Riflessioni per squarciare un vuoto (seconda parte)

di postaZ (Feltre)

A fine settembre, scrivevamo la prima parte delle Riflessioni per squarciare un vuoto. Ora che Fabio è stato scarcerato, ritorniamo su quelle parole.

Quando dalle casse parte per la quinta volta Stalingrado, le urla stonate di Fabio sembrano quasi chiudere il cerchio. Affacciandosi sulla stanza illuminata dalle luci strobo, tra gli altri che cantano e ballano nella penombra, sembrano pronti a partire i titoli di coda, come a dire «spegnete tutto, va bene così».
È stato scarcerato il 27 novembre dal carcere minorile di Hahnöfersand. È arrivato come sempre, stasera, col suo «Ciao compagn*» che dice sempre senza la e, coi capelli un po’ più corti ma di nuovo al vento e le tasche piene del tabacco che sparge sempre sul bancone. Sopra il frigo c’è ancora la sua scarpa da ginnastica, quella che ha dimenticato chissà quando, chissà come, e che fino all’altro ieri guardavamo con nostalgica perplessità. C’è chi lo solleva da terra, chi gli versa un altro bicchiere, chi lo abbraccia e basta. In realtà, sembra tutto come sempre, come se ci fossimo sempre abbracciati, scordando per lo spazio di una sera tutto il vuoto di un’assenza. Un vuoto che abbiamo vissuto, attraversato e cercato di squarciare in ogni modo, e che ora ritroviamo come qualcosa di nostro nella certezza istintiva di non essere mai stati veramente lontani. Qualcuno ha scritto che «se fare esperienza – che vuol dire anche possedere, conservare, trattenere, abitare una potenza – è possibile solo insieme ad altri, è pur vero che solo una forza composta da individui che sanno cosa vuol dire la solitudine, cioè l’essere solamente ciò che si è, che hanno un rapporto alla vita e alla morte e conoscono sia la felicità che la tristezza, sia la resistenza collettiva che quella individuale, può compiere una vera esperienza». Guardandoci, sentiamo tutti di aver compiuto, di compiere tuttora un’esperienza singolare e collettiva. Quel continuum che va dall’Io al Noi, quella singolare utopia plurale è stata nostra, l’avesse anche solo sfiorata uno di noi.


Mentre beviamo un’altra birra, un compagno dice che di quest’estate non ricorda che assemblee, presidi, manifestazioni, comunicati. Le attese, soprattutto. È vero. Abbiamo condiviso senza riserve il tempo della vita e lo spazio del possibile. L’8 luglio, sotto il cielo infame dell’estate, ci troviamo come una prima volta, non riuscendo a entrare al PostaZ e soffrendo come pazzi il caldo fuori. Quasi non ci salutiamo. Ci basta prendere una sedia. L’afa che immobilizza ognuno sulla soglia e che ci porta lì, come «affollate solitudini», è l’immagine concreta del transito che abitiamo.
Il 6, quando ci era arrivato un messaggio da Maria, ci avevamo riso sopra per sdrammatizzare. Ci rideva su anche lei. Avrebbero dormito in campeggio quella notte, ci stavano andando. Non sapevamo, allora, ciò che poteva succedere. Sapevamo solo ciò che era successo all’Antikap Protestcamp il 2 luglio. Ci dava già un’idea di quella che sarebbe potuta essere — e non è stata — la strategia repressiva della polizia. Fabio, in sottofondo, continuava a salutare.


Era stato poi solo un freddo messaggio alle 20:56 del 7 luglio. «Hanno arrestato Fabio, hanno perso Maria».
E così ci troviamo il giorno dopo, né fuori né dentro ma lì. Il primo sentimento è quello dell’impotenza. Ora più che mai vale la pena riflettere sul significato della parola sapere. Nessuno di noi sa cosa succede, nessuno sa veramente come affrontare la situazione. Lo diciamo senza vergogne: come ogni prima volta, annaspiamo. Ma ognuno, in fondo a quell’immobilità, sa perché è lì dov’è — anche Fabio lo sa, e ce lo dirà poi. Tanto basta.
Ce l’hanno raccontato nelle lettere, più avanti, e quando poi è uscito il primo reportage sul «caso Fabio V.» l’abbiamo visto tutti, l’assalto all’alba. La registrazione della telecamera installata sopra il camioncino della Polizei di Amburgo parte alle 06:27:49. Tra l’arresto e la notizia sono passate dunque più di 14 ore. 14 ore di vuoto insondabile e segreto che qualcuno di noi, nei giorni seguenti, ha avvertito come lo spessore illusorio delle nostre certezze.
Sembra chiudersi il cerchio quando, nell’istante in cui parte Stalingrado, ogni cosa sembra come prima. Come una brutta storia giunta quasi al termine, a cui poi segue nuovamente la normalità. È senza dubbio un respiro, un peso che ci si leva dal cuore, sapere che Fabio è in giro, vederlo qui tra noi come in mille altre sere, a offrirci sigarette in pacchi da 30 e a vaneggiare su qualsiasi cosa. Eppure, nelle parole di chi ha salutato la sua uscita dalla galera e il suo ritorno a casa come la fine della storia c’è tutta l’incapacità di gettare lo sguardo oltre il muro delle proprie convinzioni. È il meccanismo automatico di difesa che fa rientrare situazioni come questa in categorie tranquillizzanti, quasi ad allontanare quegli spettri che potrebbero aprire squarci sulle nostre certezze. Quegli stessi squarci che hanno tormentato alcuni di noi, quelle crepe già aperte e pericolanti dalle quali però, nei mesi seguenti, è forse filtrato un sole mai visto. Da lì in poi, infatti, è stata solo confusione. Manifestazioni, ritrovi, striscioni, lettere, scritture, incontri, la solidarietà e tutto quell’organizzarsi che alla fine «non è mai stato altro che amarsi».
Cerchi così si chiudono solo come figure, come simulacri — e più precisamente, simulacri di un ripristino o di un ritorno a questa sedicente normalità.
Ripristino di che? Ritorno a cosa?
Non c’è dove ritornare. Non è per questo che Fabio, Maria, e tutte e tutti i nostri amici e amiche sono partiti per Amburgo. Non è per questo che hanno affrontato la prigionia, i fermi, le perquisizioni. Non è per questo che migliaia di persone erano lì, in quel preciso istante. Riconoscerlo è l’unico modo per evitare che i mesi trascorsi nella morsa — anche fisica — della repressione siano stati vani. Al di là delle immancabili soggettività prodotte in serie dalla grande macchina del Capitale (leggi: le merdacce) che hanno intasato la fogna di internet del loro odio un tanto al chilo (e vabbè, si tira lo sciacquone), abbiamo sofferto molto la retorica dell’emergenza a senso unico che questo evento ha assunto per una certa ortopedia democratica nella nostra città — per chi, cioè, pur mostrando la propria vicinanza alla vicenda, ha metabolizzato il panico provato nello scorgere a pochi passi da sé il vero volto del potere cedendo alla tentazione di dare ai fatti spiegazioni che non lo mettessero in alcun modo in discussione. In primo luogo per proteggere se stessi. Questo, ovviamente, dopo essersi cautamente accertati che fossero veramente «innocenti», che non avessero cioè valicato il limite del politicamente consentito tracciato dalle democrazie liberali. A senso unico, perché personalizzato nelle figure di Fabio, di Maria, riducendo così tutta la lotta sviluppatasi attorno al controvertice G20 a un fatto particolare, a un’ingiustizia nei confronti di singolarità determinate. A senso unico, perché ostinato a credere ciecamente nell’ipotesi di una sfortuna capitata a due ragazzi sprovveduti, buoni, inermi, vittime sacrificali designate «a espiare le colpe di un gruppo di incivili che ha distrutto una città» (sic). Come si mettono a tacere queste voci? Forse non si può. Ma proprio quando ciò che è lecito smette di essere necessariamente ciò che è giusto, la stessa distinzione operata tra «manifestante buono» e «manifestante cattivo» si dissolve, e con essa tutta la retorica che soggiace all’intera operazione repressiva in atto da parte della polizia tedesca. Che se ne accorgano o meno.


Ogni cerchio va squarciato, attraversato e oltrepassato.
Il nostro amico adesso è a casa, ma è una tregua di Natale gentilmente concessa dal cosiddetto Stato di diritto. Lo stesso che, tra le altre cose, ha arrestato, umiliato e imprigionato decine di nostri amici venuti da ogni dove per urlare in faccia ai padroni tutto lo schifo e lo sdegno per come il mondo è stato ridotto. Lo stesso che produce il razzismo, lo sfruttamento, i muri e i confini, le nocività, la gentrificazione, la guerra ai poveri e all’umanità e che difende esplicitamente tutto questo ogni volta che colpisce con i suoi sbirri sempre più giudici e i suoi tribunali sempre più sbirreschi chi afferma l’amore e il rispetto per la dignità umana nel gesto di piazza.
A capodanno Fabio torna in Germania con obbligo di firma, per proseguire la stanca e insulsa cantilena dei processi che presto toccherà seguire anche a Maria, ad altri duecento compagne e compagni. Ma ora è il 22 dicembre. Ora siamo qui, insieme, dentro uno spazio che, dopo i cinque mesi in cui Fabio è stato dentro, dopo il mese che si è fatta Maria, è diventato qualcos’altro. Come lei, come lui, come del resto tutti. Lo chiamavamo ridendo «più che un’area, un sottoscala». Ora, cos’è lui e cosa siamo noi lo può dire solo l’orsa bruna dipinta sullo striscione rosso sotto il quale stiamo, quello che abbiamo portato più volte a Billwerder, affisso lungo la grata che ingabbia la boscaglia, che nei presidi sotto il carcere ci separava da quel muro infame sotto il quale abbiamo urlato tutta la nostra vicinanza a chi stava dall’altra parte. Quell’orsa il cui ruggito echeggia insieme ai mille altri striscioni solidali e complici portati lì dai nostri amici, delimitando uno spazio concreto dell’altrove in quel non–luogo della repressione che è il Dweerlandweg.
Per ora va bene così.

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario

#1- Intervista al collettivo anarchico Rouvikonas di Atene.

Per il primo numero di questa inchiesta, presentata nel numero di dicembre , la redazione di Qui e Ora ha scelto di intervistare alcuni membri del collettivo anarchico Rouvikonas di Atene. Questa scelta non è casuale. Nonostante Rouvikonas nasca dall’esperienza delle assemblee anticarcerarie, dei gruppi antifascisti e anti-autoritari e da quegli spazi occupati che nelle pratiche antifasciste hanno sempre riscontrato il proprio fondamento, come collettivo non fa dell’antifascismo militante la sua bandiera nè lo ritiene una sua specifica prerogativa. Secondo i Rouvikonas, come emerge da questa intervista, l’antifascismo militante, per quanto necessario, non è più sufficiente. La diffusione del fascismo e del razzismo su scala globale va combattuta proponendo un’opzione etica alternativa e desiderabile. Per loro, essere antifascisti oggi, significa agire in quelle lotte capaci di irrompere nel tessuto sociale. Questa intervista è stata realizzata a più riprese. In essa, i compagni di Rouvikonas fanno riferimento sia ad altre interviste da loro rilasciate, sia ai comunicati e ai video con cui sono soliti accompagnare le loro azioni.*

Buona lettura!

QeO: Perchè avete scelto il nome Rouvikonas? Cosa significa?

R: Il nostro gruppo prende il suo nome da un fiume italiano, il Rubicone. Per noi è significativo per la sua storia. Infatti, come saprete, il Rubicone nell’antica Roma rappresentava un confine invalicabile, per legge, con le armi. I generali romani impegnati nelle conquiste della repubblica romana, al loro ritorno avevano l’obbligo di varcare il Rubicone disarmando i loro eserciti. Giulio Cesare invece passò il Rubicone alla guida del suo esercito, violando apertamente la legge romana e provocando così la seconda guerra civile. Da queste gesta nasce l’espressione “il dado è tratto” o l’espressione “passare il Rubicone”. Varcare il Rubicone significa dunque oltrepassare un “punto di non ritorno” ed è per questo che abbiamo scelto questo nome.

QeO: Come mai avete scelto questo preciso momento storico per formare un gruppo come il vostro? Sappiamo che, in seguito ai processi insurrezionali iniziati nel 2008, il movimento greco ha attraversato una fase di incredibile apertura e radicamento sociale ma che poi progressivamente ha finito per chiudersi su se stesso. Il vostro collettivo invece sembra seguire una diversa inclinazione essendo sempre più aperto ed attento alle diverse istanze sociali…Potreste spiegarci le ragioni di questa scelta e della sua temporalità?

R: Non abbiamo deciso solo ora di prestare attenzione alle diverse istanze sociali, ma è solo di recente che siamo riusciti a tradurre in prassi questa nostra inclinazione, consapevoli di esserci riusciti piuttosto in ritardo rispetto a quanto il presente ci impone. Per oltre due anni Rouvikonas è stato un “gruppo di solidarietà con i prigionieri politici e gli attivisti che venivano perseguitati” dallo Stato e dalle sue misure repressive. Potremmo dire che fosse un gruppo monotematico… Ma, attraverso l’esperienza di alcuni di noi nello spazio sociale K*Box di Exarchia ad Atene, abbiamo avvertito la necessità di formare un gruppo politico multiforme che arrivasse ad essere ciò che siamo noi oggi: un’organizzazione politica che ha la capacità di proporre e attuare strategie e tattiche di lotta contro ogni forma di autoritarismo. Abbiamo anche scelto di coinvolgere altre parti del movimento per costruire un percorso in grado di affrontare le molteplici tematiche che il presente ci impone. Occorre esprimersi ed agire direttamente sui problemi, così come ci si presentano. Rouvikonas opta infatti per una tattica di lotta multiforme, senza escludere apririoristicamente o ideologicamente alcun tipo di pratica: dalle occupazioni temporanee ai concerti, dai raduni alle azioni dirette contro obiettivi simbolici. Inoltre, abbiamo deciso di rivendicare ciascuna nostra azione e presa di parola con il nome del nostro collettivo al posto della generica firma “anarchici e anarchiche” usata in passato. Ciò perchè pensiamo sia più onesto assumersi la responsabilità di ciò che si fa, seppure questo significhi esporsi a delle critiche e alle varie forme di pressione che si subiscono dall’esterno, sia in senso positivo che negativo. Crediamo, infatti, che sia arrivato il momento di assumerci delle responsabilità. *

QeO: Quali sono le modalità con cui scegliete di comunicare e di ‘far parlare’ le vostre azioni? E secondo voi quali sono le reazioni che suscita il vostro agire?

