Il Lunatico

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

di Bianca Bonavita

La vita contadina è una regola, una forma di vita, ognuno può costruirsi la propria, noi vi racconteremo la nostra, a frammenti, con l’intento di condividere quel poco di esperienza e di sapere che questi anni sulla terra ci hanno dato.

Ma l’errore più grande di chi sta sulla terra è credere di aver capito come stanno le cose.

Chi si organizza deve sapere cosa mettere sotto i denti.
Quando seminarlo, come farlo crescere e anche come cucinarlo.

(il diario si riferisce alla bassa collina dell’Appennino romagnolo, i lavori stagionali vanno anticipati o posticipati in relazione a variazioni di latitudine e altitudine)

mAggio

Oggi sì, la terra inizia a restituire.
Si raccolgono i legumi seminati d’autunno: piselli, taccole e fave. Si raccolgono le lattughe trapiantate a novembre e si raccolgono spinaci, ravanelli, bietole, cicorie e cipollotti. Si raccolgono fragole e ciliegie.
Ma è bene ricordarsi che non tutto può essere raccolto e che una parte spetta al selvatico, un altra al cielo. La terra, se non è deserto o acquitrino, sta con noi.
I caprioli si scamosciano le corna sui giovani alberi da frutto scortecciandoli, le lepri pasteggiano nel fragolaio, i tassi vanno a caccia di patate, gli storni, le gazze e le ghiandaie svuotano gli alberi di ciliegie, i cinghiali devastano il grano, a volte non piove per mesi e tutto sembra prosciugarsi poi grandina per dieci minuti e il raccolto è distrutto, e infine arriva una gelata fuori stagione che uccide i pomodori, compromette la vite o le patate.
Occorre farsi erba per aderire, per poter dire sì a tutto questo, per riconoscerlo come parte integrante di questa forma di vita. Per poter dire sì anche alla grandine. E il capo chino sulla terra rialzarsi un po’ ammaccati al richiamo del sole brillanti di un verde nuovo. A riguardare il cielo negli occhi per rendere grazie con aria di sfida.
A maggio è un corpo a corpo con il bosco che avanza e che stringe il campo in una morsa.
In questo mese è chiaro a tutti che il fitto bosco dell’incolto è soltanto in attesa sotto pochi centimetri di terra racchiuso in migliaia di piccole esplosioni di vita. È chiaro che è il bosco a prestarci la terra per i nostri giochi contadini. Riconosciuto questo si tratta di tracciare i confini e di firmare un accordo.
È ancora tempo di trapianti.
Di solito qui da noi si aspetta maggio, fuori pericolo per freddi tardivi, per melanzane, peperoni, zucche, meloni e angurie. Le melanzane e i peperoni a sessanta centimetri sulla fila, settanta/ottanta tra le file, mentre le cucurbitacee hanno bisogno di più spazio, almeno un metro sulla fila e anche un metro e mezzo tra le file. Per loro è bene, come si è fatto per le zucchine, fare una buchetta e riempirla di letame o, in mancanza, di stallatico.
È anche tempo di rincalzare le patate per garantire ai giovani tuberi che si stanno formando di avere tutto lo spazio necessario per crescere al buio e non inverdire.
Continuano i lavori di sarchiatura. Un secondo passaggio nelle cipolle e negli agli (seminati in bulbi d’autunno) è necessario per dar loro un vantaggio vitale sulle selvatiche. In certi casi può servire anche un terzo passaggio ma in generale, ovvero anche per gli altri ortaggi, accanirsi oltre è più un’ossessione estetica che un’esigenza delle colture.
Verso fine mese, qui da noi, è anche tempo di incannare i cosiddetti pomodori da mensa, di legarli e di scacchiarli, ovvero di asportare i germogli che nascono nelle ascelle tra il fusto e le foglie, germogli che toglierebbero energie utili per portare a frutto la pianta.
Stesso lavoro, ad averne voglia, andrebbe fatto nella vite per impedire che la pianta sottragga sostanza ai frutti per dedicarsi alla chioma. Per la vite è periodo delicato poiché si appresta alla fioritura, prima di piogge abbondanti sarebbe bene passare con rame e zolfo.
Intorno a fine mese trapiantiamo anche i cardi, ultimo trapianto primaverile, ottanta/novanta centimetri sulla fila e tra le file. Come i loro fratelli carciofi, se curati bene sono una coltura poliennale.
Sul versante parassiti è ancora alto il rischio afidi su ortaggi e alberi da frutto. Per contrastarli può andar bene anche il macerato d’ortica. Per farlo noi mettiamo 1kg di ortica dentro un sacco di juta a mollo in 10 litri d’acqua per qualche giorno, fino a quando il liquido non produce la sua puzza caratteristica. È anche un toccasana per le foglie.
Attenzione anche alla carpocapsa per meli, peri e noci. Maggio è tempo di voli e di deposizione delle uova. Noi, se vogliamo raccogliere qualche mela, siamo costretti a passare con due o tre trattamenti utilizzati in biologico di cidya pomonella granulosis virus.
Per la mosca del ciliegio a rischio qui da noi sono le varietà più tardive, ci sono modi di contrastarla a base di spinosina, ma anche anticipando un po’ la raccolta si può evitare che il verme comprometta del tutto il frutto.
Maggio è soprattutto tempo di falciare il maggese.
Perché quell’odore che si spande in andane per tutta la campagna, quell’odore che si lascia alle spalle le acacie e i sambuchi, inoculi un primo straziante presagio di morte in mezzo alla vita tutta trionfante.

