Liaisons #1 – in nome del popolo. La prefazione

È di prossima pubblicazione per Agenzia X Liaisons #1 – in nome del popolo. Ne pubblichiamo in anteprima la prefazione.

 

Sur une lame de fond

Ecco un vecchio sogno che riaffiora dalle profondità. Dopo anni di lavoro e di elaborazioni, di legami mantenuti, di dibattiti e di artefatti politici, emerge oggi Liaisons. Schlegel pensava il dialogo come una «catena, o una ghirlanda, di frammenti». Durante le nostre peregrinazioni nel mondo, abbiamo incontrato numerosi amici, amiche, compagni e compagne con cui condividiamo una stessa sensibilità, una stessa maniera di porci domande: come costruire alleanze senza perdere ciò a cui teniamo? Come lasciare spazio alle diverse sensibilità senza soccombere al moralismo? Come mantenere il legame tra le lotte in città e quelle in campagna? Queste affinità sotterranee esigono uno spazio condiviso, una cassa di risonanza, un riverbero planetario.

Ora, proprio quando il mondo ci si presenta, attraverso la sua dissoluzione, sotto forma di una drammatica unità, all’orizzonte un’umile internazionale prende forma e potenza. La riconosciamo a partire da una serie di gesti familiari: la moltiplicazione dei conflitti diretti con la polizia, la diserzione generalizzata dalle istituzioni, il blocco delle strutture petrolifere e nucleari, la proliferazione delle ZAD e la messa in comune dei mezzi per vivere e resistere. Dappertutto, assistiamo ad un risveglio della vitalità politica, dell’intelligenza strategica e del desiderio di combattere – stavolta non il mondo, ma la sua fine.

Siamo nati in un’era di separazioni, alle soglie dell’inabissamento di un secolo stanco. Condividiamo la stessa insoddisfazione nei confronti delle grandi narrazioni, ma il loro spettro ci tormenta. Prigioniere e prigionieri del tempo della fine, rimaniamo con le spalle al muro davanti a un compito dalla portata incommensurabile: le nostre aspirazioni infatti non possono più relazionarsi con alcun contenuto positivo, ma con ciò da cui partiamo. La nostra eredità politica non è figlia di nessun testamento. Un’affermazione tanto più vera in un mondo che sta per essere distrutto fino all’ultimo grammo. Nel XVI secolo si usava il termine disastro per designare la perdita del legame con le stelle – del loro riferimento e della loro influenza. Qualche secolo più tardi, D. H. Lawrence troverà nel disastro la causa della solitudine sua e dei suoi contemporanei, i quali avevano «perduto il cosmo. Non ci manca né personalità, né umanità, ma una vita cosmica; ci mancano il sole e la luna dentro di noi». Da allora, le stelle non fanno che impallidire; ed eccoci qui, decisamente dis-astrati.

In questo contesto, l’ultimo dei disastri possibili sarebbe credere di poter ancora risolverli. Tale è il miraggio del populista, che crede di poter riprendere la situazione in mano. Così, tutto il mondo si è sorpreso della vittoria del «Make America Great Again» di Trump quando Putin, Berlusconi, Erdoğan, Modi e Netanyahu da anni regnano (o hanno regnato) sullo stesso registro. Che provengano da milieu popolari o ne maneggino lo stile, tutti riesumano la supposta alleanza tra il sovrano e il suo «Popolo», dissimulando l’enorme divario tra questo e le élites, trincerate dietro gli apparati di Stato – ciò che alcuni chiamano deep state. Per conquistarsi i cuori, promettono di salvaguardare tutto ciò che in un «Popolo» è identico a se stesso, per scagliarlo contro la minaccia che proviene dalla minoranza, sia essa etnica, sessuale o politica, fino a compromettere praticamente tutto e tutti. Dalle viscere di questa massa abbandonata nel bel mezzo del deserto neoliberale, sorge un nuovo Popolo del risentimento.

Quasi senza rendercene conto siamo passati da un regime di pacificazione imposto con la guerra a un regime di guerra tout court, che minaccia di sottrarci l’agenda delle cose a venire, di ribaltare la gerarchia di ciò che conta o meno, di ciò che polarizza o lascia indifferenti. Il nemico ha invaso i nostri spazi, minacciando di estirpare l’erba che ci cresce sotto i piedi. Esso non si limita all’esproprio capitalista, ma ambisce ad intercettare le energie di chi si oppone all’ordine liberale per metterle al servizio di una macchina di governo che non si pone neanche più il problema di apparire “socialmente accettabile”. Tutto accade come se gli attuali movimenti autoritari si espandessero al ritmo della virtù ipocrita del liberalismo occidentale, come suo inconfessabile, mostruoso doppio. Lungi da sbarazzarsi delle fini tecniche di governance proprie della società del controllo, gli autocrati 3.0 non fanno altro che aggiungerci una dose supplementare di brutalità. E così, mentre la giustizia statunitense cospira apertamente con l’alt-right per incarcerare i «Black Bloc», in Ucraina si scomoda l’immagine della resistenza antifascista per mantenere una guerra «iperreale», e nel diritto francese si impone il più nudo stato d’eccezione. E tutto questo «in nome del Popolo».

D’altra parte, di fronte alla convocazione del Popolo sull’altare della Nazione, i movimenti che si sollevano contro quest’ultima sono chiamati a loro volta, in mancanza di migliori definizioni, «popolari». Eppure è chiaro come l’effervescenza delle Primavere arabe o del movimento contro la Loi Travail in Francia sia dipesa dal pensionamento degli organi tradizionali di rappresentanza popolare, ovvero i partiti e i sindacati. Dal movimento degli Indignados spagnoli, sulla scia di Occupy Wall Street, per finire con la più recente tribuna di Nuit Debout, il costante appello al Popolo, articolandosi fino a coincidere con un protocollo democratico ultra-formale chiamato a rappresentare tutto, ha finito per rompersi proprio a causa della sua stessa pretesa di esaustività. Con l’esaurimento del movimento delle piazze, una nuova composizione di populisti «di sinistra» si è affrettata a occupare la scena – in un ultimo, disperato tentativo di salvare il Popolo buono da quello cattivo.

Abbiamo contemplato in tempo reale il collasso di un tentativo di cattura e canalizzazione della collera «popolare» a profitto di un regno senza alcun fondamento né immaginazione. Abbiamo visto come si inabissa in un semplice voto l’entusiasmo suscitato da Syriza, Podemos o Bernie Sanders di fronte a un Popolo che si risolleva repentinamente dalla sua anomia, che si rimette in sesto e ricostituisce la figura tutelare capace di abbattere la bestia fascista in ascesa. Il «Popolo», una volta di più, si è pronunciato.

Da qui la domanda: la figura del Popolo ha ancora qualcosa da dirci, o dobbiamo definitivamente decretarne il lutto? Per Marcello Tarì, il popolo resterà assente «finché sarà in vigore questo presente. Per l’intanto, la breccia che vi apre la rivolta è una delle poche maniere in cui quella mancanza può comparire nel mondo, anche se solamente per la durata di un baleno».

Queste folgorazioni di contagio entusiasta, in cui la crudele assenza del Popolo diventa manifesta, sono le sole a impedirci di ricadere nel cinismo postmoderno che si pasce nel proclamare la fine di ogni possibilità. Se la “rivoluzione” ancora ci importa, non è certamente in vista di una semplice redistribuzione delle ricchezze o di una nuova riorganizzazione del territorio.

Lontano da ogni “discorso di metodo” politico, l’epoca non ci lascia altra scelta se non quella di pensare un’esistenza senza soggetto, progetto o eredità – compresa quella del “Popolo”. In un certo senso, si tratta di riconoscere il fallimento della politica come l’abbiamo sempre conosciuta, persino di quella che abbiamo amato. Ma ammettere un fallimento non è un’ammissione di impotenza, perché la potenza designa ciò che ancora non è venuto alla luce, e che spetta a noi far emergere. Liaisons cerca di partecipare a questa emergenza aprendo un piano di ricerca partigiana transoceanica. Questa alterità prossima di amicizie distanti è senza dubbio la strada migliore per ritrovare se stessi – in quanto altro.

A metà degli anni ’40, dopo aver constatato con terrore che “il tempo del mondo finito comincia”, Paul Valéry profetizzava un futuro prossimo in cui “nulla accadrà senza che il mondo intero sia coinvolto”. Con ogni evidenza, siamo giunti proprio a questo punto: se la dimensione mondiale si insinua fin dentro il minimo interstizio, quella locale risuona a livello planetario.

Ciò che appartiene all’oceano finisce sempre per farvi ritorno, con nuove sembianze. L’infinito oceanico si manifesta in una singolarità di forme sensibili – il Saint-Laurent quando si perde nella violenza delle rapide di Lachine, la Senna che attraversa le campagne fino alla Manica, o la dolce dispersione dell’Hudson nell’Atlantico, sotto lo sguardo crudele della metropoli.

Così accade per i fenomeni politici planetari: che siano pianificati o che emanino una specie di contagio virale trasmesso dall’aria del tempo, questi possono imporsi solo unendosi alla singolarità delle forme locali. Davanti ad ogni evento che minaccia il suo ordine, la standardizzazione planetaria replica a colpi di ristrutturazioni permanenti, mostrando l’estensione delle sue risorse latenti, tattiche e strategiche. Da qui l’urgenza, per quanto ci riguarda, di mettere in rapporto dei fenomeni globali, ma anche di legare tra loro delle forme specifiche di resistenze locali e di costruire delle ipotesi rivoluzionarie contestualizzate che possano risuonare a migliaia di chilometri. Per non lasciare le comunicazioni transoceaniche ai nemici, dobbiamo intraprendere una discussione mondiale.

Chiedersi realmente a che punto sarebbe un ipotetico movimento rivoluzionario è possibile solo a partire dal chiedersi dove siamo noi oggi. Una domanda che sorge nel sentimento di un’appartenenza lontana a forze che ci legano e che ci superano in grazia e bellezza per aprirci alla nostra comune mondialità.

Marzo 2018, tra due continenti uniti dall’Atlantico

Cile: il momento destituente

di Rodrigo Karmy Bolton

 

Apparso su «El Desconcierto» il 26 Ottobre 2019

 

L’assalto alla capitale, iniziato con una rivolta popolare nei sotterranei della città [contro il rialzo dei prezzi della metropolitana n.d.t] e catalizzato dai liceali, è divenuto un “momento destituente”. L’immaginazione popolare inonda le strade e deborda i corpi: legami inediti li nutrono di erotismo, e inventano pratiche capaci di aprire nuove strade. Il momento destituente non si cristallizza in un “potere”, ma rimane irriducibilmente legato al registro della “potenza”, delineando i contorni di un popolo che non esiste di per sé, ma che si mostra unicamente nel momento in cui appare. Il momento destituente non ha una chiara strategia politica che gli consenta di interagire con i rappresentanti dell’Ancien Régime per instaurarne uno nuovo — dal momento che non si definisce nella costituzione o nella preservazione di un ordine —, ma gode della potenza immaginaria portata da una ventata di rivolte capace di squarciare il dispositivo statale.

Il “momento destituente” definisce senza dubbio un processo immaginario in corso non riconducibile a un determinato “potere” (a un “potere costituente”, ad esempio), e si sottrae dunque alla figura dello Stato. Erede delle diverse lotte popolari che hanno attraversato il Cile dopo la caduta di Unidad Popular, il “momento destituente” sottrae i corpi al controllo capillare della governamentalità neoliberista: la sua potenza sopravvive in “ciò che resta” dell’implosione totale del suo sistema politico. Un sistema fondato sulla violenza efferata dei pinochetisti nel 1973, consolidato tramite la violenza “legale” della Costituzione dittatoriale, passata fraudolentemente nel 1980, e consumata grazie alla violenza “di transizione” della democrazia neoliberista: ma adesso lo Stato sussidiario istituito dalla violenza guzmaniana si è fermato di colpo. Tutto è cominciato esattamente come era finito: con l’esercito per le strade. Il 1973 fa ritorno nel 2019, nel momento in cui Piñera dichiara lo Stato di eccezione costituzionale e l’esercito intraprende la battuta di caccia più veloce ed efficace dai tempi della dittatura.

Nella sua struttura sussidiaria, lo Stato cileno non è altro che “lavoro morto”: un cadavere abitato da persone morte che fanno discorsi morti. Il “momento destituente”, invece, è intriso di vita comune. Non ha bisogno dei “politici” perché sa che la politica è sempre fatta dai qualunque; non ha bisogno di congressi, perché si popola di assemblee e conversazioni quotidiane. Il professionismo politico tipico dei regimi rappresentativi  limitati come quello cileno non è mai stato “politico” — perché, sia sotto la dittatura che con l’avvento della “democrazia”, la politica è sempre stata dominata da burocrati preoccupati di gestire l’apparato guzmaniano nel migliore dei modi prima di considerare la potenza dell’invenzione. La politica ha che fare con l’invenzione di altre forme di vita: di certo non amministra le prigioni lasciate in eredità da Pinochet. E, infatti, in Cile queste forme di vita sono cresciute alle spalle della struttura statale. Lo Stato non inventa nulla, non può inventare altro che dispositivi di governo dei corpi. L’immaginazione è stato il primo bene confiscato in Cile — a tutto vantaggio  della violenza militare prima, e della violenza di governo poi. Violenza di governo che ha raggiunto il suo apice in questa settimana [l’ultima di ottobre, NdT] — nel momento in cui, cioè, Piñera si ritrova a gestire uno Stato fallito e, dichiarando lo Stato di eccezione, finisce per approfondire ulteriormente il fallimento dello Stato.

Assenza di un qualsiasi repertorio politico, impossibilità di convertire l’enorme capitale finanziario in capitale politico: fu questa la “grazia” del dispositivo guzmaniano — strana combinazione di cattolicesimo e neoliberismo, esercizio della sovranità ed economia finanziaria. Ma la storia delle lotte popolari degli ultimi trent’anni è riuscita ad aprire una falla irreparabile, al punto da portare la macchina statale — intrecciata in un’alleanza tra conservatori (Chile Vamos) e  progressisti-neoliberisti (ex Nueva Mayoría) — alla sua totale implosione: ne restano solo i detriti a sottolinearne la rovina.

In termini politici non esiste più alcuno Stato sussidiario, perché la politica è nelle strade, nel suo “momento destituente”. Lo Stato è marcito, ma il popolo gli è sopravvissuto. Se lo Stato non è altro che un insieme di meccanismi governativi capaci di funzionare solo penetrando e confiscando la superficie dei corpi, il momento destituente in cui viviamo esprime infatti l’esatto contrario: esprime corpi liberati dai dispositivi che li addomesticavano, esprime potenza svincolata da ogni potere, e senza alcuna intenzione di ripristinarlo. Un uomo incappucciato si erge su un palo al di sopra della moltitudine e distrugge con un calcio una telecamera di sicurezza:  la moltitudine lo applaude. Il cappuccio ha destituito lo sguardo del potere.

I vecchi pastori che ci volevano insegnare le buone maniere sono diventati cacciatori disperati che desiderano solo crivellarci di colpi con le mitragliatrici dell’esercito, tentando di salvare l’ultimo rantolo del patto oligarchico del 1973, portato a compimento nel 1980 e consumato tra il 1988 e il 2005. Se quel patto si cristallizzava nella macchina guzmaniana, oggi l’impasse è irreversibile, e può essere formulata in termini di momento destituente o, se si vuole, di democrazia radicale.

Occorre aggrapparsi al presente e sostenere la molteplicità delle lotte in questo momento estatico, nel quale ai corpi  viene restituita l’immaginazione. Il momento di “governare” è finito; adesso è il momento di “inventare”. Il “momento destituente” non è altro che questa esplosione di immaginazione popolare che si riversa nelle strade, ma che non si adatta mai ai loro spazi o al loro tempo. Non ha luogo sulle mappe vigenti — dal momento che il popolo non è riconosciuto dalla Costituzione in quanto potenza — né dimora nell’epoca in cui accade, perché ne promette una nuova. In questo senso, non poteva che esplodere totalmente all’improvviso.

Esplosione di un immaginario che libera i corpi della paura che li aveva immobilizzati e dà luogo a una danza insperata, a nuovi ritmi che cominciano a riempire le piazze. Destituzione della paura, dell’esercito, della polizia, degli AFP (Amministratori dei Fondi Pensione), del coprifuoco: l’intero regime è saltato in aria.

Perché, sebbene un popolo non esista a priori come sostanza, non è vero che a questa rivolta manca la parola; semplicemente, sono parole plurali, molecolari. Femministe, mapuche, ecologisti, comunisti, anarchici… tutta l’avventura converge verso una medesima intensità: il momento destituente che ha dato alla luce un popolo. “Il Cile si è svegliato” da un lungo incubo iniziato nel 1973. Ma svegliarsi significa che, prima del sonno, c’era stata un’altra veglia — e che quindi il Cile presente è intimamente connesso a quello passato. “Il Cile si è svegliato” significa la riapertura di un luogo di enunciazione a lungo assente, in cui una voce diversa interrompe l’elegante abbuffata dei potenti.

Tuttavia, il “risveglio” del Cile, lungi dall’essere un lieto fine, va pensato come un “inizio” radicale, che è ciò che rimane della fine di un modello statale (lo Stato sussidiario); un risveglio la cui forza di trasformazione dell’immaginario è disposta a combattere, corpo a corpo, contro gli eserciti dei padroni del Cile.

