La sovranità infame

di Andrea Russo

Lo spettacolo offerto dalle autorità italiane per l’arresto di Battisti è uno dei più grotteschi cui ci sia capitato di assistere negli ultimi anni. Vale la pena soffermarsi un istante sul concetto di grottesco o, come lo chiama Foucault di «ubuesco», perché il funzionamento delle verità giuridiche che fanno ridere e hanno insieme il potere di punire e al limite estremo di uccidere sono prassi che, in una società come la nostra, meritano una qualche attenzione.

L’ingranaggio del potere grottesco, scrive Foucault nel corso al Collège de France intitolato Gli anormali, «è un procedimento che assicura la massimizzazione degli effetti di potere a partire dalla squalificazione di colui che li produce». Questo ingranaggio del grottesco nella meccanica del potere è molto antico. Ne abbiamo esempi evidenti soprattutto nella storia dell’impero romano, «dove la squalificazione quasi teatrale del punto di origine, del punto di aggancio di tutti gli effetti del potere nella persona dell’imperatore, fu se non proprio un modo di governare, per lo meno un modo di dominare: una squalificazione che fa sì che colui il quale è detentore della maiestas, cioè del più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, è allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo modo di essere, un personaggio infame, grottesco, ridicolo».

Il grottesco, però, oltre ad essere un procedimento essenziale della sovranità arbitraria, è, per Foucault, anche un procedimento inerente alla burocrazia applicata. «Che la macchina amministrativa, con i suoi insormontabili effetti di potere, passi attraverso un funzionario mediocre, nullo, imbecille, superficiale, ridicolo, consunto, povero, impotente, [è uno] degli elementi essenziali delle grandi burocrazie occidentali a partire dal XIX secolo. Il grottesco amministrativo non è stato semplicemente la percezione visionaria dell’amministrazione che hanno potuto avere Balzac, Dostoevskij o Kafka. Il grottesco amministrativo è una possibilità che la burocrazia si è realmente data. Ubu “rond de cuir” appartiene al funzionamento dell’amministrazione moderna, come spettava al funzionamento del potere imperiale a Roma essere nelle mani di un istrione folle». In Occidente, il potere, mostrando pubblicamente la sua forma ridicola, abbietta, infame, ha voluto al contempo manifestare in modo evidente la sua insormontabilità e inevitabilità: il potere funziona sempre, anche allorquando è nelle mani di qualcuno realmente squalificato. Per Foucault, «nella nostra società, a partire da Nerone – che è forse la prima grande figura iniziatrice del sovrano infame – sino al piccolo uomo dalle mani tremanti che, nel fondo del suo bunker, coronato da quaranta milioni di morti, domandava solo due cose (che tutto il resto al di sopra di lui venisse distrutto e che gli si portassero, fino a creparne dei dolci al cioccolato), c’è uno smisurato funzionamento del potere infame».

L’immagine di Salvini che indossa la giacca della polizia di Stato, mentre si trova all’aeroporto di Ciampino, per presenziare all’arresto di Cesare Battisti in arrivo dalla Bolivia, o il video postato dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sul suo profilo Facebook, con il commento: «Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo» – sono esempi lampanti della persistenza della sovranità grottesca. L’arresto di un latitante, l’esecuzione di una sentenza, in quanto «atto dovuto», dovrebbe compiersi con sobrietà, con il minor pathos possibile, invece sfocia in una carnevalata giustizialista, in uno spettacolo di propaganda politica dell’internazionale fascista. Battisti, militante dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato molti decenni fa all’ergastolo per quattro omicidi, è caduto nelle mani della giustizia italiana grazie al presidente di estrema destra Bolsonaro, che aveva dichiarato al suo amico Salvini: “Se vinco vi regalo Battisti”.

Per dire le cose in maniera solenne: l’Occidente, che fin dal tempo dei greci non ha cessato di dare potere al discorso di verità in una società e in uno Stato “giusto”, ha infine conferito un potere incontrollato, nel suo apparato giudiziario, alla parodia della verità. Al suo limite estremo, la dove si attribuisce il diritto di punire e di uccidere, il potere ha instaurato il discorso grottesco, facendo parlare il sapere di Ubu a qualcuno travestito da clown.

Alfred Jarry, autore dell’opera teatrale Ubu re, per illustrare scenicamente i principi della sua estetica propone l’utilizzo di maschere, un décor sintetico, una messa inscena ostentatamente anti-realisica e la marionetta come paradigma dell’attore. Nell’anti-teatro di Jarry, agli apollinei e virtuosi eroi del teatro tradizionale e borghese, animati da alti ideali, impegnati a far fronte alle sfide del destino o in preda a dilemmi esistenziali, si contrappone una maschera mostruosa, una marionetta senza volto con l’addome enorme e con la testa incappucciata, in preda a pulsioni abbiette, pronta a tradire, massacrare e dominare in nome del potere e della ricchezza. Gli attori-marionette dietro le loro maschere vuote mostrano l’origine squalificata, bassa, infame del potere. La percezione di un senso trascendentale che parli attraverso le loro voci viene a mancare e non c’è più verità che li riempia se non quella legge della finzione del potere che ora è svelata in ogni suo meccanismo. La spettacolarizzazione della cattura di Cesare Battisti è una mise-en-scéne che presenta ad una massa di spettatori impotenti lo spettacolo di pura finzione che è alla base dell’istituzione giudiziaria.

C’è da dire, però, che ciò che Foucault definisce sovranità grottesca è una categoria che nasconde una provenienza insospettata: la dottrina cattolica dei sacramenti. A partire dal XII secolo, nelle lettere bollate dei papi si comincia a ribadire con insistenza che i sacramenti hanno un valore assoluto e oggettivo, che prescinde ed è indipendente dalla purezza morale e comportamentale degli ecclesiastici che li amministrano. Ciò significa, per esempio, che la comunione impartita da un prete simoniaco o concubinario è valida in se stessa, in quanto officiata da mani legittimamente consacrate. Ex opere operato è il termine tecnico che, a partire da Tommaso d’Aquino e Innocenzo III, la chiesa utilizza come risposta alle polemiche di tutti quei movimenti spirituali che non riconoscono la validità dei sacramenti impartiti da sacerdoti indegni. È il rifiuto del potere carismatico e governativo degli ecclesiastici amorali, vale a dire il rifiuto di ricevere i sacramenti e di pagare le decime a ministri della chiesa malvagi e corrotti, che darà avvio al processo rivoluzionari escatologico che infiammerà l’Europa dal XII secolo fino alla Riforma luterana.

È interessante notare che il Concilio di Trento definì il 3 marzo 1547 contro Lutero che i sacramenti conferiscono la grazia ex opere operato, per ciò che dipende da Dio. Il termine significa letteralmente “per il fatto stesso di aver fatto la cosa” e si riferisce al fatto che nei sacramenti il peccato del ministro non può inficiare il risultato dell’azione sacramentale. Lo scopo di questa precisazione, voluta dal concilio, era di togliere ai fedeli ogni dubbio di coscienza sulla validità di un sacramento officiato da un ministro indegno e corrotto. Contro Lutero, che afferma la necessità della probità del ministro affinché il sacramento sia valido, i padri conciliari dicono: «Se il ministro ha compiuto correttamente il rito [ex opere operato], Dio si è impegnato e perciò ex parte Dei [cioè, per ciò che dipende da Dio] il sacramento è completo». Il Catechismo della chiesa cattolica spiega al riguardo: «Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che battezza, è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa. […] È questo il significato dell’affermazione della Chiesa: i sacramenti agiscono ex opere operato [per il fatto stesso che l’azione viene compiuta], cioè in virtù dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. [Ne consegue] che il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve ma dalla potenza di Dio. Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro».

Tanto nella sua forma teologica quanto nella sua forma politica, il potere agisce ex opere operato per rendersi indipendente e indifferente alle qualità del soggetto che lo esercita o lo celebra. Nella storia dell’Occidente ciò è accaduto perché molto spesso i funzionari politici e religiosi che si ponevano come modelli di riferimento per l’identità sociale e civica, non riuscivano a essere all’altezza del loro ruolo a causa dei loro comportamenti corrotti. È per questo che viene introdotto nella dottrina della chiesa cattolica il principio, che poi troverà ampia applicazione nell’etica, nella politica e nell’economia, secondo cui il carattere morale o fisico dell’agente è indifferente alla validità e all’effettualità dell’azione di potere. È grazie a questa astuzia che il potere si è sempre posto al di là del bene e del male. Dalla sovranità infame degli imperatori romani e dei vescovi e dei clerici usurai, simoniaci e concubinari, sino al grottesco giudiziario e amministrativo dei corrotti funzionari statali e Ubu re Berlusconi, l’Italia, nel corso della sua storia, ha conosciuto tutte le gradazioni di ciò che si potrebbe chiamare l’indegnità e l’inevitabilità del potere.

Nel caso Battisti, il meccanismo grottesco del potere si amalgama con lo stato di eccezione e la nuova Legge Salvini sulla Sicurezza. Con il suo arresto, corroborato dal dispositivo spettacolare, il governo ha voluto dar prova della sua attendibilità in materia di sicurezza pubblica e lotta al terrorismo.

L’associazione per i diritti dei detenuti Antigone, commentando la foto di Cesare Battisti in carcere accanto a due agenti della polizia penitenziaria, contesta l’intollerabile spettacolarizzazione della giustizia, rifacendosi a quelle norme del codice di procedura penale e dell’Ordinamento penitenziario, che impongono l’adozione di opportune cautele per proteggere gli arrestati dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità. Tuttavia, se davvero vale la massima benjaminiana in cui si dice che lo stato d’eccezione è divenuto la regola, non ci si dovrà stupire più di tanto per l’esposizione del terrorista Battisti alla violenza della gogna, in quanto sicurezza e lotta al terrorismo sono ormai da più di quarant’anni al di sopra della legge. Il problema e la sfida allora non è invocare il ripristino dello stato di diritto, bensì rendere evidente la sua finzione, cioè che lo stato non è mai tanto legato al diritto fino al punto di limitare il suo potere a partire da esso. Allo stesso modo contro le leggi securitarie palesemente anticostituzionali non serve indignarsi, bensì organizzarsi contro di esse, comprendendo la strategia che le guida.

Cosa possiamo fare per Cesare Battisti e tutti i detenuti politici in galera da oltre trent’anni e alcuni prossimi ai quaranta? Una cosa ovvia, ma sempre più difficile: battersi per l’amnistia.

La classe politica italiana è sempre stata avversa all’ipotesi dell’amnistia per i fatti degli anni Settanta, in quanto non ha mai voluto riconoscere pubblicamente, tranne rare eccezioni, che in quel decennio vi sia stato qualcosa come una guerra civile.

Nella storia d’Italia, l’ultimo provvedimento di amnistia preso dopo una situazione di guerra civile, risale al decreto presidenziale del 22 giugno 1946, n. 4, emanato in occasione della proclamazione della Repubblica, noto come “amnistia Togliatti”. Allora, l’amnistia fu ritenuta necessaria, per ragioni di pacificazione sociale e ricomposizione dell’unità nazionale, in vista del nuovo corso democratico. Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, scrivono ne Il nemico incofessabile, che grazia all’amnistia Togliatti «si è realizzata col tempo un’operazione (gestita dalla magistratura, in particolare della Corte di Cassazione) di recupero del personale politico e amministrativo, compromesso con il passato regime […] mirata a consentire la continuità statale in funzione anticomunista. Parte dei perdenti avevano dunque dalla loro parte un “valore aggiunto”, una sorta di “utilità marginale” politicamente decisiva nel contesto di “guerra fredda” che si annunciava. Anche i quattro successivi provvedimenti di amnistia e indulto per i fatti politici realizzati nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, rispondono alla necessità di riportare a zero, di volta in volta, in nome del compromesso ante litteram che aveva fondato il patto costituzionale, il contatore del conflitto, di quella guerra civile a bassa intensità che in piena “guerra fredda” contrapponeva DC e PCI. La mancanza di un “valore aggiunto”, dovuta all’inservibilità del personale politico della sovversione degli anni Settanta per fini di stabilizzazione del sistema […] spiegano la grande diversità della situazione attuale e la solitudine dei prigionieri politici e dei fuoriusciti degli anni Settanta e Ottanta».

Il motivo dirimente per cui, in Italia, continua ad essere sistematicamente scartata l’ipotesi di amnistia è da circoscrivere al corollario della guerra civile: le leggi speciali. Concedere l’amnistia implicherebbe l’abrogazione delle leggi speciali. Ma, per l’Italia, rinunciare alle leggi speciali e alla cultura dell’emergenza, significherebbe rinunciare a quel dispositivo governamentale che viene ormai considerato dai ministri degli interni delle altre democrazie occidentali, come un vero e proprio paradigma per il governo del terrorismo.

Francesco Cossiga, ministro dell’Interno dal 1976 al 9 maggio 1978 (giorno dell’uccisione di Aldo Moro) e diventato qualche anno dopo presidente della Repubblica, racconta che, nel 1978, Michel Poniatowskj, suo omologo francese, lo aveva consigliato di dichiarare ufficialmente uno stato d’eccezione, per così dire classico, perché in questo modo avrebbe potuto procedere alla creazione di una legislazione speciale. Ma poiché, come commentano Scalzone e Persichetti, «negli anni del “compromesso storico” e dei governi di “unità nazionale”, e più tardi del “preambolo” e del “pentapartito, non si volle rischiare di ammettere l’esistenza di una guerra sociale, di fronte al paradosso formalista di chi [come le Brigate Rosse, durante il rapimento Moro] chiedeva simmetrici “riconoscimenti politici” al proprio nemico, si fece in modo che l’intera materia restasse confinata all’interno di una impropria tipologia di diritto comune. Ma tale atteggiamento è stato ampiamente contraddetto sul piano pratico. Se di semplice criminalità comune si fosse trattato, lo Stato non avrebbe avuto la necessità di dar luogo a uno sviluppo proliferante di leggi speciali (unica traccia formale dell’instaurazione di pratiche d’eccezione), a dispositivi e trattamenti eccezionali, all’uso speciale di leggi ordinarie, oltre che ad aggravanti e modifiche alle procedure e al codice penale. […] L’assenza di una rottura formale della normalità ha rappresentato il travestimento legale che ha permesso uno sviluppo senza precedenti di una guerra nascosta sotto forma di giustizia formale».

Per completare il quadro, dobbiamo, inoltre, ricordare che sullo sfondo di questa gestione emergenziale si sono innestate le tecnologie di sicurezza quali le carceri speciali, i centri di permanenza temporanea per i migranti, le gabbie di Guantanamo. Tutti dispositivi riconducibili, come dice Agamben, al campo, inteso come «materializzazione dello stato d’eccezione». Negli ultimi trent’anni, stato d’eccezione e campo hanno presentato sempre più la tendenza ad uscire da queste fortezze moloch, dove assolvevano funzioni detentive sui generis, per diventare tecnologie di governo della popolazione. In tal senso, è stato un campo tanto lo stadio San Nicola di Bari, in cui nel 1991 la polizia internò provvisoriamente gli immigrati clandestini albanesi primi di rispedirli nel loro paese, quanto l’intero spazio urbano di Genova durante il g8 del 2001. Per le attuali democrazie l’Italia ha fatto scuola, perché è qui che lo stato di eccezione è diventato la regola, cioè un paradigma di governo.

Lo stato di eccezione permanente, nel quale viviamo, che ha compiuto i suoi primi passi marziali con la legislazione antiterrorismo della fine degli anni Settanta, comporta che storia passata e storia presente siano diventati indiscernibili, in quanto nel mondo contemporaneo il terrorismo è «la guerra civile mondiale» che di volta in volta investe questa o quella zona del pianeta. Il problema è che ciò che è successo negli anni Settanta e che dovrebbe essere oggetto di memoria e di indagine storica, viene trattato come un problema politico presente, motivando così l’impossibilità a rinunciare alle leggi speciali.

Alla nostra classe politica che non è in grado di pensare l’amnistia, per ispirarsi, consigliamo la lettura del libro di Giorgio Agamben, intitolato Stasis, in cui viene portato alla luce il nesso costitutivo di guerra civile e amnistia per la fondazione della democrazia occidentale. Agamben scrive: «Nel 403, dopo la guerra civile in Atene che si concluse con la sconfitta dell’oligarchia dei Trenta, i democratici vittoriosi guidati da Archino, si impegnarono solennemente a non ricordare in nessun caso gli eventi passati […] cioè a non punire in giudizio i delitti commessi durante la guerra civile. Commentando questa decisione – che coincide con l’invenzione dell’amnistia – Aristotele scrive che in questo modo i democratici agirono nel modo più politico […]. L’amnistia rispetto alla guerra civile è, cioè, il comportamento più conforme alla politica. Dal punto di vista del diritto, la stasis sembra così definita da due interdetti, perfettamente coerenti fra loro: da una parte, non prendervi parte è politicamente colpevole [la legge di Solone puniva con l’atimia, cioè con la perdita dei diritti civili, il cittadino che in una guerra civile non avesse combattuto per una delle due parti] dall’altra dimenticarla una volta finita è un dovere politico. […] L’amnistia ateniese non è semplicemente un oblio o una rimozione del passato: è un invito a non fare un cattivo uso della memoria. […] Essa è l’indimenticabile che deve restare sempre possibile nella città e che, tuttavia, non deve essere ricordato attraverso processi e risentimenti. Proprio il contrario, cioè, di ciò che la guerra civile sembra essere per i moderni: cioè qualcosa che si deve cercare di rendere a tutti i costi impossibile e che deve sempre essere ricordato attraverso processi e persecuzioni legali».

Un momento della storia del Novecento in cui l’amnistia degli antichi è stata assunta come fonte d’ispirazione è stato il tribunale straordinario istituito in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Lo scopo della Truth and Reconciliation Commission (TRC) fu infatti esattamente quello di una ricostruzione quanto più accurata possibile della verità storica, piuttosto che la persecuzione giudiziaria dei colpevoli. Condizione necessaria per ottenere l’amnistia era che il crimine avesse una matrice ideologica-politica: erano dunque esclusi da questo privilegio i reati comuni e le violenze della criminalità organizzata, che aveva sfruttato i disordini della lotta all’apartheid per accrescere i propri interessi. Per Mandela, la riconciliazione e non il risentimento doveva essere la principale risposta dei neri a ciò che avevano subito durante l’apartheid.

La classe politica italiana non avendo mai contemplato l’ipotesi dell’amnistia per i reati degli anni Settanta, è condannata al risentimento infinito. L’amnistia è un passaggio politico più fondato sul buon uso della memoria, che sulla verità giudiziaria. Volere l’amnistia ha a che fare con quel «ricordare come compito» di cui parla Benjamin, cosa che tanti, anche dalla nostra parte, per ragioni molteplici e impensate, non hanno più voglia di fare. L’amnistia dovrebbe servire a liberare e a liberarsi dagli anni Settanta.

Mattatoio #3

Di Vultlarp

Un mattatoio per accettare il presente e mutarlo di senso.

  1. Corrispondenze

Il 7 gennaio su Lundi Matin è apparso un articolo dedicato agli strascichi giudiziari del G20 di Amburgo (la traduzione è disponibile su questo numero di Qui e Ora). Si parla dell’apertura, il 18 dicembre scorso, dello spettacolare processo ordito dalla città tedesca contro cinque imputati — di cui tre ancora detenuti — per i fatti occorsi nella mattinata del 7 luglio 2017 sull’Elbchaussee. Certe cose ce le si scrolla di dosso a fatica.

Ci sarebbe inoltre tutto un discorso da fare sulla pratica dell’autoinvito in giro per l’Europa da parte della Polizei per finalizzare i suoi mandati di cattura (peraltro sempre ben accolta). Così come si potrebbe parlare a lungo del simpatico software di riconoscimento biometrico in dotazione alle forze dell’ordine tedesche, Videmo360. Insieme al ritorno smagliante della grandiosa pratica della delazione in versione 4.0: basta qualche upload sulla piattaforma predisposta et voilà, l’infamata è fatta!

Cambio scena. Qualche giorno fa, oltrereno, Luc Ferry (ex ministro dell’istruzione francese) chiede pacatamente, durante una pacata diretta a Radio Classique, di «dare alla polizia francese (la quarta armata al mondo!) i mezzi per difendersi da quei bastardi di estrema destra, di estrema sinistra, dei quartieri popolari».

In quello stesso lasso di tempo, l’attuale ministro dell’interno francese Edouard Philippe informa in una delle ormai consuete «comunicazioni urgenti» che sabato 12 gennaio 2019, oltre alle 80mila unità poliziesche dispiegate per garantire l’ordine pubblico (e più armate del solito), chiunque parteciperà o verrà trovato all’interno di manifestazioni non autorizzate sarà immediatamente schedato e arrestato. Ciliegina sulla torta: riformerà il diritto a manifestare già da febbraio.

Meme o realtà? Nel momento in cui scrivo, non ho altra certezza che il meme, immagine non dialettica di un potere sempre pronto a serpeggiare nei discorsi.

Al di là di ogni malfatto sberleffo memetico, l’atto IX della mobilitazione dei GJ si è tenuto «“‘ad armi pari’”» (se non bastassero le virgolette) — 80mila guardie contro gli 84mila manifestanti in tutta Francia. Metto per prime le guardie perché, beh, semplicemente sono loro a riversare il loro arsenale offensivo-repressivo contro la presenza irriducibile del popolo nelle strade. Un tour de France è come sempre disponibile qui.

Ma non deprimiamoci. Queste cose le sappiamo. No alle filippiche contro i mala tempora che sappiamo bene dove corrono, né panegirici al primo Traiano dei «diritti». Anche perché è ormai evidente che il «diritto» — garante dell’ordine sociale — semplicemente non esiste più. Ecco perché il processo G20-Hamburg, le promesse di Philippe, le minacce di Nancy, le nutellate di Salvini calzano così bene insieme — su sfondo Orban, con tappezzeria ISIS e altri oggetti di arredamento a piacere. Per questo è così importante e allettante la prospettiva di rovinare questa festa.

Per quanto non abbia che qualche domanda, e nessuna risposta.

  1. Oggi il G20 di Amburgo è un processo. Tutta la mia complicità e il mio sostegno va alle arrestate, ai perseguiti, alle incriminate, ai processati; ma allo stato delle cose un processo è nel migliore dei casi un sospiro di sollievo, e un «arrivederci al prossimo tentativo di farvi un culo quadro». Cosa invece può essere ancora in potenza quel magma di pratiche saperi azioni critiche converso ad Amburgo nel 2017? Perché vederlo sempre come report e mai come officina?

  2. La confusione che in Italia impedisce una comprensione di ciò che i Gilet Gialli significano (e non sono) è fitta almeno quanto l’insulsaggine di molti tentativi di esegesi di movimento. È una volontà di sapere puramente speculativa o ha un qualche sottobosco fertile? E che dire dell’attaccamento morboso di certe singolarità militanti a quegli involucri che, a ben vedere, sembrano considerare più dei paramenti o dei feticci? Non avevamo detto «niente soggetto sociale» questa volta?

Del resto, le immagini di Mainte-la-Jolie dello scorso dicembre parlano da sole. Un rastrellamento, ci voleva, per costringere i ciechi a vedere. Un rastrellamento che non fosse in un qualche altrove abbastanza lontano da scorrerci addosso. Che fosse mediatizzato, rimpallato su ogni piattaforma e (come ogni fatto social) presto dimenticato. Eppure, quelle immagini ci consegnano all’esperienza-limite in cui la nostra messa a nudo virtuale si afferma a sua volta come modalità-limite del governo, all’ombra del quale il potere acquista legittimità attraverso un annientamento in potenza promesso a tutti. Tutti.

