La gentrificazione come governo delle popolazione

 PAC 00176

1.

Per comprendere i processi di gentrificazione e, più in generale, la valorizzazione su base territoriale che il capitalismo sta sperimentando su di un livello globale, bisogna partire da alcune considerazioni preliminari per contestualizzare questi processi e i loro  effetti locali.

L’economia si è emancipata da tempo dai confini giuridici dello stato-nazione e il capitale ha ormai abbandonato il progetto di una società in cui tutti i cittadini vengono integrati grazie al mercato del lavoro. In poche parole, il capitale non cerca più di unificare il mondo sulla base dell’ideologia progressista che per un certo periodo del ‘900 ha orientato i suoi movimenti e, da alcuni decenni, ha intrapreso una sorta di ristrutturazione su base territoriale, ovvero si concentra localmente, facendo del territorio il mezzo dell’estrazione del plusvalore. Il mondo, per il capitale, non appare più  suddiviso in stati-nazione, ma in zone a forte estrazione di plusvalore e in zone più o meno abbandonate a loro stesse. Il mondo attuale è un mondo scisso: da un lato ci sono zone pacificate, smart cities e gated comunities o in via di divenirlo; dall’altro zone di guerra, periferie putrescenti e slums sterminati. Oggi, lo spazio metropolitano appare organizzata mondialmente attraverso questa geografia duale che non smette, a propria volta, di frammentarsi ancora e ancora.

Ovviamente questi processi di ristrutturazione territoriale di carattere duale, pur seguendo uno schema simile in tutto il mondo, acquisiscono determinazioni diverse a seconda dei differenti territori in cui si attuano. Quindi, è a partire dal situare storicamente e geograficamente questi processi, che dobbiamo chiederci come funzioni questa geografia duale/polarizzante nelle metropoli dell’Occidente in frammentazione.

A ben guardare, appunto, all’interno di questa dualità il capitale definisce lo spazio in maniera ancora più capillare, scomponendo non solo i territori ma anche la vita quotidiana la quale, anch’essa, viene riconfigurata in diverse funzioni. La frammentazione geopolitica avanza simmetricamente a quella biopolitica, così come quella del diritto lo fa con le forme di vita. Il capitale e le sue istituzioni procedono per loro conto alla destituzione delle vecchie forme.

Queste vengono selezionate attraverso la rifunzionalizzazione dello spazio e la città viene così  frammentata in zone residenziali, zone degli uffici, zone industriali, commerciali e per il divertimento, come anche della relegazione, del disagio o della pura e semplice paura. Invece di una forma di vita, la metropoli ci consegna così una vita nel caos, senza forma propria, flessibile e privata di potenza. Ad un territorio invivibile si accompagna una vita invivibile.

Una volta che la città è stata decomposta in funzioni, ai poteri vigenti non resta che controllarne ed organizzarne dall’esterno le riconnessioni, producendo un’effimera sintesi pronta a dissolversi e riconfigurarsi a misura dei bisogni capitalistici.

2.

È in questo scenario che ci interessa soffermarci su uno strumento che in particolare attraversa il processo di frammentazione urbana, orientandolo verso la pacificazione e la valorizzazione capitalista dei territori, ovvero la gentrificazione.

Questo fenomeno, ben lontano dall’essere, come molti credono, connaturato e fisiologico all’evoluzione stessa della città, è ogni volta scatenato da decisioni governamentali in materia di pianificazione urbanistica, le quali stabiliscono diverse zone di intervento all’interno dello spazio metropolitano definendo, volta per volta, le modalità attraverso cui perseguirvi il maggior profitto, salvo poi delegare agli investitori privati il compito di portare a termine concretamente il progetto di rivalorizzazione.

Le zone in questione sono principalmente ex quartieri popolari per i quali si delinea preliminarmente un profilo ad hoc di quartiere autenticamente popolare ma in stato di degrado, di semi-abbandono e in balia della microcriminalità, in modo da preparare il terreno, cioè l’opinione pubblica, all’operazione di “riconquista” dello spazio urbano e di “ritrovata civilizzazione” grazie alla decantata “riqualificazione del quartiere”.

Il fenomeno della gentrificazione è da qualche anno sulla bocca di tutti e non staremo qui a dilungarci sul suo funzionamento generale; in sostanza consiste nella progressiva sostituzione degli abitanti di un quartiere popolare con una popolazione di classe media, giovane e dinamica, e in generale dotata di un maggior potere d’acquisto oltre che portatrice di un più elevato capitale umano-sociale, e tutto ciò appunto grazie alla riqualificazione dello spazio urbano e della valorizzazione del patrimonio immobiliare. Qui dobbiamo ritenere un importante assioma del capitalismo contemporaneo: senza capitale umano niente gentrificazione, senza spazio adeguato niente capitale umano.

Questo processo per molti territori ha significato la loro specializzazione (dal punto di vista degli spazi urbani e dell’offerta commerciale) in quartieri del divertimento al servizio della nuova classe sociale o, più in generale, come valvola di sfogo, principalmente notturna, per l’intera metropoli.

Il ruolo dello Stato e delle istituzioni locali in questo processo ha un doppio viso.

Da una parte è caratterizzato da un generale laissez faire  di facciata di fronte alla trasfigurazione di intere porzioni di territorio in quartieri della movida, ruolo minimale continuamente contraddetto da iniezioni di fondi nel mercato immobiliare e agevolazioni all’iniziativa privata (ad esempio con la liberalizzazione delle licenze). Dall’altra si presenta attraverso una sistematica e capillare opera di controllo e repressione, agita tramite le forze dell’ordine ma, specialmente, con una nuova normativa dal chiaro carattere securitario, mirante a eliminare tutte quelle situazioni che non rientrano nella “vita economica” prevista per il  territorio in questione: occupazioni abitative, senza-tetto, graffiti, iniziative di socialità non autorizzate in spazi pubblici, tutte le situazioni ritenute contrarie al “decoro” – una parola, non un concetto, che fa ormai parte dell’arsenale tecnopolitico della governance – e che si pensa minino la costruzione di un’immagine di quartiere appetibile per i nuovi cittadini che si cerca di attrarre. È la territorializzazione dello stato d’eccezione.

Qualcuno ricorderà la vicenda del centro sociale Ungdomshuset di Copenaghen risalente a circa una decina di anni or sono: era rimasto l’ultimo luogo refrattario alla messa in ordine economico-sociale dell’alternativismo tipico del quartiere in cui si trovava e nel quale ormai abitava la nuova creative class, la quale è una classe amante di uno stile di vita alternativo ma che, allo stesso tempo, non gradisce che questa possa trasformarsi in qualcosa di sovversivo. Nonostante la resistenza davvero “eroica”, Ungdomshuset oggi esiste ancora ma in un’altra zona della città.

A questa normativizzazione crescente viene affiancata una tendenziale militarizzazione del quartiere, propagandata come soluzione definitiva ai problemi che si vogliono fisiologici al territorio ma che sono ovviamente tra gli effetti della gentrificazione in atto, ovvero i problemi legati al massiccio spaccio di sostanze illegali che si impone nel quartiere per completare l’offerta di quelle legali offerte dai localini alla moda che ora monopolizzano il paesaggio urbano e il settore commerciale della zona.

L’azione di polizia opera da una parte una sorta di sanificazione sociale a colpi di ordinanze, divieti, daspo urbani, militarizzazione e sgomberi, e dall’altra, a livello più capillare, apre la porta all’odio sociale verso il “ più povero”, lo spacciatore fuori dal localino, il nomade che rovista nel cassonetto, il migrante che vende merce contraffatta o il senza tetto che dorme sulla panchina al parco. Il quartiere rigenerato sarà infine abitato da esseri con una dentiera smagliante, un corpo ammiccante, una professione inutile e un ricco portafoglio.

3.

Quando si analizza criticamente la gentrificazione, spesso si associa questo processo economico alla questione più generale del territorio: gentrificazione come riconfigurazione territoriale, gentrificazione come creazione di territori ad alta estrazione di valore, gentrificazione come governo dei territori. Questi concetti sono utili solamente se vengono smontati e riconfigurati, poiché non sono neutri, come Michel Foucalt ha dimostrato ampiamente: quando si dice territorio, infatti, non si intende un semplice elemento geografico e non ci si riferisce tanto allo spazio della sovranità, ma a quella propria del governo e della governamentalità. Il governo «si distingue dal potere sovrano tradizionale proprio perché non ha più il territorio come suo oggetto principale (…) la governamentalità non ha come obiettivo un territorio ma il complesso degli uomini e delle cose, dei loro legami, cioè sia fra gli uomini stessi che tra questi e le cose, infine anche con i territori» (M. Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice, p.108). Seguendo questa analisi ciò che balza all’evidenza è che, appunto, l’oggetto del governo non è il territorio in quanto tale ma la popolazione che vi si trova dispersa e i loro rapporti interni. La gentrificazione è dunque una questione governamentale perché agisce non tanto sulla geografia di un quartiere, quanto sui legami e sulle forme di vita – sulle abitudini, sulle condotte, sui modi di pensare e di fare – che abitano un territorio, che sono il territorio. Il processo di gentrificazione non è un processo lineare, che vede la semplice distruzione della vecchia forma di vita e la sua sostituzione con una nuova, ma qualcosa di più complesso: agendo su quest’intimo legame tra le persone, e secondariamente tra le persone e il territorio, la gentrificazione elimina le condizioni di possibilità perché le vecchie forme di vita possano continuare a esistere e riprodursi nel quartiere. Il caso del Pigneto a Roma, in tal senso, è abbastanza esplicativo: scomparsa delle piccole attività di quartiere a favore di grandi superfici commerciali, sostituzione delle botteghe tradizionali con negozietti alla moda e con locali della movida. Questo processo ne mette in moto un altro, che costituisce la vera essenza della gentrificazione, che consiste nella produzione di una nuova soggettività – e di una nuova forma di vita flessibile ed effimera – che si innesta nel quartiere a partire dalla composizione dei nuovi abitanti o consumatori occasionali con quei vecchi abitanti che riescono ad adattarsi ai cambi e rimodulare la propria forma di vita in funzione di questi, ovvero rendendosi economicamente appetibili, ad esempio facendo diventare la loro abitazione un bed and breakfast.

La gentrificazione, quindi, è un dispositivo di governo delle popolazioni che fa agio sulla trasformazione dei territori, un dispositivo che produce nuove soggettività e nuove forme di vita a partire dalla separazione di ciò che era unito – la comunità storica del quartiere e i suoi legami –  e dall’unificazione di ciò che era separato – la nuova smart people e i vecchi abitanti resilienti. Tutti, infine, unificati virtualmente attraverso i nuovi dispositivi di controllo e messa a valore del territorio – poiché ormai ogni dispositivo è allo stesso tempo mezzo di produzione e di polizia, di consumo e di controllo.

Le domande strategiche, come rivoluzionari, a nostro avviso dovrebbero dunque essere di questo tipo: come disattivare/hackerare il dispositivo di gentrificazione, interrompendo queste sue funzioni di unione-separazione di territori e persone? Come compiere una separazione e un’unione di segno differente, qualitativamente altra, rispetto a quelle del dispositivo “gentrificazione” e che funzioni come separazione delle forme di vita dalle sue funzioni valorizzanti, cioè a partire dall’uso sia della vita che dei luoghi e non dalla loro economizzazione? In che modo possiamo porci la questione della costruzione di forme di vita non economiche? Come fare, dentro un quartiere in processo di gentrificazione, a sabotare il dispositivo, sciogliere i legami che il capitale crea e costruirne degli altri?

4.

Viene da chiedersi come sia possibile che questo fenomeno di sistematica distruzione della vita di un quartiere a favore della realizzazione di uno spazio liscio per i flussi del capitale non venga osteggiato dai cosiddetti “abitanti storici” che anzi, a volte, ne garantiscono il pieno svolgimento.

Questo, ci sembra, avviene perché il processo di rigenerazione metropolitana pone agli attori una doppia possibilità che è una falsa alternativa: essere espulsi verso porzioni più periferiche della città o essere assimilati dal processo gentrificativo, entrando magari a far parte del folklore dell’ex-quartiere popolare, garantendo quel minimo di “autenticità” cara ai nuovi abitanti e al turismo “intelligente”. Molti vecchi abitanti, inoltre, all’inizio vedono con bonomia le “novità” per il loro quartiere – i nuovi servizi, le nuove forme di guadagno, etc – e iniziano a dubitare solamente quando si rendono improvvisamente conto che non c’è più nulla per loro e che se vogliono fare la spesa non possono più contare sul vecchio spaccio di alimentari ma scegliere tra un supermercato che vende merda e delle boutique bio che vendono l’insalata a peso d’oro.

Certo, il germe del consumo e del desiderio di sicurezza non è estraneo al cuore del cittadino metropolitano. La gentrificazione opera al livello del desiderio, spesso costruendolo, cioè fa leva su pulsioni che caratterizzano la popolazione contemporanea: “Make smart people to make smart city” e chi non vuole sentirsi parte di questa nuova razza intelligente?

Tutto ciò per dire che la “storicita” degli abitanti non è una garanzia di ostilità ai valori e i flussi messi in campo dalla gentrificazione, così come non è sufficiente essere un quartiere di vecchia tradizione comunista perché sia sbarrata l’entrata ai fascisti. Come abbiamo detto, spesso la resistenza appare quando è troppo tardi.

Ricapitolando. Il capitale agisce attraverso una disarticolazione delle reti sociali esistenti e una sistematica distruzione delle forme di vita preesistenti sul territorio. Gli abitanti vengono privati dei loro luoghi, prima tramite la sostituzione delle attività commerciali “di base” con quelle più “smart” e alla moda dedicate alla classe creativa, poi tramite interventi di rigenerazione urbana e di immissione di corpi alieni per le nuove attività commerciali volti a uniformare il contesto urbano e proiettarlo nel circuito delle metropoli mondiali.

È così che i luoghi di socialità, come una piazzetta o una stretta via con le finestre su strada, vengono trasformati in luoghi sterili e uniformi, o che un’intera porzione di tessuto urbano viene sfigurata dall’inserimento di un mega locale completamente estraneo, anche a livello di linguaggio architettonico e ritmo, al contesto in cui sorge.

Con l’appiattimento del territorio urbano sull’immagine, falsa, del quartiere all’europea –  moderno, internazionale, liscio, democratico e sterile – lo spazio viene reso omogeneo cancellando o opponendosi a quei luoghi frutto dell’interazione tra spazi e forma di vita, interrompendo questo legame biunivoco, privando cioè i luoghi di quei caratteri che li univano ai loro abitanti, i quali li  avevano non di rado plasmati e ne erano stati a loro volta influenzati.

Dopo aver spezzato le reti relazionali, dopo aver reso gli abitanti estranei al loro territorio, sarà più facile spostarli in quei quartieri più periferici dove gli abitanti, ormai separati dai loro luoghi ed espropriati della loro capacità di organizzarsi, saranno finalmente pacificati, non appartenendo più a una comunità e non avendo più basi dalle quali partire, completando la metamorfosi che da abitanti li porta a divenire una popolazione di puri cittadini.

La gentrificazione, nascondendosi abilmente dietro a parole d’ordine come sharing (-economy, bike-, car-, book- etc), co (-working, -housing etc) o friendly (pet-, child-, gay-, family-, palnet- etc), opera l’esatto contrario di ciò che proclama: la dissoluzione delle relazioni, della condivisione e delle amicizie. Essa porta a conclusione la distruzione della città moderna e inaugura una nuova fase della guerra civile contemporanea.

5.

Appare a noi evidente che per combattere la gentrificazione è illusorio pensare a soluzioni del tipo della pura e semplice distruzione del territorio in oggetto, ma sia necessaria l’elaborazione di una nuova politica dell’abitare.

L’ambiente del territorio gentrificato è il contrario di un mondo come luogo vivente. Il territorio gentrificato è predisposto in modo che ogni essere umano produca se stesso in modo separato dalle altre forme di esistenza. La metropoli gentrificata è pensata perché non ci sia nessuna osmosi tra corpi, culture e luoghi. Il capitalismo per abituare gli esseri umani a vivere nelle metropoli li ha dovuti separare dal reticolo di oggetti, piante, parole affetti, luoghi, solidarietà che costituivano il loro mondo. Per vivere nella metropoli occidentale l’uomo deve essere privo di mondo e ricco di schermi. Perciò è inesatto dire che si “abita” la metropoli, perché abitare è possibile solo dove c’è un mondo.

Evidentemente, quando parliamo di inabitabilità della metropoli o del quartiere gentrificato, non ci riferiamo a una condizione assoluta e inscalfibile. Queste considerazioni non devono portarci all’inazione o alla sterile ricerca di un illusoria esteriorità rispetto alle contraddizioni che attraversano il territorio. Il dispositivo-gentrificazione – come ogni dispositivo – costruisce la soggettività, soggettivando la forma di vita in senso capitalistico. E lo fa attraverso la separazione, mettendosi nel mezzo tra la forma e la vita, impedendone l’unione e anzi riducendola a brandelli. E quindi, che possibilità di resistenza al dispositivo e quali possibili linee di fuga da esso? La risposta, a nostro avviso, non sta appunto nella falsa alternativa tra distruzione totale del dispositivo e assimilazione/sussunzione nel dispositivo. Entrambe le ipotesi, infatti, sono perdenti fin dall’inizio: con l’accettazione della gentrificazione si diviene semplici funzioni del dispositivo; con la ricerca di un’illusoria possibilità di distruzione di tutto ciò che c’è, si finisce per porsi in una relazione di totale estraneità al territorio che porta, da una parte, all’impotenza e alla depressione politica e, dall’altra, ad essere percepiti come soggetti alieni dalle dinamiche del territorio. Non si può pretendere di fermare un processo di gentrificazione neanche opponendo il vecchio al nuovo, un presunto idilliaco passato a un catastrofico presente. La questione fondamentale è come riuscire ad attraversare questo rapporto dialettico, senza risolverlo, hackerando il dispositivo, dandogli un altro uso,  che componga diversamente i legami che già ci sono per farli funzionare diversamente. È su questo divenire – a partire dalla situazione concreta –, o meglio sul segno e sulla direzione di quel divenire che crediamo si possa intervenire in senso comunista. Approfondire l’uso di ciò che c’è, attaccare il dato in direzione del possibile, intervenire sui legami e sulle relazioni, comporre forme di vita plurali in una potenza comune che apra a un divenire-rivoluzionario. Queste sono tra le sfide più ardue e attuali con le quali ci troviamo a fare i conti, mentre prepariamo piani per destituire il presente e i suoi territori e costruire mondi nei quali abitare.

