Discola. Descolarizzare ancora la società

Pubblichiamo alcuni estratti dal nuovo libro di Bianca Bonavita Discola. Descolarizzare ancora la società in uscita per Pentagora Edizioni

Un programma politico che non riconosce esplicitamente la necessità

della descolarizzazione non può dirsi rivoluzionario.

Ivan Illich, Descolarizzare la società

3La scuola è una scuola di Stato, dove i giovani vengono trasformati in esseri umani di Stato, vale a dire in galoppini dello Stato e nient’altro. Quando andavo a scuola andavo nello Stato, e poiché lo Stato annienta gli esseri umani, andavo nell’istituto per l’annientamento degli esseri umani.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri

Alla parola Stato possiamo sostituire quella di mercato, sistema, produzione, infrastrutture, governo: il risultato non cambia. L’essere umano di natura, come grida Bernhard nel suo Antichi Maestri, viene braccato e perseguitato finché non è annientato e trasformato in un essere umano di Stato, in un essere umano funzionale alla mega-macchina.

Ogni nuova generazione viene gradualmente preparata all’impiego e all’impegno, a essere continuamente impegnata nei propri doveri, nelle proprie mansioni da svolgere, sia all’interno che all’esterno della scuola.

I pomeriggi diventano allora dei permessi di libera uscita in cui poter attendere, dopo aver svolto i compiti, alle mille attività organizzate sportive/ricreative, ovvero alle proprie funzioni di utenti/consumatrici di tempo libero.

E la vita futura promessa oltre l’ultimo passaggio di grado (oggi posticipato all’infinito con i master post-laurea per poter vendere sempre un ultimo, ultimissimo bisogno di istruzione e di specializzazione) non è altro che il permesso per buona condotta di poter finire di scontare la propria pena ai domiciliari dell’impiego.

Ma la segregazione scolastica non serve solo a preparare le bambine all’impiego e all’impegno e a formare nella loro mente una corretta immagine della realtà, di come devono andare le cose e di quale forma debba assumere la loro vita, ma serve in egual misura a preservare il più possibile il mondo reale delle grandi dal potenziale destituente dell’infanzia esercitato dalla sua presenza, dalla sua follia e dal suo folle amore.

Perché allora non provare a fornire un nascondiglio a questo essere umano di natura braccato e perseguitato, a questa clandestina che nei primi anni della sua vita si aggira timorosa e indifesa in quegli ultimi sprazzi di foresta prima della frontiera che separa l’infanzia dalla storia?

Perché non provare a pensare che sia possibile non varcare quel confine e restare clandestine, in quella foresta, a imparare dalle piante, dagli animali e dagli umani che la abitano con noi?

È dall’alba del nostro essere primati che noi umane siamo stati in grado di relazionarci e di apprendere fin da cucciole in assenza di istituzioni scolastiche per il semplice fatto che le relazioni, come l’apprendimento, sono bisogni primari della nostra natura.

La dissoluzione a livello mondiale delle comunità umane tuttora in corso, propagatasi in maniera massiccia a partire dal secondo dopoguerra (anche attraverso l’opera colonizzatrice delle scuole statali), non può impedirci la ricostruzione di una comune capace di sopperire, in assenza di comunità e in assenza di scuola, a questi bisogni naturali delle cucciole di essere umano.

La comune, in quanto patto di affrontare il mondo, di contare sulle proprie forze come fonte della propria libertà, come scrive il Comitato Invisibile, risponde ai bisogni per annullare in noi l’essere del bisogno.

Essa può formarsi attorno a ogni problema, e forse è maturo il tempo di liberare l’umanità dal bisogno del servizio/merce educazione dispensato attraverso il monopolio radicale della scuola e di seminare comuni attorno alla possibilità di relazionarci e di apprendere in forme descolarizzate.

Giorgio Agamben ha scritto che la profanazione dell’improfanabile è il compito politico della generazione che viene.

È interessante osservare come ormai cinquant’anni fa Illich abbia individuato con estrema lucidità quelli che erano, e sono oggi ancora di più, due tra i dispositivi più improfanabili del nostro tempo: la medicina e la scuola.

Nel descrivere la reazione di scandalo e di rifiuto di Erich Fromm alle sue riflessioni sulla descolarizzazione, Illich parla proprio di profanazione di un’istituzione sacra agli occhi del vecchio socialista Fromm.

L’intento profanatorio di Descolarizzare la società è necessario e volto a liberare il mezzo dai suoi fini asserviti al potere; soltanto dopo aver disattivato il dispositivo in maniera magistrale, Illich passa a tracciare un abbozzo di quello che potrebbe essere un nuovo possibile uso dell’educazione.

L’indignazione di Fromm di fronte alla profanazione di Illich ricorda le reazioni scandalizzate di certe persone appartenenti all’ambiente militante di fronte a discorsi che mettono in questione il sistema sanità pubblica e il sistema istruzione pubblica.

Come se il collasso culturale e sociale che stiamo vivendo non fosse in alcun modo imputabile anche a decenni di scuola statale ‘dell’obbligo’, e non alla scuola così com’è ma alla scuola in sé; come se la competizione eretta a valore in competitività non fosse una competenza appresa sui banchi; come se il regime di segregazione e di separazione dei corpi non fosse una forma di vita appresa nelle aule; come se il legame perduto con la propria natura non avesse a che fare con tutte le ore dell’infanzia rinchiuse in un edificio; come se le nuove avanzate forme di alienazione non fossero state rese possibili in primo luogo dall’alienazione da sé imparata a scuola.

La scuola statale e la medicina allopatica occidentale sono forse le due forme di culto principali del potere biopolitico e pastorale.

Entrambe agiscono direttamente sul corpo del gregge delle fedeli/pazienti. Entrambe mirano al monopolio del controllo e alla demonizzazione di tutto ciò che è altro da loro. Entrambe, come evidenzia Illich in Disoccupazione creativa, formano una classe di sacerdoti mantenuta dallo Stato che agisce come un vero e proprio clero dotato di poteri e di segreti. Entrambe detengono una propria liturgia e dei propri sacramenti e riti di passaggio: le vaccinazioni sono il battesimo nella medicina così come l’asilo nido o quello dell’infanzia sono il battesimo nella scuola; lo spropositato abuso di antibiotici è la comunione nella medicina così come la scuola elementare e media fungono da comunione nella scuola; la chirurgia fa pensare a un matrimonio con la medicina così come l’esame di maturità a un matrimonio con la scuola; la chemioterapia è purtroppo per molte una forma di estrema unzione così come lo è l’università per molte laureande.

E per restare nelle indagini di Illich è venuto il tempo di trovare un corrispettivo in ambito scolastico di ciò che egli definisce iatrogenesi in campo medico, ovvero tutto ciò che inerisce le malattie e le sofferenze provocate da trattamenti medici inutili, eccessivi o sbagliati.

Occorre individuare una parola e un campo di analisi per definire tutti i danni morali, psicologici e culturali, nonché sociali e antropologici, provocati dalla scuola.

La scuola, officiata nelle sue funzioni da quella particolare forma di pastora, dispensatrice di servizi, chiamata insegnante colei che imprime e fissa un segno, un marchio, un sigillo può essere considerata una sorta di iniziazione alla funzione, al lavoro inteso come compimento di un dovere, di un ufficio (l’officium): una primordiale e fondativa separazione da se stesse attraverso la progressiva identificazione con la propria funzione.

Giorgio Agamben ha mostrato in Opus Dei come la trasformazione da ciò che si è a ciò che si deve essere, che definisce la morale, il fondamento e la politica della modernità, abbia il suo modello nella funzione del sacerdote, dove il suo essere e la sua azione tendono a coincidere:

il sacerdote deve essere ciò che è ed è ciò che deve essere.

Il sacerdote è quell’ente il cui essere è immediatamente un compito e un servizio – cioè una liturgia.

Chiunque, come il sacerdote durante la liturgia, eserciti una funzione pubblica e risponda a un comando è soggetta alla trasformazione dell’essere in dover-essere. Per questo l’insegnante, in quanto espressione secolarizzata del sacerdote, è anch’essa l’ente il cui essere è immediatamente un compito e un servizio: quello di sorvegliare / trasmettere / gestire / indottrinare / educare; ovvero è colei che nel proprio ruolo e nella propria funzione incarna la liturgia della scuola.

E incarnando in se stessa la liturgia ne diventa testimone vivente per le nuove leve di funzionarie-officianti che è chiamata a conformare.

In questo senso, la scuola è un’iniziazione alla funzione, ed è in questo senso che Illich tra gli obbiettivi della scuola riconosce la formazione di un funzionariato universale.

La macchina si è avviata: nel momento in cui il nostro essere viene trasformato in un dover-essere e si identifica con la nostra funzione (colei che deve svolgere al meglio i propri compiti), cioè con l’agire al posto di un’altra che incarna il comando, ecco che il soggetto perduto di questo agire diventa l’ombra della persona che avremmo potuto essere, il fantasma la cui liberazione diventa il nostro principale gesto politico.

E questa liberazione non può che passare attraverso l’interruzione della cattura dell’essere nel dover-essere. Occorre riconsegnare alla vita la sua forma, quella specifica forma che le è stata sottratta dalla funzione che le è stata imposta e a cui è stata modellata.

Per fare questo, l’unica educazione possibile è un’educazione de-formativa, una de-formazione della funzione che ci governa e della forma di vita in cui siamo state catturate.

La formazione permanente che va tanto di moda oggi nel mondo pedagogico non è altro che la separazione permanente della vita dalla sua forma e quindi la cattura a tempo indeterminato di quest’ultima nel dispositivo dell’impiego e della funzione. Così come la ri-forma della scuola, e in fondo ogni ri-forma, non è altro che il rinnovarsi, il riformularsi, di questa separazione, quando determinate condizioni storiche stanno per incrinare i presupposti che la determinano.

Cos’è dunque un’educazione de-formativa? Cosa significa de-formare la funzione che ci governa?

Si tratta, una volta disattivato il dispositivo-scuola, di non ricostituire una nuova forma storica di scuola, ma restare a contemplare la possibilità di farne un uso diverso, magari più vicino all etimologia di ozio, di fare una scuola vernacolare nel senso che Illich dà a questa parola, recuperando la sua radice indogermanica che contiene l’idea di radicamento e di dimora e che, in epoca classica, indicava qualsiasi cosa fosse allevata, coltivata, tessuta o fatta in casa.

È evidente che questa forma-di-vita naturale, questa vita non più separata dalla sua forma, che nasce e muore senza ospedali, che si procura da sé il proprio nutrimento e i propri medicamenti, che non ha bisogno di studiare una grammatica per conoscere la propria lingua e che non ha bisogno della scuola per imparare ciò che le è necessario, è pressoché estinta e che il suo genocidio, iniziato in Europa agli albori della modernità con il tribunale dell’inquisizione e la caccia alle streghe, proseguito con l’illuminismo e con il formarsi degli stati nazione, ha avuto una brusca accelerazione in tutto il mondo nel secondo dopoguerra con il trionfo dell’ideologia dello sviluppo.

Tutte le lotte politiche che negli ultimi anni sono state degne di essere vissute non hanno fatto altro che cercare di porre un freno all’inesorabile trasformazione di ogni particella di ambiente (e quindi anche delle umane) in risorsa, trasformazione che continua a soffocare le residuali sacche di vecchie comunità vernacolari o gli eroici tentativi di pensare e abitare nuove forme-di-vita comuni neo-vernacolari e comunque il più possibile al di fuori della mega-macchina.

Al convivio, alla tavola del sapere a cui tutte saranno invitate, ognuna potrebbe allora donare secondo le proprie capacità e prendere secondo i propri bisogni, senza nessuna forma di segregazione, controllo, giudizio e uniformazione.

Il servizio educazione e l’istituzione scuola verrebbero così destituiti dalla scoperta che persone e comunità possono soddisfare da se stesse i loro bisogni autentici.

È allora tempo per chi si sente rivoluzionaria di iniziare a pensare a una forma vernacolare di condivisione del sapere che sfugga al monopolio radicale della scuola e della formazione permanente a cui siamo condannate in quanto utenti di servizi educativi, e che possa imbandire questo banchetto del suo libero uso.

Descolarizzare potrebbe significare allora ritornare al significato originario della parola scholé (ozio, riposo dalle fatiche quotidiane per dedicarsi allo studio), ovvero rendere possibile un tutt’uno di spazio e tempo liberi e aperti alla conoscenza in cui l’essere umano possa costruire un rapporto educativo col suo ambiente all’insegna del libero uso.

