Gli anni Trenta dentro di noi

Alcune note a partire dal libro di Fabrizio Denunzio, “La morte nera. La teoria del fascismo di Walter Benjamin“, Ombre Corte, Verona 2016.

a cura di PensareAttaccareCostruire 00176

Percepire le “nuove” forme di fascismo, usando gli anni trenta del XX secolo come una lente d’ingrandimento: questa l’esortazione che abbiamo colto leggendo questo libro.
La ricerca si divide in due parti. Nella prima, che possiamo definire storico-filologica, vengono reperiti i singoli frammenti dell’opera benjaminiana dedicati al tema del fascismo. Questi vengono a loro volta disposti in ordine progressivo e periodizzati, mentre per ogni scansione temporale viene proposto un modello. I tre modelli teorici di fascismo individuati sono, secondo Denunzio, pensati e definiti da Benjamin in periodi diversi della sua vita: 1924-1927, 1934-1936 e 1940. A ciascuno di essi l’autore fa corrispondere uno stile politico-intellettuale ben preciso: «giornalistico-informativo, eroico-combattivo e tragico».
Se la prima parte è storico-filologica, la seconda è socio-psicologica, nel senso che si propone di indagare il fascismo intrapsichico di Benjamin. La tesi enunciata su questo tema è di forte impatto: «la coerenza sistemica della teoria del fascismo benjaminiana può essere assicurata solo postulando che il suo autore si sia profondamente identificato con esso. Dal momento che non si può dare fascismo senza l’uomo fascista, allora, la validità di questa teoria di Benjamin sta nel fatto che ad averla pensata è il fascista che lo abitava, ma che, per fortuna, non lo possedeva».
Non solo, quindi, Benjamin studia il fascismo in quanto oggetto teorico nemico ma, secondo Denunzio, ha anche un fascista dentro di sé. Per sostanziare questa tesi l’autore cita alcuni ricordi infantili di Benjamin contenuti in Cronaca Berlinese, il rapporto con Gustav Wyneken, suo docente di letteratura tedesca nel collegio di Haubinda in Turingia e futuro “capo autoritario” della Libera Gioventù tedesca, il ruolo del tiranno nello studio sul barocco tedesco, ed infine la lettura del grigio e anonimo funzionario kafkiano.
Ora, questa precisa sequenza di figure autoritarie, a cui corrisponde una altrettanto precisa topologia, viene letta in chiave sostanzialmente psicanalitica.
Come si evince dai ricordi d’infanzia consegnati alla Cronaca berlinese, lo spazio domestico è quello in cui si manifesta agli occhi del piccolo Benjamin la crisi d’autorità della figura paterna. A partire da questo evento traumatico, il filosofo tedesco sarà portato nel corso della sua esistenza a dislocare questo spazio archetipico su altri spazi, trovando in ciascuno di essi quella figura autoritaria compensativa della crisi d’autorità paterna. «Così negli anni Dieci del Novecento, la casa del padre diventa la scuola con il suo Wyneken; negli anni Venti, la corte barocca col suo tiranno; negli anni Trenta, l’ufficio kafkiano con il suo burocrate». A partire da questa rassegna di figure autoritarie, è possibile comprendere meglio «quanto il sentimento della forza intensa del fascismo non aggredisca da fuori il filosofo tedesco», ma sia un’affezione intrinsecamente legata all’originario rapporto irrisolto padre-figlio. Questo sarebbe il motivo per cui Benjamin si sarebbe trovato ad aver interiorizzato la figura del Capo fascista.
Al di là del rischio di chiusura che comporta il discorso psicanalitico, ciò che questa tesi fa ben emergere è che nel fascismo la componente “soggettiva” riveste un ruolo determinante. Il fascismo è sempre riconducibile a gruppi, organizzazioni, partiti, sindacati, forme di governo, ma è anche sempre una forma di socialità, di comunità, di eticità, cioè: una forma di vita. Nella tesi l’elemento suscettibile di sviluppo è, per così dire, di carattere metodologico: per comprendere il fascismo in tutta la sua portata è sempre necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come gli stati, i partiti e le forme di governo) con una prospettiva “molecolare” (specifica invece della postura etica e della sfera esistenziale). «Il fascismo è inseparabile dai nuclei molecolari che pullulano e saltano da un punto all’altro, in interazione, prima di risuonare tutti insieme nello Stato fascista». Ciò che è importante non lasciarsi sfuggire è l’invariante della dimensione molecolare del fascismo: essa permane a prescindere dalla centralizzazione in una forma-Stato.
La dimensione molecolare del fascismo, Benjamin la intuisce verso il 1935-1936, quando, insieme a Brecht, conia l’espressione “estetizzazione della politica”. A suo avviso tra le caratteristiche principali del fascismo vi è infatti quella di presentarsi come una mobilitazione “estetica” nel senso forte, cioè “metafisico”, del termine. L’estetica non è solamente la scienza del bello o del gusto, ma l’organizzazione di un regime di verità che è in primo luogo un regime di sensibilità e percezione. Impadronendosi con estrema facilità di cinema e radio, ovvero le grandi innovazioni tecnologiche dell’epoca, il fascismo è riuscito a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, vale a dire che è riuscito a far vedere e a far parlare in una certa forma grandi masse di popolazione.
Le tesi e i materiali che Benjamin usa per combattere il fascismo sul terreno della teoria estetica, così come vengono a strutturarsi dal 1934 al 1936 in L’autore come produttore, L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e la Prima Lettera da Parigi, sono passati in rassegna da Denunzio con stile battente e chiosa cristallina. A nostro avviso, è questa parte della ricerca che fornisce alcune chiavi per comprendere oggi la rinnovata presenza del fascismo negli ambienti popolari. Proviamo a capire meglio.
Nella Postilla all’Opera d’arte, Benjamin scrive che il colpo di genio del fascismo è consentito nella capacità di: «organizzare le masse proletarizzate senza però intaccare i rapporti di proprietà di cui esse perseguono l’eliminazione. Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti). Le masse hanno diritto a un cambiamento dei rapporti di proprietà; il fascismo cerca di fornire loro una espressione nella conservazione delle stesse».
Il fascismo, dunque, riconosce il desiderio delle masse proletarie a un legittimo miglioramento delle condizioni di vita, ma lo fa riuscendo a deviare tale desiderio dal suo obbiettivo rivoluzionario, vale a dire dalla distruzione del regime della proprietà privata.
Ai tempi della seconda guerra mondiale Karl Korsch scriveva a Brecht che «la guerra lampo è energia di sinistra incatenata». Con ciò intendendo dire che il fascismo, tramite la guerra, catturò e incanalò esattamente quella forza e quella violenza accumulata dal proletariato tedesco che non era riuscita a divenire rivoluzione.
La guerra mondiale fu infatti una guerra tra lavoratori, cosa molto ben espressa dal rapporto uomo-macchina che in essa si mostrò in tutta la sua capacità distruttiva. Il campo di battaglia divenne libera espressione delle forze produttive e distruttive della classe operaia mondiale, la guerra divenne un enorme sistema di produzione di merci e di nemici, la guerra infine riuscì persino a configurarsi come illusorio riscatto della classe operaia che da preda diventava cacciatrice. Il capitalismo nella modernità è finora sempre riuscito a deviare in extremis la violenza che il proletariato gli stava scagliando contro. Se la guerra mondiale negli anni ‘30-‘40 divenne ersatz della rivoluzione, magari adesso è la caccia allo straniero a poter divenire ersatz della rivolta contro la “crisi”.
Oggi che la crisi è permanente e che i “bisogni” delle periferie sono ormai fuori dalle agende politiche della sinistra, perché mai un proletario non dovrebbe dare ascolto al demagogo di turno che gli addita la “vera” causa della sua miseria? Un nemico nel suo significato concreto, e non come metafora o simbolo, può ricostruire il senso di una vita amputata. La verità infatti, seguendo il ragionamento di Korsch, è che ogni volta che ci troviamo di fronte ad avvenimenti quale può essere la violenza che in un quartiere “popolare” viene diretta contro chi è ancora più in basso nella scala sociale, una violenza che a sua volta viene ricodificata e utilizzata dai fascisti, dobbiamo pensare che è il sintomo di una rivolta mancata.
Non solo.
Quello che il mondo intero ci presenta oggi nelle maschere di Trump, Le Pen, Erdogan o chi per lui, è il conto di una rivoluzione fallita, quella che avrebbe dovuto seguire le insurrezioni e le rivolte del 2010-2011. La sconfitta delle “primavere arabe”, di Occupy, degli Indignados, del movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, dei moti romani e londinesi e delle banlieue, eventi che non sono mai riusciti a oltrepassare lo stadio della rivolta, ha avuto come risultato politico il fatto che la reazione – si presenti essa nelle vesti laico-pagane dei fascisti nostrani o in quelli esotico-religiose di Daesh – sia riuscita a infiltrarsi e impadronirsi di buona parte dell’energia rivoluzionaria che in quegli anni si era espressa un po’ ovunque.
Se è pur vero che da sempre l’antidoto al fascismo è la presenza dei rivoluzionari nelle strade, bisognerà fare in modo che il prossimo incendio non si spenga fino a che non avrà incenerito ogni postazione nemica.

Storia di un muro e dei suoi tre colori

di Ratas de ciudad

Questa storia nasce da un muro. Qui, in Messico, i muri paiono essere di moda in questo periodo anche se, in realtà, la costruzione del muro che divide gli Usa dal Messico risale al 1994. È l’anno dell’insurrezione zapatista ma, per coincidenza, è anche l’anno d’inizio di costruzione dei muri sul confine che divide le due grandi nazioni nord-americane. Le barriere sono state costruite per limitare il flusso d’immigrazione messicana e, ad oggi, dei 3.140 chilometri di confine tra Pacifico e Atlantico circa 1.100 sono presidiati da barriere che formano un muro che è anche con tutta probabilità il più tecnologico del mondo. In questi giorni quello che veramente si sta decidendo è come completare i circa 2000 km rimasti. Il presidente Trump definisce “operazione militare di primo interesse” la deportazione dei migranti latinos presenti negli stati nord-americani, servendosi della retorica sull’espulsione di narcotrafficanti e pandilleros dalla Grande America. Per fare questo ha dato il via libera all’assunzione di oltre 15.000 nuovi agenti, tra ufficiali per il controllo delle dogane e agenti specializzati nei servizi di immigrazione e espulsione.
Una delle conseguenze della costruzione dei muri, principalmente presenti in aree urbane, è quella di spingere i migranti ad attraversare il confine nelle zone desertiche del territorio, innalzando enormemente il numero di persone morte nel tentativo di entrare negli Usa.
L’uomo costruisce muri e barriere dalla notte dei tempi: muri per difendersi ma soprattutto muri per dividere. Le frontiere si moltiplicano dentro ogni territorio e non sono solo punti e linee su di una mappa: sono muri fatti di eserciti e polizie, mattoni e cemento, leggi e persecuzioni. Vince chi più espelle, incarcera, confina e assassina.
Oltre ai muri che dividono, ci sono però anche muri che narrano storie, muri che hanno una voce. In questo caso un murale dipinto da Blu farà da indice delle storie che racconteremo.

Il muro parlante di La Iagunilla

Un quartiere antico, una laguna e un mercato lasciato all’abbandono dopo il terremoto che distrusse Città del Messico nel 1985 e ora quartiere popolare, dove le case sono fatiscenti, linea di confine con il ben più’ conosciuto quartiere di Tepito, uno dei quartieri off limits del centro della città-mostro.
All’uscita dalla fermata della metro di Garibaldi-lagunilla ci si imbatte in questo murale dipinto nel 2015, anno in cui tra le altre migliaia di cose accadde il caso chiamato “I 43 DI AYOZINAPA”. La notte del 27 settembre del 2014, 43 studenti della scuola Normal di Ayozinapa spariscono in una caserma dell’esercito ad Iguala, stato di Guerrero a 270 km da Citta’ del Messico, dopo essere passati da differenti corpi di polizia. Il mandante del sequestro è chiaro: è lo Stato ad averli fatti sparire, dopo che avevano occupato uno dei bus di linea che servono per il trasporto della “merce” da uno stato ad un altro del Messico. La ricerca dei corpi di questi studenti ha portato alla luce oltre 100.000 fosse comuni di corpi senza nome tra cui migranti e bambini senza organi. Il titolo di questo murale è infatti “MEXICO ESTADO ASESINO” che racchiude, in tre parole, la verità mai completamente detta sui 43 studenti desaparecidos. Una facciata intera di un grigio edificio squartato è stata quindi rimessa in sesto per poter essere adibita a voce della strada, a narrazione viva. Tra il grigio del palazzo si possono iniziare a distinguere migliaia di piccoli soldatini su dei piedistalli che si confondono con la parete e che potrebbero sembrare un dettaglio, perché quello che più richiama l’attenzione sono i colori della bandiera messicana.
Il verde ufficialmente simbolizza la Speranza ma è proprio qui, dentro questo colore, che ritroviamo l’essenza di quello che è disegnato su questo muro: i dollari, mazzette di dollari, di cui alcuni ben arrotolati, pronti per essere infilati nelle narici. Il biglietto da un dollaro arrotolato si ferma infatti giusto su una delle prime linee bianche, una delle tante linee bianche che costituiscono il centro di questa bandiera la cui sostanza è composta dalla magica polvere che fa muovere il mondo e gli stati. Di fatto ciò non è molto distante dal reale significato che viene dato alla bandiera ufficiale, nella quale il bianco rappresenta l’Unità. Curiosamente infatti, se di unità si vuol parlare, sicuramente possiamo immaginare questa lunga linea bianca che unisce in maniera continuativa e indissolubile tre paesi: la Colombia, il Messico e gli Usa. E infine arriviamo al rosso, dove una linea bianca ne sporca la superficie. È il sangue degli eroi della nazione. Questo muro eccede i muri e le frontiere, le supera proprio nel gesto di tracciare una linea comune.
Questo murale ci aiuterà quindi a narrare alcune storie che andranno a comporre i capitoli a venire e, come il titolo di questo sito, “Qui e Ora”, anche queste storie parleranno di contingenze che accadano ora e qui dove ci troviamo a transitare come corpi vivi.

Logistica del terrore

Ciò che sta accadendo oggi in Colombia, con il disarmo delle Farc e dei movimenti armati rivoluzionari colombiani, fa si che come tutti gli spazi vuoti qualcuno li occuperà. I pesci che stanno nuotando ora in queste acque sono i discendenti diretti degli squali che li comandavano. In questo caso a distribuirsi le terre sono i paramilitari (creati dal governo Uribe) che continueranno con uno dei commerci più redditizi della storia, ovvero la coltivazione di cocaina: ci saranno ancora laboratori, ci saranno ancora commerci via nave, ci saranno ancora semi-sommergibili e ci sarà ancora il patto con il Messico. Tutto questo non cambierà, anche se le foglie dovessero crescere altrove. Quello che invece sta cambiando di vesti è la fabbrica del terrore verso chi si oppone alla nuova colonizzazione colombiana, con lo sfruttamento del sottosuolo – carbone e oro, tra gli altri, già accaparrati da industrie cinesi – e che ha bisogno di vie di comunicazione, infrastrutture: “il potere è logistico”.
Questo ci permette il passaggio a ciò che possiamo chiamare “la nuova gentrificazione colombiana” che passa, appunto, anch’esso da uno sfruttamento turistico intensivo, insostenibile per il territorio.
I movimenti armati per anni hanno protetto intere zone dallo sfruttamento selvaggio ma oggi, con il loro smantellamento volontario, il paese viene rapidamente cannibalizzato. Oggi servono infrastrutture: strade, porti e ponti per far fronte all’immenso movimento di Tir che dovranno spostare la materia del loro saccheggio e che dovranno smembrare la selva. E chi troviamo a rendersi subito disponibili ad eseguire questi lavori? Benemerite società multinazionali, joint venture italo-brasiliane (la Salini srl, ad esempio).
La Colombia ha una delle peggiori distribuzioni di terra in tutto il mondo. Conta una popolazione di circa 47 milioni di persone ma sono solo 3.000 i proprietari del 53% della terra. La lotta armata in Colombia iniziò alla metà degli anni 1940. Ma non è mai stata una lotta armata separata, la cultura della resistenza agraria è già viva nel 1930 e quindi, quello colombiano, è sempre stato di base un conflitto sociale armato.
Ciò che oggi rimane, nonostante l’iniziale smantellamento della guerriglia, è un forte movimento rivoluzionario popolare nelle campagne, il quale infatti è oggi il principale bersaglio delle forze paramilitari. I conservatori prima e i liberali poi hanno sempre usato la violenza di massa al fine di espellere i piccoli proprietari contadini dalle loro terre e ciò è stato fatto con il sostegno della Chiesa e lo Stato.
Oltre 119 tra attivisti per i diritti umani e leader indigeni sono stati uccisi in Colombia dal momento in cui il governo ha firmato gli accordi di pace con la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc). Da quando le Farc si sono ritirate si è avuta quindi una escalation nella mattanza.
Il governo Santos nega perfino l’esistenza di paramilitari: “Non esistono paramilitari, assumere che ci siano sarebbe come concedere garanzie politiche a coloro che non li meritano”, ha dichiarato il ministro della Difesa Luis Carlos Villegas su Rcn Radio una settimana prima dell’omicidio di Bernal Varela, una attivista per i diritti delle donne indigene.
Dopo Varela è stata uccisa un’altra attivista per la pace, Emilsen Manyoma, una donna afro-colombiana che promuoveva la diffusione delle Comunità «Costruire la Pace». Pochi giorni prima l’attivista dei diritti indigeni Olmedo Pito Garcia è stato accoltellato mentre stava tornando a casa. Era inoltre un attivista di Marcha Patriotic, un gruppo che ha perso 120 membri da quando è stato fondato.

Il valore del sangue

Quello che si sta verificando in questo ultimo periodo in Colombia è strettamente legato a quello che accade da anni in un paese assai simile per conformazione e attitudini come è il Messico. Se sovrapponiamo la mappa degli sfruttamenti energetici e minerari del Messico con la mappa dei conflitti e la presenza dei paramilitari in Colombia vediamo come il prodotto sia un’identica immagine. Aggiungendo però che, a partire dal fallito Plan Colombia, si stanno creando altri “corredor”, strade di trasporto per la merce più deliziosa del mondo, all’interno della repubblica messicana che portano a sanguinosi conflitti e omicidi di intere comunità, oltre che di coloro che cercano di narrare ciò che accade. Solo alcuni esempi tra gli altri: ricordate il già menzionato caso dei 43 di Ayozinapa? Ricordate la carovana internazionale che si dirigeva a San Juan Copala in territorio Triqui, nella sierra di Oaxaca, attaccata da gruppi paramilitari che ha visto la morte di Betty Carino e Jyri Antero Jaakola, due attivisti per i diritti delle comunità indigene il 27 aprile 2010?
Ma in Messico le cose non vanno viste sono solo da questo lato. In questi ultimi anni, infatti, in Messico ci si organizza e in varie regioni si stanno creando gruppi di autodifesa armata.
Questi gruppi vengono attaccati non solo da gruppi paramilitari o dai narcos ma dalla stessa marina e dall’esercito messicano che a volte li consegna nelle mani degli stessi paramilitari, come successo poche settimane fa ad Ostula, una provincia del Michioacan, dove l’autodifesa negli ultimi 2 anni ha recuperato molti territori sottratti dai narcos, a causa dei quali la popolazione era stata costretta a dover abbandonare le terre e che è stata attaccata dalla Marina e consegnata nelle mani dei “cavalieri templari”, un feroce gruppo paramilitare.
Un legame a doppio filo, di andata e ritorno: il Messico da sempre terra di conquista e saccheggio ha una esperienza quasi centenaria di gruppi paramilitari che svolgono qualsiasi tipo di funzione per permettere il saccheggio della terra, la Colombia da decenni terra di narcotrafficanti che passa la palla al Messico..
Ma ciò che lega i due stati è anche e soprattutto il grande regista di oggi e di ieri, gli Usa cioè, non solo per quanto riguarda il consumo capitalista, ma in quanto finanziatore principale dei vari plan Colombia e guerra al narcotraffico, quindi il patrocinatore dei gruppi paramilitari esistenti in questi paesi e degli stati che li ingaggiano.
Prendiamo l’esempio della regione Cauca, nel sud della Colombia, una grande regione produttrice di cocaina: lì un chilogrammo di base di coca ha un valore di $ 2.000. Una volta che è trasformato in cocaina ne vale circa $ 3.500. Arriva poi alla costa meridionale del Messico dove raggiunge un valore di circa $ 15.000. Nel nord del Messico diviene $ 25.000. Arriva quindi a New York dove varrà tra i $ 98.000 e $ 100.000. Ovunque, lungo la strada, gli intermediari prendono la loro parte ma di gran lunga la quota maggiore dei profitti va ai mediatori americani.