Gentry, Odio,Metropoli

di Vicente Barbarroja

1ª parte: Espulsione

Insomma, l’addestramento militare, il valore, la rudezza, l’allegria di un portuale, la velocità precisa e tagliente di un vecchio sergente istruttore e la saggezza per fare severi rimproveri, tutte queste eccellenti qualità hanno conquistato popolarità tra le masse e una cauta, quasi leziosa reazione dei Die Intellektuellen (…)  La gioia, la rudezza e un leggero avvelenamento del sangue sono stati considerati incompatibili con la vocazione di “propagandista” di un partito europeo (…)

Larisa Reisner, Amburgo sulle barricate, 1923

2.Espulsione.

E’ primavera nei quartieri del centro di Barcellona, la luce del sole di metà mattina ha già una violenza metallica. Tra i vicoli, nel cuore dei quartieri storici, serpeggiano sinistri furgoni neri. Avanzano con lentezza. Al loro interno vibra quell’ansia tipica delle grandi operazioni, celata da un’aria di mondanità  globale e gastronomica. Per queste esseri che si cibano di carogne, la vita fatta a brandelli della metropoli è già morta. È l’ora del festino. Sono grandi capitalisti, eufemisticamente chiamati “investitori”. Avvoltoi, nazionali e internazionali, guidati da iene locali che conoscono il terreno e fanno da intermediari. È un gran colpo. Una bomba. Le vite di una  piccola borghesia planetaria zombie, fatte di schermi, incapaci di resistere all’interno di una solitudine bestiale imbevuta di democraticismo pacifista, sono i danni collaterali, brutalmente spazzate via dai quartieri. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo migliaia di famiglie sono state sfrattate da Barcellona per l’impossibilità di pagare gli affitti, dati i loro spaventosi rialzi.

2.Una prima onda. Collaborazione pubblico-privato.

La precedente bolla immobiliare e i paralleli processi di gentrificazione sono avanzati seguendo il ben collaudato modello pubblico-privato. Ad esempio, gli enti statali, sempre con  il sostegno  finanziario e il consenso mediatico, hanno lasciato degradare interi quartieri per facilitare i grandi eventi come le Olimpiadi del 1992 o l’assurdo Foro delle culture del 2004; hanno schiacciato  il perimetro del quartiere che volevano assaltare, come quello di Barceloneta vicino al mare; hanno inghiottito alcuni blocchi per costruire musei particolari, come il Macba, con l’obiettivo di provocare l’effetto “a macchia d’olio”, etc.. In definitiva, demolivano, riqualificavano e collaboravano attivamente per aumentare il prezzo delle case e la sua velocità di circolazione. Successivamente il capitale privato, dominato da poche grandi imprese alle quali ne sono seguite mille altre più modeste, ha innalzato un nugolo  di gru, ma si è anche incaricato delle pratiche mafiose che hanno finito di distruggere gli edifici, demoralizzando e alla fine sconfiggendo quelli che non erano riusciti a cacciare con le buone. Poco a poco si è prodotta la grande sostituzione della popolazione che ha modificato i quartieri centrali di  Barcellona ed è questo ciò che chiamiamo gentrificazione. Mentre veniva espulsa la gente impoverita, si attraevano quelli che condividono gli appartamenti, i turisti e coloro che aspirano a diventare classe media. Il processo è durato circa 10 anni e poi si è surriscaldato. La Caixa, la prima banca catalana, si è sbarazzata del suo enorme patrimonio immobiliare, la “Colonial”, un anno prima dello scoppio della bolla del 2008. Altri non furono altrettanto cauti –  ad esempio quella che un tempo era la “migliore banca del mondo”, il Banco Popolare, è fallita e oggi è stata assorbita dalla Santander – e si sono bruciati comprando a prezzi esorbitanti e promuovendo finanziamenti milionari che non avrebbero mai potuto riscuotere.

3.La seconda onda: “Chi mi fa una legge?”

L’ondata attuale della gentrificazione è differente. Gli Stati e i suoi apparati  hanno fondi sufficienti per pagare il loro debito, quello con le linci bancarie e quello della sua  distruzione. Così, continuano a supportare il business, ma in un altro modo. Chi mi fa una legge? Dopo la distruzione tra il 2008 e il 2011, che coincide con l’ultimo grande ciclo di lotte globali, i governi hanno dovuto svegliarsi. Le nuove leggi del 2009 e del 2013 hanno ridotto il tempo di locazione e facilitato la creazione di società di capitale borsistico per gli investimenti immobiliari (SOCIM); adesso chiunque disponga di 5 milioni di euro da investire può avere lo 0% come imposta di società. Anche la moneta bancaria è allo 0% affinché possa scorrere sul mondo intero, mantenendo artificialmente in vita lo status quo di una civiltà che è già morta. Oppure, che è la  stessa cosa, che tutte le previsioni danno per impossibile. In ogni caso, hanno dovuto aspettare che andassero sul lastrico migliaia di famiglie, perdendo l’impiego, la casa, la salute e la dignità perché i prezzi si abbassassero per tornare a fare affari nel 2013

L’impoverimento della popolazione è stato brutale, i salari sono a terra e lo sfruttamento è alle stelle; quasi il 40% delle famiglie che vivono in questo paese sono sotto la soglia di povertà, anche se lavorano, secondo i dati dal 2017. Ma la “nuova” socialdemocrazia radicale, che sia populista o meno, parlamentare o meno, con il suo discorso legalista e miserabililista, creando un double bind con la repressione della legislazione di emergenza, è riuscita a neutralizzare un conflitto storico che, attualmente, avvelena massicciamente i cuori che così diventano reazionari.

E oggi, una volta passata l’ondata di suicidi legati all’insolvenza delle  ipoteche e create la “banche malate”, quelle che hanno  assorbito con denaro pubblico i debiti bancari, ora, i capitalisti passano all’incasso.

Il nuovo metodo, una volta convertita Barcellona in una stupida fabbrica globale del turismo, consiste nell’arrivare con milioni di euro e comprare interi edifici. Per noi, che viviamo e ci organizziamo in quello che sembrava l’ultimo quartiere abitabile del centro, è come un bombardamento. Boom. Sei milioni di qui. Boom. Cinque milioni di lì. Chi dà di più? Arrivano da non si sa dove, finlandesi, cinesi, francesi, israeliani e comprano edifici. Improvvisamente l’affitto sale del 20 o del 30%, o si raddoppia. O non ti rinnovano il contratto. Se hai un vecchio contratto d’affitto e non puoi fare niente a livello legale, preparati, perché ti renderanno la vita impossibile. Lavori in tutto l’edificio,   interruzioni dell’erogazione dell’acqua o della luce, inondazioni, trappole, minacce. E questo quando non assumono una delle nuove imprese criminali, create da gruppi di estrema destra, come Desokupa, installano un check-point al portone e ti obbligano sfacciatamente ad andartene. Boom.

4.Comunisti per bene

Le azioni del  governo municipale dei benicomunisti o dei “comunisti per bene”, come  chiamerebbe Tronti quelli di Barcelona en Comú,  è stata, in primo luogo, una debole moratoria per gli albergatori, fatta unicamente  per risponder alla pressione dei media di destra, mentre le capacità di  portata delle banchine del porto si ingrandiscono  per accogliere le immonde navi da crociera.

In più,  non hanno potuto pensare a nient’altro che sedersi a mediare con i grandi capitali, per vedere cosa si poteva fare per porre rimedio agli affitti in aumento. “Signora, la nuda e  cruda verità. è che Barcellona è molto appetibile. Non si sa come  è a buon mercato, se paragonata  a Londra o Parigi “, lei dice di aver ricevuto questa risposta.  “Ah, ok “. Barcellona rimbomba  ancora dalle  risate. Non si tratta di ingenuità né di tradimento. Alcune analisi italiane degli anni Sessanta, che aprirono il campo all’insorgenza di massa dell’autonomia diffusa negli anni Settanta, avevano già capito che, a partire dalla Rivoluzione del 1917, la socialdemocrazia in Europa formava integralmente uno degli ingranaggi dello sviluppo del Capitale a livello dello Stato. Come i sindacati a livello operaio. Ad esempio, depoliticizzando le lotte: “questa è violenza!”. O anticipandole, tramite una politica sociale che non è altro che la gestione della miseria.

Con il nemico si parla dopo averlo combattuto e mai prima. Ma questo è ciò che tutti i riformisti fanno finta di non capire. Per questo il primo avversario dei rivoluzionari è sempre la socialdemocrazia, quello che bisogna disattivare per poter affrontare il vero nemico ontologico-esistenziale: il capitalismo e il suo  mondo.

5.L’affare sta nei passaggi. La vita diventa impossibile.

L’affare dei grandi capitali – fondi pensione, fondi avvoltoi, vecchie famiglie e nuovi arrivisti – sta nei suoi  “passaggi”. Quanto più rapidi sono, tanto sono migliori. Un “investitore” compra per due milioni, vende a quattro, un altro compra a cinque e mezzo, caccia gli abitanti, ristruttura gli appartamenti e li vende a sette. Ultimamente i grandi fondi immobiliari non si preoccupano più nemmeno di ristrutturare. Un edificio da cinque o sei milioni di euro passa attraverso tre proprietari in un trimestre. La pressione aumenta ed il quartiere diventa inabitabile.  E alla fine accade la stessa cosa della bolla immobiliare precedente. Si scatena il capitalismo popolare. Ogni piccolo proprietario, con due o tre appartamenti, vede che il prezzo sta salendo come schiuma e vuole pure lui “la sua parte”. Non gli importa di rendere la vita impossibile alle persone che hanno passato una vita nel quartiere. Si fottessero.

Come recita un manifesto della recente campagna www.noensfaranfora.com per la manifestazione del 10 giugno, chiamata dall’ultimo coordinamento autonomo, e che invita a difendere i quartieri : “sono diventato ricco grazie a voi”. Evidentemente, alcuni fattori che si legano in parte al ciclo anteriore hanno facilitato questa invasione. Come la persistenza del marchio “Barcelona”, che approfitta di una certa aria trafficona da città portuale combinandola con la vena immaginativa della borghesia schiavista delle provincie. L’alleanza delle famiglie con il potere mediatico, politico e finanziario. Una legislazione tagliata su misura che, fin dagli anni ’90, si è impegnata ovunque per non lasciarci vivere tranquilli: la casa nella metropoli non serve per viverci ma per fare soldi sulle spalle di quelli che il denaro non ce l’hanno. Come dice un vecchio proverbio:

“Come si fa a far soldi con chi non ne ha? Si fanno perché sono molti”

Alla fine, quella che è chiamata con un eufemismo “economia collaborativa” non è altro che un capitalismo cibernetico al passo con un’epoca globale. Air-bnb, etc. danno velocità al lavoro degli sciacalli, intensificano la velocità di circolazione di immagini, rovine e stupidità e permettono di mettere in vendita, sotto il peso della valutazione continua, fino all’ultimo angolo di esistenza rimasto: la vecchia abitazione degli amici, una cena ed una conversazione informale in una casa il sabato sera, o il tuo più bel sorriso.

6.Il turismo è la fase rovinosa del capitalismo

Quello che non si riesce a capire è l’essenza stessa del processo. Quale attrazione può esserci nell’assalto massiccio dei turisti al cuore di una metropoli dove non si conosce nessuno? Uno deve fare finta di divertirsi e sicuramente riesce a distrarsi. E tuttavia, perché non si riconosce tutto quello che, come ogni atto “consumista”, l’esperienza turistica contiene in quanto a disincanto e frustrazione? Immagini e storie reclamano il nostro desiderio, ma la materialità dell’esperienza sensibile contiene sempre scontri e pericoli, è più ingrata, sporca, stancante. Questa distanza apre a quel po’ di frustrazione che è necessario recuperare per non essere da meno degli altri. E’ stato stupendo! “Ti proponiamo una esperienza unica”. Cazzate. Quello che rimane di autenticamente arricchente, come in ogni esperienza alla quale riusciamo ad abbandonarci, vive tra gli esseri.  E questo è precisamente quello che non si può pagare. Ma in una epoca tanto ansiosa, intristita e stanca come la nostra, quello che più abbonda tra gli esseri, aldilà degli infimi circuiti di solidarietà e amore, è il vuoto. Si può chiamarlo anche sfiducia, meschinità, ipocrisia, stupidità.

Fin dalle sue origini il turismo è consistito nell’andare a visitare le rovine di una vita. La differenza è che oggi le rovine non appartengono ad una vita passata bensì, totalmente, al presente. La turistificazione è la fase rovinosa del capitalismo. Sono le stesse vite di quelli che camminano come zombi nel cuore della metropoli che portano la rovina con loro stesse. Per quanto poi si cerchi di imbellettarle con i filtri di Instagram. La degradazione esistenziale è il riflesso fedele di una degradazione ecologica catastrofica, sono le due facce dello stesso processo vitale. Una volta si visitavano le rovine delle civiltà scomparse.  Oggi, una civiltà in rovina trascina tra le macerie del presente una massa informe di vite mutilate. La vita piena di ansia e di angoscia del turista rovina tutto quello che tocca. Rimangono dei quartieri dove la vita è falsificata, molte foto e notti di baldoria. Nessuno ha mai detto che una ecatombe non potesse avere il suo lato frivolo. Poi ci si stupisce che il suicidio sia la prima causa di morte in Occidente. In Occidente ci sono più morti per suicidio che tutto il resto di morte violente, mettendo insieme gli incidenti stradali, i femminicidi e gli omicidi.

Per questo lottare contro la gentrificazione può soltanto significare lottare contro la vita di merda che ci costringono a vivere. Lottare contro tutta la miseria che esiste tra di noi. “Difendere il quartiere è cambiare la vita” Questo significa, qui e ora, nella moltiplicazione esponenziale di gruppi ed assemblee di quartiere che preparano la lotta per Barcellona, seguire alcune intuizioni presenti e rispondere a quelle che mancano: 1) L’elaborazione di criteri politici che permettano a dei gruppi combattenti di chiarire localmente il campo delle ostilità. Come i 5 punti per la casa elaborati dal Sindacato di Quartiere di Poble Sec, che non sono tanto delle rivendicazioni quanto il desiderio di chiarire chi sono gli amici e chi è ostile. 2) L’invenzione di comportamenti offensivi che risuonino con quello che oggi esiste di più comune: il sentimento di rifiuto di questo mondo. Facendo appello all’agitazione di una gioventù che non ha futuro, contagiando l’allegria, la durezza e l’audacia che esistono nella lotta. 3) L’interruzione di un presente cibernetico popolato dall’isolamento, per incontrare tra i corpi una maniera di vivere che vibra nell’armonia che convoca la fine del mondo. Non quella del vecchio mondo, ma del mondo presente, come dice Marcello Tarì in Non esiste la rivoluzione infelice:

Soprattutto, bisogna sottolineare che quello che viene destituito non è propriamente il «vecchio», il passato, bensì il «presente». Un presente che è come un cubetto di ghiaccio nel quale è contenuto il passato che non passa e il futuro che non viene; un presente che vieta innanzitutto di uscirne, in qualsiasi direzione si voglia farlo.

Andare verso l’incontro, darsi il tempo, prendere velocità, condividere un luogo, inventare un ritmo. Come ha saputo dire la rivoluzionaria che citavamo all’inizio: bere a grandi sorsi l’odio puro dei proletari. Fuoco e acqua.

continua

(2ª parte: AUTODIFESA)

“Non ho avuto pietà di questa gente”

di Jacopo Bagatta

Ticinese e Porta Genova: breve storia di un Naviglio popolare

«La fossa che circondava le mura della città antica fu modificata ed ampliata sotto Ludovico il Moro (1496; la tradizione vuole per opera ingegneresca di Leonardo), in modo da introdurvi le acque del Naviglio. L’anello, di circa cinque chilometri, fu detto «Naviglio interno». Il tratto che passava davanti all’Ospedale Maggiore (oggi via Francesco Sforza) era comunemente chiamato «il Naviglio dell’Ospedale». Se ne può avere un’immagine particolareggiata da un disegno del Migliara (riprodotto nella Storia di Milano, XVI, p. 831) e da un quadro di anonimo, pure verso la metà dell’Ottocento, del Museo di Milano (ibid., p. 28).
“Tombon de San March”: cosí si era soliti “chiamare, con una metonimia popolare, lo slargo del Naviglio nei pressi della chiesa di San Marco (…) Ragazze tradite e uomini disperati venivano, fino a pochi anni fa, ad annegar nell’acqua torpida del Tombone le pene dell’amore e quelle della miseria”
(Bacchelli, art. cit.). Dante Isella 1.

