Artisti e libertari a Fiume

Ci sono dei momenti che sono come dei rendez-vous con la storia, momenti nei quali questa si apre a una biforcazione per la quale prendere una strada o l’altra decide di un’epoca e delle vite che essa contiene. La storia che narra Claudia Salaris a proposito dell’occupazione di Fiume di cento anni orsono, è uno di quei momenti. È certo che gli spazi che accolgono questi fermenti storici non sono mai “puri” e che al loro interno si giochi una battaglia altrettanto importante di quella che i loro occupanti, insieme, conducono contro il potere costituito. In questi ultimi due anni, per esempio, stiamo assistendo all’eccezionale “performance” di un movimento di massa come quello dei Gilet Gialli in Francia, all’interno del quale è un segreto a cielo aperto che siano presenti persone provenienti dai più diversi spettri ideologici e tuttavia, nel tempo e almeno per il momento, ha prevalso un’idea e una pratica autogestionaria e egualitaria piuttosto che quella discriminatoria e autoritaria tipica dell’estrema destra. Ci pare questo un buon motivo per non lasciare a quest’ultima l’esclusiva del ricordo di ciò che accadde a Fiume un secolo fa.

di Claudia Salaris*

L’occupazione di Fiume da parte di un gruppo di militari disertori sotto la guida di un poeta famoso fu uno di quegli avvenimenti destinati a suscitare sorpresa nel mondo. Non appena s’era diffusa la notizia, il Club Dada di Berlino inviò a Gabriele d’Annunzio un telegramma in cui salutava la conquista come «grandiosa impresa dadaista», dichiarando che l’«atlante mondiale dadaistico DADAKO» riconosceva Fiume come città italiana.[1]

Trascorsi molti anni, un altro dadaista tedesco, Hans Richter, sentirà il bisogno di criticare Richard Huelsenbeck, Johannes Baader e George Grosz per essersi espressi pubblicamente a favore del «poeta-conquistatore, nonché ampiamente fascista, d’Annunzio».[2] L’episodio mette in luce quello che è in genere un modo per guardare all’impresa di Fiume: giudicarla come esperienza prefascista.

Certo, è fin troppo ovvio sottolineare che quei mesi d’occupazione sono stati la fucina in cui fu sperimentata per la prima volta una liturgia della politica di massa, che ben altra estensione avrebbe avuto negli anni del regime. Il passato come mito (la romanità), i saluti («Eia eia alalà», «A noi!»), i motti («Me ne frego»), la canzone Giovinezza, l’uso della camicia nera e del fez, le celebrazioni, i discorsi che d’Annunzio pronunciava dalla ringhiera del palazzo di governo (anticipatori di quelli mussoliniani dal balcone) sono alcuni esempi della politica-spettacolo inventata da d’Annunzio, che il fascismo avrebbe usurpato.

Se sono innegabili i debiti del regime è pur vero che per la comprensione dei fatti di Fiume non giova interpretare il fenomeno solo attraverso la lente del fascismo. Lo storico Renzo De Felice, del resto, ha messo in guardia contro una lettura a senso unico che riconduca la vicenda nell’ottica del fenomeno nazionalistico-reazionario, sottolineando che tra i legionari c’erano i «ragionevoli» e gli «scalmanati», ma questi ultimi sono stati i veri rappresentati del fiumanesimo, dando all’impresa il suo carattere più significativo, quello d’un’esperienza anticipatrice d’un nuovo ordine politico-sociale, per cui, nel periodo postfiumano, molti di loro si sarebbero schierati contro il fascismo. [3]

Per alcuni, Fiume rappresentava il rifiuto del reinserimento nella società borghese dopo la guerra, per altri l’avventura si tingeva dei colori d’una contestazione globale al sistema e, anche se la molla iniziale era stata patriottica e nazionalista, la rivolta si dilatava al di là della politica estera del governo italiano, fino a investire tutto l’ordine costituito, non solo quello di Roma ma anche quello della nascente Società delle nazioni.

La città occupata fu un magma ribollente di sentimenti e aspirazioni che rifletteva le inquietudini e il malessere d’una generazione che aveva fatto la guerra e sentiva d’essere diversa da quella dei padri per il modo di concepire l’esistenza, i rapporti umani e sociali, l’organizzazione del potere. In tale contesto presero corpo l’idea di fare di Fiume il crogiolo d’una rivoluzione che coinvolgesse i popoli schiacciati dalla politica imperialista delle nazioni forti, nonché l’adesione ai progetti repubblicani e corporativi del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, all’esperienza sovietica, senza escludere l’ipotesi d’un’alleanza con la sinistra anarchica e socialista.

Ma la carica rivoluzionaria che gran parte del fiumanesimo venne assumendo da un lato alimentò l’ostilità dei benpensanti e portò elementi della destra nazionalista a dissentire dalle sue scelte (compreso un politico realista come Benito Mussolini), dall’altro fece guardare con attenzione al fenomeno da parte dei settori più spregiudicati del sovversivismo (è il caso di Antonio Gramsci).

Fallito il progetto del «modus vivendi» inizialmente proposto dal governo italiano, la politica dannunziana si spostò sempre più verso prospettive rivoluzionarie. Si affermò quel particolare clima che, usando le parole di d’Annunzio, fece di Fiume la «Città di vita»: una piccola controsocietà con idee e valori non in linea con quelli della morale corrente nella disponibilità alla trasgressione: libertà sessuale, omosessualità, droga, nudismo, beffe, originalità degli atteggiamenti e nella foggia del vestire dei legionari.

Queste manifestazioni collettive esprimevano lo stesso spirito nuovo che si può riscontrare nelle visioni della Carta del Carnaro e della Lega di Fiume, che avrebbe dovuto riunire i rappresentanti dei popoli oppressi, ma anche nel dirottamento verso la città delle navi mercantili, bizzarra forma d’economia basata sulla pirateria, per non parlare delle continue feste sfrenate, simbolo stesso della socialità fiumana. E non è irrilevante notare che un simile abbozzo d’anti-stato faceva da cornice a talune presenze d’avanguardismo intellettuale e artistico.

I risvolti libertari non sono stati ignorati dalla storiografia sull’impresa fiumana. Un’interpretazione suggestiva è stata proposta alcuni anni fa da Hakim Bey, esponente della controcultura americana nonché teorico delle Taz (zone temporaneamente autonome). Nel ricostruire la storia dei movimenti di rivolta come un unicum al di là delle generazioni – dagli antichi pirati agli anarchici nichilisti, dagli hippy ai punk e agli hacker –  egli ha notato come l’occupazione dannunziana, proprio per il carattere di mobilitazione temporanea e d’esperienza in contrasto con la mappa dell’ordine vigente possa essere considerata la prima Taz moderna, presentando elementi di omologia con l’insurrezione di Parigi del ’68, le comuni della controcultura americane, le rivolte urbane italiane degli anni Settanta, il situazionismo.[4]

Questo tipo di lettura ha stimolato l’autrice di questo articolo a sviluppare nel libro Alla festa della rivoluzione il confronto tra epoche e fenomeni diversi, fino a vedere in alcune espressioni del fiumanesimo l’anticipazione di stati d’animo, idee, provocazioni che hanno caratterizzato l’esperienza dei movimenti   giovanili a partire dagli anni Sessanta. [5] 

Quando d’Annunzio esortava a «osare l’inosabile» precorreva la surrealistica «immaginazione al potere» del Maggio parigino. Punti in comune tra questi fenomeni così lontani nel tempo sono la pratica di massa del ribellismo; l’importanza data alla festa e al gioco come strumenti liberatori; la libertà sessuale; l’emancipazione femminile; la circolazione delle droghe; l’antimperialismo; il rifiuto dell’alienazione cittadina e il mito del vivere in armonia con la natura; la priorità data alla vita di gruppo e il rifiuto della famiglia borghese; la ricerca di nuovi modi di fare politica che includano l’allegria, la burla, la carnevalata; il tentativo di creare delle forme alternative di economia che non riflettano quelle del potere basate sul profitto, ma implichino il concetto di dono.

Fiume è stata la meta d’un intenso turismo politico, proprio come sarebbe accaduto a Parigi nel ’68. Non solo militari, ma anche artisti, libertari, futuristi, dandy, avventurieri riuscivano a varcare clandestinamente il blocco che cingeva la città per immergersi in un clima di festa mobile.

Nel rievocare l’avventura fiumana non si può prescindere dalla figura di Guido Keller, che la notte precedente l’entrata in Fiume ha evitato il fallimento dell’impresa andando a sequestrare gli autocarri venuti a mancare agli ammutinati partiti da Ronchi. Vegetariano, nudista, detestava gli abiti borghesi, le divise e talvolta indossava un pigiama calzando pantofole orientali a punta rialzata. A bordo del suo apparecchio, un vero salotto volante, aveva un impeccabile servizio da tè con fiori. L’abito e il comportamento erano essenziali per Keller, che si muoveva nella vita come un performer. Specialista in beffe e colpi di mano, attribuiva all’ironia una funzione decisiva anche nell’azione politica.

                                                                    Guido Keller

Per protestare contro il trattato di Rapallo, che tarpava le ali all’utopia fiumana, l’aviatore giunse a Roma col suo aereo e volando a bassa quota sganciò sul piazzale di Montecitorio un pitale accompagnato da un messaggio provocatorio indirizzato al governo. Se Marcel Duchamp tre anni prima aveva scandalizzato le istituzioni dell’arte esponendo un orinatoio, Keller con spirito analogo desacralizzava le istituzioni politiche. Con questo gesto ha praticato una sorta di politica-arte-spettacolo in cui, pur avendo a modello il d’Annunzio della beffa di Buccari e del volo su Vienna, ha dimostrato di essere un hippy cinquant’anni prima del tempo e un vero contemporaneo dei futuristi e dei dadaisti.

Durante l’occupazione, Keller, lo scrittore Giovanni Comisso e i loro amici hanno sperimentato una vita allo stato brado, a contatto con la natura, da figli dei fiori ante litteram. Ed è stato proprio Comisso a restituirci quel clima nel libro di memorie intitolato Le mie stagioni (1963) e nel breve romanzo Il porto dell’amore (1924). Senza questa testimonianza non avremmo oggi la possibilità di capire cos’è stata davvero la vicenda fiumana dal punto di vista emotivo e delle grandi aspettative di una vita diversa e migliore.

Keller e Comisso animarono il movimento Yoga che intendeva contrastare i militari d’alto grado intorno a d’Annunzio, adottando metodi insoliti, come la beffa e l’irrisione. Il loro punto di riferimento era la civiltà orientale, infatti adottarono come logo la svastica, simbolo magico-religioso originario di molte culture, in particolare quelle di matrice indoeuropea. Il gruppo, che ebbe anche una sede e un giornale, rifiutava i cosiddetti valori occidentali, il potere del denaro, il primato del mondo industriale su quello agricolo e artigianale, il dominio della ragione sugli istinti.

Giovanni Comisso

Faceva parte di questa cerchia di amici anche il belga Léon Kochnitzky, poeta d’avanguardia, nonché collezionista di opere di Picasso, Braque e Mirò. Fu nominato capo dell’Ufficio relazioni esteriori durante il gabinetto di De Ambris. Simpatizzante della Russia dei Soviet, Kochnitzy diede al fiumanesimo un carattere internazionalista grazie alla Lega di Fiume, che tentò di dar voce ai popoli oppressi dalle grandi nazioni imperialistiche.

A quest’ala estrema appartenevano anche molti futuristi giunti a Fiume. Filippo Tommaso Marinetti, appresa la notizia dai giornali, si precipitò nella città occupata pieno di entusiasmo, ma fu presto deluso dalla cerchia di militari conservatori che nella prima fase dell’impresa circondavano d’Annunzio. Ripartì poco dopo. Sta di fatto che d’Annunzio è riuscito a realizzare ciò che Marinetti ha solo teorizzato: gli artisti al potere. Un’idea che ha trovato una codificazione nel manifesto Al di là del Comunismo, concepito dal fondatore del futurismo nell’estate del 1920, dopo essersi dimesso dai fasci di combattimento mussoliniani per la loro politica reazionaria.

Léon Kochnitzky con Gabriele d’Annunzio

In questa riflessione utopistica Marinetti immaginava una rivoluzione che teneva conto della nuova realtà fiumana, in cui si era materializzato il sogno della guida politica nelle mani d’un poeta. Egli auspicava «l’Arte e gli Artisti rivoluzionari al potere» e che il «proletariato dei geniali», una volta giunto al governo, potesse realizzare il teatro gratuito e grandi concerti nei quartieri, di giorno e di notte. Non è difficile ravvisare nelle feste di Fiume l’antecedente di quest’«arte notturna» con la musica intesa come collante sociale, arte per masse, un’idea che ritroviamo nella Carta del Carnaro, diffusa poco dopo l’uscita del manifesto marinettiano.

Nel ventennale dell’occupazione, Marinetti dedicò a d’Annunzio e alla sua impresa il Poema futurista di Fiume. Ma il volume, annunciato come edizione della rivista futurista «Artecrazia», diretta dall’ex-legionario fiumano Mino Somenzi, non vide la luce poiché questa testata, colpita dalla censura, fu costretta a chiudere nel 1939 proprio per la sua battaglia in difesa dell’arte moderna contro il tentativo dei settori più oltranzisti della cultura fascista, apertamente filotedeschi, di mettere al bando anche in Italia la cosiddetta «arte degenerata», come era avvenuto in Germania.

Filippo Tommaso Marinetti (al centro) e Guido Keller (a sinistra)

A Fiume, un altro esponente di spicco dell’ala ribelle fu Mario Carli. Raffinato sperimentatore letterario, precursore della scrittura automatica e contemporaneamente uno dei futuristi più impegnati in politica. Avrebbe affidato il racconto della sua esperienza al romanzo Trillirì (1922) e al volume Con D’Annunzio a Fiume (1920), strumento indispensabile per comprendere la posizione politica futurista, tesa ad assimilare entro le proprie coordinate l’impresa dannunziana e a edificare il mito d’un d’Annunzio oggettivamente futurista.

Nel febbraio del 1920 fece uscire il giornale «La Testa di ferro» su cui dialogava con gli anarchici, assumendo posizioni spericolate fino a mostrare simpatia per il bolscevismo. Il foglio era in sintonia con la svolta politica di sinistra impressa al Comando da De Ambris, orientato, tra l’altro, a stabilire relazioni col paese dei Soviet.

Carli offriva della battaglia fiumana un’interpretazione non limitata al problema dell’annessione della città all’Italia. Esprimeva, infatti, ammirazione per la Russia rivoluzionaria. Il 15 febbraio 1920 scriveva nell’articolo intitolato Il nostro bolscevismo: «Tra Fiume e Mosca c’è forse un oceano di tenebre. Ma indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna, al più presto, gettare un ponte fra queste due rive».

Inoltre, il giornale era il megafono della Lega di Fiume, dell’Ufficio relazioni esteriori e ospitava la rubrica Movimento degli oppressi. La sua esperienza va considerata tenendo anche conto della rottura tra futurismo e fascismo, maturata al secondo congresso dei fasci a Milano nel 1920 e sancita con le dimissioni di Marinetti e Carli dall’organizzazione mussoliniana.

Mario Carli

Ma per i suoi contenuti il foglio presto destò preoccupazione al Comando e Carli fu costretto a lasciare la città per esercitare a Milano la sua propaganda pro-Fiume. In questa seconda fase la testata si schierarava a favore dei lavoratori nei giorni dell’occupazione delle fabbriche. Proprio sullo sfondo delle lotte operaie, Carli e Marinetti tentavano di unire sotto la bandiera futurista tutti i ribelli per fare la rivoluzione italiana. Nei loro interventi invitavano i «rossi» a rimuovere ogni diffidenza nei confronti del futurismo; sottolineavano le differenze tra futurismo e fascismo. E anche nelle polemiche con la sinistra più ostile cercavano di ridurre i dissensi alla sola pregiudiziale antipatriottica.

Il progressivo allontanamento dal fascismo si accentuava dopo l’accettazione da parte di Mussolini del trattato di Rapallo e soprattutto con la conclusione dell’avventura fiumana, repressa dall’esercito regolare nel «Natale di sangue», allorché il capo del fascismo preferì non impegnarsi in difesa d’una causa che ormai considera compromessa.

Con l’esperienza di Fiume il futurismo politico compiva una metamorfosi che lo portava al di là del nazionalismo modernista in cui era nato, per prospettare una rivoluzione che vagheggiava – come si legge su «La Testa di ferro» –  la «liberazione di tutti gli oppressi (popoli, classi, individui)».[6]

[1] R. Huelsenbeck, J. Baader e G. Grosz, Dada-Telegramm, «Dada Almanach», Berlin, 1920.

[2] H. Richter, Dada Kunst und Antikunst, Cöln, Verlag M. DuMont Schauberg, 1964; trad.it. Dada. Arte e antiarte, Milano, Mazzotta, 1966, p. 128.

[3] Cfr. R. De Felice, D’Annunzio politico 1918-1938, Roma-Bari, Laterza, 1978, pp. 27-30.

[4] Cfr. H. Bey, T.A.Z. The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy, Poetic Terrorism, Brooklyn, New York, Autonomedia, 1985; trad. it. T.A.Z. Zone temporaneamente autonome, Milano, Shake edizioni underground, 1998.

[5] Cfr. C. Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Bologna, Società editrice il Mulino, 2002; nuova edizione con l’appendice inedita D’Annunzio e l’avanguardia, 2019.

[6] Cfr. E. Gentile, Il futurismo e la politica, in R. De Felice (a cura di), Futurismo, cultura e politica, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1988, p. 155.

* Claudia Salaris è una storica dei movimenti controculturali e in particolare di quello del ’77. Il suo Alla festa della rivoluzione (Il Mulino) ha rinnovato radicalmente l’interpretazione degli eventi fiumani.