Gli eroi e l’emergenza

Ma ritorniamo alla nostra bandiera, al nostro murale e al rosso, al sangue dei nostri eroi. Mentre oggi le tribù Sioux che lottano contro il DAPL hanno appena vissuto una violenta repressione che apre la strada alla costruzione del oleodotto in nord Dakota, nei mesi scorsi il Messico è invece stato pervaso da ondate di proteste contro l’innalzamento del prezzo della benzina, il cosiddetto gasolinazo. Contemporaneamente alle proteste – che hanno occupare le strade, saccheggiato i centri commerciali e occupato e a volte dato alle fiamme le pompe di benzina – il governo proponeva una nuova legge di sicurezza nazionale.
Il Messico sta subendo un processo di militarizzazione e la recente legge sulla sicurezza interna serve a rafforzare questo processo. La militarizzazione è iniziata alla fine del 1990, si cambiò la divisa militare per una brigata di polizia militare per trasformarla in Polizia Federale Preventiva e ora in “semplice” polizia federale.
Il primo compito di questi polizia militare, nel febbraio 2000, fu quello di occupare il campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e detenere più di 1.000 studenti per reprimere lo sciopero che questi stavano portando avanti da più di 6 mesi contro la privatizzazione dell’Università, la quale ancora oggi è pubblica e accessibile al costo di 1 peso.
Il processo di militarizzazione si è però spostato in avanti e le violazioni dei diritti umani continuano ad aumentare: è la popolazione messicana impoverita e ribelle il destinatario della legge sulla sicurezza interna, perché il governo sa perfettamente che i “poveri” messicani si solleveranno in massa per rivendicare condizioni di vita migliori, un migliore accesso alla sanità, istruzione, occupazione, salario. A partire da oggi sono loro che conosceranno la mano dura e le proteste verranno bollate come attività terroriste.
Tramite la legge sulla sicurezza interna, come al solito, lo Stato legalizza l’illegalità sulla quale si riproduce. Di fatto questa è una legge che serve a fornire un quadro giuridico che garantisca una maggiore impunità a chi già ne gode abbondantemente. Per portare avanti questa analisi prendiamo alcuni dati della legge riportata da “Contralinea”, una rivista Messicana autonoma (http://www.contralinea.com.mx/archivo-revista/index.php/tag/ley-de-seguridad-nacional/). L’intervento delle forze armate sarà giustificato quando si verifichino “azioni volte a rompere la continuità delle istituzioni, atti violenti contro lo sviluppo nazionale, l’integrità della Federazione, lo stato di diritto e la governance democratica in tutto il territorio nazionale o in una delle sue parti costituenti o quando ci sono fenomeni di origine naturale o antropogenica”. Proteste, terremoti, inondazioni e sommosse sono trattate sullo stesso piano.
La legge prevede inoltre che l’ordine esecutivo per l’intervento dei militari in caso di necessità sarà deciso dalla Commissione bicamerale sulla sicurezza nazionale e il Ministero dell’Interno ne sarà solamente “informato”, senza che abbia potere di interferire in tale determinazione.
Tra le motivazioni dell’iniziativa giuridica la povertà viene indicata come una delle cause che violano la sicurezza nazionale: “la povertà estrema e l’esclusione sociale di ampi settori della popolazione influenzano anche la stabilità e la democrazia”. Nel paragrafo III dell’articolo 7 è considerato una minaccia per la sicurezza interna “qualsiasi atto o fatto che mette in pericolo la stabilità, la sicurezza o la tranquillità pubblica nel paese o in aree geografiche specifiche del paese”. In un’interpretazione estensiva, a discrezione del Presidente, le proteste rientrano esattamente in quei casi che giustificano i militari nelle strade. Inoltre, quando si esegue un lavoro di intelligence i servizi, autorizzati dalla presente legge, possono utilizzare qualsiasi metodo di raccolta delle informazioni. I soldati e la marina vengono messi nella condizione di entrare più liberamente nelle case, di fare intercettazioni e altri tipi di controlli a piacimento.
Infine, con questa legge, lo “stato di emergenza”, già presente in molte parti della Repubblica, viene formalizzato e esteso all’intero territorio.
Assumere che questa legge prevede la possibilità di cattura da parte di polizia e militari senza altra giustificazione che le loro “informazioni”, di mettere a sistema la tortura, di usare la minaccia delle armi e giustificare qualsiasi tipo di abuso come parte dello stato di emergenza, significa sospendere le vecchie garanzie dello stato di diritto e limitare la libertà di movimento. I posti di blocco, per iniziare con uno dei diritti fondamentali, sono incostituzionali perché impediscono la libertà di movimento: ora saranno legalizzati.
Questa legge sarà utilizzata più che contro la criminalità organizzata contro le comunità organizzate. Soprattutto se si considerano i mega-progetti che hanno a che fare con l’industria mineraria, zone economiche speciali, è necessario che la popolazione sia una docile risorsa per l’economia globale.
La corruzione non è un’esclusiva della polizia e i legami tra elementi militari e la criminalità organizzata sono ben documentati. Non sono solo soldati isolati cooptati dal traffico di droga, ma battaglioni interi (come ad esempio, nel 2002, il 65° Battaglione di Fanteria con sede a Guamuchil, Sinaloa) o personaggi come il “prestigioso” generale, prima di cadere in disgrazia, Jesus Gutierrez Rebollo (morto di cancro mentre scontava una pena di 40 anni di carcere per partecipazione alla criminalità organizzata) o Francisco Quiros Hermosillo (condannato per essere parte del Cartello di Juárez, morto mentre scontando una pena di 16 anni di carcere) e Mario Arturo Acosta Chaparro.
Quest’ultimo è ricordato per aver guidato la lotta contro la guerriglia. I parenti delle vittime e delle organizzazioni sociali lo hanno accusato di violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità, ma non è mai stato giudicato per questo. È invece stato condannato per traffico di droga ma poi riabilitato dal PAN, il partito al potere, che lo ha rilasciato come innocente e gli ha restituito il suo grado di generale. E ‘stato ucciso nello svolgimento dei compiti che il governo di Felipe Calderón gli aveva assegnato: “pacificare” il sud-est del paese.

Come fottere il Messico

Perché mettere insieme i due elementi?
Innanzi tutto il gasolinazo non è iniziato lo scorso 1 di gennaio, con l’aumento del 20 % del prezzo della benzina, ma viene dal graduale e sistematico smantellamento dell’industria petrolchimica statale. Il risultato: la catena del valore nel settore energetico è a brandelli. La mancanza della manutenzione dei complessi petrolchimici per indurre la privatizzazione insita nella riforma energetica è una delle principali componenti con la quale Enrique Peña Nieto, il presidente messicano, ha innescato questa crisi.
Il modello della produzione per l’esportazione e le politiche di liberalizzazione commerciale hanno creato una traboccante disoccupazione, la caduta dei salari a tutti i livelli, una spaventosa relazione diretta tra ricchezza e disuguaglianza.
È l’ennesimo passo in avanti per consegnare il patrimonio del Messico alle multinazionali. Il paese vende petrolio agli Usa a meno del 40 % del costo, cosi come a gruppi transnazionali, mentre al suo interno l’aumento del costo della benzina ha prodotto un innalzamento di oltre il 20 % nella vita quotidiana, incominciando dal costo dei trasporti fino al costo della merce nei mercati. E questo fattore diverrà ancora più crudele ed evidente quando, tra pochi mesi, entrerà in vigore la liberalizzazione dei prezzi tra i differenti stati del Messico, ovvero quando in ogni stato si potrà decidere senza alcuna regolamentazione il prezzo di vendita della benzina.
La compagnia petrolifera di Stato è anche responsabile per la svendita dei suoi impianti dedicati alla trasformazione di energia i quali, da vecchi e molto poco modernizzati che erano, sono stati ristrutturati con investimenti miliardari pagati con fondi pubblici. La cosa che ha eccitato notevolmente gli animi nello scorso mese è stato il fatto che non solo questa ennesima privatizzazione impoverisce il Messico e chi vi vive, ma che questo avvenga per di più in un momento in cui la benzina ha raggiunto il suo costo più basso dal 2004.

Gasolinazo e destituzione

E quindi? Cosa è successo? Per oltre 2 settimane ci sono state proteste in oltre 12 stati del Messico, aventi come obbiettivo centrale il gasolinazo ma che, allo stesso tempo, erano dirette contro Pena Nieto perché si dimettesse. Le proteste si sono dislocate e sono stati bloccati porti e autostrade, mentre le pompe di benzina sono state aperte per garantire un rifornimento gratuito per tutti oppure sono state date alle fiamme. Dove la polizia ha provato a fermare le proteste si sono visti alcuni casi di “temporaneo sequestro di alcuni agenti delle forze di polizia” da parte della cittadinanza affinché si potessero svolgere senza problemi le manifestazioni. Pedaggi autostradali sono stati occupati cosi come stazioni dei bus. Non sono mancati moltissime riappropriazioni di merci nelle principali catene multinazionali e commerciali, cosi come in alcuni municipi sono state occupate delle sedi di governo cacciando i presidenti e chiedendo la destituzione di Pena Nieto.
Quello che più è interessante in queste proteste, che in passato hanno spesso assunto un comando legato ai vari partiti (PRD, PAN o Morelia ), è che da ogni dove sono state contrastate le derive politiciste di riforma del sistema portate avanti da qualsiasi partito, in quanto è stato riconosciuto come ogni partito sia parte integrante del problema, cioè di un sistema non riformabile e unicamente passibile di distruzione, mentre l’autorganizzazione si presenta immediatamente come forma di ribellione.
Riprendendo le parole di uno degli ultimi comunicati dell’EZLN: “L’unico modo di fermare la macchina è distruggerla. Nell’attuale guerra mondiale, la contesa è tra il sistema e l’umanità. Per questo la lotta anticapitalista è la lotta per l’umanità. Chi ancora vuole “sistemare” o “salvare” il sistema, in realtà ci propone il suicidio di massa, globale, come sacrificio postumo al Potere.
Nel sistema non c’è soluzione. E non bastano né l’orrore, né la condanna, né la rassegnazione, né la speranza che il peggio è passato e le cose non potranno che migliorare. No. La cosa certa è che sarà sempre peggio. Per queste ragioni, più quelle che ognuno aggiunga dai suoi particolari calendari e geografie, bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna dire “NO”, bisogna lottare, bisogna organizzarsi”.

Queste proteste, che per ora hanno visto solo una battuta di arresto, sono chiaramente anti-governative.
Si stanno ormai sommando le voci e gli animi contro i governi, di qualsiasi natura e colore siano. E allora la domanda con cui chiudiamo questo indice dei futuri reportage è: cosa significa la candidatura presidenziale portata avanti dalle comunità indigene messicane e appoggiata dall’ EZLN?

I prossimi reportage:
1) Rivolta contro i muri del capitale. Dal confine Nord del Messico, aprile 2017.

2) Colombia: difesa del territorio e processo di pace.

3) Territori e terra in Colombia. La consegna delle armi, i paramilitari e lo sterminio dei leader campesini.

4) L’autodifesa nei territori messicani.

5) Che succede attorno alla candidatura indigena in Messico. Focus sulla convocazione “contro i muri di sopra e le crepe della sinistra” (seminario che si terrà in Chiapas dal 12 al 15 aprile).

Piccole indimostrate tesi sulla rivoluzione del settantasette e sul migliore dei mondi impossibili

di Pino Tripodi

Infatti, poiché tutti i Possibili pretendono l'Esistenza nell'Intelletto divino in proporzione al loro grado di perfezione, il risultato di tutte queste pretese non può non essere il mondo attuale come il più perfetto possibile. Senza ciò, non si potrebbe affatto rendere ragione del perché le
cose sono andate così piuttosto che altrimenti.
Leibniz

Partiamo da Leibniz. Il nostro è il migliore dei mondi possibili.

Per fuggire da quel mondo – dal labirinto del lavoro salariato, dalla legge, dal potere costituito, dalle gabbie del sé, dalle trappole del mito e dalle allucinazioni dell’utopia – il settantasette vola con le ali di cera, vola troppo vicino al calore del sole contro la volontà di Dedalo, padre ordinatore di caos.

La notte che cade all’insurrezione romana del 12 marzo scioglie le ali di Icaro con cui il settantasette vola per disancorarsi dal migliore dei mondi possibili, quel mondo intriso di austerità e socialdemocrazia.

Quella notte fradicia l’acqua caduta copiosa non partecipa alla vita di un mare. Stagna singola goccia sulla pelle in attesa di evaporare.

Strana quella notte. Si attende partorisca l’alba e invece piomba direttamente nel tramonto. La rivoluzione si oscura. L’austerità è controrivoluzione.

Nei giorni mesi anni successivi il triste rigurgito di zombie che riprendono a camminare: il partito, l’organizzazione, la clandestinità, la repressione, la coazione a ripetere l’ordine costituito a ogni livello della scala sociale. Gli zombie esultano. Eppure il loro trionfo annuncia la metastasi del lavoro salariato, la necrosi della democrazia, la necrosi del denaro.

Dopo quel 12 di marzo, i giorni s’arrotolano all’indietro. Il futuro scorre veloce nelle vene del passato remoto.

Quando Icaro non può volare si rintana nell’utero.

La realtà sragiona. Il delirio va al potere. Le armi diventano un alibi per sopravvivere nel pantano.

L’epoca della risata lascia. Arriva il ghigno del potere.

Dopo la rivoluzione del settantasette cosa ne è della rivoluzione.

Una rivoluzione frana quando mancano le idee per volare a quell’altezza.

Il nemico della rivoluzione non è mai un potere.

Dotarsi di un nemico è la strategia migliore in assenza dell’idea appropriata.

Avere un nemico è vivere senza un’idea. Quando le idee non arrivano la casa si riempie di nemici la mente produce solo vermi e pidocchi. L’agorà cloache.

Il più grande nemico della rivoluzione è sempre l’inadeguatezza di idee. La presenza di una grande idea che rimane solinga senza tutte le idee minute su cui marciare, un volo ardito senza degne ali, la fame di liberazione senza i gesti, le consuetudini, le prassi, i pensieri, le tecnologie, i corpi della liberazione.

La rivoluzione è la vita che distrugge le sue prigioni. Un’alba collettiva. La messa al bando delle infamie della specie. L’umano che si netta della sua orrida umanità.

Ripartiamo da Leibniz. Prendiamolo sul serio Leibniz. Il nostro è il più perfetto dei mondi possibili.

Ci sono possibili rivoluzioni e rivoluzioni impossibili.

Il settantasette è una rivoluzione impossibile.

L’impossibile viene quando il tempo non si marita con la storia.
L’impossibile è il presente del futuro.
La rivoluzione impossibile è un tempo che giunge prima del suo tempo, che sfugge all’ordine costituito della storia. Primula senza primavera. Viola senza violino.

Il possibile è un presente che accade.

La storia è una fisarmonica bizzarra. In rari momenti si apre all’impossibile poi contorcendosi per molto tempo si infila inerte e sicura nel suo vicolo cieco.

Il possibile sono tutte le carte del mondo che diventano un unico mazzo di carte. Con quelle carte si può giocare solo se si rispettano le regole costituite.

Il possibile è il mazzo di carte con cui barando gioca e vince
ogni potere. La totalità ridotta all’1.

L’impossibile è ciò che viene scartato dalle regole del gioco. È ciò che sfugge al trucco delle regole dominanti.

Il mondo delle possibilità afferisce sempre al mondo del potere.
Per rendere possibili le cose occorre conformarle – renderle della medesima forma – alle regole e al potere costituito.
Ciò che è possibile è umano, troppo umano.

Le rivoluzioni impossibili sfidano le regole costituite dell’umanità.
Fanno appello a ciò che appare impossibile, che è al di là di quel tempo della storia, che è dunque disumano. A ciò che è paradosso, a ciò che sfida i paradigmi delle possibilità.

La rivoluzione è un paradosso che non può diventare legge e che però enuncia la fallacia di qualsiasi legge umana o divina.

L’ordine costituito non è solo quello dello Stato.
In ogni campo c’è un ordine costituito, lo Stato dello stato: nella poesia, nella letteratura, nella filosofia, nella matematica, nell’amore, nell’alimentazione, in ogni accadere della vita.

Lo Stato è inevitabile. Lo Stato è possibile.

Chi cerca l’impossibile sfida anche l’ordine costituito del sé e le modalità con cui il sé si relaziona al mondo; rompe le barriere tra l’io-sé e l’io-mondo.

Se una rivoluzione è impossibile è dunque meritevole di essere perseguita.
Quando una rivoluzione è impossibile allora diventa necessaria.

Quando è possibile diventa gemella dell’ovvio, del banale, del superfluo. Il potere che va al potere.

Quando l’impossibile – la fine della schiavitù esempio – diventa realtà è giusto ma nel contempo diviene privo di interesse.

La rivoluzione è il migliore dei mondi impossibili.

Antropologicamente la specie si divide in chi desidera vivere nel migliore dei mondi possibili – chi esiste nel paradigma di Leibniz – e chi invece lo vuole sfidare, chi si dedica a costruire il più perfetto dei mondi impossibili.
La prima – i paradigmatici – di norma è la stragrande maggioranza; la seconda – i paradossali – di solito riguarda un’esigua minoranza.

Ci sono incesti di storia e di pensiero tra mondi possibili e mondi impossibili, tra perfetti possibili e perfetti impossibili, tra paradigmi e paradossi. Sono momenti magici che durano la vita di una farfalla: Spartaco, Babeuf, il settantasette, Kafka, Chlebnikov. Sono i momenti che rendono entusiasmante la vita che la sottraggono al moto rettilineo verso il medesimo, al ritorno nell’utero.

Fuori da questi momenti magici, è più decente vivere nel sottosuolo, nascosti, concentrati a girare diversamente da come va il mondo. Non cercare sintonie col mondo possibile fuori da quei momenti è l’unico movimento reale.

Nel migliore dei mondi possibile adattarsi è fatale. Noioso.

Nel migliore dei mondi possibili chi non accetta il fatale scruta l’impossibile, lo annusa, lo stana. Lo pensa. Lo sperimenta. Lo inventa. Lo crea.

Se non si apre all’impossibile, col migliore dei mondi non
può vigere alcuna mediazione.

La regola costituita del mondo appare nonsense, ibrido, avanguardia ancella del potere al pari della medioguardia e della retroguardia, antagonismo forma pura di conformismo, risata che ci seppellirà.
In questo mondo solo i migliori, gli eroi della vita quotidiana, riescono a conformarsi alle regole del possibile, sono capaci di edificare il comunismo in un solo appartamento, ed è giusto che solo loro prendano parola. E potere.

La giustizia è possibile.

Agli altri si addice di più la passione del silenzio, l’entusiasmo del margine, la parola dei muti, l’eco sublime che riverbera (forse) in un diverso spazio tempo.

Dopo la rivoluzione del settantasette cosa ne è del potere. Fa il suo mestiere di sempre magari un po’ più spensierato di prima. Presume di ordinare il caos globale che invece prolifera.
Il potere non è il contrario del caos. È solo un caos più triste che sulla scena del mondo si presenta come ordine.

Il potere costituito è il peggiore dei caos possibili.

Il potere è un dispositivo, ma è anche una facoltà.
In quanto facoltà (possibilità di fare e di non fare), il potere, qualsiasi potere, è regolato dall’eccesso.

L’uso di qualsiasi potere tende all’abuso e comporta – porta con sé – l’abuso.
Il potere (sulle persone) è una facoltà dalla quale è preferibile astenersi il più possibile.

Tra i poteri della specie c’è il potere di parlare.
Chi parla, identicamente a chi dispone di un qualsiasi altro potere, parla perché ne ha facoltà.

La specie umana parla perché ne ha facoltà.

L’errore più comune è pensare che chi parla abbia qualcosa da dire, pensa a ciò che dice.
Gran parte delle parole, dei discorsi, dei saggi, dei consigli, delle poesie – invece – altro non sono che dissimulazioni di pensiero o più comunemente assenza di pensiero, parola salariata anche in assenza di salario.
Il potere è un cumulo di rovine di tutte queste forme del dire.

Capire nel dire cosa c’è di pensiero e cosa appartiene alla pura facoltà di parlare è un esercizio di straordinaria importanza.

Se la regola costituita è riempire il mondo di parole, astenersi il più possibile è forma di intelligenza.
In un mondo angosciato dalla necessità di avere qualcosa da dire, è più salubre nulla dire di ciò che è commestibile alle forme paradigmatiche della parola.

Pensare è un mestiere difficile per questo i più preferiscono credere, obbedire, combattere.

La rivoluzione è impossibile. Questo è l’unico motivo per ostinarsi nella rivoluzione.

L’alba del 13 di marzo del settantasette, l’impossibile rivoluzione, è sempre in agguato nell’aria nella notte.

