Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo

 

 Nota al testo.

 

Il testo che proponiamo questo mese è apparso per la prima volta sul numero 17-18 dei «Quaderni Piacentini» (luglio-settembre 1964), e raccolto con sostanziali variazioni l’anno seguente in Verifica dei poteri. Non è quindi la versione più nota: ma d’altronde per Fortini una forma definitiva semplicemente non è contemplabile – basta dare un occhio alle continue ritraduzioni dell’Internazionale, portate avanti dal 1971 alla morte…

Non è contemplabile perché una «forma», anche letteraria (la tragedia, la ballata o il saggio) è testimonianza di un preciso modo di essere uomo – in questo caso il cittadino, sia esso borghese, del comune medievale o della polis. Un modo che ne esclude ogni altro. Diciamo quindi che, ora come allora, non è tanto che There is no Alternative, ma che l’uso di una forma rende in qualche modo invisibili altre possibilità di esseri umani: in questo, già forma di potere sulla vita. Se con “letteratura” intendiamo quel particolare tipo di comunicazione linguistica che esprime poeticamente e sinteticamente la verità – un contenuto che pure esige una forma – capiamo bene quanto questo ci riguardi ancora da una prospettiva rivoluzionaria.

È difficile oggi anche solo pensare a un modo sincero di appaiare nello stesso discorso letteratura e rivoluzione. Ma c’è stato un tempo in cui certe intensità andavano così captate: basta pensare a Majakovskij, o ai cinquant’anni di tentativi di integrazione tra poesia e movimento operaio. Certo, nel ’64 Majakovskij non c’era già più… Eppure, una letteratura rivoluzionaria è ancora pensabile per Fortini. Rivoluzionaria non perché si possa lottare con le armi della letteratura (oggi come allora, pensarlo è ingenuo o in malafede) ma perché la letteratura è il luogo migliore da cui osservare due fenomeni, due ormai fatali errori che percorrono la storia anche recente dei movimenti rivoluzionari.

Il primo è la convinzione che tra parola e prassi sia possibile una mediazione in chiave sovversiva: che possa insomma “esortare, confortare, destare eserciti”. Che tramite la sua critica, marxianamente, strappi i fiori che imbellettano le catene perché queste vengano riconosciute. Ma sappiamo ormai che quest’epoca non appartiene solo agli ostinati, bensì a un gesto che anticipa e oltrepassa ogni parola. Anzi: a un gesto che si compie nonostante la parola, ambiguamente brandita da ambo le parti a definirlo. Lo vediamo ovunque nel mondo accada davvero qualcosa, generando il panico tra i pennivendoli e gli analisti che ormai stentano visibilmente a ricondurre l’ignoto al noto. La parola, se ancora ha un valore, va dunque scissa dalla propria esistenza – di “militante”, di rivoluzionario, di essere vivente o come vogliate chiamarla. La scrittura diviene così forma di “militanza” spettrale (virgolette d’obbligo), testimonianza della lacerazione, indice puntato sulle tensioni, sui frammenti, sui nodi irrisolti, forse non risolvibili. È questa la profezia di Fortini per il nostro tempo – una scrittura che è già profezia, prefigurazione di ciò che c’è e ancora dimora non visibile. Purché lo divenga un giorno. È forse in questa profeticità rampicante della parola, che non parla di ma solo a partire da, la direzione verso cui andare nel dare forma a una scrittura rivoluzionaria oggi: nell’osservare, nel riconoscere una forma-di-vita dal suo di dentro. E, in questo, compito identico a quello di qualsiasi altro uomo. «Strappare i fiori» non è più un gesto che ci compete. Diane, note to self: farla finita con Marx.

Parlare-di significa venire-dopo, portare ordine laddove c’è disordine. Questo – ce lo ricorda Paul Valéry – è lo spirito del classicismo. Nessuna sorpresa se i classicisti di oggi leggono ancora il presente secondo griglie scolastiche, con un fare tra l’egemonico e l’apologetico. Fratellastri del fu intellettuale organico, funzione e strumento dello stalinismo contro ogni infiorescenza di autonomia della cultura. Un giorno qualcuno dovrà renderne conto.

Il secondo errore fatale è, appunto, continuare a credere che alla lotta – sia essa di o oltre la classe – corrisponda una lotta tra due culture: una «proprietaria», l’altra «subalterna». Bisogna invece riconoscere «la cultura» in toto, nelle sue diverse forme, come «cultura del capitalismo». E, riconoscerlo, per rifiutare questa proposta di essenza: ne vediamo adesso come qualche ora fa il gesto in Francia, a Hong-Kong, in Ecuador, a Haïti, in Egitto, in Guinea, in Libano, in Catalogna, nelle Honduras, in Cile – fugacemente, ambiguamente, confusamente: incessantemente. Lì, dove la qualunquità – che non è niente eppure esiste, che non ha «forma» ed è forma-di-vita – sceglie se stessa contro la verità neoliberale, la parzialità della sua condizione incomunicabile alla totalità del linguaggio dell’economia.

«A colui che s’è tirato in disparte e non vuole contare più per nessuno la sola cosa importante che può accadere è di mettersi di traverso sulla strada degli altri, e costringerli a fare i conti con lui. Questo è il senso ultimo della lotta di classe». Sono parole di Walter Benjamin: e se colui che si è fatto da parte ora è la cilena o il gilet jaune, non è tanto parlare di loro il punto – inseguire l’attualità dagli ultimi paesi insorti è cercare di forzare una porta d’ingresso dipinta sul presente – ma parlare piuttosto all’interno di quell’aria di rottura, dentro quell’atmosfera tesa e divisa. In questo ci aiutano i legami che stringiamo, le amicizie che facciamo, le situazioni in cui ci troviamo: essere questo silenzio. Captare le vibrazioni nell’aria. Ascoltare. Recuperare altre voci. Carpire il vuoto in questa confusione che si finge piena.

Questo è il senso più alto e cristallino del discorso di Fortini: fare come se il nostro partito esistesse laddove lo riconosciamo. Partito quindi – for lack of a better name – come strumento il cui inizio è in questa fine. Non l’idea capostipite della cultura d’Occidente, che comincia il suo dominio proprio annunciandola e praticandola nello spazio e nel tempo; non la fine contro cui si ribellano le nuove sensibilità ecologiste che popolano Extinction Rebellion o Fridays For Future – proteste per un altrove e un non-ancora in luogo del qui e ora in cui non sono. Compromesso per il dominio (incarnare la fine per mai finire) e dominio del compromesso (accettare questa fine purché non sia la fine) si contraddicono forse in eterno?

No. La fine entro cui noi iniziamo coincide con quel nostro fine che è sostanza di cose nemmeno più sperate. E maledetto sia chi orecchierà altrimenti il testamento di Montale, chi tenterà di prefigurare nel proprio partito la società, chi vorrà produrre a sua volta una soggettività. “Ognuno riconosce i suoi”: quanto diverso il senso di parole tanto simili. Qualunquità contro soggetto, apertura contro chiusura. E chi sono questi “suoi” che ognuno riconosce? Le solite identità entro cui ci si asserraglia? O forse gli esseri umani, come possono essere, trasfigurati, alla fine di ogni patria visibile? Quelli che, lungo il mappamondo, prendono coscienza, fanno uso cosciente della propria vita, e sono già nel comunismo, qui e ora?

 

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Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo III. La fine del mandato sociale

di Franco Fortini

Quaderni Piacentini, 17-18, luglio-settembre 1964

1. Se la tendenza più evidente di questi anni è verso la coincidenza di industria e società, di capitale e società, è assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale ereditato dal romanticismo che gli conferiva la voce della coscienza nazionale o lo dichiarava storico della vita privata. E anche se quella tendenza è solo evidente ma non determinante (se cioè questo discorso non tiene conto della classe antagonista) sembra altrettanto assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale che il movimento operaio gli aveva voluto conferire a partire dalla formazione dei «fronti» antifascisti.
Dal fatto che nella nostra società la quasi totalità delle comunicazioni tradizionalmente demandate alla letteratura sia assorbita da specifiche discipline (psicologia, antropologia, sociologia ecc.) si possono trarre conseguenze molto diverse: «la morte dell’arte» intesa come fine di una certa idea dell’arte poetica; la «morte-e-trasfigurazione» attraverso la cosiddetta letteratura d’uso, quindi il recupero delle forme più degradate di comunicazione di massa; o la salvezza della «letterarietà» come costruzione di una pseudo-comunicazione. Se si aggiunge, tra l’altro, che la condizione sovietica dello scrittore, pur continuando la figura dello scrittore-funzionario, si evolve a quanto pare verso forme non troppo lontane da quelle occidentali, questo comunque sembra certo: che la letteratura di protesta, di denuncia, di rottura con la società ambiente è interamente integrata, non serve a nulla o serve solo ai padroni o agisce all’interno di una convenzione di un genere come si trattasse della tragedia in versi o della ballata; e soprattutto non ha né può avere alcun rapporto serio con gli organismi del movimento operaio (partiti, associazioni etc.). E questo, sia che la denuncia, la rottura eccetera avvengano in quello che si chiama di solito l’ordine dei «contenuti» sia che avvengano in quello delle «forme». È il grado di traducibilità dell’opera letteraria dall’ordine suo proprio o quello di conoscenza-per-la-prassi che è divenuto minimo. Finito il «mandato sociale» di cui ci aveva parlato Majakovskij, restano espressioni o sperimentazioni private oppure più o meno onorevoli «servizi» ideologici.

2. Per quanto è invece delle istituzioni letterarie (università, editoria, stampa critica ecc.) lo scrittore e il critico hanno un margine di azione abbastanza rilevante proprio perché si tratta di istituzioni, non di opere: tutti gli atteggiamenti che contribuiscono a mettere in crisi le istituzioni letterarie presenti sono, evidentemente, positivi. E al tempo stesso è possibile contribuire ad elaborare modelli (di scrittura critica, di linguaggio per l’informazione scritta, di organizzazione dell’indagine, di direzione culturale per le discipline letterarie) non concorrenziali con quelli esistenti; nella persuasione che la realtà rivoluzionaria è destinata a rendere irriconoscibili i più coraggiosi modelli.

3. (Nella atomizzazione veloce del nostro tessuto sociale è inopportuno affrettarsi ad identificare i nuclei di resistenza o le nuove ossificazioni. C’è una colpa che ci riconosciamo: di non aver disperato abbastanza, di esserci sempre fatti trascinare da miserabili augurii, quando sarebbe stato vero realismo darsi per vinti, non resistere al male, adottare i modi della futilità e del sarcasmo, testimoniare così d’una persuasione ragionata più durevole di qualche decina d’anni. Oggi la separazione o clandestinità ci viene imposta. Di tanto in tanto, in una conversazione o in una lettura — conversazione o lettura di coetanei, beninteso, non di passati o di giovani — ci coglie la sensazione di essere «fuori», non nel senso mondano o della attualità, ma «fuori della realtà». Fosse vero).

