Un canto di solidarietà e libertà

Una conversazione tra Qui e Ora e degli Autonomen tedeschi all’ indomani del G20 di Amburgo

Dal nostro paese è complicato seguire il dibattito che è ora in corso nel movimento tedesco all’indomani del G20 di Amburgo. L’impressione è quella che non vi sia una valutazione unanime dei fatti. Alcuni prendono le distanze e altri no, con diverse motivazioni. Potreste raccontarci qualcosa di questo dibattito e indicare quali sono le principali tendenze nella discussione del movimento autonomo?

Jesse:

Per prima cosa vorrei chiarire che noi non abbiamo semplicemente un dibattito all’interno del movimento tedesco, poiché i movimenti sono diversi, internazionali e includono anche gente proveniente da molti luoghi del mondo che adesso vivono in “Germania” da poco o molto tempo. Ciò vuol dire includere ovviamente i movimenti delle comunità immigrate come i kurdi che solidarizzano con le lotte in Rojava o Bakur (la parte kurda in Turchia) e che hanno partecipato con un enorme blocco alla grande manifestazione di sabato con 100.000 persone.

Ovviamente non c’è un’univoca valutazione, i gruppi politici e le organizzazioni sono molto diverse tra loro. Parlando in generale della discussione all’interno degli ambienti autonomi e anarchici, da ciò che posso capire dai comunicati e dalle dichiarazioni che hanno pubblicato recentemente, ad esempio su linkusten indymedia, nessuno si dissocia da qualsiasi cosa e si giustificano le barricate incendiate, gli espropri, i diversi attacchi contro la polizia e molti altri interventi militanti (come le azioni decentralizzate) in quanto mezzi legittimi di resistenza verso il sistema globale di potere neoliberale, rappresentato dal g20 e responsabile per il capitalismo, le guerre, la fame, la miseria e lo sfruttamento, la tortura e la morte.

Allo stesso tempo molti dei gruppi autonomi/anarchici che hanno pubblicato qualcosa, mostrano anche un certo grado di (auto)critica rispetto a qualcuna delle cose accadute durante il riot e gli scontri, ovvero: fuoco appiccato a negozi sopra i quali vive della gente, la distruzione di automobili di piccola cilindrata, una certa riproduzione di maschilismo ed esibizionismo (machismo) etc. Penso che sia importante discutere di queste cose dentro il movimento. Azioni e resistenza devono sempre essere comunicabili e comprensibili – il che significa: per quale ragione fai qualcosa e cosa c’è al di là di essa.

Ma, abbastanza sorprendentemente, questa volta anche noi abbiamo fatto esperienza della dissociazione, ad esempio da parte di uno dei portavoce del Rote Flora e da uno degli organizzatori della manifestazione Welcome to hell. Riguardo al riot di sabato notte nello Schanzviertel, il primo ha dichiarato: “quello che è accaduto è politicamente sbagliato”. Ma nonostante le criticità di cui dicevamo prima, in molti vedono il riot, la difesa delle barricate, l’esproprio del grande supermercato REWE o le fiamme come qualcosa di altamente politico in quanto contestualizzato nella resistenza contro il vertice del G20. E, per essere franchi, quelle immagini erano esattamente ciò che molta gente voleva creare.

Il secondo è andato anche più lontano parlando di “violenza senza senso”, “oltraggiosa dimensione della violenza”, “incendi ed espropri non hanno nulla a che fare con la protesta legittima” e, su di un quotidiano, circa i fatti di venerdì notte allo Schanze ha detto: “Ho sentito gente che parlava italiano, francese e spagnolo – ma non siamo noi ad averli invitati e non hanno mai parlato con noi prima”. Incolpare gli internazionali per le “violenze senza senso” è l’ultima cosa che mi sarei potuto aspettare da uno degli organizzatori di Welcome to hell. Sì, credo proprio vi saranno molte cose da discutere in futuro.

Un’ultima cosa sui riot in generale. Quando tanta gente differente, con un diverso background, vi partecipa, come è accaduto anche ad Amburgo, e crea una zona police-free per diverse ore, ci saranno sempre anche degli aspetti negativi in quanto è uno specchio delle nostre società, il riflesso e la riproduzione della violenza strutturale interna alle società e che in quel momento diviene visibile. Questo ovviamente non significa che dobbiamo accettare qualsiasi cosa succeda e anzi dovremmo non solo criticare ma intervenire in determinate situazioni e assumercene la responsabilità – come è successo ad Amburgo quando degli autonomi hanno bloccato l’incendio di un negozio, ad esempio. Ma credere che tutto possa accadere senza contraddizioni e che tu o piccoli gruppi organizzati possano avere tutto sotto controllo è non solo un’ingenuità ma del tutto irrealistico.

Andrea:

E’ importante capire su cosa si sta discutendo. Secondo me il dibattito si è focalizzato sui fatti accaduti nello Schanzenviertel nella notte di venerdì.

Come prima abbiamo la posizione che accentua il momento dell’insurrezione, l’assenza della polizia nella zona per molto tempo e la possibilità di muoversi all’interno di una grande massa di gente. La gente dice che è stato un atto politico compiuto con ogni mezzo; non un atto specifico degli autonomi ma la reazione di un bel po’ di gente che ne ha abbastanza e quindi si ribella, combatte e crea disordini, va nei negozi e prende ciò che vuole. L’insorgenza è comprensibile anche come reazione alla repressione da parte dei politici e della violenza poliziesca nei giorni precedenti *.

Questa posizione pone l’insurrezione nel contesto della repressione quotidiana e della violenza nel mondo. Un canto di solidarietà e libertà.

Dall’altro lato vi sono persone che pensano che parte dei disordini sono stati sbagliati e che sono stati dominati da maschi che non avevano la minima idea di ciò che facevano. Questa posizione spesso si presta a malintesi e infatti per lo più è presentata dalla stampa conservatrice come una forma di dissociazione.

Spero che saremo abbastanza forti da respingere gli sforzi che la loro propaganda sta facendo per dividerci e per dare la caccia agli “autonomi”, al Rote Flora e ai compagni di altri paesi che sono venuti per partecipare alle proteste contro il G20. Dobbiamo ricordare sempre che la potenza della nostra protesta è nella solidarietà.

 

 

E qual è invece la posizione della sinistra istituzionale al proposito?

Jesse:

La IL (Interventionsche Linke) ha fatto uscire un comunicato, “La speranza ribelle di Amburgo”, nel quale dicono che “il concetto politico di insurrezionalismo” – che loro credono sia dietro il riot – placa la fame di ribellione ma non trasmette speranza o solidarietà”. Bene, io dubito che interferire o cercare di sfasciare cose come il G8 a Genova o adesso il G20 di Amburgo sia necessariamente da incorporare nel concetto di insurrezionalismo. Ma credo che una violenta resistenza può trasmettere speranza mostrando, appunto, la nostra resistenza e il dissenso – superando la nostra impotenza – e così il fatto che non possono proseguire tranquillamente il loro show e il loro programma politico. È questo momento di superamento quello che abbiamo ora vissuto ad Amburgo.

Dopo le proteste di Genova nel 2001 nessun altro G8 fu fatto in una grande città, questo fu sicuramente un risultato e può essere visto come un successo delle proteste. E quando oggi il Ministro della Giustizia, Heiko Maas (SPD), dice che “mai più un summit sarà ospitato in una grande città tedesca” – wow! – allora questo è e dovrebbe essere considerato sicuramente come un successo. Ma siamo aperti a discutere sui diversi concetti politici, perché no. Con la sinistra istituzionale in generale non vi sono molti rapporti e ovviamente molti di loro si sono dissociati da qualsiasi cosa fosse segno di una resistenza un po’ più militante, oltre che dal riot. Sara Wagenkneckt, una delle dirigenti della Linke in “Germania”, ha chiamato i rivoltosi “criminali violenti” e Jan van Aken, della Linke di Amburgo, che è stato uno degli organizzatori della grande manifestazione di sabato con 100.000 persone, ha detto che “certamente vi erano gruppi anarchici e io stesso ho sentito che parlavano italiano, ma questo non ha niente a che fare con la protesta politica, sono solo creatori di disordine” (Deutschlandfunk, 10.7). Questo è un esempio delle loro povere spiegazioni: di nuovo si parla di stranieri che vengono da altri paesi, si depoliticizzano i conflitti politici e i riot. Ma in realtà da loro non mi aspettavo niente di diverso.

Andrea:

Non sono sicura se definireste la IL (più o meno corrispondente ai disobbedienti in Italia) come sinistra istituzionale… Comunque finora non abbiamo sentito nessuna dissociazione da parte loro. Piuttosto hanno indicato la quantità di differenti azioni e blocchi e sostenuto che la rabbia dei manifestanti è cominciata a partire dall’intervento della polizia contro il camping.

Tempo fa i “Grunen” (Verdi) sono stati un partito di sinistra; oggi sono parte del governo di Amburgo, di quel governo cioè che sta mettendo sotto accusa il Rote Flora e che parla del “duro lavoro” della polizia… Abbiamo solo un rilevante partito di sinistra, che è la Linke. Io penso che loro vorrebbero dissociarsi perché alla fine sono un partito, ma nei fatti non l’ho ancora sentito o letto nelle loro dichiarazioni. Fino ad ora mi pare si siano focalizzati piuttosto sulla violenza della polizia, specialmente quella contro la manifestazione di venerdì Welcome to hell.

I quartieri di Amburgo che sono stati il teatro degli scontri sono raccontati spesso come omogeneamente di sinistra, amici degli autonomi e potenzialmente anche della rivolta. Allo stesso tempo però abbiamo visto che molti loro abitanti hanno consegnato alla polizia delle foto e dei video per incriminare i rivoltosi oppure siano scesi in strada all’indomani della rivolta per ripulire il quartiere dai segni dell’antagonismo. Qual è la verità?

Andrea:

Come in altre parti d’Europa la situazione nei quartieri alternativi è molto cambiata, non sono per niente omogeneamente di sinistra, in compenso sono in gran parte gentrificati. Comunque molti abitanti simpatizzano ancora per la sinistra radicale. Per noi non è ancora chiaro quante delle foto e dei video arrivati alla polizia vengono da gente che vive nello Schanzenviertel. C’era molta gente proveniente da altre parti della città e molti si sono filmati e fatti dei selfies (spero che non abbiano mandato anche questo materiale ai poliziotti…). Molti video vengono dalle telecamere dei negozi. Ma sì, qualche foto è stata fatta dalle finestre, ciò significa che qualche abitante le ha mandate alla polizia.

Dall’altro lato abbiamo avuto la dichiarazione di alcuni proprietari di negozi, 10 circa, che testimoniano della presenza di “party-people” nelle strade e che fanno una differenziazione tra l’agitazione dei gruppi organizzati autonomi e i turisti del riot o i ragazzini che hanno preso parte ai saccheggi. Suona un po’ come una presa di distanza anche questa, ma tutto sommato si sono rifiutati di accusare il Rote Flora per tutto quello che è successo. È stato orribile vedere le immagini di gente, cinque o forse più tra uomini e donne, che volevano cancellare una tag che forse era lì da anni – che cosa degradante. Ma la cosa più interessante per noi è che la maggior parte di loro sembra non venisse dal quartiere. Conosco un fotografo che ha parlato con qualcuno di questi e ha avuto l’impressione che non erano particolarmente “anti-sinistra” ma che questa gente fosse stata un po’ scioccata da ciò che era accaduto durante la settimana e non sapeva cosa fare: infine hanno pensato che potevano “ripulire” il quartiere.

 

Maria:

Un quartiere non è mai un’entità omogenea, ma nello Shanze la solidarietà degli abitanti per il Rote Flora e per le giornate di Amburgo è davvero un sentimento diffuso. Sicuramente c’è anche chi, in questi giorni, inoltra materiale informativo sui riot alla polizia, ma non credo che siano in tanti del quartiere a prestarsi ad una cosa simile. I quartieri, per quanto  alternativi, non sono necessariamente entità omogenee né tanto meno si possono definire santuari per gli autonomi, sicuramente c’è un maggiore livello di integrazione. Ma succede anche che gli “alternativi” possano sentirsi disturbati dalle politiche degli autonomi.


Jesse:

Sembra che adesso le persone nello Shanze almeno discutono e parlano molto di ciò che è accaduto e questa potrebbe essere per noi un’occasione preziosa per prendere parte alle discussioni, per spiegare perché siano successe alcune cose ma anche per ascoltare le perplessità e le critiche.

 

I quartieri alternativi tedeschi sono davvero ancora un santuario per gli autonomi? Oppure le dinamiche di gentrificazione hanno stravolto la loro composizione?

 

Andrea:

Di questo argomento non ho ancora discusso con altri compagni, quindi mi limiterò ad esprimere la mia opinione personale. Se un tempo i quartieri alternativi fossero stati un santuario per gli autonomi credo che lo sarebbero ancora, ma ho i miei dubbi sul fatto che lo siano mai stati.  Credo sia più una questione di interazione tra ribellione e cultura. Lo Schanzenviertel sarebbe ancora definito un quartiere alternativo senza il Rote Flora? Quello che vedo è che molti abitanti del quartiere non si lasciano influenzare dalla propaganda mediatica dei quotidiani locali che ci propinano di continuo la storia dei poveri poliziotti e dei black bloc cattivi. La scorsa settimana il Rote Flora ha proposto un incontro per parlare insieme tra vicini. Si è discusso di fin dove può arrivare il consenso, delle aspettative e della paura della polizia o del fuoco nelle strade. Credo che questo sia un buon modo per elaborare quanto accaduto.

