Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario

#2- Uno sguardo sul Nord America – Intervista ad alcuni compagni di Atlanta.

Alla luce dei fatti di Genova prima e di Macerata poi, siamo sempre più convinti dell’urgenza di ripensare l’antifascismo. E per far questo crediamo occorra un’approfondita comprensione del fenomeno del fascismo contemporaneo, in tutte le sue forme e declinazioni, a ciò serve il lavoro d’inchiesta che stiamo cercando di portare avanti.
Non si tratta, come qualcuno potrebbe malpensare, di intonare lagne sull’invincibile invasione dei fascisti, ma di comprendere per combattere. Diceva qualcuno che si vince quando conosci l’avversario meglio di quanto lui conosca se stesso. Senza arrivare a tanto tuttavia, a volte, sembra accada il contrario. Soprattutto, ci sembra che sminuire la portata di un problema reale non ci aiuta ad affrontarlo ma paradossalmente lo rafforza. E quindi. Ridurre il fascismo contemporaneo ad una questione meramente quantitativa basata sui numeri dei militanti delle organizzazioni neofasciste, comparati a quelli che si riescono a portare (qualche volta) in piazza contro di loro, è fuorviante e semplicistico. Oltretutto, se proprio vogliamo attenerci a questi dati, nel fare un conteggio accurato ci si accorgerà del fatto che negli ultimi tempi in diverse città italiane questi numeri non sono affatto favorevoli agli antifascisti. In secondo luogo, occorrerebbe analizzare qualitativamente le diverse organizzazioni neofasciste, poiché ciascuna ha sviluppato uno suo particolare modo di stare nei territori, una sua maniera di reclutare, un suo stile di intervento e, anche qui, è il caso di dire che fare di tutta l’erba un fascio non aiuta. Ma soprattutto, occorre comprendere che il problema reale non sono le organizzazioni neofasciste in sé e per sé, bensì il mare entro cui queste navigano. Il fascismo contemporaneo è un fascismo molecolare, diffuso, che attraversa ogni strato sociale. È per questo e solo per questo che quelle organizzazioni stanno avendo la possibilità di accrescere la loro influenza. Per fare un esempio di attualità, i documenti di autovalutazione delle scuole pubbliche salite alla ribalta per i loro contenuti a dir poco “sbalorditivi”, non sono semplicemente classisti ma propriamente fascisti dal momento in cui fanno dell’assenza di poveri, stranieri e handicappati un vanto per i loro istituti i quali, più che licei, dovrebbero essere chiamati “istituti per il darwinismo sociale” a questo punto. Si dirà che comunque è un fenomeno che riguarda i quartieri bene. Tuttavia è sufficiente passare qualche ora nelle piazze e nelle strade dei “quartieri popolari” o prendere semplicemente un caffè al bar sotto casa per scoprire che spesso il tuo vicino inneggia senza vergogna a Traini sperando che prenda meglio la mira la prossima volta. Etcetera etcetera etcetera.
Ciò che infine di strategico sfugge ad alcuni è che tutte le mobilitazioni recenti da parte del nostro campo sono difensive, compresa quella di Macerata. Al contrario i fascisti sono all’offensiva per un semplice dato di fatto e cioè che è il capitalismo ad essere all’offensiva ovunque. È dentro questo quadro che è possibile a nostro avviso comprendere ciò che accade in Europa e anche nel resto del mondo. Ed è sempre da qui che si riparte per piegare il vento in un’altra direzione.
In questo numero la redazione di Qui e Ora ha scelto di intervistare alcuni compagni americani di Atlanta, i quali ci raccontano gli Stati Uniti del governo Trump, tra l’ascesa dell’Alt-Right e la resistenza del movimento antifascista, facendo anche qualche accenno alla situazione canadese in Quebec.
Vi renderete conto leggendo che, sebbene nell’intervista emergano molte particolarità del contesto nord-americano, alcune delle questioni poste dai compagni di Atlanta presentano forti analogie con quanto accade oggi in Italia.

QeO: Fascismo, razzismo e populismo sono fenomeni in forte ascesa a livello globale. Qual’ è la situazione negli Stati Uniti da questo punto di vista? Quali sono le principali organizzazioni neofasciste o neonaziste negli Usa? La crisi globale ha influenzato in qualche maniera la loro politica e le loro strategie? E l’elezione di Trump?

J: Per poter rispondere a questa domanda, e più in generale, perché si possa comprendere il fenomeno del fascismo contemporaneo negli Stati Uniti, occorre fare una premessa. Questa riguarda il Ku Klux Klan, intesa storicamente come la principale formazione razzista di estrema destra degli Stati Uniti. Il Ku Klux Klan ha una lunga storia e non si può considerare una formazione propriamente fascista, nel senso che storicamente si annovera tra quelle formazioni che ha combattuto il nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Si può quindi definire una organizzazione nazionalista che si ispira all’ideologia del suprematismo della razza bianca. Più in generale, ciò che intendo dire, è che per comprendere il neofascismo contemporaneo negli Stati Uniti, bisogna comprendere il nazionalismo suprematista bianco come sua pre-condizione. Per i nazionalisti suprematisti bianchi, anche gli europei che vengono negli Stati Uniti sono immigrati, sono non-bianchi e rimangono tali, a meno che non aderiscano ad una concezione nazional-liberale della vita, fondata essenzialmente sull’antagonismo nei confronti delle persone di colore. Questa idea del mondo si fonda principalmente sulla convinzione dell’inferiorità della razza nera, un’inferiorità innata, biologica e morale. È solo aderendo ad un tale ordine di idee che un europeo, o potenzialmente chiunque, può diventare bianco agli occhi di un membro del Ku Klux Klan. Il nazionalismo suprematista bianco ambisce alla costituzione di una nazione etnicamente pura, fondata su una cultura, una storia, una politica e un’etica condivisa.

Ad oggi, nella loro visione, la costituzione di questa nazione è invece impedita dalla connaturata condizione di perenne diaspora in cui versano i neri e gli ebrei che, parassitando sugli altri, impongono la creazione di una società multiculturale ed un contatto coercitivo tra bianchi e neri. L’ideologia contemporanea alla base del nazionalismo suprematista bianco, che ha sostituito l’idea della “soluzione finale”, consiste in una proposta di ‘balcanizzazione’ degli Stati Uniti. Infatti, secondo i suprematisti bianchi, il sud-est degli Stati Uniti dovrebbe diventare la nazione nera, la California dovrebbe essere restituita al Messico, il nord-ovest è il “naturale” stato bianco, mentre New York apparterrebbe agli ebrei.

Questa suddivisione è solo una delle possibili versioni della loro fantasia di uno stato etnico bianco, ma più in generale, la proposta di “balcanizzazione” è un’idea estremamente radicata e diffusa negli Stati Uniti. Di recente, questa ideologia è stata anche rielaborata in una sorta di nazionalismo etnico nero di estrema destra, oggi alla base di alcune forme di teorizzazione dello Stato Islamico, ad esempio quella ideata da un gruppo antisemita capeggiato da Louis Farrakhan. Tutto questo per dire che negli Stati Uniti non esiste storicamente il fascismo, questo è piuttosto un’ideologia di recente importazione che si innesta sulla storica, e ben più radicata, ideologia del nazionalismo suprematista bianco.

C: Al contrario, in Canada e soprattutto in Quebec, si conosce una ideologia fascista storicamente molto più prossima a quella europea. Non a caso, oggi, la retorica delle organizzazioni fasciste è sempre più incentrata sulle politiche anti-immigrazione e per la chiusura delle frontiere. Qui i gruppi neo-fascisti (Atalante e La Meute) si stanno sempre più ingrandendo e dividendo in sotto gruppi, alcuni dei quali tendono ad avvicinarsi a politiche più moderate e liberali allo scopo di aggregare più persone. Per fare questo modificano solo parzialmente i loro discorsi razzisti e anti-immigrazione, trasformandoli in discorsi contro l’immigrazione illegale.

Hanno un’organizzazione molto gerarchica e autoritaria. Ad esempio, nessuno di La Meute può parlare con i giornalisti se non i responsabili della comunicazione. Questo proprio per salvaguardare la loro virata su posizioni più moderate, che evidentemente non tutti i membri dell’organizzazione sarebbero in grado di esprimere senza scadere immediatamente in discorsi razzisti non sufficientemente moderati. Queste organizzazioni hanno fatto molte azioni su confini e frontiere e si ispirano, nel linguaggio e nell’immaginario, principalmente al movimento italiano di Casapound, modello da emulare anche nel tentativo di proporre uno stile di vita attrattivo per i giovani. Ad esempio hanno costruito palestre ed altre infrastrutture per i propri militanti. Ma la loro espansione si è concentrata solo al nord del Quebec, come a Quebec City, mentre a Montreal, città fermamente antifascista, nonostante ci abbiano provato più volte, non sono riusciti a territorializzarsi in forma stabile perché sono stati brutalmente respinti.

J: Negli Stati Uniti, mettendo da parte le formazioni storiche come il Ku Klux Klan o l’American Nazi Party o The League of the South, le principali organizzazioni neofasciste, che hanno acquisito potenza negli ultimi tempi, soprattutto a partire dalla campagna elettorale di Donald Trump, appartengono all’area della cosiddetta Alt-Right Americana. Ad esempio, c’è il Traditionalist Workers Party, il cui leader è Matthew Heimbach, un giovane bianco del Mid-West diventato famoso per aver provato a costituire un sindacato studentesco universitario bianco. Il Traditionalist Workers Party basa la sua politica su una mistificata interpretazione della teoria operaista: a sostegno di una working class composta da famiglie di soli bianchi e in opposizione alla borghesia ebraica. Si vuole far leva sul risentimento di classe, proponendo una teoria cospirativa secondo la quale l’economia americana prima e quella globale poi è stata volutamente sabotata, nel 2008, da una lobby di ricchi banchieri ebrei, in modo tale da creare condizioni favorevoli alle loro politiche di corruzione e cospirazione. In questo scenario gli immigrati figurano come truppe di surplus di lavoratori, volutamente immesse sul mercato e manovrate da questa lobby al fine di ridurre i costi del lavoro a loro vantaggio. Questa organizzazione, che è di fatto un partito, se in principio si presentava in maniera più atipica e originale (si pensi che all’inizio i loro raduni si svolgevano in costume, indossando la divisa nazista completa di scudi ed elmetti), oggi è stata interamente recuperata dalle formazioni naziste più classiche e canoniche.

Questo sia per quanto riguarda il discorso politico che nell’estetica, oggi infatti il Traditionalist Workers Party si compone essenzialmente di skinhead. Dal punto di vista delle organizzazioni neofasciste americane d’avanguardia, si distinguono tutti quei gruppi autonomi della cd. Alt-Right americana, che fanno riferimento al leader Richard Spencer. La galassia della nuova Alt-Right e il suo network comprende, ad esempio, la Daily Shoah, un gruppo evidentemente antisemita, che conduce un programma radiofonico che si intitola “L’olocausto quotidiano”.

Ne fanno parte anche i cd. Men’s Right Activist Movement, un movimento che si basa su di una recrudescente politica omofoba molto in voga nell’Alt- Right ed il cui leader è Milo Yiannopoulos, la cui cattiva fama è dovuta appunto alle sue dichiarazioni omofobe.

Al di là dei gruppi autonomi diffusi, dell’Alt- Right fa parte anche il gruppo Identity Europa. Questo gruppo costituisce senz’altro l’avanguardia teorica dell’Alt-Right e si ispira esplicitamente al modello europeo di Defend Europe, con cui condividono di frequente alcune missioni all’estero partecipate anche da Casapound, Alba Dorata ed il Movimento di Resistenza Nordico. Infatti, esteticamente, gli appartenenti ad Identity Europa appaiono come ragazzi ben vestiti in stile casual, affiggono manifesti e striscioni contro gli immigrati e sono stati tra i promotori del raduno per l’unità dei movimenti di destra di Charlottesville.

C’è poi il Rise Above Movement proveniente da Huntington Beach, in California. Questi hanno una crew di graffiti ed una squadra di boxe, sono produttori di “Indy Music”, un genere musicale legato alla gioventù bianca americana, e si sono anche appropriati dell’estetica “Vaporwave”.

Nonostante ci siano molti altri gruppi, questi che ho appena nominato sono, a mio avviso, quelli che sono riusciti ad approfittare meglio della crisi del neo-liberalismo per alimentare la loro retorica, postulando che il multiculturalismo ebraico, il neoliberismo e l’idea di società globale, sono idee che si sono rivelate fallimentari, non soltanto per i bianchi. Il movimento dell’Alt-Right, in particolare, si definisce un movimento per l’identità pan-nazionale che solo “casualmente” si configura come movimento di soli bianchi. In questo movimento tutti hanno un diritto nazionale all’autodeterminazione e i bianchi costituiscono un “Popolo” etnicamente determinato. È il “globalismo”, cioè una loro rivisitazione del concetto di globalizzazione, ad aver comportato una mescolanza di tutte le differenti razze ed etnie, al solo scopo di realizzare un mercato unico che deve essere pertanto distrutto. L’Alt-Right propone un divieto della mescolanza etnica e razziale e la formazione di stati-nazione su base etnica, cosa che, in base alla loro teoria cibernetica dei mercati, porterebbe anche ad una maggiore stabilità dei soggetti nella crisi economica, in quanto consentirebbe di inquadrare ciascuno in algoritmi prevedibili ed economicamente efficienti.

L: L’influenza che l’elezione di Trump ha avuto rispetto al fenomeno dell’ascesa delle organizzazioni neofasciste negli Stati Uniti è un dato innegabile. Queste formazioni esistevano già da prima, ma senz’altro, a partire dalla campagna elettorale, è come se abbiano acquisito di colpo tutta la loro legittimazione ad esistere e a fare propaganda espressamente fascista, razzista, omofoba e sessista. Indubbiamente, però, l’elezione di Trump ha anche permesso di fare maggior chiarezza nella società americana. Ha realizzato un netta polarizzazione delle diverse posizioni per cui, se da una parte ha dato maggiore legittimità e vigore ai gruppi di estrema destra, dall’altro ha fatto sì che tutta una serie di organizzazioni e gruppi radicali di sinistra potessero emergere ed avere altrettanta legittimità di opporvisi. Inoltre, l’effetto Trump ha sicuramente permesso alle persone di prendere piena coscienza di tutto ciò che gli Stati Uniti sono sempre stati: una confederazione di stati estremamente razzista, classista e sessista. Così lo slogan di Trump Make America Great Again è stato presto trasformato in America Was Never Great.

È come se le persone abbiano finalmente aperto gli occhi e compreso quanto la lotta contro il sessismo sul lavoro o contro il razzismo per strada non siano questioni superate ma di estrema attualità ed urgenza. Dall’altro lato, però, l’effetto Trump provoca anche un altro tipo di reazione. Se in molti hanno preso finalmente coscienza, altri ritengono che il sessismo, il razzismo, il fascismo, l’omofobia ed il classismo sono tutte problematiche non radicate nella società americana, ma piuttosto legate strettamente alla persona di Trump. Si pensa che prima di lui non esistevano e che dopo di lui magicamente spariranno. Basterebbe dunque promuovere un impeachment contro il presidente e tutto andrebbe a posto. Ma al di là di chi si nasconde dietro questa illusione, l’elezione di Trump ha costretto molti indifferenti a prendere partito, a schierarsi e a lottare. O in suo sostegno o contro di lui. Restare imparziali, oggi, negli Stati Uniti è difficile. E anche chi non partecipa attivamente è quanto meno cosciente e arrabbiato, mentre prima magari era semplicemente assopito nella sua stessa indifferenza. Inoltre, a partire dalle dichiarazioni e dai tweet sessisti del presidente, passando per gli scandali sullo sfruttamento sessuale delle donne nel mondo dello spettacolo e per la campagna #metoo, si è generato un movimento, sia di opinione che reale, che ha visto la partecipazione tanto delle femministe che di donne che si definiscono non femministe.

È divertente, perché è come se camminassero tutti sulle uova. Le donne hanno finalmente trovato la forza di dire basta, basta al “sentirsi più deboli di…”, “meno di…”, il loro slogan adesso è “Time’s Up!!!”.

