi nonostante il terrore di stato che va sotto il nome di antiterrorismo e ogni tipo di manovre “politiche”, comprese le soluzioni fasciste. In questo contesto il fascismo e l’antifascismo democratico sono tentativi di contenere e prevenire una svolta rivoluzionaria.

Nel 1938 i surrealisti di Parigi scrissero un opuscolo intitolato “Né la vostra guerra né la vostra pace” (“Ni de votre Guerre ni de votre Paix”) in cui attaccarono la posizione democratica antifascista che si presentava come una difesa della libertà e della giustizia contro il fascismo. Come scrissero i surrealisti, non aveva senso che gli stessi Stati nazionali che avevano permesso all’Italia di invadere l’Etiopia, che avevano volentieri ceduto la Cina all’imperialismo giapponese e permesso a Franco di schiacciare la Repubblica spagnola, si mettessero in scena come difensori della libertà. I surrealisti così cercarono di criticare sia i regimi fascisti che gli stati democratici antifascisti a favore di un’idea di liquidazione del capitalismo e dello stato nazionale.

Una liquidazione che avrebbe permesso al proletariato di uscire dal modo di produzione capitalista e di porre fine alla propria condizione di lavoratori salariati nazionalizzati. Come artisti e scrittori d’avanguardia, i surrealisti sapevano che la rottura rivoluzionaria sarebbe stata necessariamente autodistruttiva, cioè che sarebbe stato necessario attaccare l’identità dell’artista per liberare la fantasia anarchica insita nel gesto artistico. La rivoluzione non era una questione politica, ma una questione di vita quotidiana e di poesia. Come sostengono i figli perduti dei surrealisti, l’Internazionale situazionista, non si tratta di mettere la poesia al servizio della rivoluzione, ma di mettere la rivoluzione al servizio della poesia, nel senso che solo nella misura in cui riusciamo a disattivare l’anarchia del capitalismo e il disordine dello Stato, la poesia sarà liberata e messa a disposizione di tutti.

Una nuova sequenza rivoluzionaria?

Qui di seguito pubblichiamo due testi, uno proveniente da Barcellona e l’altro da Santiago del Cile e Parigi, che ci danno un’altra idea, un’idea affettiva di quello che sta accadendo lì, e non solo lì, rispetto alle narrazioni che fino ad ora sono state fatte in Italia. Quello che appare a un colpo d’occhio è che sia in corso a livello globale un sommovimento tellurico che inizia a somigliare all’introduzione di una nuova sequenza insurrezionale, dopo quella vissuta dieci anni fa.

L’insurrezione viene, viene, viene…

PONTE AEREO HONG KONG/BARCELLONA

SECONDA SETTIMANA

…se noi inseguissimo qualche onore sarebbe quello di essere iscritti per la posterità nella storia dei cataclismi…
Le Grand Jeu

Rovine
La Spagna è una rovina. Il vento percorre il vuoto lasciato dai Grandi di Spagna. Come vuole la tradizione, siamo stati saccheggiati da tutte le generazioni di governanti, da ogni generazione di commercianti e truffatori. Solamente a pezzi, le spagne possono provare a ricomporsi in un modo che sia all’altezza della loro arte e delle loro feste. Hong Kong, Cile, Ecuador, Haiti, Libano e la Francia dei Gilet gialli mostrano che l’ordine che governa il pianeta è una rovina. Una rovina feroce che protegge le sue bolle di sapone come fossero di diamante.

Consiglio dei Tumulti
Nel XVI secolo scoppiò nei Paesi Bassi una rivolta contro la Corona spagnola. Esigevano la libertà di culto. Volevano potersi convertire alla religione protestante. Nel 1556, Filippo II inviò il duca d’Alba per schiacciare la sedizione. Istallò un regime di terrore e di repressione sotto il segno di un’istituzione chiamata Consiglio dei Tumulti, che non era altro che un tribunale d’eccezione. Davanti alle proteste per la sua arbitrarietà, Fernando Alvarez de Toledo, il duca, rispose: “tanto meglio, se alcuni muoiono per errore, diventeranno dei martiri e andranno diritti in cielo”. Il Principe d’Orange innalzò allora il suo motto “Io rimarrò” e iniziò la sua campagna con la plebe del mare, gente comune che si concentrava rapidamente nei canali e poi si disperdeva. L’impero spagnolo dovette impegnarsi in una guerra di 80 anni, perse i suoi territori e cominciò a crollare. Oggi la Spagna vuole riprodurre la sua strategia di terrore e di repressione.

Bloccare tutto
È stata questa l’intuizione principale della rivolta catalana. Il blocco dell’aeroporto ha mostrato a quelli che volevano vederlo il carattere illusorio della normalità. I blocchi delle strade, delle autostrade e delle stazioni ferroviarie si sono estesi a tutto il paese. E sono diventati altrettanti luoghi d’incontro, di elaborazione, d’ingegnosità dei corpi e delle barricate. Durante questa seconda settimana tutto continua a inventarsi. Vi sono due tronchi d’albero posti sui binari dei treni, così come dei semplici ganci bloccarono molto tempo fa la circolazione dei treni ad alta velocità in Germania e in Francia.

Non aspettiamo niente – adesso che tutto comincia
Sono dei ragazzi quelli che fanno avanzare la rivolta dappertutto nel mondo. “Ci hanno tolto il sorriso”. “Adesso che ci siamo ribellati, non vogliamo più scappare”. “Siamo qui per ogni schiaffo ricevuto dalle nostre nonne”. “Quello che stiamo facendo è difenderci. La nostra voglia di cambiare il mondo è più grande della paura che invade i nostri corpi”. Durante questa seconda settimana sono cominciati i blocchi e le occupazioni di molte università. Alcuni si sono trovati di fronte a gruppi di estrema destra e studenti cittadinisti. “Noi resteremo”. Quelle che resisteranno possono diventate delle basi per intensificare la circolazione e gli incontri.

Condividere la rivolta
Come accade ovunque, le rivendicazioni che aprono il conflitto non risolvono tutto. Che sono trenta centesimi in più? E uno Stato in più o in meno? Sono solo le gocce che riempiono il bicchiere di un realtà che non è capitalista. Una volta che l’eccedenza è cominciata, sono le forze in presenza che determinano l’apertura della situazione. Ovvero il senso di quello che accade e di ciò che viene interrotto. La vita che si apre nella rivolta non solo rompe lo scorrere della normalità, ma mette fine alla separazione e all’indifferenza che nutrono la sofferenza che ci abita. Adesso che tutto inizia, è il momento di mantenere ed estendere i legami che si sono infiammati dietro le barricate. Ognuna e ognuno di noi condivide, con gli occhi pieni di luce, il desiderio di cambiare tutto costruendo dei ponti. Questo vuol dire prestare attenzione a quello che si fa: ai legami d’amicizia, sia tra le forze anonime che prendono le strade che tra le vite che si intrecciano nei gruppi che si organizzano dappertutto.

Comitati locali
Alcuni vorrebbero che la rivolta fosse una questione del popolo catalano. Idea romantica e borghese del XIX secolo. In ogni rivolta vi sono dei frammenti di popolo. E sono dei frammenti sempre più grandi e determinati che aprono delle brecce nella normalità e che rovesciano il tavolo da gioco. Rovesciano il tavolo, spazzano via la beatificazione della miseria sancita dai mossos del governo catalano e dalla polizia nazionale spagnola. Sono i comitati di difesa locale, i Comitati di Difesa Repubblicana e i gruppi organizzati nei quartieri e nei villaggi che hanno l’iniziativa. Per quanto dispersi e inconsistenti possano apparire, sono in ogni luogo in cui l’immaginazione politica eccede i governi, che non possono nulla davanti milioni di corpi organizzati. Non siamo soli. Tutta la sofferenza e la tristezza che lacera la nostra esistenza lancia un grido per tessere delle alleanze per l’autodifesa.

Destituzione. Pensare, combattere, costruire
Rosa Luxembourg diceva che non è lo sciopero generale che crea la rivoluzione ma la rivoluzione che porta con sé lo sciopero generale. Perché ogni rivoluzione è un processo che ha il proprio tempo, fino a quando diviene percettibile in una data epoca. Lo stesso accade con ogni processo destituente, che sarà l’uscita più intelligente dalla catastrofe ecologica ed esistenziale di questo mondo. Non ci attende nessun futuro stabile. La destituzione dello stato di cose presente non è solamente distruzione. È, allo stesso tempo, l’apertura di luoghi e la creazione di forme, in un processo che costruisce. Nella rivolta contro questo mondo, che salta di paese in paese, che si intreccia da città a città, il processo destituente resta aperto. La destituzione vuol dire anche costruire delle percezioni condivise sul fatto che ciò che non è, è possibile: tutto quello che abbiamo visto in questi giorni, tutto quello che possiamo immaginare contro l’amministrazione totalizzante che governa la perpetuazione del disastro.

Tout le monde déteste la police
Ovunque la polizia appare come l’ostacolo tra la rivolta e i padroni del mondo. In Catalogna e a Barcellona è stata un’evidenza, per tutti, che ha rotto i riflessi della paura che le televisioni e le altre macchine di governo rimandano senza posa. La paura dell’altro e la paura del povero. Tout le monde déteste la police. La polizia che ha strappato quattro occhi in sette giorni. Quella che ha cercato di schiacciarci con le loro camionette e che una volta ci è riuscita. Che ci picchia e ci arresta indiscriminatamente. La vecchia tattica di Hong Kong, essere fuoco e essere acqua, bruciare e ritirarsi, essere imprendibili come l’acqua e fragorosi come il fuoco, per dei mesi, mostra l’inanità dell’istituzione poliziesca davanti l’intelligenza strategica di migliaia di insorti. “Noi siamo la polizia e facciamo quello che ci pare. Noi siamo la Legge”, dicevano l’altro giorno a un giornalista. Se la polizia è la legge, la rivolta è la forza senza nome che prende tra le sue mani un’altra maniera di vivere in questo mondo.

