Ritorno ad Amburgo ad un anno dal G20

Ciò che resta della battaglia di Amburgo è senz’altro una battaglia per l’affermazione di una verità su quelle giornate. Se durante il summit dello scorso luglio le immagini del gran galà dei potenti del mondo sono state offuscate da quelle delle centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro il G20 ed il suo mondo, o da quelle che raffiguravano dapprima la brutalità della polizia tedesca contro i manifestanti e poi la sua apparente impotenza nel sedare la rivolta, nei giorni immediatamente successivi è iniziata una violenta controffensiva contro-insurrezionale che, ad un anno dai fatti, sembra tutt’altro che volgere al termine.

Infatti, dopo tre interminabili giornate, in cui una molteplicità di accadimenti si sono succeduti in una sequenza e con una diffusione tale da renderli tuttora quasi impossibili da cartografare nella loro totalità e nella loro eterogeneità di forme e modalità, una strategia contro-insurrezionale di portata europea si è subito messa all’opera per compiere una rivisitazione di quei segmenti spazio-temporali di conflitto che hanno composto l’ essenza di quelle giornate, nel tentativo di riscrivere e sovrascrivere in maniera definitiva una parte di quella storia scritta ad Amburgo dal movimento.

Questa strategia però sembra potersi leggere a differenti livelli. Sono differenti, infatti, gli obbiettivi che sembrano volersi perseguire mediante un’applicazione rigorosa e scientifica delle diverse tecniche di cui essa si compone. Ad una prima lettura ciò che appare evidente è la chiara volontà dello Stato tedesco, tramite lo zelante operato di polizia e media mainstream, di imporre una narrazione ufficiale dei fatti inerenti il contro-vertice del G20, annichilendo le altre possibili verità su quelle giornate. L’unica storia possibile deve essere quella per cui migliaia di facinorosi provenienti da tutta Europa siano arrivati ad Amburgo con il preciso intento di metterla a ferro e fuoco durante i giorni in cui in città si svolgeva il festival mondiale della democrazia. Che tra i primi protagonisti del galà della democrazia ci fossero Donald Trump, che in questi giorni sta rinchiudendo i bambini messicani nelle gabbie perché rei di essere figli di immigrati clandestini, o Erdogan responsabile del massacro curdo o della devastazione dei territori e delle relative forme di vita interessati dalla costruzione del nuovo progetto di gasdotto della Tap, sono verità che devono rimanere nascoste. Così come sono state subito riportate nel dimenticatoio le immagini dei brutali pestaggi della polizia tedesca nei campeggi allestiti per i manifestanti nelle giornate immediatamente precedenti il summit. Indubbiamente un altro obbiettivo è quello di ovviare alla perdita di fiducia nei confronti della polizia tedesca da parte dell’opinione pubblica, assicurando alla giustizia tedesca tutti i maggiori responsabili dei disordini contro il G20. Questo obiettivo, del resto, è stato esplicitato proprio in questi termini dallo stesso capo della speciale unità di polizia SOKO, Jan Hieber, nell’ammettere il fatto che la polizia tedesca ha perso il controllo nella gestione dell’ordine pubblico in quelle giornate, e pertanto dovrà pur farsi perdonare in qualche modo.

Ma la strategia contro-insurrezionale del G20 di Amburgo cela anche un piu’ sottile profilo di natura preventiva. Secondo l’opinione di alcuni, infatti, la scelta di organizzare il G20 dello scorso luglio in una città come Amburgo, per di più in una zona della città a ridosso dello storico quartiere antagonista ed autonomo di St. Pauli, non sarebbe stata una scelta ingenua, provocatoria o semplicemente poco lungimirante, ma piuttosto ben calibrata e funzionale a giustificare la ristrutturazione dell’apparato giudiziario e poliziesco tedesco e a sperimentare quello neo-costituito a livello europeo dell’Eurojust e dell’Europol.

La strategia contro-insurrezionale preventiva e repressiva del G20 viene applicata cosi’ mediante una molteplicità di tecniche.

Finito il summit, cominciano i primi processi contro coloro che sono stati arrestati durante le giornate di protesta. Infatti, durante le giornate del controvertice la polizia tedesca ha proceduto a più di 186 arresti, di cui 51 sono stati confermati con misure di detenzione preventiva. Tra i destinatari 23 stranieri provenienti da Italia, Francia, Olanda, Russia, Svizzera, Austria, Venezuela, Spagna, Polonia, Serbia, Senegal e Repubblica Ceca. Come commentano molti avvocati, che hanno assunto la difesa dei ragazzi arrestati, l’atteggiamento vendicativo di procura e magistratura e’ stato immediatamente evidente. Nel sistema giudiziario tedesco del pre-G20, notoriamente democratico e garantista, si insinuano immediatamente prassi inedite quali la conferma di misure preventive in totale assenza e carenza di prove sufficienti, l’erogazione di pene esemplari assolutamente sproporzionate rispetto alle condotte imputate, e perfino costruzioni inquisitorie basate sul concorso morale o sul reato di associazione a delinquere, per noi già molto familiari, ma volte a incidere definitivamente il sistema penalistico tedesco. Il primo processo è’ terminato, in primo grado, con una condanna a 2 anni e 7 mesi senza condizionale per il lancio di 1 bottiglia e 1 sasso, gesti paragonati ad un atto terroristico. Altri tre processi sono terminati con condanne, che vanno dai 16 ai 39 mesi per fatti analoghi, già eseguite con la pena detentiva. Ad oggi si contano 40 condanne, altri 136 processi pendenti, mentre è salito a 1619 il numero complessivo dei procedimenti compresi quelli ancora in stato di indagine, e quelli contro gli abusi della polizia che ammontano a 124 casi di cui ovviamente già 54 sono stati archiviati.

Nei giorni immediatamente successivi al G20 è iniziata la gogna mediatica, una vera e propria caccia all’uomo alla ricerca dei criminali che hanno danneggiato la ricca cittadina portuale del Nord Europa. La polizia tedesca ha invitato i cittadini alla delazione, a mandare foto, video, a rilasciare testimonianze, a collaborare attivamente alle indagini. Oltre al materiale già in possesso della polizia si sono così raccolti oltre 7 thera byte di materiale fotografico, oltre 10 thera byte di materiale video e oltre 10.000 testimonianze. La polizia di Amburgo ha chiesto poi alle maggiori testate giornalistiche tedesche di pubblicare foto segnaletiche alla ricerca dei RIOTERS.

Presto la richiesta, si è estesa anche ai mass-media di altri stati europei, venendo perlopiu’ disattesa. Del resto, un’altra verità che si vuole promuovere è che siano stati italiani, greci, spagnoli, francesi, ecc., ovvero i poveracci delle terre del sud i maggiori responsabili di quanto accaduto, perché loro odiano la Germania, la ricca città di Amburgo in particolare. Così, ad un anno dal G20 i giornali continuano a fare da cassa di risonanza all’operato della polizia tedesca, sempre alla ricerca di riscatto. La verità sulle giornate di Amburgo viene così continuamente distorta e mantenuta costantemente all’ attenzione dell’opinione pubblica, fatta rivivere in dibattiti televisivi e nelle prime pagine di giornale ancora ad un anno dai fatti. Per un anno intero si è alimentato costantemente quel sentimento di indignazione cittadinista che aveva portato alla spontanea costituzione di piccole milizie con maglietta bianca e scopa in mano, pronte a ripulire le scritte dai muri e a spazzar via i sanpietrini dalla strada, a cancellare immediatamente i segni della rivolta già il giorno immediatamente successivo al summit, esattamente come nel post NOEXPO di Milano nel 2015.

E ancora. Viene costituita una speciale unità di indagine dal nome “Commissione speciale di investigazione sul Blocco Nero” il cui acronimo in tedesco e’ “SOKO” composta da ben 180 agenti che per 8 ore al giorno indagano alla ricerca dei responsabili nei riot dello scorso luglio. I loro uffici sono tappezzati di foto segnaletiche, post-it e frecce volte a ricostruire e collegare tra loro i principali eventi. Indagano su 3200 casi, che vedono coinvolte ben 729 persone di cui 140 stranieri. Da Marzo 2018 questa unità ha a propria disposizione un software d’avanguardia tecnologica per il riconoscimento biometrico. Una volta inseriti i dati, il programma scandaglia automaticamente tutti i video e le foto in esso inseriti allo scopo di ricostruire chi è stato dove e a fare cosa in quelle giornate. Interi laboratori invece sono stati allestiti per prelevare il DNA da tutti gli indumenti ed oggetti ritrovati dalla scientifica “sui luoghi del delitto”.

A dicembre 2017 con un’operazione di polizia si è proceduto ad alcune perquisizioni soprattutto ad Amburgo ma anche in altre città della Germania alla ricerca di ulteriori prove. Sempre nel mese di dicembre sono state pubblicate sul sito della polizia di Amburgo 107 foto di presunti ricercati responsabili dei disordini anti-G20. Questo allo scopo di ottenere nuove informazioni e testimonianze da parte degli zelanti cittadini perbene o anche allo scopo di tracciare gli indirizzi IP da cui le foto vengono aperte e visualizzate. Inutile dire che la polizia finora ha potuto contare più di 4 milioni di click.

Ma di questi primi 107 presunti ricercati finora la polizia è riuscita ad identificarne 35 di cui solo 2 al momento sono stati effettivamente denunciati. Un’altra serie di 101 foto è stata pubblicata sempre sul sito della polizia di Amburgo, con lo stesso metodo e scopo, nel maggio 2018. Di questi presunti ricercati ne vengono finora identificati 13. Quindi 48 in tutto, di cui 35 le identificazioni rese possibili dalle testimonianze di comuni cittadini. I protagonisti di quest’ultima selezione di foto segnalazioni, sarebbero provenienti da altri paesi. La polizia stima che 91 sarebbero stranieri e mediante i sistemi di Eurojust ed Europol indaga in altri 15 paesi membri dell’Unione Europea, contando su nuovi ed agevoli istituti giuridici quali il mandato di arresto europeo ed il mandato di indagine europeo. Il 29 maggio scorso infatti, si è svolta una delle prime operazioni di carattere europeo condotta dalla polizia tedesca con la collaborazione dell’Eurojust. I destinatari di questa operazione sono stati 9 ragazzi. L’operazione si è svolta la mattina del 29 maggio all’alba contemporaneamente a carico di un ragazzo in Svizzera, di tre ragazzi in Francia, di tre a Madrid in Spagna e di due ragazzi italiani, uno di Genova e l’altro di Roma. L’operazione finalizzata per lo più alla perquisizione degli appartamenti e alla sottoposizione dei ragazzi ad un interrogatorio, si e’ svolta in base ad un mandato di indagine europeo (ad eccezione del caso svizzero evidentemente) emesso dal Tribunale di Amburgo. La polizia ha inoltre dichiarato di avere prove sufficienti per trasformare il mandato di indagine in mandato di arresto europeo a carico di uno dei ragazzi francesi, dichiarato però irreperibile dalla autorità francesi. Fallimentare pare sia stata anche la richiesta di arrestare il ragazzo indagato in Svizzera, rigettatagli dalle autorità locali per insufficienza di prove. Alcune irruzioni negli appartamenti sono state filmate e seguite in diretta dal centro di coordinamento di Amburgo. Le perquisizioni sono finalizzate al sequestro di indumenti, rigorosamente neri, materiale informatico (cellulari, computer, macchinette fotografiche, schede sd, pennette usb), effetti personali da cui effettuare il prelievo del DNA. Lo scopo, oltre a quello più evidente della ricerca di prove schiaccianti di una partecipazione a determinati eventi di protesta contro il G20, è quello più generale di profilazione e di ricerca informazioni, di ricerca di legami e contatti tra individui e gruppi a livello internazionale. In altre parole laddove non è possibile procedere ad arresti e denunce tanto vale rimpinguare le nuove banche dati europee di individui potenzialmente pericolosi, dei legami tra loro, del loro materiale genetico e biometrico.

Questa operazione di polizia di portata europea ha avuto un’enorme eco a livello mediatico in Germania. Le foto dell’operazione ed i nomi degli indagati sono comparsi su tutti i giornali e al termine dell’operazione stessa si è svolta una grande e trionfalista conferenza stampa.

A spiegare i fatti per i quali si procede, le modalità e le tecniche di indagine che si stanno seguendo e che hanno condotto a questa prima brillante operazione, è lo stesso capo dell’unità SOKO, Jan Hieber, in un documentario andato in onda sul primo canale della tv nazionale tedesca la sera stessa dell’operazione europea.

Nel documentario è proprio questo giovane rampante trentaduenne, con fede al dito, l’orologio e il completo elegante a spiegare come si sta lavorando per assicurare alla giustizia i maggiori responsabili del NO-G20. Gli episodi su cui ci si concentra e su cui verte anche l’operazione europea sono le manifestazioni dei due black bloc che il 7 luglio 2017, all’alba, hanno attraversato diversi punti della città, con danni stimati per oltre 2 milioni di euro, dando il via a 24 ore di rivolta ed ingovernabilità dell’intera città. Nel documentario scorrono le immagini di una mappatura di tutti i paesi di provenienza dei manifestanti anti-G20; della modalità di funzionamento del software di riconoscimento biometrico; degli agenti della scientifica con tanto di guanti, camice e mascherina che tamponano guanti, magliette e altri oggetti per prelevarne DNA; degli agenti della SOKO che lavorano nella loro centrale operativa visionando i filmati o che fanno passeggiate nei parchi e nelle strade percorse dalle manifestazioni provando a ricostruirne percorsi, tecniche, ragionamenti e modalità di comunicazione.

Si raccolgono le testimonianze degli abitanti dei quartieri attraversati dal blocco nero quella mattina, che “si svegliarono in una coltre di fumo”. Si fanno varie ipotesi nel tentativo di immedesimarsi in quelle persone, per capire da dove sono apparse, da dove scomparse ma soprattutto come abbiano potuto mettere in capo un piano a loro avviso così studiato e scientifico da risultare ideato da “una vera e propria organizzazione paramilitare di professionisti”. Infine, dopo aver raccolto il parere e le opinioni degli esperti di turno, Jan Hieber promette ai cittadini di Amburgo che si sta facendo tutto il possibile per riconquistare la loro fiducia.

Il 28 giugno scorso, poi, si è svolta una nuova operazione di polizia in Germania. Sono stati perquisiti tredici appartamenti a Francoforte sul Meno, Offenbach, Rossbach, Colonia, Amburgo, Oldenburg, Dudenbüttel e sono state arrestate sei persone. Quattro delle sei persone sono state arrestate per aver partecipato presuntamente alla manifestazione dell’Elbchaussee della mattina del 7 luglio. Il tentativo è quello di sostanziare a loro carico un’accusa di associazione a delinquere e di concorso morale nei reati commessi durante la manifestazione. Questi ragazzi hanno un’età compresa tra i 17 e i 24 anni e provengono da Francoforte sul Meno e Offenbach. I due ragazzi minorenni sono stati rilasciati con una denuncia e piede libero, mentre i maggiorenni sarebbero stati immediatamente trasferiti in carcere ad Amburgo, in attesa che inizi il processo. Gli altri due arresti sono stati eseguiti a Colonia, nei confronti di una donna di 19 anni ed un uomo di 32, accusati del “saccheggio” di un supermercato. Inoltre, altre nove persone sono state sottoposte a perquisizione e accusate di “incendio, disordine, resistenza e lesioni a poliziotti”.
Ma contro tutto questo, che sembra un trend appena iniziato e di certo non destinato ad esaurirsi nel breve tempo, ma piuttosto ad imporsi come nuovo paradigma controinsurrezionale preventivo e repressivo di carattere europeo ed internazionale, non si può rimanere in silenzio. Occorre comprendere fino in fondo il cambio di passo che il nemico sta compiendo per essere sempre più pronto ad affrontare le rivolte urbane che segnano un approfondimento della guerra civile in corso. Occorre vincere il clima di paura, terrorismo ed immobilismo che attraverso queste operazioni e queste tecniche si mira ad instaurare. Occorre sostenere anche qui lo sforzo dei compagni tedeschi che da circa un anno stanno affrontando tutto questo molto più da vicino, dimostrando la capacità e la volontà politica di difendere legalmente, materialmente e politicamente tutti coloro che l’estate scorsa, in qualunque modo, si sono opposti al G20 ed al suo mondo.

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario. #4 Qui e Ora incontra alcuni antifascisti tedeschi della Rhein-Main Area

Prosegue il nostro lavoro di inchiesta sui temi del fascismo e dell’antifascismo contemporaneo. Questa volta abbiamo cercato di capire qual è la percezione che si ha in Germania del fenomeno del fascismo e come si organizzano i compagni tedeschi per opporsi ad esso.

QeO: Fascismo, populismo e razzismo sono fenomeni in grande crescita a livello globale. Che percezione avete di tutto questo in Germania?

X: Nella società medio-borghese tedesca, il razzismo non è un fenomeno nuovo. Uno studio realizzato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung, dimostra che negli ultimi anni circa un quarto dei tedeschi condivide atteggiamenti di destra, populisti e razzisti. Ma da questo studio si deduce anche che, pur essendo aumentato negli ultimi anni il numero di chi condivide queste posizioni, non si tratta di posizioni inedite. Infatti, quando negli anni ’90 ci fu un grande flusso migratorio diretto in Germania, il razzismo tedesco esplose in veri e propri pogrom contro i richiedenti asilo. Per esempio, con il consenso di migliaia di cittadini, nel 1992, i neo-nazisti attaccarono la “Sunflower House” a Rostock-Lichtenhagen. La “Sunflower House” era un palazzo dove vivevano principalmente lavoratori stranieri provenienti dal Vietnam.

L’attacco durò per giorni e non fu fermato dalla polizia. In risposta a questi episodi il governo tedesco ha riformato, in senso notevolmente restrittivo, la legge nazionale sul diritto d’asilo. Come risultato il numero dei rifugiati è nuovamente diminuito. Anche la cosiddetta “National Socialist Underground” (NSU) iniziò ad agire nella Germania di quel periodo, uccidendo migranti con la collusione delle autorità e dello stato tedesco, propagandando statistiche feroci e falsate ispirate ad una ideologia razzista. Gli ultimi esodi e migrazioni di molte persone in Europa mettono nuovamente in luce quanto il razzismo sia diffuso e da sempre radicato nella società. Si registra nuovamente una crescita del fenomeno razzista e populista in Germania. Il discorso pubblico si è spostato molto a destra negli ultimi anni. Il pensiero razzista torna ad essere socialmente accettabile tanto che i leader dei maggiori partiti politici, ad esempio, possono definire le organizzazioni per i diritti umani “parti di un’industria anti-deportazione”, senza subire alcuna conseguenza. Il linguaggio che un tempo era evidentemente proprio dell’estrema destra non è più tabù, ma quotidianamente utilizzato dalla stampa. Il crescente razzismo e populismo si basa anche sulla paura diffusa ed indotta di una presunta minaccia islamista e terroristica nella società tedesca. Queste paure e il discorso politico che ne consegue vengono usati per sviluppare uno stato sempre più autoritario. Per citare solo alcuni di questi sviluppi, assistiamo oggi: all’inasprimento della legge penale, alla creazione di grandi campi per i rifugiati, ad un notevole aumento dei caratteri restrittivi della legislazione in materia di immigrazione e all’aumento delle misure di sorveglianza. In tempi di campagne elettorali alla guida dei partiti, un tempo appartenuti alla borghesia conservatrice, vi sono ora populisti di destra. Per esempio, la CSU in Baviera vuole imporre una nuova legge volta ad ampliare i poteri della polizia e a modificare profondamente, in senso peggiorativo, i diritti civili dei cittadini. Secondo questa proposta di legge, chi, pur non avendo commesso alcun reato, sia ritenuto pericoloso per la “sicurezza”, può comunque scontare lunghe pene detentive di carattere preventivo. Un altro esempio del cambio di passo che si registra in Germania è stata la reazione ad un episodio avvenuto in un campo a Ellwangen (Baden-Württemberg), in cui si è riusciti ad impedire la deportazione di alcuni rifugiati. Infatti, più di cento persone, per lo più rifugiati, erano riusciti ad evitare il rimpatrio di un amico. La stampa ha riportato la notizia senza alcuna simpatia per i rifugiati, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica che così si è scagliata contro i rifugiati resistenti. Il giorno dopo le forze speciali della polizia hanno fatto irruzione nel campo dei rifugiati per garantire con la forza il rimpatrio e punire coloro che lo avevano impedito il giorno prima. Non ci sono state critiche dell’opinione pubblica a questa modalità illegittima di intervento da parte delle forze dell’ordine. Invece c’è stata una grande approvazione sociale. Quindi senza dubbio si può dire che buona parte della società tedesca incarna quello sviluppo globale che state descrivendo.

QeO: Cosa è cambiato in Germania negli ultimi anni? A cosa si deve la rinnovata forza e popolarità dell’estrema destra?

X: La situazione in Germania è cambiata molto negli ultimi anni. Stiamo vivendo una fase caratterizzata da divisioni sempre più profonde della società sia in termini di distribuzione della ricchezza, che in termini di posizioni politiche e atteggiamenti razzisti. Per la prima volta c’è un movimento di destra chiamato PEGIDA (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’occidente) che oggi, insieme all’AFD, un partito di destra, è parte di quasi tutti i parlamenti tedeschi. PEGIDA è stata fondata nel 2014 a Dresda, dove ha iniziato a organizzare manifestazioni con oltre 20.000 partecipanti.

