Antifascismo: un campo di battaglia

di Azione Antifascista Roma Est

 Una primavera che sboccia a singhiozzi ha donato, cosa rara per questa avara meteorologia, una delle sue giornate più luminose per il 25 aprile. Faceva caldo al mattino, mentre tanti si univano per dar vita alle iniziative che ogni territorio ha prodotto in occasione della giornata della Liberazione. Uno dei primi dati a saltare agli occhi è che l’adesione alle piazze è stata nettamente più alta degli ultimi anni, ramificandosi anche in realtà ormai ben poco avvezze alla celebrazione della lotta partigiana. Quello del partigianato, invece, è l’altro dato, forse quello più saliente, che disvela le tensioni reali che sottendono alla scena. Se da qualche tempo a questa parte il 25 aprile è stato ostaggio monolitico della retorica della memoria condivisa, della festa di tutti, della democrazia, dello Stato (manco fosse la parata del 2 giugno), delle lacrime commosse di fantasmi che un tempo furono giovani combattenti e ora solo testimoni immobili di un presente che ne rigetta il ruolo, quest’anno le fratture in seno alla società tutta, si sono rese palpabili e manifeste a partire proprio dal rigetto di quella memoria condivisa alla base del cerchiobottismo storico di questo paese.

Questo 25 aprile il ministro degli interni diserta la giornata, con evidente strizzata d’occhio a destra, mentre un vecchio manifesto di un tiepido partito socialista, riattualizzato per l’occasione, è stato spacciato per un manifesto profoibe, prova evidente dello spregiudicato odio antifascista, scatenando una canea mediatica e la successiva dichiarazione della Meloni di annullare il 25 in quanto festa nazionale poiché divisiva.

Tutti segnali di come l’asse destro dell’apparato istituzionale stia cercando di scrollarsi di dosso ogni tipo di memorialistica che possa ricordare vagamente una qualche legittimità della resistenza, dell’insurrezione o di qualsiasi forma di conflitto.

A fargli da contraltare ci sta quell’asse sinistro invece, dei partiti e delle istituzioni, ormai in piena crisi, che cerca di fare dell’antifascismo la sua grande crociata politica, dato che sui diritti sociali non ha più nulla da dire. Una retorica basata sul mito della Costituzione che ripudia il fascismo, sulla figura dei partigiani come adorabili vecchietti, per tessere le lodi della democrazia e del confronto, come se la guerra di liberazione si fosse combattuta a colpi di votazioni su Rousseau piuttosto che con le bombe a mano, come se il 25 aprile 1945 il CNL avesse convocato un happening filantropico invece che un’insurrezione armata.

Se questa è la voce dei grandi personaggi che affollano le cronache, il vero dato di questo 25 aprile è che moltissime persone, soprattutto ragazzi molto giovani, si sono riversate per le strade mosse dal desiderio e dall’esigenza di prendere parte, nel momento storico che viviamo, sotto il chiaro vessillo del partigianato. Così migliaia di persone in tutta Italia da Milano a Torino, da Genova a Roma, da Bologna a Firenze hanno deciso di celebrare la Resistenza non in un’ottica meramente memorialistica ma concependone un rinnovato significato estremamente attuale. Per parte nostra abbiamo potuto viverlo ed osservarlo dal quel di Roma Est con un corteo autonomo che ha superato ogni aspettativa: un corteo molto numeroso e partecipato ma soprattutto sentito. Non una vuota ricorrenza ma una consapevole presenza. Un corteo che ha saputo affermare la rinnovata importanza dell’essere antifascisti oggi, che attraverso slogan, musica, canti, simboli e parole d’ordine ha tentato di proporre un rinnovato immaginario per un antifascismo autonomo qui ed ora!

Per le strade di Centocelle e Villa Gordiani si sono intrecciati studenti ed abitanti, generazioni di militanti ben differenti le une dalle altre, seppure in una condizione di reciprocità ben assodata.

Tuttavia in questa reciprocità ci sembra di aver colto, in qualche sfumatura, uno scontro generazionale. Non si poteva non notare la differenza che intercorre tra i più giovani e la vecchia guardia: quest’ultima ripiegata nel suo ruolo, sui suoi schemi, le sue parole d’ordine che, concedetecelo, sembrano sbiadite; i primi, invece, nelle loro enunciazioni e parole d’ordine, solo in apparenza giovanilisticamente radicali, dimostravano invece una capacità più profonda di comprendere e mordere il reale. Allevati a pane e neoliberismo, questi figli della crisi, sembrano naturalmente più portati ad interpretare i fenomeni attuali e ad affrontare lo scenario presente rispetto ai più grandi, che, forse ancora troppo legati a certe posture ideologiche o a scuole politiche classiche, ci sembrano stentare nell’interpretare ed agire il presente.

È emerso così il primo barlume di un rinnovato antifascismo autonomo che inizia a sgomitare per conquistarsi il suo spazio e che non si è mostrato solo a Roma Est: si è infatti diffuso a macchia d’olio lo slogan Combatti la Paura, Distruggi il Fascismo con tutti i suoi derivati (come nell’esperienza bergamasca: Combatti la paura, Distruggi la Lega ) come, un po’ ovunque, si è adottata la figura di Orso, il giovane compagno fiorentino recentemente caduto in Siria, quale emblema di un nuovo sentirsi partigiani; essere parte attiva ed integrate di una comunità in lotta che travalica i confini.

Ci sembra che molte piazze italiane abbiano forato la narrazione tipica del 25 aprile, riportando a galla il suo significato reale, riscoprendone il valore conflittuale, il suo senso di guerra civile, di essere cioè una giornata che celebra la forza di una minoranza attiva e determinata dell’insurrezione contro la brutalità nemica. Non solo una ricorrenza dunque, ma un qualcosa che ci sembra vada reinterpretata per coglierne l’’indicazione rispetto al presente che viviamo.

Questo processo di risignificazione che ha investito la Festa della Liberazione o, perché no, dell’Insurrezione, si inserisce in una contesa più ampia e contraddittoria che si sta snocciolando quotidianamente, complice l’avvicinarsi delle elezioni europee che fungono da acceleratore dei processi, tra i media e le strade.

Lo scenario in cui il sovranismo, con tutta la sua cordata di populismi e neofascismi, è ormai forza politica maggioritaria mentre la socialdemocrazia (che ormai ha ben poco di sociale ed è tutta concentrata nella difesa dell’illusione democratica) cerca di contendergli brandelli di terreno per continuare ad esistere, brandendo le bandiere dei suoi migliori e vituperati ideali, è un contesto che si riproduce molto simile a se stesso a livello internazionale e che in Italia assume, più prosaicamente, il volto della contesa tra Lega e PD.

Ma la reale posta in gioco è quella di un’egemonia culturale necessaria all’azione politica, alla produzione di un immaginario che sedimenti differenti schemi nel sentire sociale, che diventino i canali entro cui si muoverà la percezione dell’opinione pubblica.

È per questo motivo che anche a Torino e Roma si è mossa una battaglia trasversale non sono tra destra e sinistra ma anche tra l’antifascismo democratico e di facciata e quello sociale e militante espresso dai movimenti.

Il tema del diritto e dei valori costituzionali, campo della socialdemocrazia, è quello che ha contraddistinto l’affaire del Salone Del Libro e dell’estromissione di Altaforte, casa editrice di Casapound, dalla fiera. Quella che è un’esposizione annuale quasi del tutto monopolizzata dai big dell’editoria, dove vigono assolute le regole del mercato, dove la cultura è poco più che uno specchietto per le allodole e chiunque sia disposto a pagare per esporre può essere il ben venuto, quest’anno è diventata il presidio della libera cultura che ha spinto sul piede di guerra tanto esponenti politici che artisti, scrittori e giornalisti. Eppure al Salone del Libro ci sono sempre state case editrici di estrema destra e nessuno dei suddetti ha mai storto il naso, né crediamo che tolta di mezzo Altaforte non ci siano altri fascisti dentro la fiera. Si pensi alla casa editrice Edizioni di Ar, di Franco Giorgio Freda, ex militante di Ordine Nuovo coinvolto in vari episodi dello stragismo nero degli anni sessanta e settanta, da sempre ospite al Salone di Torino, o alle case editrici più mainstream come Einaudi, Rizzoli e Bompiani, che non fanno che pubblicare, a scopo commerciale, tutti i pensierini di Diego Fusaro, divulgando in maniera sempre più massiva tematiche care ai fascisti di Casapound delle quali costui si fa portatore.

Allora appare chiaro che ciò che agita i sonni di quest’intellighenzia è che il campo della produzione culturale, che si voleva tradizionalmente a sinistra (e in alto), si è trovato contaminato dai fascisti, ma il libro/manifesto di Matteo Salvini pubblicato da Francesco Polacchi e presentato alla Sagra del Libro non è che una spia, il segnale di un processo di cui questi luminari prendono atto solo adesso, ma che è in corso ormai da vent’anni. Un processo che vede i fascisti continuare a produrre, proporre e vendere cultura e stili di vita laddove la sinistra, come i movimenti, hanno smesso di essere creativi e propositivi, e soprattutto attrattivi. Ora che il vento soffia in loro favore i fascisti si candidano al ruolo di detentori dell’egemonia culturale scalzando i cantori della democrazia liberale.

Su questa faccenda, che potremmo riassumere secondo la vecchia formula dello “scontro interno alla borghesia”, il movimento ha avuto ben poco spazio, se non con le prese di posizione di alcuni dei suoi pochi personaggi in vista. Tutto il contrario è accaduto a Casalbruciato, periferia romana, dove i compagni si sono trovati a contendersi la strada, il quartiere e l’ordine del discorso con i fascisti di Casapound.

Questo perché, avendo la sinistra istituzionale ormai da tempo abbandonato e spesso disprezzato questi luoghi lasciandoli languire nella crisi, sono le strutture organizzate dei compagni a portare avanti un discorso politico e sociale fatto di quotidianità ed internità alle strade e alle comunità degli abitanti dei quartieri più periferici. Ma a volte tutto questo non basta. Ogni territorio è dilaniato da micro-fratture che si fanno sempre più violente fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità ed è in questa guerra che i fascisti si insinuano combattendo e talvolta vincendo le loro battaglie.

Fare un picchetto sotto casa di una famiglia per mandarla via vuol dire per Casapound agire il tema della crisi abitativa come strumento di discriminazione razziale e amplificatore del discorso xenofobo, utilizzando lo slogan “le case agli italiani”, non solamente funzionale alle politiche del governo Salvini ma volto ad acuire ulteriormente una spaccatura nel tessuto sociale dei quartieri. Con questa retorica non solo si mascherano le reali responsabilità di un dramma che a Roma sembra irrisolvibile, responsabilità tutte bianche e italiane, ma è del tutto funzionale a generare un senso di comunità fondato sulla appartenenza identitaria e nazionale e al tempo stesso volta a produrre un’esclusione del diverso, su cui sfogare le frustrazioni presenti e le paure e insicurezze di un futuro che rischia di essere sempre più catastrofico.

La risposta antifascista autonoma dei compagni a Casalbruciato, per quanto non sia riuscita nel cacciare i fascisti, protetti in maniera evidente da un ingente apparato di polizia e sostenuti da una parte di popolazione locale, ha dato buona prova di sé riuscendo a dare voce a quella parte degli abitanti solidali di Casalbruciato che nei giorni precedenti era rimasta nascosta e silente rendendo egemone il discorso fascista nel territorio.

Quello a cui Casapound ha puntato non è stato effettivamente cacciare la famiglia rom dall’appartamento appena assegnatogli, né strappare di botto con quest’operazione il territorio alle forze che storicamente lo vivono, ma piuttosto, ed in parte ci sono anche riusciti, produrre un modus operandi e delle parole d’ordine in grado di fare breccia nel tessuto popolare delle borgate, offrire lo spauracchio dei rom e degli stranieri che rubano le case, per alimentare quel sentimento di paranoia diffusa di cui si nutrono e si fanno forti i fascisti, spezzando legami di solidarietà e resistenza e proponendo l’illusione di una comunità bianca e forte.

L’ultimo episodio su cui si è giocata una partita importante per le forze antifasciste romane è stato quello dell’università La Sapienza, dove Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace e uomo simbolo della politica dell’accoglienza italiana, è stato invitato a parlare in un convegno organizzato dal Dipartimento di Antropologia, innescando così il tentativo di Forza Nuova di guadagnarsi visibilità attraverso la contestazione di questo “nemico dell’Italia”, con un comizio organizzato proprio alle porte della città universitaria (da sempre luogo simbolo dei movimenti autonomi ed antagonisti).

Quel che si è prodotto nell’arco di poche ore è stata una mobilitazione molto ampia che, lanciata dai collettivi studenteschi, è stata da subito raccolta dalla maggior parte dei collettivi, delle organizzazioni e degli spazi sociali cittadini e che, a cascata, ha costretto prima professori e poi esponenti politici ed accademici più tiepidi a schierarsi contro la marcetta forzanovista.

La mattina di lunedì 13 maggio, mentre Roberto Fiore passeggiava a Castro Pretorio con 30 sodali, ad essere generosi, piazzale Aldo Moro era gremito di migliaia di antifascisti, anche qui, come nelle piazze del 25 aprile, perlopiù giovani studenti. Una scena che non si vedeva da qualche anno ormai in Italia. Ma, andando oltre l’agiografia delle nostre piazze, ci sembra utile sottolineare alcuni dati essenziali. Il tema antifascista è evidentemente centrale nel panorama percettivo di questo paese ed è in grado di attivare mobilitazioni molto ampie ed eterogenee laddove c’era ormai il vuoto.

Proprio questo precedente di vuoto rende le piazze che si producono scenari privi di impalcature ideologiche sedimentate e di equilibri assodati. Queste sono così terreno malleabile su cui si può agire, mettere mano, e chi più è pronto e capace di egemonizzarne la percezione è chi decide della forma tanto dell’antifascismo attuale quanto della capacità antagonista che viene.

L’assenza o forse l’immaturità di un ragionamento autonomo in merito, rende le forze rivoluzionarie poco pronte ad imprimere una certa direzione alla piazza, prestando il fianco alla sussunzione di queste forme all’interno del discorso democratico e garantista che disinnesca ogni possibilità di conflitto rivoluzionario. Così, ad esempio, la piazza della Sapienza, nata con l’intento di “respingere i fascisti con ogni mezzo necessario, perché dove ci sono loro non c’è libertà di espressione” si è spenta al grido di “siamo tutti Mimmo Lucano”, mentre ancora alcuni studenti più determinati erano intenti a difendere la piazza da potenziali attacchi dei fascisti o della polizia in loro difesa. Attenzione, per noi non è una questione di purismo né di feticismo della radicalità, tuttavia bisogna preservarsi dal tentativo sempre più pressante da parte della sinistra istituzionale e di tutto l’associazionismo ad essa legato di sussumere l’antifascismo, il suo valore rivoluzionario e di farne un brand da campagna elettorale per la difesa delle istituzioni democratiche.