4. Perché la duplicità? Perché suggerire di giustapporre una politica gesuita — spregiudicata, concreta, pronta ad ogni appiglio — e un’etica giansenista? Perché un secolo e mezzo fa, due abitavano, ah, nel petto della borghesia trionfante, quella «civile» e quella «religiosa», quella «pubblica» e quella «privata»; e la rivoluzione marxista si proponeva, risolvendo la scissione reale delle classi, di restituire, come si diceva, l’uomo all’uomo. Ma è accaduto che l’evoluzione del capitalismo e dello stesso socialismo abbia prodigiosamente generalizzato quel che nello scorso secolo era, insomma, fenomeno di classe relativamente ristretto, e cioè quel superamento ipocrita della duplicità, quella apparente unità razionalizzata che la letteratura ed il costume identificarono piuttosto facilmente come il «borghese», lo «spirito vittoriano» o simili categorie. Lo ha generalizzato proprio con una ideologizzazione apparentemente opposta, proprio predicando le insanabili compresenze di conscio e di inconscio, di razionale e di irrazionale, in nome della alienazione, della incomunicabilità eccetera. Scomparsa la vecchia «religione» domestica o privata in conflitto con la «laicità» pubblica del cittadino borghese, la omogeneizzazione dell’uomo con se stesso e del borghese col salariato è proceduta con moto uniforme. Si è passati dalla oppressione reale mascherata dalla ideologia, cioè dalla sovrastruttura «liberale», ad una oppressione nella quale il ruolo di quella sovrastruttura è diventato, più che rilevante, decisivo. È la sovrastruttura ideologica ad aver celebrato le maggiori vittorie, nel nostro tempo: l’eguaglianza nella falsità, l’anestesia nei confronti del reale, la totale irrilevanza di qualsiasi destino. Al paragone, i campi di sterminio sembrano, perché bestiali, ancora «umani».
A questo punto lo scrittore che nell’esercizio della propria attività e nella propria riflessione intellettuale abbia compreso di essere la proiezione, il riflesso, della integrazione apparente, della apparente umanizzazione del salariato e della sua reale (e sempre più rimossa) scissione, scissione appunto fra l’integrazione materiale e spirituale all’universo borghese e altre possibilità dell’uomo che quell’universo borghese ha rese pressoché invisibili; quello scrittore può comprendere in che cosa egli sia diverso dagli autori del cinquantennio che era «impegnato» a integrarsi con le forze politiche rivoluzionarie: per coloro, e anche per i loro padri, il tema fu di rendere dolorosa e intollerabile la scissione visibile tra cittadini borghesi e cittadini operai, fra chi «era» e chi non «era». Oggi la lacerazione è fra i limiti e le possibilità dell’uomo, ma è una lacerazione coperta di fiori, divenuta invisibile nelle sue ragioni di classe o superabile per via tecnologico-scientifica ma perciò tanto più efferata e omicida. Allora lo scrittore sa che il gesto di «strappare i fiori», per riprendere una immagine del giovane Marx, non gli compete più; che la mediazione fra lo scritto e la prassi si è complicata al punto da diventare inafferrabile; che dunque egli deve accettare la condizione spettrale del proprio lavoro, cioè scissione fra questo e la propria esistenza di militante. Come dicono accada talora per i corpi celesti che tramontano, l’immagine, che l’opera è, dimora visibile quando la sfera è già scesa sotto l’orizzonte. Di quella scissione anzi egli deve diventare, nella vita quotidiana, un esempio, vivendone i rischi, che sono di inclinazione irrazionale o pseudoreligiosi. Ma in questo, è chiaro, il suo compito non si distingue in nulla da quello di qualsiasi altro uomo.

5. Spero si sia notato che parlo di scrittori, non di intellettuali. Per risentimento verso quel che taluni gruppi vantavano privilegio si volle, all’uscir dalla guerra, non distinguere più fra scrittore ossia poeta e altre categorie e attività intellettuali. Per umiltà e rabbia verso la mancanza d’una figura riconoscibile e socialmente valutabile abbiamo — con tutta la «sinistra» italiana di allora — parlato di «cultura», di «politica e cultura» e di «intellettuali». Sappiamo ora che questa categoria fu uno strumento stalinista e che oggi è proprio il neoscientismo capitalistico a negare vera distinzione fra il «fare dello scrittore» e il «fare» di altre «professioni» intellettuali. Qui invece va rivendicata la specificità dello scrivere, del far poesia, dramma, scrittura insomma, in quanto partecipe di una pretesa o presunzione o aspirazione, insomma di un ordine di valori, che non si chiude in una «funzione».

6. Il mandato sociale dello scrittore non può essere quello di esorcizzare l’irrazionale, di essere colui che è separato ma che si integra proprio grazie alla sua separazione. Ossia: è stato questo, è ancora questo, ma oggi affermarlo equivale a ripetere una falsa, non dialettica antitesi fra razionale e irrazionale. Credo che si debba invece assumere fino in fondo la nozione di letteratura quale si è venuta sviluppando nelle varie tendenze del formalismo (critica semantica, strutturalista ecc.), cioè della letteratura come impotenza assoluta ad intervenire direttamente nella trasformazione del reale, nel suo essere attività integrativa e mai riposta o — come vuole R. Barthes — senso sospeso indefinitivamente decifrabile. Ma assumerla fino in fondo non significa soltanto riconoscere che la formalizzazione linguistica, ossia l’uso letterario della lingua, la separazione del linguaggio dalla prassi, l’esercizio della “natura significante e, a un tempo, decettiva, del linguaggio letterario”, è possibile e pratica quotidiana di chiunque nell’esercizio del proprio linguaggio; ma altresì che quella formalizzazione linguistica, quella organizzazione di una menzogna ambigua per dire una verità ambigua, è similitudine o metafora di una parte dell’uomo e degli uomini. Coatta all’impiego pratico della propria vita, al “principio di prestazione”, al lavoro immediatamente utile, la classe operaia non trova davvero la sua emancipazione (H. Marcuse l’ha veduto benissimo) nel giustapporre tempo libero a tempo di lavoro, ma nella capacità di acquisire nella formalizzazione della propria esistenza che ne renda chiara, quotidiana, l’infinita ricchezza di significati, l’inesauribilità di prospettive e, a un tempo, la sua radicale insufficienza, inessenzialità, irrilevanza, la sua “passione inutile”. Nella misura in cui la classe rivoluzionaria è quindi in condizione (è anzi rivoluzionaria in quanto sia in condizione) di rifiutare le “proposte di essenza” che le vengono dalla cultura del capitalismo, cioè dalla cultura; nella misura in cui sceglie e stessa contro “la verità”, scegliendo quindi la parzialità contro l’universalità, e dunque quel che essa è, classe della prestazione e del bisogno, non quello che potrebbe essere, respingendo insomma utopia e prefigurazione; nella misura in cui è rivoluzionaria e non riformista, materialista e non spiritualista — in quella misura lo scrittore non ha nulla da dirle fuori di quella sua verità truccata e impraticabile. E se mandati da quello gli vengono, non posso essere che falsi, generati da fasi interlocutorie della lotta, da inferiori livelli di sviluppo per entro la classe, veri e propri appelli dell’avversario.
Ma al tempo stesso, quanto più è chiara la coscienza di questa fine, della fine di una qualsiasi patria visibile, di ogni «calore umano»; e di dover ormai solo Das Leere Lerner, Leeres lehren, imparare il vuoto, insegnare il vuoto, come dice Faust, ogni senso di vita, ogni ragione biografica non potrà non essere — per lo scrittore-persona che qui ci occupa — se non nell’ordine del Comunismo, nei conflitti quotidiani dove il Comunismo si illumina o oscura. Sa che la sua voce non può né deve «destare eserciti», né confortare, né illuminare; e che neppure può sperare di avere altro compito civico apparente più vicino alla sua attività intima e assoluta fuor di quello che per un Gottfried Keller consisteva nel redigere cantate patriottiche per le scolaresche di Zurigo o, per il Primo Agosto, discorsi celebrativi del Giuramento del Grütli (1291); degnissimo compito, non diverso nella sostanza da quello di poeti che clandestini incitarono alla resistenza nell’ultima guerra o vi perdettero la vita; né disgiunto necessariamente dalla nobiltà o dalla bellezza. Proprio per questo, nonché avvicinare vita e opera dovrà, fin dove almeno gli giunge lo sguardo, disgiungerle; le forze interiori cui fa appello per poter compiere la propria opera non gli perdoneranno ogni indebito trasferimento di privilegi e di precedenze dall’opera alla vita. Se questa può pretendere alla dedizione all’impegno, quella non può nutrirsi che di rinunzia; anzi la sua gioia, la gioia manifesta nell’opera, la sua vitalità sarà, quando sia, della specie mozartiana, che atterrisce.

7. Al termine di questo discorso sta un qui-e-ora, nel nostro paese, nella condizione della nostra «sinistra», cioè di quello che si è convenuto chiamare il «movimento operaio» (organizzazioni, partiti) per distinguerlo dall’obiettivo comportamento della classe. Nei confronti del «movimento» quale esso è, la letteratura e la poesia non hanno nulla, nel senso rigoroso della parola, da comunicare né da ascoltare perché i rapporti fra gli episodi della lotta di classe e politica e la coscienza letteraria e poetica non possono più (se non per vizio o errore) tornare a ripercorrere le grandezze e le miserie di un mezzo secolo di rapporti fra i partiti comunisti e la poesia. Mentre l’autore, in quanto sede temporanea e fisica, vaso di elezione o di perdita, dell’opera, ha tutto da comunicare e da dire, prima e dopo il momento della scrittura.

8. Se è vero quanto detto sopra — che l’uso letterario della lingua è analogo a quell’uso cosciente della vita che è il fine (e la fine) del Comunismo — allora è possibile, seppure con molta prudenza, suggerire ai noi stessi e a quelli che più ci sono vicini una dedica o intenzione: di voler formare nell’opera letteraria o poetica un equivalente metaforico, un homunculus, di quella forma intellettuale e morale che tanto più la classe tende a darsi ed a creare universalmente quanto più in apparenza se ne allontana nella lotta, orgogliosa delle piaghe lasciate dalle sue catene.
Ma lo strumento della classe è, e non sapremmo come diversamente chiamarlo, il Partito. Anche se Roma non è più Roma, se il partito non è più il Partito, se tra classe e movimento operaio sembra esserci solo una rispondenza distorta, non si tratta allora, il Partito, di crearlo né di riformarlo ma semmai di riconoscerlo ove si venga facendo. Il tema non è prefigurare nel partito la società. In questo, nell’anticipare verso il partito risposte che avrebbero dovuto alla società, sono falliti gli scrittori del comunismo di ieri. Il tema è di prefigurare nella società il partito. Allora l’unico consiglio di speranza o prudenza che può essere formulato è quello di operare (e anche di scrivere: ma come intenzione, non necessariamente come atto) come se esistesse intero quel corpo che ancora chiamiamo Partito, come chiedesse quel che non chiede nemmeno più, ma con la sua sola presenza non con i suoi eventuali funzionari; come se esso occupasse davvero il suo luogo, che è tra l’individuo e la classe. Così lavorare — dunque con una serie di implicazioni pratiche che non è il caso di svolgere qui — significa sfuggire all’errore che è stato del passato, di far del partito l’anticipo della società futura o il termine del potere di quella uscita da una rivoluzione; significa guarire dalla illusione di poter vedere accolta, nel Partito, la funzione poetica; la quale è di costruire «figure» di quel che è il fine medesimo del Partito ma che, così annunciandone la fine, non può non essere recepito e combattuto come una profezia nemica. Significa contribuire realmente, il Partito, a farlo esistere.

Dal ready-made al gadget

“Le bon Dieu est dans le détail”. E’ per questo che troviamo estremamente interessante la discussione del ready-made inaugurata dall’articolo di Monica Ferrando nel precedente numero di Qui e Ora (qui). Ovvero, come da un dettaglio della storia dell’arte moderna si possa risalire a un paradigma di comprensione dei meccanismi di potere, di alienazione e, in definitiva, di impoverimento della vita contemporanea. Questo mese quindi pubblichiamo l’intervento di un altro artista, Pablo Echaurren, che ha molto riflettuto, fin dal 1977, sulla “strana” opera di Marchel Duchamp e attorno alla quale ha recentemente pubblicato un piccolo libro, Duchamp Politique (Postmedia books, 2019).

di Pablo Echaurren

Nel creare il readymade Duchamp, oltre a scegliere un determinato oggetto, gli cambiava la posizione originaria (l’orinatoio ribaltato in modo da non poter essere adoperato, l’appendiabito fissato sul pavimento, lo scolabottiglie, il porta cappelli e la pala da neve sospesi in aria a generare ombre sui muri), lo privava insomma del suo valore d’uso originario, gliene assegnava uno completamente nuovo, apparentemente inutile e fuorviante.