J: Sì è vero, più in generale possiamo dire che la misoginia diffusa nella società americana è stato uno dei cavalli di battaglia per la crescita in termini di potenza di tutte le organizzazioni neofasciste. Tra loro è in voga perfino uno stupido gioco che si chiama sharia bianca, attraverso cui obbligano le donne a starsene nelle cucine. Credo non ci sarebbe stata una così enorme ascesa in termini di forza e popolarità delle organizzazioni neofasciste negli Stati Uniti senza il terreno fertile che queste hanno trovato in una così capillare e diffusa cultura misogina e sessista. Uno degli effetti dell’elezione di Trump è evidentemente stato anche l’aver portato alla luce questo aspetto.

QeO: In Italia, organizzazioni fasciste come Casapound sono capaci sia di porsi come apparente soluzione ai bisogni e alle paure delle persone, sia di proporre un vero e proprio stile di vita ai ragazzi più giovani. Tutto ciò succede anche negli Stati Uniti? In che modo?

J: Negli Stati Uniti non sono molte le organizzazioni neofasciste che si propongono di offrire uno stile di vita attrattivo per le persone. Ad agire in questa maniera sono per lo più il Rise Above Movement e Identity Europa che si organizzano in appartamenti collettivi, crew di graffiti e gruppi sportivi che si allenano insieme praticando la boxe e l’arrampicata.

Il fatto che si organizzino in questo modo li rende probabilmente più consistenti di altri gruppi per cui, secondo noi, saranno le uniche organizzazioni a resistere al naturale esaurimento di questa ondata di popolarità dei movimenti dell’Alt-Right americana. Negli ultimi due anni il maggiore bacino di utenza del loro discorso politico sono i “nerd”, gli “sfigati”, i “perdenti”, ovvero tutti coloro che sono rimasti ai margini della società, coloro che sono stati “evirati” dalle femministe o dagli ebrei. L’interlocutore tipico dell’Alt-Right americana è il “cuck” (letteralmente il cornuto), in americano colui che si fa mettere i piedi in testa da chi gli è inferiore, come ad esempio le donne, colui che perde la propria dignità e mette da parte i propri valori in una perenne ricerca di approvazione altrui. In particolare, l’espressione “cuck” ha una forte componente razziale e sessista, è sostanzialmente l’uomo bianco che permette che “la propria moglie venga scopata da un negro”. Di conseguenza, il principale argomento di critica dell’Alt-Right al neoliberalismo consiste nel fatto che questo permettere agli immigrati e agli afroamericani di avere libero accesso negli Stati Uniti “per venire a scopare le nostre mogli bianche”. Gli interlocutori sono principalmente i “losers” (perdenti): uomini bianchi senza futuro che il neoliberalismo ha espulso dalla società riducendo drasticamente la domanda di uomini bianchi qualificati sul mercato del lavoro. In sostanza, la proposta delle organizzazioni neofasciste americane come il Rise Above Movement e Identity Europa consiste nel riabilitare socialmente gli “sfigati” sia in ambito lavorativo che sociale, garantendogli anche il successo con le donne.

C: In Quebec le due principali organizzazioni neofasciste (Atalante e La Meute) cercano di aggregare i giovani, ma anche adulti oltre i 30 anni, proponendo un modello fortemente identitario e quasi familistico. I La Meute si vestono tutti uguali, hanno i loro simboli e le loro bandiere, marciano uniti e rispondono tutti alle stesse direttive.

I membri di Atalante si rifanno invece ad un’estetica più insurrezionalista, hanno un immaginario che si rifà ai black bloc, agiscono sempre travisati, fanno attacchinaggi dei loro manifesti, si scontrano uniti in strada e si allenano insieme per questo. Per quanto il loro stile possa sembrare attrattivo non mi sembra stiano molto crescendo numericamente, perché sono il principale obiettivo degli antifascisti e dopo una serie di scontri, in cui sono stati palesemente sconfitti, hanno perso anche il loro fascino e la loro capacità di aggregare i giovani.

QeO: Pensiamo che il fascismo, inteso come dispositivo comportamentale, si configuri come risposta coerente al desiderio di sicurezza e controllo indotto dalle campagne di isteria di massa condotte a scopo governamentale. Secondo voi, quali sono le strategie attraverso le quali il fascismo pervade la società contemporanea? Quale potrebbe essere una contro-strategia da opporre?

J: Sì, negli Stati Uniti veniamo bombardati da allarmi e allerte che ci ricordano costantemente che tutto ciò che ci circonda è “pericoloso”. Soprattutto veniamo messi in guardia del fatto che la peggior cosa che ci può accadere è che si verifichi qualcosa di imprevedibile. La paura e in particolare la paura dell’ignoto è uno dei principi fondativi su cui si è costruita l’America. È dal momento della sua conquista che si è cercato di annientare tutto ciò che non fosse immediatamente conoscibile e comprensibile. A livello spaziale questo si è tradotto inizialmente nella paura della foresta, luogo oscuro e ignoto, che simboleggia l’incertezza. I colonizzatori, dopo aver ucciso e distrutto tutto ciò che proveniva dalla foresta, hanno optato per la costruzione dei primi insediamenti coloniali in cima a delle colline, luoghi sicuri ed illuminati anche nell’immaginario simbolico della Chiesa d’Inghilterra. Se nell’immaginario collettivo coloniale inizialmente la paura per l’ignoto si traduceva nella paura della foresta, successivamente, con l’avvento della schiavitù, questa paura si è tradotta in paura dello straniero e dell’uomo nero, provenienti dall’Oceano, provenienti da non-luoghi, simbolicamente soggettività senza appartenenza. Da sempre dunque soggettività da sottoporre a forme di controllo e dominio. L’atavica paura dell’uomo nero, oggi, si è unita ad una diffusa paura dell’insurrezione nera, della vendetta dei neri sui bianchi per averli ridotti in schiavitù per secoli, una paura di intensità variabile ma sempre latente nella società americana. Attualmente ciò si unisce alla paura del terrorismo, alla paura della miseria e della fame in totale assenza di welfare, alla paura delle malattie e della morte, ma soprattutto alla paura dell’ignoto dopo la morte, di scoprire di dover andare in paradiso o all’inferno, di scoprire quanto pessimo ciascuno sia stato in vita, una paura tipica di un paese prevalentemente cristiano. Una generalizzata paura di morire e un generalizzato desiderio di voler vivere per sempre, per non dover affrontare l’ignoto dopo la morte, attanagliano l’intera società americana. E questa paura dell’ignoto, di ciò che è incerto o imprevisto, è una paura angosciante che lega indissolubilmente il concetto di paura ad una condizione di sofferenza. È in questi termini che l’ignoto diventa sinonimo di sofferenza. Le organizzazioni neofasciste indubbiamente agiscono strategicamente proprio su queste paure (dell’ignoto, dell’uomo nero, del futuro e della morte) costruendo la loro politica a partire dalla condizione emotiva più radicata nella psicologia americana. Secondo me è proprio questo il punto, ed è a partire da qui che dovremmo elaborare una contro-strategia. Bisognerebbe riuscire a decostruire questo binomio ignoto-sofferenza/ignoto-paura, riabilitando il concetto di ignoto come sinonimo di potenzialità. In realtà gli americani hanno paura anche della potenzialità, della loro possibilità di fare qualcosa, di essere realmente presenti in un mondo fatto di limiti, confini e rapporti di potere, entro il quale agire in base ai differenti rapporti di forza. Negli americani si annida un profondo desiderio di andare sempre più ad Occidente, di trovare spazi aperti, senza limiti e disabitati. Nella società americana vige una idea di libertà di frontiera svincolata dalla realtà e che ripone le sue aspettative in una sorta di liberazione infernale. Ma oltre a svincolare il concetto di ignoto da quello di paura, bisognerebbe puntare strategicamente ad approfondire ed acuire le differenze, stabilire un concetto più puro di differenza che non si possa ridurre ad una questione di appartenenza etnica o di appartenenza ad un superiore ordine del mondo. Se ci si riflette, le distinzioni che si fanno o le differenze che si individuano tra le persone, ma più specificatamente tra i popoli, sono sempre parziali. Questo perché la cultura di un popolo riproduce essenzialmente la psicologia interiore dell’io. L’io si concepisce contemporaneamente sia insieme all’altro, quindi come una parte di una comunità, che per distinzione da ciò che è altro, perché diverso da sé. E questo è uno dei meccanismi su cui si fonda la storia mondiale della società occidentale: un’operazione di categorizzazione e differenziazione di ruoli, obiettivi e posizioni. Questa concezione, di fatto, non produce delle vere e proprie differenze ma punta semplicemente a fare ordine e chiarezza, a razionalizzare e catalogare tutto l’esistente per ridurlo in categorie conosciute e conoscibili. Invece di stare a combattere la confusione delle fake news, le dichiarazioni di Donald Trump o la crisi ecologica, una strategia potrebbe essere quella di acuire le differenze, di approfondire le divisioni, nel tentativo di dimostrare che il flusso della realtà è così complesso da non poter essere ricostruito in termini di appartenenze nazionali, così come non si può ridurre l’io, il sé, in termini di assoluta coerenza. Certo, tutto questo non saprei come tradurlo in prassi, a livello tattico… Forse si potrebbe pensare di sviluppare dei metodi per organizzare la potenza, che illustrino differenze sempre più profonde tra tutte le persone, invece di sviluppare quei metodi che mirano a costituire sistemi sempre più inclusivi che producono false identicità. Bisognerebbe riuscire a disarticolare completamente l’idea di identità nazionale e rendere chiaro a ciascuno che il potenziale di ciascuna parte è sepolta in tutte le altre parti, che la nostra libertà di movimento dipende dal tempo e da altre persone e non dalla sorte. Riprendendo ora il concetto di paura, nell’ottica di questa proposta strategica di approfondimento delle differenze, bisognerebbe riabilitare anche la paura ed il suo significato. La cultura cattolica propone un patetico concetto di paura intesa come paura del buio, dell’ignoto. Secondo me si dovrebbe presentare l’orrore per ciò che è, risignificando il concetto di paura nel senso di un’imminente esperienza di vita, rendendolo scevro di quel senso di incertezza e di eventualità che è solito evocare. La paura è un sentimento importante. Occorre riappropriarsene. Se noi non saremo in grado di istituire una spaventosa pratica della rivolta, probabilmente ci riuscirà qualcun’altro, come l’Isis o i fascisti. Perché, in fondo, la paura è una sensazione desiderabile. In molti avvertono un inspiegabile desiderio di pericolo, di paura, di orrore. Certo, non tutti, forse neanche la maggioranza, ma sono molte le persone che ne avvertono il bisogno. Questo è un nostro limite perché, per esempio, le strategie antifasciste contemporanee non contemplano i bisogni essenziali o primordiali delle persone. Tra questi c’è senz’altro un bisogno di avere paura, di divenire un tutt’uno con la realtà tramite la sensazione di paura, che non deve essere però una paura angosciante e sofferente ma una paura scevra da quel senso di incertezza, la quale ci fa fare sempre un’esperienza incorporea della paura.

C: In Quebec tra le paure più diffuse tra le masse c’è senz’altro un’indotta paura di essere colonizzati e questa senz’altro è una di quelle condizioni emotive che le organizzazione neofasciste, come La Meute e Atalante, usano a livello strategico e amplificano, facendone l’oggetto della loro politica. La paura di subire una nuova colonizzazione ha, anche qui, come negli Stati Uniti, un’origine storica, una giustificazione che si rinviene nella storia del Canada, paese colonizzato due volte, prima dai francesi poi dagli inglesi. C’è il terrore di essere colonizzati ancora una volta, di perdere ancora una volta la propria lingua, i costumi, la cultura. È evidente dunque che un discorso anti-immigrazione attecchisce facilmente, è una politica che senz’altro è di immediata comprensione e che riscuote facilmente un ampio consenso.

QeO: Sappiamo che dopo le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti un movimento eterogeneo e di massa è sceso nelle strade contro Donald Trump. Ci potete dire qualcosa in più sulla sua composizione? Cosa è successo allora negli USA? E adesso com’è la situazione?

J: Le mobilitazioni e le proteste della campagna anti-Trump, che ha avuto una spontanea e capillare diffusione in tutti gli Stati Uniti, sono iniziate ben prima della elezione di Donald Trump e già a partire dalle sue prime dichiarazioni sessiste e razziste in TV durante la campagna elettorale. In particolare, già nell’autunno 2016, a Chicago migliaia di persone sono scese in strada e si sono dirette fuori dall’edificio in cui si svolgeva una tappa del suo tour elettorale. Alcuni ragazzi sono saliti su delle macchine parcheggiate e hanno iniziato a lanciare delle bottiglie contro i suoi sostenitori. Raccoglievano ed incendiavano i cappelli con la scritta “Make America Great Again”, dopo averli strappati di dosso ai sostenitori di Trump. Inutile dirvi che questa pratica si è presto diffusa ed è diventata una delle preferite di tutto il movimento antifascista e anti-Trump. Le immagini di Chicago hanno fatto subito il giro di tutti i social-media e del web, quasi a predire l’immediato futuro.

Poco tempo dopo, infatti, a Costa Mesa, una periferia di Los Angeles, popolata prevalentemente da persone di origini messicane, la tappa della campagna elettorale di Trump si è trasformata in un enorme riot contro la polizia, con tanto di lacrimogeni che infestavano il piazzale in cui si svolgeva l’evento.

Sebbene l’uso dei lacrimogeni sia stato negato da Trump, nel rispetto delle migliori tradizioni dittatoriali, il riot di Costa Mesa è divenuto immediatamente uno degli argomenti preferiti in sostegno della sua retorica contro l’immigrazione illegale come questione di ordine pubblico. A partire da quel momento i raduni dei sostenitori in occasione degli eventi della sua campagna elettorale sono diventati sempre più problematici, caratterizzati spesso da violente proteste rispetto alle quali Trump ha sempre proposto e preteso forme di repressione brutali. Un altro episodio significativo si è verificato durante un raduno del Black Lives Matter, organizzato in opposizione ad un’altra tappa elettorale di Trump. In questa circostanza quando Matthew Heimbach, leader del Traditionalist Workers Party, si è scagliato contro una portavoce del BLM insultandola e spintonandola, Trump ha chiesto gridando alla folla chi fosse costui, sostenendo che gli avrebbe volentieri pagato l’avvocato.

Vi racconto questo episodio perché è paradigmatico di quello che è stato il rapporto di Donald Trump con i suoi sostenitori durante la campagna elettorale. I suoi fan hanno svolto il ruolo di guardie giurate per la tutela dei suoi eventi, spesso da lui pubblicamente istigati a compiere atti di violenza nei confronti di chi manifestava contro i suoi comizi. Immediatamente dopo l’elezione di Trump a presidente, c’è stato un altro enorme riot ad Oakland, in California. I compagni presenti, che in passato avevano vissuto l’esperienza del movimento no-global, mi hanno raccontato che è stato il riot più partecipato degli ultimi 15 anni. C’erano quasi 5000 mila persone che a volto coperto incendiavano delle grandi barricate in mezzo alla strada, davano fuoco alle macchine e tiravano molotov contro la polizia.

A Portland, in Oregon, c’è stato un riot durato 4 giorni, in cui si è distinto un gruppo di skaters che, mascherati e armati di mazze da baseball, hanno distrutto tutte le macchine di un concessionario.

A New York, invece, più di 100 mila persone hanno marciato verso la Trump Tower, da queste si è staccato un gruppo più piccolo che, nel tentativo di bloccare l’autostrada, si è scontrato con la polizia. 

Ad Atlanta quasi 1000 persone sono confluite nel nuovo centro commerciale disturbando il regolare flusso di circolazione di persone e merci. 

Ma, più in generale, in tutti gli Stati Uniti, nei giorni successivi all’elezione di Donald Trump, si sono registrati episodi non comuni di conflitto di diversa intensità.