La contesa tra sinistra e fascisti, adesso in Italia come altrove nel mondo, non è basata su di una divisione tra pro-sistema e anti-sistema, ma è una battaglia per chi deve essere a capo della controrivoluzione. Per questo, come è necessario disvelare la farsa rivoluzionaria dei fascisti del terzo millennio, è necessario non farsi abbindolare dal frontismo unitario antifascista della sinistra. L’unità, in qualunque forma si presenti, democratica di sinistra o democratica e fascista, è sempre un tema controrivoluzionario. È per questo che, per i rivoluzionari, la battaglia contro gli uni non può escludere quella contro gli altri.

Il problema dello slogan “siamo tutti Mimmo Lucano” sta proprio in questo, nell’appiattire la potenzialità di una mobilitazione antifascista autonoma per farla recuperare da chi invoca i valori dell’antifascismo al solo scopo di riguadagnare terreno in uno scontro tutto sistemico e funzionale al mantenimento dello stato di cose presenti. Allo stesso modo e per le stesse ragioni è problematico il protagonismo di Fassina a Casalbruciato che in prima fila, davanti alle telecamere, invoca la legalità denunciando i militanti di Casapound di apologia di fascismo (sic!). È problematica in questo senso, seppure per ragioni diverse, anche la dichiarazione di Christian Raimo sul Salone del Libro di Torino, che nel prendere le distanze dall’evento e nel dimettersi dal suo ruolo di consulente definisce il suo come un atto dovuto di “antifascismo militante”. Ora, per quanto la sua presa di posizione possa ritenersi anche apprezzabile e legittima (ci siamo già espressi sul merito del Salone del libro in sé, Altaforte a parte), occorre capire, oggi, che compiere volutamente o ingenuamente operazioni di risignificazione di certe parole, di certe categorie appartenenti alla storia e alla cultura dei movimenti autonomi. rischia di essere qualcosa di fin troppo pericoloso. In un’epoca in cui il conflitto sociale è quasi del tutto assopito, il processo di pacificazione sociale quasi interamente compiuto a livello europeo, fatta eccezione per la Francia dei Gilet Gialli, e l’antifascismo del XXI secolo ancora tutto da reinventare, anche dal punto di vista delle sue pratiche, associare l’antifascismo militante al gesto di Raimo, rischia di risignificare quell’insieme di pratiche dell’autodifesa antifascista, da sempre bagaglio dei movimenti autonomi ed antagonisti, svuotandole anche di quel minimo di legittimità che ancora esprimono a fronte di una totale stigmatizzazione. E ciò non tanto agli occhi dell’opinione pubblica quanto anche negli ambienti del movimento stesso.

È problematico, infine, anche il tentativo di sussumere la forza dei cortei autonomi del 25 aprile ed il loro tentativo di riscoprire il valore della Resistenza e di attualizzarlo. Non è un caso che la Repubblica, esaltando la composizione giovanile antifascista di quelle piazze, titolasse: “Migliaia di giovani alla ricerca della sinistra”.

Al contrario di ciò che si vuol far apparire, l’antifascismo, oggi, deve dotarsi degli strumenti necessari per combattere efficacemente il fascismo, inteso come un vero e proprio dispositivo governamentale che agisce a più livelli e per fare questo non può non smarcarsi anche da quei tentativi di recupero delle forze autonome e antagoniste per normalizzarle, quei tentativi di sussunzione della sinistra istituzionale, tutti a vantaggio di una contesa del potere con i fascisti.

In questo senso l’antifascismo, oggi, o è rivoluzionario o non è. E allora una domanda sorge spontanea: come si deve esprimere la forza, soprattutto giovanile, che abbiamo visto concentrarsi nelle piazze italiane nelle ultime settimane?

Come fare ad esprimere una forza antifascista e autonoma che sia una potenza contro il fascismo e al tempo stesso non si presti a divenire massa di manovra al servizio dei giochini politici di PD e affini? Per quanto sia complicato trovare delle risposte a questi interrogativi ci sembra a livello intuitivo che sia una questione di drammaturgia della piazza, la forma che essa assume, il modo in cui essa si relaziona con l’esterno, le sensazioni che essa riesce a produrre in chi la vive. Ci sembra cioè, ancora una volta, che la chiave di volta stia nella ricerca di un immaginario, un linguaggio e delle pratiche che efficacemente si oppongano a quelli fascisti e che al tempo stesso risultino scomode e irrecuperabili per la sinistra.

Il campo di battaglia è, insomma, quello dell’egemonia sulle percezioni e sugli orizzonti culturali che muovono la società, un terreno necessario a qualsiasi ipotesi rivoluzionaria e che non può essere disertato. È proprio qui la sfida su cui l’antifascismo può muovere in direzione vincente: la socialdemocrazia e i suoi alfieri sono caduti momentaneamente dal trono, non aiutiamoli a risalirci! È qui che possono essere scalzati: colpendo frontalmente l’immaginario ed il discorso neofascista, in un’ottica autonoma, antagonista e rivoluzionaria.

La verità sta nell’occhio che guarda, solo chi ha le giuste lenti può vedere il cammino.

Falene capitolo X. Reale e Spettacolare

di Bianca Bonavita

Tutto ciò che è reale è spettacolare. Tutto ciò che è spettacolare è reale.

Giunti qui occorre sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe essersi fatto largo durante la narrazione delle drammatiche vicende di F.

Allo stesso tempo si potrebbe anche dire che non v’è alcun bisogno delle precisazioni che si stanno per fare. Risulteranno superflue, quando non ridondanti o offensive. Ma ormai è troppo tardi. È già stato deciso.

La vicenda di F e tutto ciò che vi inerisce, a cominciare dall’ambiente che lo definisce e condanna, non ha nulla a che vedere con la finzione. Non c’è nulla di inventato e di fantasioso in questa storia. Né tantomeno di fantascientifico o di fantapolitico. Si tratta di una mera narrazione di fatti, una cronaca, un resoconto, un romanzo di verità. Non c’è nulla di distopico in questa storia , semmai soltanto qualcosa di dispotico.

I fatti si svolgono in uno spazio e in un tempo precisi: l’Italia d’inizio XXI secolo.

Tutto ciò che è scritto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Ogni cosa narrata è pura e semplice verità, esattamente così come è narrata. Non soltanto è vera la cosa in sé, ma anche il come della cosa. Anzi, soprattutto il come, visto che in fondo è  ciò che fa il cosa.

Come sempre, nella storia, è difficile individuare il momento preciso in cui le cose prendono irrimediabilmente una determinata piega. Ci sono correnti sotterranee che vengono da lontano, flussi impetuosi che agiscono nell’anonimato, e correnti superficiali alla portata dei nostri occhi. Ma ci sono anche massi imponenti che danno inopinatamente al corso delle cose una direzione imprevista, così come ci sono chiuse naturali tra le rocce che innalzando la pressione delle acque creano turbini di violenza inaudita.

È difficile individuare il momento preciso in cui la melma vischiosa che sommerge cose e persone ha iniziato a dilagare.

Si potrebbe dire che si tratta di una melma antica, un materiale inerte che sgorga dalla sorgente eterna del nostro ombelico. Una melma che riguarda ogni tempo e ogni paese.

Si potrebbe dire che la storia, ogni storia, è tutto un precipitare disastri, mattanze, persecuzioni, svuotamenti. Non è fiume la storia, ma cascata a dirupo, vortice irresistibile. Dirupa la storia, fracassando teste, vite, sogni. Dirupa senza fine verso il centro della terra, verso quel fuoco che finalmente la spegnerà per sempre.

Intanto, aggrappati a una radice sul vuoto, possiamo per passatempo anche guardarci indietro a cercare una spiegazione, a immaginare qual è stato il punto di non ritorno.

Alcuni lo vedranno lontano, nelle viscere dei secoli. Altri più vicino, in un fatto di poco conto. Alcuni lo riconosceranno in loro stessi. Altri punteranno il dito sulle grandi mattanze del XX secolo.

Altri ancora diranno che questa melma oleosa ha iniziato a zampillare gioiosa e rassicurante nei primi vent’anni che hanno seguito l’ultimo grande macello mondiale. Diranno che se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui le cose per F hanno preso la piega che hanno preso, bisogna risalire a una ventina d’anni prima della sua nascita, a quel dopoguerra di speranze tradite e di ingenuità perdute, a quella mutazione che ha cambiato i volti, i gesti, i luoghi, i linguaggi e i modi di essere di un paese intero fatto di mille paesi differenti annientati in un istante da un clic e da una bic. Diranno che bisogna risalire a quel miracolo devastante che ha portato i genitori di F in città dalla campagna nera che li aveva cresciuti.

Onesto e povero, di parola e pensiero lealtà,

Che cosa mai, Fabiano, ti portò in città? [1]

Da quel momento è stato tutto un precipitare colloso in questa melma sfavillante; ed è forse questa luce artificiale così dannosa per le falene, invasiva e onnipresente, a rendere speciale la melma che ha sommerso F, a renderla differente da altre melme più tangibili e antiche.

Da quel momento è stato tutto un ripetuto affondare ed essere inghiottiti da differenti sostrati di realtà. Sempre più degradati e degradanti. Sempre più mucosi e inafferrabili. Sempre più evasivi e fatui, spettacolari e vacui.

E a furia di affondare, perché di furia si tratta, di fretta impetuosa, di agitazione rabbiosa, si è perso il conto dei sostrati di realtà sotto cui ci si è adattati a sopravvivere.

Si vive così, dentro queste camere d’aria scavate nella melma, dentro queste cripte asfittiche, dentro questi cunicoli travestiti da scelte.

A volte si sentono sbattere porte e cancelli in un altro livello di realtà, o su un altro canale, o in una finestra lasciata aperta proprio sotto la cronologia.

A volte si aprono squarci su ciò che si credeva impossibile, su prigioni così angoscianti che subito con un dito si richiude la finestra, su verità così evidenti e sconvolgenti che si preferisce continuare a far finta che siano soltanto incubi o fantasie.

Come l’Aula di Giustizia in cui F è alla sbarra e i fatti che seguiranno.

Laddove non si deve credere che tutto è vero ma soltanto che è necessario, facendo così della menzogna una norma universale, in quello spazio e in quel tempo ogni cosa diventa reale, ogni cosa  diventa spettacolare.

Tutto ciò che è spettacolare è reale. Tutto ciò che è reale è spettacolare.

[1]Marziale, Epigrammi, I, 4, vv.1-2

Dieci tesi su Lazzaro felice come forma di vita

 di Gerardo Muñoz[i]

Lazzaro felice (2018) di Alice Rohrwacher è stato proiettato per la prima volta a New York lo scorso anno. Il vedere questo film, impietoso verso l’egemonia dell’ultima forma spaziale della nostra civiltà, cioè la metropoli, proiettato nel cuore della Grande Mela, provocava un senso di estraneazione. Il capolavoro di Alice Rohrwacher è stato frettolosamente ridotto a un semplice dispositivo estetico, ispirato dalla tradizione cinematografica: una bella reinterpretazione di Pasolini, Rossellini, De Sica e altri grandi nomi del cinema italiano. Non è una lettura del tutto sbagliata, ma è limitata, nella misura in cui la sua potenzialità si ritrova inquadrata da questa istituzione morente che chiamiamo “università”. Nelle tesi che seguono ne proponiamo una lettura alternativa. Una lettura che non è né concettuale né fondata su di una “analisi filmica”, disciplinare. Quello che proponiamo è piuttosto una costellazione d’immagini che permettono di leggere Lazzaro felice come un documento singolare che esprime quello che altri hanno chiamato “un comunismo più forte della metropoli”.

1. Lazzaro, in quanto è allo stesso tempo un personaggio del film e un ragazzo di campagna, si situa al di là di ogni idea di soggetto destinatario di un comando linguistico, poiché risponde solamente alla vibrazione di un nome. Ogni volta che sente il nome “Lazzaro! Lazzaro!”, egli si trova di fronte alla singolarizzazione del suo nome. Per tutta la durata del film, ogni volta che Lazzaro viene chiamato, lui si muove, si occupa di qualcosa, butta giù qualcuno. Ma ogni movimento deve essere compreso come qualcosa di irriducibile al fatto di obbedire a un ordine. In conseguenza, il nome anima il movimento immanente di un corpo. È per questo che Lazzaro è, prima di tutto, l’espressione del mistero del nome.

א Che cos’è un nome? Come disse il poeta spagnolo Leopoldo Marias Panero in un film sulla rovina della sua famiglia (El Desencanto, diretto da Jaime Chavarri, nel 1976): l’intero problema dell’esistenza dipende dalla separazione dalla legge del nome che abbiamo ereditato. Lazzaro, comunque, non conosce e non vuole conoscere l’eredità del suo nome. Lazzaro abita l’abisso inerente a ogni istanza di denominazione.

2. L’ascesa dell’egemonia di quella che oggi chiamiamo “Cultura” è in realtà il declino della trasmissione delle culture. I realia della cultura della vita contadina non sono cose che possono essere adottate e appropriate; sono meramente dei modi già esistenti. La cultura della fattoria Inviolata non coincide mai con la Cultura, è un puro modo: che sia bere un caffè, scherzare in una montagna di fieno o appisolarsi su di una sedia, guardare un bambino o correre all’aria aperta. Il discorso delle culture è nominare nel linguaggio: la cultura concreta è ciò che di cui non ci si può mai appropriare, ma che ha invece il potere di essere affettata.

א In un recente intervento dal titolo Il contadino e l’operaio, Giorgio Agamben nota il lento declino della cultura contadina: “noi sappiamo che la civiltà contadina non esiste più, che appartiene al passato. Negli anni in cui io sono nato i contadini costituivano ancora la maggior parte della popolazione italiana, ma la mia generazione li ha visti progressivamente e rapidamente scomparire. È un fatto che non cesserà di stupire gli storici futuri, che per far scomparire una cultura che, nelle sue linee generali, era rimasta inalterata per cinquemila anni, ci sia voluto così poco tempo. E non meno sorprendente è la facilità con cui ci siamo lasciati persuadere dagli imbonitori del progressismo che si trattava di un fenomeno ineluttabile – così ineluttabile, tuttavia, che curiosamente fu necessario per realizzarlo esercitare sugli interessati una violenza senza precedenti”.

3. Qual è lo statuto della religiosità per una comunità come quella dell’Inviolata? Senza alcun dubbio è una religiosità situata dal lato del profano: cioè qualcosa che non può essere compreso nell’orizzonte sacrificale di una filosofia della storia. Non è nemmeno di quel genere che si pensa in quanto parte della “superstizione popolare”, ovvero la sublimazione della relazione tra il soggetto e la realtà. In Lazzaro felice la religiosità nomina il mistero della relazione tra l’essere e il mondo e tra i modi del corpo e la Natura. Questa religiosità non è determinata dall’approvazione di una Ecclesia ma dalla distanza in relazione al mistero. Infatti, l’ululato del lupo nel film è veramente la figura della voce. Il mistero della voce è la regione in cui l’animale e l’uomo coincidono in quanto solo topos di ogni vera religione.