Marcel Duchamp, Porta-bottiglie, 1959

Gli dava una nuova identità, un’identità priva tanto di valore d’uso quanto di scambio che sono le due prerogative che ogni manufatto si porta appresso nella nostra società. Creava perciò una non-merce e riferendo questa non-merce allo specifico dell’arte finiva per attribuire all’arte proprio questa qualità: quella di essere non-merce per antonomasia.

Nessuno “acquistava” i readymade dal suo creatore, nessuno si sognava di farlo e Duchamp stesso li lasciava qua e là, li dimenticava, li perdeva. Li ricomprava, se serviva. Non venivano mitizzati in quanto opere d’arte inimitabili. Erano piuttosto un’indicazione, una compagnia, una presenza amica. Che chiunque (anche a insaputa dell’autore) avrebbe potuto procacciarsi.

Mercato delle pulci di Clignancourt, Parigi

Potremmo dunque considerare il readymade come un superamento della merce e dell’arte in quanto merce, o meglio come il travalicamento della dicotomia tra valore d’uso e valore di scambio, come proposta di una nuova forma di percezione dell’oggetto, una percezione che si contrappone a tale forbice, che si disloca altrove, in un’altra dimensione. L’arte diventa il luogo della messa a nudo del conflitto che il lavoro genera inevitabilmente in una società basata sulla misurazione di ogni cosa. Se a un oggetto dato viene tolta ogni utilità, ne viene stravolto il senso, quale funzione potrà mai svolgere nella vita quotidiana? Cesserà di essere una merce come le altre? Diventerà arte? Acquisterà un quid di libertà in più?

Il readymade è comunque la formula che Duchamp ha trovato, che si è dato, per sfuggire alla dittatura del lavoro, del lavoro forzato. Il readymade implica uno sforzo minimo da parte dell’artista, anzi non ne richiede alcuno. In seguito può essere sostituito da infiniti esemplari reperibili ovunque, al mercatino delle pulci o dal robivecchi sottocasa. In Francia non è difficile trovare uno scolabottiglie d’epoca anche se ormai anche quelli sono ricercati dagli appassionati di Duchamp, il che ne ha fatto lievitare il prezzo. Ma sempre restando in ambito di cifre del tutto estranee alla folle corsa al rialzo delle aste di settore.

Duchamp mantiene, malgrado tutto, un profilo basso.

È un anticapitalista, è un pauperista, è un p-artigiano, anche.

Marcel Ducahmp con la sua Boîte-en-valise

La sua è una critica sia alla merce in sé quanto alla merce artistica, alla mercificazione del lavoro artistico. Così come la critica all’alienazione umana, insita nel concetto di merce, si porta appresso una critica all’alienazione dell’artista che crede di realizzare se stesso come produttore e imprenditore, finendo per essere dominato e fagocitato dalle regole del mercato.

Contro questa condizione di sottomissione alla dittatura del denaro       Duchamp ha “lavorato” intensamente, cocciutamente, sottraendosi al lavoro, rifuggendo ogni compromesso con le leggi della produttività e della visibilità. Limitando la propria partecipazione agli utili, agli interessi e ai successi a cui molti suoi colleghi e sodali andavano incontro.

Per Duchamp l’astinenza fu dunque una forma concreta di resistenza.

Partiamo dunque dal readymade: l’oggetto quotidiano, sradicato dalla sua funzione “naturale” e “umana”, estrapolato dal contesto sociale dei rapporti economici, diventa qualcosa di alieno (ma non più alienato), la sua astrattezza non è quella del valore di scambio secco ma è l’alterità tipica del manufatto proveniente da un altro mondo, un mondo parallelo, esente dai giudizi e dalle misurazioni correnti. Esente da qualunque cartellino del prezzo.

L’immaterialità e l’inafferrabilità del readymade trova una sua ulteriore ed estrema conferma nell’attenzione che Duchamp pose nell’osservare e riprodurre le ombre che essi proiettavano.

Erano oggetti deprivati dell’aspetto merceologico. E allo stesso tempo erano il fantasma delle cose materiali che circondano e assediano l’esistenza, della dipendenza dell’individuo da quelle stesse cose, della reificazione umana.

Cercando di semplificare, potremmo dire che il readymade introduce                      una confusione totale tra valore d’uso e valore di scambio. Ne stabilisce la soppressione in nome di una nuova considerazione. Il valore d’uso scompare riconvertendosi in un dispositivo artistico (antiestetico e non commerciale) mentre quello di scambio mostra la propria inconsistenza (non ha senso comprare qualcosa che si può trovare ovunque bella e fatta). L’artista conferisce un nuovo valore d’uso, un uso imprevisto, a un oggetto che ha volutamente decontestualizzato privandolo di ogni residua possibilità di essere concretamente utilizzato e relegandolo ad un impiego artistico sui generis che non trova facile e immediata comprensione. Ma c’è pur sempre il rischio, malgrado gli inequivocabili intenti dell’autore, di scivolare nel feticcio (e nel deprecato valore di scambio), nell’adorazione psicotica della firma.

Qui si gioca la partita se il readymade sia replicabile (reperibile in copia presso il più vicino ferramenta) o se debba essere venerato come unicum, come originale. Duchamp ha optato per la replica, il mercato, anche se particolarmente ostacolato dalla mancanza di opere a cui aggrapparsi, ha santificato pure la replica recuperando a proprio favore ogni conflitto implicito nella scelta operata dall’artista.

Ora sta a noi riappropriarci del senso ultimo del readymade e svelare che la più grande mistificazione che il capitalismo ha perpetrato nei confronti dell’arte moderna e contemporanea è quella di aver trasformato il readymade in un’opera da museo.

Il readymade è un concetto da scagliare contro le vetrine blindate dell’immaginazione, non da contemplare passivamente.

La legittimazione del readymade da parte di quello stesso establishment che il readymade intendeva ridicolizzare, l’immissione della quotidianità e della banalità nella cornice dorata del Sacro Cubo Bianco (The Holy White Cube), ha aperto la strada a un nuovo scenario, quello dell’arte e soprattutto dell’artista volatile (gonfiabile e gonfiato), la cui qualità primaria consiste nella propria semplice acquiescenza al meccanismo di riproduzione dello schema dato, nella determinazione vincente ad essere riconosciuto e accreditato dal sistema di riproduzione del mercato.

Il solo atto di firmare fa di lui il personaggio centrale del Gran Teatro Mondano. Tutto ruota attorno alla sua firma. La si potrebbe vettorializzare, renderla grafica, dandogli le sembianze di logo d’autore multifunzionale, di brand universalmente apprezzato. Ogni artista venderebbe l’anima per vedere la propria firma sovrapporsi a Coca Cola, Apple, Nike. Non importa cosa in definitiva debba convalidare. Anzi, è lecito pensare che non debba neanche esserci alcunché da convalidare. Come quei grandi store monobrand Ferrari dove non si vendono spettacolari automobili da corsa ma solo gadget ad esse riferiti, dove la scuderia e il suo mito si spiritualizza nello stesso momento in cui si umanizza in magliette, portachiavi, berretti che non sono certo in grado di raggiungere record di velocità né imitare neanche lontanamente le linee aerodinamiche. L’artista non è tenuto a particolari doti esecutive (ci sono aziende specializzate preposte a realizzare le sua performance), non deve mostrare chissà quale talento, non deve più offrire capolavori senza tempo, ma solo confermare l’esistenza di se stesso attraverso prodotti auto generati, certificati e debitamente confezionati. Chi non vorrebbe portarsi con sé o ammirare una autentica reliquia, seppure col tarlo del dubbio che trattasi di un falso, di un’impostura?

Lezione nelle tenebre

di Giorgio Agamben*

 Aleph       La posizione del profeta è oggi particolarmente scomoda e i pochi che provano ad assumerla sembrano spesso mancare di ogni legittimità. Il profeta si rivolge, infatti, alle tenebre del suo tempo, ma, per farlo, deve lasciarsi investire da queste e non può pretendere di aver conservato intatta – non si sa per quale speciale dono o virtù- la sua lucidità. Geremia, al Signore che lo chiama, risponde solo con un balbettio -“a,a,a“- e aggiunge subito dopo: “ecco, non so parlare, sono un bambino”.

 

Beth        A chi si rivolge il profeta? Immediatamente a una città, a un popolo.  La particolarità della sua apostrofe consiste, però,  nel fatto che essa non può essere intesa, che la lingua in cui egli parla risulta oscura e incomprensibile. L’efficacia della sua parola è, anzi,  precisamente funzione del suo restare inascoltata,  del suo essere in qualche modo fraintesa.  Profetica è, in questo senso, la parola infantile che si rivolge a qualcuno che per definizione non potrà ascoltarla. E proprio la necessaria compresenza di questi due elementi – l’urgenza dell’apostrofe e la sua inanità- definisce la profezia.

Gimel     Perché le parole del profeta restano inascoltate?  Non  perché  denunciano le colpe dei suoi simili e le tenebre del suo tempo. Piuttosto perché l’oggetto della profezia è la presenza del Regno, la sua discreta ingerenza in ogni trama e in ogni gesto, il suo ostinato avvenire qui e ora, ogni istante. Quello che i contemporanei non possono né vogliono vedere è la loro quotidiana intimità col Regno. E, insieme, il loro vivere “come se Regno non fossero”.

Daleth    In che modo il Regno avviene, è presente?  Non come una cosa, un gruppo, una chiesa, un partito. Il Regno coincide sempre col suo annuncio, non ha altra realtà che la parola – la parabola- che lo dice.  E’  di volta in volta un chicco di senape, un’erbaccia, una rete gettata nel mare, una perla -ma non come qualcosa che è significato dalle parole, ma come l’annuncio che esse ne fanno. Ciò che viene, il Regno, è la parola stessa che lo annuncia.

 

He         Ascoltare la parola del Regno significa allora fare esperienza della sorgività della parola, di una parola che resta sempre veniente e illeggibile, che sta sola e prima nella mente e non si sa da dove venga e dove vada; accedere a un’altra esperienza del linguaggio, a un dialetto o a un idioma che non designa più attraverso grammatica e nomi, lessico e sintassi -e solo a questo prezzo può annunciare e annunciarsi. Questo annuncio, questa  insignificante, integrale trasformazione della parola è  il Regno.

Waw     Fare esperienza della sorgività della parola significa ripercorrere contropelo il lungo processo storico attraverso il quale gli uomini hanno interpretato il loro essere parlanti come il possesso  di una lingua, fatta di nomi e regole grammaticali e sintattiche, che permettono il discorso significante. Quello che era il risultato di un  paziente lavoro di riflessione e di analisi è stato così proiettato nel passato come un presupposto reale, quasi che la grammatica costruita dagli uomini fosse veramente la struttura originaria della parola. Il Regno non è, in questo senso, che la restituzione della parola alla sua natura dialettale e annunciante, al di là o al di qua di ogni lingua.

Zajm     Chi compie questa esperienza della parola, chi è, in questo senso, poeta e non soltanto   lettore della sua parola, ne scorge la segnatura in ogni minimo fatto, ne testimonia in ogni evento e in ogni circostanza, senza arroganza né enfasi, come se percepisse con chiarezza che tutto ciò che gli capita, commisurato all’annuncio, depone  ogni  estraneità  e ogni potere, gli è più intimo e, insieme, remoto.