Esistono, possono esistere, reti di famiglie, di amiche, di compagne, che cercano di praticare una sorta di non-scuola condivisa e diffusa, senza struttura, senza spazi e tempi rigidi e prestabiliti, senza programmi e pianificazioni. È naturale che per intraprendere questa strada, la più difficile, ma forse la più rivoluzionaria, occorre prima di tutto ripensare la propria forma di vita, ovvero, per riportare l’apprendimento alla vita, occorre innanzi tutto riprendersi la propria vita.

Resta ancora inesplorata la possibilità di indugiare sulla sospensione della scuola in quanto tale. Resta ancora inabitato lo spaziotempo che si apre nel momento in cui il dispositivoscuola, con tutti i suoi meccanismi impliciti e fondamenti reconditi, viene disattivato.

Prendere atto della distruzione della scuola, resistere alla tentazione di rifondarne un’altra, più buona, più giusta, più pulita, direbbe un bravo pubblicitario, e sostare piuttosto nella sua interruzione sperimentando forme inesplorate di educazione autarchica, comune e diffusa.

Questa scholé originaria, che si propone di chiamare Discola, è un atto gratuito comune, comunemente e liberamente scelto come spazio e tempo comuni, come ambiente significante comune in cui ci si predispone alla conoscenza senza però considerarla il motivo e lo scopo dello stare insieme.

Una Discola non può avere obbiettivi didattici perché è puro mezzo.

Nella Discola le cose cessano di essere sussidi didattici e ritornano a essere cose che possono essere manipolate, ignorate, conosciute, smontate o distrutte.

In questo senso si può affermare che una Discola abbia la stessa natura del gioco vero, (da distinguersi da quello organizzato, spettacolarizzato e regolamentato), quello capace di disattivare il vecchio uso di una cosa per crearne uno nuovo, ovvero quell’unico gioco possibile che è un’eterna profanazione.

Il nuovo uso che si sprigiona in questo gioco senza fine chiamato Discola è quello di una conoscenza e di un sapere che accadono senza proclami, così come accade l’apprendimento della lingua madre e l’imparare a camminare. La conoscenza e il sapere accadono perché sono vita, accadono perché sono desiderio: desiderio di conoscere una storia, di contare le stelle o di costruirsi un luogo segreto.

Discola non è una preparazione alla vita, un esilio artificiale, più o meno autoritario o più o meno libertario in cui si viene confinate per essere addestrate a divenire adeguate cittadine-consumatrici-impiegate-utenti di servizi, ma è vita con cui imparare.

In una Discola non si conosce per la vita, ma nella vita e con la vita. Non ci si prepara a vivere, ad agire, a prendere una posizione; si vive, si agisce, si prende una posizione.

E forse non vi può essere Grande Fuori se non si esce anche dalla scuola.

Uscire dal diritto, uscire dall’economia, uscire dal Governo, piuttosto che contrapporvisi dialetticamente e ricomporre sempre di nuovo la loro costituzione, scrive Marcello Tarì.

Uscire anche dalla scuola dunque, ma non per costituirne un’altra, libertaria, steineriana o montessoriana che sia.

Uscire dalla scuola per ritornare alla vita, che senza aule, banchi, cattedre e insegnanti è provvista di tutto ciò che occorre per innamorarsi del sapere.

Non vi può essere alcun fronte rivoluzionario delle forme di vita se non si include nel programma immaginario di questo immaginario partito il destino delle nuove vite che vengono a noi e che sono presto chiamate ai sacramenti e alle funzioni del potere costituito o costituentesi (dalle vaccinazioni/medicalizzazioni dei corpi, al rituale dei gradi scolastici, alla gestione del tempo libero).

Non si può sabotare ciò che vi è di infrastrutturale in noi se non si comincia col sabotare (in noi ancor prima che fuori di noi) il principio e il fondamento di ogni infrastruttura, ovvero la scuola, il dispositivo chiave posto a fondamento di ogni altra possibile infrastruttura, che ha tra i punti essenziali del suo programma occulto, (in come è molto più che in ciò che dice), l’obbedienza, l’addestramento e l’adeguamento a ciò che si è deciso essere l’unica realtà, ovvero l’unica apocalisse, possibile.

Questa Discola destituente situata in quella landa incolta in cui sono fuggiti Jacob e Benjamenta e abitata da alunne ingovernabili e scioperate, sarà allora una teoria di frammenti raccolti, di gesti senza un fine, gratuiti, compiuti solo perché belli, buoni e veri e non perché intesi a conseguire, a costruire, a trasformare, a gestire qualcosa.

La nostra Discola non ha più alcun rapporto con l’efficacia, l’efficienza, il dispositivo, ma ogni suo gesto torna a essere grazia, dono, compiuto con amore e per rispondere a un desiderio reciproco di conoscere e di compartire.

Ci piace pensare che una possibile variante del vero stato di emergenza invocato da Benjamin contro lo stato di eccezione permanente in cui viviamo sia quella di un mondo amputato della scuola, di un villaggio, non più globale ma diffuso, in cui gioco, vita, avventura, sapere e conoscenza non siano più distinguibili.

Solo allora, quando la prima grande reclusione che ha modellato le nostre vite e che ha allevato in seno la propria serpe sarà destituita, forma di vita e forma di lotta saranno indistinguibili e le forme-di-vita che verranno potranno abitare finalmente e pienamente il Grande Fuori.

Dove saremo tra un anno?

di Giorgio Colli (1946 circa)

Forse qui da noi il tempo cammina molto lentamente. Oppure, l’italiano è un popolo di memoria troppo corta. Comunque sia, avvengono cambiamenti nel nostro paese, in periodi di tempo piuttosto brevi, che sembrano davvero portentosi.

Alludiamo al risorgere del fascismo, che un anno fa sembrava ben morto. Si noti che qui non si vuole intendere con “fascismo” quanto oggi è inteso più comunemente con questo termine – ossia tutto ciò che esula dal credo del partito cui appartiene chi parla o scrive – ma ci si riferisce semplicemente al senso storico, tecnico, “antico” della parola. Esiste, è vero, una legge che proibisce qualsiasi atto tendente a richiamare in vita il passato regime, ma pare essa non impedisca, povera legge inerme, il prosperare di un’attiva propaganda fascista (nel senso suddetto) e il successivo comparire alla luce di giornali dalle testate variopinte e suggestive, come “Rosso e Nero” e “La rivolta ideale”. Con l’aiuto di vari fogli che amano chiamarsi indipendenti, questi giornali cominciano ormai coraggiosamente a parlar chiaro, sostenuti da firme illustri, quali Curzio Malaparte (martire antifascista), Concetto Pettinato e Marco Ramperti. Beati i tempi, non lontani, in cui ci si indignava contro Guglielmo Giannini per le sue perverse, ma timide e nascoste allusioni!

Ora i tempi sono cambiati, rapidamente davvero, e l'”Uomo qualunque” ha mandato trenta deputati alla Costituente. Forse alle prossime elezioni ne manderà sessanta, e trenta seggi toccheranno al “partito fascista storico”.

Sorge spontaneo il dubbio che a questo stato di cose abbia contribuito non poco la recente amnistia. Tutti abbiamo ammirato la sua umanità e il suo spirito cristiano. L’hanno ammirata probabilmente anche i “fascisti antichi”, i quali, reputando un gran bene che le cose stiano così, hanno pensato che umani e cristiani debbano continuare ad esserlo gli antifascisti. È meglio forse non applicare alla politica le massime della religione.

Frammenti del taccuino di un poeta

Joe Bousquet è stato un grande poeta e anche un grande moralista. Ferito durante la Prima guerra mondiale restò paralizzato per il resto della sua vita, che passò nella sua stanza con le finestre sempre chiuse. Qui di seguito sono tradotte alcune delle massime contenute nel suo Note-Book.

da Joe Bousquet, Note-Book suivi D’une autre vie, Rougierie, Mortemart 1982

Traduzione di mar.ta.

La poesia è l’istante tra gli istanti.

È nell’incontro intelligente di oggetti che appare l’istante tra gli istanti.

L’uomo è l’ospite di quello che è.

Tu non sei il padrone, tu sei lo schiavo di quello che sei.

Il bene e il male concorrono all’esistenza delle cose. Il luogo in cui sono strettamente associati nella manifestazione è il mondo; e sarebbe il mondo dell’amore se l’amore non fosse l’amore dell’odio. Colui che fa regnare la purezza, nel bene, come nel male, lavora alla liberazione dell’essere.

Il mio io è in un mondo e il mio essere in un altro, io non sono che il testimone di quello che agisce dentro di me.

Bisogna enunciare la verità senza svegliare la ragione.

L’uomo deve dire la verità senza essere sentito dalla verità.

Dimenticare l’uomo è il solo mezzo di afferrare l’umano. Distruggi pazientemente quello che gli anni hanno aggiunto al tuo io. Tutto quello che sei mettilo al servizio della tendenza che più ignora te stesso.

Quello che fa la grandezza della verità è la facoltà di credervi. Questo è sicuro. Quello che fa l’importanza della verità è che non vi sia nulla che impedisca di credervi. Pronunciare le proprie parole con la bocca di un altro. Amo la mia vita perché potrebbe essere altra.

Scrivere significa innanzitutto avere il senso degli altri. Non si scrive per apparire agli uomini, ma per far apparire in essi il loro pensiero.

È necessario che un uomo sia tutti gli uomini perché il particolare sia in lui la fonte dell’universale. Non credete alla grandezza d’animo di colui che non può essere cambiato da un’amicizia.

Esiste una verità della verità. Quella il cui contenuto è la forma concreta della sua definizione. E la definizione della verità che essa contiene. Vi sono differenze soggettive solo tra le cose percepite nel mondo esteriore.

Che ogni presenza sia per te un’occasione per conoscerti interamente. Poiché non vi è altra maniera per prepararsi a riconoscere.

Bisogna sostituire alla logica della percezione una fisica della percezione.

Quando una filosofia è venuta meno, è il momento di esaminare nuovamente le dottrine che aveva condannato.

Se sei profondo, introduci nei tuoi scritti l’imitazione della profondità.

Quando siamo afferrati da un’idea più di quanto noi l’afferriamo.

Bisogna donare qualcosa che non si ha a qualcuno di cui non si conosce l’esistenza.

La felicità è una prova.

All’affermazione che un’opera è un’opera rispondiamo che lo è solo accessoriamente.

Lo stato di creazione è più importante dell’opera stessa.

Conciliare le esigenze della vita mistica con quelle dell’azione.

Scacciare l’infamia che si lega all’atto di possedere.

La vita non si lascia guardare in faccia.

Costruisci il tuo essere come se forgiassi uno strumento per comprendere il tuo tempo.

La sensibilità inventa un mondo per fuggire la monotonia del creato.

Lo stile di un autore esiste per far valere quelle qualità che non deve al suo stile.

L’uomo è così corrotto che di una gioia che tarda a essergli data ne fa un dolore.

Il pensiero è la visione spirituale di un’azione.

Il ricordo è il tuo oppio. Inebriati della vita.

Un poeta è un attore che improvvisa il suo ruolo invece di impararlo.

La poesia è di tutti perché non conosce nessuno.

La poesia è cieca: essa cerca il poeta.

Vi sono verità poetiche che il pensiero non raggiunge che a forza di immaginare dei fatti.

Ho visto un uomo che era diventato povero per aver perduto il proprio tempo a sognare che non lo era più. Non l’amare il denaro, ma amare quel sogno lo aveva reso miserabile.

Uno scrittore è un uomo naturalmente eloquente che riesce inoltre a fissare le inflessioni della propria voce nelle sfumature dello stile.

Scrivere significa rendere alla vita quello che è, elevandola al poco che sono.

Un evento non è la vita di questo evento; ma la vita delle cose affettate da questo evento.

Un uomo si eleva solo attraverso i suoi difetti. A forza di conoscerli, attraverso una vigilanza che li rende inoffensivi. Sfruttandoli nella persona di coloro in cui li vede regnare. Oppure procurandosi, per elevarsi, delle nuove qualità con le tendenze virtuose di cui essi erano la corruzione.

Sia la poesia ciò che ti spezza.

La coscienza è il sonno dell’essere: essa dissimula all’uomo che la sua situazione è disperata.

L’uomo non ha che un mezzo per non essere un oggetto ed è sapere quale oggetto sia.

L’artista si forma volendo quello che esige la poesia.

