9 maggio – Napoli – lungomare – tramonto – gratis

Di Elvezio

C’ è sempre qualcosa che ti colpisce quando arrivi a Napoli, sarà forse quell’aria autentica, vitale e popolare che oramai si respira sempre più raramente nel centro delle città italiane. In alcune città del Sud, però, questa sensazione diventa subito densa e rinfresca l’animo.
Molti amici mi hanno chiesto: “ma veramente vai al concerto di LIBERATO?” E la risposta è stata un semplice: “Si, sono curioso”.
Infatti dietro il fenomeno Liberato si cela qualche interrogativo sul quale, secondo me, vale la pena ragionare per cercare di comprendere, ogni tanto, ciò che va oltre il cosiddetto “movimento”.
Liberato è un progetto musicale… uno, quattro, sei persone… chi è LIBERATO? Liberato è anonimo, come molti ultras, casseur o autonomi che si coprono il volto nei cortei. Lui ha scelto l’anonimato in una società dello spettacolo dove ciò che conta è solo apparire. Ed è forse questo il segreto del suo successo se decine di migliaia di persone hanno accettato il suo invito a giocare con l’identità. Questo stesso gioco tra compagni lo facciamo solo tra “noi”, rendendolo tecnico e specialistico, invece di sforzarci per renderlo attraversabile agli altri, ad esempio per contaminare e contaminarci nella folla di un corteo.
Proprio come in certi cortei, un fumo denso avvolge questo personaggio misterioso mentre canta dal palco del lungomare. Anche questa volta chi si aspettava che Liberato calasse il velo, rivelando la sua identità, rimane deluso, ma il fatto che lui possa essere al tempo stesso chiunque e nessuno, sembra azzerare le distanze tra chi è sul palco e chi nel pubblico, sembra che ciascuno vi si possa in qualche modo identificare. Questo forse è dovuto anche al fatto che Liberato, nelle sue canzoni, affronta gli aspetti quotidiani della vita delle persone, soprattutto dei più giovani.  Parla di amore, relazioni, esperienze che tutti e tutte noi viviamo. Parla dei ed ai ragazzi che vanno al liceo, che rimangono male quando la loro fidanzata non visualizza più i loro messaggi su whatsapp, che si annoiano quando il loro professore annoiato di filosofia spiega Kant. La folla entusiasta del lungomare Liberato è composta proprio da questi giovani ragazzi, gli stessi che non si sono ribellati all’ alternanza scuola/lavoro. Forse perché alla miseria del sistema scolastico odierno infondo preferiscono persino lavorare gratis. Forse perché le ultime riforme hanno annichilito tanto i professori e la loro voglia di trasmettere saperi, quanto gli studenti, che piuttosto che compilare quiz e ingerire pillole di storia, filosofia, latino, greco, inglese preferiscono dedicarsi a scrivere messaggi d’ amore al proprio innamorato su whatsapp, mentre sono seduti in una sala di un museo a fare l’alternanza. Il ricatto per loro è esplicito, se ti ribelli e non presenzi alle ore stabilite, niente maturità. Il silenzio delle piazze che ne è seguito, forse, è solo il silenzio rancoroso di chi sa che su quel piano è impossibilitato a fare qualsiasi cosa, ma non per questo è necessariamente disposto ad accettare ogni ordine sulla propria pelle.  Ma torniamo al concerto. Un’ altra chiave del successo del concerto di Liberato è stata innegabilmente la sua gratuità, il suo essere effettivamente accessibile a tutti. Perché di fatto di concerti gratuiti non ce ne sono molti in giro. Sarà stato forse anche che per questo che più di 15mila persone hanno scelto di ritrovarsi tutte insieme in un luogo e dare vita ad un “evento” di mercoledì sera, in mezzo alla settimana, preferendolo persino alla  partita di finale di Coppa Italia Juve-Milan.
Così, mentre il sole tramontava sul Lungomare Liberato di Napoli migliaia di ragazzi sotto i 30 anni, si riversavano nelle strade confluendo verso il palco, fino a costituire  una fila chilometrica che sempre più irrequieta premeva per passare il più velocemente possibile i varchi di “sicurezza” predisposti dalla Questura per l’occasione, nonostante la gratuità dell’evento, appunto. Già, perché oramai, l’imperativo della SICUREZZA e DELL’ORDINE PUBBLICO dominano qualunque evento di massa, indipendentemente dalla sua natura.
In fila, alla nostra sinistra un gruppo di hipster più attempati, alla nostra destra un gruppo di ragazzini e ragazzine tutti con la stessa maglietta, fatta probabilmente per l’occasione, che bevono da bottiglie di lemonsoda vodka Lemon. Attorno a noi bevono veloci un po’ tutti, perché il tramonto è vicino ed i varchi organizzati per l’accesso al concerto sono interdetti a chiunque porti con se qualunque tipo di bottiglia o altri oggetti che possano ritenersi “un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Come ai tornelli dello stadio o durante i concentramenti delle manifestazioni la Digos, a scopo preventivo, riprende le persone in fila. Riprende tutti indistintamente: chi parla, chi beve, chi spinge, chi infastidito gli inveisce contro. Per “sicurezza” riprende anche chi invece sceglie di scavalcare al lato la balaustra del lungomare, per assistere al concerto dagli scogli in riva al mare, lontanissimo dal palco, ma evitando la brutalità delle perquisizioni dei celerini evidentemente alterati nello svolgimento della loro pubblica funzione. Già, perché per accedere all’area recintata vicino al palco bisognava percorrere una fila chilometrica, resistere agli spintoni della folla elettrizzata che premeva per varcare le transenne in tempo per l’inizio del concerto e sottoporsi alla perquisizione corporale e delle borse, con tanto di Metal detector, eseguite da alcuni energumeni della sicurezza privata, da alcuni agenti di polizia in borghese poi affiancati anche dal reparto celere.  Le cose ritenute “pericolose” vengono direttamente buttate in dei bidoni della spazzatura, che si tratti di ombrelli per la pioggia, bottiglie, portachiavi, caschi da moto ecc. La folla un pò si spazientisce per questo e c’ è chi rovescia la birra in faccia a qualche poliziotto, che si agita ulteriormente. Fa la sua comparsa un ulteriore plotoncino di celere a difesa di possibili disordini, ma la folla rimane composta, spinge il giusto per accelerare l’ingresso al concerto. Il lungomare è stracolmo di ragazzi e ragazze venuti da tutta Napoli e provincia, ma nel vociare si distinguono anche accenti di altre città. Nella folla ci sono anche altri compagni, con gli occhi mezzi coperti dai cappelli alla pescatore, sono curiosi anche loro, ci riconosciamo, ci salutiamo, sono sorpresi di vedere che l’interesse per Liberato ha superato il confine della Campania. Inizia il concerto e contemporaneamente iniziano le lamentele diffuse sul fatto che il volume fosse troppo basso per tutta la gente che c’era. Dopo la prima canzone una luce rossa lampeggiante si alza in cielo a mezza altezza, un drone scodinzola a mezza altezza vigilando sopra le teste delle persone per tutta la durata del concerto, ma le lamentele non si placano.
“Andiamo più vicino, qui non si sente niente”. Ed ecco schierarsi di fronte agli scogli, sulla lingua di sabbia che li separa dal palco, un plotone di finanzieri. “Sono pochi, che ci possono fare, noi siamo tantissimi”. Un gruppo di ragazzini napoletani si propone come avanguardia per risolvere il problema audio per la parte del pubblico che aveva rifiutato le perquisizioni all’ingresso e che scalcando si era posizionato sugli scogli. Qualcuno dice “trattiamo con la polizia per avvicinarci”, alcuni rimangono un po’ basiti, altri dicono semplicemente “SI!”, ma nessuno forza il cordone né si propone come mediatore. Si decide, allora, di ovviare al problema audio cantando insieme per fare da cassa di risonanza alle parole di Liberato dal palco. Per questo, un ragazzo definirà il GRUPPO SCOGLI una frazione un pò insonnolita del proletariato metropolitano napoletano.

Insomma il concerto è stato bello, abbiamo cantato, ci siamo divertiti, grande solidarietà tra quelli che avevano scavalcato anche al ritorno, perché buttarsi da 3 metri di muretto sulla spiaggia lo fai se hai un po’ di coraggio ma risalire da solo senza una mano che ti tira su è impossibile…
Però, ecco, qualcosa in più dalla generazione LIBERATO napoletana, me lo sarei aspettato. Forse un po’ più di cazzimma e meno rassegnazione. Anche perché sarebbero bastate poche persone un pò organizzate e molto decise ad ascoltare il concerto da vicino senza farsi mettere le mani addosso per rompere il dispositivo securitario approntato per l’occasione. Avrebbero sicuramente ottenuto la solidarietà e la complicità di molti.
Perché a volte basta organizzarsi, anche per un concerto.

Esperienza ’68 – Gianfranco Manfredi al Qui e Ora Experience [video]

Il 7 aprile 2018, durante il Qui e Ora Experience, Gianfranco Manfredi racconta la rivolta operaia, studentesca e femminista del ʼ68 italiano a partire dalle due canzoni che, a suo giudizio, più rappresentano la “doppia anima” di quel movimento: We shall Overcome, composta dal reverendo americano metodista Charles Albert Tinley e Contessa di Paolo Pietrangeli.

UP AGAINST THE WALL MOTHERFUCKERS! Conversazione con Ben Morea

di Mattia Pellegrini

Hell’s Kitchen  – New York    aprile 2018

L’inizio – La strada – Il living Theatre

Ben Morea, Now

Ben, visto che non si trova molto in italiano rispetto alla tua significativa esperienza nei movimenti rivoluzionari bisogna cominciare dal principio.

 Sono nato a Washington D.c  e ho passato i primi anni della mia vita tra il Virginia e il Maryland. Quando avevo 10 anni mia madre si è risposata e siamo venuti a vivere a Manhattan. Vivevamo nella zona che negli anni sessanta era la più a nord di Hell’s Kitchen. Una zona molto povera, dura. Ero un ragazzo del ghetto. Facevo uso di droghe e conobbi il carcere da adolescente. Dentro cominciai ad interessarmi d’arte.

La tua vita è costellata di incontri eccezionali. Uno di questi è quello tra il ragazzo di strada che eri e il Living Theatre..

Sì, proprio agli inizi. Stavo con loro prima di creare Black Mask. E’ stato il primo gruppo. Erano anarchici ed io avevo 17 anni ed ero attratto da loro. Sapevo di percepire qualcosa sul mondo ma non usavo la parola anarchico. Loro erano anarchici e così capii cosa ero: un anarchico. Ho capito il significato. Erano pacifisti mentre io non lo ero, comunque mi hanno influenzato. Volevano sempre condividere qualche tipo di informazione, di lotte, i bisogni per un certo cambiamento. Erano veramente politici. Ad esempio nessuno sà che andarono in Polonia quando gli operai cercavano di sovvertire il potere. Erano solo all’inizio della lotta. Il Living Theatre decise di andare a fare uno spettacolo e il tutto avvenne all’interno di una fabbrica. Alla fine dello spettacolo dissero: adesso andiamo in strada! Quindi vi sono andati e gli operai li hanno seguiti e così, in un certo senso, la rivoluzione è cominciata. Nel senso che l’attività prima era solo nelle fabbriche ed in questo modo sono roisciti ad andare nelle strade. Il Living Theatre ha veramente provocato un cambiamento reale in quella situazione.   Poi sono stati in Italia credo per dieci anni. Io ero con loro quando ne avevo 17. Ero molto legato a Julien Beck e Judith Malina. Li amavo! Erano come dei genitori per me. E’ stato davvero l’inizio per me. Con loro ho fatto le prime manifestazioni, incontrato persone provenienti da diversi movimenti ed è con loro che ho conosciuto i Beatnick, Allen Ginsberg e gli altri. Con il Living Theatre sono entrato in questo mondo. Questo è prima dell’arte. Prima di tutto.

Con loro ti trovi subito in contatto con una maniera diversa, sperimentale, di pensare le azioni: la creazione di un immaginario nella lotta.

Esatto. Questa è la parte che più mi ha influenzato. L’ho capita e assorbita.

Negli anni 60′ a New York – probabilmente più che in ogni altro luogo – si è sperimentato l’incontro tra una prassi artistica e una prassi politica. Come ti inserivi in un’atmosfera dove vi erano tentativi artistici-comunitari molto diversi dal tuo? Penso anche a quelli più strettamente artistici come la Factory di Warhol e il movimento Fluxus guidato da Maciunas..

Prima gli artisti vivevano nel Village poi quando diventò troppo caro si spostarono in Lower East Side ed è così che è diventato il centro della nuova generazione: arte e politica.  Anche loro provavano a trovare una via non commerciale ma il sistema dell’arte li ha codificati in arte americana quindi commerciale. Sono diventati un prodotto da vendere. Ma c’era molto movimento, si provava a trovare un’energia collettiva, una certa condivisione nella comunità.

Ben Morea, senza titolo

Un altro incontro molto importante per te agli inizi è stato quello con l’artista Aldo Tambellini.

Sì, faceva un tipo di lavoro simile in relazione al cosmo ed anche lui mi ha influenzato. Era un pittore che faceva anche film. Trovò della pellicola e iniziò a dipingerla. Abbiamo cominciato a proiettarli su di un muro e io creavo strumenti musicali. Macchine-strumento. Come già aveva fatto Luigi Russolo, il futurista… anch’io lo facevo ma senza sapere che era già stato fatto! Solo anni dopo ho scoperto che Russolo aveva fatto le stesse cose. Quindi Aldo proiettava le sue immagini sul muro, io costruivo le macchine per il suono e poi c’era un poeta che leggeva. Facevamo multimedia nei primi anni sessanta. Era politica ma non come poi avrei inteso la politica. C’era comunque il senso di entrare in dialogo con le persone e non con il mondo dell’arte. Aldo era molto politico ma non in senso politico. Voleva che il suo lavoro fosse parte della vita reale. Il mondo. Ed io ho spinto tutto questo con Black Mask. Volevo qualcosa con una forza più politica.

Black Mask – L’Internazionale Situazionista – arte e politica

Quando hai iniziato la rivista Black Mask? E puoi dirmi di più sulla scelta del nome?

Diverse ragioni. La numero uno è in relazione all’anticolonialista Franz Fanon che ha scritto il libro Black Faces White Mask. Volevo invertire il titolo perché mi piaceva molto e volevo unirmi a lui in questo modo. L’altra era nel senso di Out of the law – fuorilegge – perché volevo rendere riconoscibile l’elemento di essere fuorilegge. E il nero perché è il colore degli anarchici. Quindi tre ragioni diverse. Black Mask inizia nel 1966. Erano 4 pagine che potevi piegare in un solo foglio. Te la faccio vedere. Stavo provando a combinare l’idea di arte e politica. Stavo facendo entrambe le cose: politica e arte. Provavo a mostrare che era la stessa energia. Questo è Goya.

Per me è molto interessante la questione di arte e politica in questi termini. Generalmente i militanti si sono relazionati con l’arte e gli artisti in una sorta di scambio verticale per la rappresentazione delle lotte. Una relazione molto superficiale. Una visione monca. Ricordo uno dei tuoi poster dove sotto il disegno di una pistola c’è la scritta: We’re looking for people who like to draw? dove draw in inglese significa sia disegnare che tirar fuori un’arma. Una sorta di gioco magrittiano che pone qui la questione di un bordo, di una sovrapposizione, di un’agire.

Per me arte e politica sono due aspetti dello stesso bisogno: comprendere la vita. Usare l’arte per creare vita, per essere parte della vita. La politica è invece il modo per cambiare la società quindi è più un riflesso della vita piuttosto che vita economica. Come i primi uomini! Nell’uomo primitivo la vita era totale. Questo era tutto ciò che facevano: vivevano. Facevano tutto ciò che rende la vita possibile. Era vita nella sua totalità. Ma ad un certo punto la vita si è alienata da se stessa. È diventata controllo. Non sei più te che controlli la tua vita ma è diventata di qualcun altro. Con la politica volevamo un cambiamento per tornare dove l’uomo viveva per se stesso. Quindi l’arte è parte di questo. Come i dipinti nelle caverne: esprimevano cosa era dentro di loro – non si preoccupavano di venderlo. Non si poteva vendere una caverna! Volevano esprimere qualcosa.  Quindi c’è una connessione tra arte e politica perché l’arte è come esprimi la vita e la politica è come controlli la vita. Provavamo a cambiare il sistema di controllo così che le persone potessero esprimersi. Arte e rivoluzione erano entrambi necessari per noi. Questo era il nostro pensiero: entrambe erano importanti.

E la vostra visione com’era percepita intorno a voi? Sia dai militanti che dagli artisti? Visto che gli artisti si lamentano dicendo che l’arte non dev’essere politica e i militanti che la politica non si fa con l’arte…

Quella era la risposta nella maggioranza dei casi. Molti artisti non sentivano un interesse verso la politica: we are just artist! E molti dei “politici” dicevano di non aver nessun interesse a proposito dell’arte. Ma prima di noi c’erano stati altri movimenti: Dada, Surrealismo, Futuristi che avevano già provato ad unirle in qualche modo. Collegare l’arte ad una visione più larga.

La tua visione e le tue pratiche da subito sono uscite fuori da una dinamica strettamente americana e così sei stato avvicinato dall’Internazionale Situazionista..

Mi piacevano ed io piacevo a loro ma ad un certo punto hanno capito che ero estremamente militante e non ideologicamente controllabile. Io non avevo un certo dogma. Mi hanno espulso perché ero troppo selvaggio. Loro volevano il controllo, volevano davvero controllare le cose.

La cosa divertente è che ti hanno espulso ma non avevi mai chiesto di farne parte.

Non ne sono mai stato membro! Loro hanno ritenuto che ne ero parte perché loro volevano che io fossi un membro. Ma quando hanno realizzato com’ero realmente hanno provato a buttarmi fuori e cosi gli ho detto: come potete tirarmi fuori? Io non sono un membro! Così hanno espulso tutti i membri inglesi dell’Internazionale Situazionista solo perché mi supportavano.

Mi sembra una storia che ci dice molto anche in relazione alla leadership, alle microfisiche del potere all’interno dei movimenti rivoluzionari…

Certo! E non ha senso. Mi dispiace per i Situazionisti perché molti di loro erano brillanti. Avevano molti buoni pensatori, molte buone idee. Ma il senso di controllo – che possiamo quasi chiamare una dittatura – era troppo forte. Volevano che tutti fossero d’accordo con le loro conclusioni. Non potevi avere una tua propria conclusione e lavorare con loro. Volevano un’organizzazione molto chiusa. Sfortunatamente così hanno perso moltissime belle persone. Alla fine non c’era più nessuno.