Considerazioni senza importanza sull’inesistente. Ovvero, del dibattito sulle Sardine.

 <<Vale davvero la pena di occuparci di Sardine quando in tutto il mondo dilagano riot moltitudinari e drammatici, dal Cile a Hong Kong, dal Medio Oriente ai Gilets Jaunes? Giusto, però, per disgrazia o per fortuna, siamo in Italia.>>

                                                                  Augusto Illuminati, Sardine, sardine, sardine…

Ecco, molto se non tutto infine si riduce a questa considerazione: «siamo in Italia». Ci siamo domandati cosa effettivamente volesse dire questa frase: che in Italia «per disgrazia» è impossibile che vi siano riot o movimenti radicali? O che «per fortuna» al momento non ve ne sono? E quindi, in entrambe i casi, bisogna non solo accontentarsi di quello che passa il convento, ma anzi parteciparvi? Oppure, soluzione nihilista, vuol dire che il problema è che qui e ora, in Italia, la sola cosa percepibile socialmente  è il nulla?

Di fatto, per noi, ciò che di minimamente interessante vi è da osservare (antropologicamente) attorno alle Sardine è questo simulacro di dibattito che si svolge nella bolla virtuale dell’estrema sinistra italiana in preda, da anni, a una crisi di senso devastante. Si va dall’entusiastica adesione a quella prudente, dall’invito ad andare a curiosare, come gli anziani davanti ai cantieri, al vade retro satana dei marxistissimi e via chattando. Si arriva addirittura a scrivere una lettera aperta al “compagno ignoto”, lettera vittimista e quindi  colpevolizzante (o viceversa?) volta a rimproverare chiunque non si senta in dovere di mischiarsi alle Sardine – o di “fare inchiesta sulla composizione sociale etc etc etc”, magari con la missione segreta, ma neanche troppo, di prenderne la direzione e da lì costruire un vero movimento – di essere un traditore della causa.

Disgraziatamente sembra che quasi nessuno prenda in considerazione una semplice disposizione dell’animo, ovvero quella di chi trova che questa mobilitazione abbia un interesse pari a quella di qualsiasi altro fatterello di cronaca politica che, nonostante le riserve che possiamo avere riguardo al termine, chiamare <<movimento>> è indice della degenerazione in corso,  e quindi se ne frega tanto di andarci che dei motivi di chi ci va che di chi non ci va, poiché fa parte di quella zona di indifferenza, nel senso di indistinto e privo di senso, che ormai è tutta la politica. Non ci lasciamo impressionare dal povero Gramsci ridotto a frasi da baci perugina: nel campo di tensione del  politico non esiste qualcosa eticamente definibile come indifferenza, se qualcosa “esiste per me come se non esistesse”, scriveva Tiqqun, “essa mi è semplicemente e con tutta evidenza ostile“. Non nemica, che sarebbe già qualcosa, bensì ostile – ovvero qualcosa che intacca la mia potenza come lo fa l’aria inquinata.

In quella lettera di rimprovero vergata da uno scrivano fiorentino, e che infatti assomiglia nei toni a quelle che il padre severo scriveva al buon e mediocre Enrico nel libro Cuore, viene detto che «La partecipazione è sempre un fatto positivo, indice di qualcosa che si muove nella società. La direzione non è mai già scritta». Ora, scomponiamo l’enunciato e vediamo di capirci qualcosa.

Primo, «la partecipazione è sempre un fatto positivo». Non c’è male come affermazione perentoria e priva di sfumature, essa serve prima di tutto a dire che chi non partecipa è negativo, che è una brutta persona insomma. Moralisti di tutto il mondo, unitevi! Ma a cosa si dovrebbe partecipare? Be’ a qualunque cosa diamine, poiché, secondo, «è indice di qualcosa che si muove nella società». Di conseguenza chi non partecipa vuol dire che non si muove e dunque, quale orrore!, non fa parte della società, un Franti insomma. La questione è dunque la mobilitazione. Non importa perché e per come: bisogna mobilitarsi. Muoversi, farlo anche senza desiderio alcuno, sembra essere ciò a cui si riassume oggi l’identità del “compagno”. Come a dire che se non lo faccesse quella identità si scioglierebbe più velocemente dei ghiacciai, aggiungendo la catasfrofe militante a quella climatica. L’estinzione della militanza giustamente precederebbe così quella della specie umana: che si cominci a farsene una ragione.

Immaginiamo che l’estensore della lettera non se ne curi, ma il concetto di mobilitazione ha una sua storia che presenta alcuni vertici, come ad esempio l’articolo che Ernst Jünger scrisse nel 1930 sulla mobilitazione totale introdotta dalla Prima guerra mondiale e che, in realtà, significava che l’ordine nella pace si doveva ormai configurare su quello bellico e che tutte le energie, il lavoro, la produzione, il diritto, la società tutta appunto, dovevano mobilitarsi e in tale stato restarvi a tempo indefinito. Mobilitazione della e attraverso la violenza che sarebbe necessariamente sfociata nella guerra civile. Ma non ci pare il caso di continuare, siamo fuori tema (se non fosse che le mobilitazioni del tipo Sardine paiono essere fatte apposta per sfuggire il tema, quello del politico con ogni evidenza). Piuttosto appare in chiaro, nella lettera, il valore metafisico e morale che ha acquisito nell’ambito di una certa sinistra la  <<mobilitazione per la mobilitazione>>: il movimento della e nella società è produttivo e quindi giusto. A prescindere. Ci si permetta almeno di dubitare, tanto del suo valore quanto della sua giustezza. Diversi tra noi, si pensi un po’, credono che la chiave sia spesso nell’arresto della produttività.

Terzo, «la direzione non è mai già scritta». Oh, penserebbe un ingenuo, è partito il movimento che potrebbe portare alla fine dello stato di cose presenti, quantomeno della sua “rappresentazione”, e non me ne sono accorto. A parte gli scherzi, non sappiamo, anche in questo caso, se lo scrivano alluda qui al materialismo aleatorio althusseriano, se non proprio alla lucreziana pioggia di atomi che danno vita al clinamen, ma siccome stiamo chiacchierando di un fenomeno nato e pasciuto tra social media, piazze, elezioni e TV, bisogna considerare che pur fosse che una percentuale X di chi va in quella piazza non sia virtualmente d’accordo con i portavoce/webmanager delle Sardine, che nessuno ha tuttavia finora abiurato o contestato, ebbene questi hanno evidentemente in mano la direzione della piazza. La quale è ovvia, tutti la conoscono e ci risparmiamo quindi di discuterla, perché non c’è nulla da discutere. Non c’è nessun dito e nessuna Luna, c’è solo che la sinistra sta imparando a usare i social con qualche anno di ritardo. La sola variante, nella piazza, sarebbe quella di agire da provocatori e, chissà, trasformarla in un tumulto, ma non crediamo sia il senso contemplato nei vari inviti più o meno normativi ad andarci (peccato!). Non c’è alcuna proposta se non quella di mobilitarsi e partecipare. Perché? Perché non si sa mai, vai a vedere che… Chi rifiuta questa proposta è un cialtrone, se la discute è qualcuno che non ama andare in piazza, oppure è un vecchio scimunito. Fine della discussione.

Ecco, ci siamo arrivati, non c’è niente da discutere. Tutta questa storia è indice dell’inesistenza, ancora prima dell’inconsistenza, dei suoi protagonisti. Ha un sapore quasi mistico questa inesistenza, e per questo ci ha interessati. Infine, che il virtuale seppelisca il virtuale, lasciate in pace tutti, se volte andateci e tanti auguri. Ci si vede sulle… no, quello è impossibile! Ecco, allora, forse sarebbe meglio parlare di cosa è fatta questa realtà.

L’attualità non esiste.

Essere qui

 Su Enzo Names, Nicolò Molinari, On est là — Siamo qua. Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia invisibile, 2019.[1]

di Vultlarp

Chi legge Qui e Ora sa quanto abbiamo vissuto, letto e scritto del momento giallo. Tanto che, come per riflesso, ci sembra quasi insulso tornare a emozionarci per gli Champs Élysées di nuovo in fiamme – quando la paura cambia di campo – ad accorrere dove sbocciano le rose (la Maison du Peuple!) o a contarci, tornati a casa, testimoni spettrali delle macellerie di granate e di arresti. Evidenze che questo mondo non può più nascondere né reprimere, tracce di un altro mondo che non tutti percepiscono ancora.

Perché insulso? Bè, per un riflesso che ci porta a dubitare della spinta inerziale verso l’identità, la cerimonia, la ricorrenza. Anche questo significa destituire: il “purché non sia d’intralcio” pronunciato sulla prima pietra. Se un anno fa pochi scorgevano la potenza di quanto era vivo e ancora non accadeva (e non si fidavano), ora il fatto di accadere lo potrebbe far sembrare come meno vivo. Modulazioni diverse della stessa titubanza.

È vero invece che «i Gilet Gialli hanno posto a livello generale, quantomeno europeo, una “taglia” del conflitto sotto la quale nessun movimento [o momento] di massa reale può andare, pena la sua radicale irrilevanza». È questo, ciò che resta: durature testimonianze non già del mondo nuovo da proteggere, ma da un modo nuovo di abitare il mondo all’ora della sua fine – oltre la sua fine. Dubitare dunque due volte, e tradire ancora la ritrosia con una nuova spinta, questa volta gioiosa, carica di adrenalina e lacrime e volti e parole che girano intorno a una sola grande espressione: «qui noi stiamo bene».

“La proposta è quella di una analisi “di pancia”, che non ha la pretesa dell’esaustività né di una teoria politica della ricomposizione antagonista. Il nostro è uno sguardo soggettivo che prova rispondere a delle semplici domande sul movimento: chi sono? Come organizzano le loro lotte? Cosa vogliono? Si tratta di note, che a qualche mese di distanza dalle incendiarie giornate d’inverno, vogliono alimentare la riflessione sui gilet gialli, non per proporre modelli da seguire, ma per diffondere degli spunti per un confronto con chi vive nell’urgenza delle lotte sociali.”

Ecco cosa fanno queste Note d’Oltralpe di Enzo Names e Nicolò Molinari, apparse quali dono per i Gilets Jaunes nel giorno del loro compleanno, il 17 novembre scorso: riportano noi lì o, meglio, da noi il particolare qui che in un modo o nell’altro tutti abbiamo vissuto – perché pure chi non ha respirato quell’aria gravida di zolfo e di vita serba il ricordo di quella felicità. Ed è un regalo che appare come ciò che non chiedeva nemmeno più – ovvero il loro ritorno, il giorno prima, per le strade di Francia –, tanto grande è la costel-lezione che in quella potenza si ingenera. Un testo che abita pienamente il proprio luogo – non solo fisico, tra quelli apparsi dopo la prima deflagrazione (In girum, Une juste colère), ma anche in quel preciso scarto che separa il momento dalla singolarità.

Viene da chiedersi se chi scrive debba davvero raccontare, dopo, la storia di ciò che è accaduto, o se testimoniare invece delle lacerazioni in un tempo dato per disperso – il primo col rischio della mistificazione, il secondo con quello dell’oblio. Il racconto perfetto ha la trasparenza del cristallo, è vero, ma anche la sua consistenza; quello lacerato dimora invisibile al presente, come occasione mancata da riscattare, e dal passato muoverà un giorno verso quel fine. Eppure, entrambi pongono la questione del potere: se non altro, perché entrambi si pongono come storiografie. Ed entrambi pongono la questione delle forme, se non altro perché storicamente determinati.

 

C’è un terzo modo. Ed è qui che il testo acquisisce il suo autentico valore: nella scrittura che qui, ora – e scrivendo di questo qui e ora – prefigura stati di cose possibili. Un oltre. On est là è l’espressione di una gioia collettiva sotto le (utilissime) mentite spoglie di una mise en place (o mise au point) del momento giallo, in cui la narrazione storiografica è sempre filtrata dagli appunti esperienziali, a riprova di quanto sempre vive entro ciò che accade. Stratificazioni di lettura che offrono tanto agli “ingialliti” quanto ai nuovi arrivati un punto di accesso all’evento: evento che non ha, alla lettera, alcuna storia da rivendicare come verità, se non la testimonianza delle forme-di-vita che entro di esso sbocciano.

Ne scaturisce un’analisi che non vede nei gilet gialli un corpo da vivisezionare e comprendere quale obiectum di una filosofia oggettiva, da sacrificare all’altare di un’idea di rivoluzione che si avvicina pericolosamente al raziocinio autodispiegantesi dello spirito; bensì un modo diverso di stare al mondo, di rompere l’isolamento, di stringere legami. Un modo che non è sostanza. Che non è d’intralcio.

Così anche la cronistoria, posta in appendice ad uso dei “non-aventi-esperienza” della materia, sembra sempre lì a suggerire un prosieguo, un altro giro, un altro ancora; e, assieme, a testimoniare (questo conta: testimoniare) delle opere e dei giorni, di ogni nuovo incontro, valzer innamorato che lascia di sé traccia su muri e giardini e grotte, e boulevard e menti e cuori. Ecco la fine dell’imperativo, la fine del sacrificio duro eppure da compiere.

È forse questa la postura più genuina da cui prendere parola oggi, con la voce di chi, a starci dentro, gli si è allagato il cuore. Ed è nell’apertura di una percezione, entro questa modalità dell’esperienza, che i Gilet Jaunes sono molto di più e molto di meno di se stessi. Ora più che mai dobbiamo riappropriarci dei nostri sentimenti, abbandonare i toni arcigni plasmati su due occhi celesti di ghiaccio a immagine e somiglianza di un ghigno. Smettere di parlare a un noi e parlare di noi. Esserlo, noi. Essere qui.

Leggete On est là e innamoratevi.

[1] Download su onestlagiletgiallihome.wordpress.com. Per contatti per critiche, commenti o presentazioni: on-est-la_gilet-gialli@riseup.net.

Surrealismi. Né il loro fascismo, né il loro antifascismo

di Mikkel Bolt Rasmussen

Mikkel Bolt Rasmussen è uno storico dell’arte e un militante danese. La casa editrice  milanese Agenzia X pubblicherà nei prossimi giorni il suo libro La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia, nel quale Rasmussen articola un’analisi di Trump e del populismo di destra insieme a una critica della sinistra democratica (su Qui e Ora ne abbiamo parlato quando è stata pubblicata la versione francese, qui).

Il recente rimpasto governativo in Italia ha dimostrato, ancora una volta, non solo la capacità dei principali attori della democrazia nazionale italiana di cambiare rapidamente la propria posizione per evitare che l’avversario prenda il potere, ma allo stesso tempo la totale vacuità della politica dei partiti organizzati. Al posto del governo Conte I, dominato dal fascismo pop di Salvini, abbiamo ora il governo Conte II, con l’antifascismo pop di Renzi, il quale non è meno manipolatorio di quello di Salvini. Da “Prima gli italiani” a “Fai vivere l’Italia” tutto quello che il sistema democratico italiano ha offerto in questi giorni è un superficiale nazionalismo. Le potenti macchine produttrici di immagini nella società tardo-capitalista hanno difficoltà a far fronte alla banalità della politica. La stupidità degli slogan testimonia la difficoltà dello Stato a ricrearsi come presenza sociale.

La superficialità delle diverse manovre politiche nella recente politica italiana non deve però essere considerata come la svolta per un ritorno a una sorta di normalità o razionalità politica. Come i situazionisti hanno sottolineato molto tempo fa, la politica è diventata spettacolare e tutti i politici sono sottoposti alle condizioni dello spettacolo. Non c’è razionalità habermasiana a cui tornare: il punto è che Renzi è superficiale come Salvini poiché la politica è sempre più una politica pop in questo senso, il che vuol dire che nel tardo capitalismo la politica non si traduce in immagini, ma appare direttamente in quanto immagini, marchi, slogan e memi.

Le immagini della rivalità intercapitalista e l’intensa lotta per il diritto di governare lo Stato capitalista (e di utilizzare i suoi diversi mezzi) non devono farci dimenticare che il sistema politico moderno – la democrazia nazionale e la stessa opposizione tra sinistra e destra – è morto. Esiste ancora, naturalmente, è ancora lì, continuiamo a vedere immagini di politici che dibattono ed entrano o escono dalle sale riunioni o incontrano “cittadini comuni”, Salvini sulla spiaggia di Sabaudia o Macron nel Grand Debat televisivo, ma è evidente a tutti il carattere zombie di tutta l’operazione. I media stanno facendo del loro meglio per mettere in scena l’intero spettacolo e di tanto in tanto ci interpellano come cittadini quando c’è un’elezione, ma le macchine dell’immagine politica funzionano a vuoto e persino il fascismo e l’antifascismo democratico appaiono oggi come Ersatz, simulacri delle posizioni storiche precedenti.

Crisi e reazione

Mentre la tarda società capitalista sta lentamente crollando –  una crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Europa è diventata una crisi economica mondiale che ha portato a una lunga lista di crisi politiche “locali”, a cui si aggiunge il disastro climatico e per cui ci troviamo di fronte a qualcosa che può essere descritto solo in quanto crisi strutturale o sistemica – diventa sempre più importante per i governi, specie quando i ricchi cominciano a diventare poveri, cercare di controllare il collasso in corso per prevenire qualsiasi tipo di cambiamento radicale. In questa situazione il fascismo così come il suo doppio, l’antifascismo democratico, appaiono come delle soluzioni temporanee. Le leggi di emergenza in vigore a partire dall’11 settembre – ma già esistenti in precedenza, basti pensare alla repressione delle proteste durante il G8 di Genova nell’estate del 2001 – possono ora essere messe in pratica rafforzando la comunità nazionale ed espellendo gli “stranieri” indesiderati. La svolta autoritaria della democrazia nazionale mostra così la relazione di  immanenza che esiste tra democrazia e fascismo, ovvero che la democrazia nazionale, come ha mostrato Giorgio Agamben in Homo sacer, può sempre optare per l’esclusione (inclusiva) nazionalista nel tentativo di ripulire il Popolo dalle scorie del popolo (i migranti, i poveri, ecc.).