א Il poeta spagnolo José Bergamin in un suo saggio poco conosciuto, La decadenza dell’analfabetismo (1933), collega il vortice della voce al nodo della fede: “L’analfabetismo, che comincia ermeticamente con il suono, con la voce, con la musica, finisce con la parola, che è il patto ermetico per cui la musica si cambia con la luce (…) Nell’alba del pensiero immaginativo, del pensiero ermetico, si incontrano spiritualmente la verità, la luce e la vita: la poesia dell’analfabetismo cristiano”.

4. Il solo evento che accade in Lazzaro felice si rivela catastrofico: l’evento del trasferimento che è, allo stesso tempo, la distruzione della relazione modale tra la vita e il mondo. Una volta che la comunità dei contadini italiani è gettata nella metropoli, da cosa si trova separata? Non è solo una questione di proprietà dell’alloggio, della terra, dei loro strumenti di lavoro o del loro ambiente, cose che in ogni caso non sono mai state da loro possedute. (In una delle prime scene del film, lo spettatore scopre che la comunità dei contadini è in un debito monetario assoluto nei riguardi del loro padrone). I contadini sono espropriati della loro forma di vita. In altri termini, nella metropoli la vita smette di essere una vita integrale per divenire solamente una vuota forma per l’estrazione di valore. È l’essenza della metropoli: l’assolutizzazione del principio d’equivalenza generale fin nella vita stessa.

א Scrivendo al tramonto dell’età vittoriana, John Ruskin vide l’equivalenza come il principio fondamentale dell’“economia”: “il fine dell’economia politica è quindi quello di avere buoni metodi di consumo, una grande quantità di consumo: in altri termini, fare uso di tutto e usarne nobilmente; che si tratti di beni, servizi o di servizi che perfezionano i beni”.

5. Nella metropoli esiste una differenza sostanziale tra il cittadino e i ladri, nella misura in cui sono i due poli dello stesso dispositivo: nel soggetto del consumo vi è già sempre, in potenza, il soggetto del vandalismo, nella misura in cui si rapportano entrambe alla proprietà come una nuova forma di stregoneria. È quello che Lazzaro non può capire quando arriva nella metropoli: la famiglia, per essere “identificata” deve, in compenso, divenire una banda di ladri. Identificarsi nella polis, nella città, corrisponde sempre a questo dualismo della merce. Questa non è una nuova forma di trasformazione ma è antica quanto la nascita del capitalismo e che ha avuto la sua figura più rappresentativa nel personaggio spagnolo del picaro. Il picaro è allo stesso tempo il nuovo cittadino e il nuovo ladro. La metropoli non permette nessun altra forma di vita ma piuttosto questa assolutizzazione del consumatore. L’ascesa del consumatore marca la fine della potenzialità della forma di vita.

א Per quanto riguarda la figura del picaro Ernst Curtius costata, in Letteratura europea e Medio Evo latino, che il “realismo corrosivo del picaresco” elabora una nuova “mimesis economica” della “sfera sociale”. In questo modo, il picaro è la figura fantomatica che esprime le aporie dell’idea di “rappresentazione”: la crepa nell’economia che prende di mira la rappresentazione sociale.

6. Uno dei misteri del film è quello di sapere perché Lazzaro resiste all’invecchiamento. Non bisogna dimenticare che Alice Rohrwacher non voleva creare un film di fiction, bensì una favola. Sappiamo che la favola è il residuo dell’immaginazione che sfugge al tempo narrativo della Storia. Ancora più importante è il fatto che Lazzaro è un’immagine contro il potere del visibile. L’immagine è un frammento che contesta la metafisica del visibile, mentre ne articola il mondo e l’esistenza come un richiamo indistruttibile. La giovinezza di Lazzaro è la solitudine di una vita contro la miseria di un mondo assente.

א Nel suo corso sull’Estetica, Hegel scrive a proposito della favola: “le favole di Esopo, in effetti, nella loro forma originale, vengono considerate come una relazione o un evento naturale che implica delle cose naturali singolari in generale, spesso degli animali i cui istinti procedono dagli stessi bisogni vitali che muovono l’essere umano in quanto essere vivente. Questo rapporto o evento, considerato nelle sue caratteristiche generali, è quindi qualcosa che può accadere nel circolo della vita umana e solo per questo acquisisce un significato per l’uomo”.

7. Se Martin Heidegger affermò, con delle parole ormai celebri, che “l’essenza della polis non è politica”, noi potremmo tradurle oggi nella maniera seguente: “l’essenza della metropoli è sacrificale”. Uno dei grandi risultati di Lazzaro felice è questa capacità di comprendere gli arcani del dispositivo metropolitano. La morte di Lazzaro nella banca rivela l’articolazione nascosta tra il credito e l’esistenza umana che è diventata la maniera in cui si tiene in piedi l’egemonia della “società”. In questo senso, non è un caso che la sua morte sia provocata dal “popolo” invece che dalle autorità. Nella metropoli la banca diviene l’altare che permette la costituzione di una nuova liturgia popolare.

א Possiamo comprendere la metropoli come l’erosione della polis centrata sul Dasein. Come Martin Heidegger scrive nel suo Parmenide: “La polis è polos, il polo, il luogo (ort), attorno al quale gira tutto quello che appare ai Greci come cosa, ognuna alla sua maniera singolare”.

8. Quello che Lazzaro domanda alla banca sfugge alla logica dell’appropriazione, del debito, della colpevolezza e della retribuzione del soggetto. Al contrario, Lazzaro domanda l’annullamento del debito dei suoi vecchi padroni dell’Inviolata. Qui viene rivelato qualcosa del tutto unica e oscura: il potere spettrale della finanza non ha mai compreso l’importanza delle élite, poiché non ha mai avuto un senso del mondo né della distinzione amico-nemico. La nuova tecno-metropoli non distrugge solamente la relazione tra i contadini e il mondo, ma anche quella tra i contadini e i padroni. La visita di Lazzaro alla banca testimonia della crisi dei principi egemonici nell’interregno in cui viviamo. Essa ci insegna qualcosa sulla crisi antropologica di quelle che venivano chiamate le “élite politiche”.

א Moses Dobruska scrive nel suo prologo al libro di Josep Rafanell i Orra, Fragmenter le monde: “Da quando Reiner Schürmann l’ha rivelata in Dai principi all’anarchia, gli eventi non hanno mai smesso di confermare questa intuizione: viviamo in un tempo anarchico, nell’anarchia dei fenomeni. Questo vuol dire che nessun principio egemonico può ordinare dall’esterno ciò che accade. Ogni singolarità afferma il proprio ordine immanente. Ogni fenomeno parla la sua propria lingua. Ecco la particolarità comune a tutto. Il solo principio egemonico è che non ne esiste alcuno”.

9. La questione centrale del film è la seguente: perché Lazzaro è felice? È un santo? Il film dà una risposta grazie al lupo: Lazzaro è felice perché è un uomo buono. Ma che cos’è il “Bene”? Noi lo sappiamo, la metropoli liberale non ha alcuna idea del “Bene”, ma solo una giustificazione dei suoi effetti (ecco perché la metropoli e la polizia vanno mano nella mano). Lazzaro incarna il Bene al di là dei fini e delle giustificazioni: lui è i suoi gesti, le sue inclinazioni, le sue cadute, i suoi modi. Lazzaro è felice perché testimonia il mistero eterno di ogni forma di vita: la relazione tra l’esistenza e il linguaggio. Lazzaro è la vera vita che contempla se stessa in movimento.

א In questo senso Filone d’Alessandria, nel suo trattato La vita contemplativa, scrive che: “ogni città infatti, anche la meglio governata, è piena di rumore e di innumerevoli disturbi che non può sopportare chi sia stato attratto dalla sapienza. Al contrario, essi vivono fuori delle mura e in giardini o luoghi deserti ricercano la solitudine, non a causa di un’arida misantropia, ma poiché ben sanno che mischiarsi a chi è diverso per carattere è svantaggioso e dannoso”.

10. Come fare contro la metropoli? La nostra epoca è quella dell’esaurimento dell’egemonia e della resistenza contro-egemonica. Non v’è alcun dubbio sulla crisi dei “principi” e dei “fondamenti” dell’azione. Così, ogni tentativo di prendere le distanze dalla metropoli deve trovare un’uscita, un cammino di esodo, un luogo di riparo. Il daimon di Lazzaro (il lupo) è l’essere capace di trovare, con il suo ritmo, una via d’uscita dalla metropoli. Un esodo in relazione alla macchinazione delle apparenze appartenenti al sogno dell’egemonia; si tratta di un’altra maniera di insistere su quella che à stata chiamata una pratica della destituzione più forte della metropoli.

א Il pensatore italiano Marcello Tarì scrive in Azufre Rojo : el retorno de la autonomia como estrategia: “La categoria centrale dei tempi a venire è quella della destituzione. Contro le false pretese del potere costituente, che segue sempre il passo di quello costituito, il nostro compito consiste nell’elaborazione di un concetto di destituzione che risuoni con la nostra epoca. Destituire l’umano come forma d’astrazione significa ricrearci come esseri cosmici, come forme di vita che saranno anche forze della natura, sempre in comune e i cui modi saranno legati alle piante, agli animali, alla Terra e al cielo stellato”.

[i] professore alla Lehigh University, in Pensilvania, autore del libro in corso di pubblicazione For a posthegemonic politics (2020).

Diario in Rojava

 di Vittorio Sergi

 

19/04 Erbil – Iraq

La città di Erbil, Hevelar per i Curdi, ha una forma circolare e concentrica. Il primo cerchio è stato tracciato 6000 anni fa. Gli altri molto dopo e sono pieni di toyota bianche che sfrecciano. Sotto la cittadella antica mangio finalmente il primo pasto decente dopo due giorni in viaggio. Ogni volta che esco dall’Europa mi sorprendo di come la cucina popolare di strada sia incredibilmente superiore come qualità e sapore a quella industriale locale o di importazione che sia. Ovunque, e questo posto non fa eccezione, la modernità capitalista impone le sue gerarchie di valore e queste cambiano perfino il modo in cui una popolazione percepisce i propri gusti. E’ venerdì e le strade del quartiere del mercato si riempiono di venditori di animali di ogni tipo scesi dalle montagne e venuti dalla campagna che si stende appena fuori dalla cintura urbana, tra i campi petroliferi pascolano le pecore. Accanto a me un uomo di circa sessanta anni siede imperturbabile fissando da un’ora lo stradone trafficato fuori dalla finestra sporca dell’hotel. Non guarda un telefono né uno schermo di tv, come quasi tutti siamo abituati a fare. Il suo silenzio a capo di qualche minuto diventa estremamente intrigante. Non sono più abituato ad aspettare. Tempesto di telefonate l’autista perché voglio uscire, per andare dove non so. Andremo in giro come disperati per le strade trafficate e sporche di fango ascoltando Madonna sulla radio per mangiare una sfilza di panini con la carne in un locale fumoso e pieno di soli uomini. Il rumore del flusso continuo di auto è interrotto dal tintinnio dei cucchiaini nei bicchierini del chai. La televisione trasmette un flusso di cantanti arabe qualche chilo sopra lo standard occidentale, pubblicità di pannolini e spot nazionalisti sul fragile onore militare di Peshmerga.

20/04 Posto di frontiera di Semalka – Siria

Abbiamo attraversato per tutta la mattina a velocità preoccupante una pianura piena di pioggia e pozzi di petrolio. L’odore dell’acqua e quello dell’idrocarburo ogni volta che apro il finestrino. Mando, l’autista curdo con una protesi al posto della gamba saltata in combattimento in Bakur, ascolta la colonna sonora di Django Unchained e canta tutte le canzoni dall’inizio alla fine.

Passiamo davanti ad almeno due campi profughi immensi, sono profughi interni, iracheni che hanno lasciato le proprie case dopo le diverse battaglie contro l’ISIS di questi anni. Yezidi, Curdi, Arabi, dietro un reticolato sgangherato, in container e tende bianche e azzurre dell’UNHCR. Quale sarà il loro posto? Sembrano dispersi come le greggi che punteggiano di bianco le pianure verdi.

Più ci avviciniamo al confine più torri di raffinazione del greggio bruciano nella foschia della pioggia. Come tante candele accese ai piedi delle prime alture si fanno annunciare dalla puzza che ho già imparato a sopportare.

Si impara la geografia viaggiando. Le frontiere che per la mia generazione sono state spesso un relitto su strade di montagna qui funzionano a pieno regime. Maledetta invenzione. Mando, supera tutti i posti di blocco senza problemi e mi regala un siparietto geniale. Mentre una funzionaria di frontiera mi fa un interrogatorio poco convinto sulle ragioni del mio viaggio lui sbafa le caramelle ed i cioccolatini dalla vaschetta sulla scrivania dell’altra funzionaria e mi lancia al volo i dolcetti. Nessuno fa una piega. Fuori i comuni mortali fanno la fila sotto il sole: anziani e bambini, uomini impazienti e famiglie che si salutano. Bastano un piccolo cancello azzurro ed una divisa invecchiata per fare di un uomo un doganiere e di un altro un numero che deve aspettare il suo turno. Niente a che vedere comunque con la tensione che si respira alle frontiere della Unione Europea. Mi vengono in mente i giovani afghani rintanati sotto i tir nel porto di Patrasso, gli inseguimenti con gli sbirri in moto, le bottiglie d’acqua regalate di nascosto a quei giovani senza nome.

Passiamo il fiume Tigri su un ponte galleggiante che si regge malapena contro il flusso della corrente sempre più impetuosa. Le anziane velate accanto a me iniziano a sacramentare sperando che Allah non abbia molto da fare oggi ed abbia voglia di aiutarci a passare il guado.

Che effettivamente passiamo. Ed in Rojava si respira di colpo un’aria informale. I doganieri senza divisa si chiamano “heval”, compagno, tra loro. Finalmente sento questa parola magica! E’ curioso trovarmi a pensare un parallelo tra la rilassatezza delle guardie di frontiera cubane e questo angolo di Medio Oriente sulle sponde di un fiume mitologico. Mentre aspetto il passaggio per Qamishlo, incontro una ragazza francese che lavora per una ONG da due anni e mezzo ma non spiccica una parola di curdo, mi propone un passaggio sul loro furgone ma resto fedele alla linea. Aspettare non mi dispiace, resto ad osservare l’umanità che arriva. Appena fuori dal posto di frontiera spicca un poster gigante con le foto dei compagni internazionalisti morti in guerra da queste parti. Sono decisamente tanti e tante. In mezzo spicca l’icona di serok Apo e sotto una bambina di 5 anni aspetta qualcuno. Hanno combattuto per lei e forse nemmeno lo sa.