Hanno anche delle sedi in altre città tedesche dove sono state organizzate, con una certa regolarità, manifestazioni contro la cosiddetta “islamizzazione” e contro la politica tedesca in materia di asilo. Il seguito di PEGIDA è differente da città a città. Ad esempio a Francoforte oltre 4.000 antifascisti si sono trovati di fronte solo un misero gruppo composto da non più di 80/100 sostenitori di PEGIDA. Mentre a Dresda le manifestazioni di questa organizzazione, che ricorrono con cadenza settimanale, sono divenute una pericolosa circostanza in cui si crea una vera e propria area off-limits per i militanti di sinistra ed i migranti. Mentre PEGIDA nel corso del tempo ha cercato di proporsi alla società tedesca con una rinnovata immagine moderata di tipo liberal-borghese, i razzisti appartenenti ai movimenti contro-culturali hanno ricercato differenti maniere per proporre le loro pratiche. Per esempio, hanno fondato HoGeSa (tifosi contro i salafisti). Oltre 5.000 tifosi di destra, sostenitori di diverse squadre di calcio tedesche hanno preso parte ad una manifestazione a Colonia, scontrandosi con la polizia. Ma questa composizione non può certo definirsi inedita, in quanto già negli anni ’90 molti hooligan sono stati tra i primi protagonisti di attacchi e raid di matrice razzista. Ma finora il più grande cambiamento rimane la capacità ed il successo con cui sono riuscite a ricomporsi le differenti aree della destra più radicale nell’organizzazione di PEGIDA. Al suo interno, infatti, sono confluiti tanto militanti neonazisti che ignoranti razzisti o conservatori frustrati. Nel frattempo, però, c’è anche un nuovo partito, l’AFD, portatore delle stesse istanze di PEGIDA nei parlamenti. Il crescente razzismo e la deriva sempre più autoritaria dello stato tedesco stanno comportando anche la completa assuefazione a questo clima da parte della sinistra in generale e della sinistra neo-liberale in particolare. Azioni violente da parte delle organizzazioni di estrema destra e dichiarazioni razziste da parte dei politici di destra sono all’ordine del giorno e a questo clima si sono dovuti adeguare anche i militanti antifascisti. Una reazione completamente logica per sopportare la follia quotidiana, ma anche un chiaro indicatore dei tempi e dei recenti cambiamenti.

QeO: Ci siamo resi conto che, in Italia, il fenomeno del fascismo contemporaneo non si può ridurre solo ad una questione di organizzazioni neo-fasciste, ma che si esplica in una vera e propria “fascistizzazione” della società, cosa che lo rende evidentemente un fenomeno alquanto pericoloso. Potreste dire lo stesso per la Germania?

X: Noi non crediamo che il fenomeno di “fascistizzazione” riguardi la società intera. Ci sembra però che le divisioni sociali si stiano approfondendo sempre più e che stia prendendo piede in una parte sempre più consistente della società un forte desiderio di “fascistizzazione” della società intera. Le posizioni razziste e le discriminazioni basate sulle identità etniche non sono più appannaggio dei soli partiti e delle organizzazioni dell’estrema destra, ma sono divenute parte integrante dell’ideologia borghese. Anche le istanze come quelle di genere o per la libertà sessuale stanno subendo un “contraccolpo”. Mentre i diritti degli omosessuali ed il femminismo sono fuori discussione per un’ampia parte della società, posizioni anti-femministe e omofobe si stanno affermando sempre più in vari ambiti sociali. Questo “contraccolpo” si registra tanto per le strade, quanto sulla stampa e in molti dei parlamenti della Germania. Il desiderio di “gruppi familiari tradizionali” è ancora palesemente maggioritario e talvolta perfino considerato moderno o alla moda. Queste posizioni non sono solamente sostenute da stupidi neonazisti, ma hanno una enorme diffusione negli ambienti sociali borghesi. Ma a far paura è anche l’inimmaginabile diffusione di posizioni darwiniste, considerate assolutamente tabù fino a pochissimo tempo fa. L’AFD, di recente, ha formulato anche un’inchiesta parlamentare al Bundestag, con contenuti palesemente discriminatori nei confronti dei disabili. E ultimamente si registra una stretta repressiva perfino nei confronti di senzatetto, tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Sotto la pressione di iniziative cittadiniste e della stampa, ad esempio, la polizia di Francoforte si sta attualmente accanendo contro senzatetto, tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Centinaia di poliziotti sono impegnati a rendere la vita impossibile a queste persone senza diritti, nel tentativo di cacciarli dalle città.

Sebbene questi atteggiamenti non costituiscano una novità di per sé, inedito è sicuramente il consenso che riscuotono sia da parte della stampa che dell’opinione pubblica, che si sbilancia tutt’al più in critiche velate a quegli approcci repressivi evidentemente eccessivi. Il panorama nemico per gli antifascisti è quindi diventato molto più complesso e complicato da affrontare.

QeO: Potreste descriverci la galassia tedesca delle organizzazioni di estrema destra?

X: Il NPD è stato un partito nazionalsocialista sin dagli anni ’60, chiaramente in continuità con la tradizione nazionalsocialista tedesca. Per molto tempo è stata l’organizzazione più importante dell’estrema destra e nell’ultimo decennio è stato in grado di vincere alcune elezioni amministrative. Il NPD ha anche indetto manifestazioni a livello nazionale. Nella Germania dell’est il partito è molto radicato a livello regionale. Ma finora non ha mai avuto accesso al parlamento federale tedesco. Oltre al NPD, ci sono i cosiddetti “Frei Kameradschaften”, “Autonomous Nationalists” e altri gruppi extraparlamentari. Ci si riferisce perlopiù ai neo-nazisti militanti che sono organizzati in gruppi diffusi. Ovviamente ci sono anche gruppi di hooligan di alcune squadre di calcio, che sono gruppi di veri e propri militanti neo-nazisti. Una organizzazione tra queste, già nominata prima, è “HoGeSa”. Negli ambienti delle organizzazioni di destra si organizzano anche grandi concerti rock legali con diverse migliaia di partecipanti, soprattutto nella Germania orientale. Senza molta resistenza e senza repressione da parte dello stato e della polizia, possono organizzare indisturbatamente feste, convention di tatuaggi ed eventi di sport da combattimento. Le formazioni neo-naziste tedesche sfruttano la legislazione nazionale sull’associazionismo per evitare che questo tipo di eventi vengano vietati. Di recente, il NPD ha rapporti piuttosto conflittuali con altre parti dell’estrema destra. Sia con altri partiti minori di estrema destra che con le organizzazioni extraparlamentari o altre formazioni neo-naziste di stampo più liberal-borghesi. Un fenomeno abbastanza nuovo in Germania è la formazione dal nome “Identitäre Bewegung”, dai forti legami con i gruppi neo-fascisti italiani. Sono un nuovo movimento di destra, già diffuso in Francia, Italia e Austria. L ‘ “Identitäre Bewegung” in Germania si compone in larga parte di neo-nazisti e di studenti legati all’ estrema destra. Non sono molti, ma riescono spesso a catturare l’attenzione dei media. Nella città di Halle hanno uno stabile a scopo abitativo e anche un centro sociale in cui si organizzano. Ma i compagni di Halle e di Lipsia, città che si trova piuttosto vicino ad Halle, organizzano molte proteste contro il loro spazio. Al momento, l’organizzazione più importante della destra tedesca è il partito “Alternative für Deutschland” (AFD) e il movimento PEGIDA, di cui abbiamo già parlato. Ora, l’AFD ha seggi in quasi tutti i parlamenti, è molto presente a livello mass-mediatico e dunque capace di articolare e diffondere la sua retorica sempre più marcatamente razzista. Un altro partito sempre più assimilabile all’AFD è il partito bavarese della CSU, un partito conservatore, cristiano e liberal-borghese che pian piano sta facendo proprie tutte le istanze dell’AFD agitando una propaganda che si scaglia contro i migranti e contro la sinistra. Questo partito ha ruoli importanti nel governo, ad esempio il ministero degli interni è guidato da un membro della CSU, e in Baviera governa con la maggioranza assoluta. Quindi hanno l’opportunità politica di attuare le loro posizioni razziste e autoritarie. Infine, negli ultimi tempi, i diversi movimenti di destra hanno dimostrato un’inedita capacità di infiltrarsi nei sindacati e nei consigli di fabbrica, insomma di appropriarsi di temi sociali quali il lavoro, che per tradizione, in Germania, sono sempre stati appannaggio della sinistra. Più in generale, sono le diverse istanze sociali ad essere sempre più agite dalla destra. A nostro avviso, se la sinistra radicale dovesse perdere terreno anche su queste tematiche sarebbe alquanto pericoloso.

QeO: Ci potete raccontare del partito dell’AFD? Della sua storia e della sua composizione interna? Lo definireste un partito nazista?

X: L’AfD è un partito fondato nel 2013 e inizialmente aveva posizioni neoliberali e anti-europeiste. La maggior parte dei suoi membri proveniva da ambienti alto-borghesi, sostenevano l’abolizione dell’euro e una politica economica più liberale. Nel corso del tempo, ha assunto posizioni sempre più razziste e nazionaliste che alla fine hanno prevalso nel loro discorso. Oggi, l’AfD è un partito chiaramente nazionalista e razzista che promuove una politica autoritaria. A differenza del NPD, il partito non promuove alcuna istanza sociale. Al contrario, si impegna a preservare e promuovere le élite e il sempre maggiore sfruttamento dei più deboli. Pertanto, non si può definire l’AfD un vero e proprio partito nazionalsocialista, sebbene alcuni funzionari dell’AFD provengono dall’area nazionalsocialista e alcuni dei loro fondi confluiscano in organizzazioni che promuovano istanze propriamente nazionalsocialiste. Inoltre, alcuni appartenenti al partito iniziano a occuparsi di questioni sociali. Vedremo come le loro posizioni cambieranno nel tempo.

QeO: Sappiamo che in Germania si presta una particolare attenzione nell’utilizzare in maniera differente i termini: fascisti, neo-nazisti, estrema destra. Quali sono le differenze tra questi termini? A quali differenti situazioni si riferiscono?

X: Questa è una domanda complessa alla quale possiamo solo rispondere brevemente e parzialmente. Il nazional-socialismo (nazismo) ha uno specifico significato storico per noi, che passa necessariamente per l’olocausto. Dal nostro punto di vista, tra le altre cose, l’ideologia razziale è differente dal fascismo. Le persone che si richiamano alla tradizione del Terzo Reich e del NSDAP sono chiamate nazisti e non fascisti. Per noi questi sono concetti storicamente diversi. Sotto l’estrema destra sono racchiuse varie correnti dai nazionalsocialisti ai membri razzisti dei partiti conservatori. Tuttavia, ci sono sicuramente intellettuali e studiosi di sinistra che possono rispondere a questa domanda molto meglio di noi. Nella nostra pratica politica, però, questi termini giocano un ruolo secondario. Indipendentemente dal termine, faremo del nostro meglio per combattere queste ideologie politiche e le persone che le diffondono, con tutti i mezzi a nostra disposizione.

QeO: Sappiamo, inoltre, che per ragioni storiche non fate spesso riferimento alla nozione di fascismo, ma ci chiedevamo perché allora denominate “Azione Antifascista” la resistenza al fenomeno dell’estrema destra?

X: Ci riteniamo parte integrante della ” Azione Antifascista”, movimento fondato dal KPD (Partito Comunista Tedesco) nel 1932 per prevenire e combattere la presa del potere da parte dei nazional-socialisti. Del resto, come sapete, il termine anti-fascista ha ormai una portata internazionale. Per noi significa lottare contro ogni forma di discriminazione ed oppressione, per una società non gerarchica.

QeO: Abbiamo sentito parlare della NSU (Nationalist Socialist Underground). Ci potete dire qualcosa in più su questa organizzazione?

X: La NSU è stata una cellula terroristica neo-nazista strutturalmente legata agli ambienti camerateschi del “Thüringer Heimatschutz” e della rete Blood & Honor. Dal 2000 al 2007 ci furono 10 omicidi, 3 attentati e 15 rapine in banca, attribuiti alla NSU. Nove delle vittime della NSU furono selezionate su base razziale. La decima fu una poliziotta. Durante il periodo in cui furono commessi questa serie di omicidi la polizia denominò il caso “Donermorde” (omicidi del kebab) secondo il suo lessico propriamente ed intrinsecamente razzista, per sottolineare la provenienza delle vittime, la loro origine non-tedesca. Ma proprio per questa loro origine, le vittime furono accusate dalla stessa polizia di appartenere ad organizzazioni criminali rinvenendo in ciò il movente degli omicidi, senza invece prendere in considerazione il movente razziale, nonostante le rimostranze e le pressioni delle famiglie delle vittime. La stampa tedesca, all’epoca, si limitò ad assumere i risultati delle indagini della polizia e a riportarli come tali. Gli antifascisti tedeschi non si interessarono mai della faccenda, anche quando ci furono manifestazioni indette dalle famiglie delle vittime a cui parteciparono molti appartenenti alle diverse comunità migranti, proprio per sottolineare il movente razzista degli omicidi. La stessa denominazione del caso “omicidi del kebab” non fu oggetto di alcuna critica da parte del movimento antifascista.

Solamente dopo che fu sciolta l’organizzazione della NSU, dai suoi stessi membri, divenne chiaro a tutti il movente razziale degli omicidi, che venne portato alla luce da ambiti organizzati. Nel processo che seguì questi fatti, e che ora sta giungendo al termine, non vengono neanche accusati gli altri membri che appartenevano alla rete di supporto della NSU, poiché non è stato possibile attribuirgli un diretto coinvolgimento. La ricostruzione dell’organizzazione e delle vicende relative alla NSU rimane oggi sommaria e lacunosa. Sarebbe composta da tre persone, di cui due si sono uccise per sfuggire alla polizia. Ad essere giudicata nel processo è solo Beate Zschäpe, la terza componente e unica superstite. Inoltre, altre tre persone sono state accusate di aver fornito un concreto supporto a questa organizzazione. Tuttavia questa versione non regge, come hanno messo in luce in una riflessione critica degli antifascisti. La NSU non avrebbe potuto agire senza il contributo di una capillare rete di sostegno, e dunque non può concepirsi se non in relazione a tale rete. Inoltre, appare innegabile che si siano serviti di una rete locale di appoggio logistico e materiale nei luoghi dove sono stati fatti gli attentati. Viene anche criticato il ruolo a dir poco marginale assunto dai servizi segreti tedeschi e dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dapprima rispetto alle indagini e ora anche nel processo. La rete di supporto alla NSU si componeva, dunque, anche di personaggi potenti, il cui compito era trovare fondi e appoggi per sostenere la loro attività, per costruirla e finanziarla. E tutto ciò si ritiene sia avvenuto con il benestare di alcune delle autorità competenti in materia, non del tutto ignare di questo neo-fenomeno. Quando fu resa pubblica l’esistenza della NSU, gli eventi sono stati modificati omettendo gli errori. Per occultare il coinvolgimento dei servizi segreti tedeschi sono stati distrutti documenti e rapporti redatti da alcuni infiltrati. Nel prossimo futuro, il processo contro i membri della NSU finirà. L’elaborazione di ciò che è accaduto, tuttavia, richiederà anni, forse decenni per averne anche solo una vaga idea[1].

QeO: Esistono dei gruppi antifascisti oggi in Germania? Come si organizzano? Come si relazionano alle altre lotte politiche e sociali?

X: Ci sono gruppi antifascisti in tutta la Repubblica Tedesca. Sono molto eterogenei ma solitamente organizzati in piccoli gruppi. Le tematiche affrontate e le pratiche di ciascun gruppo possono essere anche molte diverse tra loro. Ci sono gruppi antifa che si impegnano nella lotta per i diritti politici e ci sono gruppi che fanno parte dei movimenti sociali anticapitalisti. Alcuni gruppi fanno anche entrambe le cose. I pogrom dei primi anni ’90 hanno portato alla fondazione di gruppi prettamente antifascisti anche in molte piccole province, dal momento che molti adolescenti di sinistra e migranti si trovavano sempre più esposti ad attacchi brutali da parte degli skinhead di destra. Oggi, il panorama degli Antifa è alquanto composito, vi sono gruppi antifa nelle parrocchie, nei sindacati e gruppi provenienti dalla sinistra radicale, dall’area autonoma, da quella anti-nazionale, anti-tedesca e anti-imperialista. Molti gruppi sono organizzati in reti territoriali e molti fanno anche parte del movimento anticapitalista della sinistra radicale e, di conseguenza, sono spesso coinvolti in mobilitazioni più ampie come il vertice del G20 ad Amburgo. La lotta contro le ideologie di destra non può essere condotta senza trovare una risposta alle istanze sociali. Siamo convinti che siano le esperienze di solidarietà attiva nella vita quotidiana a prevenire il diffondersi di comportamenti razzisti e ideologie autoritarie. E pensiamo che sia giusto portare avanti contemporaneamente diverse pratiche politiche e di azione. Se un tifoso di sinistra si scontra con i nazisti, è parte della lotta antifascista al pari di un organizzazione di quartiere che sostiene le persone nella loro vite quotidiane. Sono entrambe pratiche necessarie ed importanti.

[1] Altre informazioni è possibile reperirle su https://www.nsu-watch.info/en/  (in inglese)

Torniamo sempre in Messico

di Vik

In questa Babilonia del duemila che però prima o poi una mattina si sarebbe svegliata con l’utero storto e giù mazzate per tutti, fiamme e fuochi, incendi, bombe, strade scassate, divelte insegne, tabelloni, infranti vetri, vetrine, saracinesche, incendiati copertoni e poi barricate mazzate mazzate; e donne, vecchi, bambini, senza pietà, senza guardare negli occhi in cerca dei colpevoli, dei ladri, dei mariuoli, degli assassini, di chi per anni, decenni, secoli l’aveva offesa, umiliata, piegata, soggiogata. Senza pietà, senza badare a nomi, caste, casati, clan, partiti, fratellanze. Una grossa lampa, una fiamma gigantesca, per dimenticare, cancellare, ricostruire, davvero, daccapo. Senza pietà.

Peppe Lanzetta, “Un Messico napoletano”

In occasione delle elezioni presidenziali messicane da poco trascorse il primo luglio abbiamo scelto di pubblicare alcuni materiali prodotti e raccolti nei mesi scorsi sulla situazione politica messicana. Ci sembra importante restare in ascolto di quello che succede nel ribollente paese centro americano. Da diversi anni infatti assistiamo ad una metamorfosi messicana dell’Italia nella quale i consueti intrecci tra mafie e Stato, corruzione e clientelismo acquistano con il trascorrere del tempo un colore più sgargiante e tropicale mostrandosi spudoratamente quasi a viso aperto. Le disuguaglianze crescenti, la diffusione molecolare della narco-violenza, la doppia violenza delle frontiere chiuse al sud e al nord, tante dolorose vicende ci affratellano. Ma anche l’irriducibile volontà di resistenza di alcuni strani indigeni…

Il primo brano è un lungo resoconto dalla ormai abituale attività seminariale organizzata dall’Esercito Zapatista insieme a rappresentanti del Congresso Nazionale Indigeno e da ricercatori e ricercatrici messicane ed internazionali nella sede della scuola popolare “Università della Terra” situata nella periferia nord di San Cristobal de Las Casas.

I nostri corrispondenti stanno anche sostenendo una importante campagna a favore di una delle organizzazioni indigene autonome più combattive nello stato di Oaxaca. La campagna CODEDI vive prende le mosse da una sanguinosa imboscata che a Febbraio è costata la vita a tre giovani attivisti e vuole riportare l’attenzione sul fatto che l’alternativa allo Stato del narcotraffico è fatta per ora di un arcipelago di esperienze locali anche molto radicali, accomunate da un linguaggio e da una pratica di autonomia produttiva e di autodifesa armata sempre più condivise.

Infine presentiamo un estratto da un nuovo lavoro documentario del collettivo “Ojos de Perro” che è da poco in circolazione in Italia e presto sarà disponibile anche sottotitolato: “No se mata la verdad”.

Al ritorno dall’esperienza di inviato di guerra in Siria, il giornalista Témoris Grecko si rende conto che nel suo paese sono stati uccisi più giornalisti che sul fronte mediorientale e inizia un lungo viaggio sulle strade del Messico per raccontare l’attacco terroristico alla libertà di parola che è ancora in atto.

Intanto sembra essersi conclusa una lunga marcia dentro le istituzioni per conquistare il potere da “sinistra” ma questa si è persa per strada e il paese è moralmente e fisicamente a pezzi dopo dieci anni di narco-guerra. Nessun miracolo può salvare il Messico, ma come scrivono i nostri amici di Artillería Inmanente anche questa illusione cadrà e allora i rivoluzionari devono essere già pronti ad aprire le porte delle loro case a chi verrà a chiedere conforto e a continuare a lottare.

ALCUNI APPUNTI SULLE GIORNATE DEL ‘SEMILLERO’ ZAPATISTA

Miradas, Escuchas y Palabras: ¿Prohibido Pensar?’

15 – 25 APRILE 2018 San Cristobal de las Casas – Chiapas, Mexico

In questo testo si son voluti raccogliere quelli che secondo gli autori son stati gli interventi più interessanti e più emozionanti del ‘Semillero’ zapatista, molte altre parole sono state ascoltate e altri sguardi sono stati lanciati su moltissime esperienze di oppressione e di lotta. Per questo di seguito riportiamo i link di tutto il materiale prodotto in questo incontro per chiunque voglia informarsi più approfonditamente e per chi non comprendesse lo spagnolo ci mettiamo a disposizione di tradurre altri interventi e scritti. Per ulteriori informazioni: giacintouc@autistici.org

Il grido che a più riprese gli indigeni lanciano è necessariamente un grido di ribellione. Perché esso è il grido della dignità e la dignità è dialetticamente una lotta, un fronteggiare ciò che vuole negarla. […] Essa esiste solo se vi è lotta, l’esistenza stessa della dignità, cioè l’esistenza di una lotta, diventa prova che il mondo non è solamente così strutturato ora con le sue ingiustizie (come indicano gli apologeti dello status quo), ma che esiste una realtà diversa, fatta di giustizia che lotta per affermarsi; una realtà non solo ideologica, ma reale e pratica.

(Alessandro Ammetto, Siamo ancora qui)

L’auditorium del CIDECI1, l’Università della terra indigena, è gremito di gente, lo affollano sostenitori, indigeni, reporter e curiosi; nel mezzo della sala si trova la postazione per la traduzione simultanea in inglese. Il graffito di una stella rossa a sfondo nero domina la stanza dall’alto mentre sulla parete dietro al palco spiccano varie altre pitture: una raffigura un indigeno armato di fionda che, nascosto dietro delle piante di mais, prende la mira e un’altra il volto coperto di una donna indigena dalla cui testa nasce un germoglio, simbolo dell’essenza della lotta come difesa della propria terra. Tutto è pronto e gli astanti attendono impazienti. Sul palco siedono Marichuy, Mercedes Olivera2, Márgara Millán3 e Sylvia Marcos4.