Nel 1928, o se si vuole a partire dal VI anno dell’Era Fascista, un certo Albertini, ingegnere capo dell’ufficio urbanistico del comune di Milano, dichiara con un comunicato ufficiale: «il Naviglio è un pericolo sociale per l’attrazione che esercita sui deboli e sui vinti di una grande metropoli, i suicidi; è un
pericolo pubblico nelle notti invernali, nebbiose, per uomini e vecchi che vi possono precipitare. Del resto nella nuova vita italiana voluta dal Fascismo, le ragioni di affermazione e miglioramento della razza debbono avere il sopravvento sopra ogni altra considerazione. La vita delle nostre grandi città è
tutta pervasa da uno spirito nuovo di realizzazione e di potenza…»2. Con questo “decreto”, che prometteva «miracoli viabilistici»3, viene dato avvio al piano urbanistico che porterà all’interramento di tutto il naviglio interno, che delimitava il perimetro della Milano dell’età comunale.

L’anno successivo un grande poeta milanese, molto legato alla città e alla sua geografia, scrive una poesia in dialetto dal titolo Navilii. Delio Tessa, questo è il suo nome, mette in scena un dialogo tra l’acqua e il Naviglio nel tratto che passava davanti all’ospedale Maggiore, in via Larga, oggi Università
degli Studi di Milano: il Naviglio parla con la sua acqua, che viene «dai brugher de Tesin dove se cobbiom», dalle brughiere del Ticino dove ci congiungiamo, fra la rurale Turbigo e Boffalora, su a nord.
Viene svegliato dalla sirena delle ambulanze che entrano all’ospedale, non riesce a dormire, durante le poche ore di vita che gli rimangono intrattiene l’ ultima conversazione con la sua vecchia amica che scorre fra i sui argini. Stanno venendo a interrarlo, il piano urbanistico ha preso avvio. Ricorda quindi i vecchi tempi, il «tombon de San March», il Tombone di san Marco, pozzo d’acqua profonda in cui si gettavano i suicidi, il caffé Birra Italia, i «temp d’Ara-Bell’Ara!», in cui Berta filava 4. L’acqua lo esorta a dormire. Quante ne abbiamo viste vecchia amica mia… ma in fondo hai ragione, è meglio dormire… ecco
che l’è rivaa la ruspa… mi vengono a interrare, e allora dormiamo, vecchia mia, meglio così, perché «In sto mond birba, pien de travaij, l’unech remedi l’è de dormì», in questo mondo furfante, pieno di affanni, l’unico rimedio è dormire 5.

Più di trent’anni dopo, nel 1960, un altro poeta meneghino, Elio Pagliarani, narra una storia allora molto comune, molto meno comune come materia narrativa di poeti e scrittori: si tratta della storia di «Carla Dondi […]/ Ambrogio di anni/ diciassette primo impiego stenodattilo/ all’ombra del Duomo».
La storia, La ragazza Carla, è ambientata dodici anni prima, nel 1948, e narra della parabola formativa di una ragazza di origini contadine nella metropoli, uno degli innumerevoli casi di immigrazione a scopi lavorativi di una famiglia di campagna nella grande periferia operaia di Milano. Perché sì, via Ripamonti, oggi pieno centro, meta di profumati bevitori di cocktail del sabato sera, allora era periferia estrema:

Di là dal ponte della ferrovia una trasversa di viale Ripamonti c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina. Il ponte sta lì buono e sotto passano treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina i camion della frutta di Romagna.

Milano è stata una delle tre città, insieme a Torino e Genova, in un paese ancora profondamente rurale, a sentire le scosse urbanistiche, sociali ed economiche della rivoluzione industriale europea di fine ‘800.
Il periodo appunto della Belle Epoque milanese, quello immediatamente precedente la grande guerra, tra il 1903-04 e il 1912-13 , quello che ha visto la buona borghesia meneghina, grazie al proliferare delle industrie e del commercio, darsi all’opulenza e alla vita mondana. Lo stesso che ha anche visto masse di contadini fino allora mai conosciute rispondere all’ «irresistibile richiamo che il mondo cittadino esercitava sulle campagne» 6: in quel periodo il tasso di immigrazione ha iniziato a viaggiare intorno alle 10.000 unità annue. Fu in quel momento che ci furono le prime avvisaglie del cambiamento in atto, in cui, un’ altra volta 7, e forse in modo ancor più determinante, si verificarono a Milano alcuni dei fenomeni tipici dell’urbanizzazione di massa: l’espulsione del ceto popolare e artigiano dal centro urbano per far posto ad uffici amministrativi e banche, la formazione di enormi quartieri dormitorio
operai malserviti e inospitali. Questi quartieri popolari-tipo erano allora (suona strano ma è così) luoghi come il Ticinese, Porta Genova, via Ripamonti. Questo è il motivo per cui un autore di simpatie democratiche e popolari come Delio Tessa scelse per i suoi componimenti di adoperare il dialetto, lingua del ceto artigiano medio-basso che veniva espulso dal centro storico di allora durante il primo grande esodo verso l’esterno.

Tutto ciò, se si esclude il prevedibile periodo di riflusso della Grande Guerra, non fece che aumentare negli anni successivi: nel 1907 gli immigrati registrati arrivarono a 20.000, nel 1913 a 29.000, fino ad arrivare nel 1927 al record di di 46.000 immigrati in un anno 8. Neanche il ventennio fascista, che fece motivo di propaganda l’esaltazione della vita rurale del buon contadino italiano, fermò questa tendenza, che si mantenne stabile durante tutto il periodo. Solo la guerra e l’immediato dopoguerra rappresentarono un freno. Durante questo periodo infatti si registra un forte calo dell’immigrazione a Milano, e in certi momenti il flusso risulta invertito.

La zona della darsena di piazza 24 Maggio e di porta Genova era fortemente popolare. In questo periodo nascono le prime osterie, le taverne operaie dove i lavoratori e gli abitanti del quartiere mangiano, bevono e riescono a trovare qualche momento di socialità e svago, osterie sopravvissute pressappoco per tutti gli anni ’70, che hanno contribuito a costruire quell’immaginario così caratteristico che ci è stato tramandato. Proliferano anche le case chiuse e il fenomeno della prostituzione, e, ovviamente, la criminalità. Bambini di strada che si dedicano a furti e rapine, scassinatori, contrabbandieri di refurtiva e sigarette. Tutto ciò era favorito dall’esistenza del porto, il fluviale più grande d’Italia, luogo del contrabbando, dove le navi che scendevano il naviglio dal Ticino cariche di materie prime favorivano, nel tumulto delle attività portuali, lo sviluppo del commercio illegale.

Non così diversa, dice il Pugni, la Milano dei primi decenni del ‘900 da quella Parigi narrata mezzo secolo prima da Hugo. Con i suoi affittacamere profittatori, con la sua via della Conca e il Bottunuto di via Larga, che faceva storcere il naso alla Milano bene abitante lì a due passi, poi distrutto nei primi anni ’30 dopo il piano regolatore del ’26, e tutte le altre zone di malaffare in cui mio nonno ricorda come sua mamma gli sconsigliasse premurosamente di andare a giocare da bambino, con le loro prostitute, i loro ladri e i loro straccioni.

Questa la darsena dei primi due decenni del ‘900. Poi il piano Albertini del 1934. Cosa fece il piano Albertini? Innanzitutto sotterrò buona parte dei navigli interni, ma, oltre a questo, diede avvio ad un progetto urbanistico che portò all’abbattimento dei quartieri popolari del centro storico situati attorno a
piazza Duomo, ridimensionò il quartiere operaio dell’Isola per far spazio agli ammodernamenti ferroviari della stazione di porta Garibaldi, avviò i lavori di costruzione della nuova stazione Centrale.
Memore inoltre delle 5 giornate, del biennio rosso del 1919 e ’20 e del lavoro che fece a Parigi il collega urbanista Barone Haussman 9, il nostro Albertini sventrò e demolì edifici e giardini della Milano storica nelle zone di via Torino, San Babila e via Larga, per creare quei gran viali milanesi che conosciamo tanto bene in luogo di quei viottoli intricati tanto adatti per le barricate. È il primo passo di un processo che troverà definitivo compimento con la ricostruzione postbellica e che porterà il volto di Milano a divenire
totalmente irriconoscibile.

L’effetto principale del piano regolatore fu il significativo ingrossarsi, in quegli anni, delle fila dei milanesi rimasti senza casa. «Una milizia che non poteva permettersi di pagare le pigioni del liberismo economico auspicato dalla borghesia che dopo il 1922 premeva per le soluzioni “finali”. Nel breve lasso
di tempo a cavallo tra le due guerre mondiali i piani regolatori e gli interessi “forti”, pur curando a loro modo l’estetica del centro cittadino, gettarono le basi di quella struttura urbana milanese che oggi ben conosciamo. Per far fronte al problema dei senza tetto, si pensò di “periferizzare” questa scomoda
popolazione nei territori dei comuni della cinta cittadina che furono accorpati a partire dal 1923» 10. La zona del Ticinese e di porta Genova contribuì a ospitare questa tipologia di persone. Nascono le “case minime” per sfrattati in cui si ammassano le migliaia e migliaia di famiglie milanesi rimaste senza
casa 11.

Penserà la guerra a concludere ciò che Albertini aveva iniziato.

Milano è la città in assoluto più devastata d’Italia, il termine “rasa al suolo”, almeno per quanto riguarda la cerchia dei bastioni, in questo caso va preso alla lettera: «nel solo periodo dei bombardamenti dell’agosto del 1943 andarono completamente persi 1500 edifici, 11.000 furono lesionati irreparabilmente, altri 15.000 furono danneggiati. Tenendo conto che in totale la città contava all’epoca 40.000 fabbricati ad uso civile, non è difficile farsi un idea» 12.
Due bombardamenti in particolare furono devastanti per la zona del Ticinese e di Porta Genova. Il primo fu il 24 ottobre 1942: una settantina di bombardieri Lancaster inglesi della R.A.F. scaricarono 135 tonnellate di bombe uccidendo 171 persone; il secondo ebbe luogo il 14 febbraio 1943 con più di 120 aerei della R.A.F., l’attacco causò la distruzione di quasi 1000 case, 27 industrie e la morte di 459 civili innocenti 13.
I campi profughi di lamiera, senza luce né acqua, per le migliaia di famiglie rimaste senza casa sopravviveranno lungo la circonvallazione e nelle periferie fino alla metà degli anni ’60. E’ la nascita delle cosiddette coree, che verranno ingrossate dalle fila dell’immigrazione lavorativa degli anni successivi; assolutamente prive di servizi, delle vere e proprie baraccopoli, l’equivalente meneghino delle borgate romane, solo meno istituzionalizzate 14.
La ricostruzione postbellica ci regalerà quei capolavori quadrati di razionalismo anni ’50 che non mancano mai di rifocillarci la vista ogni volta che usciamo in qualche vialone dalla metropolitana.
Durante gli anni della ricostruzione inizia anche, più rallentata negli anni ’50 ma già presente, l’esplosione dell’immigrazione di massa legata al boom economico di cui Milano sarà il motore principale dell’intera penisola, e la zona del Ticinese e di porta Genova vedrà la costruzione di immensi casermoni popolari per rispondere al sovraffollamento della popolazione. Ecco la storia de La ragazza Carla di Pagliarani e quella di migliaia di altri giovani immigrati di origini contadine che vennero a Milano in cerca di fortuna. E fu così che, sempre in quella zona che oggi è una delle mete predilette di quella gioventù patinata e rampante, «nell’incertezza che regnava in una Conca del Naviglio
abbandonata a se stessa, tra i muri sbrecciati frammischiati alle impalcature lignee piantate a sorreggere improbabili cartelloni pubblicitari, posti per tamponare i vuoti delle distruzioni dell’ultima guerra, si intensificarono le attività tipiche degli anfratti cittadini scarsamente illuminati. Fu per questo motivo che la zona compresa tra il Ticinese e Porta Genova assunse ben presto nelle cronache una denominazione alquanto esotica: la Kasba» 15. E nella Kasba c’è il «tradizionale motore umano di questo agglomerato di attività», la ligera, la mala milanese. Primo Moroni, libraio in Ticinese e testimone attivo dei mutamenti sociali che sconvolsero la zona posta a Sud di Milano tra gli anni ’50 e ’70, così la definisce: «La ligera […] negli anni Cinquanta, nel tumultuoso dopoguerra, nell’Italia stretta nei sacrifici della ricostruzione, fu più che altro un tentativo fatto nei quartieri popolari, operai e proletari, di sfuggire al destino che sembrava inevitabile della disciplina di fabbrica» 16. Piccoli furti, contrabbando, ricettazione, queste le attività principali. Si trovano nelle osterie, nei bar, nelle taverne che sorgono numerose nei dintorni del porto. A destra della darsena e del porto la Kasba, a sinistra
l’alzaia del Naviglio.

«Giulio Confalonieri, musicista, compositore e storico della musica, frequentò da vicino i cosiddetti barboni di Milano. Evidentemente, i personaggi dell’emarginazione milanese degli anni 1950 e ‘6o cantata da E. Jannacci ne avevano di cose da raccontare, anche ad un maestro. La “Flavia” che proprio nella Conca del Naviglio perse metà della sua casa di ringhiera sotto le bombe della R.A.F., i suoi fratelli straccivendoli allievi del “Cagnatt” (forse l’ultimo campione nell’arte degli ‘strasciée’ 17), il Pierino, il Leonardi, l’Amleto, il Moro, “el Frigurifer” e tanti altri ancora furono gli amici che Confalonieri frequentò nella società “larga” compresa tra Porta Genova, Porta Ticinese, e il dedalo di viuzze che si spingevano verso via Torino, e poi ancora in su fino all’inizio di via Larga proprio dove un tempo sorgeva il vecchio Bottonuto, territtorio di malaffare e di case di tolleranza 18. Era un centro cittadino non ancora “normale” quello descritto dal Confalonieri; alle osterie, ai trani e alle bettole permeate da potenti odori a base di alcool e “trinciato nazionale” non si erano ancora sostituite le attuali rassicuranti vetrine luccicanti in stile mittel-europeo»19.
L’immediato dopoguerra finisce, il boom economico scoppia. Nel solo 1961 Milano vede trasferirsi fra i suoi confini più di 81.000 persone. I quartieri popolari che già esistevano mutano il loro assetto e la loro geografia per ospitare le centinaia di migliaia di immigrati che provengono principalmente dal sud e dal Veneto, al punto da divenire irriconoscibili. Accanto alle case minime del periodo fascista sorgono gli immensi palazzoni popolari di Quarto Oggiaro, Comasina, Giambellino-Lorenteggio, Corvetto, che assumono l’aspetto che conosciamo ancor oggi. Veri e propri quartieri-dormitorio dove si verificano i sintomi normalmente connessi a questo tipo di fenomeni urbani, che non mancano di occupare le prime pagine dei giornali locali e, nei casi più vistosi, nazionali. Le coree si ingrandiscono. Io stesso vivo ad una cinquantina di metri da una zona residenziale di villette chiamata dagli abitanti del quartiere “villaggio Bovisasca”, che sorge dalle ceneri di un ex corea sottoproletaria. Inizia la lotta delle classi popolari e meno abbienti, che non riescono a seguire il ritmo della neonata società del benessere, per restare all’interno della cerchia delle mura spagnole che delimitano il centro storico, in cui cominciano, lentamente, a sorgere i primi locali alla moda per il divertimento della nuova borghesia industriale, che ovviamente non vede di buon occhio la forte presenza operaia, popolare e sottoproletaria radicata nella zona. Nell’area del centro, sopratutto inizialmente in via Larga, sorgono i primi Night Club, i Pub, I locali notturni alla moda. La ligera, definibile fino ad allora come una vera e propria criminalità popolare e “romantica”, che si dedicava ai piccoli furti e al contrabbando con il solo scopo della sussistenza, inizia ad assumere i connotati di una vera e propria criminalità organizzata, che gestisce molti di questi locali alla moda e si dedica nel frattempo ad attività illecite di ben altra natura.
Lo scopo è quello di arricchirsi e di fruire così dei benefici che la neonata società dei consumi fornisce alla classe benestante 20. È in questo momento che inizia a verificarsi quella mescolanza tra ceto popolare e ceto borghese, il quale comincia ad insediarsi anche nelle zone più “centrali” del Ticinese e di
porta Genova. Parte lentamente il grande esodo dal centro verso le periferie operaie. Il porto, che fino ad allora era stato un crogiolo di incontri e di esperienze di vita vissuta, smette di ospitare i barconi e le attività ad esse connesse intorno al ’71. Ognimodo una realtà popolare nella zona del Ticinese (allora comunque ancora considerato periferia rispetto al “centro storico” propriamente detto, quello delle mura spagnole, e che anzi fu uno dei quartieri “ospitanti” le masse popolari provenienti dalle aree centrali) continuerà a sopravvivere forte e radicata fino a tutti gli anni ’70. Molte osterie restano in
piedi, e un fenomeno nuovo invade questi quartieri: quello della contestazione studentesca. Una forte presenza comunista, legata al partito di allora, c’è sempre stata in queste zone, ma il fenomeno della contestazione giovanile riempie i viali della darsena di energia nuova. I bar e le osterie popolari si
riempiono di studenti e giovani che si trovano per discutere, dibattere, studiare o semplicemente svagarsi e bere in compagnia. Qui studenti e operai si incontrano e si confrontano. Quel crogiolo di corpi e di esperienze contribuirà a dare vita ad uno dei movimenti politici più vivi ed energici della storia della nostra città e del nostro paese. Basta chiedere ad uno qualsiasi dei nostri genitori, che abbia frequentato quella zona anche solo un po’, per farsi un idea del clima suggestivo e particolarissimo che doveva esserci all’epoca. È in quel periodo che viene occupato lo storico centro sociale Cox 18 in via Conchetta, che ospiterà nei decenni successivi la libreria Calusca di Primo Moroni, aperta tutt’oggi e inespugnabile fortezza ideologica e politica, oltre che prezioso fortino di testimonianze della Milano di quegli anni 21.