È tutto (quasi spudoratamente) da manuale: un concerto repressivo a più voci che si rimpalla dalle grigie sale dei palazzi di governo ai tribunali fino a colpire il mondo della vita. Eccola, la vostra Europa. Un’Europa partecipe di un processo di decomposizione:

Non è difficile scorgere, dietro i tentativi di restaurazione autoritaria in così tanti paesi del mondo, una forma di guerra civile permanente. Che sia in nome della guerra contro «il terrorismo», «la droga» o «la povertà», le cuciture degli Stati cedono un po’ da tutte le parti. Le loro facciate restano in piedi, ma servono ormai solo a nascondere un mucchio di macerie. Il disordine mondiale eccede ormai ogni capacità di riordino.
(
50 nuances de bris, Comitato Invisibile, Maintenant)

II. L’hangover della ragione genera troll

Ma è veramente un crollo? Dovremmo piuttosto vederci una trappola per topi che cerca di erigere i propri atti fondativi nel terrore infuso e diffuso. Nella sicurezza somministrata come purga. Nella narrazione di un’emergenza permanente — o di una crisi umanitaria, come sussurrava stamattina Trump alla radio parlando del suo muro al confine col Messico (vi ricorda qualcosa?). Non solo nella criminalizzazione di ogni scarto (che possiamo accettare), ma nel suo riutilizzo strategico come atto distruttivo del «diritto» — e dell’istituzione di un altro diritto, totalmente positivo nella sua negatività: un diritto penale del nemico. Anche solo a volerla vedere da una prospettiva «democratica» e «civile», assistiamo inermi all’evoluzione mostruosa del meglio (del peggio) della tradizione dell common law e di quella a civil law. Un sistema legislativo tentacolare che sia in grado al contempo di costituirsi come codice ed espandersi all’infinito per similitudine, per analogia, per casistiche esemplari. Bruciare per rinascere dalle proprie ceneri. D’altronde, l’Europa del Capitale che si sogna finalmente confusa necessita ancora di tenere viva la confusione derivante dalla contemporanea presenza e assenza di ciò che per due secoli e mezzo è stato il suo necessario supporto: lo Stato.

Ogni potere genera e alimenta e reitera i propri atti fondativi. Manifest Destiny, allegoria della fede cieca e dello spirito di redenzione generato dall’espansione territoriale americana raffigurata da Leutzle in Westward the course of Empire takes its way (e detournato da David Foster Wallace negli anni ’80). L’idea di patria, che ha coinvolto retrospettivamente 700 anni di letteratura italiana, e giunta alla sua apoteosi (o metastasi) nel Risorgimento: Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue e di cor (bleah!). I culti rivoluzionari francesi, e la mitologia tedesca che Schelling ne deriva. La dialettica resistenziale, quella repubblichina, la Perestrojka, l’Europa libera dai totalitarismi — la pace repubblicana mentre gli sbirri massacrano Genova, l’ordine repubblicano mentre le banlieue bruciano… Atti fondativi. Sempre. Anche quando sono atti di dissoluzione.

In questo senso, la condizione postmoderna per come ne parla Lyotard è bella e terminata. «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ossia nelle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti. Ma il problema della legittimazione non ci riguarda più. La metanarrazione è di fatto già ripristinata. È in ogni discorso che porti lo stigma della «democrazia», dell’«istituzione», del «bene comune». Dei «diritti». Nuovi paradigmi assolutizzati. Un vero colpo da maestro: l’attuale metanarrazione si nutre della sua morte apparente.

È in questo senso che andrebbe letta la radicale transizione sulla faccenda tra la Teoria del Bloom di Tiqqun:

In realtà, il nostro «senso del reale» non si limita mai a una modalità del «senso del possibile che è la facoltà di pensare tutto ciò che potrebbe benissimo essere altrimenti […] Sotto l’occupazione mercantile, la più grande verità su ogni cosa è quella della sua infinità sostituibilità.

(TIQQUN, Teoria del Bloom, p. 29)

e l’ultima pubblicazione del Comitato Invisibile, Maintenant, a distanza di una quindicina d’anni:

La vera menzogna è in ogni schermo, in ogni immagine, in ogni spiegazione che frapponiamo tra noi stessi e il mondo. È la maniera in cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Per cui, fino a che non si tratterà della verità, non si tratterà di nulla. Non ci sarà nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è un qualcosa verso cui tendere, ma un rapporto ineludibile con ciò che c’è.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Non è uno scarto banale. All’ambiguità che fonda il senso della realtà del Bloom subentra nuovamente la necessità di un rapporto con la verità — quella verità che sembrava dovessimo espungere per sempre dal dizionario.

È triste ma inevitabile vedere questa metanarrazione che nega se stessa legittimarsi anche nella percezione di chi è di parte — la nostra parte. Un sentimento straniante di ambiguità e di incredulità in ogni gesto. Eredità taciute del postmoderno. Certe cose, dicevamo, ce le si scrolla di dosso a fatica. La verità sembra non contemplabile: di qui, la percezione del doppio fondo di ogni situazione, l’orrore debordiano dello spettacolo integrato. Poi, solo la memetica (spasmodica forma d’arte popolare) come extrema ratio nei confronti di un mondo che, al suo massimo, va bucato falsificazione dopo falsificazione, layer dopo layer, fino a riveder le stelle; e al minimo — purtroppo — reitera ed estende infinitamente la propria miseria. Anche questa è una questione spinosissima, e meriterebbe un approfondimento: the left can’t meme è stato uno dei cavalli di battaglia dell’alt right statunitense. Come porsi di fronte a questo?

Non posso che fare domande. Ma la questione va posta. Anche perché da questa modalità percettiva si genera l’assoluta certezza (la metanarrazione legittimata) che «per ogni su, c’è sempre un giù», e che ogni tesi contiene già in sé la propria antitesi. Argomento paradossale, la certezza dell’indecidibilità, buono più per chi vuole dissuadere che per chi vuole affermare. Arriva il momento in cui, come indica Marcello Tarì nel suo Non esiste la rivoluzione infelice, occorre «congiungere una realtà con una verità». Perché è ciò che comunque viene fatto: nello stato di cose presente, una realtà frammentata è congiunta a una verità impossibile. Chi non decide, dunque, ha già deciso.

È il caso, tra gli altri, di Raffaele Alberto Ventura in arte Eschaton, che ha recentemente firmato su Esprit un articolo a tema Gilet Gialli in cui dimostra di aver studiato la teoria destituente nelle sue direttrici genealogiche — una linea che dalle riflessioni di Vinale in Potere Destituente arriva ad Agamben, e da Agamben agli agambeniani… Capace di scorgere il rovescio potenziale di ogni posizione — e incapace di assumerne una come atto politico — fa del cortocircuito che si genera da questo contrasto il fulcro del proprio pensiero. Un esempio:

Quando un popolo si rivolta contro la troppa corruzione in realtà si rivolta perché ce n’è troppo poca per soddisfare tutte le clientele che sarebbero necessarie per garantire la pace.

(Eschaton, 6 gennaio 2019)

Questo significa propriamente essersi persi nella casa stregata, nel gioco infinito, eccetera. Questo significa aver accettato il meme come promessa e come minaccia, come unica realtà e unico idolo. Un idolo che generalizza e non può che generalizzare, indeterminatamente, per nascondere il cuore fragile delle proprie tesi. (Scrivo queste riflessioni conscio che ogni singola parola può diventare parodia).

Torniamo alla teoria destituente, liquidata dall’articolista come «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». A questa deduzione tutto sommato opinabile fa eco un’argomentazione disillusa e cinica:

Sembrerebbe quasi di rivivere l’irresistibile ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2007 […] Per i 5 Stelle come per i Gilet Gialli, l’unità del movimento attorno a un significante vuoto — la lotta del popolo contro il potere — serve prima di tutto a mascherare interessi profondamente divergenti […] Molti hanno ironizzato su questa Insurrezione che viene annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; invocazione rinnovata in alcune opere successive, e che sembrava quasi la geremiade di un gruppetto di nostalgici. Ora, la storia sembra finalmente aver dato loro ragione: viene, questa insurrezione, e «tiene». […] «Una politica destituente ha un obiettivo limitato ma preciso: creare le condizioni, ovverosia il vuoto, perché un’altra politica, oggi impensabile, si produca». Frase la cui ironia oggi non può che colpire, dato che il vuoto creato dal Movimento 5 Stelle in Italia è stato effettivamente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. È questo lo spazio possibile che la potenza destituente dovrebbe aprire?

Certo, è innegabile: dalle nostre parti siamo al nadir dell’agibilità politica. Innegabile e doloroso. E a questo c’è da aggiungere un’altra abbacinante verità: la contraddizione gigantesca che effettivamente il Movimento 5 Stelle ha costituito negli ultimi 10 anni. Un movimento capace di diffondersi tentacolarmente nelle sacche di scontento, di serpeggiare anche in ambienti vicini alla militanza. Un Movimento che, agli albori, è stato votato anche da alcuni compagni come atto più o meno provocatorio e di rottura. Ma qui siamo al paradosso (di nuovo, postmodernissimo) di chi unisce i puntini alla «come cazzo mi pare» perché autorizzato ad avere ragione quanto gli altri. Scritture come questa, in effetti, rifuggono l’attribuzione di un senso come il cane l’acqua. Stanno in perenne bilico tra il serio e il faceto, tra post e shitpost. Qualche amico dice che la sua è una scelta calcolata: tra l’ennesimo libro di critica dell’esistente e il suo riflesso pop nello specchio deformante, il secondo vende meglio. E quindi è assurto agli onori delle cronache con un testo che, constatato lo stato di cose presenti, procede all’abile détournement dell’operaismo/post-operaismo — «è stata colpa nostra», viviamo un «dramma borghese», la nostra è una corsa al «consumo posizionale», la nostra vita è triste perché «abbiamo desiderato troppo». Quasi un’opera di trolling. Che, a giudicare dalla sua attività social, gli riesce pure parecchio bene.

III. Nemmeno due parole sulla «situazione italiana»

La soggettività prodotta (anche quando sedicente intellettuale) partecipa estatica allo spettacolo del proprio annientamento. Ormai non parla più, estraniata com’è da sé stessa e dalla propria condizione. Eppure articola, si dibatte, esprime: per quel gioco di prestigio che fa di tutto «una responsabilità individuale», è parlata dal linguaggio binario di un potere che si è imposto per saturazione oltre ogni possibilità di replica. Ecco l’aperto e il chiuso (i porti), ecco il pro e il contro, ecco la fake news e il fact checking. Ecco Cesare Battisti, ecco Barabba. Ecco la verità e la menzogna insieme. Ecco l’opinione che maschera l’impotenza.

Non c’è da stupirsi se Salvini appare anche nei meme. È la conseguenza inevitabile della sua superimposizione come pura presenza. Non si può dire che non abbia ben interpretato l’espressione «fare i conti con ciò che c’è». Non riusciamo ad alzare lo sguardo quando le procure comminano le loro misure repressive com’è successo recentemente a Torino, per fare solo un esempio quando le città vengono militarizzate, quando gli sgomberi si estendono nei quartieri sempre più lindi e più pinti… e nei nostri volti sempre più smarriti.

Lasciamo stare la tristezza desolante negli occhi dei pupazzi umanoidi a molla, con le loro frasi preregistrate. Parlo — con la mia totale complicità e sostegno a tutte le situazioni e le singolarità in lotta — delle desolate torri d’avorio. Delle coscienze infelici. Di compagne e compagni che presentono o esperiscono altre forme di vita, ma che nella quotidianità si trovano:

1) In una lotta all’ultimo sangue contro la repressione, l’indifferenza, la sempre più desolante distanza che (per quanto si possa argomentare) separa la provincia, la percezione sfigante di sé, dei propri spazi e dei propri tempi. Contro il ripiego verso forme di amicizia su basi politiche, ma non politiche;

2) Catapultati in una molteplicità di situazioni che dà modo di percepire ciò che c’è, guardare davvero, riconoscere immediatamente l’amicizia politica, ma non riuscire a darle corpo in una dimensione duratura — non avere la radicalità di operare una rottura puramente positiva con questo mondo;

Senza contare chi non si degna nemmeno di guardare e guardarsi.

Ecco quindi cosa direi se dovessi esprimermi sulla «situazione italiana» — ma già dirlo, situazione italiana, mi dà i brividi. È che non posso pensare consapevolmente a cosa è «la situazione italiana» se non ponendomi due problemi: uno categoriale quali elementi assegnerò al suo insieme e uno focalechi definisce questo insieme? Io? Altri per tramite di me? Questa combinazione di problemi può reiterarsi all’infinito, estendersi a dismisura in altri problemucci come «cosa vuol dire Io?», eccetera. Per venire poi sbalzata al di là ogni possibilità di guardare.

E lo fa. Si chiama metafisica. Il si passivante. Nascere in un mondo che ci assegna un’individualità accecante e insegna pure a negarla ogni qual volta si possa non poteva che condurci al paradosso. È un pattern molto semplice, un errore di programmazione che dà luogo a vere e proprie cacce al tesoro: un procedimento che glitcha la realtà (dove glitch, in questo caso, è un’anomalia o un errore imprevisto che altera il funzionamento di un videogioco). Quando si scopre un glitch, il gioco cambia per sempre la percezione che ne abbiamo. Da quel momento in poi, il suo spettro alberga sempre in potenza come scorciatoia o banalizzazione.

Così è la realtà che attraversiamo. E così è l’atteggiamento di tante compagne e compagni che cominciano tentando di attraversare l’estremo détournement e bucare lo spettacolo, per finire poi nel gorgo dello scherzo infinito. Lo spettro di Raffaele Alberto in arte Eschaton è riuscire a tenere l’altezza della situazione solo per tramutarla in gioco estetico o morale, in una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo. Alla costante ricerca di nuovi glitch.

E ora, come in uno Shyamalan twist, cosa scopriremo alla fine? Che lo stato di cose presente, nel suo paiolo di discorsi contraddittori, ha in realtà tentato di modellare anche noi a loro immagine e somiglianza? Che alla fine eravamo anche noi morti, frammentati, desolati, muti e parlati tutto questo tempo, come Bruce Willis nel Sesto senso? Siamo anche noi fatti della stessa sostanza dei meme?
Bisogna camminare sulla fune.

In un mondo in cui tutti recitano, in cui tutti si mettono in scena, in cui tanto più si comunica quanto meno ci si dice, la sola parola — «verità» — raggela, infastidisce e suscita ilarità. Tutto ciò che quest’epoca ha di social ha preso il vizio di zoppicare sulle stampelle della menzogna, tanto da non poterle più lasciare.
Non bisogna «annunciare la verità». Annunciarla a chi non ne sopporterebbe la più infima dose vuol dire solo esporsi alla loro vendetta. […] non pretendiamo in alcun caso di dire «la verità», ma la percezione che abbiamo del mondo, ciò in cui crediamo, ciò che ci tiene vivi e in piedi. Tirando il collo al luogo comune, diciamo che le verità sono molteplici, ma la menzogna è una sola, perché universalmente coalizzata contro la più piccola verità che emerga.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Mattatoio #2

Un mattatoio destituito. Non più brandelli ma ricomposizioni, non più morte ma forme di vita.

di Vultlarp

Complicità (I)

Ai penalmente perseguiti in vista di

non si sa bene

A chi compare immediatamente

e immediatamente riscompare

Ai custoditi come i segreti

Ai tenuti d’occhio

Ai guardati a vista

Benedetti, voi che ossessionate gli aguzzini

con la vostra incessante bellezza

Enrico iv, parte i, atto quinto, scena 1-2

 

Sorge il sole sul campo della battaglia; ma è un sole tenue, rosso sangue, sfocato dalle nuvole.

— Brutto segno, — sospira Hal.

Henry lo guarda storto.

— Sì. Per chi perde.

Due ambasciatori dall’accampamento ribelle. Sono qui per parlare.

— Vedo che si può ancora risolverla civilmente, Worcester.

I due uomini si guardano. Esitano.

— Purtroppo no, Sire.

— Cosa? Non siete qui per ritirare le minacce? Per tornare tranquilli a casa vostra? Per smetterla di fare le schegge impazzite?

È Worcester che parla: — Avrei tanto voluto. Ma non me la sono cercata io, questa guerra.

— Non te la sei cercata. E come l’hai trovata, allora?

— ‘A rivolta stava in miezz’ ‘a via, — sghignazza Falstaff in napoletano, — E lui l’ha raccorta.

— Taci, deficiente, — sibila Hal.

— Piacque a Sua Maestà di volgere lo sguardo altrove che da noi, — continua Worcester, — ma devo dirlo: senza di noi, non sareste niente. Raccolto con il cucchiaino che eravate un bandito che voleva ritornare a casa. «Solo questo», dicevate a Doncaster, «questo, e i miei titoli». E va bene. Riccardo era in Irlanda. «Aiutiamolo», ci siamo detti. E poi? Fiumi di buona sorte. Il regno allo sbando, Riccardo che non torna più, la gente che vi acclama. Che vi dice «usurpate il trono». Che vi dice «siete il nostro re». E voi che umilmente lo accettate. Salvo poi voltarci le spalle. No: se siamo qui oggi, è perché ci abbiamo già provato, a «risolverla civilmente».
— Ah sì?, — sbotta Henry, — ma certo. Chiaro. Voi fareste di tutto per il potere. Qualsiasi scusa è buona. Queste cose le avete scritte su facebook, vero? Siete andati a dirle nelle piazze e nelle AG, no? Le avete prese e colorate di giallo per abbindolare i disgraziati e gli scontenti che ogni volta esultano e si sfregano le mani a sentir parlare di rivolta. Alle vostre insurrezioni non mancano mai i colori sgargianti, né i pezzenti pronti a farle. Voi, bastardi affamati di caos e distruzione. Ma stavolta vi fottete, stronzi: Hal, prepara i blindati! E se qualcuno scende in piazza, domani, gli spariamo coi fucili veri.

*

Un altro atto quinto?

 

Ok, questa forse Enrico iv non l’ha detta — ma rende l’idea delle intimidazioni diffuse dal governo francese per tutta la prima settimana di dicembre.

Tornatevene a casa. Non venite a manifestare. Dimenticate Parigi, dimenticate noi, dimenticate la vostra rabbia. Sennò? Sennò toccherà a voi.

Le maschere cadono all’alba della protesta, e ci si guarda (di nuovo) negli occhi. Eppure, l’atto quarto si è tenuto. Inesorabile. In tutto l’esagono. E l’atto quinto ora si staglia sul calendario come una minaccia: «Nöel n’aura pas lieu!».

In questi giorni gialli in cui è successo di tutto (ma non tutto!), si è detto e scritto troppo per poterlo ancora fare a cuor leggero. Per poterlo ancora dire. È un fiume in piena. Una corrente che trascina a fondo.

Per questa volta, allora, perché non seguire questo fiume dalla sponda?

Prendiamo l’Enrico iv di Shakespeare, e se ne potrebbe parlarne per giorni. Lasciamo stare il fatto che qui solo ai nobili sia dato di parlare, o che siano tutti imparentati, o che tutti in fondo bramino il potere. Consideriamone la potenza latente, facciamo buon uso del campo di rovine — non riproporre il passato «come propriamente è stato», ma «impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante del pericolo».[1]

Prendiamo l’Enrico iv di Shakespeare, dicevo: dentro ci trovi una delle frasi più belle di sempre:

An’ if we live, we live to tread on kings;

Che in italiano diventa «E se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re». Un motto che alla(r)ga il cuore di ogni rivoluzionario. Un motto usato e abusato che ora per alcuni nostri amici ritorna a esprimere la potenza del movimento in corso in Francia.

Effettivamente non ci vuole molto a vedere in Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron di Andorra, venticinquesimo Presidente della Repubblica Francese, Co-principe del suddetto Principato, Protocanonico d’onore della Basilica di San Giovanni in Laterano, Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell’ordine della Legion d’Onore, ecc. ecc., qualcosa come un monarca… ma qui stiamo cercando di prenderla lateralmente. Dalla sponda.

È di letteratura che parliamo. Per interrogarne la potenza latente ci sono molti modi, ma principalmente due modi. O si rintracciano nei testi i segni di una permanenza, di una continuità, di un’identità — insomma, di una loro qualità inalterabile —, o se ne indagano gli scarti, le differenze, le sacche inesaurite, l’inespresso che si annida in ogni crepuscolo.

E questo fa tutta la differenza fra un reazionario e un rivoluzionario.

Ora: ben venga anche il più assurdo dei détournement, anche il più brutto (vedi pezzo sopra). Destituire significa anche questo: evadere dal panopticon del movimento dialettico — sia maledetto Hegel, ideatore del carcere perfetto del pensiero.

Però ho come l’impressione che questa frase shakespeariana, per quanto bella, dica le cose per metà.

È l’atto quinto del monumentale dramma storico. Hotspur, l’impulsivo nipote del conte di Worcester, è profondamente incazzato con Enrico per uno scambio di prigionieri. Nonostante il giovane si sia accollato il compito di sedare le rivolte scozzesi, ora il re non vuole riscattare il fratello di sua moglie, prigioniero in Galles, e pretende pure che gli vengano consegnati gli altri ostaggi.  È solo l’ultimo di una serie di oltraggi e voltafaccia del monarca che ha usurpato il trono di Riccardo ii. Minacciato e insultato, Hotspur e la sua famiglia decidono di allearsi con gallesi e scozzesi e farla pagare a quel «cancaro ingrato di un Bolingbroke». Testualmente.

Ora Worcester e Vernon — vecchi e imbolsiti cortigiani — stanno tornando dal colloquio con il re, decisi a non riferire nulla dell’ambasceria. Hanno paura che Hotspur accetti la tregua. Che il re lo perdoni per la sua giovane età e condanni invece loro. E così mentono, dicendogli che è il re stesso a muovergli guerra.

È allora che Hotspur non ci vede più fuori, raduna i soldati, chiama alle armi. Il suo personaggio è l’illetterato per eccellenza. Detesta i poeti e la poesia, è tutto guerra e azione, si considera un pessimo oratore e un arringatore di folle ancora peggiore. Eppure è attraverso di lui che Shakespeare convoglia qui molto del suo lirismo.

Non saprà parlare bene, Hotspur, ma sicuramente abbastanza da dire, appunto:

Ah, signori, il tempo della vita è così breve; ma se la vivi vergognosamente, stai sprecando tempo. Se anche la lancetta si fermasse sul quadrante dopo un’ora sola, sarebbe stato troppo. E se viviamo, viviamo per schiacciare i re; se moriamo, sarà una bella morte se con noi muoiono i principi.

Due cose importantissime, qui.

  1. Che la vita — la forma di vita, diremmo noi — è insurrezione, oppure non è. E che se è morte, è morte che trascina con sé il principe, l’erede, che lascia il potere senza successore.
  2. Che la vita non è che il particolare qui e ora in cui consistiamo. Nell’accampamento, alla vigilia della battaglia, il tempo possibile si esaurisce come la candela che brucia dai due lati, e tradisce l’inganno delle sue eternità circolari — il passato e il futuro. Non resta che quello che c’è, un’attualità della presenza che permea tutta la vita. «Se viviamo, viviamo per schiacciare i re», e non un particolare re (colui che stiamo per combattere). La vita ritorna ad essere espressa unicamente attraverso ciò in cui si consiste. Hotspur è questo: la fine del tempo. Il messianico. È tra gli altri Guy Debord, a servirsi della frase per aprire il quinto capitolo della sua Società dello spettacolo; e non è un caso che si parli di Tempo e storia in rapporto al potere. Anche in questo senso, Hotspur dice cose interessanti… per un’altra volta.

Oh, Harry. Ti sei preso la mia giovinezza. Posso sopportare la perdita della mia fragile vita, ma non quella dell’onore che mi hai vinto: quella brucia i miei pensieri più della tua spada nella carne. Ma il pensiero dipende dalla vita, e la vita dal tempo — e il tempo, che guarda tutto il mondo scorrere, finirà anche lui, alla fine. Oh, potrei fare profezie, ma la fredda mano della morte frena la mia lingua. No, Percy. Sei polvere, e cibo per i —.

Spoiler alert: Hotspur morirà prima della fine dell’atto. Ucciso proprio dal principe Hal. E morendo darà di nuovo prova di quel che fa di lui «un cattivo oratore». Oltre alla ricorrenza del numero cinque, resta dunque il proposito fallito di Hotspur — poetico, certo, ma fallito. Resta l’ennesima battaglia persa contro i regnanti, una potenza repressa. Fine del messianico, ripristino del grande inganno.

Noi però vogliamo capovolgere la storia, sovvertirne l’ordine imposto: e Hotspur ritorna per sempre lì, nell’atto di proferire quella frase, cristallizzato in quel divenire che fa delle sue parole una poesia e del loro senso un protendersi incessante verso altre possibilità. Non dobbiamo scordare che, in fondo, ha vissuto una vita intera a combattere i re.

Salvo poi commettere l’errore di aiutare uno di loro a diventarlo.

Il dubbio assale ancora. E, se questo trip non ci ha stufati, forse prima o poi ci chiederemo se siamo poi sicuri che Hotspur sia un esempio in questa storia. È una cosa che Shakespeare cerca di dirci anche attraverso i nomi dei protagonisti, che si ripetono instancabilmente. Lo puoi chiamare Henry (come il re), Harry (come il futuro Enrico v e Hotspur) o Hal (altro nome il futuro monarca): sono tutte facce dello stesso identico potere, che sempre si rimodula. Lo scontro tra i «two Harrys that cannot share one land» esprime proprio questo sentimento di sostanziale identità.