R: Ogni nostra azione è accompagnata da un nostro comunicato e spesso anche da un video che realizziamo durante l’azione stessa. Il materiale viene poi diffuso in Internet. Questa scelta deriva dal fatto che vogliamo essere noi a determinare in tutto e per tutto le modalità con cui si comunicano le nostre azioni. Vogliamo essere noi a proporre le immagini ed il linguaggio che meglio rappresentano il nostro agire ed il nostro pensare. Vogliamo che sia chiaro il messaggio che intendiamo diffondere, ma soprattutto che le nostre azioni o la nostra voce non vengano manipolate e distorte dai media mainstream, che scelgono spesso di rappresentarci come movimento anti-sociale. Crediamo infatti che le persone abbiano piena facoltà e capacità di comprendere ciò che gli accade intorno e di discernere ciò che è vero da ciò che viene manipolato e distorto. Ma bisogna dargliene la possibilità. Nell’epoca che viviamo, troppo spesso tramite internet ed i socialmedia soprattutto, si rappresenta una realtà manipolata per manipolare di conseguenza anche l’opinione pubblica…ma siamo convinti che infondo il mondo sappia bene ciò che realmente accade. Per questo scegliamo di rappresentare in maniera chiara ed adeguata cosa facciamo e perchè lo facciamo. Ed è per questo che Rouvikonas spesso sceglie di attaccare i simboli di ciò che oggi mette in ginocchio la gran parte della società, come certe istituzioni per esempio. Ma agire in maniera efficace a partire da problemi sociali richiede un certo tempismo e una certa puntualità dell’azione rispetto al sorgere di determinate questioni, pur dovendo sempre tenere ben in considerazione quelle che sono le nostre idee e la nostra strategia politica. Non agiamo per raccogliere il consenso di altre parti del movimento nè di particolari settori sociali, pur essendo per noi necessaria una continua relazione osmotica che sappia mettere in relazione ciò che noi decidiamo di fare con le percezioni di chi ci circonda. Le nostre azioni riguardano ambiti differenti e si articolano su più livelli. Alcune riguardano un ambito più strettamente di movimento, come le azioni contro i medici che si erano dimostrati negligenti nei confronti di alcuni prigionieri politici o l’azione nella quale siamo entrati in casa del Ministro della Giustizia Atanasio, responsabile della redazione del nuovo testo della legge antiterrorismo. Altre si riferiscono invece a tematiche più sociali. Scegliamo obiettivi che interessano direttamente la società e quindi noi stessi, perchè crediamo di essere parte della società non concependoci al di fuori di essa. In questo senso, abbiamo scelto di colpire una sede della Tiresia A.E., un ente privato che oltre a raccogliere i dati sull’indebitamento dei privati con le banche (fenomeno che riguarda oltre 6,5 milioni di persone in Grecia) esegue direttamente, per conto delle banche stesse, i pignoramenti e la riscossione dei crediti. Abbiamo agito anche contro la Taiped, un ente che si occupa della privatizzazione dei beni pubblici e contro l’Elp (ente petrolifero greco) e l’ispettorato per il commercio navale, responsabili dell’inquinamento ambientale dei mari e delle morti sul lavoro di alcune persone impiegate sulle imbarcazioni. Abbiamo fatto anche altre azioni dirette contro alcuni uffici, locali o imprese, responsabili di ingiusti licenziamenti senza indennizzo e perfino di alcuni episodi di morte sul lavoro.

Come parte della società guardiamo, giudichiamo e vogliamo restituire ai mittenti le aggressioni che subiamo. Questo è il nostro modo di partecipare alla vita sociale. Del resto, non c’è nessuno che si sia indignato in seguito a qualcuna di queste azioni contro gli uffici o contro la sede di Tiresia…è in questo senso che ci sentiamo parte di un movimento più ampio o comunque di un qualcosa che va ben oltre il nostro gruppo. In solidarietà con i rifugiati abbiamo deciso di attaccare la residenza dell’ambasciatore tedesco, un’azione del genere non era mai stata fatta prima e ci siamo assunti un grosso rischio, posto che nell’edificio c’erano diverse guardie armate. Dopo questa azione abbiamo anche organizzato insieme ad altri un grande corteo.

Per quanto riguarda le reazioni delle persone alle nostre azioni…gli effetti sono spesso diversi e contrastanti. Così come c’è qualcuno che reclama a gran voce il nostro arresto, qualcun’altro invece ci dimostra il proprio consenso e qualcun’altro ancora il proprio sostegno. Mentre per quanto riguarda la reazione dello Stato e le sue misure repressive, possiamo dire che finora siamo stati condannati per crimini “minori”, complessivamente ad un totale di più di 452 mesi. Per come funziona il sistema penalistico e penitenziario greco, se volessimo, potremmo anche essere tutti liberi, pagando una cauzione per comprare la nostra libertà. Ma non ci facciamo certo illusioni, sappiamo che qualunque governo messo sotto pressione prenderà delle contromisure e in questo non importerà certo il fatto che sia un governo di destra, di sinistra o di centro. Potrebbe essere anche lo stesso governo di Syriza a dichiarare Rouvikonas un’organizzazione terroristica…

QeO: Come mettete in relazione il vostro intervento politico con i territori che abitate? Come difendete i vostri quartieri?

R: La difesa del nostro quartiere Exarchia, vuol dire prima di tutto una difesa dalla mafia, dagli attacchi dello stato e dalle diverse forme di cannibalismo sociale. Il radicamento delle organizzazioni criminali di stampo mafioso ad Exarchia è un fenomeno che risale a diversi anni fa e dura, a nostro parere, da fin troppo tempo. Dopo molti anni, siamo stati costretti, come Rouvikonas e con molte altre realtà che vivono il quartiere, tra cui, ad esempio, lo spazio sociale K*box, ad optare per uno scontro diretto con queste organizzazioni mafiose. Una volta alcuni appartenenti a queste organizzazioni hanno sparato direttamente contro lo spazio sociale K*box, mentre sono continue e diffuse le minacce ed i soprusi da parte degli spacciatori del quartiere. È per questo che siamo stati costretti ad uno scontro diretto. L’apice di questo scontro si è avuto con una manifestazione armata che ha sfilato per le strade del quartiere. Questa ha suscitato un violento attacco ai compagni da parte dei media mainstream, la criminalizzazione del nostro gruppo Rouvikonas e più in generale un’ondata repressiva che ha colpito tutto il movimento che lotta contro la mafia ad Exarchia. Ma tutto questo non ci ha fatto cambiare idea. Abbiamo capito che l’unica soluzione è fare fronte comune, sia contro le organizzazioni mafiose, sia contro lo Stato e la polizia che si dimostrano del tutto conniventi con queste. Infatti la polizia permette che si spacci liberamente ad Exarchia, in modo da renderlo un quartiere ghetto separato ed isolato dal resto della città, mentre ad essere oggetto delle loro misure repressive sono gli anarchici. Ma non saranno le minacce della polizia o delle organizzazioni mafiose a fermarci. Difenderemo il nostro quartiere fino in fondo con pazienza e perserveranza. Questa resterà una nostra priorità fino a quando non sarà liberato da queste dinamiche.

QeO: Sappiamo che chiunque assuma il potere, indipendentemente dal colore che indossa, che sia conservatore o progressista, di sinistra o di destra, mira semplicemente al “governo della popolazione”. Questo indubbiamente vale anche per il governo greco di Syriza, nonostante questo partito si proponesse di rappresentare l’insoddisfazione e la rabbia popolare. I rappresentanti di Syriza, dopo aver fatto parte dei movimenti sociali in difesa dei diritti individuali, sociali e politici, sono riusciti a prendere il potere formando un governo di coalizione tra l’estrema destra e l’estrema sinistra. Hanno realizzato così la stabilità di governo, tanto agognata sia dalle forze politiche europee che dalle grandi potenze economiche straniere, riportando la pace sociale durante il difficile periodo di approvazione delle riforme politiche di austerità e del referendum sull’uscita della Grecia dall’Unione Europea. Cosa pensate voi del governo di Syriza e come è cambiato, nel corso del tempo, il consenso popolare che ha portato alla sua elezione?

R:Vediamo il governo di Syriza come lo vede la maggior parte delle persone. Si tratta di un governo di conigli con la stola, che ha dato false speranze ai Greci e a una buona parte del mondo, dopo aver fatto parte del movimento e avervi condotto una strisciante operazione di entrismo per accumolare consensi. Sono riusciti a sostituirsi al precedente governo di destra spacciandosi per i portavoce delle diverse istanze sociali. Hanno venduto speranze senza riuscire a soddisfarle ed è per questo che i loro elettori sono ora scontenti ed insoddisfatti. Incapace di qualsiasi processo di trasformazione reale, Syriza incarna una “gestione dal volto umano” del presente. Del resto, in un sistema di capitalismo avanzato, l’unica possibilità riservata è una migliore e più efficente gestione delle cose, funzionale al capitalismo stesso. La socialdemocrazia e le sue politiche, in Grecia come nel resto d’Europa e del mondo, non possono realizzare alcun cambiamento. Per poter finalmente trovare le soluzioni ai nostri problemi occorre partire dall’abolizione dello stato e del capitale.

QeO: Vi sembra possibile, in un futuro prossimo, che una nuova ondata insurrezionale travolga la Grecia? Che esploda nuovamente la rabbia sociale? Se dovesse accadere prenderebbe le forme di un nuovo ciclo di rivolte o piuttosto di un vero e proprio processo rivoluzionario? Come vi porreste voi a riguardo?

R:Se a causa della crisi scoppiasse una nuova insurrezione in grado di dare il via ad un processo rivoluzionario vero e proprio, si realizzerebbe finalmente ciò che tutti vorremmo. Ma purtroppo non ci sembra lo scenario più plausibile. Secondo noi, perchè si arrivi davvero ad un punto di non ritorno servirebbero un lavoro, un’organizzazione e delle capacità enormi tali da rendere un processo simile di portata europea. In chiave rivoluzionaria dovrebbe essere coinvolta l’Europa intera. È proprio in questo senso che Rouvikonas non è, e non vuole essere un gruppo chiuso. Il nostro desiderio non è quello di essere una squadra ma di diventare una tendenza. Esplicitando e comunicando sempre meglio le nostre idee e la nostra posizione politica, vogliamo creare delle occasioni per incontrare altre persone, creare dei varchi nel corpo sociale e far crescere i movimenti. Vogliamo diventare un grosso problema, molto più grande di quello che pensiamo di aver finora rappresentato per le autorità statali. Non ci interessa costituire un gruppo di 20-30 persone che pagheranno care le loro scelte politiche, ma vogliamo essere sempre di più e sempre più pericolosi. Promuoviamo e ci auspichiamo una radicalizzazione della società. Ed è sempre in questo senso che, secondo la nostra opinione, anche i gruppi armati dovrebbero considerarsi parti integranti del movimento. Ci rendiamo conto che sono molte le condizioni e difficili gli equilibri perchè si possa dare una simile armonia. Ciò presupporrebbe, innanzitutto, una certa sintonia ed una capacità di comunicazione tra i gruppi che optano per la lotta armata ed il movimento di massa. Inoltre, si dovrebbe saper prescindere da una logica di gerarchia delle pratiche, in cui avanguardie o gruppi armati assumono la leadership o comunque un ruolo predominante nel movimento. Inoltre, bisognerebbe essere in grado di compiere scelte equilibrate ed oculate nel leggere la realtà ed agire di conseguenza, affinchè certe azioni non pregiudichino il movimento intero nella sua complessità e molteplicità. *

QeO: Tra i diversi fenomeni che hanno riguardato la Grecia negli ultimi anni c’è anche l’ascesa di Alba Dorata…Secondo voi, quali sono le ragioni della sua forza e della sua popolarità? E qual’è la risposta del movimento a questo fenomeno?

R: L’ascesa di Alba Dorata si deve senz’altro alla crisi. Nel presente come in passato, in Grecia, come nel resto d’Europa ed in generale a livello globale, è la retorica fascista la prima a fare breccia in tempi di crisi…ed è per questo che anche un’organizzazione come Alba Dorata è riuscita ad accumolare forza e popolarità in poco tempo. Ma la verità è che Alba Dorata non nasce dal nulla. I fascisti in Grecia ci sono sempre stati. La guerra civile greca che, seppur non ufficialmente, possiamo affermare essere iniziata nel ’32, anno in cui vennero dichiarati fuorilegge i comunisti, ha assunto le fattezze di un vero e proprio colpo di stato solo nel 1936 e fino al 1940, e poi di nuovo nel 1967 fino al 1973. Si sono così susseguite due guerre civili, la prima dal 1944 al 1946 e poi fino al 1949, mentre la seconda dal 1967 al 1973 ma che ebbe la sua eco fino al 1981. Questo per noi significa che tutti i fascisti non sono scomparsi di colpo nel 1981, ma che hanno assunto altre forme per poi riapparire nuovamente per ciò che sono. Per esempio, in molti hanno militato tra le fila del partito della democrazia cristiana “Neo Democratia”. Secondo noi la risposta del movimento dovrebbe sapersi articolare su due piani, come in parte si è provato a fare. Se da un lato occorre creare basi antifasciste per difendere i territori, dall’altro bisogna sottrarre terreno ai fascisti e alla loro retorica agendo nelle lotte più incisive a livello sociale.

QeO: Rimanendo in tema, perchè secondo voi razzismo, populismo e fascismo sono fenomeni così dilaganti a livello globale? Cosa significa essere antifascisti oggi?

R: Sì, oggi in Europa, sfortunatamente, il nazionalismo, il populismo ed il fascismo sono in forte crescita, questo si deve da un lato alle politiche dell’Unione Europea ma dall’altro alla debolezza dei movimenti e alla loro incapacità di provvedere e di presentare un’alternativa realmente credibile e desiderabile. È per questo che oggi l’antifascismo militante, sebbene sia necessario, non basta più, come non basta definirsi tutti antifascisti… Essere antifascisti oggi significa saper proporre un’opzione all’altezza dei tempi. Per noi, il fascismo rappresenta una minaccia funzionale alla democrazia, al mantenimento della pace sociale e alla conservazione dello stato di cose presenti. Con l’evocazione del fantasma di un ritorno al regime fascista, si incutono timori e paure rendendo sopportabili e preferibili le politiche democratiche. Nonostante siano proprio i governi democratici ad imporre le peggiori politiche economiche di austerità, che producono povertà, fame e miseria o a produrre le legislazioni speciali anti-terrorismo più repressive ed autoritarie di sempre, lo spauracchio del ritorno al fascismo o al nazismo incute sempre quel timore funzionale al mantenimento dell’ordine democratico.

QeO: Sappiamo che sono in molti a chiedervi perché non avete deciso di formare un partito politico o perché non partecipate alle elezioni utilizzando le possibilità e gli strumenti che le istituzioni democratiche offrono. Cosa rispondete a riguardo?

