FALENE

IV. Latitanza

Non è facile abbandonare tutto e farsi di nebbia. Soprattutto quando non c’è ancora nessuno a darti la caccia. C’è sempre un abito a cui sei affezionato o un’abitudine che insiste per essere lasciata stare sulla sua poltrona.

Una cosa è essere colpiti da mandato di cattura e avere una libertà da proteggere. Altra è non essere colpiti da alcun mandato di cattura ma accorgersi che la propria libertà è da sempre già stata catturata.

Il latitante che si sottrae all’arresto ha qualcosa da salvare, da difendere. Il latitante che aveva in mente F ha solo cose da bruciare. L’identità del primo lotta per non soccombere di clandestinità, quella del secondo ricerca, nella clandestinità, se stesso.

A morire sarebbe stata la sua identità, i modi e le forme in cui F era riconoscibile come F, quella interminabile teoria di laccioli con cui per anni si era fatto legare a un palo. E la Transalp Logistic era in fondo, tra questi, uno dei meno stretti. Degli altri era composta la sua stessa linfa.

Si trattava ora di segare il palo e di dare fuoco a tutto quanto. Scomparire prima di tutto, abbandonare tutto ciò che era rassicurante, tutti quegli specchi inchiodati in giro a confermargli chi era. Smentire questi specchi. Non c’è nessun F fatto così e così, che fa questo e che ha fatto quell’altro.

Ecco in cosa consisteva innanzitutto la sua idea di latitanza. Smentirsi.

Poi smettere di essere utili.

Il Brigante aveva ragione, forse a essere disutili si è molto utili, la poliedrica utilità aveva già combinato parecchi danni. 1

Astenersi dal, sottrarsi financo dalla tentazione di recar danno, che porta in sé comunque un residuo di utilità. Scivolar via come una limaccia tra le mani, farsi imprendibili.

Quindi esiliarsi e diventare irriconoscibili, sfuggire a ogni identificazione.

Come Vitangelo Moscarda. Non sa di nomi la vita, non sa di specchi e di conferme, non sa proprio nulla la vita. Anche lei cerca, poverina, di sfuggir via come un’anguilla alle rigide condanne che ogni giorno le vengono inflitte, alle infinite attività socialmente utili che le vengono comminate come pena.

Come i microgrammi di Walser, quella cosa molto piccola e umile, ancora più piccola e umile del suo destino, a cui tanto Jacob aveva aspirato, un tentativo di gabbare l’utilità, di prendersi gioco del riconoscimento, della leggibilità, del disvelamento. Scrivere senza l’arroganza di poter essere letti, indulgere sì alla debolezza della penna, ma confondendo le tracce lasciate sul foglio.

Tornare ad esser ninfa, al regno ipogeo delle infinite possibilità, laddove l’umano è ancora animale e la larva non ancora farfalla. Restare sospesi a contemplare in eterno il proprio poter farsi largo con le zampette attraverso quei pochi centimetri di terra per uscir fuori all’aperto e scoprirsi alla luce ed esporsi alla morte. E non farlo mai. Restare per sempre, in ogni attimo, tutto fuori, aperti nella possibilità di aprirsi senza mai giungere a chiudersi nell’atto di un’apertura definitiva e fatale. Nutrirsi di radici come i primi umani. Delle proprie radici. Suggerne gli umori al riparo dai riflettori. Ecco cosa avrebbe fatto.

Fu così che ogni sera F prese l’abitudine di salire sul coperchio del suo palazzo.

Aveva smesso di uscire la sera, e passava le sue serate su quel coperchio di cemento e catrame a cercare il buio oltre i fari del campo, oltre le torri di guardia dei secondini, oltre le recinzioni magnetiche che tutto avvolgevano.

Cercava un po’ di buio all’orizzonte, poi volgeva lo sguardo al cielo e un astro di nome Bartleby era sempre lì ogni sera a squarciare anche la nebbia più densa. Brillava insieme a Jacob e al Brigante. Era lì a indicargli la meta, lo scriba che era diventato il foglio bianco delle sue lettere morte prima che fossero scritte. Lo scriba che aveva lasciato l’atto della scrittura per restituirlo al più potente gesto della possibilità di scrivere o di non scrivere. Colui che aveva resistito fino allo stremo alla richiesta di copiare.

Anche F era uno scriba in fin dei conti. Impiegati, funzionari, amministrativi, questo erano gli scribi. Ma di certo il suo responsabile non sarebbe stato indulgente e comprensivo come lo fu per Bartleby l’uomo di legge. E nemmeno il responsabile del suo responsabile, che era poi il proprietario della Transalp Logistic, nonché agente della disgregazione e mediocre impresario di se stesso. Al primo avrei preferenza di non non avrebbe affatto cercato di far leva sul buon senso e sulla ragionevolezza. L’avrebbe licenziato e basta. O forse no. In fondo non sapeva nulla di lui.

Chissà per quanto tempo Bartleby era andato in cerca di una persona adatta al suo esperimento, una persona che gli consentisse di opporre quella sua ostinata resistenza. Chissà da quanti uffici era già stato immantinente cacciato. Aveva avuto bisogno della compassata esasperazione del suo brav’uomo di legge per arrivare in fondo al cuore delle eterne piramidi, per trasformare la sua piccola non collaborazione nella cifra di tutte le non collaborazioni e la sua resistenza alla scrittura in una resistenza alla morte.

Aveva saputo già tutto fin dall’inizio l’uomo di legge. Con la sua moderazione, la sua pacatezza, la sua educazione, la sua gentilezza, era esistito unicamente per dare a Bartleby quella possibilità estrema.

Era lì a indicargli la meta ma non la strada l’astro di Bartleby lo scrivano, che era rimasto per sempre scrivano benché avesse smesso di scrivere.

Per F la strada sarebbe stata differente. Non aveva alcuna voglia di passare il resto dei suoi giorni a cercare un brav’uomo di legge come quello di Bartleby. E poi i tempi erano cambiati, avrebbe dato troppo nell’occhio, subito sarebbe accorso qualche agente col suo aspirapolvere d’ordinanza a risucchiare tutto.

F trascorreva così le sue serate, sul coperchio del suo palazzo pieno di umori in ebollizione, a vagabondare nel cielo insieme a Bartleby e agli altri. A gettare lo sguardo sulle finestre spengersi dei grandi blocchi di cemento, sui terrazzini popolati di cianfrusaglie, intimità e ciclamini, sui davanzali disadorni arresi, e più giù sui cavi altalene, sui cavi tiranti a sorregger le mura, sulle lune a portata di sguardo, sui ronzini metallici in doppia fila, sui bidoni sazi d’immondizie, sugli immondi grigi sentieri dove coppie sparute di piedi muovevano chiome di residui nottambuli pensieri. Poi tornava a vagabondare come di maggio tra i ciliegi una gazza di ramo in ramo lasciando che maturasse nel pensiero il frutto della sua latitanza.