Jesse:

Non so se vi riferiate all’incontro  che c’è stato nella sala da ballo del football club del St.Pauli , ma c’erano almeno 1000 persone, incredibile! Questo dimostra che anche la squadra e tante altre persone sono a sostegno del Rote Flora. Ma è pur vero che i territori e quartieri alternativi sono soggetti ai rapidi mutamenti della gentrificazione, in base ai quali negli ultimi decenni gli affitti sono sempre più alti e i nuovi abitanti dei quartieri più benestanti e meno legati alla storia della resistenza. Tutto ciò ne modifica naturalmente la composizione. Si prenda Kreuzberg ad esempio, un quartiere alternativo di Berlino, in cui il partito della Merkel (CDU) prende solo l’8% dei voti. Qui si svolge l’annuale MYFEST che esiste dal 2003 come chiara strategia di depoliticizzazione del 1 maggio. Molti abitanti del quartiere sfruttano a livello commerciale questo MYFEST per trarne i loro profitti accettando completamente questa logica di pacificazione. Inoltre a Kreuzberg, all’interno della comunità turca, vivono anche molti elettori di Erdogan (il 50%) o del partito fascista dei Lupi Grigi (MHP 10-20%). Tutto questo rende bene l’idea di quanto possa essere complesso e contraddittorio un c.d. quartiere alternativo.

 

 

In questo momento immaginiamo che in Germania la repressione post-G20 sia al lavoro. Qual è la situazione degli arrestati?

 

Andrea:

I politici e la polizia stanno usando le persone arrestate come avvertimento. I detenuti hanno passato brutti momenti e sono stati trattati male. Forse lo avrete già saputo dagli italiani che sono stati nella prigione di “GeSa”. Le difficoltà sono ancora molte, non è semplice per esempio contattare le persone in arresto e gli impediscono anche di ricevere lettere e vestiti. Ci sono ancora circa 40 persone detenute ora in diversi istituti penitenziari**.

 

Maria:

Sono ancora 36 le persone in stato di arresto. La polizia ha creato una squadra speciale di 170 poliziotti, creativamente chiamata BlackBloc, incaricata di visionare tutto il materiale foto e video che le persone gli hanno mandato. C’è un assemblea settimanale contro la repressione che  si svolge ad Amburgo e che si occupa di tutte le persone arrestate, che conosce i nomi di tutti e che ha provveduto al fatto che ciascuno avesse un avvocato. Inoltre a sostegno di ciascun detenuto si sono formati piccoli gruppi di supporto dislocati in città diverse.

 

 

 

E quali sono le strategie di criminalizzazione in corso? Vi è una discussione pubblica in merito?

Andrea:

Sicuramente continuano a cercare di dividere il fronte delle organizzazioni di sinistra e impiegheranno molte energie nell’analisi del materiale fotografico e videoregistrato. Per questo hanno già composto una speciale commissione di polizia. Il governo della città di Amburgo e i diversi partiti sostengono che la responsabilità di quanto accaduto sia del Rote Flora e che per questo vada sgomberato. Come se non bastasse fantasticano di chiudere anche tutti gli spazi ad esso collegati in tutta la Repubblica Federale tedesca. Discutono di implementare il sistema di “Gefährderdateien”, uno speciale sistema di raccolta dati degli spostamenti dei potenziali militanti della sinistra antagonista . Il Ministro degli Interni ha proposto di istituire l’uso degli hobbles  (delle cavigliere elettroniche) per i militanti di sinistra. Ma nel frattempo, come dicevo prima, tra le persone sono comuni i discorsi sulla violenza della polizia e sulle loro bugie. Inoltre sono stati troppi i testimoni degli avvenimenti o le vittime della violenza della polizia perché possano essere credibili i cerimoniosi discorsi del sindaco o del senatore degli Interni che pretendono non vi sia stata violenza da parte della polizia.

 

Jesse:

Il ministro degli Interni ha anche proposto di sparare per marchiare ed etichettare i manifestanti con uno speciale tipo di DNA Artificiale per poi poterli arrestare dopo le manifestazioni. Inoltre anche il discorso politico condotto a livello mainstream è parte di una delegittimazione della nostra resistenza e della nostra lotta. I politici, come il Ministro degli Interni De Maiziere,  equiparano il riot del venerdì sera o le azioni degli anarchici e degli autonomi ai fascisti o ai terroristi islamici.

Ora dobbiamo rimanere uniti, sostenere le persone in stato di arresto e cercare di smascherare la scontata campagna politica contro la sinistra radicale. Altrimenti ho la sensazione che possano trovare qualche capro espiatorio da chiudere in galera per qualche tempo. Diventa anche evidente che ora vogliano intensificare la collaborazione tra le forze di polizia di tutta Europa, perché vengano identificate a livello internazionale, attraverso l’Interpol o le banche dati delle polizie nazionali, le facce e le fotografie di coloro che non sono stati in grado di identificare finora.

 

 

 Ci piacerebbe infine avere un vostro singolare giudizio su quello che è accaduto ad Amburgo in relazione alle aspettative e alla preparazione del controvertice.

Jesse:

 Alla fine forse si è potuto fare anche più di quanto non ci si aspettasse. La guerra psicologica dello stato e della polizia era anche nelle nostre teste. Per esempio avevano detto che sarebbero riusciti ad arrivare nell’arco temporale di un minuto in qualunque parte della città di Amburgo. Dopo tutto erano solo sciocchezze, ma anche io mi ero un po’ spaventato. Tutto considerato, sono stato molto colpito dalla varietà e la diversità della resistenza di massa di tutte quelle giornate. E devo ammettere che la varietà, la diversità ed il pluralismo della nostra resistenza e della lotta di cui abbiamo fatto esperienza in quei giorni, dalle azioni militanti ai blocchi, dal rave al cornering, dalle performance teatrali (1000 Zombie) alla critical mass contro il G20, dalla manifestazione di massa di migliaia di persone ai riot, ebbene anche questa eterogeneità di pratiche è stata la nostra forza. Quindi, non lasciamoci dividere e separare per indebolirci. Continuiamo a discutere e dibattere.


Andrea:

Ad essere onesti le nostre aspettative sono spesso differenti dai nostri desideri, perché non siamo abbastanza forti da farli divenire realtà. Ma, per esempio, penso che per la manifestazione di giovedì la maggior parte di noi si aspettasse una grande partecipazione, cosa che è avvenuta, e che sia il concentramento che la manifestazione in sé siano stati ben organizzati. A pochi giorni dal corteo è stato sempre più evidente che non avrebbero tollerato quella manifestazione. Ma sicuramente non ci aspettavamo un attacco così violento in quel punto, ancora prima che tutto avesse inizio. Come ha sostenuto anche il coordinamento WELCOME2HELL l’obiettivo della protesta contro il G20 era di interrompere o impedire l’evento o almeno quello di disturbarlo. In questo senso si può dire che abbiamo raggiunto l’obbiettivo. Ma nessuno poteva immaginarsi il riot del venerdì notte allo Shanzenviertel. Non è sorprendente che sia iniziato un dibattito generale sulla violenza e neanche che vi sia un dibattito sulla violenza nella sinistra. Ma di certo non mi aspettavo che vi fosse tra gli autonomi.

*  sulle violenze poliziesche cfr.: https://g20-doku.org/

** 35 persone sono ancora in prigione: 6 Italiani, 3 Francesi, 2 Russi, 2 Olandesi, 1 Austriaco, 1 Svizzero, 1 Ungherese, 1 Polacco, 1 Ceco, 1 Senegalese, 1 Basco, 1 Rumeno, 1 Serbo, più 13 tedeschi, tra cui 8 di Amburgo, 51 sono stati arrestati e imprigionati all’inizio dei quali 16 sono stati già rilasciati. Tra questi 16 vi erano 1 greco, 1 venezuelano, 1 turco, 1 ungherese e 12 tedeschi. Tutti vivono in Germania e hanno qui il loro domicilio, che è uno dei motivi per cui sono stati rilasciati in anticipo.

NOTE PARTIGIANE SULLA COMUNE DI AMBURGO

Ci segnalano e pubblichiamo un altro contributo italiano sul G20 di Amburgo e nei prossimi giorni pubblicheremo ancora alcune riflessioni di compagni e compagne tedeschi, quindi,lettori e lettrici di Qui e Ora, se avete qualcosa da raccontare questo è il momento, fatevi avanti!

di Brigata Yan Valtin in trasferta. Per l’autonomia diffusa mondiale. autonomiadiffusa@inventati.org

fb: autonomia diffusa ovunque

Link al documento: NOTE PARTIGIANE SULLA COMUNE DI AMBURGO

Sul riot nel Schanzenviertel. Nessuna dissociazione!

di Karl-Heinz Dellwo*
(dichiarazione rilasciata sul profilo Facebook della casa editrice Laika Verlag il 10.07.2017)

Intanto le immagini hanno fatto il giro nel mondo: in Germania, il nuovo stato centrale economicamente stabile come nessun altro paese dell’emisfero occidentale, durante la grande protesta contro il vertice del G20 è esploso un riot di una dimensione mai vista finora qui e che si pensava possibile solo in altri paesi, quelli con i più grandi problemi di povertà e di migrazioni.
Lo Schanzenviertel di Amburgo bruciava. Negozi e banche sono stati distrutti e saccheggiati. Nella via centrale del quartiere, in presenza di migliaia di persone, è stato acceso un enorme falò alimentato dagli oggetti frutto dei saccheggi. Mentre alcuni davano libero sfogo alla loro rabbia distruttiva, altri si godevano lo spettacolo o almeno lo seguivano, chiaramente in preda alla loro brama di azioni eccitanti.
Mentre gli uni si bardavano per tentare di evitare la loro identificazione, gli altri fotografavano le barricate in fiamme, le finestre e le porte distrutte, quelli che agivano mascherati di nero e anche se stessi. I più stupidi si mettevano anche in posa. Il tutto bastevole per la campagna diffamatoria del giornale Bild e per la caccia poliziesca. Altri si portavano a casa il bottino.
Altri ancora erano nelle strade laterali, non molto lontano da dove c’erano le fiamme e le esplosioni, seduti al bar mentre bevevano o mangiavano qualcosa. Gli stranieri sono stati avvicinati e gli si è offerto cibo e bevande saccheggiate. Mentre lo spettacolo continuava, alcuni partecipanti, a prima vista affaticati ed esausti, facevano insieme un picnic. Nessuno sembrava avere paura degli altri.
Nessuno, almeno nessuno degli attori descritti, pensava alla probabile paura di chi era rimasto in casa. Amici stranieri della rivolta evocavano entusiasti la “grande Comune” che si sarebbe creata per un paio di ore. A chi gli ha ricordato i tre morti dell’incendio durante il riot ad Atene nel maggio del 2010, rispondevano sicuri di sé che qui non sarebbe accaduto per poi dichiarare più tardi, quando altri ancora tentavano di incendiare dei negozi ignorando il fatto che sopra di essi vivessero delle persone: “Non sono più storie nostre. Adesso ce ne andiamo”.
Anche durante il giorno erano stati sferrati attacchi da piccoli gruppi che in diversi quartieri hanno frantumato vetrine e bruciato delle auto. Altri hanno tentato di bloccare le strade a volte in una sproporzione bizzarra: al Jungfernstieg membri di un piccolo gruppo femminista sedevano sulla strada per bloccare dei possibili convogli delle delegazioni dei G20. Erano forse sei o sette ragazze. Come risposta il potere statale ha inviato sul posto due dei suoi idranti high-tech accompagnati da un carro armato e una squadra antisommossa. In una lingua che nel suo ductus e con una voce monotona sembrava ripresa dal film 1984 di Michael Redford, questi strumenti di potere hanno annunciato e chiesto alle manifestanti: “Sgomberate la strada!”, “Eseguite gli ordini della polizia”. Quando la celere si è messa i caschi le ragazze hanno abbandonato il loro piccolo sit- in. In seguito il carroarmato e gli idranti sono tornati indietro alle loro posizioni originarie, come risucchiati per induzione sotterranea.

La strada e la città come territorio statale, non come spazio pubblico: l’espropriazione del pubblico da parte dello Stato sembra quasi totale.

Questi stessi spostamenti degli idranti e delle unità operative avvenivano come guidati da un mano invisibile e si potevano osservare per tutto il pomeriggio intorno allo Schanzenviertel. Solo nella zona della Stresemannstraße e del Neuer Pferdemarkt sono stati spostati da una parte all’altra almeno 8 idranti. In tutta Amburgo ne sarebbero stati posizionati 42. Ogni tanto invadevano la Schulterblatt o la Lerchenstraße nel Schanzenviertel e poi si ritiravano. Soprattutto ciò si libravano gli elicotteri della polizia. Parallelamente alle unità di polizia che si muovevano in formazione chiusa, si aggirava una massa di spettatori , spesso gruppi per lo più composti in maniera del tutto spontanea continuamente alla ricerca dal posto migliore per guardare, che vuol dire anche quello migliore per consumare. Per parecchie ore si potevano vedere i movimenti della polizia che sembrava organizzarsi per circondare il Schanzenviertel e la relativa occupazione. Dall’interno del quartiere continuavano lanci di bottiglie, pietre e qualche razzo in direzione della polizia. Da quel momento hanno deciso ovviamente di lasciare il quartiere a se stesso.

