Ciao Sandra…

Ciao Sandra…

Ha! so plötzlich Lebewohl zu sagen

All den lieben schöndurchlebten Tagen –

Doch – ich glaube – nein! ich bebte nicht!

»Freunde! spräch’ ich, dort auf jenen Höhen

Werden wir uns alle wiedersehen,

Freunde! wo ein schönrer Tag die Wolken bricht.

Dover dire a un tratto addio

A tutti i cari giorni vissuti in bellezza –

Ma – io credo – no! Non tremerei!

«Amici!, direi, là su quelle alture

Ci rivedremo tutti,

Amici! Quando un più bel giorno spazzerà le nuvole.

Friedrich Hölderlin

Con XM24, contro il nulla che avanza!

Qui e ora: Xm 24 è stato un crocevia di tante persone, esperienze, situazioni a Bologna. Ci puoi raccontare brevemente la sua storia e dirci cosa è oggi questo spazio e da quali anime è abitato?

XM24:  XM24 è uno spazio pubblico autogestito che da più di 17 anni è luogo di socialità e sperimentazione politica, artistica e culturale in Bolognina.

Uno spazio che quotidianamente è attraversato e vissuto da centinaia di persone per i suoi valori politici, laboratori, sportelli gratuiti, ed è in definitiva un mega-laboratorio politico e culturale.

Uno spazio che rappresenta la difesa della possibilità di un vivere “altro”, dove si vive e si decide in orizzontalità, dove non sono le leggi del profitto a far da padrone, dove non ci sono gerarchie, ma persone che collaborano e si autogestiscono. Fricchettone, post-operaisti, punx, migranti, reduci di Genova, poetesse, antirazzisti, autonome, postautonomi, femministe, tecnomani critici, libertarie e liberanti vari….

Qui e Ora: Il 29 giugno a Bologna ci sarà una grande manifestazione per difendere lo spazio Xm 24. Qualche tempo fa un esponente locale dal Pd ha definito Xm 24 “incompatibile”. Con cosa sarebbe “incompatibile”? Perché dovreste lasciare i locali del vecchio mercato ortofrutticolo?

XM24: Incompatibile con la deriva leghista che il PD ha anticipato. Incompatibile col modello finto partecipativo di cui si fregia l’amministrazione di questa città, perché oppone alla pantomima della progettazione partecipata un’autogestione reale e dal basso. Incompatibile con lo strisciante processo di gentrificazione di un quartiere storicamente operaio come la Bolognina, ora abitato da culture, etnie e comunità differenti, di cui si vorrebbe fare vetrina per una città sempre più “smart” a misura di ampio portafoglio. Dopo mirabolanti proclami (dal “ci faremo una caserma” a una fantomatica casa della cultura) dovremmo andarcene per l’unico progetto votato al successo in mezzo ad altri fallimenti speculativo-immobiliari: un cohousing per dieci nuclei familiari, sbandierato come elemento risolutivo all’annoso problema degli alloggi in città. Tutto il rispetto per l’esperienza cohousing ovviamente, che non contestiamo in sé stessa ma per l’uso strumentale che l’amministrazione ne fa. Se riuscisse vivrebbe in mezzo a un deserto di cantieri infiniti. Se non partirà mai, o partisse abortito, avranno distrutto XM24 lasciando il nulla; se ne vergogneranno perfino loro. 

Qui e Ora: Si ha l’impressione che Xm 24 rappresenti un baluardo di resistenza contro la gentrificazione integrale del vecchio e popolare quartiere della Bolognina, e che sia proprio questo a urtare l’amministrazione. Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta oggi Xm 24 per il quartiere Bolognina e per la città di Bologna?

XM24: Un pezzo di memoria caotica ma autentica dell’apertura alla diversità che gli anni 90 ed il 2002 poi, con la nascita di XM24, seppero portare nel concetto di “spazio pubblico” – oltre il “centro sociale”. Un attrattore di musica, arte, conoscenze, migrazioni, economie critiche e pensieri di liberazione. Laboratori più o meno costanti, popolari, aperti; nessuno sfruttamento ma lavoro volontario collettivo; modalità strane per eventi innovativi; la tenuta del senso di una assemblea orizzontale, mentre intorno il vivere politico non esiste letteralmente più. Un argine in continuo movimento e ridefinizione, ma stabile in un quartiere che – come detto -sta subendo uno snaturamento pesante, in una spirale verso il disastro che ben conosciamo…

Qui e Ora: Negli ultimi anni Bologna ha vissuto diversi sgomberi e ha visto soffocare sul nascere diversi tentativi di restituire all’uso comune spazi abbandonati della città.