Aurora dice…

Pubblichiamo la prefazione al volume Aurora dice: distruggi il fascismo. Frammenti sull’antifascismo del XXI secolo (edizioni il Galeone, 2019). Il libro sarà presentato durante il III° Antifa Fest che, dopo Roma e Bergamo, questa volta si svolgerà a Genova il 26/27 ottobre presso il LSOA Buridda. Il volume infatti raccoglie molto del lavoro di elaborazione e inchiesta condotto dai collettivi antifascisti delle diverse città che animano il festival.

Marciavamo con l’anima in spalla…

Aurora dice: Distruggi il fascismo!

All’alba degli anni Venti del terzo millennio nuvole minacciose aleggiano sul mondo.

La fame, le incertezze, la paura circolano per le strade e avvelenano l’aria. Le relazioni umane si muovono sul filo del sospetto, del rancore, della frustrazione che genera paranoia.

Si moltiplicano le linee di filo spinato e la solidarietà è chiamata crimine. Si muore di lavoro e di abbandono, ma non è consentito ribellarsi. Si affronta l’inverno senza un riparo, ma si è cacciati da sotto ogni tetto. Il nuovo credo snocciola un rosario che invoca Sicurezza, Decoro, Ordine, Obbedienza.

Bandire l’alterità, respingere il povero, odiare il nero, eliminare il ribelle: questi gli ordini impartiti dalla catena di comando. Fucili mitragliatori pattugliano le strade e occhi cybernetici scrutano l’intimità delle case. C’è un Potere che osserva, ascolta e punisce.

Alcuni vedono, nel chiaroscuro di questo teatro, agitarsi i fantasmi di Weimar e le menzogne di San Sepolcro ed è vero che l’orrore di ieri continua a recitare le sue tristi verità nel presente.

Ma quel mondo è morto da un pezzo ed anche questo arranca negli spasmi della sua malattia terminale. Le camice nere non camminano più con passo marziale ma ancora usano il ferro e i coltelli, alla colonna di fuoco hanno preferito la piramide di banconote e non sono più l’eccezione alla regola ma si sono fatti regola stessa, sentire comune, movimento e partito, idea e azienda. Il mondo crolla e il nuovo fascismo schiera i suo seguaci come templari a difesa di un castello ormai in rovina.

L’angoscia di un domani senza sole ha lasciato lo squadrismo a difendere il buio e l’idea della ribellione è stata incatenata nella parodia dello sbirro senza distintivo.

Ma se questa pulsione di morte ha alzato i suoi vessilli in sempre più luoghi, se la democrazia ha mostrato il suo volto di scudo del potere economico e ha smesso di promettere benessere, non è ancora tutto perduto.

Scampoli di vita e resistenza continuano ad aggirarsi tra le metropoli del tardocapitalismo.

Bande di insubordinati, comunità di fuggiaschi, ciurme di schiumatori e covi di sovversivi resistono e non accennano a smobilitare la loro battaglia. Tra queste fiammelle di rivolta è nata Aurora, giovane e agitata figlia della catastrofe e nemica della notte d’Occidente.

Aurora è ancora una luce piccola ma cresce ogni giorno di più.

Aurora ride, trama e sabota.

Aurora non sa stare ferma, viaggia e semina tempesta.

Aurora è ovunque anche se non si riesce a vedere.

Aurora scrive sui muri, lascia messaggi in giro, sussurra da dietro gli angoli e suggerisce di unirsi alla resistenza sotterranea.

Aurora necessita del supporto di ognuno per poter vincere.

Aurora dice: tessi la trama, prepara l’attacco!

Aurora dice: distruggi il fascismo!

“Non cadremo nelle loro provocazioni.” Sulla manifestazione femminista del 16 agosto a Città del Messico

A Lesvy, a Karen, a Adriana, a Victoria, a Valeria, a Otilia, a Daniela,

a quelle senza piu’ corpo,

a quelle a cui dedichiamo il nostro

Non ci proteggono, ci stuprano

La notte dello scorso 3 agosto una ragazza di 17 anni stava tornando a casa quando vide avvicinarsi lentamente una volante con dentro quattro poliziotti ; per sviarli suono’ il campanello di una casa. Uno dei poliziotti scese dall’auto e le chiese dove abitasse, offrendole un passaggio; nonostante la sua risposta negativa, questi la fecero salire di forza sull’auto e la violentarono, per poi lasciarla andare fra le risate e gli scherni. Dopo i fatti, la ragazza sporse denuncia alle autorità competenti (la PGJ, Procuraduría General de Justicia di Città del Messico), le quali, qualche giorno dopo, annunciarono di aver perso i campioni-prova di DNA. I poliziotti proseguirono quindi indisturbati il loro lavoro.

Questo é solo uno degli almeno 51 casi di abuso sessuale che avvengono in Messico ogni giorno ; cosi come, secondo cifre ufficiali, nei primi quattro mesi del 2019 si sono registrati almeno 1199 femminicidi avvenuti in diversi stati del Paese. Senza ovviamente tenere in conto i casi di transfemminicidio, sui quali la polizia indaga in modo impreciso e discontinuo, tra cui molti passano sotto silenzio per paura di rappresaglie e altri non vengono registrati nemmeno sotto questa categoria.

E’ importante chiarire che quello descritto non é un caso isolato, ma frutto di un sistema di violenza strutturale di genere. É una realtà quotidiana condivisa da noi tutte quale che sia il diverso grado di vulnerabilità di ciascuna. La paura con la quale usciamo tutti i giorni di casa, pensando a chi sarà il nostro prossimo aggressore, ci ha spinte a dotarci di armi per l’autodifesa come spray al peperoncino, taser, coltelli, e della capacità di usarle. É diventato un rito, ormai, condividere la nostra posizione con i nostri cellulari mentre siamo sulla strada di casa, per avvisare le nostre amiche o le nostre madri che stiamo bene. La paura e la violenza quotidiane che ci inondano non si limitano a quando camminiamo per strada. É risaputo : nessuna istituzione é sicura. Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno ricordato che non possiamo sentirci tranquille neanche in un ospedale o in un museo[1]. Non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri, degli abusi, delle gravidanze minorili e dei femminicidi in Messico vengono compiuti all’interno dell’istituzione chiamata famiglia. Abbiamo tutte uno zio o un qualche parente scomodo che ci ha violentate, che sia con lo sguardo, con le parole o con le mani, e questo nel migliore dei casi. Quasi sempre gli aggressori sono delle persone che conosciamo.

Cosi come le denunce piovute qualche tempo fa durante il movimento #MeToo hanno costituito delle prove inconfutabili dei maltrattamenti, e talvolta delle aggressioni fisiche e sessuali, che subiamo sistematicamente da parte dei nostri uomini « di fiducia » come fidanzati, fratelli, mariti, colleghi, padri, amici . Ora, pero’, vogliamo smettere di raccontare cio’ che subiamo per cominciare invece a narrare quello che facciamo.

Non siamo le stuprate, le studentesse, le lesbiche, le donne di casa, le vittime ; non siamo nessuna delle categorie alle quali vogliono ridurci.

Le mie amiche mi proteggono, non la polizia.

Di fronte alle dichiarazioni della PGJ sul caso del 3 agosto scorso, decidiamo di organizzare un presidio davanti alla sede centrale della Secretaría de Seguridad Ciudadana a Città del Messico. Durante il presidio, il segretario alla sicurezza esce in strada per parlare esclusivamente con i media, dichiarando la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi ; ottiene, per tutta risposta, un attacco a base di glitter rosa. Dopo averlo visto rientrare nell’edificio con la coda tra le gambe, decidiamo di continuare e prendiamo la strada verso la sede della PGJ, istituzione indicata dalla madre di una vittima di violenza come responsabile del ritiro della denuncia, per paura in seguito alla divulgazione dei dati personali della figlia minorenne. Da quel momento in poi, non é stata la manifestazione a straripare; piuttosto é stato lo straripamento che si é manifestato, dato che sapevamo bene che non eravamo lì per chiedere il permesso a qualcuno per fare quello che volevamo. Per la prima volta in una manifestazione in Messico, gli uffici del PGJ, un edificio intimidatorio a causa della costante e abbondante presenza di polizia, sono stati invasi, le porte di accesso distrutte.

Alla luce degli eventi, la sindaca Claudia Sheinbaum ha dichiarato che le nostre azioni non sono altro che una provocazione per indurre le autorità ad usare metodi violenti contro le manifestanti. Ciò di cui non ha tenuto conto è che siamo abituati a sentirci dire che è a causa delle nostre provocazioni che ci uccidono o ci stuprano. Non ha capito che nessuna chiedeva una marcia pacifica. Non vogliamo essere rappresentate da nessuno. Tantomeno ci é passato per la testa di andare a cercare giustizia dallo stesso sistema che ci violenta, ci uccide e ci fa sparire. Non vogliamo briciole di attenzione da parte di qualsivoglia autorità, né dialoghi utili da sfruttare in campagna elettorale. Non siamo andati a parlare con nessuno perché sappiamo che a loro non importa di noi e a noi non importa di loro. Per molte di noi si è trattato semplicemente di prendere una posizione.
La gioia e la potenza condivise il 12 agosto sono state contagiose. La stanchezza e l’umiliazione provate nel ricevere petali di rosa come forma di sostegno nelle precedenti manifestazioni e di essere scortate dalla polizia stradale[2] – evidentemente le donne, per il governo, non rappresentavano una vera minaccia – ci hanno spinto ad assumere la nostra violenza e scendere in strada, come è stato detto, « a modo nostro ». Venerdì 16 agosto per alcune di noi era chiaro fin dall’inizio come saremmo scese in piazza, quale sarebbe stato il nostro spezzone e con quali amiche avremmo gridato. In altri casi ci siamo sorprese di noi stesse nel ritrovarci in mano bombolette spray, passamontagna fatti in casa, e nello scrivere i nostri numeri di emergenza e i gruppi sanguigni sui nostri corpi[3].

Altre, partite da sole, si sono unite alla spontaneità del momento, sedotte dalla furia delle amiche. A prescindere da questo caso particolare, noi non ci sentiamo mai sole. Le nostre amiche si prendono cura di noi, non certo la polizia.

Maschio coglione, fuori dal mio vagone

Da qualche anno nella metropolitana di Città del Messico vi sono carrozze riservate esclusivamente a donne e bambini al di sotto dei 12 anni, cio’ a causa delle continue molestie subite. Questa divisione è spesso violata da uomini stupidi che insistono nel voler occupare i nostri spazi. Vale anche la pena di ricordare che alcuni mesi fa è stata scoperta una rete “specializzata” in rapimenti di donne che opera sui mezzi pubblici. Uno dei modi piu’ efficaci in cui agiscono i rapitori consiste nel puntare una donna sola e poi prenderla per il braccio, fingendo di essere una coppia e poi portarla via dicendo “calmati, amore mio”. Se qualcuno cerca di intervenire, l’aggressore assicura che si tratta di una questione personale. Anche se la donna afferma di non conoscere il rapitore, di solito quest’ultimo riesce a dissuadere coloro che cercano di aiutarla; la morale infatti impone che questo tipo di problemi di coppia siano risolti in privato. Questo fatto mostra il modo in cui il sistema patriarcale invalidi la nostra parola, interpretando le nostre reazioni come drammi sentimentali femminili, invece di assumerle in quanto problema politico.

Il giorno della manifestazione abbiamo quindi deciso di occupare un intero treno, cacciando tutti gli uomini che erano a bordo. Di fronte alla nostra azione, molti uomini hanno reagito in maniera ostile, provocatoria, ma soprattutto beffarda, e come era prevedibile hanno aggredito chi potevano  con spinte, insulti, registrazioni; alcuni uomini sono addirittura saliti sul tetto del treno per impedirgli di ripartire. Nonostante ci fossero più di 600 donne vestite di nero, con i volti coperti e armate, disposte a difenderci con taser, spray al peperoncino, ombrelli e glitter, abbiamo di nuovo percepito il machismo dilagante da parte degli uomini. Molte di noi provavano paura; alcuni di loro, invece, pur essendo soli, si mostravano ringalluzziti e sicuri di sé, forti del privilegio che li caratterizza e li sostiene. Solo pochi hanno smesso di ridere quando abbiamo chiesto: “Vi prendete gioco del fatto che ci stanno uccidendo?”.

Il patriarcato non cadrà da solo, siamo noi che lo abbatteremo

Non c’era nessun leader, nessuna organizzazione, nessuna bandiera, nessuna teoria che ci rappresentava, ma un comune sentimento di sorellanza e il comune desiderio di distruggere tutto. Nulla era programmato, non c’erano linee guida, nessuno era a conoscenza del percorso della manifestazione, si percepiva solo qua e là la presenza di donne riunite, e ogni tanto circolavano voci per scoraggiarci: “stanno sparando dei lacrimogeni”, “arrivano i granatieri”[4]. Nonostante i timori e la voglia di fuggire, siamo rimaste unite, vicine, a sostenerci l’un l’altra.

Questa mancanza di organizzazione ha pero’ fatto inorridire marxiste e femministe professionali: « Ma tutto questo cosa significa? Non c’e’ nessuna assemblea, nessun coordinamento, nessuna rete. E’ la tirannia dell’antistruttura. I social network sono utili per convocare la piazza, come punto di raccolta, ma non sostituiscono l’organizzazione. E siccome non v’è altro mezzo che questo, l’organizzazione, bisogna costruirla »[5]

Noi invece pensiamo di dover andare oltre l’opposizione tra “organizzazione” e “spontaneità”; qui non sono esisite né l’una né l’altra in quanto separate. Viviamo in maniera strategica per prenderci cura di noi stesse e sopravvivere. Ecco perché agiamo insieme al di là dell’intenzione specifica di ciascuna; c’è complicità ed empatia. Ci sono legami che non possono essere immaginati da un pensiero organizzato a partire dal canone maschile. Se la nostra lotta è efficace, lo è per questo motivo.

Ogni azione era inaspettata, pertanto incontrollabile e senza alcuna aspettativa; non c’erano linee definite in anticipo tramite le quali giudicare se le nostre azioni fossero giuste o sbagliate. Molte di noi hanno percorso strade diverse prendendo viuzze secondarie, trovando negozi aperti, li dove non ci aspettavano. Una volta scesa la notte, non abbiamo più percepito la paura delle minacce che normalmente essa ci riserva. Abbiamo bruciato, spaccato e imbrattato tutto cio che abbiamo potuto, unite da sguardi complici e trafitte dagli affetti della nostra amicizia insorta.

Chi non ha partecipato attivamente alla distruzione, ha protetto e guardato le spalle alle compagne, incoraggiandole e fomentandole. A differenza di altre manifestazioni, portare i passamontagna e le bandane non costituiva di certo un problema. Mascherare le nostre facce é un modo per difenderci dalle tante molestie dei cameraman, pronti a eseguire solerti il loro lavoro di identificazione. Ci tenevamo ben lontane dal protagonismo o dalle identità individuali; queste sono per noi irrilevanti. Piuttosto eravamo li per prestare il nostro corpo a quelle che non ne hanno più uno, per quelle che non possono scendere in piazza, e per noi stesse.

Siamo tutte complici

Il giorno seguente, sul quotidiano Metro[6], le cui prime pagine riportano come consuetudine foto di corpi di donne nude e/o smembrate, per la prima volta la prima pagina è stata occupata da foto di donne che manifestavano con il titolo “Toglietevi di mezzo, stronzi”. Su altri mezzi di comunicazione più “seri”, così come sui social network, è stata condannata la violenza esercitata da presunte minoranze o da gruppi infiltrati per indebolire il movimento pacifico. Si affermano cose come “questi non sono i modi giusti di chiedere le cose”, che sono stati danneggiati monumenti storici, che “la violenza non puo’ essere combattuta con la violenza”, che non serve a nulla distruggere lo spazio pubblico… Ci sono state anche donne che si sono dissociate (usando lo slogan #EllasNoMeRepresentan), oltre a gruppi di uomini che hanno lanciato minacce di morte, di stupro e persino organizzato pestaggi di massa di femminaziste.

Dal nostro punto di vista i monumenti “detournati” hanno finalmente svolto una funzione storica, facendo appello al momento presente e non a un trionfo del passato che non ha nulla a che fare con noi. L’Angelo dell’Indipendenza, chiamato così per errore,  ora si presenta a noi come Victoria[7] ; persino alcune restauratrici si sono rifiutate di ripararlo, perché la sua nuova immagine rende conto della memoria collettiva della nostra manifestazione e delle sue cause.

Tuttavia, sappiamo che dobbiamo conquistare ancora molte altre vittorie. Città del Messico ha il privilegio della centralizzazione che le conferisce visibilità internazionale. Al contempo, la capacità di chiamata e quindi la confluenza delle manifestanti è molto ridotta nelle zone al di fuori della città. Questa bassa incidenza quantitativa implica un maggiore pericolo per le donne che partecipano alle proteste in queste aree. Basta guardare allo Stato del Messico, che confina con la capitale, con uno dei tassi di femminicidio più alti nel paese, accompagnati da una visibilità nulla e da scarso sostegno, per capire che la lotta ora necessita di una decentralizzazione. Alla luce di quanto accaduto, la capa del governo di Città del Messico ha deciso di tenere un incontro con le rappresentanti femministe per far loro sapere che non avrebbe punito o perseguito nessuna delle partecipanti alle devastazioni avvenute il 16 agosto perché, almeno secondo lei, si è immedesimata in noi; ma sappiamo molto bene che la sua empatia in realtà è un’impotenza nell’identificare un obiettivo preciso da attaccare, poiché sia lei che noi sappiamo bene che tutte noi eravamo complici.