All’interno del quartiere il riot seguiva la sua propria dinamica. Respingere il potere statale ai confini esteriori significava la sua abolizione e la creazione di uno spazio sociale anarchico nel quale ognuno sembrava capace di poter impostare le proprie regole. Alla fine, le azioni venivano influenzate da coloro che hanno avuto più rabbia, più coraggio e, ogni tanto, anche la più grande stupidità. Tuttavia questo spazio di libertà anarchica non può essere detto veramente “libero dalla legge”. In confronto all’ordine dominante della società, la rottura con la proprietà e con l’obbligo di vendita di se stessi è certamente una situazione irregolare, ma trascende anche queste condizioni. Quando l’autorganizzazione è instabile, la situazione contiene in sé la tendenza alla dissoluzione di ogni limite.
Tuttavia i partecipanti, nonostante fossero del tutto inesperti e per questo anche incapaci di rovesciare le strutture sociali, hanno agito insieme alla ricerca di un principio di consenso.
Già a mezzogiorno, un giovane rivoltoso che voleva aprire un negozio Vodafone con un palo di metallo venne preso a male parole da una abitante arrabbiata, quindi mise per terra lentamente il palo come se non volesse fare rumore e trottò via levandosi la maschera. Il riot è la occupazione di un vuoto. Tuttavia, questo vuoto è solo apparentemente dovuto alla mancanza dell’autorità poliziesca o del potere statale; in primo luogo è espressione dell’assenza di convenzioni sociali o meglio di una rottura dell’accordo sociale avvenuta già molto tempo prima ma che diviene visibile come atto reale nel momento in cui il potere statale è assente o combattuto e ricacciato indietro.
Davanti ai supermercati Budnikowski e Rewe, all’esplosione nel grande incendio delle bombolette di lacca e di altre merci di consumo che, sotto la pressione del gas, si infiammano, corrisponde quella dei soggetti folli e danzanti. Per loro era il saccheggio dell’eccedenza nell’apparizione improvvisa dello stato di emergenza della società di controllo che per ore è stato battuto. L’emergere di una libertà perduta, che tutti sapevano essere a breve termine, doveva essere goduto nel suo eccesso.
Non ci sono riot “buoni” o “cattivi” o “brutti”. Il riot è la somma di tutto. Ma soprattutto: il riot è il risultato di un mondo unidimensionale prodotto con la violenza. Tramite la globalizzazione del capitalismo e l’occupazione totale della vita attraverso la società della merce, l’opposizione è apparentemente scomparsa dal mondo. Il potere del sistema – dato cioè dalla combinazione del
“mercato libero”, come unico principio di vita sul quale si devono sostenere reciprocamente le persone, con una tecnologia di potere e controllo nelle mani degli stati e dei gruppi industriali – sembra essere totale, come un buco nero che assorbe e distrugge tutto. In questa totalità basata sulla morte del soggetto si sono incagliate finora le resistenze, decomponendosi e risultando prive di ogni funzione.
Con la vittoria sul suo contromondo, quello del socialismo reale, il capitalismo ha rubato a se stesso il suo ultimo senso, il senso della concorrenza con un’altra forma di organizzare l’economia. Ha stabilito un mondo che gira senza senso intorno alla produzione di merce, che produce enormi masse di merci delle quali nessuno ha realmente bisogno mentre, al contrario, le cose di cui miliardi di persone hanno urgentemente bisogno – per la loro sopravvivenza, per la formazione o la costruzione di strutture sociali, o per poter organizzare liberamente la loro vita – non vengono messe a disposizione o sono bloccate dal sistema stesso. Considerata la sconfitta delle vecchie forme di protesta, come gli scioperi o le manifestazioni – perché ormai prive di efficacia – il riot è ora evidentemente la forma che può ancora sconvolgere le cose e nel quale quantomeno si registra il fatto che l’ordine della proprietà può essere rotto. Per le vecchie forme di protesta c‘è solo il riferimento laconico ai “vincoli” di sistema e l’affermazione che il “libero mercato” è la migliore cura per tutto. Il riot è la rabbia militante impotente contro una condizione di totale dominio del mondo perpetrata attraverso l’espropriazione della vita e la sottomissione strumentale della natura alla macchina del capitale.

Se il riot è anche questo, qualcosa con cui non ci si può del tutto identificare, è anche sbagliato dissociarsene. Perché contiene in se stesso qualcosa che lo eccede e che è da difendere. Coloro che oggi credono di essere in grado di ottenere forzatamente la dissociazione stanno facendo un gioco sbagliato. Il riot, nella sua irruzione anarchica, è evidentemente l’altro lato della medaglia del “libero mercato autoregolato”, che ha prodotto il mondo barbaro nel quale oggi viviamo, anche se nelle metropoli del nord del mondo, le quali assorbono la quota più grande dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, tutto questo viene ancora impacchettato gerarchicamente nel lusso.
Tuttavia, nello stesso momento, il riot contiene un potenziale attraversamento e superamento dei falsi valori normativi, da cui deriva la possibilità di vedere nuovamente le condizioni dall’esterno e così guadagnare nei loro confronti di nuovo un minimo di sovranità. Perché questo appartiene alla distruzione del processo dell’emancipazione dell’essere umano dallo stato di gettatezza impotente dell’essere nel mondo il quale – con l’implementazione del capitalismo di mercato in tutto il mondo che vede declinare le vecchie sovranità, prima quella dello stato-nazione, che non è più attuale, e adesso anche l’impero americano – passa al non-soggetto del libero mercato globale che diventa un stato dell’essere che appare come una legge naturale e che per questo non accetta più nessun fuori come base di sostentamento e ci sottomette nel modo più totale mai esistito.
Nel riot brilla l’antagonismo fra il dovere imposto di essere un oggetto consumatore, quindi un idiota integrato la cui interiorità viene strutturata attraverso la riproduzione quotidiana della vita come merce, e un momento nel quale prende concretamente forma l’uomo libero contro un mondo privatizzato, nel quale poche famiglie possiedono tutto e miliardi di persone poco di più della loro nuda vita.
Per questo in realtà è positivo il fatto che finalmente succeda qualcosa, perché per chi è sottomesso a queste condizioni ciò che uccide costantemente lo stato dell’essere è quando non accade mai nulla.
Le immagini più schifose di tutto il vertice del G20 non sono quelle di violenza dello Schanzenviertel, ma quelle in cui sono concentrati tutto il crimine e tutta la infamia umana – pars pro toto – dai tagliatori di mani e lapidatori sauditi al “quando sei ricco puoi toccare ogni fica senza domandare” Trump con l’élite politica europea, tutti riuniti da reciproche dichiarazioni di rispetto ad ascoltare la nona di Beethoven, “l’Inno alla gioia”, mentre fuori si agita lo stato di polizia e chi si ribella deve essere riportato all‘ordine.
Al grande ricevimento dopo “l’Inno alla gioia” mancava solo il portello nel muro come in quel monastero benedettino del “Nome della rosa” di Umberto Eco attraverso il quale, molto simbolicamente, venivano gettati gli avanzi di cibo per i poveri e gli affamati che una grassa ma ben incavata borghesia non era riuscita ad ingurgitare. Questo avrebbe costruito simbolicamente quella situazione vantaggiosa per tutti, cioè la posizione che la Merkel ha espresso nel confronto con le ONG nel suo discorso prima dell’inizio dell’infame vertice, in difesa di un cambiamento reale del mondo. La esigeranno per loro, per chi ha sempre succhiato tutto, la situazione vantaggiosa, che non è nient’altro che il continuo saccheggio della gran parte della umanità e della natura.

Non ci dovremmo dissociare, in nessun caso! Non perché troviamo bello ciò che è successo nel Schanzenviertel, ma perché l’urlo per la dissociazione è fatto in modo fraudolento, rispetto al quale c’è solo da ricordarsi dei migranti che ogni giorno annegano nel mare mediterraneo, mentre contro di loro nel frattempo – con soldi tedeschi e promosso da Sigmar Gabriel – vengono finanziati i signori della guerra libici con l’obbiettivo di far rinchiudere i rifugiati in lager che corrispondono esattamente alle gabbie inumane dei vecchi commercianti di schiavi. Per questo mi piace di più lo slogan nel Schulterblatt: “Ci rubiamo le nostre vite rubate”.

Questo mondo non lo vogliamo. È da lui che dobbiamo distanziarci. Che quelli che si ribellano contro questo mondo siano spesso rudi e ogni tanto anche stupidi e brutali, neanche questo costituisce un motivo di dissociazione. Il soggetto politico-emancipato esiste difficilmente nella realtà della monade consumatrice come forma di esistenza sociale, esso è completamente rovesciato, isolato e senza storia. Commettere degli sbagli fa parte del movimento, se vogliamo cambiare qualcosa, se vogliamo sviluppare di nuovo un concetto di comunismo, di una vita diversa, di una soggettività collettiva e di una vita ancora una volta derivante dall’umano. L’intera vita nel sistema è sbagliata e non c’è nulla da salvare lì dentro. È questo ciò con il quale dobbiamo rompere.
* Karl Heinz Dellwo è un ex militante delle RAF, oggi codirettore della casa editrice radicale Laika Verlag con sede ad Amburgo.

L‘insurrezione

Normalmente non amiamo pubblicare testi da giornali mainstream, ma in questo caso facciamo un‘eccezione perché da un lato concerne qualcosa accaduta in un altro paese, in Germania, attorno al G20, e ci informa dunque di che tipo di discussione è in corso sui media locali, dall‘altro il giornalista che ha scritto l‘articolo, nonostante scriva anche cose un po‘ assurde, coglie una questione importante che spiega perché ancora molta gente pensa sia utile andare a contestare questi vertici. Tale questione è quella della modifica della percezione che a volte la contestazione può produrre nel più ampio pubblico. Buona lettura!

traduzione di un articolo di Martin Kaul apparso sul quotidiano tedesco TAZ

In tanti dicono che ci sia stata solo violenza senza senso. Bene. Nessuno è costretto a interpretare politicamente i tumulti di Amburgo. Ma chi vuole può farlo e questa è una proposta di interpretazione.

La sera del 28 dicembre 2014 un uomo magro con una felpa con cappuccio grigio era su di un palco al Congress Centrum Hamburg mentre faceva un discorso davanti a migliaia di persone. All‘epoca venne presentato come un membro del Comitato Invisibile. Il suo accento francese fece comprendere da dove veniva.
Quest‘uomo, in realtà un giovane uomo, venne al convegno degli Hacker del Chaos Computer Club (presso il 31C3) come componente del Comitato Invisibile – un nome mitico quanto il “black bloc”, del quale tante persone nelle manifestazioni pensano di sapere benissimo chi ci si nasconde dietro – oppure niente affatto.
Quest’uomo spiegava agli anarchici che hanno affinità per la tecnica che cosa avesse a che fare “L’Insurrection qui vient” con Google e con le rete infrastrutturale dei cavi in fibre ottiche, le quali sono come le arterie vitali della società digitale perché sono esse a trasportare l‘informazione nel nostro tempo. Balbettò molto e a dirla sinceramente il suo discorso fu brutto. Sarebbe stato meglio lasciare che un attore recitasse ciò che il gruppo aveva da dire, in modo da preservare il pathos del famoso libro. Così la situazione fu semplicemente autentica.
Riconquistare la percezione
“L’Insurrection qui vient” è un testo che è stato originariamente scritto in Francia mentre in Germania le sue 128 pagine vennero pubblicate nel 2010 dalla casa editrice amburghese Nautilus, la quale ha la sua sede nella Schützenstraße, a circa tre chilometri di distanza dal Rote Flora, il centro autonomo di Amburgo. Su internet il libro è a libera disposizione di tutti. Il testo dice fra l‘altro:

Un‘insurrezione, non riusciamo nemmeno più a immaginare da dove possa cominciare. Sessant‘anni di pacificazione, di sospensione dei rivolgimenti storici, sessant’anni di anestesia democratica e di gestione degli eventi hanno indebolito in noi una certa percezione immediata del reale, il senso partigiano della guerra in corso. È questa percezione che dobbiamo riconquistare, per cominciare.