R: A questa domanda rispondiamo che: ammesso che riuscissimo ad utilizzare questi mezzi senza esserne corrotti, e la storia dimostra quanto ciò sia impossibile, sarebbe l’utilizzo stesso di questi strumenti a condurci alla sconfitta. Sarebbero infatti gli stessi poteri economici e politici implicati nella logica elettorale e di governo ad annientare la nostra opzione etica. Perché è la nostra stessa idea di società a rifiutare queste forme di potere. È per questo che non partecipiamo a nessun processo elettorale. La libertà, l’autogestione ed il comunismo, perché è questo insieme che noi chiamiamo anarchia, li vogliamo qui e ora. Noi non siamo dei romantici e sappiamo che non si condenserà tutto in un unico momento rivoluzionario. L’anarchia deve esistere dopo la rivoluzione, ma deve esistere anche prima. Pensiamo che l’anarchia possa esistere in ogni dove e a partire da dove si è. In un gruppo, in un’assemblea di quartiere, in un collettivo e perfino nelle relazioni personali. Si possono far esistere le idee libertarie rivoluzionarie e renderle possibilità nel presente. È per questo che pensiamo che si possa chiedere a chiunque di rischiare così tanto per combattere con noi, per far esistere queste idee. Altrimenti ci si può rassegnare a questo stato, ad abitare i soli spazi o interstizi da questo concessi, ma allora perché discutere? Con chi?

In questo mondo, dopo secoli di sfruttamento e dominio, rendere evidente che un’altra maniera di vivere è possibile, è un inizio ma anche la fine.**

*http://www.hitandrun.gr/85487-2/

** Dichiarazione della loro identità politica http ://www.athens.indymedia.org/post1573616/

Alce Nero parla

Il Messia

tratto da John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi Edizioni, Milano 1990

 

Nota al testo

a cura di Andrea Russo

Pubblichiamo questo breve capitolo delle memorie di Alce Nero perché riteniamo che le verità contenute nel racconto della sua vita siano state, per così dire, riattivate dalle lotte del 2016-2017 contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline1. Tra la primavera e l’estate del 2016, nei territori limitrofi alle riserve indiane di Standing Rock e Pine Ridge, le tribù Sioux hanno allestito diversi accampamenti per monitorare l’inizio dei lavori dell’oleodotto. Verso fine Luglio, quando i primi segni dei lavori erano divenuti visibili sui territori, è stato lanciato un appello in cui veniva richiesto di solidarizzare con loro, andando a vivere negli accampamenti. Nel giro di pochissimo tempo quasi trecento tribù hanno inviato delle delegazioni e dichiarato la solidarietà. Ma l’evento che passerà alla storia è che i Crows, come altre nazioni indigene tradizionalmente nemiche dei Sioux, sono arrivati in processione in segno di pace, per unirsi alla lotta contro l’oleodotto.

L’unità delle nazioni indiane, che nella guerra contro i bianchi è rimasta incompiuta nel passato, è stata realizzata dal movimento NODAPL. In un certo senso, l’occupazione di Standing Rock per mezzo degli accampamenti, sottraendo spazio e tempo al nemico, è riuscita a riportare un certo numero di cose passate verso l’oggi, non per ripetere ciò che ha già avuto luogo, bensì per realizzare nell’adesso ciò che è restato incompiuto nel passato. La lotta contro l’oleodotto ha dato la possibilità ad un determinato frammento temporale di continuare a vivere oltre la propria epoca, entrando a far parte di un momento storico ulteriore. Il 23 Febbraio 2017 il campo di Standing Rock è stato infine sgomberato dalla polizia nord americana. Dopo un’eroica resistenza durata dieci mesi, il movimento è finito. Ora, se è vero che tutti i movimenti sono destinati ad avere una durata limitata nel tempo, è però altrettanto vero che in ogni movimento capace di criticare teoricamente e materialmente la propria epoca, c’è un resto che è indistruttibile e che diviene senza fine. Se l’accampamento di Standing Rock costituisce l’immagine più intima del passato dei nativi delle pianure nord americane, è proprio perché è riuscito ad appropriarsi di quel resto. È però solo a partire dalla decisione di non volere la costruzione dell’oleodotto che tutto quel resto è ritornato ad essere non solo leggibile, ma pronto per l’uso. Gli accampamenti, le preghiere, i lockdown, i blocchi sull’Highway 1806, gli scontri con la polizia hanno configurato quell’attualizzazione dialettica che ha fatto “brillare” ancora una volta il materiale esplosivo riposto in ciò che è stato. La mistificazione politica più deplorevole che si potrebbe commettere nei confronti di Standing Rock, consisterebbe nel rubricare tale movimento sotto la voce lotta ambientalista, ecologista o peggio per i «beni comuni». Al contrario, noi siamo fermamente convinti che il movimento NODAPL sia in forte continuità con molti dei conflitti europei attualmente più significativi, come quelli della Val di Susa o di Notre-Dame-des-Landes, tutti diretti a contrastare l’imperialismo ambientale delle infrastrutture, il sostrato materiale su cui si basa il potere logistico del capitalismo contemporaneo. Con l’inizio della costruzione dell’oleodotto, è come se le tribù Sioux avessero percepito che stava per realizzarsi la conquista definitiva della propria terra, già iniziata con la realizzazione della strada ferrata dell’uomo bianco nel XIX secolo, ed abbiano agito di conseguenza. Quel che ha costituito la forza di Standing Rock nel rallentare l’avanzamento della grande opera, è stato il livello di autorganizzazione della vita comune negli accampamenti. Standing Rock a ben guardare è stata innanzitutto una “guerra tra mondi”.

Alle infrastrutture che propagano una vita senza mondo, l’accampamento ha contrapposto una forma di vita che entra in secessione in una costante tensione fra tradizione e sperimentazione. Il messia, il breve capitolo estrapolato da Alce nero parla che state per leggere, è un esempio paradigmatico di questa tensione. In queste pagine, il vecchio sciamano della tribù Oglala dei Sioux racconta la sua esperienza nel momento in cui nella riserva di Pine Ridge si diffuse il culto della Ghost dance, movimento sincretistico in cui temi mitici tradizionali vengono reinterpretati in chiave messianica e di palingenesi cosmica. Secondo la profezia annunciata da Wovoka, maestro spirituale della tribù dei Paiute, un’era di liberazione stava per attuarsi: «un altro mondo sarebbe arrivato da ovest, in un grande turbine, e avrebbe distrutto tutto questo mondo che era vecchio e morente»; i morti e tutti i bisonti uccisi sarebbero tornati, mentre i bianchi sarebbero stati inghiottiti dagli abissi della terra. Il motivo per cui abbiamo ritenuto importante pubblicare questo testo non è legato ad un nostro particolare interesse per la tematica dei messianismi extra-biblici. In realtà, ciò che vorremmo far emergere è quella positività non sempre evidente, racchiusa nella figura dell’altro mondo, così ricorrente nella tradizione dell’utopia politica. L’altro mondo che arriva come un turbine contiene indubbiamente l’immagine della felicità futura, tuttavia ciò che è in realtà dirimente sono gli elementi del mondo presente che non compaiono più nel mondo utopico. L’immagine del mondo a venire non serve per proiettarsi nel futuro, ma per pensare cosa distruggere nel presente.

Il messia

C’era già la fame tra la mia gente, prima che io me ne andassi al di là dell’acqua grande, perché i Wasichu [I Bianchi] non ci davano tutte le provviste da mangiare che ci avevano promesso nel trattato dei Black Hills. Essi stessi avevano fatto quel trattato; il nostro popolo non lo voleva e non l’aveva fatto. Eppure i Wasichu che l’avevano fatto ci avevano dato meno della metà di quel che ci avevano promesso. E così la gente pativa la fame, anche prima della mia partenza. Ma quando ritornai era molto peggio. Faceva pietà vedere il mio popolo. C’era una grande siccità, e i fiumi grossi e piccoli sembrava dovessero morire. Nulla di ciò che la gente seminava cresceva, e i Wasichu mandavano ancor meno bestiame e altri cibi di quanti ne mandassero prima. I Wasichu avevano uccisi tutti i bisonti e ci avevano rinchiusi in recinti. Sembrava che noi tutti fossimo condannati a morire di fame. Non potevamo mangiare le menzogne, e non potevamo fare nulla. E adesso i Wasichu avevano fatto un altro trattato, per toglierci via circa la metà della terra che ci era rimasta. Il nostro popolo non voleva questo trattato, nemmeno, ma Tre Stelle2 venne e fece il trattato lo stesso, perché i Wasichu volevano la nostra terra, tra il Terra Fumosa e il fiume Buono. Così l’inondazione di Wasichu, sporchi di cattive azioni, si portò via la metà dell’isola che ci era rimasta. Quando Tre Stelle venne a ucciderci, presso il Rosebud, Cavallo Pazzo lo sbaragliò e lo rimandò indietro. Ma quando venne senza soldati, questa volta, lui ci sbaragliò e ci rimandò indietro. Eravamo chiusi e recintati e non potevamo fare nulla. Tutto il tempo che rimasi via di casa, di là dall’acqua grande, il mio potere era scomparso, e io ero come un morto che cammina, la maggior parte del tempo. Appena riuscivo a ricordare la mia visione, e quando la ricordavo, sembrava un sogno confuso. Poco dopo il mio ritorno, alcune persone mi chiesero di far guarire un malato, e io temevo che il potere non mi ritornasse; tuttavia ritornò. Così continuai ad aiutare i malati, e ce n’erano molti, perché il morbillo aveva colpito la mia gente, che era sempre debole per via della fame. Ci furono molti altri malati, quell’inverno, quando venne la pertosse e uccise i bambini piccoli che non avevano abbastanza da mangiare.

Così stavano le cose. Il nostro popolo era ridotto alla disperazione, in uno stato pietoso.

Ma proprio agli inizi di quell’estate, quando tornai dalla terra di là dell’acqua grande (1889), erano arrivate notizie strane da ovest, e la gente ne parlava e ne parlava. Ne stavano già parlando quando arrivai a casa, e per me era tutto una novità. La notizia raggiunse gli Oglala prima di tutti, e sentii dire che ci era stata trasmessa dai Shoshone e dai Nuvole Azzurre (Arapahoe). Alcuni ci credevano e altri non ci credevano. Era difficile da credere; e quando me ne parlarono per la prima volta, pensai che fossero soltanto chiacchiere sciocche messe in giro da qualcuno. Queste notizie dicevano che laggiù, lontano nell’ovest, in un luogo vicino alle grandi montagne (le Sierras) che sorgono prima di arrivare all’acqua grande, c’era uno stregone, tra i Paiute, il quale aveva parlato con il Grande Spirito in una visione, e il Grande Spirito gli aveva detto come fare per salvare i popoli indiani, per fare scomparire i Wasichu e far ritornare tutti i bisonti e tutte le persone che erano morte, e come ci sarebbe stata una nuova terra. Prima del mio ritorno, la gente si era radunata per parlare di questo, e aveva mandato tre uomini, Tuono Buono, Orso Coraggioso e Petto Giallo, perché vedessero quello stregone con i propri occhi e accertassero se quel che dicevano di lui era vero. Così questi tre uomini avevano fatto il lungo viaggio verso ovest, e l’autunno dopo il mio ritorno a casa, ritornarono anche loro con notizie meravigliose per gli Oglala.

Ci fu un grande raduno presso le sorgenti del torrente White Clay, non lontano da Pine Ridge, quando i tre ritornarono; ma io non ci andai, perché ancora non ci credevo. Pensavo che era forse la disperazione, ciò che spingeva la gente a credere, così come un uomo che muore di fame sogna a volte che ci sono tante cose buone da mangiare. Io non andai al raduno, ma mi raccontarono tutto quello che c’era da raccontare. I tre uomini dissero la stessa cosa, ed erano uomini buoni. Dissero che erano andati lontano lontano e infine erano giunti a una grande vallata pianeggiante3 vicino alle ultime grosse montagne, prima di arrivare all’acqua grande, e lì avevano visto il Wanekia4, il quale era figlio del Grande Spirito, e avevano parlato con lui. I Wasichu lo chiamavano Jack Wilson, ma il suo nome era Wovoka. Wovoka disse loro che stava per arrivare un altro mondo, proprio come una nuvola. Sarebbe arrivato da ovest, in un grosso turbine, e avrebbe distrutto tutto questo mondo, che era vecchio e morente. In quell’altro mondo c’era abbondanza di cibo, come nei tempi andati; in quel mondo tutti gli indiani morti erano vivi, e tutti i bisonti che erano stati uccisi, correvano di nuovo per le praterie. Questo stregone diede un poco di pittura rossa sacra e due penne d’aquila a Tuono Buono. La gente doveva tingersi la faccia con quella pittura e doveva ballare una danza degli spiriti che lo stregone aveva insegnato a Tuono Buono, Petto Giallo e Orso Coraggioso. Se così facevano, avrebbero potuto salire su quell’altro mondo, quando fosse arrivato, e i Wasichu, invece, non sarebbero riusciti a salirci sopra, e perciò sarebbero scomparsi. Quando diede le due penne d’aquila a Tuono Buono, lo stregone disse: «Ricevi queste penne d’aquila e guardale, perché mio padre farà in modo che esse gli riportino il tuo popolo».

Altre notizie non ci furono, quell’inverno.

Quando sentii dire questo della pittura rossa e delle penne d’aquila e di far ritornare il popolo al Grande Spirito, la cosa mi mise molto in pensiero. Avevo avuto una grande visione, che doveva servire a riportare il popolo entro il cerchio della nazione, e forse quello stregone aveva avuto la stessa visione, e questa si sarebbe avverata, e il popolo sarebbe potuto ritornare sulla strada rossa. Forse non era detto che dovessi fare questo io di persona; ma se collaboravo, con il potere che mi era stato dato, forse l’albero sarebbe fiorito di nuovo e il popolo avrebbe ritrovato la prosperità. Questo ebbi in mente, tutto quell’inverno ma non sapevo quale visione avesse vista lo stregone lontano, e desideravo di poter parlare con lui per saperlo. Questo pensiero diventava sempre più forte nella mia mente, ogni giorno, e fu un inverno cattivissimo, con molta fame e malattia. Mio padre morì agli inizi dell’inverno, della brutta malattia che colpiva tanti di noi. Questo mi rattristò molto. Tutto ciò che era buono sembrava dovesse scomparire. Mio fratello e mia sorella più giovani erano morti, prima del mio ritorno, e adesso ero rimasto orfano in questo mondo. Ma mi restava ancora mia madre. Io lavoravo in uno spaccio per i Wasichu, perché lei avesse qualcosa da mangiare, e continuai a lavorare lì e a riflettere su ciò che avevano detto Tuono Buono, Petto Giallo e Orso Coraggioso; ma ancora non mi sentivo sicuro. Nel corso di quell’inverno molti vollero sapere qualcosa di più, su quello stregone, e il nuovo mondo che sarebbe arrivato: di conseguenza mandarono altri uomini per saperne tutto quel si poteva sapere. Da Pine Ridge partirono Tuono Buono e Petto Giallo con due compagni. Altri andarono con loro, dalle altre riserve indiane, e due di questi erano Orso che Scalcia e Toro Piccolo. Questi uomini mandavano notizie, a mano a mano che viaggiavano verso ovest, e sembrava che dappertutto la gente credesse tutto ciò che ci avevano raccontato e anche di più. Così ci dicevano nelle lettere che arrivavano. Io seguitavo a lavorare nello spaccio e ad aiutare i malati con il mio potere.