V. La lettera

Di vivere appieno il proprio sfacelo, di lasciarsi morire alla Transalp Logistic, F non ne sarebbe stato capace.

Non era uno di quelli che audacemente perseverano con costanza e senza lagnanze nel perseguimento del proprio ammuffire, del proprio rattrappirsi, del proprio svuotarsi. Non era tipo da accettare che un giorno il suo capo si sarebbe reclinato definitivamente come aveva ben prefigurato Jacob: “Braccia e gambe mi ciondoleranno in maniera strana e tutto, spirito, fierezza, carattere, tutto si spezzerà e appassirà, e sarò morto: non morto sul serio, ma così, morto in un certo modo, e magari andrò avanti per sessant’anni a vivere-morire così.” 2

Era piuttosto il tipo da mascherare lo sfacelo distraendo gli spettatori, spostando l’attenzione su qualche uccellino colorato o magari vagheggiando di un imminente cambio d’impiego.

Al limite avrebbe anche potuto pensare di gabbare il proprio sfacelo saltellando di impiego in impiego, di ufficio in ufficio, di funzione in funzione, come aveva provato a fare Simon e prima di lui Bouvard e Pecuchet.

Ma sapeva che lo sfacelo non si gabba tanto facilmente. “Con qualsiasi mestiere sarei arrivato al punto in cui sono adesso” 3, diceva Simon.

Era sempre più chiaro nei suoi pensieri che l’unica possibilità per eludere il suo sfacelo era di mettere in potenza i suoi propositi di latitanza. O di brigantaggio.

Le notti trascorse sul coperchio del palazzo avevano già da tempo deliberato in questo senso, escludendo a priori e con rammarico l’eventualità di una sommossa generale dovuta all’esplosione simultanea di tutte le pentole a pressione della città e all’incendio per autocombustione di tutte le scatole da scarpe.

A volte se la sognava davvero quella sommossa. Sognava che tutti i Kraus e le Kraus della città lunediassero ogni giorno della settimana e si trasformassero in altrettanti Bartleby, sognava che tutti i Turkey e i Nippers, diventassero all’improvviso intrattabili e inservibili anche nella loro mezza giornata buona, sognava che tutti gli uomini e le donne di legge diventassero dei Briganti. Sognava preferirei di no vaganti, sospesi nello spazio come carovane di nuvolette patagoniche in marcia verso Capo Horn. Sognava di vecchi eupeptici fuochi. Sognava deflagrazioni laddove aveva conosciuto la segregazione e lo schiacciamento delle pareti di cubi stringersi a morsa. Sognava Jacob e Benjamenta tornare dal loro deserto perché abbagliati dal miraggio delle città in fiamme.

Poi, risvegliandosi dal sogno, che fosse nel suo letto o alla scrivania della Transalp Logistic, sapeva che non c’era alcuna evidenza sensibile a suffragare quel suo sogno di insurrezione generale. Tutto attorno a lui faceva piuttosto pensare al contrario, non tanto a un’entusiastica adesione quanto a una disperazione senza appello.

Erano in tanti a non poter più vivere appieno il proprio sfacelo. E a scegliere una strada diversa dalla latitanza. I macchinisti dei treni lo sapevano meglio di chiunque altro.

La notizia non andava quasi mai oltre il trafiletto di cronaca locale e comunque veniva sempre presentata come un caso isolato. Ma era ogni giorno sotto agli occhi di tutti.

Da alcuni anni ormai i treni viaggiavano vuoti perché non c’era treno che non portasse almeno un’ora di ritardo. Le rotaie erano popolate di cadaveri.

Le vie della separazione sono infinite.

Quei missili sparati a trecento all’ora non facevano altro che andare a separare le membra di ciò che ormai da tempo era stato separato. Quei brandelli sparpagliati ovunque aspettavano da tempo di poter uscire allo scoperto. Avevano vissuto mascherati troppo a lungo, tenuti insieme da qualche acrobazia del cervello e ora, con l’indice puntato sulle traversine, potevano finalmente far sapere a tutti che a volerli vedere erano sempre stati lì, dissimulati soltanto da una sottile pellicola di – non c’è male -.

Era diventato l’incubo dei macchinisti. Una sagoma umana comparire all’improvviso dalla scarpata, nel fascio di luce dei fari, e nulla più. Non c’è frenata che tenga, non c’è alcuna deviazione possibile. Una teoria di frammenti da raccogliere.

Perché qualcuno dovrà pur raccoglierli. Dopo gli “accertamenti dell’autorità giudiziaria per l’investimento di una persona”, s’intende. Qualcuno dovrà pur aggirarsi con lo sguardo allucinato per scandagliare i binari, per rovistare tra la ghiaia e giù, lungo il terrapieno, in mezzo all’erba. A ricomporre almeno un’idea di integrità, a restituire alla bara chiusa un azzardo di identità.

Alla fine avrà raccolto soltanto le schegge in cui si specchierà lo strazio di chi resta. Se resta.

Nelle retrovie intanto, di stazione in stazione, di convoglio in convoglio, di vagone in vagone, si levavano spietate le querimonie di chi sarebbe arrivato in ritardo all’appuntamento con la propria idea di futuro. Nelle sale d’attesa a farla da padroni non erano il cordoglio e l’amarezza ma il fastidio e l’impazienza. Accanto a quei cento minuti di ritardo segnalati sul tabellone non era scritta la storia di quei frammenti sparsi sui binari, l’elenco dei buoni motivi per cui avessero deciso quel tal giorno alla tal ora di rendere pubblica la propria disgregazione deviando i destini di migliaia di persone. Non era scritto a quale forma di sfacelo dell’anima si ispirasse quel più greve sfacelo sui binari. Così ci si lasciava andare all’insofferenza e al lamento per non sentire nel petto l’eco sorda di quello schianto, l’implosione delle membra, il frantumarsi delle ossa.

Quando il fenomeno divenne endemico, assumendo i caratteri di un’epidemia, non ci fu alcuno scandalo nazionale. Contro ogni evidenza manifesta se ne continuava a parlare soltanto in termini di casi separati o di incidenti. Intanto i treni continuavano a viaggiare ma erano ogni giorno più vuoti. Alla fine soltanto due categorie di persone salivano sui treni: chi non aveva alcuna alternativa e i morbosi che popolavano la prima carrozza in testa nella speranza di esserci al momento dello schianto.

Alcune forme di suicidio erano quasi scomparse; quello sui binari, quello di chi sceglieva di oltrepassare la linea gialla, raccoglieva ormai piu dell’ottanta per cento dei consensi. L’espressione “prendere il treno” da “muoversi usando il treno” aveva iniziato a significare “uccidersi sotto al treno”. Si sentiva dire: – Sai che il tal dei tali ieri notte ha preso il treno? Oppure: – Ha preso il treno per amore. O ancora: – Era sommerso dai debiti, ha preso il treno. Pareva quasi che il treno stesso avesse accettato di essere trasferito ad un uso differente da quello di mezzo di trasporto.