Come diceva Walter Benjamin negli anni ’30, il fascismo è sempre reazionario, nel senso che è sempre un tentativo di impedire uno sconvolgimento rivoluzionario. Il fascismo serve a bloccare o deviare le energie rivoluzionarie, convogliando il crescente malcontento in una direzione diversa dalla critica al sistema capitalista e alla democrazia nazionale. In questo senso il fascismo è una pseudo-ribellione che ama mantenere le cose come sono o come erano (cioè mantenere intatto e in espansione il potere economico del capitale); i fascisti infatti promettono di fermare o tornare indietro nel tempo, ripristinando la comunità nazionale: “Make America Great Again” o “Prima gli italiani”. Il discorso fascista consiste così nel dare un volto identificabile alla crisi reale, spostando l’antagonismo sociale al capitalismo verso un nemico fantasmatico, siano essi ebrei, messicani o musulmani. Le leggi astratte dell’accumulazione e della circolazione del capitale si trasformano ancora una volta in paranoia collettiva: “dobbiamo impedire alle barche con i migranti di raggiungere i porti italiani” o “dobbiamo costruire un muro per tenere fuori la carovana dei migranti messicani”. Solo così “noi” saremo in grado di assicurare alla comunità nazionale l’accesso privilegiato a ciò che resta dello stato sociale del dopoguerra e ai posti di lavoro rimanenti in Occidente. Si tratta dunque di rendere i posti di lavoro e la cittadinanza dei privilegi non universali.

Tuttavia la politica mitica del fascismo permette alle masse di esprimersi, come ha detto Benjamin nel suo saggio sull’Opera d’arte. Si tratta di far deragliare la formazione della coscienza di classe, sostituendola con l’ipnosi di massa e la disponibilità ad impegnarsi nelle quotidiane follie razziste e repressive, o almeno accetare di esserne testimoni consenzienti. La lotta di classe si trasforma in discriminazione etnica, politica e culturale dove l’uomo forte salva l’uomo comune dall’assalto di forze misteriose che ne stanno distruggendo la casa. Il fascismo non annulla la fusione completa della politica con l’economia che si è verificata nel capitalismo di Stato dopo la Seconda guerra in Occidente, quando lo Stato ha trasferito direttamente il denaro alle corporation e alle loro ricche famiglie, ma produce una paranoia collettiva e nazionale attraverso una mobilitazione razzista, xenofoba ed eterosessista.

Trump e Salvini possono presentarsi rispettivamente come qualcosa di diverso dai soliti politici di Washington e dal classico trasformismo italiano, come fossero qualcosa di nuovo, una protesta contro il sistema. E Renzi può alla fine presentarsi come un vero politico pronto a tenere Salvini a bada, non certo per attuare un programma politico diverso: è troppo tardi per questo. Come abbiamo visto, in tutta Europa la minaccia del cosiddetto populismo di destra ha permesso al centro politico, centro-sinistra o centro-destra è lo stesso, di impegnarsi in una barbara politica sull’immigrazione. È la politica del male minore – terremo il fascista fuori dal governo anche se questo significa che faremo quello che loro propongono di fare! –  che minaccia di smantellare la differenza che si suppone esista tra democrazia e fascismo.

Riforme o insurrezione

Il fallimento della sinistra in Occidente è chiaro a tutti. I resti della sinistra occidentale organizzata stanno facendo del loro meglio per contribuire a rinvigorire lo Stato dandogli una nuova opportunità, cercando di battere i fascisti sul loro terreno. La sinistra riformista cerca di presentarsi come migliore nella gestione dello Stato rispetto ai fascisti, è questo oggi il suo scopo principale. Il problema per la sinistra è però che un capitale occidentale in piena contrazione rende difficile mantenere il livello di benessere che associamo normalmente al dopoguerra, mostrando la vacuità delle sue promesse di benessere (razzista). Il capitale non è in grado di riprodurre la forza lavoro come cinquant’anni fa e quindi la prospettiva di un rinnovamento dell’alleanza tra le classi (e l’abbandono di qualsiasi tipo di solidarietà internazionale) è improbabile nel quadro esistente dell’accumulazione di capitale. Lo vediamo nelle deboli richieste dei politici riformisti di maggior successo come Corbyn o Sanders, le cui proposte di nazionalizzazione e di partecipazione azionaria dei dipendenti testimoniano la riluttanza del capitale a fare qualsiasi tipo di compromesso nell’attuale congiuntura. Ma anche se il tappeto è stato strappato da sotto i piedi del riformismo, questo continua a cercare di mediare con il capitale rendendo effettivamente più difficile per la prospettiva rivoluzionaria articolare la distinzione primaria, quella tra insurrezione e Stato.

Antifascismo surrealista

Il Comitato Invisibile e Marcello Tari hanno dimostrato in modo convincente che il nuovo ciclo di proteste scoppiato nel 2010 costituisce l’avvento di una nuova prospettiva rivoluzionaria volta a destituire lo Stato capitalista. Dalle rivolte arabe ai movimenti di occupazione delle piazze in Spagna e in Grecia fino a quello negli Stati Uniti, le proteste studentesche in Canada, i disordini a Londra, le proteste contro la guerra in Brasile, il movimento Maidan in Ucraina, Black Lives Matter negli Stati Uniti, le proteste dell’ombrello a Hong Kong, la rivolta indipendentista in Catalogna, Nuit debout a Parigi, fino alle proteste dei Gilet Gialli e alle nuove proteste di Susan, Egitto, Algeria, Libano, ma anche in Honduras, Equador e Cile: abbiamo una nuova ondata insurrezionale globale, discontinua ma ancora in corso, che non sembra disposta a finire ma continua a materializzarsi nonostante il terrore di stato che va sotto il nome di antiterrorismo e ogni tipo di manovre “politiche”, comprese le soluzioni fasciste. In questo contesto il fascismo e l’antifascismo democratico sono tentativi di contenere e prevenire una svolta rivoluzionaria.

Nel 1938 i surrealisti di Parigi scrissero un opuscolo intitolato “Né la vostra guerra né la vostra pace” (“Ni de votre Guerre ni de votre Paix”) in cui attaccarono la posizione democratica antifascista che si presentava come una difesa della libertà e della giustizia contro il fascismo. Come scrissero i surrealisti, non aveva senso che gli stessi Stati nazionali che avevano permesso all’Italia di invadere l’Etiopia, che avevano volentieri ceduto la Cina all’imperialismo giapponese e permesso a Franco di schiacciare la Repubblica spagnola, si mettessero in scena come difensori della libertà. I surrealisti così cercarono di criticare sia i regimi fascisti che gli stati democratici antifascisti a favore di un’idea di liquidazione del capitalismo e dello stato nazionale.

Una liquidazione che avrebbe permesso al proletariato di uscire dal modo di produzione capitalista e di porre fine alla propria condizione di lavoratori salariati nazionalizzati. Come artisti e scrittori d’avanguardia, i surrealisti sapevano che la rottura rivoluzionaria sarebbe stata necessariamente autodistruttiva, cioè che sarebbe stato necessario attaccare l’identità dell’artista per liberare la fantasia anarchica insita nel gesto artistico. La rivoluzione non era una questione politica, ma una questione di vita quotidiana e di poesia. Come sostengono i figli perduti dei surrealisti, l’Internazionale situazionista, non si tratta di mettere la poesia al servizio della rivoluzione, ma di mettere la rivoluzione al servizio della poesia, nel senso che solo nella misura in cui riusciamo a disattivare l’anarchia del capitalismo e il disordine dello Stato, la poesia sarà liberata e messa a disposizione di tutti.

Una nuova sequenza rivoluzionaria?

Qui di seguito pubblichiamo due testi, uno proveniente da Barcellona e l’altro da Santiago del Cile e Parigi, che ci danno un’altra idea, un’idea affettiva di quello che sta accadendo lì, e non solo lì, rispetto alle narrazioni che fino ad ora sono state fatte in Italia. Quello che appare a un colpo d’occhio è che sia in corso a livello globale un sommovimento tellurico che inizia a somigliare all’introduzione di una nuova sequenza insurrezionale, dopo quella vissuta dieci anni fa.

L’insurrezione viene, viene, viene…

PONTE AEREO HONG KONG/BARCELLONA

SECONDA SETTIMANA

…se noi inseguissimo qualche onore sarebbe quello di essere iscritti per la posterità nella storia dei cataclismi…
Le Grand Jeu

Rovine
La Spagna è una rovina. Il vento percorre il vuoto lasciato dai Grandi di Spagna. Come vuole la tradizione, siamo stati saccheggiati da tutte le generazioni di governanti, da ogni generazione di commercianti e truffatori. Solamente a pezzi, le spagne possono provare a ricomporsi in un modo che sia all’altezza della loro arte e delle loro feste. Hong Kong, Cile, Ecuador, Haiti, Libano e la Francia dei Gilet gialli mostrano che l’ordine che governa il pianeta è una rovina. Una rovina feroce che protegge le sue bolle di sapone come fossero di diamante.

Consiglio dei Tumulti
Nel XVI secolo scoppiò nei Paesi Bassi una rivolta contro la Corona spagnola. Esigevano la libertà di culto. Volevano potersi convertire alla religione protestante. Nel 1556, Filippo II inviò il duca d’Alba per schiacciare la sedizione. Istallò un regime di terrore e di repressione sotto il segno di un’istituzione chiamata Consiglio dei Tumulti, che non era altro che un tribunale d’eccezione. Davanti alle proteste per la sua arbitrarietà, Fernando Alvarez de Toledo, il duca, rispose: “tanto meglio, se alcuni muoiono per errore, diventeranno dei martiri e andranno diritti in cielo”. Il Principe d’Orange innalzò allora il suo motto “Io rimarrò” e iniziò la sua campagna con la plebe del mare, gente comune che si concentrava rapidamente nei canali e poi si disperdeva. L’impero spagnolo dovette impegnarsi in una guerra di 80 anni, perse i suoi territori e cominciò a crollare. Oggi la Spagna vuole riprodurre la sua strategia di terrore e di repressione.

Bloccare tutto
È stata questa l’intuizione principale della rivolta catalana. Il blocco dell’aeroporto ha mostrato a quelli che volevano vederlo il carattere illusorio della normalità. I blocchi delle strade, delle autostrade e delle stazioni ferroviarie si sono estesi a tutto il paese. E sono diventati altrettanti luoghi d’incontro, di elaborazione, d’ingegnosità dei corpi e delle barricate. Durante questa seconda settimana tutto continua a inventarsi. Vi sono due tronchi d’albero posti sui binari dei treni, così come dei semplici ganci bloccarono molto tempo fa la circolazione dei treni ad alta velocità in Germania e in Francia.

Non aspettiamo niente – adesso che tutto comincia
Sono dei ragazzi quelli che fanno avanzare la rivolta dappertutto nel mondo. “Ci hanno tolto il sorriso”. “Adesso che ci siamo ribellati, non vogliamo più scappare”. “Siamo qui per ogni schiaffo ricevuto dalle nostre nonne”. “Quello che stiamo facendo è difenderci. La nostra voglia di cambiare il mondo è più grande della paura che invade i nostri corpi”. Durante questa seconda settimana sono cominciati i blocchi e le occupazioni di molte università. Alcuni si sono trovati di fronte a gruppi di estrema destra e studenti cittadinisti. “Noi resteremo”. Quelle che resisteranno possono diventate delle basi per intensificare la circolazione e gli incontri.

Condividere la rivolta
Come accade ovunque, le rivendicazioni che aprono il conflitto non risolvono tutto. Che sono trenta centesimi in più? E uno Stato in più o in meno? Sono solo le gocce che riempiono il bicchiere di un realtà che non è capitalista. Una volta che l’eccedenza è cominciata, sono le forze in presenza che determinano l’apertura della situazione. Ovvero il senso di quello che accade e di ciò che viene interrotto. La vita che si apre nella rivolta non solo rompe lo scorrere della normalità, ma mette fine alla separazione e all’indifferenza che nutrono la sofferenza che ci abita. Adesso che tutto inizia, è il momento di mantenere ed estendere i legami che si sono infiammati dietro le barricate. Ognuna e ognuno di noi condivide, con gli occhi pieni di luce, il desiderio di cambiare tutto costruendo dei ponti. Questo vuol dire prestare attenzione a quello che si fa: ai legami d’amicizia, sia tra le forze anonime che prendono le strade che tra le vite che si intrecciano nei gruppi che si organizzano dappertutto.

Comitati locali
Alcuni vorrebbero che la rivolta fosse una questione del popolo catalano. Idea romantica e borghese del XIX secolo. In ogni rivolta vi sono dei frammenti di popolo. E sono dei frammenti sempre più grandi e determinati che aprono delle brecce nella normalità e che rovesciano il tavolo da gioco. Rovesciano il tavolo, spazzano via la beatificazione della miseria sancita dai mossos del governo catalano e dalla polizia nazionale spagnola. Sono i comitati di difesa locale, i Comitati di Difesa Repubblicana e i gruppi organizzati nei quartieri e nei villaggi che hanno l’iniziativa. Per quanto dispersi e inconsistenti possano apparire, sono in ogni luogo in cui l’immaginazione politica eccede i governi, che non possono nulla davanti milioni di corpi organizzati. Non siamo soli. Tutta la sofferenza e la tristezza che lacera la nostra esistenza lancia un grido per tessere delle alleanze per l’autodifesa.

Destituzione. Pensare, combattere, costruire
Rosa Luxembourg diceva che non è lo sciopero generale che crea la rivoluzione ma la rivoluzione che porta con sé lo sciopero generale. Perché ogni rivoluzione è un processo che ha il proprio tempo, fino a quando diviene percettibile in una data epoca. Lo stesso accade con ogni processo destituente, che sarà l’uscita più intelligente dalla catastrofe ecologica ed esistenziale di questo mondo. Non ci attende nessun futuro stabile. La destituzione dello stato di cose presente non è solamente distruzione. È, allo stesso tempo, l’apertura di luoghi e la creazione di forme, in un processo che costruisce. Nella rivolta contro questo mondo, che salta di paese in paese, che si intreccia da città a città, il processo destituente resta aperto. La destituzione vuol dire anche costruire delle percezioni condivise sul fatto che ciò che non è, è possibile: tutto quello che abbiamo visto in questi giorni, tutto quello che possiamo immaginare contro l’amministrazione totalizzante che governa la perpetuazione del disastro.

Tout le monde déteste la police
Ovunque la polizia appare come l’ostacolo tra la rivolta e i padroni del mondo. In Catalogna e a Barcellona è stata un’evidenza, per tutti, che ha rotto i riflessi della paura che le televisioni e le altre macchine di governo rimandano senza posa. La paura dell’altro e la paura del povero. Tout le monde déteste la police. La polizia che ha strappato quattro occhi in sette giorni. Quella che ha cercato di schiacciarci con le loro camionette e che una volta ci è riuscita. Che ci picchia e ci arresta indiscriminatamente. La vecchia tattica di Hong Kong, essere fuoco e essere acqua, bruciare e ritirarsi, essere imprendibili come l’acqua e fragorosi come il fuoco, per dei mesi, mostra l’inanità dell’istituzione poliziesca davanti l’intelligenza strategica di migliaia di insorti. “Noi siamo la polizia e facciamo quello che ci pare. Noi siamo la Legge”, dicevano l’altro giorno a un giornalista. Se la polizia è la legge, la rivolta è la forza senza nome che prende tra le sue mani un’altra maniera di vivere in questo mondo.

Oggi il regime è finito. Perché questo mondo sta finendo.
L’insopportabile leggerezza con la quale l’insopportabile vive in noi
si presenta con l’estrema pesantezza che da sempre ci portiamo dietro
Il viso che chiama alla rivolta è anonimo
Come l’acqua, riempire, fino a traboccare. E ritirarsi.
Come il fuoco, bruciare improvvisamente, ridurre in cenere. E volatilizzarsi.
Ancora e ancora. Migliaia di corpi, di ricordi, di esseri andati via.
Ancora e ancora ogni giorno di festa. La festa è l’insurrezione dei corpi, degli sguardi, delle presenze. Contare senza contare. Perché l’insurrezione di fronte al collasso è la sola festa possibile.
Che succederà dopo?
Dopo fu ieri. Ieri è già troppo tardi. Oggi finisce il regime.
Domani è pura fiducia
nella vita comune e ordinaria che brucia a fior di pelle
quando vi abbraccia

Qualunquità, ancora uno sforzo…

 

Questo comunicato è stato scritto congiuntamente da Santiago del Cile e Parigi.