Una porta si apre mentre sull’auditorium scende il silenzio. In fila entrano cinque uomini, incappucciati e con la divisa dell’EZLN, giubba nera e foulard rosso, il primo con una pipa: il Subcomandante Insurgente Galeano apre la fila e si fa strada verso il palco con passo svelto e deciso, l’ultimo a prendere posto è il Subcomandante Insurgente Moises. L’incontro ha inizio.

16 Aprile 2018 – I GIORNATA: ¿Cumplimos o no cumplimos?

Parole e pensieri del Subcomandante Galeano insieme a María de Jesús Patricio Martínez (Marichuy) e a cinque donne della Comandancia femminista dei Caracoles5 zapatisti, la compañera Marina del Caracol de Roberto Barrios, la compañera Maireli del Caracol de Morelia, la compañera Marina del Caracol de La Garrucha, la compañera Esmeralda del Caracol de Oventik e la compañera Everilda del Caracol de la Realidad

Nel marzo 2018 l’EZLN dirama un comunicato attraverso il quale si invitano ‘Individui, gruppi, collettivi, organizzazioni, nazioni, tribù, popoli e comunità della campagna e della città, indigene e non indigene che, in tutto il mondo, hanno compreso e fatto propria l’iniziativa del Consiglio Indigeno di Governo (CIG6) e della sua portavoce’ a partecipare al semillero “Miradas, Escuchas y Palabras: ¿Prohibido Pensar?”, tra il 15 e il 25 aprile presso il CIDECI – Unitierra di San Cristobal de las Casas, in Chiapas. La finalità del conversatorio è quella di condividere in modo ‘collettivo, partecipativo, includente, onesto e verace’, l’analisi del percorso effettuato e i successivi passi della lotta dei popoli indigeni.

Ma quali sono il senso e gli obiettivi reali della nuova campagna del movimento indigeno zapatista? Perché percorrere la strada della candidatura alla presidenza dopo aver completamente interrotto qualunque dialogo con il governo messicano per il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni?

Nel maggio 2017 María de Jesús Patricio Martínez, detta ‘Marichuy’, viene nominata dal Congresso Nazionale Indigeno (CNI7) non a candidata, bensì a portavoce del movimento indigeno messicano per le elezioni presidenziali che si terranno il 1 luglio 2018. Nel corso della stessa assemblea, sulla base degli accordi già raggiunti nel dicembre 2016 durante il Quinto Congresso Nazionale Indigeno, si concretizza la proposta di formare il Consiglio Indigeno di Governo (CIG).

Nel corso dell’Altra Campagna8, come viene soprannominata dagli zapatisti, la vocera, ovvero la portavoce non è riuscita a raccogliere il numero di firme necessarie per concorrere alla presidenza.

Le spiegazioni e le valutazioni su questo fatto, pensiamo, devono essere prodotto di un’analisi seria e di una valutazione profonda. La nostra scommessa non è mai stata per la presa del Potere, ma fu e sarà sempre per l’organizzazione autogestionaria, l’autonomia, la ribellione e la resistenza, per la solidarietà e il mutuo sostegno e per la costruzione di un mondo fatto di democrazia, libertà e giustizia per tutti. Il nostro camminare prosegue. E la differenza fondamentale con le tappe anteriori è che ora siamo più popoli originari che camminano insieme, e, COSA PIU’ IMPORTANTE, ora siamo più persone, gruppi, collettivi e organizzazioni orientati a cercare in noi stessi e stesse le soluzioni che, lo sappiamo, non verranno mai dall’alto. (enlacezapatista.ezln.org, 2018)

Da quando, negli anni ‘90, il movimento indigeno zapatista ha ritenuto necessario rompere la propria clandestinità e aprirsi alla ‘società civile’ messicana sono stati intrapresi una serie di tentativi di dialogo verso il governo con l’intento d’inserire nella Costituzione del paese gli accordi del trattato di San Andrès, che sanciscono i diritti dei popoli indigeni a possedere la propria terra originale e a esercitare la propria cultura nelle scuole, in famiglia e nei culti.

I numerosi dialoghi avvenuti tra il movimento e i diversi governi messicani, da Zedillo a Calderòn, non hanno mai ottenuto i risultati attesi, gli accordi non sono mai stati rispettati ne attuati da parte del potere governativo e spesso non sono stati nemmeno rispettati i ‘cessate il fuoco’, come testimoniano le vittime del massacro di Acteal9 nel 1997, la strage dei 43 studenti dell’Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa10 nel 2014 e l’ultimo episodio del 12 febbraio 2018 dove tre compagni del CODEDI (Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas) sono stati codardamente assassinati a Oaxaca11 mentre tornavano proprio da uno di questi incontri diplomatici.

In risposta all’evidente volontà politica della classe dirigente messicana, in collaborazione con i gruppi del narcotraffico, di volere reprimere e ammutolire il movimento dei popoli indigeni, il CNI ha deciso di nominare una portavoce per le elezioni nazionali del 2018. Le elezioni, però, non sono né l’unico né il vero obiettivo di questa fase: le risposte di Marichuy all’intervista del Subcomandante Galeano durante l’incontro hanno espresso chiaramente l’intenzione di sfruttare questa occasione per ‘camminare ascoltando’, in tutti i paesi del Messico, i problemi e le sofferenze dei popoli originari. L’obiettivo si ritiene compiuto, nonostante si sia mancato il traguardo delle firme.

Ottenere il numero di firme sufficienti ci avrebbe permesso di approfittare di quello spazio per continuare a dare visibilità ai popoli originari, ai loro dolori e alle loro lotte, segnalando allo stesso tempo il carattere criminale del sistema, per farci eco dei dolori e delle rabbie che pullulano in tutto il territorio nazionale, e per promuovere l’organizzazione, l’autogestione, la resistenza e la ribellione. Non ci siamo riusciti, ma dobbiamo continuare la nostra strada cercando altre forme, metodi e modi, con ingegno, creatività e audacia, per ottenere quello che vogliamo. (enlacezapatita.ezln.org, 2018)

Il paradigma che si ripete in tutti i luoghi visitati da Marichuy è sempre lo stesso, le popolazioni indigene si vedono continuamente private dell’accesso alla propria terra e alla propria cultura da parte di grandi imprese nazionali e multinazionali, per lo più dedite ad attività minerarie o turistiche, i cui interessi vengono avallati e le cui strategie d’azione, o per meglio dire di depredamento e spoliazione, vengono legalizzate dal governo. Nessuno chiede ne vuole conoscere le volontà dei popoli indigeni e, anche quando vengono interpellati, se la risposta non è quella desiderata, la reazione è sempre repressione, imposizione coercitiva e diffusione della paura tramite le organizzazioni criminali. Questo in definitiva porta all’indiscriminato sfruttamento della terra e delle sue risorse causando innumerevoli e ben noti problemi di natura ambientale e sociale. L’unica soluzione possibile è organizzarsi, resistere e costruire potere popolare dal basso a sinistra, questo il messaggio della portavoce rivolto ai popoli originarie. Ogni comunità non è sola, questa situazione non si verifica solo in Messico ma si ripete in molti luoghi di tutto il mondo, la stessa sofferenza è condivisa da migliaia di popoli. Non siamo soli.

Nel corso della discussione si ripercorrono le tappe del cammino di Marichuy, un cammino complesso e difficile che non si è certo svolto senza intoppi. I rappresentanti della sinistra istituzionale avevano da subito criticato questo tentativo di organizzazione dal basso, arrivando ad accusarla di essere una creazione dello ‘salinismo12’, una strumentalizzazione ad opera del partito di governo, il PRI13, ‘l’innombrable malo’ citando Galeano, col fine di frammentare la sinistra in piccoli gruppi isolati che non avrebbero così potuto vincere le elezioni.

Se questo fosse stato vero, incalza Galeano, se la partecipazione di Marichuy fosse stata un escamotage meramente strumentale, costruito ad hoc da una parte del potere governativo e finalizzato all’atomizzazione della sinistra, il PRI si sarebbe prodigato affinché la portavoce indigena ottenesse le firme per poter partecipare alle elezioni legalmente. O anche illegalmente, come è già successo più volte nella storia del Messico. Il risultato stesso della campagna elettorale di Marichuy, quindi, dimostra come questa accusa sia del tutto priva di fondamento.

Un aspetto che sia Galeano sia Marichuy hanno voluto valorizzare è che delle oltre 100.000 firme raccolte in tutto il paese, circa un 10% è rappresentato da realtà e comunità che si organizzano o che hanno iniziato ad organizzarsi nella lotta indigena. Il restante 90% sono forme di supporto e solidarietà che non possiedono lo stesso peso. Ciò che ci si augura è che l’aver ‘camminato e ascoltato’ per un anno in tutto il paese possa aver ispirato e contribuito a dar origine a nuove realtà organizzate, nuove assemblee intenzionate a costruire potere dal basso anziché delegare la propria vita limitandosi a scegliere tra un candidato e l’altro.

Proprio questo è uno dei temi che si ha interesse a sviluppare e dibattere nel corso del ‘Semillero’: questa campagna ha permesso un incremento delle realtà organizzate nei territori messicani? E, in questo senso, possiamo affermare che la campagna ha compiuto il suo obiettivo?

L’aspetto fondamentale di questo percorso è, in prospettiva, quello di guardare oltre le elezioni. E se il 1 di luglio non è mai stato considerato come il traguardo, se mai come un punto di partenza, ora per il CNI e per tutto il movimento di lotta dei popoli indigeni si tratta di individuare le successive fasi da intraprendere.

La seconda parte della giornata di apertura del ‘Semillero’ è stata dedicata alla questione femminile. Il Subcomandante Galeano ha invitato le decine di compagne zapatiste organizzatrici del ‘PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE POLITICO, ARTISTICO, SPORTIVO E CULTURALE DELLE DONNE CHE LOTTANO14’ a prendere posto sul palco, prima di scomparire.

Le compagne hanno quindi spiegato quello che per loro era il senso più profondo e intimo racchiuso nella volontà di creare uno spazio e un momento unicamente per le donne, diversa dall’interpretazione di una parte del movimento femminista. Per le compagne zapatiste è infatti importante tanto un momento dedicato solo alle donne, quanto la condivisione in un secondo tempo con gli uomini, ecco perché l’ultimo giorno dell’incontro dell’8 marzo le porte del Caracol sono state aperte e tutti sono potuti entrare per festeggiare insieme.

Successivamente si è sottolineata l’importanza della campagna e del ruolo di Marichuy non solo per la lotta indigena, ma anche per quella femminista. La portavoce infatti è una donna indigena, zapatista e anche sposata. Quest’ultimo aspetto si è rivelato di fondamentale importanza per le compagne zapatiste perché ha mostrato a tutte le donne che la famiglia non è, e non deve essere, un ostacolo alla lotta e la politica, aspetto per nulla scontato nella cultura indigena.

La parola è poi passata a cinque compagne, ognuna rappresentate di un diverso Caracol, che – dopo aver ripercorso le tappe più importanti del lungo processo di organizzazione e coordinazione dal basso che ha portato alla creazione dell’incontro di marzo – hanno ripreso spunti e considerazioni emersi in chiusura dell’incontro internazionale delle donne che lottano. Il punto chiave emerso è che questo processo non tende a una liberazione delle donne soltanto all’interno delle comunità zapatiste; le compagne zapatiste hanno mostrato l’importanza della liberazione delle donne di tutto il mondo per il proprio bene contro l’oppressione patriarcale. Per dare una forma visuale alla complessità emotiva sperimentata durante quelle giornate, le compagne hanno usato la metafora della candela: vivere l’esperienza dell’incontro internazionale ha acceso una candela, una luce, dentro ciascuna donna che vi ha partecipato. L’invito lanciato dalle compagne zapatiste è di portare questa luce nei luoghi dove si vive, non farla spegnere mai e anzi usarla per far accendere nuove candele in altre donne e far nascere nuovi incontri in cui la condivisione sia possibile.

La solidarietà femminile emersa dall’incontro è stata unica. Non era rappresentata da voti né basata sull’identità. Non era un appello a cambiare il mondo ma, piuttosto, l’inizio di una pratica di costruzione di un mondo in cui vogliamo vivere, ‘un mundo donde quepan muchos mundos15.

Al termine dell’incontro sono rimaste delle domande aperte, le quali sono state riproposte durante il semillero: Quale nuove forme di supporto possono emergere? Quale forza può essere trovata dentro di noi? Come possiamo re-immaginare il potere delle donne contro lo sfruttamento capitalista?

Martedi 17 aprile 2018 – II GIORNATA: La vita, l’organizzazione e la politica

Carlos Aguirre Rojas (sociologo, professore e ricercatore dell’UNAM16, Città del Messico)

Rojas inizia il suo intervento al semillero parlando delle elezioni che si terranno in Messico a luglio; egli ribadisce l’obiettivo reale che risiede dietro la campagna elettorale di Marichuy, ovvero quello di camminare ascoltando le sofferenze delle diverse popolazioni indigene del Messico e non di guardare alla vittoria in sé, detto anche ‘effetto Marichuy’. Il compimento della campagna si è ottenuto con la diffusione di un preciso messaggio di autorganizzazione e autogoverno popolare, che ha reso Marichuy portavoce della corruzione della classe governante.

Ma se Marichuy avesse potuto vincere davvero le elezioni quale sarebbe dovuto essere il suo primo atto di governo? Rojas nel suo discorso tenta di rispondere a questa domanda: il primo atto della portavoce indigena sarebbe stato quello di dare le dimissioni dal momento che il Congresso Indigeno di Governo non avrebbe potuto rappresentare tutta la ‘società civile’ messicana se non organizzando un consiglio nazionale che rappresentasse studenti, operai, contadini, indigeni, donne e tutti i settori sociali.

L’atto rivoluzionario sta infatti nel non esercitare il potere in funzione della costituzione e del mantenimento dell’apparato statale. Rojas ha spiegato come le elezioni politiche rappresentino un meccanismo di controllo dello Stato in senso generico e di sequestro della vita politica da parte di una minoranza. Lo Stato non è un potere neutro, non esistono uno stato ‘buono’ o uno ‘cattivo’ dato che la sua funzione è, e sarà sempre, quella di legittimare la classe dominante. Quindi anche quando nel gioco elettorale viene a partecipare e vincere una forza che si definisce progressista, rivoluzionaria, ribelle, popolare e dal basso questa finirà col riprodurre lo stesso meccanismo di controllo e governo della maggioranza da parte di una minoranza mancando così alla sua missione rivoluzionaria. A dimostrazione di questa tesi Rojas porta come esempio i tentativi in Brasile di Dilma Roousseff e Lula, in Bolivia di Morales, in Venezuela di Chavez e Maduro e in Argentina dei Kirchner.

Governi progressisti, filo di sinistra, socialisti del XXI secolo o di rivoluzione cittadina”, come dir si voglia, si sono in realtà rivelati tentativi fallimentari di riscatto delle classi popolari. Col passare del tempo questi governi hanno mostrato una faccia diversa da quella presentata durante le elezioni tradendo le aspettative rivoluzionarie dei sostenitori.

Le forze politiche della destra hanno spesso approfittato di questo frangente per sferrare attacchi destabilizzando l’esercizio del governo al potere senza che la popolazione reagisse difendendo i partiti sostenuti precedentemente.

Il pensiero conclusivo di Carlos Rojas è quindi che non possa esistere uno stato neutro: non esiste uno stato cattivo oggi e uno buono dopo la rivoluzione, possiamo chiamarlo ‘buen gobierno17’, ‘mal gobierno’ o ‘progressista’, la lotta e la creazione dell’autonomia vanno intese solo ed esclusivamente come alternativa allo stato e non come uno stato alternativo. L’obiettivo dev’essere la distruzione dell’apparato statale e la costituzione di autogoverno popolare basato sulla democrazia diretta e assembleare, ispirato ai sette principi zapatisti del ‘buon governo’:

Comandare obbedendo

Rappresentare e non sostituire

Scendere e non salire

Servire e non servirsi

Convincere e non vincere

Costruire e non distruggere

Proporre e non imporre

Alejandro Grimson (Dottore di Antropologia, ricercatore del CONICET18 e docente dell’Istituto ‘Des Altos Estudios Sociales’ dell’UNSAM19)

La capacità di sviluppare autonomia e cultura dei movimenti sociali non è sempre la stessa nel corso della storia, essa dipende dall’intensità e dalla forza del potere dominante e dalla creatività politica e capacità organizzativa dei movimenti sociali, dei lavoratori, dei popoli oppressi, degli studenti ecc.

Non sarà quindi la proposta brillante di un governo socialista e/o riformista a cambiare il mondo o lo stato di cose esistenti, l’unico modo possibile di costruire un’alternativa politica è di creare un ‘altro’, una parte, il popolo, contraria e opposta alle oligarchie dei governi degli stati-nazione di qualsiasi forma; una parte che sia capace di includere e sviluppare differenti creatività politiche, differenti culture e differenti capacità organizzative.

Il potere dominante ci propone una sola logica della politica e vuole farci credere che sia una logica monodimensionale. L’errore più grande che i movimenti sociali e di lotta possono fare è di fare politica secondo la stessa logica.

Utilizzando quindi questa logica i governi socialisti e riformisti dell’America Latina non solo non riescono, come dimostrato, a cambiare lo stato di cose esistenti, ma nemmeno sono capaci di sviluppare diverse immaginazioni di fare politica e di vivere il mondo, né una diversificazione della cultura, né di cambiare la forma di esercizio del potere.

L’obiettivo dei movimenti sociali deve essere quindi quello di sviluppare una nuova logica, alternativa, che sia caratterizzata dalla valorizzazione delle specificità di ciascun movimento e di ciascuna lotta, che sia in grado di catalizzare tutti i soggetti deboli, repressi e sfruttati, che si dia forma e si organizzi non in un nuovo partito politico, ma in una rete di molteplicità che miri ad intensificare la potenza utopica dei popoli di cambiare il mondo giorno dopo giorno. Una logica che sia fatta di conversazione, ascolto e coniugazione.

Per realizzare ciò dobbiamo iniziare a chiederci quali siano i nostri limiti. Limiti che sono determinati dalle caratteristiche della nostra società, dal nostro egoismo, dal macismo e dall’individualismo. Chiederci inoltre ogni giorno quali siano i limiti della nostra immaginazione politica, pratica, creativa e organizzativa e della nostra capacità di metterci in gioco e sacrificarci.

Abbiamo quindi bisogno ancora di molta esperienza, di far converge tutte le molteplicità, di sviluppare maggior dialogo e sperimentazioni che provino a creare non un nuovo partito o un ‘buon governo’, ma una società, una rete articolata di popoli, fondata su una democrazia partecipativa e assembleare reale, piena di significato, non come quella odierna rappresentativa, falsa e vuota.

Riflessioni del Subcomandante Galeano scaturite dall’intervento di Carlos Rojas:

Carlos Aguirre Rojas ha analizzato, nel suo intervento, il gran dibattito storico della sinistra tra riforma e rivoluzione, tra quelli che dicono che bisogna farla finita con tutto subito e ricominciare e gli altri che dicono che bisogna andare passo a passo a cambiare le cose. Galeano afferma che il capitale oggi ci sta rispondendo per risolvere questo dilemma.

Davanti alla proposta di un governo socialista e riformista ci sono due posizioni antitetiche nella popolazione: la prima di chi dice che un governo socialista beneficia le classi più povere, che permette di ‘dare respiro’, la seconda che sostiene che di questo tipo di governo allo stesso tempo beneficino anche gli imprenditori, la classe dominante capitalista. I primi appoggiano questo modello di governo riformista, i secondi lo osteggiano.

In Sud America il potere neoliberista ha dimostrato già nel passato, e continua a farlo oggi, che mai permetterà a dei poteri riformisti di ‘predere respiro’, di costruire un nuovo mondo passo dopo passo. Il risultato infatti è che i governi socialisti del Sudamerica vengono attaccati quando è il momento opportuno con l’obiettivo di distruggerli e annientarli, come successe a Dilma Roussef, vittima di un attacco mediatico operato dall’opposizione approfittando dello scandalo di corruzione20, come dimostra il tentativo di intervento militare degli USA in Venezuela21 e come accadrà molto probabilmente a Lopez Obrador in Messico, il candidato di sinistra più favorito alle elezioni messicane di Luglio 2018; sembra quasi di rileggere le pagine di storia del 1970.

Gli zapatisti dicono né riforma né rivoluzione, durante la loro lotta non si sono organizzati né per ‘prendere respiro’, né per attaccare il potere dominante e ribaltare la situazione, si sono organizzati per la sopravvivenza, per resistere e ribellarsi in modo continuo, per affrontare l’apocalisse. Pertanto si sono preparati per affrontare una persecuzione sanguinaria e sadica, hanno sacrificato tutti i pochi diritti che avevano e la propria vita alla ribellione totalizzante.

Mercoledi 18 aprile 2018 – III GIORNATA: Racconti dal Subcomandante Galeano e video-proiezioni

Racconti dal quaderno di appunti del Gato-Perro: Difesa Zapatista, i superpoteri e la legge di probabilità.

Difesa Zapatista crede che il superpotere esista, ci sono esseri umani capaci di fare cose che altre persone non sono in grado di fare. Difesa Zapatista prende come esempio ‘le sue madri’ che anticipano sempre quello che pensa e possono vedere quello che vuole fare prima ancora che lo faccia. Ma il potere ‘delle madri’ ha dei limiti; così io (Galeano) e la bambina Difesa Zapatista siamo seduti uno di fronte all’altra, io davanti al monitor di un pc e lei seduta su una cassa di libri con il GatoPerro vicino.

La bambina mi spiega: voleva scappare, non voleva andare a scuola oggi, voleva uscire e andare a dare la sua firma a Marichuy, voleva ribellarsi oggi ma il potere vigilava alla porta; li stavano le ‘sue mamme’ che la fissavano con gli occhi di chi ti vuole far intendere che non puoi scappare.

Di fronte a questo potere alla bambina fu chiaro che di fondamentale importanza è come portare avanti la propria ribellione, la propria fuga; ciò che si necessita sono tattica e strategia. Perché se già tante volte ha tentato e ha fallito, l’unico modo è di fermarsi e di ragionare profondamente su come riuscire a farlo.