Noi però, eredi del post-strutturalismo, siamo dalla parte del lettore: è chi legge che ricostruisce il testo, lo ricrea e ne fa ciò che meglio reputa. Quindi che importa chi ha pronunciato quella frase? Che importa il quando? O il come? Se qualcosa riesce ancora a debordare se stessa e il proprio senso — un senso che sempre allontana come la museruola dell’intelletto sistematico — allora significa che la sua potenza non si era esaurita. Può essere una frase come un gesto.

Eppure.

Eppure c’è che, a volerla vedere così, è un’altra la frase che ora riemerge, e che sembra adatta più di altre a dire qualcosa di incisivo su questo nostro tempo. È la frase che chi scrive ha malamente volto in napoletano. A pronunciarla è Falstaff:

Rebellion lay in his way, and he found it.

Non so perché, ma ora simpatizzo con questo cavaliere balordo, con questo gigantesco ladro ubriacone e vigliacco. Sì, perché Falstaff sfodera l’arma più tagliente di tutte: l’ironia. Un’ironia tanto più forte in quanto scheggia di verità.

Sulla sua figura di anti-eroe profondo convergono i tratti di un modo dell’esistere unico, difficilmente concepibile al di là del suo nome proprio; a suo modo re, come Henry e Hal, e come loro a suo modo impostore e usurpatore, Falstaff è un personaggio grottesco che sembra racchiudere entro i suoi giganteschi limiti tutto il suo tempo: ma è un tempo che sembra al contempo inghiottire, esibendolo e questionandolo interamente.

Attorno al testo, si combatte una guerra; si adducono motivazioni, si imbastiscono le verità, si consolidano i discorsi: è questo mondo. E ciò da questo mondo sorge è la poesia, se ci va bene, che lo incorpora e lo reinventa, che anzi ne esibisce la struttura stessa. L’aforisma di Hotspur ne è un esempio.

È invece all’interno del testo propriamente detto, ossia nei suoi bacini differenziali — nella sua non-lingua, nel procedere non info-comunicativo della parola, nelle variazioni trasversali di una macrostruttura che sempre tiene (ma che ne mostrano le vie d’uscita) — è lì che l’ironia shakespeariana dice una verità sulla rottura in corso. Un rapporto ineludibile con ciò che c’è.

Come siamo giunti fino a qui?

La rivolta stava in mezzo alla strada. E noi l’abbiamo trovata. E raccolta — confusa com’era, precaria com’era.

Sipario.

All’atto quinto.

Sorga il sole dei vincitori.

Complicità (II)

E voi

feriti massacrati mutilati

rastrellati ginocchioni e mani a terra

Siete la storia di ogni giorno che ritorna dall’altrove

E Voi

che vi fondete nella pioggia

che piangete lacrime di fuoco nella nebbia

Voi, che la furia del pavé scagliato in aria

non vi ha mai sfiorato

Siano altri gli sguardi che vi fissano

altre le mani che vi stringono

Nessuna la parola che vi dica

[1] Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice, p. 32. Le citazioni sono tratte dalla sesta tesi sulla filosofia della storia di Walter Benjamin.

Viva la rivoluzione impura!

Alcuni mesi fa, durante le ultime manifestazioni del movimento contro la Loi Travail, scrivevamo su Qui e Ora :

Dopo molti anni di frequentazione ci pare di aver capito una cosa dei modi di apparizione dei movimenti in Francia e cioè la presenza ineliminabile dello spettro della Rivoluzione nell’arena pubblica francese. Quello che appare come il loro «radicalismo» viene dal fatto che quando un movimento prende respiro, coloro che pensano dentro di esso non si pongono l’obiettivo di raggiungere un qualche risultato esteriore – una legge in meno o in più etc. – ma pensano da subito a come fare la rivoluzione. Quel tanto o poco di ritualità che caratterizza i movimenti francesi – le barricate, le ondate di scritte sui muri, la comparsa di tribuni, etc. – deriva proprio dal voler ogni volta ripetere il gesto inaugurale del rovesciamento dell’ordine in vigore. La citazione del passato – la presa della Bastiglia, la Comune, il Maggio 68 – è all’ordine del giorno. C’è da dire che lo spettro della Rivoluzione, e in particolare del 1793, ossessiona anche i governanti e ciò spiega anche la loro radicalizzazione nello scontro. Nessun capo del governo ama immaginarsi senza testa.

Gettando un rapido sguardo su queste ultime settimane, lo slancio insurrezionale dei gilets jaunes conferma, una volta di più, quella lettura: il ruolo poietico che il mito della Rivoluzione continua ad avere nello svolgimento della conflittualità storica in Francia. Ma non è sufficiente e sarebbe ingannevole fermarsi a questa constatazione. Bisogna anche guardare a sequenze storiche più brevi e recenti. Poiché è un’altra evidenza eclatante che l’attuale conflitto politico – questo in corso non è il classico movimento sociale – non poteva che ricominciare, nella sua espressione pratica, dal livello di scontro del precedente, quello contro la Loi Travail, e portarlo ancora più in là, farlo esplodere oltre ogni sorta di mediazione, fosse anche quella dell’estrema sinistra, degli autonomi, degli anarchici o chi per loro. E non parliamo nemmeno dei campioni del tradimento, le centrali sindacali cioè. E dunque il blocco e non il corteo, la sommossa e non la manifestazione, la sovversione diffusa e non lo sciopero generale.

Forse in molti ricorderanno quando anni fa, in occasione della rivolta delle banlieues e poi contro il CPE, tra il 2005 e il 2006, qui in Italia si diceva nei circoli movimentisti, con un atteggiamento a metà tra la sufficienza e l’invidia, «eh, ma la Francia è sempre così, una bella fiammata e poi anni di silenzio e di nulla». Ma la verità è che era iniziato il tempo del silenzio e del nulla qui da noi, interrotto giusto da due o tre lampi violenti e brevissimi, e quello che con una certa arroganza viene in Italia eternamente chiamato “il movimento”, ovvero una piccola landa fangosa composta da collettivi post-tutto, diveniva sempre più incapace di leggere gli eventi, sempre più vigliacco, sempre più impotente. Per contro, successivamente, si è assistito di anno in anno a un continuo “provarci” dell’insurrezione in Francia, sbagliando e provandoci ancora, fino ad arrivare ad oggi, quando una nuova «rude razza pagana» sta facendo vacillare il governo con una potenza ancora mai sperimentata nelle piazze dell’Europa occidentale, quella civile, quella che comanda e anche, perché no, quella Erasmus. E questo senza che nessuna struttura organizzata, partiti sindacati o collettivi, abbia avuto alcun ruolo – e per fortuna! Nel caso dei gilets jaunes l’intelligenza tattica, difatti, non è delegata a nessuna struttura preesistente, ma è immanente alla presenza irriducibile del popolo nelle strade. Anni di prove e riprove hanno portato a illuminare a giorno quella che è una delle verità di quest’epoca: non esiste un soggetto rivoluzionario, non c’è più all’ordine del giorno la lotta di classe come la si rappresentava fino a cinquanta anni fa. Qualcosa che fa impazzire i marxisti di ogni parrocchia. È per questo che da un passato che non se n’è mai andato è tornato sulla scena il «popolo», in questo caso il popolo in tanto che classe della molteplicità, «classe universale» diceva Jacques Camatte.

Già, il popolo. Vi è una differenza qualitativa enorme tra il Popolo prodotto dalla politica, dal Governo, dall’economia, che venga da destra o da sinistra, e il popolo che prende forma nella rivolta. Certo, da tempo sappiamo quanto il termine “popolo” sia semanticamente confuso, quasi indecifrabile, quanto indichi più che un’unità la separazione interna ad ogni società:

Di volta in volta vessillo sanguinoso della reazione e insegna malcerta delle rivoluzioni e dei fronti popolari, il popolo contiene in ogni caso una scissione più originale di quella amico-nemico, una guerra civile incessante che lo divide più radicalmente di ogni conflitto e, insieme, lo tiene unito e costituisce più saldamente di qualunque identità. A ben guardare, anzi, ciò che Marx chiama lotta di classe e che, pur restando sostanzialmente indefinito, occupa un posto tanto centrale nel suo pensiero, non è altro che questa guerra intestina che divide ogni popolo e che avrà fine soltanto quando, nella società senza classi o nel regno messianico, Popolo e popolo coincideranno e non vi sarà più, propriamente, alcun popolo. (Giorgio Agamben)

Forse allora una prima grande lezione che bisognerebbe trarre da queste settimane sta nel fatto che è possibile battere il cosiddetto populismo che sta infettando il mondo e che questo sta avvenendo, qui e ora, attraverso la sola maniera possibile, ovvero tramite un popolo che approfondisce vertiginosamente la scissione originaria. Ciò che sta accadendo al di là delle Alpi, inoltre, dice un’altra cosa preziosa per chi ha a cuore il divenire rivoluzionario: per i rivoltosi non è la Francia ad essere una e indivisibile, bensì la Repubblica nata dalla rivoluzione e tuttavia, nella rivolta, ci si accorge ben presto che questo feticcio dell’unità/indivisibilità può divenire in breve tempo il limite di ogni rivoluzione, che quel progetto è stato e continua ad essere foriero di una tragedia senza fine. E dunque il popolo, quello con la minuscola, non può essere che una provvisoria molteplicità, un insieme di frammenti di vita che per un istante configura un mondo, il segnale che indica la biforcazione possibile, la secessione definitiva. Non è difficile accorgersi di questa molteplicità, basta osservare questi famosi gilet gialli. Se è vero che il gilet fluorescente unifica il popolo in rivolta cancellando ogni appartenenza sociale, è vero anche che quasi ogni gilet è marcato da una scritta, un segno, un qualcosa che lo rende singolare. L’essenziale non è in tutta la diversità che si può trovare in una massa in rivolta, ma nel modo in cui le singolarità qualunque riescono a comunicare tra loro. Non è l’esaltazione della “differenza” ma la comunabilità esistente tra esseri, cose, spiriti e parole a fare di un popolo qualcosa di rivoluzionario. La scoperta, sempre rinnovata, è che sì, è possibile battere chi comanda, chi decide sulle nostre vite, e le disprezza. Quello che stiamo vivendo è perciò un tournant eccezionalmente importante nel quadro di controrivoluzione globale nel quale ci troviamo.

Contro ogni istituzionalismo, quindi, è perfettamente inutile sperare in una stabilità del popolo:

Proprio per questo il popolo è temibile per i detentori di un potere che non lo riconosce: perché non si lascia cogliere, perché è la dissoluzione della realtà sociale e insieme la caparbia ostinazione a reinventarla in una sovranità che la legge non può circoscrivere, visto che rifiuta la legge pur mantenendosi come suo fondamento. (Maurice Blanchot)

Tanto più nessuna operazione politicista, come quella che si sta penosamente preparando in Italia con a capo il buffone napoletano e la coda formata dai collettivi di sinistra, non potrà per ben che vada produrre altro che un patetico simulacro di questo popolo insorgente. Che sarà anche confuso, rozzo, politicamente scorretto e ingenuo e che però è altrettanto determinato, coraggioso, solidale e rivoluzionario.

Queste qualità si sono potute osservare in certi comportamenti, come ad esempio nelle ore passate intorno a Place Saint Augustine, tra Boulevard Haussmann e Malesherbes lo scorso 8 dicembre. La polizia gasa, spara, irrora, la gente recula un po’, poi avanza ancora, quindi di nuovo un po’ indietro, ma non se ne va. Resta piantata lì finché, dopo delle ore, non giudica arrivato il momento di abbandonare la postazione e di lasciare nella loro grigia solitudine la polizia, la borghesia e il presidente. Ma è sempre lui, il popolo, che decide quando sciogliersi. È lui che ha in mano l’iniziativa. È ancora lui che decreta il livello di contro-violenza esprimibile in ciascuna situazione. È lui, il popolo, la situazione. Quando questo popolo che non è il Popolo arriverà a destituire il fondamento nel quale lui stesso è incluso tramite la sua esclusione, allora non solo non ci sarà più nessun popolo, ma nessun Governo, nessuno Stato, nessuna Legge.

Nulla in questo momento in Francia è maggiormente patetico dei collettivi di “movimento”, ognuno con la sua piccola identità, con la sua specificità, con la sua differenza, con il suo micromercato politico, affaccendati nel tentativo di posizionarsi non dentro ma a lato di un’insurrezione troppo impura per le loro fobie ideologiche, nella speranza di arraffare qualche piccolo spazio attraverso il quale mediatizzarsi per continuare a esistere. Le grandi assemblee di questi rimasugli dell’estrema sinistra e di orfani del cortège de tête, come quella tenutasi alla Bourse du Travail di Saint-Denis il 6 dicembre, sono lo spettacolo della loro decomposizione. Basta, è finita. Abbandonatevi al gioioso disastro dell’insurrezione. Scioglietevi nel popolo.

Ed è abbondantemente arrivata l’ora che qui da noi, in Italia, si facciano definitivamente i conti con questa verità. Le campane suonano a stormo.

Tra il mondo liberal-capitalista, il nostro mondo, e il presente dell’esigenza comunista (presente senza presenza), non c’è che il tramite di un disastro, di un cambiamento d’astro.

                                                                                                                                                        Maurice Blanchot

E il naufragar m’è dolce in questo mare. Per un’autonomia infinita.

 Di Fabrizio Bacciola

Delle generazioni militanti

Where have all the flowers gone? long time passing? Where have all the flowers gone long time ago? ( Peter Seeger )

Nel corso dei tempi, che ci siamo trovati a vivere, generazioni di giovani si sono affacciate sulla soglia dell’incessante confliggere tra gli esseri umani e alcuni tra questi si sono sentiti chiamati a dar voce ad una parte in conflitto, a riparare a qualche torto, a rimediare alle iniquità dell’esistenza dei più, seguendo l’onda e il ritmo delle lotte.

Questo prendere parte portava con sé la generosità degli anni giovanili e non di rado, per alcuni, coinvolgeva tutto il senso della loro vita, in alcuni casi, anche a rischio della vita stessa. L’insurrezione delle menti e dei corpi è sempre un momento felice, un incantesimo che ha l’ apparenza dell’eterno, un po’ simile, in questo, all’innamoramento. Ma, prima o poi, ogni generazione ha dovuto fare i conti con il momento della fine dell’incanto, della sconfitta, del perdurare delle iniquità che si erano credute di vincere. E la normalità, l’ordinario andare delle cose, ha ripreso il suo corso consueto. Tuttavia i momenti della sconfitta sono anche i momenti nei quali si è di nuovo chiamati a delle scelte. E’ una chiamata diversa dalla precedente. Se la prima possiede l’inconsapevole felicità dell’immediatezza e della spontaneità dei corpi in rivolta, la seconda è intrisa di malinconia e ripensamenti.

Difficile, in ogni caso, sottrarsi. Quando le parole prendono congedo dai fatti, quando le parole, che si erano dette, scritte mille volte, suonano false prima di tutto a noi stessi che le avevamo gridate tra il fumo dei lacrimogeni, e il loro senso, allora pieno, si trasforma sempre più in una vuota retorica, allora significa che si è giunti ad un punto di rottura. Succede al termine di ogni ciclo di lotte. Succede nella crisi politica ed esistenziale che sempre l’accompagna. Così Hugo von Hofmannsthal in quella Vienna dell’inizio del secolo passato, prefigurando la fine di un mondo al quale aveva appartenuto, descriveva questo venir meno del senso delle parole:

Allora, in una sorte di costante ebbrezza, tutto quanto esiste mi appariva come una grande unità: il mondo spirituale e quello fisico non mi sembravano giustapposti, né l’ essere cortese e quello animale, né l’ arte e la non arte, la solitudine e la compagnia; in tutto io sentivo la natura, nelle deviazioni della follia come nelle estreme raffinatezze di un cerimoniale spagnolo; nelle goffaggini di giovani contadini, non meno che nelle più dolci allegorie; e in tutta quanta la natura io sentivo me stesso(…) ma ora ho perduto ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento. Le parole astratte (…) mi si sfacevano nella bocca come funghi ammuffiti.(…) Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla si lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto.

Al termine di ogni stagione di lotte, si presentano, per chi le ha vissute, alternative individuali e collettive date da un’impellente necessità. Allora si rompono “i cordoni” una volta così compatti. Amici spezzano un vincolo che sembrava dovesse durare per sempre. Compagni abbandonano i luoghi, le ragioni che avevano difeso con passione in un tempo che appariva eterno e arriva, per molti, il momento di prendere congedo dalle lotte, dagli amici, dalla vita fin lì vissuta. Questo andarsene, questo prendere congedo, ha modalità diverse. C’è un congedarsi che non ha ritorno, che parte dalla consapevolezza che il mondo che abbiamo fin qui combattuto è più forte di noi, che tutte le nostre forze non sono state sufficienti a cambiarlo. Per alcuni, allora, il congedo assume l’aspetto di un rientro nella ‘normalità ‘, proprio là dove si era creduto di uscire per sempre. Come in un giro di valzer, si ritorna al punto di partenza. Ognuno riprende il posto che il destino, il caso, gli dei avevano assegnato nell’ordine gerarchico che costituisce il mondo. Chi più in alto nella scala sociale, chi più in basso, chi in un luogo sospeso, forse in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare. C’è però anche un congedarsi, più morbido, quasi inavvertito, silenzioso, che parte dalla convinzione, che lentamente si era insinuata dopo che gli ultimi fuochi spegnevano, che questo mondo può essere combattuto in una lotta estenuante, indefinita, in un tempo lungo, che nessuno è in grado di prevedere. Allora chi è di buona volontà, chi sente ancora l’eco di un’originaria chiamata, comincia a percorrere una strada diversa, più in sintonia con la ‘realtà’. Riparare i torti di questo mondo diventa il suo impegno, mettere dei rattoppi al mondo la sua priorità. A volte tutto questo si manifesta nel lavoro sindacale (la difesa dei più deboli), a volte nell’impegno politico (dare voce a chi non ha voce), talvolta nel volontariato dentro e fuori le istituzioni, ma sempre con la concretezza e il realismo di chi, finalmente, ha abbandonato l’ubriacatura sognante dei tempi appena trascorsi. La strada sembra più semplice. Il rischio però, in questo caso, è grande. E’ il rischio di confondersi sempre più con il mondo che si voleva combattere. Lentamente senza accorgersene ci si fa l’abitudine. Il realismo, a ben vedere, non è altro che questa abitudine. Una semplice modalità di sopravvivenza alle cose. Semplicemente, così come sono. Italo Calvino al termine di uno dei suoi racconti ne dà un immagine definitiva: “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”. La buona, vecchia o nuova, sinistra trova qui le sue antiche ragioni e non sempre sono ragioni ignobili.

Oppure? Oppure c’è un ‘noi che resta’. Un’ irriducibilità che non si trova pacificata, che riallaccia il rapporto con una storia discontinua. Una chiamata, che attraversa generazioni insorgenti, nel rifiuto del mondo, nella consonanza con gli ‘ultimi’, nella consapevolezza di stare in questo mondo  ma non di essere di questo mondo .

Proviamo a ripercorrere questo ragionamento in termini temporali. L’instabilità del mondo è sempre data dal continuo avvicendarsi di nuove generazioni insorgenti. Scopriamo continuamente, con stupore e con gioia, che il mondo è sempre gravido di sconnessioni e di sussulti.

” The time is out of joint. O cursed spite. That ever I was born to set it right” (i tempi sono fuori di sesto. Oh poveri noi. Essere nati per rimetterli a posto) proverà a dire, come Amleto, una nuova generazione insorgente che si affacciava alla storia del mondo dopo la fine delle rivolte degli anni Settanta. Alcune parole di quegli antichi anni erano davvero ammuffite, un po’ come le parole di Hofmannsthal, ma altre riprendevano nuova vita e altre ancora erano davvero nuove. Proprio là dove tutto sembrava finito, nell’occidente pacificato dal mercato, tutto riprendeva a correre di nuovo. Negli anni Novanta, alla fine del secolo, nuove generazioni, se ne infischiavano dalla ‘ fine della storia’ della ‘fine delle grandi narrazioni’, della’ fine delle ideologie’ di tutta quella paccottiglia che postmoderna che avevamo ingurgitato nei tristi anni Ottanta.  L’inverno era finito. E tutto sembrava riprendere slancio. La pratica delle lotte smentiva le teorie del nemico. Fuochi, bagliori di un nuovo inizio, nuove figure sociali emergevano sul nuovo terreno del conflitto. Là nel cuore delle metropoli del capitale la rivolta di Los Angeles segnava una tappa importante. I riots nelle metropoli, nei centri del potere mondiale avrebbero, d’ora in poi, inquietato i sonni dei potenti. Nello stesso tempo giungevano gli echi della rivoluzione zapatista dalla periferia del mondo dei ricchi, nel continente americano, dove si erano spenti gli ultimi fuochi guevaristi. E gli zapatisti ci insegnavano, nelle foreste del Chiapas, con le armi della critica e la critica delle armi, a ripensare al comunismo, oltre la tragedia del socialismo novecentesco, ad una rivoluzione senza la presa del potere, ad una rivoluzione senza Stato. Quel ‘camminare domandando’ che prefigurava un’aurorale rivolta destituente.

La narrazione dominante ci aveva detto che tutto era finito, che la storia era finita, che il mondo era giunto all’utopia concreta, all’unica utopia possibile. All’utopia della democrazia del mercato. Non era vero. Non poteva essere vero.

La rivolta di Seattle era una smentita pratica. Da lì in poi un nuovo movimento globale prenderà forma sempre ‘camminando domandando’. E quando la crisi del capitalismo si è data in tutta la sua violenza, un ciclo di lotte si è riaperto e nuove generazioni si sono affacciate alla rivoluzione. In un susseguirsi frenetico di nuove lotte e nuove generazioni. Nuovi fuochi accesi e nuove rivolte. Talvolta le generazioni più giovani riallacciavano una segreta cospirazione con parte di generazioni più antiche sopravvissute alle lotte, che si perdevano nel tramonto del Novecento. Là dove ci dice oggi Mario Tronti, con un’immagine bella e dolorosa, il rosso del sole che sembrava nascere si era confuso con il rosso del sole al tramonto. Quell’antica generazione che alla domanda ” Do you remember revolution? Rispondeva ancora ‘we remember ‘ pur nella fatica di aver vissuto quella storia in parte sconfitta. Tra malinconia e desiderio di rivolta. Pur nella lucida follia di un nuovo tentativo.

Da Seattle passando per le giornate di Genova e poi le rivolte nelle banlieus parigine e mille altri fuochi, passioni, lotte, hanno costellano l’inizio del millennio, con pratiche sempre meno rivendicative, sempre più destituenti. Solo il lavoro certosino dell’antropologo francese Alain Bertho può approssimativamente dare conto delle rivolte che hanno attraversato il nostro tempo. Il ‘tempo delle rivolte’.

Repressione e istituzionalizzazione dei movimenti sono state le risposte del nemico nei confronti di pratiche conflittuali che sperimentavano nuove forme di organizzazione, nuovi modi di stare insieme. Fuori la repressione ad opera degli apparati dello Stato. Dentro l’istituzionalizzazione ad opera della Sinistra. Nella crisi del 2007 una nuova generazione si affacciava alle lotte sociali: in Italia il movimento dell’Onda, la continuazione della lotta no- Tav in Val di Susa, le lotte per l’abitare e tanto ancora. E tutto intorno si sentivano gli echi che provenivano dall’insorgenza della Grecia, della Spagna, delle Primavere arabe. Un movimento rivoluzionario, senza frontiere, sembrava diffondersi a macchia d’olio, acquistare forza, consapevolezza, continuità… Di nuovo repressione e istituzionalizzazione sono state le risposte del nemico. Risposte consuete, risposte potenti, risposte vincenti. Perché? Qui il rompicapo, qui il nodo da sciogliere.

Dentro questa fase una nuova generazione sperimentava, nello stesso tempo, la dolcezza della lotta e il dolore della sconfitta. La tenuta di una comunità combattente e il suo disperdersi tra sconforto e malinconia. Stop and go. Questa è la storia che abbiamo vissuto, questa la condizione che ci troviamo ancora a vivere. Il noi che resta fa i conti con questa storia. Con i casi, gli incontri, gli inciampi, le intensità vissute. Capire tutto questo, farne un nostro prezioso tesoro, è forse il compito che ci possiamo dare. Qui, ora, nella vita che viviamo, nelle lotte che portiamo avanti, tra malinconia e nuovo desiderio di rivolta.