 Up Againt the Wall Motherfuckers – La questione dell’organizzazione – Affinity groups

 Questo punto si connette anche alla discussione che abbiamo avuto ieri in relazione all’organizzazione, al pianificare, alla leadership nei movimenti. Ieri mi raccontavi che per le azioni con Up Against the Wall Motherfuckers non avete mai pianificato niente. Non avete mai avuto un meeting. Ma prima forse va detto che dopo l’esperienza di Black Mask nasce The Family (da tutti conosciuta come Up Against the Wall Motherfuckers). Una fase nuova che inizia nel 1968 entrando con forza all’interno di quegli anni tumultuosi. Non una rivista ma un gruppo più largo che imporrà un immaginario ed una prassi molto particolari.

Noi credevamo in uno sviluppo più organico rispetto ai Situazionisti. Le cose accadono, si muovono insieme. Avevamo una qualche idea di dove volevamo andare, su cosa stavamo facendo, ma senza provare a forzarlo in un programma. Lasciavamo che le cose accadessero. E non chiedevamo agli altri di pensarla come noi. Per loro questa visione era impossibile.

Sto pensando che probabilmente era una differente attitudine alla vita, al quotidiano. C’è chi guarda al futuro e chi riesce di più a percepire il kairos, l’immanenza, il presente.

 Erano molto più teoretici. Per loro la teoria era tutto… più che la vita!

Devo dire però che l’analisi di Guy Debord sulla Società dello Spettacolo, la psicogeografia, la comprensione della città con una sguardo giocoso e conflittuale sono stati tra i pensieri, tra gli esercizi, tra le teorie più importanti e stimolanti degli ultimi cinquant’anni. Non credi?

Sono stati molto importanti ma volevano che tutti vedessero come loro vedevano! Non potevano accettare solo una condivisione ma pretendevano una mimica, volevano esattamente che tu fossi come loro dicevano. Non erano pronti per accettare le tue differenze quindi non ci si poteva lavorare insieme. Le differenze potevano renderli più forti ma non potevano accettare le critiche. E non puoi andare da nessuna parte se non accetti le critiche. Se non critichi te stesso non puoi crescere. Hanno detto che eravamo “troppo mistici”! Ma come si può essere “troppo” mistici? Caso mai si può essere “troppo poco” mistici! Ed io a quel tempo non lo ero nemmeno. Adesso lo sono! Mi hanno messo sulla giusta linea.

Vorrei tornare sulla questione fondamentale dell’organizzazione. Come si organizza un’azione senza pianificarla?

 Funzionavamo con l’idea che meno struttura è meglio.

Non controllare ma lasciare andare, mantenere l’autocontrollo, lasciare che le cose accadano. Come le onde che diventano parte dell’energia, non la controllano. Vedevamo che i sensi, gli usi erano pronti per cambiare, per portare il mondo ad un’estensione. Cambiare il mondo senza voler controllare cosa quel mondo sarebbe diventato. Volevamo solo esser parte dell’avvenimento. E cosa sarebbe diventato dopo l’avvenimento era da vedere. Ma non volevamo dire: dev’essere così. Volevamo entrare solo nella lotta per il cambiamento, il bisogno di cambiare, ma non volevamo trovare cosa quel cambiamento dovesse essere. Ma i Situazionisti volevano vedere la fine e fissarla in una definizione. E questo non può durare. Il mondo non segue i tuoi piani. Devi impostare qualche emozione e interagire con il mondo. Non puoi controllarlo.

Questo è Jazz…

Proprio così. Esatto. E’ una buona metafora. Proprio ciò che il jazz è: una combinazione tra individuo, gruppo, movimento. Suono piuttosto che struttura. Non devi bloccarlo con la punteggiatura. Ha un suo flusso. Ed è molto importante. Suonavo Jazz quando ero giovane.

Mi viene da pensare che questo modo di vedere la politica, l’esistenza, la temporalità ha a che fare con una visione destituente, una potenza destituente, che agisce sempre nel presente. Mentre nella visione del futuro, nel voler fissare una definizione e controllarla vi è uno dei centri dell’idea di politica come potere costituente.

 Cercare di controllare il futuro ha sempre distrutto le rivoluzioni. Come possiamo cambiare l’oggi senza forzarne le soluzioni? Lasciandolo andare. Lasciare la rivoluzione al suo processo organico, lasciarla andare per se stessa. La rivoluzione è una cosa viva. Non è una struttura. Non è un libro. Non è una teoria. E’ viva.

Spesso anche la forma di vita di un certo attivismo e di una certa militanza è dominata dalla tristezza. Questo si lega anche a quello di cui parli rispetto al tentativo di costruire le soluzioni, al proiettarsi sempre nel futuro. Come costruire invece una forma di vita che tende alla gioia nel momento stesso in cui si cerca un cambiamento, un’avvenimento? Non è forse nell’immanenza della gioia che dobbiamo cercare la possibilità, il senso e l’odore, della sovversione del presente? Come ha scritto il Comité Invisible in A nos amis: Se fai una vita di merda, farai una politica di merda

Questa è la ragione! non si conosce altra vita che una vita di merda. Ma questo è anche quello che è più difficile da capire perché non è controllabile. I professionisti della politica, i teorici, vogliono il controllo. Come Marx! Vogliono il controllo e vogliono definire tutto. Definendo, fai fare quello che tu vuoi. Invece di vedere che è una cosa viva, un’energia.

War street is a War street è tra le azione più conosciute dei Motherfuckers. Come l’avete organizzata senza pianificarla?

Avevamo un pensiero ma non esattamente l’azione. Non eravamo sicuri sul come. Avevamo giusto l’idea di tirar fuori una questione: tutti parlavano della guerra ma nessuno parlava del fatto che Wall Street era il centro e la causa della guerra. Volevamo portare fuori la questione quindi siamo usciti in strada per farla capire. E siccome eravamo artisti abbiamo creato delle sculture con delle maschere e così si è attirata l’attenzione della gente.

Avete preso la spazzatura e l’avete portata in pieno Cultural Center of New York in Lincoln Center…

Sì! E abbiamo chiamato l’azione Cultural Exchange / garbage to garbage. La spazzatura per la spazzatura della cultura. Questo tipo di eventi non erano rigidi. C’era del gioco e della gioia. Non erano rigidi, cioè non era: ora andiamo ad attaccare. Era un modo di voler mostrare qualcosa. Volevamo precisare un punto. La chiamavano propaganda of the did. In altre parole: fare qualcosa che mostra qualcosa. Insegnare qualcosa nel fare qualcosa. Quindi c’è una connessione tra ciò che fai e ciò che trasmetti, su che cosa è il messaggio che vuoi dare. Non pensavamo che tirare la spazzatura in Lincon Center fosse un atto che fa una rivoluzione. I professionisti della politica ci chiedevano perché avevamo tirato la spazzatura. Dicevano: così non cambierai il mondo! Ma per noi non tutti gli eventi devono cambiare il mondo. Ogni evento mostra una direzione.

Come vivere, come approcciarsi, come far comprendere l’artificialità della cultura, il fatto che non è una cultura viva.

Quindi non tutti gli eventi devono essere eventi rivoluzionari.

Per questo dicevo propaganda of the did perché provavamo a mostrare qualcosa facendo qualcosa. Tirando quella spazzatura volevamo precisare un punto.

E come reagì il movimento all’azione? So che si cominciò molto a parlare dei Motherfuckers…

Tutti si chiedevano come mai l’avevamo fatto. Perché l’hanno fatto? E anche noi provavamo ad analizzare. Perché l’abbiamo fatto? Cosa significa? E quindi l’idea continua a crescere. Questo è lo scopo. L’evento quindi non inizia e finisce in un punto. Accade in un punto e cresce… la comprensione, la diffusione.  Se ne parla, si pensa. Quindi, fai un piccolo evento ed è come tirare un sasso nell’acqua. Il sasso non è grande ma poi le onde si muovono…

E queste onde toccavano necessariamente gli altri gruppi. Com’erano i rapporti all’interno del movimento di contestazione di quegli anni?

Era importante connetterci con gli altri. Ho sempre percepito che l’unico modo per cambiare è connettere le differenti energie, differenti movimenti che provano a fare la stessa cosa ma ognuno nella propria maniera. Quindi dovevamo lavorare insieme. Non eravamo d’accordo su tutto ma dovevamo lavorare insieme. Non ero d’accordo assolutamente su alcune cose con i Panthers! Come l’autoritarismo. Loro erano molto influenzati da Mao. E non ero d’accordo su questo e li dissi: un giorno litigheremo ma per ora siamo insieme! Non devi esser d’accordo su tutto. Con i Weathermen Underground non ero d’accordo sulla loro parte leninista ad esempio. Ma il tentativo di un cambiamento dell’America era troppo importante per lasciare che le differenza dei gruppi rompessero il movimento. Quindi accettare le differenze fino al successo – temporaneamente – e poi magari risolvere.

Era solo una strategia politica o c’erano anche affetti, amicizie, tra i diversi gruppi?

Ci prendevamo cura l’uno dell’altro.

poster/volantino al quale i Jefferson Airplane si ispirarono per la loro canzone “We can Be Togheter”

Susan Stern dei Weathermen ha detto: “I Motherfuckers furono decisamente il più sudicio, sgradevole ed elevato gruppo che i miei occhi hanno potuto vedere”. E I Jefferson Airplane hanno usato parti del vostro manifesto/poster WE ARE OUTLAWS per comporre la canzone We can be togheter… Insomma vi era un elemento – come hai già detto – da “fuorilegge”, esercitavate un immaginario preciso: più lumpenproletariat che working class…

Eravamo lumpen e non certo operai, lavoratori. Avevamo per questo meno da perdere.  I lumpen non hanno niente da perdere. E c’era anche una certa parte criminale. Qualche persona “politica” voleva separarsi dalle azioni criminali. Dicevano: Noi non siamo così! Ma per noi c’erano dei bisogni comuni che esigevano certe azioni. Non dobbiamo vivere secondo le definizioni che la società crea, perché quelle definizioni sono definite dal capitalismo.

I capitalisti dicono: noi non vogliamo i criminali! Ma sono loro i veri criminali.

Questo è ciò che il capitalismo è.

La fuga, i Nativi, la spiritualità

Cosa accade poi? Ad un certo punto sei costretto a fuggire da New York..

Sono andato sulle montagne e scomparso perché ero un ricercato. Quindi sono sparito per cinque anni. Ho vissuto nel selvaggio. Nessuno sapeva dov’ero. Non ho avuto nessun contatto con il mondo per cinque anni. Volevo che la polizia pensasse che fossi morto, scomparso. Volevo che si dimenticassero di me. E l’hanno fatto.

A New York sei riapparso dopo più di trent’anni… Nella fuga avviene un altro incontro, il più decisivo, una nuova parte che ti tocca e trasforma: i nativi d’America.

Questo è qualcosa che veramente riguarda tutto. Prendere piccole parti. Da Dada, il Surrealismo, il Futurismo, la politica, Durruti, gli anarchici, il Living Theatre, Tambellini… Li prendevo per creare una nuova entità. Non l’ho pianificato, è qualcosa che ti affetta e finisce con il darti una nuova comprensione. Questo ha motivato tutto ciò che ho fatto. Ma con i Nativi è stato il più grande cambiamento. Avevo sempre cercato di capire cosa significasse la combinazione dello spirituale nella vita. Non il religioso ma la parte spirituale della vita. E sentivo che i nativi l’avevano capito. C’è un’essenza della vita nella sua parte spirituale non religiosa, lo spirito. Come un’essenza dell’anima o dello spirito.

Quindi sentivo che i nativi capivano e volevo stare con loro e cercare di impararne il significato. Ho passato gli ultimi quarant’anni della mia vita con loro.

Mi hai raccontato che una volta durante un duro arresto un poliziotto continuava a chiederti qual’era il tuo nome e tu urlasti: GERONIMO! C’è nell’immaginario di chi lotta negli Stati Uniti – e non solo – il Nativo come simbolo del ribelle. Geronimo e molti altri che hanno combattuto con determinazione, coraggio e amore per non sottomettersi alla cultura e alla violenza dei bianchi. Seppur sconfitti e ridotti in condizioni disumane c’è qualcosa che ancora resiste, una forma di vita che non si dà definitivamente all’omologazione del Moderno. Decidere di andare a connettersi con quel popolo, con i loro riti e la loro comprensione del mondo, l’animismo, era anche un modo di entrare in relazione con le radici di questa resistenza?

Già dopo Black Mask iniziai a fare dei poster ed usavo molto l’immaginario dei nativi. Ho cominciato ad identificarmi con loro e in generale con i popoli indigeni. Bisogna connettersi con ciò che c’era agli inizi dell’uomo. Non solo con i nativi americani ma con tutti i popoli indigeni che sono stati schiacciati dalla centralizzazione, dal capitalismo. Non sarei sopravvissuto se non avessi imparato quest’altra parte. Sarei caduto sotto le forze della repressione perché a quel punto erano troppo forti. Sarebbe stato come un suicidio. Non c’era possibilità di successo a quel punto. Quindi avevo bisogno di capire cosa era questa altra parte che poteva aiutarmi. E credo che sia la parte che può cambiare il mondo. Comprendere che siamo parte della natura, che siamo parte dell’universo. Penso che i Nativi l’abbiamo capito e non solo i nativi dell’America ma tutte le popolazioni indigene. I popoli prima sapevano di essere parte dell’universo. Dobbiamo trovare la nostra parte primitiva. Non per imitare ciò che era prima ma creare un nuovo approccio nel farlo. Capire cosa i primitivi avevano. Siamo parte di un più grande universo e non solo di questo piccolo mondo materiale. E veramente penso che capire questo ci può aiutare. Non è solo una lotta politica la nostra.

I nativi continuano a lottare contro l’oppressione dello Stato, delle grandi multinazionali e il razzismo dell’uomo comune. Vengono reclusi nelle riserve ed è molto alta la loro presenza nelle carceri. In qualche modo però è una lotta che è rimasta nel sottosuolo. Adesso qualcosa sembra sia cambiato dopo la grande resistenza a Standing Rock contro la costruzione dell’oleodotto. Come percepisci oggi questa situazione?

Penso che sarà parte della nuova onda. Standing Rock è veramente importante. Sono i giovani che devono fare il cambiamento, i giovani che devono fare la rivoluzione. E hanno capito, loro sanno della connessione tra la terra e l’universo. Quindi credo che questo li aiuterà molto. Non vedono solo l’aspetto politico. Penso che comprendono invece questa condizione profonda. Dobbiamo essere capaci di parlare quel linguaggio con loro, per aiutarli, vedere una direzione, spingere, torcere. Aiutarli a trovare. Da tutti gli Stati Uniti sono partiti per Standing Rock. Ed è la prima indicazione: questo è possibile! Quindi bisogna lavorare affinché ciò accada ancora ed ancora… Il motivo per cui il governo vuole distruggerli è perché ne hanno capito la grande potenza. Ora la situazione a Standing Rock è dormiente ma c’è ancora e può risollevarsi…magari in primavera. E’ stato uno degli eventi più importanti degli ultimi 50 anni.

Un’ultima domanda Ben… cosa ne pensi delle celebrazioni dei cinquant’anni dal 1968?

Il 1968 è ciò che è stato prima del 69 e dopo il 67… ma certo andare indietro e pensarlo nel presente può darci un’apertura per dire: non è finita! Cosa abbiamo provato a fare è ORA. Va fatto ancora. Quindi può essere un’apertura per non pensare che tutto è finito.

Il problema della celebrazione rimane il fatto che vogliono rinchiudervi in un Museo…

Dobbiamo dire: non fatene giusto la Storia! Fatelo ORA! Ancora! Certo non nello stesso modo. Dobbiamo trovare la via. Questo è il lavoro da fare perché nessuno ti dirà come… e se te lo dicono: non lo fare. Tu devi capirlo. La sinistra, i professionisti-dittatori vogliono sempre dirti come fare… così poi possono prenderselo.

…We are all outlaws in the eyes of America
In order to survive we steal cheat lie forge fred hide and deal
We are obscene lawless hideous dangerous dirty violent and young
But we should be together
Come on all you people standing around
Our life’s too fine to let it die and
We should be together
All your private property is
Target for your enemy
And your enemy is
We
We are forces of chaos and anarchy
Everything they say we are we are
And we are very
Proud of ourselves
Up against the wall
Up against the wall fred (motherfucker)
Tear down the walls
Tear down the walls
Togheter…

Ma l’amor mio non muore

di Primo Moroni

[da: Maledetti compagni, vi amerò. La sinistra antagonista nelle parole dei protagonisti degli ultimi vent’anni di conflitto, a cura di Romano Giuffrida, con la collaborazione di Marco De Filippi, Roma, Datanews, 1993, pp. 15-44]

 La cultura, fondamento e fonte d’ispirazione per la lotta, prende a essere influenzata da quest’ultima e questa influenza si riflette in modo più o meno palese sull’evolversi del comportamento dei ceti sociali e degli individui come sull’evoluzione della lotta stessa.
Amilcar Cabral

