Lunatico di Novembre

di Bianca Bonavita

Molle clivo, dove traluce a raso
delle albe morte l’ora del mio cammino?
Dove la stella, il fragile novembre
precede e scioglie al rivo tutto il clivo?
Ed io vivo per te, per te m’aggiro
fuori e lungi dal mondo,
fuori sospiro.
Non è finito il mio destino
anche se mi si lascia qui a perire
con le distese dell’autunno
cui vanamente mi volli offrire.
Da “Vocativo” di A. Zanzotto, 1981

Se ad aprile rinasce la vita, a novembre rinasce la morte.
Le foglie si preparano ad essere humus, tempere nuove sulla tavolozza della terra.

La notte avanza con il suo canto di civetta, la stufa crepita i suoi nuovi alberi caduti, nei ceppi ardenti bruciano anche i frutti delle stagioni andate.
Novembre più di tutti è mese di sepolture.
Si seppellisce ancora il grano prima delle piogge. Chi l’ha seminato ad ottobre può già vedere i teneri capelli verdi e sottili fare capolino sulla testa della terra, guglie nuove per gettare ponti di ragnatele sull’infinito, antenne a far brillare la luce orizzontale del sole soccombente.
Da queste parti la tradizione vuole che dopo aver portato i fiori nei camposanti si seppelliscano i bulbi d’aglio: pianta magica, si semina coi morti e si raccoglie con le streghe. Trenta centimetri tra le file e quindici o venti sulla fila, così come i bulbi di scalogno e di cipolla. Meglio in luna calante.
A proposito di camposanti, le nostre colline sono disseminate di vecchi piccoli cimiteri quadrangolari in pietre e mattoni, per lo più sconsacrati, in cui è bello camminare e in cui si respira ancora il silenzio di quella che doveva essere una bella melodia tra la vita e la morte. Qua e là lapidi spaccate e scritte incise nella pietra che ogni stagione leviga verso l’oblio. Qualche ciclamino selvatico si è creato il suo ambiente a ridosso del muro di cinta. Ogni tanto qualcuno entra e rimuove il coperchio dell’ossario lasciando nudo al cielo un cumulo promiscuo di teschi e di ossa. Ce n’è uno che guarda proprio verso l’uscita e sembra chiederci: perché questa putrefazione individuale e questo sgretolamento collettivo?


Intanto Orione riconquista il cielo e in molte parti di novembre si corre al frantoio con le mani ancora macchiate di olive ché poi si inacidisce l’olio. Dopo tanta fatica a pettinare, a scuotere e a inseguire le olive rotolare sulle reti è immensa gioia vedere quel filo denso di verde e di sole riempire fusti e bottiglie.
Beati quello che mangiano una bruschetta d’aglio completamente autonoma!
Altrove marroni e castagne hanno smesso di cadere e certi mulini di montagna si riempiono di quell’odore indimenticabile che ha la farina di castagne appena macinata.
Un mastro ortolano ci ha insegnato a trapiantare a quinconce, a novembre inoltrato, lattughe in pieno campo, senza protezione e senza irrigazione. Il freddo imminente impedirà loro di crescere prima del gelo e in questo modo la pianta sopravviverà all’inverno e sarà pronta a metà aprile anticipando di almeno due o tre settimane la raccolta rispetto ai trapianti di lattughe primaverili. Il tutto senza l’uso di plastica per serre.
A novembre c’è anche chi inizia a potare la vigna. Di solito è chi coltiva solo la vigna.
Nell’orto è il regno indiscusso dei cavoli. I più fragili pedoni sono broccoli e cavolfiori, i primi sensibili ai soli tardivi che è tutta una rincorsa raccoglierli per impedire che le infiorescenze diventino fiori, i secondi con quel loro bianco niveo così esposto ai marciumi e alla golosità di bruchi e limacce, i primi resistenti al gelo, i secondi solamente se ancora chiusi. Solide torri invece i cappucci e le verze che si chiudono così fitti su se stessi fin quasi a diventare pietre di foglie, pronti persino a sfidare il gelo. Un alfiere il cavolo nero, anche lui pronto a sopravvivere al freddo quello vero.
I finocchi, invece, meglio tagliarli di questo mese perché quando arriva il gelo loro si cuociono come al forno. I sedani si iniziano a raccogliere, verdi, o bianchi per chi li ha legati. Così i cardi e i radicchi tutti.
Qui novembre è il canto del cigno dell’orto. C’è persino qualche melanzana di fioritura autunnale.
In cantina continuano i travasi mentre le patate iniziano a raggrinzire e qualche cipolla a germogliare.
A novembre più di tutto si inizia a seppellire la campagna andata, l’annata, le sue stagioni, i suoi flagelli e le sue gioie, i suoi raccolti e i suoi disastri. Si seppellisce la grandine passata, si seppellisce la pioggia che non è caduta, si seppellisce la fatica, si seppellisce l’attesa, con le mani piene di frutti raccolti si seppellisce la nostra resa.
Cimiteri di speranze pronti a germogliare saranno i campi d’inverno.
Si può iniziare a dire che anche per quest’anno ciò che andava fatto è stato fatto e che linea, cerchio o spirale abbiamo seguito la terra nella sua rivoluzione.

La ricetta del mese: Pasta con le barbe (dei finocchi)

Una donna un giorno venne al nostro banco al mercato e comprò dei finocchi, che portavamo interi, cioè con tutte i loro carnosi gambi e le loro sontuose foglie verdi a pennacchio proiettate verso il cielo.
Solitamente si trovano solo i finocchi decapitati del loro fogliame, così ha deciso qualcuno da qualche parte, togliendo una volta di più complessità al mondo e all’esistenza.
Ma quella donna non era affatto interessata al finocchio bianco, che accettava quasi come un inevitabile effetto collaterale, bensì proprio a quei suoi pennacchi colorati e morbidi, che i suoi occhi già trasformavano in squisite pietanze.
Ecco una di queste prelibatezze:
ci si procuri dei finocchi integri e non gambizzati; si prendano i loro gambi e le loro foglie, si taglino a pezzi piccoli, avendo cura di tagliare finemente soprattutto i gambetti più piccoli; si metta sul fuoco una pentola d’acqua salata e si pongano dentro quei gambi e foglie sminuzzati; si porti a bollore e si faccia bollire una mezz’oretta o fino a quando non si senta con una forchetta che è tutto bello morbido; in quell’acqua si butti la pasta (o il riso); mentre la pasta cuoce si faccia un soffritto di aglio e olio e quando la pasta è cotta si prenda su dalla pentola, con una ramina o simili, il misto di pasta e finocchi e si butti dentro il soffritto; se rimane un po’ d’acqua di cottura della pasta meglio perché insieme al soffritto fare cremina e legherà il tutto; si aggiunga peperoncino a piacere e/o, per chi vuole, formaggio grattato. Delizia!

Microdosing LSD – in corteo.

di Alfio Marruggia

“In questa epoca insurrezionale anche la pratica dell’espansione della coscienza e dell’energia è di fatto una possibile strategia operativa avanzata di lotta all’ideologia borghese di una società a tecnocrazia avanzata. Le “droghe” in senso stretto […] sono un mito pubblicitario già da lungo tempo legato al modo di produzione del capitale e non hanno nulla in comune, in quanto a pericolosità, con le droghe di cui è impregnata la vita quotidiana. Il mito della scienza che misura la morfina a centimetri cubici misura allo stesso tempo la miseria di una società la cui ideologia – espressione del potere dominante – cerca disperatamente di corrodere la teoria rivoluzionaria […]”
Aa.vv, Ma l’amor mio non muore : origini documenti strategie della cultura alternativa e dell’underground in Italia, Novembre 1971

In un articolo pubblicato sul sito della MAPS1, riguardante l’assunzione di micro-dosi di LSD durante la pratica di sport estremi, si legge:

“Virtually all athletes who learn to use LSD psycholytic dosages believe that the use of these compounds improves both their stamina and their abilities. According to the combined reports of 40 years of use by the extreme sports underground, LSD can increase your reflexes time to lightning speed, improve your balance to the point of perfection, increase your concentration untilyou experience “tunnel vision”, and make you impervious to weakness or pain. LSD’s effects in these regards amongst the extreme-sport community are in fact legendary, universal, and without dispute”.

La tesi dell’autore, di nome J. Oroc, è questa: la pratica del microdosing con sostanze psichedeliche è diffusa tra chi pratica sport estremi perché di fatto non mette a rischio il consumatore. Al contrario, sembra che l’effetto sub-threshold, ovvero sotto la soglia di comparizione degli effetti di alterazione delle percezioni sensoriali, dato dalla micro-dose di LSD aiuti i consumatori a ottenere una maggiore concentrazione, una maggiore percezione di sé e del proprio corpo, e quindi permetta non solo di ottenere una migliore prestazione ma anche di trarre maggiore godimento dall’esperienza sportiva (spesso praticata in mezzo a paesaggi naturali).