Quando stanno morendo

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano. Velemir Chlebnikov

L’angoscia dell’individuazione: note sul movimento del ’77

di Franco Piperno

Come per il ’68, Il Movimento  del ’77 nasce dall’università – lo attestano le cronache.
Ma a differenza di quel che era accaduto nel marzo del ’68, nel febbraio del ’77 affiora, fin da subito, già all’inizio di quel mese, un sentimento collettivo, spartito dalle moltitudini in rivolta, quasi una dichiarazione pubblica di estraneità assoluta non solo verso la scuola e l’università, ma anche verso il regime politico-sociale vigente nel paese; una autonomia irreversibile dalle istituzioni statuali che è penetrato nel senso comune e si esprime  nella determinazione manifesta di rompere il monopolio statale della violenza per praticare, in forma finalmente scoperta, la legittima difesa, fosse anche tramite l’uso delle armi.
L’immagine icastica di questa autonomia si è fissata per sempre nelle foto di Tano D’Amico che mostrano Paolo e Daddo cadere feriti a Roma, il due di febbraio, in piazza Indipendenza; feriti nel tentativo di difendere il corteo degli studenti dall’assalto dei gendarmi; feriti sì ma armati, con la pistola ancora  in pugno.
Il due di febbraio è un evento precursore di quel che successivamente avverrà nel corso di quell’indimenticabile anno: ancora qualche settimana e il diciassette dello stesso mese, Lama segretario della CGIL, verrà cacciato in malo modo, assieme al servizio d’ordine sindacale, dalla università di Roma; e poco più di un mese dopo, il dodici di marzo, ancora a Roma, ecco il giorno della “terribile bellezza”, quando avrà luogo, per la prima volta nella Italia del dopoguerra, una vera e propria prova generale della difficile arte dell’insorgere…

Il ’77 troverà poi il suo compimento  sul finire di settembre di quell’anno; per concludersi con “l’espugnazione dolce” di Bologna, la città dove le istituzioni repubblicane apparivano fondate, esemplarmente e senza residui, sul compromesso tra operai e capitale.
Se il diciassette di febbraio, con  la cacciata di Lama, si consuma una definitiva rottura etico-politica tra processo sovversivo e tradizione della sinistra, ivi compreso lo stesso operaismo; a Roma il dodici di marzo segna la riappropriazione collettiva di una potenzialità latente: la violenza di massa; mentre il ventiquattro di settembre, a Bologna, il Movimento si ricompone, fa, per dir così, teatro di se stesso; riconduce ad unità le diversità che lo articolano all’interno –da Radio Alice all’Autonomia organizzata, dalla satira alla tragedia, dagli Indiani Metropolitani alle Brigate Rosse: e così misura il radicamento sociale conseguito; e, ad un tempo, stana i suoi nemici, li costringe a mostrarsi, a prender parte allo  spettacolo.

il dodici di marzo, ancora a Roma, ecco il giorno della “terribile bellezza”, quando avrà luogo, per la prima volta nella Italia del dopoguerra, una vera e propria prova generale della difficile arte dell’insorgere

Conviene, per la criticità della questione, ricostruire con qualche dettaglio l’uso della violenza nello scontro sociale di quegli anni.
Per il Movimento del ’77, o almeno per la “volontà generale” che lo sottendeva, l’uso delle armi  era come una dichiarazione di una “potenzialità” riconquistata; un gesto simbolico, insomma, per mostrare lo spessore della inimicizia e dare una misura dell’odio sociale di cui era ormai gonfia la vita morale e civile del Paese.
Vediamo le cose più da vicino. A partire dalla metà degli anni settanta — quando ormai la crisi economica, innescata dal rialzo vertiginoso del costo del petrolio, consegue i suoi effetti ultimi restaurando il regime di fabbrica ovvero il dominio capitalistico sulla cooperazione produttiva –tra le moltitudini in rivolta avviene come una biforcazione. Per le organizzazioni armate (BR, Prima Linea etc. che, sia pure in una dimensione, dirò così, specializzata, fanno di certo parte del Movimento del ’77), il terreno elettivo dove dispiegare il loro agire diviene propriamente quello militare; sicché la forma organizzativa che assumono è quella guevarista, “i fuochi di guerriglia urbana”.
Invece, Il Movimento, ovvero la “stragrande maggioranza di quella minoranza agente”, a partire dalla metà degli anni settanta, è venuto via via strutturandosi attorno a forme di vita, a pratiche quotidiane  alternative che lo hanno radicato in luoghi specifici della città come i quartieri, le scuole, le università, gli ospedali, etc. — dove, nella generalità dei casi, la violenza ha una dimensione di massa e raramente ricorre alle armi e quasi mai alle armi da fuoco.
In breve non si avanzano più richieste, non si chiede l’intervento della mano pubblica; semmai, al contrario, si intima allo stato di non immischiarsi.
Infatti, si tratta, per lo più, non di rivendicazioni ma di pratiche riappropriative dei beni comuni: occupazioni delle case sfitte (“la casa si prende l’affitto non si paga” recita uno slogan di quegli anni) autoriduzioni delle bollette, espropri delle merci nei supermercati, cura dei luoghi e difesa dall’inquinamento industriale, e così  via.
La prassi del Movimento mostra intera la potenza sovversiva proprio perché  il mezzo ed il fine si convertono l’uno nell’altro. L’azione  diretta mira a realizzare “qui ed ora” bisogni e desideri;  non chiede nuovi diritti ma piuttosto punta a far riemergere  abitudini che dormono nella memoria comune, a rievocare, attualizzandoli, antichi  costumi.

L’azione diretta mira a realizzare “qui ed ora” bisogni e desideri; non chiede nuovi diritti ma piuttosto punta a far riemergere abitudini che dormono nella memoria comune

Il Movimento del ’77 ha in questo “immediatismo”, per usare una espressione di Bogdanov, un tratto distintivo che lo contrappone alla tradizione moderna, capitalistica o socialistica che essa sia. L’una e l’altra infatti sono intrise, entrambe in ugual misura, di spirito faustiano, pervase da una superstiziosa fiducia nell’inevitabilità  del progresso. Una credenza consolatoria che si è insediata, ha fatto nido, nel senso comune occidentale, scacciando il sentimento religioso;  per affidarsi a ciò che ancora non c’è, il nuovo che verrà — come se il futuro fosse di una qualità ontologica superiore al presente; un modo d’essere completo, senza le lacune che affliggono “ciò che è già stato come ciò che c’è”.
Questo paradossale  ottimismo della ragione, questo andare oltre i limiti, al di là dell’uomo, verso il mutante, al di là della specie — questo nutrire aspettative crescenti di bisogni voraci e inautentici, ha il suo fondamento concreto nella pratica dell’usura, dell’interesse, del denaro che crea denaro, del denaro messo a frutto. Qui davvero il meglio è sistematicamente perseguito come nemico del bene.

Viceversa, nel Movimento del ’77 sembra all’opera un altro principio di individuazione; in particolare, una temporalità, un sentimento della trasformazione, che si sottrae al feticismo delle merci; e privilegia l’essere sul produrre, la politica sull’economia, l’attività scelta per vocazione sul lavoro salariato.
Per una simile temporalità, la classe operaia perde quella centralità che l’aveva connotata. Lo scontro sociale non ha più il suo epicentro nella fabbrica — che anzi con l’automazione  tende a apparire senza senso, come un dentifricio nel deserto.
Sono le città, e per esse i quartieri, i luoghi del dispiegamento di quelle facoltà sociali generalmente umane come l’abitare  e l’auto governo; dove il “presente” è fuori del tempo; e di conseguenza l’individuo opera non già per realizzare una qualche utopia ma agisce per divenire se stesso, ovvero ciò che già è; in una parola, “individuo sociale”.
Tutti sanno che, a settembre, con la grande assemblea di Bologna, la parabola del Movimento toccherà il suo apice; infatti, da lì a qualche mese, nella primavera del “78, le leggi eccezionali, i poteri straordinari  conferiti alle Procure, gli arresti di massa dei sospettati di “concorso esterno al terrorismo”, le violenze praticate durante gli interrogatori, le carceri speciali, la condotta omertosa dei partiti e dei media– tutto questo ed altro ancora farà sì che un grande fenomeno di trasformazione sociale venga snaturato, accartocciato fino ad apparire una caricatura di se stesso, ad un problema d’ordine pubblico.
Occorre chiarire: la sconfitta del Movimento non è addebitabile unicamente alle Procure;o meglio, queste spartiscono il merito, se così si può dire, con variegati altri soggetti. Vi contribuisce grandemente l’apparato del PCI che, per la regia del “rinnegato Pecchioli”, diviene una agenzia di spionaggio e di reclutamento di giurati preventivamente indottrinati: un ruolo decisivo poi è quello di Cossiga, l’astuto ministro di polizia, che autorizza l’uso sistematico delle armi da fuoco nelle operazioni di repressione; e innalza così il livello di violenza fin quasi a rasentare la forma del terrore di stato.
Va da se, ma è bene sottolinearlo per onestà intellettuale, che convergono verso lo scontro militare, le stesse azioni delle formazioni sovversive armate; in primo luogo le BR che agiscono per rapimenti ed agguati, via via più clamorosi e sanguinosi, giungendo a catturare, per poi ucciderlo, l’on. Aldo Moro,” il sovrano”, il simbolo stesso dell’equilibrio istituzionale.
Si trattò di un errore fatale, anche se del tutto prevedibile; generato dalla ideologia guevarista che privilegia l’azione armata delle avanguardie su quella politica delle moltitudini; una sorta di primitivismo d’origine latino-americana, che non a caso svelerà intera la fragilità o meglio l’inconsistenza ideologica proprio durante il caso Moro: ad una rapida azione militare, di grande perizia, seguirono due lunghi mesi di gestione politica, rovinosamente infantile, degli effetti di quella stessa azione.

Le cose, grosso modo, sono andate proprio così. A ben guardare fu accidentale se i protagonisti della sconfitta del Movimento del ’77 furono quelli che abbiamo sommariamente indicati; in realtà la sconfitta era iscritta fin dalla nascita: il riappropriarsi della violenza di massa faceva sì che la vittoria divenisse possibile anche se, ad un tempo, la rendeva altamente improbabile.
Del resto la “volontà generale” del Movimento aveva operato una cesura con la tradizione socialista; infatti non intendeva vincere, cioè impadronirsi della macchina statuale; semmai desiderava mandarla in rovina, distruggerla.
Infatti, l’idea-forza era quella di fare la rivoluzione senza prendere il potere, la rivoluzione delle abitudini o meglio dei costumi, come avrebbe detto Leopardi.
In fondo cosa è mai il comunismo se non una buona vita, delle buone abitudini di vita?
Le temps revient.

la “volontà generale” del Movimento aveva operato una cesura con la tradizione socialista; infatti non intendeva vincere, cioè impadronirsi della macchina statuale; semmai desiderava mandarla in rovina, distruggerla

Terminal Showdown

di Joshua Clover / traduzione dall’inglese dell’articolo blog di Versobooks del 29 Gennaio 2017

Un aeroporto è una cosa curiosa, una sorta di non-luogo che però dà accesso ad altri luoghi. Ma, negli ultimi decenni, la sua natura originaria è terribilmente mutata. Infatti se da un lato il fascino e la speranza del prendere il volo per un viaggio o una vita nuova restano immagini legate ai terminal, dall’altro l’aeroporto è diventato un hub per la circolazione quotidiana di beni a livello globale.
Questo è diventato ancor più vero sin dagli anni ’70 con il regresso, a livello globale, dell’industria manifatturiera. Nell’Aprile del 1973, la Federal Express consegnava il suo primo pacco; quattro decenni dopo la FedEx dispone della quarta maggiore flotta aerea esistente. Per quanto riguarda il trasporto merci, si tratta della maggiore compagnia aerea del mondo. All’Oakland International, il mio aeroporto, l’hangar e l’hub logistico della FedEx, separati dai due più modesti terminal dei passeggeri, si dispiegano come un colosso dalla gravità di un pianeta. È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando.
Questa trasformazione è avvenuta nella totale incoscienza e molto aldilà della nostra lettura della situazione politica. Sarebbe difficile sostenere che questa abbia avuto un ruolo nelle manifestazioni di sabato sera. La tipica rappresentazione narrativa sugli aeroporti – da Tom Hanks in The Terminal alla fuga di Edward Snowden – si basa su chi non riesce a partire o ad arrivare e finisce per rimanere intrappolato in questo metaluogo, separato dalla realtà. È buffo o strano o emozionante. Se non fosse che, al di là di queste storie, è sicuramente orrendo essere afferrati da criminali in divisa, buttati in una stanza in balia non del fato ma di leggi e poteri statuali arbitrari.

È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando.

È stato proprio il fatto che alcune persone fossero trattenute in queste stanze a far esplodere grandi manifestazioni negli aeroporti degli Stati Uniti: 10,000 le persone stimate all’aeroporto di Seattle e quasi altrettante negli aeroporti di San Francisco e Chicago. In ogni caso l’epicentro è stato il John F. Kennedy International di New York, dove è iniziata la protesta. Ciò avveniva in seguito al fermo di almeno due rifugiati iracheni che, nel tentativo di entrare nel paese, sono stati bloccati in base al “travel ban” dei giorni precedenti: un provvedimento legislativo del Presidente che impedisce l’immigrazione da sette stati e che, stando alle fervide fantasie del più potente imbecille del mondo, si giustificherebbe in base alla minaccia musulmana. Questo provvedimento legislativo, inoltre, impedisce ai possessori del permesso di soggiorno di quei paesi di rientrare negli Stati Uniti una volta abbandonato il territorio nazionale. Le frontiere si stavano improvvisamente chiudendo. I manifestanti, con una prontezza notevole, si sono riversati prima sul Terminal 4, poi sul viale esterno, nei parcheggi, al varco dell’ AirTran. I tassisti hanno indetto uno sciopero all’aeroporto. La polizia, con scarso successo, ha tentato di impedire ai manifestanti l’accesso al Terminal, al varco AirTran e anche di raggiungere l’aeroporto in metropolitana da Howard Beach. Alla fine, un giudice di Brooklyn e uno di Chicago hanno emesso delle ordinanze di sospensione parziale del provvedimento legislativo: le persone già in viaggio non potevano essere espulse. Alcuni detenuti sono stati liberati ma al momento non si sa chi è ancora prigioniero. Tuttavia c’è stata una vera e propria esultanza per l’accoglimento delle richieste di soggiorno, per ogni scarcerazione, per la presa d’atto delle proprie capacità da parte di una folla in qualche misura sorpresa da se stessa. Un amico mi ha scritto per dirmi che erano sull’orlo del pianto. È evidente come il relativo successo della grande e in gran parte spontanea risposta degli attivisti sia una presa d’atto della inaspettata velocità a cui viaggiano le ambizioni nativiste di Trump. Se il mese di Gennaio si presentava saturo di paura, questo sabato sera ha restituito la speranza di una possibile risposta politica.
Vale la pena dire, però, che le politiche delle precedenti amministrazioni sull’immigrazione e sui musulmani erano tutt’altro che ammirevoli. A scandire il tempo erano le espulsioni di massa e i crimini impuniti. Perciò è di difficile comprensione il fatto che le proteste si siano orientate in favore di un rinnovato potere del Partito Democratico. Contro ogni evidenza, molti cartelli di protesta negli aeroporti definivano antiamericano il provvedimento presidenziale. È inverosimile volere delle nuove elezioni e al tempo stesso volere che i musulmani e molti altri siano liberi dalla minaccia di espulsioni, arresti arbitrari e morti ordite dall’alto. Inoltre, vi è una tendenza nazionalista che si manifesta nella distinzione tra musulmani buoni, che ambiscono a fare propri gli usi e costumi americani, e musulmani cattivi che invece non hanno quest’ambizione. Questa è una concezione infelice che porterà questi ultimi ad essere presi come bersaglio mentre gli altri saranno lasciati passare alla dogana. Il patriottismo e la libera circolazione, del resto, sono una coppia infelice. Una contraddizione che è destinata ad approfondirsi nel fronte delle forze anti-Trump.

Se il mese di Gennaio si presentava saturo di paura, questo sabato sera ha restituito la speranza di una possibile risposta politica.

Vale anche la pena di soffermarsi sulle banalità: la questione della chiusura delle frontiere, come emblema trumpista, è solo parzialmente una sua innovazione. Questa, infatti, sembra essere sempre più la questione politica cruciale del XXI secolo. È il pilastro della Brexit, nonché l’oggetto di complessi provvedimenti in tutta Europa, come il significativo accordo in base al quale i rifugiati sopraggiunti in Grecia e in Italia sarebbero stati rimandati in Turchia, a fronte di un maggiore controllo sulle frontiere da parte di Bruxelles. L’Unione Europea, il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno restringendo le loro quote relative all’immigrazione. Il terrorismo e il panico, quasi maltusiano, sono degli alibi preferiti. Lo sfinimento provocato dalle politiche globali, solo apparentemente provenienti dall’esterno, è tangibile e la xenofobia, come un crepitio costante, sembrerebbe essere incoraggiata ad ogni tornata elettorale e riforma politica. È impossibile sfuggire all’Economia. Stretta tra alta produttività e bassa redditività, la capacità di impiegare il lavoro nei settori economici non è più quella di una volta. Ciò ci riporta al tema FedEx e rifugiati e alla loro relazione.
L’ascesa della FedEx è legata al declino della produzione e dell’industria nei settori economici trainanti; l’indebolimento (economico) crescente degli anni sessanta precipita definitivamente nel 1973. Il Capitale sposta il proprio obiettivo di profitto sempre più nel settore della circolazione, della finanza e dei trasporti. I lavoratori si spostano laddove riescano a trovare un qualche appiglio nella nuova economia. Si assiste ad una crescente produzione di non-produzione, un surplus di capacità e di persone, incapaci di comporsi e di essere impiegate produttivamente. Se, da una parte, il rendimento del capitale dipende sempre più da un ambito globale e dalla velocità di circolazione, dall’altra sempre più persone sono dipendenti dal mercato senza la benché misera possibilità di poter contare su di uno stipendio. Così anche queste persone vengono scaraventate nella circolazione.
Questo è più o meno ciò su cui si basa lo schema di “Riot.Strike.Riot” (Clover, Versobooks 2016): i riot, ma più propriamente l’ascesa delle lotte nella circolazione e nella logistica. Sono queste le diverse forme di conflitto sociale che si manifestano nel momento in cui le lotte di fabbrica, predominanti nell’epoca del movimento operaio, tramontano. La potenza dello sciopero tradizionale che nega al padrone i suoi profitti è stata, in linea di massima, un prodotto del capitalismo espansivo. Quando l’economia è a crescita-zero o inizia a contrarsi, la pressione si sposta altrove ed è altrove che si manifesta il conflitto sociale.
I lavoratori non hanno smesso di lottare per sé stessi né di unirsi ad altre lotte, ma le riconfigurazioni del mercato del lavoro hanno modificato il loro aspetto. Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l’aspetto di lotte nella circolazione, riversandosi nel settore dei trasporti, dispiegandosi nelle strade anziché nella fabbrica, spesso in collaborazione con i disoccupati. La partecipazione alle proteste dell’altra sera del Taxi Workers Alliance a New York ne è la riprova. Quest’ultimo è un sindacato significativo e rilevante, ma al tempo stesso fa parte del settore della circolazione, concettualmente e letteralmente. I taxi sono gestiti in maniera indipendente dagli autisti che sostengono costi e imposte e percepiscono una parte delle entrate come stipendio anziché ricevere un salario da un proprietario, la loro produttività dipende dunque dal numero delle loro corse. Se hanno scioperato l’altra sera, ebbene, era uno sciopero contro se stessi. O piuttosto era mirato ai consumatori e non ai produttori. Al mercato, per essere tecnici. Se era contro una grande macchina, era contro quella della città, contro le banali operazioni di spostare le cose da un posto all’altro. A dire il vero, è stato qualcosa di più di un riot. E ha coinciso con una serie di blocchi degli aeroporti, non solo in linea teorica, ma anche praticamente.

Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l'aspetto di lotte nella circolazione

Ciò non significa che tutti si sveglino la mattina pensando: “oggi è il giorno giusto per una lotta sulla circolazione!”. Vuol dire, invece, che la ristrutturazione dei corpi, delle economie e delle strutture politiche spinge necessariamente il conflitto verso determinati luoghi e situazioni e non altri. È quasi superfluo raccontare di coloro che nel 2014 da un lato all’altro degli Stati Uniti hanno bloccato le autostrade contro una politica di stato basata su arresti e omicidi degli afroamericani; una modalità di gestione di una popolazione già discriminata e resa eccedente dalla deindustrializzazione. È evidente l’assonanza con il Messico il mese scorso, quando la privatizzazione del petrolio nazionale e il conseguente aumento dei prezzi ha scatenato el Gasolinazo, un movimento basato su blocchi diffusi delle strade. Ma l’invenzione di questa tattica non si deve a nessuno di questi episodi, essendo già molto diffusa nel medioevo e nella prima fase dell’epoca moderna con il divenire globale del mercato. È un revenant, senza dubbio. Non è un caso che in Indiana, la scorsa settimana, lo State Bill 285 (un provvedimento legislativo) proponeva che fosse richiesto ai pubblici ufficiali di “inviare tutti i funzionari di polizia disponibili… con il mandato di usare qualunque mezzo necessario per sgomberare le strade dalle persone che illegalmente ostruiscono il traffico”.
Tutto questo è inscindibile dalle condizioni dei rifugiati, dei migranti, dei profughi; e, al di là del suo valore etico, è soprattutto una questione di eccedenza. Le lotte iscrivibili nell’indefinita categoria dei “diritti umani” e quelle contro l’economia, infatti oggi si assomigliano molto. La fuga dei rifugiati dalla Siria, per esempio, è il prodotto della guerra civile, della distruzione delle case, della siccità e del collasso sociale; un’economia europea incapace di impiegare i lavoratori comporta che i rifugiati rimarranno arenati in uno stato di transito e in luoghi pubblici, accampati nelle piazze delle città o fuori dalle stesse, cercando di andare altrove. La circolazione globale dei beni va di pari passo con il flusso dei corpi. La questione delle frontiere appare sempre più come una contraddizione tra il libero flusso di capitali e le brutali restrizioni sulle persone. I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea ad esempio. Così come le frontiere, le stazioni degli autobus e dei treni, i porti, gli aeroporti. Il provvedimento legislativo di Trump assume particolare rilievo sia in relazione sia al crescente odio razziale dei nativisti, sia in relazione a questa tendenza politico-economica. Sono come un pugno, che fa colare sangue.