Conosci te stesso in ciò che ritorna come tua possibilità dopo essere stata la tua azione: l’opera perduta, l’esempio ignorato, l’amore trascurato…

Massa e distruzione

da Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi

Il principale avvenimento all’interno della massa è la scarica. […] All’istante della scarica i componenti della massa si liberano delle loro differenze e si sentono uguali. In particolare, dobbiamo intendere le differenze imposte dal di fuori: differenze di rango, di condizione, di proprietà. Gli uomini, in quanto singoli, sono sempre coscienti di queste differenze, che pesano su di loro e li spingono con forza a staccarsi gli uni dagli altri. […]

Non è il caso di distinguere singolarmente tali gerar­chie. È essenziale notare che esse si trovano dappertutto, che si annidano ovunque nella coscienza degli uomini e determinano il loro comportamento verso gli altri. La soddisfazione di trovarsi più in alto degli altri nella ge­rarchia non indennizza della perdita di libertà di movi­mento. Nelle proprie distanze l’uomo si irrigidisce e si oscura. Egli si trascina sotto il peso di questi carichi e non riesce a spostarsi. Ha dimenticato d’esserseli impo­sti da solo, e vagheggia d’esserne liberato. Ma come potrebbe liberarsene da solo? Qualsiasi cosa facesse e per quanto grande fosse la sua determinazione si troverebbe fra altri uomini che preverrebbero i suoi sforzi. Fino a quando essi tengono alle loro distanze, egli non può av­vicinarli. Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. È precisamente ciò che avviene nella massa.

Nella scarica si gettano le divisioni e tutti si sentono uguali. In quella densità, in cui i corpi si accalcano e fra essi quasi non c’è spazio, ciascuno è vicino all’altro come a se stesso. Enorme è il sollievo che ne deriva. È in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è di più, nes­suno è meglio d’un altro, che gli uomini diventano massa. Ma l’istante della scarica, tanto agognato e tanto feli­ce, porta in sé un particolare pericolo. È viziato da un’il­lusione di fondo: gli uomini che d’improvviso si sentono uguali, non sono divenuti veramente e per sempre ugua­li. Essi tornano nelle loro case separate, vanno a dormire nei loro letti. Essi conservano la loro proprietà e non ab­bandonano il loro nome. Non cacciano di casa i loro pa­renti. Non fuggono dalle loro famiglie. Soltanto con au­tentiche conversioni gli uomini rinunciano ai loro vec­chi vincoli e ne formano di nuovi. […]

La massa in quanto tale, però, si disgrega. Essa pre­sente la propria disgregazione e la teme. La massa può sopravvivere soltanto se il processo di scarica continua su nuovi uomini che le si aggiungono. Solo l’incremento della massa impedisce ai suoi membri di tornare a stri­sciare sotto il peso dei loro carichi privati. […]

Spesso si parla dell’impulso di distruzione della massa: è la sua caratteristica più vistosa, quella che, innegabilmente, si ritrova ovunque, nei paesi e nelle civiltà più diverse. Esso è, sì, individuato e biasimato, ma non è mai chiaramente definito.

Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più vo­lentieri. Poiché si tratta spesso di cose fragili, come lastre di vetro, specchi, vasi, quadri, vasellame, si è tentati di credere che proprio la fragilità degli oggetti stimoli la massa a distruggerli. Certamente il rumore della distru­zione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri, contribuiscono considerevolmente ad aumentare il piacere. Sono i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato. La facilità con cui si suscitano li rende ancora più graditi; tutti si uniscono nel grido, e il fracas­so è l’applauso delle cose. Un particolare bisogno di que­sto tipo di rumore sembra manifestarsi all’inizio degli avvenimenti, quando la massa non consiste ancora di molte persone e poco o nulla è accaduto. Il rumore promette il rinforzo in cui si spera ed è un presagio felice per ciò che verrà. […]

Sarebbe errato credere che l’elemento decisivo sia la facilità di rompere. Si sono aggre­dite delle statue di dura pietra e non ci si è dati pace fin­ché non sono state sfigurate, rese irriconoscibili. Da cri­stiani sono state distrutte teste e braccia di divinità gre­che. Da riformatori e da rivoluzionari sono state abbat­tute le immagini dei santi, a volte da luoghi altissimi, a rischio della propria vita; e spesso la pietra che si cercava di spezzare era talmente dura da costringere a lasciar l’opera a metà. La distruzione di immagini che raffigurino qualcosa è distruzione di una gerarchia che non si riconosce più.

ErosAntEros: Vogliamo tutto!

Abbiamo già avuto modo di presentare l’importante lavoro che svolge la compagnia teatrale ErosAntEros, che è stata anche tra i protagonisti di Qui e Ora Experience nello scorso mese di aprile.

È con piacere dunque che pubblichiamo questa breve descrizione dello spettacolo sul ’68 che stanno per portare in scena a Torino.

ErosAntEros: Vogliamo tutto!

La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dell’adesso

Walter Benjamin

L’immaginazione al potere!”, “Non è che un inizio!”, “La bellezza è per strada!”, “Diamo l’assalto al cielo!”, “Prendete i vostri desideri per realtà!”. Questi sono solo alcuni degli slogan che hanno invaso le strade delle città studentesche nel Sessantotto.

Un fenomeno incendiario che in diversi paesi e con modalità differenti ha provocato rivoluzioni in tutti gli ambiti della società e che viene da ErosAntEros ripercorso all’interno di un flusso di testo interpretato da una sola figura in scena. È una giovane attivista in abiti contemporanei che si trova nella situazione paradossale di voler trasmettere lo slancio e la dimensione collettiva delle lotte in completa solitudine, utilizzando le parole di ieri come fossero quelle di oggi, contrappuntata da un montaggio video in cui le immagini d’archivio si mescolano a quelle odierne per far emergere rotture e analogie. Per farlo abbiamo raccolto le testimonianze dei protagonisti del ‘68 e intervistato i giovani attivi nei movimenti di oggi. Le voci dei militanti contemporanei hanno concorso alla creazione di un paesaggio sonoro che trae ispirazione dalle composizioni per voce e nastro di Luigi Nono.

Noi siamo materiali grezzi che non intendono esserlo, noi non vogliamo essere trasformati in un prodotto. Non intendiamo arrivare al punto di essere comprati da qualche cliente dell’università, che sia questo il governo, che sia l’industria, che sia il lavoro organizzato o chiunque altro. Noi siamo esseri umani!… Viene un momento in cui l’operazione della macchina diventa così odiosa, vi rende il cuore così pesante, che non potete più partecipare. Non potete più prendere parte neppure passivamente. E a quel punto dovete prendere il vostro corpo e gettarlo in mezzo agli ingranaggi, e alle ruote… e alle leve, e contro tutto l’apparato, per riuscire a fermarlo. E a quel punto dovete dimostrare alla gente che dirige il sistema, che lo domina, che se non sarete liberi, allora impedirete alla macchina di funzionare.”

                                                                                Mario Savio, Berkeley, 2 dicembre 1964

“Per me personalmente fare musica è intervenire nella vita contemporanea, nella situazione contemporanea, nella lotta contemporanea di classe, secondo una scelta che io ho fatto; quindi, contribuire non solo a una forma di quella che Gramsci chiamava l’egemonia culturale, cioè diffusione, propagazione di idee della lotta di classe…non limitarsi solo alla presa di coscienza o contribuire alla presa di coscienza, ma produrre qualcosa per un modo di provocazione e di discussione… In questa senso non mi sento un musicista come crede la quasi totalità dei musicisti contemporanei, che sono sul piano nettamente restaurativo e istituzionalizzato, quindi legati al potere economico, di classe, governativo oggi, sia in Italia che in Germania, soprattutto nei paesi capitalisti…” 

                                                                                                                              Luigi Nono

ideazione e spazio Davide Sacco e Agata Tomsic / ErosAntEros

regia e music design Davide Sacco

drammaturgia Agata Tomsic

con Agata Tomsic

consulenza video Antropotopia

costumi e oggetti Clara Aqua

grazie a Franco Berardi Bifo, Anna Bravo, Fabio Bruschi, Emilio Jona, Luisa Passerini, Guido Viale per i preziosi racconti e riflessioni; a Ana, Clara, Francesca, Mattia, Michele, Nicola, Riccardo, Virginia per aver condiviso con noi le proprie lotte di oggi; a Marcello Tarì per le suggestioni

produzione TPE – Teatro Piemonte Europa / Polo del ‘900

in collaborazione con ErosAntEros

in residenza presso Santarcangelo dei Teatri, Ravenna Teatro e Masque Teatro

debutto 6 novembre 2018, Polo del ‘900, Torino

UP AGAINST THE WALL MOTHERFUCKERS! Conversazione con Ben Morea – II

di Vittorio Biancardi

Hell’s Kitchen, New York, Luglio 2018

Prendendo spunto dall’intervista pubblicata da Mattia Pellegrini nel numero di Maggio di quest’anno, abbiamo chiesto a Ben Morea, figura di punta del gruppo sovversivo « Up Against The Wall, Motherfuckers ! » e uno dei fondatori della rivista Black Mask, di parlarci ancora della sua storia, con uno sguardo particolare rivolto al rapporto che il gruppo intratteneva con le sostanze psichedeliche e i principali rappresentanti dell’epoca della controcultura. Allen Ginsberg, Timothy Leary, Valerie Solanas, i Diggers, i Weathermen, Jerry Rubin, e ancora Fernanda Pivano, Ken Kesey, Andy Warhol, i Jefferson Airplanes. La storia di tutti questi miti si intreccia con quella di Morea, rimasto una figura tuttora attiva nel panorama del movimento autonomo newyorkese.

L’incontro é stato possibile grazie a Matt Peterson, il quale appare nell’intervista. Insieme ad un gruppo di compagni e compagne, Matt anima il centro sociale Woodbine e il caffé-libreria Topos, nel sobborgo di Ridgewood, nel Queens. Dopo aver letto l’intervista si capisce il perché la storia dell’autonomia newyorkese é, in un certo senso, la storia di tutti e tutte noi.

Buona lettura, dunque !

Sfogliando un libro che parla della storia del gruppo Up Against the wall, Mothefuckers!

Ben : dopo solo tre settimane erano terminati. Non ne hanno piu’ fatto una ristampa. Tutti cercano questo libro. Oggi lo puoi comprare online per 3000 dollari. E ogni numero della rivista [« Black Mask », ndr.] é venduto a 300-600 dollari. Le pagine sono zeppe di poster magnifici. Prodotti tutti nel giro di tre anni, dal 1966 al 1968-69.

V : qualche anno prima dello scoppio del movimento in Europa, dunque. A una prima occhiata, il libro mi ricorda « Re Nudo » e ad altre riviste italiane degli anni ’70. Siete stati quindi, in un certo senso, dei precursori. Usavate la LSD per produrre tutta questa roba ?

B : in realtà, prendevamo della LSD tutto il tempo. Ma non mentre lavoravamo sulla rivista. Non usavamo micro-dosi per lavorare sulla grafica o sugli articoli, se é questo che vuoi sapere. Prendevamo della psilocibina, della mescalina, ma soprattutto della LSD. Le droghe psichedeliche erano parte integrante della nostra vita.

V : queste immagini sono chiaramente psichedeliche…il vostro é uno dei rari esempi di gruppi d’avant-garde rivoluzionaria nati all’epoca, negli anni ’60, vero ?

B : Eravamo gli unici a concepire la LSD come parte di un modo di vivere, ed a utilizzarlo a fini rivoluzionari.

V : e cosa mi dici dei Weathermen ?

B : loro sono arrivati dopo, eravamo amici. Prima di diventare i Weathermen, passavano molto tempo con noi. Questo é il motivo per cui hanno preso cosi tanto dal nostro modo di fare. Erano, in origine, degli attivisti della SDS [Students for a Democratic Society, ndr] e noi facevamo parte della storia della SDS, sezione di New York. Venivano spesso a farci visita, é anche per questo che hanno sviluppato una forma di militanza cosi particolare.

V : Lo stile grafico di certi manifesti é davvero simile, in effetti.

B : Certo, vivevano con noi. Poi si sono avvicinati al marxismo-leninismo : é per questo che abbiamo sviluppato delle visioni diverse. Ma siamo sempre stati amici.

V : E dunque avete cominciato a prendere LSD insieme.

B : Si. Ma non ne consumavano in grande quantità ; la loro vita era principalmente quella degli studenti. Non vivevano come noi tutto il tempo..

V : Voi non eravate studenti ?

B : No, affatto. Eravamo piu del tipo gente di strada. Il nostro mestiere era fare la rivoluzione. Era tutto cio di cui ci occupavamo. Niente lavoro, niente studio, tutto cio che facevamo era fare i militanti. Un militantismo radicale. Davvero, permanente. Dal mattino alla sera, tutti i giorni. Davamo del cibo gratuito alla gente, avevamo un appartamento comune dove chiunque poteva restare senza dover pagare un affitto, avevamo dei vestiti, e tutto cio che facevamo era gratuito. Per questo ci potevamo permettere di prendere della LSD : perché tale era la nostra maniera di vivere. Non andavamo al lavoro, o a scuola. Vivevamo, ecco tutto. Rivoluzione e LSD. Ma le nostre vite non erano vite strutturate : scuola , lavoro…appartenevamo alla strada. Eravamo dei banditi, dei ladri. Era cosi che finanziavamo le nostre azioni.