L’autore dell’articolo sembra difendere una tesi che a prima vista pare appare paradossale: afferma infatti che è possibile utilizzare delle sostanze psichedeliche nel bel mezzo di situazioni “estreme” in cui è essenziale possedere una padronanza totale del proprio corpo e dei propri riflessi. Quello descritto nell’articolo è un esempio concreto di come la LSD può aiutare a mantenere la lucidità in momenti di forte tensione, e non il contrario, come invece si ha la tendenza a credere se ci si attene alla comune vulgata sugli usi di tali sostanze.

La situazione alla quale faccio riferimento qui di seguito costituisce un altro esempio concreto a conferma delle tesi di Oroc e della comunità degli sportivi americani. Racconterò brevemente l’esperienza di tre differenti situazioni di piazza, rigorosamente affrontate con l’aiuto di una piccolissima dose di LSD.


Micro Introduzione

[L’autore scrive nei mesi subito successivi al movimento contro le elezioni francesi tenutesi nei mesi di aprile-maggio 2017, ndr.]

Da qualche tempo a questa parte, a Parigi, le occasioni di scendere in strada non sono mancate. Che si trattasse di manifestazioni oceaniche di centinaia di migliaia di persone o di piccole e rapide manif sauvages [manifestazioni non autorizzate, per natura assai mobili e imprevedibili], sono molte le volte in cui giovani e meno giovani si sono trovati a condividere una situazione di tensione collettiva nelle strade. Che la manifestazione prevedesse uno scontro diretto con la polizia, o di giocare al gatto col topo nei vicoli del ventesimo arrondissement, abbiamo scoperto che prendere una micro-dose di LSD prima dell’inizio dei giochi può aiutare per diverse ragioni.

Il microdosing con sostanze psichedeliche (quali LSD-25 e psilocibina) differisce dall’assunzione di dosi normali o “eroiche” di tali sostanze. Inoltre, si tratta di una pratica che non ha effetti negativi sul corpo – al contrario di droghe quali caffeina e alcol, che causano una forte dipendenza fisica e psicologica.
Tale pratica prevede l’assunzione di bassissime dosi (corrispondenti a circa 10-20 microgrammi di LSD e tra 0.2 e 0.5 grammi di funghi secchi, ovvero un decimo di una dose normale) di sostanza attiva con una frequenza che varia dalle 2 alle 3 volte a settimana. Tale pratica è consigliata da James Fadiman, psicologo americano e fondatore della scuola di Psicologia transpersonale, come terapia a media-lunga durata (minimo un mese, con assunzioni ogni 4 giorni) per curare stati di depressione e ansia, per aumentare il proprio livello di creatività e vitalità o per migliorare le relazioni col gruppo.

Creatività e vitalità sono due caratteristiche apprezzate da molti, compresi i biohackers della Silicon Valley. Questi NERD psichedelici, avanguardisti del turbocapitale in salsa Yankee, hanno preso in considerazione l’idea di drogarsi al lavoro già da tempo. Dopo averci riflettuto un po’ su, ci siamo chiesti se e come avesse senso ricercare tali effetti anche in un contesto estraneo al tempo e al luogo del lavoro, per scopi diametralmente opposti a quelli degli imprenditori della Silicon Valley. Quando si prendono delle piccole dosi di LSD, il consiglio dei “terapeuti” è di non interrompere assolutamente lo svolgersi delle nostre attività quotidiane. Abbiamo preso alla lettera tale consiglio: fortuna ha voluto che le quattro manifestazioni di cui vi racconterò siano state organizzate proprio nei giorni in cui il calendario prevedeva l’assunzione di una micro-dose.

Election Day

Parigi, 23 aprile 2017. Giorno di elezioni. I sondaggi non fanno ben sperare. Il milieu è percorso da un mormorio teso. La notizia del passaggio al secondo turno della Marescialla Le Pen corre veloce, fa il giro di Parigi. L’altro candidato è la caricatura renziana Emmanuel Macron. Ci guardiamo attorno: la città è depressa. I Bobo di rue Menilmontant, aggrappati alle terrasses dei loro cafés e alle loro speranze elettorali disattese, non sembrano dare alcun cenno di vita.

Ma per qualcun altro, le parole d’ordine nel caso di un eventuale passaggio al secondo turno della Le Pen erano chiare: foutre le bordel, partout.

[RESOCONTO ESPERIENZA]

La prima sera abbiamo diviso un blotter di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti in dieci parti e ne abbiamo prese tre, una per ciascuno, verso le 19. L’effetto ha cominciato a palesarsi, come accade solitamente, dopo circa mezz’ora. La serata si è svolta senza troppi scontri diretti. Il tentativo delle piccole ma determinate manifestazioni era di seminare la polizia, seguendo percorsi imprevedibili, seminando al contempo il disordine, costruendo barricate per bloccare le strade e attaccando banche e manifesti elettorali.
Il primo effetto notato era un aumento considerevole della resistenza alla stanchezza, un aumento più longevo e soprattutto meno invadente – privo di effetti collaterali – di quello dato dall’adrenalina. Inoltre, soprattutto alla fine della serata, abbiamo notato un cambiamento in positivo dell’umore. Un cambiamento positivo che non sembrava sfociare nell’incoscienza; anzi, avevamo la sensazione di essere più coscienti che mai – nonostante avessimo bevuto parecchie birre e whisky – e non solo grazie all’effetto stimolante della sostanza. C’era un effetto “di più” che in quel momento non eravamo troppo in grado di riconoscere, ma che si sarebbe palesato nei giorni a venire con sempre maggiore chiarezza.
La Nuit des barricades si è protratta per ore e ore. Una notte, per l’appunto.
Alla fine dei giochi, ci siamo rifugiati in casa di un’amica. In quel momento abbiamo saputo che un amico era stato arrestato durante una delle tante passeggiate notturne. Per fortuna eravamo ancora svegli e attivi, crediamo non solo grazie all’adrenalina ma anche alle micro-dosi, per cui ci siamo attivati subito con la procedura di “recupero” del nostro amico, senza aspettare il giorno dopo.
Erano le 5 di mattina quando siamo andati a letto, dopo una lunghissima discussione sul risultato elettorale e i possibili sviluppi futuri della situazione politica, molto contenti di avere provato la micro-dose.

La Petite manif: trop mignonne!

Tre giorni dopo, questa volta chiamata dagli studenti medi, si svolge un’altra manifestazione. L’appuntamento è in Place de la Republique alle 11.30, il percorso previsto è: Place de la Republique – Boulevard Filles du Calvaire – Place de la Bastille – Boulevard Diderot – Place de la Nation.

Partiamo da una facoltà del centro bloccata per l’occasione: prima micro-dose. Stavolta a sperimentare non siamo più tre, ma cinque. Nel trambusto del blocco, tenendo sulla mano il cartoncino per sforbicinarlo in piccole parti, entra attraverso la pelle una dose maggiore di quella prevista. La dose è sicuramente troppo alta, un po’ rischiosa forse, ma il contesto è favorevole perché non si tratta di una manifestazione che si annuncia particolarmente violenta. Dopo aver fatto visita a un liceo – sempre centrale e bloccato da una catasta di cassonetti dell’immondizia – in una quarantina diamo vita a una piccola ma assai gioiosa manifestazione che arriva in Place de la République bloccando parte di un grande boulevard.

E’ durante questa micro-manif sauvage che qualcuno (che se non sbaglio aveva assunto la microdose) scandisce un coro che si sarebbe ripetuto per tutta la giornata: “La petite manif / c’est trop mignonne!” – “Le piccole manifestazioni sono così carine!”.
Infatti, da place de la Bastille sono partite diverse manifestazioni, alcune delle quali giocano al gatto col topo per le vie della città per ore, bloccando strade e seminando la polizia, altre si incontrano durante il percorso tra cori e scene di gioia incontenibile, altre – meno fortunate – vengono bloccate in nasse dai CRS [il reparto celere francese, ndr]. Ma più o meno tutti coloro che sono partiti si sono ritrovati, prima di partire con l’ultima manif sauvage (terminata con il tentativo di occupazione di un liceo vicino a Place de la Nation).

[RESOCONTO ESPERIENZA]

Questa volta la manifestazione si è svolta di giorno; prendere una micro-dose la mattina permette una maggiore “freschezza” e quindi una maggiore lucidità nell’identificazione degli effetti della sostanza. Inoltre, non abbiamo mischiato la LSD con altre droghe quali alcol o fumo. Probabilmente anche per la dose maggiore assunta involontariamente, gli effetti si sono sentiti con più chiarezza.

Uno degli effetti principali della LSD, se assunta in gruppo, nello stesso modo e nello stesso momento, è quella di dotare ogni singolo individuo di una sensazione di comunanza con il resto delle persone che condividono l’esperienza. E’ una sensazione difficile da descrivere a parole; durante il “viaggio”, quando la sostanza fa effetto, questa sensazione è sempre presente, anche quando, e qui si comprende il motivo per cui i popoli tradizionalmente votati all’uso di piante sacre considerano “magiche” questo tipo di sostanze, il gruppo non è riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Insomma, la sostanza tende ad aiutare nell’identificare le persone di cui dobbiamo avere cura, e, al contrario, di quelle contro cui dobbiamo batterci per salvaguardare il nostro gruppo. L’effetto della LSD è di ri-dotare l’individuo, spersonalizzato, impaurito, solo, della capacità di giudicare e quindi determinare le distanze tra lui e il resto del mondo; e ciò funziona sia per quanto riguarda gli amici che i nemici.