Poi arrivò la primavera (1890) e sentii dire che quegli uomini erano tutti ritornati e che dicevano che era tutto vero. Io non andai nemmeno a questo raduno, ma sentivo le chiacchiere, che erano su tutte le bocche, e la gente diceva che era veramente il figlio del Grande Spirito, quello laggiù; quando era sceso tra i Wasichu, moltissimi anni prima, l’avevano ucciso; ma questa volta era venuto tra gli indiani, e non ci sarebbero stati Wasichu nel nuovo mondo che doveva arrivare come una nuvola in un turbine e distruggere la vecchia terra che moriva. Dicevano che questo sarebbe successo alla fine dell’inverno, non appena fosse riapparsa l’erba (1891). Sentii raccontare molte cose meravigliose sul Wanekia che questi uomini avevano visto e udito, ed erano uomini eccellenti. Poteva far parlare gli animali, e una volta, mentre loro stavano con lui, aveva evocato una visione di spiriti, e tutti l’avevano vista. Avevano visto un’acqua grande, e al di là dell’acqua grande c’era una bella terra verde dove tutti gli indiani che erano mai vissuti e tutti i bisonti e gli altri animali tornavano a vivere tutti insieme. Poi il Wanekia, dissero, aveva fatto sparire la visione, perché non era ancora arrivato il momento. La cosa doveva succedere soltanto dopo l’inverno, quando fosse riapparsa l’erba. E una volta, dissero, il Wanekia si tolse il cappello e disse loro di guardarci dentro; e quando guardarono, tutti, tranne uno, videro dentro il cappello il mondo intero, e tutto ciò che è meraviglioso. Ma quell’altro ci vedeva soltanto l’interno del cappello, raccontarono.

Tuono Buono stesso mi disse che, grazie al potere del Wanekia, era andato in una tenda di pelli di bisonte, dove suo figlio, morto da molti anni, viveva con la moglie, e avevano fatto una lunga chiacchierata insieme. Questo non era come la mia grande visione, e io continuavo semplicemente a lavorare nello spaccio. Non sapevo davvero che cosa pensare. Dopo un poco di tempo sentii dire che a nord di Pine Ridge, presso la sorgente del torrente Cheyenne, Orso che Scalcia aveva celebrato la prima danza degli spiriti, e che quelli che avevano danzato avevano visto i loro parenti morti e avevano parlato con loro. Poco dopo sentii dire che danzavano presso il Wounded Knee, proprio sotto Manderson. Io non ci credevo ancora, ma volevo scoprire come stavano le cose, perché tutta questa storia mi stava sempre più a cuore, da quando mio padre era morto. Qualcosa sembrava dirmi di andare a vedere. Riuscii a trattenermi per un po’ di tempo, ma alla fine non mi trattenni più. E così presi il mio cavallo e andai a questa danza degli spiriti presso il Wounded Knee, sotto Manderson. Ne fui sorpreso, e quasi non potevo credere a quello che vedevo; perché c’erano in quella danza tante cose che mi ricordavano la mia visione. I danzatori, uomini e donne, si tenevano per mano in un grande circolo, e nel centro del circolo avevano messo un albero dipinto di rosso, con la maggior parte dei rami tagliati e alcune foglie morte che pendevano. Questo era esattamente come quella parte della mia visione dove l’albero sacro stava morendo, e il circolo degli uomini e delle donne che si tenevano per mano era come il cerchio sacro che dovrebbe avere il potere di far rifiorire l’albero. Vidi anche che gli oggetti sacri che la gente offriva erano di colore rosso scarlatto, come nella mia visione, e tutte le loro facce erano dipinte di rosso. Inoltre si servivano della pipa e delle penne d’aquila. Rimasi lì seduto a guardare afflitto. Tutto sembrava appartenere in qualche modo alla mia grande visione, e io non avevo fatto ancora nulla perché fiorisse l’albero. Poi, improvvisamente, sentii una grande felicità che mi invadeva, e tutto si impossessò di me all’istante. Quello che vedevo era lì per ricordarmi che dovevo subito mettermi all’opera e aiutare a riportare il mio popolo entro il cerchio sacro, perché i miei potessero di nuovo percorrere la strada rossa in maniera sacra e piacevole ai Poteri dell’Universo, che sono un Unico Potere. Ricordai che gli spiriti mi avevano portato al centro della terra e mi avevano mostrato le cose buone, e come infine il mio popolo sarebbe diventato prospero. Ricordai che i Sei Avi mi avevano detto che grazie al loro potere avrei fatto vivere il mio popolo, e l’albero sacro sarebbe rifiorito. Pensai che la mia visione si avverava finalmente, ed ero pieno di felicità.

Ero andato a vedere quella danza, soltanto per vedere e sapere che cosa credeva la gente; ma ero deciso a rimanere e a servirmi del potere che mi era stato dato. La danza era finita, ma si sarebbe ripetuta il giorno dopo, e io ero deciso a danzare con loro.

2 Il generale Crook capeggiava la commissione che negoziò il trattato del 1889.

3 Mason Valley, nel Nevada.

4“Uno che fa vivere”, salvatore.

Quando il cittadino si sente insicuro…

Riflessioni sulle misure di prevenzione

di Adsagsona e Skip Frye

«Bisogna accettare che la lotta, in questo mondo, è essenzialmente criminale,

poiché tutto è divenuto criminalizzabile»

Comité Invisible, Maintenant

Avviso orale, fogli di via obbligatori, divieto di soggiorno, obbligo di soggiorno, sorveglianza speciale. Chiunque negli ultimi anni abbia militato attivamente in un’organizzazione o collettivo politico o anche solo preso parte, con una certa continuità, a manifestazioni di piazza, picchetti antisfratto, antisgombero o di sciopero, a presidii solidali ecc., indipendentemente dalla natura più o meno conflittuale di questi momenti e soprattutto indipendentemente dalla sua condotta individuale, è stato destinatario di una o più misure di questa natura. Chiunque, negli ultimi anni, si sia avvicinato al territorio della Val di Susa o chiunque si sia recato in una qualunque città italiana in cui si svolgesse un corteo o il contro-summit di turno, anche a prescindere dal suo reale motivo di soggiorno, è stato, almeno una volta, rispedito a casa propria con un foglio di via con obbligo di rimpatrio. Tutti i militanti che potevano annoverare più di qualche precedente di polizia sono stati destinatari di un avviso orale del questore della loro provincia di dimora, che li ha invitati a tenere una condotta conforme alla legge. Chiunque ha piantato grane nella propria città ha rischiato il divieto di dimora mentre chi ha pensato di farlo altrove ha rischiato l’obbligo di soggiorno. Infine, i militanti che si sono meglio contraddistinti, o che sono semplicemente meglio conosciuti e riconosciuti dalla D.I.G.O.S. locale, sono destinati a diventare sorvegliati speciali. Sono questi i cd. strumenti amministrativi di controllo sociale e più specificamente le misure di prevenzione. Negli ultimi anni queste misure sono state dispensate con una frequenza ed in una quantità tale da poterci giocare a “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”, come da piccoli facevamo con le figurine degli album Panini. Non che averne collezionata più d’una costituisca necessariamente un motivo di vanto… ma non è questa la sede per esprimere valutazioni di merito sulla validità e sull’efficacia delle pratiche del movimento.

Le misure di prevenzione, sono strumenti di natura amministrativa, pensati per prevenire la commissione di reati da parte di soggetti considerati socialmente pericolosi, attraverso la possibilità di porre in essere limitazioni più o meno profonde della libertà personale, nei confronti di soggetti formalmente non imputati né tantomeno condannati quali autori di reati. Il diritto della prevenzione, sorto a metà del XIX secolo quale sistema parallelo al diritto penale in senso stretto, è stato infatti correttamente definito quale vera e propria giustizia penale preventiva, fondata sul quanto mai vago concetto di pericolosità sociale del soggetto destinatario della misura. Da un punto di vista storico, tali misure vennero introdotte per la prima volta nell’ordinamento giuridico non appena si fu perfezionato il processo di instaurazione dello Stato moderno. Infatti l’introduzione delle misure di prevenzione corrisponde alla nascita del diritto penale moderno in cui, dai codici penali della metà dell’Ottocento, erano state espunte tutte le cd. “pene del sospetto”. La nuova concezione del diritto penale, arricchita dei suoi elementi di garantismo illuminato, restringeva le ipotesi di limitazione della libertà personale a quelle realizzabili solamente in seguito all’accertamento processuale di fatti precisamente inquadrabili in condotte di reato espressamente previste e definite dal legislatore. Ma ciò che fu dismesso dal diritto penale moderno fu riciclato dal diritto amministrativo. Infatti, con le misure di prevenzione, la compressione della libertà dell’individuo si verificava – e si verifica tutt’oggi – non a fronte di condotte contrarie alla legge, bensì in presenza di meri indicatori di pericolosità sociale del destinatario della misura: si è quindi in presenza di un giudizio non di responsabilità, ma di mera probabilità. Si venne quindi ad istituire un sistema di cd. doppio binario mediante il quale, accanto ad un diritto penale almeno formalmente impregnato dei principi e delle garanzie tipiche dell’illuminismo giuridico, veniva ad affiancarsi un diritto di polizia flessibile ed incisivo, idoneo a fronteggiare le diverse emergenze sociali consentendo inoltre allo Stato di mantenere sotto controllo le varie forme di pericolosità soggettiva prima etichettate come reato. Come conciliare quindi gli evidenti contrasti tra questa disciplina e le più basilari esigenze di garantismo, di cui gli attuali ordinamenti giuridici dovrebbero essere permeati?

Non sembra evidentemente possibile.

Infatti, il sistema punitivo-repressivo che caratterizza l’intera materia delle misure di prevenzione – in maniera specifica quella delle misure personali – continua a vedere, dalle sue prime forme di disciplina della metà Ottocento sino a quella attuale cristallizzata nel 2011 nel nuovo codice antimafia, quale suo fine ultimo il controllo di tutti quegli individui posti ai margini della società ufficiale, o che possano in qualche modo costituire una minaccia per il mantenimento della pace e dell’ordine sociale. D’altra parte, è la stessa formulazione della norma relativa ai soggetti nei cui confronti possono essere applicate le misure personali a far emergere un’evidente violazione del principio di legalità. Ad oggi, destinatari della misura, in quanto socialmente pericolosi, possono infatti essere:

a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;
b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
c) coloro che per il loro comportamento debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, comprese le reiterate violazioni del foglio di via obbligatorio nonché dei divieti di frequentazione di determinati luoghi previsti dalla normativa antimafia, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Si tratta palesemente di categorie amplissime, che tra l’altro vengono “accertate” (laddove si tratti di misure la cui applicazione ha carattere giurisdizionale, quali ad esempio la sorveglianza speciale con o senza obbligo di soggiorno) mediante un rito sommario davanti all’autorità giudiziaria in cui i margini di difesa sono notevolmente ridotti. Inoltre, tali nebulose fattispecie di pericolosità rendono palese un altro fine intrinseco del sistema prevenzionale, ulteriore ed accessorio rispetto al mero controllo preventivo di potenziali forme di devianza: vale a dire la repressione di reati non dimostrabili, e quindi soltanto sospetti. La legislazione in materia è formulata in maniera tale da risultare priva di qualunque contenuto prescrittivo allo scopo di potersi riempire di qualunque contenuto utile al compimento della strategia contro-insurrezionale in corso. Negli ultimi anni si è prepotentemente affermata (soprattutto ad opera di certi settori della magistratura) l’imprescindibilità di tale strumento preventivo-repressivo, spesso preferito ai dispositivi più propriamente penali, in quanto più veloce, certo ed efficace di quest’ultimi. Questo uso massivo delle misure di prevenzione avviene indiscriminatamente tanto per prevenire i crimini comuni quanto i comportamenti sovversivi, con l’evidente obiettivo di spoliticizzare e ridurre anche questi a fatti puramente delinquenziali. Il ricorso indiscriminato alle misure di prevenzione è tale che perfino l’attore della serie tv Suburra Adamo Dionisi è stato, in questi giorni, destinatario del foglio di via obbligatorio emesso dal Questore di Viterbo con divieto di far ritorno nel comune per un periodo di tre anni, a fronte di condotte di reato ancora tutte da dimostrare. Ma viene spontaneo chiedersi il perché di tanta prevenzione in un periodo in cui le stesse statistiche ministeriali registrano un progressivo e deciso calo dei reati comuni (perfino quelli più violenti quali omicidi e rapine) ed in una fase in cui i movimenti politici e le cd lotte sono perlopiù inesistenti e le organizzazioni ed i collettivi sono ridotti ai minimi termini. Per quanto attiene a quest’ultimo aspetto, ovvero all’uso delle misure preventive nei confronti di fatti politici contenuti in determinati comportamenti, la volontà sembra essere quella di bastonare il can che affoga approfittando dell’evidente stato di debolezza in cui versano soprattutto i compagni negli ultimi tempi. Ma quest’obiettivo sembra essere perseguito in maniera sottile e poco immediata. Anziché agire una strategia repressiva mediante le ordinarie misure penali con le quali ottenere condanne esemplari per far prendere le distanze della popolazione dai sovversivi, si opta per questa strategia preventiva che incide e progressivamente logora con tante piccole restrizioni tutti gli aspetti della vita quotidiana del militante socialmente pericoloso, allo scopo di costringerlo all’immobilismo, o peggio, a prendere le distanze del sé dal proprio sé e quindi dal sovversivo che cova dentro di lui. In questo senso, le misure preventive più che essere norme precettive sembrano essere norme performative, che creano ciò che nominano adempiendo alla loro missione di re-identificare, riclassificare, individualizzare ed infine neutralizzare tutto ciò che di politico resiste nella vita di ciascuno.