Era il 1976 e nel libro Vivere a sinistra. Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ’70 di Emina Vukovic, c’era un capitolo dal titolo “Primo e Sabina della libreria Calusca di Milano” dedicato alla storia di quella che, negli anni Settanta, era diventata la principale libreria alternativa italiana, ‘un punto di riferimento’ come disse allora Primo Moroni, proprietario insieme alla moglie della libreria dei non organizzati, dei cani sciolti, di un’area indefinibile che va dai bordighisti, ai protosituazionisti, ai consiliari, agli internazionalisti, agli anarchici, agli anarco- comunisti, ai comunisti libertari. Da allora sono passati oltre quindici anni e la Calusca, dopo un periodo di chiusura avvenuta non casualmente proprio nel cuore di quegli anni Ottanta che avevano visto l’azzeramento repressivo delle esperienze movimentiste dei due decenni precedenti, con una festa che ha riunito vecchi e giovani militanti, intellettuali rivoluzionari, incazzati della prima e dell’ultima ora, ha recentemente riaperto nel cuore della vecchia Milano in coabitazione con uno dei più attivi centri sociali cittadini. Vera e propria memoria storica della nuova sinistra e della sinistra rivoluzionaria italiana (ma non solo), Primo Moroni, attraverso la sua storia personale e quella della libreria, è dunque una figura emblematica per ricostruire le vicende di quest’ultimo quindicennio antagonista. All’epoca dell’intervista rilasciata a Emina Vukovic sia io sia Sabina, che in quel tempo era mia moglie, adesso lo è ancora ma non viviamo insieme, stavamo costruendo un circuito di librerie e di distribuzione come struttura intermedia del movimento. Il lavoro della nostra libreria, la Calusca, si era cioè orientato a creare una struttura intermedia per la diffusione di centinaia di giornali, riviste e altre pubblicazioni antagoniste di vario genere in tutta Italia. Nasce così la Cooperativa Punti Rossi che coordina l’attività con altre 65 librerie in qualche modo nate sul modello della Calusca (alcune si chiameranno con lo stesso nome e cioè Calusca 1, 2 o 3), e con svariati Centri di Documentazione. Questi luoghi di produzione culturale e politica erano sparsi dal Nord al Sud in diverse regioni d’Italia e la loro funzione era quella di distribuire e diffondere materiali che altrimenti sarebbero stati conosciuti da pochissime persone. Era una struttura intermedia di servizio che faceva sì che ogni singola sede recuperasse i materiali informativi dei gruppi che gravitavano nella sua area e li mandasse alle altre sedi con un continuo interscambio: una soluzione abbastanza originale al problema dell’oligopolio della distribuzione editoriale. Era il 1976, un anno determinante che segnerà i destini di più di una generazione: l’anno della svolta politica in Italia. Nel ’76 infatti ci sono le elezioni, c’è la grande avanzata del Partito comunista, molti degli ex aderenti ai gruppi organizzati, primo fra tutti Lotta Continua, danno indicazione di voto a sinistra. Si forma quel mito del sorpasso della Democrazia Cristiana o comunque della sinistra che sorpassa i tradizionali partiti di governo. È un mito collettivo che determina il più alto quorum elettorale del PCI dal dopoguerra fino a quel momento. Complessivamente la sinistra, compreso il PSI, che allora non era ancora craxiano, raggiunge il 49,50% dei voti. Per noi, come area della libreria, il ’76 è anche determinante perché si dissolvono la gran parte dei gruppi, cioè Lotta Continua, Servire il Popolo. Lo stesso Movimento Studentesco o meglio il Movimento Lavoratori per il socialismo, così come si chiamava allora entra in crisi. L’unica che ha una lunga complessa ricomposizione è Democrazia Proletaria la quale prima è Avanguardia Operaia, poi si incontra con il PDUP, e nasce Unità Proletaria da cui, infine, si fonda, come partito, DP. La dissoluzione dei gruppi libera comunque una massa enorme di energie di militanti che erano abituati a stare all’interno delle organizzazioni, e non è un caso che quello sarà l’anno di massimo sviluppo della cosiddetta Autonomia Operaia Contemporaneamente c’è un terzo aspetto che caratterizzerà quell’anno ovverosia si formano, soprattutto a Milano, i Circoli del proletariato giovanile composti essenzialmente da giovanissimi. È un fenomeno che sorprende un po’ tutti, nel senso che anticipa il ’77 bolognese. Il Settantasette bolognese infatti avviene quando quello milanese in qualche modo è finito o quantomeno si avvia a esaurirsi, anche a causa del grave trauma generazionale verificatosi in seguito alla famosa manifestazione contro l’inaugurazione della Scala del 7 dicembre 1976.

Che cos’era successo?
In quella manifestazione i cortei sono due, uno dei gruppi, che andrà alla Statale, e un altro che invece si incunea in via Carducci per andare alla Scala. Lì avviene un episodio drammatico: c’è un imbottigliamento del corteo a opera della polizia, soprattutto via Carducci non permette vie di fuga laterali. Ci sono migliaia di persone e una grande confusione. A un certo punto avviene un errato lancio di molotov dalle file dietro e le bottiglie vanno a colpire le prime file del corteo. Una ragazza, una ragazza bellissima, rimane pressoché bruciata. Starà molto tempo in ospedale e, se ricordo bene, ci sarà anche una sottoscrizione per permettere gli interventi di plastica al viso e al corpo, ma ancora oggi porta sul corpo le tracce di quelle ustioni. Fu terribile, un trauma per tutti nel vero senso della parola. Quindi succedono molte cose nel ’76: la crisi dei gruppi, l’avanzata del Partito comunista, la nascita dei Circoli del proletariato giovanile e, non dimentichiamolo, l’arrivo e la diffusione a livello di massa dell’eroina. Questo dei Circoli del proletariato giovanile è uno degli aspetti più nuovi e interessanti di quel periodo. Se volessimo usare un’immagine metaforica, si potrebbe dire che così come venivano a finire, o esaurivano il loro compito storico, le organizzazioni politiche verticali della Nuova Sinistra, ugualmente, e attraverso i fili impalpabili dei processi sociali, gli stessi comportamenti soggettivi diventavano orizzontali Fino a quel momento tutti gli organismi politici e sociali della Nuova Sinistra avevano lottato per conquistare spazi di agibilità vicino o dentro al centro storico della città. Questa tendenza aveva un suo senso storico: significava rappresentarsi con forza verso i centri del potere, significava anche rappresentare gli esclusi proprio nei luoghi deputati a produrre l’esclusione. L’andare verso il centro voleva dire portare il conflitto e le nuove forme di rappresentanza nel cuore del sistema e proprio là realizzare forme comunitarie di contropotere. Esemplare, per esempio, nel caso milanese, è la vicenda del quartiere Ticinese, quello dove c’era la libreria Calusca, che nei miei racconti definisco sempre il triangolo dei destini incrociati. Nel senso che una tipica e storica città radiale come Milano tende a far sì che la gente si muova dentro triangoli che, dalla base larga della periferia, si spostano verso l’angolo acuto del centro storico. Il quartiere Ticinese è appunto una zona che si pone come luogo di frontiera equidistante tra centro e periferia e proprio per questi suoi esiti storici (qui c’era una parte della città romana, poi di quella medioevale e quindi di quella spagnola), risulta essere un luogo esemplare di molti e possibili incroci di soggetti sociali diversi. Ed è forse per questi motivi che, negli anni Settanta il quartiere registrava la più alta concentrazione di sedi politiche d’Europa. In uno spazio ridotto c’era la sede di Lotta Continua, quella del Manifesto, quella di Avanguardia Operaia, una sezione del Movimento Studentesco, c’era uno dei primi collettivi femministi radicali, c’era la redazione di CONTROinformazione, la redazione di Primo Maggio, una sede del PdUP. E poi ancora: la sede della rivista Rosso e quella del Coordinamento Organismi Autonomi Zona Sud. Tutto ciò era distribuito nello spazio di poche centinaia di metri, quindi anche tutti i locali, i bar, le osterie, erano segnati dalla presenza di massa di questa specie di territorio liberato estremamente complesso. Molte manifestazioni partivano da lì. Tutto il quartiere era stato modificato dalla presenza dei politici.

Come mai era stato possibile un fenomeno così particolare?
Negli anni Cinquanta-Sessanta il Ticinese era un quartiere malavitoso, un quartiere abituato ad accettare i diversi, credo addirittura considerato perso dalla proprietà edilizia ai fini della speculazione proprio a causa di questa sua tradizione storica. Così, quando sono arrivati i politici, i residenti, come avevano sempre fatto, hanno affittato le loro case ai diversi. Ed è stato un moltiplicatore della diversità: c’erano le puttane, i contrabbandieri, i ladri, ora arrivavano i sovversivi di sinistra. Questa generazione politicizzata e intellettualizzata sceglieva come modello culturale diverso l’andare nelle case di ringhiera ritenendole più umane e ciò anche se gli stessi proletari che ci vivevano volevano andarsene per avere finalmente le case con il bagno Ci sono state così moltissime occupazioni di appartamenti e ciò ha favorito la formazione di un vero e proprio ceto politico nel quartiere: un quartiere diventato in breve tempo tutto rosso. L’atteggiamento dei Circoli del proletariato giovanile fu invece una sorpresa perché invertì la tendenza in auge fino ad allora di avere una sede nel centro della città dalla quale poi andare a fare l’intervento politico nei quartieri della periferia o davanti alle fabbriche. I Circoli nascono invece dentro il territorio, nell’hinterland. La cintura metropolitana era formata da quartieri di costruzione relativamente nuova ossia erano stati fabbricati verso la fine degli anni Cinquanta. I giovani nati in quei quartieri hanno impiegato 15, 16 anni a recuperare un’identità territoriale, a rendersi amico il territorio e a pensare che loro, la vita liberata, la volevano non semplicemente nella sede politica centrale ma nel loro quartiere e senza interventi esterni. Da qui tutte quelle definizioni sul tipo Indiani metropolitani o simili: avere un circolo, infatti, voleva dire stare nelle riserve, esclusi dalla ricchezza del centro storico, fino alla domenica, giorno in cui raggiungere il territorio dell’uomo bianco e fare le autoriduzioni del prezzo del cinema o della discoteca. Anche i giornali che loro stampano nei quartieri non sono più così immediatamente politici come potevano essere Falce e Martello, Bandiera Rossa o simili. Loro li chiamano Felce e Mirtillo oppure si denominano a seconda delle riserve di appartenenza: così il giornale di Pero si chiama La Pera è matura, quello di Sesto San Giovanni Sesto senso e via di seguito. L’esperienza dei Circoli è difficile da definire: quello che è certo è che essi invertono il meccanismo di uso sociale della città e hanno meno cultura politica degli ormai dissolti militanti dei gruppi politici verticali in qualche modo riassorbiti dall’Autonomia.

Torniamo a parlare del 1976, anno che tu dici essere cruciale per le vicende politiche italiane e, in particolar modo, della sinistra italiana
Quello infatti è anche l’anno in cui si scioglie Lotta Continua con il Congresso di Rimini. La dissoluzione di LC ha l’effetto di lasciare senza direzione politica una massa molto elevata di militanti della città, soprattutto operai. Nel 1976 nasce poi Radio Popolare. La comunicazione fino a quel momento era fatta essenzialmente di riviste e di giornali, c’era già da circa un anno Canale 96, la prima radio della sinistra, la quale però faceva più riferimento ad Avanguardia Operaia ed era quindi espressione di un gruppo organizzato. Radio Popolare, allora era direttore Biagio Longo, ebbe però subito un grande successo perché trasmise in diretta tutta la nottata tremenda degli scontri del 7 dicembre di cui parlavo prima: le cariche della polizia, i feriti e, con quei mezzi di allora, significava dover ogni volta trovare un telefono, infilarsi da qualche parte per trasmettere le notizie. Insomma in quell’anno ci fu un clima di passaggio straordinario. Noi, come collettivo della libreria, lo avvertivamo però in maniera un po’ diverso da come lo sentivano tutti. Eravamo convinti che la scelta politica di investire nel Partito comunista si sarebbe risolta in una tragedia. In questo senso le posizioni politiche espresse dall’allora segretario Enrico Berlinguer o dai vertici sindacali erano inequivocabili. L’intenzione generale dei sindacati era quella ricondurre ai vertici la contrattazione esautorando i consigli di fabbrica e quindi la democrazia di base mentre il PCI di Berlinguer propugnava da tempo il compromesso storico e cioè l’accordo-patto con la Democrazia Cristiana e ciò indipendentemente dalla parziale propaganda per l’alternativa di sinistra che facevano alcuni suoi esponenti. D’altronde, tutta la vicenda del PCI dal dopoguerra in avanti era legata al patto di democrazia consociativa con la DC e il compromesso storico, magari reso più concreto dalle vicende cilene, non poteva che essere la conclusione logica delle vicende precedenti. Eravamo cioè convinti che nei momenti di transizione (e quello era uno di quelli), ma più in generale nella sua strategia complessiva, il Partito comunista aveva, e di conseguenza avrebbe di nuovo fatto così, sempre privilegiato il rapporto con i partiti dell’arco costituzionale piuttosto che il rapporto con la classe o i movimenti. In questa direzione la difficile situazione del capitalismo italiano e le difficoltà della Democrazia Cristiana di governarla avrebbe, secondo la nostra ipotesi, spinto il PCI a una rinnovata progettualità verso il compromesso storico piuttosto che nella direzione di un approfondimento del conflitto. E in effetti pensavamo che la DC e il padronato potevano uscire dalle proprie difficoltà (o almeno provarci) solo con l’aiuto del PCI e del sindacato cosa che, com’è noto, si sarebbe verificata a partire dall’anno successivo. Per cui quell’anno alla Festa dei Navigli, la festa del quartiere che si celebra il 2 Giugno le elezioni sarebbero state il 17 o il 15, non me lo ricordo bene come libreria partecipammo con un grande striscione che più o meno diceva: 15 giorni all’alba e poi termina definitivamente la libertà in Italia perché il Partito comunista farà il patto con la DC. Sostanzialmente, forzatura a parte, avevamo tragicamente indovinato e avevamo anche intuito che il trauma per il movimento sarebbe stato terribile. E in effetti, quando arrivarono i risultati elettorali in via Volturno dove c’era la federazione del Partito comunista, quella sera migliaia di persone ballarono e cantarono perché pensavano di avere vinto, in quanto la sinistra aveva raggiunto il suo massimo storico: oltre il 49%. Vedere l’entusiasmo e il carico di attese di tutta quella gente era esaltante ma al contempo angosciante perché io, Sabina, Renato (che è stato la vera punta di diamante della Punti Rossi) e parte della redazione di Primo Maggio (che era la rivista più importante che pubblicavo), eravamo convinti trattarsi di un colossale abbaglio di interpretazione politica. Sapevamo per esperienza e per bagaglio di analisi che quando il conflitto si allarga orizzontalmente a partire dalla fabbrica per investire tutto il resto della società il processo reale tende a uscire dal controllo della dialettica tra governo e opposizione. Questo diventa allora un pericolo mortale per il sistema di partiti e per la sua forma-Stato. Il PCI aveva colto questo passaggio e avrebbe sicuramente optato, per risolvere la crisi dello Stato e al fine di ricostruire un clima concorde con gli altri partiti, per un percorso di unità istituzionale. Il risultato non avrebbe potuto che essere il formarsi di una cupola di ferro sopra e contro i movimenti e l’autonomia dei bisogni della classe. Poco più tardi avremmo scritto che quando questo avviene il sistema politico diventa più rigido, più frontalmente contrapposto alla società civile, non recepisce più le spinte dal basso, ma controlla e reprime. Già nel corso del ’75 e del ’76, in ogni caso, si leggeva l’esistenza di un compromesso storico strisciante. Si intuiva il tentativo di abbandonare la pratica della strategia della tensione (inaugurata nel tragico ’69 con la strage di Stato), per passare a un meccanismo repressivo diverso, palese e gestito in prima persona dallo stato del sistema dei partiti. La legge Reale, per esempio, andava in questa direzione. Quindi quella sera in via Volturno avevamo anche noi le lacrime agli occhi, ma non per la felicità bensì per motivi esattamente opposti. D’altronde ci rendevamo ben conto delle grandi difficoltà politiche delle avanguardie operaie di fabbrica che erano investite dagli effetti violenti della ristrutturazione. Li sentivamo sempre più spesso affermare che non si poteva più esercitare il potere operaio, che bisognava alzare il livello dello scontro. Temevamo, fin da allora, una tendenziale clandestinizzazione dei nuclei duri in fabbrica e sul territorio, come dimostrava la cosiddetta uscita della corrente operaia dalla dissolta Lotta Continua Dall’osservatorio della libreria si poteva cogliere con chiarezza un rinnovato interesse per le pratiche armate e per le stesse Brigate Rosse. A fronte di questi processi c’era la grande novità dei circoli giovanili nati nei grandi hinterland metropolitani. C’era la grande diffusione di un giornale come A/traverso che, nato a Bologna, principalmente in ambito universitario, trovava negli studenti fuori sede un humus sociale di rivolta sorprendente, nel mentre i suoi contenuti e il linguaggio nuovo con cui erano comunicati venivano assunti da un intera fascia generazionale sparsa nelle diverse città d’Italia. Era sostanzialmente il primo movimento che vedeva insieme intellettuali colti e, per esempio a Roma, borgatari. Ragazzi di periferia e politici super-preparati in un rapporto estremamente flessibile e non autoritario. Tutto ciò portava anche a una cultura completamente diversa dalla precedente, quella basata sul concetto di militanza rigida e verticale che separava il politico dal personale o il privato dal sociale. Tutto questo invece nel movimento ’77 veniva a cambiare: il personale è politico espresso precedentemente dalle femministe voleva a quel punto diventare prassi collettiva e la critica della forma-partito diveniva così definitiva e irreversibile. Il lungo percorso della rivolta antiautoritaria iniziato con gli hippies e i giovani delle magliette a righe degli anni Sessanta e in qualche modo interrottosi con la stagione dei gruppi politici verticali, riprendeva di colpo rinnovato da più densi contenuti e da una nuova e diversa composizione di classe. In un breve periodo di tempo si assisteva così a una profonda modifica delle culture diffuse, dei comportamenti collettivi, degli immaginari di riferimento. Per esempio venne riscoperta interamente la letteratura che invece prima era stata sotterrata a favore della saggistica politica. Noi lo avvertivamo dal fatto che in libreria aumentavano vertiginosamente le richieste di poesia, fra tutti Rimbaud, ma anche di tutta la grande letteratura mitteleuropea, quella, per intenderci, della grande crisi dell’unità individuale dei soggetti e delle grandi domande sul presente e sul senso dell’esistenza. Sostanzialmente un’autentica rivoluzione culturale ed esistenziale in cerca di punti riferimento, di nutrimenti e di conferme. Il grande successo di un testo difficile come l’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, una specie di Bildungsroman generazionale, era l’indice più evidente delle modifiche in corso. Certamente ciò significava anche il tramonto della storica centralità operaia e cioè di quel motore centrale che aveva assicurato la riproduzione del conflitto e che aveva fatto sì che qui da noi, a differenza della Francia, il ’68 fosse durato un decennio di più. E in effetti gli operai in Italia hanno avuto un ruolo determinante. Probabilmente il nostro ’68 non ha mai avuto la radicalità e la profondità culturale di quello del maggio francese, ma lì, in Francia, nell’inverno di quell’anno il movimento era già finito con la svolta gollista e gli operai erano tornati silenziosi nelle fabbriche; mentre in Italia con l’autunno caldo la centralità della fabbrica era diventata l’asse portante di tutto il conflitto e la sua egemonia aveva investito tutta la società. Il movimento dei consigli di fabbrica è stato probabilmente la più complessa espressione della maturità operaia in Europa. Sostanzialmente ha rappresentato una vasta democrazia di base sorretta dai processi materiali che si assumeva il compito generale di rinnovare la società in direzione egualitaria. Basti pensare che nella piattaforma dei metalmeccanici (FLM) del ’74-75, tra le rivendicazioni, vennero contemplati il diritto allo studio, il diritto alla casa, il diritto alla salute, cioè i contenuti, gli obiettivi generali che in genere sono di un partito, come del resto la conquista delle 150 ore (ossia l’ottenimento del titolo di studio) durante l’orario di lavoro e quindi a spese del padrone. Si può dire che proprio questo grande ciclo di lotte assicurava al resto della società quegli spazi di libertà che consentivano ai movimenti sociali di riprodursi in continuazione.