Cosa muove per te/voi questa politica degli sgomberi?

XM24: La paura fottuta della vera forza alternativa dell’autogestione e della critica agita nel presente. Una politica di sussunzione (o il suo tentativo sbilenco) delle forme di autogestione reali, “rimessa a disposizione” della collettività di spazi ridicoli, una modalità imbarazzante di “uso indiretto della ruspa” (“se non parli con noi, di là c’è il baratro”).  

Qui e Ora: Le zone temporaneamente autonome sono destinate a camminare sospese su un filo tra due minacce: quella dello sgombero e quella non meno pericolosa dell’assorbimento. Come evitare di cadere nella trappola dell’assorbimento?

XM24: Diventando PAZ: Zone Permanentemente Autonome. Cosa significhi questo è proprio il progetto da rilanciare ora, nella crisi definitiva di liberaldemocrazie, capitalismo di sorveglianza ed incapacità totale di amministrazioni locali di liberarsi dal giogo di uno sviluppo finto, fatto di cemento, raccontini di progresso e cambiamento imposto dall’alto.

Qui e Ora: Può uno spazio come XM aiutare le persone a costruire forme-di-vita il più possibile sottratte alla megamacchina?

XM24: Assolutamente. L’assenza di delega significa riduzione a zero dello spazio fra parole ed atti, fine della finzione rappresentativa. L’autogestione è comprensione delle cose che si fanno; e farle. L’assemblearismo, con tutti i suoi limiti, è politico, diretto, intelligente. La proprietà non serve davvero a nulla: serve comprendere, criticandovi se stessi, l’uso delle cose e minimizzare gli impatti, in un sistema già allo sfascio. La cura collettiva è una società priva di autorità, ma capace di contropotere.

Potete trovare più informazioni e costanti aggiornamenti sul sito http://www.ecn.org/xm24/

CI VEDIAMO IL 29 GIUGNO IN PIAZZA A BOLOGNA, CONTRO IL NULLA CHE AVANZA! 

Foto di Michele Lapini

Che cos’è il pop fascismo?. Su La contre-révolution de Trump di Mikkel Bolt Rasmussen.

Questo articolo è uscito, in francese, sul numero 195 di Lundi Matin del 10 giugno 2019 in occasione della pubblicazione di un libro molto interessante che si spera possa essere pubblicato anche in Italia.

di Marcello Tarì

Dal paese in cui scrivo il libro di Mikkel Bolt Rasmussen La contre-révolution de Trump, appena tradotto e pubblicato dalle Editions Divergences, acquista il valore di una precisa immagine diagnostica del nostro presente. L’Italia, infatti, incarna oggi in Europa un punto di vista privilegiato per ciò che riguarda l’estrema destra di governo. Il ministro degli Interni Salvini, che appare se non il vero capo del governo italiano quantomeno il suo ago della bilancia, è la perfetta espressione del modello trumpiano che Rasmussen disseziona nel suo testo: il modo di rappresentarsi, le parole d’ordine, la polizia come mezzo principale del governo delle popolazioni, il disprezzo delle regole formali, l’uso spregiudicato dei social media, l’interventismo su qualsiasi cosa, il razzismo come pressoché unica arma di propaganda, lo polemica anti-élites, sono gli elementi che effettivamente unificano a livello globale l’azione politica dell’estrema destra di governo. I raid anti-immigrati dei piccoli gruppi neofascisti italiani sono ormai poco più che folklore rispetto all’azione governamentale che ha assunto in prima persona il compito di realizzarne i contenuti all’interno di un quadro perfettamente capitalista e sovranamente democratico. Tutta la vecchia retorica del vecchio neofascismo – gli eroi, i valori eterni, la comunità organica, la mistica antimoderna, etc. – al cospetto di questo fascismo ultracapitalista fa quasi tenerezza nel suo essere totalmente outdated. E questo vale anche per la retorica antifascista, ovviamente.