 

Clinamen. Neanche il più piccolo degli incidenti che vorremmo attribuire al caso può verificarsi senza generare un’intera situazione. Belle come gli incontri fortuiti di polizia e di folla lungo il mappamondo, le insurrezioni di Santiago hanno cristallizzato in qualche ora i nodi e le disposizioni di questo tempo. Dal punto di vista del territorio: l’importanza crescente della circolazione, che fa di ogni nuovo aumento di prezzo una questione di sopravvivenza. Dal punto di vista del potere: le sordide infrastrutture securitarie, inevitabile rovescio della medaglia del capitalismo cibernetico, e l’eterna possibilità di ricorrere ai vecchi riflessi quando le nuove scellerate leggi non sono ancora state promulgate: lo stato di emergenza e un esercito sempre uguale dai tempi di Pinochet. Dal nostro punto di vista: la sorda temporalità delle inclinazioni strategiche, la spinta irrefrenabile di un desiderio di insurrezione profonda e duratura, gli sforzi coscienti di qualche cervello, di qualche corpo per accompagnare il movimento da cui dipende il nostro futuro. E, infine, il coraggio di migliaia di liceali — in grado, da soli, di chiamare una capitale intera a insorgere.

 

Ferocia. «Nessun predatore ha mai saputo che farsene della nostra ferocia libera da catene, mai ridotta in gabbia. Perché è in fuga sempre, e sempre traccia la propria rotta. Chiamata si mostra, poi scompare. E colpisce e insiste, come il dolore. Perché è dolore. Il dolore è la nostra storia. Questa storia che è dolore oggi si riaccende, infuria, con un balzo supera le cancellate, saccheggia la città nemica, la città assediata, la città dai nomi così colonialmente rispettabili. La città dei timorosi, la città di chi ha giocato al faraone. Ma no: non ci sottometteremo. Nessuno, né a Santiago, né in Cile, né altrove, accetta di pagare con la propria vita la follia delle loro ricchezze».[1]

Noi. Mai avremmo pensato di vivere in un mondo in cui poter seriamente pensare di scrivere una frase solenne, una di quelle care vecchie frasi che credevamo definitivamente archiviate nel deposito curiosità storiche. Uno di quegli appelli degni di Marx alla “proletari (e proletarie) di tutti i paesi, unitevi!”. Eppure, scontro dopo scontro, città su città, di settimana in settimana, la sensazione è proprio quella di vivere un sollevamento comune. La crisi della governamentalità si è generalizzata: qualunquità di tutte le metropoli, riunitevi.

Tracollo. Non hanno indietreggiato di fronte a 3mila tra morti e dispersi. Hanno torturato 40mila persone senza batter ciglio. Ora mobilitano l’esercito dopo un semplice principio di sommossa. La Cina, nel mentre, vieta la vendita di abbigliamento nero nel suo territorio. Allora diciamocelo: l’Impero vacilla. E checché se ne dica, ad ogni buon conto, è forse più vicino il tracollo del capitalismo di quella fine del mondo a cui tiene tanto.

Epoca. Era dal 1968, e dalla distruzione della sua eredità attraverso la risposta neoliberale, che i giochi non sembravano così aperti. I Gilets Jaunes, Hong-Kong, l’Ecuador, Haïti, l’Egitto, la Guinea, il Libano, la Catalogna, le Honduras e ora il Cile sanciscono l’aprirsi di una nuova fase. Per riformiste che siano le rivendicazioni dichiarate, siamo a un crocevia. Una classe ancora anonima, confusamente cosciente, comincia a comprendere che i nostri destini sono incrociati. La catastrofe ecologica in corso è il teatro della decisione tra le tenebre della sorveglianza e lo splendore del mondo che ritorna.

Qualunquità, ancora uno sforzo e sarete rivoluzionari. Facciamo appello alla disobbedienza incivile nelle metropoli di tutto il mondo.

Santiago-Parigi, 19 ottobre 2019

[1] Il paragrafo riprende in traduzione il comunicato del collettivo cileno Vitrina Dystópica, pubblicato in seguito agli scontri di venerdì 18 ottobre 2019 e la conseguente dichiarazione dello stato di emergenza (https://dystopica.org/2019/10/19/iiiintergalactico/).

Artisti e libertari a Fiume

Ci sono dei momenti che sono come dei rendez-vous con la storia, momenti nei quali questa si apre a una biforcazione per la quale prendere una strada o l’altra decide di un’epoca e delle vite che essa contiene. La storia che narra Claudia Salaris a proposito dell’occupazione di Fiume di cento anni orsono, è uno di quei momenti. È certo che gli spazi che accolgono questi fermenti storici non sono mai “puri” e che al loro interno si giochi una battaglia altrettanto importante di quella che i loro occupanti, insieme, conducono contro il potere costituito. In questi ultimi due anni, per esempio, stiamo assistendo all’eccezionale “performance” di un movimento di massa come quello dei Gilet Gialli in Francia, all’interno del quale è un segreto a cielo aperto che siano presenti persone provenienti dai più diversi spettri ideologici e tuttavia, nel tempo e almeno per il momento, ha prevalso un’idea e una pratica autogestionaria e egualitaria piuttosto che quella discriminatoria e autoritaria tipica dell’estrema destra. Ci pare questo un buon motivo per non lasciare a quest’ultima l’esclusiva del ricordo di ciò che accadde a Fiume un secolo fa.

di Claudia Salaris*

L’occupazione di Fiume da parte di un gruppo di militari disertori sotto la guida di un poeta famoso fu uno di quegli avvenimenti destinati a suscitare sorpresa nel mondo. Non appena s’era diffusa la notizia, il Club Dada di Berlino inviò a Gabriele d’Annunzio un telegramma in cui salutava la conquista come «grandiosa impresa dadaista», dichiarando che l’«atlante mondiale dadaistico DADAKO» riconosceva Fiume come città italiana.[1]

Trascorsi molti anni, un altro dadaista tedesco, Hans Richter, sentirà il bisogno di criticare Richard Huelsenbeck, Johannes Baader e George Grosz per essersi espressi pubblicamente a favore del «poeta-conquistatore, nonché ampiamente fascista, d’Annunzio».[2] L’episodio mette in luce quello che è in genere un modo per guardare all’impresa di Fiume: giudicarla come esperienza prefascista.

Certo, è fin troppo ovvio sottolineare che quei mesi d’occupazione sono stati la fucina in cui fu sperimentata per la prima volta una liturgia della politica di massa, che ben altra estensione avrebbe avuto negli anni del regime. Il passato come mito (la romanità), i saluti («Eia eia alalà», «A noi!»), i motti («Me ne frego»), la canzone Giovinezza, l’uso della camicia nera e del fez, le celebrazioni, i discorsi che d’Annunzio pronunciava dalla ringhiera del palazzo di governo (anticipatori di quelli mussoliniani dal balcone) sono alcuni esempi della politica-spettacolo inventata da d’Annunzio, che il fascismo avrebbe usurpato.

Se sono innegabili i debiti del regime è pur vero che per la comprensione dei fatti di Fiume non giova interpretare il fenomeno solo attraverso la lente del fascismo. Lo storico Renzo De Felice, del resto, ha messo in guardia contro una lettura a senso unico che riconduca la vicenda nell’ottica del fenomeno nazionalistico-reazionario, sottolineando che tra i legionari c’erano i «ragionevoli» e gli «scalmanati», ma questi ultimi sono stati i veri rappresentati del fiumanesimo, dando all’impresa il suo carattere più significativo, quello d’un’esperienza anticipatrice d’un nuovo ordine politico-sociale, per cui, nel periodo postfiumano, molti di loro si sarebbero schierati contro il fascismo. [3]

Per alcuni, Fiume rappresentava il rifiuto del reinserimento nella società borghese dopo la guerra, per altri l’avventura si tingeva dei colori d’una contestazione globale al sistema e, anche se la molla iniziale era stata patriottica e nazionalista, la rivolta si dilatava al di là della politica estera del governo italiano, fino a investire tutto l’ordine costituito, non solo quello di Roma ma anche quello della nascente Società delle nazioni.

La città occupata fu un magma ribollente di sentimenti e aspirazioni che rifletteva le inquietudini e il malessere d’una generazione che aveva fatto la guerra e sentiva d’essere diversa da quella dei padri per il modo di concepire l’esistenza, i rapporti umani e sociali, l’organizzazione del potere. In tale contesto presero corpo l’idea di fare di Fiume il crogiolo d’una rivoluzione che coinvolgesse i popoli schiacciati dalla politica imperialista delle nazioni forti, nonché l’adesione ai progetti repubblicani e corporativi del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, all’esperienza sovietica, senza escludere l’ipotesi d’un’alleanza con la sinistra anarchica e socialista.

Ma la carica rivoluzionaria che gran parte del fiumanesimo venne assumendo da un lato alimentò l’ostilità dei benpensanti e portò elementi della destra nazionalista a dissentire dalle sue scelte (compreso un politico realista come Benito Mussolini), dall’altro fece guardare con attenzione al fenomeno da parte dei settori più spregiudicati del sovversivismo (è il caso di Antonio Gramsci).

Fallito il progetto del «modus vivendi» inizialmente proposto dal governo italiano, la politica dannunziana si spostò sempre più verso prospettive rivoluzionarie. Si affermò quel particolare clima che, usando le parole di d’Annunzio, fece di Fiume la «Città di vita»: una piccola controsocietà con idee e valori non in linea con quelli della morale corrente nella disponibilità alla trasgressione: libertà sessuale, omosessualità, droga, nudismo, beffe, originalità degli atteggiamenti e nella foggia del vestire dei legionari.

Queste manifestazioni collettive esprimevano lo stesso spirito nuovo che si può riscontrare nelle visioni della Carta del Carnaro e della Lega di Fiume, che avrebbe dovuto riunire i rappresentanti dei popoli oppressi, ma anche nel dirottamento verso la città delle navi mercantili, bizzarra forma d’economia basata sulla pirateria, per non parlare delle continue feste sfrenate, simbolo stesso della socialità fiumana. E non è irrilevante notare che un simile abbozzo d’anti-stato faceva da cornice a talune presenze d’avanguardismo intellettuale e artistico.

I risvolti libertari non sono stati ignorati dalla storiografia sull’impresa fiumana. Un’interpretazione suggestiva è stata proposta alcuni anni fa da Hakim Bey, esponente della controcultura americana nonché teorico delle Taz (zone temporaneamente autonome). Nel ricostruire la storia dei movimenti di rivolta come un unicum al di là delle generazioni – dagli antichi pirati agli anarchici nichilisti, dagli hippy ai punk e agli hacker –  egli ha notato come l’occupazione dannunziana, proprio per il carattere di mobilitazione temporanea e d’esperienza in contrasto con la mappa dell’ordine vigente possa essere considerata la prima Taz moderna, presentando elementi di omologia con l’insurrezione di Parigi del ’68, le comuni della controcultura americane, le rivolte urbane italiane degli anni Settanta, il situazionismo.[4]

Questo tipo di lettura ha stimolato l’autrice di questo articolo a sviluppare nel libro Alla festa della rivoluzione il confronto tra epoche e fenomeni diversi, fino a vedere in alcune espressioni del fiumanesimo l’anticipazione di stati d’animo, idee, provocazioni che hanno caratterizzato l’esperienza dei movimenti   giovanili a partire dagli anni Sessanta. [5] 

Quando d’Annunzio esortava a «osare l’inosabile» precorreva la surrealistica «immaginazione al potere» del Maggio parigino. Punti in comune tra questi fenomeni così lontani nel tempo sono la pratica di massa del ribellismo; l’importanza data alla festa e al gioco come strumenti liberatori; la libertà sessuale; l’emancipazione femminile; la circolazione delle droghe; l’antimperialismo; il rifiuto dell’alienazione cittadina e il mito del vivere in armonia con la natura; la priorità data alla vita di gruppo e il rifiuto della famiglia borghese; la ricerca di nuovi modi di fare politica che includano l’allegria, la burla, la carnevalata; il tentativo di creare delle forme alternative di economia che non riflettano quelle del potere basate sul profitto, ma implichino il concetto di dono.

Fiume è stata la meta d’un intenso turismo politico, proprio come sarebbe accaduto a Parigi nel ’68. Non solo militari, ma anche artisti, libertari, futuristi, dandy, avventurieri riuscivano a varcare clandestinamente il blocco che cingeva la città per immergersi in un clima di festa mobile.

Nel rievocare l’avventura fiumana non si può prescindere dalla figura di Guido Keller, che la notte precedente l’entrata in Fiume ha evitato il fallimento dell’impresa andando a sequestrare gli autocarri venuti a mancare agli ammutinati partiti da Ronchi. Vegetariano, nudista, detestava gli abiti borghesi, le divise e talvolta indossava un pigiama calzando pantofole orientali a punta rialzata. A bordo del suo apparecchio, un vero salotto volante, aveva un impeccabile servizio da tè con fiori. L’abito e il comportamento erano essenziali per Keller, che si muoveva nella vita come un performer. Specialista in beffe e colpi di mano, attribuiva all’ironia una funzione decisiva anche nell’azione politica.

                                                                    Guido Keller

Per protestare contro il trattato di Rapallo, che tarpava le ali all’utopia fiumana, l’aviatore giunse a Roma col suo aereo e volando a bassa quota sganciò sul piazzale di Montecitorio un pitale accompagnato da un messaggio provocatorio indirizzato al governo. Se Marcel Duchamp tre anni prima aveva scandalizzato le istituzioni dell’arte esponendo un orinatoio, Keller con spirito analogo desacralizzava le istituzioni politiche. Con questo gesto ha praticato una sorta di politica-arte-spettacolo in cui, pur avendo a modello il d’Annunzio della beffa di Buccari e del volo su Vienna, ha dimostrato di essere un hippy cinquant’anni prima del tempo e un vero contemporaneo dei futuristi e dei dadaisti.

Durante l’occupazione, Keller, lo scrittore Giovanni Comisso e i loro amici hanno sperimentato una vita allo stato brado, a contatto con la natura, da figli dei fiori ante litteram. Ed è stato proprio Comisso a restituirci quel clima nel libro di memorie intitolato Le mie stagioni (1963) e nel breve romanzo Il porto dell’amore (1924). Senza questa testimonianza non avremmo oggi la possibilità di capire cos’è stata davvero la vicenda fiumana dal punto di vista emotivo e delle grandi aspettative di una vita diversa e migliore.

Keller e Comisso animarono il movimento Yoga che intendeva contrastare i militari d’alto grado intorno a d’Annunzio, adottando metodi insoliti, come la beffa e l’irrisione. Il loro punto di riferimento era la civiltà orientale, infatti adottarono come logo la svastica, simbolo magico-religioso originario di molte culture, in particolare quelle di matrice indoeuropea. Il gruppo, che ebbe anche una sede e un giornale, rifiutava i cosiddetti valori occidentali, il potere del denaro, il primato del mondo industriale su quello agricolo e artigianale, il dominio della ragione sugli istinti.

Giovanni Comisso

Faceva parte di questa cerchia di amici anche il belga Léon Kochnitzky, poeta d’avanguardia, nonché collezionista di opere di Picasso, Braque e Mirò. Fu nominato capo dell’Ufficio relazioni esteriori durante il gabinetto di De Ambris. Simpatizzante della Russia dei Soviet, Kochnitzy diede al fiumanesimo un carattere internazionalista grazie alla Lega di Fiume, che tentò di dar voce ai popoli oppressi dalle grandi nazioni imperialistiche.

A quest’ala estrema appartenevano anche molti futuristi giunti a Fiume. Filippo Tommaso Marinetti, appresa la notizia dai giornali, si precipitò nella città occupata pieno di entusiasmo, ma fu presto deluso dalla cerchia di militari conservatori che nella prima fase dell’impresa circondavano d’Annunzio. Ripartì poco dopo. Sta di fatto che d’Annunzio è riuscito a realizzare ciò che Marinetti ha solo teorizzato: gli artisti al potere. Un’idea che ha trovato una codificazione nel manifesto Al di là del Comunismo, concepito dal fondatore del futurismo nell’estate del 1920, dopo essersi dimesso dai fasci di combattimento mussoliniani per la loro politica reazionaria.

Léon Kochnitzky con Gabriele d’Annunzio

In questa riflessione utopistica Marinetti immaginava una rivoluzione che teneva conto della nuova realtà fiumana, in cui si era materializzato il sogno della guida politica nelle mani d’un poeta. Egli auspicava «l’Arte e gli Artisti rivoluzionari al potere» e che il «proletariato dei geniali», una volta giunto al governo, potesse realizzare il teatro gratuito e grandi concerti nei quartieri, di giorno e di notte. Non è difficile ravvisare nelle feste di Fiume l’antecedente di quest’«arte notturna» con la musica intesa come collante sociale, arte per masse, un’idea che ritroviamo nella Carta del Carnaro, diffusa poco dopo l’uscita del manifesto marinettiano.

Nel ventennale dell’occupazione, Marinetti dedicò a d’Annunzio e alla sua impresa il Poema futurista di Fiume. Ma il volume, annunciato come edizione della rivista futurista «Artecrazia», diretta dall’ex-legionario fiumano Mino Somenzi, non vide la luce poiché questa testata, colpita dalla censura, fu costretta a chiudere nel 1939 proprio per la sua battaglia in difesa dell’arte moderna contro il tentativo dei settori più oltranzisti della cultura fascista, apertamente filotedeschi, di mettere al bando anche in Italia la cosiddetta «arte degenerata», come era avvenuto in Germania.

Filippo Tommaso Marinetti (al centro) e Guido Keller (a sinistra)

A Fiume, un altro esponente di spicco dell’ala ribelle fu Mario Carli. Raffinato sperimentatore letterario, precursore della scrittura automatica e contemporaneamente uno dei futuristi più impegnati in politica. Avrebbe affidato il racconto della sua esperienza al romanzo Trillirì (1922) e al volume Con D’Annunzio a Fiume (1920), strumento indispensabile per comprendere la posizione politica futurista, tesa ad assimilare entro le proprie coordinate l’impresa dannunziana e a edificare il mito d’un d’Annunzio oggettivamente futurista.