E rispetto a tutto ciò, in cosa si differenziavano le richieste dei giovani dei Circoli del proletariato giovanile?
I giovani dei Circoli, ma più in generale il movimento del ’77, avevano un universo socioculturale diverso. Non credevano più nella fabbrica, facevano il possibile per non andarci (anche se più tardi molti di loro vi saranno costretti), diffidavano fortemente della politica e realizzavano preferibilmente i loro universi vitali all’interno delle compagnie di quartiere, dei piccoli gruppi in cui erano cresciuti e di cui si fidavano. Prima era un punto di onore andare in fabbrica: il massimo era l’essere laureati ma fare lavoro politico in fabbrica o addirittura andare a fare l’operaio. Tutte queste scelte tendono invece a cadere con il movimento del ’77. Non si deve però pensare che fosse esclusivamente un fatto culturale, in realtà, come ho detto prima, la fabbrica si stava disgregando sotto l’offensiva padronale della ristrutturazione dei cicli produttivi e questo processo era principalmente favorito dagli stessi vertici sindacali che progressivamente avrebbero delegittimato gli stessi consigli di fabbrica. In parallelo iniziava il grande ciclo del decentramento produttivo con la conseguente diffusione dell’economia sommersa e del lavoro nero, ed è proprio a questo comparto del mercato del lavoro che i giovani dei Circoli si sentivano destinati mentre la grande fabbrica veniva vissuta come un luogo del disciplinamento e del lavoro poco gratificante. Questo spiega l’importanza data dai Circoli alle ronde contro il lavoro nero, o ronde proletarie, e anche la tendenza o la scelta a radicarsi nel territorio di appartenenza (quartiere, rione o zona della città), proprio perché lavoro, quartiere, tempo vissuto e realizzazione di sé venivano a essere riterritorializzati e, in questo spazio, occorreva, o meglio era indispensabile, produrre il conflitto e l’autodeterminazione della propria esistenza. Questo spiega perché il movimento dell’autonomia diffusa ebbe tanto seguito. Assai meno ne ebbe quello dell’autonomia organizzata nonostante i continui tentativi di egemonizzare queste nuove soggettività. Nel caso milanese occorre dire che per ciò che riguarda l’area dell’autonomia non c’è mai stato un gruppo egemone come invece, per esempio, a Padova con i Collettivi Politici o a Roma con i Volsci; a Milano c’erano molte componenti diverse. C’era Rosso, il cui riferimento intellettuale (ma non l’unico) era Toni Negri, c’era Senza Tregua, formato essenzialmente dall’ex corrente operaia di Lotta Continua oramai autonomizzata. Poi c’era il Coordinamento Organismi Autonomi Zona Sud, che aveva sede nel CoCuLo, ovverosia del Comitato Comunista di Unità e di Lotta, che aveva grandi esponenti intellettuali come il mitico avvocato Giuliano Spazzali o Rudi Pallabazzer (che si firmava Paolo Frignano perché era nato nel paese omonimo vicino a Napoli). Nel frattempo si era anche sciolto Servire il Popolo e i suoi militanti avevano dato vita alla rivista La Voce Operaia, una sorta di autonomia marxista-leninista. Quindi c’erano almeno quattro componenti milanesi dell’autonomia che non andavano granché d’accordo tra di loro ma che erano comunque molto massicce nelle azioni di lotta. Orizzontarsi dentro questo puzzle milanese era quindi come muoversi in un labirinto. In questa situazione i Circoli si muovevano con molta circospezione e pur frequentando alcune sedi dell’autonomia (soprattutto Rosso e il CoCuLo) non sono mai stati riconosciuti completamente nella loro progettualità politica.

La libreria come vive quel periodo?
In questo clima, mentre si passa dal ’76 al ’77, la vita quotidiana della libreria registra trasformazioni considerevoli. I giovani del movimento ’77 si mischiano con i vecchi militanti, le componenti libertarie e situazioniste si rinnovano e si diffondono. A fianco poi c’è l’estensione generalizzata delle pratiche femministe che dopo e durante la sperimentazione dei gruppi di autocoscienza si dotano di giornali, riviste, sedi proprie. Certamente l’emergere delle tematiche femministe contribuisce a dare il colpo definitivo ai gruppi verticali. Molte militanti uscirono dalle organizzazioni e altre rimasero all’interno ma anche queste ultime con profonda e rinnovata autonomia. Tutto ciò che riguardava l’autorità maschile sia in politica che nel privato venne rimesso in discussione dalle fondamenta. La battaglia contro i ruoli produsse sfracelli sia in politica che tra le coppie dei compagni. Ci furono moltissime separazioni con conseguenze spesso drammatiche sulla vita dei militanti maschi. In realtà la gran parte della politica militante era stata fortemente caratterizzata da un maschilismo strisciante, o di contenuti, e la rivolta delle donne trovò gli uomini totalmente impreparati a fronteggiare queste nuove identità. Comincia così in Calusca una processione di compagni più o meno giovani che hanno in crisi la coppia e di conseguenza fanno un uso accelerato di psicoanalisi e di testi sulla sessualità per capire dove diavolo vanno a finire o meglio che cosa è successo alle loro esistenze private investite dal ciclone femminista. E’ un periodo, e durerà molto, di grande malessere per gli uomini. Il ’77 sarà dunque un anno assolutamente faticosissimo da vivere in libreria. Faticoso proprio nei rapporti interpersonali quotidiani anche se, come riscontro, vi è una grande ricchezza derivata dall’inquietudine e dalla ricerca di nuove vie e di nuove culture. In questo quadro ci sono i drammatici scontri di Bologna, la grande e violenta manifestazione di Roma e le prime sperimentazioni dei nuovi modelli repressivi prodotti dai governi di unità nazionale. Partono cioè i vari teoremi che fanno un tutt’uno della complessità del movimento, che tentano di appiattire le culture politiche sulla tematica del complotto unitario o del fiancheggiamento degli allora ultra-minoritari gruppi armati. In prima fila a soffiare sul fuoco o a gestire direttamente la repressione è, come avevamo previsto, il PCI, oramai nell’area governativa. Partono così le prime incriminazioni per associazione sovversiva a Bifo e agli altri di Bologna, viene chiusa manu militari Radio Alice e Toni Negri si rifugia una prima volta in Svizzera perché inquisito anche lui per una fantomatica associazione sovversiva. Il PCI usa tutta l’efficacia dei propri mezzi di comunicazione e tutta la forza che ha in fabbrica per criminalizzare qualsiasi cosa si muova alla sua sinistra. Famosi sono per esempio i questionari distribuiti dalle varie federazioni del PCI nelle fabbriche e nei quartieri. Il loro contenuto era un vero e proprio invito alla delazione, a denunciare cioè attraverso la cultura del sospetto chiunque non rientrasse nella linea di collaborazione con il PCI stesso. In questa direzione si può dire che più che la classe operaia che si fa stato di berlingueriana memoria, si determina piuttosto il PCI che si fa magistratura e forza di polizia. Nella pubblicistica ufficiale comunista e democristiana (ma anche degli altri partiti), il pentitismo e la delazione diventano categorie e valori morali. Le conseguenze, nel tempo, sul piano della cultura giuridica e in genere degli universi etici del paese saranno terribili e i suoi esiti sono fin troppo evidenti ancora oggi. Tornando a quegli anni, personaggi come Pecchioli e Violante sono i diretti ispiratori dei magistrati inquirenti e il sistema politico sembra voler delegare alla magistratura il ruolo vicario del parlamento mentre nelle aule dei tribunali si consumeranno qualche anno dopo autentiche infamie giuridiche. Avviene nei fatti il passaggio, intuito precedentemente, dalla strategia della tensione alla politica dell’emergenza. Tutto ciò che non rientra nella compatibilità del sistema viene sussunto dentro la categoria di emergenza per essere represso o intimidito. Vengono effettuate in continuazione moltissime perquisizioni in tutta Italia: a me smontano sette o otto volte la casa e la libreria. Perquisire la libreria era poi un problema perché ci volevano giorni interi di lavoro: c’era una montagna di carta da esaminare e quindi, regolarmente, arrivavano 10 carabinieri che per ore si mettevano a cercare documenti sovversivi.

E li trovavano?
Indubbiamente c’erano anche documenti sovversivi ma erano anni che circolavano. Per un periodo c’era stata sulla legge della stampa un’impunità conquistata nelle lotte e quindi anche i gruppi clandestini avevano l’abitudine di arrivare in libreria, soprattutto al sabato quando veniva moltissima gente, portando i loro comunicati che poi tu te li trovavi lì, in mezzo alle riviste, senza sapere chi te li avesse lasciati. E c’erano anche le risoluzioni strategiche con la stella delle BR. A questo proposito c’è da dire che, fino al ’76, questi gruppi erano in realtà minoranze assolute, non credo che ci fossero più di cento clandestini in tutta Italia. Per chiunque fosse dentro al movimento, un incontro con un brigatista o con un altro clandestino era sempre possibile. Due anni dopo sarebbe stato una tragedia, ma in quel momento non era così grave: qualcuno ti veniva a chiedere se volevi fare una riunione in un posto qualsiasi alla periferia di Milano o di Torino e capivi che lì ci trovavi anche i clandestini. Ma tutto ciò non era vissuto come una dimensione pericolosa, non c’erano ancora le leggi speciali e fino a quel punto c’erano stati solo due morti, due missini ammazzati a Padova, un evento che, tra l’altro, venne considerato un errore dalle Brigate Rosse, niente di più di questo. Qualche rapimento, Sossi per esempio, azioni dimostrative, la propaganda della lotta armata, gli incendi delle macchine dei caporeparto ma non ancora una vera e propria strategia di azioni di lotta armata. Il ’77 nel vissuto quotidiano ti costringeva così a un superlavoro straordinario per essere presente in cento luoghi diversi. A differenza degli anni precedenti, l’universo dei punti di riferimento era stato sostituito da una moltiplicazione della soggettività di massa talmente ricca che ti costringeva a un continuo aggiornamento nella tua vita quotidiana anche fuori dal lavoro della libreria. Ricordo di aver fatto in quell’anno, 80-90 viaggi in giro per l’Italia per le cose più diverse tra loro: convegni, seminari, conferenze, da quelli piccolissimi per addetti ai lavori a quelli grandi. Era in atto un grande laboratorio sociale e, conseguentemente le aspettative erano moltissime. Però, com’è noto, tutto finì malissimo: teoricamente quella grande elaborazione avrebbe dovuto confluire nell’assemblea del ’77 a Bologna ma, a fronte del tentativo dell’autonomia più dura di gestire politicamente questa soggettività, che in realtà non era gestibile secondo i criteri politici tradizionali, tutto finì in una disgregazione totale.

E questo proprio mentre nel Paese avanzavano le leggi repressive
Nel ’78 il clima cambia un altra volta. La sconfitta del movimento ’77 lascia un grande vuoto. Molti pensano che non ci siano più spazi di agibilità possibili per agire alla luce del sole. Sostanzialmente inizia una lunga fase di clandestinizzazione del movimento. Inizia una nuova fase storica. Le leggi speciali cominciano a funzionare, l’offensiva del Partito comunista diventa sempre più dura: ci sono le schedature in fabbrica, ci sono i militanti del Partito comunista che svolgono un ruolo di cardine tra la magistratura e la polizia Quelli che provengono dalle precedenti esperienze di militanza, soprattutto gli ex di Lotta Continua, quelli della corrente di Senza Tregua, perdono potere in fabbrica perché l’azione del sindacato è quella di far fuori il consiglio di fabbrica dei delegati che era un po’ il luogo della democrazia di base della classe operaia. Facendo saltare quello, saltano automaticamente tutta una serie di agibilità politiche sul posto di lavoro ed era ciò che voleva il padronato. Per la ristrutturazione accelerata che avevano iniziato i padroni c’era bisogno di eliminare la rigidità operaia, c’era bisogno di eliminare le componenti sovversive interne, i gruppi che sostanzialmente tiravano a volata le lotte. Quindi si mette in atto un processo distruttivo che viene colto dai militanti, dagli operai politicizzati o dagli operai intellettualizzati del periodo precedente come una impossibilità nel proseguire la lotta con metodi legali. E così avviene un passaggio in massa alla clandestinità: dai 100 presunti clandestini del ’76 si passa ai 2-3 mila del ’78. Significa che in un anno e mezzo avviene una scelta di massa che coinvolge non solo gli ex operai di Lotta Continua, i militanti delle zone periferiche della città ma anche una parte rilevante dei collettivi autonomi o giovanili dell’hinterland metropolitano. Nel ’78 ci si ritrova ad avere, solo su Milano, almeno 150 o 160 sigle clandestine armate, le più famose erano Prima Linea, Brigate Rosse ma vi erano anche le FCC, le BCC, le Brigate Lo Muscio, con un’escalation di attentati dimostrativi molto forti e con una moltiplicazione, anche a livello nazionale, di omicidi. Tutto piomba dentro questo clima. Dopo la ventata creativa del ’77, nel 1978 avviene questo pesante giro di boa. In libreria tutto ciò viene avvertito molto bene. Si verifica una scissione. A fronte del disagio del vissuto quotidiano da parte di moltissimi compagni, c’è come un ritorno su se stessi, cui si accompagnano il consumo dell’alimentazione alternativa, della medicina alternativa, dell’interpretazione della vita stessa in termini alternativi. Una casa editrice come l’Astrolabio che pubblica psicoanalisi, esoterismo, discipline del corpo quali yoga, zen e quanto di collegato a essi esista, nella mia libreria, decuplica le vendite nel giro di un anno. Da un dato così tu capisci che è in corso una modificazione profonda dei soggetti, un disagio esistenziale drammatico. Il ’77 era apparso come l’ultima grande possibilità di ricomposizione tra sociale giovanile e progetto politico, tra rivolta esistenziale e modello operaio. L’accumulazione dei saperi prodotti nei cinque o sei anni precedenti aveva generato un soggetto che non diventava sovversivo quando entrava nel posto di lavoro ma vi arrivava già ribelle, sovversivo appunto. Ciò venne considerato intollerabile dagli analisti del Partito comunista ma anche dalle élite industriali e politiche. C’era, infatti, da parte di tutte queste forze un grande lavoro intorno a questi temi e la sintesi di questa ricerca fu il Rapporto della commissione Trilateral del 1976 dedicato all’Italia, in cui si sosteneva che la conflittualità operaia aveva conquistato un’estensione della democrazia cui bisognava porre limite sia nella fabbrica sia nel sociale e soprattutto nelle scuole dove era arrivata una generazione di professori e di insegnanti che, invece di contribuire a riprodurre le classi dirigenti e i cittadini che aderiscono allo sviluppo dell’economia e della democrazia borghesi, produceva ribelli. Vanno fatti fuori: questa sostanzialmente era l’indicazione che dava la commissione Trilateral, il grande potere sovranazionale delle tre aree più industrializzate del mondo. E alla commissione Trilateral, com’è ovvio, per l’Italia ci partecipavano gli Agnelli, i Pirelli, le élites industriali insieme ad élites militari dello Stato italiano. Tutta questa situazione mise in moto quel processo che provocò l’afflusso di massa nei gruppi armati e che, per quanto mi riguarda, ebbe come conseguenza un aumento dei controlli della polizia nella libreria e nell’abitazione mia e di mia moglie.