Oggi il regime è finito. Perché questo mondo sta finendo.
L’insopportabile leggerezza con la quale l’insopportabile vive in noi
si presenta con l’estrema pesantezza che da sempre ci portiamo dietro
Il viso che chiama alla rivolta è anonimo
Come l’acqua, riempire, fino a traboccare. E ritirarsi.
Come il fuoco, bruciare improvvisamente, ridurre in cenere. E volatilizzarsi.
Ancora e ancora. Migliaia di corpi, di ricordi, di esseri andati via.
Ancora e ancora ogni giorno di festa. La festa è l’insurrezione dei corpi, degli sguardi, delle presenze. Contare senza contare. Perché l’insurrezione di fronte al collasso è la sola festa possibile.
Che succederà dopo?
Dopo fu ieri. Ieri è già troppo tardi. Oggi finisce il regime.
Domani è pura fiducia
nella vita comune e ordinaria che brucia a fior di pelle
quando vi abbraccia

Qualunquità, ancora uno sforzo…

 

Questo comunicato è stato scritto congiuntamente da Santiago del Cile e Parigi.

 

Clinamen. Neanche il più piccolo degli incidenti che vorremmo attribuire al caso può verificarsi senza generare un’intera situazione. Belle come gli incontri fortuiti di polizia e di folla lungo il mappamondo, le insurrezioni di Santiago hanno cristallizzato in qualche ora i nodi e le disposizioni di questo tempo. Dal punto di vista del territorio: l’importanza crescente della circolazione, che fa di ogni nuovo aumento di prezzo una questione di sopravvivenza. Dal punto di vista del potere: le sordide infrastrutture securitarie, inevitabile rovescio della medaglia del capitalismo cibernetico, e l’eterna possibilità di ricorrere ai vecchi riflessi quando le nuove scellerate leggi non sono ancora state promulgate: lo stato di emergenza e un esercito sempre uguale dai tempi di Pinochet. Dal nostro punto di vista: la sorda temporalità delle inclinazioni strategiche, la spinta irrefrenabile di un desiderio di insurrezione profonda e duratura, gli sforzi coscienti di qualche cervello, di qualche corpo per accompagnare il movimento da cui dipende il nostro futuro. E, infine, il coraggio di migliaia di liceali — in grado, da soli, di chiamare una capitale intera a insorgere.

 

Ferocia. «Nessun predatore ha mai saputo che farsene della nostra ferocia libera da catene, mai ridotta in gabbia. Perché è in fuga sempre, e sempre traccia la propria rotta. Chiamata si mostra, poi scompare. E colpisce e insiste, come il dolore. Perché è dolore. Il dolore è la nostra storia. Questa storia che è dolore oggi si riaccende, infuria, con un balzo supera le cancellate, saccheggia la città nemica, la città assediata, la città dai nomi così colonialmente rispettabili. La città dei timorosi, la città di chi ha giocato al faraone. Ma no: non ci sottometteremo. Nessuno, né a Santiago, né in Cile, né altrove, accetta di pagare con la propria vita la follia delle loro ricchezze».[1]

Noi. Mai avremmo pensato di vivere in un mondo in cui poter seriamente pensare di scrivere una frase solenne, una di quelle care vecchie frasi che credevamo definitivamente archiviate nel deposito curiosità storiche. Uno di quegli appelli degni di Marx alla “proletari (e proletarie) di tutti i paesi, unitevi!”. Eppure, scontro dopo scontro, città su città, di settimana in settimana, la sensazione è proprio quella di vivere un sollevamento comune. La crisi della governamentalità si è generalizzata: qualunquità di tutte le metropoli, riunitevi.

Tracollo. Non hanno indietreggiato di fronte a 3mila tra morti e dispersi. Hanno torturato 40mila persone senza batter ciglio. Ora mobilitano l’esercito dopo un semplice principio di sommossa. La Cina, nel mentre, vieta la vendita di abbigliamento nero nel suo territorio. Allora diciamocelo: l’Impero vacilla. E checché se ne dica, ad ogni buon conto, è forse più vicino il tracollo del capitalismo di quella fine del mondo a cui tiene tanto.

Epoca. Era dal 1968, e dalla distruzione della sua eredità attraverso la risposta neoliberale, che i giochi non sembravano così aperti. I Gilets Jaunes, Hong-Kong, l’Ecuador, Haïti, l’Egitto, la Guinea, il Libano, la Catalogna, le Honduras e ora il Cile sanciscono l’aprirsi di una nuova fase. Per riformiste che siano le rivendicazioni dichiarate, siamo a un crocevia. Una classe ancora anonima, confusamente cosciente, comincia a comprendere che i nostri destini sono incrociati. La catastrofe ecologica in corso è il teatro della decisione tra le tenebre della sorveglianza e lo splendore del mondo che ritorna.

Qualunquità, ancora uno sforzo e sarete rivoluzionari. Facciamo appello alla disobbedienza incivile nelle metropoli di tutto il mondo.

Santiago-Parigi, 19 ottobre 2019

[1] Il paragrafo riprende in traduzione il comunicato del collettivo cileno Vitrina Dystópica, pubblicato in seguito agli scontri di venerdì 18 ottobre 2019 e la conseguente dichiarazione dello stato di emergenza (https://dystopica.org/2019/10/19/iiiintergalactico/).

Morto che cammina. Irvine Welsh ritorna sul luogo del delitto

  di Il Duka

 

Oooh…magico.

Di colpo sento come una roba dolce che mi si scioglie in pancia e una botta di euforia e guardo Sick Boy, e di profilo la sua faccia si deforma intanto che un assurdo, felice ruggito spasmodico sale e il tempo si ferma e CAZZO DI CRISTO ONNIPOTENTE LA PALLA E’ NELLA RETE DEI RANGERS! Hendo ha battuto un altro corner, l’ha messa al centro, qualche stronzo l’ha deviata di testa e i giocatori son tutti addosso a David Gray e i tifosi stanno sbroccando totale    cazzo!

Sick Boy c’ha due occhi a boccia. «DA-VIE-GRAYYY-CAZZ!»

Irvine Welsh, Morto che Cammina

Il nuovo romanzo di Irvine Welsh (nato a Leith, Edimburgo, il 27/9/1958) Morto che Cammina (Guanda, 2019) non è semplicemente, come banalmente si pensa, l’ennesimo – fantasmagorico – capitolo della saga dei gattoni di Leith: Trainspotting (1993), il sequel Porno (2002), il prequel Skagboys (2012) e lo spin off, che vede Franco Begbie protagonista, L’Artista del Coltello (2016).

Morto che Cammina, ben oltre una nuova puntata della serie, è, perdonatemi la cazzata che sto sparando, il ritorno dell’uguale. Questo libro, come un drago che si morde la coda, apparentemente immobile ma in eterno movimento, divora e rigenera tutti i temi, elementi, soggetti e figure della produzione welshiana. In questo grande romanzo lo scrittore ancora una volta, seguendo le orme delle sue creature lungo un cerchio senza inizio né fine, ritorna, per poi ripartire, sempre dove tutto è cominciato: a Leith.

Come un cantastorie, raccontando le gesta dei suoi personaggi, canta di passione calcistica, droghe, dipendenze, scene musicali, stili di strada, impicci illegali, party, bevute al pub, locali a luci rosse e le città (Los Angeles, Berlino, Londra, Amsterdam, Miami, Glasgow, Ibiza, Istanbul Edimburgo) – attraversate – da lui vissute in compagnia dei suoi amici tossici e hooligans. I suoi soci di una vita sono il pozzo dove lo scrittore attinge per creare i suoi personaggi. Non è un caso che Welsh, anche se non l’ha mai detto esplicitamente, per creare il personaggio di Franco Begbie, che rappresenta perfettamente il fan violento tipico dell’Hibernian anni novanta, si sia ispirato al suo amico Derek Dykes, il fottuto “Dererel Dykes”, un ragazzino che nella metà degli anni ottanta, fondò la CCS (Capital City Service). Una delle firm più violente e temute di tutto il Regno Unito. I loro agguati agli hooligans rivali venivano studiati a tavolino nei pub lungo il Walk, nel corso di riunioni a cui partecipava anche Irvine. Dykes, in una intervista su un giornale scozzese, ha confermato la presenza del suo amico a questi incontri dove la CCS pianificava strategia e tattica di combattimento, ma ha precisato che Welsh “Quasi mai però si faceva vedere negli scontri”.     

Le vecchie attitudini e tensioni esistenziali dello scrittore sono ancora presenti in Morto che Cammina perché, bandita dalle sue pagine la nostalgia per il passato, esse vivono nella fuga continua dalla categoria dell’evergreen. Genere che, in quanto osceno, non trova cittadinanza dentro questa storia che ci invita a abitare l’infanzia. Irvine in questo ultimo lavoro ricorda al lettore che invecchiare non significa mettere la testa a posto. E come ci dimostrano pagina dopo pagina i gattoni di Leith, a cinquantanni se non abbiamo perso la curiosità la vita può ancora essere vissuta, riservare sorprese e nuovi viaggi memorabili. Come quello mitico a base di DMT (descritto a fumetti nel romanzo) che i quattro amici intraprendono ancora una volta insieme. Finito l’effetto lisergico della sostanza, una volta rientrati dal viaggio, Spud, Renton e Sick Boy si raccontano cosa hanno vissuto nel corso dell’allucinazione. Begbie  invece afferma che il DMT gli è rimbalzato, non l’ha sconvolto. Franco in seguito racconterà il suo trip solo a Spud che giura al socio con un secco “Stai sicuro, gattone” di non dirlo a nessuno degli altri. Strepitoso il dialogo tra i due amici:

Sono seduto a un tavolo e c’è un tot di gente, tutti che ci mangiamo della roba buona da ‘sti vassoi grandi. E io sono a capotavola. Tutta una roba di lusso, come in una casa dei nobili di una volta.”

“Come Gesù all’Ultima cena? La storia che diceva Rents?”

“Esatto, credo. Ma tutta quell’Ultima cena lì è da prima della Bibbia e del Cristianesimo. Viene dal DMT, che gli uomini lo mangiano da prima ancora che Cristo se lo sognavano.

Prima di continuare a parlare di questo ultimo lavoro dell’autore bisogna fare un passo indietro per capire, tramite i percorsi di vita di Welsh, la genesi del mondo narrato nei suoi libri.