Quando nella prima serata di venerdì al Neuen Pferdemarkt di Amburgo – a 400 metri dal Rote Flora e a 1.200 metri di distanza dal Messezentrum dove poco prima si erano seduti i capi di stato – è cominciata la battaglia di strada, in un certo senso si è manifestata anche l‘offerta di una percezione: centinaia di persone, tutte vestite di nero, hanno cominciato a frantumare i mattoni dei marciapiedi. Sradicano i cartelli stradali e i sanpietrini dalla strada, poi li spaccano in pezzi più piccoli e li mettono in carrelli con i quali le pietre vengono portate nei punti strategicamete più favorevoli.
Mentre in centinaia vanno alla carica con squadre d‘attacco per lanciare collettivamente le pietre sui cannoni ad acqua fermi ad un incrocio e sui poliziotti, altri costruiscono nelle file posteriori delle barricate e le incendiano fino a quando da queste nascono delle altissime fiammate. Alla fine della notte l’asfalto è stato sciolto dalle fiamme. Per ore e ore le fiamme bruciano in punti diversi del quartiere. Vigili del fuoco e polizia? Non se ne vedono. Quando viene saccheggiato un supermercato, della gente mascherata prende delle bombolette spray per lanciarle poi nel fuoco. Questo assicura grandi effetti acustici e ottici.
Benvenuti nel quartiere più alternativo di Amburgo nella prima sera del vertice del G20.
A sinistra: la furia. A destra: il concerto
Vi è un punto nell‘ “Insurrection qui vient” che fa appello al sabotaggio, alla sovversione, alla violenza. C‘è scritto:

Mai il sentimento di un crollo imminente è stato ovunque così vivo.

Mentre nella Elbphilarmonie il direttore d’orchestra Kent Nagano dirige l‘Hamburger Staatsorchester all‘interno della zona di sicurezza, questa è difesa da idranti, spazzaneve, elicotteri, navi della polizia con i sommozzatori, centinaia di funzionari e sono pronte a intervenire delle unità speciali dotate di armi pesanti e infine anche l‘esercito.
Il canale tv N24 trasmette un live stream contemporaneamente da due luoghi. Alla sinistra dello schermo: il riot allo Schulterblatt. Alla destra dello schermo: il concerto, al quale assistono i capi di stato. In basso sullo schermo hanno messo un annuncio con su scritto: “Beethovens 9, Sinfonien: Alle Menschen werden Brüder” (tutti gli uomi diventano fratelli).
La Sinfonia n. 9 di Beethoven, con il testo di Friedrich Schiller, dice così:

Gioia, bella scintilla divina,
figlia dell’Elisio,
noi entriamo ebbri e frementi,
o celeste, nel tuo tempio.
La tua magia rende unito
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli
dove la tua ala soave freme

Questo è il momento. Questo è l‘antagonismo. Questa è l’immagine della dicotomia alla quale la scena militante europea ha lavorato per mesi. Nella sua logica è un successo. Il “successo” è quello di creare la percezione che il mondo è fuori di sesto e si manifesta nelle immagini che vengono trasmesse in tempo reale a un pubblico di migliaia di persone che non comprendono cosa sta succedendo ad Amburgo.
Antagonismo come mezzo
Così, se non fosse già chiaro da tempo che il mondo sembra cadere a pezzi, molte più persone adesso dovrebbero comprenderlo. Così anche potrebbero organizzarsi in una maniera che ha una teoria e un nome: insurrezionalismo.
È un concetto brutto per una cosa semplice. Tradotto: anarchismo sovversivo. Il concetto di attacco è il suo nucleo. I suoi sostenitori rifiutano le organizzazioni radicali e si organizzano in piccoli gruppi o collettivi per propagandare la lotta di classe. Il suo mezzo è: la propaganda del fatto.
I suoi mezzi sono anche l’antagonismo e la stessa Amburgo, dove simbolicamente si trovano molte di quelle cose che hanno un significato per il sistema che si vuole combattere. Una volta, anche se è solamente un dettaglio marginale, un individuo del Comitato Invisibile al Caos Computer Club ci ha mostrato il loro volto ma, ancora più importante, qui c‘è il porto, il simbolo del commercio globale.
Che Angela Merkel faccia suonare la Sinfonia n.9 è un fatto di educazione simbolica e culturale. Vorrebbe che i suoi ospiti, divisi da molto più di ciò che gli unisce, ascoltino l’inno europeo.
Nessun dettaglio, a parte che appaiono graffiti francesi
Proprio come il suono dell‘Insurrection qui vient – un libro che si lascia veramente risucchiare, respirare – fa parte di quanto di più commovente negli ultimi anni è stato prodotto dalla sottocultura radicale anticapitalista cosi, dall‘altro lato, la Nona di Beethoven si può definire come una delle composizioni più commoventi dell’alta cultura europea.
Solo attraverso questa immagine così compressa può essere rappresentato l’antagonismo assoluto della scena militante europea. Con il vertice del G20 e il programma della serata culturale non si mostra solo il contrasto fra ricchi e poveri ad Amburgo. Si fa vedere anche il contrasto fra il principio guida europeo per il quale lottano Angela Merkel e Emmanuel Macron e i protagonisti della realtà radicale: da un lato vi sono il ministro delle finanze saudita, Trump, Putin, Erdogan; dall‘altro infuria la folla ribelle nelle strade, nella quale si trasfigura la rivolta come progetto di rivoluzione sociale.
Perciò non è un davvero dettaglio marginale che nel paesaggio urbano di Amburgo nel fine settimana appaiono continuamente graffiti francesi che dichiarano guerra a Macron.

Hanno visto un eccesso ad Amburgo
In uno dei negozi saccheggiati nel Schanzenviertel dei militanti hanno spruzzato sul muro con del colore nero: “MALP ESKOBUTO”, che è basco. La prima parola sta per “Morte alla polizia”. La seconda è il nome di un gruppo punk basco. Il graffito è un riferimento alla lotta di liberazione basca.
In verità alla lotta di strada di Amburgo di questo fine settimana hanno partecipato anche tanti che non fanno parte della ristretta cerchia della scena anarchica europea. Amburghesi radicali di sinistra, ragazzini pieni di adrenalina, hooligans. Circondati da curiosi e giornalisti.
Si è visto ad Amburgo un eccesso che sembrava violenza insensata. Dietro questa violenza c‘è un‘idea. Se ha un senso, può essere contestata.

ATMOSFERA

di Woodpecker

Sono stati in molti a leggere e ricevere gli appelli che chiamavano a raccolta dall’Europa e da tutto il mondo, anticapitalisti, autonomi, popoli in rivolta e curiosi. Erano presenti anche le strutture politiche di movimento e i partiti organizzati della sinistra estrema o radicale, i sindacati e le associazioni di ogni tipo.

Alla base c’era il rifiuto di un summit dei venti Stati più potenti al mondo in una città emblema del capitalismo logistico; c’era la volontà di sfasciare il G20; c’era la volontà chiara di fronteggiare il dispositivo poliziesco più potente che lo stato tedesco potesse mettere in campo; c’era la volontà di alzare il livello del conflitto giorno dopo giorno.

Possiamo tranquillamente mettere la spunta a tutti questi obiettivi.

 

Martedì l’aria che si respira è piacevole: accoglienza, ospitalità, solidarietà. Ad ogni angolo dei quartieri solidali c’è musica, da bere, persone da incontrare. Il cornering a due passi dalla zona rossa la fa impallidire, la polizia non si avvicina, i negozi espongono cartelli che non si prestano ad interpretazioni. Inserite nelle vetrine ci sono composizioni colorate che invitano a contestare il G20. Il trait d’union è un secco Nein! C’è chi si spinge oltre, con scritte come ACABSMASH G20 o con caricature dei presidenti. I meno temerari semplicemente hanno affisso un manifesto che dice “No G20-Risparmia il nostro negozio!” Tutti gli altri negozi e catene di supermercati stanno cominciando a tamponare le vetrine con pannelli di legno o strutture in ferro. Tutto può ancora accadere!

Girando per le strade gli sguardi di complicità ed i saluti solidali cominciano a diventare normali. Tutti quelli che si trovano in giro in questi giorni conoscono gli obiettivi e vogliono portarli a termine. La mutazione comincia a prendere forma. Vestiti di nero per mimetizzarti, scomparire ed essere più di impatto. Passa in un’infoshop e prendi le informazioni sul supporto legale, e una mappa.

Mercoledì sfila la Street Parade per le strade della città, colori, musica a palla e svago. Rito per tranquillizzare gli spiriti, per cominciare a contarci e riempire le strade al posto della polizei. Ci si ferma per un po’ nello snodo che collega i quartieri St. Pauli e Pferdemarkt, vicino al Centro Sociale Rote Flora; quartieri amici dove torneremo ogni sera!

Giovedì è il primo giorno di azione, la manifestazione inzia alle 19. Dalle 16 le persone confluiscono al mercato del pesce lungo gli argini dell’Elbe. La polizia presidia tutta la zona. Mentre il blocco nero si prepara per sfilare la polizia sbarra la strada. Sarà una tonnara. La testa del corteo viene disintegrata e violentemente repressa. Una volta dispersi tutti convergono a St. Pauli e Pferdemarkt. C’è rabbia e voglia di vendetta. L’inferno comincia a prendere forma: benvenuti!

Dalle 7 del mattino la città è bloccata, non è chiaro quante cose stiano accadendo contemporaneamente oltre quelle rese pubbliche in precedenza. Gli elicotteri si muovono in continuazione, sono sei o sette. La giornata è scandita da appuntamenti con piccole pause, la partecipazione è tanta, la motivazione non sempre al massimo, ma la rivolta sta prendendo forma. Col passare delle ore tutte le persone si ritrovano per scelta o per volere dei cordoni di polizia costrette nello snodo tra i due quartieri amici. In migliaia cominciano a difendersi dalle continue aggressioni dei plotoni di polizia e degli idranti. Vengono erette barricate poi date alle fiamme, il tempo passa e nessuno fa un passo indietro.

La polizia ha perso il controllo di una parte della città, non le resta che interrompere l’invio di nuove forze per evitare l’escalation.

A quel punto il riot diventa anche esproprio, festa, dove tutti partecipano più o meno attivamente. Il primo supermercato viene svuotato. E poi ne seguono altri. Tutte catene tedesche della grande distribuzione. Tutto questo per ricaricarsi, trovare materiale e continuare la resistenza. Il tempo è rallentato, i dispositivi non rispondono, le persone si organizzano. Ad un certo punto la situazione si trasforma. Invece di distruggere le bottiglie di alcolici, le persone cominciano a bere. I gruppi organizzati mano a mano si ritirano. Una volta lasciato il campo di battaglia, la situazione degenera e finisce in mano ad ubriachi e addirittura fascisti. Il distretto ormai non oppone alcuna resistenza e la polizia riesce a riprendere in mano il quartiere.

Il giorno seguente l’escalation della polizia ed i pesanti scontri della notte precedente non preoccupano i 76.000 partecipanti alla manifestazione finale NoG20. La polizia prova ad attaccare il blocco dei curdi per tentare di prendere la grande bandiera del YPG (che è illegale in Germania), ma senza successo.

Queste giornate dimostrano che è possibile vincere una battaglia!

Ha vinto il Blocco nero

Abbiamo vinto tutti, di Kolima

Una marea nera, terrificante, che oscilla sul cemento avanti e indietro, per ore… per giorni. Come è successo? Nessuna organizzazione l’aveva pianificato, una terribile bellezza della quale era impossibile non essere parte. Si percepiva realmente una potenza, una possibilità di vittoria che si è affermata sulla strada tramite il RIOT. Dopo il blocco nero di Seattle, dopo quello di Genova, un BLOCCO NERO diffuso composto da migliaia di persone ha di fatto difeso una ZONA AUTONOMA o forse un frammento di COMUNE metropolitana. Quanti ragazzi e ragazze di Shanze e St. Pauli hanno vissuto i giorni più belli della loro vita insieme a tanti altri venuti da tutto il mondo? Perchè però approfondire il discorso sul blocco nero? Non per feticismo, ma perchè crediamo si stia discutendo non di una tattica da incontro internazionale, ma di una maniera di vivere momenti offensivi, di un modo di difendere i nostri corpi e i nostri spazi dalla polizia. Ci sembra opportuno chiamare le cose con il loro vero nome; Alcuni hanno voluto vedere una moltitudine di corpi contro la zona rossa, altri una gioventù ribelle interplanetaria sempre disposta allo scontro… beh diciamo che in entrambi i casi prevaleva il NERO. Come il colore delle felpe dei ragazzi di Amburgo, ma anche dei Kway negli zainetti degli attivisti. Il blocco nero come tattica di strada è efficace, lo ha dimostrato di nuovo. Perchè per molti è così difficile ammettere questa evidenza? Spaventa forse il fatto che il BLACK BLOC costituisca al tempo stesso un’opzione strategica delle forme di conflitto e una tattica vincente negli scontri di piazza? In questi tempi di noiose manifestazioni nazionali in italia, crediamo che non si possa rinunciare ad osservare le nuove forme di conflitto che si danno a livello europeo, e che si debba provare a tradurne gli aspetti più adatti a livello locale…


Il blocco nero con più di 3500 persone al mercato del pesce non è lo stesso che ha combattuto per le strade di St. Pauli e Shanze. La versione estetica , più rappresentativa e politica dello SCHWARZER BLOCK è quella delle immagini che hanno fatto il giro del mondo il 6 luglio. Il blocco è stato demolito a forza dei pugni della polizia berlinese e alla morsa tattica incontenibile di quella di amburgo, e gli striscioni frontali e laterali non sono bastati ad arginare gli attacchi. Prima accerchiato e poi letteralmente disperso il blocco nella sua rappresentazione estetica classica per quanto d’impatto è stato sconfitto.
Massimo rispetto per i molti compagni e compagne che si sono fatte veramente male per permettere la “ritirata” a centinaia di persone prese dal panico, ma a volte il coraggio non basta con un capo della polizia così stronzo.
La scelta di una partenza su un rettilineo con a destra un muro e il porto e a sinistra quasi nessuna via di fuga, si, ci aveva lasciati perplessi, addirittura ricordandoci le testuggini disintegrate sul lungotevere di Roma, (ahi ahi, che corse!)