V : rapine, furti in appartamento ?

B : esatto.

V : mi dicevi prima che voi vi consideravate diversi dall’Internazionale Situazionista francese.

B : Si, loro erano in buona parte degli intellettuali. Noi non lo eravamo, eravamo piuttosto per l’azione. E a loro questo non piaceva. Non abbracciavamo alcuna ideologia. La gran parte di noi si poteva definire anarchico, ma non obbligavamo nessuno a sposare i nostri stessi principi. Eravamo degli attivisti, dei rivoluzionari ; ma niente obbligava nessuno a difendere tale o tale idea. I situazionisti, erano nell’ortodossia piu totale, e tutti nel gruppo dovevano pensare la stessa cosa. Se pensavi in maniera diversa, ti accompagnavano alla porta. Ma tra di noi, si poteva pensare un po’ come si voleva, perché eravamo degli attivisti.

V : quali erano i vostri rapporti con la componente leninsta del movimento ?

B : con alcuni, appartenenti all’area dell’estrema sinistra, intrattenevamo delle relazioni piu amicali. Ma la maggior parte di loro, e in particolare gli stalinisti, erano nostri nemici.

V : e con i trotskisti ?

B : Non abbiamo mai fatto niente con loro, erano troppo dogmatici. Ma erano presenti, questo é certo. Vi erano anche degli stalinisti, dei maoisti, dei Marxisti-leninisti. Piu i loro gruppi erano strutturati, piu cresceva la nostra inimicizia nei loro confronti. Ne apprezzavamo talune pensatrici, come Rosa Luxembourg o Alexandra Kollontai. Loro erano piu vicine agli anarchici, anche se sulla carta risultano marxiste.

V : qual era la vostra posizione riguardo al femminismo ?

B : Lo appoggiavamo. Ma non facevamo parte del movimento femminista ufficiale. Valérie Solanas era un’amica, ci conoscevamo personalmente. É l’autrice dello SCUM Manifesto ; eravamo amici davvero, abbiamo anche abitato insieme. É lei che sparo’ a Andy Warhol ; e, quando lo fece, mi sentii di prendere pubblicamente le sue difese. Fui il solo.

V : Lei quindi viveva insieme a voi ?

B : andava e veniva. Non tutti i giorni, ovviamente ; ma sapeva che avrebbe potuto passare quando voleva, era la benvenuta a casa mia. Eravamo amici ! Insomma, lei arrivava, stava per qualche giorno e poi scompariva di nuovo. Discutevamo spesso, ricordo un giorno in cui le dissi : « Hey, Valerie, ho capito che il tuo piano é di evirare gli uomini e poi farli a pezzetti. Ma io sono un uomo ! Eppure, siamo qui a discutere insieme. » Lei rispose (con un’espressione dipinta sul viso del tipo « non ci avevo mai pensato »), ecco lei rispose : « Ti prometto che ti uccideremo per ultimo ». Sarei stato quindi l’ultimo uomo sulla terra ! E fui l’unico a prendere le sue difese pubblicamente quand lei sparo’ ad Andy.

V: hai mai avuto occasione di incontrare Warhol ?

B: Si, l’ho conosciuto. Un cretino.

V: Lo conoscevi personalmente ?

B: Si, un po’. Ma vedi, era un leccaculo, capisci ? Insopportabile. Un cretino.

V: perché ?

B: per diverse ragioni. La prima, é perché faceva arte per la gente ricca. E puoi capire che solo questo lo rende ignobile. Vedi, é stato lui che ha trasformato l’arte in un prodotto. Prima di lui, l’arte non era considerata un prodotto, ma era solo vita. Ma lui, insieme alla sua banda di pop-artisti, hanno reso l’arte qualche cosa da vendere. Lo detesto, era un nemico per me. E un bel giorno lei le ha sparato, BAM !, gli ha bucato lo stomaco. Quasi ci rimaneva.

V: Abbiamo parlato ieri del rapporto tra la contro-cultura e il movimento politico, e della tensione che alberga tra queste due « correnti » del processo rivoluzionario. Viviamo in un’epoca in cui il legame sottile che univa queste due dimensioni é stato rotto. Allo stesso tempo, si rende necessario ri-articolarle in una sorta di nuova forma-di-vita. In questa ricerca continua d’armonia e di equilibrio, che ruolo possono giocare le sostanze psichedeliche oggi, e che ruolo giocarono all’epoca ? Cosa é cambiato, e cosa possiamo cambiare noi oggi ?

B: Le sostanze psichedeliche rappresentano, in un certo senso, quel legame di cui parli. Detto altrimenti, quando il tuo spirito si sintonizza su una certa lunghezza d’onda, diventa capace di gesti di condivisione piu ampi, ed é in quel momento che l’artista prende coscienza del quadro d’insieme e, di conseguenza, é capace di afferrare il senso del quadro politico con piu lucidità. Di piu : in quel momento, tutto diventa comune, non ci si focalizza solo sull’arte o sulla politica. La vita stessa é rimessa al centro della nostra attenzione ; dunque, la LSD é uno dei modi per indirizzare la nostra coscienza verso la vita, in quanto esseri umani.

Insomma, si, in qualcosa puo’ aiutare…

V: Ne hai fatto l’esperienza negli anni passati ?

B: Si, negli anni ’60.

V: é cambiato qualcosa da allora ?

B: Si, molte cose sono cambiate. Il mondo dell’arte é diventato un mondo di pura merce. E il mondo della politica é diventato piu inflessibile, meno « intellettuale ». Io ho disertato questi due mondi, sono fuggito sulle montagne, e sono andato a vivere con gli indiani.

V: Quanti anni hai vissuto sulle montagne ?

B: 35 anni. Sono tornato in città solo dieci anni fa. C’era un posto ai tempi, a Beaver Street, nel quartiere della finanza. Una ragazza che faceva parte del collettivo mi chiamo’ e mi chiese : « avresti tempo per venire e raccontarci un po’ quello che é successo nei sixties ? » Le risposi di no, non avevo nessuna voglia di tornare. Ma dopo un paio di settimane ho cambiato idea. Mi sono detto che avrei potuto trasmettere le mie conoscenze, e che non ci sarebbe stato ancora molto tempo per farlo. Quindi, sono tornato, e Beaver Street é stato il primo posto dove sono andato. Sono stati i primi ad accogliermi e a darmi la parola. E’ cosi che ho incontrato M. e tutti gli altri ; tutti venivano a Beaver Street [il gruppo si chiamava « Gruppo 16 Beaver », ndr]

V: potresti dirci di piu su questo luogo ?

M: l’idea fu partorita da un gruppo di artisti che si interessavano di politica e di teoria critica. Era il 1999 o il 2000. Affittarono insieme, collettivamente, un loft nel quartiere di Wall Street. Era piu o meno simile a quello che oggi é Woodbine1. Ai tempi non ci viveva nessuno, vi si organizzavano mostre, cene, dibattiti, proprio di fianco a uno dei centri della finanza mondiale. Cio significa che nessuno abitava nemmeno nelle vicinanze. La gente ci veniva una volta a settimana o due, ma perché era Manhattan, era in pieno centro città. Vi era terreno fertile per persone appartenenti a cerchie diverse, dei filosofi, artisti, attivisti politici, scrittori. Non vi circolavano soldi, non aveva carattere commerciale ; in un certo senso, era indipendente, autonomo.

B: era luogo d’incontro di gente di diversa provenienza, con modi di pensare diversi. Vi passavano dei marxisti, degli anarchici..era un posto aperto.

V: quanto é durata l’esperienza di Beaver Street ?

M: é stato chiuso nel 2014, quindi piu o meno 14 anni.

B: ecco la storia del mio ritorno in società. Sono rimasto nell’anonimato per 35 anni.

V: sei sparito da un giorno all’altro, all’improvviso ?

B: Si. E per cinque anni ho vissuto in mezzo alla natura, a cavallo, da latitante. Sono sparito dalla circolazione per 5 anni, ho cambiato identità. Mi sono preso il mio tempo, capisci…35 anni sono passati prima che decidessi di tornare.

M: [indicando un’illustrazione sul libro] Questa é interessante. Parla di qualcosa che si chiama Action Committee for Immediate Defense (ACID, Comitato d’Azione per la Difesa di Prossimità).

B: Si, ACID. L’acido é parte della lotta.

M: ecco un’altra illustrazione. ACID is here for Defense, for Love, for Survival, for Struggle, for Life2.

V: quali erano i vostri rapporti con i collettivi della West Coast ?

B: eravamo amici con alcuni di loro, come ad esempio coi Diggers di San Francisco. Sai chi é Owsley 3? É stato uno dei piu grandi chimici produttori di LSD che sia mai esistito. Anzi, il migliore. Fu lui a regalarmi la mia prima dose di Orange Sunshine, appena sintetizzato. Mi disse : « Ecco Ben tieni, ho qualcosa di nuovo da darti ». L’ho preso prima di salire sull’aereo, l’aereo é decollato, e io con lui. Una dose intera, eh, non una microdose. L’ho preso e me ne stavo li sull’aereo – a VOLARE.

V : non prendevi mai delle micro-dosi, quindi ?

B: No, mai. Dose piena, sempre.

V: ieri evocasti il nome di Fernanda Pivano, che era ben nota nell’ambiente beat dell’epoca e che conosceva la banda del San Francisco Oracle. L’hai mai incontrata ?

B: Si, é venuta a trovarmi qui a New York, siamo diventati amici. Allen Ginsberg le aveva parlato di me. Ero nel mio atelier, e sento qualcuno che bussa alla porta. Aprii la porta, e davanti a me vidi una donna, non troppo alta, dall’aspetto mediterraneo, che mi parlava in inglese. Mi chiese : « Sei tu Ben Morea ? » le risposi di si, e lei : « é stato Allen Ginsberg a consigliarmi di venirvi a trovare. Voi siete la nuova generazione. Dovevo per forza incontrarvi. » E fu cosi che diventammo amici. Era il 1965.

V: quindi deduco che hai conosciuto anche Ginsberg.

B: eravamo amici di lunga data. Amici intimi. Certo, non condividevamo le stesse opinioni : lui era un pacifista, un non-violento. Io un anarchico, assai violento. Ambedue eravamo coscienti delle nostre differenze, ma cio non ci impediva di coltivare la nostra amicizia. Un giorno eravamo insieme per una presentazione, davanti al pubblico, e lui comincia a pronunciare l’ « Om » della tradizione induista. Lui faceva « OOOMMMMMM » e io a quel punto risposi « AAARMMM », insomma lui salmodiava il suo « OOOMMM » mentre io rispondevo « AAARMMM ». Era molto divertente. Aveva un bel senso dell’umorismo. Era un tipo davvero geniale, eravamo molto amici. Sapeva che ero un tipo violento, ma amava la mia energia.

V: esiste un testo da qualche parte che riassuma le tue posizioni riguardo la violenza politica ?

B: si in questo qui [indica un testo col dito]. Conosci i Jefferson Airplane ? Presero ispirazione da questo testo per scrivere una loro canzone, intitolata « We’re Outlaws ». Fu la prima volta in cui la parola « motherfuckers » fu pronunciata davanti al pubblico della TV americana. Nessuno aveva ancora osato pronunciarla in TV. I Jefferson si stavano preparando per eseguire il pezzo live, e i responsabili della catena televisiva gli dissero « non pronunciate quella parola » ; loro dissero ok, ma alla fine la pronunciarono lo stesso. Fu la prima volta in cui l’espressione « motherfuckers » fu utilizzata in TV. […]

Lo vedi questo ? [indicando un testo con immagine annessa] Questo é il mio preferito. Ho composto questa poesia con un collage, e l’ho firmata con lo pseudonimo Henry, il nome dello scheletro dell’immagine precedente. [spiega, quindi, chi é Henry]

M: mi stai dicendo che non é mai esistito un Henry ?

B: no, era un nome in codice. Ad esempio, se volevamo comunicare via telefono, ci dicevamo « Henry sarà li alle 16 ». Tutti avevamo un nome in codice che usavamo per gli scambi telefonici, ognuno di noi segnava nella rubrica i numeri in modo diverso [ad esempio, scambiandone le cifre, ndr], ciascuno aveva il suo modo. Usavamo tanti di questi piccoli stratagemmi. Ciascuno di noi aveva una cassaforte con dentro una pistola e dei documenti falsi. Ognuno di noi sapeva dove stava la sua cassaforte, ma non dov’erano quelle degli altri. Eravamo davvero fuori di testa..[…]

V: [scorrendo le immagini del libro]

Lower east Side Defense. Un altro acronimo. La LSD era davvero importante per te…

B: certo ! É un mezzo per risintonizzare il cervello e le emozioni. La società tende a separare la ragione e i sentimenti. Abbiamo riconosciuto nella LSD un mezzo per ristabilire il legame tra i due. Di modificare l’essere umano, restituendolo alla sua interezza.