21/04  Amude – Rojava

La strada che dalla frontiera porta all’interno del Rojava è nettamente più disastrata di quelle ampie e piene di cisterne di petrolio che sfrecciano pericolosamente per il Kurdistan iracheno. Quando piove è fango, quando c’è il sole è polverone. Il risultato è un marrone diffuso ovunque, dalle divise dei combattenti YPG ai posti di blocco fino ai capelli dei bambini che giocano tra carcasse di auto e campi di grano a perdita d’occhio.

Ogni città o paese è annunciato da un checkpoint, dalla frontiera al capoluogo del cantone ne conterò almeno dieci in due ore. Ad ogni stop abbondano le armi e le telecamere puntate ma il clima è rilassato, sentire dire “compagno buongiorno” deve aver mandato in tilt il cervello di più di un militante europeo abituato al maltrattamento quotidiano!

Sul viale principale di ogni piccola e grande località sono esposti dei grandi ritratti dei caduti, solitamente quelli del posto ma non necessariamente. Foto con l’arma in mano, nome di battaglia e stella rossa. Morire in combattimento è una possibilità e i soldati di questa guerra si preparano con compostezza. Tutto il contrario delle bare nascoste agli occidentali durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan. Mi colpisce l’immagine di uno di loro, senza uniforme, il viso paffuto ed una gloriosa bandoliera di cartucce nello stile di Pancho Villa. Il Centro di Qamishlo è sotto il controllo del governo di Damasco, le vie sono pigramente barricate con sacchi di sabbia e pezzi di cemento armato con delle bandiere che sventolano impolverate. Sembra che i combattimenti siano finiti tanto tempo fa, invece non sono ancora iniziati. I miei accompagnatori passano velocemente in questa zona senza fermarsi. Un poliziotto del regime, goffo nel suo pastrano di pelle nera e sotto un cappellone bianco da capitano di vascello sbraita al caos di auto che lo circonda. Mette in scena un impossibile show di sovranità statale. Anche a causa di questa difficile convivenza, la casa per accogliere gli ospiti internazionali si trova ad Amude, un centro più piccolo 30 km più ad ovest, saldamente in mano alle organizzazioni rivoluzionarie curde fin dalla prima rivolta contro Assad nel 2004.  L’ospitalità è organizzata in una imponente villa di cemento e marmo bianco, requisita ad una famiglia di ricchi che ha lasciato il paese all’inizio della guerra civile. Un giovane membro della sicurezza interna, gli Asaysh, mi accoglie sorridente ma non abbiamo una lingua in comune e comunichiamo a gesti per ora. Mi offre spaghetti ed insalata per merenda che mangio con appetito famelico, poi lui scompare dietro al cellulare collegato al WIFI ed io dietro al mio laptop preoccupato di preparare i seminari per gli studenti dell’università. Spero che arrivi presto il momento di entrare in attività, questa lunga attesa mi sfianca.

23/04

Finalmente sono entrato in azione. In questi due giorni ho fatto un sacco di incontri e la pioggia è finita. La gente del Rojava, i suoi suoni e colori, odori e luci sono entrati con forza su queste pagine. Oggi pomeriggio con Jasmine e Leyla, studentessa e insegnante della facoltà di Jineologia, la nuova scienza delle donne sono andato in giro per la cittadina di Amude, antica città curda a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Abbiamo girato a piedi per le strade caotiche e piene di auto e furgoni chiassosi, di bambini che giocano ovunque e comunque, di case mezze diroccate o non finite. Nella stessa via ci sono una piccola chiesa e la moschea più antica del luogo. La signora in nero che ci ha fatto visitare la chiesetta senza pretese difesa da un posto di blocco della sicurezza interna mi dice subito che ha perso un figlio il mese scorso a Baghouz. Là dove è morto il combattente italiano Lorenzo Orsetti. Chissà se era uno di quei sette combattenti YPG “arabi” che le cronache raccontano siano morti insieme a lui. E stringo la sua mano calda. Gli occhi liquidi mi tremano per pochi secondi.

Poi visitiamo la moschea vuota di gente e piena di luce. Il mullah ci regala delle caramelle causandomi un certo imbarazzo. Le accetto per non essere scortese ma trattengo un sorriso. Leyla e Jasmin, entrambe velate e credenti non colgono l’ironia. Sono impegnate a raccontarmi la rivoluzione delle comuni di quartiere che organizzano gli abitanti di queste stradine povere, a farsi i selfie con me ed a portarmi in giro con orgoglio per la loro città. A tutti gli incroci, se si guarda a nord si vedono i monti Tauro in lontananza, le luci della città di Marfin in Turchia, inaccessibili dietro il muro di cemento bianco sormontato di filo spinato che corre da est a ovest per 800 chilometri. Dietro il muro corrono continuamente camion con rimorchi pieni di merci. Tra greggi di pecore e capre i soldati YPG hanno scavato trincee e bunker per sorvegliare il nemico. Dalle torrette di cemento e dietro i blindati anche i turchi ci guardano.

Quando il sole scende entriamo in un centro civico di quartiere dove ci sono dei bambini che cantano e suonano con un maestro di musica il repertorio folk curdo. Ci accolgono con allegria spontanea e improvvisiamo una festa con the e sigarette mentre la luce del tramonto accende i vetri impolverati. Una bambina canta forte come una fiamma, non capisco una parola delle loro canzoni, anzi solo la parola “azad”, libertà. Passiamo insieme un’ora molto bella.

Oggi alla facoltà di Jineologia ho tenuto il primo seminario in inglese su tre figure di donne del movimento zapatista. Me lo hanno chiesto le compagne ma sono molto in imbarazzo, sarò all’altezza delle loro aspettative? Cosa vogliono sapere? Ho parlato per un’ora e mezza in inglese con la traduzione di un professore arabo piuttosto anziano, chissà come ha tradotto le mie parole, le compagne non sembravano molto contente di ascoltare il monologo di due uomini. Tuttavia in tante sono state molto attente, in fondo alla sala piena anche qualche uomo e due femministe europee che sono intervenute ripetutamente con una retorica pesantissima a cui per cortesia non mi sono impegnato a ribattere. Molte conoscevano lo zapatismo solo per sentito dire ma hanno seguito tutto il discorso annuendo. Hanno fatto domande, preso appunti. Io ho cercato di capire come vogliano costruire questa nuova scienza sociale dal punto di vista delle donne. Non c’è traccia di tutta la competizione che si respira nelle nostre università, la classe è un collettivo. C’è tanto entusiasmo in queste nuove istituzioni ma anche tanta burocrazia mescolata fortunatamente ad uno stile alla fine piuttosto informale. Negli uffici dei dirigenti campeggia sempre il ritratto di Ocalan, ci sono spesso grandi tv accese sui canali curdi all news, pochi libri e l’immancabile chai.

Stasera con due nuovi ospiti di questa strana residenza, mentre fuori le guardie armate di kalashnikov bevevano l’ennesimo the, ho avuto una interessante discussione sulle eresie religiose rivoluzionarie nell’Islam e nel Cristianesimo. Sono stati evocati anche gli ultimi ebrei di Qamishlo ed i primi comunisti iracheni. Da queste parti sono passati tutti. La serata finisce seduto sotto le stelle, appena fuori dalla piccola fortezza che ci ospita, parlando a gesti della differenza tra la pistola Glock e la Beretta, il Barcellona e la Juve, se mettere o meno lo zucchero nel chai, delle distanze di chilometri e di esperienza che ci separano.

24/04 Qamishlo

Oggi ho tenuto due seminari davanti ai ragazzi ed alle ragazze dell’Accademia Mesopotamia, una istituzione educativa superiore non formale diretta a formare i giovani quadri rivoluzionari. Mi hanno colpito gli occhi pieni di luce dei ragazzi e delle ragazze, il loro silenzio attento, la loro voglia di imparare, la semplicità spartana dei loro ambienti di vita e di studio che mi ha ricordato subito quella della scuola secondaria zapatista di Oventik in Chiapas. Abbiamo mangiato insieme in piedi in un refettorio spoglio e freddo ma con composta allegria e convivialità. Ceci al sugo e pane arabo. Poi abbiamo giocato a pallavolo in cortile, sul cemento sotto un sole implacabile. I loro corpi non erano addestrati al gesto sportivo ma erano pieni di energia. La palla schizzava ovunque tranne che nel campo ma ogni fallimento era accompagnato da risate. Durante il seminario quando qualcuno deve parlare si alza in piedi e fa un passo avanti. Mi hanno fatto domande intelligenti. “Quando abbiamo già visto il peggio non possiamo avere più paura di niente” ha detto uno di loro. Come dargli torto. Sono rimasto quasi commosso quando ho stretto la mano a tutti, in piedi e schierati a quadrato. Ci siamo fatti le foto e salutati tra mille risate dopo quattro ore di lezione seria e concentrata.

Cosa abbiamo fatto ai nostri ragazzi in Italia? Qualcuno ha spento la luce del futuro che illumina il presente? Li abbiamo lasciati soli davanti al ghiaccio degli schermi digitali? Mi è tornato in mente il silenzio paralizzato di migliaia di ragazzi nella notte davanti alla discoteca “Lanterna Azzurra” dove a dicembre scorso sono morti in sei. Nessuno si è incazzato. Solo dolore. Possiamo dargli di più? Possiamo chiedergli di più?

La diversità nello stile dei gesti, nell’organizzazione materiale degli spazi colpiscono la mia attenzione e sensibilità. In questa università informale ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni passano tre quadrimestri in stretta convivenza, una esperienza unica in tutta la regione. Possono usare il cellulare solamente quattro ore al giorno. Sui muri citazioni di Adorno, Voltaire e Ocalan. La rivoluzione di cui parlano ogni giorno da queste parti è forse questo vitale disordine delle cose normali che si respira ovunque? Questa possibilità evidente che accada qualcosa sempre in sospeso tra il trionfo e la tragedia?

In generale la nuova università porta con se tante cose della vecchia: le aule, i quadrimestri, gli uffici della amministrazione ed una nuova burocrazia. Ma allo stesso tempo si sentono parole inedite da queste parti e dimenticate nei nostri atenei. Valutare non le conoscenze ma l’impegno a mettere il sapere critico a servizio della società, la capacità di aiutare i propri compagni, un rapporto paritario tra insegnanti e studenti. La distanza tra queste aspirazioni e la pratica è ancora tanta, ma nessuno sembra volersi fermare a metà strada. Qui nella Università del Rojava essere universitari non è più un privilegio ma una militanza sociale anzitutto. La produzione scientifica secondo gli “standard” internazionali è ancora lontana, ma intanto le figlie dei contadini studiano Simone de Bouvoir e Murray Bookchin su dispense in arabo e curdo, guardano una messa in scena di “una donna sola” di Franca Rame e parlano di mitologia sumera. Come altro si poteva fare questo mezzo miracolo?

25/04 Amude

Un 25 aprile insolito. Oggi ho tenuto una lezione sulla narrativa del movimento zapatista a partire dal racconto del Subcomandante Marcos “Los arroyos cuando bajan” del Marzo 1994. Ero in un grande auditorium di legno pieno di immagini degli eroi rivoluzionari curdi che avevo già visto tante altre volte nelle foto e nei video sul movimento. C’erano una quarantina o forse più di studenti e studentesse ed anche uno con la carrozzella, molto intelligente ed attento. E’ stato difficile ed emozionante parlare con la traduzione e sfidare il fatto di superare in un balzo diverse barriere culturali ma alla fine siamo stati tutti soddisfatti. Abbiamo parlato della auto-narrazione degli oppressi come forma di lotta contro l’egemonia ideologica borghese. Ascoltando le domande, il modo di ragionare degli studenti e dei professori a volte mi appariva ideologico e rigido ma allo stesso tempo ancorato ad esperienze reali e concrete. Ho imparato molte cose. Obeyda ha 20 anni, studia per estrarre il petrolio e oggi fa le foto ed i video per la pagina facebook dell’università. Vorrei chiedergli cosa ne pensa dei suoi coetanei che scendono in piazza per finirla con i combustibili fossili ma non abbiamo una lingua in comune e ci limitiamo a scambiarci foto sulla chat e sorrisi dal vivo. Nel pomeriggio sempre in compagnia di Leyla e Jasmin siamo stati a visitare la base delle YPG di Amude ed ho preso un chai con dei veterani.

Sono uomini con facce vissute ed intense, mani grandi da figli di lavoratori da generazioni. Alcuni combattono con le YPG dal 2011. Mi fanno notare che loro combattono da eguali in mezzo ad altri eguali e difendono le loro famiglie. Mostrano una calma ed una determinazione profonde. Hanno un morale alto ed una etica forte. Purtroppo la storia dimostra che non bastano per vincere le battaglie, tuttavia alla fine possono farti vincere una guerra. Siamo stati anche su una piccola collina alta poco più delle case a due piani della città. Dopo la pioggia sulla pianura della Mesopotamia si vede per chilometri dai monti Tauro in Turchia ai monti Shengal in Iraq. Sui bordi delle strade prima fangose adesso si alza la polvere, sono sbocciati migliaia di papaveri rosso fuoco come le stelle sui poster dei martiri appesi ai pali ed alle colonne. Sulle strade passano in continuazione camion di pecore e montoni diretti in Iraq, cisterne di petrolio, furgoni militari e ogni tanto trattori con un rimorchio pieno di persone e mobili che tornano da qualche esilio. A fine giornata uno scambio di simboli: il fratello di Jasmin mi ha regalato la toppa dello YPG ed io in cambio gli ho dato il mio ultimo adesivo di “combatti la paura – distruggi il fascismo”. Ci sta.

26/04 Jin War –

Oggi la giornata è iniziata con il sole pieno. Due gatti randagi che lottano sul muro di cinta e gli americani ospiti anche loro di questa strana residenza che non vogliono bere il caffè in giardino per chissà quale paranoia di sicurezza. Oggi Gulistan Sido, professoressa di francese rifugiata dalla università di Afrin che mi aiuta con le traduzioni mi ha accompagnato a visitare Jin War, il villaggio delle donne. In mezzo ai campi di grano verde, su una piccola altura, dal 2017 sono state costruite trenta case di terra con la tecnica locale. Sono belle e ben curate, con finestre colorate e sono abitate per ora da quindici famiglie di donne con bambini. Ci hanno ricevuto tre donne molto diverse tra loro. Una giovane volontaria tedesca sui vent’anni e due curde più grandi, la prima quarantenne militante guerrigliera venuta dalla Turchia e l’altra siriana sui cinquanta con la sigaretta in bocca ed un sorriso stampato in faccia. Il discorso ha toccato punti alti, sedute sui divani in stile arabo, sorseggiando il the di rito. La comunicazione tra umani prima ed oltre il linguaggio, il femminile plurale inclusivo, il femminismo e l’orientalismo, il tutto mentre la compagna venuta dalle montagne intrecciava braccialetti di filo colorato e le due giovani universitarie con il velo al-amira la ascoltavano parlare rapite.