Nonostante la grande eterogeneità tra femminismi in Messico, esiste un’esperienza condivisa nella quale si possono ritrovare punti in comune inaspettati. In Messico, I femminismi degli ultimi anni nascono dal fatto di vivere e assistere direttamente a una serie di abusi, sparizioni, stupri e femminicidi che si consumano attorno a noi. La nostra lotta riguarda la difesa della vita, della nostra vita e di quella delle nostre amiche. Cio’ a cui ci riferiamo è immediato; da qui ci siamo interrogate sul modo in cui viviamo, e come condividiamo problemi come l’abuso, il trauma e la paura, che secondo le logiche maschili non sono considerati problemi politici, ma intimi. È durante questo processo che le nostre amicizie si sono politicizzate. Per la stragrande maggioranza di quelle che erano presenti il 16 agosto e che hanno in programma di rimanerlo, si tratta di prendersi cura di noi stesse e di rafforzarsi collettivamente.

Siamo cattive, possiamo esserlo di piu

“A mí ya no me provocan, pobres (…) ¡Con la pena! La vida, Dios, los golpes y la maldad me los heredaron y no me los van a quitar. ¡No era este monstruo! Me convirtieron, y ahora se aguantan. No me intimida, ni me angustia, ni me ahoga, ni me mata.” – Niurka Marcos[8]

Anche se siamo orgogliose del fatto che sappiamo difenderci e che lo stiamo facendo, questo non significa che non proviamo dolore, stanchezza e frustrazione nel dover affrontare e difendere la nostra posizione quotidianamente, anche di fronte alle persone a noi più vicine. Giorni come il 16 agosto ci riempiono di energia collettiva, suscitano in noi l’emozione della violenza e della possibilità di fare meglio in futuro. Saperci capaci di esercitare la violenza è un modo per contrastare la paura di vivere da donne. I tentativi del governo di smantellare la nostra lotta e assoggettare la nostra complicità sovversiva non ci ingannano più, non ci immobilizzano né ci appacificano. Mentre il governo di Città del Messico pianifica dei workshop sulla prospettiva di genere per la sua polizia, per l’esercito e per i suoi funzionari in generale, a noi continuano ad ammazzarci – da venerdì 16 agosto a lunedì 19 agosto, ci sono stati 17 nuovi casi di femminicidio. Le nostre strategie non culmineranno in promesse che dipingono un futuro incerto. Ci rifiutiamo di fare le buone vittime, docili e indifese; non cadremo mai nelle loro provocazioni.

[1]É dei giorni scorsi la notizia di una donna stuprata dal suo “medico di famiglia” e di una ragazza che, durante la visita ad un museo, é stata violentata da un poliziotto mentre era in bagno.

[2]Nelle precedenti manifestazioni organizzate da donne per le donne, l’unico corpo di polizia presente era quello dei vigili addetti al controllo del traffico, mentre la gente applaudiva la nostra iniziativa di “scendere in strada a reclamare i nostri diritti” e, a volte, dai palazzi, venivano gettati fiori.

[3]Da alcuni anni ormai, quando tira una brutta aria prima delle manifestazioni a Città del Messico, siamo abituate a scrivere i nostri dati sul nostro addome in modo che, nel caso qualcosa vada storto, possano identificare i nostri corpi o, nel migliore dei casi, portarci all’ospedale in stato di incoscienza.

[4]Un’altro corpo della polizia messicana. [polizia antisommossa]

[5]Tweet citato

[6]Giornale reazionario che mette in mostra tutti i giorni le morti e le violenze che si vivono quotidianamente in Messico.

[7]Il monumento chiamato erroneamente “Angelo dell’indipendenza” è uno dei monumenti più importanti di Città del Messico. In realtà raffigura una Vittoria Alata: durante la manifestazione del 16 agosto fu uno dei monumenti piu’ presi di mira dalle manifestanti.

[8]“Povera gente, non sarete più in grado di provocarmi [….]. Che peccato per voi! La vita e Dio mi hanno trasmesso in eredità questi colpi e questo male, e nessuno potrà togliermeli. Non ero questo mostro! Cosi voi mi avete trasformato, e ora dovrete sopportarmi. Tutto questo non mi intimidisce, non mi angoscia, non mi annega, non mi uccide.

Niurka Marcos era un’attrice generalmente criticata come pazza isterica

Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli

di Paul Torino e Adrian Wohlleben

traduzione da Metamute del 26 febbraio 2019

Abbiamo già avuto letture memetiche di recenti movimenti sociali. Di solito però, in queste analisi, la frase tende ad eclissare il contenuto, sovrapponendo il meme (rappresentazione)  al movimento (reale). Nell’articolo che segue, Paul Torino e Adrian Wohllebn, due partecipanti americani alla lotta dei Gilets Jaunes in Francia, invertono la logica in gioco. Non si tratta tanto di un movimento che usa i meme per fare richieste simboliche, quanto una forma di movimento come meme. Le occupazioni destituiscono simbolicamente gli spazi e li trasformano in “nuovi spazi” tramite la forza collettiva del confronto diretto. I Gilets Jaunes superano così la distinzione tra riot e vita quotidiana, rotonda e luogo della rivoluzione. In questo processo il meme-forma di movimento respinge i pericoli dell’estrema destra e della deriva cittadinista tramite “attacchi generalizzati alla proprietà privata” ai quali entrambi i poli risultano allergici. Annuncia la politica che viene e suggerisce che il riot può raggiungere quella continuità nel tempo della quale è generalmente considerato incapace: “la necessità di investire e difendere nuovi luoghi o ‘siti di vita’ eclissa la centralità della differenziazione ‘sociale’ come invece fanno le identità e le posizioni simboliche all’interno di una matrice di oppressione.” Evitando il preconcetto focus simbolico sulle piazze che ha caratterizzato le precedenti lotte sulla ‘circolazione’, qui il contenuto del meme va oltre la frase.

Il momento dei Gilets Jaunes (i Gilet Gialli) ha fratturato il consenso della politica francese e la vita sociale del paese. Dalla metà del novembre 2019, centinaia di migliaia di persone determinate hanno provocato ripetuti riot nei centri cittadini, bloccato autostrade e raffinerie, occupato caselli e rotonde in tutto il paese e si sono scontrate con la polizia. Anche se la prima fase del movimento si è legittimata con slogan contro la eco-tassa sulla benzina, introdotta da Macron e la sua squadra di tecnocrati, quando la tassa è stata ritirata sotto le sassaiole i Gilet Gialli si sono rifiutati di tornare a casa. Intellettuali di sinistra, commentatori e politici non sono riusciti a capire le intenzioni del movimento, mentre i militanti – dagli anarchici ai sindacalisti fino ai neo-nazisti – hanno provato a egemonizzare il movimento oppure lo hanno rigettato completamente. I Gilet Gialli hanno dato inizio a un processo che nessuno comprende, ma che nessuno può ignorare. Qualunque sia il risultato di questa sequenza di lotte, è chiaro che i Gilet Gialli hanno rotto le regole della politica e dei movimenti sociali per come le conosciamo. Pensiamo sia utile cominciare ad assumere alcune lezioni di questa complessa e non terminata sequenza, nella speranza di trarne insegnamenti per future circostanze simili, che senza alcun dubbio arriveranno.

Azioni radicali, non attori radicali

Non è l’insurrezione che molti amano sognare, non è un atto di sedizione, non è la presa di un territorio. È qualcos’altro. Una cosa nuova per cui le parole non sono state ancora inventate.

Liaisons, “Encore”

Se insistiamo a leggere le odierne rotture sociali tramite le categorie del ventesimo secolo, possiamo essere certi sicuri di non capirle. Non a caso molti nell’estrema sinistra inizialmente hanno interpretato il fenomeno dei Gilet Gialli in Francia come fascista o ingenuamente populista (e quindi bisognoso di una radicale “correzione”), o che altri siano stati così veloci a decretare i mali di un’alleanza “interclassista”. La razionalità politica contemporanea non riesce a comprendere le azioni radicali, cerca solamente attori radicali. La verità dell’azione, ci dicono, sta nell’identità e nelle motivazioni dei suoi protagonisti, che costituiscono il vero oggetto dell’inchiesta sociale. Un movimento può esprimersi in mille differenti maniere, ma diventerà realmente comprensibile e valido solo una volta che potrà essere collocato in un vettore di legittimazione eretto tramite quei due fattori. Da quale strato dell’ordine sociale è emersa l’azione? Quale intersezione nella matrice di oppressione rappresentano i partecipanti? Si crede che la risposta rivelerà gli interessi sociali collettivi del movimento e a quel punto si può decidere se “supportarlo” o “opporsi” ad esso, come se si stesse facendo shopping in un supermercato ideologico[i]. Come si sviluppa questo impulso a cercare un soggetto dietro ogni azione? Da dove viene?

Se siamo abituati a lasciare sparire le azioni concrete, a vedere solo le relazioni “sociali” tra gli attori, è perché abbiamo ereditato una concezione della politica nella quale il discorso, la comunicazione di informazione, è l’atto politico ideale. Se agire insieme è semplicemente un altro modo di parlare l’uno all’altro o a un terzo, se la rivolta è solo un altro modo di supportare delle rivendicazioni, se la guerra è semplicemente la politica con altri mezzi, allora l’impulso a interpretare l’azione comprensibilmente si impossessa di noi. Ma perché una persona possa interpretare il discorso di un’altra c’è bisogno che esista  un contesto simbolico di significato condiviso tra gli attori, ed è la nostra educazione istituzionale che rende questo possibile.

La politica contemporanea vede nell’azione nient’altro che una conversazione tra istituzioni e popolazioni nella società. Per questa ragione, quando l’azione radicale emerge in modo relativamente anonimo,  manca di un autore consistente e si rifiuta cocciutamente di rispondere alle nostre domande composizionali (“chi sei?”) e progettuali (“perché lo stai facendo?”), tende a essere irriconoscibile per analisti politici e attivisti.

È precisamente questo tipo di saggezza che i Gilet Gialli hanno deposto, settimana dopo settimana. In Francia sta emergendo oggi una forma radicale di azione collettiva che non poggia su un’ideologia coerente, una motivazione condivisa, una appartenenza regionale. Soprattutto non procede attraverso il dialogo con il suo nemico. È la logica di questo nuovo modo di composizione pratica che dobbiamo cercare di capire.

Meme con forza

Quelli a cui viene dedicata una canzone poi non vivono a lungo.

W.B. Yeats, Mythologies

Com’è avvenuta una rottura come quella dei Gilets Jaunes? In un tempo in cui nominare ed identificare gruppi e persone è diventata una pratica egemonica tanto per gli attivisti come per la polizia, è importante (in ogni senso) capire come un movimento amorfo e radicalmente instabile può continuare a esplodere nelle strade per più di due mesi.

Ferguson e Standing Rock sono stati eventi sottoposti a costanti operazioni di “nominazione”, dall’interno e dall’esterno. In entrambi i casi, l’abilità di nominare gli “attori legittimi” del movimento ha contribuito in maniera diretta a distruggerlo. Che ogni tendenza di questi movimenti dichiarasse di agire in nome della “comunità” non è del tutto insensato: chi costituisce il centro normativo di una popolazione ne diviene il naturale rappresentante ideale. Per democratici e riformisti, stabilire il diritto a parlare del movimento è una precondizione del potere politico. Una volta che il soggetto di un movimento è sufficientemente descritto e definito, il movimento inevitabilmente comincia a contrarsi e ritirarsi: i leader sono chiamati a trattare, i militanti vengono repressi e moltissimi partecipanti attivi sono ridotti a semplici “supporter” di una lotta che non è più propriamente comune. Quando i movimenti cominciano a convergere su individui carismatici e mediatizzati è solo questione di tempo prima che i più poveri ed i più militanti, e di solito i più razzialmente marginalizzati (come Joshua Williams, Red Fawn), assorbano il maggior carico di repressione. Si capisce quindi perché, da Ferguson a Standing Rock a Bordeaux e Tolosa, le azioni più determinate e senza compromessi oggi non nascono nelle cricche politiche o nelle reti di attivisti. Il gap tra gli ideologi e i veri e propri rivoluzionari si sta allargando: le rispettive idea sulla natura e il significato della lotta diviene sempre più asimmetrica e di pari passo questi soggetti divengono non-intellegibili gli uni agli altri.

I Gilet Gialli non sono un tradizionale movimento sociale. Il paradigma del movimento sociale si riferisce a un processo in cui alcuni gruppi si organizzano attorno alle loro distinte esperienze delle istituzioni sociali (o attorno alle loro distinte esperienze di oppressione, come nel caso della New Left), e in seguito provano a far avanzare gli interessi delle loro constituency connettendosi con altri segmenti istituzionali. Dai “Comitati d’Azione Operai-Studenti” del Maggio ’68 alla fallita alleanza tra ferrovieri francesi e occupazioni universitarie esattamente 50 anni dopo, questo modello trotskysta di organizzazione continua ad esercitare una durevole influenza su come immaginare  l’escalation dei conflitti[ii]. Poiché ogni gruppo costituente si politicizza attraverso la sua coscienza istituzionale, ci si immagine la composizione come un fenomeno che avviene sommando dei segmenti, attraverso una “convergenza delle lotte” che culminerà in uno sciopero generale. Ma per il momento non abbiamo praticamente mai osservato la proliferazione di soggettività parziali o minori, nessun “Gilet Gialli queer”, “Gilet Gialli studenti” o “Gilet Gialli operai”. Quasi nessuno sta insistendo sulle proprie rivendicazioni socio-istituzionali o sulle proprie tradizionali forme di lotta, a discapito di quelle altrui. Anche se non possiamo ancora dire dove ci porteranno, i Gilet Gialli hanno già dimostrato che è possibile costruire una sequenza pratica di rivolte in cui chiunque può partecipare senza né mettere in primo piano gli interessi di uno specifico gruppo marginalizzato, né riferirsi a una grammatica bianca, patriarcale, piccolo borghese o a qualunque altro linguaggio egemonico della sofferenza. Questo è il guanto di sfida che è stato lanciato e che tutti i rivoluzionari ovunque nel mondo devono raccogliere.

Mettersi un gilet di sicurezza di per sé non simboleggia un’ideologia, un principio o una rivendicazione unitaria, né un particolare posizionamento o identità. Funziona, possiamo dire, come un “meme con della forza”. Un meme non altera necessariamente il contenuto di una lotta. In Francia ad esempio i fattori catalizzanti sono senza dubbio pressioni sociali molto comuni, come il crescente costo della vita, la ridotta mobilità sociale, i tagli ai servizi pubblici, un trionfante governo neoliberale che sputa in faccia ai lavoratori poveri, ecc. Quello che il meme dei Gilet Gialli offre è una forma malleabile attraverso la quale questo contenuto assume la forza per intervenire. Ogni lotta politica necessita di una seppur piccola formalizzazione; in questo senso il meme riapre la questione basilare del Partito e offre forse la base minima per organizzare una forza di rottura nel ventunesimo secolo. La fluidità del meme rende possibile unirsi a un corteo, un blocco o all’occupazione di una rotonda senza doversi identificare con un “interesse comune” o sentirsi legittimati tramite il “credo” di un movimento. Il meme non risolve, ma semplicemente permette di posporre la questione di una comune grammatica della sofferenza[iii]. Nel frattempo ha la capacità di sospendere le sospensioni che definiscono la nostra separazione sociale metropolitana. Le differenze di esperienza o ideologia non sono cancellate né risolte, ma la loro risoluzione non è più la condizione necessaria per impegnarsi insieme ad altri. Il meme autorizza tutti ad agire rispetto alla propria esperienza di come le “élite” (un nemico sempre in costruzione) li hanno fregati, è come un mazzo dei tarocchi in cui lo spettatore inserisce le proprie carte. Ognuno di noi è invitato ad intervenire contro il nemico senza aspettare o chiedere il permesso, e per le nostre singolari ragioni. Masse di persone sono capaci di collaborare e agire le une accanto alle altre per esprimere la loro rabbia sociale e frustrazione senza ricadere in modalità convenzionali di organizzazione collettiva o per mediare le distanze tra i vari gruppi sociali e dentro di essi (partiti politici, assemblee di democrazia diretta, bande, ecc.). Nonostante l’apparente uniformità cromatica, quindi, il meme facilita la più radicale affermazione della singolarità. Questo è il modo di composizione sociale che più nettamente ci invita a fidarci della nostra percezione, ad agire sulla lettura della nostra situazione.

I Gilet Gialli non sono una “coalizione” di diversi ma preesistenti gruppi sociali. Il concetto di coalizione appartiene ancora all’orizzonte della “convergenza delle lotte”. In realtà, fino a ora, i Gilet Gialli stanno producendo molto di più di ciò che rappresentano. Se continuano a mantenere l’iniziativa, se la loro forza produttiva ed inventiva non viene subordinata alla logica della rivendicazione o  della negoziazione, se non realizzano le loro irruzioni in nome di una popolazione o di un gruppo costituito, potrebbero uscire dal deprimente ciclo che ha caratterizzato le rivoluzioni del ventesimo secolo, in cui un governo è velocemente rimpiazzato da un altro.

Nessuno sa in anticipo quali siano i limiti composizionali di un meme; la sua coerenza è comprensibile solo a posteriori, settimana dopo settimana, pezzo dopo pezzo. Qualsiasi cosa i Gilet Gialli andranno a significare, sarà comprensibile a partire dagli effetti in differenti spazi e tempi. Questa apertura è un chiaro elemento di forza, perché il meme può essere ripreso da chiunque, essere spinto virtualmente in ogni direzione. Liberato da ogni referenza a un “soggetto” stabile, si apre a un orizzonte di sperimentazione senza limiti. Il meme non è modellato sull’universalità dell’Idea ma sul movimento illimitato del simulacro, perché la sua vitalità cresce quando si replica, muta e si sposta viralmente. Quando il meme non riesce a superare un ostacolo e a continuare il processo di mutazione, quando è forzato a ripulirsi e smussare i suoi spigoli, o a separare gli agenti legittimi dagli impostori, i membri autentici dagli “agitatori violenti”, in quel momento perde il suo margine creativo o sperimentale e si esaurisce.