I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea

Indubbiamente continueranno a essere queste le ragioni del crescente antagonismo. L’evento più sensazionale di Occupy negli Stati Uniti è stato il blocco del porto di Oakland, che contò più di 25000 partecipanti. Due mesi più tardi, nell’organizzare un’altra manifestazione, si propose di bloccare l’aeroporto di Oakland. Il polo della FedEx era al centro delle discussioni. La maggioranza, sia all’interno che all’esterno del movimento, ha ritenuto questa proposta un suicidio. Infatti si pensava che nessuno sarebbe stato solidale e che i poliziotti del Dipartimento di Sicurezza Interna avrebbero sparato per uccidere se si fosse presa come obiettivo l’infrastruttura fondamentale della circolazione. Come mi ricordava un amico, proprio ieri è stato il quinto anniversario di quel corteo. E invece proprio gli aeroporti sono adesso luoghi di scontro aperto, uno sviluppo peraltro annunciato per altro da una manifestazione di Black Lives Matter dell’anno scorso all’aeroporto di Londra. Gli orizzonti delle lotte stanno mutando. Del resto, le idee per sferrare un contrattacco si sviluppano di pari passo con le trasformazioni del mondo.
In ogni caso, la questione politica non si può ridurre alla tattica. In un certo senso si tratta di trovare un’unità. È indiscutibile che coloro che ieri sera erano in viaggio, che sono stati fermati e poi trascinati in un qualche sgabuzzino, squallido e terrificante, in base ad un grottesco ordine del capo bianco di turno, sono dei prigionieri politici. La presa di coscienza dovrebbe consistere nel fatto che negli Stati Uniti l’iper-carcerazione su base razziale ha portato ad avere milioni di prigionieri politici. Le prigioni, al contrario degli aeroporti, sono il non-luogo che impedisce l’accesso a tutti i luoghi. Le manifestazioni di ieri sera dovrebbero perciò mirare anche a questa lotta piuttosto che ad una restaurazione patriottica del regime liberale che ha contribuito a progettare quelle prigioni.
Infatti, l’elemento politico messo in evidenza dagli eventi dell’altra sera questo è proprio il disfacimento della capacità interpretativa basata sul paradigma sinistra-destra. Il voto della Brexit o l’allineamento forzato di Syriza alle banche europee, hanno dimostrato la debolezza di questo schema politico. Sinistra e destra oggi significano per lo più approcci diversi al management della crisi, nessuno dei due funziona, di qui il caos. Al suo posto la dinamica evidente è quella tra inclusi ed esclusi: quelli che possono essere sussunti contemporaneamente nella logica di stato e del capitale e quelli che invece non possono esserlo. La frontiera, il muro, sono al contempo la realtà e il simbolo di questo sistema, anche quando si presentano in forme meno visibili, Lione e nelle baraccopoli di San Paolo. Non è una questione di scelta, ma di necessità. Se una lotta di liberazione ci sarà, queste zone di esclusione saranno le sue fondamenta.

Le prigioni, al contrario degli aeroporti, sono il non-luogo che impedisce l'accesso a tutti i luoghi.

INGOVERNABILI

Risuona un nuovo vocabolario

Le insurrezioni non si diffondono linearmente alla maniera di un’epidemia di peste o come l’incendio di una foresta bensì, ci dicemmo qualche tempo fa ascoltando ciò che accadeva nel mondo, per risonanza, come un ritornello musicale che si libra nello spazio e nel tempo e che si poggia laddove c’è qualcuno capace di sentirlo, ripeterlo e modificarlo a seconda delle pieghe del proprio territorio, politico ed esistenziale. Le parole, i nomi, le forme dell’enunciazione della rivolta sono un indice importante di questa risonanza: è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo. È il susseguirsi di queste note musicali a tracciare la linea favolosa della rivoluzione che viene.
Comincia così a formarsi un vocabolario comune, indispensabile per costruire quel linguaggio condiviso senza il quale nessuna rivoluzione è pensabile e tanto meno praticabile. Il blocco, la piazza, l’occupazione, la comune, l’acab e oggi l’ingovernabile. Lo abbiamo scorto una decina di anni fa l’ingovernabile; era ancora un rumore sotterraneo, il borbottio di un geyser che si apprestava a divenire vulcano. L’abbiamo ascoltato risuonare sempre più nitidamente nelle piazze di mezzo mondo per poi dirsi esplicitamente battendo il pavé dei boulevard parigini, fino ad arrivare oggi a segnare come un tuono l’insorgenza del 20 gennaio negli Stati Uniti ponendosi come una barricata fiammeggiante messa di traverso al fascismo diffuso e direttamente contro l’insediamento di Trump alla Casa Bianca: Become Ungovernable.

è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo

Ma, dicevamo, per articolare questo linguaggio bisogna saper ascoltare la melodia che lo porta e a volte, come pare che avvenga in Italia in quest’ultimo periodo, una sorta di membrana – fatta di vecchie parole, di ideologia, di brutta musica – disturba l’ascolto, impedisce di apprezzarne la tonalità, il suo rumoreggiare occulta la potenza silenziosa. In definitiva fa perdere tempo.
Poiché è solo questione di tempo, la sua intensità è più forte di ogni scorza ideologica.

E al centro, nel medio, nel mezzo di questa sinfonia vi è quel
silenzio, calmo e terribile, che è l’Ingovernabile

Trump o della verità del Governo

Se vi è una virtù nel fatto che un miliardario bavoso abbia poggiato il suo culo di pietra sullo scranno della presidenza degli USA, essa consiste nel rendere evidenti alcune verità dell’epoca. Prima di tutto il suo essere la legittima espressione della democrazia reale, questo vecchio dispositivo di cattura che avendo raggiunto e ormai oltrepassato il suo limite storico, si mostra gloriosamente per ciò che è: un governo della mediocrità che produce mediocrità di massa – la famosa piccola borghesia planetaria – per il tramite di qualsiasi forma e pulsione le sia necessaria. Diciamola allora quest’altra verità: tra democrazia e fascismo non c’è differenza di natura ma solo di intensità.
D’altra parte ovunque nel mondo appaiono frotte di imbonitori che promettono, come Trump, di riordinare tutto e di ricostruire una qualche forma di unità sociale, magari al prezzo di eliminare quel “surplus” di popolazione che insiste a voler mangiare nel piatto di finta porcellana del piccolo borghese planetario. Ma, come dimostrano gli Stati Uniti in primis e a seguire tutti gli altri stati falliti, il Governo che vuole unificare ottiene solamente l’intensificazione della frammentazione, la nascita e l’approfondimento di inimicizie – non solo quelle che sono fuori di esso ma anche quelle che dal suo stesso interno lo contrastano – e poi la creazione di nuove solidarietà contro quella maledetta totalità imposta da manganelli, flashball e pallottole vaganti. Senza parlare poi della situazione in paesi come la Siria, la Turchia, la Libia e altri ancora che non sono già e non saranno mai più “uno” Stato.
Non solo tutto ciò mette fuori gioco ogni velleità di ogni possibile “sinistra”, che sia ufficiale, alternativa o radicale, ma specialmente indica ai rivoluzionari che non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico.

non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico

Che vuol dire “divenire Ingovernabili”?

La rivolta francese del 2016 e oggi, ai primi vagiti del 2017, quella in corso negli Stati Uniti, sono ricche di insegnamenti per ciò che riguarda l’attuale configurazione della conflittualità storica.
In Francia le lotte contro “la legge Lavora! e il suo mondo” sono cominciate da subito in maniera incendiaria. Sebbene ovunque nel mondo il lungo marzo 2016 francese sia stato conosciuto sotto l’etichetta di “Nuit Debout”, grazie al lavoro dei media che sempre, come avvenuto già con gli “Indignati”, appioppano il nome a partire da ciò che di meno offensivo e più amministrabile si presenti in un determinato ciclo di lotte, il fenomeno Nuit Debout, ovvero il rituale delle assemblee di piazza, è cominciato solo dopo che per un mese, ogni settimana, vi erano già state manifestazione diffuse sul territorio nazionale e che si presentavano costantemente in forma offensiva, si scontravano con la polizia e attaccavano tutto quello che gli era a portata di mano. Così, negli Stati Uniti, il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività, non a caso l’immagine simbolo di quel giorno è quella in cui viene immortalata la devastazione e quindi l’incendio di una limousine. Da quel giorno si sono susseguite negli USA un enorme numero di manifestazioni, blocchi, scontri con i fascisti, in una pluralità di forme di azione che spesso hanno raggiunto, tutte insieme, l’obiettivo di gettare nel caos la governance metropolitana, rendendo così sensibile tutta la “cittadinanza” a quello che è in gioco nel paese e spingendola quindi a schierarsi, a prendere partito.
Questa sequenzialità ci mostra come non sia più vero, se mai lo è stato, che le lotte per conquistare consenso devono iniziare evitando ogni motivo di scontro reale per poi arrivare, in un crescendo, al loro massimo punto di espressione. È il contrario, sono solo quei conflitti che da subito si presentano come “politici”, che dividono cioè il campo in amici e nemici, a permettere di aprire il terreno in cui ciascuna forma di lotta trova la sua possibilità e quindi, a seconda dell’intensità con cui il conflitto prosegue, portarla non fino al suo fisiologico e patetico esaurimento, ma al suo punto di cristallizzazione. Una lotta, arrivata ad un certo punto del suo divenire, può terminare ovviamente, e tuttavia, se è riuscita davvero ad andare in profondità, avrà non solo scavato nel campo nemico, ma specialmente avrà trasformato la qualità soggettiva di chi gli è amico, avrà cioè raggiunto un punto di irreversibilità tanto nei confronti dell’avversario – che, ad esempio nel caso di Trump, da essere il presidente di una nazione è velocemente divenuto quello che realmente è, il capo di una gang fascista – quanto nei confronti del partito della rivolta, avendo creato un tempo e uno spazio nel quale ognuno può continuare nel suo divenire rivoluzionario a partire da quel punto di fusione che il gesto di rottura ha permesso fin dall’inizio del conflitto.

il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività
La seconda questione in ballo è l’effettiva decentralizzazione ed asimmetria del conflitto. Tanto in Francia che negli USA la forza della lotta è data dal fatto che nonostante dei picchi vengano raggiunti giorno dopo giorno in alcuni luoghi determinati, vi è una diffusione che ne impedisce la centralizzazione tanto geografica quanto politica. Nessuna “struttura politica” può rivendicare in questo caso la legittimità di rappresentare e decidere sulla totalità del conflitto, mentre la ricercata asimmetria evita quanto più è possibile il confronto campale con le forze contro-insurrezionali. In passato, specie qui in Europa, le famose giornate di lotta decentralizzate non hanno mai veramente funzionato per un semplice, banale, motivo: o perché sono state indette da una struttura centralizzata, oppure perché costruite del tutto artificialmente, senza cioè tener conto in alcun modo delle inclinazioni e potenzialità dei possibili partecipanti. Effetto non assolutamente secondario della diffusione/decentralizzazione del conflitto è quello di disperdere le forze di intervento delle bande nemiche – polizia, milizie, fascisti, etc. – permettendo fra le altre cose anche ad una piccola forza rivoluzionaria di agire con determinazione in uno qualsiasi dei tanti luoghi di intensificazione del conflitto. Oggi anche le lotte, giustamente, hanno cominciato ad assumere l’inarrestabile frammentazione del mondo piegandola al proprio gioco, alla propria strategia, cercando così di far consistere ogni frammento in una “situazione” e da qui provare a farlo divenire un mondo tra i molti mondi possibili.
Divenire ingovernabili non significa allora assumere giusto una posizione di esteriorità rispetto alle forme più classiche della politica – la rappresentanza istituzionale, la mediazione sociale, etc. – ma indica la maniera stessa di essere di ciascuno e di tutti dentro la lotta, destituendo così il potere della “politica” ad ogni scala della sua manifestazione. Non vuol nemmeno dire essere disorganizzati, disarmati o passivi ma, al contrario, divenire consapevoli che bisogna organizzarsi a partire da questa interruzione nel continuum della governabilità.
Persino il Governo è ormai ingovernabile: prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà, non per tutti, ma per noi, per il partito della rivoluzione: Spread the Ungovernable, Live communism!

far consistere ogni frammento in una “situazione”

Ma andate a lavorare…

Di Vittorio Sergi

Le stelle cadendo cercano il tuo volto / cadendo ventimila leghe sotto il mare adriatico / cadendo dopo gli ultimi anni di sciopero senza nessun risultato / Le luci della centrale elettrica – I destini generali

Introduzione

Quando la crisi economica scatenata dalla ondata di speculazione finanziaria nel 2007 è esplosa, i primi ad essere colpiti dalle strategie difensive delle imprese sono stati i giovani in tutti i paesi europei, seppure con notevoli differenze di intensità a seconda dei territori in cui vivevano. Infatti la distribuzione del lavoro e del salario all’interno dei territori della Unione Europea è oggi estremamente diseguale anche all’interno dei paesi più ricchi, basti pensare ad aree storicamente sfruttate e socialmente devastate come il Mezzogiorno d’Italia o alle forti differenze che ancora esistono all’interno della Germania tra regioni dell’Est e dell’Ovest. Tra il 2008 ed il 2012 i dati sulla disoccupazione giovanile hanno iniziato a crescere ovunque con l’eccezione della Germania. Infatti mentre la disoccupazione giovanile (15-24 anni) in Germania continuava a scendere dal 10,6 all’8,1 in Italia era aumentata dal 21,3 al 35,3. Negli anni successivi la situazione occupazionale dei giovani è peggiorata nella gran parte dei paesi europei ad eccezione della Germania e in misura minore di Svezia, Danimarca e Polonia. Inoltre i rapporti di lavoro di molti giovani europei erano già strutturalmente precari in ragione delle riforme che erano state condotte con modalità ed effetti diversi a seconda dei contesti a partire dai primi anni ’90 secondo una strategia di precarizzazione “ai margini” ovvero diretta contro quei segmenti della forza lavoro meno sindacalizzati e meno legati a rapporti di scambio politico e sindacale. Questa strategia era stata descritta all’epoca come una “eccezione controllata” che aveva creato subito un forte dualismo tra inclusi ed esclusi dalle garanzie del welfare specialmente nei paesi mediterranei. L’introduzione della flessibilità a partire dagli anni ’90 aveva infatti riguardato in modo preponderante i giovani, le donne ed i lavoratori migranti che durante l’ultima crisi sono stati i primi a perdere il lavoro alla fine del breve ciclo di relativo benessere dei primi anni 2000. Specialmente in Grecia, Italia e Spagna, a partire dal 2008 si è assistito ad un crollo dei punti percentuali di occupazione giovanile guadagnati negli anni precedenti mentre nel Regno Unito la situazione si è aggravata ma il dato è rimasto più contenuto a causa delle politiche di workfare, ovvero di benefit sociali subordinati all’accettazione di contratti e condizioni di lavoro umilianti come il contestatissimo contratto a zero ore. Il recente film di Ken Loach “Io Daniel Blake” descrive senza sconti i risultati aberranti di questo sistema che colpisce anche i lavoratori over 50. Nei paesi scandinavi, in Germania ed in Polonia l’occupazione giovanile ha continuato a crescere in virtù della tenuta del prodotto interno lordo e della capacità di inclusione dei giovani nel lavoro salariato da parte del sistema duale di apprendistato tra scuola e lavoro ma soprattutto grazie alla crescita del prodotto interno lordo nazionale. Di fronte a questa situazione che viene descritta continuamente con toni drammatici e costernati dalla stampa e da parte del mondo accademico, la principale strategia politica europea è stata quella di stanziare soltanto nel 2013 più di sei miliardi di euro con l’obiettivo ideologico di aumentare l’occupabilità dei giovani. L’importanza strategica dei provvedimenti che riguardano i giovani sul mercato del lavoro non si misura però soltanto attraverso i finanziamenti che ricevono. Come infatti ci ha mostrato con chiarezza l’intensità della sollevazione francese contro la riforma del diritto del lavoro nel 2016, queste iniziative hanno l’obiettivo di disciplinare la parte giovane, più dinamica e socialmente simbolica della forza lavoro. Comunque quattro anni dopo la strategia europea sta dimostrandosi dati alla mano inefficace a ridurre la disoccupazione e l’esclusione sociale tra i giovani ed invece funzionale al loro sfruttamento nel mercato del lavoro unito ad una ri-strutturazione delle soggettività dei giovani e della loro relazione con il lavoro. Non si possono infatti capire le cause della disoccupazione ed il suo ruolo solo apparentemente dis-funzionale nel sistema economico di oggi se si dimentica che il lavoro nella società capitalista è una relazione di sfruttamento.

La retorica dell’occupabilità

Accanto alla riforma del quadro legale delle relazioni di lavoro, a partire dalla fine degli anni ’90 è divenuta egemone la retorica dell’occupabilità a cui corrisponde dal lato dei padroni un abbondanza di comportamenti improntati al puro teppismo manageriale. Il concetto di “employability” è nato nel mondo del management di impresa ed attribuito a Sumantra Ghoshal, economista neoliberale della London School of Economics . La strategia europea per l’occupazione (SEO) è stata avviata dal Consiglio Europeo di Lussemburgo nel novembre 1997. I quattro principi cardine di quell’iniziativa politica furono stabiliti in: occupabilità, imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità importando dunque pienamente questo vocabolo nel lessico della politica continentale. In tutta Europa la gerarchia sociale che esplicitamente legittima la posizione subordinata dei giovani, descritti come categoria “vulnerabile” non è stata messa in discussione neanche quando l’ampiezza e la persistenza di valori negativi nel campo dell’occupazione giovanile hanno iniziato a preoccupare seriamente i responsabili delle politiche sociali e del mercato del lavoro europeo a partire dal 2010.

Politiche per i giovani: tra valorizzazione e prevenzione dei rischi sociali

Le rivolte di piazza del 2011 che dal Nord Africa che avevano contaminato anche le metropoli europee facendo crescere il movimento degli “indignados” o esplodere riots urbani su scala inedita, uniti alla crescente sfiducia dei giovani nella politica istituzionale hanno rinforzato nelle istituzioni comunitarie l’idea che l’attuale fragilità dell’occupazione giovanile possa essere pericolosa per la coesione e la pace sociale. Tuttavia il legame tra sfruttamento e rivolta non è meccanico. Le rivolte scoppiate in Francia nel 2016 a seguito della approvazione della nuova riforma delle leggi sul lavoro promossa dal governo socialista sono esplose non certo nel paese più debole dal punto di vista della disoccupazione giovanile e del welfare. Controprova ne è la calma pressoché totale che ha accompagnato in Italia l’approvazione nel 2015 del Jobs Act e nel 2016 delle norme che regolano l’alternanza scuola-lavoro, entrambe ben più radicali della riforma francese nella introduzione di flessibilità e disciplina per i giovani lavoratori.