Da queste parti l’umanità sta facendo grandi passi. E da noi? Forse è proprio questo relativo ma effettivo avanzare nella lotta per la libertà e la dignità in Medio Oriente che ci entusiasma tanto, laddove invece il movimento più innovativo che è nato in questi mesi a Londra parla di lotta all’estinzione umana ed animale. I sentimenti umani sono sempre articolati su uno sfondo ambientale che influisce sulle nostre sensibilità. Anche nel villaggio delle donne ci sono bambini che giocano in libertà tra le erbacce troppo cresciute e un sacco di ferraglia pericolosa e strumenti da lavoro. Come i bambini descritti dal polacco Janusz Korczak vivono la libertà creativa a contatto con il rischio.

Nel pomeriggio abbiamo visitato Tell Mozan una collina dove è ancora visibile un complesso monumentale del 3500 A.C. Sulla sommità del rilievo c’è un piccolo avamposto militare ed una tostissima teenager delle YPJ ci ha dato una lezione di disciplina rivoluzionaria non facendoci passare con la macchina, gli ordini sono ordini! A piedi abbiamo raggiunto la cima e nella luce del tramonto ho provato a immaginare perché migliaia di anni fa, dei gruppi umani si sono fermati qua. Secondo alcuni è stato l’inizio della cosiddetta “civiltà”, per altri l’inizio della fine di una umanità basata sulla libertà. La domesticazione e la gerarchia sociale sono iniziate da queste parti dove oggi dei giovani con l’AK in mano e il sorriso in faccia cercano di tracciare un nuovo cammino.

27/04

Oggi giornata lenta, quasi tutto il giorno a casa. Ho preso tempo per annusare le rose di Damasco nel giardino semi abbandonato. Tra le scatole di the della colazione ho trovato una pistola. La quotidianità da queste parti. Passo delle ore di relax leggendo “Vita e destino” di Grossman. Nel pomeriggio sono stato al mercato del paese con Jasmin e Leyla. Improvvisamente Jasmin mi ha detto “non dimenticarti di noi”. Così, brusca. Mentre mangiavamo un falafel nel giardino di marmo e pini dove si ricorda la terribile strage di 283 bambini nell’incendio del cinema nel 1960, abbiamo parlato un po’ di noi, una pausa dalle discussioni politiche e dalle lezioni. La tragedia con i suoi episodi di coraggio e viltà ha marcato per sempre questa comunità locale. Nel 2004 una rivolta contro la dittatura di Assad a seguito degli scontri dopo una partita di calcio a Qamishlo portò all’abbattimento della statua del presidente. Oggi campeggia una statua che celebra la donna libera. Amude è una comunità di agricoltori, pastori e contrabbandieri dove le donne stanno portando avanti una rivoluzione quotidiana. Quando ho chiesto alle due donne che mi accompagnano da giorni come vedono il loro futuro si sono un po’ infastidite. Gli occhi grandi di Jasmine si sono velati e Leyla ha detto nel suo inglese traballante che come è possibile pensare al futuro se c’è sempre la minaccia che la Turchia ci attacchi? “Se ci attaccheranno diventeremo soldatesse e andremo a combattere.” Silenzio. Ovunque ci sono immagini di martiri della loro età appese ai muri, sulle vetrine dei negozi, in strada. A guardarle bene queste strade sono tanto povere e sgangherate eppure tutto sembra funzionare. Intere famiglie viaggiano su moto cinesi, ne passa una con sei persone tra cui un bebè in un asciugamano azzurro. Nonostante il socialismo sia un desiderio presente le differenze sociali non scompaiono. I ricchi proprietari terrieri arabi girano in SUV, altri si trascinano in ciabatte. Cosa hanno in comune? La nazione? Non credo. Il giovane governo che vuole incarnare le nuove teorie socialiste e libertarie di Ocalan non può mettersi contro le tribù arabe e così la proprietà della terra che è nelle mani di poche famiglie non viene messa in discussione, non adesso.

La partenza

Ho passato due ore nel cimitero dei martiri di Qamishlo. Ogni città ha il suo, questo è più grande ed accanto ad almeno un migliaio di tombe di “martiri” c’è un grande terreno appena dissodato che attende altri morti. Cinque bambini mettono rose sulla tomba del fratello più grande. Lui è ritratto con un Rpg in spalla ed il sorriso in faccia. Le bambine baciano la lapide di marmo bianco. Più in là si prepara la cerimonia di ogni giovedì pomeriggio. Sotto un sole al massimo si siedono con lentezza tante donne velate. Alcune piangono, l’associazione dei caduti provvederà per quanto possibile a fargli avere un sostegno economico. Le famiglie si conoscono e stringono legami nel lutto e nell’orgoglio di avere dato quanto di più caro per la libertà ritrovata. Una gerarchia di valori sconosciuta alle mie latitudini. Non posso dire niente, fortuna che ho gli occhiali da sole.

La sera il canto del muezzin si sente appena. Dalla strada che porta a Raqqa di notte arrivano tanti camion militari che trasportano di tutto e fanno rumore. Oltre il confine si accendono le luci arancioni di una terra dove tanti ragazzi non sono mai stati. Scambio l’ospitalità generosa di questi giorni con una vecchia maglietta del Che presa in Venezuela tanti anni fa. Sta meglio qua. Mi bevo l’ultimo chai con Dejwar, “sei l’unico poliziotto con cui posso farlo, gli dico, dalle mie parti siamo gli uni contro gli altri” e lui mi guarda strano facendo una finta faccia truce.

Dopo decenni passati a combattere una guerra clandestina adesso i curdi difendono un territorio, una pace, una legge, seppure flessibile. Deve essere una strana sensazione che dal mio punto di osservazione vedo come l’altra sponda lontanissima di un deserto da attraversare.

Al mattino mentre mi allontano e saluto gli amici e le amiche di questi giorni strani li immagino tutti a bordo di un vascello pirata chiamato Rojava. Armi o libri in mano vanno avanti, con un chai troppo zuccherato per scaldare la notte. I loro sogni volano su whatsapp sotto le stelle della Mesopotamia. Sognano l’Italia, Barcellona, l’America, ognuno vuole un Kurdistan diverso da chiamare casa o forse a tutti basterebbe far scomparire quel muro bianco e feroce che li divide dai fratelli e dalle sorelle curde, dalle montagne, dalla libertà.

Se domani inizierà un’altra guerra, ci andranno tutti e tutte così come li troverà il mattino che inizia presto da queste parti.

Un mondo in trincea. Appunti su La guerra che viene di Sandro Moiso.

di G. Jack Orlando

 La guerra è tornata a bussare alle porte d’Occidente. Inizia a mostrare il suo tetro volto sempre più di frequente e arriva ad interrogarci sulle reali capacità di sopravvivenza di una civiltà basata sulla rapina.

Ma, in fondo, quando si crede di essere di fronte alla novità di un mondo di nuovamente sull’orlo del conflitto è solo in virtù del fatto che si è ormai aperto il vaso di Pandora e le tensioni che animano le volontà di potenza dei vari grandi attori dello scacchiere mondiale si rivelano, semplicemente, in maniera più esplicita e spudorata.

L’Europa liberale è uscita dal Novecento raccontandosi la favoletta di un’epoca che si lasciava alle spalle l’arte della guerra, in cui ogni conflitto sarebbe stato risolto con la diplomazia ed in cui gli spargimenti di sangue sarebbero stati ricordi del passato o parentesi scabrose ad opera di popolazioni troglodite di un qualche terzo mondo fatto di sabbia e baracche.

La categoria guerra è stata via via allontanata dal panorama culturale democratico, ricacciata sul fondo della coscienza, nell’angolo buio di un qualsiasi discorso sul diritto. Non è solo la guerra ad essere stata rimossa, qualsivoglia conflitto reale, specialmente quello sociale e di classe, sono stati depotenziati, neutralizzati, resi innocui all’interno dell’alveo dei diritti civili e della concertazione.

Eppure, l’ars bellica non è mai scomparsa dalla mente dell’Occidente, né dal suo inventario di strumenti d’accumulazione. È già i fucili mitragliatori e le mimetiche che oggi sono parte integrante dell’arredo urbano dei nostri centri città dovrebbero dirla lunga sul livello di militarizzazione di questa democrazia.

Ma soprattutto, resasi più scientifica, efficiente e rapida, non avendo più come controparte un nemico diametralmente potente, la guerra ha vestito i nomi di operazione di polizia internazionale (un nome moderno per rispolverare concetti cari alla Santa Alleanza del tempo che fu), missione umanitaria, peacekeeping; epiteti nuovi per un sempiterno scenario di sangue e macerie. E nemmeno si faceva in tempo a veder crollare il gigante sovietico e a gridare alla Fine della Storia che già cadevano bombe su Belgrado e Baghdad. Ma non era più guerra per i telegiornali, era pacificazione.

E non c’è da stupirsene granché dato che, come rileva giustamente Moiso nel suo libro:

la guerra è la norma di esistenza di un modo di produzione basato sull’appropriazione circoscritta e privata della ricchezza socialmente prodotta e la politica che accompagna la sua azione sociale, sia nelle fasi in cui le armi tacciono che in quelle in cui le stesse sgranano i loro tristi rosari di morte, è sempre una politica di guerra. Anche perché, a ben vedere, è difficile differenziare nettamente le due attività, quella politica e quella militare, considerato i conflitti armati che sembrano accompagnare, vicini o lontani che siano, ogni fase dello sviluppo della società in cui siamo immersi.

Effettivamente ciò che è andato delineandosi in maniera assai netta in questi primi decenni di terzo millennio è uno stato di guerra permanente, globalmente diffuso quanto frammentato e attivo tanto nella competizione internazionale quanto sul fronte interno dei vari Stati dove, secondo schemi di derivazione pienamente militare, vengono contenute e soffocate tutte le spinte antagoniste che vengono producendosi con l’incedere del neoliberismo.

Ne La guerra che viene (2019, Mimesis ed.) Sandro Moiso si interroga proprio sulle forme e sull’intensità di questo dipanarsi del movimento bellico quale elemento centrale della modernità. Se oggi si riaffaccia all’orizzonte una condizione di ostilità aperte ed agite, non è perché ci sia un’involuzione della democrazia o una deviazione da una qualche teologia del progresso.

Si tratta del corollario naturale nell’evoluzione di una società che fa della sottomissione, della violenza e dello sfruttamento i suoi cardini. Perciò, se i fronti di battaglia sono oggi pienamente visibili è solo grazie ad i processi che li sottendono, i quali sono arrivati ad una maturazione tale da renderne impossibile, o magari superfluo, l’occultamento di modo che le controversie tra le varie potenze, locali o internazionali, si muovano sempre più sul filo della minaccia armata: primo fra tutti il rinnovato braccio di ferro tra USA e Russia che si è mosso dalla Crimea alla Siria per approdare ora in Venezuela.

Le guerre che si combattono per procura ai vari angoli del globo hanno cominciato traboccare e a riversarsi le une nelle altre ed all’interno degli scenari interni dei vari deus ex machina che le muovono, così il dolore dei morti siriani si riversa nei bistrot parigini sporcando di sangue quel mondo che si vorrebbe intoccabile e sacro.

Così la linea del fronte è oggi ovunque e si manifesta sotto forme assai diverse, ma sempre secondo le direttrici che guidano le logiche militari; esce dall’interno dei meccanismi di potere e pervade le relazioni e la vita sociale, modifica i parametri culturali e intacca a fondo la realtà materiale quotidiana.

Non si parla qui solo di guerra imperialista, quale quella che infuria nel Medio Oriente: è guerra quella commerciale e finanziaria che contrappone il decadente impero USA al dragone cinese, è guerra di classe quella che i padroni hanno mosso contro i proletari e sottoproletari di mezzo mondo  al fine di tenere ben elevato il livello di profitto e basso quello di rivendicazione, è guerra culturale quella che muovono le galassie nazionaliste e neofasciste per conquistarsi l’egemonia all’interno di una società paranoica e inaridita, è guerra ambientale quella che vede scontrarsi popolazioni locali a progetti devastanti per le terre e le comunità, è guerra civile quella che contrappone interessi diametralmente opposti ed inconciliabili nell’arena della democrazia odierna.

È proprio su quest’ultimo punto che sembra focalizzarsi, da un po’ di tempo a questa parte, uno dei dibattiti militanti più accesi: è possibile evocare il termine di guerra civile per disegnare quello scontro che oggi si muove all’interno, anche, dell’Occidente?

Le immagini della gendarmerie che tiene sotto tiro studenti in ginocchio con le mani dietro la nuca, le mutilazioni dei gilet jaunes colpiti dalle flashball, camionette cariche di guardia civil che entrano a Barcellona in corteo sventolando bandiere realiste, gli elicotteri sopra Amburgo e la Guardia Nazionale che spiana le armi contro i ghetti neri in rivolta, le esercitazioni antisommossa con mitra ed esplosivi nel cuore delle città e i gruppi di neonazisti che sgomberano campi rom e case di stranieri o che, ancora, diventano battaglioni punitivi di un esercito nazionale, dediti alla rappresaglia e al massacro.

Le immagini di questo tempo producono frame di conflitti endemici e difficilmente riducibili ad uno schema d’interpretazione. Ciò che di certo è dato, è una perenne contrapposizione tra le istanze che emergono dal basso, in modo strategico o disordinato che sia, e la reazione degli apparati statali in cui l’aspetto militare/repressivo resta il punto centrale del confronto. Ma non è solo questione di immagini: la lingua del potere, fedele all’emersione nazionalista, si fa ruvida e minacciosa, non parla più di cooptazione ma di soppressione, non fa arresti ma prigionieri, dà la caccia ai suoi nemici e combatte una presunta invasione; siamo in democrazia ci si dice, ma una democrazia assediata che necessita maniere forti per sopravvivere. I dispositivi di legge, non a caso, si fanno sempre più fini ed espliciti nel loro indirizzo antiproletario (vedasi qualsivoglia legislazione recente in materia di ordine pubblico) andando a colpire il diritto di sciopero, di blocco stradale, minando le possibilità di ricerca critica e quelle d’azione, in alcuni casi avviando purghe interne e dichiarando stati d’emergenza.

Quale che sia il nome che si voglia dare a questo processo, ciò che rimane certo, per chi si pone nel solco della ribellione e della trasformazione radicale del presente, è che una guerra è in atto; bisogna assumerla come dato oggettivo ed esserne consapevoli, rigettare la guerra che ci viene mossa o che ci tira in ballo mietendo vittime ad ogni latitudine significa intrecciare il rifiuto di questo sistema e delle sue logiche con la costruzione di un fronte internazionalista

(…) in cui però la diffusione a macchia di leopardo dei movimenti e delle aree in lotta, più che rappresentare una debolezza degli stessi, rappresenta invece la loro forza ovvero quella di un movimento comune senza confini nazionali, unito dalla necessità di raggiungere scopi simili e di combattere le medesime tecniche di pacificazione. E lo stesso nemico: il capitalismo in ogni sua forma, nazionale e internazionale. Finendo così con il costituire macchie di ruggine diffuse che finiranno col corrodere e distruggere dall’interno la macchina del dominio mondiale del profitto e del suo dannato e, solo apparentemente, infinito processo di accumulazione.