Il problema è che le mamme già sanno cosa sto pensando. Mentre sto giocando col GatoPerro senza fare niente, ma chiaramente sto pensando alla lotta, ecco che arrivano le mamme e mi dicono ‘ se non finisci di fare i tuoi compiti ti togliamo tutta l’autonomia’. Quindi dobbiamo creare un gruppo (organo) che sia un po’ nascosto, come un comando generale della lotta della squadra di calcio: il capo supremo sono io, Difesa Zapatista, tecnico il GatoPerro e ‘tuttofare’ tu, il Subcomandante Galeano. E tu devi fare quello che ti dico, io ho già un piano. Per esempio, dobbiamo dotarci di un modo per comunicare. Se domando al GatoPerro di farti un segno con la coda significa che tu devi andare alla scuola autonoma e devi dire alla promotora di educazione che ho bisogno di uscire per andare a una riunione della rete di appoggio del consiglio indigeno di governo perché il mondo sta per finire e io devo andare a spiegare come agire. […]

Quando dobbiamo andare a praticare al campo di lotta della squadra di calcio tu devi fare da guardia perché se arrivano ‘le mie mamme’ gli devi dire che mi sto allenando per impedire ai maledetti ladri capitalisti di far finire il mondo e che se mi portano via dal campo di calcio si assumono la responsabilità di causare la fine del mondo. Ma stai tranquillo, io sarò lì ad osservarti e se non riesci a convincerle scapperemo insieme nella casetta di legno dove non ci potranno trovare”.

Io solo mi sentivo rassegnato.

Ora – continua Difesa Zapatista – ho bisogno che tu scriva un comunicato alla Sexta internazionale e nazionale, a tutte le donne che lottano, gli studenti, gli operai del mondo che se vogliono entrare nella squadra di calcio devono mandare una lettera dove dichiarano di essere disposte e disposti alla lotta, e noi selezioneremo le lettere per decidere chi può aderire o no. Quindi abbiamo bisogno di qualcuno che gestisca le mail poiché ci arriveranno molte mail in molte lingue diverse. E dobbiamo anche specificare che il nemico è molto forte e abbiamo bisogno di organizzazione, preparazione, allenamento, resistenza e ribellione”.

Poi Difesa Zapatista si affaccia al mio monitor e vede una serie di tabelle e dati statici. “Cos’è questo?”, mi chiede. E io le dico che sto calcolando la probabilità di vincere, ed è quasi impossibile, la probabilità è molto molto molto bassa.

La bambina mi abbraccia e mi dice “Su dai, non ti scoraggiare. Finisci questo e poi scrivi il comunicato che ti ho detto. Io ora devo andare all’incontro del comitato delle ‘donne che siamo’, ci vediamo dopo per giocare”.

Difesa Zapatista esce correndo quando il GatoPerro comincia ad abbaiarle. La bambina mi guarda con attenzione e mi dice “Ah sì, mi stavo dimenticando. Hai bisogno di una donna, però una donna che abbia un superpotere non una qualunque, cerca la ‘strega scarlatta’”. […] Cercai la strega scarlatta sul computer e mi apparvero informazioni su una donna mutante che ha un superpotere speciale, può alterare la percentuale di probabilità che si verifichino cose molto improbabili ma non impossibili.

Mi fermai un attimo in silenzio e accesi la pipa.

Allora iniziai a scrivere “Al tutte le streghe scarlatte della Sexta, del Messico e del mondo, sorelle e compagne, ricevete il saluto e l’invito delle donne, bambine e anziane zapatiste”.

Tan tan.. Muchas gracias.

Documentari proiettati durante la giornata:

Tobías, 2015

Somos Lengua, 2016

La Libertad del Diablo, 2017

Sabato 21 aprile 2018 – IV GIORNATA: Un punto di svolta

La giornata si è aperta con l’intervento di Galeano che ha esposto alcune delle domande a cui il movimento indigeno (CNI) sta cercando di dare risposta: durante la campagna elettorale effettivamente il CNI è cresciuto nella partecipazione e maturità politica? Quale probabilità ci sarebbe stata e ci sarà per il CNI di convertirsi a partito indigeno messicano o di finire per sostenere un candidato vista l’impossibilità di vincere?

Carlos Gonzales (CNI)

La proposta di un consiglio indigeno di governo per governare questo Paese è una proposta per attaccare la tormenta che già ci colpisce, per affrontare e resistere alla guerra che cerca la nostra distruzione”; la candidatura si propone quindi “l’incursione formale nel processo elettorale del 2018, ma non è una proposta ‘elettoralista’ (…). Non vogliamo competere con i partiti politici, né è nostro proposito la conquista del potere politico putrefatto. Abbiamo la ferma convinzione che è urgente smontare il potere di quelli in alto, non amministrarlo. (…) Le elezioni sono per eccellenza la festa di quelli in alto, lo spazio e la forma con cui i finqueros di questo mondo costruiscono e ricostruiscono il consenso politico che occupano per continuare ad accumulare profitti e potere all’infinito. Vogliamo calarci in questa festa, e vogliamo rovinargliela.

(Carlos Gonzales, 2017)

Carlos Gonzalez prende la parola per tentare di rispondere a questi quesiti, sottolineando la volontà durante l’intera campagna del CNI di considerare tutte le opinioni, da quelle provenienti da grossi collettivi organizzati a quelle di singoli individui, allo stesso livello e con la stessa importanza. Il nocciolo centrale dell’intervento è volto a ribadire l’assoluto dissenso del CNI a convertirsi in partito o a sostenere un candidato della politica istituzionale.

Precisato questo, Gonzalez fa un passo indietro, ripercorrendo le principali tappe del CNI e della lotta indigena in Messico:

1996 – 2001: fase diplomatica di dialogo e di apertura del movimento con la società civile e il governo messicano. Dopo un lungo periodo di clandestinità culminato con l’insurrezione armata del ’9422 e l’apparizione su tutti i canali TV del mondo dei militanti dell’EZLN armati con i passamontagna, si apre una nuova fase di tentativi di cessate il fuoco e trattative con il governo. L’obiettivo che si vuole raggiungere in maniera pacifica è quello di integrare nella Costituzione messicana gli accordi di San Andrès, redatti nel ‘96, i quali avrebbero sancito il diritto dei popoli originari sulla propria terra e la libertà di esercitare la propria cultura a scuola, in famiglia e altrove.

Come era prevedibile anni di tentativi di dialoghi e trattative con il governo si sono conclusi con un niente di fatto nella pratica della vita quotidiana; il 28 aprile 2001, con l’approvazione di una riforma avallata da tutti gli schieramenti politici messicani, si sancisce definitivamente la possibilità per le imprese estrattive di appropriarsi e sfruttare le terre dei popoli originari, una legge regressiva rispetto agli sforzi fatti per farsi ascoltare degli scorsi 7 anni. Il tutto viene accompagnato da una cruenta guerra di sottofondo.

Diverso invece è il rapporto che si crea con la società civile, generato da un processo di avvicinamento non privo di screzi ed errori, ma che permette l’ascolto e il dialogo, come segnalato dalle reazioni alle diverse mobilitazioni di quel periodo.

2001 – 2006: Dal promulgamento della riforma inizia una nuova fase per il CNI, si comincia a perdere fiducia nella possibilità di ottenere qualche riconoscimento dai dialoghi con il governo, vedendo i continui tradimenti, si inizia ad intendere la mancanza di volontà politica da parte del governo messicano. Inizia una fase di ‘silenzio’, si rifiuta il dialogo. Sarà una fase di chiusura soprattutto dell’EZLN e delle comunità zapatiste in Chiapas, intente alla costruzione della loro auto-organizzazione, delle comunità Caracoles, del sistema scolastico indigeno e sanitario23.

Nel 2006 si tiene il IV CNI ad Atuapulco, partecipano 900 persone, si inizia a costruire la VI dichiarazione della selva Lacandona24. Il CNI si dichiara apertamente anticapitalista e di sinistra, visualizza il suo principale problema e nemico, non tanto lo stato messicano ma il capitalismo.

2006 – 2013: Periodo di isolamento, continua la costruzione dell’autonomia nei Caracoles, ma si subisce anche una forte repressione. Inizia la costruzione del progetto dell’Altra Campagna che culminerà anni dopo con la partecipazione alle elezioni della candidata Marichuy. Il CNI continua a crescere e nuove realtà autorganizzate indigene nascono in tutto il territorio messicano, nel 2006 avviene la rivolta di Oaxaca25, la quale ottiene una risonanza mondiale.

Un punto di svolta…

Al termine dell’incontro di Sabato 21 aprile il Comandante Tacho nominò Pablo González Casanova, definito ‘l’unico rettore di sinistra che l’UNAM abbia mai avuto’, come membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale; il primo Subcomandante senza passamontagna dell’EZLN che viene nominato pubblicamente.

È la prima volta nella storia dell’EZLN che ciò avviene, chiaro sintomo di svolta per lo zapatismo, un messaggio simbolico per indicare la volontà di un’apertura. Questo gesto racchiude quello che vuole essere lo spirito della futura strategia organizzativa zapatista: aprirsi al resto del mondo per creare una nuova società, un nuovo mondo a partire dallo sviluppo di una rete internazionale, perché solo unendosi in tanti popoli, pensieri e azioni sarà possibile uccidere l’idra capitalista. Ecco perché quindi fu deciso di darsi un volto.

Pablo Gonzalez Casanova è un docente, ricercatore, politologo, scrittore, distaccato sociologo e critico messicano. Durante la sua carriera ha lavorato in diverse cariche amministrative di carattere universitario, tra cui il rettorato dell’UNAM di Città del Messico.

Come attivista politico lavorò tutta la vita nel riconoscimento delle autonomie e dei Diritti Umani, studiando il processo autonomo promosso dall’EZLN. Il suo lavoro è studiato ampiamente, le sue opere vengono insegnate nelle università di Scienze Sociali, Storia, Economia e Scienze Politiche.

La sua influenza nella cultura messicana è tanto importante che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Internazionale José Martì, consegnato dall’UNESCO per la difesa della identità dei popoli indigeni dell’America Latina.

Lunedi 23 aprile 2018 – IX giornata del semillero zapatista: i tre ‘sguardi’

Racconti di Bàrbara Zamora (attivista per i diritti umani)

Primo ‘sguardo’

Oscar Hek, un ragazzo indigeno maya, fu condannato a 18 anni di carcere, il suo delitto fu di sposarsi nella sua comunità con una ragazza indigena di 14 anni e di viverci insieme.

Qualche anno dopo si spostarono nella capitale dello Yucatan, Merida. Un giorno scoprirono che la giovane era rimasta incinta e si recarono al centro di Salud dove il medico gli disse di aspettare in sala di attesa mentre dal suo studio chiamò la polizia denunciando una ragazza minore accompagnata da un uomo che diceva essere suo sposo, ma che poteva essere lo stupratore.

Arrivò la polizia e portarono Oscar direttamente in prigione, accusandolo di stupro aggravato dal rapporto conviviale. La famiglia della giovane subito sì recò in città per testimoniare al processo che la ragazza si era sposata ed era rimasta incinta di sua spontanea volontà e che non era stata stuprata. La dichiarazione non servì per liberare Oscar dal carcere, anzi anche i genitori della ragazza furono accusati.

Spesso capita che ciò che nelle comunità dei popoli originari sono considerati cultura e tradizioni, fuori da esse vengono considerati delitti molto gravi. Oscar passò in carcere un anno e mezzo senza poter rivedere la moglie e il figlio, in questo periodo solo lo veniva a visitare la madre l’unica con cui poteva parlare in lingua maya perché in carcere tutti parlavano spagnolo tranne lui.

Un’immagine di desolazione e tristezza quella di Oscar solo in carcere.

Esiste una gran differenza tra la nozione di crimine e delitto indigeno e quella del diritto positivo, alcuni costumi e tradizioni fanno parte della cultura indigna e son considerati delitti nel sistema giuridico istituzionale. In questi casi bisogna condurre feroci battaglie contro l’imposizione di una sola forma di vedere il mondo, contro leggi che non riconoscono la molteplicità e multiculturalità di una società in cui coestistono diversi popoli, leggi che pretendono essere protettrici ma che in realtà sono escludenti e non lasciano la libertà alle persone di scegliere per la propria vita.

Anche la forma di castigare queste condotte è diametricalmente opposta alla forma propria della cultura indigena, mentre nel sistema di diritto positivo sempre si cerca di risolvere il problema con pene e castighi molto pesanti, rinchiudendo il criminale in carcere per parecchi anni e impendendogli di avere contatti con le persone a lui care, nella tradizione indigena sono i genitori o i responsabili della persona rea che devono farsene carico e riparare il danno. In generale le sanzioni implicano che il reo paghi un pegno per riparare il danno alla comunità o alla famiglia che ne è vittima. Sempre si considera la situazione specifica del delitto e il contesto delle persone implicate così come delle loro famiglie. Tutto ciò è il contrario di ciò che avviene nel sistema giuridico istituzionale dove si applica una legge già prescritta e uniforme per tutti i casi.

Secondo ‘sguardo’

Ci vollero 6 anni di processi tra i tribunali di diverse città e la comunità indigena Nahua chiamata Cochotla del municipio di Atlapexco Hidalgo per convincere i magistrati che i nonni della comunità erano abituati per cultura a trasmettere la discendenza dei terreni a voce, senza compilare documenti formali. Questa tradizione entrò in conflitto con l’applicazione del programma governativo implementato per organizzare la distribuzione dei terreni ‘ejidali26’ individualmente e amministrata secondo i canoni istituzionali; per questo motivo un folto gruppo di indigeni della comunità Nahua fu escluso dalla attribuzione dei propri terreni.

La comunità si sollevò in protesta, bloccò la strada federale, minacciò la giunta governativa di andarsene e contemporaneamente iniziò la battaglia legale per far riconoscere il diritto di discendenza dei terreni dai propri antenati in conformità al diritto abitudinario della comunità, a voce, e per poter partecipare alle assemblee ‘ejidali’. Il magistrato era irremovibile, esigeva un documento idoneo dove il padre o il nonno dichiarassero davanti ad un notaio la discendenza del terreno al figlio. Nel giudizio fu necessario interpellare un perito di antropologia per dimostrare in maniera scientifica che in questa comunità la discendenza avveniva in maniera orale, inoltre gli anziani Nahua non parlano spagnolo e la forma del documento ufficiale con visione notarile gli era totalmente aliena.

Nelle comunità indigene esistono molte leggi non scritte per gestirle, queste norme costituiscono il diritto indigeno che è totalmente alieno al diritto positivo, il quale a sua volta non le prende in considerazione né le rispetta. Quando il potere istituzionale ignora queste norme si creano dei conflitti come quello descritto in questo racconto e ciò avviene poiché in un mondo uniforme non si vuole riconoscere che la legge non può essere uguale per tutti i diversi modelli culturali esistenti. Fin dai tempi della conquista spagnola nello Stato Messicano si impone una visione del sistema giuridico uniformata secondo la forma del ‘Diritto Positivo’ ed eliminando e non riconoscendo la multiculturalità del Diritto Indigeno.

Terzo ‘sguardo’

Arrivarono all’’ejido’ Real de Limon nel municipio di Cocul nel Guerrero le macchine dell’agenzia mineraria ‘Media Luna’, sussidiara di un’agenzia canadese, e la procura agraria del municipio convocò gli ‘ejidatarios’ a una assemblea per accettare un contratto di occupazione temporaneo dei terreni per l’estrazione di argento rame e oro. Nell’assemblea però la procura agraria già presentò l’atto di esproprio elaborato, mediante la quale volevano privare l’intera comunità della sua terra, non solo dei terreni dove erano presenti i minerali, ma anche delle case, della chiesa, della scuola e dei cimiteri; l’impresa impose il trasferimento in un altro terreno dell’Ejido promettendo di ricostruire le case, la scuola, le chiese e cimiteri, senza mai mantenere la promessa.

Li privarono della vita, gli levarono le risorse per mangiare, gli contaminarono l’acqua e il suolo circostante.

La voracità delle agenzie minerarie viene protetta dalla riforma della legge costituzionale tramite la quale si è istituzionalizzato l’appropriazione indebita della terra, dell’acqua, dei boschi e delle risorse naturali permettendone la distruzione. Le comunità indigene non parteciparono mai alla formazione di queste leggi, perché furono formulate da gruppi politici il cui unico obiettivo è quello di arricchirsi senza tener conto della serenità e dei bisogni dei popoli originari. Chi si oppone a questo processo viene criminalizzato e se la ribellione prende piede intervengono i gruppi paramilitari per eliminare i rivoltosi.

NOTA DEGLI AUTORI:

Riportando questo intervento non si vuole in alcun modo sottintendere che qualunque tradizione indigena sia giusta a prescindere, per il semplice fatto di essere parte o lascito di un’eredità culturale. Nello specifico, il proposito degli autori non è quello di esprimere una posizione in difesa del matrimonio con minori. Citando integralmente questo intervento si vuole invece mettere a fuoco un altro aspetto: la questione su cui vogliamo soffermarci e porre l’accento riguarda un’evidenza, la totale negazione da parte del sistema giuridico istituzionale dell’esistenza di contesti e situazioni altre, squalificate e ignorate per il semplice fatto di essere percepite come aliene. In tutti e tre gli esempi citati, insomma, il diritto istituzionale non mostra ne ha mostrato il minimo interesse a voler intendere o prendere in considerazione l’esistenza e l’incidenza del diritto indigeno.


Con la frase, nel primo racconto, ‘in questi casi bisogna condurre feroci battaglie’ non si vuole difendere a priori qualunque tradizione indigena, piuttosto evidenziare che servono feroci battaglie per fare emergere il contesto specifico, la diversa cultura e modo di vedere il mondo, tra soggetti che hanno punti di vista differenti e, come in questo caso, assolutamente opposti. Non si può, insomma, considerare giusto un sistema monodimensionale, che pretende di ridurre tutte le diversità a un unico dogma senza nemmeno considerare la possibilità di soluzioni alternative. Uno sforzo di comprensione, seppur in chiave critica, è necessario.

Si tratta di una lotta continua tra due modi diversi e contrapposti di vedere e intendere il mondo e la natura umana: uno freddo, calcolatore, riduzionista e razionale, ha origine dall’assunto che l’uomo è una creatura malvagia per sua natura e che quindi necessita di una sovra-struttura che lo controlli e lo domini, il leviatano. A questa visione si contrappone la visione olistica, ovvero analizzare un fenomeno secondo tutti gli aspetti implicati, cercando di individuare quelli meno evidenti che presentano spesso implicazioni molto importanti. Secondo questo punto di vista la natura umana non è definita a prescindere, ma diversi comportamenti, nel bene e nel male, trovano spiegazione in una moltitudine di conseguenze e contesti, diretti e indiretti, ovvi e non ovvi, dove ragione ed emozione concorrono insieme nella causa di tali fenomeni.

Mercoledi 25 aprile – Riflessioni in chiusura del CONVERSATORIO zapatista ‘Miradas, Escuchas y Palabras: ¿Prohibido Pensar?’ da parte dei gruppi di appoggio al CIG e alla ‘vocera’ Marichuy del Messico.

Non uccideranno il fiore della parola. Non qui né ora, non finché la lotta avanza. Né con tanta morte in agguato. Dopo undici giorni di conversazione con musica, balli, foto, cinema, silenzio-ascolto e parole, ieri sera terminò al CIDECI-Unitierra un incontro che risignifica e ridefinisce molte cose. La Commissione della Sesta che celebra il suo nuovo membro, il Comandante Pablo, ha esposto un’altra volta l’importanza di diffondere organizzazione focalizzando l’attenzione sul significato pedagogico del messaggio da trasmettere. Non c’è “proprietà privata della lotta”, dice il Sup. Galeano, c’è “un nuovo seme che è di tutti, ‘todoas’, tutte e non è di nessuno.”

Presentando a dettaglio il vissuto dei mesi recenti, quando i gruppi della rete di appoggio al CIG si lanciarono al sostegno per la ‘portavoce’ Marichuy, gli integranti della Rete danno una voce collettiva che descrive il processo di apprendistato-lavoro-informazione, percorso per molti angoli del Messico. Benché ascoltiamo solamente i collettivi di Chiapas e di Città del Messico e zone vicine, quello che narrano potrebbe essere narrato da chiunque di lor@. Sono “collettivi di collettivi”, sforzi uniti benché dispersi. Sono frattali di resistenza. Le loro voci coincidono quando ci trasmettono l’emozione, il freddo, la fiducia, l’esaurimento, il coraggio, l’ansia e, soprattutto, la convinzione. Ricordano a Marco Antonio Jiménez, “attivo ausiliare di Marichuy”, maestro della Sesta che non si trova oramai più qui tra noi.

Ricordano anche ad Eloísa Vega Castro27, della Rete Sudcaliforniana di appoggio al CIG. Ma in realtà ricordano tutte le morti e le sparizioni, tutti gli incarceramenti e gli abusi, tutti i femminicidi, tutte le privazioni ed il razzismo, perché per mesi si dedicarono a ricordare questi fatti ad ogni persona che si avvicinò ai tavoli di raccolta delle firme. ‘Viviamo la tormenta28’, ci dicono. Ogni firma rappresentava un dialogo che permetteva di rendere visibile la lotta dei paesi indigeni, ma per vederla questa lotta dovevano sperimentarla di persona. Con gran eloquenza, Raúl Romero nel suo intervento presenta i suoi tre sguardi di questo processo: quello che richiamò ad unire le firme, la diagnosi, quello che passò unendo le firme, le esperienze, e quello che è questo semenzaio, la speranza.

Nei suoi interventi durante la chiusura, tanto il Comandante Pablo come i Subcomandantes Moisés e Galeano replicarono l’importanza dell’”effetto Marichuy” e, per i popoli originari, di insistere che la nostra lotta è per la vita. Secondo ciò che narrarono durante questi giorni ciascun partecipante di questo Conversatorio-semenzaio ricevette un invito dell’EZLN a domandarsi “come sta il tuo cuore?”. Ognuno diede la sua risposta. Ma per quello che ci han insegnato e per la forza organizzata di chi han convocato, tutto indica che il cuore è pronto.

 Riflessioni dei partecipanti

La storia dei popoli originari e quella della genesi e mantenimento del potere capitalista, neoliberista e patriarcale sono strettamente connesse. Anzi sono la stessa storia.