Qual era il clima che si era venuto a creare in libreria e tra i compagni a causa di questo processo di criminalizzazione?
Tra i compagni era iniziato un periodo che definirei del silenzio e degli sguardi, un periodo in cui non c’è più comunicazione politica perché una parte di compagni adopera il luogo-libreria per incontri e danno per scontato che tu sai che loro sanno che tu sai e viceversa, il che cambia tutto il clima intorno. Non sto facendo una critica, dico solo che si determina un clima molto difficile, che pretende grande attenzione e grande disponibilità. Da un altro lato invece, il processo repressivo dello Stato determina un ritorno fortissimo al privato dei soggetti sociali che hanno avuto le grandi esperienze nei gruppi politici organizzati e ai quali sono saltati una serie di strumenti interpretativi: non c’è più il riferimento operaio, le organizzazione sono dissolte, i nuovi soggetti metropolitani sono difficili da capire e in più c’è quell’elemento devastante dell’azione femminista che incide sulle loro vite. Quindi si produce una fortissima separazione tra tutte queste scelte. Ad aggiungersi a ciò vi è poi la diffusione, con una rapidità assolutamente straordinaria, dell’eroina nelle periferie. Una parte dei Circoli del proletariato giovanile si sfaldano proprio a causa dell’eroina. E’ come se ai giovani non venissero lasciate altre possibilità se non la lotta armata, l’omologazione e il ritorno a un ipotetico privato o l’eroina. In più vengono poste in campo leggi durissime che, per la prima volta nella storia del Paese-Italia, vedono concordi tutta la magistratura, salvo minoranze di Magistratura Democratica, tutte le forze di polizia e dei carabinieri e tutto il sistema dei partiti. L’intero sistema è schierato per far fuori il movimento. Non tanto per combattere il terrorismo che, come dicevo, in realtà quando nascono le leggi non è ancora di massa e, anzi, lo diventa proprio in conseguenza delle leggi repressive. In realtà l’obiettivo è ristrutturare le fabbriche, ristrutturare lo Stato con la partecipazione possibile o ipotetica del Partito comunista. E’ una fase che avrebbe richiesto da parte di tutti noi una grande intelligenza politica, una capacità di fare il punto come diceva Gianfranco Manfredi nella sua canzone Un tranquillo festival di paura: e siamo tutti insieme ma ognuno sta per sé / la ricomposizione si sogna ma non c’è / si sta sfasciando tutto persino la teoria / perché il nuovo soggetto pare che non ci sia / è tutta una gran merda / la colpa di chi è / lo Stato, il riformismo, i gruppi, non so che. La canzone è dedicata al festival del Parco Lambro del 1976. Un evento veramente drammatico: doveva essere una grande festa del nuovo proletariato giovanile e invece si trasformò in uno scontro tra vecchia composizione politica e nuovi soggetti giovanili. Il Parco Lambro segna in modo irreversibile un passaggio che Manfredi sintetizzò in modo splendido in quella canzone. C’è un enorme e straordinario disagio, un periodo veramente lungo e difficilissimo in cui si rompono le amicizie perché spariscono gli amici, perché gli armati ritengono di avere il diritto di adoperarti, un diritto politico intendo dire, sostengono che qualsiasi forma di critica che fai nei loro confronti potrebbe essere desolidarizzazione, come si usava dire al tempo. In effetti quel pericolo comunque c’era. I resti di Lotta Continua riuniti attorno al giornale scelgono, per esempio, una linea che non ho mai condiviso, quella del né con le BR né con lo Stato, che era una linea di neutralità quando invece proprio in quel momento occorreva una grande battaglia politica di riflessione su questo argomento. Era in atto, come scrivevamo noi della libreria sulla rivista Primo Maggio già alla fine del ’78, un processo distruttivo nei confronti dei movimenti che quasi sicuramente si sarebbe concretato a breve in una grande operazione repressiva. Non era possibile la neutralità né con gli uni né con gli altri. E fu per questo motivo che riprendemmo le pubblicazioni di CONTROinformazione, rivista sulla quale demmo spazio a tutti i comunicati dei gruppi armati: per noi significava farne un problema di comunicazione radicale. Si era rotta, però, quella che abbiamo sempre chiamato la comunità reale. La comunità reale voleva dire che tu sapevi esattamente con chi avevi a che fare: la lealtà della comunicazione pur nella differenza politica produceva un humus, un modo di stare nel mondo che generava affettività oltre che identità politica, iniziativa culturale o sociale. Tutto ciò si frantuma in moltissime parti. Non a caso è un periodo in cui vivevi in prima persona le storie di moltissimi suicidi. Solo per quanto riguarda l’area della libreria io ho conosciuto trentacinque persone che in quel periodo si sono tolte la vita. Per esempio ve n’è uno famoso, un ex di Avanguardia Operaia su cui è nato un libro della Feltrinelli. Tra i molti particolarmente drammatica e dolorosa è per noi la vicenda di Giancarlo Buonfino, uno dei nostri di Primo Maggio. Era forse uno dei più geniali grafici europei e aveva scelto di mettere i suoi saperi a disposizione del movimento invece di mercificarli nella professione o nella carriera. Era stato anche uno dei maestri di Zamarin, l’inventore di Gasparazzo, il personaggio operaio dei fumetti che pubblicava il quotidiano Lotta Continua (a sua volta morto mentre di notte faceva la distribuzione del giornale). E’ difficile persino spiegare l’enorme capacità creativa di Buonfino. Famoso, per esempio, è un suo film d’animazione intitolato Totem che realizzò praticamente da solo con una cinepresa a passo uno e decine di migliaia di disegni, o ancora una sua straordinaria ricerca sulla grafica e la propaganda operaia agli inizi del secolo che peraltro è rimasta per larga parte impubblicata. E così Zamarin che muore nella nebbia mentre svolge un compito militante o Buonfino che si interroga fino all’autodistruzione sul ruolo del lavoro intellettuale nella società del capitale, sono tutte espressioni della radicalità con cui ognuno doveva confrontarsi nel processo rivoluzionario. Distruggere il ruolo del tecnico o dello scienziato come forza ostile alla liberazione della classe e ricomporre il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale assumevano in questa direzione valenze estreme. D’altronde il tragico esito delle esistenze di alcuni collaboratori di Frigidaire (e prima de Il Male) negli anni Ottanta dimostra quanto profondi fossero gli interrogativi sulla funzione del lavoro creativo e con quanta radicalità gli stessi venissero vissuti. Molti anni dopo ne parlai con Andrea Pazienza (geniale artista e autore di strip del movimento ’77 e anch’egli travolto dalla morte giovanissimo) e lui mi ha disegnato un volto carico di orgoglio, rabbia e forse pazzia con sotto scritto: Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione. Con questo voglio dire che era difficile capire fino in fondo questa frattura della comunità reale e soprattutto come starci dentro, con quali strumenti. Molti scappavano: dopo il ’79 poi la fuga era diventata di massa. D’altra parte, per parlare solo della mia esperienza, in un anno e mezzo, c’erano stati, solo tra quelli segnati nello schedario della libreria, 681 arrestati. Una parte di questi erano anche molto amici e compagni della mia vita. Se si mettono insieme questi amici agli amici morti, credo che risulti chiaro e comprensibile il perché per un certo periodo abbiamo rischiato un po’ tutti di stare sospesi tra la follia e la ragione. Anzi credo che non ci siamo mai ripresi del tutto da quel periodo. C’era mia figlia Maysa, allora aveva dieci anni, che vedeva alla televisione passare le immagini degli arrestati accompagnate dalle definizioni assassino, terrorista, e mi diceva: ma papà questi non sono nostri amici?, come per dire che cazzo succede, è mai possibile che i miei migliori amici siano così?. Molte volte ha anche pianto e Sabina che era addolorata e disorientata quanto lei, doveva trattenere a sua volta le lacrime e lo sconforto. Molti di questi compagni erano abituali frequentatori della nostra casa, con molti avevamo fatto le ferie insieme e Maysa li considerava come una grande collettività dolce e protettiva.

Quando arrivano gli anni in cui non c’è più nulla, anche la Calusca scompare
Quando chiudiamo la libreria nel 1985 è proprio perché c’è molta stanchezza: Si sarebbe potuto andare avanti ma non c’erano più le energie soggettive per proseguire. Non era solo una questione di soldi: la Calusca era talmente nota che se avessi lanciato una sottoscrizione nazionale la si sarebbe salvata ugualmente. Non c’era proprio più la volontà. Posso anche assumerla soggettivamente come responsabilità: in tutto ciò, oltre al politico infatti, si è frantumato anche il privato, nel senso che il mio matrimonio con Sabina, che è stato un elemento determinante nella gestione dell’equilibrio di questo lungo percorso degli anni Settanta nell’esistenza della libreria, si è rotto. Per causa mia suppongo, nel senso che avevo iniziato una relazione con un’altra donna, a suo modo anche lei straordinaria. Questo saltare della struttura familiare, che ripeto, e stato un elemento di equilibrio e di ricchezza creativa che permetteva i ritmi da 10 ore al giorno passate in libreria con centinaia di persone che venivano e con un incrocio di 50 riviste e due circuiti di distribuzione, fa collassare tutto, interamente, e non a caso finisce tutto quanto insieme. Non è tanto l’aver incontrato in quel periodo un’altra donna, che potrebbe anche sembrare banale o normale, il fatto è che è proprio in quel periodo che avviene tutto: crisi della comunità reale, dissoluzione di un’esperienza politica e umana, crisi della libreria. Così sono andato anch’io fuori di testa. Tra il 1985 e il 1987 sono stato molto male: ero fuori casa, disperso nelle abitazioni della città che mi ospitavano, però non era la stessa cosa che avere il luogo con tutti i tuoi libri, tutte le tue riviste, il tuo mondo, la tua riflessione e la tua donna solidale e appassionata. Bevevo molto, una volta sono stato privo di memoria per due giorni a causa dell’alcool. Mi ero completamente sfatto di alcool o di tranquillanti perché non riuscivo a capire esattamente dove stavo andando.

Come ne sei uscito?
Dopo la crisi venne il momento di inventare una nuova situazione, senza però dimenticare tutto quanto era stato. Inventare un’altra situazione voleva dire dotarsi nuovamente di strumenti, di comunità reali più o meno inventate o accettate. Questo è stato il mio percorso degli ultimi anni: mettermi a lavorare come ricercatore una dimensione nella quale posso acquisire saperi dalle nuove élite mantenendo contemporaneamente i miei saperi andando a osservare come il livello alto della tecnologia, dell’innovazione tecnologica, delle nuove forze produttive abbia la sua ricaduta nel sociale con la frantumazione di migliaia di soggetti nell’eroina, nell’emarginazione o nell’omologazione.

Oltre a occuparti della Calusca oggi lavori dunque come ricercatore?
Sì, lo faccio da libero professionista per una società milanese, il Consorzio Aaster che lavora pressoché esclusivamente con le istituzioni ovverosia lavora con il CNEL, con il CENSIS, con la Regione Lombardia e altre realtà di questo tipo. Recentemente abbiamo fatto una ricerca per la CGIL sulla Lega Lombarda che è durata moltissimi mesi. L’anno scorso abbiamo invece realizzato una ricerca che ha portato alla prima conferenza nazionale sull’immigrazione. Non sono un dipendente di questa società, che peraltro è stata fondata da un mio amico e compagno, perché ritengo di essere soggettivamente troppo irregolare per identificarmi completamente in un progetto di ricerca che, comunque la si metta, richiede comunque qualcosa di più di una prestazione professionale, richiede, cioè, anche un’adesione più profonda. I rapporti amicali mi consentono invece di aderire alle ricerche più corrispondenti ai miei interessi e nelle quali posso a mia volta dare un risultato migliore di collaborazione. Questo lavoro oltre all’indubbia anche se limitata funzione economica, mi ha permesso di acquisire intelligenza e saperi per così dire sul campo. Molti pensano che lavorare con le istituzioni sia una forma di contaminazione e probabilmente in generale è abbastanza vero, ma io penso che uno in possesso di una sua relativa maturità, di identità e di saperi non debba temere questo confronto. Certamente è sempre una sfida perché non sai mai se fornisci più intelligenza tu a loro o se sei tu a prenderne. Però io penso che oggi sia indispensabile stare nel punto più alto della ricerca e contemporaneamente che sia indispensabile vivere anche nei luoghi dove più visibile è la ricaduta dei grandi processi di trasformazione o dove la mutazione del paradigma tecnologico accenna a dare delle risposte diverse dalla semplice integrazione-accettazione.

E’ il pensare con il corpo di Vittorini
Sì, sostanzialmente sì: anche i cyberpunk dicono tenere i piedi in strada e la testa nelle tecnologie. Più o meno si tratta sempre di fare questo gioco ed è per questo motivo che la riapertura della Calusca serve, perché ci deve essere un’agenzia di riferimento che fa rete con la città come storicamente ha sempre fatto: luogo di movimenti non solo milanesi o nazionali ma, se riuscirà, internazionali. Non poteva essere così quattro anni fa: oggi sì, vuol dire probabilmente che fa parte dei nuovi segnali nell’aria.

Di tutta questa storia degli ultimi quindici anni, oggi che cosa resta?
Di tutto ciò restano delle minoranze sparse in giro per l’Italia che hanno salvato parti consistenti di identità, nonostante il carcere o i processi, che a loro volta pero hanno difficoltà a metabolizzare il nuovo moderno, cioè la nuova fase, che è globale, che è fatta di innovazione continua e che non permette più di avere come riferimento una figura forte come la classe operaia Queste sono minoranze sparse in tutta Italia che, a volte, si sono incrociate con nuove composizioni giovanili: è il caso dell’area padovana e in parte dell’area toscana. Nel caso di Milano la distruzione è stata veramente profonda, totale radicale, non si è salvato quasi nulla. A volte si fanno delle critiche ai giovani del centro sociale Leoncavallo: nessuno si rende conto però che non c’è stata città in Italia in cui le figure politiche di riferimento, gli organismi, le culture le riviste siano scomparse così totalmente come a Milano. A Milano ricostruire e molto più difficile: quelli del Leoncavallo possono essere apparentemente meno dialettici in rapporto ad altri centri sociali nazionali ma, in realtà, non è cosi: e una condizione obbligata per chi sta dentro, nel punto centrale nel cuore della ristrutturazione finanziaria, economica, produttiva, tecnologica che produce un nemico che forse è poco visibile ma che ti tritura quotidianamente. A Milano non hai spazi di socialità dati: città come Padova o Bologna ne hanno molti di più con l’effetto positivo di un maggior tempo per il soggetto di riflettere sul proprio ruolo nel mondo. Le risorse anche a Milano ci sono ma andrebbero socializzate. Nell’ultimo decennio non c’è stata la possibilità di trasmettere la memoria, che non è la mitizzazione delle lotte dei decenni scorsi, perché i cicli di lotte finiscono e il compito delle intellettualità e proprio quello di immaginarne altre (altrimenti è una regressione tipo quella che io vedo in Rifondazione Comunista che rischia di essere un tornare indietro per attestarsi su un’identità precedente, non tenendo conto che molti strumenti del passato sono spuntati in rapporto alle realtà di organizzazione dei poteri attuali) ma atterrebbe alla possibilità di offrire uno spettro di riferimento complessivo, di strumenti e di conoscenza che sono l’esatto opposto dell’omologazione dentro una formazione politica. E’ una soggettività critica dotata di una forte strumentazione interpretativa che è utile per modificare se s essi in rapporto al mondo, in rapporto al proprio privato, al rapporto uomo- donna, al rapporto follia-ragione, al rapporto con il denaro.

Prima hai citato i cyberpunk. Qual è il tuo giudizio su questa corrente che è andata affermandosi anche in Italia negli ultimi anni?
In qualche modo i cyberpunk italiani sono nati in Calusca a partire dalla saletta data in gestione ai punk nel 1985. Lì è nata la rivista Decoder che oggi rappresenta la punta più avanzata e sociale di questa tendenza. Dall’iniziale rivista e poi nata la Cooperativa editoriale Shake e la rete telematica autogestita Cybernet. Io credo che l’incontro di Gomma, Raf, Paoletta, Marina, Rosy, Philopat e Gianni con la Calusca fosse quasi un fatto scontato perché i luoghi metropolitani si attirano a vicenda per affinità, i messaggi lanciati da un luogo giusto si incrociano con i bisogni e la ricchezza soggettiva ne viene potenziata. Con i punk prima e con i cyberpunk dopo, lo scambio di intelligenze, saperi e progetto è stato paritario. E’ stato un arricchimento reciproco. Io credo che il cyberpunk sia la prima risposta, il primo sensore antagonista dell’epoca del postfordismo. Dopo la lunga teorizzazione punk che vedeva nell’espansione delle nuove tecnologie il realizzarsi della profezia orwelliana del Grande Fratello e quindi l’ipotesi di un mondo dominato dalla falsificazione mediatica, i cyberpunk rovesciano completamente questo vissuto angoscioso decidendo di confrontarsi con il nuovo paradigma tecnologico piegandolo a proprio vantaggio. L’uso sociale delle tecnologie diventa in questo modo la nuova frontiera del confronto antagonista con il nuovo assetto produttivo. A me questo sembra un percorso di grande e nuovo interesse anche se immerso nella tradizione rinnovata delle controculture. Nella mutata condizione storica i cyberpunk ripercorrono la strada dei grandi movimenti hippies e beat degli anni Cinquanta e Sessanta. Le controculture hanno proprio questa straordinaria funzione storica: quella di anticipare i successivi movimenti più politicizzati. In questa fase, del resto, io penso che non sia consentito avere speranza nella fuga o nell’esodo. Occorre, a mio giudizio e ancora una volta, stare dentro e contro.

Hai fatto un riferimento critico alla teoria dell’esodo che negli ultimi tempi è stata avanzata da alcuni settori intellettualizzati dell’area dell’ex autonomia operaia Per molti, però, quella teoria ha solo il senso della provocazione
Sì, in un certo senso è anche una provocazione che però ha una sua solida base teorica e ha radici nella difficoltà di immaginare una sinistra oggi. Noi stiamo vivendo in effetti una transizione epocale da un sistema produttivo a un altro. Alcuni dicono che questa è la seconda rivoluzione industriale, altri la terza, ma tutti concordano nel considerare l’epoca attuale come una fase di passaggio strategica dei modi di produzione e del conseguente assetto della società. Per dirla con Marshal Berman che ha scritto uno dei più bei libri degli anni Ottanta: L’esperienza della modernità essere moderni vuol dire essere parte di un universo in cui, come ha affermato Marx, tutto ciò che sembrava solido e conosciuto si dissolve nell’aria in un tempo brevissimo. Tutto questo produce spaesamento, angoscia, senso di perdita e non è sufficiente il ricorso alla memoria o alla tradizione delle lotte precedenti per superare questa condizione. In questo senso se è indubbiamente comprensibile che molti compagni del movimento siano entrati in Rifondazione Comunista per continuare ad avere magari una bandiera di riferimento, ciò nondimeno non credo che la soluzione sia quella. Il capitale, la borghesia, vecchia o nuova che sia, sono forze rivoluzionarie che storicamente sono costrette a rivoluzionare continuamente i mezzi e rapporti di produzione e con essi l’intera gamma dei rapporto sociali. Compito degli antagonisti è attuare un’eguale e rovesciata rivoluzione delle proprie forme di lotta. Qualsiasi nostalgia del passato, per quanto straordinario esso possa essere stato, rischia di essere una scelta regressiva e frustrante anche se concordo dialetticamente con l’affermazione che la lotta degli uomini contro il potere è anche la lotta della memoria contro l’oblio. E’ vero peraltro che vi sono fasi intermedie in cui gli oppositori hanno bisogno di rileggere le trasformazioni intervenute, ovvero di rifondare il proprio progetto rivoluzionario per ricomporre le file del movimento. Il concetto di esodo deriva in parte da questa necessità. Il riferimento metaforico è, come ovvio, quello degli ebrei che abbandonano l’Egitto della repressione per andare in cerca della terra promessa, ma nel corso dell’esodo si fermano appunto vicino al monte Sinai per dotarsi delle Tavole della Legge, delle nuove leggi e regole. Ora io penso che l’esodo rimanendo dentro sia un mezzo per raccogliere le tribù sparse del movimento per creare un luogo dove darsi nuove leggi e nuovi strumenti di comunità per poi tornare all’attacco dell’ordine costituito. Un ipotesi di questo genere ha un suo fascino e prevede un’idea di res publica dal basso, composta di minoranze che non hanno nessuna intenzione di diventare maggioranza ma che si riconoscono in una nazione virtuale, è l’arcobaleno delle differenze che diventa progetto e ricchezza In questa direzione e nei primi mesi della riapertura della libreria mi sembra che i segnali siano molti e positivi. Sono nate due nuove riviste come Altreragioni e DeriveApprodi mentre una rivista preesistente, Balena bianca, è stata in parte rifondata e Decoder ha quasi raddoppiato la tiratura. Del resto gli stessi compagni di Luogo Comune che hanno introdotto la tematica dell’esodo, dopo un lungo periodo di silenzio torneranno a breve a uscire con regolarità. Più in generale vi è un grande fermento di piccoli gruppi nelle università e in molti luoghi sociali mentre il panorama politico istituzionale è letteralmente sconvolto da tempeste interne che sono anche l’espressione dell’invecchiamento del ceto politico. Io credo che in questo vuoto si aprano spazi di sperimentazione non statuale. Ciò sarà tanto più possibile a misura che sarà arrivata a maturazione la riflessione e la comprensione della rivoluzione in atto nelle società del capitalismo maturo e questo senza fermarsi a gratificarsi più che tanto sulla dissoluzione miserrima del sistema dei partiti. La colossale sbrinatura del sistema politico italiano richiede una nuova e profonda progettualità magari abbandonando le illusioni di incontaminata purezza creativa delle opposizioni giovanili degli anni Ottanta. In ogni caso mi piace pensare che i movimenti non siano mai scomparsi ma che stiano semplicemente dormendo.