A partire dal 2010, con un attivismo inedito le istituzioni europee hanno affrontato il tema della disoccupazione giovanile, scegliendo alcune pratiche consolidate nei paesi dell’Europa settentrionale ed esportando il modello a tutta l’unione secondo un modello di apprendimento istituzionale sperimentato ampiamente nel campo delle politiche sociali. Parallelamente alla preoccupazione per i livelli di disoccupazione e al consolidarsi della retorica sull’occupabilità si è esteso l’utilizzo della categoria di NEET (not in education, employment and training) acronimo inglese per indicare i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inclusi in percorsi di formazione formale o informale . Questa definizione è diventata egemone nel campo delle politiche del lavoro per i giovani, generando nel 2013 la prima iniziativa europea dedicata interamente al mercato del lavoro giovanile, “Garanzia Giovani”. Il termine “NEET” venne coniato nel 1996 dal Home Office britannico come alternativa allo “Status 0”. Il suo primo uso ufficiale fu fatto in un report della Social Exclusion Unit nel 1997. Poi il report Bridging the Gap sottolineò i rischi per i giovani tra i 16 e i 19 che avevano interrotto gli studi e non avevano intrapreso alcuna iniziativa istituzionalizzata. Poi il documento “Learning to Succeed” (imparare il successo) introdusse il primo progetto con l’obiettivo esplicito di ridurre il tasso di NEET. Nel 2006 il termine fu assunto dall’OCSE ed apparve come indicatore statistico su Eurostat, entrando dunque nel lessico e nelle elaborazioni teoriche dei governi della UE. Questo processo di ridefinizione del significato della disoccupazione giovanile fu subito oggetto di critiche da una parte del mondo accademico per essere affine all’etichettamento negativo ed eccessivamente individualizzante.
Tuttavia il termine si è diffuso ulteriormente anche di pari passo con l’aumento dei valori statistici dell’esclusione dei giovani dal lavoro formale fino a diventare un descrittore del panico morale tipico delle classi dominanti nei confronti dei giovani poveri e comunque una categoria troppo generica per essere utile ad orientare politiche sociali efficaci. Il numero di NEET censiti in quasi tutti i 28 paesi della UE è in aumento dal 2007 e l’Italia ha oggi la situazione peggiore insieme a Grecia, Spagna e Bulgaria. All’interno dei NEET vengono conteggiati sia i disoccupati ufficiali sia gli inattivi e le inattive che al loro interno presentano profili biografici molto diversi. Le donne giovani spesso vengono escluse o si auto-escludono dal lavoro per svolgere compiti di cura familiare in assenza di servizi sociali adeguati o a causa di modelli culturali maschilisti, condizioni entrambe presenti in Italia e nell’Europa mediterranea più in generale. E’ molto diversa invece la condizione di NEET dei giovani che hanno abbandonato prematuramente la scuola da quella dei laureati catturati nella giostra del lavoro precario che smettono di cercare lavoro attivamente e si adattano a forme di economia informale spesso sostenute dalle famiglie di origine, unica fonte di welfare sostitutivo. Questo etichettamento infatti non è adeguato a descrivere tutti quei giovani uomini e donne che lottano in un mercato del lavoro asfittico e diseguale ed il cui problema non è l’”occupabilità” bensì la mancanza di senso e dignità attorno all’esperienza del lavoro ed alla necessità di un salario per sopravvivere.

La Garanzia Giovani nell’Europa a due (o tre) velocità:

La prima reazione istituzionale importante delle autorità europee di fronte alla percezione di un rischio per la coesione sociale causato dal fenomeno è stata la risoluzione del Consiglio Europeo “An EU strategy for the youth” del 2010 in cui venne assunta l’idea di sviluppare politiche trasversali per i giovani nel processo di stesura delle linee guida per la programmazione 2020. Da quel momento vennero impostate due politiche a livello UE: Garanzia Giovani e Tirocini di Qualità che di fatto hanno incrementato ed esteso a tutta l’Unione delle politiche già esistenti. Nel 2012 con una nota operativa la Commissione Europea richiese ai paesi membri di fornire la Garanzia Giovani “entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o della fine del percorso di studi formale” In quell’anno infatti fu soprattutto il report di Eurofound “NEETs Young people not in employment,education or training: Characteristics, costs and policy responses in Europe” (NEET. Giovani senza lavoro, educazione o formazione: caratteristiche, costi e politiche di risposta) a suonare un campanello di allarme ineludibile per la comunità scientifica e per i decisori politici. Tuttavia la Garanzia Giovani non era affatto una novità in Europa. Nel 1981 un documento della segreteria del Consiglio dei Ministri dei paesi Nordici menzionava già il concetto di Garanzia Giovani. Il disegno della politica europea si basa sul modello Finlandese sviluppato nel corso degli anni ’90 che aveva dimostrato una efficacia nel riportare una parte di giovani marginalizzati alla disciplina del lavoro nel contesto sociale ed economico specifico del paese scandinavo. Altri paesi in quel contesto presentarono esempi di politiche per i giovani disoccupati o esclusi. La presidenza Danese dell’Unione organizzò un workshop a Hersens nell’aprile del 2012. Ma la maggior parte degli stati membri, osservò la Commissione, non avevano un piano di intervento in questo campo. Così emerse la proposta di stilare delle linee guida su questo argomento. Per giustificare i costi finanziari di un piano straordinario la Commissione argomentò che i costi di un mancato intervento sarebbero stati ben più alti di quelli del piano su questi temi. Infatti le stime di Eurofound indicarono che il costo dei NEET ammontasse a circa l’1% del PIL della UE, ovvero circa 153 miliardi di euro all’anno nel 2011 . Un costo che naturalmente si distribuisce in misura maggiore nei territori che soffrono maggiormente la recessione ovvero l’Italia (32,6 miliardi) seguita da Francia, Regno Unito e Spagna (22, 18 e 15,7 miliardi rispettivamente). In misura percentuale sul PIL gli stati che soffrirebbero di più sono la Grecia e la Bulgaria, rispettivamente con un costo sociale del 3,3 e 3,2 del PIL. I costi e gli impatti di questa situazione sono distribuiti secondo una geografia umana che ricalca divisioni e diseguaglianze storiche tra aree geografiche ed all’interno delle stesse metropoli. Secondo le stime del centro di ricerca Eurofound della UE, ma anche secondo una letteratura scientifica consolidata i costi sociali ed economici di lungo termine sono rilevanti perché la parte di persone disoccupate che vivono in tali condizioni per lungo tempo tendono a perdere fiducia in sé stessi, spirito di iniziativa, conoscenze e abilità. Solo il 23 Aprile 2013 la Raccomandazione 120/01 del Consiglio Europeo ammise che i giovani erano stati “colpiti in modo particolarmente duro dalla crisi”.

'Il Consiglio ha invitato gli Stati Membri a intervenire rapidamente sull'offerta educativa, con misure di attivazione e formazione per i NEET, includendo chi non ha terminato il corso di studi obbligatorio. Questo ha l'obiettivo di riportare queste persone in un percorso educativo, di formazione o nel mercato del lavoro nel più breve tempo possibile riducendo il rischio di povertà ed esclusione'

Il documento menzionava infatti l’esistenza di 7,5 milioni di NEET nella unione a 27 paesi. All’interno di questo dato eterogeneo dobbiamo però distinguere i disoccupati di lungo corso insieme al costo sociale ed economico di un grande numero di giovani che rimangono per lungo tempo senza, lavorare, studiare o senza formarsi in alcun modo. Però come abbiamo visto questo è stato vero per molti paesi ma non per tutti. Inoltre all’interno dei singoli paesi, in particolare nei paesi con un federalismo amministrativo malfunzionante come l’Italia si sono cominciate a notare differenze considerevoli tra aree più ricche ed aree più povere, anche all’interno di ciascuna regione. Garanzia Giovani è stata presentata come uno strumento per raggiungere gli obiettivi del vertice di Lisbona (2005): 75% di occupati in età attiva, riduzione del 10% del tasso di abbandono scolastico e l’uscita di 20 milioni di persone dalla povertà e dall’esclusione sociale. Solo Germania ed Austria hanno avuto dei tassi negativi di crescita dei NEET in Europa. La spiegazione non si colloca secondo diverse ricerche nel solo tasso di crescita dell’economia bensì in forti sistemi di educazione ed apprendistato duale diretti ai giovani: “Il Consiglio ha invitato gli Stati Membri a intervenire rapidamente sull’offerta educativa, con misure di attivazione e formazione per i NEET, includendo chi non ha terminato il corso di studi obbligatorio. Questo ha l’obiettivo di riportare queste persone in un percorso educativo, di formazione o nel mercato del lavoro nel più breve tempo possibile riducendo il rischio di povertà ed esclusione”.

Garanzia Giovani all’italiana

Il piano Garanzia Giovani ha contribuito alla istituzionalizzazione e generalizzazione della categoria NEET tanto presso le agenzie governative come nel lessico giornalistico. Il ministro Poletti ha contributo a renderla odiosa come tutto ciò che tocca con i suoi gesti volgari e sprezzanti. I ritardi nei pagamenti delle borse lavoro, la disorganizzazione di molti centri per l’impiego, la discesa degli avvoltoi delle agenzie private per il lavoro (Manpower e Obiettivo Lavoro per prime) hanno completato il quadro. Gli obiettivi della Garanzia Giovani italiano sono gli stessi stabiliti nei protocolli europei. E’ infatti forte l’enfasi sull’occupabilità: “Il Programma Garanzia per i Giovani non contiene solo provvedimenti dedicati all’emergenza in corso, ma costituisce una riforma che vuole assicurare occupabilità ai giovani italiani di oggi e a quelli di domani” . Nel testo c’è una forte enfasi sulla formazione che dipende però come ben noto dalla qualità molto variabile dell’implementazione delegata dal capitolo quinto della Costituzione alle amministrazioni regionali. Altri due obiettivi sono al centro di questa nuova misura: raggiungere le persone che hanno abbandonato la scuola dell’obbligo e formarle nuovamente per ridurre la differenza di competenze. Tuttavia le condizioni del mercato del lavoro italiano si presentano più accidentate di quanto voglia mostrare il mantra dell’occupabilità. L’Italia è infatti l’unico grande paese UE in cui si assiste ad una riduzione dei posti di lavoro ad alta qualificazione ed in cui tale segmento di lavoratori ha ricominciato ad emigrare. Il capitale sociale individuale spendibile sul mercato del lavoro continua a crescere con l’istruzione poiché i lavoratori più istruiti competono chi non lo è per posti di lavoro che in realtà richiedono poche competenze specialistiche. La flessibilità ha portato ad un declino dei salari ed ha ridotto gli stimoli per le aziende ad incrementare la produttività. Garanzia Giovani sta svolgendo il ruolo di equivalente funzionale per quel reddito di cittadinanza che non esiste in Italia e sta incentivando le imprese a sfruttare una mano d’opera giovane a basso costo sovvenzionata dai fondi europei. Il dibattito sull’efficacia della misura è stato molto ampio ed ha visto un ventaglio di posizioni che vanno da quelle più ottimistiche che vedono in tale iniziativa istituzionale un buon inizio con molte potenzialità o una politica necessaria ma con molti deficit. Il mondo accademico e politico però non ha gli strumenti critici per proporre dei cambiamenti all’altezza della situazione. La maggior parte dei critici continuano a difendere la radice della situazione negativa che i giovani hanno ereditato: il mercato del lavoro neoliberista ha reso ancora più vulnerabili i giovani e non può proporre una soluzione equa per la redistribuzione della ricchezza e delle opportunità. Non a caso Garanzia Giovani ha ricevuto molte critiche motivate ed accanto ad una adesione massiccia da parte dei disoccupati, ha creato delusione e rabbia in molti e molte.

Molto lavoro (da fare) per la lotta di classe

Una società gerarchica e corrotta come quella italiana, ha schiacciato verso il basso il potere dei giovani che vengono sfruttati ed usati per produrre valore e per questo sono disoccupati, sotto-occupati e naturalmente disillusi. La sofferenza sociale si diffonde e si esprime in forme auto-lesioniste specialmente tra i giovani maschi bianchi come la storia recente del suicido di Michele da Udine ricorda, che vedono crollare la propria immagine sociale. Per gli altri e le altre con un diverso colore della pelle c’è sempre il lavoro servile e sottopagato a cui sono stati destinati: badanti e donne delle pulizie, operai sui cantieri più duri o facchini a cottimo, la schiavitù nell’agricoltura intensiva ed infine il gradino più infame dello sfruttamento: la prostituzione forzata. Di fronte all’inferno del lavoro operaio salariato che è già distribuito secondo le linee del colore i giovani italiani bianchi vengono rimessi al centro dell’attenzione solo a condizione di giocare la parte della “categoria vulnerabile”, solo se sono disposti a disciplinarsi con lunghi questionari, file ai centri per l’impiego, prove e contro-prove di fedeltà al consumo ed al lavoro. Tutto sembra cospirare per esorcizzare a tutti i costi una necessaria rottura generazionale che viste le condizioni che ho descritto, sarebbe colma di giusta rabbia almeno verso chi ha goduto dell’oppressione fino ad oggi. Inoltre la disoccupazione giovanile dovrebbe accendere un campanello d’allarme sul futuro della società basata sul lavoro in un’epoca di trasformazioni sociali e tecnologiche determinanti. Secondo la posizione riformista l’introduzione di un reddito di cittadinanza, capace di sganciare l’inclusione sociale dal salario da lavoro permetterebbe di sperimentare forme sociali di produzione innovative, di contenere l’emigrazione di massa dei giovani soprattutto dal Sud Italia e interromperebbe il circolo vizioso di esclusione-repressione-costi sociali che vede i giovani in prima fila tra le vittime della criminalità organizzata e del consumismo compulsivo. Tale misura però non sarà la salvezza né la soluzione, perché dati gli attuali rapporti di forza assumerà necessariamente una nuova funzione di controllo e disciplina. Non sarà l’introduzione di un sussidio a rianimare una coscienza di classe nei giovani oggi dispersi in mille attività e schiacciati da bisogni economici sempre più pressanti. E’ chiaro dunque che i NEET non possono essere affrontati come un unico soggetto ma questa categoria deve essere decostruita e ricondotta ai bisogni di soggetti e collettività specifiche. Le politiche per il contrasto della disoccupazione giovanile in Italia sono oggi incastrate tra il rischio di una isteresi prolungata del sistema e la necessità urgente di cambiamento spinta dal potenziale di resilienza sociale delle giovani generazioni. L’occupabilità come orizzonte cognitivo e normativo e Garanzia Giovani come strumento di intervento caratterizzano oggi le politiche per il mercato del lavoro rivolte ai giovani in Europa. Questo avviene con effetti nefasti specialmente a livello territoriale, nelle provincie in cui e divisa l’Italia e per le categorie sociali la cui vulnerabilità è frutto di istituzioni inefficaci e corrotte e di un mercato del lavoro particolarmente gerarchizzato. In questi anni la ricerca sociale ha posto un’enfasi eccessiva sul lato dell’offerta di lavoro trascurando i problemi legati al lato della domanda ovvero alla capacità dell’economia capitalista di costruire posti di lavoro e redistribuire reddito e soprattutto non ha compreso a sufficienza la potenzialità dei giovani di innovare i modelli produttivi e sociali. Inoltre sembra essere scomparsa dall’orizzonte pubblico una idea alternativa rispetto allo sviluppo capitalistico. Il problema della disoccupazione giovanile infatti è posto male. Non si tratta di trovare un rimedio ad un sistema che sfrutta la disoccupazione giovanile portando vantaggio ad una generazione di vecchi padroni e padroncini bensì di immaginare la soluzione a partire dalla radice. L’ approccio a-critico basato sulla fiducia in un accumulazione di capitale illimitata e costante deve essere sconfitto. Tuttavia la debolezza politica ed organizzativa dei giovani precari lascia troppo spesso in ombra la ricchezza delle sperimentazioni, seppur limitate nello spazio e nel tempo, che indicano le possibilità di un superamento della società basata sullo sfruttamento del lavoro e sull’esclusione sociale. Infatti si può intravedere un’uscita dallo sfruttamento soltanto smettendo di giocare con le regole del capitale, ricordandoci che il rifiuto del lavoro significa il rifiuto di arricchire chi ci comanda e ci opprime per aprire possibilità inedite di creazione di nuovi mondi.

Standing Rock: la storia di un’eroica resistenza

Il 23 febbraio 2017, dopo una resistenza durata oltre dieci mesi contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, il campo di Standing Rock è stato infine sgomberato dalla polizia nordamericana con un modus operandi militare. Ad oggi non sappiamo quali sorti avrà questa esperienza, senza dubbio la sua eco continua a riverberare come ispirazione per altre lotte in tutto il mondo. In ogni caso abbiamo ritenuto interessante pubblicare questo articolo del 19 novembre 2016 per due ragioni principali. Da una parte, questo saggio ci racconta di come Standing Rock sia stata una delle maggiori lotte contro lo sviluppo infrastrutturale, l’elemento materiale su cui si basa il potere logistico del capitalismo contemporaneo. Dall’altra parte, esso riesce a illustrare con efficacia la profondità antropologica di ciò che appare a tutti gli effetti una “guerra tra mondi”, come uno scontro epocale tra la forma di vita imposta dal capitalismo e le forme di vita che entrano in secessione, le quali si mostrano in una costante tensione tra tradizioni e sperimentazione.

Da quasi sette mesi i protettori indigeni dell’acqua stanno conducendo un’eroica resistenza per impedire la costruzione del Dakota Access Pipeline.

L’occupazione di Standing Rock è un movimento basato sulla presenza. Sottraendo spazio e tempo all’Energy Transfer Partners, all’Army Corps of Engineers, alla contea di Morton, al Nord Dakota, agli Stati Uniti d’America, Standing Rock è divenuto il più grande episodio di resistenza negli Stati Uniti, almeno dai riot di Ferguson nel 2014.

Come Ferguson, e come in precedenza l’occupazione di Wounded Knee del 1973, il nome stesso del luogo è divenuto evocativo del movimento: “Standing Rock” fa subito venire in mente gli accampamenti, i lockdown, i blocchi, gli scontri con la polizia per impedire la costruzione del Dakota Access Pipeline lungo il fiume Missouri.

Una storia nuova

L’accampamento, il cui sviluppo è stato piuttosto graduale, è ora abitato da migliaia di persone, si estende a macchia d’olio ed ha saputo attirare l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo. Il primo aprile del 2016 è stato allestito dai giovani della riserva indiana di Standing Rock il campo Sacred Stone, come luogo di veglia religiosa per monitorare l’inizio dei lavori del Dakota Access Pipeline. Ma già due anni prima la tribù aveva promosso una causa legale contro la costruzione di questo oleodotto.
Questo primo campo si trova all’interno della riserva, vicino al punto di confluenza dei fiumi Missouri e Cannonball. L’incontro dei due fiumi era solito creare una sorta di vortice che forgiava una pietra dalla forma singolare, da cui proviene il nome del campo: Sacred Stone. Negli anni ’40 l’Army Corps of Engineers ha deviato il corso del fiume inondando una parte della riserva, facendo venire meno il vortice e, con esso, la pietra sacra. Durante la primavera e l’estate il campo Sacred Stone è servito sia come luogo di preghiera che come piattaforma di lancio per una serie di azioni simboliche finalizzate a scongiurare l’inizio dei lavori.
Verso fine luglio, quando i primi segni dei lavori erano divenuti visibili sul territorio, la tribù di Standing Rock ha invitato formalmente gli Oceti Sakowin – i sette council fires dei popoli Lakota, Dakota e Nakota – a unirsi a loro e, in particolare, i guerrieri del gruppo Oglala Lakota della riserva indiana di Pine Ridge. In molti, con le loro famiglie allargate, sono giunti a Standing Rock direttamente dalle annuali cerimonie della Danza del Sole. Prima di arrivare, dunque, erano già accampati da oltre un mese.
A questo punto la tribù di Standing Rock e gli Oceti Sakowin hanno lanciato un appello ad altre nazioni native e ad alleati non nativi a solidarizzare con loro e ad unirsi all’accampamento. Mentre i sostenitori iniziavano a riversarsi a Sacred Stone, lì vicino si è costituito il campo Rosebud, anch’esso all’interno della riserva ma molto vicino all’Highway 1806. Dal momento che continuava ad arrivare gente è stato allestito sull’altra sponda del fiume Cannonball un campo “di straripamento”, che presto sarebbe divenuto la casa di migliaia di persone, nonché il principale campo degli Oceti Sakowin. Quest’ultimo si colloca fuori dalla riserva, ufficialmente sulla terra dell’Army Corps of Engineers ed è quindi un’occupazione illegale e costituisce, di per sé, un’azione diretta. Questo accampamento è diventato una sfida aperta alle numerose violazioni dei trattati che hanno storicamente limitato la sovranità del popolo Lakota esclusivamente alle proprie riserve gestite a livello federale.
A questo punto le azioni dirette sono diventate un qualcosa di quotidiano: con lo scopo di interromperne i lavori i protettori dell’acqua, infatti, marciavano dal campo degli Oceti Sakowin verso le aree dei cantieri. Utilizzando tattiche ereditate dal movimento ambientalista i protettori dell’acqua hanno iniziato a praticare i cosiddetti lockdown, azioni che consistono nell’incatenarsi ai macchinari per prevenirne l’uso.

La scorsa estate si è connotata per una serie di eventi che passeranno alla storia. I Crows, come altre nazioni indigene tradizionalmente nemiche dei Lakota, sono arrivati in processione per offrire la pace e unirsi alla lotta contro l’oleodotto. Nel giro di poco tempo quasi trecento tribù riconosciute a livello federale avrebbero inviato delle delegazioni e dichiarato la loro solidarietà. Verso l’inizio di settembre la popolazione degli occupanti ha raggiunto il suo apice di circa cinquemila persone.
E’ stato a questo punto che le crescenti tensioni hanno finito per esplodere, imponendo Standing Rock alla ribalta dei media nazionali. Il DAPL ha assunto un’impresa di sicurezza privata per sorvegliare i lavori in corso ed evitarne l’interruzione. Quando la lunga causa legale volgeva finalmente verso la decisione della corte la tribù di Standing Rock ha presentato la documentazione inerente la presenza di siti archeologici, tra cui dei cimiteri ancestrali presenti lungo il percorso predisposto per l’oleodotto. Il giorno seguente, il 3 settembre, gli operai hanno demolito con delle ruspe un antico cimitero descritto in quegli atti processuali.
Quel pomeriggio centinaia di persone, mentre marciavano lungo l’autostrada per piantare simbolicamente le bandiere delle loro nazioni sul percorso dell’oleodotto, si sono improvvisamente imbattute in quel gesto profanatorio. Un gruppo di donne ha immediatamente divelto la recinzione che delimitava il cantiere e centinaia di persone si sono precipitate al suo interno per bloccare le ruspe. Mentre gli operai battevano in ritirata, i protettori dell’acqua si sono imbattuti nella forza di sicurezza privata che li ha attaccati con spray al peperoncino, presi a pugni, placcati e fatti mordere dai cani da guardia. Le immagini che iniziavano a circolare erano stranamente evocative del movimento per i diritti civili degli anni ’60 e delle guerre indiane del XIX secolo. Tutti gli occhi erano ora puntati su Standing Rock.