V: hai mai incontrato Timothy Leary ?

B: si, lo conoscevo. Abbiamo passato del tempo insieme nella casa di Herman Hesse, vicino a Lugano, nella Svizzera italiana. Io e mia moglie vi abbiamo passato una settimana. Ci ha invitati a stare da lui non appena ha saputo che eravamo in Europa. La prima volta che lo incontrai, eravamo negli States, a New York. Alcuni della nostra famiglia4 si recavano spesso a Millbrook, il vero centro della cultura psichedelica dell’epoca.

V: hai mai avuto occasione di andare a Millbrook ?

B: No, mai. Non mi capitava spesso di uscire dalla città, la vita di strada occupava tutto il mio tempo. A Millbrook non conducevano una vita militante. Alcuni del nostro gruppo , un tempo, vi avevano fatto parte. Alcuni erano nella SDS, altri nel gruppo di Murray Bookchin, prima di lasciare i loro rispettivi gruppi e sbarcare da noi. C’era gente che veniva un po’ dappertutto, penso ai Diggers. Loro avevano uno stile tutto californiano : a quella gente piaceva il nostro modo di fare.

V: qual era il vostro rapporto coi Diggers?

B: erano amici. Ricordo che passai una settimana con loro a San Francisco. Peter Coyote era un mio amico, come anche Peter Berg. I due Peter. Il secondo é morto ma il primo é ancora in vita. Ricordo che ci incontrammo e parlammo circa un anno fa. Sua moglie é venuta a stare da noi sulle montagne del Colorado, quando vivevamo li. Peter le ha suggerito di passare del tempo da noi per capire come vivevamo. Vivevamo a dorso di cavallo, senza casa. Per nutrirci, cacciavamo ; non compravamo mai nei negozi. Questo, per cinque anni.

V: mi hai detto che hai vissuto per 35 anni con gli amerindiani. Dopo cinque anni a cavallo, avete cominciato a vivere nelle riserve. Hai partecipato alle loro cerimonie ?

B: si.

V: hai già raccontato a qualcuno nei dettagli del tuo soggiorno nelle riserve ?

B: no, e non mi va davvero che questa storia venga resa pubblica.

V: hai conservato i tuoi contatti con loro ?

B: certo ! Parto domani per il Colorado, per una cerimonia ; ci vado piuttosto spesso.

V: insomma, hai due case, una qui a Manhattan e l’altra in Colorado.

B: si, la mia famiglia vive li.

V: ci puoi dire due parole sui tuoi quadri ?

B: i miei quadri sono di natura spirituale. Disegno questi motivi da quasi sessant’anni.

V: mi hai raccontato di quando conoscesti Fernanda Pivano. Come sai, fu una delle figure piu importanti della controcultura in Italia negli anni Sessanta. Lei e suo marito, Ettore Sottsass, hanno riportato in Italia le idee che a quei tempi fiorivano negli States. Sai se lei conosceva Leary ?

B: Non saprei. So per certo che Ginsberg conosceva Leary.

V: hai incontrato anche Ken Kesey ?

B: si, ma non andavamo tanto d’accordo. Era un tipo molto inquadrato. Non mi sentivo propriamente a mio agio con lui. Per lui e il suo gruppo [i Merry Pranksters, ndr], in un certo senso, era solo un gioco. La politica non c’entrava niente. Non era neanche una questione spirituale, come invece lo era per Leary. Kesey era un profano. Anche per me, la LSD non c’entra niente con il devastarsi ; essa appartiene a una dimensione spirituale. Si cercava di farne un uso rivoluzionario. Per Ken Kesey non era né rivoluzionario, né spirituale : per lui, era solo un gioco.

Per me, aveva un lato spirituale e un lato politico.

Per Leary, era in primo luogo una questione spirituale ; ma la sua massima « Turn on, tune in, drop out »5 aveva un’essenza, in un certo senso, politica. Certo, non nel senso di un partito politico, né in un senso ideologico.

Leary voleva essere un sovversivo, Kesey no. Per quanto mi riguarda, sono un animista rivoluzionario. Per me, si tratta di articolare lo spirituale e il politico ; mi sento a mio agio nella dimensione spirituale, perché vi posso integrare il politico. Ma la dimensione puramente materialista, che rappresenta lo svago per lo svago, non la sopporto.

V: quando i Motherfuckers hanno lasciato la città, alcuni tra di loro hanno raggiunto diverse comuni.

B: Si. Black Bear era una delle piu importanti.

M: tra costoro, vi é qualcuno che ha abbracciato esclusivamente il lato piu edonista della contro-cultura ?

B: No. Black Bear ha sempre avuto una dimensione politica.

M: Kesey viveva in Colorado ?

B: No, viveva tra l’Oregon e la California.

V: quanti membri facevano parte del gruppo dei Motherfuckers ?

B: sono in molti a chiedermelo. Direi che il nucleo era composto da 50 persone, attorno al quale ruotava un’altra cerchia di 50 persone ; attorno a queste 100 persone, vi era un’altra cerchia larga di altri 50. Quindi, piu o meno 150 persone ; ma avevamo qualche gruppo di amici nella West Coast, non lontano da Berkeley, e avevamo dei contatti a Black Bear. Diversi gruppi dicevano di appartenere alla cerchia dei Motherfuckers ; ma il gruppo non é mai stato molto numeroso.

Utilizzavano il termine di « gruppo affinitario ». Per esempio, ora, noi tre, potremmo diventare un gruppo affinitario. Potremmo decidere di fare qualcosa noi tre, senza dire niente a persone esterne al gruppo. In tal caso, il gruppo non potrebbe mai essere infiltrato. Nessuno potrebbe tradirti, perché il segreto verrebbe conservato tra di noi, in questa ristretta cerchia di amici che si fidano ciecamente gli uni degli altri. Nel gruppo dei Motherfuckers, vi erano 4 o 5 gruppi affinitari diversi, e nessuno sapeva cosa avessero in testa i membri degli altri gruppi.

Non vi era bisogno di essere iscritti per farne parte. Insomma, potevi gravitare attorno al gruppo, ed esserne membro, come avresti potuto non esserlo. Chiunque avrebbe potuto usare il nome dei Motherfuckers per firmare un volantino. Nessun comitato centrale, nessuno era obbligato a chiederci se avrebbe potuto utilizzare tale o talaltro appellativo. Potevi pubblicare a nome dei Motherfuckers, a noi non ce ne sarebbe importato niente. Nessun controllo, niente coordinazione.

Per questo usavamo piuttosto il termine « family » per designarci, piuttosto che quello di organizzazione. Tutto cio, all’inizio dei Sessanta, negli Stati Uniti. Eravamo i primi.

M: Negli States il movimento era composto in prevalenza da leninisti, o maoisti ; non esisteva niente di equivalente ai Motherfuckers all’interno del movimento anarchico, ed anche sulla West Coast, vi erano soprattutto degli Hippies.

B: si, sulla West Coast erano piu vicini agli hippies. Anche noi giravamo con gli hippies ; se ci vedevi per strada, ci avresti preso per degli hippies, ma non era cosi.

V: eravate piuttosto degli « hippies violenti ».

B: Esatto ! Per questo usavamo il termine « Armed Love ». Capisc’ ? [detto con intonazione chiaramente barese, ndr]. Facevamo parte della love generation, ma eravamo armati. Uno dei nostri simboli piu importanti era la figura di Geronimo.

V: non esisteva niente di comparabile ai Motherfuckers in Italia a quell’epoca. Penso proprio che voi foste i primi del vostro genere…

M: lo stile dei Motherfuckers é arrivato in Italia nel ’77. Per esempio, gli Indiani Metropolitani, da dove hanno preso i loro simboli e le loro immagini ?

B: il loro immaginario si é sicuramente ispirato al nostro.

V: si, oltre che, ad esempio, dai film western e dai fumetti.

B: prima mi hai chiesto se scrissi degli articoli sotto LSD. Ecco, questo l’ho scritto mentre planavo, in pieno trip di Orange Sunshine. [indica un articolo su Black Mask]

M: Ben, come hai scoperto la LSD ?

B: faceva parte del nostro mondo. Come vi ho detto, alcuni di noi erano a Millbrook e in molti conoscevamo personalmente Tim Leary.

V: hai mai incontrato Jerry Rubin ?

B: si, un vero cretino. Jerry Rubin era veramente un uomo di m. Ero amico con Abbie Hoffman. Jerry era amico suo, ma io davvero non lo sopportavo.

[…]

B: ero spititualmente molto prossimo a Geronimo. Mi salvo’ la vita. La famiglia della donna che mi adotto’ come figlio quando andai a vivere tra gli amerindiani, lei era della famiglia di Geronimo. Hai capito che strana coincidenza ?

M: in quanti andaste a vivere nel Colorado, la prima volta ?

B: da quel che ricordo, eravamo una quindicina. Altri ci raggiunsero in un secondo momento. In totale, saremmo dovuti essere un centinaio ad andare sulle montagne.

M: non pochi, insomma. Tutti da New York ?

B: no, non tutti. Alcuni venivano da NYC, altri dalla West Coast, altri ancora dal Texas. Abbiamo cominciato una nuova vita, laggiu’.

[…]

V: bene, Matt, Ben, puo’ darsi che veniate in Italia nei prossimi mesi. Proveremo ad organizzare un « tour », toccando diverse città italiane. Vi aspettiamo.

M&B : it would be great.

1Centro sociale gestito in maniera collettiva, a Ridgewood, nel Queens.

2« ACID é qui per difendersi, per amarsi, per sopravvivere, per lottare, per vivere. »

3La storia di Owsley e dell’Orange Sunshine é raccontata nel documentario The sunshine makers, 2015

4Per « famiglia » si intende « gruppo politico »

5Accenditi, sintonizzati, sganciati.

La libertà di movimento

 di Walter Benjamin

Al dispiegarsi di ogni umano movimento, non importa che esso derivi da impulsi spirituali o semplicemente naturali, è annunciata la smisurata resistenza dell’ambiente. Penuria di alloggi e rincaro dei trasporti sono all’opera per annientare del tutto il simbolo elementare della libertà europea, concesso in determinate forme persino al Medioevo: la libertà di movimento. E se la coercizione medievale legava l’uomo ad aggregati naturali, oggi egli è vincolato a un’innaturale convivenza. Poche cose rafforzeranno la violenza fatale del dilagante impulso al nomadismo quanto i limiti imposti al diritto di libertà di circolazione, e mai la libertà di movimento è stata in un rapporto peggiore rispetto alla ricchezza dei mezzi di trasporto.

Tratto da KAISERPANORAMA, in Strada a senso unico, (1928) Torino 2006, pag.19

Primo Moroni: Territori della trasformazione e collasso dell’esperienza

Intervista a cura di Tiziana Villani, in Mario Perniola, Oltre il desiderio e il piacere. Territori dell’estremo e spaesamento, Millepiani, Mimesis Milano 1995, pp.53-67.

Essere moderni, ho affermato, significa sentire, a livello personale e sociale, la vita come un vortice, scoprire di essere, insieme al nostro mondo, in continuo disgregamento e rinnovamento, immersi perennemente nelle difficoltà e nell’angoscia, nell’ambiguità e nella contraddizione: essere parte di un universo in cui tutto ciò che vi era solido si dissolve nell’aria. Esserci significa sentirsi in un certo senso a proprio agio nel vortice, fare propri i suoi ritmi, muoversi all’interno delle sue correnti alla ricerca di quelle forme di realtà, di bellezza, di libertà, di giustizia, che il suo flusso impetuoso e pericoloso ci consente.

Marshall Bermann, L’esperienza della modernità

Villani: Iniziamo a considerare la crisi del pensiero critico così come era stato inteso più o meno fino agli anni Settanta. Teorici come Deleuze, Guattari e Foucault hanno comunque segnato la trasformazione di molte discipline, in che modo è possibile determinare anche grazie a loro l’origine di questa crisi?