 

Heth    L’oscurità dell’annuncio, il malinteso che la sua parola produce in chi non la intende, si ritorce su chi la pronuncia, lo separa dal suo popolo e dalla sua stessa  vita. L’annuncio si fa allora lamento e esecrazione, critica e accusa e il Regno diventa un’insegna minacciosa o un paradiso perduto -in ogni caso non più intimo e presente. La sua parola non sa più annunciare: può solo vaticinare o rimpiangere.

 

Tet    Il Regno non  è una meta che si deve raggiungere, il fine a venire di un’economia terrena  o celeste. Non si tratta di immaginare e realizzare istituzioni più giuste o Stati meno tirannici. E nemmeno di pensare una lunga, crudele fase di transizione, dopo la quale la Giustizia regnerà sulla terra. Il Regno è  già  qui, quotidiano e dimesso e, tuttavia, inconciliabile con le potenze che cercano di travestirlo e nasconderlo, di impedire che la sua venuta sia amata e riconosciuta, o di trasformarlo in un evento futuro.  La parola del Regno non produce nuove istituzioni né costituisce diritto: essa è la potenza destituente che, in ogni ambito, depone i poteri e le istituzioni, compreso quelli, chiese o partiti,  che pretendono di rappresentarla e incarnarla.

 

 

Jodh    L’esperienza del Regno è dunque esperienza della potenza della parola. Ciò che questa parola destituisce è innanzitutto la lingua. Non è possibile, infatti, deporre i poteri che dominano oggi la terra senza prima deporre la lingua che li fonda e sostiene. Profezia è consapevolezza della natura essenzialmente politica dell’idioma in cui parla. (Di qui, anche, l’irrevocabile pertinenza della poesia alla sfera della politica).

Kaph    Destituire una lingua è il compito più arduo. La lingua, infatti, che è in sé soltanto un insieme di lettere morte, finge -ma è una finzione pragmatica, che costituisce la sua forza più propria- di contenere al suo interno la viva voce degli uomini, di aver luogo, vita  e fondamento nella voce di coloro che parlano. In ogni sua parte la grammatica rimanda a questa voce nascosta, la cattura nelle sue lettere e nei  suoi fonemi . Ma non c’è, nella lingua, una voce. E il nostro tempo è quello in cui la lingua esibisce ovunque la sua vacuità e la sua afonia, si fa chiacchiera o formalismo scientifico. L’idioma del Regno restituisce la voce al suo aver luogo fuori della lingua.

 

 

Lamed   Il campo del linguaggio è il luogo di un conflitto incessante fra la parola e la lingua, l’idioma e la grammatica. Occorre liberarsi dal pregiudizio secondo cui la parola sarebbe una messa in opera, una diligente applicazione della lingua, quasi che questa preesistesse da qualche parte come una realtà sostanziale e come se, per parlare, dovessimo ogni volta aprire una grammatica o consultare un dizionario. E’ evidente che la lingua esiste solo nell’uso.  Che cos’è , allora, quest’uso, se non può essere un’ esecuzione fedele e obbediente della lingua, ma, al contrario, un venire a capo di essa – o, piuttosto, dei suoi guardiani, dentro e fuori di noi, che vegliano a che ciò che ci diciamo sia ogni volta ricondotto alla forma e all’identità di una lingua?

 

 

Mem    In Dante il conflitto è quello fra volgare e lingua grammaticale e fra i volgari municipali e il volgare illustre. E’ un contrasto ambiguo  e rischioso, instancabile e docile, nel corso del quale l’idioma è sempre già in atto di ricadere nella lingua, come il volgare è diventato col tempo, stravolgendo l’intenzione del poeta, la lingua italiana . A fronte di questa, oggi i dialetti hanno preso per noi  il posto del volgare, sono nuovamente una parola “veniente di là dove non è scrittura né grammatica”.

 

Nun   Chiamiamo dialetto -in qualsiasi lingua- l’uso sorgivo della parola. E pensiero il volgare illustre che tende poeticamente il dialetto non verso un’altra grammatica, ma verso una lingua che manca e, tuttavia, come una pantera profumata, si attesta e si annuncia in ogni idioma e favella.

 

 

 

 

Samech   Che cosa facciamo quando parliamo, se non si tratta di mettere in atto il lessico e la grammatica di una lingua, di articolare la voce in nomi e proposizioni? Parlando, noi entriamo nell’aperto, lasciamo apparire le cose nel loro essere manifeste e, insieme, velate: dicibili, mai dette; presenti, ma mai come oggetti. E, tuttavia, subito ce ne dimentichiamo, le cose di cui parliamo ci nascondono il fatto che ne stiamo parlando, diventano oggetti del discorso e della comunicazione, escono dall’aperto e dal Regno. Questo cadere nel discorso significante non è, però, separato in un altro luogo: tutto avviene nel linguaggio, nel nostro parlare, che è insieme favella del Regno e lingua oggettivante, dialetto e grammatica. E l’andirivieni dall’uno all’altra, insieme in fuga e armonia, in divergente accordo, è la poesia.

 

 

Ain   I nomi non dicono le cose: le chiamano nell’aperto, le custodiscono nel loro apparire. Le proposizioni non veicolano un messaggio: l’esser-la-neve-bianca non è il contenuto della proposizione: “la neve è bianca”, che noi non pronunciamo mai in questo modo neutrale. L’esser-la-neve-bianca è il suo improvviso, gioioso, immacolato apparire allo sguardo in un mattino invernale. E’ un evento, non un fatto. Nei nomi e nelle proposizioni  noi andiamo al di là dei nomi e delle proposizioni, fino al punto  in cui le cose ci appaiono per un istante senza nome nel loro aver nome, indelibate nel loro esser dette, come un dio sensibile e sconosciuto.

*Questo testo è apparso per la prima volta sulla bella rivista di poesia  Smerilliana n. 22, anno 2019. Abbiamo chiesto all’autore di poterlo pubblicare anche su Qui e Ora.

Archeologia del ready made

di Monica Ferrando *

La parola inglese ready made significa letteralmente ‘pronto all’uso’ in quanto già fatto, cioè non fatto apposta, per qualcuno (come potrebbe esserlo un abito su misura), o per qualcosa  (nel quotidiano o per un’occasione speciale). Nel significato attuale che nell’arte contemporanea questo vocabolo ha assunto, impariamo che si tratta di un “oggetto di uso comune prelevato dal suo contesto quotidiano ed esposto come opera d’arte senza ulteriori interventi da parte dell’artista”. Un pizzico del significato originale deve, però, essergli rimasto attaccato visto che si tratta davvero di qualcosa di ‘pronto’ per un uso quale che sia, che esonera l’artista da qualsiasi intervento, dopo aver compiuto quello decisivo di togliere l’oggetto dal suo contesto e di collocarlo altrove. L’oggetto, non  importa di che si tratti: più è comune e anonimo e meglio è. Anzi, diciamo che deve essere anonimo. Il caso, o la storia, hanno voluto che oggetti che dovevano essere comuni e tali erano ritenuti (lo scolabottiglie e l’orinatoio di Duchamp, siamo nel 1913, più di cento anni fa), strani lo sono diventati davvero: non si usano più con quella forma da un sacco di tempo e potrebbero meritarsi un qualche museo al pari degli attrezzi della civiltà contadina.

                                                                             (1)

Non di esposizione documentaria però qui si tratta, ma di transustanziazione vera e propria, di passaggio da una condizione umile e senza nome all’apprezzamento compunto e all’esaltazione, cioè della fama acquisita con l’ingresso nell’ordine del valore, che è il nome a conferire. Come è avvenuto questo capovolgimento ritenuto liberatorio e demistificante? Esposti in quei luoghi sacralizzanti che sono i musei, questi oggetti sono diventati dei ‘classici’, alla stregua delle stesse opere d’arte che essi sembravano smascherare una volta per tutte come valori feticcio separati dall’uso. Ed eccoli ora invece lì, impregnati di quell’aura che era stata data per spacciata un po’ dopo la loro comparsa sulla scena, in veste di arte finalmente dirompente e dissacrante: i ready made, divenuti storici, dall’alto del loro piedestallo intellettuale, circonfuso dell’elezione che investe i grandi fautori del moderno quali Stati Uniti e Francia, pretendono universalità di consenso e ammoniscono con la stessa amorevole severità di certe immagini sacre chi non si inchina alla trascendenza del loro arcano.

(2)

Il loro arcano infatti è sempre lo stesso da secoli: la quintessenza di quella divulgabile, in quanto universale, forma dello spirito chiamata ‘arte’, che si rivela nell’esibizione diffusiva del nome, nome che il gesto dissacratorio di cui sono stati il casuale supporto ha reso degno di essere esibito. Circolarità viziosa ma inevitabile di un’operazione in cui si riflette l’accorto boomerang di un’ impresa artistica il cui coraggio è stato pari solo alla sua ipocrisia. Se infatti il carattere irripetibile di un gesto esemplare doveva scuotere dalle fondamenta l’establishment  artistico e museale occidentale, bene: non solo non è successo niente di simile, ma è stato promosso addirittura il suo contrario. E’ stato un caso sfortunato? O una crisi di crescita simile a quelle del Capitale, indispensabili a rilanciare assetti stantii per aprirli al nuovo e all’’impensato? Quel che non si può negare è che a mandare a segno il prodigio non è stata la tecnica di un operatore (del pennello o dello scalpello), questo è certo, ma l’incantesimo di un mago.

La dislocazione dell’oggetto, il détour, la sottrazione all’uso proprio per farne qualcos’altro, ovviamente non è cosa nuova. Vediamo allora in breve qual è la sua genesi, proviamo a farne una brevissima archeologia. Facevano parte dei cortei di trionfo dei condottieri e degli imperatori nella Roma antica i cosiddetti trofei. Qui, entro un contesto indubbiamente istituzionale, sfilavano anche le insegne e le armi del nemico, trasformate in pura mostra di sé. L’operazione non era senza scopo: si trattava del gesto tipico del vincitore militare, impegnato a svuotare dall’interno l’identità del nemico vinto.

(3)

Quelle spoglie, ormai prive per sempre d’uso a causa della sconfitta di chi le usava, sottolineavano molto meglio di qualsiasi parola la differenza tra forza e debolezza, tra potere e impotenza, tra violenza e sottomissione, fornendo a questa ritenuta fatale ed eterna distinzione tra gli esseri umani una delle sue immagini più efficaci. Non per nulla infatti saranno tra i motivi più diffusi delle decorazioni architettoniche esibite nei palazzi patrizi. Certo, non bisogna dimenticare che questi cortei trionfali erano allestiti con l’intento di creare consenso popolare intorno a un personaggio militare per assicurargli peso politico e quindi potere su quelle stesse folle attirate lì ad acclamarlo. Si trattava per lo più di folle maschili, secondo la distinzione osservata da Benveniste tra le due parole greche che designano ‘popolo’: laon, quello di soli uomini stretti intorno a un capo militare; e demos, quello di tutti gli abitanti di una città. La differenza è decisiva: i trionfi che festeggiavano un capo militare, un imperator, non sono certo l’ esempio di un vivace scambio politico tra cittadini quanto, piuttosto, l’eterna esibizione della massa come ornamento, spinta all’estasi per chi la governa. La dislocazione ha quindi una sua storia e nulla impedirebbe di scorgerne il successo anche a proposito non solo di oggetti, ma anche di esseri umani, strappati dai loro contesti di vita e consegnati a una mobilità permanente che va dalla ricerca di borse di studio worldwide al traffico dei loro corpi in viaggi per mare senza ritorno.

Quel che importa sottolineare qui è che il gesto di dislocare si è ammantato di un’aura sacrale e spirituale (carattere proprio dei trionfi imperiali) che lo mette al sicuro da ogni critica. Per questo la sua direzione, pensata per procedere dalla posizione umile e invisibile a quella importante e visibile, consacrata quindi a vero e proprio processo di valorizzazione può, una volta confermatasi nella sua sovrana efficacia intellettuale e governamentale, cambiare anche all’occorrenza direzione, andando dalla condizione buona a quella meno buona o addirittura disastrosa e letale.