Così per tutti gli anni ’70. Poi l’esplosione del ’77, la grande sconfitta, il riflusso degli anni ’80, la deindustrializzazione e il dissolvimento della cultura e della classe operaia. Questa è storia recente. Milano si avvia a diventare una metropoli-piattaforma internazionale basata sul terziario avanzato.
Milano diventa la città della moda. Milano diventa la Milano da bere. La gentrificazione totale di quelle zone che fino ad allora si erano mantenuti popolari per diversi secoli (erano infatti quartieri artigiani e contadini già da prima della primissima industrializzazione, nelle poche case a ringhiera sopravvissute nel Ticinese si possono ancora vedere le cantine utilizzate per la produzione di formaggi) avviene nel giro di un batter d’occhio: i prezzi aumentano, il costo della vita diventa insostenibile; le masse operaie,
proletarie e contadine si spostano. Il definitivo esodo delle classi meno abbienti nelle periferie più estreme trova completo compimento. Il Ticinese, con la sua darsena, e il quartiere di Porta Genova, nel giro di pochissimi anni diventano il fulcro della Milano da bere, molte vecchie osterie chiudono i
battenti, altre si riconvertono in ristoranti alla moda. Sono passato di recente davanti all’osteria Briosca sulla darsena, frequentatissima da mia madre negli anni ’70 e nei primissimi anni ’80. Spesso mi ha raccontato delle esperienze vissute in quel posto, bazzicato da lei quasi quotidianamente. Per curiosità
sono entrato a dare un occhiata, ma sono dovuto uscire subito. Sentivo una stretta al cuore solo comparando le storie di mia mamma con ciò che è diventato quel posto. Che c’è ancora da dire?
Pochissimo è cambiato da allora. Ciò che è diventata quella zona, ormai patria, come detto, di fighetti e figli di papà, ce lo abbiamo tutti davanti agli occhi. Sembra che la ciliegina sulla torna, il definitivo compimento, il suggellamento della vittoria del consumo e del benessere nella città vetrina internazionale sia stata l’ultima ristrutturazione della darsena per EXPO. Ora la darsena del Naviglio di porta Ticinese, che fino a due anni fa era rimasta abbandonata a se stessa, con un vialuzzo d’erba che costeggiava l’acqua raggiungibile tramite stretti scalini e frequentato solo da qualche senzatetto, è diventata un largo e illuminato marciapiede di mattoncini rossi segmentato da pali della luce con cartelli della Vodafone posti ad intervallo regolare di 10-15 metri. La popolazione che passeggia su quei marciapiedi preferisco lasciarla all’immaginazione. I locali che ci si affacciano anche. Vi consiglio solo,
se mai aveste voglia di andare a farvi un giro, di fare un buon prelievo in banca. Se poi doveste avere un attimo di straniamento in cui, per qualche secondo, pensiate di essere sul lungomare di Rimini passeggiando tra le lucine colorate state tranquilli, è assolutamente normale. Questo succede ad una
città che non ha consapevolezza del suo passato, che non conosce la sua storia e quella delle strade e dei quartieri su cui cammina in fretta per andare al lavoro. Questo succede ad una metropoli internazionale che «con cieca avidità al denaro e al progresso ha sacrificato le tradizioni, i valori, la storia, il senso di
appartenenza»22. Questo succede a dei milanesi che «“sono dei sordomuti”- e indicò con la mano spiegata la schiena dell’auriga, la coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti- “i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu il Belloveso. Belloveso fu il Romolo e Remo di Milano. Il
gallo Belloveso, signore, che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent’anni avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d’Italia. E a Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa”» 23.

Voglio, per concludere la breve storia, riportare l’intero commento di Francesco Erspamer, professore di lingue e letterature romanze all’università di Harvard, a proposito, per citare un altro avvenimento legato ad EXPO, della così definita “devastazione” del centro città il 1° maggio 2015 da parte dei Noexpo durante l’inaugurazione della fiera, con relativa successiva attività di pulitura delle “spugne di mastrolindo”, simbolo della società benpensante meneghina tutta:

«I black-bloc non hanno lasciato nemmeno un graffio permanente sul volto di Milano. […] Le oscene cicatrici che vediamo e non potranno essere cancellate le ha fatte la cieca avidità di un sistema che al denaro ha sacrificato le tradizioni, i valori, la storia, il senso di appartenenza e che fa finta di
ricordarsene solo quando dei ragazzi senza passato e senza futuro si ribellano come possono, come sanno»24.

1 Commento di Dante Isella alla poesia Navilii di Delio Tessa: Delio Tessa, Altre Liriche (1999) a c. di Dante Isella, vol 2, Einaudi, 2013 p. 429.
2 D. Franchi, R. Chiumeo, Urbanistica a Milano in regime fascista, p. 58, La Nuova Italia, Firenze, 1972.
3 Per questa vicenda si veda Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, a cura del
CRAAL Ospedale S. Paolo, Dicembre 2001, p. 86.
4 Inizio di un’antica filastrocca, di senso oscuro (la si veda nel Cherubini), con cui i ragazzi facevano la conta nel gioco
del nascondino. Per Ara bell’Ara è invece data una spiegazione “mitologica” da Laura Maragnani e Franco Fava in
Leggende e storie milanesi, Meravigli, 1984, pp. 145-147.
5 Per la poesia completa si veda Delio Tessa, Altre Liriche (1999) a c. di Dante Isella, vol 2, cit. pp. 429-435.

6 Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, cit. p. 13.

7 Le prime grandi trasformazioni urbanistiche risalgono alla seconda metà del secolo precedente, che fra l’altro vide la costruzione, conclusa nel 1876, della galleria Vittorio Emanuele II, ad opera dell’architetto Giuseppe Mengoni. Sotto questo punto di vista Milano fu , considerando il contesto italiano, una città molto “precoce”.

8 Dati riportati in ivi p. 13, a loro volta tratti dalle tabelle elaborate dal Dott. Michele Dean in Milano Città in Guerra, Feltrinelli, 1973, Milano.

9 Il quale costruì alcuni boulevard di Parigi a sua volta memore delle sollevazioni del 1831 e del ’48 che si servivano
dei quei vicoli labirintici, perfetti per barricate e sommosse, per mettere a ferro e fuoco la città.
10 Ivi p. 57.
11 Anche Villa Litta ad Affori venne parzialmente convertita in ricovero, insieme all’ex manicomio Senagra in corso XXII Marzo e alla zona di Corvetto di recente finita sotto i riflettori mediatici. In questo periodo nascono anche le
prime case minime e il ricovero comunale a Quarto Oggiaro, quartiere che raggiungerà il suo massimo “splendore” durante la grande immigrazione del boom degli anni Sessanta di cui a breve. Il Giambellino invece vedrà le prime
case minime costruite per ospitare gli esodati dopo il piano regolatore del ’26 (suggellato poi da quello di Albertini del ’34) che distruggerà il Bottonuto di via Larga e i quartieri adiacenti nei primi anni ’30.

12 Ivi p. 92.
13 Dati tratti dal Pugni da R.A.F., Bomber Air Command, Rapporto attacco n. 107, 24 ottobre 1942, in Storia illustrata
n. 267, febbraio 1980.
14 Si veda Franco Alasia e Danilo Montaldi, Milano Corea, inchiesta sugli immigrati negli anni del «Miracolo» (1959), Donzelli Editore, Roma, 2010 e Jhon Foot, Milano dopo il miracolo, biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 54.
15 Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, cit. p. 97.
16 Ca’Lusca, scritti e interventi di Primo Moroni, p. 19.
17 «Gli “Strascee” giravano con un carrettino spinto a mano ed i più importanti con un carro trainato dal cavallo. Ritiravano di tutto, stracci, ossa, anche rottami di ferro, ed in cambio davano aghi, ditali, cucirini, soda, lisciva,candeggina, sapone, mollette per stendere la biancheria,spazzole per lavare, pettini, etc. Una specie di baratto che aveva il doppio vantaggio di liberarsi di cose inutili e di avere in cambio cose che potevano servire. Erano anche molto astuti tanto da coinvolgere anche i bambini che si davano da fare per trovare cose da dar loro ed avere in
cambio le biglie colorate di terracotta. L’urlo di battaglia degli “strascee” era: “Strascee donn! Conegrina e savon” (Straccivendolo donne! Candeggina e sapone) ma ne ricordo uno che diceva anche: “Donn, compree el battipann
per i marì che tornen a cà ciocch!” (Donne, comperate il battipanni per i mariti che tornano a casa ubriachi)»,
http://www.agendamilano.com/AM2_Pagina.asp?IdPag=303
18 Case di tolleranza che verranno definitivamente chiuse dalla legge Merlin del ’58.
19 Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, cit. p. 52.
20 Un interessante contributo sull’argomento è fornito dal documentario di Tonino Curagi e Anna Gorio Malamilano. Dalla liggera alla criminalità organizzata. Disponibile sul canale youtube: https://www.youtube.com/watch?
v=10P2HTCad4U.
21 Ringrazio in particolare Totò della libreria Calusca per avermi fornito l’interessante libro di Gianfranco Pugni ampiamente citato in questo articolo.
22 Dal commento di Erspamer di cui sotto.
23 Massimo Bontempelli, La vita operosa, avventure del ’19 a Milano (1921), Metropolis Edizioni Unicopli, Milano,
2013, pp. 92, 93.

24 http://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2015/05/02/milano-e-lexpo-a-ferro-e-fuoco-ovvero-lapropaganda-
liberista-allattacco/

Decoro e repressione nella città vetrina

di Luigi Narni Mancinelli

Due immagini, due eventi recenti avvenuti sul lungomare della città di Salerno. Nella prima immagine il governatore della Campania, già sindaco-sceriffo e ventennale “uomo solo al comando”, inaugura un bar alla moda, uno di quei locali in cui non ti fanno entrare se non hai il vestito buono. Attorno al politico del Partito Democratico si raduna un gruppo di ambulanti senegalesi con le loro famiglie al seguito, arrivati alla kermesse per discutere del loro allontanamento dal lungomare. Dopo le sorridenti foto di rito con i bambini e soprattutto dopo aver pronunciato alcune diplomatiche parole di circostanza e di apertura nei confronti degli ambulanti, il governatore rilascia alla stampa delle dichiarazioni di fuoco, in cui insulta la comunità senegalese e ribadisce il suo volere insindacabile, per cui gli ambulanti devono andare via dal lungomare, altrimenti sono dei cafoni e dei violenti.

Come si è arrivati alla chiusura di quella che è la passeggiata-vetrina per i salernitani e i turisti, dopo che le comunità senegalesi e bengalesi per decenni vi avevano esposto le merci senza suscitare nessun problema?

Seconda immagine. Il consigliere comunale dell’opposizione di sinistra, appena nominato coordinatore del movimento che inneggia alla “democrazia e autonomia” in Campania, gira il lungomare con la telecamera per documentare la presenza di “abusivi”, incitando la polizia a sgomberarli e a ripristinare la legalità. La polizia municipale ormai è sempre presente sulla zona a traffico limitato, chiudendo la strada dai due lati con le camionette e facendo irruzioni improvvise: gli ambulanti sono con le loro lenzuola bianche sempre sul chi va là, pronti eventualmente a fuggire. Le retate sono diventate frequenti, anche quando non sono sponsorizzate dai politici di sinistra, e chiudono il cerchio della trasformazione a uso di vetrina spettacolarizzata della città “turistica ed europea”, quella dal cui centro devono essere espulsi tutti quelli che rovinano questa immagine patinata. Se la maggior parte degli ambulanti è presente in città da decenni e si trova con i requisiti in regola per quanto riguarda il permesso di soggiorno, la loro vita a Salerno risulta comunque compromessa:

“Non c’è più lavoro. Ora la guardia di finanza e i vigili controllano il lungomare per l’intera giornata. Mi hanno sequestrato la merce, fatto una multa, e non ho i 300 euro necessari a ricomprarla. Sono venuti a controllare le case dove viviamo. Prima guadagnavo 500/600 euro al mese, ora non riesco nemmeno a coprire le mie spese mensili che tra affitto, cibo e ricarica telefonica per poter sentire la mia famiglia, ammontano a 300 euro mensili”.

“Ho subito tre multe in pochi giorni, non si riesce più a lavorare per strada, sono venuti a controllarci anche nelle case, denunciandoci perché davamo una mano a un connazionale arrivato da poco che ancora deve presentare domanda di asilo, ospitandolo in casa e sfamandolo dopo due giorni di digiuno; ci costringono ad avere paura ad essere solidali con le persone in difficoltà; vivo a Salerno da dieci anni ma mi stanno costringendo ad andare via con le lacrime agli occhi da questa città dove avevo costruito tante buone relazioni e ho tanti amici, e provare a ricominciare da zero altrove”.

Queste le testimonianze di due ambulanti, cittadini che sarebbero stati “integrati” secondo gli stessi canoni della retorica democratica: prima integrati e adesso ributtati ai margini di una condizione esistenziale e sociale decisamente insostenibile. Non basta, la recente legge Minniti-Orlando (sempre politici di sinistra, si noti solo di sfuggita questa “sinistra” ricorrenza) ha bisogno di spettacolarizzare ulteriormente la repressione, trasformare in “decoro” il degrado delle esistenze povere e non assimilabili nella città vetrina: per questo può capitare di vedere il Questore in persona partecipare alle retate assieme alla polizia in cerca di “clandestini”, sempre sul lungomare, in presenza della stampa, così come può capitare che l’arresto e la deportazione annunciata in tutta fretta sui media sia in realtà smentita poche ore dopo dalle stesse persone incontrate per strada e rilasciate perché in possesso del permesso di soggiorno.

Se non come artefice della stessa repressione, la sinistra (di governo, di opposizione, sindacale o sociale che sia) si misura nel contenimento delle lotte che nascono dal basso e cercano di resistere alla situazione emergenziale creata ad arte dallo Stato. Finito il corteo degli ambulanti, convocato dopo estenuanti mediazioni con il Comune, dopo la chiusura della giunta e del sindaco rispetto ad ogni possibile ipotesi di presenza degli ambulanti sul lungomare, quello che il vertice del sindacato riesce ad ottenere (più che altro per frenare la protesta degli ambulanti che avevano immediatamente occupato le vie del centro) è un incontro con il Prefetto. Incontro per altro mai avvenuto nei giorni seguenti, bisognerebbe quindi anche chiarire il ruolo del Prefetto in tutta questa storia. Lasciamo dunque la parola al sindaco di Salerno, che fa luce sulla questione:

“Per quanto riguarda il contenimento dell’abusivismo commerciale stiamo lavorando attivamente. Già la scorsa settimana i nostri vigili urbani insieme con altre forze di polizia hanno tenuto sotto controllo il lungomare, però ora con l’incontro che abbiamo avuto col prefetto abbiamo posto sul tappeto anche questo aspetto della tenuta del territorio per quanto riguarda il fenomeno dei venditori abusivi e il Prefetto e il Questore ci hanno garantito una piena collaborazione”.

Insomma la collaborazione funziona, lo Stato è presente e deciso a far rispettare ordine, legalità, decoro e le attività commerciali che vengono inaugurate dal governatore della Campania. Eppure le lotte degli ambulanti, come sta accadendo un po’ dovunque in Italia in queste settimane, vanno avanti, spinte dalla necessità esistenziale delle persone in carne e ossa ma anche dall’ottusità e dal muro di gomma delle istituzioni. Se non c’è nessuno spazio di mediazione è allora il caso di fare piazza pulita delle rappresentanze interessate delle lotte altrui, che non possono portare a nulla, specie in questo caso. È il caso invece di aprire un discorso comune sulla possibilità di costruire la solidarietà verso una vera autorganizzazione dei lavoratori e riflettere su quanto la riduzione della città-vetrina a negozio militarizzato sia un problema per tutti gli abitanti della città. In questo senso la questione si collega alla stretta repressiva in atto sui migranti, alla loro gestione fatta attraverso il sistema di accoglienza e reclusione. Ogni illusione di gestire questo sistema dal basso, per un’accoglienza “degna”, naufraga di fronte al disegno esplicito delle istituzioni e di tutto lo scenario politico di gestire la chiusura delle frontiere senza più mezze misure. Non rendersene conto sarebbe tragico.

BOLOGNA “FOOD CITY”: appunti su cibo, smart city e gentrificazione

di Eat the Rich

“Brindo al costruttore che sa rimuovere i ghetti senza rimuovere la gente, così come brindo al cuoco che sa fare le frittate senza rompere le uova”  Robert Moses

Vi sarà certamente capitato, imboccando senza troppa attenzione l’ennesima rinomata strada del turismo italiano, infarcita di ristoranti l’uno identico all’altro, di soffermarvi per curiosità ad ascoltare quella voce che vi sponsorizza “il carciofo più croccante di tutta Roma” o “l’autentico risotto meneghino”.

Un attimo di distrazione, un cedimento momentaneo ed eccoci là, seduti al solito tavolo dalla tovaglia a scacchi, forchetta alla mano, con la fastidiosa sensazione di essere stati truffati.

Fino a qualche tempo fa la città di Bologna sembrava ancora non essere stata toccata da dinamiche simili, ultima avvisaglia di uno spazio urbano ben rodato al passaggio di frotte di turisti.

Eppure i governanti cittadini hanno infine ben deciso di scoprire la vocazione turistica della città, per non essere da meno rispetto alle altre grandi attrazioni della penisola.