Nel febbraio del 1920 fece uscire il giornale «La Testa di ferro» su cui dialogava con gli anarchici, assumendo posizioni spericolate fino a mostrare simpatia per il bolscevismo. Il foglio era in sintonia con la svolta politica di sinistra impressa al Comando da De Ambris, orientato, tra l’altro, a stabilire relazioni col paese dei Soviet.

Carli offriva della battaglia fiumana un’interpretazione non limitata al problema dell’annessione della città all’Italia. Esprimeva, infatti, ammirazione per la Russia rivoluzionaria. Il 15 febbraio 1920 scriveva nell’articolo intitolato Il nostro bolscevismo: «Tra Fiume e Mosca c’è forse un oceano di tenebre. Ma indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna, al più presto, gettare un ponte fra queste due rive».

Inoltre, il giornale era il megafono della Lega di Fiume, dell’Ufficio relazioni esteriori e ospitava la rubrica Movimento degli oppressi. La sua esperienza va considerata tenendo anche conto della rottura tra futurismo e fascismo, maturata al secondo congresso dei fasci a Milano nel 1920 e sancita con le dimissioni di Marinetti e Carli dall’organizzazione mussoliniana.

Mario Carli

Ma per i suoi contenuti il foglio presto destò preoccupazione al Comando e Carli fu costretto a lasciare la città per esercitare a Milano la sua propaganda pro-Fiume. In questa seconda fase la testata si schierarava a favore dei lavoratori nei giorni dell’occupazione delle fabbriche. Proprio sullo sfondo delle lotte operaie, Carli e Marinetti tentavano di unire sotto la bandiera futurista tutti i ribelli per fare la rivoluzione italiana. Nei loro interventi invitavano i «rossi» a rimuovere ogni diffidenza nei confronti del futurismo; sottolineavano le differenze tra futurismo e fascismo. E anche nelle polemiche con la sinistra più ostile cercavano di ridurre i dissensi alla sola pregiudiziale antipatriottica.

Il progressivo allontanamento dal fascismo si accentuava dopo l’accettazione da parte di Mussolini del trattato di Rapallo e soprattutto con la conclusione dell’avventura fiumana, repressa dall’esercito regolare nel «Natale di sangue», allorché il capo del fascismo preferì non impegnarsi in difesa d’una causa che ormai considera compromessa.

Con l’esperienza di Fiume il futurismo politico compiva una metamorfosi che lo portava al di là del nazionalismo modernista in cui era nato, per prospettare una rivoluzione che vagheggiava – come si legge su «La Testa di ferro» –  la «liberazione di tutti gli oppressi (popoli, classi, individui)».[6]

[1] R. Huelsenbeck, J. Baader e G. Grosz, Dada-Telegramm, «Dada Almanach», Berlin, 1920.

[2] H. Richter, Dada Kunst und Antikunst, Cöln, Verlag M. DuMont Schauberg, 1964; trad.it. Dada. Arte e antiarte, Milano, Mazzotta, 1966, p. 128.

[3] Cfr. R. De Felice, D’Annunzio politico 1918-1938, Roma-Bari, Laterza, 1978, pp. 27-30.

[4] Cfr. H. Bey, T.A.Z. The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy, Poetic Terrorism, Brooklyn, New York, Autonomedia, 1985; trad. it. T.A.Z. Zone temporaneamente autonome, Milano, Shake edizioni underground, 1998.

[5] Cfr. C. Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Bologna, Società editrice il Mulino, 2002; nuova edizione con l’appendice inedita D’Annunzio e l’avanguardia, 2019.

[6] Cfr. E. Gentile, Il futurismo e la politica, in R. De Felice (a cura di), Futurismo, cultura e politica, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1988, p. 155.

* Claudia Salaris è una storica dei movimenti controculturali e in particolare di quello del ’77. Il suo Alla festa della rivoluzione (Il Mulino) ha rinnovato radicalmente l’interpretazione degli eventi fiumani.

Aurora dice…

Pubblichiamo la prefazione al volume Aurora dice: distruggi il fascismo. Frammenti sull’antifascismo del XXI secolo (edizioni il Galeone, 2019). Il libro sarà presentato durante il III° Antifa Fest che, dopo Roma e Bergamo, questa volta si svolgerà a Genova il 26/27 ottobre presso il LSOA Buridda. Il volume infatti raccoglie molto del lavoro di elaborazione e inchiesta condotto dai collettivi antifascisti delle diverse città che animano il festival.

Marciavamo con l’anima in spalla…

Aurora dice: Distruggi il fascismo!

All’alba degli anni Venti del terzo millennio nuvole minacciose aleggiano sul mondo.

La fame, le incertezze, la paura circolano per le strade e avvelenano l’aria. Le relazioni umane si muovono sul filo del sospetto, del rancore, della frustrazione che genera paranoia.

Si moltiplicano le linee di filo spinato e la solidarietà è chiamata crimine. Si muore di lavoro e di abbandono, ma non è consentito ribellarsi. Si affronta l’inverno senza un riparo, ma si è cacciati da sotto ogni tetto. Il nuovo credo snocciola un rosario che invoca Sicurezza, Decoro, Ordine, Obbedienza.

Bandire l’alterità, respingere il povero, odiare il nero, eliminare il ribelle: questi gli ordini impartiti dalla catena di comando. Fucili mitragliatori pattugliano le strade e occhi cybernetici scrutano l’intimità delle case. C’è un Potere che osserva, ascolta e punisce.

Alcuni vedono, nel chiaroscuro di questo teatro, agitarsi i fantasmi di Weimar e le menzogne di San Sepolcro ed è vero che l’orrore di ieri continua a recitare le sue tristi verità nel presente.

Ma quel mondo è morto da un pezzo ed anche questo arranca negli spasmi della sua malattia terminale. Le camice nere non camminano più con passo marziale ma ancora usano il ferro e i coltelli, alla colonna di fuoco hanno preferito la piramide di banconote e non sono più l’eccezione alla regola ma si sono fatti regola stessa, sentire comune, movimento e partito, idea e azienda. Il mondo crolla e il nuovo fascismo schiera i suo seguaci come templari a difesa di un castello ormai in rovina.

L’angoscia di un domani senza sole ha lasciato lo squadrismo a difendere il buio e l’idea della ribellione è stata incatenata nella parodia dello sbirro senza distintivo.

Ma se questa pulsione di morte ha alzato i suoi vessilli in sempre più luoghi, se la democrazia ha mostrato il suo volto di scudo del potere economico e ha smesso di promettere benessere, non è ancora tutto perduto.

Scampoli di vita e resistenza continuano ad aggirarsi tra le metropoli del tardocapitalismo.

Bande di insubordinati, comunità di fuggiaschi, ciurme di schiumatori e covi di sovversivi resistono e non accennano a smobilitare la loro battaglia. Tra queste fiammelle di rivolta è nata Aurora, giovane e agitata figlia della catastrofe e nemica della notte d’Occidente.

Aurora è ancora una luce piccola ma cresce ogni giorno di più.

Aurora ride, trama e sabota.

Aurora non sa stare ferma, viaggia e semina tempesta.

Aurora è ovunque anche se non si riesce a vedere.

Aurora scrive sui muri, lascia messaggi in giro, sussurra da dietro gli angoli e suggerisce di unirsi alla resistenza sotterranea.

Aurora necessita del supporto di ognuno per poter vincere.

Aurora dice: tessi la trama, prepara l’attacco!

Aurora dice: distruggi il fascismo!

“Non cadremo nelle loro provocazioni.” Sulla manifestazione femminista del 16 agosto a Città del Messico

A Lesvy, a Karen, a Adriana, a Victoria, a Valeria, a Otilia, a Daniela,

a quelle senza piu’ corpo,

a quelle a cui dedichiamo il nostro

Non ci proteggono, ci stuprano

La notte dello scorso 3 agosto una ragazza di 17 anni stava tornando a casa quando vide avvicinarsi lentamente una volante con dentro quattro poliziotti ; per sviarli suono’ il campanello di una casa. Uno dei poliziotti scese dall’auto e le chiese dove abitasse, offrendole un passaggio; nonostante la sua risposta negativa, questi la fecero salire di forza sull’auto e la violentarono, per poi lasciarla andare fra le risate e gli scherni. Dopo i fatti, la ragazza sporse denuncia alle autorità competenti (la PGJ, Procuraduría General de Justicia di Città del Messico), le quali, qualche giorno dopo, annunciarono di aver perso i campioni-prova di DNA. I poliziotti proseguirono quindi indisturbati il loro lavoro.

Questo é solo uno degli almeno 51 casi di abuso sessuale che avvengono in Messico ogni giorno ; cosi come, secondo cifre ufficiali, nei primi quattro mesi del 2019 si sono registrati almeno 1199 femminicidi avvenuti in diversi stati del Paese. Senza ovviamente tenere in conto i casi di transfemminicidio, sui quali la polizia indaga in modo impreciso e discontinuo, tra cui molti passano sotto silenzio per paura di rappresaglie e altri non vengono registrati nemmeno sotto questa categoria.

E’ importante chiarire che quello descritto non é un caso isolato, ma frutto di un sistema di violenza strutturale di genere. É una realtà quotidiana condivisa da noi tutte quale che sia il diverso grado di vulnerabilità di ciascuna. La paura con la quale usciamo tutti i giorni di casa, pensando a chi sarà il nostro prossimo aggressore, ci ha spinte a dotarci di armi per l’autodifesa come spray al peperoncino, taser, coltelli, e della capacità di usarle. É diventato un rito, ormai, condividere la nostra posizione con i nostri cellulari mentre siamo sulla strada di casa, per avvisare le nostre amiche o le nostre madri che stiamo bene. La paura e la violenza quotidiane che ci inondano non si limitano a quando camminiamo per strada. É risaputo : nessuna istituzione é sicura. Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno ricordato che non possiamo sentirci tranquille neanche in un ospedale o in un museo[1]. Non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri, degli abusi, delle gravidanze minorili e dei femminicidi in Messico vengono compiuti all’interno dell’istituzione chiamata famiglia. Abbiamo tutte uno zio o un qualche parente scomodo che ci ha violentate, che sia con lo sguardo, con le parole o con le mani, e questo nel migliore dei casi. Quasi sempre gli aggressori sono delle persone che conosciamo.

Cosi come le denunce piovute qualche tempo fa durante il movimento #MeToo hanno costituito delle prove inconfutabili dei maltrattamenti, e talvolta delle aggressioni fisiche e sessuali, che subiamo sistematicamente da parte dei nostri uomini « di fiducia » come fidanzati, fratelli, mariti, colleghi, padri, amici . Ora, pero’, vogliamo smettere di raccontare cio’ che subiamo per cominciare invece a narrare quello che facciamo.

Non siamo le stuprate, le studentesse, le lesbiche, le donne di casa, le vittime ; non siamo nessuna delle categorie alle quali vogliono ridurci.

Le mie amiche mi proteggono, non la polizia.

Di fronte alle dichiarazioni della PGJ sul caso del 3 agosto scorso, decidiamo di organizzare un presidio davanti alla sede centrale della Secretaría de Seguridad Ciudadana a Città del Messico. Durante il presidio, il segretario alla sicurezza esce in strada per parlare esclusivamente con i media, dichiarando la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi ; ottiene, per tutta risposta, un attacco a base di glitter rosa. Dopo averlo visto rientrare nell’edificio con la coda tra le gambe, decidiamo di continuare e prendiamo la strada verso la sede della PGJ, istituzione indicata dalla madre di una vittima di violenza come responsabile del ritiro della denuncia, per paura in seguito alla divulgazione dei dati personali della figlia minorenne. Da quel momento in poi, non é stata la manifestazione a straripare; piuttosto é stato lo straripamento che si é manifestato, dato che sapevamo bene che non eravamo lì per chiedere il permesso a qualcuno per fare quello che volevamo. Per la prima volta in una manifestazione in Messico, gli uffici del PGJ, un edificio intimidatorio a causa della costante e abbondante presenza di polizia, sono stati invasi, le porte di accesso distrutte.

Alla luce degli eventi, la sindaca Claudia Sheinbaum ha dichiarato che le nostre azioni non sono altro che una provocazione per indurre le autorità ad usare metodi violenti contro le manifestanti. Ciò di cui non ha tenuto conto è che siamo abituati a sentirci dire che è a causa delle nostre provocazioni che ci uccidono o ci stuprano. Non ha capito che nessuna chiedeva una marcia pacifica. Non vogliamo essere rappresentate da nessuno. Tantomeno ci é passato per la testa di andare a cercare giustizia dallo stesso sistema che ci violenta, ci uccide e ci fa sparire. Non vogliamo briciole di attenzione da parte di qualsivoglia autorità, né dialoghi utili da sfruttare in campagna elettorale. Non siamo andati a parlare con nessuno perché sappiamo che a loro non importa di noi e a noi non importa di loro. Per molte di noi si è trattato semplicemente di prendere una posizione.
La gioia e la potenza condivise il 12 agosto sono state contagiose. La stanchezza e l’umiliazione provate nel ricevere petali di rosa come forma di sostegno nelle precedenti manifestazioni e di essere scortate dalla polizia stradale[2] – evidentemente le donne, per il governo, non rappresentavano una vera minaccia – ci hanno spinto ad assumere la nostra violenza e scendere in strada, come è stato detto, « a modo nostro ». Venerdì 16 agosto per alcune di noi era chiaro fin dall’inizio come saremmo scese in piazza, quale sarebbe stato il nostro spezzone e con quali amiche avremmo gridato. In altri casi ci siamo sorprese di noi stesse nel ritrovarci in mano bombolette spray, passamontagna fatti in casa, e nello scrivere i nostri numeri di emergenza e i gruppi sanguigni sui nostri corpi[3].

Altre, partite da sole, si sono unite alla spontaneità del momento, sedotte dalla furia delle amiche. A prescindere da questo caso particolare, noi non ci sentiamo mai sole. Le nostre amiche si prendono cura di noi, non certo la polizia.

Maschio coglione, fuori dal mio vagone

Da qualche anno nella metropolitana di Città del Messico vi sono carrozze riservate esclusivamente a donne e bambini al di sotto dei 12 anni, cio’ a causa delle continue molestie subite. Questa divisione è spesso violata da uomini stupidi che insistono nel voler occupare i nostri spazi. Vale anche la pena di ricordare che alcuni mesi fa è stata scoperta una rete “specializzata” in rapimenti di donne che opera sui mezzi pubblici. Uno dei modi piu’ efficaci in cui agiscono i rapitori consiste nel puntare una donna sola e poi prenderla per il braccio, fingendo di essere una coppia e poi portarla via dicendo “calmati, amore mio”. Se qualcuno cerca di intervenire, l’aggressore assicura che si tratta di una questione personale. Anche se la donna afferma di non conoscere il rapitore, di solito quest’ultimo riesce a dissuadere coloro che cercano di aiutarla; la morale infatti impone che questo tipo di problemi di coppia siano risolti in privato. Questo fatto mostra il modo in cui il sistema patriarcale invalidi la nostra parola, interpretando le nostre reazioni come drammi sentimentali femminili, invece di assumerle in quanto problema politico.

Il giorno della manifestazione abbiamo quindi deciso di occupare un intero treno, cacciando tutti gli uomini che erano a bordo. Di fronte alla nostra azione, molti uomini hanno reagito in maniera ostile, provocatoria, ma soprattutto beffarda, e come era prevedibile hanno aggredito chi potevano  con spinte, insulti, registrazioni; alcuni uomini sono addirittura saliti sul tetto del treno per impedirgli di ripartire. Nonostante ci fossero più di 600 donne vestite di nero, con i volti coperti e armate, disposte a difenderci con taser, spray al peperoncino, ombrelli e glitter, abbiamo di nuovo percepito il machismo dilagante da parte degli uomini. Molte di noi provavano paura; alcuni di loro, invece, pur essendo soli, si mostravano ringalluzziti e sicuri di sé, forti del privilegio che li caratterizza e li sostiene. Solo pochi hanno smesso di ridere quando abbiamo chiesto: “Vi prendete gioco del fatto che ci stanno uccidendo?”.

Il patriarcato non cadrà da solo, siamo noi che lo abbatteremo

Non c’era nessun leader, nessuna organizzazione, nessuna bandiera, nessuna teoria che ci rappresentava, ma un comune sentimento di sorellanza e il comune desiderio di distruggere tutto. Nulla era programmato, non c’erano linee guida, nessuno era a conoscenza del percorso della manifestazione, si percepiva solo qua e là la presenza di donne riunite, e ogni tanto circolavano voci per scoraggiarci: “stanno sparando dei lacrimogeni”, “arrivano i granatieri”[4]. Nonostante i timori e la voglia di fuggire, siamo rimaste unite, vicine, a sostenerci l’un l’altra.