Il dato essenziale è che quel che viene dislocato è pur sempre ciò che sta a disposizione, come a disposizione erano per l’imperator le armi e gli oggetti dei vinti, inclusi ovviamente i vinti stessi, per venir collocato là dove acquisterà un senso e un valore aggiunto, cioè nel contesto del potere che simbolicamente ne disporrà. Disporrà d’ora in poi di chi usava quell’oggetto obbligandolo a estraniarsi da sé e accettare un altro orizzonte di significato – il museo, il sistema critico e intellettuale ad esso connesso, presupponendo che si tratti di un progresso storico dell’universale umano, la scena mediatica mondiale, cioè gli stessi individui, svestiti della loro individualità, che necessariamente si lega a contesti differenziati e imprevedibili, per venir investiti di indubbio peso politico, ma come massa. Ebbene sì, stiamo parlando della nuda vita, cui l’istituzione del ready made fornisce uno dei paradigmi più efficaci perché più teologicamente nascosti.

(4)

Solo un sovrano può compiere un gesto simile. E chi ha detto che l’artista non lo sia?

In un saggio famoso, The sovereignity of the artist (1961),  Ernst Kantorowitz ha mostrato come fosse stata la giurisprudenza medievale a trasmettere l’incondizionata sovranità dell’imperator all’artista rinascimentale. Era parere unanime tra i giuristi che l’imperatore fosse simile al dio creatore perché, come questo, ne condivideva la facoltà di creare dal nulla: Dio il mondo, l’imperatore nuove leggi, alle quali egli era chiaramente ritenuto superiore. Veniva in tal modo fraintesa, anche se Kantorowitz tace sulla delicata questione, l’antica nozione pitagorico-platonica, documentata da un trattato di Archita di Taranto, del nomos scritto nell’anima di ogni uomo, ritenendone degna soltanto appunto l’anima dell’imperatore. La quale era superiore al resto dell’umanità perché abitata dallo Spirito, secondo il principio enunciato da Paolo (Cor.2,15) che “lo spirituale tutto giudica e da nessuno è giudicato”. Divinizzato, il detentore del potere supremo era tale proprio perché si ergeva al di sopra di quel corpus di leggi di cui egli poteva disporre come di materia pronta all’uso.

Come giunge, però, questa prerogativa ‘divina’ a quella figura che nel Medioevo non aveva spesso neppure  facoltà di firmare la propria opera, cioè l’artista? Attraverso la figura del poeta. Non del poeta esiliato politico ed emarginato come era stato Dante, bensì di un poeta tormentato ma perfettamente integrato e amico dei potenti del suo tempo, colui che sarà il primo poeta laureato d’Europa: Petrarca.

E’ con Petrarca che l’incompatibilità tra guerra e poesia, cioè tra potere militare e giustizia, già messo in luce da Virgilio per il quale solo il poeta è il depositario del vero potere umano, che è quello sul tempo e si chiama ‘memoria’, verrà meno. Per Dante, infatti, è la natura umana, una volta giunta alla consapevolezza della sua potenza spirituale, a investirsi del sommo potere su se stessa e quindi ad accedere finalmente tanto all’innocenza originaria che alla libertà di giudizio (Purg.XXVII, 139-142).

Che dire invece di un poeta che, anziché voltare le spalle alle armi e a chi le agita, non ambisce che a competere con esse, onorato di stare alla pari del re e, eventualmente, di diventare suo consigliere?

Erede di questa soluzione squisitamente istituzionale l’artista, dal Rinascimento in poi, continuerà nei secoli, potendo, ad ambire alla massima visibilità, cioè ad essere, lui e la sua opera, sempre nel posto giusto. Se per Petrarca era il Campidoglio, ora, anche in assenza di una vera ‘opera’, sarà per l’artista il museo. Non serve infatti che a mostrarsi sia l’eccellenza più o meno obiettiva di un’opera. Dopo il gesto dissacrante di cent’anni fa lo statuto dell’opera d’arte è mutato: se un semplice oggetto, sistemato, o anche no, su di un piedestallo, ma soprattutto messo nel posto giusto, cioè un’istituzione prestigiosa, ha acquistato un’aura incalcolabile, ciò significa che la macchina del valore, alimentata dal carburante del nome, ha funzionato a dovere, come sotto sotto in fondo ci si aspettava. L’importante sarà stato e continuerà ad essere questo: far capire che una sovranità indiscutibile – ora quella dell’artista, un tempo quella dell’imperator  – ha stabilito che quell’oggetto, sottratto al suo uso normale – che c’era di male, in fin dei conti? – ora ne ha un altro ben più importante e delicato. Quello di rendere gloria, dal suo muto svuotamento, da povero zimbello di una vita comune ridicolizzata con la scusa della redenzione nella cultura, all’artista sovrano. Il nuovo uso dell’oggetto, cui possono anche applicarsi generiche qualità estetiche e di effetto spettacolare (ma la cosa è irrilevante per la logica che esso convalida),  è ora quello di essere un trofeo in mostra nel trionfale apparato dell’istituzione che ha provveduto a incoronare, certo per meriti spirituali che lo sollevano al di sopra del nomos, l’artista di turno. Non importa se questo tributo di gloria è fatto coincidere – ad arte, è vero! – con uno stato d’eccezione permanente nutrito da quell’effetto di libertà trasgressiva non priva di patina politica che esso, nella acclamatio della critica, aveva previsto di poter suscitare.

(5)

  • Monica Ferrando è pittrice e filosofa, ha pubblicato di recente uno dei libri più importanti degli ultimi anni, Il Regno errante. L’Arcadia come paradigma politico, Neri Pozza, 2018

(1) Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, GNAM, Roma

(2) Marcel Duchamp, Fountain, Museum of Modern Art, New York

(3) Andrea Mantegna, I Trionfi di Cesare, 1485-1505 circa, Hampton Court, Londra

(4) Ai Wewei, Palazzo Strozzi, Firenze, 2017

(5) Claire Fontaine, La sociéte du spectacle brickbat, 2005

C’è immaginario e immaginario…

di Mikel Dufrenne

Ancorché relegata a uno statuto per molti versi minoritario, l’opera di Mikel Dufrenne (1910-1995) costituisce una svolta per la filosofia francese del Novecento — in particolare per il suo interesse in un’estetica fenomenologica.

Ancor meno si sa dei consistenti risvolti politici di questa riflessione, che aprono a prospettive inedite circa il rapporto tra opera d’arte e azione sul presente. Il nodo cruciale tra questi due termini sembra risiedere nella nozione di immaginario che, insieme ad altri termini di più lunga fortuna, come il desiderio, costituisce una parola-chiave di quella stagione politica ed esistenziale.

Partecipe del Maggio ’68, nel saggio «Arte e politica» — di cui riportiamo alcuni estratti — il filosofo sembra parlare al nostro presente e alle sue aporie.

 

Traduzione di Andrea Giuliani

L’immaginazione al potere!, urlavano i muri nel maggio ’68. Fino a che punto il potere sia rimasto sordo a questo grido, lo constatiamo oggi dal profondo del torpore che regna su di noi. Eppure sono pochi i filosofi che oggi non riflettono sull’immaginario; per riabilitarlo? In realtà la tentazione più forte è quella di denunciarlo, innanzitutto, di scartarlo, di opporgli quella che ora si definisce rottura epistemologica — che potremmo anche chiamare rottura razionale. Perché? Perché l’immaginario è spesso associato all’irreale: il malato immaginario è colui che, appunto, immagina di essere malato e che non lo è realmente; per guarirlo da questa illusione, bisogna indurlo a sottomettersi al principio di realtà. […]

Guardiamoci intorno: tutto delira, in maniera spettacolare o discreta; non solo i sognatori, i poeti, gli schizofrenici, gli utopisti, ma i campioni della razionalità, gli accademici, i difensori dell’ordine. Ma non bisogna fare di ogni erba un fascio: se qualcosa di immaginario c’è nel rifiuto e nella repressione dell’immaginario — nel prete che brucia la strega, nel conservatore che denuncia il gauchista, nel filosofo che destina la presenza al non-senso —, non è dello stesso immaginario che si parla. È un immaginario che ostruisce invece di aprire, un immaginario teso e aggressivo come quello dell’avaro. […]

Che l’immaginario sia di destra o di sinistra, quale approccio scegliere? Dire che l’immaginazione non produce necessariamente dell’immaginario, o che l’immagine non è necessariamente immaginaria, non esclude che l’immaginario possa qualificare certe immagine, o essere imputato all’immaginazione. Si potrebbe dunque ripartire dall’immaginazione, su cui pure bisognerà tornare. Ma forse occorre partire da un certo atteggiamento nei confronti dell’immaginario — ovverosia dalla sua negazione, ispirata dalla sottomissione al principio di realtà. Potremmo altresì politicizzare la nostra ricerca osservando che questa negazione è ovunque legata ai poteri: niente di più pericoloso per l’ordine sociale e morale di un immaginario in libertà. […]

Eppure, basterebbe uno sguardo per allontanarlo [il principio di realtà] — lo sguardo che Cézanne getta sulla Montagne Sainte-Victoire. Basterebbe una parola, come alcune di quelle lasciate scritte sui muri nel maggio ’68: «Sous le pavés, la plage». È perciò che dobbiamo comunque porci la domanda: come restaurare l’immaginario oggi? Come conciliare il principio di piacere e il principio di realtà che la civiltà occidentale si è così accuratamente adoperata a separare? Come togliere le riserve che pesano sul fantasmatico, e tra i quali si iscrive forse la teoria dell’inconscio?

Ma c’è immaginario e immaginario, e questo fatto suscita un altro quesito: come evitare la perversione dell’immaginario? Come divenire folli senza adombrarsi nella follia? Come librarsi all’impotere senza sprofondare nell’impotenza? Come ritornare alla Natura senza abbandonarsi alla barbarie? Bisognerebbe forse meditare su questo ritorno all’immaginario (se non direttamente permetterlo), piuttosto che meditare sull’essere.

L’imaginaire, in Mikel Dufrenne, Esthétique et philosophie, vol. II, Paris, Klincsieck, 1976.

Ciao Sandra…

Ciao Sandra…

Ha! so plötzlich Lebewohl zu sagen

All den lieben schöndurchlebten Tagen –

Doch – ich glaube – nein! ich bebte nicht!

»Freunde! spräch’ ich, dort auf jenen Höhen

Werden wir uns alle wiedersehen,

Freunde! wo ein schönrer Tag die Wolken bricht.

Dover dire a un tratto addio

A tutti i cari giorni vissuti in bellezza –

Ma – io credo – no! Non tremerei!

«Amici!, direi, là su quelle alture

Ci rivedremo tutti,

Amici! Quando un più bel giorno spazzerà le nuvole.

Friedrich Hölderlin

Il paradiso e noi. Su Il Regno e il Giardino di Giorgio Agamben.

di Marcello Tarì

 

 

Ille enim actus est pure naturalis, sicut comedere et bibere

In uno dei suoi aforismi terribilmente ironici una volta Kafka ha scritto:

La cacciata dal paradiso, nella sua parte essenziale, è un processo extratemporale eterno. La cacciata dal paradiso è dunque definitiva, e la vita nel mondo inevitabile, ma l’eternità del processo o, in termini temporali, l’eterno ripetersi del processo rende tuttavia possibile non solo che noi si possa perennemente restare nel paradiso, ma che davvero si sia perennemente nel paradiso, a prescindere dal fatto che noi, qui, lo si sappia o meno.