Alcune ditte che avevano in mano le commesse iniziarono a progettare e brevettare locomotive in grado di non smembrare i corpi nell’impatto.

Alcune tratte particolarmente vocate erano diventate meta di pellegrinaggio di ‘followers’ e di ‘fans’ che percorrevano in lungo e in largo la rete ferroviaria nella speranza di assistere a un suicidio. L’Azienda aveva poi provveduto a costruire migliaia di pensiline per rendere più piacevole l’attesa agli aspiranti suicidi in caso di pioggia. Tanto era tutto a carico degli eredi: pensiline, autorità giudiziaria, rimborsi per i ritardi e lavori di pulizia. A guardarle dal treno in corsa parevano tante piccole stazioni dismesse. A volte capitava anche di vederci una persona seduta sotto in attesa. Allora non era il treno giusto, non era il treno che aspettava.

Erano stati anche istituiti alcuni uffici al Ministero per occuparsi della questione. La linea ufficiale degli uffici era quella di netto contrasto a questa pratica sempre più diffusa, ma quella ufficiosa era quella di trarne il buono che ne poteva uscire.

La Nazione non poteva certo permettersi cliniche per la “dolce morte”, non era poi così male se i suicidi si erano spontaneamente confinati lungo i binari, se la rete ferroviaria si era trasformata in qualcosa che di dolce aveva ben poco. Bisogna sapersela conquistare la morte.

Occorreva pertanto assecondare la tendenza e sovvenzionare le ferrovie. Le esplosioni negli appartamenti per fughe di gas erano drasticamente calate così come gli omicidi-suicidi in famiglia. L’importante era continuare a non dare troppo risalto al fenomeno.

Nel giro di qualche anno si raggiunse il paradosso. C’erano giorni in cui gli aspiranti suicidi potevano aspettare ore sotto una pensilina o nascosti ai bordi delle rotaie con lo sguardo fisso sui bulloni di ferro.

I treni erano tutti fermi per “accertamenti dell’autorità giudiziaria a seguito dell’investimento di una persona”.

Chissà che spazientiti da quel ritardo alcuni non abbiano cambiato i propri programmi e invece di “prendere il treno” non si siano dati alla macchia.

Comunque, a far precipitare gli eventi e a rendere improcrastinabile per F la sua latitanza, non fu il ritardo di un treno né questa epidemia di suicidi sui binari.

L’aveva letto su uno di quei giornali di provincia che era uso sfogliare svogliatamente mentre faceva colazione al bar di fronte all’ufficio.

Un quattordicenne di una nebbiosa cittadina del nord Italia era scappato di casa scrivendo una lettera d’addio ai suoi genitori. Il fatto decisivo fu per F non tanto la fuga in sé quanto il contenuto della lettera. Essa recitava in una grafia risolutamente ancora infantile:

Cara mamma e caro babbo, vi voglio bene.

Non è colpa vostra se sono scappato, ma di questo mondo che mi opprimeva.

Cercherò di stare attento e saprò badare a me stesso.

Se riuscirò, raggiungerò la foresta, se no, farò il ragazzo di strada, reciterò scenette in giro e accumulerò spiccioli per sopravvivere.4

F ne restò folgorato. Ecco qualcuno che ha capito qualcosa, pensò. Ecco qualcuno che ha visto con chiarezza la strada da percorrere.

La foresta innanzitutto, sempre che questa foresta esistesse ancora e fosse raggiungibile, la grande foresta primeva e incombente del vecchio maggiore de Spain e di Sam Fathers. Ha detto bene, “se riuscirò”, quel ragazzo, pensò F. Probabilmente aveva già capito che ogni foresta raggiungibile non può più essere foresta, aveva già capito che l’accessibilità di un luogo ne decreta senza appello la sua morte. Aveva capito che se c’è ancora una foresta possibile essa non sta verdeggiante dove ci si aspetta che stia e che soltanto dopo lunghi e oscuri vagabondaggi è possibile iniziare a pensarla.

Ecco allora il ripiego della strada, il più immediato sbocco ad ogni vagabondaggio. “Reciterò scenette in giro”, per vivere mi vestirò di maschere affinché nessuno mi riconosca, mi burlerò del lavoro e dell’utilità, camperò di camuffamenti per rendermi imprendibile. E chissà che un giorno, tolta la maschera al termine di una scenetta qualunque, non mi compaia dinnanzi inaspettata e grandiosa la foresta che avevo cercato.

Aveva proprio le idee chiare quel ragazzo, pensò F. Anche se aveva sbagliato a scrivere di essere scappato. La sua non era una fuga ma un proposito di latitanza. E chi latita non fugge.

S’innamorò di quel gesto. Aveva sempre amato innamorarsi dei gesti.

Ora F non avrebbe più potuto indugiare. Quella lettera era un segno: i tempi dell’esilio e della latitanza erano maturi.

Ed è solo il tempo a dar ragione alle visioni e alle profezie.

1Robert Walser, Il Brigante, Adelphi, Milano 2008, p.92

2Jacob Von Gunten, op. cit., p.149

3 I fratelli Tanner, op. cit., p. 275

4La Repubblica, 3 dicembre 2015

FALENE

di Bianca Bonavita

III. Fuoco

Col passare degli anni alla Transalp Logistic si faceva sempre più flebile la vocina che recitava la storia che non c’era nulla di cui lagnarsi e che F doveva tenersi stretto quel suo bel posto fisso.

Si faceva largo in F, durante le sue interminabili ore di morte o di non-vita, la lucida consapevolezza che vent’anni di studio, dall’abecedario a Robert Walser, l’avevano consegnato nelle mani di un impresario qualunque della logistica, un funzionario della disgregazione, e che il suo bel posto fisso non era altro che un gran posto fesso, se non, in ultima analisi, un posto fossa. La sua.

Quindici anni alla Transalp Logistic forse non fanno una vita, ma ad F furono più che sufficienti per capire che tutte quelle prediche sull’importanza della scuola che gli avevano propinato erano soltanto fesserie. Che tutti quegli anni passati a recitare la parte del bravo scolaretto non gli avrebbero mai dato alcuna libertà, né reso quella perduta. Che il solo scopo della scuola, di ogni scuola, era sempre stato quello di creare dei bravi servitori, dei diligenti, pazienti e ubbidienti servitori proprio come all’Istituto Benjamenta. Che ogni scuola era un Istituto Benjamenta. Che l’unico obbiettivo di ogni formazione era quello di creare dei bravi impiegati. Certo, magari i più meritevoli sarebbero diventati impiegati di alto rango, che nonostante i petti gonfi, lo sguardo altero e le tasche piene, sarebbero pur sempre rimasti degli impiegati. Che anche chi siede ai posti di comando è in fondo soltanto un impiegato, un reggente funzione. Che il reggente è sempre sostituibile, la funzione solo quando diventa obsoleta. Che per rivoltare le cose occorre iniziare col far fuori la funzione, ma prima che diventi obsoleta, e non il reggente.