Note sulla vita di Irvine Welsh

Irvine, figlio di lavoratori, come tutti i ragazzini della working class è attratto dagli stili di strada diffusi tra le case popolari e le vie del suo quartiere. Fin da piccolo, come tutti gli abitanti di Leith, il sabato si reca a Ester Road per vedere giocare gli Hibs. Nelle terrace dello stadio il giovane Welsh inizia a prendere gusto a tutto ciò che ruota intorno al football: il tifo e gli hooligan. Abbandonata la scuola e dopo vari lavori, tra cui quello di  netturbino (nel ruolo di  spazzino lo scrittore  appare in un cameo nel film Acid House), nel 1976 lascia Edimburgo e si trasferisce a Londra.

In quei giorni in città, invasa dai sacchi della spazzatura non raccolti dai lavoratori della nettezza urbana in sciopero, tra i rifiuti sbocciava un fiore nero. Il punk. Welsh per  pura botta di culo si ritrovava immerso nel furore del mob in rivolta. Questa esperienza controculturale, condivisa con altri kids marci-sporchi-imbecilli, lo porta a avventurarsi nel pianeta droga e finisce tossico di eroina. Anni dopo Irvine, ormai smaltita la rota, assisteva allo sbarco dell’invasione acidhouse, salpata da Ibiza con il suo carico di empatia, nella terra di Albione. Mai nella storia del Regno Unito una calata giunta da fuori era stata accolta con tanto entusiasmo dai britanni. Dove avevano fallito i vichinghi, l’invincibile armata e i nazisti erano riusciti la strana coppia techno & ecstasy. Si apriva, inaugurata dalla seconda summer love, la stagione dei rave. Questa scena musicale, l’ultima degna di nota in quanto portatrice di problemi di ordine pubblico, fu vissuta da Welsh da frequentatore di party illegali e come dj.

  

 

Con Trainspotting la letteratura diventa chimica

In Trainspotting, opera prima dello scrittore resa famosa dall’omonimo film di Danny Boyle, scritta mentre era ai servizi sociali, si raccontava delle disavventure tossiche di cinque amici di Leith, zona portuale di Edimburgo: Daniel Murphy alias Spud, Mark Renton aka Rent Boy, Francis Begbie detto Franco, Simon Williamson soprannominato Sick Boy e Tommy Lawrence. Negli anni in cui si svolge il romanzo, il quartiere di Leith era il maggiore punto di smercio di eroina di tutta la Gran Bretagna e deteneva il triste record nazionale dei malati di AIDS. In Skagboys (titolo mutuato dall’appellativo con cui erano indicati gli eroinomani in Scozia) lo scrittore, in due capitoli dal titolo Appunti su un’epidemia, riporta documenti ufficiali, del servizio sanitario di Lothian sul numero dei morti per overdose e HIV a Edimburgo. Da notare la crescita esponenziale dei decessi: otto nel mese di febbraio e trentanove a marzo dello stesso anno.

Tommy, uno dei cinque gattoni, nel corso del romanzo muore a causa di questa malattia contratta dalla sconsiderata usanza del passarsi la stessa siringa per bucarsi.

Welsh, dopo il suo  sconvolgente esordio che impose la Letteratura Chimica come nuovo genere narrativo, pubblicò una serie fulminante di strepitosi racconti raccolti nelle antologie Acid House, da tre novelle contenute nel volume è stato tratto l’omonimo film di Paul McGuigan e Ecstasy. I romanzi Il Lercio e Tolleranza Zero sono due capolavori della letteratura del XX secolo. Questi libri, dalla narrazione realista e al tempo stesso visionaria, sono scritti nella stessa lingua parlata da tossici, hooligan, prostitute, papponi, gangster, operai e portuali, sui marciapiedi e nei pub lungo il Walk, Cowgate, Easter Road, dove sorge lo stadio del Hibernian Football Club. Strade che puzzano di luppolo, lievito, malto e di frittura. Una scrittura che ci catapulta in luoghi dove nel linguaggio quello che di meglio si comprende non è la parola ma il tono, l’intensità e il ritmo che essa emana. Perché il rumore che vive dietro le parole non può essere scritto.

Uno slang nato nel malfamato quartiere di Leith dove Irvine è nato. La zona di Edimburgo, un tempo – prima della gentrificazione narrata dallo scrittore in Porno – operaia, dello spaccio e a luci rosse. Dove nei secoli trovarono asilo e si stabilirono prima gli immigrati irlandesi che qui fondarono il club di calcio del Hibernian, dal nome latino che i romani diedero all’Irlanda, la squadra della working class di Edimburgo che si contrappone nel derby cittadino agli odiati Herts i cui sostenitori sono borghesi, protestanti, lealisti e orangisti.

In seguito questa parte di città continuò a essere l’approdo dei nuovi arrivati, degli emigranti giunti nel Regno Unito in cerca di lavoro. Tra tutti vale la pena citare gli italiani: Sick Boy, uno dei gattoni di Leith, è figlio di madre italiana. In tutti i romanzi della saga di Trainspotting Sick Boy, quando decanta le sue doti da latin lover e la lunghezza del suo membro afferma di avere preso i geni della parte italiana e non da quella anglosassone-unna  della sua famiglia. Gli italiani nell’approdate in questo quartiere, abitato in prevalenza da lavoratori papisti di origine irlandese, trovarono nelle parrocchie cattoliche e nel tifo per gli Hibs un primo elemento di socializzazione urbana. Anche se non c’entra un cazzo con quello che sto scrivendo,voglio dire lo stesso che molti immigrati italiani, specialmente quelli provenienti dalla valle del Comino (FR), sbarcati nel porto di Leith finirono per lavorare nelle friggitorie. Non è un caso che nel paese di Villa Latina in Ciociaria la comunità italiana in Scozia organizza la sagra del fish and chips.

Per arrivare a Morto che Cammina bisogna passare per Colla

Lo scrittore nel 2001 con Colla, il suo romanzo più complesso, iniziava a cantare, attraverso un polimorfo di voci narranti e divergenti punti di vista, l’epica dei ragazzi di Stenhouse (sobborgo a edilizia popolare situato a ovest dal centro Edimburgo). Si narra di furti, scontri allo stadio, sesso, droghe e rave come di situazioni irreparabilmente intrecciate alle vite dei protagonisti.

Nascevano altri cinque memorabili personaggi partoriti dal bardo della working class scozzese: Terry Lawson detto Gas, Billy Birrell aka Business Birrell, Rab Birrell (il fratello di Billy), Andrew Galloway per gli amici Gally e Carl Ewart in arte Dj N-Sign (uno dei rari personaggi creati dallo scrittore che tifa Herts).

La saga di Colla, per la gioia dei lettori, ritornava ufficialmente con due spin off. Nel primo Amo Miami, divertentissimo racconto dell’imperdibile antologia Tutta Colpa dell’Acido (2009), dove seguiamo Terry Lowson e Carl Ewart in trasferta a Miami Beach. Il secondo spin off della saga di Colla, il romanzo Godetevi la Corsa (2015), vede come protagonista Terry “Gas” Lowson.

Per la precisione, alcuni dei personaggi principali di Colla, come Rab Birrell, erano già apparsi in Traispotting. Per ritornare con Rab Birrell e Terry “Gas” Lawson, quest’ultimo nei panni di Terry la Macchina del Sesso, il pornoattore che recita nei film hardcore prodotti da Sick Boy, nel romanzo Porno. Per infine ripresentarsi oggi con Terry, Ewart, Billy e Rab in Morto che Cammina. Potrei continuare la lista (ma dovrei farmi un bel culo e rileggermi tutti i romanzi e i racconti di Welsh) delle partecipazioni e apparizioni di questi personaggi interscambiabili, come i supereroi della Marvel, da una saga all’altra (vedi Simon aka Sick Boy contattato telefonicamente da Gas Terry in Godetevi la Corsa). A volte ritornando da attori non protagonisti, altre da comparse oppure li sentiamo nominare in quel parlarsi addosso tipico dei drogati ai party o nei racconti alcolici, dove le malefatte dei propri amici teppisti diventano gesta mitologiche.

Per questi motivi, ma anche per sapere e conoscere come sono cambiate le vite (vizi, dipendenze e lavoro) dei nostri amici letterari e per capire le trasformazioni (urbane, dei consumi, e quelle criminali) avvenute a Edimburgo dai tempi di Porno, è fondamentale leggere, contrariamente a quello scrivono in rete, Godetevi la Corsa e L’Artista del Coltello, prima di affrontare la lettura di Morto che Cammina.

Irvine Welsh

Godetevi la Corsa segue le vicissitudini del taxista Terry Lowson. Gas Lowson si ritrova alle prese con la scomparsa di Jinty, una prostituta sua amica, in una Edimburgo invasa da artisti e turisti giunti in città per il Fringe Festival. In questa puntata Gas, oltre alle solite scopate e pippate, si cimenta nel gioco del golf. Di primo acchitto questa surreale trovata di un coatto malato di fica, abituato a cimentarsi con la mazza  più che con le mazze, che si da al golf può sembrare una improponibile trovata abortita dalla mente bollita di Welsh. Invece il bardo della working class di Edimburgo ha semplicemente ridato a Cesare quello ch’è di Cesare. Perché Leith è il luogo dove sono state trovate le tracce più antiche di un campo da golf. Un gioco che in origine apparteneva al popolo e non ai nobili. Il golf fu soggetto di un divieto di re Giacomo II del 1457 perché interferiva con lo sport più utile, praticato da aristocratici e cavalieri, del tiro con l’arco.

In L’Artista del Coltello ritroviamo Begbie, lo psicopatico gattone. Non ci crederete ma Franco è cambiato. Si è disintossicato dall’alcol, ha sconfitto la dislessia e la sua iper violenza sembra essersi dissolta. Tutto merito della nuova moglie Melaine, una bellissima e ricca ragazza americana che non avendo un cazzo da fare lavorava socialmente nelle prigioni del Regno Unito come insegnate d’arte. Grazie a questo corso Begbie scopre una passione e soprattutto un grande talento artistico. S’è trasferito in California a Santa Monica, dove vive in una villa con Melaine e le loro due bambine, e con il nome d’arte di Jim Francis è diventato un affermato e ricco scultore coccolato dai galleristi, di Los Angeles. Le sue opere, che riscuotono un grande successo tra il jet set cittadino e gli attori di Holliwood, sono delle statue di creta che ritraggono personaggi famosi sottoposti a orrende mutilazioni inferte dai coltelli dell’artista. Franco quando viene a sapere dell’uccisione di Sean, il figlio con cui non ha più rapporti da molti anni, ritorna a Edimburgo per il funerale. Begbie è veramente cambiato?