Dagli USA alla Francia, dal Brasile alla Polonia e dall’Italia all’Inghilterra, è andata formandosi negli ultimi anni un’internazionale ferocemente controrivoluzionaria che dispone di un’agenda, di una visione e di un linguaggio comune, cioè di una strategia globale. Tutte cose che fanno difetto alla moribonda sinistra ma che, bisogna dirlo, spesso faticano ad essere percepite come qualcosa di necessario anche dai movimenti antisistemici: da qui, uno dei motivi per cui il fasciocapitalismo sembra avere il vento favorevole ovunque.

L’aspetto più interessante del libro di Rasmussen non consiste però nel mostrare questa evidenza che è il montare di un certo «tardo-fascismo» ma, da un lato, nell’analizzare questa affermazione governamentale dell’estrema destra come parte essenziale di un processo di controrivoluzione mondiale, ovvero come reazione al ciclo di lotte del 2010/2011 – da Occupy alle Primavere arabe e dagli Indignados alle lotte degli afroamericani – e, dall’altro, nel non separare la questione del fascismo da quella della democrazia.

In particolare, la domanda alla quale credo questo libro aiuta a dare delle risposte, è la seguente: come è accaduto che la potenza dei movimenti e delle insurrezioni che hanno percorso il globo nei primi anni dieci del nuovo millennio, appare essere stata prima travolta e poi in parte addirittura sussunta dall’ondata nera che sommerge ogni dove?

Il fatto che l’autore, oltre che un militante comunista, sia uno storico dell’arte non è estraneo alla sua capacità di interpretare la nuova estetizzazione della politica come parte essenziale dell’affermazione del fascismo social che impesta il mondo. Si veda in particolare il capitolo Politique de l’image, dove si arriva a questa conclusione: «L’immagine non è più solo un medium, ma è divenuta la materia stessa della politica» (p.53). È un tipico errore della sinistra, invece, quello di guardare alla apparente rozzezza dell’operazione mediatico-estetica della estrema destra pop – se Trump usa i modelli del divertimento televisivo, Salvini utilizza quelli della conversazione da bar o da ultras di calcio – con gli occhi del moralista, credendo di essere più intelligenti, più raffinati, più civilizzati e in fin dei conti più «belli» dei vari Trump, Salvini, Orban o Bolsonero, invece di pensare a una radicale politicizzazione dell’estetica come ad un’arma imprescindibile nella configurazione dell’attuale conflittualità storica.

In una lettera che Karl Korsch scrisse a Brecht si diceva che, al fondo, la Blitzkreig nazista non era altro che energia di sinistra compressa e scaricata altrimenti: quell’energia che ancora durante gli anni Venti pareva diffondersi e spingere verso un’Europa dei Consigli, dieci anni dopo era stata piegata e si trovò così ad essere utilizzata dai suoi avversari, i quali lanciarono la classe operaia mondiale in una gigantesca e fratricida «battaglia di materiali» che non poteva prevedere altro termine che l’annientamento materiale e spirituale della classe operaia in quanto tale e perciò la sconfitta di ogni prospettiva rivoluzionaria novecentesca. All’epoca del tracollo lo stesso Walter Benjamin dovette registrare, con grande sconforto, che i fascisti sembravano comprendere meglio della sinistra rivoluzionaria le leggi che regolano le emozioni e i sentimenti popolari, affetti che ancora oggi vengono trattati dalla sinistra di ogni genere con sufficienza quando non con disprezzo, e alla quale si preferiscono sempre gli argomenti «razionali», di «buon senso», «progressisti», «civili», cioè tutto ciò che non solo non convince ormai nessuno nelle classi popolari ma che, anzi, ottengono l’effetto contrario, cioè quello di farsi odiare ancora di più.