Il problema teologico-politico che Giorgio Agamben affronta nel suo ultimo libro, Il Regno e il Giardino (Neri Pozza 2019), potrebbe essere anche letto come un corposo commento a questa sentenza kafkiana. Il giardino del titolo infatti non è altro che quello dell’Eden: ma è proprio quel giardino, come pensava Kafka, il paradiso? Ed è vero che esso è sempre stato qui, sulla terra? Queste sono alcune delle questioni a cui si cerca infatti di dare risposta nel libro. Tuttavia il suo tema principale non è né tanto quello del come è o dovrebbe essere questo giardino né una descrizione del regno a venire bensì, al modo di una sorta di pamphlet ereticale, gira attorno alla questione del peccato in conseguenza del quale l’uomo e la donna furono scacciati dal paradiso, quindi se il giardino è stato perso per sempre o invece sia sempre possibile e quindi reale e infine se il regno appartenga a una dimensione ultraterrena e ultrastorica oppure sia qui, tra di noi.

Apparentemente sono questioni lontane, a volte si ha l’impressione appunto di leggere un trattato scritto da un antico eresiarca, ma se solamente facciamo lo sforzo, e non è difficile, di comprendere come e quanto l’Occidente non abbia mai smesso di pensare la politica senza avere come riferimento la teologia giudaico-cristiana, allora sapremo riconoscere l’attualità di discutere oggi del paradiso e dell’inferno, del peccato e della grazia, in una parola della politica del Regno e della possibilità di una vita beata.

Non è certo la prima volta che Agamben si occupa del Regno, forse non si è mai occupato d’altro, e lo ha fatto anche nei suoi libri più recenti, tuttavia in questo nuovo libro egli riprende e porta a compimento precisamente i motivi di una riflessione risalente a quasi trent’anni fa, contenuta in un suo saggio dal titolo «Disappropriata maniera» dedicato al poeta Giorgio Caproni che poi andrà a comporre uno dei capitoli del volume Categorie italiane. Studi di poetica.

In questo modo, con un gesto “fuori dal tempo”, Agamben indica in tutta la sua evidenza il legame che da sempre egli sostiene esistere tra poesia e filosofia e dimostrando così, ancora una volta, due cose. La prima è che la maniera in cui l’accademia scinde il pensiero in tante discipline a loro volta scisse in diverse microspecializzazioni non ha alcuna legittimità e che la sola e unica disciplina del libero pensiero è proprio quella capace ogni volta di non separare la poesia, la politica, la filosofia, l’arte, in una parola il pensiero dalla vita stessa. La seconda è che il metodo da lui usato, l’archeologia filosofica, è valido anche per il proprio stesso pensiero, non nel senso che questo debba ritornare sempre a un qualche passato originario, ma perché un vero pensiero non ha un andamento lineare-progressivo ma va innanzi e si ritira, si interrompe e ricomincia. Come Agamben scrive al termine di quel vecchio saggio, riferendosi all’opera di Caproni, ma lo stesso vale per la sua stessa opera: «Possiamo solo dire che qualcosa finisce per sempre e qualcosa ha inizio, e che ciò che comincia, comincia soltanto in ciò che finisce». Questo è il motivo per cui un pensiero forte non ha fine – sia in senso temporale che nel senso di scopo – ed è una potenza sempre sul punto di finire e di cominciare. Anche solo questi sarebbero già dei motivi sufficienti ad apprezzare questa nuova avanzata con lo sguardo volto all’indietro che è Il Regno e il Giardino.

Ma veniamo al suo contenuto. Nel saggio su Caproni la questione è già integralmente presentata nelle sue linee fondamentali e prende avvio da un appunto del poeta che si termina con queste parole:

Tutti riceviamo in dono qualcosa di prezioso, che poi perdiamo irrevocabilmente. (La Bestia è il Male. La res amissa [la cosa perduta] è il Bene).

Agamben scriveva che Caproni in un’intervista spiega che questo bene può essere espresso in quanto Grazia amissibile, cioè qualcosa che si può perdere. Ed è qui che il filosofo inseriva la sua riflessione teologico-politica, poiché questo tema della grazia ammissibile è quello che Agostino usò nella disputa che lo oppose a Pelagio. Questi fu un teologo del IV° secolo che fu condannato per eresia poiché sosteneva che siccome la natura umana è essa stessa opera della grazia divina, allora per l’uomo esiste sempre la possibilità di non peccare. Agostino, e poi l’istituzione ecclesiale, ovviamente non potevano tollerare questa posizione che nella pratica avrebbe significato destituire la Chiesa, poiché nel caso che la natura umana non fosse sempre già irrimediabilmente corrotta allora non vi sarebbe bisogno dei sacramenti che solamente la Chiesa può elargire e, ancor più, l’uomo sarebbe davvero libero. Ed è proprio a (ri)partire da questo problema teologico e politico che Il Regno e il Giardino traccia il suo cammino.

Il problema politico che deriva da questa disputa è presto detto: l’istituzione della Chiesa, come qualsiasi altra istituzione, ha per compito quello di separare ciò che è naturalmente unito e unire artificialmente ciò che è separato, quindi il giardino, approntato da Dio per l’abitazione beata degli uomini e delle donne, fu separato dal regno e dichiarato ormai perduto per sempre, inabitabile per l’eternità, mentre lo stesso regno veniva rimandato a un futuro oltreterreno. Non è complicato vedere come questo dispositivo abbia poi funzionato nella storia, quindi nelle lotte secolari: il comunismo è sempre posto dai suoi preti in un lontanissimo futuro che sarà possibile raggiungere solo attraverso la mediazione di un’istituzione, quali il partito, lo stato o qualche altra figura della separazione tra le quali ci metterei anche i “collettivi” e le varie organizzazioni politiche cosiddette di movimento che, anch’esse, pensano quasi invariabilmente la politica come una successione di scissioni tra un fuori e un dentro, un esterno e un interno, e specialmente come una macchina produttrice di azioni che devono realizzare un qualche obiettivo. Il dogma politico della modernità si risolve nel fatto che il popolo, le masse o la classe, essendo anch’essi dei soggetti scissi, non possono accedere autonomamente al regno della libertà e la rivoluzione va quindi governata, come sostenevano gli agostiniani Negri e Hardt in una delle loro encicliche.

D’altronde l’interesse che ha per noi, oggi, una simile discussione è detto nelle prime pagine de Il Regno e il Giardino:

Anche quando, com’è avvenuto più volte, gruppi di uomini hanno cercato di trarne l’ispirazione per un modello di comunità decisamente eterodossa, la strategia dominante ha vegliato ogni volta a neutralizzarne le implicazioni politiche.

Non sono pochi coloro che anche in anni recenti hanno cercato di dar vita a queste comunità eterodosse e invariabilmente è accaduto che tutte abbiano fallito senza che se ne capisse bene il motivo. Non è difficile invece comprendere i motivi del disaccordo nel dibattito teologico del primo cristianesimo.

O, come sostiene Agostino, il peccato, in questo senso originale, ha scisso la natura umana una volta e per sempre che così sarà tutta, fino alla fine del tempi, colpevole e mancante e quindi anche il paradiso lo sarà, scisso tra un giardino da sempre perduto e un regno impossibile da sperimentare in questa vita, oppure, come sosteneva già Ambrogio, Pelagio e poi ancora molte sette millenariste, la natura dell’uomo, pur potendo questo peccare, non era mai stata separata e quindi non lo era stato nemmeno il paradiso, per cui giardino e regno coincidono sempre così come la natura umana e la grazia lo sono in una forma-di-vita.

A veder bene Kafka dicendo che è molto probabile che, pur essendone stati espulsi, non siamo mai usciti dal paradiso solo che non lo sappiamo, affermava che il problema dell’umanità, il vero stato di peccato nel quale è immersa, consiste nella sua incoscienza e che questa incoscienza è ciò che le ha permesso di devastare il giardino e di devastarsi a propria volta. La cosiddetta questione ecologica è tutta qui.

A sua volta Agamben, commentando Pelagio, scrive che «il peccato non è infatti una sostanza che si possa trasmettere, ma consiste soltanto in gesti e opere». Da questa affermazione, che è la posizione che il filosofo accoglie, capiamo meglio perché Agamben insista così tanto sull’inoperosità e perché abbia occupato gran parte dei suoi libri degli ultimi venti anni con la critica del paradigma dell’azione, la cui “colpa” è quella di essere costantemente scissa in mezzo e fine. Ogni volta che individualmente ripetiamo questo genere di azione, ogni volta che consentiamo a quella scissione di ripetersi in ogni campo della vita e così di determinarla, ognuno di noi viene cacciato dal paradiso e ogni volta che ciò viene fatto in massa abbiamo la certezza che invece del regno della libertà avremo quello dell’oppressione. L’inoperosità, quindi, è quell’operazione che, mentre disattiva ogni opera separata in se stessa, libera gli uomini restituendogli alla loro natura indivisa.

Al concetto di massa in tanto che paradigma teologico-politico Agamben dedica un’importante glossa, mostrando l’origine agostiniana del significato della parola poi entrata nella modernità a designare il soggetto sovrano al posto del popolo. Ma proprio in tanto che sempre massa dannata essa non può mai accedere autonomamente alla propria liberazione, bensì deve affidarsi alla mediazione di una qualche istituzione che la governi. Il compito dell’istituzione è quello di occultare l’autonomia tanto dei singoli che del popolo e quindi la situazione di cui parla Kafka, ovvero che il paradiso è sempre stato qui e che noi siamo i suoi abitanti – se solamente ne fossimo consapevoli. Ogni singola destituzione, in questo senso, libera un frammento d’autonomia, cioè di paradiso. Ed è come se il gesto supremo della destituzione possa strappare il pesante sipario che impedisce di ammirare nella sua integralità il giardino nel quale, tuttavia, viviamo.

Un capitolo viene dedicato da Agamben alla maniera in cui Scoto Eriugena nel medioevo diede una risposta alla questione teologica del paradiso del tutto opposta a quella agostiniana. Qui, a differenza di Kafka, si dice che il paradiso, certo, è sempre stato qui, ma, a differenza di Agostino, non bisogna pensarlo letteralmente bensì allegoricamente. Il paradiso così sarebbe in realtà la stessa natura umana e quindi se peccato vi è stato è accaduto fuori di essa. Infatti la variante più di spessore rispetto alla narrazione di Kafka è nel fatto che Eriugena sostiene che in verità l’essere umano non ha mai vissuto nel paradiso edenico e che tutto ciò che narra la Genesi, compreso il peccato, è avvenuto fuori dal paradiso, quando insomma ne era già uscito ma proprio per questo esso resta la promessa eterna della destinazione propria della natura umana: «l’origine è la meta». Eriugena per altro afferma che la natura tanto materiale che spirituale dell’uomo non è diversa da quella animale, così detronizzando l’uomo dal posto più in alto nella gerarchia che è sempre stato osservato nella cultura occidentale, ma che esiste una sola natura, una sola sostanza per dirla con Spinoza, e che questa è in Dio come Dio è in essa. In definitiva il peccato è ciò che allontana l’uomo dalla sua natura, mentre il bene è ciò che lo richiama alla sua vera abitazione.

Quindi l’ulteriore e definitivo passaggio che compie Agamben per confutare ogni agostinismo è compiuto tramite l’analisi dell’opera di Dante Alighieri. In effetti, già nel saggio su Caproni il filosofo per rispondere alla domanda «Perché c’importa la poesia?» convocava Dante a testimonianza del fatto che essa ci importa non perché si identifichi con la vita biografica o psicologica del soggetto che la fa e nemmeno perché si isoli da quella, bensì perché permette la sua desoggettivazione attraverso la lingua e con ciò il poeta «nella parola genera la vita». Dunque poesia e vita coincidono in una lingua senza soggetto che permette una nuova «mutazione antropologica». E questa mutazione è esattamente ciò in cui dovrebbe consistere una vera politica, la quale comincia sempre a partire dalla nostra stessa vita: chi tra noi, per dirla con Caproni, non vive con la sensazione di aver perduto un bene, una qualche forma di grazia, qualcosa di incalcolabile? L’esistenza, a volta, sembra solamente consistere nella ricerca di quel bene che con ogni probabilità abbiamo perduto per sempre. Ma il bene è forse nella ricerca stessa.