Come provava a spiegarci, qualche tempo fa, uno dei nostri cattivi maestri:

Ciò che è interessante non è mai il modo in cui qualcuno comincia o finisce. L’interessante è in mezzo, ciò che succede nel mezzo (au milieu). Tutti sognano spesso di cominciare o ricominciare da zero; ma hanno anche paura di dove arriveranno, del punto finale. Pensano in termini d’avvenire o di passato, ma il passato, e anche l’avvenire, è storia. Ciò che conta, invece, è il divenire: divenire-rivoluzionario, e non l’avvenire o il passato della rivoluzione. E il mezzo, non vuol dire affatto essere nel proprio tempo, essere del proprio tempo, essere storico; al contrario. E’ ciò per cui i tempi più diversi comunicano. Non è né lo storico, né l’eterno, ma l’intempestivo. (Deleuze.)

Il noi che resta.

 Nel tempo di ora si è prodotto un resto.

Paolo di Tarso

Il resto, mi pare sia il problema che abbiamo davanti, detto in altri termini, è il problema di un’inimicizia ontologica, che persiste, nonostante tutte le sconfitte, nei confronti di questo mondo.

Il noi che resta è l’inconciliabilità che vive nelle pieghe di un mondo apparentemente pacificato. E’ la presenza spettrale, ma tangibile, di una sconnessione che assume volti diversi. Il volto di chi si sente escluso, perché diverso, perché povero, perché straniero, perché matto. Il volto di chi sente che la propria vita è priva di senso, perché casa, lavoro,famiglia, consumo, diventano  ogni giorno sempre più un incubo e sempre meno un piacere. Il volto di quella ‘solitudine immensa’ nel mondo dominato dalla merce, dalla produzione, dal consumo che rende insignificante le relazioni, gli affetti. il piacere della vita e ci condanna  tutti, in diversa misura, all’infelicità.

Il noi che resta è quel processo che Deleuze e Guattari indicano come un divenire-minoranza. Non essere minoritari. Divenire-minoranza non  è il compiacimento machista dell’essere pochi ma buoni, né il compiacimento masochistico degli eterni perdenti, così caro alla sinistra più o meno radicale. Si diventa minoranza in un processo costruttivo, nel gesto di scissione dal tutto, dal potere che ci lega, che ci tiene insieme, che ci unisce forzatamente. Minoranza non è, in questo caso, una porzione numerica, ma è il processo di scissione che avviene dentro e contro il potere. E’ una prova di forza. E’ potenza allo stato puro.

Le minoranze e le maggioranze non si distinguono dal numero. Una minoranza può essere più numerosa di una maggioranza. Ciò che definisce una maggioranza è un modello al quale bisogna conformarsi: per esempio il maschio, adulto europeo, che vive in città… Finché una minoranza non ha un modello è un divenire, un processo. Si può dire che la maggioranza sia nessuno. Tutti, chi per un verso chi per un altro, sono presi da un divenire minoritario, che li trascinerebbe verso strade sconosciute, se solo decidessero di abbandonarvisi. Deleuze

Il noi che resta è la prefigurazione dei possibili incontri tra le soggettività spettrali che popolano il nostro mondo, incontri delle solitudini metropolitane, creazione di amicizie cospirative. Scriveva Franti, in un volantino, alcuni mesi fa :

Nell’ apparente normalità delle nostra metropoli, scandita dal ritmo monotono di lavoro-consumo-lavoro, si aggirano spettri che, spesso nell’anonimato, odiano il lavoro che hanno e quello che non hanno, disprezzano i loro superiori, praticano il furto nei supermercati, occupano abusivamente le case, sono dei sistematici assenteisti, non tollerano il decoro della città. Gli ultimi di questa schiera vivono ai margini della metropoli, senza diritti, e si riconoscono perché il loro aspetto, il loro comportamento, i loro abiti, il colore della pelle, la lingua rivelano immediatamente la loro condizione. Altri sono ben nascosti sotto l’aspetto rassicurante del ‘ buon cittadino’ del ‘buon lavoratore’, dello studente. Spesso non si conoscono, talvolta formano dei piccoli gruppi, altre volte diffidano l’uno dell’altro, ma ciò nonostante esistono, erodono nei comportamenti la sicurezza depotere e, quel che più importante, riescono persino a prefigurare un altro modo di vivere nella metropoli .

Il noi che resta è la pratica dell’abbandono, dell’esodo, della sottrazione. Del vuoto che ci libera dal potere. Costruire questo vuoto significa riconoscere gli amici. Non solo i compagni. I compagni sono necessari, scambiare il pane quando si ha fame è necessario e cosa buona, risponde ad un bisogno. Ma quando il bisogno cessa possono finire anche le ragioni dello stare insieme. L’amicizia è qualcosa di diverso, vive di desideri non di bisogni.

Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce. Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l’uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all’amico: l’amico è, infatti, un altro se stesso. E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere è desiderabile, così – o quasi – è per l’amico. L’esistenza è desiderabile perché si sente che essa è una cosa buona e questa sensazione è in sé dolce. Anche per l’amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell’ avere in comune azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non come per il bestiame, che condividono il pascolo. Amicizia è, infatti, una comunità e, come avviene rispetto a se stessi, cos’ anche per l’amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere è desiderabile, così anche sarà per l’amico. (Aristotele)

Trovare amicizia è la pratica del resto. E’ il problema dell’organizzazione. Si potrebbe persino dire che è il problema della costruzione del nostro partito (cioè dell’organizzazione della parte, della nostra parte) se la parola non fosse stata così inquinata e dunque invisa ai più. La metropoli è piena di resti, di sconnessioni, di conflitti silenti ma costanti. Il problema è saperli riconoscere, saperli far vivere. L’annosa questione dell’organizzazione può essere per noi solo l’organizzazione della parte, il processo di contaminazione dei resti. L’organizzazione non è uno strumento esterno alla parte, non sta più avanti, o più in alto, non è la parte più cosciente, ma è il coagulo della cosa stessa e il processo di esodo organizzato, fare vuoto, procedere per disgiunzioni e nuove connessioni.

Il noi che resta è il divenire poveri. Non il compiacimento pauperistico ma la ricchezza dell’essere in comune. Povero è la potenza del comune (solo una lunga pratica del nemico ha ridotto il povero a misero, ad un modo di esistenza infelice perché sta al di là del lavoro e della merce). Povero è l’inappropriabile contro l’appropriazione del mondo. Povero è l’allusione della vita in-comune, contro il possesso delle cose, contro il nomos della terra. Al mondo come accumulo di merci, il divenire -povero contrappone l’accumulo degli affetti, la ricerca non del necessario ma del non necessario. Per questo dobbiamo riappropriarci di questa parola, per questo è necessario toglierla dalle mani del nemico, che fa della lotta alla povertà lo strumento di distruzione delle forme comunitarie dell’esistenza. Divenire-poveri è prendere congedo dai giorni vuoti, inutili,  scanditi dalle due divinità del nostro tempo : il lavoro e il consumo; è la critica pratica dell’individuo proprietario dentro ognuno di noi; è la via dell’abbandono , il passaggio dall’ avere all’ essere.  “Chiunque sia così uscito da se stesso sarà veramente reso a se stesso”, Meister Eckhart . In questo senso povero è una categoria potente, non tanto sul piano sociologico ma su quello propriamente ontologico . ‘Beati i poveri…. Perché di loro sarà il regno’

Il noi che resta pone il problema immanente e imprescindibile del comunismo. Prima e dopo la storia del movimento operaio. Prima e dopo la sua tragedia novecentesca. Un filo rosso discontinuo che attraversa la storia moderna, che attraversa forse la storia dell’occidente. Ne sentiamo echi lontani, forse lontanissimi. Il grido dei contadini tedeschi al tempo di Thomas Münzer non ha smesso di risuonarci nelle orecchie: ” Omnia sunt communia”. Echi lontani che non hanno smesso di farsi ancora sentire. Il comunismo resta per noi quello che era per Marx ed Engels nei loro momenti più felici

 Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.  Marx-Engels

La metropoli è il luogo dell’emergere di un noi che resta

Nella desolazione della metropoli, nel suo espandersi senza più limiti, nella sua continua frantumazione, nelle sue solitudini immense, possiamo trovare le ragioni della potenza del noi che resta.

Il noi che resta vive nella metropoli, ne segue il ritmo, non è altro che una parte della metropoli stessa, non è un fuori, non è la parte cosciente, non è l’avanguardia, è solo parte che cerca di sottrarsi, in qual forma che sia, alla presa di questo mondo.

Non facciamoci ingannare dall’apparenza. La metropoli pacificata, la metropoli che integra, la metropoli smart è solo l’apparenza visibile che occulta un’altra metropoli nascosta. La metropoli delle periferie, del lavoro precario, dei senza casa, del lavoro salariato, dei migranti, dei poveri, un mondo frammentato, che vive di luce riflessa, nello sforzo sempre deluso di integrarsi, confondersi, imitare il mondo dei potenti. Una massa informe di solitudini sempre tesa tra integrazione e rifiuto.

Dentro la metropoli chiamiamo movimento l’organizzazione collettiva della scissione, della separazione, dell’abbandono. Contro l’integrazione della periferia al centro, contro il rammendo, contro la gentrification, movimento è la costruzione di un luogo dell’abitare, che vive di una vita totalmente altra rispetto al lavoro e al consumo. Movimento non è quello che siamo soliti chiamare ‘movimento’, composto da piccoli ceti politici litigiosi in cerca di una qualche visibilità. Movimento dentro la metropoli è il processo che scinde la città in due. Non è il diritto alla città, non è la cittadinanza allargata, ma è la centralità dell’inappropriabile che sta al di là di ogni diritto.

Se il movimento è il processo che tende verso la separazione delle due città, questo movimento si nutre del conflitto ma non si esaurisce in questo. Il conflitto senza le pratiche dell’esodo resta impigliato dentro questo mondo. La società del capitale vive di conflitti, fa del conflitto un elemento dinamico. Un grande nostro nemico, l’economista John Maynard Keynes, dentro l’irrisolutezza della crisi del capitalismo, la crisi del ’29, aveva genialmente capito che persino la lotta di classe può essere funzionale al capitalismo, può trasformarsi in un motore interno del processo di valorizzazione del capitale. Il conflitto è il momento della necessità ma l’esodo è il momento della libertà, dell’autonomia infinita che non può essere recuperata.

Il conflitto ha dei limiti che nel praticarlo dobbiamo saper riconoscere. Quando lottiamo per l’aumento salariale, siamo ancora dentro il mondo delle merci, quando lottiamo per il nostro posto di lavoro siamo ancora dentro il rapporto capitalistico di lavoro, quando lottiamo per la difesa della scuola pubblica siamo ancora dentro la cultura dominante e le sue forme di trasmissione, quando lottiamo per la casa siamo ancora dentro il sistema patriarcale e familista.

Il problema è come trasformare il conflitto in vero è proprio esodo, come la lotta sul lavoro si possa trasformare in rifiuto del lavoro, come la lotta per l’abitare sia in grado di costruire forme di vita oltre la famiglia e il patriarcato, come la lotta nella scuola distrugga il rapporto del sapere con il potere.

Forse il limite delle nostre lotte, delle lotte degli ultimi anni, delle loro sconfitte è che abbiamo insistito sul conflitto ma abbiamo perso di vista l’esodo, le pratiche dell’autonomia, cioè la costruzione di una comunità. Scontiamo delle sconfitte che oggi ci pesano e spiegano in parte il nostro ripiegamento, la nostra debolezza attuale. ‘Noi la crisi non la paghiamo’ avevamo gridato nelle piazze. In realtà l’abbiamo pagata non solo in termini politici ma soprattutto in termini esistenziali.  La società del capitale è stata all’altezza della sua crisi. Il neoliberismo ha dettato le sue leggi non solo economiche ma anche filosofiche. Da qui la crisi delle forme organizzate che il movimento si era dato negli ultimi vent’anni, da qui il ripiegamento dentro fortini sempre più precari, sempre più infiltrati dalla cultura che si voleva combattere. Siamo diventati gestori di discoteche, di bar, di luoghi del divertimento, piccoli imprenditori di noi stessi e poi, piano piano, anche imprenditori di altri.

Viviamo di amori disperati

 la speranza è il peggiore dei mali perché prolunga i tormenti degli uomini  

F. Nietzsche

Il noi che resta vive di amori disperati. La speranza, questo vecchio malsano vizio della sinistra, ci soffoca, ci rende impotenti, non ci permette di vedere ciò che di ricco, di bello sta attorno a noi, ci rende ciechi nei confronti del presente. La speranza popola il mondo di passioni tristi. Succede quando si ama qualcuno che non vuole amarti, che non può amarti. Allora il rischio è sperare che quell’amore impossibile diventi possibile, ma in questo caso la speranza blocca la vita, tutto ciò che ci circonda perde valore,  l’unica cosa importante, la sola, diventa la speranza in un amore possibile posticipato in un futuro indefinito. Solo la disperazione ci rende liberi di guardare ciò che abbiamo intorno. Solo l’amore disperato apre la possibilità all’amore del presente. Solo quell’ amore noi possiamo, noi dobbiamo praticare.

Tu dici che vedrai un giorno Dio e la sua luce? Stolto, non lo vedrai mai, se non lo vedi già ora. Silesius

Gli amori disperati vivono sempre dentro due possibilità: lasciarsi annichilire, vedere solo quel nero che acceca, che toglie senso alla vita o costruire sulle macerie pertugi, vicoli, aperture. Fare delle macerie, come indicava Walter Benjamin, la nostra ricchezza. Il noi che resta vive tra macerie e disperazione, ma può costruire sentieri tra macerie.

Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poiché vede dappertutto delle vie, deve anche dappertutto sgombrare la strada (…) Poiché dappertutto vede vie, egli sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso. W. Benjamin

Forse oggi la nostra condizione assomiglia a quella che Leopardi descriveva in uno dei suoi momenti lirici più belli: immagina Colombo in navigazione, nel suo primo viaggio verso terre incognite, in una notte, discutere, con l’amico Guttierez, sull’ incertezza di quel viaggiare e sulle ragioni di quell’incerto andare

Guttierez. Di modo che tu, in sostanza, hai posto la tua vita, e quella de’ tuoi compagni, in sul fondamento di una semplice opinione speculativa.

Colombo. Così è: non posso negare. Ma, lasciando da parte il fatto che gli uomini tutto giorno si mettono a pericolo della vita con fondamenti più deboli di gran lunga, e per cose di piccolissimo conto, o anche senza pensarlo; considera un poco. Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su questa nave, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezze e pericolo (…) Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che essa ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.

Giacomo Leopardi

Forse la nostra navigazione (chiamiamola pure movimento, chiamiamola autonomia infinita) può riprendere da qui, in questa immersione nell’ essere, in questo mare che è, in definitiva, solo la nostra vita e la ricerca della sua dolcezza.

COSTRUIRE IL FUOCO E NON ADORARNE LE CENERI

di  Rattas de ciudad

Note sul movimento studentesco in Messico

Sono le 3:30 del pomeriggio, è il 3 settembre 2018, siamo in una delle più grandi metropoli del mondo: Città del Messico. 

Una manifestazione studentesca inizia ad organizzarsi, si dirige verso la torre del Rettorato, il simbolo più evidente dell’ordine gerarchico dentro l’ UNAM, la più grande università pubblica Messicana, che ha anche un ampio settore di istruzione secondaria.

Studenti del colleggio CCH Oriente, Vallejo e Naucalpan, insieme alle scuole secondarie numero 5, 6 e 9, e la Facoltà di Lettere, sono tutti riuniti per sostenere le richieste dei CCH Azcapotzalco. 

Alle loro richieste si sono uniti studenti della CCH Oriente, chiedendo giustizia per il femminicidio della loro compagna di studi Miranda Menoza Flores, 18 anni, scomparsa davanti all’uscita del CCH il 20 agosto scorso, e il cui corpo, sepolto nel cemento, è stato trovato il giorno successivo in una strada che collega Città del Messico con il limitrofo Stato del Messico, Stato in cima alla lista per femminicidi di un paese femminicida.

Già da mesi gli studenti erano entrati in agitazione: “non ci sono insegnanti, non ci sono aule, ma c’è la corruzione” è uno degli slogan. 

Il 25 agosto avevano iniziato uno sciopero dopo la rimozione arbitraria dei murales fatti dagli studenti della scuola in ricordo del massacro del 1968 e della lotta di liberazione degli zapatisti. E contro il pagamento di una tassa inesistente nei regolamenti, contro i maltrattamenti, l’arroganza, il finanziamento di gruppi di “porros”[1] e la chiusura di spazi di libertà di espressione.

Il giorno dopo l’inizio dello sciopero, gli studenti sono stati attaccati dai “porros” con bombe carta e bastoni.

Il 3 settembre, i rappresentanti delle assemblee di questi istituti stavano leggendo una petizione con le loro richieste nel piazzale antistante il rettorato, quando improvvisamente vengono brutalmente attaccati da un gruppo di più di trenta “porros”. L’attacco avviene con petardi, pietre, molotov, bastoni e coltelli. Molti studenti rimangono feriti, uno studente – Emilio Aguilar Sanchez – del Liceo 6 viene accoltellato e colpito all’arteria iliaca, mentre Joel Garcia Meza, allievo di Studi latino -americani presso la Facoltà di Lettere, viene perforato da una lama al rene destro, oltre a riportare varie fratture al naso e un trauma cranico. 

1. L’anomia interna all’UNAM  

Un tale dispiegamento di forze, sospettosamente eccessivo, ha generato il più tipico degli effetti che il potere produce quando fa mostra della sua potenza: un terrore diffuso che ti induce a chiedere protezioni agli stessi che hanno messo in piedi questa “dottrina del terrore”.

Non è necessario avere una mente complottista per comprendere la vera cospirazione che “porros”, Auxilio UNAM (sorveglianza autonoma dell’università) e le autorità “al comando ” – come le ha descritte un lavoratore di Auxilio UNAM riferendosi alle persone che gli hanno ordinato di non intervenire durante l’attacco agli studenti – hanno concertato quel giorno: quello che ha avuto luogo durante l’attacco del 3 settembre è una chiara coordinazione tra forze istituzionali e giuridiche dell’UNAM e forze informali: i “porros”. 

Le irregolarità in questo attacco – inspiegabili per chi rispetta l’istituzione più di qualsiasi altra cosa – erano: l’accesso degli autobus che hanno trasportato il gruppo dei porros fino ad un parcheggio al quale possono accedere solo i giocatori della sezione universitaria di calcio; la presenza di Gesù Teófilo Licona, alias “El Cobra”, ex-Coordinatore della società di sorveglianza dell’UNAM, che quel pomeriggio è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza interne mentre coordinava l’attacco e dava pacche sulle spalle ai “porros” per esprirmere il suo entusiasmo rispetto al loro operato.

L’insieme di molte irregolarità nel corso di poche ore evidenzia paradossalmente, un risvolto di cio che a tutti i costi volevano nascondere: la perfetta coordinazione fra le istituzioni della UNAM e i loro “anomali” gruppi armati .

L’UNAM, nelle sue vesti di “istituzione onorevole”, ne esce così illesa, malgrado siano numerosi gli studi storici sul “porrismo” che mostrano chiaramente come partiti politici e autorità univeristarie ne abbiano fatto – e ne facciano ancora – un vergognoso ‘uso strumentale.

 Il “porrismo”, quindi, è solo un esempio che rivela uno degli aspetti di cui nessuna istituzione – organizzata per sistemi di norme e che si ponga l’obiettivo di governare il comportamento della popolazione – può fare a meno: un braccio armato irregolare che interviene quando serve per attuare il suo piano di governabilità. 

Il terrore è già una forma normalizzata di governo in Messico, per il semplice fatto che le più diverse componenti della popolazione, anche solo psicologicamente, ne hanno sperimentato – e ne sperimentano – gli effetti anche in altri ambiti: dai trafficanti di droga, alle organizzazioni paramilitari e a tutti quei “gruppi di attacco” cui lo Stato messicano delega il lavoro sporco che le “forze ufficiali” non sempre possono fare senza rischiare che la loro legittimità si sgretoli.

Comprendiamo facilmente come la strategia, sia dentro l’UNAM che fuori, sia quella di una divisione in sfere spaziali, temporali e discorsive separate, introducendo elementi di divisione tra studenti e non studenti, cittadini e non cittadini, legali e illegali, quando in realtà si tratta di identità coesistenti e intercambiabili.

Secondo una dichiarazione del ex-Rettore il “porro rappresenta l’Anti-Universitario per eccellenza”.

Nel 2014, ad esempio, è stato chiaro che la responsabilità della scomparsa di 43 studenti della normale di Ayotzinapa era del Narco-Stato messicano, il nemico era altrettanto chiaro: “è lo Stato “. Quei giorni di mobilitazione misero uno accanto all’altro gli studenti della città, soprattutto delle scuole medie superiori, con quelli delle scuole rurali e con la forza delle loro forme di protesta. I blocchi, il fuoco, i sabotaggi sono stati in quel momento vissuti più da vicino, in tutti i sensi.  In quel momento era più evidente che chi condannava quelle forme di lotta come illegittime erano i liberali o i fascisti, e che la loro funzione era di contrastare ogni forma autonoma di insorgenza.

Quando militari e/o polizia commettono massacri di civili, il dispositivo statale perde la sua legittimità e si produce un divario incolmabile tra il governo e la popolazione, tra le norme e la realtà: Acteal 1997, Atenco 2006, Iguala 2014, sono solo alcuni degli eventi che si possono ricordare negli ultimi venti anni.  In realtà, così come la fossa comune funge da paradigma per comprendere il capitalismo (bio o necropolítico), ciò che è accaduto in Messico con i 43 studenti Ayotzinapa deve essere inteso non come eccezione, ma come la regola non detta eppure nota a tutti coloro che abitano questo Paese. Gli elementi anomici al servizio del potere sono, quindi, quegli elementi da cui il potere non può prescindere per mettere in atto le sue strategie. Nel caso dell’UNAM, la funzione dei “porros” è quella di intervenire per ripristinare l’ordine istituzionale quando nè l’Auxilio né l’illusione di una “comunità universitaria” sono in grado di farlo.  

La proposta di far accedere nelle univesità la forza diretta dello Stato, piuttosto che le sue articolazioni infami, si traduce così in una sorta di riconoscimento ufficiale dei diversi gruppi di attacco che si scontrano all’interno dell’UNAM: significa, in sostanza, sostituire organizzazioni non ufficiali, il cui uso della violenza non è legalizzato o canalizzato sistematicamente, con altre considerate ufficiali. Ma, fenomenologicamente, non vi è alcuna differenza tra l’azione dei “porros” e quella della polizia. Vi è solo una differenza giurisdizionale. Lo slogan che entrambi portano è quello di difendere la società, di fatto, agendo come sovrani. 

2. L’universitarismo come apparato di cattura

Superare la dimensione studentesca o universitaria non è solo necessario, ma auspicabile per formulare un’analisi più coerente della realtà che ci si pone di fronte. Recentemente, un professore di scienze politiche dell’Unam ha detto che questa università sarebbe una sorta di “termometro” della situazione politica generale in Messico. La trappola insita in questa diagnosi/tesi è che, implicitamente e ingenuamente, formula una soluzione di sicurezza per l’UNAM, il cui ordinamento poliziesco sarebbe replicato magicamente in tutto il paese. Del resto, il “porrismo” funziona efficacemente nel microcosmo dell’UNAM come il “traffico di droga” e i gruppi paramilitari funzionano nel macrocosmo messicano, dove “la guerra contro il traffico di droga” è il nome che si dà alla guerra civile che porta avanti questo Stato, colluso con compagnie minerarie, cartelli della droga, multinazionali di altri Stati, e impegnato a contrastare tutti quegli elementi che sfuggono al suo controllo o che, piuttosto, potrebbero essere valorizzati in termini di “risorse”. Un esempio tra tutti sono le sanguinose strategie di espropriazione che il capitalismo pratica continuamente in Messico.

È una situazione  molto più complessa, in comparazione con i  problemi interni nella nicchia dell’UNAM, dove il “porrismo” è solo una delle biforcazione con cui la “politica universitaria” opera nel paese. Omettendo la storia delle sue origini coloniali o il suo processo costitutivo moderno, positivista e liberale, durante quasi tutto il XX secolo l’UNAM e’ stata il centro di formazione, il prodotto e il laboratorio, del PRI e, di conseguenza, di tutti i gruppi che aspiravano al potere in Messico. 