Dopo aver tentato la via della città della cultura, con l’università più antica del mondo, i musei riempiti di murales, e la riscoperta edulcorata dei suoi fasti controculturali, hanno presto capito che per arrivare a quel turista “acculturato e consapevole” (e dal portafoglio ben gonfio, ci sentiamo di aggiungere alle parole del governatore dell’Emilia-Romagna) era più semplice prenderlo per la gola.

Anche la capitale della mortadella ha deciso di partecipare all’affannosa gara per salire sul podio di città più cool e accattivante sul mercato.

La storia delle trasformazioni urbane ci insegna che queste sono sempre violente e per nulla interessate (preoccupate dei) ai “danni collaterali”. L’efferata ironia del “master builder” Robert Moses dovrebbe giustificare mezzo milione di sfratti nei suoi quarant’anni di dominio su New York.

Il potere per dispiegarsi agisce in maniera molteplice e all’apparenza contraddittoria e nella catena di montaggio dello spazio di profittabilità è richiesta una guerra su più fronti: non basta ingolosire lo spettatore, servono gli investitori, ovviamente, e qualcuno che li legittimi. Non basta far colare il cemento delle infrastrutture sui quartieri periferici e lucidare i lastricati del centro storico, creare nuove mirabolanti attrazioni e riempire le strade di osterie.

Se la città diviene un prodotto, e di conseguenza va venduta a caro prezzo, serve allora che i consumatori-turisti la desiderino, che possano avere l’occasione di fregiarsi dell’esperienza cittadina nel loro curriculum del “viaggiatore” occidentale.

Serve quindi non solo che la scenografia urbana segua il loro gusto, ma che chiunque disturbi la vista di quello spettacolo se ne vada, o si adegui di conseguenza.

Chi se ne deve andare lo decidono tra Comune e Questura, da una parte con la gentrificazione dei quartieri e dall’altra con sfratti sgomberi e allontanamenti: loro la chiamano riqualificazione.

Chi si adegua, chi si fa cooptare nell’amaro compito di ridisegnare le linee di esclusione della città, contribuisce a isolare chi non è ritenuto idoneo a vivere gli spazi urbani: loro la chiamano partecipazione.

Lo si vede chiaramente in due quartieri popolari di Bologna, avamposti e laboratori della città che verrà, in Bolognina così come al Pilastro, le suggestioni si sprecano: distretti del cibo, movida dislocata, residence per cittadini illuminati, innovazione sociale, parchi giochi per turisti, così numerosi come lo sono gli interventi repressivi che si portano appresso.

Così la vorrebbero, la Bologna City of Food: giovane e dinamica, piena di tortellini e universitari, tutti smart, belli e cordiali. Una città in cui aggirarsi come tra gli scaffali di un supermercato gourmet.

Perché è così che i turisti-consumatori desiderano la città secondo le ultime indagini di mercato, ed è così che i governanti vogliono che sia.

Ma il turista-consumatore non deve limitarsi a visitarla, la città che verrà, deve partecipare alla sua narrazione, deve contribuire attivamente a disegnare quella rete di immaginari capace di attrarre e intrappolare i suoi simili.

Perché non solo la città, ma anche i suoi abitanti oggi sono in vendita, sono un marchio, un’immagine ben definita e costruita proprio a questo scopo, una sublimazione dei suoi aspetti più autentici, da pubblicizzare per scalare virtuali classifiche mondiali. Deve avere pochi tratti caratteristici, ben definiti e ben visibili, e che siano onnipresenti.

La costruzione del brand di una città, però, non è una banale questione di marketing, ma di storytelling: bisogna individuare le figure, i colori, le sensazioni per raccontare la storia di una città. A portare avanti questa narrazione devono essere in primo luogo i suoi abitanti, disponibili a immaginare e costruire visionari capitali umani, beni comuni da privatizzare e valorizzare, sharing economy e social street di cui far discutere

Dietro a tutto questo c’è l’allontanamento dei poveri dai centri storici con la scusa della sicurezza, la cooptazione di esperienze di autogestione, le ipocrite cartoline del buongoverno e della tolleranza, calamite per visitatori ribelli, la militarizzazione delle strade e il decoro come ideologia. Il potere si appropria, per portare avanti questo progetto, di ogni istanza nata dal basso, capovolgendone il significato a proprio uso e consumo.

Il primo grande esperimento che prova a contenere tutto ciò e a costruirlo in solidissimo cemento è la F.abbrica I.taliana CO.ntadina (F.I.CO.), la famigerata “Disneyland del cibo”, il parco tematico della produzione e lavorazione alimentare inventato dal patron di Eataly, Oscar Farinetti.

La produzione di cibo si fa show, rappresentazione falsata e messa in scena per raccontare al pubblico un mondo contadino e industriale ripulito da ogni contraddizione, da ogni macchia di possibile conflitto sociale. E lo show si fa grande evento, spasmodica attesa per la costruzione dell’ennesima grande opera, fatta di cemento, marginalizzazione e sfruttamento. E naturalmente di grandi profitti, per i soliti palazzinari e per i nuovi protagonisti del capitalismo più smart.

Dal Comune di Bologna fanno sapere che l’Expo 2015 milanese è stata un’importante verifica del progetto di narrazione dell’identità di Bologna come brand, e il mostruoso agglomerato di guerrafondai, paladini dell’apartheid, sovrani dello sfruttamento del lavoro e della terra che ha promosso Expo 2015, ha sicuramente ricevuto un grande contributo dai padroni della città felsinea. Se Camst, Coop, Eataly e compagnia bella hanno contribuito materialmente con ingenti investimenti alla costruzione di quel grande evento, Expo 2015 ha invece impartito una ben attesa lezione agli amministratori di Bologna: l’efficacia del cibo come cavallo di Troia, come strumento per strappare nuovi spazi e istituire nuovi confini in città.

Per questo ci sembra necessario iniziare a riflettere di come la città stia cambiando, dei responsabili e delle conseguenze possibili di questi cambiamenti.

Come Eat the Rich, realtà cittadina e collettivo politico di cucinieri, ci siamo organizzati proprio a partire dalle contraddizioni che quotidianamente si aprono in seno alle profonde trasformazioni della nostra città e intorno alla necessità di risignificare il cibo genuino, trasformandolo in uno strumento di attacco popolare contro chi invece lo utilizza per cambiare i quartieri e generare enormi profitti. Abbiamo cercato di dare valore politico alla sua produzione, trasformazione e condivisione affermando sin da subito che la cucina non è assolutamente uno spazio neutro.

Per fare ciò abbiamo strutturato in questi anni intense relazioni con i produttori che resistono alla morsa della grande distribuzione organizzata ed al fascino delle boutique del bio, ma non abbiamo mai dimenticato quali fossero le controparti.

La nostra attività di mensa popolare è fatta anche di attacchi ai padroni del cibo e della città (da Coop Italia all’amministrazione PD, dalle boutique di Alcenero ai progetti di Eataly), di presenza sui territori al fianco di ogni esperienza di lotta ed autogestione, di un’attività costante di disvelamento e controinformazione.

E’ forse per questo motivo che l’assessore all’economia e alla promozione della città dopo un pranzo tenutosi di fronte agli ingressi di un emporio green in zona universitaria dichiarò alla stampa “La violenza politica e culturale di chi ha compiuto questo gesto è di stampo squadrista e intimidatorio. Parlano di idee ma, in realtà, siamo di fronte a gente che di idee e di valori ne hanno davvero pochi se si riducono a certe pagliacciate pur di trovare un nemico contro cui impegnare le proprie giornate”.

E intanto Bologna è sempre più “City of food”, ma solo per chi può permetterselo.

Bazar elettrico

 

 

Proponiamo alcuni estratti di Bazar elettrico. Bataille, Warburg e Benjamin at Work, “saggio grafico” del collettivo Action30, Lavieri edizioni, maggio 2017.

(linkabile: http://www.action30.net/?p=359)

 

Action30, costituitosi nel 2005, è un collettivo di ricercatori e artisti il cui obbiettivo è  percepire le “nuove” forme di razzismo e di fascismo usando gli anni ’30 del XX secolo come uno specchio o come una lente d’ingrandimento, per rendere meno opachi i paesaggi della nostra attualità. L’ipotesi di partenza del collettivo è che stiamo vivendo una strana riedizione degli anni ’30 e che, di conseguenza, non basta analizzare, interpretare, spiegare. Bisogna fare qualcosa, agire. Per Action30 agire significa, in primo luogo, attaccare i “format” abituali. Sia a livello della trasmissione del sapere, ibernata nelle tradizionali forme accademiche, sia a livello della comunicazione, diluita in forme spettacolari e di puro intrattenimento.

Bibliografia

AA.VV., La croce della normalità / L’invasione dei supernormali (2007).

AA.VV., Politiche del lapsus / Il ritorno degli uomini talpa (2008).

AA.VV., L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo (Letture di: Bataille, Littell e Theweleit, Jackson, Pasolini, Foucault, Deleuze e Guattari, Agamben, Eco, Ballard), Edizioni Action30, Bari 2009 (linkabile: https://pdivittorio.files.wordpress.com/2010/10/uniforme_anima_tipografia.pdf).

P. Di Vittorio, E. Mastropierro, L’informe, il rizoma, il blob. Per un divenire minore della filosofia, “Logoi”, n. 5/2015 (linkabile: http://logoi.ph/edizioni/numero-ii-4-2016/theoretical-issues-ricerca-numero-ii-4-2016/concepts-percepts-affects-concetti-percetti-affetti/linforme-il-rizoma-il-blob-per-un-divenire-minore-della-filosofia.html)

S. Arcagni, Appunti sparsi per un progetto postmediale. Note su Action30, “Uzak”, 23/VI, 2016 (linkabile:http://www.uzak.it/component/content/article/128-lo-stato-delle-cose/960-appunti-sparsi-per-un-progetto-postmediale-note-su-action30.html)

Il tavolo da lavoro è il protagonista dimenticato dei processi creativi. Semplice comparsa, si eclissa dietro lo sfavillio del genio. Dalla sua superficie s’irradia però una strana energia. Un alone lo trascende. Lungi dal ridursi alla porzione di spazio che occupa, racchiude un intero spazio di ricerca. È il paesaggio che abbraccia un ecosistema creativo: è lo studio di Freud, è l’appartamento di Breton, è la Biblioteca di Warburg, è la Parigi di Benjamin, è l’atelier londinese di Bacon. Oltre che ambiente di ricerca, il t. da lavoro è la ricerca nel suo farsi.

Sotto un tavolo ce n’è sempre un altro. Le macchine operatorie riposano su una certa tradizione. Non spuntano dal nulla. Appaiono in un “museo” che ne custodisce gelosamente i presupposti. Anche se non lo sanno, riattivano altre macchine preesistenti, che rendono il loro funzionamento possibile. Però le macchine non funzionano sempre nello stesso modo. I tempi cambiano, le condizioni operative si trasformano. Per questo il rapporto con l’archivio è sempre caratterizzato da una certa tensione tra filologia e finzione . Pesi adagiati sullo stesso filo, pendono in direzioni opposte. Riscoprire un tavolo operatorio significa anche inventarlo.

Perché rimettere in moto delle vecchie macchine? E come farle funzionare? La particolarità dei tavoli operatori di Bataille, Warburg e Benjamin è che fanno saltare la logica con cui la realtà è organizzata e dotata di senso. Sospese le gerarchie, abbattuti gli steccati disciplinari, il piano di lavoro si riempie di una molteplicità di materiali, e una serie di montaggi diventa possibile. L’informe di “Documents”, il rizoma di Mnemosyne , i cumuli di rovine e di stracci dei Passages , sono macchine “deliranti”. Connettono dimensioni ed elementi disparati, creano sbalzi di tensione, investono sulla forza dell’eterogeneo.

                                                  

La polemica tra André Breton e Georges Bataille scoppia nel 1929. “Proprio intorno al 1930 – scriverà più tardi lo stesso Breton – le menti più aperte avvertono il ritorno imminente, ineluttabile della catastrofe mondiale”. Mussolini è già al potere in Italia, Hitler sarà eletto cancelliere del Reich nel 1933. Tre anni dopo, l’alzamiento dei generali provoca lo scoppio della guerra civile in Spagna: è la prova generale della catastrofe che di lì a poco si abbatterà sull’Europa. Sferzato dal vento della storia, il mondo della cultura è in ebollizione.

Breton e Bataille fanno parte dell’élite intellettuale, e sono schierati entrambi a sinistra, anzi all’estrema sinistra, essendo convinti che l’unica alternativa al fascismo sia la rivoluzione proletaria. Sono vicini, molto vicini. Breton vigila sui confini del surrealismo, la cui parola d’ordine è trasformare il mondo (Marx) cambiando la vita (Rimbaud).  Sugli stessi confini, Bataille passeggia nervosamente. Breton ne è consapevole, al punto da ammetterlo con un certo candore: “Mi diverte pensare che non si possa uscire dal surrealismo senza incappare in Monsieur Bataille”. Bataille però non entra, e Breton non gli va incontro. Si sfiorano, ma non si stringono la mano. Al contrario, si separano violentemente, come se di colpo fosse calato tra loro, inesorabile, il taglio di una spada. Perché litigano? E che senso ha bisticciare, soprattutto di fronte alla minaccia di un nemico comune? Non è insulso accapigliarsi sul bordo dell’abisso?

Nella catastrofe, è l’uomo stesso a essere messo in discussione, per la semplice ragione che è la possibilità stessa dell’umano a essere in gioco. Allora, se il vecchio mondo sta tramontando mentre il nuovo non sorge ancora, come non dividersi? Come non litigare? Il taglio affonda nella carne di una vertiginosa scommessa “antropologica”. Ed è qui che l’analogia con gli anni ’30 acquista tutta la sua acutezza. È qui che il “fraterno duello” tra Bataille e Breton diventa uno specchio, dal quale si levano sciami di fastidiose domande: su che cosa ci dividiamo oggi? Che cosa facciamo, come ci atteggiamo nel disastro che ci assedia da tutte le parti? Quale visione dell’uomo orienta i nostri fragili passi? E la nostra precarietà, l’estrema indigenza che inibisce la possibilità di continuare ad avanzare, non ha forse a che fare con la difficoltà di tessere il filo che intreccia l’avventura soggettiva con quella politica?

Nel febbraio 1929, Benjamin pubblica in tre puntate, su “Die Literarische Welt”, Il surrealismo, l’ultima istantanea sugli intellettuali europei ; poi, nel 1935, dedica al surrealismo le conclusioni del primo dei due exposés – entrambi intitolati Parigi, la capitale del XIX secolo – nei quali presenta il progetto dei Passages. Il surrealismo ha liberato lo sguardo sulle “rovine della borghesia”. Lo sviluppo delle forze produttive ha fatto tramontare il vecchio mondo, mentre il nuovo esita ancora sulla “soglia”. Quello che Benjamin vede intorno a sé a Parigi, sono “i residui di un mondo di sogno”. Le rovine sono i resti di un sogno di pietra – “i monumenti della borghesia” – e il surrealismo, a causa della sua dimensione onirica, è un occhio aperto su questo paesaggio di rovine. Il surrealismo è insomma l’inizio del risveglio, giacché consente d’interrogarsi sulla fantasmagoria capitalista, nel cui incanto viviamo, e nella quale avanziamo come sonnambuli. Ma il sogno non è il risveglio, lo prepara soltanto. Se, infatti, l’esempio paradigmatico di un pensiero dialettico è “l’utilizzazione degli elementi onirici al risveglio”, solo “il pensiero dialettico è l’organo del risveglio storico”.

Confrontandosi con il surrealismo, Benjamin e Bataille pongono il problema della sopravvivenza dell’idealismo nel mondo moderno, nonostante la caduta o il declino della trascendenza che lo contraddistingue: crollo del sistema teologico-politico, autonomia della ragione, secolarizzazione, morte di Dio, crisi della metafisica e rovesciamento del tradizionale rapporto gerarchico tra il sensibile e il soprasensibile (ciò che è vero ed essenziale non sta nel mondo di lassù ma nel mondo di quaggiù). A causa di tale sopravvivenza, non basterà mai dirsi “realisti” o “materialisti”. Per provare a liberarsi dall’idealismo, che non cessa di sopravvivere alle sue fini o alle sue crisi, bisognerà fare sempre un passo in più, o meglio un passo di lato. Una secessione. Questo è il fondamentale interesse della querelle del surrealismo. Questa è la sua “attualità”.

Il passo di lato compiuto da Bataille si chiama “Documents”: la rivista sarà il tavolo da lavoro su cui, attraverso l’operatore “informe”, proverà a far funzionare il suo basso materialismo. Nonostante il pedigree accademico dei partecipanti, la rivista si presenta subito come uno strano miscuglio: vi si possono trovare un’opera di Botticelli accanto a una maschera africana, un quadro di Picasso accanto alle foto di un cadavere pubblicate su un giornale. […] Gli oggetti “nobili” della storia dell’arte o dell’archeologia sfilano accanto a documenti “vili”, da quelli etnografici a quelli d’attualità, come se i valori statutari e gli steccati accademico-disciplinari fossero stati di colpo aboliti o neutralizzati. In questo modo, diventano possibili montaggi eterogenei che, attraverso i loro shock, sospendono il modo abituale di pensare, stimolano un’esperienza inedita della realtà.

 La metafisica (l’idealismo di matrice platonica) è un sistema binario, un’organizzazione gerarchica basata su una serie di coppie duali: spirito e materia, anima e corpo, forma e contenuto ecc. Uno dei termini sta per principio più in alto dell’altro, e lo sovrasta, lo comanda, lo opprime inevitabilmente. Il senso è così “pregiudicato”, l’orizzonte del “possibile” precluso. I dualismi tradizionali – vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto – sono in realtà monismi travestiti. Illudono, tradiscono. Il primo termine vincerà sempre, perché la sua superiorità è stabilita in partenza. Non c’è partita. E se non c’è tensione, se non c’è partita, in che modo l’esistenza potrà “giocarsi”? In che modo l’uomo potrà “qualificarsi”, sul piano immanente della sua avventura storica, che lo mette in gioco tanto negli aspetti soggettivi quanto in quelli collettivi? In che modo l’erotismo e la rivoluzione proletaria potranno diventare una scommessa?