                            

 

 Morto che Cammina

Il romanzo Morto che cammina, che intreccia sempre più la saga dei gattoni di Leith a quella dei ragazzi di Stenhouse, inizia dalla scena finale, riletta da un altro punto di vista, di L’Artista del Coltello.

Se nello spinoff era Franco a vedere Mark Renton seduto dentro lo stesso aereo da lui preso:

Franco si avvicina e si allunga sopra il viaggiatore nervoso e avvinazzato, mentre l’altro, rendendosi conto di una presenza incombente, abbassa la rivista e alza lo sguardo, sgranando gli occhi per lo shock del riconoscimento, di trovarsi davanti il ragazzo dislessico al cui posto si era preso un castigo tanti anni prima, per solidarietà tra amici adolescenti. Frank Begbie si limita a controllare il respiro – dentro dal naso, fuori dalla bocca – mentre sorride e dice: «Ciao vecchio mio. Quanto tempo».

In questo secondo sequel è Rent Boy a smaltire la vista di Begbie sul suo stesso volo Londra-Los Angeles:

Poi il tipo tace di botto e sento che c’è qualcuno in piedi sopra di me. Abbasso il giornale e guardo su. Il mio primo pensiero è no. Il secondo è cazzoLui è li, nel corridoio, col braccio penzoloni, sciolto, in cima al sedile, sopra la testa del ciucco atterrito. Quegli occhi. Mi friggono le budella. Da farmi evaporare nel deserto della gola le parole che vorrei dire. Franco. Francis Begbie. Come cazzo…? I miei pensieri precipitano in un torrente di febbre: è ora.

L’incubo che tormenta il sonno di Renton si materializza: Franco. L’amico che aveva solato (in Trainspotting). Tradito!!! Il suo compagno di banco dislessico che lo difendeva dagli altri ragazzini. A scuola e in quartiere nessuno toccava i suoi amici, perché lo temevano. Begbie il teppista, il criminale, lo psicopatico.

L’incipit, fin dalla prima riga del romanzo, ci precipita dentro le paure, le angosce e le ansie che, da venticinque anni, albergano nella mente di Mark:

Un rivolo inquietante di sudore mi sgocciola per la schiena. Nervi scoperti: denti del cazzo che battono. Seduto come una merda in economy, incastrato tra un cagoso trippone e uno sborniato tessissimo. Posto in business non ce l’ho fatta ad averlo, e adesso sento petto e fiato costipati, butto giù un altro Ambien evitando lo sguardo del bevitore al mio fianco.”

Dai tempi del pacco di Londra una sola volta, per la precisione dieci anni dopo, s’erano rincontrati. E Renton s’era salvato dalla paga – dalle mazzate – per miracolo. Una macchina investe Begbie mentre lo stava inseguendo (in Porno).

Cosa succede dentro l’aereo? Begbie scanna l’infame Rent Boy? Franco abbraccia il vecchio amico? Non vi dico un cazzo. Leggete Morto che Cammina

Welsh anche questa volta, attraverso colpi di scena, trovate geniali e situazioni  al limite dell’impossibile, riesce a sorprendere anche i suoi vecchi fedeli lettori. Vi dico per attizzarvi che, oltre le abituali storie di droga, football, sesso e rave a cui l’autore ci ha abituato, i quattro amici si ritroveranno invischiati in un traffico di organi. E che Sick Boy si dovrà improvvisare chirurgo nel tentativo di salvare la vita a un amico in una sala operatoria illegale allestita dentro un edificio abbandonato a Berlino. Non vedete l’ora di sapere chi è il morto che cammina? Ma state pur certi che nella gang c’è sempre chi pensa: se toccano un gattone toccano tutti.

La scrittura, di Welsh non risente il peso degli anni, è ancora ostile come le strade dove s’è formata. Rapida e incisiva come la lama del coltello di Begbie.

  

                               

 

 

 

                                                  

                                                             

Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo

 

 Nota al testo.

 

Il testo che proponiamo questo mese è apparso per la prima volta sul numero 17-18 dei «Quaderni Piacentini» (luglio-settembre 1964), e raccolto con sostanziali variazioni l’anno seguente in Verifica dei poteri. Non è quindi la versione più nota: ma d’altronde per Fortini una forma definitiva semplicemente non è contemplabile – basta dare un occhio alle continue ritraduzioni dell’Internazionale, portate avanti dal 1971 alla morte…

Non è contemplabile perché una «forma», anche letteraria (la tragedia, la ballata o il saggio) è testimonianza di un preciso modo di essere uomo – in questo caso il cittadino, sia esso borghese, del comune medievale o della polis. Un modo che ne esclude ogni altro. Diciamo quindi che, ora come allora, non è tanto che There is no Alternative, ma che l’uso di una forma rende in qualche modo invisibili altre possibilità di esseri umani: in questo, già forma di potere sulla vita. Se con “letteratura” intendiamo quel particolare tipo di comunicazione linguistica che esprime poeticamente e sinteticamente la verità – un contenuto che pure esige una forma – capiamo bene quanto questo ci riguardi ancora da una prospettiva rivoluzionaria.

È difficile oggi anche solo pensare a un modo sincero di appaiare nello stesso discorso letteratura e rivoluzione. Ma c’è stato un tempo in cui certe intensità andavano così captate: basta pensare a Majakovskij, o ai cinquant’anni di tentativi di integrazione tra poesia e movimento operaio. Certo, nel ’64 Majakovskij non c’era già più… Eppure, una letteratura rivoluzionaria è ancora pensabile per Fortini. Rivoluzionaria non perché si possa lottare con le armi della letteratura (oggi come allora, pensarlo è ingenuo o in malafede) ma perché la letteratura è il luogo migliore da cui osservare due fenomeni, due ormai fatali errori che percorrono la storia anche recente dei movimenti rivoluzionari.

Il primo è la convinzione che tra parola e prassi sia possibile una mediazione in chiave sovversiva: che possa insomma “esortare, confortare, destare eserciti”. Che tramite la sua critica, marxianamente, strappi i fiori che imbellettano le catene perché queste vengano riconosciute. Ma sappiamo ormai che quest’epoca non appartiene solo agli ostinati, bensì a un gesto che anticipa e oltrepassa ogni parola. Anzi: a un gesto che si compie nonostante la parola, ambiguamente brandita da ambo le parti a definirlo. Lo vediamo ovunque nel mondo accada davvero qualcosa, generando il panico tra i pennivendoli e gli analisti che ormai stentano visibilmente a ricondurre l’ignoto al noto. La parola, se ancora ha un valore, va dunque scissa dalla propria esistenza – di “militante”, di rivoluzionario, di essere vivente o come vogliate chiamarla. La scrittura diviene così forma di “militanza” spettrale (virgolette d’obbligo), testimonianza della lacerazione, indice puntato sulle tensioni, sui frammenti, sui nodi irrisolti, forse non risolvibili. È questa la profezia di Fortini per il nostro tempo – una scrittura che è già profezia, prefigurazione di ciò che c’è e ancora dimora non visibile. Purché lo divenga un giorno. È forse in questa profeticità rampicante della parola, che non parla di ma solo a partire da, la direzione verso cui andare nel dare forma a una scrittura rivoluzionaria oggi: nell’osservare, nel riconoscere una forma-di-vita dal suo di dentro. E, in questo, compito identico a quello di qualsiasi altro uomo. «Strappare i fiori» non è più un gesto che ci compete. Diane, note to self: farla finita con Marx.

Parlare-di significa venire-dopo, portare ordine laddove c’è disordine. Questo – ce lo ricorda Paul Valéry – è lo spirito del classicismo. Nessuna sorpresa se i classicisti di oggi leggono ancora il presente secondo griglie scolastiche, con un fare tra l’egemonico e l’apologetico. Fratellastri del fu intellettuale organico, funzione e strumento dello stalinismo contro ogni infiorescenza di autonomia della cultura. Un giorno qualcuno dovrà renderne conto.

Il secondo errore fatale è, appunto, continuare a credere che alla lotta – sia essa di o oltre la classe – corrisponda una lotta tra due culture: una «proprietaria», l’altra «subalterna». Bisogna invece riconoscere «la cultura» in toto, nelle sue diverse forme, come «cultura del capitalismo». E, riconoscerlo, per rifiutare questa proposta di essenza: ne vediamo adesso come qualche ora fa il gesto in Francia, a Hong-Kong, in Ecuador, a Haïti, in Egitto, in Guinea, in Libano, in Catalogna, nelle Honduras, in Cile – fugacemente, ambiguamente, confusamente: incessantemente. Lì, dove la qualunquità – che non è niente eppure esiste, che non ha «forma» ed è forma-di-vita – sceglie se stessa contro la verità neoliberale, la parzialità della sua condizione incomunicabile alla totalità del linguaggio dell’economia.

«A colui che s’è tirato in disparte e non vuole contare più per nessuno la sola cosa importante che può accadere è di mettersi di traverso sulla strada degli altri, e costringerli a fare i conti con lui. Questo è il senso ultimo della lotta di classe». Sono parole di Walter Benjamin: e se colui che si è fatto da parte ora è la cilena o il gilet jaune, non è tanto parlare di loro il punto – inseguire l’attualità dagli ultimi paesi insorti è cercare di forzare una porta d’ingresso dipinta sul presente – ma parlare piuttosto all’interno di quell’aria di rottura, dentro quell’atmosfera tesa e divisa. In questo ci aiutano i legami che stringiamo, le amicizie che facciamo, le situazioni in cui ci troviamo: essere questo silenzio. Captare le vibrazioni nell’aria. Ascoltare. Recuperare altre voci. Carpire il vuoto in questa confusione che si finge piena.

Questo è il senso più alto e cristallino del discorso di Fortini: fare come se il nostro partito esistesse laddove lo riconosciamo. Partito quindi – for lack of a better name – come strumento il cui inizio è in questa fine. Non l’idea capostipite della cultura d’Occidente, che comincia il suo dominio proprio annunciandola e praticandola nello spazio e nel tempo; non la fine contro cui si ribellano le nuove sensibilità ecologiste che popolano Extinction Rebellion o Fridays For Future – proteste per un altrove e un non-ancora in luogo del qui e ora in cui non sono. Compromesso per il dominio (incarnare la fine per mai finire) e dominio del compromesso (accettare questa fine purché non sia la fine) si contraddicono forse in eterno?