Dal nostro punto di vista, ci veniva più facile “umanizzare” il poliziotto. Ciò non significa che non considerassimo la Polizia nel suo complesso come un avversario. Al contrario: veniva spontaneo giudicare l’aggressività dei poliziotti come una caratteristica connaturata alla situazione e al loro ruolo. Ma al contempo eravamo in grado di comprendere che spesso tale aggressività era frutto della paura che la grande massa di persone instillava in loro. Questa nostra consapevolezza li indeboliva poiché ci rendevamo conto che loro avevano ragione di avere paura di noi tanta quanta ne avessimo noi di loro. E che, come recita un vecchio adagio, l’unione fa la forza.

Con la LSD-25, come in un gioco, diventa più facile muoversi tra le maglie del Dispositivo. Rende le mosse dell’avversario più prevedibili. Ogni dispositivo (ad esempio, quello della nasse, [l’accerchiamento di un gruppo di manifestanti da parte della polizia, ndr]) non è altro che un gioco inventato da degli esseri umani per controllare altri esseri umani. La sostanza psichedelica ammorbidisce il sistema, ne rivela le falle, ne rende palesi le regole. Avere piena coscienza delle regole del gioco è fondamentale anche e soprattutto in una situazione di scontro: la sostanza può aiutare chi ha deciso di non seguirle. Ciò che abbiamo notato dalla nostra esperienza è che la LSD dona un’innegabile sensazione di lucidità sotto la pioggia di lacrimogeni. Gli effetti: una maggiore concentrazione e un migliore controllo di sé e del proprio corpo.

Dal mio punto di vista, ho sentito una maggiore consapevolezza dei mille e uno modi per sabotare il Dispositivo. La LSD aiuta a capire quando e se è il momento giusto di uccidere il poliziotto che è in noi, ma senza ricadere in comportamenti temerari, egocentrici e fini a se stessi. Inoltre, rende le mosse dell’avversario più prevedibili, perché regala una visione d’insieme straordinariamente chiara, come se si potesse osservare la piazza, il campo di battaglia, da un luogo privilegiato, da una collina. Come se le vie della città diventassero il tabellone di un gioco da tavolo, e i flics e i manifestanti pedine.
Per dirla con Debord «relevé des positions successives de toutes les forces au cours d’une partie».
Abbiamo anche notato che, anche grazie all’aumento generale della consapevolezza, dota di un sano coraggio, ma non rende più incoscienti, come invece può fare l’ebrezza alcolica.

Tutte queste riflessioni sono state prodotte una volta tornati sani e salvi a casa dopo la manifestazione. Ovviamente, non è necessaria una micro-dose di LSD perché sia possibile concepire tali pensieri e per poterci riflettere su collettivamente. Ma la sostanza, nel nostro caso, ha funto da pretesto.
Certo, avevamo rischiato, come avevano rischiato tutte e tutti. Ma con una consapevolezza “diversa”. E, sicuramente, senza mai farci mancare il buonumore.

Joy or sorrow
What does revolution mean to you?
To say today’s like wishing in the wind
All my beautiful friends have all gone away
Like the waves
They flow and ebb and die

There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution

Primo Maggio.

“La quiete paradossale dell’istante dello scontro”

Furio Jesi, Spartacus. Simbologia della rivolta

Il primo maggio abbiamo partecipato ad una battaglia campale. Entrambi gli schieramenti erano organizzati e pronti per lo scontro, che si è prodotto puntualmente poco dopo l’inizio della manifestazione. Duecento metri dopo essere partiti da Place de la Republique, il cortége de téte si era già formato. In testa, tre striscioni rinforzati per difendersi dalle flash-ball e dalle granate. Di fianco ad essi, una grande fenice di cartone montata su un carrello mobile, pronta per essere data alle fiamme e gettata contro lo schieramento dei celerini, ricordava le enormi manifestazioni dell’anno scorso (con la differenza che il livello di violenza da parte della polizia, la scorsa primavera, è stato di gran lunga maggiore).

[RESOCONTO DELL’ESPERIENZA]

Abbiamo ripetuto per la terza volta l’esperimento, in cinque persone. Una micro-dose (un decimo di blotter imbevuto di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti). Al contrario delle altre volte, pero’, non siamo riusciti a tenerci insieme fino alla fine del corteo. Userò quindi la prima persona singolare per descrivervi le sensazioni che ho provato durante questa manifestazione oceanica. In primo luogo, la sensazione di vicinanza – già sperimentata durante gli altri cortei – con le altre persone che avevano assunto la micro-dose si è estesa alla totalità delle compagne e compagni che prendevano parte allo scontro. Ho notato infatti quanto fosse imponente la partecipazione attiva o passiva – cioè il supporto dato “da dietro” tramite cori o rilanciando i lacrimogeni al mittente – delle persone ai momenti di scontro. Ad esempio, era impressionante il numero e l’intensità degli applausi che si levavano da parte dei manifestanti dopo che una bottiglia molotov andava a rompere le linee della polizia.

Il primo effetto, già notato la volta precedente, è stato un aumento del coraggio, probabilmente causato a sua volta da una maggiore lucidità provocata dalla sostanza, la quale non era di ostacolo, anzi; permetteva di comprendere meglio (in qualche modo, di arrivarci prima) se e quando si sarebbe prodotta di lì a breve una situazione che non mi sentivo pronto a sostenere, vuoi per mancanza di equipaggiamento, vuoi per timore. Credo sia anche grazie all’effetto della sostanza, oltre che per una micro-dose di fortuna, che sono riuscito a tornare a casa intatto dopo una giornata di scontri sì lunga e faticosa. In generale, credo di essere riuscito a sostenere come volevo i compagni e le compagne che erano in prima linea e per la prima volta mi sono tenuto per più di qualche minuto dietro lo striscione rinforzato, compreso durante una nostra carica, scoprendo de facto l’utilità di una tale protezione. Credo che questo sarebbe stato possibile anche senza la calma e la lucidità fornitami dalla micro-dose. Ma, sicuramente ci avrei messo molto più tempo e avrei avuto bisogno di molte persone di fiducia vicino a me per arrivare a sostenere un tale livello.

Conclusione

“Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella che per intenderci libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva, indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta, inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che sgomenta e ciò che, nel migliore dei casi, inselvatichisce non è, al contrario, che la visione della loro “verità”, di colpo denudata.” – G. Cesarano, Critica dell’Utopia capitale, opere complete vol. III, a cura del centro di iniziativa Luca Rossi, Milano.

Di seguito sono elencati gli effetti che abbiamo potuto sperimentare. Tale lista è frutto di una riflessione avvenuta con una compagna poco tempo dopo le giornate di lotta.

Aumento della presenza nel qui ed ora.
Aumento della sensazione di comunanza/condivisione con il proprio gruppo.
Sensazione di maggiore capacità di comprendere e di influire sui dispositivi nostri e degli avversari, collettivamente e individualmente.
Sensazione di partecipare a un tempo condensato dove ogni gesto assume la giusta importanza.
Sensazione di lieve “decompressione” spazio-temporale.
Aumento della resistenza fisica.
Aumento della lucidità / diminuzione degli stati ansiosi. Ciò comporta:
Aumento del coraggio / diminuzione della paura
Diminuzione delle inibizioni (se assunto in quantità maggiori che un decimo di blotter.)
Maggiore impressione del vissuto (immagini si fissano in maniera più duratura del normale)

I risultati degli “esperimenti” qui riportati non hanno, beninteso, nulla di scientifico in senso stretto. Questo testo è frutto della volontà di un singolo e le sensazioni sono perlopiù scaturite dall’esperienza soggettiva. Nondimeno, è importante sottolineare come oggi più che mai si renda necessario un recupero da parte nostra di un savoir faire consapevole rispetto all’uso di sostanze psichedeliche. Tale mole di conoscenze e di pratiche è ormai da troppo tempo caduta nelle mani del Capitale e dei suoi accoliti. Infatti, mentre spesso il movimento si lambicca il cervello con questioni di relativa importanza (e purtroppo spesso perdendo tempo con le solite guerre tra parrocchiette), dimentica che l’esperienza psichedelica ha costituito, in particolare, un momento-chiave dell’esperienza del proletariato giovanile negli anni che hanno preceduto la crisi del 1977. E’ forse tempo di riprendere in mano questa storia, ed entrare di nuovo a farne parte.

Attenzione – nota a margine

La LSD è una sostanza attiva a dosi ESTREMAMENTE basse. Pur non sfiorando il rischio di un vero e proprio bad trip, assumere più della dose consigliata (un decimo di cartoncino9), può comportare l’apparizione di effetti non desiderati (soprattutto in situazioni di rischio e di tensione) quali distorsioni delle percezioni visive e auditive. Le micro-dosi devono quindi corrispondere a un decimo di blotter, (dipendentemente in ogni caso dalla quantità di sostanza disciolta in ogni cartoncino), e devono essere divise possibilmente a casa, prima dell’inizio dell’azione, quando si possono maneggiare i cartoncini con attenzione. Ogni aumento di dose corrisponde ad un aumento del rischio di ottenere effetti indesiderati.