La querelle del surrealismo è importante ma datata. Perché riprenderla oggi? Perché insistervi ancora? Semplice: l’idealismo sopravvive . Capire in che modo e con quali effetti può essere utile a comprendere l’attualità di tale “polemica”. Nel film Videodrome, il professor Brian O’Blivion, fondatore della Chiesa Catodica, consegna a una serie di video l’annuncio apocalittico di una nuova religione universale: “Lo schermo televisivo è ormai il vero occhio dell’uomo. La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione”. Il surrealismo si è “realizzato”. Una volta era il punto di partenza di un possibile risveglio, ora ha l’aspetto di una gigantesca macchina dell’assuefazione e del consenso. Che cosa resta del meraviglioso? Una trasposizione “spettacolare” della realtà che tende all’infinito verso il grado zero della trasposizione stessa. Non una poetica ma la produzione industriale di un velo mediatico che riveste tutte le situazioni della vita, facendone un oggetto di “commercio” illimitato. In che modo combattere l’idealismo, a queste condizioni? […] Come produrre, in questo bagliore diffuso, tagli ciechi, intervalli, spazi interstiziali, percorsi labirintici o sotterranei capaci di offrire un nuovo contatto con la realtà e di far avanzare il lavoro della cultura?

Perché non riusciamo più ad apprezzare la storia dell’arte? Perché sembriamo insensibili alle bellezze del nostro patrimonio? Non è forse il segno inconfutabile del declino della civiltà?

La storia dell’arte scorre incurante. Un tappeto rosso fatto apposta per segnalare che non bisogna camminarci sopra. Intrusi. Il genio si genera in totale autonomia, fiore che sboccia all’infinito dalla sua corolla. Entriamo in punta di piedi in una chiesa per assistere a una liturgia nella quale si dice che non c’è nessun bisogno di noi. Superflui. Perché dovremmo inginocchiarci e pregare? Indifferenza per indifferenza. E che dire di quella nuova chiesa, o forse è la stessa, che sotto il segno della grande bellezza, predicando devozione per paesaggi e città d’arte, fa avanzare ovunque la cibernetica turistica? Gli eserciti poderosi di una nuova colonizzazione, mentale prim’ancora che fisica? Dov’è lo spazio per la “cultura”, nei densi ingranaggi di questa macchinazione industriale? Come si può pensare, creare, nei luoghi e nei territori in cui risiediamo, quando il primo comandamento è farne un articolo di commercio? E l’ultimo è venderli? Tutte queste domande porrebbe forse lo studente, o il semplice “abitante”, se avesse la possibilità di discuterne con Aby Warburg.

Grazie a qualcuno come Warburg, infatti, oggi siamo in grado di esprimere la nostra insofferenza nei confronti di un certo modo d’intendere l’arte. O meglio lo saremmo, se solo fossimo capaci di usarlo, di assumerlo come un antidoto prima che manuali e dépliant entrino in circolo nell’organismo; se solo avessimo il coraggio di mostrare che, all’ingresso del museo, c’è una biforcazione, e che per esplorarlo si possono seguire itinerari diversi. Uno di questi dice che l’arte va salvata in primo luogo dal suo piedistallo e dalla sua solitudine. E che per salvarla dalla sua solitudine è necessario buttarla giù dal suo piedistallo. La segnaletica di Warburg è terribilmente orizzontale: una magnifica cappella rinascimentale può sfociare in una stanza primitiva piena di serpenti a sonagli; nel bel mezzo di una collezione di ceramiche e altri prodotti del folklore pagano, può sorgere un sontuoso gruppo scultoreo dell’antichità; dalla contemplazione di un ciclo di affreschi, pregni di reconditi significati astrologici, si può passare alla polverosa frenesia di una danza propiziatoria.

Che cosa può dirci oggi la macchina di ricerca di Warburg? Come rimettere in moto, in un paesaggio profondamente cambiato, il suo tavolo operatorio? Come far funzionare il dispositivo rizomatico che fa spazio all’eterogeneità dei materiali, dei piani, dei tempi, per connetterli tra loro? E che in questo modo produce campi magnetici che elettrizzano il pensiero e rilanciano la scommessa della cultura?

Viviamo, come spesso si dice, in una civiltà delle immagini. Tuttavia usarle, produrle e consumarle, farne un commercio continuo e illimitato non significa necessariamente conoscerle. Manca la “distanza”: quella che, alla fine del Rituale del serpente, Warburg vedeva annullarsi nell’ancora rudimentale (possiamo dirlo a posteriori) connessione aereonautica e telegrafica del mondo. Spesso non siamo capaci di “leggere” le immagini. Viviamo in una paradossale ignoranza. Eppure sono dure come pietre, seducono come drappi di seta. Colpiscono, tagliano. Oppure assorbono, si flettono, resistono, sfidano. Le immagini combattono. Ci manca, come direbbe Nietzsche, una “chimica” delle immagini e delle emozioni loro associate. La capacità di smontarle e rimontarle. Un abicì della realtà come alfabeto delle immagini e della loro memoria. Perché la distanza è annullata da una saturazione che rende omogeneo l’eterogeneo. Come trovare – in un oceano dove l’orrore si confonde con il banale, il tragico con il triviale, e che si autoalimenta all’infinito – il punto di “rottura”? […] Che ne è della potenza delle immagini, della loro capacità di custodire le tracce mnestiche in grado di elettrizzare il presente, quando tali tracce “minori”, entrando nel frullatore del mainstream , diventano vettori di processi di consenso e identificazione di massa?

Il tavolo da lavoro di Benjamin, in particolare quello dei Passages, è un banco di montaggio. La ricerca sui passaggi parigini si configura come una raccolta di appunti […], ma soprattutto di citazioni tratte da fonti storiche eterogenee: testi colti, riviste, scritti politici, articoli di giornale. […]. [Benjamin] avrebbe immaginato [in sostanza] un lavoro atipico, non scolastico, nel quale mettersi da parte, nel quale mettere da parte la volontà di teoria del filosofo e lasciare parlare le fonti e la potenza della storia che esse racchiudono “Questo lavoro – si legge in un appunto – deve sviluppare al massimo l’arte di citare senza virgolette. La sua teoria è intimamente connessa con quella del montaggio”. Lo scrittore dei Passaggi sarebbe insomma un autore en retrait, che tende a scomparire in un montaggio di frammenti, anzi, nel montaggio della storia. Un montaggio in cui l’unica teoria sarebbe alla fine il montaggio stesso: “Metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho nulla da dire. Solo da mostrare. Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ingegnosa. Stracci e rifiuti, invece, ma non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli”. Rinunciando alla postura del teorico dal linguaggio complicato, dell’intellettuale che dice la verità del mondo sociale, annullando la distanza tra il testo e l’autore e, più radicalmente, tra la storia e il lettore, Benjamin vuole togliere le virgolette ai documenti culturali, vuole liberarli dalla patina antiquaria e scolastica in cui si suole racchiuderli, per riportarli al movimento della storia da cui provengono. Usare la cultura significa riattivarne il potenziale storico, elettrizzarla e consegnarla nelle mani del lettore perché possa usarla a sua volta.

Quando si pensa al Passagenarbeit [di Benjamin] si tende a ricordare la figura del flâneur: il viandante metropolitano che passeggia distrattamente per le strade della città, attratto dall’universo delle merci ma nostalgico di un’autenticità perduta. In queste pagine, però, c’è un’altra figura, diversa dal flâneur, sulla quale vale la pena soffermarsi: lo chiffonnier, lo straccivendolo. A differenza del flâneur, che guarda verso l’alto, verso il cielo e le stelle, lo chiffonnier è una figura demoniaca che vaga per la città tenendo lo sguardo verso il basso, alla ricerca degli scarti del mondo industriale, dei rifiuti della storia. Il “Lumpensammler”, letteralmente un “raccoglitore di stracci”, raccoglie stracci e rifiuti, non per collezionarli (come fa il “Sammler”: il collezionista che riunisce i suoi oggetti restando affrancato dalle necessità sociali), ma per classificarli diversamente, per rimontarli in un nuovo ordine, e restituire loro un valore d’uso, contro quel valore di scambio che costituisce la molla dell’eterno ritorno delle merci. Benjamin era affascinato da questa figura (aveva cominciato a raccogliere delle storie di vita di chiffonniers) e si identificava con essa. Il ricercatore è, in effetti, come uno straccivendolo che riunisce materiali eterogenei, spesso dimenticati dalla storia, marginali, e li rimonta secondo una logica differente da quella dominante, che innesca nel fruitore uno shock, una scossa che lo spinge a porsi domande. Il montaggio benjaminiano ha una dimensione pedagogica, nel senso che vuole spingere il lettore a riappropriarsi della capacità di pensare la realtà diversamente, a uscire dagli schemi cognitivi con cui pensa, classifica e giudica abitualmente la realtà. Si tratta certo di una pedagogia senza maestro (il giovane Benjamin era stato allievo del pedagogo libertario Gustav Wyneken), nella quale quest’ultimo fa un passo indietro subito dopo aver mostrato quali sono, a suo avviso, gli strumenti della comprensione e dell’azione.

Il vuoto in una tazza di tè

di Silvia Dini Modigliani e Nadia D’Ippolito Merrar

Perché realizzare un’opera quando è così bella sognarla soltanto.[1]

Girare a vuoto, parlare a vuoto, a mani vuote, bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto, testa vuota, salto nel vuoto, vuoto a rendere, a stomaco vuoto, scena vuota…

Sfogliando un qualunque dizionario della lingua italiana si comprende come la parola vuoto sia strettamente legata al concetto di mancanza, privazione, assenza, banalità, frustrazione, vacuità, nullità e addirittura pericolo se lo si considera nella sua fisicità di sostantivo. Insomma, nella nostra società il vuoto è qualcosa che va riempito, altrimenti rimane come inutile assenza in attesa di definizione.

Qui e ora, siamo in un quartiere di Roma nel mezzo del processo di gentrificazione: ogni giorno apre un locale nuovo per mangiare e per bere, un artigiano chiude la sua attività, un nuovo abitante arriva e uno vecchio se ne va, un vuoto viene trovato, riempito, un pieno viene affermato. Distruggere uno spazio inutilizzato e riempirlo con un fast-food, un Lidl, un bingo, un cartello pubblicitario, per dargli un senso economico e lavorativo, per renderlo un luogo in cui i sensi vengono tutti quanti distratti e occupati nel guardare, toccare, ascoltare, odorare, assaporare e consumare: sentiamo dire che questa è la giusta, anzi la migliore azione da fare, oggigiorno, ogni giorno. Ma migliore rispetto a cosa? Rispetto al niente, a quello spaventoso vuoto che per noi invece è meraviglia. Il vuoto e l’immaginare sono molto difficili da trovare nella presunta perfezione armonica del mondo che funziona. Gli spazi che la città contemporanea ci propone sono tutti spazi chiusi, a volte siamo noi stessi a chiuderli o a volerli chiusi: spazi funzionali, sicuri, ordinati, puliti, certamente più apprezzabili. Così facendo li priviamo di qualunque possibilità vitale: costruiamo spazi che nascono morti, dove la vita si ferma nell’illusione di movimenti che si ripetono identici, fino al giorno in cui qualcuno non penserà che ai valori di bello, pulito, ordinato e riqualificato si debbano sostituire i nuovi ideali del momento: quindi distruzione, ricostruzione, rifossilizzazione. E in questo meccanismo, sempre, manca lo spazio per muoverci: il vuoto.

E precisamente questo pensare oltre se stesso, verso l’aperto, proprio questo è metafisica[2].

Per andare oltre il metafisico e trovare un aspetto tangibile dell’esistenza del vuoto dobbiamo spostarci verso altri luoghi, altre epoche o altri campi.

Un uomo molto lontano ci disse che il vuoto è quella cosa che permette il movimento.[3]

Un uomo e regista, osserva: Quando c’è troppo da vedere, quando un’immagine è troppo piena o quando le immagini sono troppe non si vede più niente. Dal troppo si passa molto presto al nulla, come certo sapete. E conoscete anche un altro effetto: quando un’immagine è spoglia, povera, può risultare talmente espressiva da soddisfare interamente l’osservatore, e così dal vuoto si passa alla pienezza.[4]

Un uomo e architetto meno lontano nel tempo definisce il vuoto sensoriale come uno stimolo per l’immaginazione: una forma fragile possiede una tolleranza estetica, margine per il cambiamento. E ancora: l’indebolimento dell’immaginazione suggerisce anche una conseguente contrazione del senso empatico ed etico.[5]

Nelle parole di un uomo[6] che immagina insieme ad altri un mondo nuovo troviamo: non esiste un libro o un manuale che ci indichi il da farsi. Tale libro o manuale non è stato ancora scritto, è ancora nei cervelli dotati di immaginazione, negli occhi svegli che hanno lo sguardo per qualcosa di nuovo che si vuole vedere, nelle orecchie molto attente a captare il nuovo che si vuole costruire. Pensiamo che oggi più che mai siano necessari l’arte dell’immaginazione, i popoli originari e la scienza affinché nasca un mondo nuovo (…) Abbiamo alle spalle 22 anni di lotta, resistenza e ribellione contro il capitalismo, e 22 anni di un nuovo sistema di autogoverno in cui il popolo comanda e il governo obbedisce.

Da una terra lontana apprendiamo l’amore verso l’architettura del vuoto, la sukiya, la stanza del tè: qui in Giappone l’atto del bere il tè viene elevato ad un livello meditativo. Non a caso gli ideogrammi originari per sukiya significano Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico, significano Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, a eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare un’esigenza estetica contingente, e significano Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affinché sia l’immaginazione a completarlo[7].

Questa è la forza della debolezza. Ciò che l’arte e l’architettura sono capaci di produrre proprio quando non si presentano aggressivamente e dominanti, ma tangenziali e deboli.[8]

Esistono film che sono come spazi chiusi: non lasciano il minimo spazio vuoto tra le singole immagini, non permettono di vedere ciò che è rimasto ‘fuori’ dal film, non consentono agli occhi e ai pensieri di muoversi liberamente. In questo genere di choc visivi lo spettatore non può riversare nulla di proprio, nessun sentimento, nessuna esperienza. E si esce dal cinema con un senso di delusione. Solo i film che lasciano spazi vuoti tra le immagini raccontano una storia, ne sono convinto, perché una storia si produce anzitutto nella testa dello spettatore o dell’ascoltatore.[9]

L’errante, Erigone, trova la morte nel momento stesso in cui decide di fermarsi. Il vuoto, quando viene riempito e definito, muore anch’esso. E con esso l’immaginazione, la fantasia, la debolezza, la riflessione, l’erranza.

L’errance est le masque,
piétiné,
jeté[10].

Abbandoniamo ciò che conosciamo, abbandoniamoci all’erranza nel vuoto – l’imprevisto e l’imprevedibile, l’incontrollato e l’incontrollabile – ciò che è abbandonato è una delle poche cose che conserva i segni del naturale passare del tempo.

La fissità equilibrata della perfezione non sopporta il tempo, non gli sopravvive semplicemente perché non è in grado di assorbirlo modificandosi: essa non ha spazio per cambiare, non lo ha voluto lasciare per essere immobile e uguale a se stessa, è fitta, inattaccabile, coerente e paradossalmente dimentica nel non lasciare uno spazio fragile per l’interazione di chi è qui, adesso.

Lasciare degli spazi urbani al passaggio del vuoto richiede un atto di fiducia molto grande verso l’erranza e l’immaginazione altrui, e quando questo vuoto non sarà più vuoto, ci si deve assicurare che non sia stato l’ultimo vuoto a morire.

(…) E per concludere il mio discorso, vorrei pregarvi di considerare il vostro lavoro anche come creazione di luoghi futuri per i bambini [e gli adulti, ndr]. Le città e i paesaggi andranno a forgiare il loro mondo di immagini e desideri. E vorrei anche che provaste a considerare ciò che per definizione è l’esatto contrario del vostro lavoro: voi infatti non dovete solo costruire edifici, bensì creare spazi liberi per conservare il vuoto, affinché la sovrabbondanza non ci accechi, e il vuoto giovi al nostro ristoro.[11]

Il cielo dell’umanità moderna si è realmente frantumato nella lotta titanica per la ricchezza e il potere. Il mondo brancola nelle tenebre dell’egoismo e della volgarità. La conoscenza si compra a prezzo della cattiva coscienza, la generosità si pratica a fini utilitaristici. Oriente e Occidente, come due draghi scagliati in un mare agitato, lottano invano per riconquistare il gioiello della vita (…) Beviamo, nel frattempo, un sorso di tè. Lo splendore del meriggio illumina i bambù, le sorgenti gorgogliano lievemente, e nella nostra teiera risuona il mormorio dei pini. Abbandoniamoci al sogno dell’effimero, lasciandoci trasportare dalla meravigliosa insensatezza delle cose.[12]

…un film senza sonoro, un locale senza vodka, una piscina senz’acqua, una vita senza obiettivi, un trentenne senza lavoro…

Dopo tutte queste riflessioni, cos’è il vuoto se non la viva possibilità di immaginare qualcosa di nuovo?

L’apparente insensatezza di questa immagine[13] e il vuoto che lascia alla nostra immaginazione è capitata a fagiolo durante la scrittura di questo articolo. Cherry e Richard Kearton erano due fratelli, tra i primi fotografi di professione della fauna selvatica, che se ne inventarono parecchie per potersi avvicinare sempre di più ai loro soggetti. Nella foto si vede uno dei due fratelli che trasporta un “bue d’imitazione”.