Di fuoco si impregna l’anima.

Ecco di cosa si era impregnata l’anima di F durante tutti quegli anni.

E non era solo rabbia per tutto quel tempo perduto alla Transalp Logistic. Era un rogo senza fumo che divampava sommessamente ai margini.

Giorno dopo giorno, come una malerba, aveva conquistato i territori abbandonati dell’anima, quei luoghi incontaminati dove si preferisce non tornare, dove ogni passaggio riapre una ferita.

È lì che il fuoco cresce indisturbato, è nei domini dell’impotenza che innalza il suo vessillo una nuova inattesa forma di potenza.

Così F aveva preso fuoco, lentamente. Di un fuoco nuovo.

Si era accorto che il problema andava ben oltre la Transalp Logistic.

Era il suo stesso essere impiegato, il suo essersi piegato, ad avere iniziato a tormentarlo giorno e notte.

Addio Jacob, correggiti, cambiati. Io me ne vado verso il mondo, verso l’impiego.” 1

Aveva detto Kraus a Jacob lasciando l’Istituto Benjamenta.

E ora, nitidamente, F scorgeva il suo capo chinato confondersi con quello di Kraus, servitore o rappresentante per eccellenza, e con quello di moltitudini di Kraus dal capo chinato.

Era un venditore di tempo. Il suo tempo.

Ora soltanto capiva quanto il mondo e l’impiego fossero la stessa cosa.

Aveva ragione Kraus, usare la parola mondo o usare la parola impiego non faceva alcuna differenza. Il mondo era edificato sulle innumerevoli operazioni prodotte dall’impiego così come l’impiego era modellato a immagine e somiglianza delle esigenze del mondo.

Nulla potevano le frequenti incursioni di F nelle sue pagine preferite, in quella bellezza che era solo di carta e parole. L’oleosa realtà di petrolio grondava anche nei luoghi più inaccessibili della poesia. Come una marea di bitume il suo tempo di non-vita inondava il suo tempo di vita. Disimparò in fretta a difendere gli argini che li tenevano separati. Non c’erano abbastanza sacchi di sabbia a disposizione.

Jacob non era andato verso il mondo, verso l’impiego, non aveva ascoltato il consiglio di Kraus. Quando l’istituto andò in rovina se ne andò nel deserto con il signor Benjamenta rinunciando ad attendere a ogni impiego. E partendo si portò con sé il ricordo di quando, con la signorina Benjamenta, aveva danzato nelle regioni della libertà come su miracolosi pattini. Perché la signorina aveva trascinato Jacob in quella danza per poi svelargli che non si può indugiare nelle regioni della libertà?

Questa è la libertà – disse la maestra – è qualcosa d’invernale, qualcosa che non si può sopportare a lungo.” 2

E se non fosse vero? Si chiedeva ora F. Se fosse stata la paura a parlare per la signorina Benjamenta? Se avessero continuato a danzare, senza parole, senza pensieri, sotto quel cielo azzurro pallidissimo e insieme cupo, su quella lastra ondosa di ghiaccio o di vetro, se avessero continuato a tenere gli occhi chiusi, siamo certi, si chiedeva F, che la pista si sarebbe dissolta, che avrebbero visto morire la libertà?

Forse, senza l’andarsene di Jacob nel deserto col signor Benjamenta, F avrebbe anche potuto farsi piacere, come un’acconciatura malriuscita, quella triste messa in piega della sua vita. Avrebbe forse accettato di divenire qualcosa di molto piccolo e subordinato.

Ma nel deserto Jacob c’era andato.

In pochi sfuggono alla grande messa in piega collettiva. Ad ogni lavoro un impiego, ad ogni impiego una funzione, ad ogni funzione un ordine, ad ogni ordine un lavoro.

Non si trattava di cambiare lavoro. Trovarsi un impiego più creativo, più appagante, più remunerativo non avrebbe potuto cambiare le cose. Sempre un impiego sarebbe stato, una funzione a far girare le cose come devono girare.

No, per cambiare le cose non sarebbe bastato cambiare lavoro, avrebbe dovuto dare fuoco a tutto quanto. Ma di un fuoco nuovo.

A partire dalle scuole. Per finire con gli uffici. Passando per le fabbriche, le autostrade, i parlamenti, i centri commerciali e tutti i telefoni, i computer e le loro infinite varianti. Sarebbe dovuto andare sulle montagne più alte, a dare fuoco a tutti i ripetitori, i totem attorno a cui danzano come fantasmi le sagome dei nostri giorni. Avrebbe dovuto dare fuoco ai porti, ai magazzini, agli aeroporti, ai ponti, ai server, a tutte le reti, alla Grande Rete, a tutti i camion della Transalp Logistic e a tutte le illogiche logistiche che movimentano la realtà.

Ogni giorno i camion della Transalp Logistic scorrevano sul pentagramma delle autostrade insieme ad altri milioni di camion per comporre la sinfonia dell’apocalisse. Parole viaggianti, opache o scintillanti derelitte parole alla deriva.

Perché l’apocalisse, F ne era certo, era già arrivata. Non era affatto la prima, né sarebbe stata l’ultima.

Oxa shoes, pantofole profumate. Spinoza, mozzarella di bufala campana. Brenntay Transghiaia. Se c’è Aia c’è gioia. Forno Damiani, il sapore e l’allegria in tasca. Aiutateci a salvare gli alberi, raccolta legno usato. Trasporti rifiuti speciali. T group, anywhere in anyway. Ogni tanto compariva una scritta sulle pance polverose dei pachidermi: “Sarah ti amo.”; “Juri e Carla insieme”. Trasporto animali vivi. Koiné logistic spa. Tubonastri, anime per nastri adesivi. Tacchi di gomma Continental, resistenza prodigiosa. Graber logistics. Cappio Trasporti, we move Europe.

Per fingersi reale ogni cosa deve essere movimentata. Per acqua, per aria, per terra, per fuoco, per rete, in qualche modo per esistere ci si deve movimentare. E ciò che si movimenta deve essere organizzato, governato. È il grande regno della distribuzione.

Sovrano è chi distribuisce. Caramelle. Briciole. Protesi. Surrogati. Immagini. Azioni. Fandonie. Fantasie. Realtà.

Ciò che non è distribuito non esiste, scompare alla vista, esce dal flusso di gestione, diventa ingovernabile.