Contro la normalizzazione gay – Intervista con Alain Naze

«La logica dell’inclusione finisce col volersi sedere alla tavola dei vincitori»

Pubblicato in lundimatin#120, il 30 ottobre 2017

La storia delle lotte omosessuali sembra ridursi da qualche anno a questa parte all’ottenimento di nuovi diritti, tra questi il matrimonio per tutti sarebbe il punto di compimento. Una storia lineare che, partendo da una situazione di esclusione, mirerebbe ad una integrazione sempre più forte al mondo eterosessuale. L’omosessuale abbandona allora il suo statuto di delinquente per divenire rispettabile. È questo processo che Alain Naze descrive e denuncia in un libro pubblicato in Francia dalle edizioni de La Fabrique, il Manifesto contro la normalizzazione gay. Intervista.

Lundimatin: Una delle tesi che tu sviluppi in questo libro è che l’ottenimento dei diritti non è necessariamente il passaggio obbligato verso l’emancipazione, in particolare sulla questione delle politiche sessuali. La tesi si lega all’idea secondo la quale, alla fine dei conti, la rivendicazione giuridica partecipa di un processo di normalizzazione. Potresti svilupparla?
Alain Naze : Innanzitutto non bisogna avere una lettura uniforme del diritto. Io non dico che ogni rivendicazione in termini di diritto è necessariamente dell’ordine della normalizzazione. Bisognerebbe distinguere tra un diritto di tipo negativo e un diritto prescrittivo. Il diritto negativo è, ad esempio, la depenalizzazione delle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, come fu il caso della lotta contro il paragrafo 175 in Germania. È una rivendicazione sul terreno giuridico che è emancipatrice. Invece vi sono delle rivendicazioni che contengono qualcosa di prescrittivo come è quella del matrimonio gay e lesbico. In questo caso si tratta di domandare l’estensione del campo di un’istituzione che già esiste sotto la forma del matrimonio eterosessuale e rivendicare questo significa rivendicare l’iscrizione in una modalità d’esistenza già effettiva nelle coppie eterosessuali. Questo vuol dire dunque iscriversi all’interno di una limitazione delle modalità d’esistenza; o in ogni caso è segno di una mancanza d’inventività. Ci si accontenta di riprendere un’istituzione esistente per fondersi al suo interno reclamandolo in quanto diritto, come se fosse indifferente che questo diritto sia ricalcato su quello della società eteronormata. Come se, ad esempio, fosse indifferente che la forma della coppia sia convalidata attraverso questo tipo di società. Quello che è fastidioso nella rivendicazione del matrimonio omosessuale è che spesso è presentato come il compimento di un processo di liberazione che sarebbe iniziato negli anni ‘70, come vi fosse un rapporto di continuità tra quei movimenti emancipatori degli anni ‘70 e la rivendicazione del matrimonio gay oggi. Si può dire al proposito che, al contrario, vi è una forma di rottura. Questa evoluzione non significa necessariamente che i gay si faranno ingoiare da questo crepa e adotteranno questo tipo di comportamento. Ma è interessante vedere che questa rivendicazione del matrimonio gay è stata sostenuta da un certo numero di associazioni gay, di movimenti gay. Vuol dire che in questi ambienti esiste questa domanda di normalizzazione.

LM: Come analizzi il ruolo delle associazioni LGBT in questo processo di rivendicazione e normalizzazione?
AN : Partendo da più lontano, si può dire che la domanda di un matrimonio gay risale al momento del PACS quando alcuni gay e lesbiche, certamente non molto numerosi, già reclamavano il matrimonio. Questo aveva allora un senso del tutto diverso, erano i tempi dell’AIDS. Ciò che mi sembra spieghi la normalizzazione, non è una ricerca della norma per la norma, è prima di tutto la volontà di essere integrato in una società, di non vedersi marginalizzati. E questo significa in fondo che ci si integra in una società senza contestarne la forma. È quando si vuol divenire omogenei a questa società che entra in gioco una potenza di normalizzazione, la quale prende la forma di una volontà di inclusione. Ma ciò comprende anche una forma di discorso normativo che emana da queste associazioni, attraverso la promozione che fanno dei motivi per cui militano.
LM: Potresti descrivere gli effetti negativi e distruttivi di questa normalizzazione?
AN: Questo processo ha degli effetti impoverenti per i modi d’esistenza, distrugge l’inventività, è distruttore dei modi d’esistenza ai margini. Con questa marcia imperturbabile del progresso, come pensava giustamente Walter Benjamin, si sradicano tutte le forme anteriori d’esistenza e si farà in modo da far considerare questa soppressione come positiva in quanto garanzia del progresso. Il discorso nel caso del matrimonio gay è stato un po’ questo: sarebbe l’apogeo della liberazione omosessuale. E allora tutte le forme anteriori sono considerate come forme incompiute, mancanti in rapporto a quello che si compie e si realizza nel matrimonio gay. Si ricalca nei movimenti d’emancipazione la Storia dei vincitori. La logica dell’inclusione finisce col volersi sedere alla tavola dei vincitori.

LM: Tu ti riferisci spesso agli anni ‘70. Che legame fai tra la formulazione teorica di quegli anni e una critica del presente?
AN: Questo ci riporta nuovamente a Walter Benjamin! È una maniera di andare a cercare nel passato qualcosa di vivo e in questi eventi del passato ritrovare la parte di virtuale non-realizzato. Quello che mi interessa è di andare verso il passato, non per restaurarlo, ma in vista di riportarne un certo numero di cose verso l’oggi, che non furono attualizzate nel passato, per realizzarle nel presente. Riuscire ad operare questo gesto intempestivo attraverso il quale si fa sorgere un blocco di passato, che non ripeta ciò che ha già avuto luogo, ma che realizzi quello che è restato incompiuto nel passato.
LM: E potresti darcene un esempio?
AN: Foucault disse in un’intervista che lui non era contrario a qualsiasi forma d’istituzionalizzazione delle relazioni gay ma che, quando lo si facesse, accettare il matrimonio gay sarebbe stata la cosa peggiore, perché sarebbe l’accettazione della forma d’esistenza più povera. Piuttosto che queste forme d’istituzione che implicano un certo tipo di comportamento, ciò che Foucault preconizzava era l’idea di una sovversione della nozione d’istituzione. Un’istituzione che partirebbe dai modi d’esistenza così come sono (mobili, cangianti, diversi…); e provare a pensare una forma istituzionale a partire da questo. Ecco qualcosa che nascerebbe dall’inventività degli anni ‘70 (questa inventività delle forme d’esistenza), ma che si effettuerebbe sotto la forma di un tipo molto particolare d’istituzione – e questo non è stato mai realizzato in quegli anni, ma era una possibilità già presente, a titolo di una virtualità.