Moroni: Io penso che la crisi sia iniziata sotto gli occhi e dentro le cose che hanno tormentato la vita e la ricerca di Deleuze e Guattari. Per Foucault, invece, mi sembra di poter dire che ha proseguito fino all’ultimo nel suo lavoro gigantesco di archivista della dialettica e della storia delle “istituzioni” fondanti della modernità. Peraltro, la “crisi” del pensiero critico mi sembra tragicamente rappresentata dal suicidio di Guy Debord, proprio nel momento in cui l’opera dei situazionisti viene per così dire “riscoperta” da un settore dell’intellighentia della sinistra extrasistemica, che l’aveva per larga parte ignorata nel corso degli anni ʼ70. In realtà un certo “uso” di quel corpus di intuizioni e di pratiche radicali era stato acquisito, quasi esclusivamente dal “movimento ʼ77”, ciò ovviamente nell’accezione di “uso” da parte di “minoranze di massa, perché altre minoranze radicali l’avevano fatto assai prima. In realtà credo che molte delle “cassette degli attrezzi” che hanno caratterizzato le intelligenze dei movimenti collettivi siano diventate obsolete insieme al ciclo storico che le aveva rese efficienti.

Si può concordare con Debord quando scrive: “Il fatto è che un’epoca è trascorsa. Non ci si interroghi sul valore delle nostre armi: sono conficcate nella gola del sistema delle menzogne dominanti – gli abbiamo tolto per sempre quella sua aria di innocenza”. Mi sembra invece che soprattutto Deleuze e Guattari hanno proseguito nel tessere continuamente quella tela rizomatica dell’ininterrotto chiedersi da parte della soggettività il senso e la ragione del loro essere nel mondo. In questo ricollegandosi alla grande fase della rivolta esistenziale degli anni ʼ50 e ʼ60. Una rivolta che aveva come motore principale la negazione del principio di autorità e di delega unite alla “volontà di sapere”, “alla coscienza di sé” e “all’autocostruzione di sé”. Non a caso il loro Anti-Edipo sarà un livre de chevet di tutto il movimento ʼ77. Mi sembra, insomma, che nei limiti di questa risposta, il divenire e il desiderare deleuziani e guattariani siano molto intrecciati con i concetti di autodeterminazione e “scelta continua” sartriani, molto sentiti dalla generazione della rivolta esistenziale. Ovviamente, qui non si sta dicendo che vi siano poi così grandi affinità teoretiche tra Sartre e i teorici del divenire, ma di come molte elaborazioni concettuali “ricadono” sui movimenti e da questi vengono acquisite mutandole frequentemente di segno. Qui, e in rapporto a gran parte del pensiero francese (ma anche a Foucault), invece delle ramificazioni arboree si ha la metafora dell’erba. “Non solo l’erba cresce nel mezzo delle cose, ma cresce essa stessa attraverso il mezzo…l’erba possiede una sua linea di fuga continua, e non di radicamento. In testa si ha dell’erba e non un albero”.

Il movimento ʼ77 con il suo intrinseco trasversalismo desiderante, corrisponde molto bene alla metafora dell’erba. È già di per sé muoversi in un orizzonte senza una meta prefissata, ma in continua e nomadica trasformazione. E se l’Anti-Edipo è interamente un libro di filosofia politica, il movimento ʼ77 scriverà “finalmente il cielo è caduto sulla terra”. E il cielo è indubbiamente quello plumbeo della politica e dell’ideologia. Un movimento quindi che avvertiva in modo inconsapevole il finale d’epoca.

Villani: Concetti quali desiderio, felicità, apertura ed ampliamento degli spazi non sembrano aver più luogo nel presente, mentre avevano caratterizzato in modo determinante quel periodo.

Moroni: Era proprio come una sorta di luogo tumultuoso, con gli emissari che vanno verso il mare. Un lago forza nove in cui erano confluiti tutti tentativi iniziati nel dopoguerra di trovare un percorso di liberazione che andasse oltre la rivolta antiautoritaria, ma anche ben al di là dei tentativi politici di trovare soluzione alla contraddizione tra organizzazione e composizione di classe, tra spontaneità e forma partito: credo che in questo senso abbiamo messo in atto un percorso profondamente e necessariamente distruttivo. Per dirla ancora con Debord: “Si trattò del miglior programma possibile per gettare nel sospetto l’insieme della società: famiglia, classi e divisione del lavoro, lavoro e tempo libero, merce e urbanesimo, ideologia e stato”. Abbiamo cercato di dimostrare che era tutto da buttar via, ma insieme a questo percorso abbiamo anche e fondamentalmente contribuito a portare a termine e reso irreversibile l’intero modello taylorista-fordista che aveva raggiunto la sua tarda maturità.

Il movimento ʼ77 si colloca proprio all’apice di questo percorso “distruttivo” e dopo che sono state sperimentate tutte le forme eretiche di organizzazione comunista o libertarie che si erano espresse dentro, fuori o contro la Terza Internazionale. I primi anni ʼ70 (che segnano anche la momentanea, e però profonda, emarginazioni delle controculture esistenziali) sono stati, essenzialmente, un laboratorio politico di questo genere. Il ʼ77 conclude un ciclo e ne ipotizza un altro. È, come è stato detto, la “premonizione inconsapevole” di un cambiamento epocale.

Villani: Ci si apriva a una diversa determinazione del presente?

Moroni: La teoria dell’“innovazione del presente” verrà elaborata dai sociologhi negli anni ʼ80, però il suo percorso reale inizia grossomodo negli anni ʼ76-ʼ77. Non c’è più un luogo, un’utopia da raggiungere. Ci sono bisogni insopprimibili da realizzare nel presente. Non c’è più la necessità del veicolo “partito” o “organizzazione”, più o meno rifondati, più o meno extra-sistemici, per andare verso la “terra del latte e del miele”. Ci sono le macchine desideranti unificate, direbbe Deleuze, dal “concatenamento”, dal “cofunzionamento”. La loro differenza non consiste tanto nell’appartenenza ideologica, ma nel divenire continuamente altro.

Una continua, quindi, modificazione del percepire e del percepirsi, del sentire comune e differenziato.

Villani: L’accento si sposta sul sentire, ma il sentire è essenzialmente inscritto nella capacità comunicativa e relazionale, è il linguaggio, le sue trasformazioni, il suo potenziale creativo che assumono nuove centralità.

Moroni: Preminenza tipica del linguaggio. Sì, il movimento trasversalista, come noto, giocava con il linguaggio usando frequentemente la macchinetta hegeliana rivista e potenziata dai situazionisti. Quindi tutti questi giochi di parole e questo spezzare l’attraverso, questo linguaggio ironico e creativo, che non era certamente un esercizio postmoderno, non era forma; era un espressione diretta, quotidiana dei processi in corso. Ricordo che facemmo un’assemblea al teatro Lirico sugli operai che erano ormai in grande difficoltà, nel mentre una nuova leva entrava nelle fabbriche. Il manifesto che chiamava questa assemblea diceva: “Cerchiamo di passare dal Lirico all’epico evitando il tragico”. Il tragico era la possibile emergenza della lotta armata, della ormai incipiente clandestinizzazione del movimento.

Quindi, tutt’altro che un gioco elegante della dialettica, ma un riferimento creativo a un percorso reale.

Villani: Negli anni ʼ80, il post-moderno si fa erede di questi codici linguistici e li decontestualizza. Forse, a partire da quel momento si produce una divaricazione, tuttora irrisolta; da un lato il discorso poetante, pronto per ogni uso, e dall’altro una segmentazione e frammentazione del sapere critico.

Moroni: È la parte più intelligente e intuitiva del movimento ʼ77. Che ha molteplici collocazioni locali ma un forte respiro internazionale. L’intuizione che il tessuto relazionale, che la sfera della comunicazione possano essere sussunta dalla sfera produttiva, è indubbiamente percepita come un possibile terreno di conflitto e di analisi, una premonizione come diranno più tardi gli stessi protagonisti, inconsapevoli dell’avvento dell’era della produzione immateriale e, come molti anni dopo, argomenterà in maniera incisiva Christian Marazzi nel suo Il Posto dei calzini.

Villani: Avviene quello che potremmo definire un progressivo assorbimento di temi e linguaggi degli ambiti più creativi e progettuali nel discorso dominante?

Moroni: Sì, progettuali nel senso che i “movimenti”, nel loro determinarsi storicamente, sono tanti più validi, comprensibili e tendenzialmente “universali”, quanto più sono anche “il sensore rovesciato” del paradigma dominante. Cosi, gli hippies sono anche il rovesciamento dell’universo verticale del modello fordista-taylorista: alla famiglia mononucleare consumatrice contrappongono la dinamica delle “comuni”; al lavoro disciplinato e “scientificamente” organizzato, l’artigianato creativo; all’universo verticale chiuso e repressivo giudaico-cristiano, un mix di filosofie orientali liberatrici del corpo o la psichedelica degli “stati alterati di coscienza”; all’“uomo a una dimensione” produttore e consumatore di merci, la frugalità delle comuni agricole e il riciclo ironico degli scarti della società dei consumi; agli universi chiusi dell’occidente produttivo, l’inesausta ricerca di “dilatazione della coscienza di sé”, ecc. Una parte di queste intuizioni e di queste pratiche confluiranno indubbiamente anche nei “movimenti politici” – si pensi, ad esempio, a tutte le dinamiche del “rifiuto del lavoro”, alla ricerca inesausta di una sessualità e di una affettività non “proprietaria” unita all’affermazione che “il personale è politico” ecc., ma indubbiamente il continuo ricorso al “leninismo” autoritario – quando non il devastante e ridicolo “emmellismo” – rendeva inconciliabili le spinte libertarie e liberatrici delle culture esistenziali con gli angusti territori della politica.

Il movimento ʼ77 sancisce la “fine della politica” e, forse per la prima volta, invece di essere un “sensore” di un processo maturo e dispiegato del paradigma capitalistico, vive drammaticamente la condizione di essere percettivo, anticipatore di un paradigma che verrà e che era già insito nel presente. Nella breve stagione del suo dispiegarsi, è provvisoriamente e veramente un moltiplicarsi di “macchine da guerra” che “non si definiscono affatto in vista della guerra, ma per una certa maniera di occupare, di riempire lo spazio-tempo o di inventare nuovi spazi-tempo”i.

Se è quindi vero che la sua energia vitale è tutta conficcata nel “presente”, lo “scandalo” che lo rende inaccettabile sia agli apparati ottusi del PCI berlingueriano, che ai neoleninisti “autonomi”, è il suo essere prefigurazione intelligente e conflittuale del ciclo successivo e in ciò negatore dell’obsolescenza degli uni e degli altri. Il “soggetto desiderante” settantasettino non tende come nei “movimenti politici” verso un oggetto pre-immaginato e quindi “desiderato”; è piuttosto una tensione verso un piano che deve o dovrà essere costruito. È, giustamente, un “divenire” senza un modello prefissato, immaginato e desiderato. Ed è ovvio che, dentro questo percorso, si condensino e muoiano larga parte delle esperienze precedenti in modo, per così dire, “spontaneo” mentre il trovarsi sul crinale dell’intelligenza possibile della trasformazione in atto rende le soggettività fragili, attaccabili, indifese. Trovarsi “inconsapevolmente” a rappresentare un “finale d’epoca” e di esperienze, un “trovarsi” minoritario e fuori dal “sentire” istituzionale o extra-sistemico significa anche e sicuramente essere sospesi momentaneamente, fuori dalla storia percepita dagli altri, dalla “maggioranza” degli altri. Non c’è più, fondamentalmente, un “passato” di cui fare risorsa e non ci sono più quindi “luoghi” della formazione, dell’esperienza, che sono stati distrutti o resi inservibili, uno ad uno. C’è invece la tensione verso un altrove, verso nuovi spazi e luoghi che, questa volta, andranno costruiti, inventati senza fare ricorso a quanto già è stato consumato e distrutto. Come è facile dedurre un compito forse troppo grande per una breve stagione di “movimento” che voleva anticipare il piano del capitale.

Villani: Questa crisi dei luoghi dell’esperienza, da te più volte sottolineata, s’intreccia con la crisi del soggetto nella modernità. Lo spaesamento risulta la nozione più adatta, a mio avviso, per comprendere la condizione del presente.

