Falene XII e XIII

di Bianca Bonavita

XII. Sul conto di A.

Due parole sul conto di A.

Su di lei indugia l’inchiostro che sarà, ed è legittimo che si voglia conoscere qualcosa di più che una lettera puntata.

Se fosse F a doverne parlare forse scomoderebbe quell’angoliera dei liquori in cui aveva cercato per anni il suo gioco perduto e magari si spingerebbe anche a dire che A. era colei che aveva sempre amato in quel luogo indecifrabile del suo passato. Poi non saprebbe di certo come proseguire, per parlare di certe cose si deve essere degli eccellenti narratori e lui, in materia, è sempre stato piuttosto scarso.

Ma siccome non è F a doverne parlare, allora spetterà a chi scrive far presente che è legittimo omettere ogni ulteriore parola sul conto di A..

Semplicemente vi sono questioni che il bianco reclama a sé.

Quel bianco che siamo abituati a pensare come sfondo su cui corrono le belle lettere, ma che forse è la vera scrittura in rilievo, il vero testo da saper leggere, precipitato su un foglio nero a stemperarne l’oscurità, ad addolcirne il mistero. Se così fosse allora questi segni neri sarebbero solo scherzi del vento, squarci, chiazze insepolte dell’eterna notte a fare da paesaggio ad eleganti finestre di arabeschi. Allora sarebbero loro, queste colline bianche innalzate sull’oscurità, a serbare il rovescio di ogni libro, il suo autentico volto, là dove si affollano, scalpitano e scalciano tutti i significati, là dove resta scritto per sempre, a saperlo leggere, ciò che non è stato scritto, ciò che si è potuto non scrivere, ciò che ha scritto la mano che non tiene la penna.

È solo su quelle colline che possono trovare asilo gli amanti, è lì, che a saperla ascoltare, si racconta e si lascia raccontare la storia del loro eterno perdersi e ritrovarsi, la storia d’amore tra  A. ed F .

E al di là del bianco che reclama, in queste pagine ci si è fatti l’idea che A. non sia affatto il personaggio di una storia, un’astratta identità da mettere in scena, da rappresentare, da raccontare, ma che sia ancora persona, una maschera di legno a nascondere un volto, ad amplificarne la voce. E quando si ha a che fare con una persona, con un pezzo di legno che a forza di recitare si è fatto carne, con questa carne dimentica del suo essere maschera o fantasma, allora le parole arretrano, ammutoliscono. Non si può togliere ai fantasmi il loro ultimo velo.

Per questo A. resterà dietro quel suo punto franato come un sasso dalla cima innevata di un monte, come un mattone di troppo ai piedi di una piramide, un enigma in più tra gli altri da risolvere.

Sono certo che F mi ringrazierebbe per questo riguardo.

In quanto a lui le cose stanno diversamente, siamo entrambi dallo stesso lato della barricata, là dove nessun dialogo è ancora possibile. Egli non è più persona, né ancora personaggio, e se per caso si era fatto qualche illusione in proposito non me ne voglia per questo. Non ci sono punti ai suoi piedi a nascondere altro, non ci sono nomi, è soltanto lettera, una lettera morta che soffia e brucia il suo tormento.

XIII.  La stanza delle fotografie

Una porticina si aprì alle spalle di F.

I magistrati si dirigevano in fila verso l’uscita dell’Aula di Giustizia. Al loro passaggio tutto il pubblico in piedi li acclamava gridando e battendo le mani.

F sentì una voce maschile profonda e avvolgente provenire dall’oscurità oltre la porta.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

Perché la riaccompagno? F non ricordava di essere stato in una cella.

Ebbe appena il tempo di voltare lo sguardo e intravedere A. scomparire dietro un’analoga porticina che la voce ripetè il suo invito.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

F non potè far altro che seguire la voce.