LM: Tu rifletti anche sulla questione della comunità gay e dell’identità omosessuale. C’è in particolare questo passaggio che ci interessa nel capitolo “La globalizzazione gay”, nel quale tu opponi il “noi siamo tutti gli stessi” di certe associazioni LGBT al “noi siamo tutti uguali” di una politica emancipatrice…
AN: Il problema di questa identità gay, pensata attraverso il prisma LGBT mondializzato, è che  finisce nella creazione di un individuo gay che sarebbe quasi universale. Non ci sarebbe dunque un’omosessualità di qui, un’omosessualità di lì, dove per altro forse non è nemmeno pensata in questi termini, ma ci sarebbe un’omosessualità unica. Si ha a che fare con un movimento d’uniformizzazione, mentre l’eguaglianza non ha mai significato l’identità. È qui che si rivela il senso della nozione di comunità che prevale nei movimenti LGBT: è una comunità d’appartenenza, legata ad una identità. È qualcosa che personalmente trovo poco interessante, perché non possono emergere in questo modo che delle rivendicazioni. Se si fa esplodere questa nozione d’identità si potrebbe avere a che fare con una comunità che sarebbe veramente politica. Invece oggi siamo di fronte ad uno schiacciamento delle singolarità, di fronte a delle rivendicazioni uniche che si vogliono planetarie.
LM: Un’ultima domanda. Tu vivi a Mayotte da qualche anno e non si sa niente della situazione mahorese sulla questione omosessuale. Che cosa puoi raccontarcene?
AN : Per risituare le cose, bisogna sapere che Mayotte è diventata un dipartimento francese d’oltre mare ufficialmente nel 2011. Si è avuta così la creazione di un’identità fantasmatica, puramente artificiale, che è l’identità mahorese. Questa identità mahorese ha fatto sì che Mayotte si sia separata dalle altre isole dell’arcipelago delle Comore. Alcuni Mahori, a partire da questa “identità mahorese” – creazione tuttavia molto recente -, considerano che gli abitanti di queste altre isole che arrivano a Mayotte siano dei “clandestini”, degli stranieri. Si assiste d’altronde regolarmente a delle cacce ai Comoriani a Mayotte, a delle espulsioni [décasage è la parola usata a Mayotte, in quanto la case indicherebbe l’abitazione tradizionale mahori n.d.t.]. Dal punto di vista delle relazioni omosessuali c’è stato un matrimonio che ha avuto luogo poco tempo prima che io arrivassi lì, nel 2013 se non ricordo male, ma era un matrimonio tra un metropolitano e qualcuno che veniva da Cuba. In ogni caso, è una cosa che non sembra possibile per dei Mahori o dei Comoriani in generale. Innanzitutto perché il coming out non è molto diffuso, né il vivere apertamente una forma di relazione omosessuale. Marginalmente, ciò comincia un po’ ad esistere a Mamoudzou, che è il capoluogo, ma quelli che lo fanno devono essere psichicamente abbastanza solidi per poter assumerlo, poiché porta spesso un certo isolamento. È qualcosa che non si dice, né si mostra. Ma succedono comunque molte cose dal punto di vista delle relazioni tra persone dello stesso sesso. Solo che non sono visibili. Non vi sono luoghi d’incontro specifici, ad esempio. In un certo modo, questo fa sì che si sfugga largamente alla questione detta dell’“orientamento sessuale”. Degli incontri possono farsi senza che se ne sappia nulla del supposto “orientamento sessuale” dell’altro. Può portare a qualcosa o no. E anche quando non porta a niente, la maggior parte delle volte è di una grande dolcezza, accade senza drammi – almeno, io immagino, quando il gruppo non è testimone della proposta. Vi sono cose che si realizzano, ma tutto si gioca in maniera discreta. Io trovo che questo produca una grande libertà perché nello stesso tempo non si è obbligati ad assumere pubblicamente una relazione, se non si ha voglia di parlarne. Certi diranno “non si ha la libertà di parlarne in pubblico”. D’accordo. Ma se i Mahori e/o i Comoriani hanno voglia di qualcos’altro, spetterà a loro di esprimerne il desiderio, alla loro maniera, ma per il momento non è il caso – e questa assenza effettiva di coming out, qui, non mi pare per nulla sinonimo di un’assenza di libertà reale.

Uno scoglio nell’anima allagata.

 

Walter Benjamin scrive ad Asja Lacis.

[Premessa: Walter scrive ad Asja nel 1935 dopo aver ricevuto una lettera nella quale lei raccontava che aveva cercato qualche occupazione per lui in Unione Sovietica, poiché sapeva quanto Benjamin versasse in difficile condizioni economiche, ma che non era ancora riuscita a trovare alcunché. È una delle due lettere che Asja riuscì a conservare e che ha poi pubblicato nella sua bellissima autobiografia Professione: Rivoluzionaria edita in italiano da Feltrinelli nel 1976 e ormai da classificare tra i libri introvabili]

Asja,

Sono stato molto contento di ricevere la tua lettera. Trovo straordinario da parte tua 1) di aver cercato qualcosa per me 2) di non averne parlato prima.

Nella pessima situazione in cui mi trovo, la gente si diverte a destare in me speranze senza fondamento. In questo modo si finisce per divenire sensibili alle speranze e come un reumatizzato alle correnti d’aria. Fa molto piacere che esista qualcuno che in circostanze simili non suscita nessuna speranza, e fosse pure perché è troppo pigro per scrivere lettere. Questa persona sei tu naturalmente, e ti tengo per questo su uno dei pochi punti elevati e sicuri che ancora ci siano nella mia “anima” quasi completamente allagata. Così il fatto che tu non mi scriva ha quasi il valore che avrebbe la tua voce, se la potessi sentire di nuovo dopo tanti anni.

Nei primi due anni di vita da emigrante ho dato prova di grande destrezza. Ma può facilmente venire il momento in cui queste dimostrazioni non interessano più nessuno – e a me stesso non interessano più da un pezzo. Le circostanze, che subordinano il mio luogo di residenza a imprevedibili combinazioni, rendono molto difficoltoso un lavoro importante a lunga scadenza. Esso è ancora più ostacolato dalla disorganizzazione del mercato, che ha spazio soltanto per la narrativa.

Mi viene in mente che voglio mandarti uno dei miei ultimi grossi lavori con questo stesso giro di posta. Forse può essere pubblicato a Mosca; lì dovrebbe interessare. In cambio ti chiedo naturalmente il tuo libro.

I miei lavori, come quelli di cui ti ho parlato prima, sono quasi tutti pubblicati dalla “Zeitschrift für Sozialforschung”. Il prossimo numero esce fra qualche settimana e tratta della letteratura in rapporto alla sociologia della lingua negli ultimi 10 anni. Nello stesso numero vi sono anche importanti ricerche russe di Mar e Vyigotskij da me elaborate. Una mia lunga recensione del Dreigrschenròman uscirà in aprile.

Spero che tu lo abbia letto. Penso che nella letteratura mondiale occuperà un posto accanto a Swift. Forse quest’estate vado di nuovo in Danimarca.

Un mio amico, un grande radiologo, verrà probabilmente tra qualche tempo in Russia per lavorare. Lo manderò da te.

Se non avrà trovato lavoro per me in Russia entro sei mesi, non sentirà più parlare di me. Eppure è uno dei miei più vecchi amici!

Mio figlio lascia ora la Germania per andare a studiare in Italia. D’altra parte io non sto più con mia moglie – col tempo era divenuto troppo difficile. Adesso andrò certamente a Parigi. Scrivimi là all’indirizzo di mia sorella che trovi alla fine della lettera.

Dov’è finita la Steffin? Da tempo non ho avuto più sue notizie. Spero che almeno sia in buona salute. Ora vorrei vederti con la tua pelliccia di renna e passeggiare al tuo fianco per le vie di Mosca.

Questa lettera è già piuttosto lunga e se tu scrivi subito, Asja, ne arriva una più lunga.

Walter

Un tentativo di autoriflessione critica – Un viaggio all’inferno.

 

Premessa: in luglio abbiamo pubblicato uno “speciale Amburgo”  dedicato alle mobilitazioni contro il g20 e nei vari articoli trasparivano le tensioni che gli eventi avevano prodotto anche all’interno dei movimenti tedeschi. In particolare un grande e duro dibattito aveva messo in questione il comportamento di due “portavoce” vicini al centro sociale Rote Flora. Pubblichiamo oggi la lettera aperta di Andreas Beuth, avvocato e portavoce della campagna “Welcome to hell”, nella quale egli si scusa per il suo comportamento a dir poco avventato e attraverso la quale possiamo comprendere bene i termini del dibattito tedesco. Inoltre ci sembra un buon esempio per noi in Italia, abituati a che nessuno faccia mai autocritica e che va sempre tutto bene madama la marchesa.

[In basso anche la versione della lettera in inglese]

Cari amici e compagni,

Sono Andreas Beuth, un avvocato in pensione seppure ancora eserciti la professione, un attivista della campagna “Welcome to Hell”, organizzatore della manifestazione Welcome to Hell del 6 luglio scorso ( ad Amburgo), nonché uno dei portavoce ufficiali della campagna in questione.

Prima di tutto vorrei prendere le distanze dalle dichiarazioni che io stesso ho rilasciato, in cui mi dissociavo dalle azioni militanti contro il G20, con particolare riferimento a quanto avvenuto il venerdì (7 Luglio) nel quartiere dello Schanzenviertel. Le mie affermazioni sono state politicamente sbagliate e dannose per il movimento della sinistra radicale. Per queste vorrei esprimere le mie più sincere scuse.

Mi piacerebbe anche provare a spiegare come, in 30 anni di relazioni con la stampa più o meno ben tenute su temi politici e giuridici, un errore così grave possa essere stato commesso, senza tuttavia relativizzare la portata di dichiarazioni politicamente sbagliate o dannose.

Prima del corteo del sabato (8 Luglio), ho rilasciato un’intervista all’ARD (Consorzio delle emittenti di radiodiffusione pubblica della Repubblica Federale Tedesca o Federazione delle Radiotelevisioni tedesche) e al NDR (Radio del Nord della Germania con sede ad Amburgo) “sui riot nello Schanzenviertel”, senza che ce ne fosse alcun bisogno e per il solo fatto che mi si puntavano i microfoni in faccia. Non avrei dovuto farlo. Ero emotivamente provato e sotto pressione per quanto accaduto la notte di venerdì, durante la quale avevo pensato che fossero avvenute molte cose buone ma altrettante completamente sbagliate. Ero stato a discutere degli eventi per metà nottata, avevo dormito solo 4 ore, ed ero psicologicamente esausto. In assoluto, ma anche per questi particolari motivi, anziché essere esposte alla stampa, certe valutazioni sarebbero dovute rimanere interne ad una discussione di movimento, discussione che, con qualche esitazione, è appena iniziata tra coloro che hanno partecipato alla campagna (Welcome to Hell). Solo allora si poteva decidere collettivamente se fare o meno un comunicato. Non avrei mai dovuto rilasciare dichiarazioni così fatali e sicuramente non avrei mai dovuto farlo di testa mia, senza consultare altri!