Questa mancanza di organizzazione ha pero’ fatto inorridire marxiste e femministe professionali: « Ma tutto questo cosa significa? Non c’e’ nessuna assemblea, nessun coordinamento, nessuna rete. E’ la tirannia dell’antistruttura. I social network sono utili per convocare la piazza, come punto di raccolta, ma non sostituiscono l’organizzazione. E siccome non v’è altro mezzo che questo, l’organizzazione, bisogna costruirla »[5]

Noi invece pensiamo di dover andare oltre l’opposizione tra “organizzazione” e “spontaneità”; qui non sono esisite né l’una né l’altra in quanto separate. Viviamo in maniera strategica per prenderci cura di noi stesse e sopravvivere. Ecco perché agiamo insieme al di là dell’intenzione specifica di ciascuna; c’è complicità ed empatia. Ci sono legami che non possono essere immaginati da un pensiero organizzato a partire dal canone maschile. Se la nostra lotta è efficace, lo è per questo motivo.

Ogni azione era inaspettata, pertanto incontrollabile e senza alcuna aspettativa; non c’erano linee definite in anticipo tramite le quali giudicare se le nostre azioni fossero giuste o sbagliate. Molte di noi hanno percorso strade diverse prendendo viuzze secondarie, trovando negozi aperti, li dove non ci aspettavano. Una volta scesa la notte, non abbiamo più percepito la paura delle minacce che normalmente essa ci riserva. Abbiamo bruciato, spaccato e imbrattato tutto cio che abbiamo potuto, unite da sguardi complici e trafitte dagli affetti della nostra amicizia insorta.

Chi non ha partecipato attivamente alla distruzione, ha protetto e guardato le spalle alle compagne, incoraggiandole e fomentandole. A differenza di altre manifestazioni, portare i passamontagna e le bandane non costituiva di certo un problema. Mascherare le nostre facce é un modo per difenderci dalle tante molestie dei cameraman, pronti a eseguire solerti il loro lavoro di identificazione. Ci tenevamo ben lontane dal protagonismo o dalle identità individuali; queste sono per noi irrilevanti. Piuttosto eravamo li per prestare il nostro corpo a quelle che non ne hanno più uno, per quelle che non possono scendere in piazza, e per noi stesse.

Siamo tutte complici

Il giorno seguente, sul quotidiano Metro[6], le cui prime pagine riportano come consuetudine foto di corpi di donne nude e/o smembrate, per la prima volta la prima pagina è stata occupata da foto di donne che manifestavano con il titolo “Toglietevi di mezzo, stronzi”. Su altri mezzi di comunicazione più “seri”, così come sui social network, è stata condannata la violenza esercitata da presunte minoranze o da gruppi infiltrati per indebolire il movimento pacifico. Si affermano cose come “questi non sono i modi giusti di chiedere le cose”, che sono stati danneggiati monumenti storici, che “la violenza non puo’ essere combattuta con la violenza”, che non serve a nulla distruggere lo spazio pubblico… Ci sono state anche donne che si sono dissociate (usando lo slogan #EllasNoMeRepresentan), oltre a gruppi di uomini che hanno lanciato minacce di morte, di stupro e persino organizzato pestaggi di massa di femminaziste.

Dal nostro punto di vista i monumenti “detournati” hanno finalmente svolto una funzione storica, facendo appello al momento presente e non a un trionfo del passato che non ha nulla a che fare con noi. L’Angelo dell’Indipendenza, chiamato così per errore,  ora si presenta a noi come Victoria[7] ; persino alcune restauratrici si sono rifiutate di ripararlo, perché la sua nuova immagine rende conto della memoria collettiva della nostra manifestazione e delle sue cause.

Tuttavia, sappiamo che dobbiamo conquistare ancora molte altre vittorie. Città del Messico ha il privilegio della centralizzazione che le conferisce visibilità internazionale. Al contempo, la capacità di chiamata e quindi la confluenza delle manifestanti è molto ridotta nelle zone al di fuori della città. Questa bassa incidenza quantitativa implica un maggiore pericolo per le donne che partecipano alle proteste in queste aree. Basta guardare allo Stato del Messico, che confina con la capitale, con uno dei tassi di femminicidio più alti nel paese, accompagnati da una visibilità nulla e da scarso sostegno, per capire che la lotta ora necessita di una decentralizzazione. Alla luce di quanto accaduto, la capa del governo di Città del Messico ha deciso di tenere un incontro con le rappresentanti femministe per far loro sapere che non avrebbe punito o perseguito nessuna delle partecipanti alle devastazioni avvenute il 16 agosto perché, almeno secondo lei, si è immedesimata in noi; ma sappiamo molto bene che la sua empatia in realtà è un’impotenza nell’identificare un obiettivo preciso da attaccare, poiché sia lei che noi sappiamo bene che tutte noi eravamo complici.

Nonostante la grande eterogeneità tra femminismi in Messico, esiste un’esperienza condivisa nella quale si possono ritrovare punti in comune inaspettati. In Messico, I femminismi degli ultimi anni nascono dal fatto di vivere e assistere direttamente a una serie di abusi, sparizioni, stupri e femminicidi che si consumano attorno a noi. La nostra lotta riguarda la difesa della vita, della nostra vita e di quella delle nostre amiche. Cio’ a cui ci riferiamo è immediato; da qui ci siamo interrogate sul modo in cui viviamo, e come condividiamo problemi come l’abuso, il trauma e la paura, che secondo le logiche maschili non sono considerati problemi politici, ma intimi. È durante questo processo che le nostre amicizie si sono politicizzate. Per la stragrande maggioranza di quelle che erano presenti il 16 agosto e che hanno in programma di rimanerlo, si tratta di prendersi cura di noi stesse e di rafforzarsi collettivamente.

Siamo cattive, possiamo esserlo di piu

“A mí ya no me provocan, pobres (…) ¡Con la pena! La vida, Dios, los golpes y la maldad me los heredaron y no me los van a quitar. ¡No era este monstruo! Me convirtieron, y ahora se aguantan. No me intimida, ni me angustia, ni me ahoga, ni me mata.” – Niurka Marcos[8]

Anche se siamo orgogliose del fatto che sappiamo difenderci e che lo stiamo facendo, questo non significa che non proviamo dolore, stanchezza e frustrazione nel dover affrontare e difendere la nostra posizione quotidianamente, anche di fronte alle persone a noi più vicine. Giorni come il 16 agosto ci riempiono di energia collettiva, suscitano in noi l’emozione della violenza e della possibilità di fare meglio in futuro. Saperci capaci di esercitare la violenza è un modo per contrastare la paura di vivere da donne. I tentativi del governo di smantellare la nostra lotta e assoggettare la nostra complicità sovversiva non ci ingannano più, non ci immobilizzano né ci appacificano. Mentre il governo di Città del Messico pianifica dei workshop sulla prospettiva di genere per la sua polizia, per l’esercito e per i suoi funzionari in generale, a noi continuano ad ammazzarci – da venerdì 16 agosto a lunedì 19 agosto, ci sono stati 17 nuovi casi di femminicidio. Le nostre strategie non culmineranno in promesse che dipingono un futuro incerto. Ci rifiutiamo di fare le buone vittime, docili e indifese; non cadremo mai nelle loro provocazioni.

[1]É dei giorni scorsi la notizia di una donna stuprata dal suo “medico di famiglia” e di una ragazza che, durante la visita ad un museo, é stata violentata da un poliziotto mentre era in bagno.

[2]Nelle precedenti manifestazioni organizzate da donne per le donne, l’unico corpo di polizia presente era quello dei vigili addetti al controllo del traffico, mentre la gente applaudiva la nostra iniziativa di “scendere in strada a reclamare i nostri diritti” e, a volte, dai palazzi, venivano gettati fiori.

[3]Da alcuni anni ormai, quando tira una brutta aria prima delle manifestazioni a Città del Messico, siamo abituate a scrivere i nostri dati sul nostro addome in modo che, nel caso qualcosa vada storto, possano identificare i nostri corpi o, nel migliore dei casi, portarci all’ospedale in stato di incoscienza.

[4]Un’altro corpo della polizia messicana. [polizia antisommossa]

[5]Tweet citato

[6]Giornale reazionario che mette in mostra tutti i giorni le morti e le violenze che si vivono quotidianamente in Messico.

[7]Il monumento chiamato erroneamente “Angelo dell’indipendenza” è uno dei monumenti più importanti di Città del Messico. In realtà raffigura una Vittoria Alata: durante la manifestazione del 16 agosto fu uno dei monumenti piu’ presi di mira dalle manifestanti.

[8]“Povera gente, non sarete più in grado di provocarmi [….]. Che peccato per voi! La vita e Dio mi hanno trasmesso in eredità questi colpi e questo male, e nessuno potrà togliermeli. Non ero questo mostro! Cosi voi mi avete trasformato, e ora dovrete sopportarmi. Tutto questo non mi intimidisce, non mi angoscia, non mi annega, non mi uccide.

Niurka Marcos era un’attrice generalmente criticata come pazza isterica

Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli

di Paul Torino e Adrian Wohlleben

traduzione da Metamute del 26 febbraio 2019

Abbiamo già avuto letture memetiche di recenti movimenti sociali. Di solito però, in queste analisi, la frase tende ad eclissare il contenuto, sovrapponendo il meme (rappresentazione)  al movimento (reale). Nell’articolo che segue, Paul Torino e Adrian Wohllebn, due partecipanti americani alla lotta dei Gilets Jaunes in Francia, invertono la logica in gioco. Non si tratta tanto di un movimento che usa i meme per fare richieste simboliche, quanto una forma di movimento come meme. Le occupazioni destituiscono simbolicamente gli spazi e li trasformano in “nuovi spazi” tramite la forza collettiva del confronto diretto. I Gilets Jaunes superano così la distinzione tra riot e vita quotidiana, rotonda e luogo della rivoluzione. In questo processo il meme-forma di movimento respinge i pericoli dell’estrema destra e della deriva cittadinista tramite “attacchi generalizzati alla proprietà privata” ai quali entrambi i poli risultano allergici. Annuncia la politica che viene e suggerisce che il riot può raggiungere quella continuità nel tempo della quale è generalmente considerato incapace: “la necessità di investire e difendere nuovi luoghi o ‘siti di vita’ eclissa la centralità della differenziazione ‘sociale’ come invece fanno le identità e le posizioni simboliche all’interno di una matrice di oppressione.” Evitando il preconcetto focus simbolico sulle piazze che ha caratterizzato le precedenti lotte sulla ‘circolazione’, qui il contenuto del meme va oltre la frase.

Il momento dei Gilets Jaunes (i Gilet Gialli) ha fratturato il consenso della politica francese e la vita sociale del paese. Dalla metà del novembre 2019, centinaia di migliaia di persone determinate hanno provocato ripetuti riot nei centri cittadini, bloccato autostrade e raffinerie, occupato caselli e rotonde in tutto il paese e si sono scontrate con la polizia. Anche se la prima fase del movimento si è legittimata con slogan contro la eco-tassa sulla benzina, introdotta da Macron e la sua squadra di tecnocrati, quando la tassa è stata ritirata sotto le sassaiole i Gilet Gialli si sono rifiutati di tornare a casa. Intellettuali di sinistra, commentatori e politici non sono riusciti a capire le intenzioni del movimento, mentre i militanti – dagli anarchici ai sindacalisti fino ai neo-nazisti – hanno provato a egemonizzare il movimento oppure lo hanno rigettato completamente. I Gilet Gialli hanno dato inizio a un processo che nessuno comprende, ma che nessuno può ignorare. Qualunque sia il risultato di questa sequenza di lotte, è chiaro che i Gilet Gialli hanno rotto le regole della politica e dei movimenti sociali per come le conosciamo. Pensiamo sia utile cominciare ad assumere alcune lezioni di questa complessa e non terminata sequenza, nella speranza di trarne insegnamenti per future circostanze simili, che senza alcun dubbio arriveranno.

Azioni radicali, non attori radicali

Non è l’insurrezione che molti amano sognare, non è un atto di sedizione, non è la presa di un territorio. È qualcos’altro. Una cosa nuova per cui le parole non sono state ancora inventate.

Liaisons, “Encore”

Se insistiamo a leggere le odierne rotture sociali tramite le categorie del ventesimo secolo, possiamo essere certi sicuri di non capirle. Non a caso molti nell’estrema sinistra inizialmente hanno interpretato il fenomeno dei Gilet Gialli in Francia come fascista o ingenuamente populista (e quindi bisognoso di una radicale “correzione”), o che altri siano stati così veloci a decretare i mali di un’alleanza “interclassista”. La razionalità politica contemporanea non riesce a comprendere le azioni radicali, cerca solamente attori radicali. La verità dell’azione, ci dicono, sta nell’identità e nelle motivazioni dei suoi protagonisti, che costituiscono il vero oggetto dell’inchiesta sociale. Un movimento può esprimersi in mille differenti maniere, ma diventerà realmente comprensibile e valido solo una volta che potrà essere collocato in un vettore di legittimazione eretto tramite quei due fattori. Da quale strato dell’ordine sociale è emersa l’azione? Quale intersezione nella matrice di oppressione rappresentano i partecipanti? Si crede che la risposta rivelerà gli interessi sociali collettivi del movimento e a quel punto si può decidere se “supportarlo” o “opporsi” ad esso, come se si stesse facendo shopping in un supermercato ideologico[i]. Come si sviluppa questo impulso a cercare un soggetto dietro ogni azione? Da dove viene?

Se siamo abituati a lasciare sparire le azioni concrete, a vedere solo le relazioni “sociali” tra gli attori, è perché abbiamo ereditato una concezione della politica nella quale il discorso, la comunicazione di informazione, è l’atto politico ideale. Se agire insieme è semplicemente un altro modo di parlare l’uno all’altro o a un terzo, se la rivolta è solo un altro modo di supportare delle rivendicazioni, se la guerra è semplicemente la politica con altri mezzi, allora l’impulso a interpretare l’azione comprensibilmente si impossessa di noi. Ma perché una persona possa interpretare il discorso di un’altra c’è bisogno che esista  un contesto simbolico di significato condiviso tra gli attori, ed è la nostra educazione istituzionale che rende questo possibile.

La politica contemporanea vede nell’azione nient’altro che una conversazione tra istituzioni e popolazioni nella società. Per questa ragione, quando l’azione radicale emerge in modo relativamente anonimo,  manca di un autore consistente e si rifiuta cocciutamente di rispondere alle nostre domande composizionali (“chi sei?”) e progettuali (“perché lo stai facendo?”), tende a essere irriconoscibile per analisti politici e attivisti.

È precisamente questo tipo di saggezza che i Gilet Gialli hanno deposto, settimana dopo settimana. In Francia sta emergendo oggi una forma radicale di azione collettiva che non poggia su un’ideologia coerente, una motivazione condivisa, una appartenenza regionale. Soprattutto non procede attraverso il dialogo con il suo nemico. È la logica di questo nuovo modo di composizione pratica che dobbiamo cercare di capire.

Meme con forza

Quelli a cui viene dedicata una canzone poi non vivono a lungo.

W.B. Yeats, Mythologies

Com’è avvenuta una rottura come quella dei Gilets Jaunes? In un tempo in cui nominare ed identificare gruppi e persone è diventata una pratica egemonica tanto per gli attivisti come per la polizia, è importante (in ogni senso) capire come un movimento amorfo e radicalmente instabile può continuare a esplodere nelle strade per più di due mesi.

Ferguson e Standing Rock sono stati eventi sottoposti a costanti operazioni di “nominazione”, dall’interno e dall’esterno. In entrambi i casi, l’abilità di nominare gli “attori legittimi” del movimento ha contribuito in maniera diretta a distruggerlo. Che ogni tendenza di questi movimenti dichiarasse di agire in nome della “comunità” non è del tutto insensato: chi costituisce il centro normativo di una popolazione ne diviene il naturale rappresentante ideale. Per democratici e riformisti, stabilire il diritto a parlare del movimento è una precondizione del potere politico. Una volta che il soggetto di un movimento è sufficientemente descritto e definito, il movimento inevitabilmente comincia a contrarsi e ritirarsi: i leader sono chiamati a trattare, i militanti vengono repressi e moltissimi partecipanti attivi sono ridotti a semplici “supporter” di una lotta che non è più propriamente comune. Quando i movimenti cominciano a convergere su individui carismatici e mediatizzati è solo questione di tempo prima che i più poveri ed i più militanti, e di solito i più razzialmente marginalizzati (come Joshua Williams, Red Fawn), assorbano il maggior carico di repressione. Si capisce quindi perché, da Ferguson a Standing Rock a Bordeaux e Tolosa, le azioni più determinate e senza compromessi oggi non nascono nelle cricche politiche o nelle reti di attivisti. Il gap tra gli ideologi e i veri e propri rivoluzionari si sta allargando: le rispettive idea sulla natura e il significato della lotta diviene sempre più asimmetrica e di pari passo questi soggetti divengono non-intellegibili gli uni agli altri.

I Gilet Gialli non sono un tradizionale movimento sociale. Il paradigma del movimento sociale si riferisce a un processo in cui alcuni gruppi si organizzano attorno alle loro distinte esperienze delle istituzioni sociali (o attorno alle loro distinte esperienze di oppressione, come nel caso della New Left), e in seguito provano a far avanzare gli interessi delle loro constituency connettendosi con altri segmenti istituzionali. Dai “Comitati d’Azione Operai-Studenti” del Maggio ’68 alla fallita alleanza tra ferrovieri francesi e occupazioni universitarie esattamente 50 anni dopo, questo modello trotskysta di organizzazione continua ad esercitare una durevole influenza su come immaginare  l’escalation dei conflitti[ii]. Poiché ogni gruppo costituente si politicizza attraverso la sua coscienza istituzionale, ci si immagine la composizione come un fenomeno che avviene sommando dei segmenti, attraverso una “convergenza delle lotte” che culminerà in uno sciopero generale. Ma per il momento non abbiamo praticamente mai osservato la proliferazione di soggettività parziali o minori, nessun “Gilet Gialli queer”, “Gilet Gialli studenti” o “Gilet Gialli operai”. Quasi nessuno sta insistendo sulle proprie rivendicazioni socio-istituzionali o sulle proprie tradizionali forme di lotta, a discapito di quelle altrui. Anche se non possiamo ancora dire dove ci porteranno, i Gilet Gialli hanno già dimostrato che è possibile costruire una sequenza pratica di rivolte in cui chiunque può partecipare senza né mettere in primo piano gli interessi di uno specifico gruppo marginalizzato, né riferirsi a una grammatica bianca, patriarcale, piccolo borghese o a qualunque altro linguaggio egemonico della sofferenza. Questo è il guanto di sfida che è stato lanciato e che tutti i rivoluzionari ovunque nel mondo devono raccogliere.