La storia politica dell’UNAM corre parallela a quella dei leader politici del paese. Tuttavia questo non significa, come è stato detto, che l’attacco del 3 settembre sia stato un modo per mettere sotto controllo la “transizione vellutata” tra i governi entranti e quelli uscenti, percè il rischio di quest’ottica è quello di incappare nella trappola della “stabilità”.

Più che da termometro, l’UNAM può fungere da osservatorio per comprendere quei processi che i liberali – di destra e di sinistra – continuano a chiamare la “democratizzazione” del Paese. Quello che è avvenuto è stato, prima la pacificazione forzata, che si è sviluppata con la vittoria della prima tecnocrazia – grigia, burocratica, nazionalista –, poi con la presa del potere da parte della cupola neoliberista e con la recente restaurazione della figura del “laureato della UNAM” (“el licenciado”), onesto, semplice, discreto, come una icona del paese e del cittadino desiderabile. Per questa ragione, nell’ultimo mese, hanno preso piede all’interno delle assemblee universitarie tutti gli opportunismi dei trotskisti e di coloro i quali aspirano ad ottenere una fetta della torta del potere a suon di petizioni e indignazione.

Ecco perché la democratizzazione è stata, almeno per cinquant’anni, una delle terminologie più utilizzate in tutti quei “movimenti studenteschi” che l’UNAM ha creato e monopolizzato.

Tuttavia, è noto che “democratizzazione” è l’eufemismo che la sinistra, piena di sensi di colpa, usa per richiedere l’immediata incorporazione nell’apparato statale. Non è un caso, quindi, che la narrativa liberale sulla “transizione democratica” messicana sia iniziata con il movimento studentesco del 1968 e culminata in una serie di rotture dentro il PRI ( partito rivoluzionario indipendente, al governo del Messico negli ultimi 70 anni), che hanno permesso l’ingresso della sinistra nei luoghi del potere statale. O che i personaggi più ridicoli e visibili degli scioperi del Consiglio Studentesco Universitario nel 1987-1988 siano ora uno dei gruppi più potenti, all’interno del governo appena eletto.

Forse l’unico movimento che è stato in grado di rompere con le forme della politica universitaria – e, con questa, di tutta la mediocre storia della politica messicana – è stato lo sciopero del 1999-2000. Chiunque abbia ascoltato quelle storie, considerando che è una forma organizzativa ancora esistente, sa che la posta in gioco, insieme alla lotta per l’educazione gratuita, è stata la trasformazione degli spazi universitari in spazi veramente politici, collettivamente occupati, deviati dai loro soliti canali, aperti a tutti i tipi di potenziale al di là della “vita studentesca”.

Le petizioni “universali”, emesse in quel periodo, erano un di più rispetto alla vera rivolta che puntava alla trasfigurazione materiale del tempo. Il movimento, insomma, aspirava a molto di più che al miglioramento delle condizioni di vita degli studenti o alla “democratizzazione dell’UNAM”, il cui unico obbiettivo non è altro che la sostituzione di un potere con un altro. Era, in realtà un mettere collettivamente in discussione la destituzione della miseria esistente. Un fatto che può avvenire solo in una sperimentazione politica dove quello che si mette in gioco sono le forme stesse del esistenza. È forse questa componente destituente e il suo esodare della debole struttura studentesca che fa dello sciopero del 1999-2000, il principale oggetto di ripudio sia per “i buoni studenti universitari” che per i porros, la cui complicità segreta venne resa evidente in questa rivolta.

La risposta delle autorità universitarie e del governo federale a quello sciopero selvaggio di oltre 9 mesi continua a essere il modello secondo cui le autorità hanno neutralizzato tutti i movimenti studenteschi che corrono il rischio di diventare pericolosi, cioè che mirino ad eccedere il loro quadro. Da un lato, la repressione aperta e brutale di coloro che sostengono materialmente un movimento e, dall’altro, la produzione di un’immagine di ciò che l’Università dovrebbe essere, i suoi studenti e le sue forme: uno “spazio educativo di eccellenza”, costituito da studenti laboriosi e discreti, profondamente orgogliosi della loro formazione liberale, il cui ABC è già stato definito dalla ridicola campagna “Valori dell’UNAM” ​​[4]. Uno studente che diventerà, ovviamente, il modello del funzionario meritocratico per il prossimo mandato presidenziale. Ecco perché non è un caso che il rettore incaricato di gestire questo doppio movimento, dopo lo sciopero del 1999-2000, sarà il prossimo responsabile della vendita di quell’immagine in tutto il mondo: il futuro ambasciatore messicano all’ONU.

Un caso opposto è il “movimento studentesco” del 2012. Questo è stato il momento in cui la depoliticizzazione assoluta degli studenti si è cristallizzata. Non è un caso che #YoSoy132 sia iniziato con un video in cui gli studenti di una scuola privata d’elite mostrano le loro credenziali per identificarsi come membri autentici, puri e puliti di quella istituzione.

In quella scuola la credenziale funziona anche come una carta di debito.

Nessuno esprime più pienamente il pathos di “orgoglio” di un bravo studente: la loro intera identità è modellata per coincidere perfettamente con l’istituzione, davanti alla quale prostrarsi in un rapporto di rispetto, obbedienza, ammirazione e debito. Non è raro sentirli dire che “Devo tutto all’università” e che, proprio per questo motivo, metterebbero ciò che resta del loro corpo per difenderla.

“Yo soy 132” è stato anche il luogo dove la parola d’ordine della democratizzazione ha raggiunto la sua più chiara espressione con la campagna “democratizzare Televisa”, vale a dire la principale agenzia di comunicazione rappresentante l’ideologia statale, che la popolazione messicana ha subito durante  tutto il XX secolo. In uno dei suoi momenti più tristi, il movimento # YoSoy132 ha proposto di occupare Televisa per trasmettere “documentari” a livello nazionale usando la sua tecnologia. Anche se, ovviamente, questo non è mai accaduto, la mera proposta riassume ciò che questa volontà di democratizzare i movimenti costituenti significhi.

Tutto quello che la “creatività orizzontale della moltitudine” vuole è questa democratizzazione, e sarà lo Stato a fornirla.  In fondo questa democratizzazione, altro non è che una guerra per l’egemonia, che come già detto, ha l’obbiettivo di integrare nella catena di comando i boia che dominano e schiacciano questa società, ben evidente nelle demarcazioni sempre più grossolane che “gli studenti universitari” demarcano tra loro e chi rifiuta di integrarsi nel loro progetto necessariamente classista e razzista.

Perché, come ogni discorso di unità, non può evitare di cadere nei giudizi di purezza e discriminazione; un buon esempio di questo è stata la recente campagna “Non è tuo amico, è un narco”, dove le autorità universitarie hanno usato la sagoma di un giovane uomo, con chiari determinismi socio-darwiniani, per indicare i “narcomenuditas/spacciatore come l’ unico responsabile della violenza dentro l’UNAM. Ciò che più fa entrare in crisi la soggettività dello “studente universitario” è stato sin dalle sue origini un odio irresistibile nei confronti del plebeo.

Non è un caso che “per la mia razza parlerà lo spirito”, slogan creato dal filonazista cattolico José Vasconcelos, continua ad essere, dopo quasi cento anni, il motto principale dell’UNAM. Da allora non c’è un momento più grande di esaltazione per uno studente che arrogarsi il diritto di indicare qualcun altro come un corpo esterno all’ Università – e, quindi, pericoloso. Allo stesso modo, le denunce liberali contro i gruppi anarchici partono proprio da questo pathos xenofobo: esiste un modo preciso di essere uno studente, e la coincidenza della propria vita con quella forma istituzionale è l’unica garanzia che la vita sia propriamente una vita valida , cioè, convalidato da un’istituzione. Chiunque osi sperimentare o produrre uno stile di vita autonomo diventerà automaticamente un dissidente, sarà squalificato e, in definitiva, si cercherà di reprimerlo per mezzo della forza pubblica.

3 L’uscita dalla “democratizzazione”.

Sono le prime ore di Martedì 2 ottobre 2018. È passato un mese dall’attacco dei Porro e cinquant’anni esatti dal brutale massacro di Tlatelolco, che ha messo fine al movimento del 1968. La torre del Rettorato diventa lo schermo di un piccolo spettacolo di luci: sulla facciata appare la scritta “Mai più” e una colomba bianca ferita da una baionetta militare, uno dei simboli più diffusi di quell’anno. Al mattino, i rappresentanti del governo entrante fanno una cerimonia ufficiale – quasi una messa – nella piazza principale della città. L’Università organizza colloqui, mostre e conferenze; tutti i membri della classe politica – e tutte le piccole celebrità liberali – emettono  tweet in “memoria” delle vittime. 

Nel suo discorso ufficiale, il rettore dell’UNAM chiarisce quale sia la posizione condivisa dall’istituzione, dagli studenti, dagli insegnanti e dagli alunni: “Dobbiamo recuperare l’utopia del 68. La sua eredità non ha nulla a che fare con il sciopero del 99».

Non può esserci miglior immagine di un movimento studentesco trionfante: la sua piena incorporazione nell’apparato statale, la sua conversione in una liturgia civile completamente priva di significato politico, ma ordinata secondo un rigoroso cerimonaile, qualsiasi gesto politico, qualsiasi espressione di conflitto è definitivamente terminata. I funzionari e i commentatori più audaci difficilmente osano dire che “le richieste del 68 sono ancora valide”.

La dichiarazione del Rettore è chiara e trasparente, ma la sua comprensione sfugge a molti di quelli che chiedono “di non dimenticare”.

Da un lato, la feticizzazione democratica della memoria, e la sua progressiva strumentalizzazione. Il movimento del ’68 è stato trasformato in un momento di pura storia istituzionale, dove lungo la linea temporale le peggiori avversità del passato sarebbero state superate. Dall’altro, una storiografia statalista descrive un unico continuum omogeneo e vuoto: la crescente democratizzazione del paese come indice di progresso e di libertà in Messico. In più, quando si affronta l’autoritarismo “del passato” nel descrivere i massacri, si utilizza sempre un tono “sacrificale”, un esempio è una delle tante riflessioni, nel quale si dichiara che ci fù “un terremoto storico che cambiò la vita politica del Messico in meglio”, senza mai menzionare gli omicidi occorsi.

In effetti, i liberali sanno che il sistema politico messicano ha raggiunto la maturità quando la sinistra è arrivata al potere, come Lopez Obrador ha detto in un discorso tre giorni prima del 2 ottobre, nella stessa piazza delle Tre Culture, chiedendo il perdono delle colpe lontane e recenti delle Forze Armate. Non c’è democrazia più perfetta della successione ordinata della potere e dell’uso legale della violenza da parte dello Stato per gestire un territorio e una popolazione. 

Dall’altro lato, c’è la forza che può generare uno sciopero come quello del 1999. Un potere collettivo che nessuna grande storia è in grado di recuperare, non un “modello” di movimento studentesco, da poter essere studiato nelle tesi di laurea o nei libri, al contrario, la sua evocazione mette ancora più in ridicolo le forze istituzionali.

Questo movimento studentesco sapeva che il governo doveva in tutti i modi reprimerlo, perchè si era impegnato nella firma dell’accordo di libero commercio che imponeva la necessità di politiche educative finalizzate alla creazione e formazione dello studente adatto ad integrarsi in un mercato neoliberista.

Data l’importanza di questa lotta, il regime ha serrato le fila per affrontare la resistenza studentesca. Governo, datori di lavoro, partiti, media, chiesa, imprese, burocrazia sindacale e intellettuali hanno lanciato una crociata contro gli studenti, accusandoli di “aver  sequestrato l’UNAM”, “saccheggiato i locali”, e di essere “vandali, “terroristi”, che “vogliono solo mangiare gratis e ubriacarsi” (González de Alba, membro del movimento studentesco del ’68). Ancora oggi, il concetto di “sciopero/Huelga” degli studenti è difficilmente nominato, si cerca invece di descriverlo con dei sinonimi come “sospensione delle lezioni”, “sospensione attiva” o, più recentemente, “autogestione”.

La “Huelga del 99” finì con un plebiscito promosso dal rettore e sostenuto dal PRD e da un centinaio di “personalità” accademiche varie legate al PRI, sindacalisti e intellettuali “progressisti”, come Elena Poniatowska, Carlos Monsiváis e il poeta Javier Sicilia, che decisero l’ingresso della polizia federale nella Unam e la detenzione di un migliaio di studenti.

Il 50° anniversario del 1968 coincide con la salita al potere di Lopez Obrador, una frazione della sinistra alleata con l’elite tradizionale del PRI, rappresenta un cambio di epoca. In effetti, è il punto più caldo della transizione democratica. Non siamo più di fronte ad un sistema autoritario sottosviluppato che gli intellettuali messicani, sostenuti dalle loro istituzioni culturali asservite, hanno cercato di declinare per più di sessanta anni, siamo di fronte a una democrazia perfetta: un apparato statale ben oliato da una serie di dispositivi governativi, gruppi legali e paralegali, responsabili di sostenere la violenza e il terrore nell’ordine delle cose. In un momento come questo, solo chi fa della paura il proprio orizzonte può lasciarsi confondere.

Per la prima volta in decenni, chi cerca di costruire una vita che non sia mediata dallo Stato o dall’Università o da qualsiasi altra istituzione, è completamente solo. Non c’è bisogno di sprecare il nostro spazio di condivisione e di energia con gli studenti i democratici, i funzionari al potere o i professori universitari. Costoro saranno, come sempre, dall’altra parte, cioè continueranno a lavorare per lo stato.

Noi staremo con quelli che si  organizzano, quelli che sanno che politicizzare le nostre forme di vita collettive o rompere delle vetrine sarà sempre molto più politico e felice di redigere un elenco di richieste.

Solo nell’abbandono dell’orgoglio studentesco, della politica universitaria, dell’incantesimo nei confronti dell’istituzione, e nella costante esplorazione delle nostre potenzialità collettive, possiamo tracciare un cammino

Nel movimento fugace dello scorso settembre ci sono stati  momenti politici di questo tipo, specialmente tra le generazioni che non sono cresciute nel militantismo più mite, ovvero quegli stessi che praticano una separazione ben delineata tra la vita e la politica e che una volta che terminano i loro “Anni gloriosi” delle assemblee studentesche, non sanno cosa fare delle loro vite ne come dargli un’evoluzione rivoluzionaria.

Non sorprende che siano state proprio le posizioni e i gesti non demcraticizzati ad essere i primi ad essere squalificati e odiati da coloro che assumono l’identità studentesca.

Ad esempio, nelle assemblee femministe separatiste, non si scrivevano petizioni, ma si aumentava la forza collettiva e di condivisione, si affilavano le armi: “Non si tratta di essere riconosciute dal machismo, si tratta di estirparlo”.

E ‘stato proprio perché l’attuale potere esercita il suo maggior dominio prima di tutto sulle vite delle femministe, che le ha spinte a istanze più rivoluzionarie, non per scrivere petizioni, ma per politicizzare la vita collettiva al di là di ogni divisione tra pubblico e privato. Questo modo di organizzarsi si è tessuto tra le femministe dopo le manifestazioni del 2017 per l’omicidio di Lesvy [6] avvenuto dentro l’Unam, quando hanno messo in discussione la costituzione stessa della UNAM, il cui “Protocollo per la gestione dei casi di violenza domestica” si è dimostrato, in più di una occasione insufficiente e a volte quasi di supporto ai femminicdi, che si sono svolti all’ interno dell’Unam.

Anche i gruppi che hanno occupato nuovi spazi all’interno dell’università per organizzare workshop di autodifesa o addirittura di twerk[7], nonostante venissero accusati sia dai militanti di professione, che dai “buoni studenti” di una “mancanza di contenuti” hanno al contrario reso chiaro che è la petizione e il dialogo ad essere inutile.

Questi gruppi, hanno invece fatto emregere tutta la positività che può esserci nell’organizzarsi oltre i dispositivi che catturano la vita, o i sistemi che la gestiscono e la democratizzano. Diventare ingovernabili non è un’audacia teorica, ma una realtà sensibile che risuona negli altri facendo coincidere la vita con la sua forma.

La verità è che, contro l’identità orgogliosa e impaurita dell’universitario -espressione coniata dal neoliberismo esistenziale contemporaneo- qualsiasi movimento studentesco che oggi vuole inserirsi in un orizzonte apertamente rivoluzionario dovrebbe necessariamente iniziare a pensare come primo compito il suo annullamento.

Non è sufficiente licenziare il rettore dell’UNAM, è necessario invece destituire l’identità universitaria prodotta in ciascuna dalla gerarchie istituzionali. Ciò che più importa nelle analisi successive dei movimenti studenteschi sarà proprio la capacità di dare seguito ad azioni destituenti che creino discontinuità e rotture nel funzionamento del dispositivo universitario.

 

 [1]PORROS Il nome colloquiale usato in Messico per designare questi individui deriva da “Porra”. Ciò è dovuto al fatto che gran parte di loro era inizialmente parte dei sostenitori itineranti delle squadre di calcio e la sua origine risale agli anni 1950. Per uno studio sulla sua “istituzionalizzazione”, vedere: https: //www.ses.unam.mx/integrantes/uploadfile/iordorika/26%20Ordorika.pdf. “

Letteralmente: un membro di un’organizzazione che persegue interessi diversi, sia politici che economici, basati sulla violenza organizzata, in asilo nelle istituzioni studentesche e nella recitazione come un gruppo di scontri mercenari, è chiamato un porro. Gli studenti sono di solito elementi che hanno l’iscrizione universitaria, ma non passano mai l’anno, “fossili” in gergo universitario ma pronti ad agire quando sono richiesti. 

[2] CCH Colleggi universitari di Scienze e Lettere 

 [3] Per “polizia reale” designiamo non solo quella visibilmente in uniforme in quanto tale. Esiste infatti una vasta gamma di forze di polizia, come vedremo nel corso di questo articolo, che deve essere percepita al fine di respingere la polizia generale della società che costituisce la popolazione in società con stato. 

 [4] L’intera intervista di questo partner consapevole della sua funzione (una contraddizione in termini per coloro che vorrebbero salvarli), può essere trovata su https://www.facebook.com/ImagenYuri/videos/452912328550699/

[5] https://valorunam.wordpress.com/ http://www.gaceta.unam.mx/20180226/wp-content/uploads/2018/02/260218.pdf

[6] Lesvy Berlín Rivera Osorio, è una giovane che è stata trovata strangolata, e legata ad una cabina telefonica dentro l’ Unam.

[7] twerk: laboratorio di ballo hip hop.

La distruzione prima della fine

di V. Barbarroja

26. La magia dello sguardo, nell’esperienza amorosa, la sua istantaneità sconvolgente, l’aprirsi e il chiudersi di un abisso, è un fenomeno puramente conoscitivo, tuttavia sulla soglia di ciò che non è più rappresentazione. La scossa liberatoria, esaltante dello sguardo è stata celebrata da Platone, da Goethe, da Wagner, in contesti che evadono dalla sfera strettamente erotica. La rivelazione dell’attimo scuote il cuore dell’uomo; ma questo non è che l’ultimo momento, l’emergere nell’individuazione, nella struttura corporea dell’uomo, di una conoscenza anomala. L’attimo come intuizione precede la scossa; nel fluire del tempo si erge improvvisamente un istante, che «non è in nessun tempo», dice impropriamente Platone, ma che a rigore dà inizio al tempo, è già nel tempo, però allude a qualcosa che non è nel tempo, lo ripercuote, lo esprime. Nel bagliore dello sguardo i tre momenti si confondono, e soltanto l’analisi illusoria del pensiero è capace di distinguerli. Al di là dell’esperienza erotica, Eraclito ci fornisce l’enunciazione generale: «Ogni cosa governa la folgore»

{14 [A 82]}.

Giorgio Colli, La saggezza greca

Viviamo un momento paradossale. Quando si guarda salire verticalmente verso l’infinito gli indici antropocenici di consumo di materie prime e della distruzione delle specie, si può capire la rovina che abitiamo gia adesso. Nel frattempo, vecchie metropoli con un certo fascino, come San Francisco, Roma o Barcellona, diventano inabitabili cercando di essere sempre più belle. Come bolle in rete controllate da ingegneri, anche sociali, che fingono di essere estranei a qualsiasi piccolo disturbo ecologico. Ma anche lo spazio metropolitano presenta crepe insondabili ed è incapace di assicurare a chiunque una stabilità futura. The no future is here.

Arricchimento e proletarizzazione sono l’effetto polare antitetico dello tsunami di dollari che percorre queste metropoli. Una crescita proporzionale alimenta e rende questa polarità inscindibile, il lusso tra le rovine produce una miseria terrorificata o “terrorista”. A sua volta, la miseria espansiva rovina ogni lusso, che si imprigiona cercando di racchiudere un fuori che scivola come acqua tra le dita. Tanta, troppa pressione. Ciò che portiamo con noi sono i ruderi di questo mondo. Frammenti sparsi. Da qui l’agitazione continua, l’assedio costante della depressione, la dipendenza generalizzata come paradossale fuga nel profondo della civiltà. L’unica epidemia è quella di suicidi.

Bisogna cercare uno scoglio da dove cominciare a resistere, un punto di partenza per disegnare diagrammi impensabili. E per fare questo dobbiamo abbandonarci, rimuovere le determinazioni che ci separano. Migrante o attivista della lotta per la casa, indipendentista o fornaio, artista o sindacalista, vecchio lavoratore o giovane anarchico di quartiere… Resistere non è una tautologia circolare, resistere a ciò che resiste resistendo a ciò che resiste. Resistere è già una disposizione al combattimento. La costellazione di corpi ed idee, di affetti e di macchine in cui questa disposizione appare, cioè l’esperienza che si è disposti a vivere e non solo le idee come semplice contenuto mentale, definirà l’orientamento passivo-reazionario o attivo-cospirativo di questa disposizione. Anche all’interno degli spazi di politicizzazione.

Pian piano qualsiasi altra opzione opportunistica diventerà sempre più insostenibile. Questo è il motivo per cui è importante chiarire la forma di una conversione favorevole a un processo di cospirazione mondiale. Come globale è la rete di metropoli estrattive. William James sostiene che l’esperienza della conversione arriva quando si abbandona lo sforzo volontaristico per controllare tutto e ci si arrende. Posseduti della stanchezza, al limite dell’esaurimento … è quando il centro, il centro della nostra energia, si sposta dal nostro io cosciente verso forze subconscie o transindividuali. Forze al di fuori del corpo o dell’anima individuale, perché figlie del grande spirito innominabile della Terra. Demoni, capaci di anticipare le impensabili virtualità di sfondo, capaci di far esplodere la crosta morta che anche noi siamo e non siamo. D’improvviso, ricomporsi altrove. Forze…la cui potenza accresce la gioia o la cui gioia accresce la potenza. Intensificando l’ampiezza del campo della percezione, sia virtuale che attuale, dove il delirio è la via della giustizia al di là di ogni certezza e di ogni diritto. Processo d’individuazione rinnovato in un caos che rinnova il processo, rimanendo aperto come il pericolo che salva. Pericolo, fisico ed esistenziale, che immerge in una miseria qui e ora presente come lusso e terrore per coloro che persistono nell’evitarlo.

Nella cospirazione si tramano le forze che sostengono le forze che muovono i combattimenti. Perché ogni realtà è fatta di strati. E se oggettivamente, la forza è una rappresentazione frutto della moltiplicazione della massa per l’accelerazione all’interno di un ambiente dato, come categoria di una metafisica critica contrassegna invece la furia che accresce le capacità di una situazione. José Bergamín disse che l’anima respira secondo il doppio movimento di «enfurecerse» (infuriarsi), «en-fuerecerse» (in-fuoriuscire), uscire fuori di sé; e «ensimismarse» (sprofondare), voltarsi verso l’interno. Ovviamente, senza considerare il “di fuori” e “l’interno” come termini sostanziali, universali perenni e statici. Perché una vita dignitosa vive dello pneuma o respiro che la possiede. Che la dilata e la distende. «All’anima corrisponde un’espressione che accresce se stessa» (Eraclito).