Questo era il suo fuoco. Avrebbe lasciato agli aspiranti condottieri le vecchie fiamme fatue e i roghi scintillanti per accendere imprendibili fuochi color della pece.

Col vecchio fuoco d’ordinanza, era chiaro da tempo, non cambiava mai nulla. Chi era riuscito a destituire il tiranno si era poi sempre costituito.

Un’apparente fissità, un rifiuto, una sospensione, una luce nera che poteva sfuggire ai flussi di materia, di persone, di informazioni, che poteva sottrarsi al destino di merce in distribuzione che investiva ogni cosa.

Iniziò così a insinuarsi nella mente di F l’idea della latitanza.

Un arresto. Una sottrazione. Una fermata a cui scendere per scomparire in un sottopassaggio oscuro, per ritornare nel regno dell’indisvelato. Una latitanza preventiva a prevenire un preventivo mandato di cattura. Sottrarsi per un istante alla movimentazione per lasciarsi inghiottire da una botola inattesa tra le rotaie. Non ancora uccidersi, non lasciarsi uccidere. Rivoltare la clandestinità a cui era stato condannato in una clandestinità attiva, volontaria, consapevole. Una clandestinità senza piombo nelle cartucce, una nuova forma di fuoco che non si lascia consumare, che s’accende e poi scompare. Non avrebbe mai più dovuto pensare a cosa poteva fare per cambiare le cose. Ora si trattava soltanto di pensare a cosa avrebbe potuto non fare.

1Robert Walser, Jacob Von Gunten, Bompiani, Milano 1982, p.158

2Ibidem, p.106

La rivoluzione non è una cosa bella, ma è necessaria

Una recensione del libro di Davide Grasso Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria, Alegre 2017

di Marco Rizzo

“prova a guardare, prova a coprirti gli occhi”

(Giuliano Mesa, Tiresia)

Hevalen non è un bel libro, nel senso che non è un libro che è piacevole leggersi. È uno di quei libri che si preferirebbe non dover mai scrivere. Con le parole dell’autore, espresse all’inizio del testo, in una premessa lapidaria: “Non è un racconto romanzato, ma è un racconto reticente. Di alcune cose non ho voluto scrivere” (p. 9). E chissà se è proprio possibile scriverle, certe cose… “Chi avrebbe compreso? – si chiede Davide Grasso nel lasciare la Siria – Chi avrebbe davvero voluto ascoltare? Avrei saputo io, avere rispetto per tutto questo? […] Parlarne sembrava un tradimento; l’idea mi faceva sentire profondamente in colpa, perché la selezione e la distanza della scrittura, o della parola, avrebbero creato uno scarto che non avrebbe potuto restituire la presenza di quella guerra. Tacere? No. Sarebbe stato un crimine.” (p. 318)

Hevalen è un libro necessario dunque, che ci porta sulla soglia dell’estremo, anche grazie a una scrittura che nei suoi momenti più alti ci rimanda indietro l’eco terribile di quell’esperienza. Portare e discutere dentro ogni scuola, università, teatro, spazio sociale (e per fortuna, davvero tante sono state le presentazioni che l’autore ha sostenuto nell’ultimo anno, sulla cui esperienza si è soffermato in un testo che dovrebbe essere letto come postfazione al libro ) questo libro, ha quindi una valenza politica, culturale ed educativa non di poco conto.

In qualunque parte del mondo

Hevalen è il racconto di un anno di vita di Davide Grasso, un militante comunista italiano che per tenere fede alle parole che Che Guevara scrive ai figli prima della sua partenza per la Bolivia, decide di intraprendere un difficile e rischioso viaggio attraverso vari Stati del Medio Oriente, un viaggio che lo porta infine a entrare nella Siria del Nord e a conoscere da vicino, come giornalista indipendente, l’unica zona del pianeta dove una rivoluzione risulti oggi momentaneamente vittoriosa. Successivamente, decide di mettere in gioco la propria vita per difendere questa rivoluzione, partecipando all’offensiva delle Forze Siriane Democratiche per la liberazione della città di Manbij, controllata dall’Isis. Ma prima di tutto questo, c’è molto di importante su cui dobbiamo soffermarci.

Sfogliando le prime pagine del libro, ci troviamo nel bel mezzo delle strade di Parigi, nei luoghi dove la mano assassina dell’Isis ha seminato morte in quella data, quel 13 novembre 2015, che segna uno spartiacque nella storia recente del nostro continente. Siamo nel 2016, Davide Grasso ha già fatto ritorno in Europa, e decide di recarsi in quei luoghi a quasi un anno dalla strage, compiendo una sorta di pellegrinaggio privato e rievocando per ognuno di esso i fatti di quella notte sanguinosa. Locali, bistrot, ristoranti: “l’est parigino, una piccola Babilonia”, “quella parte viva, popolare e piena di differenze”, il cuore di una voluttà profana e multiculturale che gli uomini del Libro erano venuti a distruggere:

“Quei banconi e quelle vetrate erano la mia linea del fronte, quella più personale – quella che i miei compagni, laggiù, avrebbero faticato a comprendere, ma avrebbero accolto comunque come fosse la loro, come accolgono tutto ciò che diviene parte della rivoluzione. Che quella cucina potesse continuare a svilupparsi, quella musica essere diffusa nell’ambiente, quelle bevande sorseggiate e distribuite, era per me un’ottima ragione di guerra. Quei luoghi e quelle serate erano la mia vita, la mia identità.” (p. 18)

Non è solo edonismo capitalista, dissipazione consumista, tutto ciò. All’indomani delle stragi jihadiste, le sinistre e i movimenti che in Europa hanno scelto di non fare da fiancheggiatori alla logica dello Stato di emergenza, sono rimasti però, in molti casi, come prigionieri di un senso di colpa ambiguo, frutto dell’impotenza dimostrata nei passati decenni nel fermare i massacri neocoloniali dei nostri governi in Medio Oriente (tra i cui frutti perversi, sono da annoverare appunto anche la proliferazione di gruppi e di attentati jihadisti): non siamo stati in grado di rendere giustizia alle loro morti, non abbiamo dimostrato di volerlo abbastanza, per cui era inevitabile che prima o poi la vendetta si abbattesse su di noi; un po’ in fondo, ce la meritiamo – questo sembrava dire quella voce.

No, ci dice Davide Grasso, c’è un altro modo con cui dovevamo, dobbiamo e dovremo ancora reagire a quell’attacco, e sta precisamente in quelle celebri parole di Che Guevara: <<Siate in grado di sentire nel più profondo l’ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo>>. In qualunque parte del mondo. E’ qui che si situa la difesa ferma (pur fra alcune contraddizioni di cui Hevalen ci dà conto e su cui ci dà modo di riflettere; ci ritorneremo) di un’idea di eguaglianza e solidarietà universale che porta un partigiano d’Occidente a sposare la causa della rivoluzione confederale della Siria del Nord, a stringere con essa un’amicizia fondata sulla comune inimicizia verso la barbarie oscurantista e reazionaria che avanzava e continua ancora oggi ad avanzare in gran parte del globo.