C: Invece in North-Dakota, l’effetto dell’elezione di Trump ha suscitato una reazione diversa e per certi versi opposta, nel movimento NO DAPL (sul movimento di Standing Rock). Questo movimento, dopo aver raggiunto un livello di conflittualità estremamente intenso nei mesi precedenti, era caduto nella trappola del dialogo con le istituzioni e si era ritrovato, subito prima delle elezioni, a contrattare l’interruzione dei lavori di costruzione dell’oleodotto con l’amministrazione Obama. La notizia dell’elezione di Trump ha provocato un’ulteriore battuta di arresto, in quanto la realizzazione dell’oleodotto è notoriamente tra le priorità del programma elettorale del presidente neo-eletto.

J: La resistenza anti-Trump è stata una reazione immediata. Per questo gli anarchici sono diventati estremamente popolari indipendentemente dalle pratiche da loro messe in campo, fenomeno evidentemente inedito negli Stati Uniti. In passato gli anarchici americani non erano ben visti dall’opinione pubblica e si sono sempre dovuti confrontare con opinioni reazionarie di forte dissenso nei loro confronti, ciò li aveva relegati in una posizione decisamente minoritaria e costretti ad agire in piccolissimi gruppi. La reputazione degli anarchici è immediatamente cambiata dopo le elezioni. Per la giornata del 20 gennaio 2017, in cui era prevista la cerimonia di insediamento del presidente neo-eletto, CrimethInc, sub.Media e Itsgoingdown, tre tra le piattaforme mediatiche anarco-autonome più influenti in nord America, hanno lanciato un appello all’azione dal titolo Disrupt J20, un appello nazionale a disturbare la cerimonia per fare in modo che non si svolgesse pacificamente. A questo appello hanno aderito immediatamente molti altri gruppi ed organizzazioni. Nei giorni precedenti l’insediamento la sensazione per le strade, ma anche nei bar e nelle case, era di reale paura. Centinaia di migliaia di persone erano in preda al terrore per ciò che poteva accadere, combattute tra la convinzione che, per quanto fosse un problema l’elezione di Trump, in fondo era solo l’elezione di un repubblicano come tanti e che non fosse la fine del mondo, e quella che nonostante questo fosse importante presenziare per far comprendere che si era toccato il fondo, anche laddove i modi e i metodi proposti non erano necessariamente condivisibili. Così, inevitabilmente, Disrupt J20 è diventato un riot. Un enorme black bloc composto da centinaia di persone incappucciate è apparso per le strade di Washington DC, dando il via ad un gigantesco riot durato per ore. Centinaia di persone sono state arrestate dopo essere state circondate e chiuse dalla polizia.

Ancora oggi più di 200 compagni stanno affrontando il più grande processo per cospirazione finalizzata al riot che la storia degli Stati Uniti abbia mai conosciuto. Di quella giornata le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono quella di Richard Spencer che durante un’intervista viene colpito da un pugno in faccia o quella di una limousine data alle fiamme. Ma il dato veramente significativo è stato il fatto che, quel giorno, molti ragazzi, soprattutto giovani neri delle periferie, dopo aver visto le immagini del black bloc circondato ed arrestato dalla polizia, hanno iniziato a confluire verso il centro della città e si sono scontrati con la polizia per circa 8 ore. Hanno bruciato i cassonetti, tentato di saccheggiare i negozi e dato fuoco alla famosa limousine.

È stato un buon momento, che ha riscosso molto successo, forse il riot anti-Trump più popolare. Lo stesso giorno c’è stata una manifestazione contro Donald Trump a Seattle in cui un sostenitore di Trump ha sparato con una pistola ad un antifascista, ferendolo gravemente all’addome. Il ragazzo ferito è un membro degli Industrial Workers of the World, un sindacato anarchico. Questo episodio, a mio avviso, era un primo segnale di ciò che sarebbe successo nei mesi a venire. Ciò che colpisce è che questo evento non ha fatto notizia, o meglio la notizia riportata suonava così: “manifestante ferito da colpo di arma da fuoco”. Così, non si capiva che era successo, chi aveva sparato a chi, perché ecc. Poi ci fu il Muslim Ban, provvedimento del presidente neo-eletto che impediva l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani provenienti da sette diversi paesi. Anche in questo caso la reazione è stata immediata e spontanea. Tutto è iniziato all’aeroporto JFK di New York, dove centinaia di persone si sono radunate fuori da un terminal con il preciso intento di bloccarlo.

A questi si è unito uno sciopero dei tassisti. In poche ore il blocco degli aeroporti si è progressivamente esteso anche a molte altre città degli Stati Uniti. Ad Atlanta ci sono stati scontri con la polizia ed anche a Seattle.

Qui la polizia ha persino spruzzato dello spray urticante nelle sale dell’aeroporto per disperdere le persone, una mossa stupida che ha comportato un blocco dell’aeroporto ancora più duraturo. All’aeroporto SFO di San Francisco il terminal dei voli internazionali è stato chiuso per 4 giorni, le persone campeggiavano lì dentro bloccando tutto ciò che era al suo interno (sulla reazione al Muslim Ban).

Nei giorni seguenti Milo Yiannopoulos ha convocato un comizio al campus dell’Università di Berkeley, inaugurando così la lunga serie di scontri che si sono ripetuti nel tempo a Berkeley e più in generale in California. Quel giorno si sono presentate migliaia di persone fuori dal Martin Luther King’s Center, edificio dove si sarebbe dovuto svolgere l’evento, per contestare il comizio di Milo Yiannopoulos. Poi è comparso un blocco nero composto da più di 200 persone, acclamato dalla folla. Il black bloc ha iniziato ad attaccare l’edificio e la polizia, mentre le finestre dell’edificio andavano in mille pezzi e l’attrezzatura per l’evento veniva data alle fiamme. Il comizio è stato annullato nell’esultanza della folla che durante gli scontri era rimasta sul posto ad acclamare il blocco nero. Il tutto poi si è spostato nelle strade del centro di Berkeley dove sono state sanzionate le banche ed i negozi in un sentimento di gioia condivisa.  Ma dopo tutti questi episodi il movimento antifascista anti-Trump si è dissolto in una teoria cospirazionista dei democratici. Si è iniziata a diffondere massivamente la credenza per cui delle spie dei servizi segreti russi avevano sovvertito le elezioni degli Stati Uniti, proprio come ha fatto la C.I.A. infinite volte a livello globale. Muller, l’investigatore privato assunto per il caso dell’elezione di Donald Trump, ha rilasciato dichiarazioni e interviste in cui invitava la popolazione americana a mantenere la calma, sostenendo che fosse semplicemente necessario attendere gli esiti delle indagini sulla sovversione delle elezioni e che, non appena tutto ciò fosse venuto a galla e fosse adeguatamente comprovato, il presidente sarebbe stato sottoposto ad impeachment e tutto sarebbe tornato al suo posto, all’America felice di un tempo. Ad un livello più molecolare si può senz’altro dire che del movimento non è rimasta solo la teoria cospirazionista. A livello locale numerosi gruppi si sono dati da fare: chi aprendo palestre antifasciste nei quartieri, chi organizzando corsi di autodifesa e di tiro con la pistola queer, chi attrezzando rifugi nelle chiese, nei templi e nelle moschee ecc. Più in generale, con la fine del movimento anti-Trump, sono nati molti progetti autonomi, antifascisti, anarchici, femministi e marxisti e quelli che erano già avviati prima del movimento hanno conosciuto una nuova forza, sia in termini di partecipazione che di sviluppo. Possiamo senz’altro dire che una nuova generazione di rivoluzionari sia nata da questo movimento. E questo lo possiamo dire anche per esperienza diretta, visto che tutto ciò in cui eravamo coinvolti ad Atlanta si è triplicato di dimensioni. Nel frattempo, però, la propaganda mediatica democratica invitava a mantenere la calma, chi non era disposto ad avere pazienza e ad aspettare era considerato pazzo. Questa mirava anche a screditare gli antifascisti agli occhi dell’opinione pubblica: gli antifascisti, tutto d’un tratto, non erano più coloro che avevano resisto e quindi coloro che erano nati dalla lotta anti-Trump, ma persone affette da una irrazionale determinazione a continuare inutilmente la lotta, nonostante ciò fosse un’idea palesemente inappropriata in quella contingenza. L’opinione pubblica sugli antifascisti è stata indubbiamente mutevole nel tempo. Così come piuttosto altalenanti sono stati gli esiti degli scontri con i fascisti a Berkeley che si sono susseguiti nel tempo. Ogni tanto è capitato che centinaia di nazisti convergessero su Berkeley e pestassero di botte gli antifa, talvolta è successo l’esatto contrario. Di recente, durante un corteo del Rise Above Movement a Huntington Beach in California, alcuni fascisti hanno massacrato un gruppo di giovani punk antifa che si erano presentati lì da soli. Di questo episodio è stato girato un video di propaganda diventato virale sui canali delle organizzazioni di estrema destra. Negli Stati Uniti, nonostante si possa considerare terminata una fase espansiva del movimento antifascista, continuano ad accadere molte cose, a volte cose grandi, altre volte piccole, a volte cose che si rivelano fallimentari, altre volte cose più efficaci. Ci sono anche tantissime fake news generate da profili falsi di persone presuntamente appartenenti alla destra radicale registrate sui social network, che danno per avvenute molte cose non realmente accadute. In questo clima, nella città di Charlottesville, in Virginia, c’è poi stato il raduno Unite the Right, un mega evento nazionale partecipato da tutte le maggiori organizzazioni dell’estrema destra. Prima di raccontarvi di Charlottesville devo fare una premessa: molti compagni negli Stati Uniti non sono entusiasti dell’antifascismo militante, alcuni lo trovano noioso, magari necessario ma che un po’ fa venire il mal di testa a doverlo fare…Tutto ciò è probabilmente vero nella maggior parte dei casi, ma questo ha anche fatto sì che quel giorno a Charlottesville ci fossero solo 300/400 antifascisti: numeri evidentemente insufficienti. Sono sicuro che passerà molto tempo prima che i compagni riescano a perdonare se stessi per non esservi andati quel giorno. Ciò che riportano le notizie ufficiali dei siti anarchici è che 500 nazisti si sono presentati in città, a sorpresa, la sera prima del raduno, per fare una fiaccolata.

Probabilmente erano molti di più, almeno 700-800 persone. Cantavano Blood and Soil (letteralmente Sangue e Suolo) e un altro coro che diceva: gli ebrei non ci rimpiazzeranno. A Charlottesville, il giorno seguente, c’è stato probabilmente il più grande raduno di massa di tutte le estreme destre che si sia mai visto negli Stati Uniti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In passato c’erano pur state grandi manifestazioni razziste dei suprematisti bianchi, ma non questo genere di raduni. A Charlottesville i fascisti giravano armati a picchiare gli antifascisti, hanno perfino provato a circondare la chiesa di una comunità afroamericana con delle torce, cosa che si è evitata solo perché due ragazzi molto coraggiosi si sono lanciati tra di loro facendosi picchiare a sangue con il solo scopo di distoglierli dal principale obiettivo. Il raduno era enorme: c’erano il Rise Above Movement, Identity Europa, il Traditionalist Workers Party e tutta la galassia di individui e gruppi informali appartenenti all’Alt- Right americana, inclusi i seguaci di Kyle Chapman, quell’energumeno che si era reso famoso per aver indossato un elmo, uno scudo e un bastone ad un raduno a Berkeley. Si sono presentati tutti armati e pronti allo scontro.

Gli antifascisti, dopo aver deciso che erano troppo pochi per fare un blocco nero che fosse in grado di attaccare la manifestazione in corso, si sono travisati e hanno attaccato il concentramento prima che partisse il corteo. Infatti si era sparsa la voce che il raduno di Unite the Right non si sarebbe limitato ad un presidio statico ma che si sarebbe trasformato in un corteo diretto al quartiere popolare nero, cosa che poteva rivelarsi fatale. I fascisti erano armati di pistole, ma in questa occasione anche gli antifascisti. Questo sia per la presenza di Redneck Revolt, ma anche e semplicemente perché quel giorno alcuni militanti o simpatizzanti antifascisti si erano presentati armati. Gli antifascisti hanno dunque attaccato il corteo già dal concentramento, mossa intelligente che ha immediatamente costretto la Guardia Nazionale ad annullare il raduno. Del resto, come dicevo, non sarebbero mai stati in grado di bloccare la marcia se fosse iniziata. Molte persone sono state ferite gravemente, ma tra queste c’erano anche molti fascisti. Ci sono video che riprendono scontri brutali, ad esempio quello in cui un gruppo di fascisti armato di tubi innocenti picchia dei ragazzi neri, oppure quello di un ragazzo nero di nome Deandre Harris che viene picchiato a sangue con dei bastoni. È traumatizzante anche solo vederne il video. Ma di fatto, quel giorno, gli antifascisti hanno vinto. Sono riusciti a disperdere i fascisti. Per festeggiare la vittoria si sono radunate moltissime persone, soprattutto abitanti di Charlottesville. È poi partito un corteo spontaneo e festoso per le strade della città. Il corteo era prevalentemente composto da persone semplicemente e sinceramente contente del fatto che non ci sarebbe più stato nessun raduno fascista nella loro città. Era una parata più che un corteo. E poi è successo. Un fascista, forse un membro del Patriot Front, ha lanciato la sua macchina a tutta velocità contro la folla, ferendo molte persone e uccidendo una ragazza di nome Heather Heyer. Molti compagni sono stati feriti, altri dispersi. Ci sono volute ore prima che si potesse capire cosa fosse successo e cosa stava continuando a succedere. C’erano voci che quelli di Identity Europa stavano pattugliando in macchina gli ospedali e per impedire alle persone di entrare nel pronto soccorso le minacciavano dai finestrini con le pistole. È stato terribile. Un punto di non ritorno. Forse un’immagine del futuro. La verità è che i fascisti, anche nel loro momento di massima accumulazione di forze, non sono stati in grado di sfilare in corteo. Per vendicarsi hanno scelto il terrorismo. Non intendo usare questo concetto in senso moralista, voglio solo dire che non riuscendo a mantenere il loro raduno hanno optato per una pratica non di azione diretta ma volta a terrorizzare i loro nemici.

C: Del resto non era neanche la prima volta che i neofascisti optavano per la tattica del terrore. Durante un grande riot a St. Louis, durato 9 giorni a seguito di 30 giorni di proteste, alcuni dei tanti ragazzi neri che dalle periferie avevano partecipato alla rivolta, sono stati minacciati con le pistole, rapiti, legati e caricati sui furgoni da dei fascisti che pattugliavano la zona immediatamente dopo che la rivolta era stata dispersa, per essere poi scaricati di fronte ai commissariati di polizia come autori del riot. Ma più in generale, i neofascisti americani conoscono e usano piuttosto bene le tecniche volte a creare paura e terrore, la maggior parte di loro sono ex militari e comunque tutti si addestrano insieme per praticare queste tattiche.

J: Dopo Charlottesville ciò di cui non ci si era resi immediatamente conto era che, a parere di tutti, era stato davvero toccato il fondo. Ora tutto il paese odiava i fascisti. Ovunque negli Stati Uniti, già poche ore dopo, si svolgevano manifestazioni molto partecipate in solidarietà con gli antifascisti di Charlottesville. Cornel West, un intellettuale socialista cristiano nero piuttosto influente, ha immediatamente rilasciato un’intervista tv in cui dichiarava che senza gli antifascisti e gli anarchici a Charlottesville «saremmo stati malamente sbaragliati, ci hanno letteralmente salvato la vita». Da qui una nuova ondata di popolarità degli antifascisti, che fino a poche ore prima venivano descritti come degli esaltati. A partire da questo momento in molte città americane si è diffusa una pratica interessante ed efficace che consiste in azioni volte a distruggere o danneggiare i monumenti simbolo degli Stati Confederati d’America, come ad esempio i monumenti che raffigurano Cristoforo Colombo. Ad Atlanta, per esempio, più di mille persone si sono recate al monumento confederale per la pace, che raffigura un soldato confederato che porge un ramoscello d’ulivo in segno di pace. Gli antifascisti hanno strappato il ramoscello d’ulivo dal braccio del soldato. Ora, se i media mainstream sono stati troppo stupidi per apprezzare un gesto del genere, sono sicuro che la storia saprà attribuirgli il giusto valore. In North Carolina, è stato abbattuto un intero monumento. A New Orleans gli antifascisti hanno sfigurato i volti di un altro monumento confederale.