Ma torniamo al g20: Oltre al più estetico blocco nero del Fischmarkt, ad Amburgo, c’è stato anche un altro modo di intendere, interpretare e  vivere il black bloc da parte di molti, di giorno, di sera e poi  fino a notte fonda. Piccoli attacchi mordi e fuggi sono partiti subito, già a partire dalle zone limitrofe  al corteo disperso. Vari gruppi politici, ma anche vere e proprie bande attaccavano incessatemente la polizia, ritirandosi però verso zone più amiche rispetto a quella portuale. Da qui lo spostamento verso St Pauli e Shanze. Questa marea di persone resta in strada per ore e attacca, attacca di nuovo i furgoni parcheggiati, poi un plotone esausto che si stava ritirando dalla manifestazione,ancora attacchi contro gli idranti ed i mezzi corazzati. Tutto ciò non succedeva in un solo punto, ma contemporaneamente in 8/9 luoghi della città. Ci si sposta di strada in strada fino ad arrivare agli incroci che si conoscono meglio. E’ qui che inizia una vera e propria resistenza offensiva: LE BARRICATE. Ogni barricata serve a operare una chiara distinzione spazio-temporale: se sei dietro di essa ci si organizza per difendersi e per delimitare uno spazio “autonomo”, se si è al di là di essa,invece, si appartiene ad un altro mondo.

“Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso tempo non si sa come vivere dietro di lei.”
Dietro queste barricate, ad Amburgo, in realtà c’erano veramente tutti. Le persone erano in strada, in una molteplicità di gesti non sempre concordi, come  sempre accade nei riot metropolitani. Il riot non è e non sarà mai una sorta di orchestra che suona all’unisono, in cui tutto accade come piace a noi militanti, sopratutto quando “Noi” siamo una minoranza politica agente in quel contesto. Il riot a Shanze è stato magmatico, perchè partecipato da decine di migliaia di persone, diffuso in ogni piccola strada lastricata del quartiere, ovunque.  Molte cose sono andate bene nel KAOS, sopratutto le azioni “di difesa” dagli attacchi e dai raid della polizia. Quelle sono di facile lettura per tutti. Un apple store e un supermercato espropriati, anche queste crediamo siano azioni leggibili da chiunque e politicamente significative.

Un kebabbaro e un negozio africano invece crediamo di no, nonostante la fame e la sete dei presenti dopo tante ore di combattimento… Lo diciamo  con sincerità perchè se ne discute molto in questi giorni in Germania e sopratutto ad Amburgo. Lo Shanze è il quartiere in cui il Rote flora ha organizzato la sua campagna contro il g20, e dove molti negozi espongono cartelli e slogan contro il summit, questi negozi non sono stati toccati neanche da una scritta, significativo anche questo. Qualche anno fa, quando il Rote Flora era sotto sgombero molti si dimostrarono solidali e aiutarono la resistenza durante i tentativi di sgombero della polizia. Il QUARTIERE però non è un entità monolitica, nemmeno i cosidetti quartieri amici. In essi non esiste una unità univoca che si schiera contro la polizia o li difende. Questo è stato chiaro non tanto durante le giornate del grande scontro/riot di Amburgo in cui ogni strada era percepita come amica e ogni persona complice, ma immediatamente dopo. Di fatto i quartieri amici sono quelli in cui i militanti conoscono le strade, parte degli abitanti, le abitudini, i punti di ritrovo, le contraddizioni. 48 ore, però sono tante e molte cose accadono. Non spetta a noi fare una classifica delle cose che sono andate bene e quelle che sono andate male, ma alcune “indicazioni” e riflessioni sono necessarie soprattutto per chi non ha vissuto i frammenti di quelle giornate.

Il blocco nero, è una pratica riproducibile molto oltre i confini militanti, coinvolge tutti quelli che in quel frangente hanno la possibilità e la voglia di aggregarsi a qualcosa di estremamente pre-politico come una SOMMOSSA. Questo stato delle cose è molto dinamico e chi ha attraversato momenti simili sà che ogni gesto non è sempre in sintonia con il contesto. Più sono i gesti di violenza contro la cosiddetta proprietà privata e più si espongono a critiche e contraddizioni. Quello che è certo, è che per sfortuna nei quartieri abitati dai militanti non ci sono banche, immobiliari, appartamenti e negozi di lusso in un continuum spaziale infinito. Quindi tante ore tra le vie di 2/3 quartieri hanno esposto anche obbiettivi di scarso interesse politico. In ogni caso non crediamo sia minimamente interessante dissociarsene. Spesso vediamo i limiti delle cosiddette giornate di lotta in cui in sostanza poco o nulla accade. Ad Amburgo invece sono state 4o 5 le giornate di lotta intensa, con decine e decine di fatti accaduti in successione brevissima e su cui senz’altro occorre riflettere, per fare meglio, sicuramente la prossima volta.

C’è bisogno di essere organizzati in frammenti di rivolta! Spontaneità organizzata o organizzazione nella spontaneità. La potenza di qualcosa che in piazza si esprime in forma confusa che va molto oltre la determinazione e la volontà militante sta diventando una forma conflittuale con cui per fortuna iniziamo a confrontarci seriamente. Che sia un g20 o l’ omicidio di un ragazzo di periferia, nelle rivolte spontanee ci dobbiamo porre delle questioni di metodo. Come starci dentro con quella sensibilità militante in grado di porre delle sottolineature a dei gesti più significativi? Come produrre, “noi” degli elementi conflittuali in addizione al kaos? Come far sì che nello spazio fisico/temporale attraversato dai gruppi politici i gesti caratterizanti nella rivolta siano più leggibili possibili? Come essere una forza determinate all’interno di una potenza caotica? Abbiamo visto, anche in contesti differenti come la pratica dell’obbiettivo in contesti determinati e preordinati come i cortei sta lasciando spazio sempre più a insorgenze spontanee non “suscitate” da vertenze che si concludono con momenti decisivi di piazza. Abbiamo tutto un campo da scoprire o riscoprire come spesso accade.

Note a margine per i lettori più attenti:
In coda al racconto, alle sensazioni, alle domande che ho posto aggiungo un ultimo elemento che non è separato da quanto successo durante il G20 ad Amburgo, ma che ne delinea delle caratteristiche ulteriormente interessanti:
Le azioni dirette del 6 luglio notte / 7 mattina sono state numerose e di diversa intensità. Sono avvenute ben prima dei cosiddetti blocchi colorati che sono apparsi dopo. Attacchi a macchine di multinazionali, commissariati, agenzie immobiliari, negozi di lusso, poi ancora blocchi stradali  praticati con pneumatici dati alle fiamme in mezzo alla strada e infine un CORTEO (non autorizzato) di un BLOCCO NERO dato dalla complessa sommatoria di tutti questi obiettivi praticati nella metropoli tedesca securizzata.  Di quest’ultimo nessuna rivendicazione, solo qualche video dei cittadini dei quartieri borghesi di Amburgo, svegliatisi di soprassalto come forse non gli è mai successo in vita loro. Questo accadimento è stato omesso dalle cronache ufficiali di movimento e proprio per questo è un elemento di reale interesse. Il blocco nero al tempo stesso parte della mobilitazione ma anche, come in questa circostanza, irraggiungibile, invisibile. In questa occasione il blocco ha mostrato un altra sfaccettatura delle tante che si sono viste dopo, come quella del blocco-bloccato nella manifestazione al mercato e quella del blocco-sommossa per le strade di stanze e sankti pauli.
SORPRESA
VOLONTà
AZZARDO
CORAGGIO
INTELLIGENZA
Queste le indicazioni che cogliamo da questo g20 e ci portiamo a casa sperando di poterle condividere con tutti e tutte quelle persone che disertano le vecchie forme di conflitto.

Still not loving police

Il dispositivo di polizia del G20 di Amburgo

di Astrid Fischer

“Potete star certi che qui ad Amburgo vedrete tutte le possibili dotazioni della polizia tedesca”

Hartmut Dudde a.k.a. The Hardliner (Capo della Polizia di Amburgo)

20.000 poliziotti antisommossa provenienti da tutti e 16 gli stati federali tedeschi; 3000 mezzi blindati; 40 idranti di ultima generazione; 35 Sonderwagen (speciali carri armati antibarricata); 200 macchine della polizia federale; 10 elicotteri dotati di sistema di videosorveglianza in HD e dispositivi di sicurezza biometrici; 150 moto; 40 tra barche e gommoni; uno speciale carro armato dotato di avanguardistiche  tecnologie militari chiamato Eurofighter (e simpaticamente disegnato a stencil con la scritta “I Love Bundespolizei”); centinaia di agenti dei servizi segreti di tutti e 20 gli stati rappresentati nel vertice; speciali unità anti-terrorismo provenienti dalla Germania, dall’Austria e dai Paesi Bassi; centinaia di telecamere e fotocamere digitali in HD collegate con le unità operative di strada; decine di unità di Beweissicherungs- und Festnahmeeinheiten (BFE- squadre specializzate in irruzioni negli spezzoni dei cortei e in arresti mirati in base a materiale video-fotografico esaminato in tempo reale dalle centrali operative di strada); droni aerei e sottomarini; decine di cani e cavalli addestrati ad inseguire e circondare le masse; e ancora un vecchio centro commerciale dismesso temporaneamente adibito a prigione speciale antisommossa capace di contenere oltre 500 detenuti; una zona rossa completamente off-limits e una zona gialla accessibile ai soli residenti (per un totale di 38 km quadrati). Caschi, scudi e manganelli; armature antincendio/antitaglio/antiproiettile; Passamontagna, stivali e guanti rinforzati; Pepperspray e pepperballs con raggio di azione di oltre 8 metri; Lacrimogeni e flashlights; Coltelli e pistole; infine uno speciale software di ultima generazione (Eurocommand) capace di collegare alla centrale operativa tutto il sistema di videosorveglianza urbano, quello delle telecamere degli agenti e quello degli elicotteri.

Queste erano le aspettative, mai confermate dal dipartimento della difesa per ragioni tattiche, circa il dispositivo poliziesco tedesco che sarebbe stato impiegato durante il G20 di Amburgo per governare il caos. Ma è bastato dare un’occhiata alla foto girata su Twitter del colossale Hangar di migliaia di metri quadri contenente l’arsenale della polizia ad Amburgo, per rendersi conto che le aspettative erano senz’altro sottostimate.

A questo esercito preparato a combattere la più grande guerra civile in Europa dell’ultimo decennio, e già da settimane parzialmente schierato per le strade di Amburgo a  perenne monito della capacità muscolare della polizia, si accompagnava la solita campagna di terrorismo mediatico volta a dissuadere in ogni modo la partecipazione alle iniziative di lotta contro il G20. Una campagna volta a infondere paura, angoscia e panico con il chiaro obiettivo di destabilizzare per stabilizzare preventivamente. Tutti i principali media mainstream europei si facevano portavoce delle dichiarazioni, alquanto scioccanti per la democratica Germania,  delle più alte cariche dei dipartimenti di sicurezza tedeschi. Il Ministro degli Interni dello Stato di Amburgo, Andy Grote,  in più conferenze stampa ha lasciato intendere che la politica di gestione dell’ordine pubblico del G20 implicava anche l’autorizzazione per la polizia a sparare sui manifestanti. “Le forze di sicurezza vedranno ogni ostacolo, seppure pacifico, come fonte di assoluta emergenza. Non si fermeranno davanti a nulla”.  Il presidente della polizia anti-crimine Jan Reinecke, ricordando la morte di Carlo Giuliani, riteneva inevitabile il pericolo di nuovi morti tra i manifestanti per aver scelto ancora una volta di fare un summit del genere in una grande città. Il fantasma di Genova 2001 è stato evocato dai più, e a più riprese, per dissuadere tatticamente ogni forma di partecipazione; è un peccato che in questo dispositivo sia caduto anche qualche blog nostrano.  Le più importanti testate giornalistiche tedesche invitavano gli abitanti della città di Amburgo a rimanere in casa o a lasciare la città e i negozianti a chiudere gli esercizi commerciali o a blindarli per evitare i danni, in vista dell’arrivo di orde di vandali, black bloc e troublemakers provenienti da tutto il mondo e pronti a mettere a ferro e fuoco la città.

IN FONDO A VOLTE, Certi strumenti di dissuasione si rivelano inefficaci mentre CERTE PROFEZIE SI AVVERANO!