È così che accade che Trump abbia «infatti recuperato parzialmente l’analisi di Occupy sulla crisi finanziaria e il salvataggio delle banche» (p.43), che in Italia l’odio popolare verso la «casta» sia stato catturato e gettato nella guerra contro i migranti, gli zingari e le «zecche» (così sono soprannominati in Italia gli attivisti dei centri sociali), il tutto con lo sfondo dell’ovvio disprezzo che tutti provano per le istituzioni dell’Unione Europea che, in mancanza d’altro, viene trasfigurato nel «sovranismo». In Brasile la corruzione della sinistra, il suo credo economico, la sua presunzione di saper governare meglio il capitalismo, nonché la sua diffidenza cronica verso i movimenti autonomi e, ça va sans dire, la sua vocazione antirivoluzionaria, hanno consegnato il paese a un boia del calibro di Bolsonero. Esempi del genere se ne potrebbero fare per molti altri paesi. I movimenti, a loro volta, hanno mancato il kairos in cui trasmutare la propria potenza in forza rivoluzionaria e buona parte di questa forza adesso si ritorce contro loro stessi. Possiamo dunque ricavarne una sorta di legge politica che ci riguarda in prima persona: nei periodi di grande mutamento ogni errore di interpretazione, ogni errore di sottovalutazione, ogni mancanza di coraggio, ogni esitazione nel portare a compimento un evento dalla potenzialità rivoluzionaria, viene pagato nei termini di un accrescimento di potenza del nemico, ovvero del fascismo. Corollario di questa legge è che bisogna farla finita con qualsiasi affetto sinistrorso che ancora alberga dentro di noi.

Un altro importante elemento che Rasmussen richiama all’attenzione è quello che vede come Trump, di fronte e contro la gioventù metropolitana di Occupy e agli afroamericani di Black Lives Matter, abbia saputo mobilitare gli operai e gli impiegati bianchi che vivono fuori o ai margini dalla metropoli e che hanno subito i colpi più duri della crisi economica iniziata nel 2008. In questo modo «Trump compie una contestazione della contestazione, il cui obiettivo è quello di respingere violentemente la possibilità di cambiare il sistema da cima a fondo» (p.41). Così è accaduto che in molti paesi la giusta rabbia contro la metropoli è stata sussunta e utilizzata da coloro che le metropoli le controllano da sempre. Non possiamo più permettere che questo accada ancora e perciò un altro corollario è che bisogna farla finita con questo illusione che coltiva la sinistra sulla riappropriazione della metropoli o sulla sua gestione alternativa: la metropoli è irriformabile, inabitabile e presa in un divenire-fascista ormai evidente a chi vuole vedere la realtà.

Pensando infatti alla Francia dei Gilet Jaunes e alla loro vocazione contro-metropolitana, è un vero capolavoro quello di essere riusciti ad evitare una manovra simile a quella trumpiana o salviniana, anche se non si può dire l’ultima parola: ancora una volta, anche per ciò che riguarda i Gilet Jaunes, la regola del politico vuole che se non si si porta l’attacco in profondità, con ogni probabilità sarà il fascismo a usare la forza accumulata dal movimento. Se Rasmussen racconta di come l’effetto Trump sia riuscito ad intervenire prima che la critica al razzismo strutturale da parte di Black Lives Matter si coniugasse alla contestazione del modo di produzione capitalistico in generale, in Francia bisognerebbe allora scommettere sulla combinazione tra contestazione sociale, spirito anti-metropolitano e critica ecologica, prima che i poteri possano tagliare la comunicazione tra queste diverse tensioni che, effettivamente, possono tanto divenire un concatenamento rivoluzionario ampio e dotato di una grande forza d’urto quanto essere detournate separatamente in altrettante potenze contro-rivoluzionarie.

Non possiamo dunque permetterci alcun ottimismo, anzi, come diceva saggiamente Benjamin, solo «organizzare il pessimismo» è in questi frangenti una ragionevole divisa politica. Una nuova avanguardia che coniughi l’ebrezza estatica della rivolta alla disciplina rivoluzionaria deve comparire e permetterci di «uscire». La sola arte che conti è quella dell’uscita, ci diceva infatti pochi giorni fa Marc’O in perfetto stile surrealista (sulla necessità di una nuova avanguardia si veda un altro recente testo di M. B. Rasmussen, After the Great Refusal, uscito non a caso insieme al libro su Trump). E credo che questa volta sarà un’avanguardia con le spalle al futuro e lo sguardo rivolto verso il basso.