E’ vero che i popoli indigeni possiedono una cultura e un’identità attraverso la quale vedono il mondo in maniera completamente diversa rispetto ai popoli occidentali, ma è anche vero che gli indigeni in tutto il mondo hanno subito secoli di repressione, sfruttamento e razzismo, da parte dei popoli occidentali europei prima e neo-coloniali poi. Per questa ragione la lotta dei popoli indigeni e dei movimenti occidentali contro il neo-liberismo o neo-colonialismo è fortemente. La nostra lotta e la loro sono legate da un filo conduttore unico, il successo di una dipende dal successo dell’altra, esse possiedono un destino comune: difendere le risorse naturali e sconfiggere il potere capitalista e patriarcale o scomparire come popolo, cultura e identità libere. Per questo crediamo che la storia, il percorso e gli esiti della lotta indigena non solo influiranno ma giocheranno un ruolo chiave nella destabilizzazione del potere dominante, nel contributo al successo della lotta in occidente e nel processo di liberazione di tutti i popoli.

Ecco perché riteniamo sia di fondamentale importanza sostenere queste lotte in tutti i modi possibili, prima di tutto conoscendo e condividendo il pensiero anticapitalista alla base di tutte le azioni del movimento indigeno e, successivamente, costituendo una rete di connessioni internazionale.

Incontrarsi, confrontarsi e mescolarsi per poi condividere, dentro e fuori dal Messico, le esperienze e le discussioni appena iniziate nel corso di questi giorni di Conversatorio è un primo esempio di questo tipo di pratica da intraprendere. Dagli incontri del ‘semillero’, vissuti in presenza o attraverso la lettura e lo scambio di contenuti narrativi, l’auspicio è che possano nascere nuovi legami, nuove forme di connessione e di lotta. Guardare, ascoltare e pensare per camminare insieme, costruendo ‘las claves para sanar el mundo29‘.

Così come la forza del capitalismo deriva principalmente dall’equilibrio di relazioni geopolitiche internazionali e giochi di forza costruiti nel corso dei secoli, solo tramite il consolidamento dei legami esistenti e la costruzione di nuove connessioni sarà possibile cambiare le carte del gioco.

El corazòn es listo, falta lo que falta!’30.

Approfondimenti sulle giornate di incontro + podcast

15 aprile, giorno I: Sigan bailando porque la lucha sigue (apertura semillero e concerto)

16 aprile, giorno II: ¿Cumplimos o no cumplimos?

17 aprile, giorno III: ¿Revolución? ¿Reforma? ¿Lucha por la Vida?

18 aprile, giorno IV: ¿Y la posibilidad de que ganemos es casi nula?

19 aprile, giorno V: ¿Y entonces, quiénes?

20 aprile, giorno VI: ¿Juntxs ante el colapso? 

21 aprile, giorno VII: ¿Y cómo hablamos la verdad?

22 aprile, giorno VIII: ¿Escucharnos para sentirnos?

23 aprile, giorno IX: ¿Heredar el deber y la memoria? 

24 aprile, giorno X: ¿Un nosotrxs sin México?

25 aprile, giorno XI: El corazón está listo

2 maggio: Falta lo que falta.- audios de la Conferencia “El siguiente paso en la lucha” del CNI-CIG-EZLN

Letture tenute durante il conversatorio

Enlace zapatista diretta completa del conversatorio

Messaggio dell’EZLN alla rete di appoggio del CIG del Messico e del mondo

Programa conversatorio

1 Centro Indígena de Capacitación Integral Fray Bartolomé de Las Casas AC-Universidad de la Tierra Chiapas.

2 María Mercerdes Olivera Bustamante, antropologa femminista messicana, Professore-ricercatore, leader Cuerpo Académico Estudios de Género y Feminismo del Centro de Estudios de México y Centroamérica (CESMECA)

3 Màrgara Millàn, sociologa e antropologa ricercatrice del Centros de estudios Latinoamericanos (FCPyS UNAM) e professoressa del Postgrado di Estudios Latinoamericanos.

4 Sylvia Marcos: psicologa e sociologa delle religioni, professora visitante della Facultad de Estudios de las Religiones del Postgrado della Università di Claremont.

5 I Caracoles sono i luoghi in cui sono installate le sedi delle Giunte di Buon governo. Ogni Caracol raggruppa vari municipi autonomi e pertanto è il “capoluogo” di ognuna delle cinque regioni zapatiste.

6 http://www.congresonacionalindigena.org/consiglio-indigeno-di-governo/

7 https://www.congresonacionalindigena.org/che-cose-il-cni/

8 http://www.unimondo.org/Notizie/Messico-la-sfida-dell-Altra-campagna-degli-zapatisti-52769

9 https://ilmanifesto.it/acteal-non-si-arrende-20-anni-fa-il-massacro-ancora-oggi-impunito/

10 http://www.jornada.unam.mx/2014/09/30/opinion/021a2pol

11 https://lamericalatina.net/2018/02/14/crimine-di-stato-uccisi-tre-compagni-del-codedi-in-un-imboscata-attaccano-lautonomia-nessun-passo-indietro-y-comunicado-de-la-pirata-en-espanol/

12 https://desinformemonos.org/zapatismo-verdadero-foco-resistencia-al-salinismo/

13 http://pri.org.mx/SomosPRI/

14 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/03/12/parole-delle-donne-zapatiste-in-chiusura-del-primo-incontro-internazionale-politico-artistico-sportivo-e-culturale-delle-donne-che-lottano-nel-caracol-zapatista-della-zona-tzotz-choj/

15 Un mondo dove possano esistere molti mondi

16 Universidad Nacional Autònoma de México

17 Qui si richiama alle ‘Giunte di buon governo’ zapatiste, gli organi governativi assembleari e democratici che gestiscono i Caracoles zapatisti secondo i sette principi del buon governo.

18 Consejo Nacional de Investigaciones

Científicas y Técnicas

19 Universidad Nacional de San Martín

20 In questo caso si specifica anche come la popolazione non sia scesa in strada in massa a sostenere Dilma Rousseff in seguito all’accusa e all’incarcerazione per corruzione poiché già si sentì tradita dalla condotta del dirigente nel periodo delle olimpiadi del 2016

21 Che verrebbe giustificata dalla situazione di crisi e instabilità che non può essere tollerata nell’area di influenza statunitense.

22 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/1994/01/01/primera-declaracion-de-la-selva-lacandona/

23 Nascono in questo periodo le ‘Escuelitas zapatistas’ e le ‘Casas de Salud’ e vengono formati i promotori di educazione e di salute.

24 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/sdsl-it/.

25 https://www.peacelink.it/latina/a/22173.html

26 L’ejido è una comunità contadina creata con la distribuzione dei terreni attraverso la riforma agraria (1917-1992). Gli ‘ejidatari’ ricevetterono la terra per proprio uso e usufrutto, ma senza che questa cessasse di essere proprietà del governo. I diritti di usufrutto sono ereditabili, soggetti a regolamenti, ma la terra non può essere venduta. (Randall 1996). La riforma dell’art. 27 della costituzione messicana del 1992 tolse il divieto della compravendita dei terreni ejidali permettendo difatto l’accesso a queste terre e alle risorse da parte delle imprese estrattiviste.

27 https://www.congresonacionalindigena.org/2018/02/16/mensaje-del-cni-cig-la-familia-la-companera-eloisa-vega-las-redes-grupos-apoyo-sudcalifornianos/:

28 http://www.johnholloway.com.mx/

29 Le ‘chiavi’ per sanare il mondo

30 Il cuore è pronto, manca ciò che manca!

CAMPAGNA DI SOLIDARIETA’ CODEDI VIVE


Campagna di solidarietà #CODEDIVIVE

Il CODEDI (Comité por la Defensa de los Derechos Indigenas) è una organizzazione indigena che riunisce più di 1800 famiglie sparse in 48 comunità rurali nelle regioni della Sierra Sur, Istmo, Valles Centrales e Costa dello stato messicano di Oaxaca e che partecipa al Consiglio Nazionale Indigeno (CNI).

Il comitato nasce circa venti anni fa dal lavoro di un gruppo teatrale che operava nelle comunità indigene dello stato di Oaxaca con l’intento di sviluppare la cultura e l’autonomia all’interno delle comunità, in poco tempo si è trasformato in una organizzazione di difesa dei diritti indigeni del territorio e della costruzione di autonomia.

Il progetto più grande del CODEDI è il Centro di Capacitaciones de la Finca Alemania situato nel municipio di Santa Maria Huatulco. Questo territorio fu recuperato nel 2013 mediante l’occupazione di 300 ettari di terreno e oggi è  autogestito dalla popolazione indigena. All’interno si coltivano mais, fagioli, zucca, pomodori, limoni e si allevano maiali e galline per assicurare l’alimentazione a tutta la comunità, preoccupandosi di recare il minor danno possibile all’ambiente grazie all’utilizzo e alla trasmissione di pratiche sostenibili nei talleres (laboratori) di agroecologia e zootecnia. La costruzione delle strutture è organizzata dai talleres di carpenteria, produzione di mattoni e fonderia; nel taller di panificazione si producono pane e tortillas, mentre al taller di medicina naturale e di tessitura si tramandano conoscenze curative e si producono vestiti tradizionali.

L’educazione autonoma dei giovani è organizzata in quattro livelli di formazione (asilo, primaria, medie e superiori) in cui i programmi educativi sono basati sulle necessità concrete degli abitanti della regione e aspirano alla costruzione di pensiero critico. L’intero progetto è stato realizzato grazie al lavoro collettivo a turni, detto tequio, al quale prendono parte compagni provenienti da tutte le 48 comunità appartenenti al CODEDI.

Da cinque anni gli abitanti della Finca Alemania difendono la terra, l’acqua, i boschi, gli animali e le risorse naturali del territorio in cui vivono, esercitando la propria cultura e il diritto indigeno nella vita quotidiana della comunità. Il Messico è uno dei paesi più pericolosi al mondo per le lotte ambientaliste e la difesa del territorio, soprattutto se i soggetti che lottano sono i popoli originali di questi territori: negli ultimi dodici anni si sono registrate più di 200.000 morti violente prevalentemente legate a questioni di controllo del territorio, numeri da guerra. Questi popoli si trovano infatti in conflitto con poteri molto forti, come le imprese multinazionali appoggiate dal potere governativo colluso con le organizzazioni criminali del narcotraffico. Insieme questi attori utilizzano qualunque mezzo a loro disposizione per privare le popolazioni originarie dei loro terreni, ricchi di risorse, e sfruttarli in modo insostenibile per produrre ricchezza. Il territorio del centro di Capacitazione si colloca in una zona di interesse per il piano ‘Bahia di Huatulco’, un progetto idroelettrico la cui implementazione ha già pregiudicato la salvaguardia di migliaia di ettari di spiaggia, boschi e fonti di acqua, a discapito delle comunità contadine locali.

I compagni e le compagne del CODEDI si mobilitano e lottano contro questi poteri forti e voraci per difendere i propri territori e la propria cultura subendo in risposta una forte repressione. Il 12 febbraio 2018 una delegazione che tornava alla Finca Alemania, in seguito ad un incontro con dei funzionari governativi per discutere del conflitto post elettorale a Santiago Xanica, è stata attaccata all’improvviso sulla strada federale da un commando armato che ha ucciso tre dei cinque compagni della delegazione, Alejandro Antonio Dìaz Cruz di 42 anni, Luis Angel Martinez di 18 anni e Ignacio Basilio Ventura Martìnez di 17 anni, all’attacco sono sopravvissuti Emma Martìnez e Abraham Ramìrez Vàzquez, coordinatore generale dell’organizzazione. Il governo non ha fatto alcuna dichiarazione in seguito a questo vile attacco ma i compagni del CODEDI denunciano l’accaduto, accusando le forze governative di aver tentato di uccidere il dirigente della Finca Alemania col fine di colpire e indebolire il progetto di resistenza dei popoli originari dello stato di Oaxaca, così come dimostrano le numerose minacce di morte e di persecuzione a carico di altri componenti della comunità.

Di fronte a questa violenza per gli abitanti della Finca Alemania e di tutte le comunità del CODEDI è di vitale importanza ricevere solidarietà e supporto, per questo il gruppo d’appoggio al CODEDI che già da anni supporta il progetto ha lanciato una campagna di Solidarietà Internazionle #CODEDIVIVE a cui sono invitati a partecipare tutti i collettivi, gruppi, assemblee, comitati, uomini e donne resistenti e in lotta del mondo con qualsiasi forma di appoggio ritenuta opportuna.

La campagna esige:

  • Giustizia per i compagni assassinati il 12 febbraio in un contesto di un massacro contro il popolo messicano che conta più di 200.000 morti violente negli ultimi 10 anni
  • Rispetto verso l’autonomia dei popoli indigeni, ovvero la cancellazione di tutti i progetti estrattivisti che minacciano la vita dei loro territori.

Il 14 e 15 di marzo una Brigata Internazionale di Solidarietà composta da persone di Svizzera, Portogallo, Messico, Italia, Spagna, Colombia, Brasile, Belgio, Austria e Argentina hanno visitato il Centro di Capacitazione Finca Alemania, ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti all’attacco e analizzando il contesto attuale dei diversi comitati dell’organizzazione.

Il 13 e 14 maggio 2018 si sono tenute due iniziative a San Cristobal de Las Casas, la proiezione di un documentario sul progetto della Finca Alemania con discussione e una conferenza stampa al centro per i diritti umani Frayba dove si è fatta una dichiarata denuncia di responsabilità dell’accaduto contro il governo di Oaxaca.

Diverso materiale è stato prodotto in questi mesi e può essere utilizzato per informarsi e divulgare il progetto, si invita a coordinarsi e organizzarsi per realizzare eventi, esposizioni, mobilitazioni, grafiche, video e qualunque altra azione che possa rendere visibile questa esigenza, ciascuno nel suo tempo e modo, e così ribadire che la solidarietà è la forza dei popoli in lotta.

                                                                                         ALEJANDRO VIVE!

LUIS ANGEL VIVE!

IGNACIO VIVE!

CODEDIVIVE!

PER LA DIFESA DEI DIRITTTI E DEI TERRITORI INDIGENI!

 

Link utili:

Comunicato del CODEDI: https://www.centrodemedioslibres.org/2018/02/13/codedi-llama-a-la-solidaridad-tras-emboscada-y-asesinato-de-3-de-sus-miembros-2-menores/

Comunicato del CNI: https://www.congresonacionalindigena.org/2018/02/13/ denuncia-asesinatos-companeros-codedi/

Comunicato Nodo Solidale: https://www.facebook.com/notes/nodo-solidale/crimine-di-stato-uccisi-tre-compagni-del-codedi-in-un-imboscata-attaccano-lauton/1998458173753609/

Facebook Nodo Solidale: https://www.facebook.com/nudosolidario/

Documentario: https://www.youtube.com/watch?v=XOxmgOXlRAk

Conferenza stampa CODEDI al Centro per i diritti umani Fraybar, San Cristobal de las Casas: https://www.facebook.com/revistakuxaelan/videos/1796933220329407/?hc_ref=ARTzMXCj0weJIKqbJIzeAP6RWe95yaC3rYnT-tkMtZS7OwELCn1dPXcSuoes9LcKmqA

Relazione brigata internazionale di solidarietà alla Finca Alemania: https://resistenciaglobalautonoma.wordpress.com/2018/03/22/relazione-della-brigata-internazionale-di-solidarieta-con-il-codedi-centro-di-formazione-codedi-finca-alemania/

La democrazia come sconfitta. Note sulle elezioni presidenziali in Messico

Apparso il 28/06/2018 nel blog dei nostri amici messicani Artillería Inmanente

Possiamo concedere giusto una cosa a quelli che hanno posto tutta la loro fiducia nello spettacolo democratico: mai questo paese aveva conosciuto nella sua storia un grado così alto di speranza condivisa. Ma per comprendere da dove proviene questa apparente energia bisogna aggiungere questo: questa speranza è il prodotto di una sconfitta di lunga durata.

Lo spettacolo democratico di cui si parla non è solo quello che è stato incessantamente martellato dagli apparati statali – attraverso la loro “cultura del diritto” e la loro violenza poliziesca – ma è anche quello che ritorna periodicamente sempre più sfigurato e grottesco della volta precedente, ma che, malgrado tutto – per qualche “urgenza”, una “congiuntura” fabbricata come per caso in questo preciso momento e non in un altro – si trova infine rinforzato dal credito che una popolazione gli accorda, volentieri o meno, o ancor di più, con la sola volontà che gli resta, una volontà bloccata tra l’incudine e il martello. La speranza nella politica è sempre il rovescio di una politica il cui primo motore è la paura.

Chiunque sia sopravvissuto agli ultimi dieci anni – o agli ultimi 500 – sa che, dietro il miraggio che fa vedere una luce nel futuro, si intravede la profonda oscurità del nostro presente. È superfluo ripetere una volta di più le cifre dei morti e dei desaparecidos: queste sono appena la traduzione matematica – cioè amputata – di una realtà invivibile. Solo la tristezza e la confusione che provoca una decade di guerra possono fare in modo che qualcuno veda in un candidato una speranza e non il futuro comandante in capo del nostro più grande nemico: lo Stato.

A partire dall’attacco perpetrato ad Atenco nel 2006 fino alla rottura costituita dalla mobilitazione per i 43 scomparsi di Ayotzinapa, questo sentimento di disfatta si è amplificato ed esteso. Non c’è niente che la democrazia e i suoi attori sappiano fare meglio che tirare profitto dalla desolazione. È per questa ragione che sono più degni di compassione che di ridicolo coloro che da qualche anno urlano “E’ lo Stato” (che ha ucciso gli studenti) e che oggi vedono in esso l’unica via di salvezza.

Forse noi stessi, in parte, siamo stati responsabili di questa sconfitta e della confusione che genera. Forse non siamo stati capaci di produrre un sufficiente numero di nuclei d’organizzazione e di resistenza solidi e duraturi. Ma è anche vero che, almeno in questo caso, il funzionamento dello Stato è efficiente: avanza e attacca per produrre la sconfitta e l’impotenza che gli serviranno, poco dopo, a nutrire la sua rigenerazione.

Solo un bambino, un ingenuo o un politologo possono pensare che la democrazia è un affare di elezioni, di partecipazione o di istituzioni. Anche se noi siamo abituati a descrivere la democrazia – la più potente arma civile dello Stato – con l’espressione apparentemente inoffensiva di “forma di governo”, essa è in realtà un meccanismo complesso di produzione e gestione dell’impotenza collettiva.

In effetti, la funzione essenziale della democrazia non è la rappresentazione ma la relegazione. Tutte le capacità, le conoscenze, le immaginazioni e la forza che richiede una vita condivisa sono catturate dalla macchina democratica per essere gettata da qualche parte nel rovinoso apparato statale. Tutta la creatività e la potenza che possediamo per il semplice fatto di essere vivi sono sottratte e relegate fino a che non restano che degli spettri, fino a che ogni corpo è ridotto al rango minimale al quale può essere ridotto un essere vivente: un cittadino.

Relegare significa mettere da qualche altra parte ciò che ci è proprio. La democrazia è, anche per questa ragione, produzione di allontanamento. Ogni momento della vita, ogni conflitto e ogni uscita possibile sono subordinati alla gestione di una istituzione esteriore e distante. Cioè astratta. Solo quelli che vivono in questo mondo d’astrazione, separati dal loro mondo, trovano ragionevole esigere dallo Stato che risolva un crimine, freni le espropriazioni, sanzioni le Forze Armate per la violazione dei diritti umani. La giustizia, lo sappiamo, non verrà mai né dall’alto né da lontano. Per questo l’antinomia della democrazia non è l’autoritarismo ma la prossimità, la forza collettiva.

Come l’espropriazione “originaria” che alimenta il capitale è sempre all’opera, in ogni momento, la relegazione di cui si nutre la democrazia opera ogni volta che un programma statale si sostituisce a un’opera collettiva, che un deputato locale usurpa il potere di un’assemblea popolare o che un comitato di quartiere si trasforma in ufficio di gestione di un partito politico.

Per questo è un’eccellente notizia che la democrazia in questo paese sia ancora incompleta. Evidentemente ciò non significa che vi sia una mancanza di “partecipazione”, di “trasparenza” e ancor meno di “onestà”. Ciò significa che vi sono dei territori in cui la battaglia contro l’impotenza e l’astrazione è stata vinta, dove lo Stato non è riuscito a imporre la sua logica. Dove è ancora possibile sperimentare una vita comune che non può essere ridotta al meccanismo della democrazia e dei partiti.

Forse non è necessario ripeterlo, ma la democrazia è anche produzione di individualità: “cittadini” o “votanti” sono i termini burocratici che adottano i cadaveri di una collettività distrutta. Per questa ragione non c’è nulla di politico in essa: non c’è esistenza condivisa, luoghi da abitare, vita da difendere. È il solo senso nel quale la democrazia sia un sistema di governo, cioè una gestione verticale delle popolazioni, individui senza nome.

La cooptazione e la relegazione che è all’opera in ogni istante producono l’impotenza e la depressione, che paiono trovare la loro unica risoluzione in una rigenerazione della speranza nello Stato. La speranza è, precisamente, l’iniezione di combustibile di cui, in un dato momento, una forma di governo ha bisogno per sopravvivere. Anche quelli che temono una possibile destabilizzazione se vince un candidato o l’altro appaiono molto ridicoli. Temono un possibile “indietreggiamento della democrazia” quando, in verità, una rigenerazione dell’apparato statale è in marcia in modo da farla sopravvivere ancora per un decennio.
Le sconfitte dei movimenti di resistenza e la vera disperazione di quelli che hanno hanno messo la loro forza in una trasformazione radicale sono state, nuovamente, relegate nel sistema dei partiti e in un futuro governo centrale. Tutta la speranza che ci circonda oggi tende alla stabilizzazione; cioè a una rinascita dello Stato. Non è un caso che il favorito abbia dichiarato di voler risolvere del tutto il dossier di Ayotzinapa per rinforzare l’esercito e restituirgli la sua antica legittimità. In un contesto di guerra, la rigenerazione democratica adotta la sua forma più crudele e sanguinosa: la pacificazione.