Ricette inevitabili: il pane con la “madre di tutti i lieviti”

Il pane, base della nostra alimentazione, un cibo che può essere immenso o miserrimo, vivo o morto.
Il sistema-non-mondo in cui viviamo l’ha reso miserrimo, un non-cibo morto fatto di grani e farine impoverite che non solo non danno nutrimento ai nostri corpi ma glielo tolgono.
Farsi il pane in casa è un atto, oltre che di profonda bellezza e senso, anche di resistenza fisica alla morte che circonda i nostri giorni.
Il tempo per fare il pane è un tempo restituito che restituisce umanità e lega agli elementi.
Farlo con la pasta madre e farina semi o del tutto integrale (cioè dove ci sia il germe del grano) significa prepararsi un alimento che quasi da solo potrebbe farci vivere.
La “madre” infatti è un miracoloso equilibrio di lieviti e batteri (a differenza del lievito di birra in commercio che ha solo un tipo di lievito), sempre diversa a seconda di dove vive e con chi vive ma sempre uguale nella sua capacità di creare nel pane le sue magiche bolle. E questa molteplicità di microorganismi che trasformano farina e acqua in pane, non solo rendono il pane buono e con un sapore sinfonico (irrevocabilmente perso nei pani industriali) ma grazie a invisibili e magici procedimenti chimici riescono a rendere non solo la farina più digeribile ma anche i nutrienti della farina più assimilabili dal corpo. Questi piccoli esseri che vivono all’interno del pane non muoiono tutti con la cottura ma vivono nel suo centro e una volta che il pane esce dal forno, nel giro di una giornata, ripopolano tutto e rendono il pane vivo e brulicante.
Farsi il pane non ha controindicazioni.
E non è difficile, è solo uno dei tanti saperi sottrattici e che bisogna riacquisire e, tra questi, uno dei più semplici.
Si sente dire spesso che sia una cosa difficile e che richieda molto tempo e impegno.
Ci permettiamo di dire che non è vero, si tratta solo di un’abitudine da riacquistare e che, come tutte le differenti abitudini che contraddistinguono ognuno di noi, una volta riacquisita diventa parte integrante della nostra vita. Un tempo di vita e non semplicemente una “cosa da fare”.

La cosa più immediata è farsi regalare un pezzettino di “madre” da una persona che ce l’ha (in un mercato contadino sicuramente troverete persone che saranno felici di portarvene un pezzetto).
Se questo non è possibile, il procedimento per farsi il lievito madre in casa è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.
Unire 200gr di farina a 100ml d’acqua, impastare fino a ottenere un panetto non appiccicoso.
Metterlo in un contenitore e lasciarlo 24-48 ore a riposare e comunque fino a quando non sarà lievitato (dipende dalla temperatura dell’ambiente).
A questo punto, riprenderlo e aggiungere farina pari al suo peso e metà dell’acqua rispetto alla farina. Andare avanti così per 7-8 giorni. Ogni volta che lo riprendete, eliminatene la metà altrimenti alla fine c’è il rischio di avere chili di lievito mentre ne bastano 100-200gr circa.
Trascorsi i giorni, avrete la “madre di tutti i vostri pani futuri”.
Si conserva fino a 24-48 ore a temperatura ambiente o in frigo anche 7-10 giorni.
Quando la riprendete in mano per “rinfrescarla”, eliminate la crosta esterna brunita e molto inacidita e usate solo il centro.
“Rinfrescare la madre” è espressione per dire la prima fase della preparazione del pane.
Prendete la vostra madre, aggiungete acqua fino a renderla liquida, poi aggiungete farina fino a raggiungere una consistenza cremosa. Lasciate lavorare i microorganismi tutta una notte. Alla mattina vedrete che la “crema” si è riempita di bollicine e increspata. Aggiungete acqua e mescolate fino ad ottenere di nuovo una consistenza liquida. Poi aggiungete farina e sale fino a raggiungere una consistenza impastabile con le mani. Le dosi di acqua e farina dipendono da quanto pane volete fare, per farne ca. un chilo, contate 700gr. farina e 300gr acqua circa.
Prendere un pezzetto di questa pasta e riporlo, sarà la madre del prossimo pane (da non dimenticare mai).
Lasciate lievitare questo impasto fino a quando non sarà aumentato di dimensione: potrebbero volerci tra le 4 e le 8 ore a seconda della temperatura esterna e delle caratteristiche della madre (molto attiva perché panificate spesso, poco attiva perché passano lunghi periodi tra un panificazione l’altra).
Cuocete in forno per 1 ora iniziando a 250° per i primi 20 minuti, poi 200° e 180° per l’ultima mezz’ora.