C: Il più delle volte dopo questo genere di azioni i compagni organizzano nei pressi del monumento dei block party, delle situazioni di festa, socialità e convivialità in cui ci si riappropria degli spazi ormai liberati da simboli sgraditi.

J: Per quanto riguarda le organizzazioni neofasciste, dopo Charlottesville, non se la passano un granché bene. Al loro interno si sono manifestate molte fratture che si vanno acuendo sempre più. Alcuni gruppi hanno optato per posizioni liberali più moderate, ma di fatto è troppo tardi perché questo possa servire loro a raccogliere adesioni e consensi. Essere stati fotografati come partecipanti al raduno di Unite the Right a Charlottesville è oggi un requisito sufficiente, negli Stati Uniti, per essere cacciati dal proprio appartamento, dal luogo di lavoro, insomma per avere la vita rovinata. I gruppi antifascisti organizzati sono stati davvero in gamba nel fare un lavoro di schedatura e pubblicazione delle immagini dei partecipanti al raduno di Charlottesville. La compilazione e la pubblicazione di questo ampio dossier informale ha permesso di smascherare moltissimi neofascisti, che ne hanno pagato le conseguenze. Dopo due mesi di nulla cosmico dai fatti del Unite the Right, i fascisti si sono ripresentati a Gainesville per un raduno nei pressi dell’Università della Florida. Richard Spencer avrebbe dovuto tenere un comizio, ma non ha funzionato neanche questo. Il movimento antifascista è sceso nuovamente in piazza per contestarli e, dopo aver aggirato una serie di divieti e zone rosse, è riuscito a circondare il luogo di concentramento dei fascisti. L’evento non è stato annullato ma decisamente rovinato dalle continue tensioni. In questa stessa occasione i fratelli Fears, anche loro membri del Patriot Front, la stessa organizzazione cui apparteneva il fascista che ha scagliato la sua macchina contro la folla a Charlottesville, hanno sparato ai manifestanti, per fortuna senza colpire nessuno, poi sono scappati ma sono stati presi ed arrestati dalla polizia a pochi metri di distanza dal luogo del raduno. Questo conferma lo schema, che credo possa divenire il leit motiv dei prossimi mesi: provano a radunarsi, non ci riescono, tirano fuori le armi. Questa è un’ampia panoramica degli eventi più significativi accaduti negli Stati Uniti nell’ultimo anno e mezzo. Questi momenti hanno caratterizzato la fase di massima espansione del movimento antifascista che poi, però, si è progressivamente ridotto. Ciò è accaduto quando si è cominciato a descrivere l’antifascismo, poiché la descrizione è uno degli strumenti di governo più efficaci negli Stati Uniti. Potremmo usare una citazione di William Butler Yeats che dice: “Nessuno che abbia avuto una canzone scritta su di sé, è mai vissuto a lungo”. Credo che questo descriva piuttosto bene la situazione negli USA. Nominare, descrivere, etichettare, classificare riduce sempre gli spazi di agibilità e possibilità per chi vuole agire, crea un pubblico di spettatori separato e distinto dagli attori. Spesso accade che ci sono migliaia di persone che agiscono nella rivolta e poi, quando quegli attori vengono descritti e nominati, chi vi ha agito non si rispecchia negli attributi che gli vengono appiccicati addosso dall’esterno, non vi si riconosce, quindi smette di farlo. Nel movimento antifascista è successo esattamente questo. Molte persone hanno agito la resistenza, si sono comportati da antifascisti senza ritenersi tali. Quando sono cominciati i dossier e le interviste su “chi sono gli antifascisti”, “chi si nasconde dietro le maschere”, ecc., in molti non ci si sono rispecchiati. Oggi semplicemente non c’è più quella composizione eterogenea che ha travolto le strade nei mesi precedenti. C’è chi è solidale con gli antifascisti, chi li sostiene, chi si impegna in campagne di raccolte fondi in sostegno degli antifascisti, ma non c’è più un movimento antifascista. Ciò che resta sono solo alcuni gruppi antifascisti organizzati e qualche simpatizzante.

QeO: Chi sono gli antifascisti americani? Secondo voi cosa significa essere antifascisti oggi?

J: Sebbene ciò accada un po’ ovunque, negli Stati Uniti in particolare, alcune persone non hanno molta scelta, DEVONO essere antifasciste. In Europa, a causa delle contingenze storiche, ad esempio grazie al lascito culturale dell’epoca del colonialismo, non è inusuale vedere persone di colore dire cose razziste o avere comportamenti fascisti… Certo, ciò succede anche negli Stati Uniti, anche qui vale lo stesso, per tutti, tranne che per i neri. Ad esempio, puoi incontrare dei messicani che inveiscono contro i neri, o i dominicani, che nonostante siano neri, si considerano indio e quindi superiori agli afroamericani… nell’ordine simbolico americano, dunque, i neri sono costitutivamente antifascisti. Capisco che per un europeo questa cosa non sia di facile comprensione, ma nell’ordine simbolico degli Stati Uniti tutto ciò che è fascismo ha necessariamente a che fare con il razzismo contro i neri e tutto ciò che è razzismo contro i neri è evidentemente fascista, anche se apparentemente non si configura immediatamente in questi termini dal punto di vista politico. La domanda “chi sono gli antifascisti?”, come dicevo, è stata usata come tecnica controinsurrezionale per condurre un’operazione di classificazione ed individuazione e per creare fratture e divisioni nel movimento. Al di là di questo, ad essere onesti, oggi in America gli antifascisti sono per lo più ragazzi giovani, molti dei quali provengono dalla scena punk, quella queer, quella dei graffiti o degli skaters…La nuova generazione di antifascisti negli USA è senz’altro legata alla cultura queer e a gruppi organizzati LGBTQ. Per quanto riguarda, invece, cosa significa essere antifascisti oggi…questo è probabilmente tutto ciò che l’anno scorso si è provato ad articolare e dimostrare. Da un lato, essere antifascisti significa andare in giro di notte, levare gli adesivi, fare attacchinaggi, sorvegliare e fare inchiesta sulle organizzazioni neofasciste. Non critico questo tipo di prassi, forse non sono le cose più intelligenti da fare o forse lo sono, in ogni caso sono contento del fatto che ci sia qualcuno che lo faccia… Ma la mia comprensione del presente mi porta a dire che il fascismo non è una questione riducibile agli sforzi organizzati di alcuni individui, perché le persone e le idee non determinano sempre ciò che succede nel mondo, non è sempre semplice capire cosa è che veramente determina le modificazioni della realtà. Nella Repubblica Ceca i gruppi fascisti organizzati sono stati annientati nelle strade e per molto tempo non sono esistiti. Poi è successo qualcosa nella vicina Ucraina, è arrivata la crisi, gli attacchi “terroristici” dei gruppi etnici russi e, d’un tratto, nella Repubblica Ceca ecco spuntare di nuovo un movimento di estrema destra dal rinnovato vigore…Credo che qualcosa del genere debba essere successo anche negli Stati Uniti, in Italia, un po’ ovunque. Tutto questo per dire che per me essere antifascisti oggi significa individuare quell’insieme di forze, di concetti, di gesti che insieme articolano, per dirla con Deleuze, un processo di riduzione assiomatica, e dunque contribuire ad un inverso processo di disarticolazione di questo ordine di idee. Il processo di riduzione assiomatica è ciò che Deleuze definisce fascismo, ciò per dire che mentre la democrazia procede per inclusione, in un infinito processo di inclusione di assiomi per la sua autolegittimazione, il fascismo, invece, procede al contrario, ascrivendo legittimità solo a quelle persone il cui fondamento è rinvenibile sempre in meno assiomi… è su questo meccanismo che si basa il concetto fascista di popolo, per cui se hai la giusta provenienza etnica allora hai legittimità, è a questo che si riduce il fascismo. Allora, essere antifascista oggi, per me, significa comprendere in che modo questo concetto di appartenenza al popolo e alla nazione è legato alla cultura della civilizzazione democratica, perché lo è intimamente, e quindi lavorare per disarticolare e minare questo ordine di cose. L’antifascismo, dunque, è rivoltarsi contro quasi tutto ciò che è l’esistente.

QeO: Infine, potreste raccontarci qualcosa della scena antifascista di Atlanta? Quali sono I legami tra i gruppi antifascisti organizzati e gli altri gruppi di compagni?

J: La scena antifascista ad Atlanta è piuttosto ampia, si compone perlopiù di giovani queer e punk, sono prevalentemente studenti che però collaborano insieme a compagni più grandi, che hanno lottato contro i fascisti ad Atlanta sin dagli anni Novanta. Tra questi ci sono alcuni compagni che facevano parte del Love and Rage Federation (gruppo antifascista americano degli anni ’90). A mio avviso, questa composizione intergenerazionale crea delle sinergie estremamente interessanti. I gruppi antifascisti ad Atlanta sono piuttosto impegnati e dediti alla loro causa, indubbiamente capaci di coordinarsi con quasi tutti gli altri gruppi di compagni, come il Black Lives Matter o con i gruppi anarchici o comunisti… spesso collaborano anche con altre comunità, come ad esempio quelle legate ad alcune parrocchie della città. Gli Antifa di Atlanta si distinguono per le loro capacità di fare inchieste sui loro nemici. In questo raggiungono un livello di precisione ed efficacia che dovrebbe essere d’esempio per molti. Le informazioni raccolte vengono rese pubbliche solo dopo aver trovato ‘le prove schiaccianti’… tutto ciò che pubblicano della loro intensa attività di inchiesta è di una qualità giornalistica tale da essere sufficiente per marchiare a vita i membri delle organizzazioni neofasciste che decidono di smascherare. Credo che il loro contributo sia piuttosto lodevole. In questo momento però la scena antifascista di Atlanta sta attraversando un momento di forte crisi, dovuto alla morte di un compagno, un giovane anarco-queer di nome Scout Shultz, ucciso da un poliziotto del Georgia Tech Department a settembre del 2017. Dopo questo omicidio nel Campus del Georgia Technology Institute sono scoppiati degli scontri molto violenti tra anarchici, giovani queer, antifascisti, membri del Black Lives Matter e la polizia. In questo frangente sono stati incendiati anche diversi mezzi della polizia… (foto 28) Per questo molti di loro, oggi, stanno affrontando misure repressive brutali…Credo che per tutta la scena antifascista di Atlanta tutto ciò sia un trauma considerevole con cui fare i conti. Ma hanno la buona abitudine di restare uniti e tenere la barra ben dritta nonostante la mareggiata.

Da espressione dell’Es a entità cosciente. Per un’analisi del black bloc

di Jacopo Bagatta

In diversi numeri ci è capitato di affrontare da più angolazioni la questione che viene riassunta, anche nel breve saggio che pubblichiamo questo mese, come quella del “Black Bloc”. Come redazione non condividiamo la credenza nella psicanalisi e nella dialettica del riconoscimento di matrice hegeliana, che vengono utilizzati metodicamente in questo scritto, e perciò non ci ritroviamo del tutto nelle sue conclusioni “politiche”, tuttavia ci pare uno scritto intelligente che permette di continuare l’esplorazione. QeO

Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Questa affermazione è in definitiva l’argomento del libro che ha qui inizio”.

Roland Barthes, prefazione a Frammenti di un discorso amoroso

Introduzione

Analizzare un fenomeno complesso come quello del cosiddetto black bloc, termine alquanto fumoso, che racchiude in sé diversi significati, che si manifesta in diversi contesti e che agisce in modi più o meno aderenti al momento e al luogo, non è facile. E non è facile riuscire a interpretarne le cause profonde, i motivi scatenanti, le pulsioni inconsce che ne determinano la manifestazione e le sue condizioni di possibilità. Tuttavia reputo sia necessario almeno tentare di tratteggiare un’analisi del fenomeno, che non pretenda affatto di essere esaustiva, mossa solo dalla constatazione che questo tentativo non è ancora stato fatto davvero, se non in modo abbozzato e frammentario. L’analisi resterà sul generale, sia per la difficoltà nell’addentrarsi nelle espressioni del fenomeno manifestatesi situazione concreta per situazione concreta, sia per provare a mettere in luce le caratteristiche di una manifestazione tipicamente contemporanea nelle sue generalità.

E’ stato detto che il black bloc non è nient’altro che una tattica. Una metodologia di azione in piazza, utile per ottenere determinati obbiettivi in determinati momenti, e questo è certamente vero. Tuttavia una tattica è tale, e soprattutto diventa efficace, nel momento in cui si trova inserita in un contesto che la giustifichi e la determini, che ne fornisca insomma le condizioni di possibilità, che la renda operativa in senso fattuale. Una tattica acquista senso solo se inserita in un contesto concreto. Ora, il fenomeno si è presentato ed ha mostrato tutta la sua ragion d’essere in un momento storico e culturale ben preciso, con le sue caratteristiche e i suoi particolari tipi di conflittualità, latenti e non, con le sue emergenze, i suoi miti, i suoi tabù, le sue paure e tutto un immaginario simbolico suo proprio. Ho deciso quindi, consapevole che possa essere ritenuta da alcuni un’operazione arbitraria, di considerare l’argomento non solo come tattica, più o meno utile ed efficacie momento per momento, ma come l’emergere di una metodologia d’azione che sul piano fenomenologico esprime diverse caratteristiche che si ripresentano, tratteggiabili e riconducibili nelle loro linee generali a diversi aspetti della società contemporanea nel suo insieme. Ho deciso quindi di trattarlo come fenomeno determinato in parte da ragioni di tipo sociale e culturale. Il primo problema da affrontare è che, così come il contesto che lo determina, ovvero il mondo occidentale contemporaneo, il black bloc sembra essere rimasto in buona parte incompreso. I detrattori all’interno del movimenti sociali sono molti. Le principali motivazioni sono piuttosto prevedibili, e possono essere ricondotte (semplificandone al massimo la diversità e l’eterogeneità) al minimo comune denominatore del danno d’ immagine: “non mi interessa se rovini una banca, ma cosa penserà la gente di noi?”. Questo tipo di critiche mettono l’accento sulla sostanziale miopia strategico/politica dei fautori del black bloc: uno sfogo momentaneo che non servirebbe a nulla, anzi dannoso, privo di orizzonte politico e di progettualità. L’atto, nei detrattori interni non viene percepito come in sé deprecabile, ma appunto considerato dannoso per via degli effetti negativi che produrrebbe, e viene specificamente paventato un danno sul livello della efficacia comunicativa, dell’immagine appunto. Alcuni (tra cui Pino Tripodi, se non ricordo male) hanno definito alcune espressioni del fenomeno come pre-politiche, anche per il mancare nella loro struttura di una strategia a lungo termine e di una consapevolezza “oggettivata” del proprio essere e del proprio agire. Questo, a mio avviso, può essere vero solo intendendo questo termine in senso molto stretto, essendo di per sé difficile, specie in tempi come i nostri, definire a chiari linee cosa sia “politico” e cosa non lo sia. Cercherò invece nel corso di questo breve lavoro di definirlo, con una terminologia lacaniana della quale mi servirò per tutto il corso dell’analisi, più che pre-politico, come pre-linguistico. Viene ad ogni modo da molti sentito come un danno enorme, creatore di una voragine comunicativa profonda tra noi e il “mondo esterno”, e questo per il fatto che la risposta dei più, ogni volta che il fenomeno si manifesta, sembra essere quella di un’indignazione forte, una reazione nevrotica, che mi chiama alla mente quella di un bambino che pesta i piedi per terra e piange in modo scomposto e ossessivo.

Come mai avviene questo?

La risposta più semplice potrebbe puntare sull’inefficacia della violenza come veicolo comunicativo. La violenza viene deprecata e suscita un forte moto di spavento e di indignazione morale nella popolazione. Ma per rispondere a questa domanda in modo più soddisfacente, e soprattutto per iniziare l’analisi in modo sistematico, bisognerebbe forse riflettere, con uno sguardo ravvicinato, sugli obbiettivi colpiti dal cosiddetto black bloc e il posto che occupano nell’immaginario collettivo della nostra società di capitalismo avanzato, che chiamerò, per fare economia di termini, neomoderna1.