Ne Il Regno e il Giardino  si mostra come Dante indicasse una soluzione al problema del peccato e del paradiso del tutto eretica rispetto all’opinione ortodossa di Tommaso d’Acquino, una soluzione che è tanto individuale che collettiva, cioè del tutto politica. Dante infatti sostiene che il paradiso terrestre non è altro che una figura allegorica della beatitudine umana o, nelle sue parole, «civile». La beatitudine è cioè l’esercizio della propria virtù, la quale è legata all’amore – all’«uso della cosa amata» – e quindi nella coincidenza di virtù, intelletto e amore è la chiave della felicità terrena del genere umano. Ancora, per Dante la venuta del Cristo è stata sufficiente a restaurare l’integrità della natura umana, la redenzione è così già avvenuta e quindi non ci sarebbe alcun bisogno dei sacramenti amministrati dalla Chiesa. Quindi, una volta di più, Agamben usa Dante per specificare che «sono le azioni umane, e non la natura», al contrario di come dicono sempre i teologi, a provocare l’infelicità dell’uomo: «il paradiso terrestre di Dante è la negazione del paradiso dei teologi».

I teologi infatti non solo hanno separato la natura umana dalla grazia ma anche il giardino dal regno e quest’ultimo è spesso descritto come qualcosa che sarà istaurato solo dopo la fine dei tempi, la città celeste di Agostino appunto, e se, al limite, di regno sulla terra si può parlare lo si può fare solo riferendosi alla Chiesa. Per di più in molti teologi si trova che persino questo regno paradisiaco ultrastorico avrà bisogno di un governo, di qualcuno che comanda e qualcuno che esegue, di regnanti e di sudditi, anche se magari non ci sarà la proprietà privata. Il che non può non ricordare l’avventura del socialismo realizzato – cosa sul quale lo stesso Agamben infatti si sofferma. Ma infine il filosofo, in una vertiginosa ricapitolazione della tradizione apocalittica, dal giudaismo a Walter Benjamin passando per qualche Padre della Chiesa e le sette millenariste, afferma alcune semplici verità: il regno è necessario agli uomini per ritrovare sulla terra la felicità perduta; il regno di cui si parla nei Vangeli è terreno ed è sempre presente tra di noi, qui e ora; nella storia sono presenti due ritmi temporali, quello messianico e quello cronologico, ma il primo non può mai essere iscritto nel secondo, bensì gli è «accanto».

Vi è un altro aforisma di Kafka concernente il paradiso:

Fummo creati per vivere nel paradiso, il paradiso era destinato a servirci. La nostra destinazione è stata mutata, non così quella del paradiso.

La nostra destinazione è stata mutata dalle istituzioni, da un Governo degli uomini e delle cose che non vuole finire e che continua a questo fine nell’imbrogliare gli uomini procrastinando infinitamente il regno e quindi il «paradiso in terra». Ma questo, il paradiso, è sempre qui e aspetta solo di essere abitato. Così il regno è tra di noi ma per permettergli di venire bisogna levare gli ostacoli che ci impediscono di vederlo. È per questo che la destituzione di ogni Governo è necessaria.

Discola. Descolarizzare ancora la società

Pubblichiamo alcuni estratti dal nuovo libro di Bianca Bonavita Discola. Descolarizzare ancora la società in uscita per Pentagora Edizioni

Un programma politico che non riconosce esplicitamente la necessità

della descolarizzazione non può dirsi rivoluzionario.

Ivan Illich, Descolarizzare la società

3La scuola è una scuola di Stato, dove i giovani vengono trasformati in esseri umani di Stato, vale a dire in galoppini dello Stato e nient’altro. Quando andavo a scuola andavo nello Stato, e poiché lo Stato annienta gli esseri umani, andavo nell’istituto per l’annientamento degli esseri umani.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri

Alla parola Stato possiamo sostituire quella di mercato, sistema, produzione, infrastrutture, governo: il risultato non cambia. L’essere umano di natura, come grida Bernhard nel suo Antichi Maestri, viene braccato e perseguitato finché non è annientato e trasformato in un essere umano di Stato, in un essere umano funzionale alla mega-macchina.

Ogni nuova generazione viene gradualmente preparata all’impiego e all’impegno, a essere continuamente impegnata nei propri doveri, nelle proprie mansioni da svolgere, sia all’interno che all’esterno della scuola.

I pomeriggi diventano allora dei permessi di libera uscita in cui poter attendere, dopo aver svolto i compiti, alle mille attività organizzate sportive/ricreative, ovvero alle proprie funzioni di utenti/consumatrici di tempo libero.

E la vita futura promessa oltre l’ultimo passaggio di grado (oggi posticipato all’infinito con i master post-laurea per poter vendere sempre un ultimo, ultimissimo bisogno di istruzione e di specializzazione) non è altro che il permesso per buona condotta di poter finire di scontare la propria pena ai domiciliari dell’impiego.

Ma la segregazione scolastica non serve solo a preparare le bambine all’impiego e all’impegno e a formare nella loro mente una corretta immagine della realtà, di come devono andare le cose e di quale forma debba assumere la loro vita, ma serve in egual misura a preservare il più possibile il mondo reale delle grandi dal potenziale destituente dell’infanzia esercitato dalla sua presenza, dalla sua follia e dal suo folle amore.

Perché allora non provare a fornire un nascondiglio a questo essere umano di natura braccato e perseguitato, a questa clandestina che nei primi anni della sua vita si aggira timorosa e indifesa in quegli ultimi sprazzi di foresta prima della frontiera che separa l’infanzia dalla storia?

Perché non provare a pensare che sia possibile non varcare quel confine e restare clandestine, in quella foresta, a imparare dalle piante, dagli animali e dagli umani che la abitano con noi?

È dall’alba del nostro essere primati che noi umane siamo stati in grado di relazionarci e di apprendere fin da cucciole in assenza di istituzioni scolastiche per il semplice fatto che le relazioni, come l’apprendimento, sono bisogni primari della nostra natura.

La dissoluzione a livello mondiale delle comunità umane tuttora in corso, propagatasi in maniera massiccia a partire dal secondo dopoguerra (anche attraverso l’opera colonizzatrice delle scuole statali), non può impedirci la ricostruzione di una comune capace di sopperire, in assenza di comunità e in assenza di scuola, a questi bisogni naturali delle cucciole di essere umano.

La comune, in quanto patto di affrontare il mondo, di contare sulle proprie forze come fonte della propria libertà, come scrive il Comitato Invisibile, risponde ai bisogni per annullare in noi l’essere del bisogno.

Essa può formarsi attorno a ogni problema, e forse è maturo il tempo di liberare l’umanità dal bisogno del servizio/merce educazione dispensato attraverso il monopolio radicale della scuola e di seminare comuni attorno alla possibilità di relazionarci e di apprendere in forme descolarizzate.

Giorgio Agamben ha scritto che la profanazione dell’improfanabile è il compito politico della generazione che viene.

È interessante osservare come ormai cinquant’anni fa Illich abbia individuato con estrema lucidità quelli che erano, e sono oggi ancora di più, due tra i dispositivi più improfanabili del nostro tempo: la medicina e la scuola.

Nel descrivere la reazione di scandalo e di rifiuto di Erich Fromm alle sue riflessioni sulla descolarizzazione, Illich parla proprio di profanazione di un’istituzione sacra agli occhi del vecchio socialista Fromm.

L’intento profanatorio di Descolarizzare la società è necessario e volto a liberare il mezzo dai suoi fini asserviti al potere; soltanto dopo aver disattivato il dispositivo in maniera magistrale, Illich passa a tracciare un abbozzo di quello che potrebbe essere un nuovo possibile uso dell’educazione.

L’indignazione di Fromm di fronte alla profanazione di Illich ricorda le reazioni scandalizzate di certe persone appartenenti all’ambiente militante di fronte a discorsi che mettono in questione il sistema sanità pubblica e il sistema istruzione pubblica.

Come se il collasso culturale e sociale che stiamo vivendo non fosse in alcun modo imputabile anche a decenni di scuola statale ‘dell’obbligo’, e non alla scuola così com’è ma alla scuola in sé; come se la competizione eretta a valore in competitività non fosse una competenza appresa sui banchi; come se il regime di segregazione e di separazione dei corpi non fosse una forma di vita appresa nelle aule; come se il legame perduto con la propria natura non avesse a che fare con tutte le ore dell’infanzia rinchiuse in un edificio; come se le nuove avanzate forme di alienazione non fossero state rese possibili in primo luogo dall’alienazione da sé imparata a scuola.

La scuola statale e la medicina allopatica occidentale sono forse le due forme di culto principali del potere biopolitico e pastorale.

Entrambe agiscono direttamente sul corpo del gregge delle fedeli/pazienti. Entrambe mirano al monopolio del controllo e alla demonizzazione di tutto ciò che è altro da loro. Entrambe, come evidenzia Illich in Disoccupazione creativa, formano una classe di sacerdoti mantenuta dallo Stato che agisce come un vero e proprio clero dotato di poteri e di segreti. Entrambe detengono una propria liturgia e dei propri sacramenti e riti di passaggio: le vaccinazioni sono il battesimo nella medicina così come l’asilo nido o quello dell’infanzia sono il battesimo nella scuola; lo spropositato abuso di antibiotici è la comunione nella medicina così come la scuola elementare e media fungono da comunione nella scuola; la chirurgia fa pensare a un matrimonio con la medicina così come l’esame di maturità a un matrimonio con la scuola; la chemioterapia è purtroppo per molte una forma di estrema unzione così come lo è l’università per molte laureande.

E per restare nelle indagini di Illich è venuto il tempo di trovare un corrispettivo in ambito scolastico di ciò che egli definisce iatrogenesi in campo medico, ovvero tutto ciò che inerisce le malattie e le sofferenze provocate da trattamenti medici inutili, eccessivi o sbagliati.

Occorre individuare una parola e un campo di analisi per definire tutti i danni morali, psicologici e culturali, nonché sociali e antropologici, provocati dalla scuola.

La scuola, officiata nelle sue funzioni da quella particolare forma di pastora, dispensatrice di servizi, chiamata insegnante colei che imprime e fissa un segno, un marchio, un sigillo può essere considerata una sorta di iniziazione alla funzione, al lavoro inteso come compimento di un dovere, di un ufficio (l’officium): una primordiale e fondativa separazione da se stesse attraverso la progressiva identificazione con la propria funzione.

Giorgio Agamben ha mostrato in Opus Dei come la trasformazione da ciò che si è a ciò che si deve essere, che definisce la morale, il fondamento e la politica della modernità, abbia il suo modello nella funzione del sacerdote, dove il suo essere e la sua azione tendono a coincidere:

il sacerdote deve essere ciò che è ed è ciò che deve essere.

Il sacerdote è quell’ente il cui essere è immediatamente un compito e un servizio – cioè una liturgia.

Chiunque, come il sacerdote durante la liturgia, eserciti una funzione pubblica e risponda a un comando è soggetta alla trasformazione dell’essere in dover-essere. Per questo l’insegnante, in quanto espressione secolarizzata del sacerdote, è anch’essa l’ente il cui essere è immediatamente un compito e un servizio: quello di sorvegliare / trasmettere / gestire / indottrinare / educare; ovvero è colei che nel proprio ruolo e nella propria funzione incarna la liturgia della scuola.