*

* *

Al di là dell’aura umanista della parola, la pacificazione è il punto culminante di un’operazione militare: il trionfo della mobilitazione delle forze armate e civili su di un territorio e sulle forme di vita che lo abitano. È il nome che i vincitori danno alla sconfitta totale dei loro oppositori, alla sottomissione del nemico al nuovo potere costituito. È, esattamente, quello che i giuristi chiamano “uso legittimo della forza da parte dello Stato”. Perciò vi sono ancora persone che confondono pace e Stato di diritto. La pacificazione non è altro che la continuità del processo di democratizzazione perseguito con altri mezzi. Queste due operazioni, quindi, formano i due fronti contro-insurrezionali con i quali lo Stato cerca di integrare al suo interno tutte le forze politiche, con mezzi sia civili che militari. La fallimentare strategia anti-zapatista degli anni 90 – coordinata in parte da Esteban Moctezuma Barragan – lo dimostra perfettamente: occupare militarmente un territorio per pacificarlo; rimunicipalizzarlo e iniettare dei mezzi per democratizzarlo – non sorprende che ancora oggi i rappresentanti della “crociata contro la fame” abbiano in ogni città, sulla loro porta, l’emblema del Segretariato della Marina. Venti anni dopo l’operazione è sostenuta dalle restanti basi militari e dai gruppi di paramilitari che sono, sempre, associati ai partiti politici. In tempo di elezioni sono degli “operatori politici” e dopo degli squadroni della morte.

Ecco perché la credenza che sia possibile “finirla con la logica della guerra” è la più pericolosa delle buone intenzioni progressiste. In certi quartieri di Città del Messico la guerra sembra essere una “logica”, un “discorso”, cioè una “politica pubblica”. Ma la guerra, lo sappiamo, è una atroce realtà; è la forma che adottano lo Stato e il capitale per garantire la loro continuità attraverso la cooptazione e il saccheggio. Crdere che la guerra possa finire unicamente grazie alla “volontà politica” di un uomo non è solo naif, è suicida. La forma fondamentale di autodifesa in un conflitto prolungato è quella di riconoscerlo in quanto tale. Quelli che sono sopravvisuti resistendo più di cinquecento anni lo sanno perfettamente. La guerra – che sia dichiarata o meno – è lo strumento attraverso cui lo Stato messicano è ricorso ogni volta che ha avuto bisogno di rinnovarsi o di espandersi. Le guardie bianche, i rurales di Porfiriat, le Forze Armate e le cellule di sicari hanno sempre avuto la stessa funzione: pervenire alla pacificazione di un territorio – con lo sterminio o lo spostamento forzato – per garantire l’estrazione delle risorse che contiene. La “guerra contro il narcotraffico” non fu quindi una sconfitta strategica. Fu, al contrario, la perfetta ed efficace riconversione di una vecchia macchina di morte e spoliazione. Oggi la guerra civile è una questione che supera di molto la capacità di decisione di un governo o di un candidato. Quelli che fanno della politica un’operazione più o meno riuscita di consolidamento di un contratto sociale – battuto, rispettato, corrotto, etc – si sbagliano fin dall’inizio: non è il contrato sociale ma la guerra che anima, fin dalla sua origine, il sistema di potere. Così, far credere che la guerra finirà grazie al bacio di un poeta, di Emilio Alvarez Icaza o del papa di Roma, è una manipolazione senza fine. In verità è un crimine di guerra.

*

* *

Sempre è necessario vedere quale oscurità nutre la luce della speranza; ma bisogna anche saper osservare la luce che produce questa stessa oscurità. Ovunque lo Stato sembra fallire, ovunque è assente, si apre lo spazio dei possibili. Ogni istante della vita è un minuscolo campo di battaglia in cui la logica democratica può essere respinta, dove possono sperimentarsi forme di organizzazione tanto flessibili quanto potenti. Non c’è nulla di più semplice che affrontare la relegazione e la messa a distanza che nutrono la democrazia. Si tratta semplicemente di afferrare la nostra prossimità con il mondo che ci circonda. Di tornare a incontrarla, di produrre gli strumenti e i saperi collettivi per abitarla. Non c’è evento più felice che riscoprire, nel mezzo delle rovine dello Stato, un’attitudine che pensavamo perduta: imparare senza Università, curarsi senza bisturi, passare una domenica senza angoscia.

Bisogna solamente riapprendere a creare degli spazi di potenza, lontano dalla macchina democratica, avvicinarci gli uni agli altri, ritrovare il filo delle nostre potenzialità. Scoprire di nuovo tutto quello che può un incontro – anche fugace – quando esiste la decisione collettiva di ricostruire tutto. Il compito sembra arduo, senza dubbio, ma quelli che lo sperimentano sanno che non esiste una festa più grande di quella che si fa dopo una giornata di lavoro collettivo.

Per il momento bisognerà lasciar fallire i democratici: i convinti, i confusi, gli ingenui, i vinti. Quanto a noi, non abbasseremo la guardia: sappiamo che continueranno ad attaccare tutto mentre predicheranno la tregua. Alcuni, forse, torneranno dopo qualche anno, ridotti a macerie: famelici e distrutti dopo aver visto dall’interno le viscere dello Stato. Forse allora sentiranno l’ampiezza della loro sconfitta. È anche probabile che uno o due di loro verranno a riscoprire le loro forze nella casa che noi avremo, nel frattempo, costruito.

Non ho visto niente al cinema nel Maggio 68

di Leslie Kaplan

da Trafic. Revue de cinéma n°106, estate 2018

Durante il Maggio 68, come tutti sanno, la bellezza è nella strada, e in pochi, a mia conoscenza, andavano al cinema. Il primo aprile ero stata assunta in una fabbrica che costruiva delle lavatrici a Lione, nel quartiere di Gerland, e il 20 maggio gli operai e le operaie si sono messi in sciopero; ho cercato di scriverne, non ho trovato qualcosa di equivalente nei film venuti dopo. Quello che accadeva: la sorpresa, l’inatteso, il completamente nuovo, il carattere trasgressivo della più piccola cosa che succedeva e la gioia di tutto questo. I punti di riferimento erano stravolti, lo spazio stesso cambiava. Davanti ad ogni cosa si scavava una distanza enorme, non vi era più niente di scontato. Fabbrica, officina, lavoro, macchina, pressa, cavi, sì, ma che cosa sono. 

La libertà, la si provava in ogni dettaglio e innanzitutto: le parole non erano più incollate alle cose, non avevano più un senso unico, obbligatorio. Immaginare questo: un luogo, la fabbrica, nel quale niente esiste senza una ragione, sedersi, alzarsi, attraversare il cortile…era diventato di colpo un luogo nel quale ognuno circolava, poteva circolare, lasciare il suo posto, andare a visitare l’officina di fianco, farsi spiegare, ricostituire l’insieme. O al contrario poteva restare seduto, lì, nel cortile, a far nulla, a guardare il cielo. Lavorare a maglia. Giocare a carte. Ascoltare la radio. E parlare, discutere. Pensare.

Questo rovesciamento, questa contestazione del quadro stabilito, questo desiderio di cambiamento del quadro di pensiero esistente, mi ha segnato per molto tempo e, volontariamente o del tutto a mia insaputa, è sicuramente una delle cose di cui ho voluto testimoniare nei miei libri: non solo di questo stravolgimento particolare nel Maggio 68, ma della possibilità di un tale stravolgimento, intimo o generale.  E anche se «non ho visto niente al cinema nel Maggio 68», sono persuasa che quello che già esisteva nella cultura come segno, o metonimia, o metafora, di un simile stravolgimento, ha giocato un ruolo fondamentale nella maniera in cui ho partecipato agli «eventi» e, più precisamente, penso che il mio amore per il cinema, per un certo cinema, sia stato molto importante nella maniera in cui ho «ricevuto» Maggio 68. La Rivoluzione, dopo tutto, è quando quello che accade nella società somiglia a quello che accade nell’arte. La presenza reale del mondo come effettivamente è, e la sensazione concreta che i limiti indietreggiano, che possono indietreggiare. La felicità di scoprire lo straordinario nell’ordinario – o di inventarlo a partire da quasi niente.

Allora, certo, è «tutto» il cinema – il neorealismo italiano, Lang, i western e i film di serie B, Mizoguchi e Bergman, Antonioni e Resnais, tutto il cinema che scoprivamo e ci insegnava a vedere, a pensare – che ha giocato un ruolo. Ma in relazione allo sciopero e all’occupazione, penso particolarmente ai film di Godard e di Chaplin, o, più esattamente, a quello che di Chaplin vi è nei film di Godard di quegli anni.

Non avevo amato La Cinese, uscito nell’agosto del 1967, non lavoravo ancora in fabbrica, mi si ci sono «stabilita» nel gennaio 1968, prima nella regione parigina, poi a Lione, ma avevo già un’esperienza di alfabetizzazione fatta con dei militanti della CFDT dopo la guerra d’Algeria e avevo molte discussioni con dei lavoratori immigrati nelle bidonville, alla periferia sud.

La dimensione di puro orrore del reale, l’inimmaginabile, il non detto, il non rappresentato, la cosiddetta «vita» nelle baracche in legno e cartone costruite nel mezzo del nulla, non trovavo niente di tutto ciò ne La Cinese, ma era quello che in quel momento per me era più presente. Sotto le bidonville, c’erano i campi… Avevo visto Nuit et brouillard e avevo molto interrogato la madre del mio primo amore, una donna straordinaria che era tornata da Auschwitz. Questa sovradeterminazione, fabbrica-campi, era in una qualche maniera inaugurale per me e presente a mia insaputa nel mio desiderio, nella mia decisione di «fare la rivoluzione» a partire dalla fabbrica (non ero la sola in questo caso!) – e, più tardi, nella scrittura del mio primo libro.

Ma a me sembra che il carattere trasgressivo del comico di Chaplin che passava in Godard, si vivesse per me durante lo sciopero e l’occupazione. Questo non significa che ci pensassi. Per niente. Ma ne ero stata in qualche modo impregnata. La dimensione gag nella vita, la dimensione gag della vita. La gag viene come un’interpretazione, di colpo l’accento viene spostato, il rovescio delle cose diviene il dritto, gli ultimi sono i primi, e i primi gli ultimi, qui e ora… La gerarchia stabilita non ha più senso, l’importante è il che cosa, non è neanche «la produzione»… Cambiare ritmo, correre e scoprire, salire e scendere, saltare ovunque, restare seduti a far nulla, passare da un luogo a un altro, circolare, circolare, non restare al proprio posto… e fare l’esperienza di parlare insieme mentre ordinariamente non lo si faceva, studenti e operai, lavoratori francesi e immigrati, donne e uomini. Si sfidavano le leggi della gravitazione e della gravità, si sale sui tetti, ci si arrampica sulle inferriate, si prendono in giro i dirigenti che non si lasciano entrare in fabbrica, vendetta, è la volta che tocca a voi di essere esclusi, di restare fuori a girare a vuoto, e ce se ne sbattiamo del cartellino, il minuto di ritardo che fa spuntare la multa sotto l’occhio sadico del capetto. Il tempo che si distende su delle sedie nel cortile o, al contrario, che si accelera, si esplora, si va ovunque, nei corridoi, nelle officine, non vi ricorda niente? Dovrebbe, è il balletto tra le catene in Tempi moderni o la passeggiata su pattini a rotelle attraverso i grandi magazzini dove si è guardiano di notte. Ma è anche Michel e Patricia che fanno l’amore sotto le lenzuola mentre la radio passa «Le travail en chantant».

La funzione di produzione è detournata, non si produce più, si gioca a carte o alle bocce, la realtà è altrettanto evanescente e leggera delle bolle di champagne in Luci della ribalta, milionario un giorno, clochard l’indomani. Si fanno pique-nique nelle officine, sandwich, radio, si guarda il cielo, molto blu quell’estate, e si dicono delle frasi che potrebbero scriversi come le didascalie del cinema muto: che cos’è il lavoro? Che significa essere un salariato? Produrre per farne cosa? Che cos’è la vita? E l’eternità? E le donne, improvvisamente sono libere e danzanti, vanno dappertutto, parlano senza mai fermarsi, ah si impara, sui capi ottusi, sprezzanti, e montano sui tavoli, si muovono graziosamente, è Paulette Goddard ragazzina, o è Anna Karina che lancia un uovo per aria che atterra perfettamente sul piatto, il tempo che lei dica: «Va a farti cuocere un uovo» [modo di dire che significa “lasciami in pace”, detto agli uomini che criticano sempre anche se non sanno neanche cucinare un uovo, ndt], o che danza attorno al juke-box e provoca alla sua maniera i prosseneti tanto squallidi quanto ridicoli.

Vi sono anche i malintesi decisamente divertenti, degni infatti di Godard o di Chaplin, la militante che discute prima dello sciopero con un’operaia in officina, d’accordo su tutto, lo sfruttamento, la repressione, la sera se ne vanta tutta fiera con i suoi compagni: «Ho trovato un elemento avanzato della classe operaia», dopo qualche giorno, andando più in profondità, sulle cause di tutti questi mali, l’elemento avanzato le dice: «è colpa di Roma…». In poche parole, era una testimone di Geova che dopo nemmeno fece lo sciopero… E in tutti gli incontri, nella loro diversità, nel fatto che nessuno restasse nella «sua categoria, la sua casella, il suo caso», studente, operaio, francese, immigrato, in questi veri incontri, con un altro che era veramente altro, c’è qualcosa forse del little man e del milionario, up and down for ever, e tutti gli incontri del little man con i suoi amori, Georgia ne La febbre dell’oro… la giovane cieca in Le luci della ribalta… e senza dubbio anche l’incontro di una piccola studentessa americana con un cattivo ragazzo francese. Si è parlato di «incontri improbabili» a proposito di Maggio 68 ed in effetti era il caso di tutti gli incontri in fabbrica, ogni volta lo stupore, io studentessa stabilitasi in fabbrica e gli operai e le operaie, e l’operaio spagnolo rivoluzionario che era stato a Cuba ma che non voleva che le sue figlie facessero sciopero, e le giovani immigrate che correvano ovunque, scoprendo tutto, sovraeccitate, e il prete operaio che non poteva impedirsi di essere depresso, e le donne che lavoravano alle presse, forti come degli uomini, truccate come delle donne, e le ragazzine che non pensavano che a questo, e la ragazza che viveva in coppia con un’altra donna, e le vecchie che avevano fatto il ’36 e che brandivano i volantini che avevano conservato.

Quello che ci si diceva: tutto, tutto si diceva, tutto era interrogato, il valore della vita e il senso delle parole, e che cos’è disgustoso? E l’amore? E il lavoro? E cosa si vuole? Delle cartoline? O delle cose, due o tre cose? Dei vestiti, delle calze, delle borse Panam? Un sacco di soldi, magari albanesi? O dell’oro? Una montagna d’oro? A mountain of gold? Delle pellicce e dei sigari? Avere un bambino? E imparare, cosa significa? Seguire dei corsi? Dei corsi d’inglese? Dei discorsi? E se la donna è donna, allora che cos’è una donna? E d’altra parte, una donna è una donna o un robot? Fino a che punto? Fino a che lei dice: «Ti amo»?

In ogni caso, la buona domanda è: se si traduce Shakespeare in francese e se lo si ritraduce in inglese, è sempre Shakespeare? Smontare una sveglia e rimontarla – alla fine, quasi -, ecco quello che il gioco con Shakespeare ricorda, o come mettere il rovescio al diritto, o il mondo che cammina sulla testa, come metterlo sui piedi…

E la cultura? L’arte? L’arte è nella vita, Renoir è su di un muro, tu trovi che è più bello, e si può cercare di fare il giro della cultura mondiale nel più grande museo del mondo in dieci minuti. O danzare in un bar, perché ci si dovrebbe fermare, è una commedia musicale ed è la vita, un ballo in una fabbrica, danzare davanti alle presse, nelle officine….

Fino a quando…

La ripresa del lavoro si è accompagnata a un sentimento d’abbandono e di tradimento. Quello che era stato vissuto, questa esperienza allo stesso momento semplice e fantastica del «sta succedendo qualcosa», non è stata riconosciuta, al contrario, è stata rimossa e negata dai dirigenti sindacali, politici. Rotture reali. Immagini di donne che piangono e strappano le loro tessere del sindacato. Un manifesto dell’epoca, affisso sui muri alla fine dello sciopero, lettere bianche su fondo blu notte, lo diceva molto bene: «Che succede?/ Non succede niente/ Cos’è successo?/ Non è successo niente/Eppure avevo creduto di comprendere/Non bisogna comprendere».

Non era più lo stesso film. Come riprendere l’iniziativa, pensare «gli eventi», continuare… Ci sono stati molti film negli anni 70 ai quali riferirsi, Fassbinder, Sergio Leone, Buñuel… Ma per me la fine del «dopo 68» è associato a Monsieur Verdoux, che ho visto la prima volta nel 1978, nel momento in cui cominciavo a scrivere L’excès-L’usine: questo allegro criminale, un uomo, un baffo, una minaccia, che prende in giro la società – che uccide molto più di lui – e i suoi valori, e il cui «piccolo business» domanda, evidentemente in maniera paradossale: come saltare fuori dal normale/sociale/familiare/abituale senza riprodurre delle figure conosciute, come in uno specchio – sì, «ho bisogno di un’idea», dice Verdoux prima di andare ad assassinare Lidia, ma come uscire dalla ripetizione, «uscire d’un balzo, come disse Kafka, dalla fila degli assassini»?

I film di Godard citati sono: Fino all’ultimo respiro, La donna è donna, Questa è la mia vita, I carabinieri, Due o tre cose che so di lei, Bande à part, Alphaville. Per Chaplin: Tempi moderni, Luci della ribalta, La febbre dell’oro, Charlot usuraio, Monsieur Verdoux.

Leslie Kaplan vive a Parigi ed è autrice di romanzi e di testi per il teatro. Il suo ultimo libro, uscito quest’anno per le edizioni P.O.L. è Mai 68, le chaos peut être un chantier (su Qui e Ora se ne parla qui )

I f

N

Non era p lo stesso film.

Primo Moroni: Territori della trasformazione e collasso dell’esperienza

Intervista a cura di Tiziana Villani, in Mario Perniola, Oltre il desiderio e il piacere. Territori dell’estremo e spaesamento, Millepiani, Mimesis Milano 1995, pp.53-67.

Essere moderni, ho affermato, significa sentire, a livello personale e sociale, la vita come un vortice, scoprire di essere, insieme al nostro mondo, in continuo disgregamento e rinnovamento, immersi perennemente nelle difficoltà e nell’angoscia, nell’ambiguità e nella contraddizione: essere parte di un universo in cui tutto ciò che vi era solido si dissolve nell’aria. Esserci significa sentirsi in un certo senso a proprio agio nel vortice, fare propri i suoi ritmi, muoversi all’interno delle sue correnti alla ricerca di quelle forme di realtà, di bellezza, di libertà, di giustizia, che il suo flusso impetuoso e pericoloso ci consente.

Marshall Bermann, L’esperienza della modernità

Villani: Iniziamo a considerare la crisi del pensiero critico così come era stato inteso più o meno fino agli anni Settanta. Teorici come Deleuze, Guattari e Foucault hanno comunque segnato la trasformazione di molte discipline, in che modo è possibile determinare anche grazie a loro l’origine di questa crisi?

Moroni: Io penso che la crisi sia iniziata sotto gli occhi e dentro le cose che hanno tormentato la vita e la ricerca di Deleuze e Guattari. Per Foucault, invece, mi sembra di poter dire che ha proseguito fino all’ultimo nel suo lavoro gigantesco di archivista della dialettica e della storia delle “istituzioni” fondanti della modernità. Peraltro, la “crisi” del pensiero critico mi sembra tragicamente rappresentata dal suicidio di Guy Debord, proprio nel momento in cui l’opera dei situazionisti viene per così dire “riscoperta” da un settore dell’intellighentia della sinistra extrasistemica, che l’aveva per larga parte ignorata nel corso degli anni ʼ70. In realtà un certo “uso” di quel corpus di intuizioni e di pratiche radicali era stato acquisito, quasi esclusivamente dal “movimento ʼ77”, ciò ovviamente nell’accezione di “uso” da parte di “minoranze di massa, perché altre minoranze radicali l’avevano fatto assai prima. In realtà credo che molte delle “cassette degli attrezzi” che hanno caratterizzato le intelligenze dei movimenti collettivi siano diventate obsolete insieme al ciclo storico che le aveva rese efficienti.

Si può concordare con Debord quando scrive: “Il fatto è che un’epoca è trascorsa. Non ci si interroghi sul valore delle nostre armi: sono conficcate nella gola del sistema delle menzogne dominanti – gli abbiamo tolto per sempre quella sua aria di innocenza”. Mi sembra invece che soprattutto Deleuze e Guattari hanno proseguito nel tessere continuamente quella tela rizomatica dell’ininterrotto chiedersi da parte della soggettività il senso e la ragione del loro essere nel mondo. In questo ricollegandosi alla grande fase della rivolta esistenziale degli anni ʼ50 e ʼ60. Una rivolta che aveva come motore principale la negazione del principio di autorità e di delega unite alla “volontà di sapere”, “alla coscienza di sé” e “all’autocostruzione di sé”. Non a caso il loro Anti-Edipo sarà un livre de chevet di tutto il movimento ʼ77. Mi sembra, insomma, che nei limiti di questa risposta, il divenire e il desiderare deleuziani e guattariani siano molto intrecciati con i concetti di autodeterminazione e “scelta continua” sartriani, molto sentiti dalla generazione della rivolta esistenziale. Ovviamente, qui non si sta dicendo che vi siano poi così grandi affinità teoretiche tra Sartre e i teorici del divenire, ma di come molte elaborazioni concettuali “ricadono” sui movimenti e da questi vengono acquisite mutandole frequentemente di segno. Qui, e in rapporto a gran parte del pensiero francese (ma anche a Foucault), invece delle ramificazioni arboree si ha la metafora dell’erba. “Non solo l’erba cresce nel mezzo delle cose, ma cresce essa stessa attraverso il mezzo…l’erba possiede una sua linea di fuga continua, e non di radicamento. In testa si ha dell’erba e non un albero”.