[1] Pier Paolo Pasolini, Decameron, 1971

[2] Theodor W. Adorno, Metafisica. Concetto e problemi, dalla raccolta delle lezioni del 1965

[3] Democrito, V-IV sec a.C.

[4] Wim Wenders si rivolge a un pubblico di architetti riuniti in convegno a Tokyo il 12 ottobre 1991, estratto da L’atto di vedere, Ubulibri, Milano 1992

[5] Juhani Pallasmaa, L’immagine incarnata, 2011

[6] da Comer es rebeldìa – vol.2, appunti del Subcomandante Insurgente Moises nel capitolo L’arte che non si vede e non si sente, 2017

[7] Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè, 1906

[8] Ignasi de Solà – Morales, Architettura debole, Ottagono n.82, 1989

[9] Wim Wenders, op. cit.

[10] Edmond Jabès, trad. “L’erranza è la maschera buttata, abbandonata”, Il libro delle interrogazioni, 1965

[11] Wim Wenders, op. cit.

[12] Kakuzo Okakura – op. cit.

[13] Richard Kearton, Wild Nature’s Ways, 1909

La porta è ancora aperta, proviamo a fare qualcosa!

Intervista con John Zerzan, di Vittorio Sergi.

Jonh Zerzan, appariva stanco ma contento, era arrivato in Italia da 48 ore, ospite della vitale comunità autonoma degli amici e compagni della “Fattoria senza Padroni” di Mondeggi sulle prime colline del Chianti. Ci siamo seduti nel cortile della fattoria, pieno di attrezzi, vestiti stesi al sole e degli immancabili cani. Sullo sfondo della registrazione si sentono i rumori della campagna toscana, addomesticata certo, ma dolce e piena di colore.

Ho incontrato nuovamente John dopo diversi anni dal suo ultimo viaggio in Italia ed ho voluto rivolgergli qualche domanda. Il suo atteggiamento umano e dialogante è l’opposto della durezza settaria di alcuni suoi “discepoli” nostrani e la radicalità del suo pensiero e dei progetti anarco-ecologisti che sostiene mantiene una capacità di confronto e di ascolto notevoli che mi hanno spinto ad aprire questo dialogo con una posizione politica con la quale la redazione di Qui e Ora non nutre una particolare affinità[1]. Tuttavia i disastri ecologici denunciati dagli anarco-ecologisti sono reali e spesso le risposte di azione diretta che essi/e sostengono sono in grado di fermare o frenare significativamente la distruzione del mondo in cui vogliamo vivere. In questo senso l’anarco-primitivismo di Zerzan rappresenta un richiamo forte e coerente alla resistenza contro la disumanizzazione e la mercificazione della vita ma non è sufficiente per immaginare una vita “comune” ed un mondo a venire sempre più plurale dal punto di vista delle culture, delle storie e delle forme di vita.

Ciao John a partire dalle tue ricerche e dalla tua esperienza quale è secondo te oggi la situazione negli USA nel campo della lotta contro la mega-macchina come tu definisci il sistema industriale e tecnologico? Da quando le lotte a Standing Rock hanno conquistato l’attenzione internazionale vedi qualche cambiamento in termini di qualità ? Vedi che qualcosa sta cambiando nei termini dell’impatto complessivo delle lotte?

 

Sono abbastanza confuso in questo periodo, tu menzioni Standing Rock, e sono d’accordo che sia molto importante. Una risposta così decisa mi ha sorpreso. Da una lato infatti ho visto negli ultimi anni la crescita di un certo nichilismo all’interno dell’anarchismo nord-americano. Sta diventando quasi una barzelletta perché nello show radiofonico che conduco[2] faccio spesso domande alla gente su questo argomento e sembra che sia una tendenza che si sta diffondendo tra le persone che conosco, anche tra i miei amici[3]. Non posso però coglierne del tutto il senso. Si definiscono nichilisti, c’è uno strano pessimismo in giro, tra persone come per esempio Paul Kingsnorth, o quelli che hanno letto il pamphlet “Desert” pubblicato in Inghilterra[4]. Queste persone dicono: “è il momento di lasciar cadere le nostre illusioni sulla possibilità di fermare il sistema e la sua distruzione”. Trovo queste affermazioni disturbanti, non sono d’accordo. Non mi piace questo senso di disperazione. Allo stesso tempo come hai notato tu ci sono lotte come Standing Rock, o come lo scorso Primo Maggio sulla costa pacifica degli USA che hanno visto una esplosione feroce, sorprendente, di scontri con la polizia, di auto degli sbirri bruciate etc. Ancora una volta sono stato sorpreso perché sento sempre dire che se non sei nichilista non capisci niente e se manifesti un senso di speranza od ottimismo vieni criticato per quello. Poi scopri che là fuori c’è in circolazione una forte energia radicale anche se apparentemente sembra che alcuni si siano arresi…quindi sono un po’ confuso nell’interpretare quello che sta succedendo.

In alcuni dei tuoi ultimi lavori pubblicati negli ultimi anni poni la tua attenzione sul potere dell’elemento simbolico e sul processo di domesticazione. Oggi i rivoluzionari puntano il dito contro le imprese come Google, Amazon, Facebook, Apple, ed hanno fatto notare che chi governa la riproduzione dei simboli governa il mondo. Pensi che esistano delle priorità nelle lotte? Il radicalismo ambientalista in passato ha puntato il dito sulle infrastrutture come principali bersagli della azione diretta. Come si può oggi avere a che fare con queste macchine simboliche che non hanno un vero centro fisico? Certamente esistono i server e le server farm ma la loro forza deriva principalmente dal controllo della struttura simbolica…

Sono d’accordo, vediamo come il virtuale abbia divorziato dalla realtà e la realtà sia diventata la sua rappresentazione. Tutti guardano gli schermi e si sono allontanati dallo scontro diretto. Questo è molto negativo, e questo spiega anche perché c’è meno interesse per le lotte perché tante persone sono spesso online e questo ha degli effetti negativi. Puoi considerare gli hacker come una parte della risposta, anche se le persone generalmente si scoraggiano quando la lotta diventa soltanto simbolica. Non ho mai fatto una conferenza sugli argomenti che ho scritto sul simbolico perché sono più interessato sulle azioni concrete di contestazione ed è per questo che conduco la mia trasmissione alla radio. Penso che il simbolico ponga le basi per la domesticazione e che certamente oggi siamo sempre più all’interno di luoghi virtuali e questa è una condizione che dobbiamo capire come affrontare. Quello che spero è che le persone inizino a fare dei passi indietro da questa dimensione e vedo alcuni segnali come ad esempio di club in Germania o in Inghilterra dove non ti permettono di portare il cellulare al bar o al ristorante, o le persone che abbandonano Facebook perché sentono che non stanno raccogliendo niente di buono da lì o rifiutano la pressione, l’obbligo ad essere su Facebook. Esiste una sorta di ritirata dal virtuale ed un ritorno nel mondo reale, ma dobbiamo ancora capire quale è l’approccio migliore.

 

In qualche modo esiste un ritiro volontario dal virtuale ma la dimensione virtuale ci riacciuffa, siamo sempre più obbligati a dare in nostri dati per potere esistere e c’è una domanda crescente nei nostri confronti di diventare noi stessi dei “dati”. In questo senso non possedere una identità virtuale diventa un comportamento sospetto per le autorità, il nostro comportamento diventa una forma di resistenza…

 

Alla mia età ho smesso di preoccuparmi per questo, anche perché non devo preoccuparmi di trovare un lavoro, ma è vero che se non sei online è un problema. Le persone pensano ancora al loro CV per cercare lavoro, ma adesso non ce ne sarà più bisogno perché gli algoritmi lo faranno al tuo posto, hanno già una immagine completa di te perché sei stato online tutto il tempo. Non avrai bisogno di scriverlo…questo è spaventoso, sembra di essere nel “brave new world” e in fondo stiamo andando in quella direzione non ti pare?

Vedi degli aspetti specifici delle lotte contro l’oppressione tecnologica in Europa e negli USA? Delle similitudini e delle differenze?

Non sono stato in giro da queste parti per abbastanza tempo per dirlo con certezza, ma per esempio l’altra sera a cena all’Ateneo Libertario di Firenze ho sentito che esiste una maggiore affinità rispetto al mio viaggio precedente nei classici ambienti anarchici. Non abbiamo parlato nello specifico della tecnologia ma ho fatto qualche affermazione molto, molto negativa contro la sinistra come “dobbiamo chiudere definitivamente con la sinistra” e mi aspettavo di essere criticato invece tutti erano d’accordo. Questo è un argomento diverso da quello che mi hai chiesto tu, ma in genere sento che c’è una maggiore affinità anche con gli anarchici della vecchia guardia. Un tipo più vecchio di me con l’aspetto del classico anarchico ha cominciato lui a presentare le idee contro la civilizzazione e la critica della tecnologia ed ha detto che anche se qualcuno pensa che siamo pazzi lui era d’accordo…spero proprio di farmi una idea nel corso prossimi eventi a cui parteciperò[5]. Anni fa ero stato a Roma, e se tu torni negli stessi posti dopo un periodo di tempo puoi avere una impressione più precisa di come stanno le cose e dei cambiamenti. Era nel 2003 e della gente di sinistra fece la sua comparsa ed erano molto seccati e ci contestavano. Non fu una situazione pericolosa ma era evidente che non erano per niente contenti di sentire le argomentazioni del anarchismo verde, questo atteggiamento oggi mi sembra che sia scomparso.

Rispetto a quanto ci siamo detti su Facebook e Google, la loro posizione dominante è sempre più basata sullo sviluppo di intelligenze artificiali. Cosa ne pensi?

 

La tecnologia fa sempre grandi annunci che spesso si rivelano non veri. Il sequenziamento del DNA: “decifreremo il codice genetico, saremo in grado di curare tutte le malattie!” adesso non ne sentiamo più parlare, beh perché non è vero! Perché è troppo complicato farlo, non si può e non funziona. Forse accadrà nel futuro, ma sono sospettoso in genere verso queste affermazioni. Sono stato un ragazzino degli anni ’50 in America e tutti avrebbero voluto avere uno zaino volante e tante altre cose come nei racconti di fantascienza, niente di tutto questo si è realizzato. Adesso la robotica ha sostituito un certo numero di umani, ma sono apparsi anche dei nuovi lavori ugualmente oppressi. Accade che si studino delle cose, c’è una moda improvvisa e si inizia a dire “siamo alle soglie di…”

Lo stesso vale per l’Intelligenza Artificiale: ricordo negli anni ’80 un libro diceva che fosse dietro l’angolo, siamo nel 2017e con l’IA possiamo praticamente solo giocare a scacchi o a “Go” ed altri giochi bi-dimensionali ma non dico che non sarà migliorata, accadrà. Quello che mi spaventa maggiormente è lo sviluppo degli affetti, dei robot che provano qualcosa come gli affetti, i sentimenti, come i robot nelle case di cura in Giappone o quelli impiegati nella custodia dei bambini. Questo è orribile, è una cosa disumanizzante, e tuttavia ho visto che tante promesse tecnologiche non diventano sempre realtà. O almeno non come loro promettono. Alan Turing, che  morì perseguitato negli anni ’50, scrisse in una rivista di filosofia che sarebbe arrivato un punto in cui le macchine non sarebbero state perfette come gli umani ma piuttosto sarebbe accaduto che gli umani sarebbero diventati sempre più simili alle macchine, sto parafrasando, non ricordo la citazione a memoria. Avremo cioè gli stessi risultati ma non attraverso la tecnologia bensì con la disumanizzazione. Considera l’aumento dell’autismo tra i bambini, ho scritto anche su questo argomento. Quei bambini stanno diventando sempre più simili alle macchine, e perché no? La nostra cultura sta producendo questo e se ne parla solo in termini medici che certo sono reali ma c’è qualcosa di più che è molto duro da accettare: stiamo diventando una società sempre più tecnologica e adesso stiamo iniziando a produrre esseri tecnologici, questo né è un orribile esempio.

In passato le idee dell’anarchismo verde sono state criticate per essere in qualche modo nichiliste, per descrivere un mondo catastrofico e senza speranza. Ma tu oggi dici che sei contro la posizione nichilista, quindi come definiresti questo sentimento positivo che tu sostieni?

Io penso che tu faccia riferimento più che al primitivismo alla misantropia, e questa non esiste. Penso che sia una lettura sbagliata del mio pensiero. Persone come Noam Chomsky erano solite usare questo argomento, non so se lui lo faccia ancora, ma diceva che siamo genocidi, che vogliamo che tutta la gente muoia. Ha costruito una caricatura perché non ama le nostre idee, ma questo non è molto onesto da parte sua, non abbiamo neanche mai avuto un vero dialogo. Ma è un sinistroide incurabile, è anche più vecchio di me e non penso che potrà cambiare idea, ma almeno potrebbe evitare di andare in giro dicendo quelle stupidaggini.

Il nichilismo invece è qualcosa di nebuloso, io vado in giro e continuo a chiedermi cosa sia il nichilismo, conosco un sacco di persone coinvolte in tanti progetti che però si definiscono nichiliste, e allora perché sperano? Loro dicono che sei stupido se pensi che ci sia qualche speranza per andare avanti. Capisco che ci sia una grande componente di pessimismo perché la situazione sta peggiorando sempre più. Ma penso anche che il sistema ancora dominante diventi ogni momento più esposto e con sempre meno risposte. Così se questo è vero, perché arrendersi? La porta è ancora aperta, proviamo a fare qualcosa!

[1]                     Le principali pubblicazioni di John Zerzan sono elencate qui http://www.johnzerzan.net/books/ – numerosi testi sono pubblicati in italiano dalla casa editrice Nautilus di Torino, altri sono disponibili su internet in versioni PDF.

[2]                     L’archivio delle ultime trasmissioni della trasmissione curata da Zerzan “Anarchy Radio” è disponibile a questo indirizzo: https://archive.org/details/AnarchyRadio05302017

[3]                     Zerzan è redattore della rivista Black and Green Review che presenta alcune rilevanti analisi e posizioni dell’ecologismo anarchico nordamericano http://www.blackandgreenreview.org/

[4]                     https://theanarchistlibrary.org/library/anonymous-desert

[5]                     John Zerzan è stato di recente in Italia impegnato in un tour in diverse città dall’inizio alla metà di Giugno 2017.

Vaccinazioni, poteri, libertà. Un dialogo con Stefano Boni, antropologo e anarchico

Di Vittorio Sergi

La nascita dei una mobilitazione contro la decisione del Ministero della Sanità di allargare il numero di vaccinazioni obbligatorie per i bambini e ragazzi fino a 16 anni ha fatto emergere alla luce pubblica un dibattito che da anni si sta svolgendo, spesso sotto traccia, tra i sostenitori di questa pratica di “igiene pubblica” ed i critici. L’opposizione alle vaccinazioni obbligatorie non risponde ad un’unica posizione filosofica, politica o scientifica ed all’interno del fronte del “no” convivono posizioni con le quali la redazione di Qui e Ora non trova grande affinità o addirittura nessuna. La questione è sicuramente controversa, anche troppo per alcuni, al punto che ci siamo chiesti perché su questo tema specifico si sia accesa tanta animosità. Sicuramente la vaccinazione tocca un nervo sensibile del rapporto tra corpi e potere. Per questo, crediamo sia giusto parlarne ed auspichiamo che questo intervento possa essere il primo di una serie di approfondimenti che ovviamente non hanno l’intenzione di esprimere una “linea” univoca ma, proprio perché non crediamo alla retorica delle “libertà individuali”, vogliono essere dei contributi a una riflessione comune su questi temi.

I vaccini all’interno del sistema della medicina allopatica
 occidentale costituiscono uno degli strumenti preventivi più forti della 
cosiddetta “salute pubblica”. Quali contraddizioni e problemi vedi da 
antropologo nel rapporto tra il corpo e il potere in questo senso?

Vedo un problema di accentramento di potere, sottratto ai cittadini dalle istituzioni che si auto-attribuiscono il diritto di determinare scelte terapeutiche sugli individui. Il potere non è espresso nella possibilità di vaccinare, c’è un generale apprezzamento dello strumento vaccini anche in buona parte del fronte di chi non vuole vaccinare i figli. Il potere emerge quando il vaccino non diventa una opzione ma un obbligo, anzi un susseguirsi di obblighi applicati in modo indiscriminato su tutta la popolazione. Per ora l’obbligatorietà interessa la classe di età 0-16 anni ma l’obbiettivo dichiarato è quello di avere una popolazione completamente vaccinata (a parte gli intolleranti ai vaccini). Ciò significa imporre l’obbligo vaccinale anche alle categorie professionali in contatto con il pubblico (infermieri, insegnanti) e potenzialmente a tutta la popolazione adulta attraverso l’obbligatorietà dei richiami. E’ una misura coercitiva indiscriminata perché non prevede la possibilità di una valutazione dei percorsi di costruzione dell’immunità individuale; non consente la possibilità di vaccinazioni singole; nega la negoziazione della calendarizzazione dei vaccini. Inoltre sui vaccini l’evocazione della “salute pubblica” appare infondata particolarmente infondata nel senso che è un ambito in cui la libertà di scelta è assolutamente percorribile: chi ritiene che i vaccini siano sicuri e benefici può vaccinarsi (e ritenersi protetto) e lasciare che chi ha dubbi, vuole ritardare, vuole fare solo alcuni vaccinazioni adotti altre forme di costruzione delle immunità senza danneggiare i vaccinati. Sembrerebbe un campo dove ognuno può scegliere liberamente quale sia il rapporto rischi-benefici che si preferisce. Il cavillo che si evoca è quello della “immunità di gregge” per i non vaccinati.