Di fronte a un’affermazione come quella che fa Franco Piperno ovverosia che il comunismo in realtà non bisogna aspettarlo esso è già tra noi, latente, qual è la tua posizione?
Ne sono sempre stato convinto, anche quando ai tempi di Potere Operaio Piperno diceva cose diverse. E’ indubbio che il movimento che chiamiamo genericamente comunista, è un processo storico che non ha un inizio e una fine con la presa del potere. L’ideologia della presa del potere è dei gruppi verticali organizzati degli anni Settanta che hanno elaborato questa interpretazione un po’ spuria del concetto leninista di potere secondo le tappe classiche, cioè sciopero generale, insurrezione, disintegrazione dei poteri, dell’esercito e della polizia. In realtà un uso più flessibile di questo concetto ti fa interpretare il comunismo come un movimento tendenziale che avviene attraverso un procedimento semplice: tu nasci in una società del capitale nella quale sei costretto o ad aderire o a inventarti un’altra strada. Per inventare un’altra strada devi però contrapporre un’elevata capacità di produrre saperi e di proporre un modo diverso di vivere dentro la società del capitale. Questo è il processo comunista che parte dalla trasformazione del soggetto per diventare movimento collettivo, per diventare cioè comunità e intelligenza collettiva. Credo che la cosa più drammatica per l’élite economica e politica degli anni Settanta sia stata non tanto l’azione dei gruppi politici verticali organizzati quanto il processo reale complessivo dei soggetti. Sono convinto che la gran parte delle centinaia di migliaia di operai che facevano il sindacato dei consigli non avessero poi nemmeno talmente chiaro uno schema ideologico di riferimento. Avevano però una condizione di classe che, tramite un humus complessivo che li circondava e grazie alla soggettività di cui erano portatori dentro il degrado del processo produttivo, l’hanno rovesciata, proponendo una critica quotidiana del fordismo attraverso il comportamento dentro la fabbrica, nella produzione e nell’autorganizzazione politica. Altrettanto hanno fatto le parti più intelligenti dei movimenti sociali. Quello che è stato, quindi, è un processo che difficilmente avrebbe potuto non lasciare tracce profonde. Credo che decine di migliaia di soggetti siano segnati inesorabilmente da tutto ciò e che nel loro corso quotidiano continuino a produrre uno scambio comunicativo che fornisce questo tipo di indicazioni. E’ una filigrana interna alla società.

Oggi, che contenuti e che obiettivi può avere una possibile opposizione?
I luoghi oggi sono determinanti, nel senso che fuori vi è un processo di sussunzione complessiva della vita e delle economie, della cultura: tutto è merce. Poi ci sono dei luoghi, invece, dove questo viene rifiutato. Io credo che questa sia una fase in cui chi ha la capacità, la credibilità, la soggettività di avere luoghi, può non tanto fare progetto politico, a mio modo di vedere, almeno in questa fase, quanto invece fare un’altra cosa che è strategica e indispensabile: trasformare quei luoghi in centri di ricerca, o per lo meno una parte della loro attività destinarla alla formazione e alla ricerca. Se il sapere è diventato una merce produttiva, direttamente in quanto tale, o inglobato nella macchina, nella tecnologia o nell’informazione, che è la sua estensione più grande, si devono fare di nuovo scelte esistenziali ma se la scelta esistenziale non è nutrita da una cultura sofisticata e complessa, cioè di continua produzione e autoproduzione, la scelta si limiterà a produrre solo disagio esistenziale Dalla rivolta esistenziale all’autoproduzione del soggetto c’è un passaggio strategico che è la capacità di impadronirsi di strumenti di conoscenza diversi che permettano di decodificare, di destrutturare, di far saltare lo schema avversario: altrimenti senza questa fase di accumulazione primitiva culturale di saperi non ne viene nulla. Dicevo prima che i dieci anni antecedenti il ’68 sono stati dieci anni di accumulazione enorme di saperi con comportamenti quotidiani apparentemente normali, se si esclude la visibilità degli hippies e dei beat, però era in corso un laboratorio sociale di accumulazione di saperi che metteva in discussione tutto. Ciò era avvenuto anche negli anni Venti stava avvenendo nel ’77, quindi è un’esigenza che appartiene al processo storico determinato di una formazione economica e politica, che è quella del capitale con le risposte a essa dei vari soggetti. Io ho la sensazione che stia avvenendo anche oggi qualche cosa di simile: se non sbaglio nell’ultimo anno ho fatto almeno cento dibattiti in ottanta luoghi diversi in Italia, da Vasto a Napoli, da Roma a Padova, da Badia Polesine a Bologna, a Genova e mi rendo conto che, pur essendo minoranze quelle che incontri, la modificazione avvenuta è forse sostanziale. Fino a qualche anno fa tra il pubblico trovavo due terzi di persone conosciute, ovverosia che conoscevo da almeno dieci anni, adesso verifico che c e una gran parte di giovani sconosciuti che chiedono una quantità enorme di informazioni e di riferimenti, superiori, per esempio alle mia personale capacità di dare risposte. Ciò significa che è in corso qualcosa. Faccio un esempio riferendomi ancora ai cyberpunk. In una prima fase la tentazione di sabotare il terrorismo mediatico è stata molto forte e in parte alcune componenti la pensano ancora così. Si andava dal semplice sabotaggio alle cabine telefoniche al mito di Chomski che va in galera perché sabota un calcolatore Poi, successivamente, mi sembra che si sia cominciato a riflettere sul come mettere effettivamente il bastone tra le ruote negli ingranaggi così perfettamente oliati delle macchine comunicative moderne. La risposta non poteva che essere la necessità di conoscere in profondità la nuova e mostruosa macchina comunicativa. Ed è nel corso di questo processo di riappropriazione di competenze che si scopre la possibilità di usarla per fini diversi e nel contempo si scopre anche la fragilità complessiva delle nuove tecnologie Ciò significa che mentre acquisisco conoscenza mi rendo conto che posso pure gestire le mie conoscenze in maniera diversa. Non è che la cosa sia nuova nella storia dei comportamenti collettivi: è noto che una parte rilevante del movimento operaio all’inizio dell’Ottocento era luddista, sabotatore, perché pensava che con le macchine utensili si era affermato definitivamente il potere del capitale, dell’ascesa del capitale sull’uomo e quindi bisognava sabotarle. Da lì si forma la figura moderna dell’antagonismo che, dentro al processo complessivo capitalistico produrrà il conflitto. Ora, credo che il percorso fatto da coloro che sono ancora identificabili nell’area della controcultura radicale, come i cyberpunk per intenderci, abbiano messo in moto lo stesso meccanismo: hanno scoperto che un uso sociale delle tecnologie poteva essere rovesciato addosso al potere. Allora questo è uno dei tanti sensori di un avvenuta metabolizzazione della distruzione, della lunga fase distruttiva degli anni Ottanta: c’è, ma nessuno glielo ha insegnato, è avvenuto come percezione soggettiva ed è nutrita di tante culture che precedentemente erano frammentarie e che in quell’elaborazione hanno trovato sintesi. E’ particolarmente rilevante quanto avviene in questo modo perché è un percorso che si snoda contemporaneamente nel mondo occidentale: senza che si siano mai conosciuti hanno pensato la stessa cosa contemporaneamente a Londra, nel Texas, ad Amburgo o a Milano. Il che vuol dire che nei cicli storici sostanzialmente c’è un periodo distruttivo che frantuma e macera i soggetti, poi c’è però anche una ricomposizione che rimette in moto delle intelligenze, parziali, minoritarie, collettive, ma che sono i sensori della trasformazione in atto. E’ una trasformazione che si vede anche in altri ambiti: il movimento degli studenti, la Pantera e poi ancora la gente che ricomincia a fare controinformazione autogestendo l’informazione. E’ un processo unico, anche se diversificato, che magari avrà teoricamente una sua possibile disarmonica sintesi tra qualche anno, ma è un processo in atto. Sono ricominciati larghi frammenti di laboratorio sociale che ancora non possono essere progetto politico. L’unica cosa che si può dire è che si sta attivando una stimolazione delle intelligenze che porta a considerare i saperi un elemento determinante del piacere di stare al mondo, un nutrimento complessivo della soggettività quotidiana. Questa trasformazione sta avvenendo nei fatti, per percorsi che sono paralleli, in una somma di microstrutture e di comportamenti la cui unitarietà è data dai fatti reali, ed è un elemento di risposta esistenziale in atto nell’età della tecnologia flessibile nella quale si incrociano l’ira di dio di riferimenti, dai situazionisti agli operaisti agli storici della Resistenza. Come ci si sia arrivati fa parte dei processi reali, non è che cl sia una spiegazione sociologica: fa parte di tanti frammenti che prima rimanevano separati e che invece lentamente si fondano nel soggetto creando la sua identità. Questo è un processo in atto che richiede, nella sua fase intermedia, un continuo afflusso e una stimolazione di saperi e di informazioni: altrimenti si neofondamentalizza nel punto raggiunto, crede che quello sia un punto di arrivo che gli ha permesso di confrontarsi, invece è semplicemente il tempo storico necessario alla formazione del soggetto perché dia la risposta alle modificazioni della forza innovatrice e rivoluzionaria del capitale. Chi fa oggi un progetto politico complessivo in realtà opera una sola determinazione: mischiarsi col mondo in tutte le componenti, socializzando al massimo tutti i saperi di cui si è portatori. Quando lavoravo negli anni Settanta in Calusca, tutti pensavano che ero più intelligente perché sapevo un sacco di cose: in realtà io ero semplicemente il collettore di oltre duecento intelligenze che frequentavano la libreria: così, quando parlavo, ne sapevo di più, ma perché erano tante cose separate che continuavo a elaborare lungo coordinate comuni. Oggi continuo praticamente più o meno a fare questo: ormai è quasi un automatismo, forse non potrei vivere se non facendo così, è la mia condizione vera, esistenziale, irriducibile.

Non a caso dopo anni hai riaperto la Calusca
Sì, anche se oggi sono convinto che andrebbe realizzata una cosa molto più complessa della Calusca, occorrerebbe una libreria vera, completa, in grado di creare confronto con un archivio gestito intelligentemente, un posto dove stare, una via di mezzo tra un club, un circolo, una libreria, un bar, un luogo di socialità aperto, che faccia trasversalità con questa città, che ricostruisca reti di comunicazione anche con le strutture professionali di questa città. La grande intelligenza degli anni Settanta era che noi avevamo avvocati che hanno cambiato la loro cultura giuridica, hanno usato i saperi acquisiti nell’ambito delle università rovesciandoli contro, non svolgendo semplicemente il ruolo di garante del processo, ma il ruolo di distruttore del significato del processo, così come anche abbiamo avuto scienziati o medici (si pensi a tutta l’esperienza di Medicina Democratica o di Psichiatria Democratica). In tutti i campi ancor oggi questa capacità di stabilire reti e relazioni, di riconoscersi nella differenza è fondamentale: solo così, infatti, a un certo punto, le culture si mischiano producendo intelligenza reciproca. Per questo motivo, se potessi fare una libreria vera, avendone la forza economica e l’energia che non ho in questo momento, quella sarebbe un luogo di incrocio delle differenze, tra i democratici, tra i rivoluzionari, tra i teppisti di periferia e quant’altro esiste sulla piazza.

Come mai hai deciso di aprirla all’interno di un centro sociale?
E’ stata nel contempo una scelta soggettiva e un incrocio territoriale perché abito in questa parte della città praticamente da sempre. Ma questo non è il solo motivo. Oltre alla simpatia umana e sociale per coloro che hanno dato vita al Centro Sociale di via Conchetta, il Cox 18, ho pensato che riaprire la libreria in un luogo giuridicamente insicuro come un Centro Sociale occupato e autogestito, fosse una risposta simbolica e soggettiva al razzismo politico e amministrativo del Comune nei confronti di questi luoghi. I centri sociali sono malvisti? Allora io mi metto in quei luoghi, spendo la mia persona e il mio progetto proprio in questi luoghi e mentre faccio questo creo o voglio creare, un luogo di produzione e di ricerca culturale. Un piccolo spazio dentro un centro sociale occupato e quindi insicuro come pare inevitabile oggi. Un luogo che inizialmente sarà solo parzialmente libreria se lo diventerà sarà il prodotto delle richieste, dei bisogni e della partecipazione dei suoi fruitori ma tenterà di essere uno spazio di socializzazione di saperi, in una società sovraccarica di dati ma povera di informazione reale. Ciò senza nessuna illusione illuministica e, come abbiamo sempre fatto, evitando qualsiasi equivoco con i portatori di coscienza che troppo spesso si rivelano cialtroni o possibili nuovi padroni. Un gesto quindi per contribuire a riempire un vuoto utilizzando solidarietà e partecipazione delle culture creative del ghetto metropolitano. Contro la città fasulla dell’eccellenza e alla ricerca di nuove e possibili comunità . E’, in piccolo, una situazione-cuscinetto, un’agorà tendenziale perché qui arriva tantissima gente dalla città, dagli hinterland e da molti altri luoghi nazionali ed esteri. La gran parte non è forse mai stata in un centro sociale, ma è proprio per questo che si cominciano a creare quegli incroci, quel conoscersi e comunicare nella differenza di cui parlavo.

Non è che l’inizio. Frammenti di Maggio parigino

di mar:ta

A come AG

Le Assemblee Generali sono la croce del movimento francese. Quelle che riescono meglio sono quelle che arrivano a divenire altro, ovvero quando si arriva a restituire alla parola la potenza che è la sua abbandonando i vetusti rituali dell’assemblea, i giochetti della politica e le patologie del proceduralismo democratico. Quando vi partecipi il colpo d’occhio è chiaro: da un lato chi ne ha abbastanza della pratica assembleare e spinge perché non si esageri con le sue menzogne, dall’altro coloro che sono stati segnati da Nuit Debut che riconosci per la panoplia di gesticolazioni le quali, appunto, stanno lì a mimare il gioco della democrazia. Comunque sia, le due assemblee tenutesi all’ENS di rue d’Ulm il 3 di maggio ne hanno dato una bella rappresentazione per ognuna di esse. La prima nel cortile – denominata infatti non assemblea bensì «colloquio intempestivo» e che portava un titolo eloquente come «Morte all’università, Vita del sapere» – è stata un’assemblea di presenze, dal filosofo al ferroviere, dalla scienziata della politica al postino, dallo studente al disoccupato. Grande entusiasmo, grandi parole, grande potenza. Quella serale, tenutasi nella Salle des Actes (quando i nomi dei luoghi sono rivelatori), doveva discutere dell’occupazione, di come agire nei confronti della presidenza e delle guardie e se e come dotarsi di «delegati». È stata in fin dei conti un’assemblea abbastanza tradizionale e tuttavia bisogna ammettere che è stata divertente nella sua estrema eterogeneità, con i bravi studenti che muovevano le mani per assentire o meno, gli autonomi che cercavano di strategizzare, gli anarcoidi che sghignazzavano nel fondo e un po’ di altri che non si capiva bene dove si collocassero. Ma infine, nonostante la «volontà generale», ha toccato l’impossibilità di decidere. Che è semplicemente il destino di ogni AG.

B come Black Bloc

1 Maggio 2018 a Parigi. Un blocco nero tanto enorme quanto impotente. Da un lato prigioniero della nasse poliziesca e dall’altro di se stesso. Rinchiuso dentro meno di un chilometro quadrato ha distrutto tutto quello che poteva, ma non ha potuto fare quello che davvero voleva. Ovvero superare i blindati e perdersi in una folle corsa contro il mondo così qual è. Forse per una volta se ne sarebbe potuto fare a meno per non dare il via libera alla più che prevedibile propaganda governamentale, oltre che per non accettare il terreno di scontro accortamente preparato dalla Prefettura, tuttavia anche i movimenti hanno i loro riflessi condizionati. Per tutta la settimana successiva, infatti, i media e gli uffici stampa e propaganda del governo non hanno fatto altro che disquisire su questo «problema» che sarebbe la violenza dei cortei e delle misure – giuridiche, morali e politiche – per porgli rimedio. Infine il ministro dell’Interno non ha saputo trovar di meglio che dire che chiunque chiami all’insurrezione sarà perseguito (attenzione non solo chi commette un atto violento ma anche chi porta una parola rivoluzionaria).

Ma cos’è che letteralmente spinge i corpi, anche di fronte a una chiara impossibilità, a far scoppiare un émeute? Ad esempio il fatto che è un gesto politico che non ha alcun bisogno di discorsi e rivendicazioni. È sufficiente essere , anonimo tra gli anonimi e tuttavia insieme. Per provare le stesse sensazioni contro il potere – il calore dato dal viso coperto dai fazzoletti e dalla prossimità, quasi un’intimità, dei corpi, l’odore acre dei lacrimogeni e del fumo degli incendi, l’urtarsi e il tenersi per mano durante le fughe, le urla quando si avanza, il sentire i tonfi sordi delle granate e il rumore dei vetri che vanno in frantumi nel puro silenzio che spesso caratterizza la sommossa – ma soprattutto per il sentimento di questa impersonalità della rivolta che affratella più intensamente di qualsiasi scambio tra individui. Vi sono, certamente, coloro che tentano di emergere in quanto individui nel mezzo della sommossa, ma sono patetici nel loro indicare «io, io, io», mentre la rivolta dice «noi, noi, noi» intendendo «noi, che non siamo nessuno e quindi siamo tutto». La bellezza della rivolta è tutta nell’essere un evento senza soggetto. Neanche il corpo viene vissuto in quel momento come il “proprio” corpo, anzi il solo mezzo di riappropriarsene è andarsene, abbandonare gli altri, rompere la catena di solidarietà. Ciò che riesci a sentire di te durante gli scontri è solo lo spirito, l’anima si sarebbe detto un tempo, ma è un’anima che si percepisce giusto in quanto emanazione di quella comunità effimera che viene creata dal tempo della rivolta. E solo e solamente per questo essere senza soggetto che la rivolta ha possibilità di propagarsi da un luogo all’altro, da un tempo all’altro, senza mai soffrire delle interruzioni perché è lei stessa la regina di tutte le interruzioni.

C come Corteo di testa

Potenza del corteo di testa del 1 maggio. Le cifre della prefettura parlano chiaro: aderenti alla marcia dei sindacati: 20.000; blocco nero: 1200; corteo di testa: 14.500. Il potere può ben tenere a bada i 1200 ma ha un fottuto terrore di questa decina di migliaia di persone diversissime tra loro e che però insieme non vogliono più marciare dietro i palloni dei sindacati, che trovano che essere nel corteo di testa è più “divertente”, “interessante”, “emozionante”, che non condannano le distruzioni anche se non vi partecipano in prima persona, che desiderano solamente che questo mondo finisca: in un modo o nell’altro. È vero che il corteo ufficiale non è riuscito per la prima volta a terminare il percorso del 1 maggio per colpa delle manovre della polizia, comunque accettate di buon grado dalle centrali sindacali, ma la verità è che era stato già destituito dal corteo di testa. E credo ne siano perfettamente coscienti (sia i sindacati che il governo).