Ma in un’ottica più generale l’abuso delle misure di prevenzione si può giustificare in quanto risposta che un po’ marzullianamente i governi offrono al generalizzato e dilagante bisogno di sicurezza indotto da loro stessi nei cittadini. Infatti, paventando continuamente a livello politico e mediatico emergenze a cui far fronte, pericoli da prevenire, attentati da sventare e territori da difendere, si alimentano nei cittadini paure ed insicurezze che inducono a domandare maggiore sicurezza. Ed è proprio in nome di questo inedito bisogno di sicurezza che, a nostro parere, si giustifica questo sfrenato ricorso alle misure preventive. Come si diceva prima infatti, le misure di prevenzione sono dispositivi veloci, certi ed efficaci ed il loro utilizzo consente di rendere apparentemente più solerte e proficuo l’operato di forze di polizia e magistratura, e dunque di fornire anche una risposta della Politica al bisogno di sicurezza indotto. Infatti, questo continuo ricorrere alle misure di prevenzione è del tutto funzionale alla compilazione delle relazioni e delle statistiche ministeriali sulla prevenzione e sulla riduzione dei crimini, che poi possono essere esibite orgogliosamente come trofei ai cittadini, a scopo di propaganda elettorale o di rafforzare il consenso nel governo di turno. Ma l’abuso di queste misure non è solo quantitativo ma anche qualitativo, nel senso che si registra un’assoluta trasversalità dei destinatari delle misure di prevenzione. Ad essere raggiunti da questi provvedimenti, come si diceva, non sono solo i militanti delle strutture politiche ma anche chiunque, eccedendo in qualsiasi modo dal consentito, sia riducibile a forma di vita criminale, e quindi qualificabile come socialmente pericoloso. Sulla base di questa trasversalità dei destinatari si potrebbe fondare un’illusione frontista di lotta contro le misure di prevenzione dal titolo all criminals are united, che faccia uscire noi militanti dalla condizione di minoranza minoritaria. Ma ci sembra che oggi, per uscire dal minoritarismo e divenire minoranza rivoluzionaria, perché come scriveva qualcuno un rivoluzionario è sempre minoranza, quando cessa di essere minoranza cessa di essere rivoluzionario, ci voglia ben altro. Per iniziare dovremmo liberarci, noi, di tutti questi orpelli giudiziari che logorano il nostro quotidiano costringendoci all’ immobilismo, perché mirano a spezzare quei legami che ci rendono una forza, rendendo impossibile gli spostamenti e le comunicazioni tra i focolai di cospirazione. Un foglio di via, un obbligo di dimora, un divieto di dimora e peggio ancora la sorveglianza speciale, infatti, impediscono, o meglio rendono assai complicato, non solo frequentare determinati luoghi o determinati soggetti ma anche andare a trovare dei compagni per farsi raccontare le loro iniziative, conoscere altre esperienze e apprendere nuove tecniche.

Occorre dunque liberarsi di queste misure e la domanda è una e una sola: Come fare?

Contro queste misure non si può certo fare affidamento sugli strumenti di tutela che l’ordinamento ci riserva a garanzia dei nostri diritti. Che esiti può dare, infatti, un ricorso al prefetto contro una misura adottata dal questore? Non sono questi organi coordinati ed in fondo uno alle dipendenze dell’altro? Si potrebbe allora ricorrere ad organi indipendenti come il T.A.R. o il Capo dello Stato sperando che venga fatta giustizia, ma questo solo se ciascun destinatario di una misura di prevenzione avesse oltre 600 euro da regalare per l’istruzione di ciascun ricorso… Si dovrebbero allora disertare i comportamenti imposti dalle misure di prevenzione di cui ciascuno è destinatario, ma perché questa diserzione risulti una pratica realmente efficace, e non ulteriormente gravosa per il singolo, ci sarebbe bisogno di un sostegno materiale, politico e affettivo che sicuramente nè i singoli gruppuscoli, ma neanche le strutture politiche più grandi, nella loro solitudine ed isolamento, sono in grado di offrire, così come non si sono dimostrati in grado neppure i ‘grandi movimenti’ in occasione delle campagne per il processo di Genova 2001 o del 15 ottobre 2011. In questa fase più che mai occorre limitare i danni e non immolarsi in nome di una qualche controproducente fede ideologica. Si dovrebbe allora pensare ad una forma di resistenza che si basi su pratiche articolate, diffuse e di lungo periodo in grado di ribaltare a nostro favore il rapporto di forza. Non è un caso, che i soli capaci di resistere e di violare le misure di prevenzione in Italia siano stati i No-Tav in Val di Susa, che pur colpiti individualmente, hanno saputo porre in essere una difesa coordinata e collettiva, articolando la lotta fuori e dentro i tribunali, sostenuti da una ampia mobilitazione politica anche capace di fare breccia nell’opinione pubblica, rendendo così le misure preventive a loro carico del tutto inefficaci. Assumendo ancora una volta la Val di Susa ad esempio, deduciamo che la vittoria contro la polizia e le sue misure preventive non può essere militare ma politica. Infatti, come suggeriva già qualcuno, non si può pretendere di battere una forza armata in un corpo a corpo. Per vincere la polizia ed il suo diritto, come non bastano i nostri corpi per strada contro le cariche dei loro reparti celere, non basteranno nei tribunali i ricorsi contro le misure di prevenzione. Occorre rendere queste misure inefficaci politicamente e dunque privarle di legittimità, al fine di riguadagnare una giusta distanza dalle forme di controllo e recuperare dei più ampi margini di manovra. Per fare questo non possiamo che mettere in campo la nostra unica forza. Noi rivoluzionari non siamo uniti da alcun vincolo di obbedienza ma siamo uniti ad altri compagni, ad amici, ad una forza, ad un ambiente, a dei complici e a degli alleati. E se questa è la nostra forza, è questa che va fatta pesare contro gli interventi, le operazioni e le misure di polizia che mirano a stabilire e mantenere un determinato ordine, provocando per reazione un disordine ingestibile. Contro le misure di prevenzione, che mirano a risolvere un problema di ordine pubblico, l’unica risposta possibile è renderle fonte di un problema di ordine pubblico più grosso. Solo allora le renderemo inefficaci.

Lunatico di Gennaio

di Bianca Bonavita

La terra stanca sotto la neve

dorme il silenzio di un sonno greve

l’inverno raccoglie la sua fatica

di mille secoli da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?

Un altro inverno tornerà domani

cadrà altra neve a consolare i campi

cadrà altra neve sui camposanti.

Inverno di Fabrizio De Andrè,

(Tutti morimmo a stento, 1968)

Gennaio la terra riposa. E noi con lei.

Certo, di lavori ce n’è sempre in campagna, ma mai come ora ci si può occupare del proprio non fare. Tempo di studio e di letture, tempo di camminare per le colline e di accorgersi che dopo essere state gentrificate da impiegati di alto rango, come quartieri verdi della metropoli, ora vengono resortizzate per offrire alle jeune-filles una “meta di charme per il week-end”. Ci sono resort più popolari dallo stile pacchiano, con ombrelloni modello atollo del Pacifico e scivoli a colorare di plastica blu i pendii delle colline, e resort più chic e un po’ meno abbordabili presso dimore d’epoca, che magari organizzano anche prestigiosi festival jazz per le sere d’estate. Accade così che uno dopo l’altro vecchi casolari un tempo abitati da contadini vengano inglobati da questi orribili centri benessere bagnati da false acque termali. E così accade che la collina si trasformi in un residence diffuso, popolato da spettri in mano a una qualche holding le cui tracce svaniscono in un ufficio di Milano. Accade che il resort diventi anche latifondo e si accaparri tutte le terre circostanti piantumando ulivi alternati a bandierine da golf. Accade che laddove un tempo c’era solo il buio della notte ora ci siano le violente luci della più spettrale delle città invisibili.

L’accerchiamento è completo, si è costretti a sperare che i pochi agricoltori rimasti, pur se della chimica e della monocoltura, non cedano le loro terre. Gennaio è tempo di fare legna. Si abbatte il secco e si dirada il vecchio. Da noi è l’acacia a farla da padrona. È anche ora di scavare le buche (almeno sessanta centimetri di profondità così da poter interrare letame fresco e da creare spazio per le radici) per i nuovi alberi da frutto che sarà bene mettere a dimora prima delle esplosioni di primavera. Per risparmiare è consigliabile scegliere piante a radice nuda. In questo caso è necessario interrarle il prima possibile dopo averle prese al vivaio.

Gennaio è anche tempo di pensare alle potature: della vite e degli alberi da frutta. Se il tempo è mite si può iniziare con calma a decidere quali rami saranno portatori dei nuovi frutti e quali diventeranno bacchetti per la stufa. Ma è comunque meglio non avere troppa fretta, le gelate non fanno bene alle ferite da potatura. Un tempo, di questi tempi, la civiltà contadina si dedicava alla riparazione degli attrezzi e alla manutenzione della propria casa, delle stalle e delle rimesse. Sapiente è chi sa mettere le mani dappertutto per chiudere le falle che il tempo inevitabilmente procura alle cose. Nell’orto i cavoli sopravvissuti assumono sempre più le fattezze di reduci e iniziano a sembrare quasi incongrui in mezzo alla desolazione dell’orto passato, che chiede soltanto di essere seppellito con una bella vangata. È tempo di iniziare a fare ordine, a togliere le canne dei pomodori, a sollevare i tubi dell’irrigazione, a preparare la terra per la stesa del letame e il passaggio del trattore. Nel fragolaio si possono togliere le erbacce e ripulire le piante dalle vecchie foglie lasciando solo il cuore con i nuovi germogli. In cantina c’è poco da fare, i travasi sono finiti ed è ancora presto per imbottigliare il vino nuovo. Così anche lì si cerca di fare un po’ d’ordine tra le cose. Marzo non è lontano; non ci si è ancora completamente abituati alla morte che il suo arrivo promesso ci costringe, anche se non sempre lo si vorrebbe, a pensare di nuovo alla vita e alle sue semine. Così chi non ha modo di conservare le patate al meglio per riseminarle è tempo che pensi a come procurarsele, così come tutti i semi che vorrà seminare tra marzo e aprile. Gennaio a volte, nonostante la morte, ad ascoltare bene si sente, seppur ancora chiuso in una gemma, il brusio trionfante del sole.

La ricetta del mese: Verza al forno

La verza è indiscutibilmente, in quell’anarchica monarchia dell’orto, regina dell’inverno. E’ lei che domina e che presidia anche nel periodo più buio, più freddo. Non ha la pelle dura eppure resiste, grazie alle sue millefoglie con le vene gonfie, abbarbicate e strette le une alle altre per difendere il suo tenero cuore dai rigori del mondo invernale. E’ dolce e deliziosa e per gustarla i modi sono tanti. Per esempio, fatta a striscioline sottili e messa in forno. Con l’aggiunta di olio d’oliva, (abbondante) aglio schiacciato, sale e pepe. A chi piace cumino. Condita bene con queste cose e messa in forno ben caldo per circa 40 minuti/1 ora. Mescolandola a metà cottura. Chi ne ha voglia, aggiunge negli ultimi 10 minuti una grattugiata di parmigiano o di pecorino o pezzetti di un qualsiasi formaggio che si abbia in casa.

E’ buona anche senza formaggio!

Con la verza si possono fare mille piatti: involtini ripieni di riso o patate; polpettine vegetali aiutandosi sempre con purè di patate o riso; vellutate unendola ai fagioli. Oppure se non si ha tempo o voglia o entrambi, si tira semplicemente in padella con la cipolla! Insomma, anche se dopo mesi di suo quasi incontrastato regno, siamo tentati di digiunare, rendiamo comunque grazia alla verza!

Leggendo Il treno contro la storia

Un contributo al dibattito sulla crisi della militanza

Innanzitutto una considerazione più generale, se il pamphlet di Gigi Roggero Il treno contro la storia (DeriveApprodi) ha un grande merito, è proprio quello di affrontare la crisi della militanza, riuscendo però a mettere in crisi il lettore- militante. Come il libro stesso dice, non si parla «dall’alto della soluzione ma dall’interno del problema», non si ha tanto la pretesa di proporre il proprio che fare? ovvero la propria idea strategico – politica come verità universale. Ma a partire dai limiti che si riscontrano nell’agire militante, ci si concentra piuttosto sui come fare, che troppo spesso trascuriamo nel tradurre in prassi il nostro che fare, cioè nel fare il nostro che fare. La forza di questo lavoro è data dal suo comporsi di una serie di verità scomode, scomode perché fanno riflettere e perché appunto mettono in discussione, imponendo una discussione in cui si richiede che venga affrontato «il problema dall’interno». Proprio per questo le riflessioni che seguono non possono non tenere in considerazione la nostra personale esperienza degli ultimi anni. Quanto segue, dunque, non è una recensione del libro, né un tentativo di sintesi di commento al pamphlet. Data la complessità e la molteplicità delle questioni sollevate, abbiamo scelto invece di contribuire al dibattito sulla crisi della militanza riproponendo qui alcuni interventi che hanno animato la discussione scaturita dalla lettura collettiva di questo testo.

M.

In diversi hanno sottolineato come il maggior pregio del testo di Gigi sia quello di porre in essere una discussione vera perché tocca alcune questioni fondamentali nella vita dei militanti o di coloro che in qualche maniera fanno, o credono di fare, della propria vita un’opera che è politica come prima determinazione. Ma una discussione, se è vera, richiede di mettere a giorno quelle questioni apparentemente chiare che invece celano in se stesse le aporie costitutive di ciò che si sta analizzando. E ovviamente il pensiero – non l’opinione – spesso diverge, cercando lo scioglimento di un problema. Ed è sempre più interessante parlare delle divergenze, che non delle cose sulle quali si è in accordo.

Mi soffermerò velocemente su due passaggi de Il treno contro la storia.