Ora sulle singole affermazioni:

Tutto è iniziato con la citazione su “Poeseldorf” (una zona chic di Amburgo), sulla quale la stampa, con mia enorme sorpresa, si è principalmente concentrata. In realtà avevo detto molto di più di ciò che è stato riportato, ma l’intervista completa non è mai stata mandata in onda e ancora oggi non ne ho completa cognizione. La citazione pubblicata è quella che segue:

Noi, come attivisti della sinistra ed autonomi, ed io, come portavoce di questo gruppo, sicuramente abbiamo una simpatia per certe azioni, ma sicuramente non se accadono nel nostro quartiere, quello in cui viviamo. Perché non fare certe azioni a Poeseldorf o Blankenese (zone chic di Amburgo)? Infatti c’è molta incomprensione per la distruzione dei nostri stessi negozi nello Schanzenviertel, posti in cui noi stessi e gli altri abitanti facciamo compere”.

Rispetto a questa dichiarazione, innanzitutto io non sono il portavoce degli autonomi, in quanto questi chiaramente non hanno portavoce, e ciò corrisponde evidentemente anche alla mia idea di politica autonoma. Non ho davvero cognizione di come ho potuto dire una cosa simile. Ciò che veramente avrei voluto dire è che io ero il portavoce della campagna autonoma “G20-Welcome to Hell”. Ma detto ciò non avrei dovuto rilasciare dichiarazioni senza prima essermi consultato con altri componenti di questo gruppo. Trovo ancora più complicato valutare il contenuto di questa affermazione e, senza rivelare completamente la mia posizione sul tema (vedi infra), per ora, su questo, basti pensare che sono molte e diverse le posizioni e le valutazioni politiche. Per alcuni lo Schanzenviertel è ancora un quartiere resistente, in cui molti appartenenti alla sinistra antagonista vivono insieme ai molti simpatizzanti e in cui ci sono ancora molti posti appartenenti alla comunità di movimento. Per altri invece è un quartiere gentrificato e radical chic come molti altri. Inoltre ci sono anche prospettive differenti sulla “distruzione dei nostri stessi negozi”. Alcuni sottolineano il fatto che negozi come Rewe e Budney (appartenenti a grandi catene) facciano del bene allo Schanzenviertel, donando prodotti agli asili ed ai senzatetto e dimostrando tolleranza verso spazi come il Rote Flora. Per altri, sono semplicemente negozi appartenenti a grandi catene indipendentemente da dove nella città si trovino. Invece, c’è un accordo di fondo sul fatto che siano stati coinvolti anche i negozi più piccoli che simpatizzano con il Rote Flora. Inoltre tutti concordano sul fatto che sia del tutto privo di legittime ragioni militanti l’aver messo in pericolo delle persone incendiando edifici, compresi gli uffici in cui potevano ancora esserci persone a lavorare o pulire.

Trovo che, tra tutte, la dichiarazione su “Poeseldorf”, ad eccezione della parte relativa al “portavoce del movimento autonomo”, sia quella politicamente meno grave rispetto alle prese di distanza contenute nelle successive interviste all’ Abendblatt, al MoPo e al TAZ (quotidiani tedeschi).

Nel frattempo però, si era messo in atto un coordinato attacco contro la mia persona che ha senz’altro contribuito alle mie prese di distanza, senza perciò che io possa o voglia in ogni caso giustificarle.

La stessa sera, dopo la trasmissione dell’intervista tv, è iniziata una sempre più aggressiva e odiosa invettiva contro di me. Per strada, sono stato anche ferocemente insultato e minacciato al punto da aver avuto bisogno di una scorta (ringrazio tutti quelli che hanno contribuito alla mia protezione). Contemporaneamente contro di me è stata messa in campo dalla stampa, poi costantemente alimentata dai politici, un’incredibile campagna diffamatoria. Lunedì 10 luglio 2017 ho ricevuto tantissime telefonate e richieste per e-mail, soprattutto da parte di giornalisti di Amburgo, che mi ponevano di fronte alla scelta tra rilasciare subito una dichiarazione chiarendo la mia posizione o passare grossi guai.

È stato in queste condizioni che ho commesso l’errore più grande. Non sono riuscito a sostenere tutta quella pressione e sono andato nel panico. Ho pensato di dover reagire immediatamente e, invece di prendermi qualche ora di tempo per ragionare insieme a qualche compagno immediatamente disponibile, ho agito da solo senza pensare.

Nei giorni e nelle settimane successive le minacce sono anche peggiorate. Sono stati pubblicati numerosi testi contenenti minacce esplicite. Alcuni li hanno interpretati come satira di movimento mentre altri, tra cui me in quanto obiettivo, li hanno letti come minacce dirette. Contemporaneamente la campagna diffamatoria della stampa non sembrava affatto cessare e la dichiarazione su Poeseldorf veniva continuamente ripresa e commentata. Inoltre ho ricevuto una condanna pubblica da parte dell’Ordine degli avvocati con conseguente inizio di un procedimento disciplinare. E in più, a peggiorare la situazione, a seguito di ben 25 diverse denunce, è iniziato anche a mio carico un procedimento penale preliminare per apologia di comportamenti criminali. Proprio a causa della pendenza di questi procedimenti, al di là di questo scritto, voglio fare attenzione alle dichiarazioni pubbliche che faccio.

Le minacce, la campagna diffamatoria della stampa e la repressione sono anche i motivi per i quali solo molto lentamente sono riuscito a tornare in carreggiata e a schiarirmi le idee. Solo allora sono riuscito a condividere un percorso di critica e autocritica con coloro che fanno parte del mio contesto più prossimo, sia a livello personale che politico. Ciò ha portato ad una discussione che ha a sua volta prodotto questo testo. Sono consapevole che questo testo sarebbe dovuto uscire prima, ma allora non mi è stato soggettivamente possibile.

Ora tornando alle interviste rilasciate lunedì 10 Agosto 2017 e pubblicate contemporaneamente l’11 agosto 2017 su Abendblatt, su MoPo e su TAZ.

Abendblatt:

Certe azioni erano solo insensate violenze ed hanno superato il limite. Mi dissocio completamente da quanto avvenuto venerdì sera. Anche noi siamo scioccati dagli eventi”.

Mi dà i brividi ogni volta che la leggo. Come posso aver fatto un commento così superficiale e banalizzante. Non riesco a riconoscermi in questa affermazione e ancora non mi spiego come possa mai averla sostenuta. È anche strano che io abbia sempre parlato di un “noi” senza spiegare cosa fosse questo “noi” e senza che avessi ricevuto alcun mandato né dagli organizzatori della campagna (Welcome to Hell) né tanto meno dagli autonomi.

Noi rappresentiamo gli attivisti autonomi moderati di sinistra in Europa e non abbiamo invitato queste altre persone. I gruppi che abbiamo contattato sono venuti senza alcuna intenzione di incendiare, saccheggiare e commettere gravi atti di violenza. Di solito rifiutiamo tutto ciò”.

Questa differenza tra autonomi moderati e altri autonomi è certamente un assoluto nonsense e sono pienamente caduto nella trappola mediatica. “Welcome to Hell” si era mobilitata e aveva mandato inviti a livello internazionale ed io ho partecipato anche in questo aspetto. “Benvenuti a tutti voi”! Per lo più abbiamo cercato di fare del nostro meglio nello spiegare il senso della manifestazione “Welcome to Hell”, ma allo stesso tempo non abbiamo dato alcuna linea guida. Non possiamo e non vogliamo farlo. Per questo motivo severamente ed esplicitamente condanno la mia affermazione sul fatto che non avremmo dovuto per qualunque motivo invitare certe persone.

Abbiamo visto, specialmente il venerdì, una nuova e ripugnante dimensione di violenza commessa da queste persone. Mi assumo parte della responsabilità di tutto ciò”.

Ripugnante dimensione di violenza” non è stata una mia scelta terminologica. Non posso neanche immaginare di averlo detto. Ma poiché ho apparentemente prestato il mio consenso (avendo a disposizione appena un’ora di tempo per farlo), me ne assumo la responsabilità politica. Trovo questa affermazione particolarmente brutta. Sono stati la regia del summit e la brutale repressione della polizia, fatta una stima delle vittime, ad essere “ripugnanti”.

MoPo ( Laddove differisce dall’ Abendblatt):

Incendi dolosi e saccheggi non hanno nulla a che fare con proteste legittime, ed io sicuramente troverei sbagliate certe azioni anche se fatte a Blankenese o Poeseldorf”.

Mi sono già espresso su questo e non farò ulteriori commenti qui.

Sono stato citato anche per aver detto che la frenesia del riot del venerdì sera era dovuta al fatto che molti militanti non erano riusciti ad arrivare prima di venerdì stesso (questa non è una citazione diretta e non ne ho parlato in questo modo). “Ho anche sentito parlare in italiano, spagnolo e francese. Non abbiamo invitato noi queste persone con cui non abbiamo neanche mai parlato”.