Il Black Bloc come violatore di tabù sociali

Non è mia intenzione fare qui una genealogia del fenomeno black bloc così come si è manifestato concretamente in diversi luoghi e tempi, analizzandone la storia e le origini. È un’operazione complessa che in questa sede sarebbe troppo lungo affrontare. Proverò solo a notare che il fenomeno, nelle sue manifestazione e nella sua collocazione storica, sembra rientrare con pieno diritto di cittadinanza nell’orizzonte antropologico della società spettacolare contemporanea. Quella società strutturata economicamente sul terziario avanzato e l’economia finanziaria, e che basa buona parte del suo funzionamento sull’accumulo consumistico di immagini intercambiabili e sempre inconsistenti. Il black bloc sembra porsi come reazione spettacolare a una società basata sull’accumulo di spettacoli: una cultura a-storica, senza passato e senza futuro, che basa buona parte del suo funzionamento sul soddisfacimento immediato di impulsi di godimento consumistico, che verrebbero disturbati dalla presenza di una consapevolezza storico-sociale, di un legame profondo e radicato con l’ambiente e la comunità, dall’emergenza di un soggetto dotato di senso in un contesto dotato di senso2. Da qui l’astoricità, l’assoluta mancanza di consapevolezza di sé e della sua posizione nel divenire storico dell’uomo moderno in occidente. Noterò subito un’altra caratteristica del mondo neomoderno che reputo fondamentale per comprendere l’emergere del fenomeno black bloc: il suo essere totale, di non contemplare l’Altro come necessario e indispensabile al suo divenire. Di aver schiacciato ogni concreta possibilità fisica, culturale, simbolica, estetica di porsi in antitesi, di essere Altro, di emergere come Altro, con un proprio immaginario indipendente e un diverso orizzonte simbolico. Già Pasolini, a suo tempo, ci aveva visto bene3. Ci arriverò.

Proverò ora a descrivere il fenomeno nei tratti essenziali dei suoi obbiettivi.

Il b.b. nel suo modo di manifestarsi è di certo irrazionale, caotico, magmatico, eterogeneo e tentacolare. Ma lungi dall’essere espressione di una furia cieca e incontrollata, come viene faziosamente descritto, salta subito all’occhio come gli obbiettivi di quel mare nero siano tutt’altro che sconclusionati e privi di soggiacente consequenzialità logica: negozi e automobili di lusso, filiali di banche, teleschermi, cartelloni, totem e stand pubblicitari, telecamere e giornalisti: durante i disordini del primo maggio di Milano del 2015 si potevano vedere una Mercedes e un Discovery bruciare in mezzo una Fiat 500 perfettamente intatta. Vorrei partire rivolgendo uno sguardo proprio agli effetti che produce la presa di mira di questi obbiettivi sulla sensibilità collettiva. Dicevo che, più che un normale moto di indignazione morale di fronte alla violazione di un precetto etico, la reazione dei più quando il black bloc si manifesta e attacca in modo spettacolare i suoi obbiettivi assomiglia a quella di un nevrotico quando si vede scoperchiato un interdetto psichico che si era inconsciamente posto. Egli piange, strilla, batte i piedi per terra se un desiderio inconscio che non può accettare e che ha bloccato nel profondo del suo essere, investendo energie psichiche molto consistenti, viene scoperchiato e portato alla luce. Egli tenta di ricacciarlo giù con una reazione violenta e inconsulta. Assomiglia, per dirla in altri termini, alla reazione suscitata nella storia degli uomini dalla violazione di un tabù. Freud è stato il primo a mettere in evidenza come, su un piano psicologico, i tabù storici e culturali siano per lo più caratterizzati da una forte ambivalenza emotiva da parte di coloro che vi sottostanno. Dal binomio generale attrazione-repulsione, dove uno dei due termini, a livello pulsionale, è inconscio, ma entrambi convivono all’interno della stessa dimensione psichica. Ognuno porta dunque in egual misura, nei confronti del tabù, rispetto e timore “sacro” e forte desiderio di trasgressione. Anzi, senza questo impulso negativo inconscio il tabù non avrebbe senso di esistere: se non si manifestasse nessun desiderio di compiere una determinata azione, non ci sarebbe infatti nessuna necessità di impedirla con una costrizione sociale. Ora, questo tipo di ambivalenza è tipicamente legato nella storia dei popoli al campo semantico della sacralità. Il tabù si collocherebbe quindi sulla relazione che si instaura nel soggetto sociale tra riverenza, “terrore sacro” per dirla con Freud, e desiderio di violazione e distruzione, dove uno dei due poli è dominante su un livello razionale, l’altro, il secondo, confinato nell’inconscio collettivo. Il tabù, per Freud, è quindi caratterizzato dall’interdizione sociale di uno dei due termini dell’ambivalenza emotiva, quello inconscio, l’impulso di violazione e di distruzione, attraverso il meccanismo del “terrore sacro”.

Citerò direttamente un passo che mi sembra esemplificativo di ciò che voglio arrivare a dire:

«È altrettanto chiaro perché la violazione di determinati tabù costituisce un pericolo sociale che deve essere punito o espiato da tutti i membri della società, se si vuole evitare che rechi un danno a tutti. Questo pericolo esiste davvero se ai moti coscienti sostituiamo le voglie inconsce. Esso consiste nella possibilità di imitazione, in seguito alla quale la società cadrebbe presto in preda alla dissoluzione. Se gli altri non punissero la trasgressione, dovrebbero rendersi conto che desiderano compiere le stesse cose compiute dal trasgressore»4.

Esiste quindi, nella reazione collettiva alla violazione di un determinato tabù, una fobia del contagio. Si può dire quindi che la violazione costituisca, sempre per dirla con Freud, un’esperienza perturbante, un ritorno del rimosso o di ciò che si credeva superato, che crea tempesta nel nostro ordine psicoemotivo e ci costringe a dover ricollocare e ricostruire delle mattonelle del nostro appartamento mentale ed emozionale che vengono scombussolate. «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». All’emergere, quindi, al ritorno in superficie di ciò che abbiamo rimosso e credevamo superato, che si ripresenta in modo violento e inaspettato e crea delle interferenze con il nostro ordine psicoemotivo, con la nostra fortezza di sicurezze che lentamente abbiamo costruito mattoncino su mattoncino. Ora, da Marx a Pasolini, a De Martino, a Lacan e i lacaniani, al Situazionismo e la Critica Radicale, c’è un’immensa letteratura che mostra, nella società occidentale moderna e neomoderna, come il posto del sacro sia passato ad essere occupato dall’immaginario religioso tradizionale al feticismo dell’oggetto, della merce e dello spettacolo. L’oggetto di consumo è stato inconsciamente rivestito di sacralità. Il simbolico è sempre stato l’espressione significante del sacro. Il sacro parla attraverso il simbolo, il simbolo a sua volta diviene portatore di sacro e l’ambivalenza emotiva si riversa nell’orizzonte simbolico: sputare su un lenzuolo chiuso in una teca sul tavolo di casa mia susciterebbe per lo più qualche reazione di schifo, o di straniamento; sputare su un lenzuolo chiuso in una teca sotto la cappella del Guarini a Torino susciterebbe un grosso moto di indignazione della sensibilità collettiva dei credenti.

Quali sono dunque i simboli “sacri” della cultura neomoderna?

Riccardo d’Este ci vede giusto: il supermercato, la filiale di una banca, l’automobile di lusso, l’oggetto di consumo, le telecamere, l’apparato pubblicitario e il sistema mass-mediatico nel suo insieme5. E sono questi gli obbiettivi più comuni del black bloc, quelli che saltano subito all’occhio. E gli obbiettivi “sacri” colpiti sono talmente chiari e semplici da interpretare, che per mistificare di nuovo il tutto, per cicatrizzare questa ferita simbolica, servono settimane di bombardamento mediatico, reazioni di indignazione profonda, serve mobilitare tutto l’armamentario disponibile per ricostruire l’immaginario simbolico insidiato pericolosamente da questa esperienza perturbante. Secondo Freud, per poter ricostituire la calma dopo la violazione di un tabù, almeno per un certo periodo il violatore deve essere annullato, distrutto fisicamente o simbolicamente, in ogni caso reso innocuo e inoffensivo; bisogna tramutare il desiderio di emulazione inconscio in rabbia da riversare sul trasgressore, che consenta di espiare il desiderio di imitazione stesso e riportare l’equilibrio sociale. Sarebbe troppo ingenuo credere che giorni e giorni di prime pagine, talk-show, telegiornali, presentatori televisivi ossessionati dall’argomento ogni santa volta che il black bloc si manifesta, anche in episodi di minima rilevanza concreta, siano dovuti semplicemente all’esplosione di un’indignazione di tipo morale. Servono invece a ricostituire l’orizzonte simbolico violato, a espiare e reprimere il desiderio di imitazione suscitato dal tabù infranto. Servono a ricreare e rafforzare l’interdizione. Ecco perché anche certi eventi tutto sommato insignificanti, per nulla realmente pericolosi per l’ordine sociale (mi sovviene che ad esempio, nel famigerato primo maggio 2015 a Milano, le macchine bruciate si contassero sulle dita di una mano, qualcosa come due o tre al massimo), suscitano tutto questo tram-tram mediatico. E’ una questione di sensibilità collettiva, è il simbolico che viene chiamato in causa. Il black bloc attacca i simboli sacri della società neomoderna. E la società neomoderna reagisce e si difende con una forte e aggressiva stigmatizzazione del trasgressore, del soggetto deviante.

Il black bloc come discorso dell’Altro che si esprime nell’inconscio

Lacan ha definito l’inconscio come «quel discorso dell’Altro in cui il soggetto riceve, nella forma invertita che conviene alla promessa, il proprio messaggio dimenticato»6. Il senso del capitale divenuto totale, è che ha schiacciato completamente ogni reale discorso dell’Altro, ogni riconoscimento dell’Altro come qualcosa di indipendente dal soggetto. Quello che caratterizza il capitale contemporaneo è un rapporto autoreferenziale con l’altro piccolo, nell’algebra di Lacan definito come a, l’altro come espressione biunivoca dell’immagine del proprio io, prodotto dell’io e dalla quale a sua volta l’io viene prodotto, in cui lo stesso si riflette e si riconosce. L’Altro autonomamente dotato di senso non esiste, per il capitale non può esistere: tutto ciò che quest’ultimo colloca nel suo immaginario e nel suo orizzonte simbolico è qualcosa di direttamente legato all’ideale che ha di sé, alla sua ideologia. L’Altro non trova posto. L’Altro ne è escluso. Credo che da questo nascano buona parte delle nevrosi e delle depressioni, delle sindromi narcisistiche e individualistiche che si manifestano nel mondo contemporaneo. Quel minchione di Steve Jobs ha involontariamente mostrato come l’ideologia capitalistica post-duemila si basi perlopiù sul rifiuto dell’Altro. Il mito impossibile del soggetto che si fa da solo. Ora, ci si può dimenticare che l’Altro ci sia, fare di tutto per escluderlo in modo nevrotico dal proprio orizzonte simbolico e referenziale, ma non si può cancellarlo, impedire che esso esista. L’Altro ritorna sempre, appunto, come discorso dell’inconscio. Il messaggio del b.b. può essere quindi considerato una sorta di messaggio dall’al di là del discorso dell’Altro. In un mondo che ha dedicato la massima parte delle sue energie per schiacciare l’Altro nei meandri oscuri della propria costituzione inconscia, di renderlo innocuo laggiù, l’Altro si manifesta sotto forma di crisi di nervi.

Mutuo soccorso”, concetto chiave su cui si è basata una tradizione pluricentenaria di teoria e pratica rivoluzionaria, scritto sul muro di una banca in fiamme con l’inchiostro colante e nero di una bomboletta spray durante i disordini del 1 maggio 2015 di Milano: l’Altro negato che rivendica il suo diritto di esistere. In questo senso il black bloc, come discorso dell’Altro che viene direttamente dall’al di là dell’inconscio, è pre-linguistico, è puro Es. Non parla, si mostra per immagini e per impulsi significanti, non è castrato, non è soggetto. E’ L’Altro che emerge, si mostra, sconvolge tutto il nostro orizzonte simbolico e immaginativo e scopare. E’ il fantasma del padre di Amleto che gli indica una verità inconscia che non vuole sentire. E’ il fallo lacaniano che si mostra nella sua essenza. Il b.b. è una piccola crisi di nervi del sistema sociale dello spettacolo che agisce, si muove, utilizza i mezzi propri della società dello spettacolo stessa. Il suo essere spettacolare non è un difetto, è un tratto imprescindibile della sua struttura e della sua costituzione. Il b.b. acquista tutto il suo senso, tutto il suo valore, tutto il suo potenziale e anche tutto il suo interesse dall’essere indissolubilmente legato alla società dello spettacolo da cui proviene e di cui sconvolge l’immaginario con un atto perturbante.

E si è detto che da qui nasce tutta la reazione di indignazione e repulsione della comunità sociale, amplificata dal sistema mediatico in senso difensivo. Tutto ciò, lo si è detto, è provato dal fatto che gli obbiettivi del blocco sono talmente facili da individuare e da interpretare, talmente parlanti, che per mistificarli si mobilita tutto l’apparato mediatico e culturale. I danni che il b.b. si lascia alle spalle sono, se paragonati alla risonanza mediatica, tutto sommato modesti: le banche ed i supermercati sono assicurati, e con ogni probabilità i proprietari dei Discovery e dei Mercedes incendiati anche. Le vie “devastate” di solito si limitano a qualche crocevia del centro o di aree già comunque fortemente delimitate e presidiate dall’apparato poliziesco, i limiti del quale raramente il b.b. riesce ad infrangere. E qui casca un’altra cantilena sentita e risentita, l’inefficacia strategica: il black bloc non infrange quasi mai il confine-limite imposto dalla pianificazione poliziesca non solo per un impedimento oggettivo, per uno squilibrio nel rapporto di forze tra lui e l’apparato difensivo che il neomoderno mette in campo, ma anche e soprattutto perché non è questo il suo obbiettivo profondo. Il suo obbiettivo non è vincere una battaglia, tenere una piazza, mettere in fuga cordoni di celere, sfondare barriere e limiti imposti. Questi sono tutti mezzi. Il fine profondo, ultimo, sostanziale, è quello di sconvolgere con un atto violento l’orizzonte simbolico della società dello spettacolo, di lanciare un messaggio totale e perturbante dall’ al di là dell’Altro, dal mondo dell’Altro, che costringa l’avversario a ricostituire il suo sistema significante. L’obbiettivo fondamentale è quello di creare una perturbazione, di aprire uno squarcio, una voragine temporanea (per il fatto di non essere abbastanza forte e reiterato da riuscire a crearla permanente) tra il sistema significante del capitale e il sistema significante dell’Altro riemerso. Questo è il suo scopo fondamentale.