Se c’è una guerra che viene essa richiede per forza di cose di parteggiare. Considerato che la neutralità è solo blanda collusione con il potere più forte, allora tanto vale combatterla sotto le bandiere dell’anticapitalismo e della solidarietà tra gli oppressi della terra.

Amour est bien le mot. Frammenti sul ricatto del lavoro

Una colata vi seppellirà (ancora)

We are aluminum

Sono volti determinati e speranzosi. Sono volti sollevati, più e meno giovani, coi baffi, gli occhi azzurri, i capelli in coda, le lentiggini, gli occhiali e le barbe.Volti di uomini e di donne. Parlano lingue diverse, vengono dagli Stati Uniti, dalla Scandinavia, dalla Germania, dai Paesi Bassi, dalla Francia. Si muovono tra i macchinari delle loro fabbriche pulite, con gli elmetti bianchi, le tute rosse, i guanti blu cobalto. Nessuno di loro porta mascherine. Controllano gli schermi dei PC nei loro uffici ariosi e informali. Alcuni — ma d’altronde è normale, no? — portano gilet gialli. L’occhio meccanico li inquadra tutti. Sorridono. Clic.

Lo scatto vale mille parole. Davanti a un piccolo buffet improvvisato al lavoro, il team Hydro di Rackwitz (Germania) festeggia lo scampato pericolo dopo l’attacco hacker che ha colpito la multinazionale il 19 marzo scorso. Sul tavolo, tazzine di caffè, salumi in scatola, biscotti, coca-cole, succhi. Le loro occhiaie dicono della notte in bianco. Sono stanchi. Sono determinati. Sono speranzosi.

Migliaia di persone del mondo Hydro stanno lavorando giorno e notte per rialzarsi in piedi e correre.

Un’autentica prova di cura, coraggio e collaborazione.

Hydro — we are Aluminum

Il cyberattacco contro Norsk Hydro è iniziato nella serata del 19 marzo. Gli hacker hanno preso di mira i sistemi It del gruppo, che regolano quasi ogni attività, attraverso il ransomware Lockeroga. L’azienda ha dovuto mettere in pausa molte delle fabbriche di estrusione del metallo, che trasformano l’alluminio grezzo in componenti. Per qualche motivo a noi ignoto, Hydro era un obiettivo esplicito degli hacker.

A questo link potete assistere anche voi allo spettacolo — ultrakitsch — della dichiarazione d’amore dei dipendenti nei confronti della loro azienda. Nessun completo in gessato, nessuna scrivania presidenziale. Il messaggio è chiaro: «Hydro è chi ci lavora». I dipendenti norvegesi ricopiavano gli ordini a mano su carta per poter avere «qualche ora di produzione assicurata». «È fantastico vedere così tante persone farsi volontarie senza nemmeno chiedere», dice un operaio. Durante il down generale, i volontari hanno allestito un sito web temporaneo, mentre altri rappresentanti tenevano costantemente aggiornati media e stampa, tenendo dei veri e propri webcast con informazioni, domande e risposte. «Sappiamo quanto è importante continuare a produrre per fare soldi», dice Frode Halteigen, il primo ad essersi accorto dell’attacco.

Una storia di successo aziendale. Persone volonterose di dare il proprio contributo nel momento del bisogno. Persone sorridenti e pulite. Persone bianche e caucasiche. Sicuramente non gli operai rossi di bauxite a Barcarena, fuori dal cerchio dei riflettori, che continuavano a lavorare manualmente all’estrazione di bauxite mentre Hydro decideva di non pagare il riscatto degli hacker, chiedendo ai suoi dipendenti europei «un enorme sforzo per risolvere la situazione». Negazione assoluta della merda.

È a questa immagine che dobbiamo ritornare ogni volta che parliamo di ricatto del lavoro. Un ricatto che altrove viene semplicemente rimosso o represso nel sangue, mentre nelle nostre città di alluminio scintillante produce endorfine, spirito di squadra, sana competizione, volontà di successo. Che produce cura (alla faccia del lavoro riproduttivo!) e una — malata — forma di amore.

Il messaggio contenuto nel virus

 

Allarme chimico

Feltre, primavera del 2000 — appena prima di Genova. Gli anni in cui anche qui ci siamo accorti che nei processi di globalizzazione capitalistica c’eravamo dentro fino al collo. Tra le tante cose, ci siamo resi conto che anche qui c’erano multinazionali che a questo processo partecipavano fino in fondo. Che anzi lo determinavano fin dall’inizio.

Una di queste era l’Alcoa — nello stabilimento che adesso è proprietà di Hydro —, un colosso dell’alluminio americano che faceva già allora disastri in giro per il mondo. In quel periodo traevamo ispirazione e informazioni da questo sito internet che spiegava bene la situazione in Texas — ma Alcoa saccheggiava anche l’India, ad esempio — e avevamo cominciato a rifletterci. Nel marzo di quell’anno aveva patteggiato 8 milioni di dollari col Dipartimento di Giustizia USA per la bonifica del bacino del Mississippi, ma stava affrontando parecchi processi per inquinamento delle falde acquifere. Tra le aziende più inquinanti al mondo.

La nostra critica al tempo era abbastanza embrionale, e riguardava più che altro i disastri ambientali che Alcoa e altre esportavano nel mondo. Non si parlava più di tanto di quello che l’inquinamento stava causando anche a Feltre da decenni — l’incidenza tumorale, l’amianto, i rifiuti tossici, una qualità dell’aria raccapricciante. Quello sarebbe venuto dopo. Volevamo però stabilire un contatto. Parlare con gli operai, conoscere le dinamiche interne. Se possibile, costruire insieme a loro un fronte di lotta.

Di buona mattina ci troviamo davanti ai cancelli della Alcoa. Siamo in tanti. Davanti c’è il Monte Tomatico, che chiude la vallata feltrina a sud. Sembrava uno nudo che si copre con le mani. Il cielo era basso e pieno di nubi. Non avevamo autorizzazioni, non avevamo permessi, non avevamo niente. Allora non andavano molto di moda, e certe cose le si poteva ancora fare relativamente tranquilli. Sotto questo cielo che potremmo definire bigio, se costretti — perfetto, in un certo senso, per i nostri scopi — cominciamo a transennare le ringhiere con un nastro giallo-nero. Succede tutto molto in fretta. Alcuni di noi bombolettano i muri, altri la strada. Lo stencil era semplice: un classico trifoglio.

Pericolo contaminazione radioattiva.

Blocchiamo le prime auto. Viale Monte Grappa è sempre trafficato, è la cintura esterna del centro. Presto si crea un ingorgo, e noi ci volantiniamo dentro. Raccontiamo cos’è e cosa fa l’Alcoa in giro per il mondo. Mentre alle sirene simulate dai megafoni si aggiungono le prime volanti di polizia e carabinieri, arrivano loro. Portano mascherine, occhialoni, protezioni. Ragazze e ragazzi bardati, che a passi lenti perimetrano un’area al centro del presidio. Al centro c’è letteralmente Homer Simpson in tenuta anti-atomica. Maschera antigas, tuta bianca anti-contaminazione, stivali e guantoni. Una stima? Ti ho detto, eravamo in tanti… tanti che al centro della strada occupata, ormai diventata un palcoscenico, fanno blocco mentre i nostri artificieri con i fumogeni in mano iniziano a bonificare l’area… Una simulazione perfetta.

Dura tutto al massimo un paio d’ore. A quel punto la fabbrica è completamente in tilt, i camion non transitano, la polizia preme. Decidiamo di spostarci di fronte a una casetta di proprietà dell’azienda, lì vicino. Era disabitata, e l’idea era di occuparla per farci dentro un centro di informazione e documentazione in vista del G8 di Genova. Certo, a quel punto gli sbirri erano abbastanza in forze per impedirci di farlo… ma un paio di noi sono riusciti a saltare dentro il cancello mentre il resto dei compagni rimasti fuori faceva bordello.

Questo è stato il nostro primo approccio con lo stabilimento di alluminio a Feltre.

Il nostro primo allarme chimico.

Per farla breve: ci chiamano. Vogliono incontrarci. Immaginate l’atmosfera pazzesca. Gli operai dell’Alcoa che ci chiedono un incontro: ce l’avevamo fatta.

Li aspettiamo al Crash il giorno dopo. Arrivano in tre. Hanno perfino paura a entrare, ci guardano dal vetro appannandolo col fiato. Alla fine dobbiamo aprirgli noi. Si ingobbiscono come per passare sotto una porta bassa.

Dura tutto molto poco, ma ci sembra ci mettano una vita. Parla solo il rappresentante della Fiom.

Ci chiede per piacere di non protestare più, ché «da Ginevra» minacciano di chiudere se vedono che la città non li vuole.

Com’era quell’episodio dei Simpson? «Si può persino individuare il secondo preciso in cui il *mito operaista* si spezza a metà»…

Il secondo preciso in cui il mito operaista si spezza a metà (Stagione 4, episodio 15, «Io amo Lisa Simpson»)

Va tuto bene

Erano passati anni. Nel frattempo, Sapa aveva rilevato l’Alcoa (come si diceva qui), e progettava un potenziamento della fonderia. Forse è per questo che il 19 giugno 2009 sui muri di Feltre era apparso un manifesto dall’eloquente titolo, a firma Comitato Immaginario: La SAPA è nociva. La storia era sempre quella: sostanze pericolose, nessun tipo di filtro o abbattitore di polveri, terreni utilizzati come discarica di rifiuti tossici e speciali. Mi ricordo un passaggio, in particolare, che fa:

Chi ci ha lavorato [alla fonderia] ci ricorda che un esperimento del genere è già stato provato intorno agli anni ‘80, con lo stoccaggio in azienda di oltre 2000 ton. di materiale esterno di pessima qualità, che alla prova della fusione ha dato risultati disastrosi dal punto di vista ambientale (che hanno provocato la chiusura dello stabilimento per giorni). La direzione si sbarazzò del materiale in questione spedendolo presso un proprio stabilimento in Sardegna, a Portovesme, in un’area in riva al mare un tempo paradiso naturale, oggi distrutta dalle speculazioni industriali. Le «autorità» (in)competenti hanno di fatto già deciso per il via libera a questo scellerato piano: una dopo l’altra pioveranno le autorizzazioni […] Si speculerà, sindacati in testa, sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche (come se i padroni non dislocassero le fabbriche senza tanti complimenti quando ne hanno voglia…)

Sia nel 2000 che nel 2009 avevamo infatti raccolto testimonianze di operai che volevano rimanere anonimi. Oltre al pittoresco smaltimento rifiuti, parlavano di situazioni di alta nocività durante i turni di lavoro, e di vecchi forni contenenti amianto che l’azienda avrebbe voluto riutilizzare.

Ma a quanto pare la Sapa — come Alcoa prima, come Hydro poi — non aveva nemmeno bisogno di scomodarsi in prima persona. Si era già fatta il suo piccolo esercito. I manifesti attacchinati nella notte dagli anonimi oppositori delle nocività vengono staccati la notte stessa da alcune squadrette di sindacalisti, che il giorno dopo al bar si vantano del fatto.

All’assemblea pubblica di presentazione del progetto di allargamento della Fonderia c’eravamo tutti. Tutti abbiamo visto chi volantinava, tutti abbiamo visto gli operai che si alzavano e li attaccavano. Erano più o meno tutti legati agli stessi sindacati. È stata quella l’assemblea in cui il direttore ha candidamente detto che la fabbrica non usava filtri — ma che con il potenziamento li avrebbe installati…

Il 20 giugno 2009 il Gazzettino titolava:

Fonderia Sapa, ora basta: fermiamo i calunniatori.

Il rappresentante dei lavoratori invita la multinazionale a presentare una denuncia contro ignoti

«Contro le calunnie e le diffamazioni di quei manifesti la Sapa presenti ai carabinieri una denuncia contro ignoti».

All’indomani dei volantini anonimi contro il progetto di fonderia, distribuiti un po’ ovunque in città, le RSU prendono le difese dello stabilimento e contrattaccano. Per voce di Egidio Burti invitano a denunciare queste mani misteriose.

«Le frasi riportate su quei fogli sono calunniosi. Come RSU le rigettiamo e speriamo che l’azienda non lasci cadere la cosa nel dimenticatoio».

Tra le affermazioni riportate su questi fogli da un sedicente “comitato” vi sono: «La Sapa è nociva», «Si speculerà sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche», «Speculazione milionaria a danno di chi lavora, dell’ambiente e dei polmoni di tutti». «Frasi farneticanti – sottolinea Burti – che non meritano nemmeno una risposta. Se non, appunto, quella della querela da parte di Sapa».

Di fronte a tanta prova d’ingegno, non restava che prendere atto con un terzo volantino:

Sapa: fin qui, tutto bene!

La Sapa non inquina a Feltre e nel mondo. L’Alcoa non ha mai inquinato.

In più di 50 anni di fonderia, in quello stabilimento si sono usati sempre i filtri (al contrario di quanto affermato dal suo direttore in un recente articolo sui quotidiani).

Il nuovo (?) forno non è un rottame di 2^ o 3^ mano, non conteneva amianto, quindi non è vero che è stato stoccato amianto dietro la fabbrica, come si vocifera nei bar…

Guardando Feltre dall’alto, lo stabilimento Sapa praticamente non si nota e si inserisce armoniosamente tra centro rinascimentale, torrenti e boschi. Lo stesso minimo impatto della Metalba a Fortogna, che non avendo aperto nuovi forni senza autorizzazione non ha dovuto usare il ricatto occupazionale e la provincia non è dovuta intervenire (timidamente, inutilmente…).

Le prime dieci industrie in provincia non spargono nell’aere 50.000 (!) tonnellate di polveri sottili all’anno.

Del resto la nuova coltivazione di mele trentine a Cesiomaggiore (come in Val di Non) non usa pesticidi e fitofarmaci e la nebbiolina che sale dai campi (e salirà per tante, tante volte all’anno) è una benefica sauna che ci da sollievo, soprattutto ai bambini.

In zona, poi, non vi è nessuna preoccupante incidenza tumorale, quindi va tutto bene.

E insomma, smettete di mangiare polenta calda, che fa venire il cancro!

Gli asini, come si sa, volano. Possiedono infatti un particolare piumaggio che riveste le lunghe orecchie che permette loro, nel caso l’aria diventi irrespirabile, di decollare verso lidi migliori.

Noi purtroppo non possiamo!

Il potere ci vuole spettatori il più possibile passivi, distratti, acritici, compiaciuti, divertiti… arresi!

Va tutto bene!

D’altronde, cos’altro si poteva dire di un’azienda che nella richiesta di potenziamento dello stabilimento di Feltre scrive: «Il permanere dell’attuale impianto porterebbe ad un aggravamento del bilancio economico dell’azienda, con risvolti critici nel breve periodo e con risvolti occupazionali immediati»?