Il tempo del pane

Qualcosa di vivo.
Qualcosa che mi piace sempre vedere come va a finire.
Qualcosa con cui è necessario confrontarsi, non un oggetto ma un soggetto.
Ma di quelli con un bel carattere e con la consapevolezza del proprio essere eterni, nonostante tutto. Qualcosa che si ricrea sempre dalle proprie origini.
Qualcosa che fa bene. Che è buono e di cui non si può fare a meno.
E ha bisogno di tempo, di un tempo suo che tutte le volte cambia ma che segna il mio tempo.
Il tempo del pane.
L’attesa di ciò che sarà.
Come sarà? Morbido, duro? Bello? Armonico? Crescerà bene? Non si spaccherà?
Gira il cucchiaio nella ciotola intrecciando acqua e farina, farina e acqua.
Più acqua, meno acqua. Più farina, meno farina.
Girano le mani girano, l’aria entra nelle tue fessure. Piano, piano. Lentamente.
Hai tutto il tempo del mondo, non c’è fretta.
E il fuoco infine, come magia incandescente ti solleva nella piroetta finale.
Sei pronto! Sei mio? Sei di coloro che amano il tuo sapore antico, la tua aria da signora d’altri tempi.
Il tuo aroma impregna le stanze.
Sei pronto!

Terra ti ha nutrito, aria e acqua per trasformarti, fuoco per definirti.
Metafora della vita, eppure nasci da una falce. Un atto di morte che ti consegna alla vita.
E’ un ritorno a se stesse mangiarti, è un ritorno a se stesse crearti.
Chi ti crea si ricrea.

Ti ho guardato da ottobre a giugno, prima embrione stretto nella tua placenta di terra, poi feto coraggioso che sbuca all’aria aperta, gelida di dicembre.
Crescere bimbo che gioca col vento e con le coccinelle a primavera, poi piano piano vedere la tua spiga sbucare dal ventre di ragazzo, e poi bionda, bellissima e rigogliosa, sempre più bionda giocare a specchiarsi con il sole nel giugno luminoso di raccolti multicolori.
Tu, chicco frantumato dalla pietra, tu farina meravigliosa, fecola divina, quanto tempo ti ho aspettato guardandoti crescere e trasformarti ogni giorno.
Il tempo del pane. Il mio tempo.
Nulla ci separa. Tutto ci unisce. Nel prepararti mi preparo.
E vorrei avere il tuo bel carattere e la consapevolezza di essere eterni, in una eterna creazione, nonostante tutto.
Quando ti impasto, impasto i miei pensieri. L’aria è intorno a noi.
Io respiro l’aria che tu respiri. Tu respiri l’aria del mio respiro.
Respiriamo insieme nella stessa stanza, beviamo la stessa acqua, ci scaldiamo allo stesso fuoco. Siamo nate sulla stessa terra.
Siamo nate sulla stessa terra.
Ecco cosa sei: terra da impastare, terra da cuocere, terra da mangiare, terra da far ritornare terra.

Promemoria per una nuova forma di vita contadina

di Bianca Bonavita

Quando il contadino supera la sua misura, autorizza la propria schiavitù
e concede allo Stato il diritto di vita e di morte.
Jean Giono, Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, 1938
Prima di tutto la terra.
Sorella ancor più che madre, compagna. Di semine e di sepolture.
Il cielo batte il tempo che la terra danza. Spetta a noi saperlo ascoltare, imparare dalla terra i suoi passi. Aderire.
E di terra ce n’è tanta, dappertutto, anche dove il cemento sembra aver trionfato, di terra ce n’è anche lì, sotto qualche centimetro di cemento, e a volte basta un piccone per liberarla.
Verrà presto il giorno in cui si scrollerà di dosso con un colpo di reni la triste coperta grigia che le abbiamo messo addosso. Vista dagli anni della terra, la civiltà è soltanto una breve notte di mal di pancia.
Di terra ce n’è di piatta, e di questa molta è in mano ai nemici, ce n’è in discesa e a dirupo.
Ce n’è per tutti.
La terra di tutti, la terra di nessuno, la terra che non si può possedere, la terra che abbiamo comunque sempre in prestito, in uso, anche quando un pezzo di carta dice che è nostra.
La terra che è bassa, dicono, che è solo fatica. Quando i frutti non sono per te è solo fatica, quando vendi il tuo tempo è solo fatica, quando il Mercato decide il prezzo del tuo lavoro è solo fatica, quando c’è qualcuno diverso dal cielo che ti dice cosa devi fare è solo fatica.
Altrimenti la terra è anche alta ed è gioia e dono e grazia. E privilegio.
Tutto sta nel non farsi prendere dalla dismisura. Tutto sta nel capire qual è la propria misura, la misura del proprio amore con la terra. Basta sempre poco a diventare schiavi del proprio lavoro, a diventare imprenditori di se stessi.
Il campo è come un’orchestra, bisogna saper dosare archi e ottoni, patate e cipolle.
Si semini di ogni cosa la quantità che ci sarà possibile curare senza affanni. Senza strafare.
Quando ci si trova nella situazione di dover pagare qualcuno per aiutarci nel campo allora è la fine, si è nella dismisura. Bisogna sapersi fermare prima, e se in certi momenti si ha bisogno di un aiuto si pensi allora a nuove forme di comune.
Perché se non si vuole avvelenare la terra e il proprio cibo e non si vuole diventare schiavi delle macchine ci sono momenti, anche dentro la misura, che richiedono tante braccia.