Particolarmente importante nel libro di Rasmussen è la discussione attorno alla categoria di fascismo e alla sua attualità. Spazzando via tutte i falsi dibattiti che si muovono tra il dire che «è tornato il fascismo» e il «non c’è alcun Hitler o Mussolini, nessuna camicia bruna o nera che giustifichi una tale diagnosi», l’autore tratta il fascismo come qualsiasi altra corrente ideologica e quindi così come il socialismo, l’anarchismo o il liberalismo hanno una storia che li ha modificati nel tempo, oltre a possedere delle specificità locali e dei differenti modi di rappresentarsi, così è anche per il fascismo che, per altro, nemmeno tra le due guerre è riducibile ad un unico modello. Per cui alla svastica e ai fasci littori si sono sostituiti oggi il cappellino da baseball di Trump e le felpe di Salvini e invece dei ritratti del Capo mostrati negli uffici pubblici e nelle parate, le loro parole e i loro visi sono presenti su ogni tipo di schermo 24h/24. La sola costante storica fascista pare sia rinvenibile nell’appello a una immaginaria comunità originaria-naturale che si identifica nella nazione e quindi nel Capo che la rappresenta, in sostanza un etno-nazionalismo autoritario che esprime la volontà, ieri come oggi, di opporsi con ogni mezzo all’emersione di un movimento rivoluzionario che la faccia finita col capitalismo.

Al di là di tutto ciò e della profonda analisi dell’America trumpiana, Rasmussen ci consegna una riflessione cruciale sulla questione della democrazia: «Il fascismo non è il contrario della democrazia: esso emerge, cresce e trionfa nel suo seno, quando una crisi esige di restaurare l’ordine e di impedire la formazione di un’alternativa rivoluzionaria. Il fascismo non è un’anomalia, ma una possibilità inerente a tutti i regimi democratici» (p.134). Ecco perché tutti i tentativi di opporgli un fronte democratico antifascista, dai liberali agli anarchici, è destinato alla sconfitta. D’altra parte Giorgio Agamben aveva notato già alcuni anni fa che le leggi d’eccezione promulgate dalle democrazie a noi contemporanee siano anche più liberticide di quelle del fascismo storico, e gli stessi Trump o Salvini non esitano a definire se stessi come dei convinti sostenitori del sistema democratico (grazie al quale per altro sono stati eletti, come già Hitler nella repubblica di Weimar). E se è vero, come scriveva Mario Tronti, che è la democrazia ad aver sconfitto e annientato la classe operaia, non si capisce come ancora oggi sia possibile credere che una democrazia qualsiasi possa salvare la terra dalla catastrofe in corso. È per questo che Rasmussen conclude che la sola alternativa al fascismo è quella che punti a una destituzione della democrazia indissolubile da quella del capitalismo.

«Uscire, uscire e ancora uscire!» è la nostra sola parola d’ordine.

Falene capitolo XI. Ancora capi d’accusa

di Bianca Bonavita

Alcuni inservienti vestiti da pinguini spingevano, lungo lo stretto corridoio che separava le loggette degli imputati dalla balaustra che si affacciava sulla platea, un carrellino ricolmo di bottigliette colorate e di sacchettini luccicanti che distribuivano gratuitamente a tutti gli accusati.

Delle fantesche molto osé camminavano invece tra i banchi della platea spingendo carrelli da supermercato pieni di merci di ogni tipo da cui il pubblico attingeva senza alcun corrispettivo.

– Imputati di secondo livello! – Si alzò una voce dal pulpito.

F volse lo sguardo ai volti assenti che popolavano il secondo girone.

Non avevano alcuna intenzione di considerare degno di nota ciò che stava avvenendo attorno a loro. Soltanto qualcuno di essi si girò in direzione del pulpito, con disappunto, più infastidito che altro, come se quel rumore l’avesse distolto da ben più interessanti occupazioni, distratto da ben più importanti pensieri che formicolavano una manciata di centimetri più in alto.

A un primo sguardo pareva che la realtà fosse rimasta per loro soltanto un’interferenza di sottofondo a disturbare la personalissima esecuzione di una sconosciuta sinfonia.