Non esistono cospirazioni astratte. Ciò che non è legato è obb-ligato. L’obbligo vuol dire «invece di» e ostilmente «contro» ciò che è legato (Ernout & Meillet). Da qui la sua origine giuridica. L’obbligo appare “invece di” e pieno di ostilità contro ciò che è intessuto, intrecciato da legami affettivo-mitici ed etico-politici. L’affetto infraindividuale è l’altra faccia del mito sovraindividuale, come qualsiasi politicizzazione (o politica in transitivo) trascorre nella risonanza delle maniere di condursi e di apprendere, di guardare e di colpire, di amare, abitare e pensare: come un ethos o stanza o maniera. Dunque l’obbligo è quello che è «invece di» e «pieno di ostilità» contro la Comune; la quale non è semplicemente il rapporto, il legame, ma il modo concreto di distendere questi legami – di amicizia e di amore ma anche quelli non-intenzionali, come quelli con le creature – che creano sia la Comune che le comunarde e i comunardi. Perché senza un’attenzione, una rielaborazione, un restauro costante di questi legami invisibili, come di se stessi al proprio interno, cesserà di esistere ogni apertura comunale. Né comunarde né comunardi, nessuna Comune. Neanche zone rosse. Le regole possono dare una forma alla vita, ma se tale formazione deve essere viva e non morta non la si può lasciare alle pure regole. Bisognerebbe inoltre, come fanno gli indigeni, lasciare anche uno spazio a ciò che si sogna.

Cospirare è quindi amarsi. Anche come distanza irreversibile. Per questo si cospira ovunque. Specialmente in tanti posti la cui ignoranza i collettivi pagheranno sempre con il corollario dello sfinimento, che è una estremizzazione dell’isolamento e del fallimento. Proprio quando si voleva arrivare dappertutto…

Se il processo di una vita comune insorgente non si ama, se non si osa il terrore incerto dell’amore e dell’amicizia come libero uso alterato di sé e del mondo…allora, tutto ciò a cui può aspirare questo esperimento fallito è la gestione. Oppure, in maniera assai più comica, l’autogestione. Amara comicità o tristezza sul limite di tutti gli abissi, che girando su se stessi arrivano ad assomigliarsi così tanto. Carlo Levi, in Paura della libertà:

Vagano, secondo il mito, i primi uomini nella selva senza forma, finché si fermarono in certi luoghi, amarono certe donne, e adorarono certi dèi. Vagano tuttora gli uomini nella eterna selva, e cercano una eterna certezza: una certezza che si paga con servitù e con morte.

Cospirare, organizzar-si veramente è amarsi condividendo l’orientamento di attacchi ben elaborati. É il processo di incontri transindividuali, infrapersonali, dove l’intelligenza folgora nella prossimità del luccichio dello sguardo, un istante o una crepa, abbandonandosi ad un giusto delirio. Delirio viene da lira, -ae, termine contadino riferito ad un solco aperto nella terra. Così delirare significa uscire dal solco segnato, rompere gli argini, uscire dai ranghi. Rompere le determinazioni che ci incasellano, ci separano e ci condannano in un mondo irrespirabile a un ordine di tristezza.

Cospirare è acuire la percezione delle intensità che sono in gioco in ogni situazione, dappertutto. In primo luogo per bandire tutte le passioni tristi, che accrescono solo l’impotenza. Secondo, per poter avere fiducia nella situazione, nella virtualità potenziale nascosta nel suo apparire, percorribile al di fuori delle rotte tracciate. Solo così l’insurrezione è pensabile. Corpo a corpo e faccia a faccia, mondialmente, in quell’abisso che si riapre e si richiude.

Contro la morte nera – Per un antifascismo rivoluzionario

Per questo numero di settembre Qui e Ora incontra un gruppo antifascista parigino, SIAMO Sorbonne Antifasciste. In questa intervista i compagni francesi ci raccontano cosa vuol dire essere antifascisti nella Francia di Macron e del Front National, di Bastion Social e di Action Français, dei movimenti contro la loi travail e la loi ORE, degli scioperi studenteschi e dei lavoratori. 

QeO: La Francia sta vivendo un momento particolare ci sembra. Un giovane rampante manager è a capo del governo e sembra interpretare perfettamente l’anello di congiunzione tra Neoliberalismo e neo-autoritarismo, il mix tra questi due elementi ci sembra un vero e proprio cocktail il cui contenuto è una singolare forma di neofascismo. Voi che ne pensate? La questione può essere circoscritta solo ad un “via libera” alla polizia o pensate ci sia qualcosa di più complesso?

SIAMO: Il governo e la politica condotta da Emmanuel Macron rappresentano effettivamente un misto tra il neoliberismo e neo-autoritarismo. In primo luogo ciò si mostra chiaramente nella sovrapposizione di leggi autoritarie e neo liberali. Nell’attuale agenda politica possiamo citare alla rinfusa dalle leggi securitarie ed anti-terrorismo, che sono state votate all’inizio del mandato di Macron (come la costituzionalizzazione delle leggi previste dallo stato d’emergenza), all’aumento del numero di poliziotti; dalle misure narrate come ‘contro il terrorismo’ che servono in realtà a mettere nel mirino i/le militanti, alla distruzione del codice del lavoro (con la loi travail cc.dd. XXL) e la rimessa in discussione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici; dalla riforma ferroviaria che ha privatizzato di nascosto le ferrovie francesi, all’insieme di misure prese in favore di coloro che detengono i capitali (come, ad esempio, la soppressione dell’ISF).

Questa alleanza tra neoliberalismo e autoritarismo, tuttavia, si è realizzata anche attraverso leggi ed azioni di governo che esprimono una vera e propria commistione di questi due elementi. L’esempio della ZAD di Notre-dame des Landes è emblematico per comprendere appieno gli obiettivi di questo governo. In questo caso, infatti, in un sol colpo il governo ha rumorosamente affermato l’assoluto predominio nonché una vera e propria santificazione della proprietà privata, e contemporaneamente la sovranità dello stato sui suoi territori, attraverso un’eccellente dimostrazione della propria capacità di utilizzare la violenza “legittima”. Allo stesso tempo sono state prese misure serie per controllare gli/le scioperanti, e, in particolare, per obbligarli/e a tornare al lavoro, qualunque esso fosse. Si tratta di un’assunzione da parte dello Stato di un ruolo autoritario e paternalista, utile al profitto delle logiche neo-liberali di flessibilità del mercato del lavoro. In un senso più ampio la precarizzazione del lavoro e la generalizzazione dello status di “auto-imprenditori” (cc.dd. “uberizzazione dell’economia”), incidono pesantemente su quelle fasce della popolazione che sono già precarie, e si coniugano così oppressioni economiche e sociali che non fanno che aggravare le disuguaglianze di razza, classe e genere presenti nella società. Ma questa ambivalenza tra due facce di una stessa politica neofascista, come la ritroviamo in Francia oggi, non è totalmente nuova. Abbiamo già visto le premesse di tutto ciò nel governo Hollande e nella sua gestione combinata di promozione della Loi Travail e di repressione orchestrata contro gli/le oppositori/trici.

Questa alleanza promana anche, in parte, da una tendenza del mondo politico a considerare univoci i criteri per giudicare le politiche messe in atto, come il livello di tecnocraticità del governo e la consacrazione dell’economia ortodossa e delle logiche distorte che questa porta con sé. Ciò si è rafforzato molto con il governo Macron, che si racconta infatti come un “governo di esperti”, il cui obiettivo è imporsi al di sopra di tutti/e gli/le altri/e: si denigra qualsiasi opposizione politica dichiarandola illegittima in quanto non rispettosa della “ragione economica”, e si reprime violentemente chi si oppone. D’altro canto, per mettere in pratica le sue politiche, Macron ha certamente tirato fuori dal cassetto qualche nuovo personaggio, che dovrebbe rappresentare la società civile, ma che in realtà non è altro che espressione di una classe politica tradizionale e ben conosciuta. Possiamo fare riferimento, in particolare, a Gerard Collomb, un vecchio e noto fascista, che incarna il suo ruolo a meraviglia. Ad ogni modo, questa alleanza tra autoritarismo e neoliberismo si è già verificata e continua a verificarsi in paesi come la Grecia, dove le politiche di austerity sono imposte al popolo violentemente, dal punto di vista fisico, economico e sociale.

Cionondimeno certi elementi di queste politiche neofasciste sembrano essere particolarmente ben radicati in Francia, e nella politica di Macron. Ciò che è cambiato, rispetto al passato, è la scala delle riforme intraprese e la velocità alla quale esse vengono imposte (anche grazie ad un parlamento ingessato, incapace di opporre la minima resistenza). Questa velocità ha, naturalmente, un forte impatto su ogni possibile opposizione, che risulta quindi molto più complessa perché obbligata a combattere contro troppe leggi, e troppe riforme, tutte insieme. Fare un elenco delle riforme passate dalla primavera 2017 ad oggi, permette di rendersi conto dell’ampiezza e del peso assunti dalla politica di Macron. Questa volontà di cambiamento rapido e globale, che poggia su una presunta “razionalità economica”, e che viene messa in pratica con la forza, è ciò che caratterizza quanto sta accadendo oggi in Francia, e non lascia presagire niente di buono.

Il secondo elemento specifico della situazione francese è la strategia di comunicazione del governo: si affermano e si riaffermano determinati principi, per poi negarli nei fatti. Mentre il governo distrugge poco a poco i servizi pubblici, Macron annuncia l’organizzazione del “Welfare State del XXI secolo”. Mentre i/le migranti vengono cacciati dalle strade, braccati/e alle frontiere, messi/e nei CRA e più in generale trattati/e come indesiderabili, Macron denuncia la chiusura dei porti italiani all’Aquarius e si rimette in bocca la retorica dell’accoglienza. Il discorso e la retorica sono sostituiti dalle pratiche. Ora, questa strategia non può sortire i suoi effetti se non grazie ad un suo corollario, che costituisce il terzo elemento caratteristico della situazione francese. Si tratta del totale consenso della maggior parte dei media alla figura di Macron, presentato come la sola via di fuga, l’unica soluzione per scampare ai “populismi” di destra e sinistra.

Perché, malgrado la pappardella sul “fact checking” che ci viene propinata, questa moda del dimenticare le opinioni contradittorie è politica a tutti gli effetti, e questa opposizione tra discorso e prassi non è quasi mai stata evidenziata, se non da piccoli media indipendenti a scarsa diffusione. Questa complicità mediatica è spaventosa perché permette di annichilire le differenze politiche e le possibilità di dibattito che possono sorgere nei differenti media. Tanto più che tutto ciò si organizza attorno al controllo sempre più stretto dei media e della comunicazione di governo. Tale singolarità si esplica dunque attraverso l’utilizzo sistematico di queste contro-verità. Quello francese è un neofascismo che avanza di nascosto, contrariamente a quanto avviene, ad esempio, con Orban in Ungheria, dove le politiche fasciste sono molto più esplicite.

Infine, questa singolare forma di neofascismo, si adegua perfettamente alla democrazia: il fascismo più classico, oggi incarnato dalla Le Pen, assume un ruolo di spauracchio, molto utile a questo governo di “estremo-centro”. Esso infatti permette a Macron di rassicurare una gran fetta della classe politica dominante in nome di una presunta barriera “repubblicana” contro l’estrema destra.

QeO: Qual è allora il ruolo della polizia in seno a questo sistema politico?

Innanzitutto bisogna sottolineare il fatto che con il ritorno di uno Stato che si concentra sulle sue attribuzione sovrane ed economiche (e non più sociali), la polizia si ritrova perfettamente nel suo classico ruolo di strumento di repressione e di controllo degli/delle indesiderabili. È così che il mix tra neoliberalismo e autoritarismo mostra chiaramente che lo stato neo-liberale ha ancora e sempre bisogno di una polizia forte, che gli permetta di applicare le sue politiche violente imponendo le sue posizioni con la forza. In seno a questo sistema la polizia gioca un ruolo chiave che va dalle indagini sugli oppositori e le oppositrici, alla gestione neo-coloniale dei territori marginalizzati. E tanto meglio se tutto ciò è opera di forze dell’ordine che concentrano al loro interno numerosi/e fascisti/e, come l’ha dimostrato la recente indagine sui progetti di attentati contro dei musulmani da parte di un gruppo di estrema destra.

Ciononostante sarebbe sbagliato credere che la polizia abbia le mani completamente libere. Essa, infatti, resta molto sottomessa allo stato che, da parte sua, le lascia un ampio margine di manovra. Così se da una parte le forze dell’ordine non sono autonome, dall’altra i loro compiti implicano quasi ontologicamente uno scarto dalla legge, al fine di poter imporre un certo ordine sociale ed economico (le violenze della polizia e le uccisioni a matrice razzista, come avvenuto di recente nel caso di Aboubakar Fofana, sono una precisa dimostrazione di tutto ciò). È il ruolo strutturale della polizia che spiega perché questi atti non sono sanzionati, e che, al contrario, la polizia è sistematicamente assunta in quanto istituzione, tanto che il suo ruolo non è messo in discussione mai e poi mai.

QeO: In Italia il vice primo ministro e ministro degli interni è Matteo Salvini, un arrogante razzista del nord Italia che ha ricevuto immediatamente i complimenti da Marine Le Pen. Quello tra Francia e Italia è un legame antico soprattutto quando si parla di organizzazioni neofasciste, una reciproca influenza di cui i frutti si vedono tutt’ ora. Volete farci una panoramica storica generale delle organizzazioni più significative per capire meglio la realtà francese fino ad arrivare alla nascita del “network” Bastion Social chiaramente ispirato dal “modello” Casapound Italia?

SIAMO: L’Italia e la Francia hanno dei legami particolarmente stretti quanto a prospettive ed azioni fasciste. Da Bloc Identitaire all’Action française o all’attuale Bastion Social, un gruppo creato nell’ autunno 2017, molto vicino a Casapound, abbiamo potuto ben vedere l’intesa tra i diversi gruppi. I legami tra Casapound in Italia e Bastion Social in Francia, in particolare, sembrano molto importanti: le conferenze tenutesi nelle varie sedi di Bastion Social che parlano di Casapound o in cui i due gruppi si incontrano, sono tanto numerose da non potersi contare. Sappiamo poi da fonti sicure che alcuni/e militanti di Bastion Social vivono a Roma e militano con Casapound e viceversa.

Questi sono i principali legami tra militanti fascisti italiani e francesi.

L’influenza “sociale” di Casapound ed il suo successo sono guardati con invidia dai nostri “fascisti in potenza”. Questa ammirazione si traduce in un copia-incolla dei metodi, ma, per ora, non ancora dei risultati. Allo stesso modo è importante sottolineare il tentativo di superamento della logica del branco attraverso una progressiva istituzionalizzazione, ad esempio nel soccorso ai/alle senza tetto e nelle azioni a volto scoperto. Ad onor del vero, però, oggi i fascisti francesi non hanno ancora realmente vinto questa loro scommessa istituzionale in quanto nei loro confronti, a livello mediatico e politico, si registra ancora una timida opposizione. Ma Bastion social riesce a radicarsi in diverse città e a riunire, per il momento, non pochi/e militati, razzisti/e e xenofobi/e, politicamente dispersi/e.

Una situazione complessa, che necessita di interventi radicali quanto immediati, come ci mostra l’esempio italiano. Il movimento che osserviamo in queste città, non ha tuttavia avuto a Parigi il successo atteso. Qui, se da un lato il gruppo di estrema destra GUD (Group Union Défense) si è ufficialmente sciolto lo scorso dicembre per fondersi con Bastion Social, dall’altro nessuna loro sede è per il momento stata aperta. In effetti Parigi non è una città propensa all’apertura di spazi occupati, un problema che affligge i gruppi fascisti quanto l’estrema sinistra. Anche per questo i fasci parigini si sono ristrutturati in un modello politico più caratterizzato dalle violenze di strada. Tutto ciò non può che suggerirci di restare vigili: presto potrebbero modificarsi alcuni elementi grazie all’importazione delle pratiche tipiche di Bastion Social.

QeO: Per fortuna la Francia è stata anche ricca di esperienze antifasciste famose a cui ispirarsi, potete farci un rapido racconto delle organizzazioni antifasciste francesi e concludere con la presentazione della vostra realtà politica? Da quali esigenze e necessità nasce SIAMO? Quali sono le principali differenze tra voi e gli altri gruppi antifa? Come vi relazionate con il movimento sulle tematiche che non sono prettamente antifasciste? Qual’ è stato il vostro contributo/approccio rispetto a forme di lotta come il “corteo di testa”?

SIAMO: Il SIAMO è stato creato da alcune persone che, inizialmente, non erano che conoscenti.

Durante l’estate del 2016, in pieno giorno, una studentessa ed un suo amico, di rientro alla Sorbona dopo una pausa, trovarono una decina di militanti dell’Action Française (AF) intenti a distribuire volantini manifestamente omofobi e xenofobi all’ingresso dell’università. Calmi/e, perfettamente a loro agio, agivano con l’aria di chi sente a casa sua, mettendo pressione ai/alle militanti di sinistra che provavano a tener loro testa. In un’auto parcheggiata un militante pro-monarchia passava il tempo a rimirarsi e pettinarsi nello specchietto retrovisore. Dopo aver letto quei volantini la discussione con gli/le studenti/esse si è fatta accesa, i toni si sono alzati, ma i membri dell’AF sono equipaggiati per lo scontro. Dopo alcune invettive e qualche spintone i militanti dell’AF se ne sono andati in tranquillità. I due studenti si sono allora domandati cosa avrebbero potuto fare; la prima idea era stata quella di contattare l’AFA (Action Antifasciste di Parigi), dove avevano un amico tra i/le militanti, ma si resero presto conto che il tempo di chiamare, costituire una squadra, in pieno giorno… i/le militanti di destra sarebbero stati già stati lontan/e.

Questo primo incontro ci permette di fare un’amara constatazione: nel quinto arondissement, nel 2016, era possibile essere militanti fascisti/e o monarchici/che, prendersi degli spazi e diffondere le proprie idee di estrema destra assolutamente indisturbati/e. Poco tempo dopo AF, di nuovo, è stata segnalata alla stazione del metrò Cluny la Sorbonne intenta a vendere il suo giornale. Alcuni/e studenti/esse decisero quindi di improvvisarsi militanti antifascisti/e e di andare sul posto. Ma non essendo abbastanza organizzati/e e conoscendosi appena non c’era modo di distinguere realmente chi erano i fascisti e chi no. A partire dal movimento nato nella primavera del 2016 e da alcune riflessioni sull’agire locale, in particolar modo grazie all’esperienza della ZAD, nasce l’idea di creare un gruppo organizzato che avrebbe dovuto raccogliere tutti/e coloro che avevano legami geografici con il quartiere. Chiunque era il/la benvenuto/a, che fosse o meno studente/essa della Sorbona.

L’obiettivo era quello di creare un gruppo radicato nel quartiere che avesse come scopo la lotta antifascista, e, grazie ad essa, la creazione di un filo rosso tra le diverse azioni in corso nel quartiere. In generale i gruppi antifascisti hanno spesso un’identità molto marcata fin dal principio, fin da prima di costituirsi come gruppo politico, e spesso si tratta di un gruppo di amici/che. Noi no, e questa è, a nostro parere, la prima specificità della nostra organizzazione. Molte delle persone che inizialmente si sono aggregate in quello che ben presto si chiamerà SIAMO non si conoscevano, alcuni/e erano conoscenti, altri/e erano stati coinvolti dai/dalle loro amici/che, altri/e ancora ne avevano sentito parlare nei corridoi dell’università.

Il SIAMO ha una grande stima per tutti gli altri gruppi antifascisti di Parigi, con i quali ha sempre portato avanti molte azioni, e, senza dubbio, continuerà a farlo. Non avremmo mai visto la luce, come organizzazione, senza l’esperienza che alcuni/e dei nostri membri avevano accumulato presso altri gruppi, come il CAPAB ad esempio, a Parigi ed altrove.

Ciononostante il gruppo ha messo in atto, in particolare nei suoi primi momenti, azioni che l’hanno subito distinto dagli altri gruppi antifascisti di Parigi. Mentre gli altri si opponevano alle azioni dei fascisti solo attraverso barriere fisiche, il SIAMO inventò nuove pratiche, fatte per umiliare i fascisti ed al tempo stesso rendere la nostra lotta accessibile ed accattivante per le persone che vivevano nel quartiere. Per fare un esempio, ricordiamo sempre con nostalgia le “torte in faccia” ai fasci nel 2016. Le nostre inchieste ed i metodi operativi pensati sul quartiere avrebbe dovuto evitare l’effetto sorpresa per permettere invece un radicamento reale in un quartiere attraversato quotidianamente da migliaia di studenti/esse e giovani.

Un altro aspetto che ci sta particolarmente a cuore è la creazione di legami stabili tra i collettivi che non si definiscono antifascisti per poter concorrere tutti e tutte alle altre lotte, tutte egualmente importanti: quelle per i/le migranti, per le vittime della violenza poliziesca, quelle antisessiste ed LGBT+, etc. Lo scambio di pratiche e di analisi non può che arricchirci, è importante non rinchiudersi in pratiche di militanza antifascista non inserite nell’orizzonte comune delle altre lotte. Da qui si spiega, dunque, la nostra presenza costante in ogni manifestazione, di cui spesso costituiamo lo spezzone di testa. Il quartiere Latino, conosciuto per le sollevazioni del maggio ‘68, è tuttavia da sempre caratterizzato da una forte presenza dell’estrema destra. Già negli anni ‘80/’90 vi si trovavano gli “skin du luco” (Lussemburgo) un gruppo skinhead neonazisti/e. Ci sono, in questo quartiere, dei bar vicini a fascisti molto noti, come Alain Soral, o gruppi di riflessione come Dextra.

C’erano molti bar frequentatati da ultrà di estrema destra, l’Action Français volantinava ogni venerdì alla stazione della metro di Cluny e, naturalmente c’è Assas, una facoltà storicamente caratterizzata dalla presenza di studenti/esse di estrema destra, e che ha visto tra i suoi corridoi la nascita del GUD (Groupe Union Defense). Oggi la situazione è cambiata, le apparizioni dei/delle fascisti/e a Cluny sono saltuarie e Assas ha perso i suoi militanti a seguito dello scioglimento del GUD.

Si continua, tuttavia, un lavoro costante sul territorio, a Cluny, anche con i comitati di quartiere e con le associazioni… Il 2016 è stato per molti dei/delle militanti del SIAMO un anno molto importante in termini di formazione e costruzione di una comune prospettiva politica. In molti poi, al di là delle riflessioni e degli incontri importanti, hanno raggiunto il SIAMO dopo le manganellate ricevute in manifestazione, ad esempio quelle contro la loi travail, e la creazione di questo gruppo ha permesso loro di agire insieme e di accrescere la loro fiducia in sé stessi e nella lotta.

QeO: Se il movimento contro la loi travail sembrava aver spazzato via definitivamente le organizzazioni neofasciste dalle strade ed aver annichilito le loro politiche anti-crisi e la loro retorica xenofoba, proprio nel momento di massima ascesa e popolarità del Front National, oggi queste organizzazioni appaiono rinvigorite a tal punto da scendere in piazza nonostante il movimento studentesco o attaccare le facoltà occupate. Potete raccontarci brevemente cosa è accaduto in questo senso in Francia nell’ultimo anno? E quali sono stati i differenti effetti che la presenza di un movimento rivoluzionario nelle strade ha avuto rispetto alle organizzazioni neofasciste?

SIAMO: Noi non arriveremmo al punto di dire che il movimento per la loi travail ha spazzato via le organizzazioni neofasciste dalle strade. A meno che non vi riferiate ai poliziotti, che invece abbiamo sì spazzato via dalle strade più di una volta. Il movimento contro la loi travail è durato qualche mese, che non è abbastanza per giudicare l’eventuale suo impatto sulle lotte antifasciste (tanto più che l’estrema destra non ha certo sonnecchiato durante quei mesi).

Parliamo ad esempio degli attacchi dei/delle militanti fascisti/e alla Nuit Debout di Place de la Republique, nella primavera 2016, o del presidio dei/delle poliziotti/e il 18 maggio 2016, in pieno movimento contro la loi travail, in una piazza che aveva come invitata d’onore Marion ‘Maréchal’ Le Pen.

Poi va detto che l’agenda dell’estrema destra non è stata particolarmente turbata dal movimento: abbiamo, infatti, assistito ad una manifestazione identitaria nel V arondissement, o alla loro tradizionale marcia in onore di Giovanna d’Arco a inizio maggio. Tuttavia il movimento contro la loi travail è stato efficace contro l’estrema destra nella misura in cui, durante quel periodo, le questioni sociali sono state prese in carico solo da un movimento di contestazione radicale di sinistra, tanto che l’estrema destra ne è stata assolutamente sovrastata. Per tutto il tempo in cui la lotta sociale è stata al centro del dibattito mediatico l’estrema destra istituzionale non poteva più attirare l’attenzione sul dibattito razzista, islamofobo o anti-immigrazione come sa ben fare lei. Questi mesi di primavera 2016 hanno inoltre permesso la politicizzazione di una nuova serie di militanti, portando nuove forze all’estrema sinistra. La maggior parte di noi viene da quella generazione e ciò mostra chiaramente che la lotta contro la loi travail ha portato molti individui verso l’antifascismo, fino alla costruzione del solido gruppo che siamo oggi.