Ci sono le vecchie comuni concentrate ma c’è anche una comune diffusa di vite contadine che si scambiano aiuto nei vari momenti della stagione, e ci sono anche comuni tra campagna e città, un po’ di aiuto in cambio dei frutti del raccolto. Il campo può essere una comune, uno spazio aperto in cui chiunque voglia metterci le mani ne raccoglierà. L’importante è sfuggire alla dismisura.
E mai, mai, cedere alla tentazione dei contributi statali. L’unico modo in campagna per non dovere nulla allo Stato è di non chiedere mai nulla. Niente è mai regalato, anche quando si chiama fondo perduto. Se si hanno pochi mezzi, meglio partire a piccoli passi appoggiandosi alle reti contadine clandestine diffuse sui territori.
La cosa più importante per la nostra nuova forma di vita contadina è cercare di farsi invisibili. Si diffidi delle “mappature” fatte per “valorizzare il nostro lavoro e farlo conoscere”. La clandestinità e la latitanza sono le uniche condizioni in grado di porre un freno alle vessazioni del fisco, della burocrazia e dello Spettacolo. Meno si appare nei documenti più probabilità di vivere liberamente.
Nella clandestinità tutto è ancora possibile.
E non facciamoci fregare dai disegni di legge per l’agricoltura contadina, l’unico bel disegno per chi vive e lavora la terra è quello fuorilegge.
Anche se animati da buoni intenti finiranno con nuove vessazioni e schedature.
Di nemici ce ne sono tanti. Siamo circondati. La grande distribuzione organizzata primo fra tutti, la logistica del massacro di vite contadine su mandato del Mercato. Poi lo Stato, le banche e le politiche comunitarie, i nuovi latifondi, le grandi macchine, le corporation dell’agro-chimica e dei semi. Sessant’anni di distruzione, di scomparsa materiale e culturale delle vecchie forme di vita contadine consegnate all’oblio, alla vergogna, al disprezzo e alla commiserazione. E le sirene della Green Economy, il Buono Giusto Pulito, la Terra Madre marchio registrato, la Fabbrica Italiana Contadina, il Vaticano e i suoi forum mondiali dei movimenti popolari, lo Spettacolo che tutto assimila e assorbe nella sua grande Esposizione.
Di nemici ce ne sono tanti.

Ma sarchiando agli e cipolle all’imbrunire della storia in una calda sera di marzo tutta pervasa dal dolce profumo di fiori di pruno che pare miele di olio di cocco in un anfiteatro di canti d’amore d’uccelli ho l’impressione che la nostra primavera sia proprio qui ed ora in questo frammento di cielo in questo frammento di terra l’aurora.

Con Kafka (2)

A che serve la letteratura.

Su cosa si fonda una comunità? Sulla condivisione? Sulla menzogna?

Una comunità di mascalzoni
«C’era una volta una compagnia di mascalzoni», scrive Kafka in un piccolo racconto del 1917, «ossia non erano mascalzoni, bensì persone normali, nella media. Si sostenevano sempre a vicenda. Se per esempio uno di loro aveva fatto una mascalzonata (…) essi esaminavano il caso, lo giudicavano, impartivano penitenze, perdonavano, e così via (…) «Cosa? Perché ti preoccupi? Hai fatto solamente ciò che è scontato» (…) anche dopo la loro morte non sciolsero la compagnia e salirono al cielo in girotondo…».
Legame tra “l’ordinario”, “lo scontato” e la “mascalzonaggine”. E una buona, molto buona, coscienza. Fa pensare a quello che Hannah Arendt svilupperà poi intorno alla «banalità del male» in Eichmann a Gerusalemme, dove parla di Eichmann come di un «clown». E a un altro breve racconto del 1920 intitolato Vita in comune in cui Kafka fa il ritratto di cinque amici: «Siamo cinque amici, una volta uscimmo da una casa l’uno dopo l’altro… La gente si accorse di noi e indicandoci diceva: i cinque sono usciti poco fa da questa casa. Da allora viviamo insieme, sarebbe una vita pacifica, se non vi si immischiasse continuamente un sesto». Ah, questo sesto! «…perché si intrufola dove non lo si desidera? Non lo conosciamo e non vogliamo accoglierlo fra noi. Vero è che anche noi cinque non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso, ma ciò che per noi è possibile ed è tollerato, per quel sesto non è possibile e non viene tollerato. Inoltre siamo in cinque e non vogliamo essere in sei». «Noi siamo cinque», qualcosa che viene martellata continuamente, tanto più che è successo per caso, con nessun senso all’origine, ci si è giusto trovati insieme, senza nessun legame significativo: «non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso».


E allora perché i cinque fanno comunità? È così e basta. Autorità della realtà. Appiattimento del mondo che si svolge calmo e feroce su di un solo piano, ciò che è. E tuttavia, in compenso, di chi, di che? Dello spirito, ma sì: questa descrizione così precisa, così esatta, non è neutra, agisce, fa ridere il lettore, che vede davanti a lui i cinque ben serrati che si confortano l’un l’altro, respingendo (con i gomiti, dice Kafka) il sesto che cerca continuamente di ritornare. Il gesto è visibile, è una gag, e sotto le affermazioni perentorie, infantili, appare la nullità delle “ragioni”, la semplice dichiarazione: siamo cinque e non vogliamo essere sei. Autorità del vuoto.
«Che senso può avere questo stare continuamente insieme?», aggiunge Kafka; «Non ha senso nemmeno per noi cinque, ma oramai siamo insieme e ci rimaniamo»… La realtà non ha alcun senso in se stessa, siamo noi che gli diamo del senso, che è UN senso, e niente affatto IL senso, il solo senso possibile. E qui il senso di questa comunità così amicale è la volontà di restare tra loro, il rifiuto, il rigetto di chi è altro, punto e basta. Questo punto e basta fa ridere, di un riso particolare, indignato e nervoso. Ben inteso non esiste il punto e basta, la menzogna e l’impotenza del punto e basta, ma ciò che si svela improvvisamente sotto l’affermazione autoritaria e vuota del «è così e non altrimenti» è una cosa affatto divertente e che riconosciamo anche se sorprende sempre: l’odio.