E incarnando in se stessa la liturgia ne diventa testimone vivente per le nuove leve di funzionarie-officianti che è chiamata a conformare.

In questo senso, la scuola è un’iniziazione alla funzione, ed è in questo senso che Illich tra gli obbiettivi della scuola riconosce la formazione di un funzionariato universale.

La macchina si è avviata: nel momento in cui il nostro essere viene trasformato in un dover-essere e si identifica con la nostra funzione (colei che deve svolgere al meglio i propri compiti), cioè con l’agire al posto di un’altra che incarna il comando, ecco che il soggetto perduto di questo agire diventa l’ombra della persona che avremmo potuto essere, il fantasma la cui liberazione diventa il nostro principale gesto politico.

E questa liberazione non può che passare attraverso l’interruzione della cattura dell’essere nel dover-essere. Occorre riconsegnare alla vita la sua forma, quella specifica forma che le è stata sottratta dalla funzione che le è stata imposta e a cui è stata modellata.

Per fare questo, l’unica educazione possibile è un’educazione de-formativa, una de-formazione della funzione che ci governa e della forma di vita in cui siamo state catturate.

La formazione permanente che va tanto di moda oggi nel mondo pedagogico non è altro che la separazione permanente della vita dalla sua forma e quindi la cattura a tempo indeterminato di quest’ultima nel dispositivo dell’impiego e della funzione. Così come la ri-forma della scuola, e in fondo ogni ri-forma, non è altro che il rinnovarsi, il riformularsi, di questa separazione, quando determinate condizioni storiche stanno per incrinare i presupposti che la determinano.

Cos’è dunque un’educazione de-formativa? Cosa significa de-formare la funzione che ci governa?

Si tratta, una volta disattivato il dispositivo-scuola, di non ricostituire una nuova forma storica di scuola, ma restare a contemplare la possibilità di farne un uso diverso, magari più vicino all etimologia di ozio, di fare una scuola vernacolare nel senso che Illich dà a questa parola, recuperando la sua radice indogermanica che contiene l’idea di radicamento e di dimora e che, in epoca classica, indicava qualsiasi cosa fosse allevata, coltivata, tessuta o fatta in casa.

È evidente che questa forma-di-vita naturale, questa vita non più separata dalla sua forma, che nasce e muore senza ospedali, che si procura da sé il proprio nutrimento e i propri medicamenti, che non ha bisogno di studiare una grammatica per conoscere la propria lingua e che non ha bisogno della scuola per imparare ciò che le è necessario, è pressoché estinta e che il suo genocidio, iniziato in Europa agli albori della modernità con il tribunale dell’inquisizione e la caccia alle streghe, proseguito con l’illuminismo e con il formarsi degli stati nazione, ha avuto una brusca accelerazione in tutto il mondo nel secondo dopoguerra con il trionfo dell’ideologia dello sviluppo.

Tutte le lotte politiche che negli ultimi anni sono state degne di essere vissute non hanno fatto altro che cercare di porre un freno all’inesorabile trasformazione di ogni particella di ambiente (e quindi anche delle umane) in risorsa, trasformazione che continua a soffocare le residuali sacche di vecchie comunità vernacolari o gli eroici tentativi di pensare e abitare nuove forme-di-vita comuni neo-vernacolari e comunque il più possibile al di fuori della mega-macchina.

Al convivio, alla tavola del sapere a cui tutte saranno invitate, ognuna potrebbe allora donare secondo le proprie capacità e prendere secondo i propri bisogni, senza nessuna forma di segregazione, controllo, giudizio e uniformazione.

Il servizio educazione e l’istituzione scuola verrebbero così destituiti dalla scoperta che persone e comunità possono soddisfare da se stesse i loro bisogni autentici.

È allora tempo per chi si sente rivoluzionaria di iniziare a pensare a una forma vernacolare di condivisione del sapere che sfugga al monopolio radicale della scuola e della formazione permanente a cui siamo condannate in quanto utenti di servizi educativi, e che possa imbandire questo banchetto del suo libero uso.

Descolarizzare potrebbe significare allora ritornare al significato originario della parola scholé (ozio, riposo dalle fatiche quotidiane per dedicarsi allo studio), ovvero rendere possibile un tutt’uno di spazio e tempo liberi e aperti alla conoscenza in cui l’essere umano possa costruire un rapporto educativo col suo ambiente all’insegna del libero uso.

Esistono, possono esistere, reti di famiglie, di amiche, di compagne, che cercano di praticare una sorta di non-scuola condivisa e diffusa, senza struttura, senza spazi e tempi rigidi e prestabiliti, senza programmi e pianificazioni. È naturale che per intraprendere questa strada, la più difficile, ma forse la più rivoluzionaria, occorre prima di tutto ripensare la propria forma di vita, ovvero, per riportare l’apprendimento alla vita, occorre innanzi tutto riprendersi la propria vita.

Resta ancora inesplorata la possibilità di indugiare sulla sospensione della scuola in quanto tale. Resta ancora inabitato lo spaziotempo che si apre nel momento in cui il dispositivoscuola, con tutti i suoi meccanismi impliciti e fondamenti reconditi, viene disattivato.

Prendere atto della distruzione della scuola, resistere alla tentazione di rifondarne un’altra, più buona, più giusta, più pulita, direbbe un bravo pubblicitario, e sostare piuttosto nella sua interruzione sperimentando forme inesplorate di educazione autarchica, comune e diffusa.

Questa scholé originaria, che si propone di chiamare Discola, è un atto gratuito comune, comunemente e liberamente scelto come spazio e tempo comuni, come ambiente significante comune in cui ci si predispone alla conoscenza senza però considerarla il motivo e lo scopo dello stare insieme.

Una Discola non può avere obbiettivi didattici perché è puro mezzo.

Nella Discola le cose cessano di essere sussidi didattici e ritornano a essere cose che possono essere manipolate, ignorate, conosciute, smontate o distrutte.

In questo senso si può affermare che una Discola abbia la stessa natura del gioco vero, (da distinguersi da quello organizzato, spettacolarizzato e regolamentato), quello capace di disattivare il vecchio uso di una cosa per crearne uno nuovo, ovvero quell’unico gioco possibile che è un’eterna profanazione.

Il nuovo uso che si sprigiona in questo gioco senza fine chiamato Discola è quello di una conoscenza e di un sapere che accadono senza proclami, così come accade l’apprendimento della lingua madre e l’imparare a camminare. La conoscenza e il sapere accadono perché sono vita, accadono perché sono desiderio: desiderio di conoscere una storia, di contare le stelle o di costruirsi un luogo segreto.

Discola non è una preparazione alla vita, un esilio artificiale, più o meno autoritario o più o meno libertario in cui si viene confinate per essere addestrate a divenire adeguate cittadine-consumatrici-impiegate-utenti di servizi, ma è vita con cui imparare.

In una Discola non si conosce per la vita, ma nella vita e con la vita. Non ci si prepara a vivere, ad agire, a prendere una posizione; si vive, si agisce, si prende una posizione.

E forse non vi può essere Grande Fuori se non si esce anche dalla scuola.

Uscire dal diritto, uscire dall’economia, uscire dal Governo, piuttosto che contrapporvisi dialetticamente e ricomporre sempre di nuovo la loro costituzione, scrive Marcello Tarì.

Uscire anche dalla scuola dunque, ma non per costituirne un’altra, libertaria, steineriana o montessoriana che sia.

Uscire dalla scuola per ritornare alla vita, che senza aule, banchi, cattedre e insegnanti è provvista di tutto ciò che occorre per innamorarsi del sapere.

Non vi può essere alcun fronte rivoluzionario delle forme di vita se non si include nel programma immaginario di questo immaginario partito il destino delle nuove vite che vengono a noi e che sono presto chiamate ai sacramenti e alle funzioni del potere costituito o costituentesi (dalle vaccinazioni/medicalizzazioni dei corpi, al rituale dei gradi scolastici, alla gestione del tempo libero).

Non si può sabotare ciò che vi è di infrastrutturale in noi se non si comincia col sabotare (in noi ancor prima che fuori di noi) il principio e il fondamento di ogni infrastruttura, ovvero la scuola, il dispositivo chiave posto a fondamento di ogni altra possibile infrastruttura, che ha tra i punti essenziali del suo programma occulto, (in come è molto più che in ciò che dice), l’obbedienza, l’addestramento e l’adeguamento a ciò che si è deciso essere l’unica realtà, ovvero l’unica apocalisse, possibile.

Questa Discola destituente situata in quella landa incolta in cui sono fuggiti Jacob e Benjamenta e abitata da alunne ingovernabili e scioperate, sarà allora una teoria di frammenti raccolti, di gesti senza un fine, gratuiti, compiuti solo perché belli, buoni e veri e non perché intesi a conseguire, a costruire, a trasformare, a gestire qualcosa.

La nostra Discola non ha più alcun rapporto con l’efficacia, l’efficienza, il dispositivo, ma ogni suo gesto torna a essere grazia, dono, compiuto con amore e per rispondere a un desiderio reciproco di conoscere e di compartire.

Ci piace pensare che una possibile variante del vero stato di emergenza invocato da Benjamin contro lo stato di eccezione permanente in cui viviamo sia quella di un mondo amputato della scuola, di un villaggio, non più globale ma diffuso, in cui gioco, vita, avventura, sapere e conoscenza non siano più distinguibili.

Solo allora, quando la prima grande reclusione che ha modellato le nostre vite e che ha allevato in seno la propria serpe sarà destituita, forma di vita e forma di lotta saranno indistinguibili e le forme-di-vita che verranno potranno abitare finalmente e pienamente il Grande Fuori.

Dove saremo tra un anno?

di Giorgio Colli (1946 circa)

Forse qui da noi il tempo cammina molto lentamente. Oppure, l’italiano è un popolo di memoria troppo corta. Comunque sia, avvengono cambiamenti nel nostro paese, in periodi di tempo piuttosto brevi, che sembrano davvero portentosi.

Alludiamo al risorgere del fascismo, che un anno fa sembrava ben morto. Si noti che qui non si vuole intendere con “fascismo” quanto oggi è inteso più comunemente con questo termine – ossia tutto ciò che esula dal credo del partito cui appartiene chi parla o scrive – ma ci si riferisce semplicemente al senso storico, tecnico, “antico” della parola. Esiste, è vero, una legge che proibisce qualsiasi atto tendente a richiamare in vita il passato regime, ma pare essa non impedisca, povera legge inerme, il prosperare di un’attiva propaganda fascista (nel senso suddetto) e il successivo comparire alla luce di giornali dalle testate variopinte e suggestive, come “Rosso e Nero” e “La rivolta ideale”. Con l’aiuto di vari fogli che amano chiamarsi indipendenti, questi giornali cominciano ormai coraggiosamente a parlar chiaro, sostenuti da firme illustri, quali Curzio Malaparte (martire antifascista), Concetto Pettinato e Marco Ramperti. Beati i tempi, non lontani, in cui ci si indignava contro Guglielmo Giannini per le sue perverse, ma timide e nascoste allusioni!

Ora i tempi sono cambiati, rapidamente davvero, e l'”Uomo qualunque” ha mandato trenta deputati alla Costituente. Forse alle prossime elezioni ne manderà sessanta, e trenta seggi toccheranno al “partito fascista storico”.

Sorge spontaneo il dubbio che a questo stato di cose abbia contribuito non poco la recente amnistia. Tutti abbiamo ammirato la sua umanità e il suo spirito cristiano. L’hanno ammirata probabilmente anche i “fascisti antichi”, i quali, reputando un gran bene che le cose stiano così, hanno pensato che umani e cristiani debbano continuare ad esserlo gli antifascisti. È meglio forse non applicare alla politica le massime della religione.