Gli occhi si dovettero abituare all’oscurità per accorgersi della sagoma imponente del padrone della voce che camminava davanti a lui attraverso un lungo e stretto corridoio. L’uomo sembrava vestito da maggiordomo o qualcosa del genere, camminava impettito con un incedere che non ammetteva esitazioni.

L’oscurità del corridoio s’infittiva. F faceva fatica a stare al suo passo e a volte perdeva il contatto visivo con la sua sagoma.  L’idea di rimanere indietro anche solo di qualche metro non gli piaceva affatto. In qualche modo la sua presenza lo rassicurava.

Non c’era nessuno in quel corridoio a parte loro due. Dov’erano finiti tutti gli altri imputati? In che razza di tribunale era finito? Dove lo stava conducendo quell’uomo?

Camminavano ormai nel buio da una decina di minuti e l’idea di rimanere solo in quel corridoio iniziava ad atterrirlo. Non vedeva l’ora di arrivare alla sua cella.

All’improvviso un fascio di luce lo abbagliò per investirlo poi interamente. Quando riuscì ad aprire gli occhi l’uomo era scomparso.

Si trovava in una stanza luminosissima e senza finestre. Ai muri bianchi, come pitturati da poco, effettivamente c’era un intenso odore di vernice, erano appese delle fotografie. Al centro di una delle pareti la porta di un ascensore.

F si avvicinò alle immagini incorniciate e un brivido gli corse lungo la schiena. Erano tutte fotografie del suo passato, della sua vita precedente alla latitanza.

La prima che notò fu la fotografia del suo primo giorno di scuola, immortalato da suo padre sui gradini di casa nell’ombra del portico con il fiocco blu sulla divisa nera a sigillare il suo sacrificio, un raggio di sole a conficcargli un cuneo di tristezza tra il labbro superiore e l’occhio sinistro, la cartella nuova ancora profumata di cartoleria appesa alla mano destra con il suo carico di inganni e di matite colorate, il capo un po’ piegato come si conviene ad ogni bravo impiegato e un ritaglio di cortile illuminato di settembre alla sua sinistra che si perdeva oltre il bordo come si perdeva quel giorno, irrimediabilmente, la sua infanzia.

A volte nei ricordi, nelle immagini in cui si presentano i ricordi, fanno irruzione delle sensazioni provenienti da quegli istanti. Non arrivano ad essere sensazioni anche nel presente, restano come avvolte dall’involucro del ricordo, ma dentro a quell’involucro sono vive, palpitanti, e scalpitano per uscire.

Restò a lungo davanti a quella fotografia, fu invaso al petto da uno strazio caldo di invisibili tessuti; il bulicame dei teschi negli ossari sommessamente saliva i declivi della sua anima fino al groppo arido della gola senza mai poter sciogliersi in pianto.

Chissà se si stavano disfacendo bene i corpi dei suoi genitori. Sicuramente quello di sua madre era ad uno stadio più avanzato. Pare sia una cosa molto soggettiva. Dicono anche che chi ha assunto tanti farmaci si conservi più a lungo. Comunque fosse si augurava che tutto stesse andando per il meglio e che tutti gli elementi coinvolti nella faccenda stessero facendo la loro parte.

Perché tutta questa privacy riservata ai corpi in disfacimento e di contro questa promiscuità  di femori, tibie e crani negli ossari? Decomposizione privata e sgretolamento collettivo? Quale intimità, quale pudore vengono difesi e sigillati, prolungandone l’agonia, nel putrido prosciugamento delle membra, in quello scarto più o meno breve che intercorre tra la morte e l’oblio, tra i poveri resti e il reso, il residuo fisso?

Così a fondo i suoi pensieri vorticarono davanti a quella fotografia che quasi si dimenticò del processo, della cella, della stanza in cui si trovava e di tutte le altre immagini del suo passato appese alle pareti. Ancora turbato le scorse distrattamente.