La voce del magistrato che tuonava nell’aula apostrofandoli con irruenza doveva costituire per loro soltanto un lieve e quasi impercettibile incresparsi di questa interferenza.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di inutilità e di inservibilità. Siete accusati di non essere morti e di continuare a non morire. Siete accusati di vegetare non essendo vegetali. Siete accusati di non morire: alle spalle degli altri, dei vostri parenti e dello Stato. Siete accusati di non aver retto all’urto. Siete accusati di non avere tenuto a mente l’importanza della memoria. Smemorati! – a questa parola il magistrato puntò l’indice verso gli imputati del secondo livello – Voi siete accusati di esservi separati dalla vostra nuda vita e di averla abbandonata tra le braccia di qualcuno che si occupa ogni giorno dell’espletamento delle vostre elementari funzioni vitali. Siete accusati per questo non soltanto di aver abbandonato la vostra funzione ma di aver anche abbandonato ogni funzione. Siete accusati di non funzionare affatto benché ancora in vita. Questa è un’aggravante, sappiatelo! È una grossa violazione del codice. Soltanto ai morti da qualche secolo è consentito di non funzionare. Siete accusati di esservi scollegati dalla nostra realtà, che è l’unica realtà possibile e necessaria. Siete accusati di essere evasi. Ancora in possesso di più che sufficienti capacità di funzionamento, avete cessato di essere utili non soltanto al vivere civile ma persino a voi stessi. Siete per questo accusati di gravare come un pesante fardello sulle spalle della popolazione attiva. Siete accusati di inattività, di incomprensibilità, di incomunicabilità. Siete accusati di rifiutare il dialogo con le istituzioni. Siete accusati di essere dei fuoriusciti e di essere annegati nelle inondazioni della vostra coscienza. Siete accusati di non sapere più chi sono le persone a voi care e di non saper più chi siete voi, diffondendo in tal modo ondate di panico tra coloro che sono convinti di saperlo. Siete accusati di non avere più trovato la strada di casa e di essere scomparsi in un bosco o in una metropoli. Come attenuante si terrà conto che il vostro durare in vita ha consolidato vecchi posti di lavoro e ne ha creato dei nuovi.

A queste parole un boato di giubilo si levò dai banchi. Il discorso del magistrato risultò particolarmente gradito alla platea. I genitori distribuivano noccioline ai figli affinché le lanciassero contro gli imputati del secondo livello.

Alcune noccioline raggiunsero le gabbie.

F vide una donna molto anziana dai folti capelli bianchi e la carnagione scura raccogliere da terra una nocciolina e portarsela alla bocca sorridendo.

Forse c’era ancora speranza, pensò.

Ma ecco un’altra toga salire sul pulpito e iniziare la sua lettura.

– Imputati di terzo livello!

Se quelli del secondo livello si erano dimostrati refrattari anche solo a percepire le parole del magistrato, gli abitanti del terzo livello, non tutti a dir la verità, si mostrarono subito interessati e qualcuno parve ad F persino compiaciuto di essere finalmente al centro dell’attenzione. Molti erano tuttavia indaffarati in piccoli passatempi come piroettare su se stessi, ciondolarsi, sbattere la testa contro la balaustra, grattarsi o far oscillare con un dito un rotolino di carta infilato tra le labbra. Questi ultimi, almeno apparentemente, non ascoltarono una parola.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di tutti i capi d’accusa dei vostri sodali di secondo livello. Inoltre siete accusati di alcune aggravanti che andrò ad elencare. Siete accusati di essere nati. Siete accusati, non di aver cessato di funzionare anzitempo, ma di non avere giammai funzionato, ovvero dal primo disgraziato giorno che vi ha visto nascere fino ad oggi. Siete accusati di aver stravolto la vita dei vostri genitori dimezzandone il più delle volte la loro efficienza. Siete accusati di essere gli inutili per antonomasia. Siete accusati di dissociazione a delinquere e di assembramenti nevrotici non autorizzati. Siete accusati di costituire un pericolo per la salute pubblica e per la pace sociale. Siete accusati di propagare da sempre il vostro infestante rizoma tra la popolazione. Siete accusati di non avere mai avuto programmi o scopi, di essere socialmente incompetenti, psicologicamente fritti e fisicamente menomati. Siete accusati di avere sempre avuto un linguaggio inefficace e un cervello inservibile. Siete accusati di non essere normabili. Siete accusati di sottoporre a un rischio costante il fragile equilibrio dei normali. Siete accusati di disperdere azioni ed energie in gesti privi di senso o di utilità. Siete accusati, non di esservi scollegati dall’unica realtà possibile e necessaria, ma di esservene creata, fin dal principio, una diversa e personale a vostro uso. Siete accusati di essere scappati dalle cliniche, dai centri diurni o notturni lasciando perdere le vostre tracce. Come attenuante si terrà conto, come per i vostri sodali di secondo livello, che la vostra esistenza ha da più di un secolo assolto alla fondamentale funzione di creare fior di specifiche e rinomate professioni in plurimi campi del sapere e dell’agire. Si terrà inoltre conto che il vostro impiego negli ultimi anni in importanti ricerche farmacologiche o in noiose e ripetitive attività in cambio di una pacca sulle spalle si è rivelato molto fruttuoso.”