Il cortège de tête

Il cortège de tête [spezzone di testa], fenomeno sviluppatosi durante il movimento contro la Loi Travail [riforma del lavoro] nel 2016, è stato il primo momento nella storia francese recente in cui un movimento sociale ha prodotto un meme a fianco e dentro se stesso. Dalla sua posizione in testa ai cortei, il cortège de tête determinava il ritmo, il tempo e gli slogan di grandi manifestazioni. Uno spazio che di solito è gelosamente custodito da sindacati e partiti, in cui i leader di queste organizzazioni si lasciano andare a teatrini di auto-esaltazione dietro striscioni pseudo-unitari, è stato riappropriato da graffitari, YouTubers, studenti, giovani in generale, che gli hanno dato un’aria di manifestazione selvaggia. Il gesto di “riappropriarsi della posizione di testa” è diventato in fretta esso stesso un meme, ed è stato ripetuto per mesi in ogni grande manifestazione di quella sequenza di lotte. Grazie alla sua grande energia e alla sua aggressività verso la polizia, il cortège de tête ha prodotto frequenti momenti di scontro che hanno portato a un’ulteriore aumento numerico e a una maggiore preparazione dei partecipanti da una manifestazione all’altra. Il cortège ha funzionato come «un punto di aggregazione, fisico e politico. Poco a poco ha magnetizzato il desiderio di rivolta, la rabbia, l’insieme dei corpi ribelli, i feriti, i non rassegnati, gli ingovernabili»[iv].

Certo, come suggerisce il nome, non può esserci un cortège de tête senza la processione sindacale che gli marcia dietro, per questo il potere di contagio è rimasto catturato dentro la logica spazio-temporale del tradizionale movimento sociale. Nonostante questa limitazione, il meme del cortège de tête, così come quello dei Gilet Gialli, ha permesso la nascita di uno spazio dove un nuovo tipo di composizione può avvenire, anche in questo caso una composizione che tende a sospendere i precedenti ruoli istituzionali e le identità. Come ha scritto un musicista in quei giorni,

‘La singolarità del cortège de tête sta nel suo carattere generico, che sfugge la cattura da parte di ogni identità. In esso, ognuno incontra persone che non incrocerebbe mai nel normale corso delle cose, le cui posizioni assegnate sono incommensurabilmente distanti. Cosa può essere più spaventoso per il potere che osservare l’intrecciarsi collettivo di quegli stessi corpi che si impegna a tenere separati? […] Se il divenire-rivoluzionari significa qualcosa, è precisamente l’assunzione di questo clinamen, questo auto-abbandono, questo impegno senza compromessi con il possibile aperto dalla situazione […] Il cortège de tête incarna la coalescenza neutrale e anonima, il divenire-chiunque di questa molteplicità umana le cui origini si trovano localmente e puntualmente sospese’.[v]

Almeno finché parliamo di centri metropolitani come Parigi (i blocchi nell’Ovest del paese sono una storia differente), la potenza e i limiti della sequenza del 2016 sono stati determinati dalla capacità di fuggire la logica della “convergenza delle lotte” ed è stato un modo di composizione memetico che ha permesso questa fuga. Il divenire anonimo del cortège de tête si è comunque limitato alla forma del riot, una dinamica condizionata dal ritmo che le direzioni sindacali hanno imposto alla mobilitazione. Senza una marcia sindacale, non c’era una “testa” da usurpare. Nonostante la sua tremenda potenza, la stessa forma distintiva del meme cortège, è stata un limite strutturale alla sua capacità di espandersi e mutare, e infine l’ha schiacciato.

I meme non chiedono di essere interpretati ma piuttosto di essere improvvisati. Se ci invitano a prendere una postura o una certa disposizione, non lo fanno in maniera scolastica ma per l’aspetto visionario che rimane nei gesti iterabili, quegli atti creativi che alimentano una nuova sequenza di ripetizioni sperimentali[vi].

Destituzione e luoghi di vita

Una rivoluzione comunista non è la somma dei suoi riot, rivolte o battaglie. Non è nient’altro che il processo attraverso il quale milioni di persone riescono a riorganizzare la loro esistenza quotidiana in accordo con idee non-economiche di cosa possono e devono essere la felicità o la buona vita. Nell’ultima decade di movimenti radicali, occupazioni e rivolte, moltissime persone hanno provato in prima persona l’intelligenza e la dignità dell’auto-organizzazione collettiva senza la mediazione del denaro. Queste “misure comuniste” sono però storicamente significative solo quando divengono irreversibili. Senza la crescita di un nuovo senso comune duraturo, le sospensioni di questo mondo si rovesceranno presto o tardi nel vecchio modo di fare cose.

Le forme e le pratiche autonome e comuniste, devono trovare un modo di diffondersi e di durare, ma come? È una domanda che si è sicuramente posto chiunque abbia attraverso la potenza e la dignità di un riot, una domanda che arriva nel momento in cui è dovuto tornare ai videogames, ai profili sui social, ai vestiti casual che decorano lo spazio della vita privata. L’ordine della rivolta rimane sempre costeggiato dal disordine della vita normale. Come possiamo fare il salto dalla sospensione del tempo alla sua riorganizzazione, generando forme durevoli di collettività anarchica? È possibile (come sembra suggerire per esempio Joshua Clover) per i riot trasformarsi in qualcosa di totalmente altro dal riot, che una serie di riot “a cascata” possano, grazie alla propria energia, «preservare con successo la loro stessa esistenza, spingendo altre lotte a cogliere la loro occasione contro il disordine crescente [del potere]»[vii]? Possono i riot generare forme comunaliste e riproduttive di auto-organizzazione? Oppure è necessario che un altro dinamismo di lotta, completamente distinto, emerga accanto a essi?

Per essere chiari, non esistono due tendenze opposte fra i Gilet Gialli: una che si rivolta e distrugge le città, mentre l’altra blocca le rotonde e costruisce cucine popolari. Se entrambi i processi stanno in effetti accadendo, è decisivo comprendere in che modo queste due dinamiche stanno assieme e si confondono, perché questo spiega sia l’originalità che la tenacia del movimento. Le rivolte nelle città si sono intimamente legate a un processo parallelo che ha rilocalizzato l’esperienza primaria della politica.

La costituzione di luoghi collettivi è il nucleo destituente/rivoluzionario del movimento, che supera l’opposizione tra rivolta e vita quotidiana. Una lettera da Parigi inviata al collettivo Liaisons ha osservato recentemente che «la prerogativa dei Gilet Gialli è di organizzarsi dove vivono, al livello regionale, e non in termini di una precisa identità politica. Quindi non è una coincidenza se, in una specifica regione, la rotonda è esattamente l’unità minima di connessione»[viii]. Come ci ricorda l’autore, le piccole rotonde rurali francesi richiamano una storia diversa dalle piazze delle grandi città, cioè i locus classicus delle assemblee cittadiniste di Nuit debout nel 2016, che non sono state finora mai occupate dai Gilet Gialli. Per noi questa osservazione suggerisce una scommessa etico-politica più grande: nel paradigma destituente che definisce la politica che viene, il luogo sostituirà la posizione. La necessità di prendere e difendere nuovi spazi o “luoghi di vita” eclisserà la centralità delle differenziazioni “sociali” come fanno le identità e le posizioni simboliche dentro una matrice di oppressione. Cosa significa inventare un “luogo”? Come hanno fatto i Gilet Gialli a collegare la creazione di luoghi ai riot e ai blocchi così diffusi nelle lotte presenti?

Le rotonde

Occupando le rotonde e abitandole – e arrivando persino a costruire sulle stesse rotonde 200 baracche o edifici dove mangiare, condividere risorse, cospirare – i Gilet Gialli stanno creando luoghi di vita negli stessi spazi della circolazione tardo-capitalista. Questa impresa improbabile è stata osservata recentemente anche a Chico, California, dove dei rifugiati climatici hanno costruito un accampamento nel parcheggio di uno Wal-Mart in seguito ai devastanti incendi di quest’anno. Queste persone hanno ereditato qualcosa, coscientemente o meno, dei gesti della ZAD e del movimento No TAV, degli Zapatisti in Chiapas e dei Curdi in Rojava. Sono queste lotte che provano l’efficacia strategica di utilizzare i “luoghi” come elemento di attacco, di utilizzare la vita che abita intensamente un territorio per delegittimare lo stato e il management economico.

La manovra dei Gilet Gialli contiene però delle differenze. Invece che concentrare molte persone, da tutta Europa, in due o tre “zone da difendere” – un processo nel quale Vinci [l’azienda incaricata della costruzione del nuovo aeroporto di Nantes, poi cancellato grazie alla lotta vincente della ZAD] e altre corporation del genere mantengono la prerogativa di fissare i luoghi della politica, le rotonde dei Gilet Gialli rimangono vicine alla vita quotidiana. Questa prossimità è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più vicini i blocchi sono alle case dei partecipanti, più probabilmente questi luoghi diventeranno personali e importanti in milioni di altri modi. In più, il fatto che a essere occupate siano rotonde e non foreste o valli, toglie il contenuto prefigurativo o utopico da questi movimenti. Se a prima vista questa può sembrare una debolezza, potrebbe invece rivelarsi una forza.

Come può confermare chiunque abbia visitato la ZAD e sia poi  ritornato in città, la sensazione di potenza che si guadagna entrando nella zona cop-free, cessa appena la si lascia. La ZAD è simile a uno stato di eccezione vivente rispetto al mondo attorno (anche se è reale, non una finzione giuridica). Invece occupare la rotonda accanto a dove uno vive, assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e la sensibilità politica condivisa, coltivate dai Gilet Gialli giorno per giorno, riescano a attraversare e contaminare le reti, i legami e le amicizie della vita sociale nell’area. Quelli che erano sentimenti utopici, dai blocchi alle rotonde gocciolano nello spazio della vita quotidiana, invece che restarne separati. E non accade nemmeno che le rotonde rimangano un’esistenza aliena accanto alla vita normale, al modo degli spazi “radicali” di Berlino.

La ferocia dei riot del sabato si può spiegare solo tramite le affinità formate sulle rotonde. Secondo tutti i report, ogni sabato le folle sono composte da piccoli gruppi ben organizzati che arrivano preparati per agire in modi tattici e intelligenti. Poiché nessuno rimane a Parigi, Bordeaux o Tolosa abbastanza a lungo da formare legami sociali, è ovvio pensare che siano precisamente gli incontri quotidiani, adesso “filtrati” attraverso le rotonde, che passano all’offensiva negli “atti” del weekend.

Contrariamente a quello che è stato a volte suggerito, non c’è opposizione strategica tra il fronte dei riot del sabato e le rotonde. La rotonda è la membrana, il punto di contatto, tra la rivolta e la vita quotidiana, coi loro distinti ritmi e le loro tessiture.

La ferocia e la longevità senza precedenti del movimento, si possono spiegare attraverso questa combinazione di composizione memetica e di convivenza destituente creatrice di luoghi.

 

Populismo estatico

Abbiamo a che fare con un movimento “populista”? I Gilet Gialli sono diventati un simbolo populista?

L’idea di “popolo” (Lat: populus/popularis) ha sempre avuto due sensi. Da un parte, gli stati occidentali hanno bisogno dello spettro del “Popolo” per una precisa ragione giuridica, cioè per posizionare l’origine della loro autorità fuori da loro, in modo che questa origine di fatto non appaia mai. Il Popolo in questa accezione giuridica è l’auto-presupposto stesso della legge, una pura finzione che esiste solo sulla carta, o sulle labbra dei politici. D’altra parte, il termine ha sempre indicato anche i poveri, gli svantaggiati, “la gente ordinaria”. È un segnaposto mobile analogo a ciò che per secoli è stata la “plebe”[ix]. I due sensi della parola hanno in comune soltanto il nome. Ancora più importante, come ci ricorda Marcello Tarì, sono in pratica mutualmente esclusivi: «così come l’insurrezionalismo come ideologia esiste solo quando non ci sono insurrezioni, così il populismo esiste solo quando il popolo è assente»[x]. Quando le persone sono realmente nelle strade, i governi non possono governare, e i peregrini populismi parlamentari di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono apparsi precisamente nel momento in cui le rivolte e le occupazioni delle piazze del 2011-12 erano state sconfitte. I Gilet Gialli non sono lo stesso “Popolo” in nome del quale parla la legge. Semmai il gilet è l’uniforme dell’ex-cittadino, il simbolo di un populismo negativo o estatico che con determinazione è uscito dai cardini della legge, quella legge che si legittima in suo nome. Non si può negare che l’antagonista fondamentale in questa lotta rimane l’ “élite di governo”, da cui il coro più emblematico, Macron démission!, che esprime una voglia di detronizzazione. Ma sarebbe prematuro per chiunque affermare che un nuovo soggetto costituente stia emergendo dalle spesse nubi di gas lacrimogeni che riempiono ogni settimana le città. La sola cosa che siamo certi di vedere è una massa di individui e piccoli gruppi occupati nella costruzione, quasi totalmente non-mediata, di un rapporto di forze con il loro governo, il cui risultato nessuno può ancora prevedere.

 È importante sottolineare la determinazione dei Gilet Gialli, la loro predilezione per il confronto diretto, per comprendere il cambiamento, nel movimento, della funzione dei discorsi. Le cose in effetti sarebbero molto differenti se i Gilet Gialli stessero ancora una volta occupando le piazze cittadine e animando quelle assemblee generali democratiche che hanno definito Nuit Debout nel 2016  e in generale le precedenti ondate di occupazioni. Anche se inviti a un “referendum cittadino” [il RIC, Referendum d’Initiative Citoyenne, referendum di tipo propositivo, è in effetti una delle rivendicazioni dei Gilet Gialli] vengono fatti da varie componenti del movimento, i Gilet Gialli per la maggior parte hanno ammirabilmente rifiutato di scambiare la loro azione diretta con la rappresentazione politica e hanno affrontato lo Stato non come un interlocutore ma come un opponente fisico e mobile. Cortei classici e assemblee non hanno avuto molto spazio fino ad ora nella lotta. Anche quando si hanno assemblee e riunioni tra differenti rotonde, sono dei momenti locali, strategici e situati di auto-organizzazione logistica e coordinazione. Nel momento esatto in cui qualcuno comincia a presentarsi come un rappresentante del movimento, o rivendica la legittimità per parlare a nome del movimento intero, si trova subito a predicare nel deserto. Nessuno può appropriarsi della voce del movimento in modo convincente, soprattutto non possono farlo quelli che dichiarano di volerci provare. Il carattere acefalo del repertorio tattico giallo – riot, blocchi, sabotaggio dei caselli autostradali, occupazione delle rotonde, ecc. – ha permesso una riduzione drastica del potere del discorso politico “ufficiale”. È precisamente questo ad aver permesso che, almeno per adesso, il populismo in questione restasse estatico e plebeo; che la disidentificazione dalle forze dell’ordine e dall’atomizzazione solitaria che precedeva il movimento, prevalesse sulla tentazione rappresentativa e assimilazionista; e che, quando un discorso appare, serva in primis a rinnovare e estendere la difesa dei luoghi di vita collettiva che sono stati costruiti, da rotonda a rotonda, cioè un tipo di discorso qualitativamente distinto dall’universo declamatorio dei politici. Se una finta Sesta Repubblica [attualmente la Francia vive nella Quinta Repubblica]  dovesse rimpiazzare l’attuale stupidità e il movimento accettasse di ridursi a una forza costituente nel grande gioco della democrazia, ben conosciuto in Francia, è molto probabile che sarebbe sconfitto e che le sue aspirazioni rivoluzionarie verrebbero spezzate.

Il saccheggio come misura antifascista

Una delle novità centrali dei Gilet Gialli è la discrepanza senza precedenti tra la rapida crescita della potenza collettiva e la simultanea assenza di un orizzonte positivo. Raramente abbiamo visto una così alta capacità di distruggere tutto, accompagnata da un’indeterminazione così grande per quanto riguarda le richieste, l’identità, la consistenza ideologica o il programma. L’antagonismo “ufficiale” si è concentrato quasi del tutto su un unico luogo di potere, cioè il governo di Macron. Certo, tutto questo è ideologicamente spurio, perché suggerisce una cattiva gestione delle relazioni di classe capitaliste, una confusione tra effetti e cause. Nonostante questa insufficienza filosofica e critica al livello di analisi del potere, questa dinamica ha permesso di mantenere la polarizzazione più ampia possibile. È precisamente l’indeterminazione ideologica della situazione, aiutata da un’analisi abbastanza vaga del nemico, che ha permesso a questa rottura di allargarsi e intensificarsi nel modo che abbiamo visto.

 

Questo solleva una domanda,:cosa ha permesso di evitare una deriva fascista? Certo, la classica tattica antifascista di attaccare e cacciare i gruppi organizzati di estrema destra dalle manifestazioni, ha reso difficile per questi ultimi di accrescere la loro influenza. Crediamo però che il vandalismo diffuso abbia limitato l’influenza dei nazionalisti più di ogni altra cosa. I Gilet Gialli ci hanno insegnato l’importanza strategica di unirsi attivamente a movimenti che non partono da una riconoscibile grammatica di estrema sinistra, nonché il valore di legittimare, dentro i movimenti stessi, la distruzione di beni materiali.