Uno dei grandi meriti di questo libro, infatti, è raccontare che cosa significhi (e anche però, quanto possa risultare duro e difficile) provare affetto e reale vicinanza per tanti luoghi e per l’umanità che li attraversa, senza riservare questi sentimenti esclusivamente alla propria terra d’origine. Ed è proprio visitando il Kurdistan turco, in quelle città dove nell’autunno 2015 la popolazione curda dovette difendere i propri quartieri dalla repressione feroce di Erdogan in seguito alla sua vittoria elettorale – “compresi cosa significa, quando le elezioni sono un evento di guerra” (p. 37)  – (grazie anche al silenzio colpevole della stampa mondiale) che l’autore riconosce i militanti del PKK, quei ragazzi sorridenti col mitra e passamontagna pronti a morire per difendere un’idea di società egualitaria, femminista e fondata sull’autogoverno, come propri amici (“hevalen”, in curdo), come parte di una stessa fratellanza rivoluzionaria universale.

Poi quel 13 novembre… “Era come una vertigine. In quei giorni ero tutto proiettato sulla distanza e improvvisamente era stata attaccata la mia prossimità” (p. 41). Il bisogno di prendere e far prendere posizione, una posizione diversa da quella di quei capi di Stato che ora si ergevano a difensori della nostra civiltà, gli stessi che si erano dimostrati conniventi verso Erdogan, o verso Barzani e quei Peshmerga (milizie curde irachene, braccio armato del Pdk, un partito di destra guidato dallo stesso Barzani) che avevano abbandonato al massacro dell’Isis i civili di Shingal…: “Temevo che l’emozione di tutti noi non riuscisse a cedere il passo all’analisi della situazione. Dovevamo combattere. Per combattere occorreva essere lucidi. L’informazione era uno dei mezzi, uno dei più importanti. […]Non ne andava soltanto del rispetto per migliaia di persone brutalizzate lontano da noi, ma anche della possibilità stessa di reagire a ciò che accadeva vicino a noi. (p. 42)

Dopo alcuni mesi di studio l’autore intraprende un lungo e difficile itinerario che lo porta a raggiungere finalmente, in forma fortunosa e quasi picaresca, la tremenda e agognata Siria, col progetto di condurvi un reportage sulla guerra e la rivoluzione in corso. Gerusalemme, Nablus, Ramallah, Betlemme, Hebron, Amman, Erbil, Makhmur, Suleimaniya… e decine di altre città ancora. Quello di Davide Grasso è un racconto pieno di digressioni, sulla storia del Medio Oriente e dei suoi conflitti, di cui ciascun luogo reca le tracce, le ferite: dalla storia della città di Hebron fino al massacro di Settembre Nero, dalla strage di Shabra e Shatila fino alle varie intifade palestinesi e alla storia del PKK. Una lunga traversata dentro la violenza antica delle guerre di religioni, degli odi sanguinosi per stabilire quale Dio è il più grande, l’infinita ripetizione del gesto di Abramo pronto a sacrificare il figlio Isacco perché così Dio ha voluto, una violenza riemersa potentemente a partire dagli anni ’80 sotto forma di ideologia jihadista e salafita. Una storia che si intreccia perversamente con quella della spoliazione dei diritti, della terra, dell’acqua, dei beni comuni, come quella che vivono i palestinesi dei campi profughi. Ad uno di essi Davide domanda: <<Come riesci a fare i conti con la sorte che ti ha fatto nascere qui?>>:

“Sapevo che era una domanda crudele. Volevo poter riferire la sua risposta. La sua voce si fece roca. Non poteva praticamente allontanarsi dal campo. Anche solo raggiungere Gerusalemme gli era impossibile, dati i controlli ai check-point e il suo status di profugo. I suoi occhi cercarono a stento, lo vidi, di non bagnarsi di lacrime. Le sue labbra tremarono, curvandosi come per esprimere un incontrollabile schifo.

<<Non lo so. Non posso credere che è successo>>. Scosse la testa adirato e stanco, sotto il sole, e percepii che la sua rabbia era rivolta anche verso di noi; noi che avevamo l’acqua; noi che giungevamo da un paese ricco anche grazie all’alleanza del nostro governo con Israele. […] Ci recammo al campo di Aida. […] Ci accolse uno degli animatori del centro di educazione musicale della struttura.

Mi impressionò la sua faccia mesta e depressa, i lineamenti segnati da un principio di rughe giovani e crudeli, imbolsiti dall’abitudine alla tristezza. […]

<<Qui l’intifada non è mai finita>>, disse. Non era una frase felice, animata dalla gioia della protesta collettiva e della rivoluzione. Non eravamo in Europa. Qui l’insubordinazione era il quotidiano, come la repressione e la sofferenza.” (pp. 62-63)

Uno stesso duro confronto, l’autore lo sperimenta in Iraq, incontrando persone impaurite e rancorose nei confronti di tutto ciò che è occidentale, rievocando gli anni di università in cui, insieme a pochi altri, aveva osato affermare che i soldati italiani uccisi a Nassiriya erano una forza di occupazione, e che il diritto alla resistenza esiste per ogni popolo. In questo momento invece, lui si apprestava ad andare a combattere contro chi 15 anni fa aveva attaccato i soldati italiani, ma con tutto il peso della consapevolezza che “lo spazio sociale per quel fanatismo, le praterie culturali per il nichilismo che quel gruppo politico avrebbe diffuso in Iraq, erano state spalancate da quei soldati, dai loro generali, dal governo che li aveva inviati, dalle aziende che avevano lucrato e continuano dopo anni a lucrare in seguito al crimine rappresentato da quella occupazione. La mia generazione doveva ora affrontare i problemi prodotti anche da quelle scelte irresponsabili, figlie del disprezzo secolare, inammissibile e scellerato per le vite di popolazioni lontane, per le vite delle persone nel resto del mondo. L’idea funesta – creata in milioni di iracheni dalla presenza e dai comportamenti di quelli eserciti – che tra loro e i popoli europei o nordamericani dovesse regnare per sempre un’inimicizia, che dovessero contribuire a loro volta a scavare un fossato tra noi e loro”. (p. 87)

E’ su questo sfondo che si trova incastonata la rivoluzione della Siria del Nord, la porta stretta verso un’altra via di uscita per il Medio Oriente rispetto al perpetuarsi degli odi etnici e tribali, dei domini neocoloniali o agli inquietanti fantasie di restaurazione di un grande califfato. Una via che deve molto ad Ocalan, alla sua azione politica e ai suoi scritti e che ora, in quel lembo di deserto, grazie agli uomini e le donne del Pyd, delle Ypg e delle Ypj che nel 2012 erano insorti contro il regime dichiarando l’autogoverno del Rojava, ha saputo tenere testa alla barbarie jihadista.