C’erano le foto di classe scattate nel cortile della scuola, attimi delle vacanze trascorse coi suoi bravi amici ricevuti in dote alla nascita, il giorno della comunione vestito di bianco, lui al volante della sua prima macchina, alcune scene dalla festa di maturità, certi scatti ambiziosi che fece nel periodo dell’università e proprio di fronte alla fotografia del suo primo giorno di scuola, sulla parete opposta si avvide infine dell’istantanea di un fotografo a pagamento che lo ritraeva intento a discutere la sua tesi su Robert Walser: le mani rosa, lisce e incapaci, aperte nell’atto di gesticolare parole in cerca di un senso, il volto pallido, ammalato, di chi vive da sempre dentro scatole da scarpe in mezzo alla nebbia, financo un accenno di gobba per il tanto malamente sedere, e naturalmente il capo un po’ piegato, come si conviene ad ogni bravo impiegato, ad ogni Kraus in erba che si rispetti.

D’un tratto uno scampanellio lo distolse dai ricordi. Si voltò in direzione del suono. La porta dell’ascensore si era aperta. Una voce metallica lo invitava ad entrare. Non se lo fece ripetere, nonostante la sua fobia per gli ascensori. Era comunque preferibile al restarsene ancora in quella stanza abbacinante tra gli scatti del suo passato.

Lentamente la porta si richiuse dietro di lui.

C’era un solo pulsante da premere. L’ascensore iniziò a salire, almeno così gli parve.

Quando si fermò F si fece quasi prendere dal panico perché le porte tardarono ad aprirsi.  Tardano sempre troppo ad aprirsi le porte degli ascensori. Ma questa volta c’era un motivo. Prima di aprirsi la voce metallica doveva dare una comunicazione ad F.

– Bentornato alla sua cella impiegato F. Le auguriamo un felice soggiorno alla sua custodia cautelare. Verrà riconvocato a comparire per il giorno del giudizio.

Quando l’ascensore si aprì, F si trovò davanti uno spettacolo inatteso e tremendo: il suo ufficio.

C’è immaginario e immaginario…

di Mikel Dufrenne

Ancorché relegata a uno statuto per molti versi minoritario, l’opera di Mikel Dufrenne (1910-1995) costituisce una svolta per la filosofia francese del Novecento — in particolare per il suo interesse in un’estetica fenomenologica.

Ancor meno si sa dei consistenti risvolti politici di questa riflessione, che aprono a prospettive inedite circa il rapporto tra opera d’arte e azione sul presente. Il nodo cruciale tra questi due termini sembra risiedere nella nozione di immaginario che, insieme ad altri termini di più lunga fortuna, come il desiderio, costituisce una parola-chiave di quella stagione politica ed esistenziale.

Partecipe del Maggio ’68, nel saggio «Arte e politica» — di cui riportiamo alcuni estratti — il filosofo sembra parlare al nostro presente e alle sue aporie.

 

Traduzione di Andrea Giuliani

L’immaginazione al potere!, urlavano i muri nel maggio ’68. Fino a che punto il potere sia rimasto sordo a questo grido, lo constatiamo oggi dal profondo del torpore che regna su di noi. Eppure sono pochi i filosofi che oggi non riflettono sull’immaginario; per riabilitarlo? In realtà la tentazione più forte è quella di denunciarlo, innanzitutto, di scartarlo, di opporgli quella che ora si definisce rottura epistemologica — che potremmo anche chiamare rottura razionale. Perché? Perché l’immaginario è spesso associato all’irreale: il malato immaginario è colui che, appunto, immagina di essere malato e che non lo è realmente; per guarirlo da questa illusione, bisogna indurlo a sottomettersi al principio di realtà. […]