Il primo è a pagina 43: “Quando le lotte non ci sono, ecco la fase più importante per il militante rivoluzionario. Quando ci sono, il militante arriva troppo tardi”. Mentre leggevo questa frase mi è tornato alla memoria un seminario di diversi anni or sono dove erano presenti, tra gli altri, Toni Negri, Mario Tronti e Giorgio Agamben. L’intervento di quest’ultimo – che, a differenza di tutti gli altri, non fu pubblicato per sua decisione, poiché riteneva di essere ancora all’inizio di una ricerca – verteva attorno alla nozione di “movimento” e si concludeva con un motto che suonava così: “il movimento è ciò che se è, è come se non fosse, manca a se stesso e se non è, è come se fosse, eccede se stesso”. Mi sembra superfluo sottolineare non la consonanza bensì la risonanza con la frase tratta dal testo di Gigi Roggero. Apparentemente l’uno e l’altro sono d’accordo, quanto meno sul fatto che il momento importante sia quello quando non ci sono lotte, ovvero non c’è movimento, mentre al contrario, quando ci sono lotte, e dunque movimento, vi è una mancanza, un difetto. Questo risiede, secondo Roggero, in uno scarto temporale, mentre per Agamben è invece qualcosa di ontologico. Nella versione di Agamben in realtà, infatti, non vi è un momento che prepara l’altro, non c’è progressione, e vedremo subito il perché. In quella di Roggero, posso sbagliare, ma a me sembra che nel momento “senza” si prepari il momento “con”, anche se mi pare altrettanto che vi sia coscienza che si “arriva tardi” proprio perché quando il movimento non è ed “eccede se stesso” è questa eccedenza a darci l’impressione del ritardo, mentre quando è, mancando a se stesso, pone il militante nella situazione di essere sostanzialmente inutile. Quindi, dove si collocherebbe al meglio l’esistenza del militante? Credo che dietro questo divergente accordo vi sia all’opera una diversa strategia. Secondo Agamben il problema che abbiamo con la nozione di movimento – e quindi di “lotte” – risiede nel fatto che da qualunque lato lo si sia preso nella modernità, tanto da destra che da sinistra, si è pensato che il movimento – o le “lotte” e la loro organizzazione – sia qualcosa di esterno all’elemento da politicizzare – popolo, moltitudine, classe, non importa – e che questo fatto sia dovuto a sua volta alla convinzione che il movimento sia qualcosa che debba condurre a un fine, ovvero che il suo fare produca qualcosa alla fine – una razza, uno stato, il socialismo o delle istituzioni del comune, non importa anche questo. Il militante, qui, diviene semplicemente un cacciatore di nemici. Da sterminare. Non è un caso d’altra parte che Gigi utilizzi una pesante metafora biologica per significare l’agire del militante, quella del bacillo della peste, poiché il movimento-lotte ha esattamente la funzione di politicizzare un elemento che evidentemente è ancora impolitico – “il nostro obiettivo è organizzare la nostra parte”, scrive – dove politicizzare significa far apparire contemporaneamente un soggetto che si definisce in base al suo contro-soggetto, che viene ricavato dal tessuto stesso della popolazione, ovvero un nemico da annientare che a sua volta dona il senso al fare politico. All’epoca Agamben segnalò che in questo concetto di movimento sta esattamente ciò che possiamo intendere con biopolitica. Allora se la massima di Roggero, alla luce di Agamben, ha un senso per noi, a me pare essere nell’assunzione né dell’una né dell’altra situazione, ma del punto di indistinzione tra l’una e l’altra, poiché in quel punto, quello dell’eccedenza che è anche ciò che resta ogni volta del movimento-lotte, e che in verità è precedente a ogni divisione, è contenuto qualcosa che ha il fine in se stesso e che non ha alcuna necessità perciò di lavorare per un’opera futura e tanto meno di politicizzare esternamente qualcosa, poiché vive in una dimensione dove ogni forma di vita è già di per sé, in quanto vivente, presa in un divenire-politico. Il militante, come già l’apostolo, vive veramente in quel mezzo, poiché in quel punto medio dimora la costituzione della potenza. Non c’è da scegliere tra atto e potenza, ma tenersi nel mezzo, poiché solo nel mezzo c’è puro divenire. È in questo mezzo, dentro questa indeterminatezza, che infatti sempre nasce la guerra civile che porterà il personale a divenire politico e il politico a divenire personale. È l’esistenza che ti porta a prendere partito. Se invece ci si ritira verso uno dei suoi poli, sempre solo in atto oppure sempre solo in potenza, inevitabilmente si scadrà o nell’impotenza o in quel volere la volontà di potenza che, apparentemente opposti, condividono lo stesso letto: un talamo matrimoniale che porta inciso sulla testiera il nome di nichilismo. L’altro passaggio è a pag. 64: “Quella tra i militanti è invece un’amicizia politica, è appunto ciò che hanno in comune quelli che sono contro”. Nelle righe precedenti Gigi aveva già fatto giustizia di un malinteso diffuso attorno a ciò che chiamiamo amicizia politica, ovvero che non è il fatto di andare a cena insieme, o persino di dormire sotto lo stesso tetto, che fa che esista qualcosa come un’amicizia (direi proprio amicizia in senso pieno, senza aggettivazione). Tuttavia quella definizione di amicizia politica, che lì si dà come quell’esistenza che è accomunata dal fatto di essere contro, non coincide del tutto con ciò che io e altri amici abbiamo provato ad elaborare negli ultimi anni. Innanzitutto è la politica stessa, o meglio ciò che noi concepiamo come tale, che è costituita da quell’esperienza esistenziale che è l’amicizia come con-divisione di una vita e perciò del nostro agire e del nostro pensare, mai viceversa, ovvero che sia il politico a produrre l’amicizia.

Nell’amicizia risiede il politico e non il contrario, insomma.

In secondo luogo c’è una frase nell’ultimo testo pubblicato dal Comitato Invisibile dove è scritto: “organizzarsi non ha mai significato altro che amarsi”. Qui sono due le questioni da ritenere. La prima è l’organizzarsi e non l’organizzare: non c’è nessuno che organizza altri. La seconda è che l’affetto determinante nell’organizzarsi non è l’odio ma l’amore. È attraverso quella condivisione esistenziale che è l’amicizia che io entro in contatto con la potenza che mi è propria e solo insieme all’amico vivo il suo accrescimento. Ciò al quale io e i miei amici siamo posti “contro” è esattamente quello che mira a impedire questo accrescimento. In questo senso, ontologicamente parlando, l’amore è primo. Tutto il resto ne discende. È per questo che si è disposti anche a perderla, la vita. Se invece quell’affetto è assente, non riusciremo né ad organizzarci né a colpire il nemico lì dove bisogna colpirlo, ovvero non nella sua esistenza in quanto vivente, ma al centro della sua potenza di agire.

M.

Per agire collettivamente, viene detto nel libro, occorre organizzarsi a partire dalla ricerca di un giusto equilibrio tra spontaneità ed organizzazione. «Il massimo della rigidità strategica si deve combinare con il massimo della flessibilità tattica» perché «il piano tattico non può mai essere uguale a se stesso, pena diventare burocratica ortodossia». Organizzare le nostre tattiche significa allora rendere la nostra organizzazione permeabile alla spontaneità. Ma, a ben vedere, è anche la strategia a doversi rendere permeabile, affinché i processi che noi mettiamo in campo siano immediatamente interrompibili, deviabili, rovesciabili prima che diventino, per noi stessi, sabbie mobili dalle quali liberarsi è impossibile. Occorre allora ricercare la giusta alchimia tra organizzazione e spontaneità sia sul piano tattico che su quello strategico, essendo sempre pronti a rimettere in discussione le pratiche ed i concetti a cui tendiamo ad affezionarci. «Finché servono li utilizziamo, quando girano a vuoto dobbiamo modificarli, quando non servono più li buttiamo». Organizzarsi insieme consiste allora nello sviluppare «un metodo comune che sappia costruire risposte adeguate a situazioni differenti, in grado di modificare flessibilmente ipotesi e comportamenti a partire dalla rigidità dei fini collettivi». Per organizzarsi, allora, occorre stabilire una gerarchia degli obiettivi e delle priorità sulla base della quale si possa agire, sia collettivamente che individualmente, per conseguire il comune progetto rivoluzionario che si condivide. Ma una delle maggiori cause di fallimento è proprio la nostra incapacità di mantenerci in una giusta tensione tra spontaneità e organizzazione. Se ci si guarda bene intorno, in momenti di grande crisi come questo, a sopravvivere sono perlopiù le organizzazioni e le strutture che si limitano ad amministrare l’esistente, mentre le prime a crollare sono quelle ipotesi che rifiutano l’organizzazione confondendola con la mera gestione. Infatti nel libro si dice: «La giusta critica al feticcio dell’organizzazione non può divenire culto della spontaneità. Bisogna distinguere la spontaneità dallo spontaneismo che ne costituisce l’ideologia». Chi rifiuta l’Organizzazione con la “O” maiuscola troppo spesso finisce col promuovere il culto dello spontaneismo. Si rifiutano gerarchie e ruoli e si predica l’orizzontalità, come se tutti fossero uguali e come se tutti potessero sempre fare tutto, tutti insieme. Il fatto che non ci siano responsabili, commissioni, capi, ecc., automaticamente implica che le decisioni e gli impegni di tutti diventino le decisioni e gli impegni di nessuno: dietro quel tutti si cela una deresponsabilizzazione dei singoli. In nome di questa strana affezione democratica per l’orizzontalità si finisce o per rimanere immobili e incapaci di dare seguito alle molte discussioni programmatiche e ai grandi proclami di azione, perdendo in capacità di prendersi vicendevolmente sul serio oppure si scade nella dittatura della volontà e del volontarismo, o per dirla con Gigi «nel delirio di onnipotenza individuale», laddove nell’inconsistenza organizzativa e nella incapacità di comprendere chi debba fare cosa, a dare seguito alle decisioni collettive programmatiche siano volontaristicamente pochi singoli che finiscono per dettare i modi e i tempi di tutti. Rifiutando tanto l’organizzazione intesa come mera gestione quanto lo spontaneismo orizzontale, per organizzarsi bisogna assumere che: «Non siamo tutti uguali, questo è il punto di partenza del militante rivoluzionario. Da un lato perché questo sistema produce continuamente gerarchizzazione e ineguaglianza, dall’altro perché eguaglianza comunista non significa appiattimento burocratico e livellamento verso il basso. Pretendere da tutti le stesse cose sarebbe fraintendere il processo organizzativo. Le differenze non sono né belle né brutte ma un dato di fatto. Per renderle potenti o metterle in discussione dobbiamo farne strumenti adeguati al processo organizzativo del noi politico». Ciò significa che ognuno di noi ha le proprie capacità, abilità ed inclinazioni. Ad esempio, c’è chi sa scrivere meglio di altri e chi disegnare; chi leggere in maniera lucida le situazioni e chi elaborare le giuste tattiche di lotta; c’è chi sa organizzare degli eventi e chi trovare i mezzi necessari. Ognuno di noi nell’organizzarsi deve saper mettere le proprie specifiche a disposizione della collettività e deve sapersi ricavare autonomamente un proprio ruolo in base a queste. È sulle capacità di ciascuno che una comunità militante dovrebbe calibrare e sviluppare la propria capacità di organizzarsi. Al tempo stesso, a seconda delle diverse circostanze, ognuno dovrebbe imparare ad affidarsi a chi dei suoi compagni dimostri di avere più esperienza, saperi e capacità, accettando il fatto che non sempre e in tutto si possono avere gli stessi ruoli o lo stesso peso. Per questi motivi, appare illusorio pensare di poter abolire del tutto nelle nostre collettività gerarchie e rapporti di potere, ma accettarle è possibile solo quando chi esercita una posizione di potere all’interno della sua comunità lo faccia mettendo al centro l’interesse collettivo e non quello personale. Accettare gerarchie e rapporti di potere non significa, infatti, riprodurre nella propria comunità quei rapporti economici basati sull’utilitaristico do ut des o quei rapporti di potere che mirano a nutrire i personalismi. Spesso infatti sono «le smanie di riconoscimento individuale» a diventare «motivo di rotture sedicenti politiche». Quando i rapporti gerarchici divengono immutabili e determinano ogni piano della vita collettiva logorano prima le relazioni singolari poi l’intera collettività. È per questo, allora, che nell’organizzarsi bisogna anche saper capire quando ha senso rimanere uniti e quando invece non sia il caso di separarsi temporaneamente o definitivamente. «Esisteranno rotture necessarie quando alcune nostre cellule diventano cancerogene: a quel punto vanno asportate per tempo, prima che contagino quelle sane. Ci può addirittura essere una produttività della rottura interna quando è frutto di una dinamica politica collettiva: non perché si tratta di differenze o peggio di competizioni personalistiche come spesso avviene, ma perché si tratta di inutilizzabilità o nocività rispetto allo stato di sviluppo del processo organizzativo». Infine, organizzarsi in una comunità militante non significa essere un gruppo di amici, «nel senso comune borghese del termine». Una comunità politica si compone sì di amicizie, ma in essa si è amici perché uniti da un comune progetto rivoluzionario. Il rischio di confondere una comunità militante con la propria comitiva porta a costituire comunità terribili, chiuse in se stesse, escludenti e pregne di meccanismi costrittivi. A furia di concentrarsi sulla propria piccola comunità, le sue dinamiche interne e le sue problematiche si finisce per perderne il senso. A furia di vedere il proprio centro nel proprio ombelico, e mai in una proiezione verso l’esterno, processi di astrazione e separazione ci portano ad essere prigionieri di una visione autoreferenziale dell’agire politico. Il termine di verifica del nostro agire si riduce alla nostra stessa comunità politica, mentre lo spazio di critica interno si riduce sempre più, essendo visto con sospetto, come qualcosa che mette in discussione la micro-identità del collettivo, i suoi meccanismi di riconoscimento e funzionamento, le nostre piccole ma soprattutto false certezze. Ci si limita a farsi amministratori del proprio esistente. Si smette di scommettere per paura di perdere la misera marginalità che si possiede. «Si finisce per ritrovare la propria soddisfazione nella dimensione individuale della propria comunità e del ruolo che si ricopre al suo interno. Ma proprio nel momento in cui il militante cessa di essere insoddisfatto e dunque cessa di fare ricerca, cessa di essere un militante». Ed è proprio così che la comunità cessa di essere militante e diventa una comitiva di amici. Ed è proprio questo equivoco che conduce anche a cattive interpretazioni del principio per cui il personale è politico, secondo le quali si finisce per riversare ognuno i propri problemi nella comunità, senza che ci siano degli adeguati strumenti collettivi per affrontarli, fino a quando la comunità-discarica esplode per incapacità di risolverli o per l’impossibilità di contenerli tutti. Non si vuole propagandare un’idea di comunità insensibile ed anaffettiva, che passa sopra ogni situazione e su ciascuno come un bulldozer, ma esprimere l’idea per cui una comunità è una cosa preziosa e delicata, come gli affetti che la compongono, motivo per il quale la si deve tutelare e rispettare sempre, a partire dal comune progetto rivoluzionario su cui essa si fonda. In una comunità politica l’amicizia deve essere politica. L’amicizia cioè si deve fondare sulla condivisione di una verità rivoluzionaria, che è una verità di minoranza, che ci unisce in un noi, che ci separa da alcuni ma che ci accomuna ad altri, che ci consente di sviluppare un’etica comune per una vita comune. «Quella tra militanti è un’amicizia politica, è ciò che hanno in comune quelli che sono contro. Proviamo allora a rovesciare lo slogan: il politico è personale. Ovvero la militanza è una forma totale di guardare al mondo e agire al suo interno che, sempre e ovunque, innerva il nostro comportamento e ci fa ragionare in modo costantemente rivoluzionario». In questo senso, allora, perché il personale possa essere politico occorre che il politico sia personale.

W.P.