Consideriamo il caso di Maidan. Poiché il nazionalismo (sia quello democratico che quello fascista) è una tecnica per creare alleanze tra ricchi e poveri “in nome del popolo”, è importante sottolineare che nelle manifestazioni di EuroMaidan a Kiev, eccetto per i gruppi di base legati ai sindacati, la distruzione di proprietà commerciali era considerata inaccettabile, e avvenne raramente. Contrariamente ai disordini in altri paesi europei come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Francia, dove le vetrine vengono normalmente attaccate in ogni manifestazione un po’ vivace, un articolo del Kyiv Post del 20 gennaio 2014 dichiara «in due mesi di scontri, non c’è stata nemmeno una finestra rotta alle attività commerciali del centro di Kiev. Ma chi protesta in Ucraina non si vergogna certo a smontare recinti o strappare sampietrini, quando questi atti di vandalismo sono utili al piano più generale.»[xi]

Senza dubbio, liberalismo e fascismo sono allineati nella difesa del mercato, e divergono solo a proposito di chi dovrebbe partecipare lecitamente alle sue istituzioni e su quale scala. Questi gruppi sono in difficoltà quando si trovano a dover accettare la distruzione di beni proprietari. Se la tollerano, allora devono etnicizzarla. I nazionalisti possono spiegare gli attacchi a obbiettivi particolari in maniera etno-nazionalista. Le finestre spaccate della sinagoga nel centro di Chicago, nel 2017, erano attacchi personali e razziali contro i membri di quella congregazione. Quello che non possono accettare è l’attacco generalizzato alla proprietà privata, una violenza che chiaramente attacca il mercato: una violenza anticapitalista. Una cosa è attaccare una sede sindacale o un ufficio governativo, completamente un’altra è la distruzione di interi distretti dello shopping. Questa è forse la cosa più difficile da introdurre nei movimenti americani, dove il danno contro la proprietà e il vandalismo sono considerati gesti avventati e senza senso strategico.

 

Conclusione: una scommessa

Nei prossimi anni potrebbero emergere lotte che si sviluppano attorno a comuni sentimenti di disgusto e non da comuni esperienze di sofferenza. Dalla nostra prospettiva, sarebbe una situazione ottimale. L’esperienza umana che caratterizza gli ex-urbs [gioco di parole che condensa la nozione di periferia e ex-città, città morta] e gli hinterland delle città americane è molto diversa dal tipo di fabbriche metropolitane in cui nacque il movimento operaio. Le odierne distese suburbane e rurali producono un’alienazione estrema, isolamento, solitudine. La società americana è separata da complesse linee di differenziazione: classe, commercio, razza, genere, sessualità, età, religione, peso, politica, sottocultura, dieta, profilo sanitario, identità astrologica, ecc. Certo, continueranno a emergere lotte basate sull’alterità e la differenza politica, ma non abbiamo fiducia nel fatto che queste potranno essere lotte liberatorie. Sembra più probabile a questo punto che le lotte liberatorie emergeranno da un vortice come quello dei Gilet Gialli, dove pratiche diverse fluiscono in una comune zona di articolazione, piuttosto che da continui scontri tra gruppi politici rivali o dalle lotte di gruppi marginalizzati per rappresentare i loro interessi nel “centro” sempre più vuoto di una società normativa. Certo è che l’opposto sta diventando sempre più difficile da immaginare: che uno spesso segmento della società statunitense si unisca sotto una singola identità o bandiera.

 

Una lotta di questo tipo potrebbe essere immaginata più o meno così: persone arrabbiate e senza una precisa identificazione cominciano a convergere nei centri cittadini, o nei siti logistici come porti e aeroporti. La loro invasione rabbiosa risuona in maniera distinta ma parallela  ai sentimenti di chi vive in quartieri poveri o marginali, nella città o ai suoi bordi (bande di graffitari, rednecks, camionisti, spacciatori, sexworkers, ex-detenuti, pensionati). Estremisti etici di varie estrazioni ideologiche o sottoculturali agiscono gli uni accanto agli altri nelle strade, uniti solo dalla loro volontà di non controllare la rabbia di tutti contro il sistema (nel bene e nel male: anarchici, neonazisti, ultras, membri di gang). I vari gruppi sociali non vengono sintetizzati in un’unità più larga ma semplicemente si muovono in parallelo, scontrandosi occasionalmente, ma ritornando settimana dopo settimana per sfasciare le facciate luccicanti delle città e per attaccare gli edifici della polizia e del governo. Quelli che non possono raggiungere i centri urbani bloccano dall’esterno le strade e le altre infrastrutture logistiche da cui le città dipendono. Questa eterogenea alleanza casuale di persone provenienti dalle periferie vicine e lontane con gli estremisti etici, ripolarizza la situazione politica tra alto e basso, piuttosto che tra destra e sinistra. Politici, organizzazioni di sinistra, sindacati e ONG inizialmente si distanziano da questa mischia confusa e ne denunciano la violenza. La folla non presta loro attenzione, perché non deve loro alcuna fedeltà. Appena realizzano di essere state eclissate, le organizzazioni di sinistra non hanno altra scelta che rimettersi a seguire le folle con la coda tra le gambe e da una posizione di retroguardia. Studenti universitari e manager di medio livello di ogni estrazione sociale provano a gettare discredito e dividere i rivoltosi, razzialmente, sessualmente, geograficamente, per classe, su un qualsiasi asse di identità, per riuscire a trovare un punto fermo nel caos. Nello stesso momento la polizia pratica la sua classica e pesante repressione che estende (all’inizio) l’antagonismo e la lotta, obbligando il governo a inviare la Guardia Nazionale. Quando raggiungono questo punto le lotte possono dissiparsi oppure cominciare a fratturare le forze armate e indurre a una defezione sociale diffusa…

 I rivoluzionari dovrebbero prepararsi perché la situazione diventerà probabilmente ancora più confusa, e non più chiara. Ci sembra improbabile che il paese precipiti in una guerra civile tra antifascisti, neonazisti, e estremismo di centro. È anche impossibile immaginare un nuovo consenso politico che emerga tra Democratici e Repubblicani che risponda in qualche modo alle ansie e ai tumulti di quest’epoca. Se qualcosa come i Gilet Gialli dovesse arrivare negli Stati Uniti, potete scommettere che sarà persino più confuso e strano, anche più violento e spiacevole. Scommettiamo, comunque, che i movimenti che vengono non saranno senza fascino, senza innovazioni, senza una loro propria bellezza.

PS: sei note per le lotte future

 

  1. Per diffondere un’idea ingovernabile di felicità comune, è prima necessario diventare ingovernabili.
  2. I meme dotati di forza autorizzano le persone ad auto-autorizzarsi, permettendo a ciascuno di agire direttamente sulla propria sofferenza. In questo modo i meme sovvertono la polizia, interna o esterna ai nostri movimenti.
  3. I meme che polarizzano la situazione tra alto e basso, concentrando l’ostilità su un obiettivo centrista, permettono l’emersione di antagonismi più grandi, rendendo difficile ai riformisti l’anticipazione della rivolta e aprendo la possibilità del comunismo in un modo reale e pratico.
  4. Non escludere i “conservatori” dal movimento in modo ideologico; piuttosto, rendere popolari gesti che la loro ideologia non può avallare. Un modo di farlo è legittimare la distruzione della proprietà privata dei super-ricchi. Show, don’t tell.
  5. Anche se l’uso di graffiti e altre forme di comunicazione può essere necessario per contrastare l’influenza degli slogan di destra nelle prime fasi, non permettere che un gruppo o una tendenza egemonizzino il meme fino a che lo Stato non avrà completamente perso il controllo
    5.1 I graffiti dovrebbero essere utilizzati solo in due modi: per esprimere ostilità contro il nemico comune, e per celebrare il repertorio tattico che vorremmo o le azioni eroiche del movimento. Non parlare in nome di un “soggetto” e non escludere componenti del movimento.
  6. Se la potenza dei riot nel sospendere le identità e i predicati sociali non genera accanto a se stessa dei luoghi dove espandersi, persistere, e debordare nella vita quotidiana, allora diventa solo una festa crudele.

[i]Il fatto è che anche se le nostre identità sociali in qualche modo programmassero meccanicamente le nostre posizioni politiche (cosa che non fanno), questo oggi non ci aiuterebbe. Le grandi “soggettività militanti” non possono essere riportate in vita dal nulla. Come ci ricordano sempre i nostri amici più marxisti di noi il profitto industriale, che è stato la base materiale per la coscienza politica del movimento operaio nella prima metà del ventesimo secolo, si è progressivamente contratto a partire dagli anni ’70, spingendo il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Il risultato è stato una spirale depressiva di 40 anni, con la grande maggioranza delle lotte sul lavoro occidentali che sono divenute puramente difensive, e continuano comunque a essere sconfitte. Nello stesso tempo, l’immaginazione politica in occidente si è svuotata, ed è ora forzata a reinventarsi su nuove premesse.

[ii]Su questo punto, suggeriamo il classico articolo di Fredy Perlman “Worker-Student Action Committees, May 1968”, che si trova qui: https://theanarchistlibrary.org/library/roger-gregoire-fredy-perlman-worker-student-action-committees-france-may-68. «Nelle ex-università, la divisione tra “studenti” e “operai” venne abolita in atto, nella pratica quotidiana degli occupanti; non esistevano “ruoli studenteschi” e “ruoli operai”. Comunque, l’azione andò più lontana che le coscienze. Riferendosi a “gli operai”, le persone vedevano questi come un settore specializzato della società, accettando quindi la divisione del lavoro» (corsivo nostro).

[iii]La questione è la seguente: possono persone le cui vite sono definite da incommensurabili modalità di violenza, fare esperienza dello stesso mondo, dello stesso linguaggio, di una visione condivisa della libertà? Il meme non risolve né sopprime questa incommensurabilità, non esiste una scorciatoia per la comunanza esistenziale. Quello che il meme riesce a fare è liberare queste differenze da ogni precondizione di unità, interrompendo l’abitudine comparativa di legittimare la sofferenza “pesando” alcune delle sue forme contro delle altre. Il gilet giallo apre il campo della politica: improvvisamente il centro è ovunque e chiunque può attaccare e organizzarsi a partire dalle proprie ragioni, inconciliabili oppure no.

[iv]Mauvaise Troupe, “Cortège de Tête”, in Riots and Militant Occupations. Smashing a System, Building a World. A Critical Introduction, edito da Alissa Starodub e Andrew Robinson (London: Rowman & Littlefield), 2018 (traduzione modificata).

[v]Anonimo, “La rivolta indiscernibile”. Pubblicato originariamente su Lundimatin#67, Giugno 2016

[vi]Ad esempio a metà dicembre, quando i Gilet Gialli erano concentrati sui pedaggi autostradali, le rotonde e i riot del sabato, in alcune città più piccole si sono tenute marce per raggiungere le case di alcuni funzionari locali. All’arrivo, le proprietà dei politici venivano vandalizzate e questi personaggi minacciati, a volte persino sparando con armi da fuoco, una rarità in Francia. Questo era un gesto iterabile, capace di estendere strategicamente il repertorio tattico della lotta e capace di portare una nuova forma di illuminazione partigiana nella sfera della vita quotidiana. Per una discussione su iterabilità e improvvisazione al livello degli scontri di strada, vedere anche (Anonimo), “Yes, And…”, in War on the Streets. Tactical Lessons from the Global Civil War, Ill Will Editions, 2016. Online qui: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/154103163849/war-in-the-streets-tactical-lessons-from-the

[vii]Joshua Clover, Riot, Strike, Riot, Verso Books, 2016, 187.

[viii]Liaisons, “Encore. A Second Letter from Paris”, The New Inquiry, 01.04.2019. Accessibile qui: https://thenewinquiry.com/encore/

[ix]Vedere Alessi Dell’Umbria, “Full Metal Yellow Jacket”, originariamente pubblicato in Lundimatin#175, Gennaio 2019. Accessibile qui in francese: https://lundi.am/FULL-METAL-YELLOW-JACKET-Alessi-Dell-Umbria; qui in inglese: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/182503015824/full-metal-yellow-jacket-al%C3%A8ssi-dellumbria

[x]Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice (Roma: DeriveApprodi, 2017).

[xi]Ivan Verstyuk, “No looting or anarchy in this EuroMaidan revolution”, Kyiv Post, 01.20.2014. Accessibile qui: https://www.kyivpost.com/article/opinion/op-ed/no-looting-or-anarchy-in-this-euromaidan-revolution-335296.html?cn-reloaded=1

BIO

Adrian Wohlleben è un ricercatore comunista e un traduttore. Vive a Chicago e può essere raggiunto a questo indirizzo: silentwater@riseup.net

Paul Torino vive ad Atlanta e può essere contatto qui: flightoficarus@riseup.net

Printemps

di Julien Boudart

ا.

Vi sono dei piaceri che accarezzano il ventre ma che assomigliano ai canti funesti delle sirene, e altri la cui gioia è senza rimorso.

Esiste una fine conoscenza degli effetti digestivi che non ha nulla a che vedere con la dietetica.

ب.

Il più semplice diletto può essere un tempio per lo spirito.

Nulla lo obbliga a essere la sua confutazione.

Alla forma castrata degli austeri che temono nell’estasi la sua perdizione, risponde naturalmente il bisogno panico di congedare lo spirito come un guastafeste quando avviene, infine, di trovare l’estasi o il riposo.

Piacere del vomito, serietà del dopo-sbornia.

ت.

Torniamo all’inizio.

La musica, gli spettacoli, hanno una funzione. Non c’è niente da guadagnare nel rivendicare l’inutilità delle arti, se non l’insignificanza.

Essi hanno una funzione, che è quella di produrre il mondo.

ث.

La vita è sogno.

Il mondo è un teatro.

L’ordine del mondo è musicale.

– Sono dei luoghi comuni.

Ma i luoghi comuni esigono ancora di essere compresi.

Se li si fa girare sulle proprie dita come dei prismi, allora il senso appare.

Sì, la vita è uno spettacolo che non ha bisogno di spettatori.

Sì, è «come il velo di un’altra vita, come il sogno di un dio».

Sì, la sorda esistenza del fondo della vita come un rumore, lieve e tuttavia inesorabile.

ج.

In certi momenti è necessario che suoni una certa musica perché il mondo possa toccare la sua sorgente. Senza musica adeguata, la figura del mondo impallidisce.

ح.

Non esiste il pubblico. Il concerto, lo spettacolo, qualsiasi cerimoniale, non si rivolgono a un soggetto o a un recettore preesistente; questo soggetto, precisamente, hanno il compito di produrlo.

خ.

Comporre della musica non significa disporre dei suoni; vuol dire disporre l’ascolto – così come il problema del dramma non è tanto quello di presentare delle immagini ma produrre una veggenza.

La musica, intesa in senso largo, è l’azione sulle disposizioni.

د.

Le disposizioni giudicano la musica.

ذ.

Per la sua virtù di rinnovamento, la musica dispone l’orecchio e lo spirito ad ascoltare la musica del mondo. Essa ha il potere di rendere gli uomini più presenti al mondo e a loro stessi e, fatalmente, quello inverso di spettralizzarli.

ر.

La musica si è sempre riunita attorno ai sovrani, come le farfalle della notte attorno alle lanterne. Non c’è niente di congiunturale in questo. Parlare di recuperazione sarebbe ridicolo.

Non c’è nessuna forma di potere che non intrattenga un rapporto stretto con il potere di disporre.

Da quando esistono gli Stati la musica è un affare di Stato, perché nella musica vi è qualcosa che è dell’ordine del governo.

ز.

La parola-feticcio, la parola-scettro di «cultura» è allo stesso momento una proclamazione insolente di questa catena di conseguenze e la sua negazione.

Un vocabolo così sovranamente neutro si trova solo nell’arsenale degli imperi.

Ogni volta che si parla di «cultura» si restaura un certo quadro rituale nel quale la questione delle disposizioni è già stata regolata a beneficio dell’ordine regnante.

Una parola è solo una parola. Detenere il potere vuol dire: rendere efficace il linguaggio.

س.

Così come le parole, le procedure tecniche sono solamente delle procedure tecniche; e la pianificazione non è mai una semplice pianificazione.

L’ostilità del mondo è innanzitutto ostilità dei suoi dispositivi. È un’ostilità tecnica e metafisica, inseparabilmente.

Una questione di regia generale, insomma.

ش.

È irrilevante opporre a tutta questa ingegneria efficace la dignità di un’impotenza o la purezza dell’intenzione. A magia, magia e mezza.

L’affinamento sistematico, la reinvenzione perpetua dei cerimoniali legati alla musica non è una vana ricerca.

Laddove regnano i dispositivi, solo un sapere musicale è un sapere che salva.

ص.

Fanno parte di un sapere propriamente musicale: il senso del conveniente, l’arte della disposizione, la chimica delle atmosfere, la scienza delle mutazioni, l’organizzazione del possibile e la messa a fuoco di questa organizzazione, il radicamento nella necessità, la padronanza delle gerarchie accidentali, l’arte di trasformare la forma in materia e la materia in forma, l’esperienza concreta della tensione che fa sussistere le cose nel loro essere, un certo tipo di fisica elementare.

Non è così raro il sapere pratico di queste cose. È, per così dire, il saper fare proprio alla corporazione musicale, in ogni tempo e in ogni luogo. La questione è: essa cospira per che cosa?

ض

Il maledetto deserto bianco è durato fin troppo.

Bisogna lavorare al disgelo.

Guai a chi porta il deserto.

Con XM24, contro il nulla che avanza!

Qui e ora: Xm 24 è stato un crocevia di tante persone, esperienze, situazioni a Bologna. Ci puoi raccontare brevemente la sua storia e dirci cosa è oggi questo spazio e da quali anime è abitato?

XM24:  XM24 è uno spazio pubblico autogestito che da più di 17 anni è luogo di socialità e sperimentazione politica, artistica e culturale in Bolognina.

Uno spazio che quotidianamente è attraversato e vissuto da centinaia di persone per i suoi valori politici, laboratori, sportelli gratuiti, ed è in definitiva un mega-laboratorio politico e culturale.