Guardiamoci intorno: tutto delira, in maniera spettacolare o discreta; non solo i sognatori, i poeti, gli schizofrenici, gli utopisti, ma i campioni della razionalità, gli accademici, i difensori dell’ordine. Ma non bisogna fare di ogni erba un fascio: se qualcosa di immaginario c’è nel rifiuto e nella repressione dell’immaginario — nel prete che brucia la strega, nel conservatore che denuncia il gauchista, nel filosofo che destina la presenza al non-senso —, non è dello stesso immaginario che si parla. È un immaginario che ostruisce invece di aprire, un immaginario teso e aggressivo come quello dell’avaro. […]

Che l’immaginario sia di destra o di sinistra, quale approccio scegliere? Dire che l’immaginazione non produce necessariamente dell’immaginario, o che l’immagine non è necessariamente immaginaria, non esclude che l’immaginario possa qualificare certe immagine, o essere imputato all’immaginazione. Si potrebbe dunque ripartire dall’immaginazione, su cui pure bisognerà tornare. Ma forse occorre partire da un certo atteggiamento nei confronti dell’immaginario — ovverosia dalla sua negazione, ispirata dalla sottomissione al principio di realtà. Potremmo altresì politicizzare la nostra ricerca osservando che questa negazione è ovunque legata ai poteri: niente di più pericoloso per l’ordine sociale e morale di un immaginario in libertà. […]

Eppure, basterebbe uno sguardo per allontanarlo [il principio di realtà] — lo sguardo che Cézanne getta sulla Montagne Sainte-Victoire. Basterebbe una parola, come alcune di quelle lasciate scritte sui muri nel maggio ’68: «Sous le pavés, la plage». È perciò che dobbiamo comunque porci la domanda: come restaurare l’immaginario oggi? Come conciliare il principio di piacere e il principio di realtà che la civiltà occidentale si è così accuratamente adoperata a separare? Come togliere le riserve che pesano sul fantasmatico, e tra i quali si iscrive forse la teoria dell’inconscio?

Ma c’è immaginario e immaginario, e questo fatto suscita un altro quesito: come evitare la perversione dell’immaginario? Come divenire folli senza adombrarsi nella follia? Come librarsi all’impotere senza sprofondare nell’impotenza? Come ritornare alla Natura senza abbandonarsi alla barbarie? Bisognerebbe forse meditare su questo ritorno all’immaginario (se non direttamente permetterlo), piuttosto che meditare sull’essere.

L’imaginaire, in Mikel Dufrenne, Esthétique et philosophie, vol. II, Paris, Klincsieck, 1976.

Stenti

di Vultlarp

Scomponiamo su tasti dolenti

la cantilena della resistenza

Solo di stenti, si resiste… ma prima o poi

Viene la resa. Non avrà fine il nostro subire

Il presente, quell’amore per noi tacerà sempre

Che dice prima «non subire»

e solo poi «non fare».

Imponiamo, ma come mani eretiche

Lo scialacquìo di ciò che siamo

Sperperiamoci il passato

Come i ricchi e i prodighi, come

un forziere da rivendicare

infinitamente, e infinitamente dimenticare.

Come un coltello sotto i panni…

Printemps

di Julien Boudart

ا.

Vi sono dei piaceri che accarezzano il ventre ma che assomigliano ai canti funesti delle sirene, e altri la cui gioia è senza rimorso.

Esiste una fine conoscenza degli effetti digestivi che non ha nulla a che vedere con la dietetica.

ب.

Il più semplice diletto può essere un tempio per lo spirito.

Nulla lo obbliga a essere la sua confutazione.

Alla forma castrata degli austeri che temono nell’estasi la sua perdizione, risponde naturalmente il bisogno panico di congedare lo spirito come un guastafeste quando avviene, infine, di trovare l’estasi o il riposo.

Piacere del vomito, serietà del dopo-sbornia.

ت.

Torniamo all’inizio.

La musica, gli spettacoli, hanno una funzione. Non c’è niente da guadagnare nel rivendicare l’inutilità delle arti, se non l’insignificanza.

Essi hanno una funzione, che è quella di produrre il mondo.

ث.

La vita è sogno.

Il mondo è un teatro.