Si questo l’ho detto. Trovo sia un errore davvero madornale, è mai possibile cadere così in basso? Questo non è accettabile. Noi/Io avevo esplicitamente invitato compagni da fuori ed ero stato in contatto con molti di loro durante il summit.

Vedrò di fare in modo che questo testo venga tradotto in altre lingue, come l’inglese, e spedito come corrispondenza, nonostante il ritardo. Tutti i prigionieri politici che sono stati reclusi per il summit del G20 hanno la mia solidarietà incondizionata, specialmente quelli venuti da fuori che sono stati sottoposti a ulteriori soprusi e che hanno dovuto passare più tempo in carcere rispetto ai prigionieri tedeschi.

TAZ ( Laddove differisce dall’ Abendblatt e dal MoPo):

Posso chiaramente dire che condanno del tutto cose come i saccheggi e le macchine bruciate, e ancor di più gli incendi ai negozi in cui le fiamme avrebbero potuto raggiungere i piani abitati”.

Mi sono già espresso sull’incendio di edifici. Ho fatto diverse considerazioni sui saccheggi. La stessa cosa vale per le macchine. C’è una bella differenza tra uno show room Porsche a Eidelstedt e una piccola utilitaria di una mamma single che la usa per andare avanti ed indietro dall’asilo tutti i giorni. Per alcuni questa differenza è evidente. Altri vedono le macchine come macchine, come status symbol della società capitalista. Non dirò altro su questo argomento.

Mi assumo parte della responsabilità politica, ma non sono responsabile per quello che hanno fatto spagnoli, italiani e francesi, che neanche conosco. (…) Non sono riuscito a parlare per tempo con queste persone”.

È indegno l’aver addossato la responsabilità di azioni militanti ai compagni arrivati da fuori. E ancora, è molto arrogante da parte mia l’aver detto che avrei voluto parlare con loro prima che certe cose accadessero. Con che diritto avrei potuto farlo? Sono sinceramente mortificato.

Ci sarebbero ancora alcune dichiarazioni da commentare criticamente, ma sarebbero solo considerazioni ripetitive.

Per riassumere ancora: ho fatto un grave ed imperdonabile errore. Me ne pento profondamente e per questo chiedo scusa. Spero che almeno alcuni possano accettare queste mie sentite scuse. Altrimenti dovrò semplicemente conviverci per sempre.

Alcuni commenti finali:

Questo testo è stato scritto dopo alcune discussioni con quei compagni che mi hanno dimostrato solidarietà nonostante fossero critici nei miei confronti. Tuttavia questo testo rimane il mio. Sono sia preparato che interessato a continuare la discussione, che comunque preferirei avvenisse in incontri a tu per tu e che non fosse lasciata alla corrispondenza scritta. Chiunque mi voglia cercare mi troverà lungo la strada da lui/lei scelta.

23.8.17

Andreas Beuth

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Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea

 

di Franti

Milano – Settembre 2017

Cosa è Franti?

Franti è il ragazzo malvagio uscito dalla penna di De Amicis, quello che ride quando il Re muore, lo studente dell’ultima fila, quello che, dalla distanza dalla cattedra. ha imparato a diffidare dal potere, insomma siamo noi o il nostro compagno di banco.

Un raffazzonato ma arguto gruppo di studenti e lavoratori: “per la ripresa del movimento antagonista nelle scuole e nelle università” (ma, si capisce, anche altrove), dopo aver elaborato il corposo documento analitico sulla scuola1, torna nei panni di Franti e scorrazza negli interstizi dello sterminato conflitto che ci coinvolge inevitabilmente2.

Per mezzo dell’Olivetti 32 di Franti, e penna, china e calamajo di Kaius, esce ora questo “Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea” che si propone come una sorta di manuale di autodifesa (e si spera di attacco) contro l’insostenibile leggerezza dell’oppressione che oggi ci accompagna.

Il gioco è quello di prefigurare una ulteriore medicalizzazione del presente con alcuni ‘utili’ interventi sul corpo (già di per sé piegato), allo scopo di renderlo più docile nel confronto con la cruda realtà che lo aspetta:

  • espianto del cervello e dotazione di Protesi Cellulare Esterna (sarà cura dell’interessato mantenerla in efficienza, provvedere agli upgrade e pagarne i costi);
  • occlusione definitiva delle narici (affinché nessuno sia più lasciato solo a decidere se turarsi o no il naso di fronte alla puzza di caserma franchista, con i dilemmi personali e le incertezze che ne conseguono);
  • protesi di potenziamento linguale (per ottimizzare la resa del lecchinaggio all’Autorità);
  • trasfusione di piombo nelle cavità ossee dei piedi (per assicurare una costante aderenza a terra e scongiurare pindarici voli di fantasia o azzardosi svolazzi di critica);
  • razionalizzazione dell’apparato digerente in un unico condotto (per far digerire velocemente e senza sgradevoli ristagni “la qualsiasi”) e asportazione del fegato (organo del coraggio, oggi manifestamente inutile e dannoso),

e via discorrendo.

A corredo di tutto ciò Franti propone una serie di Lemmi, non necessariamente legati alle immagini, che intendono con semplicità ridare il giusto posto ad alcune parole:

  • Lavoro salariato (o dipendente o subordinato)
  • Lavoro volontario (o gratuito o corvée)
  • Lavoro di cura (o di servizio)
  • Assemblea
  • Sciopero
  • Repressione
  • Emergenza (stato d’-)

e via discorrendo anche qua.

La conclusione è semplice, andiamo avanti e non facciamoci prendere per il culo.

In nome dei sempiterni Valori illuminanti et irrinunciabili, sì pilastri della Legge 107 sulla BònaScola, ma anche della sacrosanta volontà bipartisan, consolidatasi nelle ultime legislature, di svecchiare le ormai esangui regole della democrazia formale a favore di un risoluto approdo, che per gli italici costumi suona ritorno, alla dittatura –oggi rinominata governance –, di Meritocrazia, Selezione, Aziendalismo, Sicurezza, Controllo, Gerarchia, Precariato, Servaggio della gleba e Consumo, qui si mostrerà del miglior uso dei corpi dei sudditi a maggior gloria del sistema-Paese.

Per disvelare, e con ciò esemplificare al Lettore (anche grazie all’ausilio di puntuali tavole anatomiche disegnate a mano da Kaius), le semplici ma assai efficaci risposte che i preclari progressi nella medicalizzazione tecno-logica e nell’impianto di dispositivi di biopotere offrono alle attuali esigenze del mercato globale, ci siamo avvalsi di una delle istituzioni totali che più ha fatto agio alle classi dominanti: LA SCUOLA.

Ai nostri pochi ma scaltri lettori offriamo questo breve papello. Si tratta di un moderno trattato di anatomia comparata, ove la comparazione è tra le funzionalità degli organi anatomici e la loro funzione sociale.

Un mondo teso alla modellizzazione d’ogni sua parte in nome d’una traslucida perfezione non poteva mancare di agire anche sui corpi.

Dopo l’esaltazione della loro mercificazione, le teorie del bello, l’edonismo da sfilata, il martellante succedersi delle mode, la vetrinizzazione del Sé, ecco per la prima volta mostrata, con crudo realismo, la sfera del dominio e della costrizione.

Non temano, i lettori, la durezza di taluni dei dispositivi qui presentati.

Col tempo, ci si abitua a tutto.

[dall’introduzione e dalla quarta di copertina]

chiusa finale:

Che cos’è Franti? Franti non è qualcosa di diverso dallo sciopero infinito, frammento piccolo, piccolissimo di questo movimento di scissione. Spettro tra gli spettri che attendono l’ora del loro incontrarsi, annusarsi, toccarsi, contaminarsi, riconoscersi, amarsi.

[dal volantino Sciopero Infinito che è qua: https://franti.noblogs.org/post/2017/10/26/verso-lo-sciopero-infinito/]

per contatti: Web: https://franti.noblogs.org – Email: franti@inventati.org – Twitter e Instagram: @ilFranti

1Che si trova qua: https://franti.noblogs.org/appunti-per-una-riflessione-collettiva/

2“Allora come saprà leggere, il bambino Ernesto,

e scrivere, contare, in questo modo? Eh?”

“Imparerò”.

“E come?”

“I-ne-vi-ta-bil-men-te”

Margurite Duras, «Ah Ernesto», per esempio qui:

https://vimeo.com/221581255

Distopie reali

 
di Luigi Narni Mancinelli

In che stato versa il genere distopico nelle opere della letteratura, nel cinema e nella televisione? La distopia descrive una società immaginaria, spesso ambientata nel futuro, nella quale le tendenze sociali, politiche e tecnologiche che oggi osserviamo nel presente sono portate agli estremi più negativi e paradossali: questa focalizzazione consente in ultima istanza un racconto critico della realtà in cui viviamo. Da più parti, in vari commenti critici, si parla di una recente “fine della distopia” e si sottolinea come il genere distopico sia stato sovrastato dall’accelerazione della realtà politica e sociale: se una distopia scritta negli anni cinquanta del secolo scorso aveva bisogno di qualche decennio per assorbire i contenuti più estremi prima di vederli poi girare tranquillamente nelle notizie di cronaca, adesso sembra che i tempi di congiungimento tra reale e irreale si siano di gran lunga accorciati, in modo che la distopia più immaginifica sia visibile solo dopo pochi anni dal suo concepimento artistico e letterario. Se leggiamo il bellissimo libro di James Ballard “Kingdom Come”, tradotto in italia “Regno a venire” per Feltrinelli nel 2009, vediamo come l’immagine di un’Inghilterra distopica popolata da pervasivi centri commerciali aperti 24 ore su 24, luoghi che hanno fagocitato le istituzioni democratiche tradizionali fino a sostituirne il loro ruolo e il loro significato nella struttura sociale, sia sempre più sovrapponibile al contenuto quotidiano di qualsiasi tabloid.