Parigi, 1° Maggio 2017: il fiammeggiante ritorno del «corteo di testa»

 Macron ti si farà piangere. Firmato: i giovani
(tag comparsa il Primo maggio a Parigi)

 

Il 1° Maggio, ancor prima di essere da poco più di un secolo la festa dei lavoratori, è sempre stata la ricorrenza di Beltaine, questa festa pagana diffusa in ogni angolo d’Europa la quale celebra, passando per il fuoco e l’unione del principio femminile con quello maschile, la fecondità e la rigenerazione dei mondi, il passaggio dall’oscurità alla luce, il risveglio dei sensi, l’insorgere della natura, la vita che vince la minaccia del nulla.

L’intelletto comune non sceglie mai a caso le sue date.

Alcuni amici di Qui e Ora hanno avuto l’intuizione che per questo Maggio sarebbe valsa la pena vivere l’evento di  festa a Parigi.

 Il corteo di testa è un’esperienza

Una scritta apparsa sul muro di un’avenue parigina durante il riot del Primo Maggio, “corri compagno, un mondo di vecchi è dietro di te”, ci pare aver espresso bene il sentimento di questa festa insurrezionale: la rigenerazione del mondo passa attraverso la sottrazione sia individuale che collettiva a questo universo sociale che odora di morte e al quale, per tenersi in piedi, è restata solo la polizia come muro portante. Per tutti gli altri essa è infatti solamente un duro e allo stesso tempo banale ostacolo alla vita.

Le forme del conflitto seguono le rotture e le ricomposizioni di quelle della vita, cioè degli incontri, dei legami, degli affetti che le danno forma a sua volta. Per questo sono forme nomadi: un giorno sono a Barcellona, l’altro ad Atene, l’anno prima a Roma, l’anno dopo a Berlino, oggi a Parigi e domani chissà. Tutto dipende dall’intensità alla quale quella forma può arrivare e spesso, purtroppo per noi, tutto si risolve in una sola giornata. Il problema dei rivoluzionari oggi è infatti come dare consistenza, profondità e continuità alle sue forme.  E attraverso queste portare l’intensità a superare la dimensione del punto e farsi linea, piano, vita.

È da circa un anno, dalla primavera del 2016, che in Francia è apparsa la forma politica attualmente più viva sul piano europeo. Il “corteo di testa” è oggi, senza alcun timore di smentita, la forma ritrovata di cosa vuol dire autonomia, di che significa praticare l’offensiva e provare la gioia del combattimento, di che vuol dire fare un buon uso di sé e dei legami con gli altri , quelli con i quali si abiterà il piano d’intensità, con i quali si camminerà sulla linea discontinua che, passo dopo passo, disegna un divenire rivoluzionario.  Il corteo di testa è più di una tattica, è più e altro di un’espressione della politica, il corteo di testa è un’esperienza e sappiamo bene quanto poche siano le possibilità di farne nella civiltà in decomposizione in cui ci troviamo a vivere, ovvero uno spazio operativo in cui le esperienze non le fanno i corpi ma sono delegate, si fa per dire, ai dispositivi tecnologici. Anche per questo, chi voglia capirci qualcosa deve innanzitutto levarsi dagli occhi le lenti con il quale  è abituato a pensare e vivere “la politica”: per correre, compagno, è meglio che provi a liberarti del peso del tuo vecchio bagaglio. Ciò che serve lo troverai per strada, insieme agli altri che diverranno così i tuoi compagni.

In breve, il corteo di testa ci parla di cosa può significare vivere e lottare all’altezza dell’epoca nella nostra parte di mondo, dove viviamo, non dove vorremmo o fingiamo di essere. Esso espone un gesto appropriabile che apre alla possibilità di uscire da questo presente. Ciò non toglie che vi sia ancora molto da fare, da distruggere e costruire, per arrivare a superare un’ulteriore soglia etico-politica e gli stessi compagni francesi, essendone perfettamente consapevoli,  iniziano a ragionare ad esempio su come inventare e mettere su dei “comitati d’azione” non solo nelle scuole ma negli ospedali, nelle fabbriche, nei quartieri, ovunque. Degli organismi capaci di far comunicare tra loro giovani e pensionati, banliesaurds e universitari, corteo di testa e sindacati e così creare i presupposti di un’organizzazione comune. L’idea dei comitati d’azione viene proprio dalla considerazione che, nella misura in cui si parte da delle possibilità pratiche, quelle che ogni situazione contiene, essi sarebbero, almeno in linea di principio, aperti a chiunque voglia battersi: “nell’azione non ti si chiede che cosa sei, ma che cosa fai e ciò che vi è da fare”.