Il meccanismo di difesa del neomoderno

Da tutto ciò ovviamente il neomoderno deve difendersi. I metodi per fare ciò cambiano di epoca in epoca. Uno di questi, semplicissimo, è rimasto immutato dalla notte dei tempi: la squalifica del ridicolo. Chi ha seguito da vicino i fatti del 1° maggio 2015 di Milano ricorderà certamente la figura di Mattia Sangermano, quel povero ragazzo che la macelleria mediatica, quella davvero violenta e senza scrupoli, se non ha portato a un passo dal suicidio è stato solo per un caso fortuito e forse per la sua personale forza interiore. Questo poveretto non ha fatto altro che esprimere di fronte alle telecamere la cosa più semplice, più cristallina e più coerente che si potesse dichiarare in quel contesto, ha reso esplicito quello che tutti stavano implicitamente dicendo: in un mondo così, se non bruci una banca sei un coglione. Il suo dramma è stato solo quello di significare, di rendere linguaggio, di oggettivare, di portare al di qua del muro del linguaggio qualcosa che, per potersi esprimere pienamente, per poter essere, necessita in modo imprescindibile di manifestarsi come pre-linguistico, al di là del linguaggio. Nel momento in cui diventa linguaggio, in cui diventa significante, in cui si oggettiva, cessa di essere totale, deve riconoscere l’Altro, torna ad essere dialogico e parziale, torna ad essere conflitto e cessa di essere violenza, e di nuovo viene schiacciato perché storicamente troppo debole. Tia Sangermano ha oggettivato, ha reso linguaggio, ha significato, ciò che doveva restare espressione pura dell’Es collettivo, che doveva restare immagine e simbolo. Questa è stata la sua croce. Ed è forse questa necessità che volevano esprimere alcuni ambienti radicali con i loro appelli al silenzio dopo i fatti del 1 maggio 2015, a mio avviso un po’ grossolani e fastidiosamente misticheggianti, che avevano tutta l’aria di riprodurre in senso positivo quel freudiano “terrore sacro” del tabù violato. Ricordo, in questo senso, una trasmissione di Radiocane7. Ma è comunque interessante come questi appelli chiamassero in causa, più o meno consapevolmente, la necessità di non snaturare il senso di ciò che era avvenuto, di non rendere linguaggio ciò che doveva significarsi per altre vie. Di non far divenire parziale e opinabile ciò che doveva, per poter esistere, rimanere totale, rimanere Es. E, tornando al discorso, prima di Tia Sangermano qualcuno che ormai ha passato i venticinque anni ricorderà il romano “Er Pelliccia”. Questi poveri ragazzi, vere e proprie vittime sacrificali, vengono pescati regolarmente dall’ingegneria mediatica e gettati nel ridicolo a scopo espiatorio e auto-difensivo: “guardateli, sono tutti come lui, sono quattro deficienti, quattro figli di papà viziati che si annoiano, che vadano a lavorare”. “Ah! meno male! Fiuuu, e io che stavo per pensare fossero pericolosi, o che addirittura stessero facendo qualcosa che, in fondo, io che lavoro in ufficio per quaranta ore alla settimana con un capo nevrotico e una moglie depressa, vorrei fare”.

Ho scritto altrove che questa totalità del capitale con i suoi effetti di isolamento, solitudine, ansia, depressione, nevrosi, produce malessere che si manifesta per lo più in modo irrazionale, e irrazionale, di pancia, non può che essere la risposta8. Mi sembra che il sintomo del b.b. sia esemplificativo di questa tendenza: l’ambivalenza emotiva nei confronti di questo “sacro”, nei confronti degli idoli postmoderni che non fanno altro che produrre isolamento e alienazione, è molto forte, e il desiderio latente di rigetto molto diffuso e pericoloso. La necessità di tutelarsi da questo rischio è per il neomoderno molto sentita. Ecco quindi lo Stigma, la reazione insulsa e nevrotica a scopo autodifensivo. E’ proprio del nevrotico l’investimento di immense energie mentali per reprimere dei moti pulsionali inconsci che rischiano di esplodere, per questo motivo, in modo patologico. «Noi non sappiamo se la prossima rivoluzione avrà la forma di una crisi di pianto collettiva»9 ha scritto il Comitato Invisibile con una calzante espressione. Una crisi di nervi ci salverà? A ogni modo la denigrazione, nella storia dei popoli, è sempre stato uno dei mezzi più usati per annullare questa ambivalenza emotiva, per espiare desideri inconsci di imitare qualche trasgressore, o per rendere innocuo l’ Altro percepito come minaccioso. Questi personaggi, narrati come grossolani, stolti, stereotipati e ridicolizzati al livello di giullari nel baraccone dello spettacolo, hanno esattamente questa funzione: espiare i desideri di imitazione e renderli innocui, ricostruire l’ordine psicoemotivo scombussolato da questa esperienza perturbante. In questo senso hanno il ruolo di vittime sacrificali. Elemento di interesse in questo senso è che questi personaggi, quasi sempre, alla fine si pentono. La storiella del pentito che si redime pubblicamente ed espia le sue colpe, seguito da un generale moto affettuoso e paternalistico di perdono da parte della comunità oltraggiata è un altro grande evergreen. Anche questo è un classico della storia dei popoli, l’esempio più conosciuto ha fondato una religione bimillenaria: proietto sul redentore-colpevole tutti i miei impulsi di morte, direbbe Freud, i miei desideri inconsci di imitazione, e una volta che ha pagato ed espiato le sue colpe, e soprattutto le mie, e una volta che è tornato ad essere innocuo, lo reintegro nella comunità oltraggiata con gran piacere e un gran senso di gratitudine per aver pagato anche per me. Le lacrime di Er Pelliccia al telegiornale, le scuse pubbliche e commosse di Tia Sangermano, la comunità buona che perdona e riaccoglie con commozione e comprensione le sue pecorelle smarrite, dopo averli denigrati, bistrattati, ridicolizzati e umiliati per giorni davanti a milioni di persone, su tutti i telegiornali del paese (c’è gente che, ripeto, si toglie la vita per molto meno), è un altro fattore altamente esemplificativo: in fondo ragazzi buoni ma deboli, deviati da dei teppisti. E poi ancora le meno interessanti invettive: teppisti, vagabondi, barboni, violenti, criminali, drogati. O le più subdole detrazioni sul piano della legittimità sociale: figli di papà, borghesi, mantenuti, nullafacenti. Il sistema culturale, insomma, distrugge e annulla il violatore del tabù per poter ripristinare la serenità e l’equilibrio, e lo riassorbe dentro di sé con un atto cannibalico dopo averlo distrutto, lo cannibalizza per espiare i propri desideri inconsci10.

Considerazioni conclusive

«Una volta sfuggito al disgusto e ignorata la nausea

e dominate quelle fobie che hanno acquistato la forza del tabù,

c’è ancora tantissima vita da accogliere dentro di sé».

Philip Roth, Patrimonio, una storia vera

Ho provato prima a ipotizzare che se lo squarcio che la pratica del black bloc apre nell’immaginario simbolico collettivo tardo-capitalistico fosse mantenuto a lungo e reiterato, e se buona parte del mondo antagonista smettesse di scappare via con la coda tra le gambe ogni volta che il fenomeno si manifesta, mostrando lo stesso identico “terrore sacro” del resto della comunità, ma rispondesse in modo compatto e aggressivo a sua volta, si potrebbe ricreare un immaginario perduto rivoluzionario, che adesso è legato a feticci privi di significato alcuno, attraverso lo sviluppo di una polarizzazione di due nuove istanze tra loro in conflitto. Un fenomeno rappresentativo di questo processo è quello della riabilitazione semantica. Termini inizialmente nati in ambienti avversi a un determinato movimento sociale o culturale spesso nella storia sono stati riabilitati positivamente dai fautori del movimento stesso in senso provocatorio. “Barocco”, “giacobini”, “Dada”, “sanculotti”, lo stesso termine “socialisti” e così via. Certo per farlo è necessario polarizzare due istanze antagonistiche in modo che una rifletta nell’altra il riconoscimento di sé, del proprio essere e del proprio divenire.

Il b.b., invece che restare violenza sporadica e totale, deve farsi, come pratica, veicolo di conflitto11, deve tornare ad essere linguaggio, deve, dopo aver creato una crisi perturbante in superficie, dal mondo del simbolico e dell’Es, oggettivarsi in linguaggio, mutarsi da in sé a per sé, divenire discorso, desiderio cosciente, affermarsi come immaginario significante. Attraverso l’esperienza perturbante reiterata, la reiterazione dell’apertura dello squarcio nel mondo simbolico capitalistico e della crisi di nervi, deve riuscire a costruire, attraverso questo stesso squarcio, un proprio ordine significante e desiderativo che si costituisca e si riconosca come Altro dal capitale, che si ponga come polo coscientemente opposto alla società neomoderna dello spettacolo e con essa in conflitto. Solo così si potrà, a mio avviso, cominciare a risanare la tanto paventata crisi dell’immaginario antagonista. Per farlo deve, però, non aver paura di accettare la castrazione, di riconoscere l’Altro come soggetto e come interlocutore implicito, farsi punto di contatto tra Es e io, tra moti sociali spontanei e desideri coscienti di cambiamento radicale. E’ stato detto che si tratta di una semplice tattica, di una strategia. Ora, ripeto, può il b.b. come pratica, come tattica, almeno a livello potenziale, farsi veicolo di tutto ciò, porsi questo obbiettivo? Può, con un forte colpo di schioppo o con un’azione di interferenza reiterata, ricollocarsi semanticamente su un polo conflittuale riconosciuto dall’Altro e poter dire: “sì, siamo teppisti, siamo barboni, siamo vagabondi, siamo tutti black bloc, e ci costituiamo come polarità in conflitto con voi, e voi siete costretti a riconoscerci, volenti o nolenti, come tale”?12. Gli sforzi che sono stati fatti di far accettare la pratica violenta, dalla Valsusa ai movimenti urbani, non sono stati altro che tentativi di oggettivare il fenomeno, di renderlo parte integrante del sistema immaginario e significante della mobilitazione stessa, di renderlo linguaggio. Per questo siamo tutti black bloc: il fantasma del padre di Amleto che, umanizzandosi, smetta di parlare per immagini e simboli e si riappropri del linguaggio cosciente. Oggi, per noi, questi riferimenti simbolici antagonisti sono per lo più parole vuote, e il nostro immaginario è povero di sostanza, in putrefazione, buono solo per chi abbia voglia di mettersi addosso qualche abito mentale e comportamentale codificato e rassicurante. E’ ovvio però che per poter ricreare un immaginario altro, ogni volta che il fenomeno si manifesta, la risposta del mondo antagonista deve essere compatta, forte e chiara. Chi inneggia al danno d’immagine, alla catastrofe comunicativa, non fa altro che scappare al suo orticello per paura di prendersi la responsabilità collettiva di quello che avviene in piazza. Mostra solo, in altri termini, tutta la debolezza e la paura di confrontarsi con l’Altro del capitale e dello spettacolo neomoderno, perché percepito come troppo forte. Si comporta come un bambino che scappa in camera e ci si chiude per paura di essere sculacciato dal padre-padrone, che ha provocato e che ora è in preda all’ira. É, ripeto, lo stesso senso di terrore sacro, di colpa per il tabù violato, e anche lo stesso desiderio di autopunizione e autoassolvimento, che si manifesta in tutti gli altri membri della comunità, nulla di diverso.

Bisogna avere la forza e il coraggio di utilizzare invece questa frattura per costituirsi come alterità cosciente, smettere di avere paura della punizione del Grande Altro, del padre adirato. Chi non tenta di farlo in un modo o nell’altro, non aiuta questo difficile e lungo processo. Non fa altro invece che trovarsi a suo agio nel suo immaginario simbolico putrefatto e inoffensivo, perché lì ha trovato il suo tiepido posticino dell’io e dell’idea che ha di sé, il suo appartamento mentale e i suoi codificati, conosciuti e rassicuranti codici comportamentali e relazionali, come un impiegato stanco e stressato che non cambia vita per paura di perdere le sue due o tre comodità alle quali è ormai abituato, delle quali non può più fare a meno, pena la perdita della bussola.

E’ possibile, in ultima analisi, fare tutto ciò?

Ribadisco per l’ultima volta: sono domande aperte, e forse devono rimanere tali. Ma, oltre alla necessità di un’analisi sistematica di un fenomeno così interessante e rappresentativo dei tempi contemporanei, che ha mio avviso doveva essere abbozzata, porsi la domanda di come ricostituire in modo efficace e dotato di senso un sistema d’immaginario e un orizzonte di desiderio legato all’antagonismo politico dei tempi moderni deve restare un problema imprescindibile a chiunque voglia approcciarsi seriamente alla critica radicale del mondo capitalista contemporaneo.

1 Utilizzerò il termine neomoderno, coniato da Riccardo d’Este, per provare a esprimere il complesso economico, etico, culturale, antropologico, psicologico della società post-industriale basata economicamente sul terziario avanzato e sull’accumulazione di spettacoli, da altri definita post-moderna, tardocapitalista, ipermoderna, liquida, spettacolare. Si prendano in questa sede tutti questi termini come pressoché sinonimi, nonostante tutti i possibili e legittimi distinguo e precisazioni.

2 Vedi Guy Debord, La società dello spettacolo (1967), traduzione e cura di Pasquale Stanziale, massari editore, 2008, Bolsena.

3 Vedi ad esempio Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, 1995, Milano.

4 Sigmund Freud, Totem e tabù, concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici (1912-13), Bollati Boringhieri, 2011, Torino, p. 59. Corsivo mio.

5 Riccardo d’Este, Qualcosa, alcune tesi sulla società capitalista neomoderna, Porfido, Torino.

6 J.Lacan, La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Seminario, p. 431. Citato da Joël Dor in «Che vuoi?» Esegesi del grafo del desiderio di Lacan, p.36. http://www.lacan-con-freud.it/1/upload/joel_dor_grafo_del_desiderio.pdf

7 http://www.radiocane.info/segreto-condiviso/

8 Vedi Strumenticritici.blogspot, L’importanza del tornello, http://strumenticritici.blogspot.it/2017/02/limportanza-del-tornello.html

9 Comitato invisibile, Ai nostri amici.

10 Rimando per l’approfondimento al grande classico dell’argomento: Sigmund Freud, Totem e tabù, concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, cit.

11 Recalcati, seguendo Lacan, distingue il conflitto dalla violenza nel senso in cui il primo è riconoscimento dell’Altro, anche se antagonista, come parte integrante e inscindibile del proprio essere e del proprio divenire, la seconda è invece mancanza di riconoscimento, rottura del rapporto, assenza di dialogicità, rifiuto quindi della lingua e del discorso in conseguenza al rifiuto dell’Altro.

12 Non ho avuto il tempo di approfondire, in questa trattazione, la situazione concreta della Val di Susa. Ma è ovvio che, sulla scia di quanto detto finora, costituisce un fenomeno da questo punto di vista interessantissimo.

Dal Batiment A occupato – Università di Parigi 8

Abbiamo ricevuto con piacere questo articolo che racconta l’occupazione in corso dell’Università di Parigi 8 da parte di studenti e migranti privi di permesso di soggiorno. A noi pare che pratiche come questa si inscrivano adeguatamente nella più ampia resistenza antifascista la quale, evidentemente, non è una questione “italiana”.

Parigi: il 30 gennaio 2018 all’alba la polizia irrompe nell’accampamento di Porte de la Chapelle, alla periferia nord della città. Da tempo, sotto un cavalcavia del boulevard periphérique, gruppi di migranti trovano un riparo per la notte. Le retate della polizia sono frequenti: si parla di una “visita” a settimana, durante la quale i migranti trovati senza permesso di soggiorno vengono arrestati e raccolti nei CRA – Centre de Retention Administrative – i corrispettivi francesi dei nostri CIE, per essere poi rispediti nei rispettivi Paesi. Ma quella mattina, mentre la polizia compie il suo puntuale lavoro di rastrellamento, un gruppo di migranti non si trova lì dove avrebbe dovuto essere. Aiutato da un Comité de Soutien – formato da attivisti.e e militanti.e – il gruppo è impegnato ad aprire un’ala dell’Università di Paris 8, con l’intento di occuparne il secondo e il terzo piano. L’obiettivo: installarsi e non muoversi fino all’ottenimento del permesso di soggiorno per tutti. E così accade. Qualche ora dopo la cucina è installata, i dormitori al terzo piano pronti. Un comunicato che annuncia l’occupazione e le rivendicazioni di base viene scritto e mandato alle principali testate giornalistiche; si prende nel frattempo contatto con la Presidenza. I negoziati cominciano: e così inizia una settimana piena di incontri con i responsabili del Consiglio di Amministrazione e dei vari Dipartimenti dell’Università.

I risultati delle prime giornate di lotta fanno ben sperare: la solidarietà è tanta, in molti e molte si pronunciano a favore dell’occupazione. Nell’“accampamento” di Paris 8 si organizza la vita quotidiana e politica in maniera totalmente autogestita. Si susseguono, oltre che ad atelier di filosofia e storia, pranzi e cene collettive, riunioni di soli migranti e assemblee generali per discutere delle rivendicazioni e della gestione della vita quotidiana.