 
«Le chiese sono vuote e la monarchia è naufragata schiantandosi contro la sua stessa vanità. La politica è un caos e la democrazia è soltanto un servizio pubblico come il gas o la luce. Non c’è quasi nessuno che abbia un briciolo di senso civico. È il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre. Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portato direttamente al consumismo dei nostri giorni» [James Graham Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, 2009, p.110].
Un altro esempio ci viene dalla trasposizione televisiva del 2017 del romanzo “The handmaid’s tale”, opera dell’autrice canadese Margaret Atwood nel 1985. Siamo in un futuro decisamente tenebroso, gli Stati Uniti d’America si sono trasformati in una dittatura fondamentalista religiosa e hanno cambiato nome in Gilead: nella nuova società si seguono i dettami più estremisti e fanatici presi alla lettera dal Vecchio Testamento, c’è un controllo militare fortissimo, gli oppositori politici vengono impiccati ed esposti per le strade, ma soprattutto c’è un carattere fortemente misogino e repressivo nei confronti delle donne. Pochissime persone, infatti, in seguito alle devastazioni ambientali, all’inquinamento e alle malattie precedenti il cambio di regime, sono rimaste fertili e la popolazione ormai si riduce sempre di più: per questo motivo le ultime donne che possono avere dei bambini vengono schiavizzate e affidate, come “ancelle”, alle famiglie potenti di Gilead. Anche la moglie del leader della nazione, il “Comandante”, ha la sua ancella schiava che deve partorire al suo posto e donarle un figlio. La figura della moglie del comandante è estremamente significativa, una donna impegnata politicamente con gli insorti ma con un passato turbolento nel quale esprimeva il suo protagonismo, poi sacrificato sull’altare della nuova realpolitik misogina: un riferimento piuttosto scoperto alla parabola di alcune intellettuali ex femministe militanti che hanno sposato oggi le teorie più reazionarie, spesso ispirate ad un ritorno al cristianesimo più retrogrado e fondamentalista. Quanto è diversa la realtà immaginata nel 1985 dalla Atwood rispetto all’odierna America di Trump e quanto sono possibili già domani gli scenari allucinati di un paese che sacrifica i contenuti dell’illuminismo borghese pur di rispondere mobilitando le masse alla crisi del capitalismo? Se guardiamo al successo anche in casa nostra di teorie e gruppi politici che stanno slittando dall’anticapitalismo di sinistra ad una sua versione retrograda da “socialismo conservatore” possiamo esaminare da vicino la progressione della realtà verso la distopia de “Il racconto dell’ancella”.

 
Un altro elemento forte del genere distopico è sempre stato quello di focalizzare le ibridazioni tra la specie umana e le tecnologie informatiche, immaginando un sempre maggiore asservimento degli uomini al dominio dei software e degli hardware innestati come cyborg nelle carni umane. Alcune raffigurazioni delle distopie più fortunate nel panorama televisivo e del web odierno ci raccontano un possibile e prossimo venturo riassorbimento della finzione con la realtà. Nella puntata speciale uscita il natale 2014 intitolata “White Christmas” della serie tv “Black Mirror” si racconta di un uso sempre più fisicamente invasivo di internet: con un apposito dispositivo chiamato “Z-Eye” il web diventa tutt’uno con il piano reale e relazionale delle persone, proiettando così anche alcuni aspetti tipici della vita dei social network. Matt, il protagonista della puntata, viene bloccato dalla moglie dopo che questa ha scoperto le attività clandestine del marito: dopo il blocco effettuato tramite lo Z-Eye, la moglie di Matt vedrà solo una sagoma bianca che è impossibilitata ad interagire. Questa trasposizione da fiction degli effetti dei blocchi sui social network se da un lato richiama ad una situazione già presente nella realtà per l’estensione dell’ecosistema dei social nelle vite di ciascuno già oggi decisamente pervasiva e reale, dall’altro lato ipotizza gli effetti dell’inserimento del software nel corpo umano: anche qui è molto facile prevedere come lo sviluppo tecnologico sia già in marcia forzata verso il raggiungimento di questo ulteriore obiettivo, basti pensare agli occhiali-smartphone di Samsung, ai progetti avveniristici di Google così ben finanziati dai ricavi esentasse del suo dominio globale per farsi un’idea della corsa al prossimo riassorbimento nella realtà di questo immaginario.
Forse, per allontanarci dall’avvenire della coincidenza, dovremmo rivolgerci a uno dei padri nobili della fantascienza distopica del Novecento, ovvero lo scrittore americano Philip K. Dick, le cui opere letterarie sono state praticamente saccheggiate dal cinema a partire da “Blade Runner”, trasposizione cinematografica del testo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. Nella sua immensa produzione Dick ha creato una narrazione critica attraverso i suoi romanzi di fantascienza sia del benessere del sogno americano del secondo dopoguerra che degli anni della controcultura e dell’uso di droghe nel periodo della contestazione che ruota intorno al 1968. Nello straordinario romanzo “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”, (1965) compare una singolare ed ambigua raffigurazione della stessa divinità: Dick, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, segnati da sofferenze e crisi mistiche, si è spesso interrogato sul rapporto col divino, mettendolo in correlazione ad una visione critica del potere e della società americana. La trama del romanzo affronta la rivalità emersa tra due spacciatori di droga e commercianti piuttosto singolari, Leo Bulero e Palmer Eldritch: il primo vende ai coloni terrestri emigrati su Marte dei giocattoli in miniatura nei quali collocare la bambola Perky Pat. Unita all’assunzione di una droga chiamata Can-D, i coloni possono immaginare molto realisticamente (fin troppo) di essere di nuovo sulla Terra a vivere una vita felice e di essere proprio come le belle bambole simili alla coppia Barbie-Ken dell’american dream del boom post bellico occidentale. Il concorrente di Bulero è appunto Palmer Eldritch, un mostro con occhi artificiali ed una mano sostituita con una protesi metallica e denti d’acciaio inox. Eldritch è uno spregiudicato spacciatore e di seguito ad un viaggio nello spazio mette sul mercato una nuova droga, il Chew-Z, che darà ai coloni esperienze di vita molto più vivide e realistiche di quelle create dal Can-D. Il Chew Z spacciato da Palmer Eldritch comincerà a far saltare la sottile linea divisoria tra realtà e finzione fornita dalle droghe precedenti, per cui gli assuntori si troveranno catapultati in mondi differenti nei quali a comandare è questo Dio cattivo, lo stesso mostro-cyborg Palmer Eldritch:
«‘Che roba è?’ chiese Eldritch. ‘Una Bibbia di re Giacomo. Ho pensato che poteva servire a proteggermi’. ‘Non qui’ disse Eldritch. ‘Questo è il mio dominio’. Fece un gesto in direzione della Bibbia e quella sparì. ‘Però potresti averne uno tuo, di dominio, e riempirlo di bibbie. E questo può farlo chiunque. Non appena la nostra attività sarà avviata. Avremo dei plastici, naturalmente, ma succederà più tardi, quando partiranno le attività sulla Terra. E comunque è una mera formalità, un rituale per facilitare la transizione. Il Can-D e il Chew-Z verranno messi in commercio sulla stessa base, in aperta concorrenza; non pretenderemo che il Chew-Z faccia niente che il vostro prodotto non faccia già. Non vogliamo far scappare la gente; la religione è diventata un argomento delicato. Sarà solo dopo averlo provato qualche volta che si renderanno conto dei suoi diversi aspetti; il tempo che non passa e l’altro, forse quello più vitale. Che non si tratta di una fantasia, che entrano veramente in un nuovo universo»[P.K.Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Fanucci, Roma, 2003, pag.114].
Il mostro-divino Palmer Eldritch ci parla della paura che emerge nel rapporto tra gli uomini e le sostanze stupefacenti e tra gli uomini ed il commercio. Se la droga è il bene scambiabile da cui trarre profitto per eccellenza nel “mercato libero” perché crea dipendenza e quindi riproduce i propri consumatori, allora nel cambiamento di percezione che innerva la società queste caratteristiche di devozione alle sostanze psicotrope potranno manifestarsi anche nel volto sfigurato di Dio, un volto reso mostruoso dal commercio più che dalla droga stessa: una distopia alquanto realistica se proiettiamo le mostruosità del capitalismo in un futuro remoto, un futuro nel quale il genio di Philip K. Dick osserva il volto malvagio di Dio.