D come Destituzione

Ci si può rompere la testa in due, in cento o in mille cercando di immaginare cosa fare per proseguire il movimento: proposte sensate, folli o imbecilli, obiettivi a breve, medio e lungo periodo, ma la realtà è che la potenza del rifiuto assoluto, il non darsi alcuna rivendicazione positiva da dover realizzare, il rendere inoperanti tutte le manovre del governo e sospendere il funzionamento delle sue istituzioni, sono i soli gesti che indicano una via d’uscita dall’impasse del movimento. E l’impasse consiste nel fatto che non c’è azione politica possibile (vedi alle lettere A, B e G).

Il divenire del movimento, adesso, sta nel rifiutarsi di essere costruttivo: sciopero destituente riconducibile!

E come ENS e EHSS

Malgrado l’occupazione della antica Scuola Normale di Parigi sia durata solo una notte, l’essere stata attraversata dall’entusiasmo delle 600 persone raccolte nel cortile per il «colloquio intempestivo» con la partecipazione di Fredric Lordon, Giorgio Agamben e Antonia Birnbaum, l’invasione della mensa per continuare l’assemblea una volta che era cominciato a piovere, i ragazzi e le ragazze che la sera tardi si sfidavano a ping pong e a volley, persino la delusione per la durata infinitesimale dell’occupazione, ecco, tutte queste cose ne hanno fatto un momento memorabile di questo jolie mai déferlante.

L’occupazione dell’École des hautes études en sciences sociales in Boulevard Raspail, cominciata il 30 aprile in modo da poter accogliere anche molti dei giovani arrivati da fuori per partecipare l’indomani alla manifestazione del 1 Maggio, è invece tutt’ora in corso restando così la sola istituzione universitaria occupata nel centro di Parigi, per il resto intoccabile e quotidianamente vittima del quadrillage poliziesco – quella di Paris 8, posta nella banlieue di Saint Denis, infatti prosegue da più di un mese – e dura probabilmente perché ben pensata e organizzata e che in più vede molti insegnanti solidali (compreso il suo presidente in fin dei conti). La festa tenutasi nel suo giardino il 5 maggio in solidarietà con i postini in sciopero non è stata solo una bella festa ma un esempio di come questo genere di eventi può essere messo in opera senza scadere nel «festismo». È stato emozionante ascoltare nel giardino di questa scuola le discussioni accese tra lavoratori e studenti, discussioni che mai si avvitavano su questioni ideologiche ma che partivano dalle differenti sensibilità consapevoli di condividere un punto di vista comune e cioè di parte.

F come Force de l’Ordre

Dove il 1 maggio si scoprì – per l’ennesima volta – che le forze dell’ordine non sono solo quelli vestiti di blu, i ministri in carica o i fascisti ma anche il presunto capo dell’opposizione, questo Melanchon, il quale in un soprassalto di sinistra ha dichiarato che le violenze contro il mobilio urbano e la polizia erano state commesse da estremisti di destra. Mi ricorda qualcosa…

G come Giorgio Agamben

Giorgio Agamben era senza dubbio la voce più attesa dalla grande assemblea tenutasi il pomeriggio del 3 maggio in rue d’Ulm. Il suo intervento o, secondo le sue parole, il messaggio di cui si è fatto latore, concerneva il fatto che siamo in uno di quei periodi della storia – «non è il caso di disperare, non è la prima volta che accade», diceva – che vedono una impossibilità di agire e che proprio per questo qualsivoglia “azione” risulta subalterna al governo. Si è intrattenuto su Pasolini e la potenza sovversiva della lingua dialettale sottintendendo che quel paradigma può essere trasportato in altri ambiti – «voi francesi forse non potete capire perché non avete una lingua e tanto meno dialetti, siete prigionieri di una grammatica». Infine, suggeriva, bisogna cercare delle alternative al paradigma teleologico dell’azione e inventare ogni volta quel gesto puro della destituzione che riesce a liberarci dall’ostacolo che ci troviamo di fronte. Nel dibattito «ufficiale» al quale ha partecipato prima di recarsi in assemblea, Agamben ha detto una cosa, rispetto alla questione della destituzione di cui si stava dibattendo in quel momento, che ha suscitato un riso isterico tra i professori presenti: «Se qualcuno ha distrutto qualcosa, ha compiuto così la sua opera e non si capisce perché dovrebbe affrettarsi a costruire qualcos’altro al suo posto». Ricordo solamente che il titolo dell’assemblea che da lì a pochi minuti sarebbe cominciata era Morte all’università.

L come L’Echangeur e La commune (Teatri)

Sono i due teatri che hanno aperto le loro porte al movimento e lo hanno fatto perché se ne sentono parte, invitando gli altri luoghi a raggiungerli e cioè ad aprirsi agli altri e uscire a loro volta dall’isolamento dorato in cui sono immersi. È molto importante questo tentativo di coinvolgere questi luoghi nel «maggio dilagante»; infatti è coscienza abbastanza diffusa che rompere la separazione – prodotta dalla mercificazione integrale – tra chi opera artisticamente con le parole, la musica e i gesti e tutti gli altri può significare un grande salto in alto, un salto di linguaggi, di corpi e di intensità di cui ogni movimento deve essere capace se vuole essere tale fino in fondo. E lo si fa non per rispetto verso la «cultura» ma, ben al contrario, per distruggerla.

M come Maurice Blanchot

Lo spettro di Maurice Blanchot si aggirava in ogni luogo invaso dalla folla in tumulto, in ogni presa di parola, in ogni scritta sui muri, in ogni pavè tirato contro i CRS, in ogni auto che bruciava, su ogni barricata. Una sera una compagna mi diceva «la cosa strana e bella di questi giorni è che passi il tempo a parlare con degli sconosciuti». Non sapeva di parafrasare il Blanchot cantore del Maggio destituente di 50 anni prima: «checché ne dicano i detrattori del Maggio, fu un bel momento quello in cui ciascuno poteva parlare all’altro, anonimo, impersonale, uomo tra gli uomini, accolto senz’altra giustificazione che quella proprio di essere un uomo».

Quando ciò accade è uno dei pochi segni per cui si può essere sicuri che l’evento che si sta vivendo è proprio quello che può essere chiamato «un momento rivoluzionario».

O come Occupazione

Molte occupazioni delle università o delle stazioni ferroviarie o delle piazze e delle strade non durano molto ma, appunto, non dobbiamo ragionare con i vecchi schemi. Infatti, ripetendosi il gesto dell’occupazione pressoché giornalmente, la realtà è che vi è una sola occupazione che si muove. Un’occupazione che dilaga, nomade, effimera ma che porta con sé le intensità che la abitano. È anche in questo modo che per la città si diffonde anonimamente lo spirito rivoluzionario.

Q come Quartiere Latino

La presa del Quartiere Latino è, come sempre, al centro del desiderio del movimento parigino. Infatti è al centro anche delle preoccupazione dei tenutari dell’ordine: dalla Sorbona alla Contrescarpe i flics sono sempre presenti in forze anche quando non ce ne sarebbe apparentemente motivo. La sera del 1 maggio, dopo la manifestazione, ci si era dati appuntamento su quella collina che fin dal Medio Evo ha visto passare tutte le rivolte giovanili e studentesche. E, nonostante la folta partecipazione dei celerini al rendez-vous, per un paio di ore si è materializzata la presenza dell’insurrezione in quel pezzo di mondo antico ormai prostituito al turismo. E manifestazioni selvagge hanno traversato di corsa il Quartiere urlando «Parigi, in piedi! Sollevati!».

Le strade improvvisamente vuote del centro di Parigi risuonavano solo dei rumori dei bidoni d’immondizia rovesciati, dei passi di corsa e delle urla dei rivoltosi. Quel vuoto è in realtà la testimonianza del venire a «contatto» della rivolta con lo spazio della città che normalmente è occupato dai dispositivi che forzano ciascuno a entrare in una qualche forma di relazione e così individualizzarsi. In quel vuoto invece i corpi affettano la strada mentre ne sono affetti, ovvero fanno uso di sé e della strada modificando sé e lo spazio pur se per un brevissimo momento. I celerini che li inseguivano apparivano giusto come le ombre del mondo/dispositivo che cercava di riguadagnare il suo essere «pieno». Ma per quell’istante la notte della comune impregnò lo spazio e lo svuotò di ogni potere.

R come Rivoluzione

Dopo molti anni di frequentazione mi pare di aver capito una cosa dei modi di apparizione dei movimenti in Francia e cioè la presenza ineliminabile dello spettro della Rivoluzione nell’arena pubblica francese. Quello che appare come il suo «radicalismo» viene dal fatto che quando un movimento prende respiro, coloro che pensano dentro di esso non si pongono l’obiettivo di raggiungere un qualche risultato esteriore – una legge in meno o in più etc. – ma pensano da subito a come fare la rivoluzione. Quel tanto o poco di ritualità che caratterizza i movimenti francesi – le barricate, le ondate di scritte sui muri, la comparsa di tribuni, etc. – deriva proprio dal voler ogni volta ripetere il gesto inaugurale del rovesciamento dell’ordine in vigore. La citazione del passato – la presa della Bastiglia, la Comune, il Maggio 68 – è all’ordine del giorno.

C’è da dire che lo spettro della Rivoluzione, e in particolare del 1793, ossessiona anche i governanti e ciò spiega anche la loro radicalizzazione nello scontro. Nessun capo del governo ama immaginarsi senza testa.

Tutto ciò, credo, è allo stesso tempo la virtù e il limite dei movimenti francesi. La virtù perché sono animati da una feroce e gioiosa determinazione, il limite perché si trovano spesso a pensare la rivoluzione dentro una storia, un modello, un paradigma della modernità che invece bisognerebbe destituire anch’esso perché un altro divenire sia finalmente possibile.

Ben venga maggio
e ‘l gonfalon selvaggio!


«Mondeggi è una piccola ZAD dal cuore grande»

Il Lunatico di Bianca Bonavita intervista Giovanni, contadino della fattoria di Mondeggi.

 Caro Giovanni, queste sono le domande che abbiamo pensato:

– Cos’è Mondeggi fattoria senza padroni (storia e attuale
conformazione, quante persone, quali lavori, organizzazione della
fattoria ecc ecc)

– Mondeggi può definirsi una comune? perché?

– Quella contadina è una forma di vita oltreché un lavoro.
Condividete questa affermazione? Come si declina nelle vostre
esistenze quotidiane?

– Riconoscete dei punti di contatto con l’esperienza della Zad? quali?
e le differenze?

– Voi citate esplicitamente il concetto di bene comune e vi siete
sempre definiti mondeggi bene comune. Si tratta di un termine non
privo di problematicità ed è stato spesso utilizzato in chiave
democratico/rassicurante da certi settori benpensanti della sinistra
cittadinista radical chic. Voi, che siete certamente altro rispetto a
quella retorica, come declinate/intendete questo concetto nella vostra
pratica politica e nella vostra quotidianità (che sono strettamente
intrecciate)?

– Come sono i vostri rapporti con le istituzioni? in occasione della
manifestazione del 29 aprile a Firenze la città metropolitana ha
diramato un comunicato molto duro in cui tra le altre cose vi accusa
di fare indebitamente  del “profitto”. Come rispondereste a quel
comunicato?

– Quali sono le vostre prospettive per il futuro? Via aspettate uno
sgombero violento? Come pensate di condurre la lotta nei prossimi
tempi?

Buon giorno amici e compagni,
è sempre un piacere avere a che fare con voi. Oggi è tutto fradicio, è piovuto forte nella notte, la nebbia sale
sulle colline come di autunno solo che il verde è più acceso e
invadente . Ora rileggo con attenzione le vostre domande e mi piace molto pensare a
quello che potrebbero contenere le risposte, sono temi di grande
discussione e riflessione a mondeggi ,le possibili conclusioni in merito
non sono univoche e sono fonte di continuo confronto interno. Mi rendo
conto che, con i tempi che mi avete dato, non riuscirò a fare un lavoro
condiviso con altri mondeggini. Oggi abbiamo una assemblea nel
pomeriggio ma già è piena di argomenti di cui parlare dopo questa
bella tre gg e non credo che potremo dedicare il tempo dovuto alle
vostre domande.
Comunque ho un po’ di tempo in questa mattina e proverò a rispondere
singolarmente. Vedete voi se utilizzare o no quello che segue. In ogni
caso, in seguito cercherò di fare un lavoro in collettivo intorno agli
stimoli che proponete.
Veniamo alle domande :

L’esperienza di Mondeggi non ha una origine nè una storia ma tante
origini e tante storie, una per ognuno di noi. Vi racconterò la mia.
Tutto nasce da un incontro (fortuito e casuale??) di tre diverse
conponenti di persone che nell’area fiorentina ad un cetrto punto , fine
2012 , hanno iniziato a conoscersi , confrontarsi e riunirsi intorno ad
un qualcosa che le accomunava.
Contadini ed attivisti di GC o comunque contadini e contadine in
resistenza , cittadini facenti parte del variegato mondo del consumo
critico come gasisti ,frequentatori abituali dei mercati contadini
autogestiti e più genericamente ecologisti e giovani universitari o
neolaureati che in quel momento erano attivi nel collettivo della
facoltà di agraria di Firenze.
Cosa accomunava queste persone , con vite così diverse ,storie
personali diverse e diverse aspettative?
La campagna terrabenecomune lanciata da GC in opposizione alla svendita
delle terre a vocazione agricola offriva molti spunti di riflessione ed
azione politica.

La voglia di prendere in manole redini della propria autodeterminazione territoriale a partire dalla soddisfazione del bisogno primario che, nel nostro mondo, pare non essere nè il cibo nè l’acqua nè l’aria ma la socialità fra umani e umani, fra umani e animali e piante, fra umani e la terra.

La consapevolezza comune che i nostri governi, le nostre istituzioni, appaiono molto lontane da anche solo immaginare di fare qualcosa di sensato per soddisfare i nostri urgenti bisogni.La fattoria senza padroni di mondeggi prende forma e mette radici in questo humus.

Le assemblee,le passeggiate per i sentieri della tenuta in abbandono e
sulla via della privatizzazione, la condivisione di aspirazioni, sogni e
desideri di qualcosa di altro rispetto alla solita e consentita strada
da percorrere mettono in moto dei meccanismi inaspettati.
Nasce la carta dei principi e degli intenti , primo manifesto
dell’esperienza dove si tracciano le fondamenta di questo esperimento
sociale. La bussola con la quale orientrsi e mantenetenere dritta la
rotta verso pochi e fondamentali principi.
La terra, la sua cura, abitarci sopra, essere presenti con quello che
ci circonda, i campi, i fossi, i boschi, le pietre, le piante e gli
animali (noi compresi) sono il quotidiano con il quale mescolarsi. La
condizione contadina con la ricerca dei modi più corretti di
appropriazione delle risorse necessarie alla nostra vita e alla nostra
riproduzione, per noi e per le generazioni future .
Fare il contadino non è scegliere una professione o un mestiere ma è
praticare un modo di vivere.
In netto contrasto con il sistema che ci vuole cittadini, professionisti
di qualcosa, imprenditori, dediti al reddito e non alla vita ,
costretti ad attraversare i luoghi della nostra esistenza senza nessun
coinvolgimento con essi, l’alloggio (con mutuo o affitto), il mezzo di
trasporto, il posto di lavoro, il parco, il marciapiede, i centri
commerciali, le autostrade, asettici e igienizzati quanto mortiferi e
avvelenati.
Mondeggi è una comunità in ri-costruzione, al momento in forma di
presidio contadino, custodire, prendersi cura è molto diverso
dall’amministrare .
Questa comunità dove i rapporti diretti fra umani, i legami amicali e
solidali fra persone sono più importanti di quelli codificati e
“riconosciuti” dal sistema non saprei se possiamo o no definirla una
comune. L’autogestione, l’autogoverno, poche semplici regole che, in
modo assembleare, trasparente e aperto a chiunque ne condivida i
fondamenti, sono gli strumenti con i quali si tenta di costruire e far
vivere questa comunità che attraverso la terra ed i sui frutti ci
permetta di soddisfare i nostri bisogni .
Molti, fatte le debite proporzioni, sono i punti di contatto con le ZAD
nate in territorio francese: visioni politiche e di convivenza sociale, capacità di immaginare un
futuro senza per forza confrontarsi con le istituzioni, pluralità di
queste visioni, non necessariamente una unica ma che possono convivere
in continuo confronto e reciproca contaminazione, il fatto di essere
partiti da una lotta specifica ed aver poi allargato gli orizzonti a
molto altro, credo siano le più appariscenti.
Mondeggi è una piccola ZAD dal cuore grande e tutti quanti noi nutriamo
il sogno di vederla crescere e moltiplicarsi in territori diversi ,
contagiosa come la libertà e la gioia. Ci piace l’immagine di poter
mantenere dei fuocherelli accesi nel buio totale nel quale sembra che
siamo destinati a piombare, anche molto velocemente, su questo pianeta.

Fuocherelli intorno ai quali, probabilmente, sempre più persone, animali e piante tentino di rifugiarsi.
La terra è un bene comune, la sua privatizzazione senza limiti è un
sopruso e un delitto.
La vita di un contadino che se ha fortuna può utilizzare la terra per
tutta la sua durata (decine di anni) è ben poca cosa rispetto alla vita
della terra (milioni di anni) se la sappiamo mantenere in modo corretto
La comunità autogestita affida la custodia per la minuscola frazione di
tempo della vita del contadino, a lui stesso che si impegna a prenderla
e mantenerla vitale e in salute e a riconsegnarla migliore o come minimo
uguale a come l’ha ricevuta .
Questo semplice meccanismo per poter funzionare e far sì che la terra
sia veramente un bene comune necessita che la comunità esista e che sia
più forte e longeva dell’ individuo e che la sua conduzione sia
effettuata con modalità contadina agroecologica, svincolata dalle
logiche del capitale e del profitto.
Ben diverso dalla ripulitura dalle cartacce e dai rifiuti di una rotonda
o di un angolo di spartitraffico lasciato all’incuria dall’ammonistrazione che è ben lieta, in questo caso solamente. di
accogliere a braccia aperte l’iniziativa del popolo. Va regolamentato ma
si può fare, con calma e senza esagerare.
Nei percorsi legalitari che parlano di beni comuni sembra sia solo
questa la logica con la quale interpretare, ripeto senza esagerare, il
principio di sussidiarietà contenuto nella nostra costituzione .
Come è facile intuire i rapporti con le istituzioni non sono facili.
La posizione dell’istituzione proprietaria del bene che stiamo
custodendo sostituendoci alla loro incapacità e sperimentando nuove
forme di convivenza sociale politica ed economica , di nuovo
sostituendoci alla loro incapacità o meglio alla loro imparzialità è
molto rigida .
Gli amministratori di turno sono presi nella morsa di dover in qulche
modo salvaguardare la parte del corpo che depongono giornalmente sulle
loro amate poltrone da incidenti amministrativi come danno erariale o
peggio e al tempo stesso mantenere salde le redini dell’esercizio del
potere ricevuto dal mandato elettorale. Amministrare proprietà private
come enti pubblici (ripeto ben altro che custodire) non appare facile e
in tempi di vacche magre dove non è più possibile spendere e spandere
in cambio di favori personali o ricerca del consenso lo è ancora di
più. L’ingordigia delle banche e del sistema capital/finanziario
aumenta la pressione estrattivista sulle popolazioni.
Estrattivismo che toglie ricchezza e possibilità alle persone in questa
fase postcapitalista dove i profitti delle produzioni industriali si
stanno spostando in altre parti del globo .
Durante la tre giorni di GC dello scorso 27-28-29 aprile a Firenze il
tema di fondo dell’incontro era proprio l’esperienza di Mondeggi come
pratica di riappropriazione, autogestione, agricoltura contadina e
agroecologia .