Il movimento ʼ77 con il suo intrinseco trasversalismo desiderante, corrisponde molto bene alla metafora dell’erba. È già di per sé muoversi in un orizzonte senza una meta prefissata, ma in continua e nomadica trasformazione. E se l’Anti-Edipo è interamente un libro di filosofia politica, il movimento ʼ77 scriverà “finalmente il cielo è caduto sulla terra”. E il cielo è indubbiamente quello plumbeo della politica e dell’ideologia. Un movimento quindi che avvertiva in modo inconsapevole il finale d’epoca.

Villani: Concetti quali desiderio, felicità, apertura ed ampliamento degli spazi non sembrano aver più luogo nel presente, mentre avevano caratterizzato in modo determinante quel periodo.

Moroni: Era proprio come una sorta di luogo tumultuoso, con gli emissari che vanno verso il mare. Un lago forza nove in cui erano confluiti tutti tentativi iniziati nel dopoguerra di trovare un percorso di liberazione che andasse oltre la rivolta antiautoritaria, ma anche ben al di là dei tentativi politici di trovare soluzione alla contraddizione tra organizzazione e composizione di classe, tra spontaneità e forma partito: credo che in questo senso abbiamo messo in atto un percorso profondamente e necessariamente distruttivo. Per dirla ancora con Debord: “Si trattò del miglior programma possibile per gettare nel sospetto l’insieme della società: famiglia, classi e divisione del lavoro, lavoro e tempo libero, merce e urbanesimo, ideologia e stato”. Abbiamo cercato di dimostrare che era tutto da buttar via, ma insieme a questo percorso abbiamo anche e fondamentalmente contribuito a portare a termine e reso irreversibile l’intero modello taylorista-fordista che aveva raggiunto la sua tarda maturità.

Il movimento ʼ77 si colloca proprio all’apice di questo percorso “distruttivo” e dopo che sono state sperimentate tutte le forme eretiche di organizzazione comunista o libertarie che si erano espresse dentro, fuori o contro la Terza Internazionale. I primi anni ʼ70 (che segnano anche la momentanea, e però profonda, emarginazioni delle controculture esistenziali) sono stati, essenzialmente, un laboratorio politico di questo genere. Il ʼ77 conclude un ciclo e ne ipotizza un altro. È, come è stato detto, la “premonizione inconsapevole” di un cambiamento epocale.

Villani: Ci si apriva a una diversa determinazione del presente?

Moroni: La teoria dell’“innovazione del presente” verrà elaborata dai sociologhi negli anni ʼ80, però il suo percorso reale inizia grossomodo negli anni ʼ76-ʼ77. Non c’è più un luogo, un’utopia da raggiungere. Ci sono bisogni insopprimibili da realizzare nel presente. Non c’è più la necessità del veicolo “partito” o “organizzazione”, più o meno rifondati, più o meno extra-sistemici, per andare verso la “terra del latte e del miele”. Ci sono le macchine desideranti unificate, direbbe Deleuze, dal “concatenamento”, dal “cofunzionamento”. La loro differenza non consiste tanto nell’appartenenza ideologica, ma nel divenire continuamente altro.

Una continua, quindi, modificazione del percepire e del percepirsi, del sentire comune e differenziato.

Villani: L’accento si sposta sul sentire, ma il sentire è essenzialmente inscritto nella capacità comunicativa e relazionale, è il linguaggio, le sue trasformazioni, il suo potenziale creativo che assumono nuove centralità.

Moroni: Preminenza tipica del linguaggio. Sì, il movimento trasversalista, come noto, giocava con il linguaggio usando frequentemente la macchinetta hegeliana rivista e potenziata dai situazionisti. Quindi tutti questi giochi di parole e questo spezzare l’attraverso, questo linguaggio ironico e creativo, che non era certamente un esercizio postmoderno, non era forma; era un espressione diretta, quotidiana dei processi in corso. Ricordo che facemmo un’assemblea al teatro Lirico sugli operai che erano ormai in grande difficoltà, nel mentre una nuova leva entrava nelle fabbriche. Il manifesto che chiamava questa assemblea diceva: “Cerchiamo di passare dal Lirico all’epico evitando il tragico”. Il tragico era la possibile emergenza della lotta armata, della ormai incipiente clandestinizzazione del movimento.

Quindi, tutt’altro che un gioco elegante della dialettica, ma un riferimento creativo a un percorso reale.

Villani: Negli anni ʼ80, il post-moderno si fa erede di questi codici linguistici e li decontestualizza. Forse, a partire da quel momento si produce una divaricazione, tuttora irrisolta; da un lato il discorso poetante, pronto per ogni uso, e dall’altro una segmentazione e frammentazione del sapere critico.

Moroni: È la parte più intelligente e intuitiva del movimento ʼ77. Che ha molteplici collocazioni locali ma un forte respiro internazionale. L’intuizione che il tessuto relazionale, che la sfera della comunicazione possano essere sussunta dalla sfera produttiva, è indubbiamente percepita come un possibile terreno di conflitto e di analisi, una premonizione come diranno più tardi gli stessi protagonisti, inconsapevoli dell’avvento dell’era della produzione immateriale e, come molti anni dopo, argomenterà in maniera incisiva Christian Marazzi nel suo Il Posto dei calzini.

Villani: Avviene quello che potremmo definire un progressivo assorbimento di temi e linguaggi degli ambiti più creativi e progettuali nel discorso dominante?

Moroni: Sì, progettuali nel senso che i “movimenti”, nel loro determinarsi storicamente, sono tanti più validi, comprensibili e tendenzialmente “universali”, quanto più sono anche “il sensore rovesciato” del paradigma dominante. Cosi, gli hippies sono anche il rovesciamento dell’universo verticale del modello fordista-taylorista: alla famiglia mononucleare consumatrice contrappongono la dinamica delle “comuni”; al lavoro disciplinato e “scientificamente” organizzato, l’artigianato creativo; all’universo verticale chiuso e repressivo giudaico-cristiano, un mix di filosofie orientali liberatrici del corpo o la psichedelica degli “stati alterati di coscienza”; all’“uomo a una dimensione” produttore e consumatore di merci, la frugalità delle comuni agricole e il riciclo ironico degli scarti della società dei consumi; agli universi chiusi dell’occidente produttivo, l’inesausta ricerca di “dilatazione della coscienza di sé”, ecc. Una parte di queste intuizioni e di queste pratiche confluiranno indubbiamente anche nei “movimenti politici” – si pensi, ad esempio, a tutte le dinamiche del “rifiuto del lavoro”, alla ricerca inesausta di una sessualità e di una affettività non “proprietaria” unita all’affermazione che “il personale è politico” ecc., ma indubbiamente il continuo ricorso al “leninismo” autoritario – quando non il devastante e ridicolo “emmellismo” – rendeva inconciliabili le spinte libertarie e liberatrici delle culture esistenziali con gli angusti territori della politica.

Il movimento ʼ77 sancisce la “fine della politica” e, forse per la prima volta, invece di essere un “sensore” di un processo maturo e dispiegato del paradigma capitalistico, vive drammaticamente la condizione di essere percettivo, anticipatore di un paradigma che verrà e che era già insito nel presente. Nella breve stagione del suo dispiegarsi, è provvisoriamente e veramente un moltiplicarsi di “macchine da guerra” che “non si definiscono affatto in vista della guerra, ma per una certa maniera di occupare, di riempire lo spazio-tempo o di inventare nuovi spazi-tempo”i.

Se è quindi vero che la sua energia vitale è tutta conficcata nel “presente”, lo “scandalo” che lo rende inaccettabile sia agli apparati ottusi del PCI berlingueriano, che ai neoleninisti “autonomi”, è il suo essere prefigurazione intelligente e conflittuale del ciclo successivo e in ciò negatore dell’obsolescenza degli uni e degli altri. Il “soggetto desiderante” settantasettino non tende come nei “movimenti politici” verso un oggetto pre-immaginato e quindi “desiderato”; è piuttosto una tensione verso un piano che deve o dovrà essere costruito. È, giustamente, un “divenire” senza un modello prefissato, immaginato e desiderato. Ed è ovvio che, dentro questo percorso, si condensino e muoiano larga parte delle esperienze precedenti in modo, per così dire, “spontaneo” mentre il trovarsi sul crinale dell’intelligenza possibile della trasformazione in atto rende le soggettività fragili, attaccabili, indifese. Trovarsi “inconsapevolmente” a rappresentare un “finale d’epoca” e di esperienze, un “trovarsi” minoritario e fuori dal “sentire” istituzionale o extra-sistemico significa anche e sicuramente essere sospesi momentaneamente, fuori dalla storia percepita dagli altri, dalla “maggioranza” degli altri. Non c’è più, fondamentalmente, un “passato” di cui fare risorsa e non ci sono più quindi “luoghi” della formazione, dell’esperienza, che sono stati distrutti o resi inservibili, uno ad uno. C’è invece la tensione verso un altrove, verso nuovi spazi e luoghi che, questa volta, andranno costruiti, inventati senza fare ricorso a quanto già è stato consumato e distrutto. Come è facile dedurre un compito forse troppo grande per una breve stagione di “movimento” che voleva anticipare il piano del capitale.

Villani: Questa crisi dei luoghi dell’esperienza, da te più volte sottolineata, s’intreccia con la crisi del soggetto nella modernità. Lo spaesamento risulta la nozione più adatta, a mio avviso, per comprendere la condizione del presente.

Moroni: Sì, probabilmente, si determina una crisi della “soggettività antagonista” così come era stata vissuta e interpretata dalle culture di opposizioni precedenti. L’esaurirsi dei luoghi dell’esperienza, che erano stati anche quelli della formazione dell’identità e dell’appartenenza, determina un grande vuoto, una sensazione di freddo e di incomunicabilità che verrà riempita dalla merce eroina come surrogato di una possibile felicità perduta. In effetti il ciclo dell’eroina, che nella prima fase è stato quasi interamente “politico”, è stato per un lungo periodo un sostituto simulato dell’impossibilità dell’esperienza. Il fatto è che nemmeno i possibili “grandi maestri” di riferimento, citati all’inizio, potevano comprendere fino in fondo la “rivoluzione” che il capitale stava effettuando al proprio interno. Così Debord finiva per avvitarsi nella constatazione che veramente aveva vinto “la società dello spettacolo” come aveva sempre temuto e sostenuto e che comunque lo costringeva ad affermare che: “I padroni della società, per mantenersi tali erano obbligati a volere un cambiamento contrario al nostro. Noi volevamo ricostruire tutto, loro anche, ma in modi diametralmente opposti. È divenuta ingovernabile questa “terra marcia”, dove nuove sofferenze si nascondono sotto antichi piaceri, dove la gente ha così tanta paura… Ed io che cosa sono diventato io dopo questo disastroso naufragio – naufragio che pure ritengo indispensabile, cui, in certa misura ho concorso…?”. Citando un poeta dell’epoca T’ang, Debord aggiunge: “non sono riuscito negli affari del mondo – me ne torno sui monti del Nam-Cham per cercare la pace”. Si può pensare che uno dei fratelli di tutte le ribellioni non abbia tenuto presente che, nell’epoca della globalizzazione, non esistono più i monti del Nam-Cham e che forse è così grande la fatica una volta ancora di morire e rinascere verso nuovi divenire, che è preferibile uscire silenziosamente dal mondo. Certo la velocità e l’accelerazione dei processi materiali fa interamente a pezzi tutte le nostre certezze e quelle dei nostri avversari politici di un tempo. Molti hanno continuato per anni a pensare dentro gli universi vitali dell’epoca fordista, molti lo fanno ancora oggi, trovandosi così a confrontarsi con un fantasma che produce nelle loro vite un assenza di realtà concreta. Lo spaesamento, forse, ha una parte delle sue radici in questa condizione sospesa tra l’identità precedente, conosciuta ed amicale, e la durezza dei nuovi processi produttivi. Non è un fenomeno che riguarda solo gli “antagonisti” di un tempo, riguarda anche tutti i precedenti poteri politici che sembravano inamovibili. La crisi delle forme di rappresentanza del nostro paese ne è la prova più evidente. Ma delle culture e delle pratiche del pensiero critico precedente rimangono validi gli strumenti di ricerca, gli approcci ai problemi e alle istituzioni fondanti i poteri anche nella loro accezione democratica. Vale, per molti altri, l’esempio del lavoro di archivista di Foucault. Capire cioè perché siano nati il carcere, l’istituzione psichiatrica, lo Stato-Nazione ecc., ecc. Capire quale funzione processuale veniva assegnata da essi all’interno dei poteri del capitale. Comprenderne l’intrinseca intelligenza. È questa una delle parti più avanzate dei movimenti. È questa la “volontà di sapere” che sta all’origine della contestazione globale del principio di autorità. In questo percorso non è così rilevante che un’istituzione sia repressiva o democratica, ma è rilevante il ruolo che ha comunque di conferma del sistema dominante. Non si chiede più al funzionario, allo scienziato, allo psichiatra o generalmente al tecnico di essere più o meno dalla parte degli umili, degli oppressi o del proletariato, ma di mettere in discussione i paradigmi fondanti la sua scienza presunta e i suoi poteri. È così che sono nate “Psichiatria democratica”, “Magistratura democratica”, l’esperienza di Basaglia o quella di Maccacaro.

Villani: È l’approccio stesso che cambia?

Moroni: Appare evidente, come dice Christian Marazzi, che nella società-postfordista le tecnologie di controllo e della disciplina hanno a che fare con lo spazio, con il territorio, perché la crescente immaterializzazione del lavoro ha bisogno di dispositivi disciplinari capaci di regolamentare, per linee territoriali, la popolazione attiva. Ed è evidente in una città come Milano come il conflitto sul territorio, inteso come risorsa, accomuni le minoranze inappagate dei Centri Sociali Autogestiti e le minoranze appagate della miriade dei Comitati dei Cittadini. Gli uni non sono affatto il prodotto speculare degli altri, ma l’esito di una mutazione delle funzioni produttive che insistono sullo spazio urbano. La “nuova fabbrica” si ispira al territorio, alla strada, al quartiere dove si addensano sia le “nuove professioni” che i “nuovi emarginati”. “Si forma così una spazio urbano segmentato, dove le aree abitabili residenziali risulteranno da un processo di progressiva spazializzazione dell’apartheid”- Così in Marazzi, ma anche nello splendido Città di quarzo di Mike Davis. Ma se è così non è più rilevante come un tempo lo era, l’essere o meno dell’una o dell’altra forma di rappresentanza dal basso o dall’alto espressa dai lavoratori salariati. Ovvero è necessario fare alleanze, contaminazioni a partire da affinità elettive e progetti comuni con pluralità di linguaggi. In regime post-fordista la rappresentanza politica o viceversa le dinamiche possibili dei “movimenti”, discendono dai progetti concreti che si vogliono realizzare. Lo stesso dicasi della differenza tra Destra e Sinistra. D’altronde, appare evidente proprio nei CSA il tentativo di costruire dei “luoghi” dove crescere e progettare. Appare evidente la necessità di “gestori” e “fruitori” di inventarsi appartenenze comuni, di produrre socialità, di costruirsi luoghi dell’esperienza, a fronte dell’esaurirsi dei precedenti che sono stati programmaticamente resi inservibili proprio dai movimenti collettivi di contestazione e rivolta. Quella che viene rifiutata è la nuova e più sottile omologazione, ma il passaggio possibile ad essere rappresentanza, sia pure extra-sistemica, avverrà solo con il progetto. Infatti, la differenza fondamentale con i precedenti movimenti è riferibile alla condizione di essere partecipi di un epoca capitalistica nascente e non in presenza della sua parabola matura avviata alla decadenza. In queste condizioni non sono ipotizzabili le dinamiche dei “sensori rovesciati”. Lo stesso Cyberpunk che è esemplarmente sensore progettuale del post-fordismo tecnologico non si pone in negativo, ma in forme affermative e “adesive”, cioè dentro e contro. E lo fa quasi “improvvisamente” rovesciando la precedente appartenenza punk che a sua volta si era nutrita e formata nel ʼ77 inglese. Se il punk si ritirava in “comunità” perimetrate temendo la falsificazione e contaminazione mass-mediologica, il Cyber si “mischia” con gli universi emergenti della nuova tecnologia con un “atteggiamento” che spesso ricorda le parti migliori del “post-moderno”. Permane invece il piano di consistenza del no future, che però va inteso non come rifiuto nichilistico (come qualcuno ha equivocato), ma come decisione di non aderire ad una qualsiasi utopia possibile precedentemente proposta.

Villani: Sfuggire alle pratiche omologanti è qualcosa che ha a che vedere ancora una volta con la mancanza, la frantumazione dei luoghi tradizionali dell’esperienza. Forse nascono altri luoghi – eterotopici come direbbe Foucault – il virtuale in questo senso sembra accentuare le possibilità spaesanti rispetto agli imperativi omologanti proposte dai media.

Moroni: Lo spaesamento, oltre a quanto già detto, è riferibile alla difficoltà di abbandonare le appartenenza precedenti. Ogni volta che avviene una trasformazione così profonda dei processi materiali, tutto ciò che sembrava solido e conosciuto si dissolve nell’aria, determinando questo vuoto angoscioso a cui si reagisce o attaccandosi alle regole, o alla nostalgia, o letteralmente inventando “comunità” simulate e perimetrate. Solo alcune minoranze affrontano l’angoscia dello spaesamento come condizione della nuova modernità. E, d’altronde, in L’esperienza della Modernità, un libro che io considero come uno dei più belli degli anni ʼ80, un geniale analista come Marshall Berman, a partire dall’oggi, ripercorre le grandi generazioni degli scrittori e degli artisti che a partire dagli anni Venta e Trenta si cimentarono con la modernità. In questo testo si traccia anche un analisi delle correnti di pensiero che si sono occupate di questo problema, suddividendone le tendenze in affermative, distaccate, negative. Ora, è ovvio che il negativo ha frequentemente caratterizzato i movimenti rivoluzionari di sinistra attraverso una pratica distruttiva dello stato di cose presente, attraverso, appunto, un insopprimibile rifiuto di aderire, una rivoluzione infinita e permanente contro la totalità dell’esistenza moderna. Ma proprio questo atteggiamento diventava il motore della trasformazione, la contraddizione interna al sistema. Ora non c’è dubbio che, negli anni ʼ60 mentre il clima politico si riscaldava, questo divenne una parola d’ordine per tutte le forze in rivolta. Si può osservare che il limite di questa scelta, che peraltro fu feconda e coinvolse tutti noi, fu il suo tralasciare o il suo lasciare a un ipotetico dopo la componente costruttiva. D’altronde, anche le culture radicali di destra sono frequentemente associabili al negativo, però in questo caso invece di desiderare una società futura, a partire dalla negazione della presente, il negativo di destra ricorre alla nostalgia dell’epoca precapitalistica, vuole ricostruire i valori tradizionali fatti a pezzi dal processo distruttivo delle forze capitalistiche. Esso sarà quindi per le etnie e contro lo Stato-Nazione, per la famiglia patriarcale e non per la libera convivenza dei sessi, ecc… In questa direzione si può dire che, ad esempio, il post-moderno è piuttosto nella sfera della risposta affermativa con questo suo desiderio di mischiare l’arte e l’industria, con questo suo bisogno di essere interno ai processi dispiegati commerciali, tecnologici, della moda o del design. Come dirà Leslie Fiedler e per altri versi John Cage “occorre passare il confine, colmare il divario e prendere coscienza della vera vita che stiamo vivendo”. Nelle intenzioni, il post-modernismo voleva probabilmente sfuggire ai limiti della “pura rivolta” (ed è su questa strada che a volte si incrocerà con i “movimenti”) ed evitare la trappola gelida dell’atteggiamento distaccato con tutto il suo muoversi alla ricerca della pura forma in sé. Ora, io credo che in realtà nei grandi esponenti della modernità siano spesso convissuti tutti e tre questi atteggiamenti o queste risposte e che, tutte e tre, siano state uno straordinario tentativo di lettura, producendo culture, ampiezza di visione, immaginari e immaginazione. L’errore consiste probabilmente nel fossilizzarsi su una sola di queste tre tendenze. Occorre flessibilità e continua disponibilità alla mutazione. Acquisire continuamente saperi incrociandoli con i percorsi esperenziali. In questa direzione, l’opera di Deleuze e Guattari fornisce strumenti di riflessione formidabili.

Villani: Tuttavia, il bisogno di ricostruire identità fittizie, il mito di sé, il mito delle appartenenze sembra riguardare non solo gli artefici dell’omologazione, ma anche e per certi versi in modo più determinante i chiamati fuori, quel carattere distruttivo così ben individuato da Benjamin

Moroni: Però questo avviene solo quando lo spirito, o la necessità, o la scelta rivoluzionaria abdicano alla loro funzione di continua innovazione di sé, di processo ininterrotto di trasformazione che non si ferma tanto a ipotizzare un luogo futuro, ma che ne inventa continuamente di nuovi qui e adesso. È quando non è così che allora riemerge solo lo spirito distruttivo. Il pensiero critico o quello che è stata chiamata la pratica della critica radicale, che è indubbiamente una pratica assai minoritaria dei movimenti degli anni ʼ70, non ha propriamente un progetto. È una scelta, una condizione di ricerca e di autodeterminazione. Il soggetto diventa coscientemente instabile e sviluppa una pratica distruttiva e negatrice dei luoghi dove fino a quel punto si formavano i valori e le esperienze: la famiglia, la scuola, il partito, la chiesa, il luogo di lavoro, la falsificazione dell’amore di coppia. Anche la negazione estremistica dei valori era una posizione culturale. Crea un antivalore che si opponeva allo stato di fatto. Ma questa ansia negatrice corrispondeva a una necessità vitale, ad una sfida ininterrotta con la propria autenticità di per sé impossibile ma ricercata e desiderata come tale. All’origine la constatazione della falsificazione che sulle proprie vite produce l’educazione attraverso le istituzioni (famiglia, scuola, chiesa, partito, lavoro, ecc.), la constatazione cioè che ciò che viene chiamato comunemente “spontaneità” è in realtà tutto ciò che emotivamente e veramente uno prova, ma che non ha scelto di sentire e provare. Il dominio insomma degli altri, delle culture dominanti sulla propria soggettività. La necessità quindi di scegliere di essere attraverso la continua autodeterminazione di sé. E su questo percorso, sulla constatazione della scissione dolorosa tra il sentire e il bisogno di essere altro da quel sentire, che si incrociano i percorsi dei soggetti con i grandi autori della modernità quali Kierkegaard, Baudelaire, Rimbaud fino a Sartre, Kafka, Svevo, Nietzsche, il giovane Marx e con la metabolizzazione della psicoanalisi a livello di minoranze di massa o con la sperimentazione delle droghe che “dilatano la coscienza”. Con l’LSD abbatti i freni inibitori, i catenacci che ti impediscono di sprofondare dentro te stesso, fai un trip, un viaggio nel tuo profondo insieme ai tuoi compagni di strada, un viaggio che può diventare un incubo, l’orrore di scoprire condensati nel tuo inconscio tutti i veleni delle culture dominanti. Mi sembra che a partire da questo bisogno insopprimibile di una autenticità cosciente, si sviluppi poi a livello di massa la rivolta contro il principio di autorità e che il “morire” più volte della propria essenza tanto reale quanto non voluta e non scelta, sia poi il motore di gran parte delle dinamiche successive.