L’ordine del mondo è musicale.

– Sono dei luoghi comuni.

Ma i luoghi comuni esigono ancora di essere compresi.

Se li si fa girare sulle proprie dita come dei prismi, allora il senso appare.

Sì, la vita è uno spettacolo che non ha bisogno di spettatori.

Sì, è «come il velo di un’altra vita, come il sogno di un dio».

Sì, la sorda esistenza del fondo della vita come un rumore, lieve e tuttavia inesorabile.

ج.

In certi momenti è necessario che suoni una certa musica perché il mondo possa toccare la sua sorgente. Senza musica adeguata, la figura del mondo impallidisce.

ح.

Non esiste il pubblico. Il concerto, lo spettacolo, qualsiasi cerimoniale, non si rivolgono a un soggetto o a un recettore preesistente; questo soggetto, precisamente, hanno il compito di produrlo.

خ.

Comporre della musica non significa disporre dei suoni; vuol dire disporre l’ascolto – così come il problema del dramma non è tanto quello di presentare delle immagini ma produrre una veggenza.

La musica, intesa in senso largo, è l’azione sulle disposizioni.

د.

Le disposizioni giudicano la musica.

ذ.

Per la sua virtù di rinnovamento, la musica dispone l’orecchio e lo spirito ad ascoltare la musica del mondo. Essa ha il potere di rendere gli uomini più presenti al mondo e a loro stessi e, fatalmente, quello inverso di spettralizzarli.

ر.

La musica si è sempre riunita attorno ai sovrani, come le farfalle della notte attorno alle lanterne. Non c’è niente di congiunturale in questo. Parlare di recuperazione sarebbe ridicolo.

Non c’è nessuna forma di potere che non intrattenga un rapporto stretto con il potere di disporre.

Da quando esistono gli Stati la musica è un affare di Stato, perché nella musica vi è qualcosa che è dell’ordine del governo.

ز.

La parola-feticcio, la parola-scettro di «cultura» è allo stesso momento una proclamazione insolente di questa catena di conseguenze e la sua negazione.

Un vocabolo così sovranamente neutro si trova solo nell’arsenale degli imperi.

Ogni volta che si parla di «cultura» si restaura un certo quadro rituale nel quale la questione delle disposizioni è già stata regolata a beneficio dell’ordine regnante.

Una parola è solo una parola. Detenere il potere vuol dire: rendere efficace il linguaggio.

س.

Così come le parole, le procedure tecniche sono solamente delle procedure tecniche; e la pianificazione non è mai una semplice pianificazione.

L’ostilità del mondo è innanzitutto ostilità dei suoi dispositivi. È un’ostilità tecnica e metafisica, inseparabilmente.

Una questione di regia generale, insomma.

ش.

È irrilevante opporre a tutta questa ingegneria efficace la dignità di un’impotenza o la purezza dell’intenzione. A magia, magia e mezza.

L’affinamento sistematico, la reinvenzione perpetua dei cerimoniali legati alla musica non è una vana ricerca.

Laddove regnano i dispositivi, solo un sapere musicale è un sapere che salva.

ص.

Fanno parte di un sapere propriamente musicale: il senso del conveniente, l’arte della disposizione, la chimica delle atmosfere, la scienza delle mutazioni, l’organizzazione del possibile e la messa a fuoco di questa organizzazione, il radicamento nella necessità, la padronanza delle gerarchie accidentali, l’arte di trasformare la forma in materia e la materia in forma, l’esperienza concreta della tensione che fa sussistere le cose nel loro essere, un certo tipo di fisica elementare.

Non è così raro il sapere pratico di queste cose. È, per così dire, il saper fare proprio alla corporazione musicale, in ogni tempo e in ogni luogo. La questione è: essa cospira per che cosa?

ض

Il maledetto deserto bianco è durato fin troppo.

Bisogna lavorare al disgelo.

Guai a chi porta il deserto.