La Siria e la rivoluzione confederale sembrano ormai vicine, a portata di mano, ma l’embargo imposto al Rojava e il divieto di accesso per i giornalisti occidentali voluto da Erdogan, con la collaborazione dei Peshmerga rischia di mandare all’aria tutto. Diritto alla mobilità e alla verità sono anch’esse vittime della guerra, e non tra le meno importanti. Tuttavia, giunto nella tristemente nota città di Shingal, Davide Grasso riesce infine a sconfinare nella zona controllata dagli alleati delle Ypg e dalle Ypj, e da lì a raggiungere la Siria, i territori della rivoluzione.

Guerra e rivoluzione

Non parleremo qui dell’organizzazione politica e sociale della Siria del Nord, del confederalismo democratico, delle comuni, dell’autonomia delle donne, dei tentativi di superamento dello Stato e di una ridefinizione delle funzioni che siamo soliti attribuirgli (sicurezza, giustizia, educazione, ecc.), a cui pure l’autore accenna per squarci in uno dei capitoli al centro del libro. Su tutto questo – che è con ogni evidenza una grossa parte della posta per cui tanti combattenti internazionali sono andati a combattere per difendere questa rivoluzione – l’autore he deciso infatti di ritornare più approfonditamente in un libro uscito proprio in questi giorni (Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord, Agenzia X 2018) e ad esso rimandiamo per un necessario approfondimento. Parleremo invece dell’esperienza di un europeo a contatto con la realtà della guerra, della morte e del sacrificio che questa – ogni? – rivoluzione comporta. Qualcosa di cui, da ormai diversi decenni, non facciamo più esperienza, e non abbiamo quindi più nemmeno le parole, l’onestà e la spietatezza intellettuale per fare i conti con questa dimensione, senza il filtro mistificante della retorica o della fantasia. Da qui, tra le altre cose, l’importanza che ha questo libro, la necessità della sua lettura.

Giunto in Siria, Davide riceve un nuovo nome, Tirej, e più avanti ne riceverà un secondo, Gabar. Sono i nomi di alcuni combattenti caduti. Nella Siria del Nord i martiri (sheid, in curdo) sono sempre presenti: i loro volti compaiono in tutti gli edifici pubblici, i nuovi combattenti ereditano il nome dei compagni caduti. La morte come presenza quotidiana, come evento inscritto in una storia collettiva, quella del Kurdistan e quella della rivoluzione mondiale, una morte che diversi combattenti finiscono con il desiderare. Una sera, dopo aver passato alcune ore insieme a questi combattenti, qualcosa avviene, un altro punto di non ritorno:

“Uno di loro mi chiese perché, se apprezzavo così tanto le Ypg, non mi unissi a loro. La domanda mi colpì come una pugnalata – inaspettata. Erano ore che stavamo parlando, io con in mano uno smartphone, loro intenti a contare munizioni nei caricatori dei loro kalashnikov. Quel ragazzo non aveva neanche un’idea di dove fosse l’Italia, ma la cosa non gli sembrava rilevante. Voleva che nella sua rivoluzione ci fossi anch’io. Chiunque. Ovunque nel mondo. Ci misi un po’ a rispondere.

[…] <<Se dovessi morire qui, i miei genitori non capirebbero. Non potrebbero spiegarsi perché ho fatto loro una cosa del genere. Ne sarebbero distrutti>>. Ci fu silenzio. Il ragazzino tradusse alla ciurma. Mi guardarono perplessi. Dove avevo sbagliato?

<<Heval>>, disse, <<ti rivolgi così a noi, che moriremo tutti?>> Non avrei mai creduto che lo avrebbe detto. <<Ho la metà dei tuoi anni, heval. Tua madre soffrirebbe, e la mia?>>

Quella frase ruppe qualcosa, in me, che si stava sgretolando da molto tempo.” (pp. 146-147)

Solo, immerso in una terra e in una cultura aliena, senza la possibilità di confrontarsi con altri occidentali, né di spostarsi o connettersi a Internet, assediato dai rumori delle esplosioni e delle sparatorie di quella guerra vicinissima, ma ancora soltanto ascoltata, Davide prende la sua decisione: si arruolerà nelle Ypg, andrà a combattere per la rivoluzione, contro gli assassini di quel 13 novembre: “non avrei potuto vivere oltre, divorato dal crollo della mia autostima se avessi usato tutta la vita parole senza conseguenze” (p. 181). Veniamo così introdotti nell’accademia Ypg, alle armi del socialismo, all’addestramento militare e politico necessario per far parte delle Unità di protezione del popolo. Tra le regole a cui le forze curde si attengono in battaglia, vi è il principio per cui il comandante sta sempre in prima linea, esposto a un rischio maggiore dei suoi stessi sottoposti:

“Avrei convissuto per mesi con l’incredulità degli ex militari per le modalità di combattimento delle Ypg. Quello che non riuscivano o volevano comprendere era che si trattava di un esercito senza paga o coscrizione, in cui decine di migliaia di persone non affrontavano la morte per obbligo o per denaro, ma perché lo credevano giusto. Esiste un marchio di fabbrica delle giustizia? La risposta iniziava con quello schema alla lavagna, che fondava il mito del Pkk e delle Ypg presso milioni di poveri e sofferenti sui territori di quattro Stati. Continuava con altre cose. Cose che non si disegnano alla lavagna. Cose che non sarebbe stato bello comprendere e vedere.” (pp. 174-175)

Una parola inizia a questo punto a serpeggiare di bocca in bocca: “Raqqa, Raqqa”. Ancora un’altra soglia da varcare verso la catastrofe, verso la morte, verso la propria morte, che l’autore immagina con angoscia come inevitabile. Ma la capitale dell’Isis in Siria non verrà ancora liberata, non adesso. è invece Manbij – snodo logistico di collegamento tra la Turchia e Raqqa – la città terribile, il teatro della devastante battaglia a cui l’autore prenderà parte. Corpi maciullati dalle mine, feriti a morte dai proiettili dei kalashnikov o dei fucili dei cecchini, visi deturpati dalle schegge degli RPG… Correre, correre da un edificio all’altro, tenere la posizione, avanzare, poter essere uccisi per la minima distrazione o, anche, per un errore degli amici, vederli spegnersi per le ferite… Non è solo una guerra estremamente cruenta quella di cui Davide Grasso ci dà conto. è anche una guerra povera, una guerra in cui i morti e feriti vengono indegnamente caricati e portati via da degli escavatori, ammassati gli uni sugli altri, come dei rifiuti – “ma come trasportare quei corpi in modo differente, quando intorno infuriava la battaglia e i nostri mezzi servivano per combattere, per sconfiggere il nemico brutale, liberare il popolo e permettere la vittoria dei vivi?” (pp. 240-241) – o dove l’unico modo per aprirsi la strada verso un nuovo quartiere è camminare, camminare e accettare che se stessi o qualcuno dei propri amici, dovrà necessariamente saltare in aria su una mina, affinché gli altri raggiungano la posizione.