Mettersi un gilet di sicurezza di per sé non simboleggia un’ideologia, un principio o una rivendicazione unitaria, né un particolare posizionamento o identità. Funziona, possiamo dire, come un “meme con della forza”. Un meme non altera necessariamente il contenuto di una lotta. In Francia ad esempio i fattori catalizzanti sono senza dubbio pressioni sociali molto comuni, come il crescente costo della vita, la ridotta mobilità sociale, i tagli ai servizi pubblici, un trionfante governo neoliberale che sputa in faccia ai lavoratori poveri, ecc. Quello che il meme dei Gilet Gialli offre è una forma malleabile attraverso la quale questo contenuto assume la forza per intervenire. Ogni lotta politica necessita di una seppur piccola formalizzazione; in questo senso il meme riapre la questione basilare del Partito e offre forse la base minima per organizzare una forza di rottura nel ventunesimo secolo. La fluidità del meme rende possibile unirsi a un corteo, un blocco o all’occupazione di una rotonda senza doversi identificare con un “interesse comune” o sentirsi legittimati tramite il “credo” di un movimento. Il meme non risolve, ma semplicemente permette di posporre la questione di una comune grammatica della sofferenza[iii]. Nel frattempo ha la capacità di sospendere le sospensioni che definiscono la nostra separazione sociale metropolitana. Le differenze di esperienza o ideologia non sono cancellate né risolte, ma la loro risoluzione non è più la condizione necessaria per impegnarsi insieme ad altri. Il meme autorizza tutti ad agire rispetto alla propria esperienza di come le “élite” (un nemico sempre in costruzione) li hanno fregati, è come un mazzo dei tarocchi in cui lo spettatore inserisce le proprie carte. Ognuno di noi è invitato ad intervenire contro il nemico senza aspettare o chiedere il permesso, e per le nostre singolari ragioni. Masse di persone sono capaci di collaborare e agire le une accanto alle altre per esprimere la loro rabbia sociale e frustrazione senza ricadere in modalità convenzionali di organizzazione collettiva o per mediare le distanze tra i vari gruppi sociali e dentro di essi (partiti politici, assemblee di democrazia diretta, bande, ecc.). Nonostante l’apparente uniformità cromatica, quindi, il meme facilita la più radicale affermazione della singolarità. Questo è il modo di composizione sociale che più nettamente ci invita a fidarci della nostra percezione, ad agire sulla lettura della nostra situazione.

I Gilet Gialli non sono una “coalizione” di diversi ma preesistenti gruppi sociali. Il concetto di coalizione appartiene ancora all’orizzonte della “convergenza delle lotte”. In realtà, fino a ora, i Gilet Gialli stanno producendo molto di più di ciò che rappresentano. Se continuano a mantenere l’iniziativa, se la loro forza produttiva ed inventiva non viene subordinata alla logica della rivendicazione o  della negoziazione, se non realizzano le loro irruzioni in nome di una popolazione o di un gruppo costituito, potrebbero uscire dal deprimente ciclo che ha caratterizzato le rivoluzioni del ventesimo secolo, in cui un governo è velocemente rimpiazzato da un altro.

Nessuno sa in anticipo quali siano i limiti composizionali di un meme; la sua coerenza è comprensibile solo a posteriori, settimana dopo settimana, pezzo dopo pezzo. Qualsiasi cosa i Gilet Gialli andranno a significare, sarà comprensibile a partire dagli effetti in differenti spazi e tempi. Questa apertura è un chiaro elemento di forza, perché il meme può essere ripreso da chiunque, essere spinto virtualmente in ogni direzione. Liberato da ogni referenza a un “soggetto” stabile, si apre a un orizzonte di sperimentazione senza limiti. Il meme non è modellato sull’universalità dell’Idea ma sul movimento illimitato del simulacro, perché la sua vitalità cresce quando si replica, muta e si sposta viralmente. Quando il meme non riesce a superare un ostacolo e a continuare il processo di mutazione, quando è forzato a ripulirsi e smussare i suoi spigoli, o a separare gli agenti legittimi dagli impostori, i membri autentici dagli “agitatori violenti”, in quel momento perde il suo margine creativo o sperimentale e si esaurisce.

Il cortège de tête

Il cortège de tête [spezzone di testa], fenomeno sviluppatosi durante il movimento contro la Loi Travail [riforma del lavoro] nel 2016, è stato il primo momento nella storia francese recente in cui un movimento sociale ha prodotto un meme a fianco e dentro se stesso. Dalla sua posizione in testa ai cortei, il cortège de tête determinava il ritmo, il tempo e gli slogan di grandi manifestazioni. Uno spazio che di solito è gelosamente custodito da sindacati e partiti, in cui i leader di queste organizzazioni si lasciano andare a teatrini di auto-esaltazione dietro striscioni pseudo-unitari, è stato riappropriato da graffitari, YouTubers, studenti, giovani in generale, che gli hanno dato un’aria di manifestazione selvaggia. Il gesto di “riappropriarsi della posizione di testa” è diventato in fretta esso stesso un meme, ed è stato ripetuto per mesi in ogni grande manifestazione di quella sequenza di lotte. Grazie alla sua grande energia e alla sua aggressività verso la polizia, il cortège de tête ha prodotto frequenti momenti di scontro che hanno portato a un’ulteriore aumento numerico e a una maggiore preparazione dei partecipanti da una manifestazione all’altra. Il cortège ha funzionato come «un punto di aggregazione, fisico e politico. Poco a poco ha magnetizzato il desiderio di rivolta, la rabbia, l’insieme dei corpi ribelli, i feriti, i non rassegnati, gli ingovernabili»[iv].

Certo, come suggerisce il nome, non può esserci un cortège de tête senza la processione sindacale che gli marcia dietro, per questo il potere di contagio è rimasto catturato dentro la logica spazio-temporale del tradizionale movimento sociale. Nonostante questa limitazione, il meme del cortège de tête, così come quello dei Gilet Gialli, ha permesso la nascita di uno spazio dove un nuovo tipo di composizione può avvenire, anche in questo caso una composizione che tende a sospendere i precedenti ruoli istituzionali e le identità. Come ha scritto un musicista in quei giorni,

‘La singolarità del cortège de tête sta nel suo carattere generico, che sfugge la cattura da parte di ogni identità. In esso, ognuno incontra persone che non incrocerebbe mai nel normale corso delle cose, le cui posizioni assegnate sono incommensurabilmente distanti. Cosa può essere più spaventoso per il potere che osservare l’intrecciarsi collettivo di quegli stessi corpi che si impegna a tenere separati? […] Se il divenire-rivoluzionari significa qualcosa, è precisamente l’assunzione di questo clinamen, questo auto-abbandono, questo impegno senza compromessi con il possibile aperto dalla situazione […] Il cortège de tête incarna la coalescenza neutrale e anonima, il divenire-chiunque di questa molteplicità umana le cui origini si trovano localmente e puntualmente sospese’.[v]

Almeno finché parliamo di centri metropolitani come Parigi (i blocchi nell’Ovest del paese sono una storia differente), la potenza e i limiti della sequenza del 2016 sono stati determinati dalla capacità di fuggire la logica della “convergenza delle lotte” ed è stato un modo di composizione memetico che ha permesso questa fuga. Il divenire anonimo del cortège de tête si è comunque limitato alla forma del riot, una dinamica condizionata dal ritmo che le direzioni sindacali hanno imposto alla mobilitazione. Senza una marcia sindacale, non c’era una “testa” da usurpare. Nonostante la sua tremenda potenza, la stessa forma distintiva del meme cortège, è stata un limite strutturale alla sua capacità di espandersi e mutare, e infine l’ha schiacciato.

I meme non chiedono di essere interpretati ma piuttosto di essere improvvisati. Se ci invitano a prendere una postura o una certa disposizione, non lo fanno in maniera scolastica ma per l’aspetto visionario che rimane nei gesti iterabili, quegli atti creativi che alimentano una nuova sequenza di ripetizioni sperimentali[vi].

Destituzione e luoghi di vita

Una rivoluzione comunista non è la somma dei suoi riot, rivolte o battaglie. Non è nient’altro che il processo attraverso il quale milioni di persone riescono a riorganizzare la loro esistenza quotidiana in accordo con idee non-economiche di cosa possono e devono essere la felicità o la buona vita. Nell’ultima decade di movimenti radicali, occupazioni e rivolte, moltissime persone hanno provato in prima persona l’intelligenza e la dignità dell’auto-organizzazione collettiva senza la mediazione del denaro. Queste “misure comuniste” sono però storicamente significative solo quando divengono irreversibili. Senza la crescita di un nuovo senso comune duraturo, le sospensioni di questo mondo si rovesceranno presto o tardi nel vecchio modo di fare cose.

Le forme e le pratiche autonome e comuniste, devono trovare un modo di diffondersi e di durare, ma come? È una domanda che si è sicuramente posto chiunque abbia attraverso la potenza e la dignità di un riot, una domanda che arriva nel momento in cui è dovuto tornare ai videogames, ai profili sui social, ai vestiti casual che decorano lo spazio della vita privata. L’ordine della rivolta rimane sempre costeggiato dal disordine della vita normale. Come possiamo fare il salto dalla sospensione del tempo alla sua riorganizzazione, generando forme durevoli di collettività anarchica? È possibile (come sembra suggerire per esempio Joshua Clover) per i riot trasformarsi in qualcosa di totalmente altro dal riot, che una serie di riot “a cascata” possano, grazie alla propria energia, «preservare con successo la loro stessa esistenza, spingendo altre lotte a cogliere la loro occasione contro il disordine crescente [del potere]»[vii]? Possono i riot generare forme comunaliste e riproduttive di auto-organizzazione? Oppure è necessario che un altro dinamismo di lotta, completamente distinto, emerga accanto a essi?

Per essere chiari, non esistono due tendenze opposte fra i Gilet Gialli: una che si rivolta e distrugge le città, mentre l’altra blocca le rotonde e costruisce cucine popolari. Se entrambi i processi stanno in effetti accadendo, è decisivo comprendere in che modo queste due dinamiche stanno assieme e si confondono, perché questo spiega sia l’originalità che la tenacia del movimento. Le rivolte nelle città si sono intimamente legate a un processo parallelo che ha rilocalizzato l’esperienza primaria della politica.

La costituzione di luoghi collettivi è il nucleo destituente/rivoluzionario del movimento, che supera l’opposizione tra rivolta e vita quotidiana. Una lettera da Parigi inviata al collettivo Liaisons ha osservato recentemente che «la prerogativa dei Gilet Gialli è di organizzarsi dove vivono, al livello regionale, e non in termini di una precisa identità politica. Quindi non è una coincidenza se, in una specifica regione, la rotonda è esattamente l’unità minima di connessione»[viii]. Come ci ricorda l’autore, le piccole rotonde rurali francesi richiamano una storia diversa dalle piazze delle grandi città, cioè i locus classicus delle assemblee cittadiniste di Nuit debout nel 2016, che non sono state finora mai occupate dai Gilet Gialli. Per noi questa osservazione suggerisce una scommessa etico-politica più grande: nel paradigma destituente che definisce la politica che viene, il luogo sostituirà la posizione. La necessità di prendere e difendere nuovi spazi o “luoghi di vita” eclisserà la centralità delle differenziazioni “sociali” come fanno le identità e le posizioni simboliche dentro una matrice di oppressione. Cosa significa inventare un “luogo”? Come hanno fatto i Gilet Gialli a collegare la creazione di luoghi ai riot e ai blocchi così diffusi nelle lotte presenti?

Le rotonde

Occupando le rotonde e abitandole – e arrivando persino a costruire sulle stesse rotonde 200 baracche o edifici dove mangiare, condividere risorse, cospirare – i Gilet Gialli stanno creando luoghi di vita negli stessi spazi della circolazione tardo-capitalista. Questa impresa improbabile è stata osservata recentemente anche a Chico, California, dove dei rifugiati climatici hanno costruito un accampamento nel parcheggio di uno Wal-Mart in seguito ai devastanti incendi di quest’anno. Queste persone hanno ereditato qualcosa, coscientemente o meno, dei gesti della ZAD e del movimento No TAV, degli Zapatisti in Chiapas e dei Curdi in Rojava. Sono queste lotte che provano l’efficacia strategica di utilizzare i “luoghi” come elemento di attacco, di utilizzare la vita che abita intensamente un territorio per delegittimare lo stato e il management economico.

La manovra dei Gilet Gialli contiene però delle differenze. Invece che concentrare molte persone, da tutta Europa, in due o tre “zone da difendere” – un processo nel quale Vinci [l’azienda incaricata della costruzione del nuovo aeroporto di Nantes, poi cancellato grazie alla lotta vincente della ZAD] e altre corporation del genere mantengono la prerogativa di fissare i luoghi della politica, le rotonde dei Gilet Gialli rimangono vicine alla vita quotidiana. Questa prossimità è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più vicini i blocchi sono alle case dei partecipanti, più probabilmente questi luoghi diventeranno personali e importanti in milioni di altri modi. In più, il fatto che a essere occupate siano rotonde e non foreste o valli, toglie il contenuto prefigurativo o utopico da questi movimenti. Se a prima vista questa può sembrare una debolezza, potrebbe invece rivelarsi una forza.

Come può confermare chiunque abbia visitato la ZAD e sia poi  ritornato in città, la sensazione di potenza che si guadagna entrando nella zona cop-free, cessa appena la si lascia. La ZAD è simile a uno stato di eccezione vivente rispetto al mondo attorno (anche se è reale, non una finzione giuridica). Invece occupare la rotonda accanto a dove uno vive, assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e la sensibilità politica condivisa, coltivate dai Gilet Gialli giorno per giorno, riescano a attraversare e contaminare le reti, i legami e le amicizie della vita sociale nell’area. Quelli che erano sentimenti utopici, dai blocchi alle rotonde gocciolano nello spazio della vita quotidiana, invece che restarne separati. E non accade nemmeno che le rotonde rimangano un’esistenza aliena accanto alla vita normale, al modo degli spazi “radicali” di Berlino.

La ferocia dei riot del sabato si può spiegare solo tramite le affinità formate sulle rotonde. Secondo tutti i report, ogni sabato le folle sono composte da piccoli gruppi ben organizzati che arrivano preparati per agire in modi tattici e intelligenti. Poiché nessuno rimane a Parigi, Bordeaux o Tolosa abbastanza a lungo da formare legami sociali, è ovvio pensare che siano precisamente gli incontri quotidiani, adesso “filtrati” attraverso le rotonde, che passano all’offensiva negli “atti” del weekend.

Contrariamente a quello che è stato a volte suggerito, non c’è opposizione strategica tra il fronte dei riot del sabato e le rotonde. La rotonda è la membrana, il punto di contatto, tra la rivolta e la vita quotidiana, coi loro distinti ritmi e le loro tessiture.

La ferocia e la longevità senza precedenti del movimento, si possono spiegare attraverso questa combinazione di composizione memetica e di convivenza destituente creatrice di luoghi.

 

Populismo estatico

Abbiamo a che fare con un movimento “populista”? I Gilet Gialli sono diventati un simbolo populista?

L’idea di “popolo” (Lat: populus/popularis) ha sempre avuto due sensi. Da un parte, gli stati occidentali hanno bisogno dello spettro del “Popolo” per una precisa ragione giuridica, cioè per posizionare l’origine della loro autorità fuori da loro, in modo che questa origine di fatto non appaia mai. Il Popolo in questa accezione giuridica è l’auto-presupposto stesso della legge, una pura finzione che esiste solo sulla carta, o sulle labbra dei politici. D’altra parte, il termine ha sempre indicato anche i poveri, gli svantaggiati, “la gente ordinaria”. È un segnaposto mobile analogo a ciò che per secoli è stata la “plebe”[ix]. I due sensi della parola hanno in comune soltanto il nome. Ancora più importante, come ci ricorda Marcello Tarì, sono in pratica mutualmente esclusivi: «così come l’insurrezionalismo come ideologia esiste solo quando non ci sono insurrezioni, così il populismo esiste solo quando il popolo è assente»[x]. Quando le persone sono realmente nelle strade, i governi non possono governare, e i peregrini populismi parlamentari di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono apparsi precisamente nel momento in cui le rivolte e le occupazioni delle piazze del 2011-12 erano state sconfitte. I Gilet Gialli non sono lo stesso “Popolo” in nome del quale parla la legge. Semmai il gilet è l’uniforme dell’ex-cittadino, il simbolo di un populismo negativo o estatico che con determinazione è uscito dai cardini della legge, quella legge che si legittima in suo nome. Non si può negare che l’antagonista fondamentale in questa lotta rimane l’ “élite di governo”, da cui il coro più emblematico, Macron démission!, che esprime una voglia di detronizzazione. Ma sarebbe prematuro per chiunque affermare che un nuovo soggetto costituente stia emergendo dalle spesse nubi di gas lacrimogeni che riempiono ogni settimana le città. La sola cosa che siamo certi di vedere è una massa di individui e piccoli gruppi occupati nella costruzione, quasi totalmente non-mediata, di un rapporto di forze con il loro governo, il cui risultato nessuno può ancora prevedere.