Uno spazio che rappresenta la difesa della possibilità di un vivere “altro”, dove si vive e si decide in orizzontalità, dove non sono le leggi del profitto a far da padrone, dove non ci sono gerarchie, ma persone che collaborano e si autogestiscono. Fricchettone, post-operaisti, punx, migranti, reduci di Genova, poetesse, antirazzisti, autonome, postautonomi, femministe, tecnomani critici, libertarie e liberanti vari….

Qui e Ora: Il 29 giugno a Bologna ci sarà una grande manifestazione per difendere lo spazio Xm 24. Qualche tempo fa un esponente locale dal Pd ha definito Xm 24 “incompatibile”. Con cosa sarebbe “incompatibile”? Perché dovreste lasciare i locali del vecchio mercato ortofrutticolo?

XM24: Incompatibile con la deriva leghista che il PD ha anticipato. Incompatibile col modello finto partecipativo di cui si fregia l’amministrazione di questa città, perché oppone alla pantomima della progettazione partecipata un’autogestione reale e dal basso. Incompatibile con lo strisciante processo di gentrificazione di un quartiere storicamente operaio come la Bolognina, ora abitato da culture, etnie e comunità differenti, di cui si vorrebbe fare vetrina per una città sempre più “smart” a misura di ampio portafoglio. Dopo mirabolanti proclami (dal “ci faremo una caserma” a una fantomatica casa della cultura) dovremmo andarcene per l’unico progetto votato al successo in mezzo ad altri fallimenti speculativo-immobiliari: un cohousing per dieci nuclei familiari, sbandierato come elemento risolutivo all’annoso problema degli alloggi in città. Tutto il rispetto per l’esperienza cohousing ovviamente, che non contestiamo in sé stessa ma per l’uso strumentale che l’amministrazione ne fa. Se riuscisse vivrebbe in mezzo a un deserto di cantieri infiniti. Se non partirà mai, o partisse abortito, avranno distrutto XM24 lasciando il nulla; se ne vergogneranno perfino loro. 

Qui e Ora: Si ha l’impressione che Xm 24 rappresenti un baluardo di resistenza contro la gentrificazione integrale del vecchio e popolare quartiere della Bolognina, e che sia proprio questo a urtare l’amministrazione. Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta oggi Xm 24 per il quartiere Bolognina e per la città di Bologna?

XM24: Un pezzo di memoria caotica ma autentica dell’apertura alla diversità che gli anni 90 ed il 2002 poi, con la nascita di XM24, seppero portare nel concetto di “spazio pubblico” – oltre il “centro sociale”. Un attrattore di musica, arte, conoscenze, migrazioni, economie critiche e pensieri di liberazione. Laboratori più o meno costanti, popolari, aperti; nessuno sfruttamento ma lavoro volontario collettivo; modalità strane per eventi innovativi; la tenuta del senso di una assemblea orizzontale, mentre intorno il vivere politico non esiste letteralmente più. Un argine in continuo movimento e ridefinizione, ma stabile in un quartiere che – come detto -sta subendo uno snaturamento pesante, in una spirale verso il disastro che ben conosciamo…

Qui e Ora: Negli ultimi anni Bologna ha vissuto diversi sgomberi e ha visto soffocare sul nascere diversi tentativi di restituire all’uso comune spazi abbandonati della città.

Cosa muove per te/voi questa politica degli sgomberi?

XM24: La paura fottuta della vera forza alternativa dell’autogestione e della critica agita nel presente. Una politica di sussunzione (o il suo tentativo sbilenco) delle forme di autogestione reali, “rimessa a disposizione” della collettività di spazi ridicoli, una modalità imbarazzante di “uso indiretto della ruspa” (“se non parli con noi, di là c’è il baratro”).  

Qui e Ora: Le zone temporaneamente autonome sono destinate a camminare sospese su un filo tra due minacce: quella dello sgombero e quella non meno pericolosa dell’assorbimento. Come evitare di cadere nella trappola dell’assorbimento?

XM24: Diventando PAZ: Zone Permanentemente Autonome. Cosa significhi questo è proprio il progetto da rilanciare ora, nella crisi definitiva di liberaldemocrazie, capitalismo di sorveglianza ed incapacità totale di amministrazioni locali di liberarsi dal giogo di uno sviluppo finto, fatto di cemento, raccontini di progresso e cambiamento imposto dall’alto.

Qui e Ora: Può uno spazio come XM aiutare le persone a costruire forme-di-vita il più possibile sottratte alla megamacchina?

XM24: Assolutamente. L’assenza di delega significa riduzione a zero dello spazio fra parole ed atti, fine della finzione rappresentativa. L’autogestione è comprensione delle cose che si fanno; e farle. L’assemblearismo, con tutti i suoi limiti, è politico, diretto, intelligente. La proprietà non serve davvero a nulla: serve comprendere, criticandovi se stessi, l’uso delle cose e minimizzare gli impatti, in un sistema già allo sfascio. La cura collettiva è una società priva di autorità, ma capace di contropotere.

Potete trovare più informazioni e costanti aggiornamenti sul sito http://www.ecn.org/xm24/

CI VEDIAMO IL 29 GIUGNO IN PIAZZA A BOLOGNA, CONTRO IL NULLA CHE AVANZA! 

Foto di Michele Lapini

Antifascismo: un campo di battaglia

di Azione Antifascista Roma Est

 Una primavera che sboccia a singhiozzi ha donato, cosa rara per questa avara meteorologia, una delle sue giornate più luminose per il 25 aprile. Faceva caldo al mattino, mentre tanti si univano per dar vita alle iniziative che ogni territorio ha prodotto in occasione della giornata della Liberazione. Uno dei primi dati a saltare agli occhi è che l’adesione alle piazze è stata nettamente più alta degli ultimi anni, ramificandosi anche in realtà ormai ben poco avvezze alla celebrazione della lotta partigiana. Quello del partigianato, invece, è l’altro dato, forse quello più saliente, che disvela le tensioni reali che sottendono alla scena. Se da qualche tempo a questa parte il 25 aprile è stato ostaggio monolitico della retorica della memoria condivisa, della festa di tutti, della democrazia, dello Stato (manco fosse la parata del 2 giugno), delle lacrime commosse di fantasmi che un tempo furono giovani combattenti e ora solo testimoni immobili di un presente che ne rigetta il ruolo, quest’anno le fratture in seno alla società tutta, si sono rese palpabili e manifeste a partire proprio dal rigetto di quella memoria condivisa alla base del cerchiobottismo storico di questo paese.

Questo 25 aprile il ministro degli interni diserta la giornata, con evidente strizzata d’occhio a destra, mentre un vecchio manifesto di un tiepido partito socialista, riattualizzato per l’occasione, è stato spacciato per un manifesto profoibe, prova evidente dello spregiudicato odio antifascista, scatenando una canea mediatica e la successiva dichiarazione della Meloni di annullare il 25 in quanto festa nazionale poiché divisiva.

Tutti segnali di come l’asse destro dell’apparato istituzionale stia cercando di scrollarsi di dosso ogni tipo di memorialistica che possa ricordare vagamente una qualche legittimità della resistenza, dell’insurrezione o di qualsiasi forma di conflitto.

A fargli da contraltare ci sta quell’asse sinistro invece, dei partiti e delle istituzioni, ormai in piena crisi, che cerca di fare dell’antifascismo la sua grande crociata politica, dato che sui diritti sociali non ha più nulla da dire. Una retorica basata sul mito della Costituzione che ripudia il fascismo, sulla figura dei partigiani come adorabili vecchietti, per tessere le lodi della democrazia e del confronto, come se la guerra di liberazione si fosse combattuta a colpi di votazioni su Rousseau piuttosto che con le bombe a mano, come se il 25 aprile 1945 il CNL avesse convocato un happening filantropico invece che un’insurrezione armata.

Se questa è la voce dei grandi personaggi che affollano le cronache, il vero dato di questo 25 aprile è che moltissime persone, soprattutto ragazzi molto giovani, si sono riversate per le strade mosse dal desiderio e dall’esigenza di prendere parte, nel momento storico che viviamo, sotto il chiaro vessillo del partigianato. Così migliaia di persone in tutta Italia da Milano a Torino, da Genova a Roma, da Bologna a Firenze hanno deciso di celebrare la Resistenza non in un’ottica meramente memorialistica ma concependone un rinnovato significato estremamente attuale. Per parte nostra abbiamo potuto viverlo ed osservarlo dal quel di Roma Est con un corteo autonomo che ha superato ogni aspettativa: un corteo molto numeroso e partecipato ma soprattutto sentito. Non una vuota ricorrenza ma una consapevole presenza. Un corteo che ha saputo affermare la rinnovata importanza dell’essere antifascisti oggi, che attraverso slogan, musica, canti, simboli e parole d’ordine ha tentato di proporre un rinnovato immaginario per un antifascismo autonomo qui ed ora!

Per le strade di Centocelle e Villa Gordiani si sono intrecciati studenti ed abitanti, generazioni di militanti ben differenti le une dalle altre, seppure in una condizione di reciprocità ben assodata.

Tuttavia in questa reciprocità ci sembra di aver colto, in qualche sfumatura, uno scontro generazionale. Non si poteva non notare la differenza che intercorre tra i più giovani e la vecchia guardia: quest’ultima ripiegata nel suo ruolo, sui suoi schemi, le sue parole d’ordine che, concedetecelo, sembrano sbiadite; i primi, invece, nelle loro enunciazioni e parole d’ordine, solo in apparenza giovanilisticamente radicali, dimostravano invece una capacità più profonda di comprendere e mordere il reale. Allevati a pane e neoliberismo, questi figli della crisi, sembrano naturalmente più portati ad interpretare i fenomeni attuali e ad affrontare lo scenario presente rispetto ai più grandi, che, forse ancora troppo legati a certe posture ideologiche o a scuole politiche classiche, ci sembrano stentare nell’interpretare ed agire il presente.

È emerso così il primo barlume di un rinnovato antifascismo autonomo che inizia a sgomitare per conquistarsi il suo spazio e che non si è mostrato solo a Roma Est: si è infatti diffuso a macchia d’olio lo slogan Combatti la Paura, Distruggi il Fascismo con tutti i suoi derivati (come nell’esperienza bergamasca: Combatti la paura, Distruggi la Lega ) come, un po’ ovunque, si è adottata la figura di Orso, il giovane compagno fiorentino recentemente caduto in Siria, quale emblema di un nuovo sentirsi partigiani; essere parte attiva ed integrate di una comunità in lotta che travalica i confini.

Ci sembra che molte piazze italiane abbiano forato la narrazione tipica del 25 aprile, riportando a galla il suo significato reale, riscoprendone il valore conflittuale, il suo senso di guerra civile, di essere cioè una giornata che celebra la forza di una minoranza attiva e determinata dell’insurrezione contro la brutalità nemica. Non solo una ricorrenza dunque, ma un qualcosa che ci sembra vada reinterpretata per coglierne l’’indicazione rispetto al presente che viviamo.

Questo processo di risignificazione che ha investito la Festa della Liberazione o, perché no, dell’Insurrezione, si inserisce in una contesa più ampia e contraddittoria che si sta snocciolando quotidianamente, complice l’avvicinarsi delle elezioni europee che fungono da acceleratore dei processi, tra i media e le strade.

Lo scenario in cui il sovranismo, con tutta la sua cordata di populismi e neofascismi, è ormai forza politica maggioritaria mentre la socialdemocrazia (che ormai ha ben poco di sociale ed è tutta concentrata nella difesa dell’illusione democratica) cerca di contendergli brandelli di terreno per continuare ad esistere, brandendo le bandiere dei suoi migliori e vituperati ideali, è un contesto che si riproduce molto simile a se stesso a livello internazionale e che in Italia assume, più prosaicamente, il volto della contesa tra Lega e PD.

Ma la reale posta in gioco è quella di un’egemonia culturale necessaria all’azione politica, alla produzione di un immaginario che sedimenti differenti schemi nel sentire sociale, che diventino i canali entro cui si muoverà la percezione dell’opinione pubblica.

È per questo motivo che anche a Torino e Roma si è mossa una battaglia trasversale non sono tra destra e sinistra ma anche tra l’antifascismo democratico e di facciata e quello sociale e militante espresso dai movimenti.

Il tema del diritto e dei valori costituzionali, campo della socialdemocrazia, è quello che ha contraddistinto l’affaire del Salone Del Libro e dell’estromissione di Altaforte, casa editrice di Casapound, dalla fiera. Quella che è un’esposizione annuale quasi del tutto monopolizzata dai big dell’editoria, dove vigono assolute le regole del mercato, dove la cultura è poco più che uno specchietto per le allodole e chiunque sia disposto a pagare per esporre può essere il ben venuto, quest’anno è diventata il presidio della libera cultura che ha spinto sul piede di guerra tanto esponenti politici che artisti, scrittori e giornalisti. Eppure al Salone del Libro ci sono sempre state case editrici di estrema destra e nessuno dei suddetti ha mai storto il naso, né crediamo che tolta di mezzo Altaforte non ci siano altri fascisti dentro la fiera. Si pensi alla casa editrice Edizioni di Ar, di Franco Giorgio Freda, ex militante di Ordine Nuovo coinvolto in vari episodi dello stragismo nero degli anni sessanta e settanta, da sempre ospite al Salone di Torino, o alle case editrici più mainstream come Einaudi, Rizzoli e Bompiani, che non fanno che pubblicare, a scopo commerciale, tutti i pensierini di Diego Fusaro, divulgando in maniera sempre più massiva tematiche care ai fascisti di Casapound delle quali costui si fa portatore.

Allora appare chiaro che ciò che agita i sonni di quest’intellighenzia è che il campo della produzione culturale, che si voleva tradizionalmente a sinistra (e in alto), si è trovato contaminato dai fascisti, ma il libro/manifesto di Matteo Salvini pubblicato da Francesco Polacchi e presentato alla Sagra del Libro non è che una spia, il segnale di un processo di cui questi luminari prendono atto solo adesso, ma che è in corso ormai da vent’anni. Un processo che vede i fascisti continuare a produrre, proporre e vendere cultura e stili di vita laddove la sinistra, come i movimenti, hanno smesso di essere creativi e propositivi, e soprattutto attrattivi. Ora che il vento soffia in loro favore i fascisti si candidano al ruolo di detentori dell’egemonia culturale scalzando i cantori della democrazia liberale.

Su questa faccenda, che potremmo riassumere secondo la vecchia formula dello “scontro interno alla borghesia”, il movimento ha avuto ben poco spazio, se non con le prese di posizione di alcuni dei suoi pochi personaggi in vista. Tutto il contrario è accaduto a Casalbruciato, periferia romana, dove i compagni si sono trovati a contendersi la strada, il quartiere e l’ordine del discorso con i fascisti di Casapound.

Questo perché, avendo la sinistra istituzionale ormai da tempo abbandonato e spesso disprezzato questi luoghi lasciandoli languire nella crisi, sono le strutture organizzate dei compagni a portare avanti un discorso politico e sociale fatto di quotidianità ed internità alle strade e alle comunità degli abitanti dei quartieri più periferici. Ma a volte tutto questo non basta. Ogni territorio è dilaniato da micro-fratture che si fanno sempre più violente fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità ed è in questa guerra che i fascisti si insinuano combattendo e talvolta vincendo le loro battaglie.

Fare un picchetto sotto casa di una famiglia per mandarla via vuol dire per Casapound agire il tema della crisi abitativa come strumento di discriminazione razziale e amplificatore del discorso xenofobo, utilizzando lo slogan “le case agli italiani”, non solamente funzionale alle politiche del governo Salvini ma volto ad acuire ulteriormente una spaccatura nel tessuto sociale dei quartieri. Con questa retorica non solo si mascherano le reali responsabilità di un dramma che a Roma sembra irrisolvibile, responsabilità tutte bianche e italiane, ma è del tutto funzionale a generare un senso di comunità fondato sulla appartenenza identitaria e nazionale e al tempo stesso volta a produrre un’esclusione del diverso, su cui sfogare le frustrazioni presenti e le paure e insicurezze di un futuro che rischia di essere sempre più catastrofico.

La risposta antifascista autonoma dei compagni a Casalbruciato, per quanto non sia riuscita nel cacciare i fascisti, protetti in maniera evidente da un ingente apparato di polizia e sostenuti da una parte di popolazione locale, ha dato buona prova di sé riuscendo a dare voce a quella parte degli abitanti solidali di Casalbruciato che nei giorni precedenti era rimasta nascosta e silente rendendo egemone il discorso fascista nel territorio.

Quello a cui Casapound ha puntato non è stato effettivamente cacciare la famiglia rom dall’appartamento appena assegnatogli, né strappare di botto con quest’operazione il territorio alle forze che storicamente lo vivono, ma piuttosto, ed in parte ci sono anche riusciti, produrre un modus operandi e delle parole d’ordine in grado di fare breccia nel tessuto popolare delle borgate, offrire lo spauracchio dei rom e degli stranieri che rubano le case, per alimentare quel sentimento di paranoia diffusa di cui si nutrono e si fanno forti i fascisti, spezzando legami di solidarietà e resistenza e proponendo l’illusione di una comunità bianca e forte.

L’ultimo episodio su cui si è giocata una partita importante per le forze antifasciste romane è stato quello dell’università La Sapienza, dove Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace e uomo simbolo della politica dell’accoglienza italiana, è stato invitato a parlare in un convegno organizzato dal Dipartimento di Antropologia, innescando così il tentativo di Forza Nuova di guadagnarsi visibilità attraverso la contestazione di questo “nemico dell’Italia”, con un comizio organizzato proprio alle porte della città universitaria (da sempre luogo simbolo dei movimenti autonomi ed antagonisti).