Nella giornata del 28 con il riuscito corteo cittadino e la relativa
attenzione dei media abbiamo stanato la bestia. Un durissimo comunicato
della citta metropolitana ( proprietaria di Mondeggi) ringhiava una
retorica della legalità alludendo a reati come l’occupazione ,
l’appropriazione indebita di beni e di frutti di attività illecita,
danni fisici e di immagine alla pubblica amministrazione .
La risposta più immediata è stata la completa smentita delle loro
tesi.
Non esiste una occupazione in quanto non esiste un determinato e
circoscritto nucleo di cittadini che si è impossessato di un bene della
collettività per trarne profitto personale ma esiste una parte della
comunità diffusa territoriale (l’unica al momento) che si è sostituita
alle incapacità dell’amministrazione a mantenere in buono stato quella
parte di territorio tracciando la strda della privatizzazione come unica
percorribile.
Esiste un importante esperimento sociale di autogestione di una
comunità che non trae profitto da quel bene destinato ad arricchire
personalemnte i partecipanti ma in maniera trasparente, assembleare e
aperta a tutti e tutte ridistribuisce nel territorio e per il territorio
la ricchezza prodotta. Esattamente l’inverso della privatizzazione.
Il futuro, al momento può forse darci un po’ di respiro, senza
inasprimenti conflittuali della vertenza, per la mancanza di compratori
disposti a pagare la proprietà per il suo valore di stima reale.
Il costo politico in termini di consensi di uno sgombero violento a
danno di una parte sempre più grande della comunità locale che sta
manifestando il proprio interesse e il proprio attaccamento a quel
territorio e quello che rappresenta senza una alternativa reale appare
difficile da sostenere anche per i più funambolici mestierianti della
mistificazione come i nostri amministratori.
La Fattoria senza padroni continua a produrre cibo sano per la comunità
a custodire la terra con l’agricoltura contadina agroecologica e a
coltivare il bene comune gridando le parole di Zapata «restituiamo la
terra ai suoi legittimi non proprietari!».

Gianni Carchia: l’Haschisch di Benjamin

di Gianni Carchia

tratto da L’erba voglio n° 22, ottobre-novembre 1975

In nulla, forse, il carattere irriflesso, meccanico, delle pratiche e delle definizioni correnti dell’esperienza dell’haschisch si tradisce più scopertamente che nell’ambiguità di determinazioni che ora la costituiscono a momento di ampliamento della coscienza, ora, a rovescio, ne fanno il luogo di una fuga dagli angusti confini di questa. È proprio attraverso tale duplice e divaricata individuazione – come sfrangiata, variopinta bordatura oppure come vuoto, oscuro buco del tessuto dell’esistenza – che le forze dell’ebbrezza, neutralizzate o riconosciute dalla ragione, vengono piegate a prolungare e a coprire ancora sempre, in quanto entità larvali, mere ombre, la rocciosa durezza del reale. La registrazione e l’osservazione che di quelle forze ha compiuto, sul finire degli anni venti e poi fino alla morte Walter Benjamin (Ueber Haschisch, Frankfurt a.M. 1972), stanno sotto un diverso, più complesso segno. Il suo significato profondo è racchiuso nella lettura e nella decifrazione delle rischiose illusioni latenti in questa, come egli la definisce a proposito del surrealismo, «propedeutica dell’illuminazione profana». Illusioni che non consistono, secondo quanto volgarmente si crede, nel contorno preteso «artificiale», evasivo o supplementare di tali esperienze, bensì, e all’opposto, proprio nella spregiudicatezza e nel realismo chiusi e soddisfatti dentro cui, per consolarsi del disincantamento mondano che va producendo attorno a sé, rischia ad ogni passo di precipitare il loro soggetto.

È, infatti, quello dell’haschisch, in Benjamin, anzitutto e squisitamente, un esercizio di sobrietà. Piccino vi ridiventa il soggetto, incapace di disporre delle cose, alle quali per la prima volta ora sa rivolgere una parola tenera, uno sguardo amoroso, ora che esse gli si fanno lontane, inafferrabili, ed egli, disintossicato dalla premura di soltanto usarle, con occhio limpido scorge – quasi speculativamente – dietro la loro quotidiana pseudo-naturale datità, umanità congelata, dietro il loro ordine rigido, all’apparenza innocente, stregamento e malìa. Nello sforzo dell’ebbrezza – come dell’haschisch altrettanto del pensiero – dove il soggetto sfiora la sua iscrizione al tempo stesso più aperta e più segreta, la sua sorgente e radice naturale, le cose gli rispondono con l’eco del lamento per la loro vita soffocata. La loro anima, la loro sensibilità, la loro voce, ciò che è sempre paralizzato dalla boria e dall’idealismo dell’Io della realtà – esaltato stregone -, si sciolgono e si ridestano a mano a mano che, dentro il cuore dell’esperienza mimetica, quell’Io si abbandona e si concede. Il primo segnale del loro risveglio – l’alone improvviso che le circonda e isolandole, allontanandole in questa aurea, le sottrae al dominio umano proprio mentre svela come suo prodotto la loro ornamentale, feticistica doppiezza – è così, insieme, quasi un riscuotersi dell’Io dal suo lungo sogno di onnipotenza. Lontano dall’essere – come vuole non per caso il convenzionale equivoco – delirio e trasfigurazione ennesima e suprema fantasmagoria d’una realtà per altro invariabile, questa ebbrezza disillude per sempre; è trasparente, asciutta, inflessibile. La sua lingua è la prosa, il suo colore la malinconia e la tristezza. È, più che in ogni altra cosa, essa s’annida nella solitudine.

Ma è all’estremo di tale lucido disinganno, nella purezza ossessiva di uno sguardo che ha ormai imparato a togliere gli oggetti dai loro consueti astucci, ad estrarli dalle loro ostinate gerarchie, è qui, nell’ebbrezza scettica di chi sovrano maneggia, come un’arte, il dono di riconoscere l’eguale nel diverso, e poi il diverso nell’eguale, che si nasconde l’insidia più profonda. L’Io sapiente che, immerso nell’estasi profana, ha realizzato con il disgelo del mondo il riconoscimento angoscioso della propria povertà e della propria finitudine è esposto, proprio in ultimo, alla seduzione di un’irresponsabile accecamento. Esile e fragile – ne è testimonianza la misantropia che assapora il privilegio di tale condizione – è la linea che ad ogni istante separa l’affezione del soggetto ebbro verso la sua nuova chiaroveggenza della quotidiana droga dello scetticismo e della disillusione. E varcarla sa soltanto colui che, perseverando nella sua ebbrezza, la conduce fino a quel punto dove si spezza quest’ultima e più sottile fra tutte le magie, quella del disincanto. È in tale insistenza, in questa, per così dire, ultraebbrezza, capace nel drogato di allentare la sua solitudine e di sottrargli l’agre, ma compiuta ingenuità della sua ruvida, esatta conoscenza del mondo, che cresce e si costituisce per Benjamin, quella forza di «convertir la ragione in passione», che il giovane Leopardi diceva essere la forza dalla quale «la nostra rigenerazione riprende» come «da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci riavvicini alla natura» (Zibaldone, 294, 115).

CINEASTI IN LOTTA SU TUTTI I FRONTI

«Non dimentichiamo i nostri morti, non dimentichiamo i nostri sogni»

Apparso in lundimatin#143, il 23 aprile 2018

«unione degli intellettuali rivoluzionari»
G. Bataille

«non sono solo»
Gradur

È primavera, tutto si muove e sboccia. Ma, impercettibilmente, tutto si organizza e si trasforma. Da qualche parte un appello perché sbocci la primavera risuona attraverso la foresta. Già il corteo di testa – questo rompighiaccio – annuncia il ritorno delle belle giornate. La strada, nella sua magnifica maestà, annuncia il disgelo. Tra i sampietrini riappare, con la storia e le utopie rivoluzionarie – queste magnifiche piante –, l’organizzazione rivoluzionaria delle passioni.

Gli sciacalli dell’inverno, quelli che volevano proclamare la «fine della storia» e la «morte della politica», queste pompe funebri della verità, hanno sepolto i nostri strumenti d’emancipazione nella fossa comune della postmodernità e della repressione politica.

Non dimentichiamo i nostri morti, non dimentichiamo i nostri sogni.
Scaviamo negli atti estetici, queste «configurazioni dell’esperienza che fanno esistere dei nuovi modi di sentire e inducono nuove forme di soggettività politica»
I becchini che ieri festeggiavano la «fine dell’arte» e la «morte del linguaggio» vogliono danzare sulla tomba del 1968. Loro vogliono commemorare, noi ricominciamo. E con il divenire, il sensibile si apre e lascia intravedere delle nuove forme.
— brrr
— sentite?
— cosa ?
— brrr
— il flusso, il grido, il ruggito della natura!
— no
— ma se guardi, ascolti, dietro le cose, dietro le forme, al di là del visibile
— non sento niente, non vedo niente
— ma se guardi la pianta che cresce, l’animale che corre, l’uccello che rotea nell’aria, la testa dell’uomo tesa verso l’alto, appena creata la forma scompare, veloce, veloce, veloce….

Veloce, veloce, veloce, divenire!
La battaglia infuria su tutti i fronti, contro l’offensiva neoliberale c’è la controffensiva: sciopero, blocco, sabotaggio! Quanto al fronte estetico, non brucia anche lui?

E’ il tempo del collegamento, delle passerelle e il vento trasporta le braci da luogo in luogo perché tutto si incendi. Vediamo di nuovo aprirsi all’orizzonte un incontro tra «gli artigiani della rivoluzione e gli artigiani della vita nuova».

Un po’ dappertutto gli architetti delle forme sono già al servizio delle forze della trasgressione e della rivolta. Con loro, noi non crediamo possibile la sollevazione dei corpi senza elevare il dibattito, elevare il dibattito vuol dire farlo andare nelle strade, nel desiderio, lì dove l’emozione può impossessarsi degli uomini e sollevarli fino in fondo senza incontrare gli eterni ostacoli costituiti dalle posizioni politiche da difendere.

Esiste, in questo mondo che sembra disporre di risorse illimitate, una sofferenza che è peggio della miseria, della noia, dell’abitudine al vuoto. Questo mondo è in balia di coloro che forniscono una via d’uscita alla noia, la vita umana aspira alle passioni e ritroverà le sue esigenze.

Nondimeno tentiamo di dare delle risposte precise alle domande che esigono delle risposte precise, ma noi affermiamo che l’essenziale è altrove.
Pensiamo che il reale deve essere narrato per essere pensato. Si tratta infatti di cercare nella vita degli anonimi, trovare i sintomi di un tempo, di una società o di una civiltà nei dettagli infimi della vita ordinaria. Il passamontagna ad esempio. Ma l’ordinario diventa bello come traccia del vero e diviene traccia del vero se lo si strappa alla sua evidenza per farne una figura mitologica o fantasmagorica.

La necessità che ci appare è quella di organizzare delle forme, di legare dei dati e degli esseri, di montare delle immagini. Questo significa che bisogna fare una foto tra due tiri di flash-ball, raccogliere delle immagini come si raccolgono delle granate e fare dei montaggi come si costruiscono delle barricate.

Delle immagini, delle immagini, delle immagini… prendere al cinema e alla poesia tutta la loro potenza di desiderio.
— che cos’è il desiderio?
— il desiderio è disordine, infinito esplosivo, distruttore vitale, faticoso malaticcio, vivificante terrificante
— il desiderio è movimento, il desiderio…
— Cazzo! Ma infatti il desiderio è la vita, è la vita che eccede continuamente, la vita che promette, la vita che ferisce. Il desiderio è motore, l’incendiario, il fuoco, il rosso, il bollente, il delinquente.
— il desiderio è an-archico, pericoloso, distruttore…
No signore, la rivoluzione – quella vera – non si fa con delle idee! Si fa con dei flussi di desiderio informi, stupidi, assurdi, deliranti.

Compagni, stringiamoci a questa verità così feconda che «ogni rivoluzione sociale è anche una rivoluzione estetica» come ci si stringe al nostro scudo durante gli scontri.

All’avvenire e alla storia insieme.

Caro Jean-Luc Godard…

Per la zbeulification1 del festival de Cannes

Apparso in lundimatin#143, il 23 aprile 2018

Caro Jean-Luc,

Ti scriviamo questa lettera mentre in questi giorni tutto sta arrivando ad un momento critico. Vittorio Taviani e Milos Forman sono morti. Loro due hanno avuto, come te, il talento e la volontà di filmare una gioventù politica e disinvolta negli anni 60/70. Il primo in Italia e il secondo in Cecoslovacchia.

50 anni fa Milos Forman presentava a Cannes Al fuoco, pompieri! in solidarietà con il movimento, e l’affaire Langlois [Henry Langlois, direttore della Cinémathèque française, fu licenziato nel 1968 dal ministro della cultura Malraux, cosa che provocò l’insurrezione di registi e attori, ndt], ritirò il suo film dalla competizione. E tu ne approfittasti per fare casino in questo festival, rammentando al mondo che l’arte doveva essere impegno e non uno spettacolo o un’industria. Tu dicevi: Non c’è un solo film che mostri gli attuali problemi operai o studenteschi. Non c’è un solo film fatto da Forman, da me, da Polanski, da Truffaut, non ce ne sono. Siamo in ritardo.

Tuttavia tu sei stato raramente in ritardo. E pensiamo anche che tu sia uno dei pochi a esserti posto tutte le buone o cattive domande. Tu hai fatto volare per aria i codici del cinema. Dando un tocco a tutto, passando dalla fiction al documentario, al video, alla televisione, al saggio sociologico, politico, filosofico, alla scrittura. Tu hai saputo destreggiarti con le parole, con la grammatica ma anche tra l’autonomia e le sovvenzioni, il radicale e il popolare. Tu hai firmato dei film che resteranno nella storia tanto per la loro poesia che per il loro impegno. Oggi fa snob il citarti. Ma è comunque divertente ritrovarti nelle serate militanti con Ici et ailleurs o in delle serate romantiche con Fino all’ultimo respiro e in delle serate orribili Tmtc [argot, sta per qualcosa come “per quelli che sanno”]. Ma è anche la tua ricchezza quella di saper alternare e soprattutto di sapere a chi parlare. Tu ci inciti a riflettere e ad analizzare in questa società del premasticato. Ed ecco che adesso, tu, Jean-Luc, 50 anni dopo, ti ritrovi in questo cazzo di festival. Hanno messo un fotogramma di Pierrot le fou nel loro manifesto. Hanno selezionato il tuo ultimo film, Le livre d’image, nella loro rassegna ufficiale. Tu sei il grande regista!

E se si guarda a quello che accade attualmente nel paese si potrebbe quasi pensare che i programmatori amino giocare con il fuoco e le battute di cattivo gusto. Perché per essere un anniversario ne succedono di cose. Ammetterai che si nuota in pieno cinismo, so french!

Ovunque le istituzioni vogliono commemorare il maggio 68 quando dall’altro lato inviano i blindati a Notre-Dame des Landes o i CRS per sgomberare gli studenti. I ferrovieri si fanno bastonare, gli infermieri disprezzare, i vecchi abbandonare. È semplice, la Francia è di un colore blu CRS e rosso sangue. Marker risvegliati, sono diventati pazzi!
Sappiamo bene che tra due partite di tennis l’attualità non ti sfugge e che tu segui con attenzione quello che succede.
Allora caro Jean-Luc, questa volta sarebbe stupido essere in ritardo. D’altra parte sei solo (non si conta certo su Honoré o Brizé…)
Tu sei l’ultimo, tu l’immortale. Con i tuoi 87 anni sei l’ultimo dei moicani, l’ultimo dei combattenti, il punk del cinema francese.
E poi hai una rivincita da prendere. Poiché tu hai fatto la nouvelle vague, maggio 68, ma il cinema francese suona sempre come fosse vuoto. Si è sclerotizzato, come se la parola politica fosse bandita dalle scuole di cinema. Peggio, l’ambiente si è imborghesito ancora di più e non si può non constatare che è fatto da ricchi e da
figli di nella sua gran parte.

Noi sogniamo. Che tu arrivi a testa alta, 50 anni dopo, che tu sia ancora qui per rompergli i coglioni, per farli tremare e farci vibrare nella modalità non me ne fotte un cazzo, mando tutto all’aria. Ecco, ti si scrive giusto per dirti che se in uno slancio pazzesco tu hai voglia di fare casino per questo cinquantenario di merda, di andare al fronte, se tu avessi ancora voglia di mandare all’aria questo piccolo mondo borghese e centrato su se stesso, se Cannes ti fa ancora vomitare, se la lotta avesse ancora un senso per te, allora sappi che saremo lì, pronti ad aiutarti, in una delle tue ultime battaglie.
Il cinema francese puzza di naftalina e di borghesia malgrado tutte le tue epopee. Allora rendigli onore e spaccagli la faccia. Le brecce sono molteplici, che siano davanti a uno schermo, davanti una linea del fronte, davanti una fila di CRS, in una nube di lacrimogeni, a un blocco della facoltà o in un corteo di testa, si è pronti a far vacillare questo vecchio mondo, insieme.


E allora vai Jean-Luc, come un ultima battaglia, come il più bel film, come la poesia che tu sai fare, con il tuo linguaggio ma che farà eco in noi tutti: che tutto si fotta. ZAD A CANNES E BLOCCO DEL PALAZZO!

Un collettivo di amministratori arrabbiati

1 Dall’argot zbeul (fare bordello, fare casino)