Moroni: Sì, probabilmente, si determina una crisi della “soggettività antagonista” così come era stata vissuta e interpretata dalle culture di opposizioni precedenti. L’esaurirsi dei luoghi dell’esperienza, che erano stati anche quelli della formazione dell’identità e dell’appartenenza, determina un grande vuoto, una sensazione di freddo e di incomunicabilità che verrà riempita dalla merce eroina come surrogato di una possibile felicità perduta. In effetti il ciclo dell’eroina, che nella prima fase è stato quasi interamente “politico”, è stato per un lungo periodo un sostituto simulato dell’impossibilità dell’esperienza. Il fatto è che nemmeno i possibili “grandi maestri” di riferimento, citati all’inizio, potevano comprendere fino in fondo la “rivoluzione” che il capitale stava effettuando al proprio interno. Così Debord finiva per avvitarsi nella constatazione che veramente aveva vinto “la società dello spettacolo” come aveva sempre temuto e sostenuto e che comunque lo costringeva ad affermare che: “I padroni della società, per mantenersi tali erano obbligati a volere un cambiamento contrario al nostro. Noi volevamo ricostruire tutto, loro anche, ma in modi diametralmente opposti. È divenuta ingovernabile questa “terra marcia”, dove nuove sofferenze si nascondono sotto antichi piaceri, dove la gente ha così tanta paura… Ed io che cosa sono diventato io dopo questo disastroso naufragio – naufragio che pure ritengo indispensabile, cui, in certa misura ho concorso…?”. Citando un poeta dell’epoca T’ang, Debord aggiunge: “non sono riuscito negli affari del mondo – me ne torno sui monti del Nam-Cham per cercare la pace”. Si può pensare che uno dei fratelli di tutte le ribellioni non abbia tenuto presente che, nell’epoca della globalizzazione, non esistono più i monti del Nam-Cham e che forse è così grande la fatica una volta ancora di morire e rinascere verso nuovi divenire, che è preferibile uscire silenziosamente dal mondo. Certo la velocità e l’accelerazione dei processi materiali fa interamente a pezzi tutte le nostre certezze e quelle dei nostri avversari politici di un tempo. Molti hanno continuato per anni a pensare dentro gli universi vitali dell’epoca fordista, molti lo fanno ancora oggi, trovandosi così a confrontarsi con un fantasma che produce nelle loro vite un assenza di realtà concreta. Lo spaesamento, forse, ha una parte delle sue radici in questa condizione sospesa tra l’identità precedente, conosciuta ed amicale, e la durezza dei nuovi processi produttivi. Non è un fenomeno che riguarda solo gli “antagonisti” di un tempo, riguarda anche tutti i precedenti poteri politici che sembravano inamovibili. La crisi delle forme di rappresentanza del nostro paese ne è la prova più evidente. Ma delle culture e delle pratiche del pensiero critico precedente rimangono validi gli strumenti di ricerca, gli approcci ai problemi e alle istituzioni fondanti i poteri anche nella loro accezione democratica. Vale, per molti altri, l’esempio del lavoro di archivista di Foucault. Capire cioè perché siano nati il carcere, l’istituzione psichiatrica, lo Stato-Nazione ecc., ecc. Capire quale funzione processuale veniva assegnata da essi all’interno dei poteri del capitale. Comprenderne l’intrinseca intelligenza. È questa una delle parti più avanzate dei movimenti. È questa la “volontà di sapere” che sta all’origine della contestazione globale del principio di autorità. In questo percorso non è così rilevante che un’istituzione sia repressiva o democratica, ma è rilevante il ruolo che ha comunque di conferma del sistema dominante. Non si chiede più al funzionario, allo scienziato, allo psichiatra o generalmente al tecnico di essere più o meno dalla parte degli umili, degli oppressi o del proletariato, ma di mettere in discussione i paradigmi fondanti la sua scienza presunta e i suoi poteri. È così che sono nate “Psichiatria democratica”, “Magistratura democratica”, l’esperienza di Basaglia o quella di Maccacaro.

Villani: È l’approccio stesso che cambia?

Moroni: Appare evidente, come dice Christian Marazzi, che nella società-postfordista le tecnologie di controllo e della disciplina hanno a che fare con lo spazio, con il territorio, perché la crescente immaterializzazione del lavoro ha bisogno di dispositivi disciplinari capaci di regolamentare, per linee territoriali, la popolazione attiva. Ed è evidente in una città come Milano come il conflitto sul territorio, inteso come risorsa, accomuni le minoranze inappagate dei Centri Sociali Autogestiti e le minoranze appagate della miriade dei Comitati dei Cittadini. Gli uni non sono affatto il prodotto speculare degli altri, ma l’esito di una mutazione delle funzioni produttive che insistono sullo spazio urbano. La “nuova fabbrica” si ispira al territorio, alla strada, al quartiere dove si addensano sia le “nuove professioni” che i “nuovi emarginati”. “Si forma così una spazio urbano segmentato, dove le aree abitabili residenziali risulteranno da un processo di progressiva spazializzazione dell’apartheid”- Così in Marazzi, ma anche nello splendido Città di quarzo di Mike Davis. Ma se è così non è più rilevante come un tempo lo era, l’essere o meno dell’una o dell’altra forma di rappresentanza dal basso o dall’alto espressa dai lavoratori salariati. Ovvero è necessario fare alleanze, contaminazioni a partire da affinità elettive e progetti comuni con pluralità di linguaggi. In regime post-fordista la rappresentanza politica o viceversa le dinamiche possibili dei “movimenti”, discendono dai progetti concreti che si vogliono realizzare. Lo stesso dicasi della differenza tra Destra e Sinistra. D’altronde, appare evidente proprio nei CSA il tentativo di costruire dei “luoghi” dove crescere e progettare. Appare evidente la necessità di “gestori” e “fruitori” di inventarsi appartenenze comuni, di produrre socialità, di costruirsi luoghi dell’esperienza, a fronte dell’esaurirsi dei precedenti che sono stati programmaticamente resi inservibili proprio dai movimenti collettivi di contestazione e rivolta. Quella che viene rifiutata è la nuova e più sottile omologazione, ma il passaggio possibile ad essere rappresentanza, sia pure extra-sistemica, avverrà solo con il progetto. Infatti, la differenza fondamentale con i precedenti movimenti è riferibile alla condizione di essere partecipi di un epoca capitalistica nascente e non in presenza della sua parabola matura avviata alla decadenza. In queste condizioni non sono ipotizzabili le dinamiche dei “sensori rovesciati”. Lo stesso Cyberpunk che è esemplarmente sensore progettuale del post-fordismo tecnologico non si pone in negativo, ma in forme affermative e “adesive”, cioè dentro e contro. E lo fa quasi “improvvisamente” rovesciando la precedente appartenenza punk che a sua volta si era nutrita e formata nel ʼ77 inglese. Se il punk si ritirava in “comunità” perimetrate temendo la falsificazione e contaminazione mass-mediologica, il Cyber si “mischia” con gli universi emergenti della nuova tecnologia con un “atteggiamento” che spesso ricorda le parti migliori del “post-moderno”. Permane invece il piano di consistenza del no future, che però va inteso non come rifiuto nichilistico (come qualcuno ha equivocato), ma come decisione di non aderire ad una qualsiasi utopia possibile precedentemente proposta.

Villani: Sfuggire alle pratiche omologanti è qualcosa che ha a che vedere ancora una volta con la mancanza, la frantumazione dei luoghi tradizionali dell’esperienza. Forse nascono altri luoghi – eterotopici come direbbe Foucault – il virtuale in questo senso sembra accentuare le possibilità spaesanti rispetto agli imperativi omologanti proposte dai media.

Moroni: Lo spaesamento, oltre a quanto già detto, è riferibile alla difficoltà di abbandonare le appartenenza precedenti. Ogni volta che avviene una trasformazione così profonda dei processi materiali, tutto ciò che sembrava solido e conosciuto si dissolve nell’aria, determinando questo vuoto angoscioso a cui si reagisce o attaccandosi alle regole, o alla nostalgia, o letteralmente inventando “comunità” simulate e perimetrate. Solo alcune minoranze affrontano l’angoscia dello spaesamento come condizione della nuova modernità. E, d’altronde, in L’esperienza della Modernità, un libro che io considero come uno dei più belli degli anni ʼ80, un geniale analista come Marshall Berman, a partire dall’oggi, ripercorre le grandi generazioni degli scrittori e degli artisti che a partire dagli anni Venta e Trenta si cimentarono con la modernità. In questo testo si traccia anche un analisi delle correnti di pensiero che si sono occupate di questo problema, suddividendone le tendenze in affermative, distaccate, negative. Ora, è ovvio che il negativo ha frequentemente caratterizzato i movimenti rivoluzionari di sinistra attraverso una pratica distruttiva dello stato di cose presente, attraverso, appunto, un insopprimibile rifiuto di aderire, una rivoluzione infinita e permanente contro la totalità dell’esistenza moderna. Ma proprio questo atteggiamento diventava il motore della trasformazione, la contraddizione interna al sistema. Ora non c’è dubbio che, negli anni ʼ60 mentre il clima politico si riscaldava, questo divenne una parola d’ordine per tutte le forze in rivolta. Si può osservare che il limite di questa scelta, che peraltro fu feconda e coinvolse tutti noi, fu il suo tralasciare o il suo lasciare a un ipotetico dopo la componente costruttiva. D’altronde, anche le culture radicali di destra sono frequentemente associabili al negativo, però in questo caso invece di desiderare una società futura, a partire dalla negazione della presente, il negativo di destra ricorre alla nostalgia dell’epoca precapitalistica, vuole ricostruire i valori tradizionali fatti a pezzi dal processo distruttivo delle forze capitalistiche. Esso sarà quindi per le etnie e contro lo Stato-Nazione, per la famiglia patriarcale e non per la libera convivenza dei sessi, ecc… In questa direzione si può dire che, ad esempio, il post-moderno è piuttosto nella sfera della risposta affermativa con questo suo desiderio di mischiare l’arte e l’industria, con questo suo bisogno di essere interno ai processi dispiegati commerciali, tecnologici, della moda o del design. Come dirà Leslie Fiedler e per altri versi John Cage “occorre passare il confine, colmare il divario e prendere coscienza della vera vita che stiamo vivendo”. Nelle intenzioni, il post-modernismo voleva probabilmente sfuggire ai limiti della “pura rivolta” (ed è su questa strada che a volte si incrocerà con i “movimenti”) ed evitare la trappola gelida dell’atteggiamento distaccato con tutto il suo muoversi alla ricerca della pura forma in sé. Ora, io credo che in realtà nei grandi esponenti della modernità siano spesso convissuti tutti e tre questi atteggiamenti o queste risposte e che, tutte e tre, siano state uno straordinario tentativo di lettura, producendo culture, ampiezza di visione, immaginari e immaginazione. L’errore consiste probabilmente nel fossilizzarsi su una sola di queste tre tendenze. Occorre flessibilità e continua disponibilità alla mutazione. Acquisire continuamente saperi incrociandoli con i percorsi esperenziali. In questa direzione, l’opera di Deleuze e Guattari fornisce strumenti di riflessione formidabili.

Villani: Tuttavia, il bisogno di ricostruire identità fittizie, il mito di sé, il mito delle appartenenze sembra riguardare non solo gli artefici dell’omologazione, ma anche e per certi versi in modo più determinante i chiamati fuori, quel carattere distruttivo così ben individuato da Benjamin

Moroni: Però questo avviene solo quando lo spirito, o la necessità, o la scelta rivoluzionaria abdicano alla loro funzione di continua innovazione di sé, di processo ininterrotto di trasformazione che non si ferma tanto a ipotizzare un luogo futuro, ma che ne inventa continuamente di nuovi qui e adesso. È quando non è così che allora riemerge solo lo spirito distruttivo. Il pensiero critico o quello che è stata chiamata la pratica della critica radicale, che è indubbiamente una pratica assai minoritaria dei movimenti degli anni ʼ70, non ha propriamente un progetto. È una scelta, una condizione di ricerca e di autodeterminazione. Il soggetto diventa coscientemente instabile e sviluppa una pratica distruttiva e negatrice dei luoghi dove fino a quel punto si formavano i valori e le esperienze: la famiglia, la scuola, il partito, la chiesa, il luogo di lavoro, la falsificazione dell’amore di coppia. Anche la negazione estremistica dei valori era una posizione culturale. Crea un antivalore che si opponeva allo stato di fatto. Ma questa ansia negatrice corrispondeva a una necessità vitale, ad una sfida ininterrotta con la propria autenticità di per sé impossibile ma ricercata e desiderata come tale. All’origine la constatazione della falsificazione che sulle proprie vite produce l’educazione attraverso le istituzioni (famiglia, scuola, chiesa, partito, lavoro, ecc.), la constatazione cioè che ciò che viene chiamato comunemente “spontaneità” è in realtà tutto ciò che emotivamente e veramente uno prova, ma che non ha scelto di sentire e provare. Il dominio insomma degli altri, delle culture dominanti sulla propria soggettività. La necessità quindi di scegliere di essere attraverso la continua autodeterminazione di sé. E su questo percorso, sulla constatazione della scissione dolorosa tra il sentire e il bisogno di essere altro da quel sentire, che si incrociano i percorsi dei soggetti con i grandi autori della modernità quali Kierkegaard, Baudelaire, Rimbaud fino a Sartre, Kafka, Svevo, Nietzsche, il giovane Marx e con la metabolizzazione della psicoanalisi a livello di minoranze di massa o con la sperimentazione delle droghe che “dilatano la coscienza”. Con l’LSD abbatti i freni inibitori, i catenacci che ti impediscono di sprofondare dentro te stesso, fai un trip, un viaggio nel tuo profondo insieme ai tuoi compagni di strada, un viaggio che può diventare un incubo, l’orrore di scoprire condensati nel tuo inconscio tutti i veleni delle culture dominanti. Mi sembra che a partire da questo bisogno insopprimibile di una autenticità cosciente, si sviluppi poi a livello di massa la rivolta contro il principio di autorità e che il “morire” più volte della propria essenza tanto reale quanto non voluta e non scelta, sia poi il motore di gran parte delle dinamiche successive.