Come da copione poi, in nome della sicurezza per il G20 di Amburgo e in attuazione delle norme antiterrorismo europee, in Germania vigeva uno strisciante, benché non ufficialmente dichiarato, stato di emergenza. Sono state adottate numerose misure di prevenzione compresa la sospensione, per oltre 10 giorni, del Trattato di Schengen e quindi ristabiliti i controlli per chiunque decidesse di attraversare in entrata ed in uscita i confini tedeschi. Il treno speciale partito dalla Svizzera, con a bordo oltre 1000 manifestanti è stato perquisito ad ogni fermata. Sono stati circa una cinquantina i fermi e le espulsioni preventive di militanti e attivisti NoG20 fermati alle stazioni, agli aeroporti e al confine con il Belgio. Poi ancora, principalmente nella città di Amburgo ma anche in altre città limitrofe come Rostock, controlli e perquisizioni per strada, blitz in qualche appartamento con sequestro di “oggetti atti ad offendere” e  qualche arresto preventivo. Numeri e misure esorbitanti per la democratica Germania che hanno suscitato l’indignazione della società civile, nonostante per noi, abituati a subire un uso spropositato delle misure di prevenzione possano sembrare ormai insignificanti. Ma, come spesso accade, il dispositivo costruito intorno allo stato di emergenza è stato un utile espediente per rendere più controllabile e governabile il territorio tedesco ben oltre la dimensione spazio-temporale del controvertice di Amburgo. In termini più generali queste misure speciali hanno giovato non poco alla gestione dell’ordine pubblico, infatti in quei giorni sono stati effettuati oltre 1000 arresti di criminali comuni già ricercati in Germania.

Lo Stato di Emergenza agito dalla polizia ad Amburgo ha funzionato, come ovunque nel mondo, in base al principio salus publica suprema lex (la sicurezza pubblica è la legge suprema), consentendo così la sospensione di qualsivoglia diritto presunto o reale e l’adozione di qualsiasi misura seppur inaccettabile. È in questo senso che il G20 di Amburgo è stato il luogo naturale del paradigma della sovranità della polizia come agente di governo degli effetti. Essendo gli effetti imprevedibili ed indecidibili a priori e dovendo la polizia governarli in nome della pubblica sicurezza, la polizia è sovrana perché titolare del potere discrezionale atto a governare qualunque situazione di pericolo per la sicurezza pubblica.  Non è un caso che il capo della polizia tedesca Ralf Martin Meyer abbia dichiarato in una conferenza stampa nei giorni precedenti il vertice: “Per le strade di Amburgo, siamo noi la sola autorità”. Ed indubbiamente la polizia ha agito in maniera estremamente consequenziale a questa affermazione. Il 3 luglio, per esempio, molto prima dell’inizio del summit, è stato sgomberato brutalmente il campeggio anticapitalista che si preparava ad accogliere i manifestanti nel fine settimana, nonostante questo avesse ottenuto, dopo un lungo e travagliato procedimento giudiziale, il permesso della Corte Costituzionale Federale Tedesca. In questo senso si deve leggere anche la gestione dell’ordine pubblico alla prima grande manifestazione del controvertice, la manifestazione autonoma ed anticapitalista di Welcome to hell.  Annunciata come la manifestazione del più grande blocco nero mai visto in Europa e dipinta dai media mainstream come la giornata più pericolosa dell’anno, nonostante il corteo fosse autorizzato la polizia ne ha impedito la partenza. Con la scusa dello stato di illegalità in cui versava la maggior parte dei partecipanti, perché travisati, la polizia ha ferocemente attaccato la manifestazione fin dal suo primo concentramento a suon di idranti, calci, pugni, manganelli e pepperspray. Un blocco nero di quasi 10000 mila persone per quanto, almeno in alcune sue parti, combattivo, non è riuscito a bucare le maglie del dispositivo poliziesco, forse perché troppo autorappresentativo e prevedibile. Sicuramente tatticamente sfavorito dalla scelta di uno scontro frontale da sostenersi peraltro in un luogo piuttosto ostico, ovvero sulla riva dell’Elba al Fischmarkt di St. Pauli.

Nonostante i numerosi feriti e qualche decina di arresti, il colossale dispositivo poliziesco del G20 comincia a scricchiolare dopo la dispersione del corteo, quando focolai di resistenza cominciano a diffondersi in varie parti della città con azioni meno prevedibili ed attacchi diffusi contro la polizia ed i suoi mezzi.

Ma ciò che ha veramente sorpreso e definitivamente reso inefficace il dispositivo poliziesco tedesco è successo all’alba del giorno seguente. Una serie di azioni e di blocchi diffusi in molti quartieri della città ha reso immediatamente inerme un nemico apparentemente invincibile. I quartieri borghesi di Amburgo si sono svegliati con l’odore di bruciato proveniente dall’incendio delle loro auto di lusso e delle barricate sulle loro strade, dal rumore dei vetri infranti delle vetrine dei loro negozi e locali alla moda. Già alle 8 del mattino lo skyline di Amburgo era disegnato da una coltre di fumo, mentre in fumo andava anche la capacità di controllo della città da parte della polizia. Un’immagine, questa, rappresentativa della vulnerabilità del Leviatano e che dice semplicemente “si può fare”.  Un apparato apparentemente invincibile ed inaggirabile è stato sconfitto, con una certa dose di immaginazione, rapidità ed imprevedibilità. Una rivolta delle forme di vita non conformi che traducono la loro asimmetria esistenziale in pratiche altrettanto asimmetriche di conflitto, sbaragliando sul piano tattico il nemico organizzato in base a schemi di azione del tutto simmetrici.

La città di Amburgo diviene progressivamente sempre più ingovernabile. Già dalle prime ore della sera la polizia desiste da qualsiasi possibile forma di intervento. Mentre le strade dello Schanze diventano teatro di uno dei più grandi riot spontanei degli ultimi 10 anni in Europa. In ogni strada del quartiere le barricate vengono date alle fiamme, i negozi espropriati, mentre decine di molotov piovono dai tetti sulle squadre e mezzi della polizia ormai inermi.

Con il passare delle ore arrivano rinforzi da Berlino e perfino dall’Austria. Sarà infine necessario l’intervento di squadre speciali dell’esercito tedesco dotate di mitragliatrici.

Si sprecano, a posteriori, le ipotesi sul perché la polizia abbia lasciato andare le cose per così tanto tempo, sul perché abbia lasciato fare. Alcuni sostengono che ci siano stati problemi di coordinamento tra le diverse forze di Landespolizei non abituate a lavorare insieme, altri che in fondo la polizia ha preferito che il riot si concentrasse nel quartiere dello Schanze anziché in quartieri più ricchi, o che abbia voluto evitare che si diffondesse a macchia d’olio in tutta la città, o che, ancora peggio, andasse a finire nei pressi dell’Elbphilharmonie dove i grandi della terra erano riuniti quella sera per uno dei ricevimenti più importanti dell’intero meeting. Una teoria tanto cospirazionista quanto affascinante, sostiene invece che la polizia abbia lasciato fare per accelerare il processo di gentrificazione e la realizzazione del progetto di ristrutturazione già da tempo previsto per la zona dello Schanzenviertel. In fondo, come si è già sostenuto, nel paradigma del governo neo-liberale, basato sulla società di sicurezza e sulla sovranità della polizia, non si governano le cause ma gli effetti. Se le cause vanno previste e prevenute, gli effetti solamente esaminati, controllati e produttivamente re-indirizzati. Dunque non si previene il caos, ma lo si governa dandogli la giusta direzione al fine di capitalizzare anche questo. Potrebbe ben essere dunque, che nella notte del 7 Luglio ad Amburgo la polizia non sia intervenuta perché il caos non andava prevenuto né arginato ma solamente governato e re-indirizzato al fine di poterlo poi capitalizzare, ma a noi piace pensare che la polizia non è intervenuta perché quella notte Amburgo era semplicemente INGOVERNABILE!

Dopo quella notte ecco riemergere le emblematiche rappresentazioni della sovranità del dispositivo poliziesco del G20 di Amburgo. Una di queste è senz’altro incarnata dall’iniziativa Hamburg räumt auf (“Amburgo mette in ordine”) in cui migliaia di cittadinisti indignati, esattamente come a Milano dopo il 1 maggio 2015, sono scesi in strada armati di scope e spugne per ripulire la città, per lavare lo Schanze dal peccato della rivolta. Questa iniziativa, insieme a quella delle centinaia di cittadini che armati di smartphone hanno collaborato spontaneamente alle indagini e  identificazioni inviando materiale video e foto dei riot alle pagine ufficiali della polizia, è frutto del paradigma securitario e di come esso sia ormai profondamente introiettato in ciascuno. Se nella società di sicurezza si governa alimentando angosce e paure, l’ordine e la sicurezza incarnano un desiderio sociale. Se la polizia è sovrana, quando la sovranità dovrebbe spettare ai cittadini, il cittadino desidera divenire esso stesso poliziotto, pronto a reprimere qualunque comportamento sopra le righe e governare qualunque effetto indesiderato.

Qui e ora, contro la sovranità della polizia, dunque non ci resta che uccidere il cittadino, il poliziotto che è in noi! Rinunciare alla propria sicurezza e a tutte le certezze di una vita sotto controllo. È un grosso rischio che crediamo valga la pena di correre … come in tanti hanno fatto durante la battaglia di Amburgo.

WELCOME TO HELL

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi

F. Schiller, Inno alla gioia

Come sanno i lettori di Qui e Ora, questo non è l’organo di un collettivo o di una struttura o di una assemblea, non propone una linea politica ma segue una linea che si spezza e si riprende, una linea di sovversione che ci porta e che non portiamo. E’ un luogo che riflette, che immagina, che cerca di vedere un po’ più chiaro nella confusione dell’epoca, è un invito all’incontro e a volte allo scontro. Non bisognerà allora meravigliarsi che gli scritti che seguono, attorno agli eventi di Amburgo, possano risultare eterogenei su vari piani, dissonanti anche. Perché è la vita stessa che è dissonante. Non coincide mai con se stessa. Siamo felici di accogliere frammenti di esistenza, schegge di esperienze e anche le raffiche di quel tipo di pensieri che ci assalgono prima di addormentarci.

Come as you are

Mostruosità del riot

Brevi note sul negativo e i danni della sua rimozione

di Donmeh

Una strana sensazione di scetticismo ti coglie leggendo molte cronache e commentari italiani sulla “battaglia di Amburgo” e li metti a confronto con quelli che in questi giorni corrono sulle reti tedesche, sia in quelle di movimento che nelle spire dei media mainstream.

Sembra come se alle migliaia di cittadini amburghesi scesi nelle strade per pulire e riparare i “danni” commessi dai rivoltosi – sono lì come in trance mentre cercano di cancellare l’esperienza notturna, alla quale non mi meraviglierei se qualcuno tra loro avesse partecipato – corrispondano quelle cronache movimentiste dove tutto appare troppo pulito, liscio, senza spigoli. La negatività, le distruzioni “senza senso”, la scissione tra rivolta e società che si moltiplica per mille durante il riot e che ora si riflettono frammento per frammento fin dentro il “movimento”, frammentandolo a sua volta, è come se non fossero mai esistiti, cancellati con un colpo di spugna attivista.

La rimozione del negativo non porta mai buoni frutti. Vi è un lato oscuro della rivolta che se non viene pensato, da noi rivoluzionari, può facilmente ritorcerci contro, andando a costituire un ennesimo limite piuttosto che una possibilità. D’altronde questa è spesso stata la storia di tante rivolte e rivoluzioni del passato.

l’atteggiamento socialdemocratico è funesto perché vuole evitare ad ogni costo i conflitti. Questa paura del tragico evoca la catastrofe.

Heiner Müller

Una rete di locali e negozi “alternativi” del quartiere dove sono avvenuti i maggiori scontri notturni ha scritto una lettera aperta – www.facebook.com/BistroCarmagnole/posts/1451018668300206 – nella quale, tra molta confusione dovuta evidentemente al loro essere infine dei commercianti, difendono il Black Bloc, raccontando che a un certo momento gente ubriaca, machista e fastidiosa ha preso quasi il controllo della rivolta, non solo distruggendo cose “senza senso”, ma mettendo in pericolo la vita delle persone. I “neri”, nella loro narrazione, sono quei guerrieri gentili che sanno cosa colpire e che in certe situazioni hanno affrontato spranghe alla mano la gentaglia che commetteva a ripetizione atti insulsi ma che, alla fine, hanno sovente dovuto gettare la spugna e andarsene da qualche altra parte. Ora i commercianti si sentono depressi perché non solo il g20 nel suo complesso ha danneggiato i loro affari, ma sentono in pericolo la ragione sociale del loro commercio, che è quella di trovarsi appunto in un rinomato quartiere alternativo che adesso rischia di essere ripulito dagli “alternativi”, per cui finiscono la loro lettera dicendo che vogliono che il centro sociale Rote Flora resti lì dov’è, ovviamente con i suoi frequentatori: bourgeoisie oblige.

Il timore del tragico non risparmia la lucidità di uno degli storici portavoce del Rote Flora che in una orribile intervista alla TAZ (http://www.taz.de/!5425733/) parla di “danno di immagine” prodotto da una rivolta fuori controllo. L’intervista è stata da lui stesso richiesta per riparare a un’altra infelice dichiarazione precedente del tipo: “perché non sono andati a fare il riot in un altro quartiere?”, cosa che evidentemente non è stata giudicata politicamente corretta da chiunque. Ma non riesce il nostro, addirittura meno dei commercianti, a fare distinzioni e infine pateticamente dice di prendere le distanze da tutto ciò che è avvenuto di spiacevolmente violento. Il comunicato stampa del Rote Flora è fortunatamente molto più equilibrato.