Sic

Neanche dieci righe di ritorno al futuro

È così anche oggi. C’è un ex-compagno di liceo che ci lavora, alla Hydro. Sta in ufficio, al reparto vendite. Non lo vedevo da anni. Ho provato a chiedergli che cazzo succede lì dentro. Gli ho chiesto dei forni, gli ho chiesto dei filtri e delle scorie. La faccia che ha fatto non la saprei descrivere. Sembrava uno che parla con un terrapiattista. Sereno, distaccato, divertito. «Puoi dire un po’ quello che vuoi», mi ha detto, «ma ormai siamo verso l’impatto zero. Siamo il futuro».

Sono tornato a casa con ‘sta prima persona plurale nelle orecchie.

Qualche frase da ricordare

Quando il materiale è troppo contaminato da schifezze varie, siccome fuma troppo, lo buttano all’aria aperta a raffreddarsi, così ci respiriamo tutto. (Voci di corridoio)

Quando invece è troppo pieno di olii, vernici e altre schifezze e ci rifiutiamo di usarlo, semplicemente lo spediscono nello stabilimento in Sardegna, dove a quanto pare possono fare quello che vogliono. (Voci di corridoio)

Respiriamo schifezze? Basta mettere la mascherina. (Un operaio della Sapa)

Tenete conto che fino ad ora (quindi dal 1943, ndr) l’impianto è stato del tutto privo di filtri di qualsiasi genere. Approvando il nuovo progetto, verranno installati dei «filtri di nuova generazione», portando finalmente a norma la situazione. (Direttore della Sapa, candidamente, durante l’assemblea pubblica sull’ampliamento della fonderia, 2009)

Certo, è importante la salute… ma in questo periodo è più importante il lavoro. Quindi diamo la nostra approvazione al progetto di allargamento della Fonderia. (Rappresentante del PD, subito dopo l’intervento del direttore della Sapa, 2009)

La Sapa, ex Alcoa ed ex Metallurgica, fonderia di alluminio nel cuore della città, dopo i recenti lavori di ammodernamento dell’impianto non è più la fabbrica con emissioni incontrollate e dei camini senza filtri. Oggi — anzi dal marzo del 2011 — le emissioni atmosferiche della fabbrica sono monitorate ventiquattro ore al giorno… (Il Gazzettino, 30 agosto 2012)

La bontà e la paura. (Ancora) sul fascismo.

di Vultlarp

Solo perché ad alcuni non piace il fascismo,

non è corretto che questo piacere venga negato a tutti.

Questa non è democrazia.

(Enrico Mentana in un meme di Polpo di Stato, 6 maggio 2019)

Adesso c’è il rischio reale che la presenza di uno stand

grande come un’edicola dentro un salone di decine di chilometri

di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna.

(Il vero Enrico Mentana, 7 maggio 2019)

 

 

L’altro giorno ho aggiunto alla lista della gente che vorrei si cagasse addosso da qui all’eternità: a. Enrico Mentana b. quelli che citano Pertini o il paradosso dell’intolleranza di Popper per difendere le loro timide posizioni democratiche c. quelli che «stai a vedere che il vero fascista sei tu».

Non so perché ci ho messo così tanto. Potevo arrivarci molto tempo fa.

E questo non tanto perché tutte queste figure si sono fermate da mo’ a farsi gabbare alla bisca organizzata a bordo strada dai fasci (o sono, segretamente, biscazzieri). Ma perché stanno — più o meno consapevolmente — spostando sempre più al ribasso l’asticella del discorso. Tra Piazzale Loreto e il Salò-ne del Libro passano 74 anni in due ore di auto? Sì e no.

Al di là di ogni apparente risoluzione di una polemica che ha come al solito dello spettacolare, il fascismo reale lo conosciamo senza eventi catalizzatori a ricordarcelo. Semplicemente ci attornia. È statalizzato. Maggioritario. Vabbè. Ciononostante, la «vittoria» di cartapesta dell’«antifascismo istituzionale» sul caso Altaforte (chi ha mai detto che la lingua non è capace di meravigliosi paradossi?) funziona come contentino ma anche un’arma di discredito. Sotto il livello dei radar, l’antifascismo quello vero è sempre più una pratica a perdere. Attendiamo il vittimismo di questi camerati tristi, e i loro Mentana a dargli corda.

Preso dall’entusiasmo, ho deciso di comprare un bloc-notes per scriverci tutto dentro.

Poi ho cambiato idea perché sono pigro.

Poi ho letto questa recensione a M. Il figlio del secolo e mi è scesa definitivamente. Leggetela perché c’è scritto tutto.

Poi mi sono fatto il caffè.

Poi però col polverone alzato dal Salone mi è risalita, e ho fatto finta di scrivere qualcosa di serio. Finta di saperlo fare, non di farlo seriamente.

A fondo pagina, per chi ci arriva, una richiesta a tutte le compagne e i compagni.

Ciao.

Premessa

Solo all’umanità redenta la Storia appartiene interamente.

Corollario: i democratici che oggigiorno vogliono storicizzare il fascismo sono degli illusi o dei delinquenti. «Se vi sentite toccati da un busto di Mussolini o dall’arte fascista, allora avete ancora qualche conto in sospeso»: tipo letteralmente i fascisti di oggi?!
Non è tempo di fare una storia. È tempo di prendere partito.

  1. Il fascismo è un cane da guardia. Come Cerbero. Quindi il fascismo è un mezzo, non un fine. Fine è l’ordine, l’accumulazione, il controllo — tratti tipici di ogni potere.
  2. Come Cerbero, il fascismo ha tre teste. La prima è quella del fascismo storico, che indica l’immagine del suo transito nel passato. A destra genera nostalgici col busto di M in camera, pose da bar o da mercato, qualche quando-c’era-lui-ismo o ha-fatto-anche-cose-buonismo… ma senza le altre teste sarebbe poca cosa.
    A sinistra, una sempre più imbarazzata condanna che nasconde la triste realtà: una visione di quel periodo storico come realtà ineluttabile, una posa vittimistica, impotente, sacrificale. Il loro motto araldico è Plangere et Futuĕre.
  3. La seconda testa è quella del fascismo reale — la sua essenza, ciò che esprime e fa nella contemporaneità dei tempi. È questa la più fugace e inafferrabile delle tre, e quella più pericolosa.
    Quella che i meno ottusi (magari vagamente marxisti) chiamano ur-fascismo, termine di echiana memoria che sta per un fascismo perennemente in potenza, fatto di tratti culturali e psicologici sempre in potenza. È senz’altro il fascismo più facile da riconoscere — che va da Forza Nuova a Casa Pound, dalle aggressioni agli omicidi fino agli striscioni inneggianti al Duce o alle nuove adunate — ma sicuramente il più difficile da comprendere. Il loro discorso, infatti, parte da una premessa falsa e una non dimostrabile: a. che il concetto di ur-fascismo non abbia alcun rapporto con l’attuale stato del mondo e del discorso; b. Che esista un fascismo connaturato nell’uomo. E così la deduzione logica, la dichiarazione di materialismo dialettico si rivela nient’altro che un difettivo sillogismo idealistico.
  4. Le fauci della terza testa sono le più fastidiose e le più spesso dimenticate. Sono quelle del (realmente capovolto) fascismo antifascista, ovvero del fascismo per com’è additato dal sincero democratico. Esito succulento di quel controverso concetto che Pasolini (non) andava congetturando nel ’73 — quando vedeva nell’antifascismo istituzionale (quello della DC!) una facciata entro cui giocare di sponda coi fascisti — il fascismo antifascista è, banalmente, la sempre più estesa etichetta con cui gli (nemmeno più istituzionalmente) antifascisti istituzionali bollano le pratiche antifasciste. Certo attacchinaggio è fascista; la denuncia contro i padroni è fascista; menare i fasci è fascista; non avere «l’intelligenza di capire» le politiche dei «democratici» è fascista. Si vede che anni di lavaggio del cervello l’hanno infine avuta vinta. Se per PPP anche la parola «fascista» era, negli anni ’70, una definizione puramente nominalistica, oggi — età dei lumi o dei memi — è parola intesa autenticamente. Uno parlava delle diversità antropologiche tra fascisti del Ventennio e del Consumo; gli altri, probabilmente, non sanno di cosa parlano. Non sono le fauci che hanno più fame. Ma sono quelle che fetono di più. E sappiamo che mosche e merda vanno a nozze.

5 Molto si potrebbe dire sui rapporti mutuali tra democrazia e totalitarismi. Ricordiamo soltanto questo: che dal fascismo ha appreso a generare il disordine per farsi custode dell’ordine a ogni costo; e che dallo stalinismo ha imparato a dettare la linea di una democrazia reale al di là della quale si è apostati. Non è una novità: alla base della condanna democratica ai totalitarismi sta — implicita — la volontà di sovrapporvisi durevolmente. The best of both worlds. Corollario: la condanna (e il memorial…) istituzionale non può che essere rivolta al fascismo storico. Vediamo bene infatti come al fascismo reale essa attinga a piene mani. Sappiamo bene che pratiche di stampo fascista sono sempre state all’ordine del giorno per il mantenimento dell’ordine e la repressione del dissenso, e che il fascismo reale stesso è organico ai governi di tutto il mondo come braccio armato non riconosciuto.

6 Questo alimenta l’illusione di un frontismo democratico come ultimo baluardo contro un fascismo che in realtà è la democrazia stessa a determinare in quantità e in qualità. Come hanno fatto i ceti economici dominanti, la monarchia e l’esercito 100 anni fa, mentre i socialisti restavano a guardare dalle finestre delle sedi di partito…

7 Il fascismo antifascista sta al fascismo reale come il sentimento morale sta al gesto che lo genera. Ne consegue la sua natura artefatta, aggressiva e repressiva.
Questa natura artefatta, aggressiva e repressiva è compensata dalla debolezza intrinseca del sincero democratico. La sua posa è quella della vittima; il suo gesto, quello del mormorio. La ricompensa che il sistema democratico tributa all’obbedienza è la legittimazione formale del piagnisteo del suo suddito.

È del tutto naturale che il sincero democratico, presto o tardi, normalizzi fino alla legittimazione chiunque, col benestare del potere, partecipi al gioco democratico. Fosse anche un fascista. Fosse anche per prendere il governo. Il suo amore per le istituzioni è religioso; sa di essere — anzi vuole segretamente essere — un bravo suddito sotto un cattivo sovrano.

«Derido l’inetto che si dice buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti», diceva un poeta parafrasando un filosofo. 100 anni dopo diciamo che, per il sincero democratico, il fascismo è un vorrei-ma-non-posso. Ma non è detto che questo non-posso duri in eterno

9 Chi rifugge il vittimismo e il testimonialismo sacrificale che appartiene al sincero democratico deve essere in qualche modo stigmatizzato. Questo mondo conferisce al sincero democratico questa legittimità. Chi oltrepassa la linea tracciata dalla democrazia reale — chiunque compia realmente un gesto — è dunque additato dal sincero democratico come fascista. Questa è, propriamente, la soluzione al paradosso di Popper. Peccato che questo gioco grazi i fascisti veri…

10 L’avversione del sincero democratico per i fascisti è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L’avversione del sincero democratico per gli antifascisti è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.

Extra. Sul Salone

È Balibar, a suo modo radicalmente, ad auspicare una democratizzazione della democrazia. Questo la dice lunga sulla sua povertà di spirito e di immaginazione.

Una versione edulcorata di questo concetto già appiccicosiccio si ritrova nella strenua (e ridicola) difesa delle istituzioni da parte degli intellettuali organici italiani. Quando Mentana e Murgia… fanno ciò che sono (dei gatekeeper, in gergo economicistico), si potranno appellare alla resistenza, al disagio, alla difesa degli spazi, alla libertà (?) di stampa: non smetteranno di farci sbellicare.

Anche qui l’errore è a monte: cosa dire dello spirito sacrificale e vittimistico con cui Murgia vorrebbe vedere alla fine del reading «quei libri sollevati come uno scudo silenzioso, come un argine di storie potenti da contrapporre a chi la storia la vorrebbe negare e riscrivere»? Che è il culmine dello stato psicotico in cui versa chi ancora si ostina a non voler guardare?

Criticare Mentana è troppo facile, e sarà forse utile vederne gli effetti.

Dopo due conti in tasca, il Salone ha deciso di fare a meno di Altaforte: gli istituzionali esultano, qualcuno tira un respiro di sollievo, cala qualche scure su chi poteva boicottare contro i tanti che il «purtroppo ci devo andare per non rimetterci una fortuna» l’hanno spacciato come un fiero #iovadoatorino per «resistere». Ma il punto è che questa vittoria di cartapesta contribuisce da una parte ad alimentare l’illusione di aver respinto i fascisti (ahah!) senza aver minimamente scalfito né messo in dubbio lo stato di cose; dall’altra, a corroborare lo status dei fascisti. Il cui libro-intervista a Salvini è oggi sul podio delle vendite su Amazon, per dirne una.

Con la certezza che anche questa volta lo spazio per una critica radicale ce lo siamo fatti pappare da questi due corvi.

Questo mondo sta implorando di essere distrutto: ma dobbiamo farlo con le armi che ci troviamo dentro. «Da ciò che non si ama il più delle volte giunge la verità». Il Salone del Libro, come mille altri temi, è borghese e pop. Non lo è però il campo di forze che lo agita. In gioco c’è una percezione delle cose.

Se c’è mai stato un momento per portare una critica radicale a questo mondo che non passi solo per i nostri discorsi e le nostre pratiche, è questo. Non c’è mai stato altro. Siamo nella necessità di prendere parola anche su questo, come si asseconda un sogno una volta che ci si è resi conto di sognare. Implicitando noi stessi, i nostri bagagli, i nostri mezzi, le nostre pose.

Che è un po’ tutto il contrario di questo articolo… Ops.

(Ci siamo capiti, vero?)

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Il paradiso e noi. Su Il Regno e il Giardino di Giorgio Agamben.

di Marcello Tarì

 

 

Ille enim actus est pure naturalis, sicut comedere et bibere

In uno dei suoi aforismi terribilmente ironici una volta Kafka ha scritto:

La cacciata dal paradiso, nella sua parte essenziale, è un processo extratemporale eterno. La cacciata dal paradiso è dunque definitiva, e la vita nel mondo inevitabile, ma l’eternità del processo o, in termini temporali, l’eterno ripetersi del processo rende tuttavia possibile non solo che noi si possa perennemente restare nel paradiso, ma che davvero si sia perennemente nel paradiso, a prescindere dal fatto che noi, qui, lo si sappia o meno.