No. La fine entro cui noi iniziamo coincide con quel nostro fine che è sostanza di cose nemmeno più sperate. E maledetto sia chi orecchierà altrimenti il testamento di Montale, chi tenterà di prefigurare nel proprio partito la società, chi vorrà produrre a sua volta una soggettività. “Ognuno riconosce i suoi”: quanto diverso il senso di parole tanto simili. Qualunquità contro soggetto, apertura contro chiusura. E chi sono questi “suoi” che ognuno riconosce? Le solite identità entro cui ci si asserraglia? O forse gli esseri umani, come possono essere, trasfigurati, alla fine di ogni patria visibile? Quelli che, lungo il mappamondo, prendono coscienza, fanno uso cosciente della propria vita, e sono già nel comunismo, qui e ora?

 

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Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo III. La fine del mandato sociale

di Franco Fortini

Quaderni Piacentini, 17-18, luglio-settembre 1964

1. Se la tendenza più evidente di questi anni è verso la coincidenza di industria e società, di capitale e società, è assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale ereditato dal romanticismo che gli conferiva la voce della coscienza nazionale o lo dichiarava storico della vita privata. E anche se quella tendenza è solo evidente ma non determinante (se cioè questo discorso non tiene conto della classe antagonista) sembra altrettanto assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale che il movimento operaio gli aveva voluto conferire a partire dalla formazione dei «fronti» antifascisti.
Dal fatto che nella nostra società la quasi totalità delle comunicazioni tradizionalmente demandate alla letteratura sia assorbita da specifiche discipline (psicologia, antropologia, sociologia ecc.) si possono trarre conseguenze molto diverse: «la morte dell’arte» intesa come fine di una certa idea dell’arte poetica; la «morte-e-trasfigurazione» attraverso la cosiddetta letteratura d’uso, quindi il recupero delle forme più degradate di comunicazione di massa; o la salvezza della «letterarietà» come costruzione di una pseudo-comunicazione. Se si aggiunge, tra l’altro, che la condizione sovietica dello scrittore, pur continuando la figura dello scrittore-funzionario, si evolve a quanto pare verso forme non troppo lontane da quelle occidentali, questo comunque sembra certo: che la letteratura di protesta, di denuncia, di rottura con la società ambiente è interamente integrata, non serve a nulla o serve solo ai padroni o agisce all’interno di una convenzione di un genere come si trattasse della tragedia in versi o della ballata; e soprattutto non ha né può avere alcun rapporto serio con gli organismi del movimento operaio (partiti, associazioni etc.). E questo, sia che la denuncia, la rottura eccetera avvengano in quello che si chiama di solito l’ordine dei «contenuti» sia che avvengano in quello delle «forme». È il grado di traducibilità dell’opera letteraria dall’ordine suo proprio o quello di conoscenza-per-la-prassi che è divenuto minimo. Finito il «mandato sociale» di cui ci aveva parlato Majakovskij, restano espressioni o sperimentazioni private oppure più o meno onorevoli «servizi» ideologici.

2. Per quanto è invece delle istituzioni letterarie (università, editoria, stampa critica ecc.) lo scrittore e il critico hanno un margine di azione abbastanza rilevante proprio perché si tratta di istituzioni, non di opere: tutti gli atteggiamenti che contribuiscono a mettere in crisi le istituzioni letterarie presenti sono, evidentemente, positivi. E al tempo stesso è possibile contribuire ad elaborare modelli (di scrittura critica, di linguaggio per l’informazione scritta, di organizzazione dell’indagine, di direzione culturale per le discipline letterarie) non concorrenziali con quelli esistenti; nella persuasione che la realtà rivoluzionaria è destinata a rendere irriconoscibili i più coraggiosi modelli.

3. (Nella atomizzazione veloce del nostro tessuto sociale è inopportuno affrettarsi ad identificare i nuclei di resistenza o le nuove ossificazioni. C’è una colpa che ci riconosciamo: di non aver disperato abbastanza, di esserci sempre fatti trascinare da miserabili augurii, quando sarebbe stato vero realismo darsi per vinti, non resistere al male, adottare i modi della futilità e del sarcasmo, testimoniare così d’una persuasione ragionata più durevole di qualche decina d’anni. Oggi la separazione o clandestinità ci viene imposta. Di tanto in tanto, in una conversazione o in una lettura — conversazione o lettura di coetanei, beninteso, non di passati o di giovani — ci coglie la sensazione di essere «fuori», non nel senso mondano o della attualità, ma «fuori della realtà». Fosse vero).

4. Perché la duplicità? Perché suggerire di giustapporre una politica gesuita — spregiudicata, concreta, pronta ad ogni appiglio — e un’etica giansenista? Perché un secolo e mezzo fa, due abitavano, ah, nel petto della borghesia trionfante, quella «civile» e quella «religiosa», quella «pubblica» e quella «privata»; e la rivoluzione marxista si proponeva, risolvendo la scissione reale delle classi, di restituire, come si diceva, l’uomo all’uomo. Ma è accaduto che l’evoluzione del capitalismo e dello stesso socialismo abbia prodigiosamente generalizzato quel che nello scorso secolo era, insomma, fenomeno di classe relativamente ristretto, e cioè quel superamento ipocrita della duplicità, quella apparente unità razionalizzata che la letteratura ed il costume identificarono piuttosto facilmente come il «borghese», lo «spirito vittoriano» o simili categorie. Lo ha generalizzato proprio con una ideologizzazione apparentemente opposta, proprio predicando le insanabili compresenze di conscio e di inconscio, di razionale e di irrazionale, in nome della alienazione, della incomunicabilità eccetera. Scomparsa la vecchia «religione» domestica o privata in conflitto con la «laicità» pubblica del cittadino borghese, la omogeneizzazione dell’uomo con se stesso e del borghese col salariato è proceduta con moto uniforme. Si è passati dalla oppressione reale mascherata dalla ideologia, cioè dalla sovrastruttura «liberale», ad una oppressione nella quale il ruolo di quella sovrastruttura è diventato, più che rilevante, decisivo. È la sovrastruttura ideologica ad aver celebrato le maggiori vittorie, nel nostro tempo: l’eguaglianza nella falsità, l’anestesia nei confronti del reale, la totale irrilevanza di qualsiasi destino. Al paragone, i campi di sterminio sembrano, perché bestiali, ancora «umani».
A questo punto lo scrittore che nell’esercizio della propria attività e nella propria riflessione intellettuale abbia compreso di essere la proiezione, il riflesso, della integrazione apparente, della apparente umanizzazione del salariato e della sua reale (e sempre più rimossa) scissione, scissione appunto fra l’integrazione materiale e spirituale all’universo borghese e altre possibilità dell’uomo che quell’universo borghese ha rese pressoché invisibili; quello scrittore può comprendere in che cosa egli sia diverso dagli autori del cinquantennio che era «impegnato» a integrarsi con le forze politiche rivoluzionarie: per coloro, e anche per i loro padri, il tema fu di rendere dolorosa e intollerabile la scissione visibile tra cittadini borghesi e cittadini operai, fra chi «era» e chi non «era». Oggi la lacerazione è fra i limiti e le possibilità dell’uomo, ma è una lacerazione coperta di fiori, divenuta invisibile nelle sue ragioni di classe o superabile per via tecnologico-scientifica ma perciò tanto più efferata e omicida. Allora lo scrittore sa che il gesto di «strappare i fiori», per riprendere una immagine del giovane Marx, non gli compete più; che la mediazione fra lo scritto e la prassi si è complicata al punto da diventare inafferrabile; che dunque egli deve accettare la condizione spettrale del proprio lavoro, cioè scissione fra questo e la propria esistenza di militante. Come dicono accada talora per i corpi celesti che tramontano, l’immagine, che l’opera è, dimora visibile quando la sfera è già scesa sotto l’orizzonte. Di quella scissione anzi egli deve diventare, nella vita quotidiana, un esempio, vivendone i rischi, che sono di inclinazione irrazionale o pseudoreligiosi. Ma in questo, è chiaro, il suo compito non si distingue in nulla da quello di qualsiasi altro uomo.

5. Spero si sia notato che parlo di scrittori, non di intellettuali. Per risentimento verso quel che taluni gruppi vantavano privilegio si volle, all’uscir dalla guerra, non distinguere più fra scrittore ossia poeta e altre categorie e attività intellettuali. Per umiltà e rabbia verso la mancanza d’una figura riconoscibile e socialmente valutabile abbiamo — con tutta la «sinistra» italiana di allora — parlato di «cultura», di «politica e cultura» e di «intellettuali». Sappiamo ora che questa categoria fu uno strumento stalinista e che oggi è proprio il neoscientismo capitalistico a negare vera distinzione fra il «fare dello scrittore» e il «fare» di altre «professioni» intellettuali. Qui invece va rivendicata la specificità dello scrivere, del far poesia, dramma, scrittura insomma, in quanto partecipe di una pretesa o presunzione o aspirazione, insomma di un ordine di valori, che non si chiude in una «funzione».