Il Radicamento Territoriale! Quando leggo o ascolto questo termine, immagino sempre una nave che affonda e una tavola di legno galleggiante a cui aggrapparsi per non andare giù. L’ultimo appiglio ma anche il primo obiettivo, infatti il termine radicamento, come il termine territorio, sono concetti utilizzati per esprimere ciò che è alla base della esperienza di ogni progetto politico, che lo sostiene e lo mantiene in vita. Ma quando diventano slogan, obiettivo di per sé, motore della lotta, evidentemente risultano insufficienti. Il radicamento territoriale, come spiega Gigi nel suo pamphlet, è una concezione da mercato al dettaglio, che da una parte ha come obiettivo quello di trovare più clienti possibili, e dall’altra di fare concorrenza, anche sul piano militare con l’occupazione di un territorio, agli altri, che siano altri collettivi, o gli stessi fascisti. In questa dinamica si viene attaccati da altre strutture politiche, per concorrenza sleale, e nel frattempo si crea uno scontro simmetrico con le organizzazioni fasciste che operano nello stesso territorio, sugli stessi campi, spesso con le stesse parole d’ordine e utilizzando lo stesso marketing e le stesse armi. L’obiettivo di un progetto politico non dovrebbe essere quello di conquistare un territorio, né tanto meno difenderlo e basta; o peggio ancora mobilitarlo in nome di un radicamento inteso in senso botanico, ovvero dopo aver piantato militanti in un luogo con lo scopo di educare i suoi abitanti alla coscienza di classe. Tutti questi automatismi, che siano nascosti o fatti alla luce del sole, portano ad un cortocircuito di autoreferenzialità, che resta interno alla comunità politica, non venendo compreso all’esterno. In questo modo la coscienza non si sviluppa e non si diffonde, perché attraverso l’opera pedagogica astratta gli individui non diventano più forti e in grado di reagire. Creare un territorio in resistenza è cosa ben diversa, comprende ogni aspetto della vita di un quartiere e si porta avanti attraverso dinamiche sociali e lotte. Ogni militante ha sperimentato sulla sua pelle vari tipi di esperienze negative: gelosia, risentimento, attacco, silenzio, dissociazione, infamia, repressione, ma sempre come dice Gigi, a radicarsi non è una struttura ma un progetto, un metodo, un processo complessivo di contro-soggetivazione. Abitando un luogo si determina una trasformazione di entrambi i termini, cioè delle figure che lo popolano e delle forme di vita rivoluzionarie che vi crescono. Distruggere la propria identità, senza abbracciarne un’altra. Il radicamento, quindi, va inteso nella sua dimensione relazionale, che va oltre le strutture, va oltre i momenti di bassa, le fasi delle lotte, puntando a mantenere vivi i legami tra le forme di vita e i luoghi. Mantenere le amicizie politiche quando non c’è un movimento, quando il panorama politico è schiacciato sulle campagne elettorali, è la cosa più difficile ma anche la più importante. Quello che è stato vissuto, l’audacia di trasgredire insieme, la forza collettiva che nessuno può rappresentare e la gioia di resistere… non si dimenticano mai.

Possiamo dire che il contrario di euforia non è depressione, ma capacità di pensiero autonomo.

A.R.

Lo spirito del tempo dice che non c’è bisogno di teoria. La parola teoria, come è noto, proviene dal termine greco theorein, che significa vedere, intravedere, o meglio: vedere oltre l’apparenza ciò che c’è di vero nel reale. L’esercizio del theorein ci fa insomma scoprire che dietro le cose c’è sempre tutt’altra cosa. È proprio questo che viene a mancare oggi. La teoria vigente non è più theorein, ma commento senza fine, discorso sul discorso, critica alle critiche. È il postmodernismo che ha eletto l’ermeneutica a filosofia prima. Il problema è che questa inflazione di discorsi sui discorsi ti impedisce di arrivare alla «cosa stessa», così come il commento senza fine scolora il significato originario dei contenuti dei testi. Mario Tronti, nel suo ABeCedario, definisce la teoria come «un campo culturale chiuso in sé, dominato da un primato bizantino del discorso secondario». Questa definizione molto ironica ben si presta a mettere nella giusta luce le produzioni discorsive di movimento che vanno dal postmodernismo al post-operaismo. In queste vacue riflessioni, infatti, non è contemplato alcun agire contro il tempo, né è prefigurato un tempo a-venire. In questa letteratura, il pensiero coincide troppo perfettamente con l’epoca. Qui il pensiero più che attaccare il presente, lo accetta. La tipologia di intellettuale militante presa di mira da Gigi è in fondo quella del commentatore. Quello che lui chiama militante del post è un’opinionista fallito. Il suo vero obbiettivo è diventare giornalista mainstream oppure entrare all’università. Ma per raggiungere questi fini, la teoria non serve. Per raggiungere questi fini devi produrre delle interpretazioni che rimangano dentro i limiti dell’esistente. Delle opinioni, per l’appunto. Nell’attuale ideologia democratica, il criterio del politico è dato da una coppia non oppositiva, la coppia amico/avversario. Oggi il nemico politico è un avversario con opinioni diverse con cui si deve discutere. Questo tipo di nemico è l’esatta trasposizione di ciò che in economia è il concorrente dal punto di vista commerciale. Oggi non bisogna più utilizzare la parola nemico perché la forma sociale democratica si fonda su rapporti improntati al dialogo, alla coesistenza, allo scambio e mai alla contrapposizione. Il militante che esprime di continuo la sua opinione su qualsiasi cosa, sommergendo di tonnellate di nulla i social network e i siti di movimento è parte integrante di questo orizzonte desolante. Come muoversi, allora? Il militante più che esprimere inutili opinioni che non mordono il reale dovrebbe ri-tornare a concepire la scrittura e il pensiero come una forma di guerra. Dal suo abecdario dovrebbe, insomma depennare le teorie postmoderne dell’agire comunicativo, per lasciar spazio all’ontologia e al pensiero politico polemologico di Eraclito e Carl Schmitt. Se nel contemporaneo pensiero democratico niente è più temuto di una forte contrapposizione frontale, allora lo streben del militante rivoluzionario deve consistere nella capacità di capire in quali settori della realtà si dà la possibilità che la diade amico/nemico ritorni ad imprimere intensità al rapporto politico. Il punto di vista della tendenza a cui si riferisce Gigi significa, perciò, la capacita di individuare, tanto nella vita che nei territori, dove entra in gioco l’intensità del rapporto amico/nemico oppure no. Il pensiero politico rivoluzionario deve, in sostanza, intravedere, a partire da ciò che già c’è, dove si dà l’intensità per contrapporre le forze.

Il militante del post è l’erede dell’ideologia controrivoluzionaria postmoderna, che nasce come risposta alle lotte degli anni Sessanta e Settanta. Nella sua versione filosofica, il postmodernismo in Italia ha preso il nome di pensiero debole. In questa corrente di pensiero Nietszche, Heidegger, Benjamin sono stati utilizzati per ogni sorta di impasti e di miscele che, tuttavia, convergono in un unico punto: il ripudio di ogni theorein, cioè il ripudio di ogni pensiero teorico capace di conquista e identificazione della verità. La debolezza del pensiero qui in questione è glorificazione dei simulacri e, quindi, apologia indiretta dell’ordine di cose esistenti: filosofia senza redenzione. C’è qualcosa di più profondo però che ci deve far pensare. Un militante intelligente può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non potergli sfuggire. Allo spirito del tempo che decreta l’inutilità della teoria non ci si può opporre semplicemente con un rifiuto. Se viviamo l’epoca della notte del pensiero è perché c’è stata una sconfitta dei tentativi di rovesciamento dell’ordine costituito. Così come è fallita la costruzione comunista del socialismo, così è fallita la teoria rivoluzionaria che sostanziava quel progetto. I militanti che oggi continuano ad utilizzare l’armamentario concettuale del marxismo-leninismo saranno pure gente di buona volontà, ma fanno delle proposte teoriche francamente insulse. Ciò che non va bene è il volontarismo identitario. Restare affezionati a quei concetti costituisce più un limite che una possibilità. Come scrive Gigi, i concetti, le categorie sono strumenti: «Finché servono li utilizziamo, quando girano a vuoto dobbiamo modificarli, quando non servono più li buttiamo». Le teorie rivoluzionarie passate e sconfitte esigono rispetto, ma l’eredità ideologica del militante non deve costituire un ostacolo per l’interpretazione del reale. Il militante deve continuamente sottoporre le teorie, le tradizioni e le posizioni rivoluzionarie al banco di prova dell’attualità. Se non persegue questo metodo è destinato ad usare delle armi spuntate.

Come muoversi, allora, in questo presente disperato?

La migliore cosa da fare è partire dallo scartare tutti quei pensieri che risultano inservibili per forzare la porta blindata del presente. In tal senso, ciò di cui oggi non abbiamo veramente più bisogno è il pensiero sistematico, in quanto la realtà non è più costituita da parti omogenee che si legano razionalmente tra loro. Pensare ancora il potere sotto forma di Stato, di Sovranità, di Nazione, di Legge, di Istituzione, di Società è sbagliato. La verità sulla natura odierna del potere è che esso risiede ormai nelle infrastrutture di questo mondo. Chiunque voglia intraprendere qualcosa contro il mondo esistente deve partire da questa evidenza. Pensare sistematicamente oggi non ha più la sua ragion d’essere, ma il problema vero è che la notte del pensiero che caratterizza il nostro tempo è un qualcosa che sta anche al fondo dell’essere militante. Il militante travet, il militante fuoco fatuo, il militante del post, cioè le tre tipologie medie di militanza schematizzate da Gigi sono accomunate dall’assenza di pensiero. Oggi sono pochi i militanti che sono convinti che un pensiero non è solo un pensiero, ma anche un atto di trasformazione rivoluzionaria. Negli ambienti militanti si teme il pensiero come si teme un nemico. La crisi della militanza consiste nel non essere più una forma di vita. Ma la forma di vita è sempre un modo di essere, di stare al mondo, ma soprattutto di pensare. È solo il pensiero che in ogni situazione riesce a distinguere la linea di accrescimento della potenza e ti dispone a seguirla. È solo procedendo su questa china di pensiero che la forma di vita si tramuta in forza. È per questo che, scriveva Tiqqun, ogni pensiero è strategico.

Ferrovia Sotterranea

Mappe informali della libertà per la fuga dal dispositivo piantagione

di Il Duka

Se lo schiavo africano è semplicemente uno che è stato trasportato qui contro la propria volontà, lo schiavo nato in America rappresenta qualcosa di assai più complesso.I primi africani nati in America conoscevano l’Africa solo attraverso i racconti, le storie, gli indovinelli e i canti dei loro parenti più anziani. Di norma però questi bambini venivano separati dai loro genitori africani. Nessuna madre era sicura di vedere suo figlio dopo lo svezzamento. I bambini africani nati in America avevano una buona quotazione sul mercato, e i padroni dovevano prestare attenzione che le madri non se ne sbarazzassero per sottrarli all’orrore della schiavitù. (Molte donne africane soffocavano i loro primi figli nati in America; i proprietari pensavano che questo fosse il risultato della trascuratezza o della mancanza di cuore, tipiche dei “selvaggi”.) Anche questi bambini dovettero imparare a conoscere la schiavitù, ma per loro non c’erano tradizioni secolari da dimenticare, né consuetudini da abolire. Le sole condizioni di vita che conoscevano erano quelle della detestabile casa nella quale erano nati.”

Amiri Baraka (LeRoi Jones) da Il Popolo del Blues (Shake Edizioni Underground)

Brevi nozioni – sulla storia sepolta – della Underground Railroad

La Underground Railroad è il nome con cui era chiamata la rete informale di itinerari segreti e luoghi sicuri (chiamati in gergo: Stazioni) utilizzati dalla fine del Settecento dagli schiavi neri negli Stati Uniti per scappare dal sud del paese e arrivare nel Canada e negli stati del nord, dove la schiavitù era già stata abolita. Underground Railroad era anche una organizzazione, non gerarchica, abolizionista composta da militanti e simpatizzanti bianchi (sopratutto Quaccheri e Metodisti) e afroamericani del nord. Lo scopo era aiutare e supportare i fuggiaschi nello sfuggire dall’inseguimento dei cacciatori di schiavi e delle loro mute di cani per raggiungere le stazioni di arrivo – la “libertà” – situate in Ohio, Pennsylvania, New Jersey, New York e Canada. La Ferrovia Sotterranea toccò il suo apice tra il 1810 e il 1850, con oltre 30.000 fuggitivi che tentarono, attraverso questa rete, di lasciarsi alle spalle la piantagione e la frusta dei loro padroni bianchi. Secondo i dati dell’US Census solo 6000 schiavi riuscirono nell’impresa di raggiungere il traguardo finale: il nord del paese. Ma l’afroamericano affrancato – anche nelle regioni della nazione dove la schiavismo era stato bandito – restava sempre in una condizione di separazione. Negli Stati Uniti i neri, esclusi anche dai ranghi più bassi della società, non avevano cittadinanza. Dal 1793 per gli afroamericani arrivare nel nord del paese non significò più raggiungere la salvezza. In quell’anno, infatti, fu approvata una legge dal Congresso, su pressione dei deputati eletti negli stati del sud, che imponeva alle autorità, anche negli stati abolizionisti, la restituzione dei fuggitivi al legittimo proprietario.

La forza lavoro agricola fornita dagli schiavi – a cui non era nemmeno concessa l’appartenenza al genere umano – era oggetto di dominio come la terra, gli attrezzi, la casa e gli animali del padrone della piantagione. Nel 1850, al momento di massimo sviluppo della Ferrovia Sotterranea, venne approvata una legislazione ancora più stringente: la Fugitive Slave Law. Ai cacciatori di schiavi venne concessa la libertà totale di catturare i sospetti fuggitivi e riportarli nelle piantagioni da dove erano scappati nel sud. Tutto quello che era richiesto al cacciatore era un giuramento, in cambio del quale riceveva, dalle autorità competenti, un documento che certificava che la persona da lui catturata era una proprietà che andava restituita al legittimo proprietario. Al prigioniero non era concesso nemmeno di testimoniare in sua difesa. Questa legislazione incrementò i rapimenti di afroamericani affrancati, rivenduti in seguito come schiavi nei mercati del sud.

L’operazione Underground Railroad era ben pianificata. Una volta evasi dalla piantagione, coloro che decidevano di fuggire, sapevano di potere contare su una rete di individui pronti a condurli attraverso strade sconosciute e piste poco battute, verso stazioni sicure, dove potersi nascondere e riposare in attesa della prossima tappa della loro corsa per la libertà. Solo in seguito ricevevano indicazioni dettagliate riguardo le modalità del piano. Per uno schiavo scappare era possibile solo con il favore delle tenebre, quando il buio della notte nascondeva agli occhi vigili dei sorveglianti bianchi, il nero fuggiasco. Vitale obiettivo: allontanarsi il più velocemente possibile dai confini della proprietà, prima che scattasse l’allarme e iniziasse la battuta di caccia al “negro”. Per uno schiavo oltrepassare i paletti che recintavano la terra del suo padrone significava forzare i limiti imposti dal dispositivo piantagione e comportava abbandonare la sola forma di vita che avesse vissuto. L’unico territorio conosciuto e attraversato dai neri del sud era il sentiero che portava dalle baracche dormitorio al cotone da raccogliere. Uno spazio delimitato da cui non era permesso ai neri di uscire. Un mondo perimetrato come un cortile. Evadere dal campo di lavoro per lo schiavo assumeva la dimensione di un viaggio verso l’ignoto. Un ruolo fondamentale nello schema era assunto dalle canzoni. Il loro scopo era di avvisare gli schiavi, tramite indicazioni nascoste nei versi, dell’arrivo di una guida – uno scout più che un Mosè – che li avrebbe portati in salvo attraverso sentieri nascosti. Esistevano ballads consolatorie per chi non ce l’avesse fatta a scappare. Alcune songs allertavano lo schiavo lungo la strada, di stare in campana al passaggio in determinati punti della via di fuga. Altre canzoni come Follow the Drinkin’ – che suggeriva di filarsela seguendo l’Orsa Maggiore – avevano la funzione di una mappa.

Non c’entrerà un cazzo, con il resto dell’articolo, ma voglio scriverlo lo stesso.