La settimana successiva il governatore del Nord Dakota ha dichiarato lo stato di emergenza e convocato la Guardia Nazionale che ha esordito facendo posizionare un presidio militare lungo l’autostrada che va dalla capitale Bismarck a Standing Rock. Un giudice si è finalmente pronunciato sulla causa legale che si trascinava da anni con una decisione contraria all’ingiunzione sospensiva della costruzione. Poche ore dopo diversi dipartimenti del governo federale, tra cui l’Army Corps of Engineers, rilasciavano un comunicato contenente una proposta, temporanea e volontaria di ingiunzione sospensiva della costruzione entro le 40 miglia dal fiume. Un più piccolo campo d’avanguardia, il Sacred Ground, è stato allestito per monitorare le squadre di operai e i cimiteri che sarebbero stati intaccati dall’oleodotto nello stesso luogo dove poco prima era avvenuto lo scontro, ovvero lungo entrambi i lati dell’Highway 1806.

Per non perdere slancio il campo ha saputo continuamente innovare le sue tattiche. Con i lavori ora molto più distanti dal campo sono iniziati i lockdown. Queste azioni, tuttavia, per via della loro distanza, organizzazione segreta e specificità delle competenze richieste, erano partecipate solamente da una piccola minoranza specializzata e non da tutti. A seguito di una di queste azioni, risoltasi in un arresto di massa, questo tipo di tattica ha rapidamente perso consensi provocando un momento di stallo durato circa quindici giorni. Per ritrovare una partecipazione di massa si è allora cominciato a organizzare carovane di dozzine di macchine, camion e bus che contavano sulla presenza di centinaia di persone ed il cui scopo era quello di andare a interrompere i lavori in corso situati anche a un’ora di viaggio dagli accampamenti.
Da fine settembre a fine ottobre, i blocchi con le carovane avvenivano quasi quotidianamente. Gli operai del DAPL abbandonavano il lavoro non appena arrivavano i manifestanti, se non addirittura prima. Queste proteste erano basate su cerimonie e preghiere che, ad esempio, contemplavano la semina del grano sacro e dei salici. Si trattava di eventi organizzati con determinazione, guidati formalmente dagli anziani delle tribù ma che contavano sulla piena partecipazione di giovani e vecchi, donne e uomini. Spesso i giovani erano i primi ad arrivare sulla scena, prima ancora che arrivassero gli anziani della tribù a celebrare la cerimonia e a volte hanno danneggiato e taggato i macchinari dei cantieri. Quando la polizia ha iniziato a rispondere in modo più muscolare e sono ricominciati gli arresti di massa le carovane hanno iniziato semplicemente a rallentare in prossimità del cantiere, costringendo comunque gli operai ad andarsene ma senza rischiare arresti.
Nonostante le costanti interruzioni dei lavori verso fine ottobre il cantiere del DAPL si stava nuovamente espandendo verso il fiume Missouri e la costruzione era quasi completa. Appellandosi ai trattati di Fort Laramie, gli Oceti Sakowin hanno dichiarato l’espropriazione per pubblica utilità e l’occupazione di un pezzo del percorso dell’oleodotto. Il campo Frontline, situato su quello che ufficialmente era proprietà del DAPL, si è trasformato da piccolo avamposto in un accampamento di centinaia di persone. Alcune barricate sono state erette sull’Highway 1806 e per almeno una settimana lo sgombero del campo Frontline sembrava imminente. Con il montare delle tensioni i protettori dell’acqua hanno accettato di rimuovere le barricate continuando però a mantenere un presidio lungo l’autostrada.

Il 27 ottobre il Dipartimento dello Sceriffo di Morton County, insieme con la Guardia Nazionale e i dipartimenti di polizia di cinque altri stati, si sono mossi per sgomberare il campo Frontline. Le forze dell’ordine hanno voluto mostrare i muscoli: si sono presentati con mezzi militari, un cannone sonoro LRAD e in equipaggiamento antisommossa. Per impedire l’entrata della polizia nel campo la gente ha abbandonato le proprie automobili in mezzo alla strada, squarciando i copertoni e rimuovendo le targhe. Altri si sono incatenati a un camion. Sull’Highway 1806 e sulla 134 sono state erette e date alle fiamme delle barricate. Infine, con lo sgombero del campo, altre barricate sono state messe all’incrocio tra le due autostrade e su un ponte più a sud. In mezzo a questo caos alcune attrezzature da lavoro e dei mezzi della polizia sono stati incendiati.
Nelle settimane seguenti, man mano che il cantiere si spostava verso il fiume, ci sono stati violenti scontri tra i protettori dell’acqua e la polizia antisommossa, che ha utilizzato sistematicamente lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il movimento

L’occupazione di Standing Rock è un movimento basato sulla presenza, che ha creato una nuova forma di vita comune sulle terre originarie degli Oceti Sakowin, rifiutando e sfidando il progresso storico lineare a cui siamo abituati: l’acquisto della Louisiana del 1803; la violazione dei trattati di Fort Laramie del 1851 e del 1868; l’annessione del territorio Dakota nel 1861; l’ammissione del Nord Dakota nell’unione nel 1889; e la formalizzazione di Standing Rock in quanto riserva separata dal resto della Grande Nazione Sioux.
Grazie all’occupazione e al movimento questa antica storia può finalmente entrare nuovamente nel presente e, cosa ancor più importante, può essere posta in discussione. Le lotte sulla sovranità di questa terra, infatti, rischiano di ridursi sempre a dispute giurisdizionali a cui di solito segue l’intervento dei vari dipartimenti delle contee, della polizia di stato, della guardia nazionale e delle società di sicurezza privata chiamate a difendere le proprietà, pubbliche o private che siano, affinché il DAPL possa essere costruito. Verso fine settembre Dave Archambault II, presidente di Standing Rock, ha portato la questione a Ginevra interpellando il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite circa gli abusi e le violazioni perpetrati sulle terre oggetto del trattato. Quest’insieme di misure e contro-misure è indicativo del complicato nesso tra forze locali, statali, federali, private e internazionali in cui si sono trovati invischiati i popoli indigeni nel corso delle controversie per la difesa della loro sovranità.

Se da una parte il movimento di Standing Rock definisce un suo proprio aggregato ed una sua particolare esperienza di lotta, dall’altra esso condivide anche molte caratteristiche delle recenti rivolte globali. La proliferazione delle infrastrutture è spesso diventata oggetto e al tempo stesso teatro del conflitto; l’accampamento e il blocco sono diventati le pratiche fondamentali nell’arsenale tattico dei movimenti. Gli antagonisti tendono a essere definiti quasi del tutto superflui alle esigenze del capitale, ma rimangono comunque dipendenti dal mercato per la loro riproduzione. L’accampamento e il blocco creano allora una rottura nell’esperienza normalizzata della vita quotidiana e l’esperienza di stare al campo diventa un laboratorio di nuove forme di vita collettiva.
I movimenti sociali del passato, indigeni e non, erano spesso radicati in una particolare comunità e territorio, ovvero in un tessuto sociale coeso, in cui ciascuno trascorreva tutta la sua vita, basato su un insieme di istituzioni culturali, spirituali, politiche e famigliari. Dunque erano in grado di mostrare un mondo coerente, dentro e contro il mondo a cui si opponevano. Questo permetteva di tramandare le tradizioni di lotta attraverso le generazioni creando una sorta di dovere morale alla partecipazione. Ciò ha anche prodotto una visione coerente di un’altra vita e di un mondo possibili oltre il capitalismo. La storia dell’ultimo cinquantennio è la storia della dismissione della possibilità di questi mondi. La forza dell’occupazione di Standing Rock, invece, sta proprio nella sua capacità di creare e ripensare questo potenziale di comunità in lotta.
Mentre le azioni di protesta contro l’oleodotto sono diventate sempre più visibili sui media, quello che appare meno visibile, invece, sono il contesto ed i legami generazionali, spirituali e territoriali che animano questo movimento. Sono la potenza della visione del mondo degli Oceti Sakowin ed i loro persistenti legami a costituire le fondamenta dell’esistenza stessa di Standing Rock ed è questo che permette all’occupazione di resistere da oltre sette mesi in questi termini di consistenza, durata e persistenza.
La politica praticata dentro l’occupazione di Standing Rock non è basata sulle decisioni, piuttosto sugli impegni che vengono assunti. Nella società liberale rappresentativa le decisioni sono prese da pochi ma riguardano molti e si legittimano con la tacita aspettativa che i loro effetti saranno accettati e rispettati. Gli impegni, diversamente, devono essere assunti da tutti. Un movimento come Standing Rock, basato sulla durata, dipende dalla dedizione di tutti i presenti nei giorni, nelle settimane, nei mesi. E’ questo a garantirne la forma collettiva: il movimento esiste se esiste tale dedizione, la quale trae la propria forza dagli intensi legami maturati negli accampamenti.
Diversamente da una mobilitazione politica, dove le persone sono chiamate semplicemente ad agire insieme, a Standing Rock i partecipanti devono anche vivere insieme. E non soltanto per alcuni giorni o settimane ma, ormai, da sette mesi. Nei diversi spazi degli accampamenti – Standing Rock è composta non da uno ma da molti mini-campi separati e autonomi – si sono dovuti trovare collettivamente i modi di vivere e lottare insieme. Inoltre la durata del movimento esige che l’organizzazione quotidiana, come mezzo della conservazione materiale e spirituale degli abitanti, informi il contenuto e la strategia della lotta stessa.

Quelli che si sono incontrati

Tra i partecipanti all’occupazione di Standing Rock si possono distinguere tre categorie. Il nucleo principale è formato dai membri degli Oceti Sakowin, che comprende sia chi proviene direttamente dall’attuale riserva indiana di Standing Rock, sia chi proviene dalle riserve limitrofe che una volta componevano la Grande Nazione Sioux, formata da Cheyenne River, Pine Ridge, Rosebud, Crow Creek, Lower Brule, ecc. Per tutti loro la singolarità della terra, delle sue colline, caverne, vallate e fiumi è di primaria importanza e ciascuno di questi elementi incarna, storicamente e attualmente, specifici significati e scopi. Si dice che l’occupazione di Standing Rock sia il primo episodio di convergenza di tutte le comunità indigene dai tempi delle Guerre Sioux di oltre cent’anni fa.
Una seconda categoria di partecipanti solidali è costituita dai popoli indigeni di Turtle Island, o Nord America, che hanno inviato da tutto il continente delegazioni e rappresentanti per partecipare alla più grande occasione di incontro di tribù e popoli nativi dai tempi della colonizzazione. Questa concreta dimostrazione di solidarietà e impegno è un elemento essenziale dell’occupazione, rappresentato dal viale principale decorato da centinaia di bandiere delle nazioni tribali che lo hanno attraversato. Le bandiere sono utilizzate negli accampamenti per delimitare gli spazi, per rappresentare e omaggiare gli appartenenti a questa nuova comunità. Dal momento che, a fine settembre, le tattiche del movimento consistevano di azioni in carovana per bloccare i lavori, i partecipanti erano esortati a prendervi parte con le loro preghiere, tamburi e bandiere, alimentando così la solidarietà inter-tribale del movimento #NoDAPL. Ciò, di per sé, ha creato un piano di consistenza ed una forza tali che oggi travalicano l’occupazione e la specifica questione dell’oleodotto.
La terza tipologia di partecipanti si compone di tutti gli attivisti solidali non nativi che hanno viaggiato fino a Standing Rock per dare il proprio sostegno alla lotta. Questi sono soprattutto persone animate dalla volontà di opporsi all’oleodotto in difesa dell’ambiente, dai fricchettoni new age ai mediattivisti indipendenti, dagli hippy agli anarchici. Più in generale, a Standing Rock sono giunte persone dai luoghi più disparati, dall’Amazzonia all’Artico passando per la Palestina. Si dice che Standing Rock rappresenti il più grande incontro di sempre tra popoli indigeni e non, uniti in una causa comune. Il che, del resto, è anche una delle ragioni del successo e della longevità del movimento, che ha saputo fare della predisposizione all’incontro e della solidarietà i suoi capisaldi.
Ciò che è davvero notevole dell’occupazione di Standing Rock è che non si tratta di una tipica mobilitazione politica come quelle a New York, Washington DC o una qualche altra metropoli americana ad alta densità demografica. Tutto ciò sta avendo luogo nel quarto stato americano meno densamente popolato, a un’ora di viaggio dalla capitale, Bismarck, la cui popolazione peraltro conta appena 61.000 abitanti. Standing Rock si trova a 900 miglia da Chicago, 1500 da Los Angeles, e 1.600 miglia da New York City, equivalenti a 30 ore di macchina. Ciò significa che le migliaia di persone passate per l’occupazione in questi ultimi mesi hanno probabilmente fatto dei viaggi molto lunghi e dispendiosi per unirsi al movimento.

Mappare la zona

Lungo l’Highway 1806 ci sono quattro diversi campi che compongono l’occupazione: Sacred Stone, Rosebud, Oceti Sakowin e Sacred Ground. Questi campi hanno accolto dalle mille alle tremila persone, arrivando ad ospitarne fino a cinquemila ad inizio settembre.
Oceti Sakowin, il campo principale e finora anche il più grande, assomiglia ad una piccola città, con il suo reticolato di strade polverose, piccoli quartieri e rudimentali infrastrutture. La strada principale, quella che porta dall’autostrada al campo, è delineata dalle bandiere delle quasi trecento nazioni tribali che sono venute qui ad esprimere la loro solidarietà. Nel cuore del campo c’è il falò sacro, il luogo che ospita un incessante susseguirsi di cerimonie, danze, performance, dibattiti e comizi, nonché l’enorme cucina collettiva che distribuisce i pasti quotidiani.

Ora il campo ospita anche una scuola elementare, una stazione radio pirata, un media center indipendente, una postazione a energia solare per ricaricare telefoni e altre attrezzature, una forza di sicurezza volontaria organizzata dal Movimento degli Indiani Americani, un ospedale da campo, delle tende in cui si offrono massaggi, prodotti officinali e infusi alle erbe, un campo da lacrosse [uno sport di squadra, una sorta di hockey sull’erba n.d.t.] diverse dozzine di tende che distribuiscono cibo, attrezzatura da campeggio, vestiti e dozzine di bagni a secco, cassonetti per l’immondizia e taniche d’acqua. Nel campo ci sono anche una dozzina di saune e una mezza dozzina di stalle per cavalli. Questo perché esiste un sistema di comunicazione che usa i cavalli e, ad un certo punto, è stato perfino costruito un ippodromo. Nel campo c’è anche un gruppo di doula per i parti naturali che sinora ha assistito almeno una nascita. C’è un sistema di camion che distribuisce nei campi più piccoli la legna da ardere, i prodotti agricoli e altre provviste. Infine c’è anche una piccola flotta di motoscafi e canoe.

Il campo Oceti Sakowin è composto, a sua volta, da dozzine di piccoli accampamenti, che possono essere costituiti su base tribale, famigliare o di affinità, ciascuno costruito intorno a un falò e a una cucina. Questi campi-dentro-il-campo sono autonomi e autosufficienti e gli stessi accampamenti sono arrivati a ricreare la nuda essenza dell’insediamento umano. Di fatto potrebbero indistintamente apparire come case o piccoli villaggi interni all’accampamento più grande: si potrebbero interpretare le tende come le singole stanze e il falò come lo spazio comune di un’ipotetica casa; oppure le tende come case e allora il falò diventerebbe la piazza di un piccolo villaggio.
Il campo Red Warrior, famoso per la partecipazione attiva e l’organizzazione di molte delle azioni dirette del movimento, è un campo interno all’Oceti Sakowin, situato in fondo, lungo il fiume Cannonball. E’ delimitato da una recinzione, con la sua propria forza di sicurezza, il suo falò, le sue tende-magazzino, la sua cucina collettiva per i pasti quotidiani, grandi tende di tipo militare adibite a sale comuni dove incontrarsi e mangiare, una biblioteca, un laboratorio di serigrafia, macchine da cucire e una tenda-scout che monitora e mappa i lavori dell’oleodotto. Adiacente al Red Warrior c’è il mini-campo Haudenosaunee, per i popoli della Confederazione delle Sei Nazioni provenienti dai così chiamati stati del Quebec, Ontario e New York, con i propri falò, pasti e provviste, ecc. Vicino c’è anche il campo Two Spirits. Del resto, il proliferare di questi mini-campi in tutta Oceti Sakowin e Standing Rock attesta la pluralità di questo movimento.
In termini spaziali e organizzativi, dentro l’occupazione Standing Rock non c’è quindi un unico campo, un’unica assemblea, un unico falò, un unico rancio, oppure un unico corpo decisionale o amministrativo. E questo dovrebbe essere considerato uno dei suoi punti di forza. L’incontro storico e senza precedenti dei popoli che compongono Standing Rock ha trovato un modo di vivere e lottare insieme, riconoscendo e rispettando le differenze e i bisogni che ciascuno esprime.

Temporalità e DAPL

Uno dei tratti distintivi dell’occupazione di Standing Rock è la sua base famigliare ed i legami intergenerazionali che compongono gli accampamenti e il movimento stesso. Non è per niente strano, per esempio, vedere un piccolo campo basato sulla figura di una matriarca sui sessantanni, spesso con esperienza diretta del Movimento degli Indiani Americani degli anni ’70. Insieme a lei, i suoi figli di quarant’anni, il corrispettivo nativo americano dei “cuccioli” delle Black Panther, cresciuti in un ambiente domestico radicale, abituati ad organizzarsi politicamente per rivendicare le forme di vita e di educazione tradizionali.
Questa generazione, quella dei nati tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, è quella dei leader più rispettati del movimento, mentre i loro figli e nipoti ventenni, sono gli intraprendenti guerrieri arruolati nelle prime file delle proteste. I loro figli o nipoti più piccoli giocano e corrono nei campi e adesso possono anche frequentare la scuola, istituita per quelli che si sono trasferiti nel campo con i propri figli a tempo pieno. Ciò significa quattro generazioni e, di conseguenza, che dentro ciascuno di questi campi vi sono famiglie allargate con i relativi legami di parentela, tiospaye in lingua Lakota, i quali, con rispetto e intimità, si relazionano tra loro come sorelle, cugini, zii o nonni. Questi legami familiari s’inseriscono in una più complessa percezione che l’individuo ha di sé e del suo rapporto con la società, in particolare in relazione alle strutture sociali dei clan, delle comunità e delle nazioni. Questo per dire che nella cultura dell’occupazione di Standing Rock esistono paradigmi di relazione e dovere estranei alla logica conformante della cittadinanza, diventata sinonimo di una vuota eguaglianza tra individui privi di legami profondi, responsabilità o esperienze condivise.
I Lakota parlano spesso delle “sette generazioni,” intendendo una struttura concettuale in base alla quale ci si concepisce come continuum tra quelli che sono venuti prima e quelli che verranno. Potresti essere tu, le tre generazioni precedenti e le tre generazioni successive alla tua. Oppure tu ed i nipoti dei tuoi nipoti, cioè coloro che per forza di cose non conoscerai mai. Così, ogni decisione o azione intrapresa da te, dal tiospaye o dalla nazione deve essere ponderata non soltanto considerando se stessi ed il presente, come avviene nella società liberale, ma contemplando anche tutte queste generazioni. Quando si pratica, in un territorio, una visione del mondo così profondamente etica e diacronica, la questione non può ridursi unicamente alla difesa attuale della Grande Nazione Sioux o del fiume Missouri, ma occorre pensare a ciò che consentirebbe di mantenerne inalterate le potenzialità per le sette generazioni, per i nipoti dei tuoi nipoti.
I Lakota parlavano spesso della profezia del serpente nero, secondo cui un giorno verrà un grande serpente recando con sé un’inspiegabile distruzione. In anni più recenti la profezia è stata associata alla proposta di costruzione della Keystone Pipeline, il cui progetto interessava anche il territorio di Oceti Sakowin, fino a che, nel novembre 2015, un ampio movimento ha costretto Obama a bocciarne la fase finale di costruzione. Da allora la profezia è stata associata alla proposta o alla realizzazione di diversi oleodotti, e, in agosto, il guerriero Iyuskin, l’American Horse di Standing Rock, ha scritto sul The Guardian:

I nostri avi ci hanno detto che se la zuzeca sape, il serpente nero, giunge nelle nostre terre, il nostro mondo finirà. Zuzeca è venuto – nelle vesti del Dakota Access Pipeline – e così devo combattere… Non siamo manifestanti. Siamo protettori. Stiamo difendendo la nostra terra e le nostre forme di vita in modo pacifico. Preghiamo insieme e lottiamo per ciò che è giusto. Qui stiamo facendo la storia. Vi invitiamo a unirvi a noi contro il serpente nero.