Rispetto a certi vaccini l’evocazione della “salute pubblica” appare poco credibile: tra i vaccini obbligatori c’è il tetano che non è contagioso; l’epatite B somministrata a pochi mesi nonostante sia trasmessa per trasfusioni e rapporti sessuali; la rosolia che ha un effetto serio solo su donne in gravidanza (perché vaccinare milioni di maschi? Perché non far prendere la rosolia naturalmente in età adolescenziale quando ha effetti dannosi minimi?). Sono misure indiscriminate anche perché la lista e arbitraria, potenzialmente estendibile all’infinito: nella maggior parte dei paesi europei non c’è obbligatorietà o è infinitamente più ridotta in termini di numeri e di effettiva implementazione rispetto alla legge italiana. Forse l’arbitrarietà maggiore, però, è nella scelta di quale sia la percezione di emergenza per la salute pubblica promossa dalle istituzioni: sono (nonostante qualunque evidenza epidemiologica) i pericoli di contagio portati dai migranti non l’inquinamento. Questo permette di lasciare immutata la tossicità del sistema produttivo, di ignorare le cause di tutte le malattie in rapida ascesa (tumori, leucemia, diabete, malattie autoimmuni, allergie) e legittimare pubblicamente uno Stato che raggiunge nuove frontiere coercitive (per la aggressività nella imposizione dei vaccini e per numero di vaccini) con un plauso trasversale che arriva anche da settori anarchici e comunisti.

E’ una dinamica già vista nella storia occidentale. Lo Stato rivendica di detenere sia il dovere di farsi carico della salute complessiva dei cittadini, sia della verità assoluta su come farlo grazie alle certezze della scienza. Il corpo e la sua gestione non è più in mano all’individuo (o se minore ai genitori) ma viene assunto dalle istituzioni in maniera coercitiva. La legge infatti prevede la possibilità che chi ostinatamente si rifiuta di vaccinare oltre a multe salatissime ci sia la possibilità di revocare la podestà genitoriale: lo Stato dove c’è discordanza rimpiazza le altre autorità, quella genitoriale, rispetto alle scelte terapeutiche.

La richiesta di salute da parte degli individui rispetto allo Stato è cresciuta moltissimo nell’ultimo secolo e le misure di igiene pubblica hanno contribuito ad innalzare notevolmente il livello di salute e la durata media della vita. Perché secondo te oggi le istituzioni mediche godono di minore credibilità e fiducia? Quale è la situazione in altre società e culture che conosci?

Nella maggior parte delle culture in cui lo Stato non riesce a rivendicare un monopolio assoluto del controllo di un certo ambito, a questo arriva solo lo stato moderno occidentale dall’Ottocento in un crescendo fino ad oggi, esistono una molteplicità di opzioni terapeutiche che in genere vanno dalla guarigione spirituale alla soluzione chimica. In Ghana la gente si rivolgeva a preti, erbalisti, ospedali spesso usando diverse opzioni allo stesso tempo. Le scelte individuali costruivano il percorso terapeutico. Tutti gli indicatori quantitativi e qualitativi ci indicano una drastico calo di fiducia in tutte le istituzioni della contemporaneità, la medicina allopatica non fa eccezione. Credo che le ragioni sano essenzialmente in una messa a fuoco sempre più evidente della distanza tra ciò che la modernità istituzionale ha promesso e ciò che ha fatto. Un dato spesso ignorato è che l’aspettativa di vita alla nascita dal 2015 ha cominciato a decrescere: il mito dell’allungamento infinito della vita viene meno.1 La medicina allopatica ha promesso un progressiva illimitato miglioramento nella salvaguardia della salute, in realtà la terapia ha tenuto in vita corpi sempre più a lungo piuttosto che garantirne la salute. Ha avuto l’arroganza di negare qualunque forma di credibilità ad altri percorsi terapeutici, elevandosi a sapere monopolistico e certo. Ha ridotto le terapie ad un insieme di interventi chimico-chirurgici che non tengono conto del benessere complessivo. E’ diventata una macchina burocratica lenta, anonima, inefficace. Spesso riduce il paziente a oggetto passivo di interventi che non gli vengono neanche spiegati: ci si deve semplicemente affidare al sapere superiore della medicina. Si è innestata sempre più in intrecci oscuri con potentati istituzionali e farmaceutici. Si è inventate pandemie per fare soldi (suina 1976; aviaria 2005, 2006, 2008; H1N1 2009). Ha cancellato buona parte della ricerca autonoma universitaria sugli effetti negativi dei farmaci come conseguenza della colonizzazione aziendale dell’accademia. Ha aumentato i costi e diminuita la qualità del servizio, vedi ad esempio il caos di vari pronti soccorso. Tutti quelli che sono insoddisfatti rispetto a queste dinamiche, hanno cercato alternative in pratiche mediche ridicolizzate, marginalizzate, criminalizzate dalla istituzione medica: auto-cura, erboristeria, agopuntura, omeopatia, medicina olistica, medicine orientali, filosofie terapeutiche alternative (come ad esempio quella del medico Hamer). Sono tutti indicazioni di una perdita di credibilità istituzionale e di una volontà di resistere a una logica medica imposta dall’alto su ambiti fortemente intimi.

 

Quale legame vedi tra il potere biopolitico e pastorale descritto da
Foucault e questo conflitto sui vaccini? L’impressione è che la reazione 
contro la imposizione dei vaccini o contro i vaccini tout court entri in
 modo spesso confuso nella testa delle persone all’interno di un campo di
 resistenze all’applicazione del potere attraverso i corpi. Rifiutare i
 vaccini però a mio parere è una soluzione rischiosa. Che ne pensi?

E’ vero che nel campo critico rispetto ai vaccini ci sono anche posizioni complottiste, ingenue, fondate su fedi personali ma secondo me c’è più riflessione tra chi mette in dubbio i vaccini che in chi segue, per pressione sociale, condizionamento mediatico o fede nella scienza la prassi vaccinale istituzionale senza farsi alcuna domanda. Credo che chi non vaccina ha presente le argomentazioni di chi vaccina mentre mi pare meno vero il contrario. La scelta di evitare di discutere del merito e di colonizzare in maniera militare i media con posizioni esclusivamente favorevoli alla linea governativa, senza contraddittorio ha aumentato la contrapposizione, lo scetticismo, il fanatismo da entrambi i lati. Quello che è mancato realmente è un confronto sulle argomentazioni (completamente divergenti), questo ha impedito mediazioni e negoziazioni e ha generato una enorme confusione a cui si è risposto con un potere censorio (la radiazione dei medici che mettono in dubbio la bontà assoluta dei vaccini) e coercitivo (la legge che non lascia scampo a chi non vuole allinearsi in toto al calendario vaccinale).

E’ una misura evidentemente biopolitica e pastorale, un potere esercitato sul corpo per la vita sana, presentato come valore supremo, la cui ricetta è nelle istituzioni. La finalità della salvezza del gregge richiede però interventi personalizzati per punire senza complimenti chi ha visioni diverse di quelle del supremo pastore, dotato di scienza e certezza, al gregge non sono consentiti dubbi. E’ un pastore che ora usa il bastone contro un numero limitato di capi che si stava allontanando da cure che il pastore ritiene indispensabili e le pecore dannose. La dinamica mi pare indicativa dei tempi che stiamo vivendo. Un potere istituzionale allineato e potentissimo (media, governo, ditte farmaceutiche, scienza ufficiale) che risponde ad una complessiva perdita di autorità con una coercizione di inedita potenza e sicumera per schiacciare, senza possibilità di fuga, chi è restio a piegarsi. Questo potere si ritiene sufficientemente forte da imporsi violentemente sulle resistenze anche in ambiti come la gestione del corpo, su cui il neoliberismo aveva lasciato l’illusione che vigesse la sbandierata libertà occidentale contemporanea. E’ un potere pastorale arrogante e feroce con le minoranza che non ha remore ad invadere ambiti sempre più intimi. Lo vedremo ancora all’opera. Non si nutre di consenso ma della fragilità della società di costruire alternative credibili: la sua potenza si regge sulla convinzione diffusa che sia impraticabile qualsiasi alternativa concreta all’allineamento dei poteri contemporaneo.

Spesso la scelta di non vaccinare è basata su convinzioni personali, 
non sempre ben motivate. Tuttavia per chi non si vaccina i rischi sono
 minori grazie alla protezione “di gregge” provocata da tutti quelli che
si vaccinano. Non trovi che questo sollevi una contraddizione tra scelta
individuale e responsabilità collettiva?

Nel 2014 il Global Health Security Agenda (GHSA) stabilisce che “l’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo”. Un notevole successo della campagna che ha preparato il campo alla legge e perseguita chi chiede la libertà di vaccinazione è una serie di caricature mediatiche fatte proprie in maniera acritica dalla opinione pubblica. I cosiddetti “no-vax” diventano una categoria unica infarcita di stupidaggini telematiche, disinformata, con legami con i fascisti, pregiudizialmente contraria a qualunque tipo di vaccinazione. La tesi di laurea del 2016 di Angela Leone sulle opinioni dei genitori riguardo alla opportunità di vaccinare i figli, ha mostrato che in piccola parte chi si sottrae ai vaccini ha posizioni pregiudizialmente contrarie ad ogni tipo di vaccino e ancora più raramente queste sono fondate su posizioni religiose; i genitori che rifiutano almeno in parte le vaccinazioni sono quelli che hanno intensificato e diversificato le fonti di informazione; la diffidenza rispetto ai vaccini è ben più ampia di quel 5% che effettivamente non vaccina i figli: circa un quarto dei genitori, con varie sfumature, adotta rifiuti parziali: non sottopone i figli ad alcune vaccinazioni o le ritarda rispetto a quanto imposto dal calendario vaccinale. Ricordo che la scienza è un discorso prodotto in specifici contesti socio-politici-economici e non genera verità. Verità scientifiche si sono spesso dimostrate errori: l’eugenetica e il razzismo erano scienza di Stato meno di un secolo fa; più recentemente l’amianto era legale, l’allattamento al seno una scelta sbagliata, le tonsille propaggini inutili, farmaci tossici sono rimasti in commercio per anni.  La scelta di rimandare, selezionare o rifiutare le vaccinazioni ha un ampio supporto scientifico sebbene ci sia documentazione che va nel senso opposto. Diversi medici affermati che esprimevano dubbi sulla qualità dell’immunità generata dai vaccini rispetto alla immunità naturale, sulla composizione dei vaccini (presenza di metalli pesanti e sostanze dannose), sui danni collaterali, sulla quantità e calendarizzazione dei vaccini sono stati radiati dall’ordine dei medici. Credo che sui vaccini si dovrebbe avere un atteggiamento morale simili a quello sulla eutanasia o sulla assunzione di droghe. Sebbene si possa ritenere che siano dannose, sono fondamentalmente scelte individuali.

Lunatico Giugno

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

La vita contadina è una regola, una forma di vita, ognuno può costruirsi la propria, noi vi racconteremo la nostra, a frammenti, con l’intento di condividere quel poco di esperienza e di sapere che questi anni sulla terra ci hanno dato.

Ma l’errore più grande di chi sta sulla terra è credere di aver capito come stanno le cose.

Chi si organizza deve sapere cosa mettere sotto i denti.

Quando seminarlo, come farlo crescere e anche come cucinarlo.

(il diario si riferisce alla bassa collina dell’Appennino romagnolo, i lavori stagionali vanno anticipati o posticipati in relazione a variazioni di latitudine e altitudine)

 

Giugno mese di luce, mese di lucciole, di assolute giornate senza fine.

Ce ne sono ancora di lucciole, così tante che non te l’aspetti, che a sgranare gli occhi sembra quasi che la loro danza sia destinata a vincere sul nero dei tempi.

Mese di albe in mezzo alla notte, mese di ciliegie, di albicocche e di prugne.

La pioggia continua a non cadere, ma piovono zucchine nel paniere, e cetrioli e fagiolini.

All’inizio dell’estate è tempo di iniziare a pensare all’inverno, a quando la terra gelata non darà più nulla. Tempo di sott’oli e di marmellate (noi mettiamo circa 400gr di zucchero di canna integrale per chilo di frutta), tempo di congelare zucchine: basta tagliarle a rondelle e sbollentarle qualche minuto in acqua, poi scolare, asciugare e insacchettare.

Fioriscono i tigli, i loro effluvi sono le trombe struggenti che annunciano l’imminente solstizio, eliche di profumo che raccolte in vasi saranno ottime tisane per i bronchi d’inverno.

Fioriscono l’achillea e l’iperico, coi fiori di quest’ultimo si può fare senza troppe difficoltà un unguento miracoloso in olio d’oliva per tutte le scottature.

Fiorisce anche la lavanda, è bello raccoglierla e tenerla fra i vestiti.

Tra le erbe spontanee qui da noi abbonda in terreno sabbioso il farinaccio o chenopodio, che non ha nulla da invidiare al sapore degli spinaci.

Nell’orto si continua a sarchiare e scerbare e si finisce di legare e scacchiare i pomodori da mensa, che a fine mese inizieranno a dare i primi frutti.

Si raccolgono anche le prime patate dette novelle, anche se le piante sono ancora verdi e la buccia non del tutto formata. Una primizia per festeggiare l’arrivo dell’estate.

L’aglio, seminato nella tradizione contadina “per i morti” si raccoglie attorno al solstizio, prestando attenzione che la parte aerea non sia completamente secca. Questo favorisce la raccolta manuale ed evita la separazione delle foglie dal bulbo. Una volta sradicati noi leghiamo gli agli in mazzi e li lasciamo anche una settimana nel campo sotto il solleone ad asciugarsi per bene (salvo tempo troppo umido e instabile), dopodiché li appendiamo sotto una tettoia all’aperto protetti dalla pioggia ma esposti all’aria in modo che continui l’asciugatura. Abbiamo notato che questo procedimento favorisce la loro conservazione fino alla primavera successiva. Solo con l’arrivo delle piogge autunnali trasferiremo gli agli in un locale interamente coperto.

A fine mese è tempo anche di raccogliere lo scalogno; noi lo scalziamo dalla terra con vanga o zappa e lo lasciamo un paio di giorni ad asciugare nel campo (non di più perché a differenza dell’aglio se il sole è troppo forte potrebbe letteralmente cuocersi). Poi lo trasferiamo come l’aglio sotto una tettoia all’aperto e all’ombra dove può continuare ad asciugarsi.

Nella vigna continuano i trattamenti a base di rame e zolfo, l’allegagione è avvenuta e ora un po’ di pioggia non ci starebbe male.

Con il solstizio è anche tempo di nocino, di ricette ce ne sono infinite, l’importante è raccogliere le noci quando il guscio sotto al mallo non è ancora troppo legnoso ed è facilmente tagliabile con un coltello.

Le zucchine hanno bisogno di grande attenzione per evitare che “scappino”, come si dice, ovvero che se non tagliate opportunamente diventino delle zucche e vadano a seme. Almeno una volta ogni due giorni andrebbero raccolte. Tra i vari ortaggi è anche uno dei più semplici (insieme alle zucche) di cui provare a tenersi il proprio seme. Se non si vuole conservare la purezza della varietà, cosa che richiede un procedimento più complicato, basta scegliere alcune tra le piante più belle e lasciare crescere una zucchina per pianta senza tagliarla. Questa dopo essere cresciuta a dismisura diventerà gialla come una zucca e ad agosto, quando la pianta madre tenderà a seccare, si potrà staccare e aprire e i semi si metteranno ad asciugare su un ripiano. Quando saranno ben asciutti si potranno riporre in un sacchetto. È molto probabile che da questi semi non nascerà una pianta uguale alla madre, ma un incrocio tra la madre e altre piante cresciute vicino ad essa. Quindi in campi con più varietà di zucchine potrebbero nascere strani incroci ma c’è chi dice che è solo da questo passaggio che si può ripristinare un’autentica biodiversità e una reale autonomia alimentare.

La riproduzione dei propri semi è forse il gesto politico più rivoluzionario che può fare chi vive sulla terra (anche se almeno per gli ortaggi è forse uno dei più difficili).  E non solo perché riproducendosi i propri semi ci si svincola dalle case sementiere più o meno corporation e più o meno green, ma soprattutto perché nel seme è racchiusa tutta la potenza di questa forma di vita.

E farsi i propri semi significa rendere inappropriabile la propria potenza.

Quando giugno volge al termine e il sole inizia di nuovo a cadere verso l’orizzonte, cade allora anche l’ombra della falce sulle nostre spighe.

Mietitura, madre di tutti i raccolti, gioia e dolore dell’estate che nasce.

È la falce a dettare il parto, di mani colme di spighe e di campi vuoti, riarsi e irti di placente da seppellire.

 

Ricetta “in abbondanza di zucchine”

Passato di zucchine (da mangiarsi tiepido o freddo)

1 kg di zucchine

2 patate medie (se novelle con tutta la buccia)

1 cipolla media o 3 scalogno (o entrambi)

mezza carota

aglio

prezzemolo o nepitella

sale e eventualmente un nonnulla di pepe o peperoncino

Soffriggere all’oro cipolla e carota in olio evo

aggiungere zucchine tagliate a fette e patate tagliate a fettine o tocchetti

mettere il coperchio e far cuocere fino a che non è tutto morbido a fuoco medio

aggiungere mezzo bicchiere d’acqua a metà cottura

a fine cottura aggiungere aglio schiacciato e prezzemolo grossolanamente tagliato, aggiungere il sale, passare tutto con passaverdure o tritatutto

far raffreddare, aggiungere olio extravergine di oliva, a crudo a piacere

servire con o senza crostini.