6. Il mandato sociale dello scrittore non può essere quello di esorcizzare l’irrazionale, di essere colui che è separato ma che si integra proprio grazie alla sua separazione. Ossia: è stato questo, è ancora questo, ma oggi affermarlo equivale a ripetere una falsa, non dialettica antitesi fra razionale e irrazionale. Credo che si debba invece assumere fino in fondo la nozione di letteratura quale si è venuta sviluppando nelle varie tendenze del formalismo (critica semantica, strutturalista ecc.), cioè della letteratura come impotenza assoluta ad intervenire direttamente nella trasformazione del reale, nel suo essere attività integrativa e mai riposta o — come vuole R. Barthes — senso sospeso indefinitivamente decifrabile. Ma assumerla fino in fondo non significa soltanto riconoscere che la formalizzazione linguistica, ossia l’uso letterario della lingua, la separazione del linguaggio dalla prassi, l’esercizio della “natura significante e, a un tempo, decettiva, del linguaggio letterario”, è possibile e pratica quotidiana di chiunque nell’esercizio del proprio linguaggio; ma altresì che quella formalizzazione linguistica, quella organizzazione di una menzogna ambigua per dire una verità ambigua, è similitudine o metafora di una parte dell’uomo e degli uomini. Coatta all’impiego pratico della propria vita, al “principio di prestazione”, al lavoro immediatamente utile, la classe operaia non trova davvero la sua emancipazione (H. Marcuse l’ha veduto benissimo) nel giustapporre tempo libero a tempo di lavoro, ma nella capacità di acquisire nella formalizzazione della propria esistenza che ne renda chiara, quotidiana, l’infinita ricchezza di significati, l’inesauribilità di prospettive e, a un tempo, la sua radicale insufficienza, inessenzialità, irrilevanza, la sua “passione inutile”. Nella misura in cui la classe rivoluzionaria è quindi in condizione (è anzi rivoluzionaria in quanto sia in condizione) di rifiutare le “proposte di essenza” che le vengono dalla cultura del capitalismo, cioè dalla cultura; nella misura in cui sceglie e stessa contro “la verità”, scegliendo quindi la parzialità contro l’universalità, e dunque quel che essa è, classe della prestazione e del bisogno, non quello che potrebbe essere, respingendo insomma utopia e prefigurazione; nella misura in cui è rivoluzionaria e non riformista, materialista e non spiritualista — in quella misura lo scrittore non ha nulla da dirle fuori di quella sua verità truccata e impraticabile. E se mandati da quello gli vengono, non posso essere che falsi, generati da fasi interlocutorie della lotta, da inferiori livelli di sviluppo per entro la classe, veri e propri appelli dell’avversario.
Ma al tempo stesso, quanto più è chiara la coscienza di questa fine, della fine di una qualsiasi patria visibile, di ogni «calore umano»; e di dover ormai solo Das Leere Lerner, Leeres lehren, imparare il vuoto, insegnare il vuoto, come dice Faust, ogni senso di vita, ogni ragione biografica non potrà non essere — per lo scrittore-persona che qui ci occupa — se non nell’ordine del Comunismo, nei conflitti quotidiani dove il Comunismo si illumina o oscura. Sa che la sua voce non può né deve «destare eserciti», né confortare, né illuminare; e che neppure può sperare di avere altro compito civico apparente più vicino alla sua attività intima e assoluta fuor di quello che per un Gottfried Keller consisteva nel redigere cantate patriottiche per le scolaresche di Zurigo o, per il Primo Agosto, discorsi celebrativi del Giuramento del Grütli (1291); degnissimo compito, non diverso nella sostanza da quello di poeti che clandestini incitarono alla resistenza nell’ultima guerra o vi perdettero la vita; né disgiunto necessariamente dalla nobiltà o dalla bellezza. Proprio per questo, nonché avvicinare vita e opera dovrà, fin dove almeno gli giunge lo sguardo, disgiungerle; le forze interiori cui fa appello per poter compiere la propria opera non gli perdoneranno ogni indebito trasferimento di privilegi e di precedenze dall’opera alla vita. Se questa può pretendere alla dedizione all’impegno, quella non può nutrirsi che di rinunzia; anzi la sua gioia, la gioia manifesta nell’opera, la sua vitalità sarà, quando sia, della specie mozartiana, che atterrisce.

7. Al termine di questo discorso sta un qui-e-ora, nel nostro paese, nella condizione della nostra «sinistra», cioè di quello che si è convenuto chiamare il «movimento operaio» (organizzazioni, partiti) per distinguerlo dall’obiettivo comportamento della classe. Nei confronti del «movimento» quale esso è, la letteratura e la poesia non hanno nulla, nel senso rigoroso della parola, da comunicare né da ascoltare perché i rapporti fra gli episodi della lotta di classe e politica e la coscienza letteraria e poetica non possono più (se non per vizio o errore) tornare a ripercorrere le grandezze e le miserie di un mezzo secolo di rapporti fra i partiti comunisti e la poesia. Mentre l’autore, in quanto sede temporanea e fisica, vaso di elezione o di perdita, dell’opera, ha tutto da comunicare e da dire, prima e dopo il momento della scrittura.

8. Se è vero quanto detto sopra — che l’uso letterario della lingua è analogo a quell’uso cosciente della vita che è il fine (e la fine) del Comunismo — allora è possibile, seppure con molta prudenza, suggerire ai noi stessi e a quelli che più ci sono vicini una dedica o intenzione: di voler formare nell’opera letteraria o poetica un equivalente metaforico, un homunculus, di quella forma intellettuale e morale che tanto più la classe tende a darsi ed a creare universalmente quanto più in apparenza se ne allontana nella lotta, orgogliosa delle piaghe lasciate dalle sue catene.
Ma lo strumento della classe è, e non sapremmo come diversamente chiamarlo, il Partito. Anche se Roma non è più Roma, se il partito non è più il Partito, se tra classe e movimento operaio sembra esserci solo una rispondenza distorta, non si tratta allora, il Partito, di crearlo né di riformarlo ma semmai di riconoscerlo ove si venga facendo. Il tema non è prefigurare nel partito la società. In questo, nell’anticipare verso il partito risposte che avrebbero dovuto alla società, sono falliti gli scrittori del comunismo di ieri. Il tema è di prefigurare nella società il partito. Allora l’unico consiglio di speranza o prudenza che può essere formulato è quello di operare (e anche di scrivere: ma come intenzione, non necessariamente come atto) come se esistesse intero quel corpo che ancora chiamiamo Partito, come chiedesse quel che non chiede nemmeno più, ma con la sua sola presenza non con i suoi eventuali funzionari; come se esso occupasse davvero il suo luogo, che è tra l’individuo e la classe. Così lavorare — dunque con una serie di implicazioni pratiche che non è il caso di svolgere qui — significa sfuggire all’errore che è stato del passato, di far del partito l’anticipo della società futura o il termine del potere di quella uscita da una rivoluzione; significa guarire dalla illusione di poter vedere accolta, nel Partito, la funzione poetica; la quale è di costruire «figure» di quel che è il fine medesimo del Partito ma che, così annunciandone la fine, non può non essere recepito e combattuto come una profezia nemica. Significa contribuire realmente, il Partito, a farlo esistere.

Iter in silvis. L’ecologia e il suo mondo, la Terra e i suoi abitanti…

 A partire da questo numero Qui e Ora apre una nuova rubrica che, ogni volta che avremo qualcosa di interessante da proporre, fluttuerà nella varie categorie – pensare, attaccare, costruire, il culto – e sarà dedicata alla cosiddetta “crisi ecologica” e a quelle sperimentazioni che vengono compiute in tanto che forme di vite che mettono in questione quelle dominanti nella civiltà occidentale. In specie, ma senza farne un manufatto ideologico, a quelle che approssimativamente possiamo chiamare forme di vita contadine, in un mondo che ne fa e ne farebbe volentieri a meno. Da un lato vorremmo quindi dedicare attenzione all’analisi teorica dell'”ecologia e del suo mondo” e dall’altra alle pratiche di vita e di lotta che agiscono direttamente nei termini di un’altro rapporto al mondo. Il nome della rubrica è Iter in silvis, indicando in questo modo tanto l’inoltrarsi nel bosco, quanto la discesa agli inferi.

Louis Janmot, The Wrong Path

 

 

ITER…

«Colui che si meraviglierà avrà il Regno»

 

 

ɑ} La civiltà occidentale non è altro che un esperimento fallito. La sua è la storia di un Grande Errore. Quando sentiamo parlare di crisi – crisi ecologica, crisi politica, crisi economica, crisi esistenziale, crisi dei valori e chi più ne ha ne metta – dovremmo rammentare questo fatto funesto e riportarlo alla sua origine. E l’origine insiste tanto nel passato quanto nel qui e ora. Il tempo si conosce solamente nell’adesso, questo vortice in cui convergono tutte le dimensioni – passato, presente e futuro –  che l’Occidente ha immaginato in quanto vettori della Storia, separandoli tra loro. Da quale di queste direzioni arriva la catastrofe? Ci si rende subito conto che è una domanda priva di senso. La catastrofe è oggi. Ne senti l’odore a ogni passo sulla strada lattiginosa che porta al supermercato dietro casa. La vedi scorrere sullo schermo che rimanda l’idea di una foresta. L’ascolti venire ogni volta che paghi per sopravvivere. Nell’adesso, l’Occidente è sempre in via di nascere e di morire. Più utile sarebbe invece comprendere che accanto a questo ticchettio di cui è fatta la Storia e che ha fatto del mondo una bomba a orologeria, vi è un altro tempo che non scorre ma si dilata, non segue la freccia che da ieri porta a domani, ma esplode nell’adesso, non indica la fine, ma è la fine di ogni indicazione. L’anomia del tempo contro l’ordine della Storia.

Se si parla di crisi di civiltà non è sufficiente dire allora che quello che è fallito è il sistema socialista, quello liberale o quello fascista, e cercare un perfezionamento di questi sistemi, magari incrociandoli tra loro, per rimettere in carreggiata l’Occidente. Cedere a questa follia relativista, sarebbe ancora una volta cedere alla macchina propagandistica di Atene, la metacittà democratica, l’archetipo di ogni governo, sempre sterminatore e già da sempre fallito. Assumere questa verità – l’Occidente è un esperimento finito male – non vuol dire darsi alla disperazione, al contrario: assumere lucidamente la diagnosi è il solo modo di essere in pace con se stessi.

Si parla molto di questi tempi di una “estinzione” in corso, riferendosi alle specie animali e vegetali, basandosi sul discorso della scienza. Ma…

Sono secoli che il discorso della scienza pretende di dirci cosa è bene e cosa è male, cosa è possibile e cosa non lo è, cosa esiste e cosa non ha esistenza. Ha partecipato alla devastazione del mondo in prima fila, e oggi se ne vuole il salvatore. Razionale è bene, irrazionale è male. Reale è ottimo, irreale è pessimo. Cambiare il clima, ma non l’atmosfera capitalista. Consumare di meno, ma si produca, si produca, si produca. Certo è che nessuno scienziato vi dirà mai che ciò che si sta estinguendo è la nostra capacità di sentire, la nostra capacità di ascoltare il silenzio senza la quale non possiamo godere della musica, la nostra possibilità di compiere gesti che mutano la percezione di che cosa siamo, la nostra capacità di pensare a cosa potremmo essere al di fuori delle proiezioni e dei simulacri che costituiscono l’intero paesaggio della vita umana sulla terra. Sappiamo bene di incorrere in una incomprensione generale, tuttavia quello che vorremmo dire è questo: in via di estinzione è innanzitutto la nostra anima. Ne segue una desolazione totale.