In molti nell’occupazione di Standing Rock, in particolare nel campo del Red Warrior, hanno deciso di darsi come soprannome Black Snake Killas, imprimendo con degli stencil questo slogan sulle loro giacche mimetiche e facendone un ricorrente grido di battaglia del movimento.

“Porta le tue preghiere”: la preghiera come pratica di lotta

L’idea di preghiera come modo dell’essere è una caratteristica fondamentale dell’occupazione e della comunità che si è venuta a creare. Vic Camp, un nativo Oglala Lakota di Pine Ridge, leader delle proteste, ha spiegato la differenza tra vivere in una tenda tipi o in un’abitazione privata. Quando vivi in una casa privata, in una “lattina”, come l’ha definita, puoi comportarti in modo orribile, egoista e distruttivo, ma se vivi in una comunità, circondato da bambini, anziani e altri, allora sei obbligato a comportarti diversamente, a tenere un comportamento migliore per te stesso e per gli altri. E’ ciò, dunque, che rende Standing Rock al contempo precursore di un nuovo modo dell’essere e capace di preservare la forma di vita tradizionale che i Lakota hanno custodito vivendo da nomadi, in famiglie allargate e con altre famiglie, in estesi insediamenti di tende tipi precedenti alla colonizzazione.
Un’idea simile è stata espressa dal co-fondatore del Movimento degli Indiani Americani, Clyde Bellecourt, il quale, in una notte passata attorno al principale falò dell’Oceti Sakowin, ha detto che il campo non era semplicemente un ritrovo di attivisti e manifestanti ma, al contrario, una modalità di preghiera e la preghiera stessa è a sua volta un modo dell’essere. Nell’ambiente dei nativi americani, che è sfortunatamente divenuto noto per il suo alto tasso di alcolismo, abuso di droghe, suicidi e violenza domestica, il fatto di riunire insieme migliaia di persone per creare una zona di preghiera e resistenza, senza alcool né droghe, sicura, autonoma e auto-organizzata, costituisce uno dei contributi più potenti in termini politici di Standing Rock.
Nell’occupazione la preghiera diventa un modo di scandire il tempo, riflettendo costantemente sulle proprie azioni e sui propri gesti con una certa dose di consapevolezza. Come si è osservato nel campo, “se vuoi fumare una sigaretta, non fumarla semplicemente e non tirare a terra la cicca che qualcun altro dovrà raccogliere, ma immagina ciascuna sigaretta come un’offerta di tabacco, come se fosse un qualcosa di sacro, come una preghiera”. A Standing Rock una delle indicazioni rivolte agli addetti stampa è di non scattare fotografie quando hanno luogo le cerimonie, ma la stessa idea di preghiera che si ha qui mette a dura prova l’immediata identificabilità e riconoscibilità di questi momenti rituali posto che ogni gesto, incontro, conversazione potrebbe essere invocato con questo scopo e intenzione tanto da diventare impercettibile.
Al momento della scrittura di questo testo, la costruzione del Dakota Access Pipeline nel Nord Dakota è pressoché completa, fatta eccezione per la parte da realizzare sotto il fiume Missouri. Gli accampamenti e gli avamposti vengono mantenuti mentre l’Army Corps of Engineers ed il Presidente Obama procrastinano le operazioni e le decisioni in merito.

Dedicato a Clark Fitzgerald [giovane militante di New York, morto in un incidente stradale mentre si recava a Standing Rock]
di #IndianWinter

Matt Peterson e Malek Rasamny sono curatori di The Native and the Refugee, un progetto multimediale che studia gli spazi delle riserve indiane e dei campi-profughi palestinesi. Shyam Khanna è un ricercatore indipendente, scrittore e bike-messenger di Brooklyn, New York. Vanessa Teran è un’artista multimediale dell’Ecuador, attualmente vive a Brooklin, New York. Tramite la fotografia e la scultura, la sua opera indaga i conflitti di frontiera, l’identità e l’appartenenza.

Articolo del 19 novembre 2016, tratto da Roar Magazine.

Hey, hey, oggi ho salvato il mondo!

di Marcello Tarì

Per D.

C’è una canzone degli Eurythmics, una vecchia hit degli anni ‘90, che porta come titolo I saved the world today, tema che si ripete nel ritornello: «hey, hey, oggi ho salvato il mondo/tutti ora sono felici/le cose cattive sono andate via/le cose buone e giuste sono qui per restarci/per favore lasciatele rimanere». È un bel tema.

Proviamo a raccontare una breve favola ora, che comincia come un dark tale. Il mondo nel quale viviamo meriterebbe ogni giorno di essere annientato, eppure ogni mattina ci svegliamo, a volte tirando un sospiro di sollievo, altre chiedendoci perché, come mai, questa orribile civiltà sia ancora qui. In realtà questo mondo ha fuori, accanto e dentro di sé molti altri mondi e quando uno di questi viene salvato, quasi sempre senza averne l’intenzione, a causa di un semplice gesto, succede che per contatto lo sono anche tutti gli altri, e il mondo che merita di essere distrutto sopravvive anch’esso, sia perché gli altri mondi sono troppo deboli per destituirlo definitivamente, sia perché quel mondo, che è ovviamente quello del capitale, possiede una speciale abilità nel nutrirsi come fa un parassita dell’energia sprigionata dagli altri mondi. Perché la verità è che anche quello del capitale è solamente uno tra i mondi, egemone ma compreso in una configurazione anarchica di un mondo di mondi. Ogni giorno il mondo è salvato da uno o tanti gesti, di bellezza, di condivisione, di distruzione, d’amore, di gratuità o di compassione: la sola differenza che può sussistere tra quei gesti, differenza sottile ma decisiva, risiede nella consapevolezza o meno dell’effetto che quel determinato gesto ha o avrà sul mondo e nel quanto quella consapevolezza sia diffusa, condivisa e infine organizzata. È questo lampo di consapevolezza a rassicurarci che viviamo in questo mondo ma non siamo di questo mondo.
Il comunismo è tante cose ma tra queste ve n’è almeno una che riguarda questa favola. Il comunismo consiste infatti anche nella disciplina dell’attenzione alle modificazioni del mondo, nel far crescere la consapevolezza per i gesti che lo salvano, nella sensibilità per le opere e i giorni compiuti per e nella giustizia, nell’arte della loro condivisione, nella magia della loro composizione. Tanto più profonda è la consapevolezza, tanto più ampia la condivisione, tanto più il mondo orribile si indebolisce.


"Hey, hey Hey, hey Hey, hey"Quando sento qualcuno che dice: «viviamo il comunismo, qui e ora», ecco, io posso immaginarlo con le note e le parole di quella canzone. Capita che in un verso pop vi sia tutto ciò che importa: la felicità condivisa, il male che si allontana, la presenza della giustizia qui e ora e che vorrebbe tanto restarci, il mondo che in quel preciso momento è salvo, ma anche quel richiamo – hey, heyyyy! – quell’invito rivolto a tutti ad accorgersi, ad avere sensibilità per ciò che accade, che sta accadendo, proprio ora. La negligenza, diceva il nostro vecchio amico Franz, è uno dei peccati capitali. Un peccato per il quale sembra non finiamo mai di scontare la pena, e questa non è altro che la stanca continuazione di questo mondo, di questo presente che odiamo almeno quanto lui stesso ci odia. Forse è solo per questo che abbiamo così bisogno di coloro che ci richiamano alla vera realtà, i poeti, i musicisti, i filosofi, i pittori, i drammaturghi, gli spiriti sensibili, gli esperti testimoni del gesto.
Certo, ascoltando con attenzione, vi è un tono musicale malinconico che attraversa la dolce gioia di quel momento, poiché si è perfettamente coscienti che non durerà e che per restare con noi, o per tornare con noi, le cose buone e giuste dovranno di nuovo, ancora e ancora, combattere. Un pensiero può turbarci allora, quello che per un altro giorno così, chissà, ci sarà bisogno che degli anni passino, e che forse un’intera generazione debba attraversare ancora lo stagno maleodorante della Storia, per distruggerla. Eppure per quel giorno il mondo è salvo. Io e il mondo, il mondo e noi.

per restare con noi, o per tornare con noi, le cose buone e giuste dovranno di nuovo, ancora e ancora, combattere
Ogni frammento di comunismo che rotola nel mondo rompe la continuità del presente, provoca una caduta della ridicola messa in scena di questo mondo, e così la vita storica brilla in una nuova costellazione. E una sola domanda, forse ingenua e tuttavia inevitabile, ci avanza al termine del giorno: è possibile far restare ciò che oggi è accaduto?


Il comunismo è la totalità della giustizia, sempre immanente a quell’altra totalità, quella dominante, quella dell’ingiustizia. Una volta Deleuze e Guattari dissero che lo Stato è sempre esistito, come virtualità, anche quando non c’era ancora, ebbene hanno dimenticato di aggiungere che lo stesso vale infatti per il comunismo: c’è sempre, anche quando non vige, c’è in quanto inesauribile potenza dell’angelo della giustizia. Esso però diviene reale come compimento del quotidiano e non di un tempo astratto come può essere quello della Storia, che è l’elemento in cui da sempre domina e si riproduce lo Stato.
Il comunismo «realmente esistente» si risolve integralmente in quel giorno che è stato salvato, il come sarà quello successivo sta solo alla forza che io, tu, lei, lui, noi – con l’aiuto dell’angelo – saremo capaci di esprimere. Spesso è la forza della disperazione che lo chiama alla presenza. E lui viene.

Il comunismo «realmente esistente» si risolve integralmente in quel giorno che è stato salvato, il come sarà quello successivo sta solo alla forza che io, tu, lei, lui, noi – con l’aiuto dell’angelo – saremo capaci di esprimere

Insanity laughs, under pressure/ we're cracking/ Can't we give ourselves one more chanche?/ Why can't give love that one more chance? Queen + BowieIl mondo contro il quale viviamo si frattura ogni giorno un po’ di più, ad ogni approfondimento critico della sua ragion d’essere corrisponde dialetticamente una sempre più ampia frammentazione dei suoi territori – territori politici, naturalistici, immaginari, linguistici, esistenziali. L’immagine gloriosa di un Impero-mondo che li unificasse tutti, vagheggiata da Hardt e Negri in un fortunato libro di qualche anno fa, è durata giusto il tempo di una discussione quinquennale; non ci si era accorti che quell’immagine era giusto l’ultimo e disperato tentativo dei progressisti del capitale di opporsi alla frantumazione in corso. Tuttavia, invece di lasciare che questa fenomenologia della frammentazione divenga lo strumento perverso dei più vari generi di reazione, bisognerebbe coscientemente assumerla, perché il procedere per frammenti ci è sempre stato d’aiuto, in quanto essi sfuggono continuamente alla regolazione omogeneizzante della Legge. Ciascun frammento, così come ciascun territorio, può divenire un mondo e tanti più se ne creano, tanto più diventano coscienti di sé e quindi più forti, tanto più il mondo dominante si indebolisce, sbiadisce, scompare.
Il comunismo infatti si manifesta nella nostra vita ogni volta proprio così, per frammenti, i quali, per quel solo giorno, o in una scintilla di tempo, possono riunirsi in un’unica configurazione, un mondo per l’appunto, il quale però resta un mosaico di frammenti, non solo per la debolezza intrinseca alle costruzioni umane ma specialmente perché la cura che i frammenti persistano in quanto tali è la sola maniera di fare argine alla (ri)costituzione di una Legge, fosse pure una nuovissima Legge. La giustizia del comunismo non si identificherà mai con uno stato di diritto. E così quello stato del mondo o quell’attimo che salva o quel gesto che ama, in ciascuna delle loro apparizioni, che le singole creature le dimentichino o meno, restano con noi per sempre: è l’accumulo di quei frammenti che fa la grandiosa povertà della tradizione del comunismo. Ogni frammento è perfetto in se stesso. L’abilità che ci è richiesta è nel come fare il percorso che porta dall’uno all’altro, trovare quello mancante e ritrovare quello perduto, far sì che quel percorso divenga il nostro elemento e, pur coscienti che solamente la Rivoluzione permette a quell’elemento di distendersi liberamente nel tempo, dobbiamo comprendere come percorrerlo anche quando, specialmente quando, quel tempo non è ancora arrivato, sapendo che arriverà nella sua pienezza solamente quando disporremo di una forza tale da salvare tutti i mondi con un solo gesto reso comune a tutti. Porre attenzione però: ogni volta che si è creduto possibile e anzi doveroso unificare in modo permanente il tutto del comunismo abbiamo avuto il ritorno dell’istituzione-Stato invece che il suo deperimento, il comando invece che l’autonomia, l’economia della vita invece che il suo libero uso, i diritti invece della giustizia, la perdita del mondo invece che la sua salvezza. Una volta distrutte le tavole della Legge, il peccato mortale è sempre quello di affannarsi a rifarne il calco. Salvare i mondi vuol dire lasciarli essere nella loro molteplicità e non imporgli la vecchia novità di un principio egemonico, unificatore.

Ogni frammento è perfetto in se stesso
L’importante, tornando al nostro ora, è che ognuno tra noi, quando attiva la sua sensibilità, riconosca il suo frammento, e sia capace di ricordare tutti quelli, uno, pochi o molti essi siano, che hanno interrotto felicemente la sua vita. Perché tocca a ciascuno poter dire: quel giorno in cui ho salvato il mondo.


Hey, hey, ricordi quel giorno che abbiamo devastato la Bastiglia? Hey, hey, ricordi quando abbiamo messo in fuga la polizia? Hey, hey, ricordi le parole di quel giorno, quei suoni inauditi? Hey, hey, te lo ricordi quel giorno in cui tutto il potere era dei soviet e per questo non c’era più un potere? Hey, hey, ti ricordi quando abbiamo fatto quel pranzo sulla collina ed eravamo in ottocento? Hey, hey, ricordi quel giorno in cui la fabbrica ha smesso di funzionare? Hey, hey, ti ricordi il giorno di quel bacio così intenso che il cielo si è chinato su di noi? Hey, hey, ti ricordi quel giorno che ho salvato il mondo?
La storia del comunismo è la storia di tutti quei giorni, e solo di quelli, un’eterna vicenda composta di tanti, anonimi, scintillanti frammenti. E di tutti quelli che non smettono mai di venire, sempre, sempre, sempre contro la Storia. L’intensità di un ricordo però può, a volte, far tornare quel giorno. Dargli un’altra chance.
E se mai venisse, per favore, lasciatelo rimanere.

Insanity laughs, under pressure/ we're cracking/ Can't we give ourselves one more chanche?/ Why can't give love that one more chance? - Queen+Bowie, Under pressure

“Tanica di benzina e via andare”

Suggestioni dal ’77 bolognese

Alla vigilia del 40° anniversario degli eventi del marzo 1977, abbiamo incontrato alcuni e alcune militanti dell’Autonomia Operaia bolognese. Davanti a qualche bicchiere, Lucia, Giorgio e Valerio ci hanno raccontato come è stato vivere quegli anni, quali forme-di-vita irrequiete animavano la città-feudo del PCI e cosa è avvenuto prima, durante e dopo il ’77 bolognese. Questi sono alcuni estratti della conversazione.

Sulle forme di vita

L: La vita collettiva era sempre e per situazioni diverse, che potevano essere di cazzeggio come di relazione amicale, di studio, di analisi politica. Non eri mai da solo: andavi in posti dove trovavi x persone, non una o due, con le quali condividere qualcosa. Questo è difficile da comprendere adesso. Era una dimensione molteplice, comune, sempre. Questo a tutti i livelli, anche per quanto riguardava i quartieri.
Posso fare l’esempio dell’esperienza di San Ruffillo (quartiere a sud-est di Bologna, ndr), dove c’era l’ex-dazio. Anche se non ero di lì, l’ho frequentato. Ci si trovava e si organizzavano cose, che fosse la propria vita personale o strettamente politica. Tutto questo si abbracciava e si riversava sulla piazza, dove ancora si moltiplicava. In confronto alla vita prima, quella “normale”, con le regole, che avevano tutti, la collettività era balsamo per l’anima.
G: Per quanto riguarda la mia esperienza personale, la dividerei in tre periodi, a grandi linee. Il primo va dal ’70 al ’74, durante il quale il movimento era un movimento di militanti. Ci si vedeva, ci si riuniva nelle sedi delle organizzazioni o nei luoghi dove si faceva intervento politico. Lì si conoscevano i compagni, si viveva, si cominciava ad uscire al cinema tutti insieme, ci si passava le dritte su dove passare le serate. Nacquero così i primi luoghi d’aggregazione. Poi dal ’74 al ’76 il movimento si tirò indietro, più o meno sparì. Quello per me fu un momento importante perché uscivo dalle superiori e mi ritrovavo nell’università, dove vedevo che non c’era il casino che c’era alle superiori: si andava, si studiava. Contemporaneamente, questa dimensione del frequentare militanti tendeva a scemare perché i vari gruppi della sinistra extraparlamentare uno dopo l’altro entravano in crisi, per cui ci si vedeva in numeri molto più ridotti. Fu il periodo in cui prendemmo la sede di Via San Giorgio. Poi, improvvisamente, il 22 gennaio del ’77 il movimento tornò fuori. Fu per una questione banalissima: i decreti delegati sulla scuola. Partirono le occupazioni dell’università; rimase occupata ininterrottamente per mesi, anni. Il movimento mese dopo mese acquistò una forza sempre maggiore. L’equilibrio dei rapporti che c’era nella città si sbilanciò fortemente, mentre le zone controllate dal movimento da un bar e due o tre posti dove c’erano le sedi delle organizzazioni cominciarono a diventare strade, interi quartieri, case occupate da compagni, centri sociali, tutta la zona universitaria. Le basi rosse si allargarono fino ad arrivare a un punto critico, vale a dire quando venne fuori Radio Alice, che mise insieme tutte queste cose. Si aveva la sensazione che la cosa potesse funzionare veramente.
L: Un contropotere territoriale vero.
G: La città era tua: si cominciava ad andare a mangiare e al cinema senza pagare. Controllo del territorio.
V: Mi piace molto parlare di questa continuità che riguarda Bologna. In altre città l’autonomia ha avuto una nascita diversa, quella di Bologna invece è molto particolare, anche perché non è una grande metropoli. Quindi, quando dopo il convegno di Rosolina nell’aprile ’73 Potere Operaio, che ad un certo punto con le tesi di Scalzone e di Piperno aveva persino pensato di diventare partito, partito dell’insurrezione, appunto, si scioglie, Potere Operaio bolognese (che essenzialmente faceva riferimento a Toni Negri, l’area padovana) nel ’74 transita alle prime esperienze autonome. Ricordo che già nell’ottobre ’73 andavamo a prendere i primi contatti con i compagni autonomi di Milano. L’autonomia nasce già con Gatto Selvaggio e i comitati autonomi studenteschi. Noi nell’inverno tra il ‘73 e il ‘74 avevamo già, a Bologna, i primi vagiti dell’Autonomia Operaia Organizzata. In Potere Operaio, quando eravamo ancora piccolini che io avevo 18-19 anni, la questione del rifiuto del lavoro era un tratto costitutivo perché nasceva, alla lunga, dal primo operaismo italiano (dove, in generale, nasce il rifiuto del lavoro). In Potere Operaio le 36 ore pagate 40 e il rifiuto del lavoro, inteso come rifiuto del modo capitalistico di produzione, non erano soltanto uno slogan o un enunciato teorico: erano una pratica di vita.
G: “Meglio morire che lavorare.”
V: Cosa cambia nelle forme di vita? Che in Potere Operaio eravamo militanti di partito, militanti severi, divisi tra studio e lotte. Scontri di piazza con la polizia memorabili, con una strumentazione che non vi sto a descrivere perché sarebbe troppo lungo. Già qualcuno cominciava a praticare piccole illegalità (mai confessate perché poteva essere problematico all’interno dell’organizzazione), ma quello che poi cambiò è che, in base alle questioni del rifiuto del lavoro e delle forme di vita, si fece avanti la forma di vita dell’illegalità di massa. Da allora, fino al ’79-’80, si visse di illegalità collettiva.
G: Questo porta a un discorso sulla differenza tra legalità e legittimità. Vale a dire:ciò che è legale è istituzionale, ma ciò che è legittimo è determinato dai rapporti di forza. Se andavamo a tirare i pomodori a Andreotti non ci succedeva niente, se uno di voi va a fischiare Renzi lo vengono a prendere a casa il giorno dopo.
V: La gente si autoriduceva la bolletta o trovava il sistema di bloccare il contatore.
L: Ho vissuto un anno e mezzo coi gettoni delle gettoniere.

Ma anche noi all'istituto d'arte, c'era una supplente che rompeva i coglioni e la macchina subito, la prima cosa. Tanica di benzina e via andare, ma alla brutta proprio. Eh oh, rompeva il cazzo.