Tuttavia qui e ora, quantomeno in Europa, la forma di autonomia e di potenza sperimentata in Francia nel corteo di testa offre a tutti noi la possibilità di leggere attraverso di essa i propri limiti e il primo limite è proprio l’incapacità di molti di figurarsi al di fuori dei propri asfittici confini nazionali o addirittura cittadini, se non quelli di appartenenza ideologica, con buona pace della retorica europeista e/o internazionalista che inflaziona i nostri lidi. Volenti o nolenti veniamo modificati tanto dai movimenti di stato e capitale quanto da quelli rivoluzionari e in un senso come nell’altro è il loro studio, la condivisione delle esperienze e il cercare la propria singolare interpretazione delle forme che, solamente, può farci crescere e divenire più forti. Più veri, anche.

Poiché è sempre così, dalle scintille emanate dal fuoco della rivolta, che i nuovi mondi si aprono nella vita di tutti e di ciascuno.

Dentro la fenice

Nei giorni precedenti il Primo Maggio vi era stato un certo scoramento tra i giovani e meno giovani compagni; la gente non era scesa in piazza in gran numero come avvenne nel 2002, quando Le Pen padre arrivò a superare il primo turno nelle elezioni presidenziali. Nei giorni successivi al 23 maggio, la giornata del primo turno elettorale, infatti solamente i liceali si sono organizzati praticamente, bloccando le scuole e lanciando diverse manifestazione selvagge. Come se una rassegnazione generale avesse fatto presa sugli spiriti, ricomponendo il gregge per dirigerlo verso la cabina elettorale come lo si conduce al macello. Pareva come se il gioco politico del momento fosse quello di far tornare tutto a prima del 2016, come se la rivolta contro la Loi Travail non fosse mai avvenuta. Ma 2+2 non fa mai 4. Difatti i compagni sostengono che non sono due i turni di questa campagna politica, bensì tre: ogni volta che vengono chiuse le cabine elettorali comincia l’altra campagna e dopo il secondo viene il terzo di turno, quello destituente.

Come una fenice, anche questa volta materializzatasi nel corteo di testa e poi lanciata in fiamme contro i CRS (celerini), lo spazio autonomo del corteo di testa è riapparso il Primo Maggio: vivo, denso e forte. Chi, in quella manifestazione di decine di migliaia di persone, ha compreso che esso è attualmente il solo spazio di uscita dal ricatto al quale si è ridotta ogni politica, ha rimontato il lungo serpentone della manifestazione e, scavalcando servizi d’ordine sindacali e squadroni della polizia, ha raggiunto la testa. Perché una delle virtù di questa forma è appunto la sua raggiungibilità, la quale non è affatto data dalla castrazione della forza selvaggia del corteo, ben al contrario, è una forma porosa attraversabile da chiunque senta dentro di sé il desiderio di combattere al di là e a volte contro ogni identità e appartenenza, compresa la propria ovviamente. Il carattere destituente del corteo di testa è infatti rivolto tanto all’esterno che al suo interno. All’esterno perché è con ogni evidenza una manifestazione di estraneità offensiva verso l’ordine esistente, al suo interno perché il solo segno di appartenenza è al limite segnalato dai k-way neri e dai fazzoletti e passamontagna che coprono il volto. È autonomo chi si comporta da autonomo; come già nel 1977 italiano, questa è la regola alla quale le diverse soggettività che compongono il corteo di testa si attengono.  Liceali, sindacalisti sinceri, vecchi e nuovi militanti, disoccupati, lavoratori, banlieusards depongono le loro identità e vivono un rinnovato sentimento di uguaglianza e fratellanza: qualunque è il nome della sua composizione. È in questo modo che il corteo di testa ha potuto contare durante la manifestazione del Primo Maggio tra le 1500 e le 3000 presenze. Presenza molteplice e affermativa contro Le Pen, contro Macron, contro il lavoro, contro le elezioni, contro la vita di merda, contro la metropoli: una pioggia di molotov contro il niente.

All’inizio della giornata, già verso le 14 h, la “testa” del corteo di testa, tra le 300 e le 500 persone, si è trovata, grazie ad una manovra congiunta della celere e del servizio d’ordine della CGT, separata dal resto della manifestazione, o sarebbe meglio dire che è la manifestazione a essere stata separata in questo modo dal corteo. La strategia politica della prefettura è sempre la stessa: cercare in ogni modo di isolare gli uni dagli altri, evitare gli incontri e scongiurare le solidarietà.  I CRS hanno quasi immediatamente cominciato a sparare ad alzo zero contro la testa di corteo un’infinità di lacrimogeni, pallottole di gomma e granate stordenti, attacco  al quale è stata data una risposta decisa, fino al lancio di alcune molotov, tra le quali quella immortalata da un fotografo siriano e che ha fatto il giro del mondo, avendo preso in pieno un poliziotto. Nel frattempo un altro gruppo che contava meno di un centinaio di persone affrontava la polizia, e incidentalmente anche un servizio d’ordine sindacale, anche dal lato opposto, quello del grosso della manifestazione che desiderava congiungersi con gli altri, cosa che ha permesso di abbassare leggermente la pressione sulla testa la quale, a un certo momento, si è trovata comunque costretta ad avanzare verso place de la Bastille e poi su via Daumesnil. In questo punto la polizia ha caricato e massacrato diverse decine di persone, sia per mezzo delle loro armi cosiddette non letali che con i loro bastoni. Una fitta nube di gas riempiva la strada, non si riusciva a vedere oltre un metro dal proprio naso.