Ogni discorso sulla “crisi ambientale” non ha alcun senso se non riusciamo a pensare questa origine sempre contemporanea dell’errore devastante che è l’Occidente. Riparare il mondo e riparare le nostre anime sono la stessa identica cosa.

β}Come spesso è accaduto per i concetti che muovono l’Occidente, anche l’ecologia è qualcosa che allo stesso tempo è il prodotto e la produzione di una confusione, un errore che ne ha prodotto una serie che arriva fino a oggi, quando questa parola ha guadagnato nel senso comune un significato in buona parte alieno a quello datogli dall’inventore del termine, il biologo Ernst Haeckel nel 1866. Oggi infatti il termine ecologia è usato comunemente per indicare, più che un ramo della biologia, la “difesa” della natura in ogni sua manifestazione, o ancora meglio la protezione dell’“ambiente”, altra parola foriera di equivoci, dalle azioni dell’uomo. In fondo, nel discorso ecologista dominante non c’è una gran differenza tra “difendere la società” e “difendere la natura”. Per questo sentiamo sempre quell’odore inconfondibile di guerra che quel “difendere” porta con sé. Noi diciamo che bisogna opporre l’uso della natura alla sua difesa.

La prima confusione dell’ecologismo probabilmente risiede nel fatto che sottintende l’esistenza di un unico e solo mondo, mentre un altro iniziatore dell’ecologia in quanto scienza biologica e che ha avuto una grande influenza sulla filosofia contemporanea, il barone Jakob von Uexküll, aveva già avuto modo di mostrare che, invece, ciò che esiste sono i mondi, ognuno con un proprio regime di percezione. Il barone estone arrivava buon ultimo, certamente, considerato che i mistici hanno sempre saputo che esiste ben più di un unico regime di percezione e di presenza. In realtà è proprio questa credenza, la quale vuole che esista un solo mondo per tutti i viventi e una sola forma di presenza al mondo per tutti gli esseri, ad essere stata una tra le cause scatenanti di quella che oggi viene chiamata “crisi ambientale”. È la crisi della presenza del mondo, che così viene evocata.

Tuttavia, è estremamente significativo che Haeckel abbia coniato il nome unendo due parole greche, oikos (casa) e logos (discorso),cosa che ci fa immediatamente comprendere che dire “crisi ecologica” significa nient’altro che dire “crisi dell’abitare”.  Ma l’etimo di ecologia indica anche la sua stretta parentela con un’altra parola-baluardo della civiltà occidentale, quella di “economia” ovviamente. L’ecologia, per dirla con le parole stesse del vecchio biologo, non è altro che “l’economia della natura”. Ora, dobbiamo immediatamente precisare che non si tratta solamente, anche in questo caso, dell’economia nel senso divenuto comune, cioè di ciò che concerne la merce e il mercato, ma va intesa nel suo senso proprio di strumento del governo. Nell’idea di Hackel l’ecologia è la scienza che si occupa dello studio delle relazioni di un animale o specie vivente qualsiasi con il complesso organico e inorganico che lo circonda, con quello che è il suo ambiente appunto, parola che significa, secondo la sua etimologia, “quello che sta attorno”, cosicché l’ambiente viene immaginato sempre come qualcosa di “esterno” al suo soggetto (per cui gli ambientalisti sarebbero coloro che difendono questa esteriorità che sarebbe “la natura” dalle azioni umane). Questa “cerniera” tra dentro e fuori, interno ed esterno, è propriamente ciò che deve essere governato e che appare invariabilmente in tutti i discorsi ecologisti, anche quelli più radicali. Anche per questo definizioni come “ecologia politica” o “ecologia sociale” sono fondamentalmente degli errori, gli aggettivi vi appaiono come un inutile rafforzativo, poiché se è vero che non esiste nessuna economia che non sia immediatamente una politica, così deve valere per l’ecologia. La politica è la gestione del conflitto e infatti l’inventore dell’ecologia, nel definirla, non esitò a metterla in stretta relazione alla teoria darwiniana della “lotta per l’esistenza”. E dunque. In quanto condividiamo la diagnosi della crisi di civiltà, non siamo affatto certi che quella ecologica debba essere una lotta della politica, siamo propensi a pensare invece sia una lotta contro la politica. Anche per questo, ci poniamo a distanza tanto dell’ecologia politica in generale, che è giusto un ramo del marxismo, che di quella specificamente italiana che sembra oggi animata principalmente da uno strano mélange che potremmo derubricare come fricchettonismo-postoperaista. Un’altra economia non guarirà il mondo dall’economia.

γ} Ciò che si vorrebbe anche far notare infine è che, non per nulla, i contadini e coloro che hanno vissuto ai margini della civiltà industriale non sono mai stati ecologisti o ambientalisti. Non hanno vissuto come vi fosse una netta cesura tra loro e la natura, semplicemente perché ne venivano attraversati tanto quanto la attraversavano. I contadini non avevano un ambiente, ma una forma di vita. L’ecologia nel senso moderno di “difesa della natura” è, integralmente, una ideologia cittadina, praticata da chi vive nelle metropoli, pensata da chi vive in una condizione acosmica: ecologista è prima di tutto la protesta del disperato che si accorge di non avere un mondo ma, al limite, un ambiente. La fine della civiltà contadina è, storicamente, la nascita dell’ecologia come difesa e salvaguardia della “natura”. Se non partiamo da questa semplice evidenza ogni lotta contro la degradazione dell’esistenza è inficiata in partenza da un falso discorso. Gli ecologisti conseguenti diremmo allora che sono quelli che, più che difendere qualcosa, lottano per tornare ad avere un mondo, per ricosmicizzare l’esistenza. È questo il loro divenire rivoluzionari. La disperazione del cittadino metropolitano può così trasformarsi, nel caso più felice, in ostilità verso l’ambiente nel quale si è trovato a dover vivere. Positivamente essa si svolge nello sforzo di concepire altri modi di vita che entrino in relazione con le forze e le energie a cui la metropoli fa da schermo. Il mondo dell’ecologia non è l’Eden, ma il giardino devastato.

Il problema che hanno di fronte coloro che si pongono la questione ecologica non consiste in altra cosa dall’operazione contenuta nell’etimo generico della parola, l’economia cioè. Il cittadino ecologista deve allora intraprendere una via che lo porti a spogliarsi tanto della cittadinanza quanto di questa equivoca definizione di ecologista, in quanto la sua opera ha senso solamente se si rivolge contro l’economia, destituendo il governo in ogni sua accezione. Distruggere l’economia è il solo modo di tornare alla dimora naturale. È così che schegge cosmiche si sprigionano da ogni gesto destituente diretto verso l’ecologia e il suo mondo.

 

…IN SILVIS

È così che quelle stesse schegge cosmiche potranno forse riportarci alla nostra dimora naturale, nelle silvae.

Le selve, le montagne, le terre selvatiche e impervie che sfuggivano alle geometrie ordinate erano i luoghi dell’incivilitas, nei quali i Romani vedevano l’impossibilità della civilitas, della città.

È quindi proprio in questi luoghi, in ciò che di essi rimane, nonostante tutto, fuori o ai bordi della civilitas, che forse possiamo ancora ritrovare brandelli della nostra anima silvana: dispersi, sparuti, smarriti. Questi luoghi erano quelli della barbaritas, da dominare e tramutare  in luoghi funzionali alla città e alla sua economia; ma erano, nello stesso tempo, luoghi colmi di mistero, dove lo spirito della natura obbligava l’essere umano a confrontarsi con i propri limiti. Terre sacre per Plinio, che non si potevano ferire, tagliare, scavare senza commettere sacrilegio perché in essi dimoravano le divinità, erano porte all’Ade o al Tartaro, terre nelle quali lo spirito umano si fondeva con il mistero.

Ecco allora che Iter in silvis potrà forse aprire dei sentieri verso la nostra dimora perduta, là dove umanità e mondo non sono ancora scissi, là dove possiamo vivere l’eterno ciclo di vita, morte e rigenerazione, “esposti alla estatica visione della zoé.

Dea madre uccello, Cultura Vinca, Balcani, ca. 5000 a.c

 

Uno di questi sentieri riteniamo possa essere la vita contadina.

“La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza , per esplodere di tratto in tratto; e la crisi mortale si perpetuerà.”

Carlo Levi scriveva queste parole nel suo Cristo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, vent’anni prima che si perpetrasse il genocidio dei mondi contadini della nostra penisola, genocidio culturale, e quindi linguistico, puntualmente registrato e descritto da Pasolini nei suoi attacchi, in pieno boom economico, all’ideologia dello sviluppo.

Il plurale “mondi contadini” è dovuto nel parlare di una forma-di-vita strettamente connessa al luogo, ovvero alla terra, che abita e lavora, soprattutto in un paese come l’Italia che vede convivere al suo interno bio-regioni estremamente difformi tra loro per clima, morfologia e storia.

E parleremo di mondi contadini, più che di civiltà contadine, perché riteniamo che nei loro orizzonti di senso siano sopravvissuti attraverso i secoli frammenti di quella incivilitas pre-romana e pre-greca, intrisa di magia, di compenetrazione tra visibile e invisibile, di riti misterici e di intima comunione con la madre terra. Sopravvivenze che per la loro difformità e dissonanza rispetto alla Storia dell’Occidente sono state periodicamente oggetto di persecuzione e sterminio.

Dagli anni Cinquanta le sirene delle fabbriche, come un piffero di Hamelin, hanno chiamato a sé le masse contadine depauperate dal latifondo, dalla mezzadria e da cinque anni di guerra totale: manodopera salariata per alcuni, soggetto rivoluzionario per altri, sogno piccolo borghese per se stesse.