Villani: Eppure assistiamo ad una riproposizioni di luoghi che sembravano essere sprofondati nel passato: la famiglia, il luogo d’origine, i fondamentalismi. Non sono forse delle riproposizione di luoghi dell’assenza?

Moroni: I luoghi precedenti non sono riproponibili, non sono recuperabili. Sono stati fatti a pezzi dagli uomini dalle donne, dai ragazzi e dalle ragazze. Il processo è stato così grande che ha seguito in parallelo il modificarsi dell’organizzazione capitalistica dello stato e della società. Qualsiasi ritorno a quei “luoghi” è oggi improponibile e allora ci sono tentativi di riproporli dall’alto. Woytila è l’esempio disperato di questo tentativo restauratore. Lo stesso revivalismo localistico è anche, indubbiamente, una risposta allo spossessamento dell’identità determinata dai processi materiali di modernizzazione.

Villani: Ma la nostalgia si rivela un potente motore, capace di attivare il riconoscimento, il rispecchiamento in un orizzonte dato e pre-codificato.

Moroni: Sì, è vero, ed è spiegabile, in parte, con il discorso sui simulacri che fa Perniola. Ma quando un luogo del pensiero, della supposta esperienza o dell’identità non è il risultato di una necessità storica legata alla vita reale dei soggetti, sia nel loro percorso segnatamente adesivo che in quello ribelle, si è in presenza solo di uno scadente simulacro.

Villani: Ma il simulacro è effettuale, noi apparteniamo al tempo dei simulacri e non più a quello degli dei. I simulacri sono latori delle odierne fedi e religioni.

Moroni: Diventa comunque una cosa orrenda, come l’integralismo islamico che è una risposta agli inesorabili processi di modernizzazione in atto anche in quei paesi. Si tratta di una cosa orrenda perché è priva del lievito vitale che spinge inesorabilmente gli uomini e le donne verso il bisogno insopprimibile di felicità. Quando invece non è direttamente integralismo diventa, soprattutto in Occidente, nostalgia, vissuto localistico, invenzione della tradizione e delle appartenenze, pensiero moderato. Ma dietro il pensiero moderato c’è sempre l’orrore del quotidiano occultato dalle forme sociali simulacrali intrecciate con gli interessi materiali. C’è l’ossessione delle regole come nell’attuale sinistra istituzionale. Le regole e la Legge come sostitutivi dei conflitti in cui i soggetti, e solo in questo modo, trovano lo spazio per dilatare ininterrottamente la sfera delle libertà, le opportunità per fare esperienza. Senza conflitti dispiegati e condivisi “spontaneamente” in molti luoghi diversi e sconosciuti tra loro non è dato ipotizzare nuovi luoghi dell’esperienza. Prevale allora un disciplinamento sottile, tecnologico e diffuso nei territori del quotidiano. Un disciplinamento che costringe i soggetti a mistificare e a rendere produttivo anche il tempo libero da quello di lavoro. Nei grandi hinterland metropolitani dove il “non luogo” per eccellenza è la discoteca di massa carica di tecnologie comunicative e totalmente priva di comunicazione sociale. Non a caso, la droga di massa di questa fase è l’ecstasy. Una sostanza dall’effetto rapido e dalla durata limitata. Effettualmente corrispondente alla necessità del consumatore di bruciare, nello spazio di poche ore, tutto il bisogno di “tempo liberato” impedito dall’enorme dilatazione del tempo di lavoro, dalla sua insicurezza, dalla necessità, acquisita come “naturale”, di essere continuamente flessibili e disponibili. In questo senso l’ecstasy è una perfetta droga post-fordista e altre più raffinate ne arriveranno. Se il ciclo dell’eroina aveva anche la funzione di sottrarre al conflitto e al mercato di lavoro centinaia di migliaia di giovani nell’epoca della ristrutturazione industriale, le nuove droghe tecnologiche ne favoriscono i bioritmi sociali, il oro essere costantemente just in time.

Villani: Si tratta quindi dell’interiorizzazione e dell’autodisciplinamento delle compatibilità. Essere flessibili in quanto compatibili, è questa la dimensione degli “spicchi di felicità” nell’oggi? Sottrarsi è impossibile?

Moroni: Hai bisogno di un esperienza simulata, rapida, frequentemente estrema e riproducibile in qualsiasi momento. C’è principalmente disagio, un enorme disagio che va riempito con qualche movimento di felicità e che altre volte si esprime attraverso il simbolico gesto orrendo e quotidiano: il razzismo indecifrabile, lo stupro, i sassi dal cavalcavia, la simulazione guerresca dello stadio, l’aumento sterminato delle violenze sui minori in famiglia, i suicidi silenziosi, ecc. Ormai qualsiasi sociologo appena avvertito rileva l’avvenuta caduta degli “orizzonti ultimi”, delle utopie e con queste il tramonto delle “grandi narrazioni” – che poi questo erano i grandi partiti di massa che contenevano in sé la memoria delle generazioni che avevano lottato per emanciparsi – e il confondersi, lo sfumarsi dei contorni delle classi verso nuove “composizioni” e geometrie. Un orizzonte lo vedi, lo immagini a partire da una “terra” conosciuta, accettata o rifiutata, per andare verso un altrove. Oggi mi sembra che ci sia solo l’immanenza della profonda “rivoluzione” capitalistica. Appare quindi evidente la tentazione del sottrarsi, del “cercare linee di fuga”, ma proprio in questa direzione i movimenti terminali degli anni ʼ70 avevano capito, con Deleuze, che “fuggire non significa affatto rinunciare alle azioni, non c’è più niente di più attivo di una fuga. È il contrario dell’immaginario. Significa piuttosto far fuggire un sistema, tracciare una cartografia. Creare vita, produrre reale, trovare un arma”. Ma, appare ovvio che le “fughe” sono pene di trappole, di possibili sogni, ideologie obsolete e però convincenti, sono “desiderate” cioè dalla “destra” e dalla “sinistra”. Quando si dice, “Fuggire, ma fuggendo cercando un arma”, si intende probabilmente il protendersi verso un piano di consistenza. Non c’è più il labirinto dei luoghi da distruggere, non c’è più la parabola alta e ormai al tramonto del ciclo del capitale, c’è una fase aurorale i cui sviluppi sono in parte sconosciuti allo stesso capitale, e quindi il momento di essere affermativi come i cori trionfanti finali di A love supreme di Coltrane, come Alyosha Karamazov all’apice dell’angoscia e della confusione, che bacia e abbraccia la terra, come Molly Bloom che conclude con un “sì dissi sì voglio sì!”. Occorre, io credo, considerare ancora una volta la stretta fusione tra forza positiva, vitale e il suo essere associata all’aggressività e alla rivolta.

Villani: Dire di sì, significa fare dell’inattuale una potente forza trasformatrice. Tutto questo però non appartiene alla metafisica, riguarda il nostro “qui ed ora”.

Moroni: Questo dire sì al dramma esistenziale, alla non paura di morire un’altra volta del sé, della propria provvisoria identità precedente, eppure conquistata con grande fatica, per rinascere non tanto più forti quanto più complessi, quanto più disponibili e dotati di tante vite e non di una singola appartenenza.

Villani: Farsi sguardo implica aderire al proprio percorso di ricerca, in un certo senso al proprio destino, a quel caso che riguarda la vita, e poiché oggi è l’esistenza fin nei suoi ultimi rimandi ad essere in gioco, quest’atteggiamento non può che essere proteso verso un soggetto nuovo, neutro, molteplice appunto. L’essere molteplice non appartiene alla moltitudine. Ma la moltitudine è vista da molte parti come la componente dinamica, attiva dell’attuale tessuto sociale?

Moroni: È attiva e immanente nei fatti, come possibilità, anche se non dispiegata e non socializzata nei comportamenti collettivi. Occorre pensare, come dice Deleuze, che una nuova rivoluzione sta per diventare possibile a partire dalla constatazione che abbiamo consumato qualche secolo di storia dei movimenti di rivolta, che tutto questo è una memoria, un giacimento minerario che ha in parte esaurito – come altre volte nella storia -, il suo filone aurifero principale, e che forse nelle vene vi sono molti materiali assai preziosi che sono stati trascurati e altri, chissà dove, impareggiabilmente ancora più preziosi. Abbiamo dei vantaggi perché il molto che è stato distrutto, “consumato”, ha eliminato le scorie che ci appesantivano, mentre il capitale parrebbe porsi oggi come pura forza materiale senza più élites, senza più borghesia e quindi senza nessuna “concezione del mondo” che possa confondere le carte in tavola. Fuori dalla cittadella capitalistica, la globalizzazione è orrore puro e dispiegato, e gli echi di questo mondo di morte ci arrivano spettacolarizzati dai media televisivi: non lasciano traccia, non producono identificazione, non producono né indignazione né rivolta, producono principalmente, nei territori produttivi, il “razzismo differenzialista” terreno privilegiato delle nuove destre radicali. Reggere questo orrore, farlo proprio, evitando la deriva generosa e falsificante del “solidarismo assistenziale”, vuol dire sentirsi anche in questo caso un’entità molteplice. Invece di scommettere su una soggettività forte e rivoluzionaria “perché non pensare che un nuovo tipo di rivoluzione stia per diventare possibile, e che tutte le specie di macchine mutanti, viventi, conducono delle guerre, si coniugano e tracciano un piano di consistenza che mina il piano del Mondo e degli Stati?” Pensare alla negazione di sé come soggetto e alla moltiplicazione continua di sé come persona molteplice e non come moltitudine. Lo stesso può dirsi per le “culture” dell’identità, che dovrebbero essere viste come la peste, essendo strettamente connesse con le dinamiche del revivalismo.

Villani: Rispetto a quest’ordine di riflessione la comunità diventa inessenziale?

Moroni: Non si dà comunità, e chi la sogna è su in crinale in qualche modo reazionario, non nel senso fascista del termine, ma come falsificazione, paura dei processi di disgregazione del soggetto. Gli ultimi tentativi di “comunità reale” contrapposta a quella fittizia, si sono consumati nel corso degli anni ʼ70. Peraltro, si può dire che le grandi e precedenti culture della modernità sembrano eclissate e si sono portate con sé la distruzione delle forme vitali, di spazio pubblico. Rimane il processo di disintegrazione della società in una pletora di gruppi privati, degli interessi materiali non meno che “spirituali”, che vivono in monadi prive di finestre, molto più isolate di quanto non occorre che siano.

Villani: Forse è possibile inscrivere il neoetnico in questo orizzonte?

Moroni: Il neoetnico è una risposta ai processi di globalizzazione e allo spaesamento che producono. Questo è successo altre volte, però quello che rende pericoloso oggi questo universo differenziato è il suo essere profondamente intrecciato con gli interessi materiali, di essere interno alla “modernità” della tradizione capitalistica, dove la dislocazione territoriale dei fattori produttivi è armonicamente intrecciata con la globalizzazione dell’economia e dei mercati. E in effetti, sono tutti i Nord interni alla cittadella capitalistica che si separano dai loro Sud, mentre gli Stati-Nazione vengono ridimensionati dalla globalizzazione stessa. La destra è oggi particolarmente pericolosa perché ha alcune matrici ideologiche di affinità con il profondo del moderno neoetnico. Ci sono in corso, in giro per il mondo, molte mutazioni antropologiche, non escluse quelle riferibili ai nietzscheani “piccoli suonatori di corno” la cui soluzione ai problemi pare consistere nel cercare di “non vivere affatto”: per questi, “divenire mediocri” pare essere l’unica morale che produce senso. Le “masse” berlusconiane mi sembrano esemplarmente affini a questa scelta-condizione.

i Questo percorso lo faranno altri, gli armati clandestinizzati, cercando una “guerra” sul terreno dell’avversario che stava già “morendo” nella propria specifica forma storica conosciuta mentre rinasceva più potente facendo a pezzi processualmente tutti i paradigmi precedenti. Il tragico cortocircuito della fine degli anni ʼ70 ha non poche radici in questo equivoco.