Vi è allora qualcosa nel riot di Amburgo che merita di essere compreso, invece di metterla sotto il tappeto in quanto “spiacevole”, come fosse uno di quegli effetti collaterali delle operazioni di guerra del nemico. Ma il nemico non era la polizia? Oppure…?

Mi-en-leh indicava molte condizioni necessarie per il rivolgimento. Ma non conosceva momenti in cui non vi fosse da lavorare per essi.

Bertolt Brecht

Il riot è una mostruosità. Per il mondo dominante è un mostro non solo giuridico ma politico, antropologico e infine morale. Mai dimenticarlo. Appena rimuovi questa evidenza, rischi di non capire più nulla e di doverti ricoprire di parole autoconsolatorie o di stupida autoesaltazione.

Vi è da dire che la sommossa, il riot, la rivolta metropolitana, al contrario di quello che la doxa tende a far credere, rende la situazione più limpida, la società nel suo complesso è più chiaramente leggibile. È una delle sue virtù. Per questo, anche per questo, è una sonora stupidaggine quella di chi dice che non è questione di “asticella” della violenza. Lo è, eccome se lo è.

Non è detto che la lettura che il riot ci consegna sia sempre confortevole, ovviamente.

Ad esempio fa comparire in piena luce il fatto che qualsiasi buon cittadino, sotto lo strato di paura e di indifferenza che lo contraddistingue esteriormente nella sua vita quotidiana, cova una rabbia, una negatività, una distruttività che è tanto profonda quanto è superficiale la vita che è portato a condurre nella “normalità” della sua esistenza metropolitana. Certo, solo uno scemo può credere che magicamente il riot trasforma questa creatura metropolitana in un “compagno”. Non appena ne ha facoltà, nel giro di pochi attimi, da vittima può divenire carnefice o da suddito trasformarsi in rivoltoso. Può diventare, senza che ci rifletta su più di un minuto, protagonista di un pogrom razzista così come di una sassaiola nera contro la polizia. Il piacere della distruzione è senza partito.

La rivolta metropolitana, quando coinvolge intere parti di popolazione, disegna direttamente sul selciato non una ma una molteplicità di linee di divisione, ciò che arriva infine a produrre la percezione che per molti dei partecipanti, presunti casuali, non è giusto il regno dei politici dominanti o il capitalismo ad essere individuato come nemico, anzi per loro non è affatto questo il principale bersaglio, semplicemente perché non lo vedono, ma è l’intera configurazione sociale a divenire oggetto di un odio incontrollato. E in questa configurazione non sorprende che sia compresa anche la propria stessa soggettività. Il fronte della guerra civile corre sempre dentro ogni individuo: da I am what I am a I am against what I am.

Alla massa nuda tutto appare come la Bastiglia.

Elias Canetti

Vi è una differenza sensibile tra il riot organizzato e quello metropolitano che eccede qualsiasi forma di organizzazione. Non è poi così difficile distinguerli. Si faccia una veloce comparazione tra le sommosse organizzate che hanno contraddistinto il movimento contro la Legge Lavoro in Francia l’anno scorso e riot come quello che improvvisamente ha preso luogo ad Ambugo oppure quello del 2011 a Tottenham in Inghilterra e se ne avrà un facile saggio. Sono due diverse forme di eccedenza e se la prima lo è in relazione alle forme classiche della politica, anche di quelle di “movimento”, la seconda si contraddistingue proprio per il fatto che, oltrepassata una soglia, eccede il regno della politica per investire quello antropologico. Perciò è del tutto inutile e sterile la discussione ex-post tra militanti e organizzazioni politiche sul prendere le distanze o meno da ciò che è accaduto. Poiché è la sommossa che, scassando ogni argine, ha preso le distanze da qualsiasi cosa. Il che non significa che non contenga qualcosa di “politico” ma che questo è sottoposto a un largo spettro di interpretazioni pratiche, in situazione, che spesso confliggono tra di loro.

L’invisibile polizia della sommossa vegliava dappertutto e manteneva l’ordine, vale a dire l’oscurità. Diluire il piccolo numero in una grande tenebra, moltiplicare ogni combattente per le possibilità contenute in questa tenebra è la necessaria tattica dell’insurrezione.

Victor Hugo

In un caso come quello di Amburgo, non certo unico, possiamo notare che la modificazione nell’atmosfera generale che prelude allo scatenamento della violenza è venuta instaurandosi sia per mezzo del clima di terrorismo imposto dalla polizia, le cui azioni sono sempre odiosamente costituenti, ma poi anche grazie alle azioni eseguite da gruppi di militanti e in particolare del gesto compiuto dal Blocco Nero, i quali hanno impregnato l’aria di una controviolenza che ha fatto sì da far cadere quelle inibizioni che sono tipiche del cittadino qualunque. Una volta che la linea nera abbia traversato la città bruciando e tirando giù vetrine, le cataratte sono aperte. Respirare il fumo nero della rivolta eccita gli spiriti. Tutti i presenti hanno scorto così una possibilità. Perché un altro elemento del riot è quello di permettere una presenza che normalmente è interdetta. L’opacità dei rivoltosi è solamente il segno che non c’è alcun “soggetto” in campo – spiacenti, niente “soggetto rivoluzionario” – ma è la dissoluzione di ogni soggettività a permettere la presenza sensibile dei corpi. Cosa potranno divenire questi corpi è indecidibile durante la rivolta generalizzata. Ciò che è certo è che questi corpi per una notte sono evasi, evasi dall’Io.

È una delle caratteristiche determinanti di una società che esita sulla soglia della guerra totale il fatto che la pratica sia ampiamente convertita da prassi di produzione sempre più in prassi di distruzione (ma anche in prassi di lotta illegale contro i detentori del potere).

Walter Benjamin

E nei presenti c’è di tutto: il ragazzino proletario che sente scorrere oscuramente nel suo sangue la storia dei vinti, scatenando la sua sete di vendetta, oppure il suo professore, investito da una forza selvaggia che aveva fino ad allora creduto fosse qualcosa che esisteva solamente nei libri, oppure il giovane hipster, che finalmente vede l’occasione di fare una vera esperienza a fronte della falsità di cui si nutre nella sua miserabile esistenza, e tuttavia non resiste all’impulso di farsi un selfie in mezzo alle macerie e agli incendi di tutto quello che lui pensa di amare. O persino l’impiegato modello che per una notte perde ogni freno inibitorio e desidera solamente compiere tutto quello che la sua esistenza sociale gli vieta.

È il Bloom, il cittadino qualunque, il quale, una volta che abbia percepito di trovarsi in una zona polizei-free, non concepisce la “libertà” se non come libertà di rubare, di distruggere, di profanare tutto ciò che normalmente rispetta. Per lui distruggere una banca è uguale a devastare qualsiasi cosa che rappresenta la sua vita, quella alla quale sa che tornerà una volta che la rivolta si sia esaurita. Il Bloom, pur se confusamente, durante il riot sa che la vita che conduce è falsa, meschina, priva di senso e merita di essere devastata. Qui però sussiste anche la sua grande possibilità, quella che abbandoni la sua vita di merda e, chissà, la prossima volta lo vedremo nei ranghi del Black Bloc oppure diverrà un franco tiratore nel suo ambiente, un traditore della società della merce autoritaria. E di se stesso in quanto nulla. Oppure no, trasformerà l’evento in esperienza vissuta e tornerà tristemente soddisfatto a ruminare nei pascoli metropolitani.

L’uscita dal Bloom non sarà sociale.

Tiqqun

Da tutto questo ne deriva la considerazione logica che quella zona non è stata incontrollabile solamente per la polizia e il Governo, ma anche per i militanti e per i rivoluzionari. E in questa ingovernabilità tutti, poliziotti e rivoltosi, fanno mostra di un comportamento ambiguamente anarchico. I poliziotti sono ubriachi di potere, quanto i rivoltosi possono esserlo percependo l’assenza di ordine o, più prosaicamente, per via del gin di cattiva qualità che hanno saccheggiato dal supermercato nel quale fanno normalmente la spesa. D’altra parte anche i poliziotti sono dei cittadini qualunque, dei Bloom come gli altri, cosa testimoniata dal festino alcolico-pornografico di cui si sono resi protagonisti ben 300 agenti della bundespolizei in trasferta per il g20.

I soli protagonisti che hanno cercato di mantenere una certa lucidità sono i militanti e chi ha preso la decisione politica di confondersi nel nero. È per questo che l’invito stampato sui manifesti di Amburgo – join the black bloc – ha senso. Forse il solo invito sensato tra i cento altri affissi sui muri. È come dire “sii consapevole”, “agisci pensando”, “cura le amicizie”, “sii presente a te stesso”. E così, in questa tempesta di vetri e di fiamme, avvolti nel nero, dentro una zona di non-diritto, presente tra i presenti, le condizioni sono date perché tu possa persino essere raggiunto dall’infallibile proiettile di uno sguardo incendiario, che amerai.

Il riot mette a nudo la semplice questione dell’intollerabilità della vita metropolitana e fa segno alle possibilità di oltrepassarla. È una forma di verità, dunque, che illumina la nostra vita. Farne buon uso è uno dei compiti epocali dei rivoluzionari.

Spigoli

Diario sincopato del NoG20

di Nicoletta Meier

Preso con l’ultimo invito di un progetto

Che si presenta nel nome della verità

You know falling in illusion

Catturati nel sonno della nostra età”

Meno Uno (Berlin)

Domani partiamo per Amburgo. Cose da fare, cose da pensare, organizzarsi, essere previdenti. Non è vero. Non lo sto facendo. Il tempo scorre vischioso e intorpidisce le ore. Continuo a ripetermi “allora, le cose rimaste da fare sono…”, ma il flusso che porterebbe all’azione viene interrotto da un ronzio che ipnotizza. É l’ansia. Ma non esattamente ansia. La verità è che non sto pensando a come andrà il G20. Non sto nemmeno pensando alle banalità del pre-partenza. La coscienza si è infilata esattamente nell’interstizio tra l’elaborazione di immagini future e la ricognizione del presente. Esattamente là, si rotola su se stessa sporcandosi da ogni lato e formando immagini ibride di un manganello che si alza sorpa la mia testa affiancato dal materassino da campeggio da chiedere in prestito alla coinquilina. Esco e vado al supermercato perchè non è troppo impegnativo e sicuramente servirà a qualcosa.

Esco per ritrovare presenza tra i rumori della città.

La Karl Marx Strasse è accarezzata da un lato da una luce calda e dorata, pomeridiana. Camminare al sole mi dà una strana pace, una pace introversa. Can you feel a little love? Cazzo è tardi.

Zero

Non amo la violenza. Soprattutto non amo la violenza degli altri su di me. Per quanto riguarda la mia ho fatto per tanti anni finta che non esistesse, finché non si è presentata sulla scena con un fiotto di sangue che pulsava sotto la tempia, mi ha trasfigurato il volto, specchiandosi rovesciata e implacabile nello sguardo atterrito della vittima.

In generale, ho paura del dolore fisico, ho paura della violenza che potrei subire, se posso evitare situazioni in cui potrebbe accadere le evito.

Eppure da 15 anni scendo in piazza, vado alle manifestazioni pacifiche o meno, autorizzate o meno, attaccate o meno che siano. All’inizio ci andavo con spensieratezza, mi sentivo ancora immortale e pensavo fosse un gioco, poi col passare del tempo è aumentato il nervosismo. L’esperienza accumulata invece di tranquillizzarmi mi ha reso più ansiosa, la paura che mi venga spezzato un braccio durante un arresto, di rimanere schiacciata in un budello durante la fuga da una carica, di ricevere una manganellata in faccia, la paura di rimanere sola in mezzo al caos o di infilarmi nella strada sbagliata.

La paura mi ha suscitato anche rabbia nei confronti di me stessa, mi sono sentita spesso sbagliata in mezzo ad altri che mostravano gioia ed esaltazione prima di una situazione di piazza potenzialmente violenta. L’ho vissuta come una personale debolezza che dovevo gestirmi da sola, come una macchia rispetto alla forza e alla grandezza delle mie convinzioni politiche, un’anomalia da correggere, rispetto alla persona che dovevo essere. Cosi spesso sono scesa in piazza col cuore incartato in gola, alla disperata ricerca di una anestesia emozionale che mi tenesse dritta.

Ingoiavo la paura e con essa tutte le altre sensazioni, e lasciavo il mio corpo procedere passo passo, con la tristezza e il fatalismo di un soldato di cartapesta.

Poi mano mano che gli eventi accadevano l’Io cominciava a riaffiorare, ricominciavo a sentire, sentivo l’anima degli altri intorno a me, e riuscivo di nuovo a sorridere.

Uno (Hamburg)

Appena scesi dal bus è un po’ tutto come in gita con la scuola. Il nostro umore è allegro, non vediamo subito polizia e la città sembra muoversi ignara e rilassata in una giornata come tante. Mangiamo, beviamo, fumiamo, ci passiamo tende e sacchi a pelo attraversando la stazione ingombranti e disorganizzati e distratti, ci dirigiamo verso la casa che ci ospiterà.