Mentre si realizza l’esodo, o la deportazione forzata, delle masse contadine verso la fabbrica della città, le campagne vengono progressivamente trasformate in fabbriche a cielo aperto: è la rivoluzione verde. Nuove generazioni di trattori, di semi brevettati ai raggi gamma, di prodotti chimici all’avanguardia (diserbanti, pesticidi e fertilizzanti) privano i contadini rimasti sulla terra della loro forma-di-vita e li trasformano in agricoltori/imprenditori, operai specializzati dell’industria agroalimentare che vengono, al pari di tutti gli altri operai, separati dal prodotto, dal fine e dalla ragione del proprio lavoro. Essi diventano a tutti gli effetti esecutori materiali del loro stesso genocidio, in una competizione fratricida nel nome della produttività che vede, in un processo durato decenni, l’affermarsi del modello azienda medio-grande a discapito della piccola azienda agricola a conduzione familiare. Allo stesso tempo il lavoro agricolo da attività manuale che vedeva coinvolti uomini e donne in comunione tra loro, diventa quasi prerogativa maschile,  dell’uomo-macchina che a bordo di mezzi sempre più potenti ara, erpica, semina e raccoglie senza aver mai mescolato le sue mani con la terra. Avanti e indietro, avanti e indietro…per campi sconfinati.

E’ l’era della monocoltura, del conto-terzista, dei tecnici da consorzio.

Intanto, mentre quasi decade per esternalizzazione la figura dell’operaio e i centri storici delle città italiane diventano parchi divertimento per turisti e impiegati, (che poi sono la stessa cosa), ridisegnando se stesse sul modello degli outlet e dei centri commerciali che fioriscono come tumori nelle periferie, la campagna italiana diventa uno dei fiori all’occhiello del made in Italy.

A tal punto da divenire oggetto di esposizione spettacolare in occasione dell’Expo di Milano 2015, non a caso intitolato “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita!”. Per metastasi, nasce a Bologna F.I.CO: Fabbrica Italiana Contadina, un parco divertimenti del cibo in cui la campagna, già trasformata in fabbrica, viene assunta nel cielo del capitalismo con il contratto degli addetti allo spettacolo.

In questo scenario parrebbe scontato il ritenere morta e sepolta ogni possibile forma-di-vita contadina.

Eppure, a ben guardare, forse non è così.

Alla fine degli anni Settanta le campagne dovevano ancora finire di spopolarsi che già piccoli contro-esodi di persone muovevano dalle città per cercare un senso nella terra, una vita non più separata dalla propria forma. Quel contro-esodo continua, crediamo abbia avuto un incremento negli ultimi anni, ed è forse numericamente più consistente di quello che appare perché avviene il più delle volte in sordina, clandestinamente, nonostante i tentativi di assorbimento da parte dello Spettacolo, attraverso la retorica del ritorno alla terra cavalcata dai vari guru dello Show Food Admnistration.

C’è stato e c’è, da parte di molte persone protagoniste di questo contro-esodo, un esplicito e consapevole intento di diserzione: dalla polis, dall‘officium, dal governo. L’unico im-piego possibile diventa per alcune di loro un mi-piego, sulla terra, alle potenze naturali, aderendo al succedersi delle stagioni e provando a ricucire in questo modo la frattura io-mondo che dopo almeno venticinque secoli di disastri ha reso possibile l’esistenza di un discorso ecologico sulla difesa della natura come elemento separato dall’essere umano. Chi ha vissuto e sta vivendo questo contro-esodo non cessa mai di reimparare l’adesione alla potenza degli elementi, alle silvae, nella speranza che un giorno questa adesione possa tornare ad essere non più una conoscenza ma un intimo sentire.

Certo è difficile sottrarsi alle reti del Grande Pescatore, che cercano di catturare e assorbire ogni gesto di diserzione nella macchina dello Spettacolo o della Produzione, che poi sono la stessa cosa.

Ma nonostante tutto, nonostante il Grande Pescatore e le sue reti, è innegabile che sempre più persone abitano sulla terra, di terra e con la terra.

Incarnano una specifica forma-di-vita? È giusto nominarla? Se sì, come la nominiamo? E quale  potenza attribuire ai suoi gesti?

Questa è la questione che vogliamo portare alla luce.

Innanzitutto occorre sfrondare il campo da quei meri imprenditori agricoli che non portano con sé o che hanno rinnegato ogni residuo dei mondi contadini, né sono mossi da alcun intento di diserzione dalla realtà. Costoro coltivano la terra ma vanno al supermercato a fare la spesa, sono operai specializzati nelle monocolture, non mangiano del loro lavoro, non sono sulla terra, operano soltanto con essa: ci seminano coriandolo da esportare in Arabia Saudita o imbottigliano vini per vincere premi.

Tra questi la vecchia guardia dei trattoristi della rivoluzione verde, spesso figli o nipoti dell’ultima generazione di contadine/i, e i nuovi rampanti yuppies della green economy che cavalcano la moda del sano, giusto e pulito e che sono anche ecocompatibili con i fridays for future e i saturdays for fun.

Restano da considerare allora due grandi tipi di persone, naturalmente popolate al loro interno da mille sfumature: chi diserta dall’arruolamento metropolitano per abbracciare una vita di terra che non conosce e che deve apprendere dalle fondamenta, e chi è testimone, non sommersa, dei mondi  contadini che si dicono estinti, sopravvissuta al genocidio, tuttora vivente sulla terra e con la terra, nonché preziosa portatrice di una cultura materiale viva e di inestimabile valore.

Abbiamo forse assunto troppo frettolosamente e acriticamente come un fatto compiuto l’estinzione dei mondi contadini. Certo è innegabile che una loro specifica manifestazione storica si sia estinta e che le masse contadine non esistano più.

Così come nella marginale Arcadia durò fatica l’installarsi del modello ateniese della polis, differenze regionali e morfologiche hanno fatto sì che, in alcuni territori “barbari” e marginali, di questo paese, il processo di genocidio e deportazione sia stato più lungo e sia di fatto ancora in corso. Ma anche nei territori più colonizzati esistono residui, resti umani di quei mondi rimasti incastonati nei gesti quotidiani di quella specifica regola monastica che è la forma-di-vita contadina: alzarsi, accudire gli animali, innaffiare l’orto, sarchiare, scerbare, seminare, trapiantare, legare, potare, zappare, vangare, fare legna, accatastare, portare il grano al mulino, raccogliere, stivare, torchiare, impastare, travasare, imbottigliare, bacchiare, essiccare, trasformare, falciare, tenere acceso il fuoco, riparare, aspettare, accudire gli animali e coricarsi.

Esistono tuttora persone che sono nate e cresciute in un mondo contadino e che di quel mondo continuano ad essere impregnate, non lo hanno rigettato, sono rimaste sulla terra quando tutte, o quasi, andavano in città, e ci sono rimaste non come mere esecutrici dei dettami dei consorzi o delle associazioni di categoria e dei loro tecnici ma come contadine.

Queste persone dunque esistono e sono a tutti gli effetti delle sopravvissute che portano nelle loro mani ricurve dall’artrite un testimone di qualche migliaio di anni. Esistono contro la storia a riprova ulteriore della simultaneità di temporalità differenti del qui e ora. Spetta a chi ha disertato la metropoli per andare sulla terra da neofita saper accogliere quel testimone: nell’alleanza inattesa e non detta tra questi due tipi di persone continuano a vivere i mondi contadini di cui tutti, alcuni in buona fede, hanno decretato, con premura un po’ sospetta, la  morte.

È in quest’unione che riteniamo possa continuare a esistere una forma-di-vita contadina.

Come nominare altrimenti chi siede alla propria mensa davanti al pane del grano che ha seminato, all’olio delle olive che ha raccolto e al vino dell’uva che ha pestato?

Aveva ragione Carlo Levi, la morte che muore la “civiltà contadina” non cessa mai di compiersi.

E in questo modo sopravvive, non si lascia mai schiacciare del tutto, perché le braci sotto la cenere sono ancore vive, ardenti, pulsanti. Anche dopo l’esodo o la deportazione forzata. Le alimenta un profondo cumulo di legna raccolta in qualche millennio di passi nella foresta.

Non le hanno spente i padroni, il latifondo, i feudatari, la Chiesa, la distruzione dei boschi sacri, i consorzi agrari, i roghi dell’Inquisizione, i tecnici, non le hanno spente le facoltà agrarie, le facoltà non agrarie, la rivoluzione verde, i massacri, i piani quinquennali, le rivoluzioni, il boom economico, le fabbriche, la metropoli, le guerre, i diserbanti, i pesticidi, i supermercati, la grande distribuzione, lo spettacolo, il ritorno alla terra, la neo-epica contadina e le sue mappature.

Non le hanno spente perché la storia di quelle braci è molto più antica della storia dell’Occidente.

Esse ardono di un fuoco lontano e profondo, ardono dai fuochi dei villaggi neolitici non fortificati della Dea Madre, accesi nelle case/tempio nelle quali non c’era separazione tra sacro e quotidiano e la vita stessa era un lungo inno al mistero; ardono dai tempi del Giardino in cui Adamo ed Eva erano un tutt’uno con l’albero della vita, con la vita animale e quella vegetale.

Chi erano essi in fondo se non un contadino e una contadina che coltivavano il paradiso qui e ora?

Amanti” di Gumelnita, Romania, ca. 5000 a.c.

Se dunque può ancora esistere una forma-di-vita contadina si tratta di capire quanto i suoi gesti possano effettivamente ricucire quella frattura io-mondo che appare ormai insanabile, se possano in qualche modo indicare la via per un ri-medio al Grande Errore dell’Occidente uccisore, nel senso medico del termine di riportare equilibrio tra gli umori sconvolti del vivente terra umano.

Se per chi compie quei gesti una possibile salvezza si manifesta a tratti come vivida sensazione, forse essi possono, in questa lunga eterna apocalisse, testimoniare l’esistenza di un possibile cammino per chi, nella metropoli in fiamme come in quella sinistramente avvolta da una “pace terrificante”, cerca di tornare alla sua dimora naturale.

È nelle sembianze di un lupo che Lazzaro, dopo il linciaggio consumatosi nella banca, abbandona la città nella sequenza finale di “Lazzaro Felice”: solo in quella forma, non più soltanto umana, una volta distrutta l’economia, potremo tornare a essere terra nelle antiche silvae mai consegnate alla civilitas.

Iter in silvis vagherà allora per l’inferno che ci è dato vivere, cercando di dare spazio e di far durare ciò che in mezzo all’inferno non è inferno, ma foresta.

“No volvemos a la tierra, volvemos a ser tierra”, Fulgencia Burgos, 2009, india della Puna Argentina