Una delle motivazioni per le quali è stata scelta l’Università di Paris 8, infatti, è la sua storia. Fondata nel settembre del 1968, lo scopo iniziale dell’Università (quando ancora si chiamava “Centre Expérimentale de Vincennes”) era di fornire uno sbocco concreto alle rivendicazioni studentesche del Maggio. Fin dalla sua fondazione è stata impegnata nell’accoglienza di giovani senza permesso di soggiorno, fornendogli lo statuto di studenti, e ha spesso difeso il principio di autogestione e di condivisione di saperi. Certo, oggi il clima è parecchio cambiato. Infatti le trattative con il consiglio d’Amministrazione procedono da più di dieci giorni a fasi alterne; inizialmente, infatti, la Presidenza sembrava guardare all’occupazione quasi favorevolmente, operando diverse concessioni tra cui l’accesso alle docce e la possibilità di trasferirsi in un anfiteatro lontano dall’edificio A. Al rifiuto degli occupanti di trasferirsi – a causa sia della inagibilità dell’anfiteatro come luogo di vita quotidiana sia di questioni di sicurezza anti-sgombero –  la Presidenza ha risposto con un radicale cambiamento di tattica, indossando la maschera della vittima: ha accusato gli occupanti di aver rifiutato la sua “proposta ragionevole”, nel mentre cercava di mantenere un volto “umanitario e comprensivo”. Infine ha negato l’accesso alle docce e minacciato di far intervenire la polizia. Una settimana dopo l’inizio dell’occupazione, non avendo portato a niente i numerosi incontri con i vertici dell’università, le tensioni tra il gruppo di occupanti e il Consiglio di Amministrazione sono andate sempre più montando. Fino ad arrivare a giovedì 8, giorno in cui la Preside ha deciso di dichiarare la chiusura dell’Università per l’intero fine settimana a causa di un apparente “guasto al riscaldamento”. Inoltre l’arrivo di una commissione di igiene e sicurezza pubblica – accompagnata da un agente della polizia in borghese -, incaricata di accertare l’agibilità o meno dell’edificio ha portato lo scompiglio al secondo piano dell’edificio A. È evidente il tentativo di far leva sui meccanismi di burocrazia spicciola: la scusa della sicurezza è, come già successo molte volte in passato in situazioni simili, usata come grimaldello per scardinare l’occupazione.

Per ora i negoziati sono in stallo; ciononostante l’occupazione continua a ricevere abbondanti aiuti e visite anche durante il fine settimana, mentre l’università è chiusa, e anche il sostegno diretto e indiretto da parte del personale dell’ateneo non è mancato. Durante la settimana precedente, più della metà dei Dipartimenti dell’università (tra cui quello di Danza, Arti plastiche e Filosofia) hanno votato un comunicato in sostegno dell’occupazione e contro l’intervento della polizia. Alcuni “uomini e donne di cultura”, inoltre, si sono pronunciate in favore dell’azione e contro le politiche del governo Macron. Questo il link della tribuna pubblicata sul giornale “Libération”.

L’occupazione continua, quindi. Una crepa aperta tra i muri dell’Università della Selezione e, al contempo, un luogo di incontro, di organizzazione e di lotta tra persone di diversissima provenienza culturale e politica. Mantenere aperta questa crepa significa accumulare, giorno dopo giorno, potenzialità sovversive e al contempo mettere in risalto, per farle esplodere, alcune gravi contraddizioni del sistema capitalista in Europa. Queste sono alcune delle ragioni che ci portano a pensare che all’Università di Paris 8, come in tutta Europa, siamo all’inizio d’una partita d’importanza storica che vede come protagonisti persone migranti e rivoluzionari, uniti.e nella battaglia contro il fascismo e il razzismo. Per farsi un quadro generale della situazione italiana al riguardo, consigliamo la lettura di un opuscolo prodotto in comune dalla Calusca, dall’Assemblea della Statale e da NoBorders Milano. Questa pubblicazione, molto ben fatta, si intitola “Minniti e il suo mondo” ed è disponibile presso Calusca City Lights, in via Conchetta 18, a Milano.

Per contatti:

libreria.calusca@yahoo.it

Facebook: Assemblea della Statale

Facebook: No Borders Milano

Di seguito riportiamo il primo comunicato scritto dagli occupanti:

La nostra occupazione si inserisce all’interno del movimento protesta generale contro le indegne politiche migratorie europee e nella continuità delle occupazioni delle università di Grenoble, Lione, Nantes e altre città. Migranti, associazioni e solidali si stanno mobilitando contro il trattamento disastroso delle persone migranti in Europa. La politica migratoria europea continua a promuovere razzismo e violenza. Il regolamento di Dublino è responsabile dell’espulsione delle persone migranti alla periferia dell’Europa e le costringe a dormire per le strade e soffrire il freddo, oltre che a subire le violenze della polizia. Nei prossimi mesi, il governo francese emanerà la legge “Asilo e immigrazione”. Con il pretesto di migliorare l’accoglienza di una piccola percentuale di persone che ottengono asilo, questa legge condanna ancora la maggioranza degli esiliati alla deportazione, al confinamento o alla clandestinità. Il 17 Marzo ci sarà una marcia di solidarietà in Francia. Ci uniamo alle università di Lione e Nantes. L’università deve essere uno spazio politico aperto a tutti. Contro l’università elitaria e selettiva che ci promette il governo, difendiamo un’università libera e collettiva: un luogo di resistenza che fa eco ai luoghi occupati.

Chiediamo l’appoggio di tutte/i voi per aiutarci a denunciare questa politica migratoria francese oppressiva e violenta, che calpesta i diritti delle persone migranti.

Esortiamo a occupare le università e qualsiasi altro luogo, ovunque si possa.

Diffondete !

Contatto diretto delle e degli occupanti: paname-solidarite@riseup.net

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Lunatico Febbraio

di Bianca Bonavita

Tanti sono i prodotti giocosi e i cosmetici erotici

che si possono acquistare on line,

ma è meglio dare qualche suggerimento mirato.

Soprattutto guardando il lato eco-friendly, bio e veg.”

Bettina Zagnoli, sensual coach su Vivere Sostenibile di Febbraio 2018 (mensile bolognese che si occupa di Ambiente, cibo, comunità, transizione e resilienza”)

Soprattutto guardando il lato eco-friendly, bio e veg appare ormai chiaro che nell’era della sostenibilità è il nostro stesso vivere a risultarci insostenibile.

Sopportare la cifra di questa apocalisse è insostenibile.

Insostenibili sono le parole che uccidono ogni scelta controcorrente e potenzialmente pericolosa e destituente.

Insostenibili sono i discorsi sulla sostenibilità e sulla resilienza, sul benessere e sulle buone pratiche.

Insostenibili sono le esperienze virtuose di cittadinismo, i comuni modello, le start up agricole e la community supported agricolture nel momento in cui inizia a definirsi tale.

Insostenibili sono la transazione e l’Italia che cambia, i corsi di permacoltura a pagamento, i nuovi modelli sociali ed economici, l’agri-fitness e i beni comuni.

C’è un piccolo borgo ancora in vita sulle terrazze liguri in cui i pochi abitanti rimasti, che peraltro si mal sopportano quando non si odiano l’un l’altro, hanno costruito un piccolo acquedotto che a monte del borgo intercetta le acque di un torrente per portare acqua irrigua a tutte le terrazze. Ogni anno dedicano alcune giornate di lavoro collettivo alla manutenzione di questo strumento conviviale di vitale importanza. Nessuno di loro si sogna di chiamare l’acqua del torrente o l’acquedotto che hanno costruito un bene comune. Lo fanno e basta, senza parole, senza proclami o definizioni, a volte senza nemmeno parlarsi. Forse in cuor loro sanno come dice Jacob Von Gunten che è necessario che le grandi imprese si compiano sotto il velo del più assoluto silenzio, altrimenti si infiacchiscono, e il fuoco che già sprizzava vivo torna a spegnersi.

Febbraio è tempo di febbre e di purificazione, non a caso il suo nome viene da februus, purificante. In questo mese è bene starsene a letto, mangiare tarassaco e aspettare la primavera. Anche la terra ha la febbre e se ne dovrebbe stare rintanata sotto una coperta di neve, ma non sempre il cielo provvede e allora si ammala sempre più di secchezza e d’estate tutti gridano all’emergenza siccità. È come se per prepararsi a rivivere la primavera, la vita che rinasce, si dovesse passare ogni anno attraverso una piccola morte, la malattia, la purificazione. Anche la quaresima in fondo è questo, un limbo che prepara la resurrezione delle gemme sugli alberi. Nel campo continuano le potature ed è forse il momento ideale per trapiantare nuovi alberi da frutto. L’orto è praticamente morto, solo qualche sparuto cavolo resiste. Non appena la terra sia un po’ asciutta è decisamente tempo di stendere il letame per prepararla alle lavorazioni di marzo. Verso fine mese si può provare a trapiantare in pieno campo bietole, spinaci e cicorie. Le galline si sono risvegliate dal torpore invernale e hanno ripreso a buon ritmo a fare uova. Gli asini iniziano ad essere un po’ stanchi della melma. Sul grande olmo vive da un po’ di settimane uno stormo di cinciallegre che non si sa bene cosa becchino in mezzo all’incolto, probabilmente semi di chenopodio. Continua anche per tutto il mese il taglio della legna per l’anno prossimo. Attenzione ai vicini appena andati in pensione! Potrebbe essere che si adombrino e che interpellino un geometra per ridefinire i confini su una riva a causa di un’acacia tagliata che forse si trovava qualche centimetro troppo vicino alla loro proprietà privata. In cantina si può iniziare a imbottigliare il vino nuovo in luna calante anche se forse è meglio aspettare marzo. Febbraio è il momento migliore per pensare all’orto che sarà, a dove piantare cosa e in che quantità. È il momento di pensare a come procurarsi semi e piantine e per chi ha costruito un piccolo vivaio protetto si può iniziare a fine mese a seminare i primi ortaggi come lattughe, cicorie, bietole, carote, spinaci.

Una volta sfebbrati si potrà tornare a camminare nel campo come se fosse la prima vera volta e come se l’orto passato e le stagioni finite fossero state soltanto il sogno di un febbricitante in deliquio.

Ricetta di guerra: il pane, quando secco o raffermo

Quando il pane te lo sei fatto e cotto tu con quel pezzetto di madre sempre conservata da una volta all’altra, la farina l’hai macinata, le spighe di grano hai mietuto a mano e quasi le conosci una a una, non ci riesci proprio a buttarlo e se lo fai non è di buon auspicio. Quindi, pane secco (300-400gr) in acqua fino a che ritrovi la sua morbidezza, ben strizzato, posto in una terrina e mescolato a piacere con ciò che abbiamo di avanzato: noi, 3-4 cucchiai di passata di pomodoro, capperi tritati, origano, poi se si vuole e si può, uova (un paio), e formaggio grattugiato. Mescolato bene fino a quando la consistenza non sia omogenea, e abbastanza spessa. Mettere in pirofila con olio d’oliva, in forno a 200° per 30-40 min.

Da gustare intervallando ogni boccone con un W l’autarchia!

«Il rivoluzionario è sempre stato un viandante»

di Marcello Tarì

Su Fragmenter le monde di Josep Rafanell i Orra (éd. Divergences, Paris 2018)

Questo articolo è apparso, in francese, su Lundi Matin del 29 gennaio 2018

Questo di Josep Rafanell i Orra è un libro di avventure, un portolano, un invito a gettare via il superfluo ed a mettersi in viaggio, uno per il quale non importa tanto la meta finale quanto ciò che accade durante il cammino. Ma se è vero che l’origine è la meta, allora, che si percorrano mari, terre, cieli, autostrade o carceri, la riuscita si giocherà sempre all’incrocio di quell’itinerario che saremo capaci di fare dentro noi stessi con quello compiuto con Altri: una fuga in me stesso e le armi che raccoglierò nella fuga non saranno altro che gli incontri felici che farò in una vita.

Il contrario di una situazione rivoluzionaria è quando tutto viene considerato «già fatto» e il tempo come «compiuto», cioè quando non c’è più passato e non c’è più divenire e quindi non si vedono più vie d’uscita dal presente dominante.

In altri termini, potremmo dire anche: quando non c’è più mistero. Non c’è più mistero come gesto che salva e non c’è più mistero come linguaggio «imaginale».

Ma se, come ci invita a fare Josep Rafanell i Orra, pensiamo al mondo come un insieme di mondi, o meglio, al mondo in frantumi, allora questo mondo e questo stesso presente prendono la forma di un labirinto dentro il quale errare tra i frammenti è la principale attività del rivoluzionario, il movimento proprio della sua misteriosa praxis.

Come sappiamo dalla notte dei tempi, l’origine del labirinto ne è allo stesso tempo il centro e l’uscita. Il suo scioglimento, che è verticale, può essere raggiunto solamente affidandosi orizzontalmente ad una deriva irta di incontri, tanto pericolosi che salvifici.

Il rivoluzionario erra perché deve battere molte strade, per la maggior parte ignote, ma anche perché è una creatura che assume su di sé il rischio di sbagliare, di fallire, poiché sa che in quella possibilità, contenuta nella duplice significazione dell’errare, consiste la vera libertà: la sua e quella del suo mondo. La libertà dell’esperienza è possibile solamente a questo prezzo, anche se di questi tempi è più facile ci si faccia una polizza assicurativa che ci si arrischi nel labirinto, cioè in quel mondo «diffratto», per usare un termine caro a Rafanell i Orra, nel quale ci si avventura al solo scopo di perdersi.

È uno dei motivi del perché i rivoluzionari sono sempre una minoranza della minoranza, come si intende bene nelle parole della prefazione a Fragmenter le monde, quando il buon Moses ci dice che ogni divenire rivoluzionario comincia con lo sputare sulla totalità esteriore, sull’universalità, sul Tutto, che è sempre quello del comando, assumendo fino in fondo la propria parzialità, facendo il possibile perché questa si diffonda, ma non aspettando mai che tutti condividano la medesima percezione, lo stesso punto di vista, o «punto di vita» come viene detto nel libro. Fu già l’urlo dell’operaismo degli anni ‘60, cioè di quella prima corrente italiana del pensiero negativo che intraprese un conflitto politico sostenendo che solo assumendo radicalmente il punto di vista di parte, della mia parte, posso distruggere la totalità nemica: Marx + Nietzsche = dieci anni di insurrezione.

Ma l’errare, l’essere in itinere, ci ricorda Rafanell i Orra, è importante anche perché: «Al contrario dei tragitti in uno spazio che ci lasciano intatti, le deambulazioni tra dei luoghi trasformano coloro che vi si avventurano». Senza trasformazione di sé, senza porre a rischio la propria esistenza a contatto col mondo, non solo non esiste alcuna esperienza rivoluzionaria, ma non esiste alcuna esperienza in assoluto.

Questa inclinazione a trasformarsi, la capacità di metamorfosi del rivoluzionario, viene proprio dal fatto che egli, per essere tale e non solo un avventuriero, impara dalle sconfitte, le pone in una dimensione strategica e il suo più grande talento, infatti, è quello di fare in modo che nel suo errare non vi siano due sconfitte uguali, ognuna viene resa singolare e finita. Ma è proprio in questo che si rivela la sua forza: la coscienza della potenza dimora esattamente lì dove non è questione di volontà, di onore e di gloria ma dove sperimentiamo la nostra debolezza, la nostra finitezza, la nostra comicità persino. Solamente chi è disposto a questo, riesce a passare attraverso gli ostacoli senza che la potenza ne risulti indebolita: al contrario, ogni volta ne viene accresciuta. La virtù del rivoluzionario riposa nella sua perseveranza.

L’errare nello spazio e nel tempo, nel corpo e nello spirito, è ciò che ci consegna alla prima esperienza della frammentazione: poiché al mondo non esistono e non esisteranno mai né due corpi né due luoghi né due tempi né due anime che siano uguali. Lo splendore del mondo è nelle sue discontinuità.

Difatti, nonostante la forsennata finzione alla quale il capitalismo cerca di costringerci – collettivi di uguali ovunque, un tempo nella fabbrica e oggi nei Mac Do, negli aeroporti, nei palazzi, nelle start-up, negli ospedali, nelle aule scolastiche e, ovviamente, in Internet – basta poco per infrangerla: una bella martellata su di un vetro, una ragazza che inizia inopinatamente a cantare, un bambino che con le dita disegna nell’aria i segni della ribellione, un attacco hacker di precisione, sono gesti sufficienti a far andare in frammenti ogni somiglianza. D’altra parte, lo diceva già il vecchio Lévi-Strauss che sono solo le differenze a somigliarsi. Ma non di differenze che rimandino ad una identità si tratta, ma di frammenti, ciascuno perfetto esattamente nella sua non-identità a sé. Proprio come perfetta è ogni forma-di-vita. Poiché ogni frammento ha potenza di apparire come forma.