La manifestazione ha quindi raggiunto e formato il corteo di testa, il quale si è finalmente composto  acquisendo tramite la sua stessa molteplicità un aspetto ancora più offensivo, non permettendo più alle milizie del governo di spezzare il corteo o di isolare dei gruppi per tutto il resto del percorso. Ancora e ancora “tout le monde dèteste la police”.

Poco prima di arrivare al termine della manifestazione, prevista a place de la Nation, il corteo di testa ingaggia una intensa battaglia con i CRS che cercano a più riprese di caricare e spezzare nuovamente il corteo: vengono caricati e respinti a loro volta. Purtroppo riescono a bloccare e arrestare qualcuno, pestandolo dietro i loro cordoni, cosa che fa montare ancora di più la rabbia. Bisogna a volte camminare velocemente a zig zag o a capo chino dietro le automobili per cercare di non essere raggiunti dalle pallottole di plastica o dai frammenti rilasciati dalle granate, ma chi viene colpito trova fortunatamente dei commando di street medic a soccorrerlo. Questi conteranno alla fine 150 feriti, alla quale bisogna aggiungere i molti che non sono ricorsi alle loro cure, a fronte dei tre poliziotti sbandierati dai media e dal governo, tra i quali uno si è ferito da solo alla mano non avendo gettato in tempo utile la granata che voleva far planare sui manifestanti. È da sottolineare che l’agire della polizia non mira semplicemente a “intimidire” ma esplicitamente a fare del male, a ferire, a mutilare.

A non molto dal termine della manifestazione due brigate di agenti poste a due angoli di strada, quasi uno di fronte l’altro, e che sparano continuamente gas, flashball e granate antiaccerchiamento vengono affrontate duramente dal corteo di testa. Le lastre in marmo della facciata di un palazzo borghese vengono letteralmente smontate e fatte a pezzi per farne dei proiettili che, insieme a diverse molotov, convincono le truppe a restare ben ferme nel loro angolo. Rimbomba forte per tutto il boulevard uno slogan leggermente modificato rispetto all’originale: “Di chi è la strada? La strada è nostra” diventa “Di chi è la strada? Di quelli col passamontagna”. Le ultime molotov vengono scaricate, prima di arrivare in place de la Nation, su di una campana di vetro e ferro per la ricarica delle odiatissime autolib tra gli hurrà della gente.

Alla fine si ride, ci si saluta in diversi idiomi, ci si disseta.

 La forma è contenuto

Il corteo di testa è dunque la “novità” consegnataci dalle manifestazioni francesi. Un vero e proprio campo di aggregazione e intensificazione delle più diverse soggettività ma dentro il quale nessuna di esse sembra prevalere, mostrandosi piuttosto come una sorta di spazio misto in cui esprimersi liberamente, con un grado di offensività evidente, ad ogni discesa in strada. Il corteo di testa, come dicevamo, è ad oggi l’ unica forma politicamente viva in Francia, dentro la quale piccoli gruppi, collettivi e molto più spesso bande di amici si organizzano autonomamente facendo uso dello sfondo comune disegnato dal corteo di testa. Chi lo attraversa si sente parte di qualcosa di più grande del semplice scendere in strada con la propria struttura di riferimento, diviene parte di una specie di “atmosfera”, di “clima”, di un’aura magica che il corteo di testa materializza compiendo il gesto della ricomposizione. In questa strana alchimia, sperimentata durante il movimento contro la Loi Travail, risuona l’eco delle manifestazioni degli autonomi di 40 anni fa in Italia. Giovani e meno giovani fanno la loro parte e superano fisicamente le posizioni arretrate dei sindacati, guadagnando metro dopo metro, con determinazione e anche col sorriso, la strada della ribellione. C’ è da dire che nel corteo di testa tutto è più evidente: ragazzi e ragazze disposti allo scontro, militanti di lungo corso che condividono i saperi di piazza, gli applausi della gente ai lati quando esplodono le molotov a difesa del corteo, persone che semplicemente vogliono essere lì e da nessun altra parte nella manifestazione per un motivo semplice, perché lì c’è la vita.