Non riteniamo tuttavia che la disfatta del FN alle elezioni presidenziali del 2017 e la sua attuale debolezza siano state provocate da questo movimento, ma piuttosto dalle politiche macroniste che hanno saputo, da una parte, imporsi come sola forza politica legittima (contro l’estrema sinistra come contro l’estrema destra), e, dall’altra, utilizzare l’FN come spauracchio per poi, una volta eletti, riprendere in parte il loro programma.

Questo per dire che noi non crediamo che le organizzazioni di estrema destra abbiano un particolare ritorno di fiamma, ma piuttosto che ci sia una presa di coscienza degli ambienti militanti rispetto alla reale minaccia dell’estrema destra, in particolare anche a seguito di diversi attacchi fascisti avvenuti nei licei e nelle università. Questa pratica è iniziata con un attacco contro il LAP (Liceo Autogestito di Parigi) a Parigi, da parte di alcuni membri di GUD, ma ha raggiunto una reale importanza mediatica solo dopo un attacco fascista alla facoltà di giurisprudenza di Montpellier. Quest’evento ha avuto molta eco in Francia: degli uomini a volto coperto, armati di mazze di legno, sono entrati nell’università terrorizzando gli/le studenti con l’appoggio del rettore (che ha poi dato le dimissioni).

Questo evento particolarmente eclatante potrebbe lasciar pensare ad un ritorno del fascismo nelle università, ma è importante sfumarne la portata: quest’anno, per fare un esempio, il movimento contro la Loi ORE si è sviluppato in primo luogo proprio dentro le università.

Un gran numero di università francesi sono state occupate creando una situazione davvero straordinaria. Da qui gli/le studenti/esse che di solito portano avanti il loro percorso di studi al di fuori di ogni coinvolgimento politico si sono invece collocati/e, sentendo la necessità di prendere posizione, cosa che ha scaldato non poco gli animi.

Gli attacchi alle università, in particolare dei centri parigini di Tolbiac e Malesherbes, sono il frutto delle azioni di qualche testa calda, capace di coinvolgere gli/le studenti/esse non militanti che già erano contrari/ie alle occupazioni. Si trattava più di auto-rappresentarsi come eroi/ne liberatori/trici delle proprie università che di rivendicare realmente posizioni politiche fasciste. D’altra parte, dopo la fine delle occupazione, la maggior parte di questi/e studenti/esse, forti delle loro due settimane adrenaliniche passate a militare vicino ai/alle giovani fasci, si sono riconcentrati/e sui loro studi. Speriamo di non sentirne mai più parlare.

Se dobbiamo riassumere la situazione dell’estrema destra nelle università quest’anno, in particolare durante la loi ORE, diremmo che malgrado qualche azione eclatante, la destra è stata scarsamente rappresentata e poco ascoltata. In conclusione, ci teniamo ad approfittare di questo punto per fare una precisazione sul modo in cui questi attacchi, chiaramente fascisti, sono stati condotti, quanto meno a Parigi.

Noi crediamo che gli attacchi di questi gruppuscoli di estrema destra avrebbero dovuto portare ad una maggior presa di coscienza rispetto all’importanza di organizzare un’autodifesa collettiva dentro le università, e non delegarla ai militanti antifascisti come spesso avviene. L’antifascismo resta ancora per molte persone una lotta caricaturale, riservata a pochi/e capaci di gestire da soli/e le aggressioni. Noi ci siamo evidentemente costituiti/e per proteggere gli/le studenti/esse delle università contro il fascismo, ma l’antifascismo e la gestione delle violenze non devono restare appannaggio esclusivo di alcuni/e: è una lotta che va presa in carico da tutti e tutte.

QeO: Ci sembra che oggi più che mai le organizzazioni neofasciste a livello globale abbiano ricostituito una vera e propria “Internazionale Nera” di cui le organizzazioni neofasciste francesi sono spesso protagoniste? Come percepite voi questi legami internazionali?

SIAMO: Questa è una domanda difficile per noi, perché, in quanto collettivo parigino siamo molto lontani/e dalle organizzazioni fasciste internazionali più attive sul piano delle frontiere. Sappiamo che alcuni gruppi, come Generation Identitaire si organizzano su scala europea, cosa che moltiplica le loro risorse finanziarie e la loro portata nociva. Di fronte a ciò la nostra priorità è di incontrare gli antifascisti di tutta Europa per organizzarsi insieme e perché no, rendendoci disponibili per azioni organizzate collettivamente su scala internazionale, come ad esempio i contro-summit. Sta a noi costruire una solida risposta ai fascismi transfrontalieri.

QeO: Infine, sappiamo che voi come collettivo SIAMO siete riusciti a rompere quello stereotipo talvolta machista e sessista associato alle pratiche dell’antifascismo militante. In che modo declinate quindi la questione di genere nel ripensare il vostro modo di essere antifascisti oggi?

SIAMO: Anche se siamo molto contenti di riuscire a mantenere una certa attenzione rispetto al tema del sessismo, questione che di recente viene spesso presa in considerazione nell’ambiente antifascista, dobbiamo tuttavia ammettere che questa problematica è ancora considerata marginale e ciò emerge anche nel confronto con altri gruppi antifascisti, oltre ad essere sintomatico della diffusione del problema in sé. Secondo noi le lotte anti-sessiste ed LGBT+ sono troppo spesso relegate al rango di lotte secondarie, anche se dovrebbero essere al cuore delle nostre pratiche antifasciste.

Il fascismo, infatti, contribuisce al mantenimento delle attuali gerarchie sociali attraverso la normalizzazione e la promozione di una centralità del dualismo dell’identità di genere e dell’eterosessualità. Espressione evidente di ciò sono le diverse forme di violenza – fisica, simbolica, economica – applicate nei confronti di persone le cui identità di genere e sessualità non rispecchiano le categorizzazioni tradizionali. In più non possiamo ignorare che vi sia un ritorno di razzismi e nazionalismi anche all’interno della lotta per i diritti delle donne, cosa che colpisce alcune di noi con attacchi ad un tempo razzisti, sessisti ed, talvolta, islamofobi. La grande difficoltà degli ambienti antifascisti nel portare avanti le lotte antisessiste ed LGBT+ è legata soprattutto al fatto che caratteri machisti1 e sessisti si esprimono sistematicamente nelle pratiche più violente (ad esempio nel confronto fisico contro i gruppi neofascisti o con le forze dell’ordine in manifestazione), pratiche caratteristiche dell’antifascismo militante.

Non vogliamo con questo dire che ogni pratica violenta sia intrinsecamente machista e sessista. Il machismo in quanto valorizzazione delle caratteristiche dei comportamenti definiti “mascolini” (chi è il più macho? Chi è l’uomo più coraggioso? Chi ha il cazzo più lungo?) contribuisce a rafforzare gli stereotipi e le etero-definizioni senza alcun tentativo di superamento. I ruoli di genere imposti dalla cultura tradizionale, se da una parte portano le persone educate come donne ad allontanarsi da dinamiche di violenza relegandole, in questi casi, in una posizione di sottomissione, dall’altra, vi avvicinano coloro che sono socializzati come uomini, che vengono invece incoraggiati a gestire la violenza per assumere un ruolo dominante. Allo stesso modo è facile immaginare la facilità che possono avere gli uomini cisgender a entrare in una pratica violenta e la difficoltà che possono avere le donne o le persone LGBT+ nel fare lo stesso.

Bisogna egualmente prendere in considerazione l’effetto del gruppo e le derive che questo può avere in termini di comportamenti machisti e sessisti, rendendo escludente il contesto militante per le donne e le persone LGBT+. La violenza come strumento politico non è appannaggio esclusivo degli uomini cisgender. Noi viviamo tutte e tutti in una società violenta, siamo tutte e tutti violenti/e. La sola cosa che cambia è l’espressione della violenza, anche nel vissuto femminile ed LGBT la violenza è onnipresente. Se vogliamo che gli ambienti antifascisti siano un luogo inclusivo è necessario riflettere sulle nostre pratiche violente, o nonviolente, perché queste siano messe in atto collettivamente, accompagnando coloro che vogliono prendervi parte ma non sanno come o non si sentono pronti.

Per noi è importante prendere in considerazione questa questione come questione politica e tentare di gestirla in modo collettivo. Allo stesso modo, come la violenza non può essere appannaggio dei soli uomini cisgender, il lavoro di cura, l’attenzione verso l’altro e i compiti amministrativi non possono restare competenze esclusive delle militanti donne ed LGBT+, cosa che, purtroppo, spesso accade nei nostri ambienti.

L’ inclusività passa attraverso la degenderizzazione delle nostre azioni, dal tentativo di far emergere nuovi codici e nuove pratiche, così che possano sorgere nuovi immaginari che non impongano né classificazioni né gerarchizzazioni sulla base del genere, e che non impongano nuove norme. L’idea è che ciascuno/a possa trovare spazi e pratiche adatti al suo sentire ed alle sue specificità. Se queste questioni sono comunque presenti nelle nostre riflessioni e nelle nostre pratiche, è perché il SIAMO è composto da uomini e donne cisgender come da persone LGBT+. La variegata composizione del nostro collettivo è, a sua volta, il risultato del ruolo centrale assunto dai gruppi femministi ed LGBT+ nel movimento per la loi travail del 2016. Di fatto, fin dal principio, queste questioni hanno avuto uno spazio importante, cosa che spiega il perché altri/e, colpiti/e dalle medesime problematiche, si siano a noi aggregati.

Tuttavia, non abbiamo certo risolto il problema del machismo e del sessismo nel nostro gruppo, e ancor meno negli ambienti militanti in generale. Come SIAMO diamo una particolare importanza al ruolo, alle parole ed alla cura delle donne e delle persone LGBT+ nel nostro collettivo, come anche nei collettivi con i quali ci confrontiamo. Nel quotidiano vegliamo sulle nostre pratiche e sui nostri comportamenti per evitare ogni forma di oppressione e aggressione. Dire che siamo riusciti a decostruire lo stereotipo sessista e machista associato all’antifascismo militante sarebbe prenderci un merito esagerato. Sono le donne e le persone LGBT+ che hanno lottato negli anni prima di noi che hanno creato le condizioni perché un collettivo come il nostro potesse esistere.

1NB termine originale “viriliste” inteso come rappresentazione dei valori tradizionalmente associati al maschile, come muscolatura sviluppata, prestanza fisica etc. Il termine Machiste, letteralmente traducibile con machista, è invece più simile al generico sessista perché rispecchia la riproposizione di ruoli di genere ben determinati (come ad esempio la donna in cucina, l’uomo a lavorare…). Non essendoci una traduzione precisa al termine viriliste, dal momento che mascolino ci sembra riduttivo della portata socio-politica del termine francese, preferiamo tradurlo con machista, seppur coscienti della non assoluta coincidenza concettuale dei due termini.

Mattatoio #1

Di Vultlarp

 Un mattatoio come nascondiglio dai bombardamenti del presente, come luogo per affilare le lame.

Tolbiac, primavera 2018

Siamo carne da nostalgia – E (quel che è peggio) da nostalgia primo prezzo – Nostalgia di un tempo che quando era presente ci dava già allo stomaco – Che quando era presente era già nostalgia di altro.

Una droga a lento rilascio – Un passato brandito come un’arma – che potrebbe farci fuori –  e invece lascia appesi a un filo a gocciolare – da una parte la carne – dall’altra il sangue.

Da una parte la nostalgia – dall’altra la speranza.

«Due strade da qui si dipartono. Ma pensi dunque che si contraddicano in eterno?»

A un certo punto, la nostalgia della primavera. Chiaro. C’è stata Tolbiac, c’è stata Paris 8, ci sono state le manifestazioni, le Assemblee Generali, le comuni agitate, un’intensità di presenze stordente, parole sulle labbra e nella testa, mani che ti tirano fuori dai guai, che ti stringono la mano e ti portano fuori dai guai, «strano modo di conoscerci», dirai, ma ce ne sono forse altri?, mani che non sudano strette l’una all’altra per portarci fuori dai guai, dalle fontane lacrimogene che sgorgano a chicchi tra Avenue Daumesnil e Boulevard Diderot, come se ad ogni incrocio, invece di un viandante un cavaliere un CRS a volte ci fosse solo altra vita, quella mano che è la prima forma della militanza, il legame spontaneo e immediato, la bazza che tutti meritano di vivere. Apertura al possibile, un solo grande adesso, percezione stranamente chiara di ciò che c’è.

A un certo punto, lo scazzo della primavera. Perché una nostalgia così ce la si porta addosso come un dolore. Con tutte le sue mitologie, i suoi ricordi. Con tutte le cose che non sono più.

«Non dovevano occuparla nemmeno», dice qualcuno di Tolbiac, «sarebbe da sbaraccare e recuperare le energie per rilanciare. È una gran figata, e poi ti ci affezioni. È una rivendicazione, e poi diventa ripetizione. Dieci anni fa era un picchetto al giorno. Poi via, fino all’indomani. E poi di nuovo. Finché ce n’è. Liberare i luoghi e i tempi è esaltante, crea una nuova percezione delle cose. Ma a volte fa perdere la dimensione entro cui si sta lottando».

Lo scazzo, perché anche stavolta la lotta (in parte) si è impennata sulla base di un’agenda non sua. Le leggi a febbraio, le mobilitazioni a marzo, il gaso di aprile, la repressione di maggio. Poi, «maledetto sia giugno» lo diciamo sempre noi.

E allora?

Allora si cammina sulla fune.

Tolbiac, settembre 2018

L’altro giorno a Tolbiac alcuni ragazzi del CESP1 (Collettivo Studenti Sans-Papier Paris 1) sono andati a chiedere spiegazioni alle segreterie. Perché più volte l’università ha promesso loro quello statuto di studente che permetterebbe loro di facilitare le pratiche per il permesso di soggiorno, oltre che di proseguire gli studi; ma non l’ha mai fatto.

Ora, ciò che c’è di interessante qui forse non è tanto il cosa — che pure è fondamentale nel suo contesto di lotta, e che merita attenzione: il fatto che le segreterie si siano rifiutate di riceverli, abbiano chiuso gli uffici e poi chiamato la vigilanza appartiene a quella microstoria della repressione a cui si oppone la presenza di molti e molte, e che è fatta di presidi, manifestazioni, incontri, testi (ne trovate uno qui, in francese). Una microstoria che confluisce in quella più ampia del movimento studentesco, che anche in questa primavera si è mobilitato contro la selezione sociale e sbirresca, per la regolarizzazione e l’apertura delle frontiere.

Ciò che emerge di veramente interessante è il come. Ancor prima che la notizia raggiungesse gli ambienti della mouvance, un comunicato lampo del rettore di Paris1 ha (com’è peraltro ormai consuetudine) «condannato fermamente» quella che ha definito un’«intrusione», insieme ai «comportamenti aggressivi e irrispettosi» di un non precisato soggetto studentesco. Esprimendo, ovviamente, il «più caloroso sostegno» alle «vittime» di questa «violazione».

Ci sarebbe di che scrivere un trattato: Paranoia della narrazione. Il fatto in sé conta relativamente poco (ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che «istituzione» rima solo con «destituzione»…); ma l’ossessione che porta una presidenza a mettere le mani avanti, a voler dire-prima, a spingere per dar nome alle cose: questo dovrebbe dirci molto sull’importanza strategica, sempre maggiore, del racconto, vero oggetto di quel discorso che Foucault ci ha suggerito di osservare nelle sue modalità di apparizione.

Intermezzo: quasi una notizia di gossip

Se fossi un influencer, continuerei scrivendo qualcosa «sono ormai abituato a muovermi online nella selva di selfie, mipiacciando le stories e i post, ma l’altro giorno – lanciavano l’Art selfie di Google Arts and Culture in Europa – la situazione era veramente fuori controllo».

Sfortunatamente (o no?) non lo sono. Fossi influencer, eroe nell’epoca del capitale umano!, allora il mio valore di scambio coinciderebbe totalmente con me stesso. Sarei il perfetto crevard, come lo chiama il Comitato Invisibile, il morto di fame, l’individuo auto-imprenditorializzato, auto-valorizzante. Il prodotto, il produttore, e il commerciante di me stesso.

Ma ora due parole sull’Art Selfie. Funziona così: ti fai un selfie (flash!) e l’applicazione pesca dall’enorme database «il dipinto che ti assomiglia di più». Simple as that.

Così un bel giorno il ragazzo che assomiglia a un Van Gogh, la liceale che balla in un quadro di Renoir, la barista di un Manet andranno a comporre una grande etologia dell’essere umano. Un intento classificatorio di gran classe, non c’è che dire. Dopo aver mappato la rete delle localizzazioni, delle conversazioni, degli interessi, degli acquisti, la naturale prosecuzione non poteva che essere la mappatura delle fisionomie. Non solo un dispositivo di identificazione a fronte di una volontà governamentale sempre più invisibile, non solo «gioco» volontario a cui le singolarità si sottopongono, ma anche un utilizzo dell’arte a fini catalogatori.

Un amico l’altro giorno mi ricordava un pensiero di Luigi Ghirri: «la fotografia è quello scarto tra la realtà, la sua rappresentazione e la sua interpretazione». La cattura di un istante. Immagine-movimento o immagine-tempo? Presenza o assenza? Qui e ora per sempre o transitorietà bloccata nel suo divenire?

Senza troppe paranoie su una filosofia della fotografia, questa storia dell’art selfie conferma due tendenze:

  1. Laddove la prescrittività dei dispositivi di classificazione dell’umano si fa meno efficace, è «utile e opportuno» introdurre un elemento di volontarietà da parte delle singolarità. Non abbiamo mosso un passo dai tempi di Étienne de la Boetie e della servitù volontaria.
  2. Tra gli elementi di volontarietà più coinvolgenti, i linguaggi artistici sono quelli che acquisiscono importanza primaria.

Tutti sentiamo di cercare nei linguaggi una particolare forma di presenza al mondo. I linguaggi artistici hanno allora presa nei confronti di ciò che la realtà respinge senza sosta oltre i margini della nostra comprensione. Che sia una frase, un pezzo, un graffito, un tag, una vetrina a pezzi dove prima c’era solo una tristissima banca — apostrofo rosa tra le parole «ti sfascio»…

Eppure non sempre l’associazione linguaggi-rivoluzione va oltre la speculazione, la domanda retorica su quel qualcosa che chi lotta dentro e contro questo presente forse sta sbagliando, quel qualcosa che forse gli sfugge.

Ha ragione Nathalie Quintane: «i militanti non leggono letteratura». È anzi una sostanziale estraneità verso tutte le arti. L’importanza della lotta trascura in quanto consolatorio tutto ciò che rende un po’ meno miserabile questa passeggiata forzata tra le macerie fumanti di un mondo che ha esaurito le proprie possibilità. Che continua, esausto, con i suoi narratori, nelle sue narrazioni, dentro i suoi discorsi. Che trasuda fine ovunque, e la fine non lo tocca. La fine lo circonda.

Cerca una maglia rotta nella rete

Che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l’ho pregato, — ora la sete

Mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

(E. Montale, In limine, che suggerisce di non smettere mai di cercare. Anche quando non c’è speranza.)

Di come la favola (nera) è finita per diventare il mondo vero

Ma cosa succede quando la fine arriva?

Da una parte, sempre più scrittori sembrano chiederselo. Anche laddove non ne viene fatto cenno, pare che ogni parola messa su carta trasudi questa fine, la interroghi, la contempli. Se ne disperi.

Mai come in questi anni le narrazioni apocalittiche sono state così vicine al realismo. Talmente vicine da aderirvi. Da far collassare i generi. Da riformare le categorie. Talmente vicine che dietro l’invenzione più sfrenata si staglia sempre più spesso l’ombra inquietante dello stato di cose presente. E laddove quest’ombra non appare, sembra sempre sul punto di raggiungerla in potenza.

I discorsi proliferano – il loro ordine è sempre più ineludibile perché sempre più malleabile – compromette tutto ciò che tocca – non teme più trasgressioni perché ha fatto della trasgressione stessa la sua cifra.

Questo, da una parte. Dall’altra, mai come in questi anni ciò che chiamiamo la letteratura è divenuto qualcosa di innocuo, di velleitario, senza alcuna presa sulle cose.

Viene da chiedersi se sia una colpa della letteratura.

Se da qualche parte va pure posta la questione dei linguaggi come «piede di porco» per fare leva su questo presente, quel dove è anche in questo linguaggio — nel suo senso più ampio di fucina e di rovina.

Mai la letteratura è stata più innocua. E delle due, l’una: o nessun discorso vi dimora che questa realtà già non contenga e brandisca contro di noi; o non siamo ancora stati capaci di vederci dentro ciò che potrebbe esserci. O il problema è nel modo in cui si dà, o nell’uso che se ne fa. O che non se ne fa.

«È il destino delle rovine, riportarci alla vita», dice Giorgio Falco, a conferma del fatto che si può leggere Benjamin e non comprenderne le implicazioni in termini di soggettività rivoluzionaria. Le rovine non hanno destino se non nella loro indefinita proliferazione. Per sconvolgente che sembri, il militante del tempo della fine le rovine deve usarle, per riportarsi e riportare alla vita. E non sempre per come si sono date storicamente, ma «per come ci sovvengono nel momento del pericolo». Un destino contro un uso: la differenza è notevole. Il primo richiede speranza e passività; il secondo necessità e attenzione.

E allora le macerie divengono altro. Non sono più la grande fine entro la quale si chiude ogni velleità. Allora le macerie diventano una possibilità. Allora non è vero che «non vale un cazzo che cosa leggi» (Baustelle, Veronica n.2), qualcosa varrà pure, e conta (forse?) anche lo scrivere. E sicuramente sopra queste macerie i tuoi pensieri non basteranno, ma qualcosa ce ne faremo, qualcosa diventeremo. Insieme.

Prendere consapevolezza delle rovine. Amare. Usarle. Diventare altro.

*Quando il senso della fine permea la narrazione, sembra basti un passo del Comitato Invisibile per esprimere ciò che migliaia di pagine accarezzano appena. Perché è evidente che queste scritture parlano di questo mondo. E questo mondo non va più commentato.

«L’umanità assiste incantata al proprio naufragio come a uno spettacolo in prima serata. Ne è talmente presa che non sente l’acqua che già le bagna le gambe. E alla fine farà di tutto un salvagente. È il destino dei naufraghi, quello di trasformare ogni cosa che toccano in un salvagente».

Eppure è nella narrativa della fine, con i suoi soggetti aggrappati alle ultime cose, con i suoi scenari finalmente e definitivamente devastati (un sornione quanto inutile «te l’avevo detto») coi suoi pericoli incombenti divenuti realtà incontrovertibili; è lì che possiamo trovare degli antidoti, delle strategie, delle ispirazioni.

Ad esempio. Uscire dal linguaggio come fine dell’umano. Aspettando i naufraghi di Orso Tosco è una variazione su questo tema. Lo scrittore si fa una domanda («se dovessi essere ammazzato, chi vorresti lo facesse?») e, attraverso la scrittura, si dà una risposta («qualcuno che non parlasse»).

«Questo mondo blatera tanto e non ha più nulla da dire» (Maintenant). Certo lo scrittore ha il coraggio di porsi anche domande scomode, domande che ricacciamo altrove perché non ci turbino con la loro attualità. I naufraghi — questo non-soggetto informe, collettivo, la cui potenza distruttrice non ammette sconti o repliche per questo mondo — hanno destituito ogni cosa, a cominciare da se stessi. A cominciare dal linguaggio, fatto equivoco, «forse il più antico dei dispositivi, in cui migliaia e migliaia di anni fa un primate — probabilmente senza rendersi conto delle conseguenze cui andava incontro — ebbe l’incoscienza di farsi catturare», sussurra Giorgio Agamben. Ma cosa resta laddove la destituzione non coincide con la costruzione?

Succede che anche la perdita della speranza si trasforma in una nuova forma di speranza. Più subdola, ancora meno ancorata a ciò che c’è. Chi non si è ancora tolto di mezzo da sé, sviluppa una speranza nelle più bieche credenze, nell’oblio di qualche sostanza. Rifugio nella follia.

Invece c’è chi in tutto questo riscopre i rapporti, mai veramente vissuti e prossimi alla fine. La speranza, come la sua fine, si pone per questi soggetti come qualcosa a cui aderire sempre esterno a se stessi. Il protagonista, invece, pare compiere un tragitto inverso. Il suo è un divenire-altro che comincia proprio quando potrebbe terminare, rimanendo se stesso — la fine prima della fine ordita da un branco di disperati che ha finito i salvagenti, talmente permeata da questo esistente che, al suo dissolversi, preferisce dissolversi con lui.