 È importante sottolineare la determinazione dei Gilet Gialli, la loro predilezione per il confronto diretto, per comprendere il cambiamento, nel movimento, della funzione dei discorsi. Le cose in effetti sarebbero molto differenti se i Gilet Gialli stessero ancora una volta occupando le piazze cittadine e animando quelle assemblee generali democratiche che hanno definito Nuit Debout nel 2016  e in generale le precedenti ondate di occupazioni. Anche se inviti a un “referendum cittadino” [il RIC, Referendum d’Initiative Citoyenne, referendum di tipo propositivo, è in effetti una delle rivendicazioni dei Gilet Gialli] vengono fatti da varie componenti del movimento, i Gilet Gialli per la maggior parte hanno ammirabilmente rifiutato di scambiare la loro azione diretta con la rappresentazione politica e hanno affrontato lo Stato non come un interlocutore ma come un opponente fisico e mobile. Cortei classici e assemblee non hanno avuto molto spazio fino ad ora nella lotta. Anche quando si hanno assemblee e riunioni tra differenti rotonde, sono dei momenti locali, strategici e situati di auto-organizzazione logistica e coordinazione. Nel momento esatto in cui qualcuno comincia a presentarsi come un rappresentante del movimento, o rivendica la legittimità per parlare a nome del movimento intero, si trova subito a predicare nel deserto. Nessuno può appropriarsi della voce del movimento in modo convincente, soprattutto non possono farlo quelli che dichiarano di volerci provare. Il carattere acefalo del repertorio tattico giallo – riot, blocchi, sabotaggio dei caselli autostradali, occupazione delle rotonde, ecc. – ha permesso una riduzione drastica del potere del discorso politico “ufficiale”. È precisamente questo ad aver permesso che, almeno per adesso, il populismo in questione restasse estatico e plebeo; che la disidentificazione dalle forze dell’ordine e dall’atomizzazione solitaria che precedeva il movimento, prevalesse sulla tentazione rappresentativa e assimilazionista; e che, quando un discorso appare, serva in primis a rinnovare e estendere la difesa dei luoghi di vita collettiva che sono stati costruiti, da rotonda a rotonda, cioè un tipo di discorso qualitativamente distinto dall’universo declamatorio dei politici. Se una finta Sesta Repubblica [attualmente la Francia vive nella Quinta Repubblica]  dovesse rimpiazzare l’attuale stupidità e il movimento accettasse di ridursi a una forza costituente nel grande gioco della democrazia, ben conosciuto in Francia, è molto probabile che sarebbe sconfitto e che le sue aspirazioni rivoluzionarie verrebbero spezzate.

Il saccheggio come misura antifascista

Una delle novità centrali dei Gilet Gialli è la discrepanza senza precedenti tra la rapida crescita della potenza collettiva e la simultanea assenza di un orizzonte positivo. Raramente abbiamo visto una così alta capacità di distruggere tutto, accompagnata da un’indeterminazione così grande per quanto riguarda le richieste, l’identità, la consistenza ideologica o il programma. L’antagonismo “ufficiale” si è concentrato quasi del tutto su un unico luogo di potere, cioè il governo di Macron. Certo, tutto questo è ideologicamente spurio, perché suggerisce una cattiva gestione delle relazioni di classe capitaliste, una confusione tra effetti e cause. Nonostante questa insufficienza filosofica e critica al livello di analisi del potere, questa dinamica ha permesso di mantenere la polarizzazione più ampia possibile. È precisamente l’indeterminazione ideologica della situazione, aiutata da un’analisi abbastanza vaga del nemico, che ha permesso a questa rottura di allargarsi e intensificarsi nel modo che abbiamo visto.

 

Questo solleva una domanda,:cosa ha permesso di evitare una deriva fascista? Certo, la classica tattica antifascista di attaccare e cacciare i gruppi organizzati di estrema destra dalle manifestazioni, ha reso difficile per questi ultimi di accrescere la loro influenza. Crediamo però che il vandalismo diffuso abbia limitato l’influenza dei nazionalisti più di ogni altra cosa. I Gilet Gialli ci hanno insegnato l’importanza strategica di unirsi attivamente a movimenti che non partono da una riconoscibile grammatica di estrema sinistra, nonché il valore di legittimare, dentro i movimenti stessi, la distruzione di beni materiali.

Consideriamo il caso di Maidan. Poiché il nazionalismo (sia quello democratico che quello fascista) è una tecnica per creare alleanze tra ricchi e poveri “in nome del popolo”, è importante sottolineare che nelle manifestazioni di EuroMaidan a Kiev, eccetto per i gruppi di base legati ai sindacati, la distruzione di proprietà commerciali era considerata inaccettabile, e avvenne raramente. Contrariamente ai disordini in altri paesi europei come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Francia, dove le vetrine vengono normalmente attaccate in ogni manifestazione un po’ vivace, un articolo del Kyiv Post del 20 gennaio 2014 dichiara «in due mesi di scontri, non c’è stata nemmeno una finestra rotta alle attività commerciali del centro di Kiev. Ma chi protesta in Ucraina non si vergogna certo a smontare recinti o strappare sampietrini, quando questi atti di vandalismo sono utili al piano più generale.»[xi]

Senza dubbio, liberalismo e fascismo sono allineati nella difesa del mercato, e divergono solo a proposito di chi dovrebbe partecipare lecitamente alle sue istituzioni e su quale scala. Questi gruppi sono in difficoltà quando si trovano a dover accettare la distruzione di beni proprietari. Se la tollerano, allora devono etnicizzarla. I nazionalisti possono spiegare gli attacchi a obbiettivi particolari in maniera etno-nazionalista. Le finestre spaccate della sinagoga nel centro di Chicago, nel 2017, erano attacchi personali e razziali contro i membri di quella congregazione. Quello che non possono accettare è l’attacco generalizzato alla proprietà privata, una violenza che chiaramente attacca il mercato: una violenza anticapitalista. Una cosa è attaccare una sede sindacale o un ufficio governativo, completamente un’altra è la distruzione di interi distretti dello shopping. Questa è forse la cosa più difficile da introdurre nei movimenti americani, dove il danno contro la proprietà e il vandalismo sono considerati gesti avventati e senza senso strategico.

 

Conclusione: una scommessa

Nei prossimi anni potrebbero emergere lotte che si sviluppano attorno a comuni sentimenti di disgusto e non da comuni esperienze di sofferenza. Dalla nostra prospettiva, sarebbe una situazione ottimale. L’esperienza umana che caratterizza gli ex-urbs [gioco di parole che condensa la nozione di periferia e ex-città, città morta] e gli hinterland delle città americane è molto diversa dal tipo di fabbriche metropolitane in cui nacque il movimento operaio. Le odierne distese suburbane e rurali producono un’alienazione estrema, isolamento, solitudine. La società americana è separata da complesse linee di differenziazione: classe, commercio, razza, genere, sessualità, età, religione, peso, politica, sottocultura, dieta, profilo sanitario, identità astrologica, ecc. Certo, continueranno a emergere lotte basate sull’alterità e la differenza politica, ma non abbiamo fiducia nel fatto che queste potranno essere lotte liberatorie. Sembra più probabile a questo punto che le lotte liberatorie emergeranno da un vortice come quello dei Gilet Gialli, dove pratiche diverse fluiscono in una comune zona di articolazione, piuttosto che da continui scontri tra gruppi politici rivali o dalle lotte di gruppi marginalizzati per rappresentare i loro interessi nel “centro” sempre più vuoto di una società normativa. Certo è che l’opposto sta diventando sempre più difficile da immaginare: che uno spesso segmento della società statunitense si unisca sotto una singola identità o bandiera.

 

Una lotta di questo tipo potrebbe essere immaginata più o meno così: persone arrabbiate e senza una precisa identificazione cominciano a convergere nei centri cittadini, o nei siti logistici come porti e aeroporti. La loro invasione rabbiosa risuona in maniera distinta ma parallela  ai sentimenti di chi vive in quartieri poveri o marginali, nella città o ai suoi bordi (bande di graffitari, rednecks, camionisti, spacciatori, sexworkers, ex-detenuti, pensionati). Estremisti etici di varie estrazioni ideologiche o sottoculturali agiscono gli uni accanto agli altri nelle strade, uniti solo dalla loro volontà di non controllare la rabbia di tutti contro il sistema (nel bene e nel male: anarchici, neonazisti, ultras, membri di gang). I vari gruppi sociali non vengono sintetizzati in un’unità più larga ma semplicemente si muovono in parallelo, scontrandosi occasionalmente, ma ritornando settimana dopo settimana per sfasciare le facciate luccicanti delle città e per attaccare gli edifici della polizia e del governo. Quelli che non possono raggiungere i centri urbani bloccano dall’esterno le strade e le altre infrastrutture logistiche da cui le città dipendono. Questa eterogenea alleanza casuale di persone provenienti dalle periferie vicine e lontane con gli estremisti etici, ripolarizza la situazione politica tra alto e basso, piuttosto che tra destra e sinistra. Politici, organizzazioni di sinistra, sindacati e ONG inizialmente si distanziano da questa mischia confusa e ne denunciano la violenza. La folla non presta loro attenzione, perché non deve loro alcuna fedeltà. Appena realizzano di essere state eclissate, le organizzazioni di sinistra non hanno altra scelta che rimettersi a seguire le folle con la coda tra le gambe e da una posizione di retroguardia. Studenti universitari e manager di medio livello di ogni estrazione sociale provano a gettare discredito e dividere i rivoltosi, razzialmente, sessualmente, geograficamente, per classe, su un qualsiasi asse di identità, per riuscire a trovare un punto fermo nel caos. Nello stesso momento la polizia pratica la sua classica e pesante repressione che estende (all’inizio) l’antagonismo e la lotta, obbligando il governo a inviare la Guardia Nazionale. Quando raggiungono questo punto le lotte possono dissiparsi oppure cominciare a fratturare le forze armate e indurre a una defezione sociale diffusa…

 I rivoluzionari dovrebbero prepararsi perché la situazione diventerà probabilmente ancora più confusa, e non più chiara. Ci sembra improbabile che il paese precipiti in una guerra civile tra antifascisti, neonazisti, e estremismo di centro. È anche impossibile immaginare un nuovo consenso politico che emerga tra Democratici e Repubblicani che risponda in qualche modo alle ansie e ai tumulti di quest’epoca. Se qualcosa come i Gilet Gialli dovesse arrivare negli Stati Uniti, potete scommettere che sarà persino più confuso e strano, anche più violento e spiacevole. Scommettiamo, comunque, che i movimenti che vengono non saranno senza fascino, senza innovazioni, senza una loro propria bellezza.

PS: sei note per le lotte future

 

  1. Per diffondere un’idea ingovernabile di felicità comune, è prima necessario diventare ingovernabili.
  2. I meme dotati di forza autorizzano le persone ad auto-autorizzarsi, permettendo a ciascuno di agire direttamente sulla propria sofferenza. In questo modo i meme sovvertono la polizia, interna o esterna ai nostri movimenti.
  3. I meme che polarizzano la situazione tra alto e basso, concentrando l’ostilità su un obiettivo centrista, permettono l’emersione di antagonismi più grandi, rendendo difficile ai riformisti l’anticipazione della rivolta e aprendo la possibilità del comunismo in un modo reale e pratico.
  4. Non escludere i “conservatori” dal movimento in modo ideologico; piuttosto, rendere popolari gesti che la loro ideologia non può avallare. Un modo di farlo è legittimare la distruzione della proprietà privata dei super-ricchi. Show, don’t tell.
  5. Anche se l’uso di graffiti e altre forme di comunicazione può essere necessario per contrastare l’influenza degli slogan di destra nelle prime fasi, non permettere che un gruppo o una tendenza egemonizzino il meme fino a che lo Stato non avrà completamente perso il controllo
    5.1 I graffiti dovrebbero essere utilizzati solo in due modi: per esprimere ostilità contro il nemico comune, e per celebrare il repertorio tattico che vorremmo o le azioni eroiche del movimento. Non parlare in nome di un “soggetto” e non escludere componenti del movimento.
  6. Se la potenza dei riot nel sospendere le identità e i predicati sociali non genera accanto a se stessa dei luoghi dove espandersi, persistere, e debordare nella vita quotidiana, allora diventa solo una festa crudele.

[i]Il fatto è che anche se le nostre identità sociali in qualche modo programmassero meccanicamente le nostre posizioni politiche (cosa che non fanno), questo oggi non ci aiuterebbe. Le grandi “soggettività militanti” non possono essere riportate in vita dal nulla. Come ci ricordano sempre i nostri amici più marxisti di noi il profitto industriale, che è stato la base materiale per la coscienza politica del movimento operaio nella prima metà del ventesimo secolo, si è progressivamente contratto a partire dagli anni ’70, spingendo il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Il risultato è stato una spirale depressiva di 40 anni, con la grande maggioranza delle lotte sul lavoro occidentali che sono divenute puramente difensive, e continuano comunque a essere sconfitte. Nello stesso tempo, l’immaginazione politica in occidente si è svuotata, ed è ora forzata a reinventarsi su nuove premesse.

[ii]Su questo punto, suggeriamo il classico articolo di Fredy Perlman “Worker-Student Action Committees, May 1968”, che si trova qui: https://theanarchistlibrary.org/library/roger-gregoire-fredy-perlman-worker-student-action-committees-france-may-68. «Nelle ex-università, la divisione tra “studenti” e “operai” venne abolita in atto, nella pratica quotidiana degli occupanti; non esistevano “ruoli studenteschi” e “ruoli operai”. Comunque, l’azione andò più lontana che le coscienze. Riferendosi a “gli operai”, le persone vedevano questi come un settore specializzato della società, accettando quindi la divisione del lavoro» (corsivo nostro).

[iii]La questione è la seguente: possono persone le cui vite sono definite da incommensurabili modalità di violenza, fare esperienza dello stesso mondo, dello stesso linguaggio, di una visione condivisa della libertà? Il meme non risolve né sopprime questa incommensurabilità, non esiste una scorciatoia per la comunanza esistenziale. Quello che il meme riesce a fare è liberare queste differenze da ogni precondizione di unità, interrompendo l’abitudine comparativa di legittimare la sofferenza “pesando” alcune delle sue forme contro delle altre. Il gilet giallo apre il campo della politica: improvvisamente il centro è ovunque e chiunque può attaccare e organizzarsi a partire dalle proprie ragioni, inconciliabili oppure no.

[iv]Mauvaise Troupe, “Cortège de Tête”, in Riots and Militant Occupations. Smashing a System, Building a World. A Critical Introduction, edito da Alissa Starodub e Andrew Robinson (London: Rowman & Littlefield), 2018 (traduzione modificata).

[v]Anonimo, “La rivolta indiscernibile”. Pubblicato originariamente su Lundimatin#67, Giugno 2016

[vi]Ad esempio a metà dicembre, quando i Gilet Gialli erano concentrati sui pedaggi autostradali, le rotonde e i riot del sabato, in alcune città più piccole si sono tenute marce per raggiungere le case di alcuni funzionari locali. All’arrivo, le proprietà dei politici venivano vandalizzate e questi personaggi minacciati, a volte persino sparando con armi da fuoco, una rarità in Francia. Questo era un gesto iterabile, capace di estendere strategicamente il repertorio tattico della lotta e capace di portare una nuova forma di illuminazione partigiana nella sfera della vita quotidiana. Per una discussione su iterabilità e improvvisazione al livello degli scontri di strada, vedere anche (Anonimo), “Yes, And…”, in War on the Streets. Tactical Lessons from the Global Civil War, Ill Will Editions, 2016. Online qui: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/154103163849/war-in-the-streets-tactical-lessons-from-the

[vii]Joshua Clover, Riot, Strike, Riot, Verso Books, 2016, 187.

[viii]Liaisons, “Encore. A Second Letter from Paris”, The New Inquiry, 01.04.2019. Accessibile qui: https://thenewinquiry.com/encore/

[ix]Vedere Alessi Dell’Umbria, “Full Metal Yellow Jacket”, originariamente pubblicato in Lundimatin#175, Gennaio 2019. Accessibile qui in francese: https://lundi.am/FULL-METAL-YELLOW-JACKET-Alessi-Dell-Umbria; qui in inglese: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/182503015824/full-metal-yellow-jacket-al%C3%A8ssi-dellumbria

[x]Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice (Roma: DeriveApprodi, 2017).

[xi]Ivan Verstyuk, “No looting or anarchy in this EuroMaidan revolution”, Kyiv Post, 01.20.2014. Accessibile qui: https://www.kyivpost.com/article/opinion/op-ed/no-looting-or-anarchy-in-this-euromaidan-revolution-335296.html?cn-reloaded=1

BIO

Adrian Wohlleben è un ricercatore comunista e un traduttore. Vive a Chicago e può essere raggiunto a questo indirizzo: silentwater@riseup.net

Paul Torino vive ad Atlanta e può essere contatto qui: flightoficarus@riseup.net