La funzione centrale delle canzoni, nella tradizione dell’altra America, la ritroviamo anche nelle lotte operaie all’inizio del XX secolo. I canti del movimento anarchico e operaio giungevano nei luoghi di lavoro e sfruttamento prima degli agitatori Wobbly, come a volerne annunciare l’arrivo. E ancora prima che il sindacato I.W.W. (Industrial Workers of the World) proclamasse lo sciopero dando inizio al picchettaggio davanti ai cancelli per impedire l’entrata ai crumiri.

La Ferrovia Sotterranea

Il nuovo lavoro dello scrittore afroamericano Colson Whitehead

Ajarry morì in mezzo al cotone. Ultima sopravvissuta del suo villaggio, si accasciò tra le file di piante. Non che potesse morire in qualche altro posto. La libertà era riservata ad altre persone. Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual’ è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile.”

Colson Whitehead da La Ferrovia Sotterranea (edito da SUR)

L’ultimo romanzo di Colson Whitehead La Ferrovia Sotterranea nel 2017 ha sbancato negli Stati Uniti i maggiori premi letterari. Lo scrittore afroamericano ha realizzato il triplete aggiudicandosi il Premio Pulitzer, il National Book Award e – anche se non è un romanzo di fantascienza – l’Arthur C. Clarke per la science fiction. Colson Whitehead nato a New York il 6/11/1969 (il suo cognome sembra una presa per il culo per un nero che porta i dreadlocks) con La Ferrovia Sotterranea – romanzo che Barack Obama ha detto pubblicamente di avere letto in vacanza questa estate – ha riacceso l’interesse per la storia, quella non insegnata, della rete segreta Underground Railroad. Era dall’uscita nel lontano 1852, del libro La capanna dello Zio Tom di Harriet Beecher Stowe, che la Ferrovia Sotterranea non ritornava all’attenzione dei lettori americani. Il merito di questa riscoperta non è legato solo al libro di Whitehead ma anche alla serie tv Underground prodotta dal network televisivo WGN – non vi parlerò di questa serie in quanto ho visto le prime due puntate in stato catatonico intorno alle sei del mattino del primo gennaio – e al videogioco di fantascienza Fallout IV in cui il giocatore, dopo essersi associato a un gruppo denominato The Railroad, aiuta dei robot perseguitati dagli umani a fuggire da questi. Whitehead nel suo ultimo romanzo, contrariamente al suo precedente lavoro Zona Uno (Stile Libero Big Einaudi) che racconta di una pandemia che colpisce il pianeta trasformando gli umani in zombie, tratta la violenza senza enfasi. In una storia che narra della schiavitù non ha ritenuto necessario rendere più crude o esagerate le scene di brutalità. All’autore è bastato basarsi sulle testimonianze degli ex schiavi, raccolte con un duro lavoro in biblioteche e archivi, per stampare la fotografia della violenza subita da Cora, la protagonista del romanzo, in una piantagione della Georgia. Colson nel libro si prende più di una licenza storica. Una di queste libertà gli è valsa la vittoria al premio letterario Arthur C. Clarke per la science fiction. Nella sua narrazione la Underground Railroad è realmente una rete ferroviaria sotterranea con tanto di binari, treni a vapore, banchine e stazioni segrete. In una intervista Whitehead dice: “Quando ero piccolo, come molti bambini, anche io ascoltavo le storie sulla mitica Ferrovia Sotterranea e, probabilmente come tutti gli altri bambini, me la immaginavo come una vera ferrovia e non come un semplice nome attribuito alla rete che aiutava gli schiavi a liberarsi. Prima di mettermi a scrivere avevo in mente quello, non personaggi specifici, e nemmeno un plot. Volevo semplicemente trasformare il mio immaginario da bambino in realtà. Solo dopo sono venuti i personaggi, prima di tutto Cora.” La ricetta vincente di La Ferrovia Sotterranea è stata, da un lato, quella di avere raccontato la violenza dei bianchi attraverso l’oggettivo racconto di chi l’aveva subita. Dall’altro, la capacità di non limitarsi a narrare realisticamente la situazione degli schiavi d’America nell’Ottocento, per riuscire ad instaurare un dialogo proficuo con la storia. Perché inserire nelle pagine un elemento fantastico e surreale permette a La Ferrovia Sotterranea di essere qualcosa in più di un libro di storia

Senza la genialata della “fuga in metropolitana” questo romanzo non sarebbe stato nulla. Non avrebbe fatto centro come una freccetta sul tabellone dell’immaginario collettivo.

Burn, baby, burn!

di Feraud77

Riot-the unbeatable high
Riot-shoots your nerves to the sky
Riot-playing into their hands
Tomorrow you’re homeless
Tonight it’s a blast

Riot, Dead Kennedys

Nell’immaginario odierno Detroit appare come l’emblema del fallimento del sogno americano: è la metropoli che nel 2013 è andata in default, che si è spopolata, che è diventata quasi una città fantasma, simbolo estremo, dall’inizio della crisi nel 2008, della catastrofe rappresentata oggi dall’occidente civilizzato. Prima della crisi, però, Detroit è anche stata la città delle fabbriche e del proletariato, una delle metropoli più nere degli Stati Uniti, la città della musica soul e della Motown records, ma anche la città dei riot del 1967. È questa la Detroit che Kathryn Bigelow racconta nel suo ultimo film.

Era il 23 Luglio 1967 e nella ultra “democratica” Detroit, cuore di quel nord degli USA industrializzato, meta privilegiata di migliaia di afroamericani transfughi dal sud rurale e razzista (ma da questi sarcasticamente soprannominato “Up-South”, cioè “il-Sud-al-Nord”), scoppiava quello che è passato alla storia come il 12th Street riot. Un riot che si protrasse per quattro giorni, dal 23 al 27 Luglio, e che ebbe inizio da un raid della polizia in un bar notturno privo di licenza, il Blind pig, situato proprio all’angolo tra la 12th Street e Clairmount Street, nella zona Near West Side, uno dei tanti ghetti neri della città.

È questo lo scenario ritratto dal decimo lungometraggio di Kathryn Bigelow, frutto della sua terza collaborazione consecutiva con lo sceneggiatore Mark Boal (The Hurt Locker e Zero Dark Thirty). Nella prima parte della pellicola Kathryn Bigelow tenta di dare allo spettatore uno sguardo generale su una Detroit devastata dalla rivolta, dagli incendi, dai saccheggi, presidiata dall’esercito e dalla polizia. Si descrive Detroit attraverso uno sguardo quasi entomologico, estremamente minuzioso nei dettagli, che ben rappresenta la condizione di “colonia interna” in cui versano i ghetti neri della città, come in tutte le altre città dell’Up-South, dove stato di eccezione e di polizia, segregazione ed isolamento mostrano il rovescio della medaglia della democrazia americana. Nella seconda parte del film, invece, viene raccontata la storia del motel Algiers, delle torture, dei pestaggi e degli omicidi perpetrati da tre poliziotti bianchi ai danni di alcuni ragazzi afroamericani e di due ragazze bianche, e del processo giudiziario che ne seguì di fronte alla Corte Suprema del Michigan.

Il film Detroit ha ricevuto una fin troppo tiepida accoglienza da parte del pubblico, e un trattamento ben più impietoso da parte della critica: si è parlato di un film, sì impeccabile tecnicamente, ma fondamentalmente freddo, troppo semplice ed esteticamente non all’altezza dei precedenti film della regista. È stato anche sottolineato come la ricostruzione storica dei riot del ’67 sia stata un’operazione riuscita solo a livello formale. Risultato: un vuoto sfoggio di tecnica incapace di comunicare col presente in cui scriviamo.

Ma chi scrive non è dello stesso avviso. Kathryn Bigelow riesce nell’intento di mettere insieme tutta una serie di elementi e di dettagli, spesso scabrosi, che concorrono a fornire un quadro ampio e complesso di una storia realmente accaduta nel passato, ma in cui evidentemente riecheggiano eventi decisamente più recenti e attuali della storia degli Stati Uniti. Ci si riferisce ai riot di Fergusson del 2014, quelli di Baltimora del 2015, quelli di Milwakee e di Charlotte del 2016, e non da ultimi, agli scontri che hanno avuto luogo in diverse città americane dopo l’insediamento alla casa bianca di Donald Trump. Del resto, la scelta di rappresentare i riot del ‘67 non può ritenersi solamente un caso. Dopo le rivolte di Watts e di Harlem del ‘64, in cui per la prima volta oltre ai saccheggi furono usate molotov e armi da fuoco dai rivoltosi nei ghetti, fu proprio il ‘67 a caratterizzarsi per una vera e propria esplosione di rivolte razziali e urbane che raggiunsero un’estensione e un’intensità mai conosciute prima, in cui si registrarono 164 episodi di rivolta in 128 località diverse e che provocarono più di 80 morti.

Il ‘67 fu l’anno in cui il popolo afroamericano prese veramente coscienza della propria condizione di colonia interna, e del fatto che da tale condizione non ci si sarebbe mai potuti emancipare attraverso l’approccio liberal e non-violento alle lotte proposto dai movimenti per i diritti civili. Occorreva organizzarsi per la rivoluzione dei ghetti neri. La prospettiva di una riconciliazione con l’America bianca era oramai svanita nel nulla, soppiantata dalla voglia di dare una risposta armata alle continue sopraffazioni e alle sempre più frequenti violenze ed omicidi della polizia contro la popolazione afroamericana. Non è un caso, che il decennio che segue immediatamente i riot del ‘67 sarà quello del Black Panther Party (BPP) e dell’autodifesa armata. Kathryn Bigelow, solitamente molto attenta ai dettagli e, occorre sottolinearlo, sono proprio questi a fare la differenza anche nell’ultimo film, in un brevissimo segmento riesce a tradurre in immagini l’urgenza e l’importanza di questo momento storico.

In questo senso va letta la scena in cui, durante il secondo giorno dei riot, John Conyers, politico nero, democratico dell’ala liberal e membro della Camera dei Rappresentanti per lo Stato del Michigan dal 1965 al 2017, dal tetto di una macchina bianca tenta, con un comizio, di sedare la folla in rivolta con frasi del tipo: «Il cambiamento per la nostra gente sta arrivando, ma bisogna aspettare ed avere fiducia nelle istituzioni, perchè il cambiamento non arriva da un giorno ad un altro». Dalla folla viene invocato il nome di Stokely Carmichael (Port of Spain, 29 giugno 1941 – Conakry, 15 novembre 1998), in accompagnamento ad un fitto lancio di bottiglie che costringe Conyers a desistere dal suo intento. Carmichael è una figura chiave di quegli anni e non è un caso che venga menzionato proprio lui. Egli fu prima leader dello SNCC (Student National Cordinating Committee), poi membro della Lowndes County Freedom Organization, organizzazione che ispirò la fondazione nel 1966 del Black Panther Party da parte di Bobby Seale e Huey P. Newton, di cui lo stesso attivista trinidadiano-statunitense fu Primo Ministro ad honorem. È interessante notare come Carmichael, soprattutto dopo l’assassinio di Martin Luther King (4 Aprile 1968), si fosse dimostrato favorevole alle azioni spontanee dal basso e ai riot, motivo per cui entrò ben presto in disaccordo con la dirigenza delle Black Panthers. Infatti, il BPP «secondo le indicazioni di Newton, era però sempre stato contrario all’insurrezione spontanea, ai riot. Inoltre, secondo David Hilliard, la maggior parte delle pantere aveva criticato l’atteggiamento di Carmichael dopo l’assassinio di King. La televisione di Washington l’aveva ripreso mentre arringava la folla brandendo una pistola, e il suo intervento era stato giudicato avventurista»1.

L’insorgere di queste divisioni interne al movimento rivoluzionario dei sixties, unitamente ad altri fattori altrettanto determinanti quali la repressione e la sempre più massiva diffusione di sostanze stupefacenti nei quartieri neri, ne segnarono complessivamente la sconfitta. Fin troppo magre consolazioni sembrano essere i risultati conseguiti, quali la legittimazione accademica degli studi afroamericani e una maggiore partecipazione della middle-class nera alla vita politica ufficiale, se si pensa che la maggior parte delle problematiche contro cui lottò il BPP sono ancora ben radicate nel presente della società americana. Un’altra opzione registica per cui si distingue Kathryn Bigelow in questo film è la scelta e la costruzione dei personaggi. In un certo senso, il film può essere visto come una specie di rassegna dei personaggi più infimi che hanno infestato e infestano tuttora le comunità nere e che sembrano emergere ancora più infimamente quando la città diventa una zona di guerra. Ci si riferisce al poliziotto nero che dirige la retata al Blind Pig e al suo infiltrato dentro al locale, anche lui nero, o al sopracitato politicante John Conyers o ancora ai poliziotti sadici e razzisti che irrompono nel motel Algiers.

Ma tra tutti spicca la guardia privata interpretata da John Boyega (Dismukes). È lui la figura chiave del film, sebbene lo sia per contrarium. Operaio in fabbrica di giorno e guardiano anti-saccheggio per conto di un piccolo negoziante di notte, basterebbe già questo per definirne il personaggio. In lui l’ago della bilancia oscilla tra il potenziale rivoluzionario ed il lacchè del potere più spicciolo e becero incarnato nel cittadino qualunque, finendo per pendere fortemente verso quest’ultimo. La sua figura, e ancora di più la sua condotta, è la quintessenza dell’antirivoluzionario, incarna lo zio Tom par exellence. In un breve segmento, precedente alla sequenza del motel, Dismukes si premura di rifocillare alcuni soldati anti-cecchino appostati davanti al negozio da lui sorvegliato. Sono loro i veri paladini della civiltà e dello stato di eccezione che la città sta assaggiando, ma che in effetti già viveva prima dello scoppio dei riot. La sua funzione di personaggio chiave diviene manifesta durante la lunga sequenza del motel, nella quale egli assume la funzione di sostituto dello spettatore. Lui è lì che guarda la scena accadere come facciamo noi in poltrona, è il nostro avatar in un mondo in cui non vorremmo essere e, come noi spettatori, è sostanzialmente impotente. Sebbene gli unici veri primi piani che la regia gli riserva servano a raccontare la sua fatica nell’accettare quel che vede e, nonostante il suo tentativo di tenere sotto controllo la situazione con la discutibile arma dell’acquiescenza, Dismukes non risulta assolutamente meno responsabile dei poliziotti.

Felice anche la scelta di Kathryn Bigelow di affidare la parte del poliziotto tutto cattiveria e grugniti animaleschi al giovane volto dell’attore inglese Will Poulter, che, con le sue sopracciglia ultra squadrate, aggiunge una nota demoniaca alla sua interpretazione e a tutta la sequenza. Tuttavia, forse, tra il demonio e il nulla, il meno peggio resta il demonio.

Insomma, nel complesso Detroit, non sarà il film esteticamente più riuscito di Kathryn Bigelow, ma è sicuramente il più duro e il più implacabilmente politico. Un film che parlando del passato, ci racconta di un presente che sembra intonare: BURN BABY BURN!

1 Paolo Bertella Farnetti, Pantere Nere. Storia E Mito Del Black Panther Party, Shake, Milano, 1995