Quel che si è prodotto nell’arco di poche ore è stata una mobilitazione molto ampia che, lanciata dai collettivi studenteschi, è stata da subito raccolta dalla maggior parte dei collettivi, delle organizzazioni e degli spazi sociali cittadini e che, a cascata, ha costretto prima professori e poi esponenti politici ed accademici più tiepidi a schierarsi contro la marcetta forzanovista.

La mattina di lunedì 13 maggio, mentre Roberto Fiore passeggiava a Castro Pretorio con 30 sodali, ad essere generosi, piazzale Aldo Moro era gremito di migliaia di antifascisti, anche qui, come nelle piazze del 25 aprile, perlopiù giovani studenti. Una scena che non si vedeva da qualche anno ormai in Italia. Ma, andando oltre l’agiografia delle nostre piazze, ci sembra utile sottolineare alcuni dati essenziali. Il tema antifascista è evidentemente centrale nel panorama percettivo di questo paese ed è in grado di attivare mobilitazioni molto ampie ed eterogenee laddove c’era ormai il vuoto.

Proprio questo precedente di vuoto rende le piazze che si producono scenari privi di impalcature ideologiche sedimentate e di equilibri assodati. Queste sono così terreno malleabile su cui si può agire, mettere mano, e chi più è pronto e capace di egemonizzarne la percezione è chi decide della forma tanto dell’antifascismo attuale quanto della capacità antagonista che viene.

L’assenza o forse l’immaturità di un ragionamento autonomo in merito, rende le forze rivoluzionarie poco pronte ad imprimere una certa direzione alla piazza, prestando il fianco alla sussunzione di queste forme all’interno del discorso democratico e garantista che disinnesca ogni possibilità di conflitto rivoluzionario. Così, ad esempio, la piazza della Sapienza, nata con l’intento di “respingere i fascisti con ogni mezzo necessario, perché dove ci sono loro non c’è libertà di espressione” si è spenta al grido di “siamo tutti Mimmo Lucano”, mentre ancora alcuni studenti più determinati erano intenti a difendere la piazza da potenziali attacchi dei fascisti o della polizia in loro difesa. Attenzione, per noi non è una questione di purismo né di feticismo della radicalità, tuttavia bisogna preservarsi dal tentativo sempre più pressante da parte della sinistra istituzionale e di tutto l’associazionismo ad essa legato di sussumere l’antifascismo, il suo valore rivoluzionario e di farne un brand da campagna elettorale per la difesa delle istituzioni democratiche.

La contesa tra sinistra e fascisti, adesso in Italia come altrove nel mondo, non è basata su di una divisione tra pro-sistema e anti-sistema, ma è una battaglia per chi deve essere a capo della controrivoluzione. Per questo, come è necessario disvelare la farsa rivoluzionaria dei fascisti del terzo millennio, è necessario non farsi abbindolare dal frontismo unitario antifascista della sinistra. L’unità, in qualunque forma si presenti, democratica di sinistra o democratica e fascista, è sempre un tema controrivoluzionario. È per questo che, per i rivoluzionari, la battaglia contro gli uni non può escludere quella contro gli altri.

Il problema dello slogan “siamo tutti Mimmo Lucano” sta proprio in questo, nell’appiattire la potenzialità di una mobilitazione antifascista autonoma per farla recuperare da chi invoca i valori dell’antifascismo al solo scopo di riguadagnare terreno in uno scontro tutto sistemico e funzionale al mantenimento dello stato di cose presenti. Allo stesso modo e per le stesse ragioni è problematico il protagonismo di Fassina a Casalbruciato che in prima fila, davanti alle telecamere, invoca la legalità denunciando i militanti di Casapound di apologia di fascismo (sic!). È problematica in questo senso, seppure per ragioni diverse, anche la dichiarazione di Christian Raimo sul Salone del Libro di Torino, che nel prendere le distanze dall’evento e nel dimettersi dal suo ruolo di consulente definisce il suo come un atto dovuto di “antifascismo militante”. Ora, per quanto la sua presa di posizione possa ritenersi anche apprezzabile e legittima (ci siamo già espressi sul merito del Salone del libro in sé, Altaforte a parte), occorre capire, oggi, che compiere volutamente o ingenuamente operazioni di risignificazione di certe parole, di certe categorie appartenenti alla storia e alla cultura dei movimenti autonomi. rischia di essere qualcosa di fin troppo pericoloso. In un’epoca in cui il conflitto sociale è quasi del tutto assopito, il processo di pacificazione sociale quasi interamente compiuto a livello europeo, fatta eccezione per la Francia dei Gilet Gialli, e l’antifascismo del XXI secolo ancora tutto da reinventare, anche dal punto di vista delle sue pratiche, associare l’antifascismo militante al gesto di Raimo, rischia di risignificare quell’insieme di pratiche dell’autodifesa antifascista, da sempre bagaglio dei movimenti autonomi ed antagonisti, svuotandole anche di quel minimo di legittimità che ancora esprimono a fronte di una totale stigmatizzazione. E ciò non tanto agli occhi dell’opinione pubblica quanto anche negli ambienti del movimento stesso.

È problematico, infine, anche il tentativo di sussumere la forza dei cortei autonomi del 25 aprile ed il loro tentativo di riscoprire il valore della Resistenza e di attualizzarlo. Non è un caso che la Repubblica, esaltando la composizione giovanile antifascista di quelle piazze, titolasse: “Migliaia di giovani alla ricerca della sinistra”.

Al contrario di ciò che si vuol far apparire, l’antifascismo, oggi, deve dotarsi degli strumenti necessari per combattere efficacemente il fascismo, inteso come un vero e proprio dispositivo governamentale che agisce a più livelli e per fare questo non può non smarcarsi anche da quei tentativi di recupero delle forze autonome e antagoniste per normalizzarle, quei tentativi di sussunzione della sinistra istituzionale, tutti a vantaggio di una contesa del potere con i fascisti.

In questo senso l’antifascismo, oggi, o è rivoluzionario o non è. E allora una domanda sorge spontanea: come si deve esprimere la forza, soprattutto giovanile, che abbiamo visto concentrarsi nelle piazze italiane nelle ultime settimane?

Come fare ad esprimere una forza antifascista e autonoma che sia una potenza contro il fascismo e al tempo stesso non si presti a divenire massa di manovra al servizio dei giochini politici di PD e affini? Per quanto sia complicato trovare delle risposte a questi interrogativi ci sembra a livello intuitivo che sia una questione di drammaturgia della piazza, la forma che essa assume, il modo in cui essa si relaziona con l’esterno, le sensazioni che essa riesce a produrre in chi la vive. Ci sembra cioè, ancora una volta, che la chiave di volta stia nella ricerca di un immaginario, un linguaggio e delle pratiche che efficacemente si oppongano a quelli fascisti e che al tempo stesso risultino scomode e irrecuperabili per la sinistra.

Il campo di battaglia è, insomma, quello dell’egemonia sulle percezioni e sugli orizzonti culturali che muovono la società, un terreno necessario a qualsiasi ipotesi rivoluzionaria e che non può essere disertato. È proprio qui la sfida su cui l’antifascismo può muovere in direzione vincente: la socialdemocrazia e i suoi alfieri sono caduti momentaneamente dal trono, non aiutiamoli a risalirci! È qui che possono essere scalzati: colpendo frontalmente l’immaginario ed il discorso neofascista, in un’ottica autonoma, antagonista e rivoluzionaria.

La verità sta nell’occhio che guarda, solo chi ha le giuste lenti può vedere il cammino.

La bontà e la paura. (Ancora) sul fascismo.

di Vultlarp

Solo perché ad alcuni non piace il fascismo,

non è corretto che questo piacere venga negato a tutti.

Questa non è democrazia.

(Enrico Mentana in un meme di Polpo di Stato, 6 maggio 2019)

Adesso c’è il rischio reale che la presenza di uno stand

grande come un’edicola dentro un salone di decine di chilometri

di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna.

(Il vero Enrico Mentana, 7 maggio 2019)

 

 

L’altro giorno ho aggiunto alla lista della gente che vorrei si cagasse addosso da qui all’eternità: a. Enrico Mentana b. quelli che citano Pertini o il paradosso dell’intolleranza di Popper per difendere le loro timide posizioni democratiche c. quelli che «stai a vedere che il vero fascista sei tu».

Non so perché ci ho messo così tanto. Potevo arrivarci molto tempo fa.

E questo non tanto perché tutte queste figure si sono fermate da mo’ a farsi gabbare alla bisca organizzata a bordo strada dai fasci (o sono, segretamente, biscazzieri). Ma perché stanno — più o meno consapevolmente — spostando sempre più al ribasso l’asticella del discorso. Tra Piazzale Loreto e il Salò-ne del Libro passano 74 anni in due ore di auto? Sì e no.

Al di là di ogni apparente risoluzione di una polemica che ha come al solito dello spettacolare, il fascismo reale lo conosciamo senza eventi catalizzatori a ricordarcelo. Semplicemente ci attornia. È statalizzato. Maggioritario. Vabbè. Ciononostante, la «vittoria» di cartapesta dell’«antifascismo istituzionale» sul caso Altaforte (chi ha mai detto che la lingua non è capace di meravigliosi paradossi?) funziona come contentino ma anche un’arma di discredito. Sotto il livello dei radar, l’antifascismo quello vero è sempre più una pratica a perdere. Attendiamo il vittimismo di questi camerati tristi, e i loro Mentana a dargli corda.

Preso dall’entusiasmo, ho deciso di comprare un bloc-notes per scriverci tutto dentro.

Poi ho cambiato idea perché sono pigro.

Poi ho letto questa recensione a M. Il figlio del secolo e mi è scesa definitivamente. Leggetela perché c’è scritto tutto.

Poi mi sono fatto il caffè.

Poi però col polverone alzato dal Salone mi è risalita, e ho fatto finta di scrivere qualcosa di serio. Finta di saperlo fare, non di farlo seriamente.

A fondo pagina, per chi ci arriva, una richiesta a tutte le compagne e i compagni.

Ciao.

Premessa

Solo all’umanità redenta la Storia appartiene interamente.

Corollario: i democratici che oggigiorno vogliono storicizzare il fascismo sono degli illusi o dei delinquenti. «Se vi sentite toccati da un busto di Mussolini o dall’arte fascista, allora avete ancora qualche conto in sospeso»: tipo letteralmente i fascisti di oggi?!
Non è tempo di fare una storia. È tempo di prendere partito.

  1. Il fascismo è un cane da guardia. Come Cerbero. Quindi il fascismo è un mezzo, non un fine. Fine è l’ordine, l’accumulazione, il controllo — tratti tipici di ogni potere.
  2. Come Cerbero, il fascismo ha tre teste. La prima è quella del fascismo storico, che indica l’immagine del suo transito nel passato. A destra genera nostalgici col busto di M in camera, pose da bar o da mercato, qualche quando-c’era-lui-ismo o ha-fatto-anche-cose-buonismo… ma senza le altre teste sarebbe poca cosa.
    A sinistra, una sempre più imbarazzata condanna che nasconde la triste realtà: una visione di quel periodo storico come realtà ineluttabile, una posa vittimistica, impotente, sacrificale. Il loro motto araldico è Plangere et Futuĕre.
  3. La seconda testa è quella del fascismo reale — la sua essenza, ciò che esprime e fa nella contemporaneità dei tempi. È questa la più fugace e inafferrabile delle tre, e quella più pericolosa.
    Quella che i meno ottusi (magari vagamente marxisti) chiamano ur-fascismo, termine di echiana memoria che sta per un fascismo perennemente in potenza, fatto di tratti culturali e psicologici sempre in potenza. È senz’altro il fascismo più facile da riconoscere — che va da Forza Nuova a Casa Pound, dalle aggressioni agli omicidi fino agli striscioni inneggianti al Duce o alle nuove adunate — ma sicuramente il più difficile da comprendere. Il loro discorso, infatti, parte da una premessa falsa e una non dimostrabile: a. che il concetto di ur-fascismo non abbia alcun rapporto con l’attuale stato del mondo e del discorso; b. Che esista un fascismo connaturato nell’uomo. E così la deduzione logica, la dichiarazione di materialismo dialettico si rivela nient’altro che un difettivo sillogismo idealistico.
  4. Le fauci della terza testa sono le più fastidiose e le più spesso dimenticate. Sono quelle del (realmente capovolto) fascismo antifascista, ovvero del fascismo per com’è additato dal sincero democratico. Esito succulento di quel controverso concetto che Pasolini (non) andava congetturando nel ’73 — quando vedeva nell’antifascismo istituzionale (quello della DC!) una facciata entro cui giocare di sponda coi fascisti — il fascismo antifascista è, banalmente, la sempre più estesa etichetta con cui gli (nemmeno più istituzionalmente) antifascisti istituzionali bollano le pratiche antifasciste. Certo attacchinaggio è fascista; la denuncia contro i padroni è fascista; menare i fasci è fascista; non avere «l’intelligenza di capire» le politiche dei «democratici» è fascista. Si vede che anni di lavaggio del cervello l’hanno infine avuta vinta. Se per PPP anche la parola «fascista» era, negli anni ’70, una definizione puramente nominalistica, oggi — età dei lumi o dei memi — è parola intesa autenticamente. Uno parlava delle diversità antropologiche tra fascisti del Ventennio e del Consumo; gli altri, probabilmente, non sanno di cosa parlano. Non sono le fauci che hanno più fame. Ma sono quelle che fetono di più. E sappiamo che mosche e merda vanno a nozze.

5 Molto si potrebbe dire sui rapporti mutuali tra democrazia e totalitarismi. Ricordiamo soltanto questo: che dal fascismo ha appreso a generare il disordine per farsi custode dell’ordine a ogni costo; e che dallo stalinismo ha imparato a dettare la linea di una democrazia reale al di là della quale si è apostati. Non è una novità: alla base della condanna democratica ai totalitarismi sta — implicita — la volontà di sovrapporvisi durevolmente. The best of both worlds. Corollario: la condanna (e il memorial…) istituzionale non può che essere rivolta al fascismo storico. Vediamo bene infatti come al fascismo reale essa attinga a piene mani. Sappiamo bene che pratiche di stampo fascista sono sempre state all’ordine del giorno per il mantenimento dell’ordine e la repressione del dissenso, e che il fascismo reale stesso è organico ai governi di tutto il mondo come braccio armato non riconosciuto.

6 Questo alimenta l’illusione di un frontismo democratico come ultimo baluardo contro un fascismo che in realtà è la democrazia stessa a determinare in quantità e in qualità. Come hanno fatto i ceti economici dominanti, la monarchia e l’esercito 100 anni fa, mentre i socialisti restavano a guardare dalle finestre delle sedi di partito…

7 Il fascismo antifascista sta al fascismo reale come il sentimento morale sta al gesto che lo genera. Ne consegue la sua natura artefatta, aggressiva e repressiva.
Questa natura artefatta, aggressiva e repressiva è compensata dalla debolezza intrinseca del sincero democratico. La sua posa è quella della vittima; il suo gesto, quello del mormorio. La ricompensa che il sistema democratico tributa all’obbedienza è la legittimazione formale del piagnisteo del suo suddito.

È del tutto naturale che il sincero democratico, presto o tardi, normalizzi fino alla legittimazione chiunque, col benestare del potere, partecipi al gioco democratico. Fosse anche un fascista. Fosse anche per prendere il governo. Il suo amore per le istituzioni è religioso; sa di essere — anzi vuole segretamente essere — un bravo suddito sotto un cattivo sovrano.

«Derido l’inetto che si dice buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti», diceva un poeta parafrasando un filosofo. 100 anni dopo diciamo che, per il sincero democratico, il fascismo è un vorrei-ma-non-posso. Ma non è detto che questo non-posso duri in eterno

9 Chi rifugge il vittimismo e il testimonialismo sacrificale che appartiene al sincero democratico deve essere in qualche modo stigmatizzato. Questo mondo conferisce al sincero democratico questa legittimità. Chi oltrepassa la linea tracciata dalla democrazia reale — chiunque compia realmente un gesto — è dunque additato dal sincero democratico come fascista. Questa è, propriamente, la soluzione al paradosso di Popper. Peccato che questo gioco grazi i fascisti veri…

10 L’avversione del sincero democratico per i fascisti è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L’avversione del sincero democratico per gli antifascisti è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.

Extra. Sul Salone

È Balibar, a suo modo radicalmente, ad auspicare una democratizzazione della democrazia. Questo la dice lunga sulla sua povertà di spirito e di immaginazione.

Una versione edulcorata di questo concetto già appiccicosiccio si ritrova nella strenua (e ridicola) difesa delle istituzioni da parte degli intellettuali organici italiani. Quando Mentana e Murgia… fanno ciò che sono (dei gatekeeper, in gergo economicistico), si potranno appellare alla resistenza, al disagio, alla difesa degli spazi, alla libertà (?) di stampa: non smetteranno di farci sbellicare.

Anche qui l’errore è a monte: cosa dire dello spirito sacrificale e vittimistico con cui Murgia vorrebbe vedere alla fine del reading «quei libri sollevati come uno scudo silenzioso, come un argine di storie potenti da contrapporre a chi la storia la vorrebbe negare e riscrivere»? Che è il culmine dello stato psicotico in cui versa chi ancora si ostina a non voler guardare?

Criticare Mentana è troppo facile, e sarà forse utile vederne gli effetti.

Dopo due conti in tasca, il Salone ha deciso di fare a meno di Altaforte: gli istituzionali esultano, qualcuno tira un respiro di sollievo, cala qualche scure su chi poteva boicottare contro i tanti che il «purtroppo ci devo andare per non rimetterci una fortuna» l’hanno spacciato come un fiero #iovadoatorino per «resistere». Ma il punto è che questa vittoria di cartapesta contribuisce da una parte ad alimentare l’illusione di aver respinto i fascisti (ahah!) senza aver minimamente scalfito né messo in dubbio lo stato di cose; dall’altra, a corroborare lo status dei fascisti. Il cui libro-intervista a Salvini è oggi sul podio delle vendite su Amazon, per dirne una.