Dio non è morto: è andato anche lui in frantumi. Il cosiddetto fondamentalismo non è che la rabbiosa reazione a questa verità, mentre il presunto politeismo dei postmoderni si deve a una ingannevole percezione dello stato del mondo. Dove vi sono frammenti, vedono solo confusione.

I rivoluzionari sono perciò degli instancabili sperimentatori di forme. Ma, trattandosi di forme prive di un telos esterno, è sempre della disponibilità a un viaggio interiore quello di cui si tratta, per breve o lunga sia la distanza percorsa, o che avvenga nell’immobilità. Un viaggio attraverso i propri frammenti e che si ripete, diacronicamente e sincronicamente, da un’interiorità a un’altra interiorità, e non solo di umane fattezze: oggetti, piante, paesaggi, spiriti che affollano le contrade. E voci senza soggetto, come ci racconta Josep. Scoprendo ogni volta che ciascun frammento è in cerca della sua propria totalità, del suo proprio mondo.

Questi mondi entrano in un divenire rivoluzionario non solo per il fatto di essere eterogenei a quello dominante, ma poiché anch’essi trovano il loro possibile nella non-identità a sé. Che la perfezione sia nel frammento e non nel Tutto, infatti, è una di quelle verità che fanno tremare i polsi ai tenutari della Legge. Non la confusione dei frammenti, ma il loro entrare in risonanza in quanto tali è l’ora della destituzione.

Come fare? Uno dei mezzi avventurosi di cui ci parla questo libro è l’inchiesta, «une politique de l’enquête» attraverso cui costruire amicizie, localmente, da singolarità a singolarità, per abitare ed errare insieme in questo luogo che è nel mezzo, nelle fenditure tra frammento e frammento. Una politica dell’inchiesta è dunque una politica dell’incontro, ci viene detto, ed è strano pensare a quanto fosse stata importante nella genealogia dell’autonomia italiana la presenza di un nuovo modello di inchiesta operaia, la conricerca cioè, una politica dell’inchiesta che il suo “inventore”, tra gli anni ‘50 e ‘60, parliamo di Romano Alquati naturalmente, racconta che fu veramente usata in modo massiccio solo negli anni ‘70. Questo spiega molte cose, a mio avviso.

In una frase come questa: «L’inchiesta è forzatamente un affare collettivo. Il ritorno d’esperienza al quale è condotto colui che fa l’inchiesta, la trasmissione, impegna delle comunità che si trasformano riorientando le situazioni che abitano (…) Essa è l’attualizzazione dei divenire contenuti nelle situazioni del presente», risuona la parola divertita di Alquati quando disse, riferendosi alla violenta rivolta di Piazza Statuto del 1962 che diede avvio all’insurrezione italiana: «noi non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo organizzata». Eccolo il mistero dei rivoluzionari.

Un’altra dichiarazione di metodo – da intendersi sempre nel suo significato etimologico, di riflessione dopo un cammino – di Rafanell i Orra è che «non c’è un mondo comune, ma solamente delle forme di comunizzazione». Non solo non esiste un mondo comune in quanto astratta totalità globale, ma non esiste nemmeno il comune. Non c’è né come volontà di un nuovo arché, come pretendono i nuovi sociologi del vecchio gauchisme, né, come vorrebbero i postoperaisti, è qualcosa di sinteticamente identificabile nel presente modo di produzione, per cui si tratterebbe giusto di cambiare gestore per instaurare il comunismo. Si tratta in entrambi i casi di una cattiva metafisica che non può che produrre una cattiva politica. Se è possibile fare una Rivoluzione tramite un colpo di Stato, il comunismo è davvero su di un altro piano di realtà. Persino Lenin ne era consapevole.

Se ciò che esiste sono solo le forme di comunizzazione, ovvero il movimento che destituisce lo stato di cose presenti, allora invece che ad una Rivoluzione una – la quale è tra i principi da destituire – dobbiamo pensare a una molteplicità selvaggia di mondi-frammento che entrano in un divenire rivoluzionario che condividano la stessa nostra irrequietezza nell’errare senza fine. Come si dice più volte in questo testo, non c’è una guerra sociale o una guerra di classe, ma una guerra tra ambienti che, superata una certa soglia d’intensità, diviene guerra tra mondi – e nei mondi, potremmo aggiungere – e la sola possibilità di spuntarla, per i rivoluzionari, è infatti rifiutare la loro unificazione o, come scrive Rafanell i Orra, rinunciare al Grande Altro. Il grido di battaglia che il Comitato Invisibile lanciò qualche anno fa, «Fare delle comuni, ovunque!», credo andasse in questo senso e che non volesse essere un appello a trovarsi dei “collocatari” tra i disperati della metropoli.

«Infine bisogna osare alterare l’umanità del militante politico», ci viene ancora detto. È stato tentato già altre volte, ma se questa alterazione viene intesa in senso piattamente umanistico o anche antiumanistico il risultato sarà sempre lo stesso, ovvero la Rivoluzione come ineguagliabile macchina di produzione di nemici, di nemici interni soprattutto. L’amicizia, la fraternità, la sorellanza, l’amore come potente dinamica non umana – o superumana se vogliamo dirla con Nietzsche, ma è la stessa cosa – della loro organizzazione, è il rimosso di tutte le Rivoluzioni. La vera alterazione procede solamente da questo affetto, ed è per questo che a Marx e Nietzsche dovremmo aggiungere qualche altro personaggio, come ad esempio: il Giordano Bruno del De vinculis in genere, lo spietato amore di Joe Bousquet o l’erotica insurrezionale di Giorgio Cesarano, giusto per restare in Occidente. La cura dei legami, ci dice Rafanell i Orra, di quelle intensità attraverso le quali i frammenti si legano e comunicano tra loro e divengono così sempre più potenti, è la chiave di ogni divenire rivoluzionario. Ma è una chiave inoperosa: non esiste alcuna porta da aprire, nessuna cassaforte da scassinare, nessuna Legge da rispettare o da tradire. Finire di credere nel loro essere, mandare in frantumi la credenza nell’architettura metafisica di questo mondo, è il primo esercizio spirituale dell’Introduzione ad una vita rivoluzionaria. La sua scrittura, discontinua ed errante, è la chiave. Questo di Josep Rafanell i Orra ne è un frammento.

TIQQUN E L’ANONIMATO

di Giorgio Agamben

Trascrizione di un intervento pronunciato, in francese, al Lavoir moderne il 19 aprile 2009.

Nel prossimo mese di marzo, a dieci anni dai “fatti”, verrà celebrato a Parigi il processo che dovrà infine esprimersi sul famoso “affaire de Tarnac”. Come molti lettori ricorderanno, l’11 novembre 2008 una gigantesca operazione antiterrorismo svoltasi su tutto il territorio nazionale francese portò all’arresto di una decina di militanti, con l’accusa di aver sabotato alcune linee ferroviarie dell’Alta Velocità e di costituire un gruppo terroristico. All’indomani si formarono dei comitati di sostegno agli accusati, il primo promosso dagli abitanti di Tarnac, dove all’epoca alcuni degli attuali accusati conducevano la loro vita, sperimentandola in una comune, seguito da decine e decine di altri dappertutto. Azioni in solidarietà furono compiute in vari paesi del mondo. Il libro del Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene, da essere presentato dai giudici come prova di colpevolezza divenne un best seller mondiale – tranne of course in Italia, dove nessun editore “illuminato” se ne volle interessare. Giorgio Agamben fu il primo intellettuale ad intervenire pubblicamente a difesa degli accusati, tra i quali conta dei buoni amici, con una tribuna sul quotidiano Liberation e poi presentando in una riunione pubblica la riedizione di alcuni scritti della rivista Tiqqun da parte della casa editrice La Fabrique, mentre Julien Coupat, che la polizia accusava di essere l’autore de L’insurrezione che viene oltre che dei sabotaggi, era ancora in stato di detenzione. Seguiremo con attenzione “il processo che viene”, per l’intanto pubblichiamo la trascrizione dell’intervento che Agamben svolse su Tiqqun e la vicenda nel quale furono coinvolti Coupat e i suoi amici.

Tra il 1975 e il 1984, nel momento in cui il pensiero politico conosceva una fase di stagnazione, i lavori di Michel Foucault hanno liberato il terreno dai falsi concetti che lo ingombravano. In un corso del 5 gennaio 1983, Foucault riassume la sua strategia in due punti:

– sostituire alla storia del dominio l’analisi delle procedure e delle tecniche di governamentalità;

– sostituire alla teoria del soggetto e alla storia della soggettività l’analisi storica dei processi di soggettivazione e delle pratiche del sé.

Era dunque un chiaro abbandono dei vuoti universali che monopolizzavano l’attenzione dei teorici della politica: la Legge, la Sovranità, la Volontà Generale, etc., a profitto di un’analisi dettagliata delle pratiche e dei dispositivi governamentali. Non più il potere come ipostasi separata, ma delle relazioni di potere, non più un soggetto in posizione fondatrice o trascendentale, ma un’analisi puntuale delle pratiche e dei processi di soggettivazione. Se si vuole comprendere cosa ha significato, quindici anni dopo Foucault, l’apparizione di Tiqqun nel pensiero politico, è da questo contesto che bisogna partire. Se in Foucault vi era un abbandono senza riserve di ogni prospettiva antropologica, all’incrocio tra tecniche di governamentalità e processi di soggettivazione, il suo posto restava quasi del tutto vuoto. O piuttosto, in questa zona vi sono forse queste figure che in un testo straordinario del 1983, La vita degli uomini infami, lui chiama le «vite infami», delle ombre senza volto estratte dagli archivi della polizia, dalle lettres de cachet, sulle quali l’incontro con il potere proietta improvvisamente la sua luce oscura. Credo che la novità di Tiqqun sia nel fatto che operi allo stesso tempo una radicalizzazione e un annodamento delle due strategie, l’analisi delle tecniche di governo e dei processi di soggettivazione che in Foucault forse non avevano trovato il loro punto di giunzione.

Così, se come Foucault ha mostrato in «Microfisica del potere», il potere circola e ha sempre circolato in dei dispositivi di ogni genere, giuridici, linguistici, materiali, per Tiqqun il potere non è ormai altro che questo. Non si erge più di fronte alla società civile e alla vita come una ipostasi sovrana, ma coincide interamente con la società e la vita. Il potere non ha più centro, non è che un’immensa accumulazione di dispositivi nei quali si forma il soggetto, o meglio, come avrebbe detto Foucault, i processi di soggettivazione. Di fronte a questo, il gesto di Tiqqun è quello di legare, far coincidere senza riserva i due piani che le analisi di Foucault hanno separato. C’è un testo pubblicato nel libro [Tiqqun, Contributions à la guerre en cours, La Fabrique 2009, ndr], che si chiama «Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi», in cui è detto molto chiaramente: «Una teoria del soggetto è possibile solamente come teoria dei dispositivi». Se tutta la derisoria ricerca di nuovi soggetti politici, che paralizza ancora la tradizione della sinistra, è così liquidata in un sol colpo, è in questa zona d’indifferenza tra teoria del soggetto e teoria dei dispositivi che si situano i testi che sono lì raccolti. Ciò vale tanto per la «Teoria del Bloom» in Tiqqun I quanto per i due maggiori testi raccolti in Tiqqun 2, cioè «Introduzione alla guerra civile» e «Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi». È evidente, mi sembra, che se tutti i concetti della politica classica – Stato, società civile, classe, cittadinanza, rappresentanza, etc. – vengono situati in questa zona d’indifferenza, essi perdono il loro senso. Ma, d’altra parte, è solo ponendosi in questa prospettiva, in questa zona d’indifferenza, che i concetti di Tiqqun – il Bloom, la politica estatica, il Partito immaginario, la guerra civile – acquistano il loro senso. È a partire da questa situazione, da questa zona d’indifferenza, che bisogna comprendere, credo, le pratiche di scrittura, di pensiero e di azione che si giocano in Tiqqun. Quanto alla scrittura, non si tratta solamente di una scrittura anonima, ancor meno pseudonima o eteronima, per questo gli sforzi della polizia per attribuire ad ogni costo un testo a un autore o un autore a un testo non riescono ad arrivare ad alcuna conclusione. Non c’è autore possibile per questi testi, poiché si pongono in una zona in cui il concetto di autore non ha più senso. Il concetto di autore, Foucault stesso lo ha mostrato, ha funzionato nella nostra cultura in una doppia maniera. È, da un lato, una figura del soggetto, dall’altro è un dispositivo d’attribuzione di una responsabilità penale. Ora, Julien Coupat e i suoi amici non possono essere l’autore di nessuno dei testi pubblicati in Tiqqun o altrove poiché, giustamente, essi si situano in una zona in cui soggetto e dispositivi coincidono a tal punto che la categoria stessa di autore non può più funzionare, non ha più significato. Allo stesso modo credo che solamente se ci si pone nella prospettiva aperta da Tiqqun, per esempio a partire dalla constatazione della guerra civile permanente instaurata dallo Stato, che certi fatti macroscopici che avvengono nei paesi detti «democratici» nei quali viviamo acquisiscono il loro senso, altrimenti inestricabile. Per esempio, un fatto che si finge di ignorare: è sufficiente andare in una biblioteca e fare una piccola ricerca; sono testi pubblici; le leggi in vigore in Francia e in altri paesi detti «democratici» in Europa sono tre o quattro volte più repressive delle leggi in vigore in Italia durante il fascismo. È un fatto indiscutibile, tecnicamente, per la lunghezza della detenzione, etc. Un fatto del quale non si parla.

Un altro fatto: si è sempre rimproverato alle società e agli Stati totalitari l’istituzione dei tribunali speciali. Ora, quando si tratta dei tribunali o dei giudici che si occupano dell’«affare di Tarnac», non si impiega mai il termine di «tribunale speciale», allorché si tratta esattamente di un tribunale speciale. Sono dei giudici che sono stati scelti non si sa come e da chi – e che costituiscono un tribunale speciale. Voi sapete che per definizione un tribunale speciale è destituito di ogni legittimità, poiché attenta al principio dell’eguaglianza degli individui davanti la legge e anche al divieto di sottrarre un individuo al suo giudice naturale. Dal punto di vista dei principi del diritto della nostra società, dunque, quel tribunale è molto semplicemente destituito di ogni legittimità. Si accettano dei tribunali speciali, ma si rimprovera all’Italia fascista e alla Germania nazista di averne istituiti. Credo che è sempre in questa prospettiva che bisogna leggere ciò che Tiqqun chiama «la guerra civile in corso» – per esempio nell’estensione a tutta la popolazione delle misure biometriche che, all’inizio, erano state concepite per i criminali recidivi. Quindi, ogni cittadino è trattato come un criminale, come un potenziale terrorista. Se ogni uomo è, per lo Stato, un criminale o un terrorista in potenza, non ci si deve stupire che quelli che rifiutano di sottomettervisi o che lo denunciano, siano trattati a loro volta come terroristi.

Vorrei concludere ricordando una storia che mi fu raccontata da un mio amico che si chiamava José Bergamin e che accadde durante la guerra civile in Spagna, nel 1936. Il governo repubblicano lo aveva inviato, lui che era un poeta, un intellettuale, con un altro poeta, Rafael Alberti, negli Stati Uniti per cercare di ottenere un sostegno dal governo americano, ma furono bloccati all’entrata del territorio dalla polizia che cominciò a sottoporli a un interrogatorio infinito, accusandoli di essere dei comunisti. Dopo 10 ore di interrogatorio ininterrotto, non li si lasciò entrare. Il mio amico mi ha raccontato che allora gli rispose: «Ascoltate, io non sono e non sono mai stato comunista, ma ciò che voi credete sia un comunista, ebbene, quello lo sono». E credo che oggi bisognerebbe dire egualmente: «Noi non siamo e non saremo mai dei terroristi, ma ciò che voi credete sia un terrorista, ebbene, quello noi lo siamo».