V: Per quanto riguarda la mia esperienza, che può essere paradigmatica della vita dei tempi, nel ’73 mi iscrissi all’università e, essendo di famiglia molto modesta, avevo diritto al presalario: 750.000 lire annue. Nel ’75 ci comprai una bella R4 color becco d’oca. Il problema era come mantenere questa cazzo di auto e come mantenere te mentre facevi militanza autonoma e guidavi la Renault R4. Questo era affidato all’illegalità, che faceva spesso forza sui saperi operai tecnici, come, ad esempio, bloccare un contatore, portar via i gettoni senza spaccare la gettoniera (così dopo te la riempivano), falsificare bollo dell’auto o biglietti del treno. Io la macchina 5 anni l’ho tenuta, per 5 anni non ho pagato il bollo. Le gomme e la benzina le rubavi da altre auto o al distributore.
G: Tra il ’76 e il ’78 la cosiddetta autonomia diffusa, chi gravitava attorno al movimento o che era nel movimento, viveva nell’illegalità senza neanche averne pienamente coscienza. Fumare marijuana per la città o vivere in una casa occupata non è che fosse proprio legalissimo, girare con gli autobus senza biglietto non è che fosse… però la maggior parte viveva così.
L: Il bello era viaggiare ovunque senza pagare. Autostop, treno non pagato. L’autobus a Bologna fino al ’77 per gli studenti era gratuito. Poi lo misero a 50 lire e a quel punto le macchinette venivano sabotate tutte; alla fine non si pagava comunque.
G: Per molti compagni questa roba era ormai normale. Mi dispiace ed è triste che molti non lo ricordino, perché era il risultato di una forza che si aveva.
L: Come anche a scuola. In particolare negli istituti tecnici, i rapporti di forza erano tali che non è che bisognasse fare chissà che sciopero interno per imporsi. Se una cosa non quadrava, il collettivo andava a parlare con l’insegnante. Noi fumavamo in classe, i professori no. Chiaro che per mettere un attimo a posto le cose c’erano le realtà organizzate. Se il preside era faccia di merda gli saltava la macchina e poi si stava tranquilli.
V: Sìsì eh, hai voglia. Ne sono andate a fuoco tante così. Ma anche noi all’istituto d’arte, c’era una supplente che rompeva i coglioni e la macchina subito, la prima cosa. Tanica di benzina e via andare, ma alla brutta proprio. Eh oh, rompeva il cazzo.
L: Non c’era bisogno di proclami o rivendicazioni: stava nelle cose.
V: Nelle superiori c’erano modalità veramente originali. I rapporti di forza erano tali per cui alla prima ora chi ci andava? Nessuno. Alzarsi così presto? Ma tu sei fuori. Prima delle 10 non si presentava nessuno.
G: Io ho fatto un’ora di lezione di matematica in quarta.
V: La ricreazione durava un tempo indefinito. I rapporti di forza ti consentivano anche di imporre il voto. Non è che si azzardassero tanto a bocciare. Il 6 minimo garantito. Il discorso è che o mi dai il 6 politico o ti salta la macchina, o anche le rotule.
L: Quando me ne sono andata di casa, le prime 2 settimane ho dormito al collettivo dell’Aldini, che non era la mia scuola. Era quella la rete, non è che i compagni facessero un piacere a me. Era una dimensione diversa.
G: L’Aldini era il fiore all’occhiello del PCI. Una scuola costruita come una fabbrica.
V: Quello che era straordinario erano anche le forme di vita nelle scuole, soprattutto negli gli istituti tecnici, che a Bologna erano il grosso del movimento, quando erano occupate. Alle Aldini c’erano figli di operai che avrebbero dovuto seguire le orme dei padri. Oltre a farsi i cazzi propri e alle attività culturali alternative, si puntava alla gioia di vivere, di fare cazzate divertenti. Durante le occupazioni, in questa scuola, che siccome era una fabbrica aveva i montacarichi al posto degli ascensori, il divertimento era portare una 500 all’ultimo piano e andare a manetta per i corridoi. I compagni delle Aldini ci hanno stupito tantissime volte. Si andava a vedere le corse per i corridoi, dentro le aule… banchi sbaragliati, sedie per aria… Mi sono divertito un casino. il PCI era impazzito ché gli trattavamo così il fiore all’occhiello.
Il contagio, il virus è una buona rappresentazione del propagarsi dell’autonomia e della rivoluzione, perché c’era poca ideologia e molto senso del pratico, del vivere quotidiano, della materialità.
G: A 14 anni il mio primo approccio alla rivoluzione fu con l’Unione dei Comunisti Marxisti Leninisti che pubblicava “servire il popolo”. Gli articoli erano su quanto stessero bene i lavoratori in Cina. Cose veramente fuori di testa, io leggevo e dicevo: “mah, che figata”. C’era ideologia, ma su Rosso c’era un inizio di critica a questa ideologia. L’autonomia iniziava ad essere una critica.
V: La caratteristica del vivere autonomo è che era proprio proiettato sul qui e ora, sul cambiamento immediato. Noi stessi eravamo la rivoluzione nel momento in cui ci trasformavamo facendo militanza. Il cambiamento, il qui e ora, era questo: il militante autonomo era la rivoluzione in sé, ora, adesso, mentre la stava facendo. C’era anche un discorso di lunga gittata, ma noi ci si rivolgeva alla materialità, poca ideologia. Chiaro, studiavamo anche molto, però non stavamo a raccontarcela.
L: C’era meno necessità di progettualità. Poi cercavamo di viver bene, mica ceneri sulla testa o ceci sotto i piedi.

La qualità della socialità era talmente alta che senza conoscere nessuno pigliavi e andavi su. Tiravi fuori la tua roba, offrivi, prendevi, ci si conosceva.

V: Questo è un argomento che fa anche ridere volendo, ma ha importantissimo fondamento e dignità politica. Volere il lusso.
G: L’ideologia del PCI era il sacrificio. Al meglio, della dignità operaia del lavoro. L’operaio è meglio del padrone perché lavora, pensa che assurdità.
V: Pensavamo che il massimo sviluppo delle forze produttive potesse darci la possibilità di vivere senza lavorare. Abbiamo applicato quella che era già teoria politica anche di Potere Operaio alla pratica. Significava che quando si andava a battezzare un supermercato per fare spesa gratis si andava con una composizione spuria: autonomi, Lotta Continua, cani sciolti. Un osservatore attento poteva distinguere militanti autonomi e militanti di lotta continua. Quelli di Lotta Continua portavano via le cose essenziali, noi il caviale, i formaggi francesi più raffinati, il whiskey, lo champagne. Con tutta ‘sta roba si andava in sede e festa, grandissima festa. Stessa cosa le boutique: si portava via tutto e si distribuiva. Altro che autonomi cattivi, incazzati, che facevano ‘sta vita illegale. Noi ci siam divertiti un casino. Ma di cosa stanno parlando? Il nostro slogan era “duri ma con gioia”. C’era sempre festa. Giravi per Bologna e le case degli studenti le sgamavi subito perché alle finestre c’era luce, spesso intermittente, e casino bestiale. La qualità della socialità era talmente alta che senza conoscere nessuno pigliavi e andavi su. Tiravi fuori la tua roba, offrivi, prendevi, ci si conosceva.

G: Quello che distingue il cosiddetto autonomo dal resto del mondo è la radicalità. Una certa condivisione, ampia, della consapevolezza che legalità e legittimità sono cose diverse. Il pensiero radicale, essere totalmente contro lo stato presente. Il rifiutare il modo di pensare secondo cui migliorando i rapporti con il nemico, discutendo, si possano ottenere miglioramenti. Punto di vista che trovo si sia perso, conclusa l’esperienza del movimento e dell’autonomia. La visione radicale dello scontro sociale: da una parte noi, dall’altra il nemico. Alle cose si dà un certo valore a seconda di come sono in rapporto a questo scontro. La radicalità di quello che vogliamo per la nostra vita. L’idea di non voler regalare gli anni che uno ha a disposizione all’universo del lavoro.

Se invece decidevamo politicamente che in un momento era necessario scontrarsi per una specifica strategia, attaccavamo direttamente, a freddo. Non gli si andava sotto come si fa adesso con gli scudi... spingi-spingi. È uno sbaglio che non commettevamo, il corpo a corpo è una stronzata.

V: Per tirare una riga sull’argomento, possiamo sintetizzare in poche parole: il nostro stile di militanza era uno stile che nulla toglieva alla socialità. Non abbiamo mai interpretato con sacrificio le cose che facevamo, le abbiamo sempre interpretate come la felicità di farle. La nostra è stata una militanza bella, felice, gioiosa, gaia. C’era rifiuto totale del martirio. Ci si divertiva un casino. Non è che fosse tutto rose e fiori, non le davamo sempre… magari. Ogni tanto le prendevamo, a differenza di adesso che si prendono e non si danno mai. In piazza decidevamo noi se lo scontro si faceva o no. La polizia stava cagata perché oramai sapeva che, se avesse caricato, 7, 8, 10 di loro sarebbero rimasti a terra. Era fatto assodato. Ma non roba leggera… feriti gravi.
G: Soprattutto sapevano che se avessero caricato non sarebbe finita lì, avrebbero dovuto caricare ogni giorno finché non si stancavano.
V: Se invece decidevamo politicamente che in un momento era necessario scontrarsi per una specifica strategia, attaccavamo direttamente, a freddo. Non gli si andava sotto come si fa adesso con gli scudi… spingi-spingi. È uno sbaglio che non commettevamo, il corpo a corpo è una stronzata.
L: Era tutto organizzato, soprattutto nelle manifestazioni grosse. Si rubavano le macchine e si riempivano con le molotov fabbricate la notte precedente.
G: Io negli scontri con la polizia a cui ho partecipato non ho mai visto un poliziotto da vicino.
L: Nelle manifestazioni delle donne i rapporti di forza erano diversi. Botte le ho prese due volte: una dalla celere ad una manifestazione femminista. Colpivano le donne coi manganelli solo in pancia e in faccia. L’altra volta le ho prese dalla FGCI al corteo dei medi.
G: Che non erano poliziotti… veri.
L: Nelle manifestazioni organizzate ero protetta dal servizio d’ordine. Non ho mai visto una carneficina. Stavi tranquilla anche se eri più piccola.
V: A proposito di forme di vita, c’era pure il trasporto. Anche lì era tutto affidato all’illegalità più o meno di massa. Se avevi fretta o non c’erano autobus prendevi una macchina, ma senza rovinarla.
L’aprivi, andavi dove dovevi e poi la parcheggiavi in un posto normale, chiudendo lo sportello. Uno doveva fare la denuncia, però la trovava. Serviva per spostarsi, non per rubarla. La macchina era un mezzo collettivo.
L: C’era anche un’immediatezza diversa nel riconoscersi coi compagni fuori da Bologna. Nonostante fossi una ragazzina, per andare a Milano non pagavo il treno. Milano la conoscevo poco, però trovavi sempre un compagno che ti dicesse dove andare, dove dormire. Lo davi per scontato, come era la vita in comune.

Sul femminismo

L: In quegli anni dalle compagne fu portato avanti magnificamente il lavoro che era partito da prima del ‘77. Anzitutto nei rapporti dentro la famiglia, con padri e fratelli, ma anche con i propri compagni (che erano più teste di cazzo di come sia successivamente emerso). Facevamo una doppia fatica: quella della militante e quella della femminista. La realtà era che i compagni, in situazioni pubbliche, forse per i rapporti di forza, stavano più cagati. In privato però un po’ dell’aberrazione maschilista emergeva.
Molte compagne femministe, poi, vivevano nell’intimo situazioni ambigue.
G: Potrei dire una cosa breve? Il mio rapporto col femminismo è stato segnato dal fatto che una femminista con cui stavo diceva: “tutti gli uomini sono dei bastardi tranne Giorgio”.
Mi è sempre rimasto il dubbio (rivolto a Valerio): che cazzo facevate voi, invece?
L: C’era molta ambiguità, che poi è emersa. Dicendola in due parole: su dei “fondamentali” in generale abbiamo educato i compagni. Il baratro tra i generi, però, non è stato assolto da quella lotta. C’era la questione del “leaderismo”, maschio per antonomasia, che mi faceva incazzare parecchio.
Io certi atteggiamenti di potenza da “io sono il verbo” non li ammettevo, che fossero per scherzo o veri.
Per quanto lavoro sia stato fatto, è stata dura e siamo arrivate fino a un certo punto. Devo dire che il bello dell’antagonismo di adesso è che trovo rapporti molto più equilibrati tra generi nei compagni. Mi fa pensare che non tutto sia stato vano.
Prima non esisteva un corteo dove nel servizio d’ordine o in prima fila ci fossero donne. Ora ci sono e la presenza non è formale, ma di pratica.

Dopo

L: La cosa più eclatante del dopo è stata la solitudine. Dopo l’81, al di là della mia attività politica che continuava su altri fronti, andavo in Piazza Verdi e rimanevo ferma lì. Per me era incomprensibile che si fosse dispersa tutta questa dimensione collettiva che fino a poco prima era stata il quotidiano.
Era un modo di vivere altro che alla fine si era interiorizzato nella città, era dato. Al di là dell’antagonismo, del portare avanti un progetto politico rivoluzionario,io questa collettività di vivere (anche la propria intimità) non l’ho più trovata.

Nell'80 dopo il diploma andai a lavorare part-time come impiegata. Avevo bisogno di quei soldi, ma il mio problema principale era che l'orario mi permettesse di andare alle manifestazioni: era superiore come esigenza.

V: Cambia la quotidianità perché, a un certo punto, il movimento perde quota. Dopo il convegno del settembre ’77, il canto del cigno, c’è il momento più basso del movimento dopo le precedenti sconfitte operaie. Questo determina uno sfaldamento nella comunità antagonista in generale, che era fatta dai gruppi e da quella ampia porzione dell’autonomia organizzata o diffusa, soprattutto dopo lo sfondamento da parte del PCI attraverso Calogero e il suo teorema. Tranne pochi focolai di resistenza, dopo la fine della rivista Rosso – perché finiamo praticamente tutti in galera noi di Rosso – continua con Magazzino e poi con altre piccole esperienze, ma sostanzialmente quell’area si dissolve. Negli anni ’80 la maggior parte dei compagni autonomi più attivi dell’area organizzata era in carcere. Lì c’è un cambiamento: non solo non c’è più uno stile di militanza, ma non c’è proprio più la militanza, perché eravamo in galera o perché eravamo latitanti. Stiamo parlando di migliaia di latitanti; gli arresti erano quotidiani ed erano decine e decine al giorno in tutta Italia. Questo ha determinato nei compagni e nelle compagne quella militanza, diciamo, più o meno collaterale, di area larga.
Tutto questo purtroppo, e lo dico con molto rispetto e tantissima tristezza, ha fatto sì che noi perdessimo tantissimi compagni e compagne morti di eroina. Fu una strage: dall’80 all’82 tanti, pensando di aver interiorizzato in sé la sconfitta, non avendo la cassetta degli attrezzi per elaborare politicamente quel particolare passaggio di bassa, finirono chi nell’eroina, chi nella delinquenza comune vivendo di reati (continuando individualmente pratiche che si facevano da molto prima, ma per motivi politici), chi andò in India e abbracciò varie religioni e spiritualismi. Poi ritorno al privato: quindi chi si sposò, chi fece figli, chi trovò un lavoro. Non passano dall’altra parte, non collaborano con il nemico, semplicemente si ritirarono per i cazzi loro.
L: Io, per esempio, dal momento che me ne andai di casa a 17 anni, nel ’77, fu la dimensione collettiva ad accogliermi. Come diceva giustamente Valerio, negli ’80 tutto questo non era più possibile e dovevi pensare anche a come sopravvivere. Era molto difficile venire a patti con tutte queste cose. Ricordo il mio primo lavoro. Nell’80 dopo il diploma andai a lavorare part-time come impiegata. Avevo bisogno di quei soldi, ma il mio problema principale era che l’orario mi permettesse di andare alle manifestazioni: era superiore come esigenza. È chiaro che quando ho parlato della solitudine è perché avevo trovato una dimensione che a un certo punto non c’era più. Non potevi calcolare di sostituirla con la vita “regolare”, perché non ti dava un cazzo. Comunque, fino a metà degli anni ’80 c’è stato tutto il lavoro di sostegno ai compagni e alle compagne che erano latitanti, però non era più come prima, era una roba da carbonari, per cui avveniva per rapporti assolutamente personali e individuali. Diventava sempre più grande la separazione tra il tuo essere e quello che c’era intorno, ancora più evidente, più grande, più sentita che prima, non so come descriverlo. Credo che anche nella migliore delle ipotesi, vale a dire chi non ha avuto grosse vicende giudiziarie, chi è stato fortunato, insomma, questa separatezza se la sia portata sempre dentro. Questa separatezza io ce l’ho ancora.
G: A Bologna l’esplosione dell’eroina fu allucinante. I bar che facevano parte della rete che ho descritto prima diventarono rapidamente luoghi di spaccio.
I compagni inizialmente reagirono sprangando gli spacciatori. La cosa non funzionò. Nel giro di pochi mesi gli stessi che sprangavano diventavano a loro volta spacciatori. Questo per la natura stessa di quest’arma dello Stato. L’eroina è un veleno che si propaga per contatto: basta immetterla.
I compagni ebbero la capacità di contenere questo fenomeno solo tramite il movimento delle occupazioni e dei centri sociali, che traghettò un certo numero di compagni, forse in modo settario, dalla fine degli anni ‘70 ai ‘90. Con una politica piuttosto rigida nei confronti delle droghe pesanti riuscì a creare una sorta di cordone sanitario e consentire che una parte del potere del movimento riuscisse a riprodursi e ad arrivare fino ad oggi. Va riconosciuto a questi compagni.
L: Allora non c’era la consapevolezza che l’eroina fosse un’arma mortale. E non c’era l’AIDS, emersa dall’83, per cui sembrava semplicemente un peccato veniale. È per questo che ebbe una diffusione incredibile.
G: C’era pure un’ideologia della droga – fricchettona – nel movimento.
L: In molti compagni ci salvammo grazie alla filosofia militante per la quale non potevamo rischiare di accostarci all’eroina, pena diventare anelli troppo deboli e ricattabili.
Io sono, peraltro, una persona cui piace sperimentare le cose, però se io non mi sono accostata all’eroina è stato proprio per la politica. Per me l’autonomia è stata assolutamente un tampone.
V: Io ero un militante di struttura, avevo uno stile di vita adeguato alla mia militanza. Significa che certa droga con me non c’entrava. Era qualcosa da combattere, era il capitale, un suo strumento.
L: Beh, le canne sì. E qualche acido, la cui assunzione veniva vissuta comunque come momento conviviale.
V: Non c’era proibizionismo. L’eroina però era interpretata come droga di Stato. E combattuta in quanto tale. Senza mediazione.

Ricordi del ’77

G: Ricordo la sera dell’11 marzo ’77. Quando arrivai in piazza Verdi la vidi completamente ricoperta da cocci di bottiglie. L’atmosfera mi ricordava i film sulla rivoluzione messicana. Era molto cinematografico.
Nel pomeriggio il corteo si diresse invece verso la sede del PCI in via Barberia: era l’obiettivo. La polizia caricò. Non avevo mai visto a Bologna una carica così. Lacrimogeni ad altezza uomo: rimasero i segni sul granito del palazzo di fronte.
L: Nel ’77 era uso girare coi limoni: come ora, servivano contro i lacrimogeni. A partire dall’11 marzo a Bologna c’era uno scenario da guerra civile: carri armati a parte, gli elicotteri giravano tutto il giorno.
Come sempre quando ci incontravamo per un concentramento, prendevamo l’autobus. In quei giorni, però, gli sbirri presero a fermare gli autobus, come in Sudamerica. Se trovavano i limoni, ti fermavano: la consideravano arma impropria!
G: Queste cose la questura di Bologna le sapevano dal PCI, che gli passava fotografie e schede sui militanti. Gli avranno riferito come usavamo i limoni.
L: In Piazza Maggiore, sempre piena di gente, l’«ala creativa» del movimento faceva rappresentazioni. In quei giorni riprodussero un autobus col cartone, perché era ridicolo che li fermassero!
V: Ricordo la manifestazione del 12 a Roma. Io ero nel gruppo dell’autonomia bolognese che rappresentava la nostra parte al corteo. Molti rimasero in città. Prendemmo il treno verso le 9. Francesco Lorusso fu ucciso intorno alle 10. In centinaia, quindi, eravamo già in treno e non sapemmo niente fino all’arrivo a Roma. Mentre il treno si fermava, i compagni di Roma ci mostravano i giornali. Ricordo, mentre scendevo, il Paese Sera che diceva: “ucciso uno studente a Bologna”. Una volta scesi dal treno, telefonammo ai compagni di Bologna. Decidemmo insieme di restare a Roma: quella manifestazione dovevamo tenerla. I compagni delle varie organizzazioni ci misero in testa al corteo in onore di Francesco. Ci incamminammo per le vie di Roma e arrivammo a Piazza del Gesù, dove c’era la sede nazionale della DC. Mentre noi ci affacciavamo come cordone di testa alla piazza, i compagni dei Volsci attaccarono a colpi di molotov la sede della DC. Non ho mai visto un incendio così. Non so quante ne lanciarono, ma dovevano essere veramente tante, perché tutta la piazza si colorò di rosso… roba da Spielberg! Rimanemmo impressionati. Un tiro di molotov di quella portata non l’ho mai visto né prima e neanche dopo.