Non appena il magistrato terminò il discorso, dalla platea si innalzò un coro rivolto agli imputati del terzo livello: – Idioti-idioti-idioti-idioti…

Durò una decina di minuti.

Una buona parte degli idioti si unì divertita al coro e non era affatto chiaro a chi fosse rivolto il loro canto.

Ad F piacque pensare che stessero candidamente restituendo al mittente il pensiero ma non è affatto escluso che, edotti su un certo significato della parola, lo stessero invece abbracciando con orgogliosa convinzione.

Quando il coro cessò spegnendosi di schianto, un altro magistrato si alzò dalla sua poltrona e si arrampicò sul pulpito. Volteggiò l’indice sulla superficie del suo dispositivo elettronico e iniziò a leggere:

– Imputati di quarto livello.

F e A. si guardarono.

– Siete accusati di avere scelto la vostra latitanza. Siete accusati di diserzione, di aver abbandonato le trincee e i vostri commilitoni nel bel mezzo della battaglia. Siete accusati di tradimento e di alterigia. Siete accusati di essere dei voltagabbana. Siete accusati di aver eluso la sorveglianza. Siete accusati di avere deposto a vostro piacimento armi, penne, libri, telefoni, divise, tastiere, schermi, padelle, zappe, bisturi, forbici, pinze, pennelli, volanti, scope, cazzuole, cacciaviti, aghi, registri, eccetera eccetera, e di averli soltanto usati come mezzi. Siete accusati di non avere finito i compiti, di incompletezza, di incompiutezza, di aver lasciato in sospeso le vostre opere. Siete accusati di inconcludenza. Siete accusati di non esservi fatti prosciugare dal vostro lavoro, di non essere morti di lavoro, di non aver vissuto per lavorare, di avere infine trovato qualcosa di meglio da fare. Siete accusati di essere dei lavativi, dei recalcitranti e dei vagabondi. Siete accusati di contemplazione. Siete accusati di aver abitato dei luoghi inappropriabili e indicibili. Siete accusati di non esservi fatti definire dalle vostre rispettive attività. Siete accusati di avere volontariamente cessato di funzionare. Siete accusati di essere scomparsi senza aver lasciato un biglietto. Siete accusati di comunanze invisibili e di mondi paralleli. Siete accusati di avere detournato il vostro anonimato di ordinanza e di aver reso clandestina la vostra clandestinità. Siete accusati di aver compreso i danni dell’utilità e la fecondità del disutile. Siete accusati di aver indugiato a lungo e con gioia nel regno dell’indelibato. Siete accusati di aver rinunciato alla vostra sicurezza e alla vostra identità. Siete accusati di aver abbracciato la vostra precarietà. Siete accusati di invalidità volontaria. Siete accusati di esservi abbandonati e di aver abbandonato le vostre postazioni. Siete accusati di aver smesso di partecipare. Siete accusati di disimpegno. Siete accusati di assenza ingiustificata. Siete accusati di brigantaggio e di banda disarmata. Siete accusati di aver scelto il vostro esilio e di averlo chiamato felicità. Siete accusati di aver eluso sempre troppo a lungo la vostra cattura. Si terrà conto, come circostanza attenuante, dei vostri anni di servizio sotto forma di impiegati.

Sia F che A. avevano ascoltato con molta attenzione la lettura dei loro capi d’accusa. Nulla da eccepire. Benché le parole siano sempre un passo indietro rispetto alle cose non si sarebbe potuto tratteggiare con maggior facondia e imprecisione, indeterminatezza e dovizia di particolari, la natura del loro crimine.