Il soggetto agonizza. C’è, ma agonizza. Problematizzarlo fino a farlo quasi scomparire è forse la grande intuizione di queste narrazioni — forse incapaci di vedere oltre, forse semplicemente esauste di questo modo di stare al mondo e ancora incapaci di scorgerne un altro. Ma chi ha detto che è lo scrittore a doverci dire tutto?

Il tema della morte dell’autore che Barthes, Foucault & co. sviluppano nel 1968-1969 è tutto qui: smettetela di vedere nello scrittore una volontà, un solo sguardo sulle cose e anche piuttosto debole, e cominciate a percepirlo come quell’accidente per cui si generano possibilità, configurazioni inedite del linguaggio. Nuove vie di fuga.

[«In mancanza di meglio ci appagavamo di parole, l’avventura era letteraria, l’impegno platonico». È così che Pierre Peuchmaurd descrive, nel suo Più vivo che mai, l’ambiente che il Maggio ha sotterrato. Ora: non c’è un allora a cui ritornare, ma la porta del presente la si forza anche coi linguaggi, con gli immaginari. Contrarli, per una volta, svilupparli dentro e a partire da noi invece di provare sempre a intercettarli e implementarli come una cosa altrui potrebbe salvarci tutti, prima di tutto da noi stessi, ed evitarci pagliacciate trappiste. A buon intenditor…]

Di nuovo a Tolbiac, primavera 2018

L’alone opaco dello stop – riflesso sull’asfalto ora che piove – ispira percezioni più confuse delle cose – di cose che forse non ci sono – di cose quanto mai reali – di cose che possiamo dire – su cui possiamo camminare – e smorza anche i divieti – li confonde con la strada, e sembra dirci – la realtà non è solo qualcosa di già dato – in ogni istante si può aprire quello squarcio su altri mondi – la crepa dentro un Io «costretto a sanguinare» – gli amici sulla via di fronte ai cocci – come un riflesso da attraversare.

Per farsi veggenti / basta saper guardare.

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario. #4 Qui e Ora incontra alcuni antifascisti tedeschi della Rhein-Main Area

Prosegue il nostro lavoro di inchiesta sui temi del fascismo e dell’antifascismo contemporaneo. Questa volta abbiamo cercato di capire qual è la percezione che si ha in Germania del fenomeno del fascismo e come si organizzano i compagni tedeschi per opporsi ad esso.

QeO: Fascismo, populismo e razzismo sono fenomeni in grande crescita a livello globale. Che percezione avete di tutto questo in Germania?

X: Nella società medio-borghese tedesca, il razzismo non è un fenomeno nuovo. Uno studio realizzato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung, dimostra che negli ultimi anni circa un quarto dei tedeschi condivide atteggiamenti di destra, populisti e razzisti. Ma da questo studio si deduce anche che, pur essendo aumentato negli ultimi anni il numero di chi condivide queste posizioni, non si tratta di posizioni inedite. Infatti, quando negli anni ’90 ci fu un grande flusso migratorio diretto in Germania, il razzismo tedesco esplose in veri e propri pogrom contro i richiedenti asilo. Per esempio, con il consenso di migliaia di cittadini, nel 1992, i neo-nazisti attaccarono la “Sunflower House” a Rostock-Lichtenhagen. La “Sunflower House” era un palazzo dove vivevano principalmente lavoratori stranieri provenienti dal Vietnam.

L’attacco durò per giorni e non fu fermato dalla polizia. In risposta a questi episodi il governo tedesco ha riformato, in senso notevolmente restrittivo, la legge nazionale sul diritto d’asilo. Come risultato il numero dei rifugiati è nuovamente diminuito. Anche la cosiddetta “National Socialist Underground” (NSU) iniziò ad agire nella Germania di quel periodo, uccidendo migranti con la collusione delle autorità e dello stato tedesco, propagandando statistiche feroci e falsate ispirate ad una ideologia razzista. Gli ultimi esodi e migrazioni di molte persone in Europa mettono nuovamente in luce quanto il razzismo sia diffuso e da sempre radicato nella società. Si registra nuovamente una crescita del fenomeno razzista e populista in Germania. Il discorso pubblico si è spostato molto a destra negli ultimi anni. Il pensiero razzista torna ad essere socialmente accettabile tanto che i leader dei maggiori partiti politici, ad esempio, possono definire le organizzazioni per i diritti umani “parti di un’industria anti-deportazione”, senza subire alcuna conseguenza. Il linguaggio che un tempo era evidentemente proprio dell’estrema destra non è più tabù, ma quotidianamente utilizzato dalla stampa. Il crescente razzismo e populismo si basa anche sulla paura diffusa ed indotta di una presunta minaccia islamista e terroristica nella società tedesca. Queste paure e il discorso politico che ne consegue vengono usati per sviluppare uno stato sempre più autoritario. Per citare solo alcuni di questi sviluppi, assistiamo oggi: all’inasprimento della legge penale, alla creazione di grandi campi per i rifugiati, ad un notevole aumento dei caratteri restrittivi della legislazione in materia di immigrazione e all’aumento delle misure di sorveglianza. In tempi di campagne elettorali alla guida dei partiti, un tempo appartenuti alla borghesia conservatrice, vi sono ora populisti di destra. Per esempio, la CSU in Baviera vuole imporre una nuova legge volta ad ampliare i poteri della polizia e a modificare profondamente, in senso peggiorativo, i diritti civili dei cittadini. Secondo questa proposta di legge, chi, pur non avendo commesso alcun reato, sia ritenuto pericoloso per la “sicurezza”, può comunque scontare lunghe pene detentive di carattere preventivo. Un altro esempio del cambio di passo che si registra in Germania è stata la reazione ad un episodio avvenuto in un campo a Ellwangen (Baden-Württemberg), in cui si è riusciti ad impedire la deportazione di alcuni rifugiati. Infatti, più di cento persone, per lo più rifugiati, erano riusciti ad evitare il rimpatrio di un amico. La stampa ha riportato la notizia senza alcuna simpatia per i rifugiati, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica che così si è scagliata contro i rifugiati resistenti. Il giorno dopo le forze speciali della polizia hanno fatto irruzione nel campo dei rifugiati per garantire con la forza il rimpatrio e punire coloro che lo avevano impedito il giorno prima. Non ci sono state critiche dell’opinione pubblica a questa modalità illegittima di intervento da parte delle forze dell’ordine. Invece c’è stata una grande approvazione sociale. Quindi senza dubbio si può dire che buona parte della società tedesca incarna quello sviluppo globale che state descrivendo.

QeO: Cosa è cambiato in Germania negli ultimi anni? A cosa si deve la rinnovata forza e popolarità dell’estrema destra?

X: La situazione in Germania è cambiata molto negli ultimi anni. Stiamo vivendo una fase caratterizzata da divisioni sempre più profonde della società sia in termini di distribuzione della ricchezza, che in termini di posizioni politiche e atteggiamenti razzisti. Per la prima volta c’è un movimento di destra chiamato PEGIDA (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’occidente) che oggi, insieme all’AFD, un partito di destra, è parte di quasi tutti i parlamenti tedeschi. PEGIDA è stata fondata nel 2014 a Dresda, dove ha iniziato a organizzare manifestazioni con oltre 20.000 partecipanti.

Hanno anche delle sedi in altre città tedesche dove sono state organizzate, con una certa regolarità, manifestazioni contro la cosiddetta “islamizzazione” e contro la politica tedesca in materia di asilo. Il seguito di PEGIDA è differente da città a città. Ad esempio a Francoforte oltre 4.000 antifascisti si sono trovati di fronte solo un misero gruppo composto da non più di 80/100 sostenitori di PEGIDA. Mentre a Dresda le manifestazioni di questa organizzazione, che ricorrono con cadenza settimanale, sono divenute una pericolosa circostanza in cui si crea una vera e propria area off-limits per i militanti di sinistra ed i migranti. Mentre PEGIDA nel corso del tempo ha cercato di proporsi alla società tedesca con una rinnovata immagine moderata di tipo liberal-borghese, i razzisti appartenenti ai movimenti contro-culturali hanno ricercato differenti maniere per proporre le loro pratiche. Per esempio, hanno fondato HoGeSa (tifosi contro i salafisti). Oltre 5.000 tifosi di destra, sostenitori di diverse squadre di calcio tedesche hanno preso parte ad una manifestazione a Colonia, scontrandosi con la polizia. Ma questa composizione non può certo definirsi inedita, in quanto già negli anni ’90 molti hooligan sono stati tra i primi protagonisti di attacchi e raid di matrice razzista. Ma finora il più grande cambiamento rimane la capacità ed il successo con cui sono riuscite a ricomporsi le differenti aree della destra più radicale nell’organizzazione di PEGIDA. Al suo interno, infatti, sono confluiti tanto militanti neonazisti che ignoranti razzisti o conservatori frustrati. Nel frattempo, però, c’è anche un nuovo partito, l’AFD, portatore delle stesse istanze di PEGIDA nei parlamenti. Il crescente razzismo e la deriva sempre più autoritaria dello stato tedesco stanno comportando anche la completa assuefazione a questo clima da parte della sinistra in generale e della sinistra neo-liberale in particolare. Azioni violente da parte delle organizzazioni di estrema destra e dichiarazioni razziste da parte dei politici di destra sono all’ordine del giorno e a questo clima si sono dovuti adeguare anche i militanti antifascisti. Una reazione completamente logica per sopportare la follia quotidiana, ma anche un chiaro indicatore dei tempi e dei recenti cambiamenti.

QeO: Ci siamo resi conto che, in Italia, il fenomeno del fascismo contemporaneo non si può ridurre solo ad una questione di organizzazioni neo-fasciste, ma che si esplica in una vera e propria “fascistizzazione” della società, cosa che lo rende evidentemente un fenomeno alquanto pericoloso. Potreste dire lo stesso per la Germania?

X: Noi non crediamo che il fenomeno di “fascistizzazione” riguardi la società intera. Ci sembra però che le divisioni sociali si stiano approfondendo sempre più e che stia prendendo piede in una parte sempre più consistente della società un forte desiderio di “fascistizzazione” della società intera. Le posizioni razziste e le discriminazioni basate sulle identità etniche non sono più appannaggio dei soli partiti e delle organizzazioni dell’estrema destra, ma sono divenute parte integrante dell’ideologia borghese. Anche le istanze come quelle di genere o per la libertà sessuale stanno subendo un “contraccolpo”. Mentre i diritti degli omosessuali ed il femminismo sono fuori discussione per un’ampia parte della società, posizioni anti-femministe e omofobe si stanno affermando sempre più in vari ambiti sociali. Questo “contraccolpo” si registra tanto per le strade, quanto sulla stampa e in molti dei parlamenti della Germania. Il desiderio di “gruppi familiari tradizionali” è ancora palesemente maggioritario e talvolta perfino considerato moderno o alla moda. Queste posizioni non sono solamente sostenute da stupidi neonazisti, ma hanno una enorme diffusione negli ambienti sociali borghesi. Ma a far paura è anche l’inimmaginabile diffusione di posizioni darwiniste, considerate assolutamente tabù fino a pochissimo tempo fa. L’AFD, di recente, ha formulato anche un’inchiesta parlamentare al Bundestag, con contenuti palesemente discriminatori nei confronti dei disabili. E ultimamente si registra una stretta repressiva perfino nei confronti di senzatetto, tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Sotto la pressione di iniziative cittadiniste e della stampa, ad esempio, la polizia di Francoforte si sta attualmente accanendo contro senzatetto, tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Centinaia di poliziotti sono impegnati a rendere la vita impossibile a queste persone senza diritti, nel tentativo di cacciarli dalle città.

Sebbene questi atteggiamenti non costituiscano una novità di per sé, inedito è sicuramente il consenso che riscuotono sia da parte della stampa che dell’opinione pubblica, che si sbilancia tutt’al più in critiche velate a quegli approcci repressivi evidentemente eccessivi. Il panorama nemico per gli antifascisti è quindi diventato molto più complesso e complicato da affrontare.

QeO: Potreste descriverci la galassia tedesca delle organizzazioni di estrema destra?

X: Il NPD è stato un partito nazionalsocialista sin dagli anni ’60, chiaramente in continuità con la tradizione nazionalsocialista tedesca. Per molto tempo è stata l’organizzazione più importante dell’estrema destra e nell’ultimo decennio è stato in grado di vincere alcune elezioni amministrative. Il NPD ha anche indetto manifestazioni a livello nazionale. Nella Germania dell’est il partito è molto radicato a livello regionale. Ma finora non ha mai avuto accesso al parlamento federale tedesco. Oltre al NPD, ci sono i cosiddetti “Frei Kameradschaften”, “Autonomous Nationalists” e altri gruppi extraparlamentari. Ci si riferisce perlopiù ai neo-nazisti militanti che sono organizzati in gruppi diffusi. Ovviamente ci sono anche gruppi di hooligan di alcune squadre di calcio, che sono gruppi di veri e propri militanti neo-nazisti. Una organizzazione tra queste, già nominata prima, è “HoGeSa”. Negli ambienti delle organizzazioni di destra si organizzano anche grandi concerti rock legali con diverse migliaia di partecipanti, soprattutto nella Germania orientale. Senza molta resistenza e senza repressione da parte dello stato e della polizia, possono organizzare indisturbatamente feste, convention di tatuaggi ed eventi di sport da combattimento. Le formazioni neo-naziste tedesche sfruttano la legislazione nazionale sull’associazionismo per evitare che questo tipo di eventi vengano vietati. Di recente, il NPD ha rapporti piuttosto conflittuali con altre parti dell’estrema destra. Sia con altri partiti minori di estrema destra che con le organizzazioni extraparlamentari o altre formazioni neo-naziste di stampo più liberal-borghesi. Un fenomeno abbastanza nuovo in Germania è la formazione dal nome “Identitäre Bewegung”, dai forti legami con i gruppi neo-fascisti italiani. Sono un nuovo movimento di destra, già diffuso in Francia, Italia e Austria. L ‘ “Identitäre Bewegung” in Germania si compone in larga parte di neo-nazisti e di studenti legati all’ estrema destra. Non sono molti, ma riescono spesso a catturare l’attenzione dei media. Nella città di Halle hanno uno stabile a scopo abitativo e anche un centro sociale in cui si organizzano. Ma i compagni di Halle e di Lipsia, città che si trova piuttosto vicino ad Halle, organizzano molte proteste contro il loro spazio. Al momento, l’organizzazione più importante della destra tedesca è il partito “Alternative für Deutschland” (AFD) e il movimento PEGIDA, di cui abbiamo già parlato. Ora, l’AFD ha seggi in quasi tutti i parlamenti, è molto presente a livello mass-mediatico e dunque capace di articolare e diffondere la sua retorica sempre più marcatamente razzista. Un altro partito sempre più assimilabile all’AFD è il partito bavarese della CSU, un partito conservatore, cristiano e liberal-borghese che pian piano sta facendo proprie tutte le istanze dell’AFD agitando una propaganda che si scaglia contro i migranti e contro la sinistra. Questo partito ha ruoli importanti nel governo, ad esempio il ministero degli interni è guidato da un membro della CSU, e in Baviera governa con la maggioranza assoluta. Quindi hanno l’opportunità politica di attuare le loro posizioni razziste e autoritarie. Infine, negli ultimi tempi, i diversi movimenti di destra hanno dimostrato un’inedita capacità di infiltrarsi nei sindacati e nei consigli di fabbrica, insomma di appropriarsi di temi sociali quali il lavoro, che per tradizione, in Germania, sono sempre stati appannaggio della sinistra. Più in generale, sono le diverse istanze sociali ad essere sempre più agite dalla destra. A nostro avviso, se la sinistra radicale dovesse perdere terreno anche su queste tematiche sarebbe alquanto pericoloso.

QeO: Ci potete raccontare del partito dell’AFD? Della sua storia e della sua composizione interna? Lo definireste un partito nazista?

X: L’AfD è un partito fondato nel 2013 e inizialmente aveva posizioni neoliberali e anti-europeiste. La maggior parte dei suoi membri proveniva da ambienti alto-borghesi, sostenevano l’abolizione dell’euro e una politica economica più liberale. Nel corso del tempo, ha assunto posizioni sempre più razziste e nazionaliste che alla fine hanno prevalso nel loro discorso. Oggi, l’AfD è un partito chiaramente nazionalista e razzista che promuove una politica autoritaria. A differenza del NPD, il partito non promuove alcuna istanza sociale. Al contrario, si impegna a preservare e promuovere le élite e il sempre maggiore sfruttamento dei più deboli. Pertanto, non si può definire l’AfD un vero e proprio partito nazionalsocialista, sebbene alcuni funzionari dell’AFD provengono dall’area nazionalsocialista e alcuni dei loro fondi confluiscano in organizzazioni che promuovano istanze propriamente nazionalsocialiste. Inoltre, alcuni appartenenti al partito iniziano a occuparsi di questioni sociali. Vedremo come le loro posizioni cambieranno nel tempo.

QeO: Sappiamo che in Germania si presta una particolare attenzione nell’utilizzare in maniera differente i termini: fascisti, neo-nazisti, estrema destra. Quali sono le differenze tra questi termini? A quali differenti situazioni si riferiscono?

X: Questa è una domanda complessa alla quale possiamo solo rispondere brevemente e parzialmente. Il nazional-socialismo (nazismo) ha uno specifico significato storico per noi, che passa necessariamente per l’olocausto. Dal nostro punto di vista, tra le altre cose, l’ideologia razziale è differente dal fascismo. Le persone che si richiamano alla tradizione del Terzo Reich e del NSDAP sono chiamate nazisti e non fascisti. Per noi questi sono concetti storicamente diversi. Sotto l’estrema destra sono racchiuse varie correnti dai nazionalsocialisti ai membri razzisti dei partiti conservatori. Tuttavia, ci sono sicuramente intellettuali e studiosi di sinistra che possono rispondere a questa domanda molto meglio di noi. Nella nostra pratica politica, però, questi termini giocano un ruolo secondario. Indipendentemente dal termine, faremo del nostro meglio per combattere queste ideologie politiche e le persone che le diffondono, con tutti i mezzi a nostra disposizione.

QeO: Sappiamo, inoltre, che per ragioni storiche non fate spesso riferimento alla nozione di fascismo, ma ci chiedevamo perché allora denominate “Azione Antifascista” la resistenza al fenomeno dell’estrema destra?

X: Ci riteniamo parte integrante della ” Azione Antifascista”, movimento fondato dal KPD (Partito Comunista Tedesco) nel 1932 per prevenire e combattere la presa del potere da parte dei nazional-socialisti. Del resto, come sapete, il termine anti-fascista ha ormai una portata internazionale. Per noi significa lottare contro ogni forma di discriminazione ed oppressione, per una società non gerarchica.

QeO: Abbiamo sentito parlare della NSU (Nationalist Socialist Underground). Ci potete dire qualcosa in più su questa organizzazione?

X: La NSU è stata una cellula terroristica neo-nazista strutturalmente legata agli ambienti camerateschi del “Thüringer Heimatschutz” e della rete Blood & Honor. Dal 2000 al 2007 ci furono 10 omicidi, 3 attentati e 15 rapine in banca, attribuiti alla NSU. Nove delle vittime della NSU furono selezionate su base razziale. La decima fu una poliziotta. Durante il periodo in cui furono commessi questa serie di omicidi la polizia denominò il caso “Donermorde” (omicidi del kebab) secondo il suo lessico propriamente ed intrinsecamente razzista, per sottolineare la provenienza delle vittime, la loro origine non-tedesca. Ma proprio per questa loro origine, le vittime furono accusate dalla stessa polizia di appartenere ad organizzazioni criminali rinvenendo in ciò il movente degli omicidi, senza invece prendere in considerazione il movente razziale, nonostante le rimostranze e le pressioni delle famiglie delle vittime. La stampa tedesca, all’epoca, si limitò ad assumere i risultati delle indagini della polizia e a riportarli come tali. Gli antifascisti tedeschi non si interessarono mai della faccenda, anche quando ci furono manifestazioni indette dalle famiglie delle vittime a cui parteciparono molti appartenenti alle diverse comunità migranti, proprio per sottolineare il movente razzista degli omicidi. La stessa denominazione del caso “omicidi del kebab” non fu oggetto di alcuna critica da parte del movimento antifascista.

Solamente dopo che fu sciolta l’organizzazione della NSU, dai suoi stessi membri, divenne chiaro a tutti il movente razziale degli omicidi, che venne portato alla luce da ambiti organizzati. Nel processo che seguì questi fatti, e che ora sta giungendo al termine, non vengono neanche accusati gli altri membri che appartenevano alla rete di supporto della NSU, poiché non è stato possibile attribuirgli un diretto coinvolgimento. La ricostruzione dell’organizzazione e delle vicende relative alla NSU rimane oggi sommaria e lacunosa. Sarebbe composta da tre persone, di cui due si sono uccise per sfuggire alla polizia. Ad essere giudicata nel processo è solo Beate Zschäpe, la terza componente e unica superstite. Inoltre, altre tre persone sono state accusate di aver fornito un concreto supporto a questa organizzazione. Tuttavia questa versione non regge, come hanno messo in luce in una riflessione critica degli antifascisti. La NSU non avrebbe potuto agire senza il contributo di una capillare rete di sostegno, e dunque non può concepirsi se non in relazione a tale rete. Inoltre, appare innegabile che si siano serviti di una rete locale di appoggio logistico e materiale nei luoghi dove sono stati fatti gli attentati. Viene anche criticato il ruolo a dir poco marginale assunto dai servizi segreti tedeschi e dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dapprima rispetto alle indagini e ora anche nel processo. La rete di supporto alla NSU si componeva, dunque, anche di personaggi potenti, il cui compito era trovare fondi e appoggi per sostenere la loro attività, per costruirla e finanziarla. E tutto ciò si ritiene sia avvenuto con il benestare di alcune delle autorità competenti in materia, non del tutto ignare di questo neo-fenomeno. Quando fu resa pubblica l’esistenza della NSU, gli eventi sono stati modificati omettendo gli errori. Per occultare il coinvolgimento dei servizi segreti tedeschi sono stati distrutti documenti e rapporti redatti da alcuni infiltrati. Nel prossimo futuro, il processo contro i membri della NSU finirà. L’elaborazione di ciò che è accaduto, tuttavia, richiederà anni, forse decenni per averne anche solo una vaga idea[1].

QeO: Esistono dei gruppi antifascisti oggi in Germania? Come si organizzano? Come si relazionano alle altre lotte politiche e sociali?

X: Ci sono gruppi antifascisti in tutta la Repubblica Tedesca. Sono molto eterogenei ma solitamente organizzati in piccoli gruppi. Le tematiche affrontate e le pratiche di ciascun gruppo possono essere anche molte diverse tra loro. Ci sono gruppi antifa che si impegnano nella lotta per i diritti politici e ci sono gruppi che fanno parte dei movimenti sociali anticapitalisti. Alcuni gruppi fanno anche entrambe le cose. I pogrom dei primi anni ’90 hanno portato alla fondazione di gruppi prettamente antifascisti anche in molte piccole province, dal momento che molti adolescenti di sinistra e migranti si trovavano sempre più esposti ad attacchi brutali da parte degli skinhead di destra. Oggi, il panorama degli Antifa è alquanto composito, vi sono gruppi antifa nelle parrocchie, nei sindacati e gruppi provenienti dalla sinistra radicale, dall’area autonoma, da quella anti-nazionale, anti-tedesca e anti-imperialista. Molti gruppi sono organizzati in reti territoriali e molti fanno anche parte del movimento anticapitalista della sinistra radicale e, di conseguenza, sono spesso coinvolti in mobilitazioni più ampie come il vertice del G20 ad Amburgo. La lotta contro le ideologie di destra non può essere condotta senza trovare una risposta alle istanze sociali. Siamo convinti che siano le esperienze di solidarietà attiva nella vita quotidiana a prevenire il diffondersi di comportamenti razzisti e ideologie autoritarie. E pensiamo che sia giusto portare avanti contemporaneamente diverse pratiche politiche e di azione. Se un tifoso di sinistra si scontra con i nazisti, è parte della lotta antifascista al pari di un organizzazione di quartiere che sostiene le persone nella loro vite quotidiane. Sono entrambe pratiche necessarie ed importanti.

[1] Altre informazioni è possibile reperirle su https://www.nsu-watch.info/en/  (in inglese)