Con la certezza che anche questa volta lo spazio per una critica radicale ce lo siamo fatti pappare da questi due corvi.

Questo mondo sta implorando di essere distrutto: ma dobbiamo farlo con le armi che ci troviamo dentro. «Da ciò che non si ama il più delle volte giunge la verità». Il Salone del Libro, come mille altri temi, è borghese e pop. Non lo è però il campo di forze che lo agita. In gioco c’è una percezione delle cose.

Se c’è mai stato un momento per portare una critica radicale a questo mondo che non passi solo per i nostri discorsi e le nostre pratiche, è questo. Non c’è mai stato altro. Siamo nella necessità di prendere parola anche su questo, come si asseconda un sogno una volta che ci si è resi conto di sognare. Implicitando noi stessi, i nostri bagagli, i nostri mezzi, le nostre pose.

Che è un po’ tutto il contrario di questo articolo… Ops.

(Ci siamo capiti, vero?)

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La persistenza del giallo

di Paolo Godani

a M.

Iniziano a dare segni di irritazione i sostenitori dell’ordine repubblicano. Siano rappresentanti della maggioranza di governo o di gran parte dell’opposizione, portavoce delle forze di polizia o giornalisti di BFMTV (figure, le due ultime, difficilmente distinguibili tra loro), è sempre più evidente la stizza di fronte al fatto che il movimento dei giacchetti gialli non la smetta di occupare, ogni sabato da più di cinque mesi, le strade delle città francesi. E questo nonostante Emmanuel Macron abbia concesso, oltre ai dieci miliardi di euro un mese dopo l’inizio della protesta, il grande dibattito nazionale con cui, da buon sovrano vecchio regime, si è messo all’ascolto dei cahiers de doléances degli amati sudditi. Come fare, allora, perché finalmente il movimento finisca e la gente se ne torni alla vita di sempre?

Le strategie canoniche con cui generalmente si affrontano le sollevazioni popolari non hanno portato il risultato atteso. Si è tentato di dividere il fronte della protesta concedendo gli spiccioli che avrebbero consentito ad alcuni di dire “abbiamo ottenuto comunque qualcosa, possiamo tornare a casa”. Vista la vicinanza delle elezioni europee, si è tentato di riportare la piazza sul terreno della rappresentanza tradizionale, spingendo alla formazione di un “partito” dei gilets jaunes (con il risultato che chiunque si sia mostrato disponibile ad accettare l’invito è stato sbrigativamente ricusato dai giacchetti gialli). Si è tentato di spiegare che le manifestazioni legittime e pacifiche di tanti bravi lavoratori, vittime della crisi degli ultimi dieci anni, erano infiltrate da bande di casseurs, salvo doversi arrendere all’evidenza che tra gli uni e gli altri (ammesso che esistano) si è data molto presto una complicità materiale e affettiva, prima ancora che politica. Si è tentato persino, grazie al pretesto di qualcuno che insultava malamente un intellettuale reazionario francese (non nuovo, del resto, a provocazioni di piazza), con l’intramontabile accusa di antisemitismo, e proprio nel momento in cui ognuno poteva constatare come la destra organizzata si fosse ormai ritirata in buon ordine dal movimento.

Non restava dunque che la repressione. Fin dall’inizio di questa stagione di rivolta le forze dell’ordine hanno agito come se si fosse nell’imminenza di una guerra civile, con un controllo preventivo sempre più diffuso, con migliaia di arresti prima e durante le manifestazioni (precisamente 8700 persone tra il 17 novembre e il 23 marzo), con l’uso di armi da guerra a bassa intensità (come le granate di anti-accerchiamento e i flash-ball, le pistole con proiettili di gomma, che in questi mesi hanno provocato non pochi feriti gravi). Il risultato è che uno degli slogan più urlati nei cortei, anche tra chi ha solo ora iniziato a fare esperienza di che cosa significhi “manifestare”, è tout le monde déteste la police.

Ma la ragione per cui, in fondo, anche questa extrema ratio non è riuscita a mettere fine alla presenza dei gilets jaunes, è che il bersaglio della repressione non è sufficientemente identificabile. Persino la sociologia non è riuscita a facilitare il compito di chi governa: una volta identificati i ceti sociali (lavoratori dipendenti, autonomi, disoccupati, pensionati), le classi di età (le più diverse, con una marcata, riottosa presenza di ultra-settantenni), la provenienza territoriale (provinciale e periferica), il livello (medio, per lo più) di scolarizzazione dei partecipanti al movimento, e una volta raggiunta l’originale conclusione che si tratta di gente “normale”, resta da spiegare perché e come, da una settimana all’altra, un movimento senza leader e senza programmi definiti, senza obiettivi certi e senza organizzazioni precostituite, decida di continuare a occupare lo spazio pubblico. Il fatto è che qui non ci si organizza solo per rivendicare diritti o per contrastare questa o quella misura del governo, né, d’altra parte, per costruire un contro-potere o per produrre un rapporto di forze che consenta, un giorno, di rovesciare il “sistema”; con tutto il rispetto dovuto a pensieri così antichi, non sono queste le ragioni che hanno spinto migliaia di persone a stare ogni giorno alle rotonde e ogni sabato nelle piazze delle città.

Un ineffabile rappresentante del partito di Macron ha confessato senza remore che alcune delle rivendicazioni in campo non potranno essere soddisfatte. Non sa che è esattamente la ragione per cui sono state sollevate. Si era partiti dalla protesta contro l’imposta sul carburante, per arrivare ben presto alla richiesta di dimissioni per il Presidente della Repubblica, all’abolizione del Senato, alla destituzione dell’Assemblea nazionale. Sono parole d’ordine consapevoli del fatto che non è attraverso la politica che cambierà qualcosa. Per quanto si urli di continuo Macron démission!, non si immagina affatto che con un altro presidente le cose possano andare diversamente. Per questo, contrariamente a quanto vorrebbero far credere alcuni, il movimento francese non ha nulla a che fare con l’esperienza tecnocratica e legalitaria dei Cinque stelle italiani.

La disaffezione ha solo due strade: o farsi neutralizzare in una rappresentazione tecnica, o insistere senza impazienza, diffondendo la consapevolezza che quell’insistenza è tutto ciò di cui si ha bisogno.

Del resto, se si attraversano le manifestazioni dei sabati gialli, ci si avvede subito che non si tratta di rivolgersi al potere in carica per ottenere concessioni, né di costruire un’alternativa più o meno rivoluzionaria. Anche la richiesta del RIC, il referendum d’iniziativa popolare, è meno una rivendicazione politica che un’espressione della volontà di farla finita con la rappresentazione politica. È su questa esigenza che si incentrano le discussioni sempre più numerose ai margini dei cortei. La gente si parla: condivide le proprie paure, dissolve la vergogna vissuta sino a quel momento in solitudine; fa ipotesi, disegna strategie, immagina le mosse dell’avversario; e scopre che proprio in quei dibattiti improvvisati, come nelle ondate di attacco e di difesa contro le forze dell’ordine, che si alternano a queste discussioni rafforzando la solidarietà collettiva, sta tutta la potenza del movimento. La strada come incubatrice di teorie e pratiche comuni è sempre stata l’incubo peggiore per le classi dirigenti allevate alle Grandi Scuole di Stato o a SciencesPo.

Benché l’atto XVIII di sabato 16 marzo fosse stato ironicamente battezzato atto decisivo, ognuno sa che la forza dei giacchetti gialli è quella di una persistenza nella quale, intanto, nascono nuove relazioni, si diffonde una consapevolezza radicale, le strategie d’attacco si trasformano e si inventano nuovi modi di stare nello spazio collettivo. Ognuno sa, insomma, che l’atto è sempre decisivo, e infatti non solo il XIX sabato di mobilitazione è scesa in strada più gente del sabato precedente, ma già se ne annunciano altri, di atti decisivi, per il 20 aprile e il primo maggio.

La banda di coloro che occupano momentaneamente gli apparati di governo sembra preoccupata soprattutto (e a giusta ragione, dato che deve pur render conto al suo comitato d’affari) del fracasso e degli espropri che il 16 marzo hanno colpito alcuni luoghi simbolici degli Champs Élysées. Ma, benché non sia formata da menti particolarmente brillanti (come mostra il patetico caso del ministro degli interni, Christophe Castaner), dovrà rassegnarsi a constatare che non è quello il punto. Mandare in frantumi una vetrina o restare per ore a fronteggiare le brigate e i blindati della polizia sono in fondo soltanto varianti sul tema del restare. E infatti i cori a cui i giacchetti gialli si sono ormai giustamente affezionati sono semplici e chiari: la rue, elle est à nous; on n’est pas fatigué; on est là. Siamo qua, e ci siamo non eccezionalmente, non in vista di qualche risultato da ottenere prima di togliere il disturbo; ci siamo e resteremo.

Se non si fa fatica a essere in piazza ogni sabato non è solo perché il sabato è un giorno strategico (un giorno di non-lavoro, per molti, ma non di festa, un giorno generalmente votato al consumo e rovesciato invece in fruizione collettiva dello spazio pubblico), ma anche perché, mentre si provoca qualche danno all’ordinario fluire e accumularsi del denaro, si torna a godere dello stare insieme dei corpi e delle idee, dell’incrociarsi degli sguardi d’intesa e del tranquillo concatenarsi dei gesti, del fatto di una vita collettiva che si costruisce pezzo per pezzo, per vicinanza materiale e per contagio, a fior di reale, senz’altro scopo che la felicità del suo esserci. Alla fine di ogni giornata, comunque sia andata, nessuno si lascia sfuggire la gioia di dire à samedi prochain! È questa la vera novità di ciò che sta accadendo in Francia dal novembre 2018: che la più radicale ostilità nei riguardi dello stato di cose presente può manifestarsi e diffondersi grazie a una presenza ostinata, attraverso la trama comune delle relazioni, con l’imporsi di un tempo in cui non c’è nulla da progettare o da rimandare, né qualcosa da realizzare frettolosamente; che l’insurrezione o la rivoluzione – per chi ancora tiene a questi termini – non hanno da essere eventi o eccezioni, ma possono essere condizioni, forme di vita che si affermano durevolmente nella propria consistenza collettiva. Non sarà tanto semplice farci tornare alla solitudine di prima.

Di fronte a un’ostilità che non si radica innanzitutto nella politica, ma nell’ostinazione di una vita comune, il ghigno dei padroni comincia a mostrare qualche segno di vera preoccupazione.

Destituire il 25 aprile

di Bianca Bonavita

Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi. << E chi sareste voialtri?>> disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: << Fucking bandits.>> (Luigi Meneghello, Piccoli maestri, 1964)

Forse il più grande sbaglio del dopoguerra è stato cantare: “e questo è il fiore del partigiano morto per la libertà”. Forse si sarebbe dovuto cantare “morto nella libertà”.

La libertà in questione non era qualcosa da venire, era lì e allora, in quella scelta, in quei gesti.

Forse da persone libere sono morti soltanto i sommersi della resistenza, quelli che non hanno vissuto il 25 aprile. Gli altri, i salvati, sono piombati presto in un giogo non troppo differente da quello contro cui avevano combattuto.

Forse è tempo di disertare il 25 aprile.

Ciò che si celebra in questa data con insopportabile retorica commemorativa è ormai soltanto il potere costituito, e ogni commemorazione organizzata in questa occasione per ricordare la lotta partigiana rischia, anche se non vuole, di ricadere nella macchina del dispositivo di rigenerazione annuale del mito fondativo della Repubblica.

La sacralizzazione di questa data ha avuto l’obbiettivo fin dall’inizio di relegarla in una sfera separata e non più disponibile all’uso.

Il 25 aprile ha significato sì la fine dell’immane tragedia della guerra ma anche la sconfitta dell’insurrezione, l’inizio della fine dei legami clandestini di amicizia e di cospirazione che l’avevano resa possibile, il riproporsi e il trionfare, “sotto nuovi nomi e nuove bandiere” dell’eterno fascismo italiano fondato sulla piccola borghesia. Di questo declino che pare ineluttabile parla C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, e l’amore perduto è proprio quel legame sbocciato durante l’insurrezione. Mentre il puro Antonio, (Nino Manfredi), canta a squarciagola, stringendo il pugno, il verso di Trovajoli “Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà”, Gianni (Vittorio Gassman) lo guarda con amarezza da un altrove di gelida rapacità. Il ricordo di quei giorni, perché soltanto ricordo, non è bastato a tenerli uniti.

I partiti ebbero il ruolo chiave di fare deporre le armi, e non solo quelle di metallo, perché l’insurrezione destituente non poteva durare un giorno di più della caduta degli eserciti nazifascisti.

I ribelli cessano di chiamarsi e di farsi chiamare ribelli e restano soltanto partigiani e patrioti, e al fine di poter ricevere onorificenze e riconoscimenti lo status di partigiano o patriota viene normato con legge nel ’45 stesso. E in questo processo di normazione o di normalizzazione l’Anpi ha svolto un ruolo fondamentale.

Quei legami clandestini dovevano essere ricondotti nei canali istituzionali attraverso i partiti e le associazioni e l’uso alla libertà di pensiero e azione doveva anch’esso essere irregimentato nelle forme della democrazia parlamentare.

Il 25 aprile costituisce lo spartiacque tra momento destituente e momento costituente: segna la fine della fase destituente e apre il processo costituente. Per questo è così importante per il potere in Italia. Perché sta sulla soglia della sua anarchia, ne è il fondamento. Guardando dietro di sé celebra e sacralizza gli “eroi” o i “martiri” della Resistenza relegandoli in una sfera mitica e intoccabile; guardando davanti a sé commemora la Carta fondativa dello Stato che con il suo costituirsi nega il bisogno e la presenza della lotta partigiana.

Con un gesto quasi magico la commemorazione pubblica del 25 aprile riesce a celebrare al contempo il potere costituito/costituentesi e ciò che potrebbe in ogni momento decretarne la sua fine, ovvero la potenza destituente di un’insurrezione armata.

In questo senso il 25 aprile può apparire quasi come uno scongiuro del potere che, celebrandolo, cerca di scacciare lontano da sé il suo spauracchio più grande. La Liberazione che si celebra non è solo Liberazione dall’esercito occupante e dalle milizie fasciste ma è anche Liberazione dal pericolo di un’insurrezione permanente. Lo stato d’eccezione e la violenza devono tornare ad essere campo d’azione e prerogativa esclusiva del Governo.

Non è un caso se l’unico articolo della Costituzione italiana che vale ancora la pena di menzionare, perché non ancora stralciato, non è mai stato inserito nella Costituzione:

La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino.”

Questo articolo, che sancisce il diritto alla resistenza, proposto all’Assemblea Costituente dal partigiano cattolico e giurista Giuseppe Dossetti, avrebbe dovuto fungere da strumento giuridico per controbilanciare il potere dello Stato di decretare lo stato di eccezione.

(E forse non è a caso se nella Costituzione francese del 1946 c’è invece un articolo molto simile:

Qualora il governo violi la libertà ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”.)

La questione, affrontata da Giorgio Agamben in Stato di eccezione, è cruciale e riguarda il problema del significato giuridico di una sfera d’azione in sé extragiuridica. Si può regolare giuridicamente qualcosa come una resistenza anche armata a un potere costituito?

Il dibattito costituente in Italia ha risposto no a questa domanda e il dispositivo delle celebrazioni si è subito messo in moto per inserire nella sfera della memoria e del passato una resistenza che negli animi era tutt’altro che finita, sottraendola alla sfera del possibile qui e ora per relegarla a quella di un’allora che era stato e finito.

Col reiterarsi del rituale, anno dopo anno, l’attitudine alla resistenza in chi aveva vissuto la lotta partigiana è stata mano a mano sedata e poi si è seduta sugli allori delle onorificenze e dei riconoscimenti sociali. Il 25 aprile è così diventato un rito identitario, col passare degli anni sempre più mesto perché ormai orfano dei suoi protagonisti, in cui si va alla ricerca di un noi perduto sotto palchi popolati da vecchi tromboni politicanti e da nuove vedettes della musica alternativa o militante. Rito che ci sta a dire ogni anno che la guerra è finita. E sono passati settantaquattro anni. Di fronte a tanta perseveranza viene quasi il sospetto che la guerra non sia affatto finita, e che la giornata delle commemorazioni del 25 aprile metta in scena ogni anno il grande imbroglio che viviamo da allora: che lo stato d’eccezione permanente sia cessato e che sia tempo di deporre le armi e abbandonare l’insurrezione.

Ma se è così allora è tempo di disertare anche il 25 aprile. Di sottrarsi a ogni evento pubblico commemorativo organizzato in questa data. Anche a quelli auto-organizzati.

Il nostro 25 aprile non può venire mai. Perché resistenza è vivere ogni giorno il 24 aprile senza fucili.

Il miglior modo per ricordare la lotta partigiana è un gesto di diserzione, di secessione o di sabotaggio.

E se il 25 aprile è diventato un’istituzione, proprio perché è il fondamento stesso delle Istituzioni, per destituirlo dobbiamo sottrarci al bisogno che abbiamo di esso, per profanarlo dobbiamo sottrarre la lotta partigiana alla sfera cristallizzata del sacro e scomporla nei mille frammenti che dall’otto settembre del 1943 hanno reso possibile l’insurrezione.

Nell’era della tracciabilità anche i sentieri partigiani sono stati tracciati.

L’unico vero sentiero partigiano è quello che possiamo camminare con le scelte e i gesti di ogni giorno, in clandestinità, senza lasciare tracce.

Una forma-di-vita resistente non può che cercare di essere clandestina.

Là dove riusciamo a sfuggire, a sottrarci alla Grande Rete, là siamo partigiane e ri-belle.