I nemici da affrontare nella manif del 1 maggio erano molti: l’ antisommossa che divide il corteo, poi il sindacato, con i servizi d’ordine della CGT e di Fource Ouvrier che in quella giornata hanno preso il posto della BAC[1], non permettendo la ricongiunzione del corteo più volte spezzato all’inizio dalla polizia e da molti cordoni di CRS, picchiando i manifestanti rimasti indietro e che volevano raggiungere gli striscioni di testa, infine i politici candidati alle elezioni con le loro false promesse da teatrino.
Dentro l’alchimia del corteo di testa ci sono tanti elementi che sono di difficile trasmissione ma che non possono non essere menzionati. Uno striscione firmato “castori antifa”, ironicamente riferito al dibattito un po’ surreale sulla “diga” antifascista che avrebbe dovuto essere costituita dal voto a Macron, teste di drago e fenici di cartapesta che rammentano il ‘77 bolognese, tag disseminate lungo il percorso, a cominciare dal fatidico “Macron: 1° avertissement!”. Tutti gli striscioni di testa sono rinforzati e di una misura tale che ne permette la mobilità per difendere i nuclei d’attacco e il corteo stesso dalle centinaia di proiettili di gomma (considerati non letali!) e dalle granate antiaccerchiamento. Che coraggio questi ragazzi e queste ragazze che si sono incontrati a Parigi! Quante lingue diverse in questa festa! Poteva essere la solita sfilata colorata della sinistra soddisfatta dei risultati dei vari Melanchon & co, ma tra il primo e il secondo turno di queste elezioni il movimento ha dato una chiara indicazione: “Hai votato? Non hai votato? Che importa. Scendi in strada per spegnere la fiamma della candidata fascista Le Pen, scendi in strada per combattere il candidato ultraliberista di destra/sinistra Macron. Cerca l’uscita da questo manicomio” e così continuano a fare con ostinazione, con determinazione, con coraggio, con intelligenza.

La grande mobilità dei gruppi di combattimento, al contrario dei lenti e pesanti spezzoni d’organizzazione che vediamo spesso andare allo sbaraglio dalle nostre parti, permette al corteo di testa tanto la pratica dell’obiettivo che specialmente la difesa del corteo, tenendo a debita distanza la polizia. Mobilità congiunta a flessibilità: se durante le manif sauvages o altre manifestazioni capita di prendere come obiettivi banche, catene commerciali e qualsiasi cosa richiami la gestione capitalista dello spazio metropolitano, il Primo Maggio obiettivo e difesa convergevano, considerato che la polizia costituiva evidentemente allo stesso tempo la presenza della politica governamentale e si sostituiva all’arredo urbano, oltre ad essere ovviamente una continua minaccia fisica per il corteo. Ogni volta l’obiettivo non viene deciso in estenuanti assemblee “inter-gruppi” ma in situazione, seguendo l’istinto e l’intuizione comune: mezzo e fine coincidono. L’eterogeneità dei componenti del corteo di testa non si traduce nella banalizzazione della retorica della “diversità delle pratiche”, nel senso che vi sarebbero allo stesso tempo chi fa gli scontri e chi i sit in pacifici: tutti sono determinanti e determinati allo scontro, ma ciascuno trova la sua collocazione, fosse anche solo quella di gridare gli slogan, cantare per dare coraggio agli altri o sparare sui muri le più devastanti tag del momento. La vera eterogeneità delle pratiche consiste nel fatto che, oltre a coloro che si impegnano direttamente nello scontro,  vi sono nuclei di pronto soccorso autorganizzati, reporter di movimento che con i loro video e fotografie contrasteranno il lavoro sporco dei media mainstream e della prefettura oltre che a creare un certo immaginario condiviso, manifestanti che prendono appunti mentalmente per poi scrivere report e analisi e così via. Questi compagni e compagne sono dei combattenti allo stesso livello dei lanciatori di bocce incendiarie e degli autori delle più spericolate manovre di allontanamento degli sbirri. Una macchina da guerra rivoluzionaria non è mai composta da “soldati”, ma da guerriere e guerrieri di ogni sorta e ciò ancora una volta per un semplice motivo, perché il nostro concetto di guerra non è lo stesso dei nostri nemici. Il nostro motto potrebbe infatti essere la ripresa di quello della Colonna Colonel Fabien[2]: “Vincere e vivere”.

P.S. Non più di due parole sugli intellettuali di sinistra.

A parte poche eccezioni in cui alcuni intellettuali hanno espresso pubblicamente una posizione chiaramente rivoluzionaria e, considerata l’atmosfera, anche di alcuni meritevoli e significativi silenzi, la gran parte dei cosiddetti intellettuali di sinistra ha dato ancora una volta riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, della sua vigliaccheria, del suo servilismo e dell’assenza flagrante di qualsiasi genere di relazione con i movimenti, impegnandosi spasmodicamente nel lanciare appelli tragicomici a votare Macron per contrastare la Le Pen – qualcuno, che forse aveva bevuto un po’ troppo champagne, ha addirittura azzardato un paragone con De Gaulle e Hitler… – riuscendo a non nominare mai neanche la possibilità di sostenere, se non unirsi, alla rivolta in corso. Tutti loro fanno parte di quel mondo di vecchi dal quale fuggire. E lo sanno. Finiamo queste note acquisendo la notizia che l’astensione in questo turno di presidenziali è il più alto dal 1969, cioè dalle elezioni celebrate all’indomani del Maggio ‘68.


[1]Polizia politica in borghese, in verità più una gang di fasci palestrati ultraviolenti che un classico corpo di polizia ma che, dopo averle buscate più volte, sembrano non aver più voglia di mettersi a fare gli sbruffoni cercando di intrufolarsi a colpi di manganello spagnolo nel corteo di testa

[2]Colonel Fabien fu il nome di battaglia di Pierre Georges, militante comunista che, dopo aver combattuto nella guerra civile spagnola, fu il primo partigiano a fare fuoco su di un soldato nazista a Parigi nel 1941. Costituì poi una Colonna di resistenti con la quale, dopo l’insurrezione di Parigi nel settembre 1944, si spostò sul fronte in Alsazia Lorena, dove morì il 27 dicembre 1944.