Villani: Eppure assistiamo ad una riproposizioni di luoghi che sembravano essere sprofondati nel passato: la famiglia, il luogo d’origine, i fondamentalismi. Non sono forse delle riproposizione di luoghi dell’assenza?

Moroni: I luoghi precedenti non sono riproponibili, non sono recuperabili. Sono stati fatti a pezzi dagli uomini dalle donne, dai ragazzi e dalle ragazze. Il processo è stato così grande che ha seguito in parallelo il modificarsi dell’organizzazione capitalistica dello stato e della società. Qualsiasi ritorno a quei “luoghi” è oggi improponibile e allora ci sono tentativi di riproporli dall’alto. Woytila è l’esempio disperato di questo tentativo restauratore. Lo stesso revivalismo localistico è anche, indubbiamente, una risposta allo spossessamento dell’identità determinata dai processi materiali di modernizzazione.

Villani: Ma la nostalgia si rivela un potente motore, capace di attivare il riconoscimento, il rispecchiamento in un orizzonte dato e pre-codificato.

Moroni: Sì, è vero, ed è spiegabile, in parte, con il discorso sui simulacri che fa Perniola. Ma quando un luogo del pensiero, della supposta esperienza o dell’identità non è il risultato di una necessità storica legata alla vita reale dei soggetti, sia nel loro percorso segnatamente adesivo che in quello ribelle, si è in presenza solo di uno scadente simulacro.

Villani: Ma il simulacro è effettuale, noi apparteniamo al tempo dei simulacri e non più a quello degli dei. I simulacri sono latori delle odierne fedi e religioni.

Moroni: Diventa comunque una cosa orrenda, come l’integralismo islamico che è una risposta agli inesorabili processi di modernizzazione in atto anche in quei paesi. Si tratta di una cosa orrenda perché è priva del lievito vitale che spinge inesorabilmente gli uomini e le donne verso il bisogno insopprimibile di felicità. Quando invece non è direttamente integralismo diventa, soprattutto in Occidente, nostalgia, vissuto localistico, invenzione della tradizione e delle appartenenze, pensiero moderato. Ma dietro il pensiero moderato c’è sempre l’orrore del quotidiano occultato dalle forme sociali simulacrali intrecciate con gli interessi materiali. C’è l’ossessione delle regole come nell’attuale sinistra istituzionale. Le regole e la Legge come sostitutivi dei conflitti in cui i soggetti, e solo in questo modo, trovano lo spazio per dilatare ininterrottamente la sfera delle libertà, le opportunità per fare esperienza. Senza conflitti dispiegati e condivisi “spontaneamente” in molti luoghi diversi e sconosciuti tra loro non è dato ipotizzare nuovi luoghi dell’esperienza. Prevale allora un disciplinamento sottile, tecnologico e diffuso nei territori del quotidiano. Un disciplinamento che costringe i soggetti a mistificare e a rendere produttivo anche il tempo libero da quello di lavoro. Nei grandi hinterland metropolitani dove il “non luogo” per eccellenza è la discoteca di massa carica di tecnologie comunicative e totalmente priva di comunicazione sociale. Non a caso, la droga di massa di questa fase è l’ecstasy. Una sostanza dall’effetto rapido e dalla durata limitata. Effettualmente corrispondente alla necessità del consumatore di bruciare, nello spazio di poche ore, tutto il bisogno di “tempo liberato” impedito dall’enorme dilatazione del tempo di lavoro, dalla sua insicurezza, dalla necessità, acquisita come “naturale”, di essere continuamente flessibili e disponibili. In questo senso l’ecstasy è una perfetta droga post-fordista e altre più raffinate ne arriveranno. Se il ciclo dell’eroina aveva anche la funzione di sottrarre al conflitto e al mercato di lavoro centinaia di migliaia di giovani nell’epoca della ristrutturazione industriale, le nuove droghe tecnologiche ne favoriscono i bioritmi sociali, il oro essere costantemente just in time.

Villani: Si tratta quindi dell’interiorizzazione e dell’autodisciplinamento delle compatibilità. Essere flessibili in quanto compatibili, è questa la dimensione degli “spicchi di felicità” nell’oggi? Sottrarsi è impossibile?

Moroni: Hai bisogno di un esperienza simulata, rapida, frequentemente estrema e riproducibile in qualsiasi momento. C’è principalmente disagio, un enorme disagio che va riempito con qualche movimento di felicità e che altre volte si esprime attraverso il simbolico gesto orrendo e quotidiano: il razzismo indecifrabile, lo stupro, i sassi dal cavalcavia, la simulazione guerresca dello stadio, l’aumento sterminato delle violenze sui minori in famiglia, i suicidi silenziosi, ecc. Ormai qualsiasi sociologo appena avvertito rileva l’avvenuta caduta degli “orizzonti ultimi”, delle utopie e con queste il tramonto delle “grandi narrazioni” – che poi questo erano i grandi partiti di massa che contenevano in sé la memoria delle generazioni che avevano lottato per emanciparsi – e il confondersi, lo sfumarsi dei contorni delle classi verso nuove “composizioni” e geometrie. Un orizzonte lo vedi, lo immagini a partire da una “terra” conosciuta, accettata o rifiutata, per andare verso un altrove. Oggi mi sembra che ci sia solo l’immanenza della profonda “rivoluzione” capitalistica. Appare quindi evidente la tentazione del sottrarsi, del “cercare linee di fuga”, ma proprio in questa direzione i movimenti terminali degli anni ʼ70 avevano capito, con Deleuze, che “fuggire non significa affatto rinunciare alle azioni, non c’è più niente di più attivo di una fuga. È il contrario dell’immaginario. Significa piuttosto far fuggire un sistema, tracciare una cartografia. Creare vita, produrre reale, trovare un arma”. Ma, appare ovvio che le “fughe” sono pene di trappole, di possibili sogni, ideologie obsolete e però convincenti, sono “desiderate” cioè dalla “destra” e dalla “sinistra”. Quando si dice, “Fuggire, ma fuggendo cercando un arma”, si intende probabilmente il protendersi verso un piano di consistenza. Non c’è più il labirinto dei luoghi da distruggere, non c’è più la parabola alta e ormai al tramonto del ciclo del capitale, c’è una fase aurorale i cui sviluppi sono in parte sconosciuti allo stesso capitale, e quindi il momento di essere affermativi come i cori trionfanti finali di A love supreme di Coltrane, come Alyosha Karamazov all’apice dell’angoscia e della confusione, che bacia e abbraccia la terra, come Molly Bloom che conclude con un “sì dissi sì voglio sì!”. Occorre, io credo, considerare ancora una volta la stretta fusione tra forza positiva, vitale e il suo essere associata all’aggressività e alla rivolta.

Villani: Dire di sì, significa fare dell’inattuale una potente forza trasformatrice. Tutto questo però non appartiene alla metafisica, riguarda il nostro “qui ed ora”.

Moroni: Questo dire sì al dramma esistenziale, alla non paura di morire un’altra volta del sé, della propria provvisoria identità precedente, eppure conquistata con grande fatica, per rinascere non tanto più forti quanto più complessi, quanto più disponibili e dotati di tante vite e non di una singola appartenenza.

Villani: Farsi sguardo implica aderire al proprio percorso di ricerca, in un certo senso al proprio destino, a quel caso che riguarda la vita, e poiché oggi è l’esistenza fin nei suoi ultimi rimandi ad essere in gioco, quest’atteggiamento non può che essere proteso verso un soggetto nuovo, neutro, molteplice appunto. L’essere molteplice non appartiene alla moltitudine. Ma la moltitudine è vista da molte parti come la componente dinamica, attiva dell’attuale tessuto sociale?

Moroni: È attiva e immanente nei fatti, come possibilità, anche se non dispiegata e non socializzata nei comportamenti collettivi. Occorre pensare, come dice Deleuze, che una nuova rivoluzione sta per diventare possibile a partire dalla constatazione che abbiamo consumato qualche secolo di storia dei movimenti di rivolta, che tutto questo è una memoria, un giacimento minerario che ha in parte esaurito – come altre volte nella storia -, il suo filone aurifero principale, e che forse nelle vene vi sono molti materiali assai preziosi che sono stati trascurati e altri, chissà dove, impareggiabilmente ancora più preziosi. Abbiamo dei vantaggi perché il molto che è stato distrutto, “consumato”, ha eliminato le scorie che ci appesantivano, mentre il capitale parrebbe porsi oggi come pura forza materiale senza più élites, senza più borghesia e quindi senza nessuna “concezione del mondo” che possa confondere le carte in tavola. Fuori dalla cittadella capitalistica, la globalizzazione è orrore puro e dispiegato, e gli echi di questo mondo di morte ci arrivano spettacolarizzati dai media televisivi: non lasciano traccia, non producono identificazione, non producono né indignazione né rivolta, producono principalmente, nei territori produttivi, il “razzismo differenzialista” terreno privilegiato delle nuove destre radicali. Reggere questo orrore, farlo proprio, evitando la deriva generosa e falsificante del “solidarismo assistenziale”, vuol dire sentirsi anche in questo caso un’entità molteplice. Invece di scommettere su una soggettività forte e rivoluzionaria “perché non pensare che un nuovo tipo di rivoluzione stia per diventare possibile, e che tutte le specie di macchine mutanti, viventi, conducono delle guerre, si coniugano e tracciano un piano di consistenza che mina il piano del Mondo e degli Stati?” Pensare alla negazione di sé come soggetto e alla moltiplicazione continua di sé come persona molteplice e non come moltitudine. Lo stesso può dirsi per le “culture” dell’identità, che dovrebbero essere viste come la peste, essendo strettamente connesse con le dinamiche del revivalismo.

Villani: Rispetto a quest’ordine di riflessione la comunità diventa inessenziale?

Moroni: Non si dà comunità, e chi la sogna è su in crinale in qualche modo reazionario, non nel senso fascista del termine, ma come falsificazione, paura dei processi di disgregazione del soggetto. Gli ultimi tentativi di “comunità reale” contrapposta a quella fittizia, si sono consumati nel corso degli anni ʼ70. Peraltro, si può dire che le grandi e precedenti culture della modernità sembrano eclissate e si sono portate con sé la distruzione delle forme vitali, di spazio pubblico. Rimane il processo di disintegrazione della società in una pletora di gruppi privati, degli interessi materiali non meno che “spirituali”, che vivono in monadi prive di finestre, molto più isolate di quanto non occorre che siano.

Villani: Forse è possibile inscrivere il neoetnico in questo orizzonte?

Moroni: Il neoetnico è una risposta ai processi di globalizzazione e allo spaesamento che producono. Questo è successo altre volte, però quello che rende pericoloso oggi questo universo differenziato è il suo essere profondamente intrecciato con gli interessi materiali, di essere interno alla “modernità” della tradizione capitalistica, dove la dislocazione territoriale dei fattori produttivi è armonicamente intrecciata con la globalizzazione dell’economia e dei mercati. E in effetti, sono tutti i Nord interni alla cittadella capitalistica che si separano dai loro Sud, mentre gli Stati-Nazione vengono ridimensionati dalla globalizzazione stessa. La destra è oggi particolarmente pericolosa perché ha alcune matrici ideologiche di affinità con il profondo del moderno neoetnico. Ci sono in corso, in giro per il mondo, molte mutazioni antropologiche, non escluse quelle riferibili ai nietzscheani “piccoli suonatori di corno” la cui soluzione ai problemi pare consistere nel cercare di “non vivere affatto”: per questi, “divenire mediocri” pare essere l’unica morale che produce senso. Le “masse” berlusconiane mi sembrano esemplarmente affini a questa scelta-condizione.

i Questo percorso lo faranno altri, gli armati clandestinizzati, cercando una “guerra” sul terreno dell’avversario che stava già “morendo” nella propria specifica forma storica conosciuta mentre rinasceva più potente facendo a pezzi processualmente tutti i paradigmi precedenti. Il tragico cortocircuito della fine degli anni ʼ70 ha non poche radici in questo equivoco.

Heiner Müller: “A me interessa il caso Althusser…” Processo verbale di una conversazione

Questo testo comparve in origine sulla rivista tedesca (di Berlino Ovest) “Alternative 137” nel 1981. È stata tradotto in italiano in una raccolta mülleriana, a cura di Peter Kammerer, L’invenzione del silenzio. Poesie, testi, materiali dopo l’Ottantanove, Ubulibri, Milano 1996, ma con alcuni tagli che abbiamo qui colmato (le righe in grassetto e corsivo).

***

Althusser e Poulantzas non mi interessano come teorici. Non ho bisogno di una teoria dello stato. So che è sbagliato, perché questa teoria viene da un’esperienza, per la quale essa forse è importante. Ma non mi riguarda, non ne ho bisogno.

È sicuramente un mio problema se ho un setaccio molto grande, con delle maglie talmente grandi che tantissime cose passano attraverso o se, per esempio, i problemi della maggioranza della popolazione in RDA o nella Repubblica federale non mi interessassero assolutamente. Ma è così, non posso farci niente. Questo tocca forse l’oggetto dei lavori di Althusser: spiegare come nasce una cosa del genere.

Il caso Althusser mi interessa come materiale, non in quanto fenomeno. Althusser mi interessa come mi interessa Pasolini, o – e questo suonerà certamente strano in un primo momento, il caso Gründgens [Gustaf Gründgens è uno famoso attore tedesco degli anni Venti, durante i quali faceva del teatro politico di sinistra. Negli anni 30 si avvicina al nazionalsocialismo e diventa Sovrintendente Generale dei Teatri della Prussia. La sua carriera continuò anche dopo la fine della guerra e fino alla sua morte, si pensa per suicidio, nel 1963. N.d.t.] – il fallimento degli intellettuali in certi periodi storici, il fallimento forse necessario degli intellettuali.

Un fallimento di chi rappresenta. Per me questo è sempre di nuovo Amleto, la figura che da tanto tempo mi interessa più di tutti. Se si prova a inserire questo giallo o questa tragedia privata in un contesto storico, si ottiene un materiale drammatico. Mi sono accorto di avere già scritto ciò che mi interessa di questo materiale: nell’Amleto. Perciò non potrei, se parliamo del mestiere, scrivere un dramma su Althusser. Tutto sta già nell’Amleto.

Eppure il caso Althusser m’interessa. Sento che il materiale continua a occuparmi. Un esempio. Amici, compagni in Italia, volevano fare una specie di documentazione sul tema: come si può o non si può applicare il modello della Comune di Parigi alle lotte operaie in Italia – la questione della conquista del potere da parte della classe operaia. Un’impostazione molto astratta e molto tradizionale. C’era un gran parlare e riparlare con molte discussioni su che cosa si potrebbe fare e come. Ero presente e sono sempre pervenuto all’unico punto che mi interessava. Lo penso come scena: Marat, seduto in una sala giochi, cerca di rovinare ai giovani il piacere del flipper. Viene poi pugnalato dalla Corday, perché lei vuole giocare al flipper. Questo all’incirca sarebbe ora il nocciolo del mio interesse per il materiale. Non è necessario che quel che dice Marat sia scontato. Semplicemente nessuno vuole ascoltarlo.

Perché? Perché non c’è nessuna risposta a quanto questa generazione che qui gioca a flipper si attende dalla vita. Per tutta la loro vita non possono esserci promesse di un divertimento migliore e più differenziato del flipper. Ogni essere pensante qui sa che finché vivremo non ci sarà la rivoluzione. Decidersi per essa avrebbe solo valore morale.

I figli e i figli dei nostri figli? Tutto questo non conta più. Potrebbe anche essere la ragione dell’assassinio che ha commesso Althusser o del suicidio di Poulantzas. Quando non ci si sente isolati, non ci si uccide. Fino a che si crede di poter dire qualcosa agli altri, trasmettere qualcosa attraverso gli altri, non si uccide. Nei brevi soggiorni che ho fatto in Francia, ho sempre avuto l’impressione che vi sia ancora un campo universitario autonomo, dove la teoria ha un valore in sé. Ma in questo momento è qualcosa che sta finendo. È durato anche troppo. 1968 è stato probabilmente un tentativo per un nuovo inizio. Ma è stato un punto finale.

In Italia si vedono bambini che stanno seduti per ore davanti alla televisione guardando cartoni animati giapponesi, rispetto ai quali quelli americani sono ancora di una profondità faustiana e di grande contenuto umano; in loro c’è ancora un resto di humour, mentre quelli giapponesi sono tanto stupidi quanto brutali. Se questi bambini lo fanno per alcuni mesi o anni si potrà fare di loro nella vita tutto quello che vuole il mercato, niente altro. Ecco.

Perdita di storia – Al momento ho la sensazione di trovarmi anch’io in una fuga. Non so quanto durerà né dove porterà. Al momento mi interesso molto dei miei sogni e faccio il tentativo di registrali almeno ogni tanto. Il lavoro principale mi pare consista nel raggiungere i sogni scrivendo, una cosa impossibile. I sogni registrati non possono mai essere così precisi e allo stesso tempo così complessi come quelli sognati. (…) Visto secondo un’altra concezione, non è ovviamente un buon sintomo. Ma ci proverò per un po’.

Per me c’è un problema informulabile: quando tento di scoprire perché i testi di Althusser mi interessano sempre molto meno di quelli di Foucault o di Baudrillard, è perché i testi di Althusser non hanno per me il valore di materiali. Perché ha sempre tentato di chiarire dei problemi o delle questioni che a me sembra di non pormi più da molto tempo, non li trovo più pertinenti. Ho l’impressione, ma non posso provarlo perché ho letto troppo poco e in maniera discontinua, che Althusser si sia enormemente affaticato nel battersi contro dei mulini a vento. In senso inverso, si può sicuramente dire che Foucault e ancor più gli altri, Baudrillard o Lyotard, hanno preferito provare a metamorfosarsi in mulini a vento, per non ritrovarsi in quella situazione. Se il vento cade, non si sposteranno.

La tesi di Foucault sulla fine dell’intellettuale borghese – ho trovato molto convincente il testo. È un aspetto importante anche del caso Althusser: l’intellettuale che non può più essere rappresentante, può essere solo sintomo o mettersi a disposizione come sintomo – e come documento. Quanto è accaduto a Althusser e a Poulantzas è una documentazione. Hanno rivendicato, certamente non coscientemente, di non essere più rappresentanti, ma sintomi. E materiale. In questo senso la scritta sul muro di fronte all’Ecole Normale di Parigi – ‘Althusser da sempre voleva essere un lavoratore manuale’ – non è soltanto cinico.

Sì, credo che le rivolte dei giovani siano un fattore di speranza. Negli stati industrializzati si formano sempre più delle enclave di terzo mondo. Che Berlino sia la terza più grande città turca, lo trovo un fatto di grandissima importanza. Ecco perché riferirsi al terzo mondo (come faccio ne La Missione) non ha nulla di romantico. Il terzo mondo non è solo in Africa e in America Latina ma si forma a Zurigo, a Berlino e ad Amburgo, come anche a New York e in Italia – i paralleli USA/Italia sono sempre più evidenti.

Da anni però non ho più nessun impulso analitico. Ho difficoltà a interessarmene. L’arte è in un certo senso una prassi cieca. In questo vedo una possibilità: utilizzare il teatro per gruppi piccolissimi (per le masse già da tempo non esiste più) e produrre spazi di fantasia, spazi liberi di fantasia – contro questo imperialismo dell’occupazione della fantasia e della sterilizzazione di fantasia a opera di cliché prefabbricati e di standard massmediali. Penso che sia un compito politico primario, anche se i contenuti non dovessero avere nulla a che fare con la politica.

In Althusser e Poulantzas si arriva a un punto in cui i loro concetti non hanno più presa. Hanno solo quella lingua concettuale e nessun altro strumento. Arriva quindi il momento in cui si accorgono di non afferrare più nulla, nessuna realtà.

In un primo momento è abbastanza indifferente come o di che cosa siano fatti questi spazi liberi di fantasia, se i contenuti siano cattivi o buoni; questo è abbastanza indifferente. Suona male e volontaristico: al momento considero importante soltanto che comunque nasca qualcosa in questi Stati d’ordine. Anche se ogni tanto viene la paura del colore che le cose assumono. Certamente esiste un fascismo chic o un chic del fascismo nella Repubblica Federale e in Francia. Ma anche questo lo vedrei come sintomo dell’esistenza di bisogni che non sono più soddisfatti né dalla teoria di sinistra, né – e questo è un fatto positivo – dall’americanismo; che tra le due esistano riserve non utilizzate e non consumate, isole di disordine. Queste sono importanti. Vanno tenute in vita, nutrite e ingrandite. Il problema è questo: appena i giovani riescono a formulare i loro obiettivi sono già paralizzati. Credo che in tutte queste società industriali non sia pensabile che vada diversamente. Finché una forza è cieca, è una forza; non appena sviluppa un programma, una prospettiva, potrà essere integrata e farà parte del sistema.

La funzione della politica culturale consiste nell’impedire che qualcosa accada. Ma vita è che qualcosa accada, che qualcosa avvenga. Se non accade più nulla è finita. A questo punto i sistemi diventano nemici della vita, e lo diventa anche lo stesso pensiero concettuale. In questo senso torno alla frase del ‘lavoratore manuale’: il primo accadimento nella vita di Althusser è stato l’assassinio di sua moglie. Certo questo non parla in favore della sua biografia come pensatore e teorico.