Perché di crimine si trattava; avrebbero dovuto saperlo fin da subito, fin dal giorno in cui iniziò la loro latitanza. Non c’è latitanza senza crimine e non c’è crimine peggiore di chi non ha nulla per cui farsi incriminare se non la propria latitanza. Ma soltanto ora capivano quanto fosse inviso a certuni il loro puro darsi alla macchia.

Il solito bagno di applausi e di insulti seguì al discorso del magistrato. In molti tra il pubblico, specialmente uomini e donne di mezz’età, iniziarono a gridare “Giuda!” e “Vigliacchi!” alla volta degli imputati di quarto livello.

Quando nell’aula ritornò il silenzio un altro magistrato, il più pingue di tutti, salì sul pulpito. Non senza un certo affanno.

– Imputati di quinto livello.

Pareva davvero in ambasce.

Gli interpellati erano tutto orecchi. Non c’era alcun segno d’inquietudine sui loro volti. Erano uomini e donne dalle età più disparate. Durante la latitanza aveva sentito parlare di loro, ma non li aveva mai incontrati. Loro non si erano dati alla macchia, vivevano tra i Kraus. Si diceva che fossero angeli o piante reincarnate in esseri umani .

– Voi siete accusati di essere rimasti bambini e bambine pur essendo cresciuti. Siete accusati di esservi camuffati da adulti e di aver messo il naso in uffici per grandi. Siete accusati di esservi mimetizzati a tal punto con gli adulti da divenire irriconoscibili e indistinguibili. Siete accusati di esservi dissimulati senza simulazioni. Siete accusati di aver giocato con il fuoco. Siete accusati di avere conosciuto l’anima delle piante. Siete accusati di aver mantenuto fino al vostro prelevamento un ingiustificabile incanto per le cose. Siete accusati di essere al contempo dispotici e indifesi. Siete accusati di esservene sempre fregati di ogni identità. Siete accusati di essere portatori infetti del regno dell’incoscienza e dell’indifferenziato. Siete accusati di aver visto giraffe laddove c’era solo un pezzo di cartone e foreste dove c’era solo un ciuffo d’erba. Siete accusati di aver dipinto con le scope e spazzato con i pennelli. Siete accusati di aver continuato a nascondervi sotto la tavola sapendo benissimo che vi avremmo trovato. Siete accusati di essere un virus che si aggira tra la gente perbene. Siete accusati di scambiare volutamente capre per cavoli e lucciole per lanterne. Siete accusati di aver tradito il fine per vivere sospesi in un mezzo eterno. Siete accusati di continuare a bruciarvi le ali contro ogni lume che incontrate durante i vostri voli. Siete accusati di non partecipare ai nostri divertimenti e di giocare, per conto vostro o in compagnia dei vostri amici immaginari. Siete accusati di non fare la spia. Siete accusati di contaminare il buon senso, il senso, la responsabilità e il dovere. Siete accusati di non avere la testa sulle spalle. Siete accusati di poter fare solo quello che vi piace. Siete accusati di non poter sentire ragioni, siete accusati di testardaggine e di cocciutaggine. Siete accusati di vivere il presente. Siete accusati di portare con voi la memoria di una vita indivisa dalla sua forma. Siete accusati di non aver rispettato il tempo bambino a vostra disposizione, di aver fatto dilagare la vostra bambinaggine ovunque, inondando ogni spazio e ogni tempo che vi sono stati messi a disposizione. Siete accusati di non aver rispettato i riti di passaggio e i codici di comportamento. Siete accusati di essere un pessimo esempio per grandi e piccini. Siete accusati di essere imprevedibili e di costituire un grave pericolo per la stabilità di ogni situazione. Siete accusati, e questa è la maggiore aggravante a vostro carico, di non aver messo a disposizione questa vostra bambinaggine rendendola utile e proficua ma di esservi al contrario ostinati ad usarla per disattivare ciò che era attivo e per rendere inutile ciò che era utile. Siete accusati di aver svolto, tra la popolazione sana, un’azione costante di sabotaggio. Non ci sono attenuanti.”

Con una sola voce il pubblico levò il suo grido: “A morte! A morte! A morte!”.

Durò per un’ora, ossessivo e ipnotico, fino a un più alto grado di silenzio.