Anzi, ci dirigiamo verso il giardino che ci ospiterà, giardino messo a disposizione da adorabili sconosciuti del posto, per compensare la condotta ignobile della Polizei che nei giorni precendenti aveva attaccato e sgomberato i campeggi autorizzati.

Arriviamo in un sobborgo vicino alla zona del porto. Tutto è calmo. If I could have it back, All the time that we wasted, I’d only waste it again. Ragazzini turchi ci passano vicino ridendo. Qualcuno torna da lavoro. Delle donne col velo chiaccherano sedute su un muretto fuori alla stazione della metro. Tutto è chiaro. Case col giardino.

Noi cominciamo a notarci reciprocamente le felpe col cappuccio, gli impermeabili Quechua, le scarpe prese da Decathlon. Ci osservano, ma non troppo. Per non vacillare sotto la spinta dei dubbi e per scacciare l’imbarazzo ci autoconvinciamo silenziosamente di essere degli ordinari eroi del giorno e procediamo verso quello che sarà il nostro luogo della cura, il nostro rifugio sentimentale, la laguna blu. Entriamo a casa degli sconosciuti che ci ospitano e si ci apre davanti quello che chiamerò il Giardino dell’Amicizia.

Zero

Spesso mi sono interrogata sulla violenza. Su quella agita dai compagni e su quella subita ogni giorno. A volte ho pensato che il nostro fosse un vizio borghese. Immagini di quindicenni scandinavi che spaccano furiosi le vetrine di una banca. Mi chiedevo se fosse giusto, se avesse senso. Pensavo a quando ero stata in Palestina e avevo visto i bambini a cui avevano rubato lo sguardo, nelle fessure dei loro occhi di bambini di sei anni era stato trapiantato uno sguardo da uomini, che scrutava beffardo il mio corpo e cercava odio per scacciare la curiosità. Quello sguardo mi aveva ferito, e pensavo a quanta violenza ci vuole per strappare via l’infanzia a qualcuno.

Poi pensavo alle nostre vite, il motorino, la cameretta, l’università, i saldi di fine stagione, il concerto dei radiohead, le cartine lunghe, le cartine corte, le nostre vite anonime e tutte uguali nelle quali ci avevano concesso di sopravvivere tutto sommato in pace. E allora sentivo durante le manifestazioni l’estraneità a delle pratiche avanguardistiche e simboliche. I cappucci neri e i fazzoletti sul volto, l’estetica del conflitto, la separazione tra la propria materialità quotidiana e il proprio agire politico. Senza dare troppo nell’occhio, disprezzavo il blocco nero. Li ritenevo dei pessimi attori nel teatro politico. Degli arroganti privilegiati, espressione di quel settarismo e quell’identitarismo che impediva l’allargamento sociale del conflitto. Pensavo tante cose e mi davo quasi sempre ragione.

Ci sono voluti anni prima che mi accorgessi che nell’armadio avevo solo felpe nere.

Due (Hamburg)

Ore diciassette e trenta, arriviamo in affanno con un’ora di ritardo rispetto all’inizio ufficiale del corteo. Uscendo dalla metro la polizia è già ovunque, mezzi, camionette, blindati, idranti costeggiano ogni strada disegnando linee minacciose di cui non si vede la fine. Camminiamo a passo svelto leggermente distanziati per non dare nell’occhio ma anche vicini per non perderci e capire insieme come muoversi.

C’è tensione, io ho già perso due terzi di lucidità, aspirata da un baratro semi-onirico di memorie traumi e visioni.

Arriviamo in coda a corteo ancora fermo. Saliamo su una balaustra per vedere e capire meglio la situazione. Una decina di migliaia di persone sono ammassate in un via a due livelli che costeggia il lungofiume, nei pressi del Fischmarkt. La Polizia è schierata con uomini e mezzi pesanti sia davanti che dietro, che ai lati, e sembra comprimere non solo i corpi ma anche l’aria. Noi alterniamo proposte agitate sul punto più sicuro dove mettersi per vedere cosa succede, saliamo e scendiamo da scalette e rialzi, tutti spazi in ogni caso affollati e tutti a tiro della celere.

So cosa sta per succedere ma è troppo tardi per andarsene. In mezzo al corteo una macchia nera, diffusa, compatta e poi spruzzate di nero ovunque intorno.

Il corteo si chiama Welcome to Hell, slogan storico della squadra di calcio del Santi Pauli, è convocato dalla scena antifa di Amburgo, gente rude, resistenze politico-culturali vere, gente organizzata nei quartieri che gestisce vite, case, bar, squat, perfino il bellissimo e scintillante Milentor Stadium. Roccaforti di radicalità che accolgono e galvanizzano tutti coloro venuti da tutta Europa a manifestare.

Sprazzi di razionalità non mi aiutano a gestire l’ansia ma solo a chiedermi ossessivamente come gli è venuto in mente di fare il G20 ad Amburgo? E proprio a ridosso dei quartieri della sinistra autonoma?

E soprattutto perché circondano e provocano un corteo incazzato ma ancora fermo al concentramento, in cui non è di fatto successo nulla? Perché sono sempre convinti di poter fare qualsiasi cosa? La chiamano sovranità, e a me non piace. Il monopolio della violenza e quello della paura.

Cominciamo a sentire delle vibrazioni. Da quel momento come una tachicardia la scansione del tempo accelera. I corpi accanto a noi cominciano a spingersi in varie direzioni. La polizia ha caricato a freddo il corteo. Da più lati. La massa di manifestanti ma anche passanti, curiosi, giornalisti, personale medico, comincia a sfaldarsi verso le vie di fuga. L’unico problema è che non ci sono vie di fuga.

I rumori si fanno forti e travolgenti, petardi, getti d’acqua degli idranti, urla.

Noi ci prendiamo per mano provando a seguire il flusso di corpi che scende dalla strada e si riversa sul lungofiume. Caricano anche sul lungofiume. Ho paura e penso che mi farò male.

In quell’istante gli uomini e le donne col viso coperto disposte allo scontro sono i miei amici nell’emergenza. Vorrei che fermassero la violenza cieca della polizia, con tutti i mezzi a loro disposizione. Vorrei che avessero più coraggio di me.

Vorrei non sentire questa infinita morbidezza del mio corpo.

Faccio un appello disperato ai miei spigoli. Alla nausea delle mattine grige e delle notizie orrende sui giornali, alle notti senza sonno né speranza in cui ho sputato fumo dalla bocca, alle case in affitto della mia infanzia dove vivevamo stretti e precari, ai debiti, ai ricatti, ai sorrisi malevoli dietro ogni mio fallimento, ai consigli ipocriti di chi non voleva che abortissi a vent’anni. I keep the wolf from the door, but he calls me up, calls me at the phone. Cerco gli spigoli dentro di me per non sentire questa infinita morbidezza. Stringo le mani degli altri.

Zero

A un certo punto ho compreso che la violenza era una falsa questione. Una questione insidiosa, che portava facilmente fuori strada. Quando ho chiesto una volta ad un mio amico cosa pensasse della violenza lui mi ha risposto “niente, che devo pensare, la violenza c’è”.

Ma il momento in cui ho davvero smesso di interrogarmi sulla violenza è stato un altro.

È stato quando ho scoperto il lavoro.

Il lavoro. Quell’orizzonte a cui la vita intera tende. La cosa che ti completa, che ti rappresenta, che ti realizza, che ti misura, che ti trascende. Il tuo ruolo nel mondo.

Quando ho scoperto la brutalità latente del lavoro, ho capito che la violenza era un falso problema.

Quando ho scoperto il cannibalismo del lavoro, che consuma per riprodurre se stesso.

La costrizione ad andare ogni giorno nello stesso luogo, fare ogni giorno la stessa cosa, per sopravvivere, ogni giorno, tutta la vita. È stato come quando capii che i bambini escono dalla vagina, semplicemente non potevo credere che fosse possibile.

Lavori sempre più alienanti e sempre più desiderati come unica e preziosa forma di acquisizione di dignità. Questa roba mi ha mandato in paranoia.

Ho cominciato a vedere le persone intorno a me sotto una luce strana. Le persone in metro al cellulare, le persone sui social network, le persone davanti alla televisione, le loro relazioni sempre più semplificate, le loro emozioni ridotte ad un algoritmo, la sveglia ogni giorno per andare al lavoro, l’uomo e la donna, i debiti con la banca, il non poter scegliere, mai.

Ho cominciato a vedere l’infelicità, e l’automatismo infernale che ci portava a riprodurla. Welcome to hell. L’era degli zombies. La violenza è diventata solo un’atmosfera.

Tre (Hamburg)

La città ha bruciato fin all’alba. Adesso sono le tre del pomeriggio e siamo di nuovo in strada. Terzo giorno ad Amburgo. Un vortice di sensazioni.

Ieri sera tornati nel Giardino dell’amicizia siamo stati insieme, abbiamo parlato di quello che avevamo vissuto, abbiamo riscaldato l’acqua per fare il thè, ci siamo ripromessi di stare insieme. Sempre insieme. Nessuno lasciato indietro. Ci siamo arrotolati negli abbracci e nei sacchi a pelo. Ho sentito amore, ho sentito che ero dalla parte giusta. Che anzi, la parte, era l’unica cosa davvero giusta di tutta la mia vita.

Oggi di nuovo in strada dalla mattina, blocchi azioni polizia. Senza pensarci troppo. Momenti di sole e di gioia. Alle tre stiamo nei pressi dello stadio. Un agglomerato umano viene costantemente disperso dalla polizia e dopo pochi minuti si riforma.

Come atomi privi di razionalità, che si riaggregano a causa della loro carica elettrica. Le persone non hanno abbastanza paura per tornare a casa. Vengono disperse e si riassemblano come uno sciame ostinato.

Partono gli scontri. Restiamo lì. Come tantissimi altri che non agiscono ma compongono una caotica resistenza passiva.

Alcuni lanciano bottiglie, altri pietre, altri spaccano mattoni per formare blocchi che impediscano ai mezzi della Polizei di avanzare. Tanti altri ancora, la maggior parte, ci mettono il corpo, magari si alzano il cappuccio della felpa per non sentirsi fuori luogo. Altri ancora bevono birra negli angoli di strada. Altri ridono con la faccia dipinta. Caos.

La polizia indietreggia, è completamente disorientata. La folla è ovunque e sono tutti contro di loro. La situazione è liberatoria e la sensazione di pericolo rimane muta sullo sfondo. Now do you believe in rock and roll and, can music save your mortal soul?

Vedo persone normali tirarsi su il cappuccio nero e lanciare con gesto improvvisamente plastico una bottiglia. Mi sorprende. Sono normali. Un secondo prima inoffensivi e vulnerabili. Gente grassottella e con gli occhiali da vista spessi. Ragazze mingherline e bionde. Sbarbatelli, studenti, zoppi, turchi, asmatici, goffi, scoordinati. Mi sorprende. L’élite dello scontro di piazza, la setta degli incappucciati, il blocco nero venuto da lande desolate si rivela luminoso e terribile come una schiera disorganizzata di soggetti inadeguati. Infermi esaltati. Zombies che popolano la realtà quotidiana.

All’improvviso mi rifletto in una vetrina. Ho alzato anche io il cappuccio della felpa. La mia felpa è nera. I miei leggins sono neri. Le mie scarpe da ginnastica sono nere. L’apparizione mi stordisce. Perché sono vestita cosi? Cosa sto facendo?

La risposta è niente, non sto facendo niente, e sono vestita così perché mi vesto sempre cosi. Tutto il mio immaginario politico si infrange in mille piccoli frammenti che riflettono la mia immagine. Cappuccio nero, alle spalle il fumo nero di un incendio, la faccia inespressiva di chi ha perso la memoria.

Zero

Cammino sulla spiaggia sotto un cielo di nuvole rapide. Non vedevo il mare da mesi, forse anni. Ho maturato la convinzione che certe spiagge malandate in giornate di marzo non esistano nella realtà, ma siano invece luoghi della coscienza. Negli ultimi anni ho perso progressivamente fiducia nel concetto di realtà. Ho capito come ogni relazione, ogni rapporto, si dà in modo diverso a seconda del soggetto che la vive. La stessa relazione, lo stesso rapporto. Ho capito che la percezione è una funzione beffarda dell’intelletto. Ricordo ancora il profondo spaesamento provato intorno ai diciassette anni quando a scuola studiammo Kant. Era solo l’inizio. Poi è venuta la tristezza della non corrispondenza. La rincorsa alle qualifiche, le fughe acrobatiche, la militanza complessiva, le aspettative degli altri, le serate mondane, Instagram, la droga. Quanti anni ci vogliono, quanti secoli per comprendere il proprio desiderio di amore e libertà. Quanti millenni per affermarne l’ineluttabile giustizia. Quante ere geologiche per volgere gli occhi alla bellezza. Cammino su una spiaggia mai esistita, la mia faccia è stanca e distesa. Il frammento microscopico di fragile vita che ho addosso è l’unica cosa che ho, e ce ne sono altri miliardi come me intorno. Una scintilla cosmica, un graffio sulla storia.