Il problema teologico-politico che Giorgio Agamben affronta nel suo ultimo libro, Il Regno e il Giardino (Neri Pozza 2019), potrebbe essere anche letto come un corposo commento a questa sentenza kafkiana. Il giardino del titolo infatti non è altro che quello dell’Eden: ma è proprio quel giardino, come pensava Kafka, il paradiso? Ed è vero che esso è sempre stato qui, sulla terra? Queste sono alcune delle questioni a cui si cerca infatti di dare risposta nel libro. Tuttavia il suo tema principale non è né tanto quello del come è o dovrebbe essere questo giardino né una descrizione del regno a venire bensì, al modo di una sorta di pamphlet ereticale, gira attorno alla questione del peccato in conseguenza del quale l’uomo e la donna furono scacciati dal paradiso, quindi se il giardino è stato perso per sempre o invece sia sempre possibile e quindi reale e infine se il regno appartenga a una dimensione ultraterrena e ultrastorica oppure sia qui, tra di noi.

Apparentemente sono questioni lontane, a volte si ha l’impressione appunto di leggere un trattato scritto da un antico eresiarca, ma se solamente facciamo lo sforzo, e non è difficile, di comprendere come e quanto l’Occidente non abbia mai smesso di pensare la politica senza avere come riferimento la teologia giudaico-cristiana, allora sapremo riconoscere l’attualità di discutere oggi del paradiso e dell’inferno, del peccato e della grazia, in una parola della politica del Regno e della possibilità di una vita beata.

Non è certo la prima volta che Agamben si occupa del Regno, forse non si è mai occupato d’altro, e lo ha fatto anche nei suoi libri più recenti, tuttavia in questo nuovo libro egli riprende e porta a compimento precisamente i motivi di una riflessione risalente a quasi trent’anni fa, contenuta in un suo saggio dal titolo «Disappropriata maniera» dedicato al poeta Giorgio Caproni che poi andrà a comporre uno dei capitoli del volume Categorie italiane. Studi di poetica.

In questo modo, con un gesto “fuori dal tempo”, Agamben indica in tutta la sua evidenza il legame che da sempre egli sostiene esistere tra poesia e filosofia e dimostrando così, ancora una volta, due cose. La prima è che la maniera in cui l’accademia scinde il pensiero in tante discipline a loro volta scisse in diverse microspecializzazioni non ha alcuna legittimità e che la sola e unica disciplina del libero pensiero è proprio quella capace ogni volta di non separare la poesia, la politica, la filosofia, l’arte, in una parola il pensiero dalla vita stessa. La seconda è che il metodo da lui usato, l’archeologia filosofica, è valido anche per il proprio stesso pensiero, non nel senso che questo debba ritornare sempre a un qualche passato originario, ma perché un vero pensiero non ha un andamento lineare-progressivo ma va innanzi e si ritira, si interrompe e ricomincia. Come Agamben scrive al termine di quel vecchio saggio, riferendosi all’opera di Caproni, ma lo stesso vale per la sua stessa opera: «Possiamo solo dire che qualcosa finisce per sempre e qualcosa ha inizio, e che ciò che comincia, comincia soltanto in ciò che finisce». Questo è il motivo per cui un pensiero forte non ha fine – sia in senso temporale che nel senso di scopo – ed è una potenza sempre sul punto di finire e di cominciare. Anche solo questi sarebbero già dei motivi sufficienti ad apprezzare questa nuova avanzata con lo sguardo volto all’indietro che è Il Regno e il Giardino.

Ma veniamo al suo contenuto. Nel saggio su Caproni la questione è già integralmente presentata nelle sue linee fondamentali e prende avvio da un appunto del poeta che si termina con queste parole:

Tutti riceviamo in dono qualcosa di prezioso, che poi perdiamo irrevocabilmente. (La Bestia è il Male. La res amissa [la cosa perduta] è il Bene).

Agamben scriveva che Caproni in un’intervista spiega che questo bene può essere espresso in quanto Grazia amissibile, cioè qualcosa che si può perdere. Ed è qui che il filosofo inseriva la sua riflessione teologico-politica, poiché questo tema della grazia ammissibile è quello che Agostino usò nella disputa che lo oppose a Pelagio. Questi fu un teologo del IV° secolo che fu condannato per eresia poiché sosteneva che siccome la natura umana è essa stessa opera della grazia divina, allora per l’uomo esiste sempre la possibilità di non peccare. Agostino, e poi l’istituzione ecclesiale, ovviamente non potevano tollerare questa posizione che nella pratica avrebbe significato destituire la Chiesa, poiché nel caso che la natura umana non fosse sempre già irrimediabilmente corrotta allora non vi sarebbe bisogno dei sacramenti che solamente la Chiesa può elargire e, ancor più, l’uomo sarebbe davvero libero. Ed è proprio a (ri)partire da questo problema teologico e politico che Il Regno e il Giardino traccia il suo cammino.

Il problema politico che deriva da questa disputa è presto detto: l’istituzione della Chiesa, come qualsiasi altra istituzione, ha per compito quello di separare ciò che è naturalmente unito e unire artificialmente ciò che è separato, quindi il giardino, approntato da Dio per l’abitazione beata degli uomini e delle donne, fu separato dal regno e dichiarato ormai perduto per sempre, inabitabile per l’eternità, mentre lo stesso regno veniva rimandato a un futuro oltreterreno. Non è complicato vedere come questo dispositivo abbia poi funzionato nella storia, quindi nelle lotte secolari: il comunismo è sempre posto dai suoi preti in un lontanissimo futuro che sarà possibile raggiungere solo attraverso la mediazione di un’istituzione, quali il partito, lo stato o qualche altra figura della separazione tra le quali ci metterei anche i “collettivi” e le varie organizzazioni politiche cosiddette di movimento che, anch’esse, pensano quasi invariabilmente la politica come una successione di scissioni tra un fuori e un dentro, un esterno e un interno, e specialmente come una macchina produttrice di azioni che devono realizzare un qualche obiettivo. Il dogma politico della modernità si risolve nel fatto che il popolo, le masse o la classe, essendo anch’essi dei soggetti scissi, non possono accedere autonomamente al regno della libertà e la rivoluzione va quindi governata, come sostenevano gli agostiniani Negri e Hardt in una delle loro encicliche.

D’altronde l’interesse che ha per noi, oggi, una simile discussione è detto nelle prime pagine de Il Regno e il Giardino:

Anche quando, com’è avvenuto più volte, gruppi di uomini hanno cercato di trarne l’ispirazione per un modello di comunità decisamente eterodossa, la strategia dominante ha vegliato ogni volta a neutralizzarne le implicazioni politiche.

Non sono pochi coloro che anche in anni recenti hanno cercato di dar vita a queste comunità eterodosse e invariabilmente è accaduto che tutte abbiano fallito senza che se ne capisse bene il motivo. Non è difficile invece comprendere i motivi del disaccordo nel dibattito teologico del primo cristianesimo.

O, come sostiene Agostino, il peccato, in questo senso originale, ha scisso la natura umana una volta e per sempre che così sarà tutta, fino alla fine del tempi, colpevole e mancante e quindi anche il paradiso lo sarà, scisso tra un giardino da sempre perduto e un regno impossibile da sperimentare in questa vita, oppure, come sosteneva già Ambrogio, Pelagio e poi ancora molte sette millenariste, la natura dell’uomo, pur potendo questo peccare, non era mai stata separata e quindi non lo era stato nemmeno il paradiso, per cui giardino e regno coincidono sempre così come la natura umana e la grazia lo sono in una forma-di-vita.

A veder bene Kafka dicendo che è molto probabile che, pur essendone stati espulsi, non siamo mai usciti dal paradiso solo che non lo sappiamo, affermava che il problema dell’umanità, il vero stato di peccato nel quale è immersa, consiste nella sua incoscienza e che questa incoscienza è ciò che le ha permesso di devastare il giardino e di devastarsi a propria volta. La cosiddetta questione ecologica è tutta qui.

A sua volta Agamben, commentando Pelagio, scrive che «il peccato non è infatti una sostanza che si possa trasmettere, ma consiste soltanto in gesti e opere». Da questa affermazione, che è la posizione che il filosofo accoglie, capiamo meglio perché Agamben insista così tanto sull’inoperosità e perché abbia occupato gran parte dei suoi libri degli ultimi venti anni con la critica del paradigma dell’azione, la cui “colpa” è quella di essere costantemente scissa in mezzo e fine. Ogni volta che individualmente ripetiamo questo genere di azione, ogni volta che consentiamo a quella scissione di ripetersi in ogni campo della vita e così di determinarla, ognuno di noi viene cacciato dal paradiso e ogni volta che ciò viene fatto in massa abbiamo la certezza che invece del regno della libertà avremo quello dell’oppressione. L’inoperosità, quindi, è quell’operazione che, mentre disattiva ogni opera separata in se stessa, libera gli uomini restituendogli alla loro natura indivisa.

Al concetto di massa in tanto che paradigma teologico-politico Agamben dedica un’importante glossa, mostrando l’origine agostiniana del significato della parola poi entrata nella modernità a designare il soggetto sovrano al posto del popolo. Ma proprio in tanto che sempre massa dannata essa non può mai accedere autonomamente alla propria liberazione, bensì deve affidarsi alla mediazione di una qualche istituzione che la governi. Il compito dell’istituzione è quello di occultare l’autonomia tanto dei singoli che del popolo e quindi la situazione di cui parla Kafka, ovvero che il paradiso è sempre stato qui e che noi siamo i suoi abitanti – se solamente ne fossimo consapevoli. Ogni singola destituzione, in questo senso, libera un frammento d’autonomia, cioè di paradiso. Ed è come se il gesto supremo della destituzione possa strappare il pesante sipario che impedisce di ammirare nella sua integralità il giardino nel quale, tuttavia, viviamo.

Un capitolo viene dedicato da Agamben alla maniera in cui Scoto Eriugena nel medioevo diede una risposta alla questione teologica del paradiso del tutto opposta a quella agostiniana. Qui, a differenza di Kafka, si dice che il paradiso, certo, è sempre stato qui, ma, a differenza di Agostino, non bisogna pensarlo letteralmente bensì allegoricamente. Il paradiso così sarebbe in realtà la stessa natura umana e quindi se peccato vi è stato è accaduto fuori di essa. Infatti la variante più di spessore rispetto alla narrazione di Kafka è nel fatto che Eriugena sostiene che in verità l’essere umano non ha mai vissuto nel paradiso edenico e che tutto ciò che narra la Genesi, compreso il peccato, è avvenuto fuori dal paradiso, quando insomma ne era già uscito ma proprio per questo esso resta la promessa eterna della destinazione propria della natura umana: «l’origine è la meta». Eriugena per altro afferma che la natura tanto materiale che spirituale dell’uomo non è diversa da quella animale, così detronizzando l’uomo dal posto più in alto nella gerarchia che è sempre stato osservato nella cultura occidentale, ma che esiste una sola natura, una sola sostanza per dirla con Spinoza, e che questa è in Dio come Dio è in essa. In definitiva il peccato è ciò che allontana l’uomo dalla sua natura, mentre il bene è ciò che lo richiama alla sua vera abitazione.

Quindi l’ulteriore e definitivo passaggio che compie Agamben per confutare ogni agostinismo è compiuto tramite l’analisi dell’opera di Dante Alighieri. In effetti, già nel saggio su Caproni il filosofo per rispondere alla domanda «Perché c’importa la poesia?» convocava Dante a testimonianza del fatto che essa ci importa non perché si identifichi con la vita biografica o psicologica del soggetto che la fa e nemmeno perché si isoli da quella, bensì perché permette la sua desoggettivazione attraverso la lingua e con ciò il poeta «nella parola genera la vita». Dunque poesia e vita coincidono in una lingua senza soggetto che permette una nuova «mutazione antropologica». E questa mutazione è esattamente ciò in cui dovrebbe consistere una vera politica, la quale comincia sempre a partire dalla nostra stessa vita: chi tra noi, per dirla con Caproni, non vive con la sensazione di aver perduto un bene, una qualche forma di grazia, qualcosa di incalcolabile? L’esistenza, a volta, sembra solamente consistere nella ricerca di quel bene che con ogni probabilità abbiamo perduto per sempre. Ma il bene è forse nella ricerca stessa.

Ne Il Regno e il Giardino  si mostra come Dante indicasse una soluzione al problema del peccato e del paradiso del tutto eretica rispetto all’opinione ortodossa di Tommaso d’Acquino, una soluzione che è tanto individuale che collettiva, cioè del tutto politica. Dante infatti sostiene che il paradiso terrestre non è altro che una figura allegorica della beatitudine umana o, nelle sue parole, «civile». La beatitudine è cioè l’esercizio della propria virtù, la quale è legata all’amore – all’«uso della cosa amata» – e quindi nella coincidenza di virtù, intelletto e amore è la chiave della felicità terrena del genere umano. Ancora, per Dante la venuta del Cristo è stata sufficiente a restaurare l’integrità della natura umana, la redenzione è così già avvenuta e quindi non ci sarebbe alcun bisogno dei sacramenti amministrati dalla Chiesa. Quindi, una volta di più, Agamben usa Dante per specificare che «sono le azioni umane, e non la natura», al contrario di come dicono sempre i teologi, a provocare l’infelicità dell’uomo: «il paradiso terrestre di Dante è la negazione del paradiso dei teologi».

I teologi infatti non solo hanno separato la natura umana dalla grazia ma anche il giardino dal regno e quest’ultimo è spesso descritto come qualcosa che sarà istaurato solo dopo la fine dei tempi, la città celeste di Agostino appunto, e se, al limite, di regno sulla terra si può parlare lo si può fare solo riferendosi alla Chiesa. Per di più in molti teologi si trova che persino questo regno paradisiaco ultrastorico avrà bisogno di un governo, di qualcuno che comanda e qualcuno che esegue, di regnanti e di sudditi, anche se magari non ci sarà la proprietà privata. Il che non può non ricordare l’avventura del socialismo realizzato – cosa sul quale lo stesso Agamben infatti si sofferma. Ma infine il filosofo, in una vertiginosa ricapitolazione della tradizione apocalittica, dal giudaismo a Walter Benjamin passando per qualche Padre della Chiesa e le sette millenariste, afferma alcune semplici verità: il regno è necessario agli uomini per ritrovare sulla terra la felicità perduta; il regno di cui si parla nei Vangeli è terreno ed è sempre presente tra di noi, qui e ora; nella storia sono presenti due ritmi temporali, quello messianico e quello cronologico, ma il primo non può mai essere iscritto nel secondo, bensì gli è «accanto».

Vi è un altro aforisma di Kafka concernente il paradiso:

Fummo creati per vivere nel paradiso, il paradiso era destinato a servirci. La nostra destinazione è stata mutata, non così quella del paradiso.

La nostra destinazione è stata mutata dalle istituzioni, da un Governo degli uomini e delle cose che non vuole finire e che continua a questo fine nell’imbrogliare gli uomini procrastinando infinitamente il regno e quindi il «paradiso in terra». Ma questo, il paradiso, è sempre qui e aspetta solo di essere abitato. Così il regno è tra di noi ma per permettergli di venire bisogna levare gli ostacoli che ci impediscono di vederlo. È per questo che la destituzione di ogni Governo è necessaria.