Sono pagine pesanti da leggersi, pagine che danno conto della materialistica realtà di sangue, merda e devastazione interiore di cui è fatta ogni guerra: “La rivoluzione era un marchingegno di morte – anche per gli amici.” (p. 197).

Nakoki

Hevalen non è però solo una dolorosa testimonianza dell’inferno della guerra e del costo che una rivoluzione richiede. Esso ci interpella attorno ad alcune questioni scottanti e problematiche, ci percuote con la durezza di alcune verità.

La prima riguarda tutti noi, tutti gli occidentali nati e cresciuti nell’ultimo mezzo secolo, nella forma di vita plasmata dal capitalismo trionfante. una forma di vita che si basa sul primato dell’individuale, della particolarità, sul valore attribuito a ogni vita come fatto contingente da cui si fa derivare, proprio in ragione della morte di Dio e la fine di ogni trascendenza, un diritto pressoché illimitato a farne individualisticamente ciò che si vuole: una linea inoltrepassabile di fronte a cui ogni altra ragione o istanza di tipo etico-politico dovrebbe arrestarsi. Che questa costruzione ideologica mascheri una realtà materiale ben diversa, sarebbe assai facile da dimostrare. Ma è il sedimento psichico che qui ci interessa. Ebbene, senza esplicitarlo mai, l’esperienza che Davide Grasso compie in Medio Oriente ci fa comprendere non solo che le nostre micro-capsule di libertà individuale, i privilegi economici di cui ancora godiamo rispetto al resto del mondo, pur all’interno di una distribuzione diseguale della ricchezza tra le classi, il nostro stesso modo di pensare, esistono perché altri popoli sono costretti a vivere, da decenni e a volte da persino da secoli, nelle condizioni esattamente opposte. Ci mostra anche come alcuni di questi popoli stanno combattendo al posto nostro, stanno sacrificando le loro vite per la nostra libertà. Se, in Occidente, siamo convinti che la vita di ognuno di noi sia la cosa più preziosa e più importante che abbiamo, e che faremmo di tutto per non mettere a repentaglio, è perché altrove, altri, combattono e sono disposti a morire proprio a partire dalla consapevolezza che la loro vita individuale non ha alcun valore. Questa è la prima contraddizione tragica che dobbiamo assumere, una contraddizione che l’autore si trova a vivere proprio nel corso della battaglia di Manbij, sotto i proiettili del nemico – “Cercai di schiacciarmi il più possibile al suolo. Essere piccoli; insignificanti come mosche. Essere schiacciati.” (p. 220) -, su quelle strade minate:

“Quella sera migliaia di amiche e amici, di hevalen, sarebbero avanzati da tutte le direzioni. Tuttavia quella strada era minata. Era una certezza, e non sarebbe stato possibile identificare le mine in quello scenario devastato. Non c’era scelta, né speranza. Rinunciare o perire. Si trattava di scoprire chi di noi sarebbe saltato in aria, perché gli altri potessero avanzare. La battaglia per Manbij consisteva ormai da tempo in quello, per quanto nessuno nel mondo lo sapesse, per quanto forse nessuno lo potrà capire mai. Procedemmo. Ad ogni passo sentivo il respiro freddo della grande livellatrice sfiorarmi il volto. […]

Era la lotteria siriana dello smembramento. L’azzardo globale della disintegrazione. Ripensai alla sensazione provata la prima volta che mi allenai a cambiare caricatori al kalashnikov, con Andok: la vita non vale niente. Noi europei non possiamo comprendere, nati e cresciuti in pace. Per i popoli medio-orientali questo scenario è la realtà – la realtà intera. Qualcosa per loro è sempre più grande anche per questo, perché il mondo li ha educati a suon di percosse ed esplosioni a sentirsi piccoli, insignificanti.” (pp. 274-275)

La seconda contraddizione, che ugualmente riguarda tutti gli abitanti dell’Occidente illuminista e secolarizzato, è che alcune fra le più importanti forze combattenti che hanno contribuito a sconfiggere e a distruggere militarmente lo spettro del fanatismo, le inquietanti utopie regressive del fascismo islamista, sono riuscite a sostenere moralmente il costo di questa guerra, dei suoi immani sacrifici in termini di vite umane, anche in virtù di una cultura etica e politica che è intrisa di religiosità, di una concezione dell’individuo come essere inserito nella storia millenaria del proprio popolo, e della rivoluzione mondiale di là da venire. Da qui il culto dei martiri, il desiderio di morte talvolta inquietante che accompagna tanti dei combattenti curdi, da qui la deferenza religiosa con cui questi nominano Ocalan, leggono e interpretano i suoi scritti. Un breve scambio di battute tra Necirvan (una delle figure più sinistre del libro, il freddo e compiaciuto rappresentante della durezza adamantina dell’ideologia e dell’assenza di pietà) e l’autore, prima che quest’ultimo lasci la Siria, non potrebbe renderlo più evidente:

“<<Porterai in Europa il pensiero della Presidenza [di Ocalan]?>> chiese.

<<Certo>> dissi, <<ma in Europa il pensiero della Presidenza circola già. Ci sono conferenze sul tema>>. Si stupì.

[…] <<Heval Necirvan>>, gli dissi, capendo qual’era il problema, <<i giovani europei non sono come Dilsoz, Ararat o Tolhidan. Non sono come te. I giovani europei, se leggono la Presidenza, concordano con una pagina, e con quella dopo non concordano. Non prendono per verità tutto ciò che il presidente dice>>. I suoi occhi si spalancarono come se avessero udito la cosa più sorprendente della terra.” (p. 317)

Ora, la cultura occidentale potrebbe anche guardare a quella che parrebbe una guerra combattuta da uomini che credono in un Libro contro altri uomini che credono in un altro, come a qualcosa che ci siamo lasciati felicemente alle spalle. Si può sorridere di Necirvan, della fede nel Partito e nella Rivoluzione che anima lui e questo esercito di diciottenni in gran parte analfabeti; e tuttavia, occorrerebbe anche fare i conti con un rovello che ha accompagnato una buona parte dei filosofi e degli scrittori critici della nostra modernità: quanto l’acquisizione di una cultura scettica e disincantata nel suo rapporto col sapere  – una conquista emancipatoria, è bene ribadirlo a scanso di equivoci; giudizio che la testimonianza dell’autore vuole peraltro rafforzare, mostrandoci attraverso alcune immagini l’oscurantismo al potere nei territori controllati dall’Isis – perennemente distruttrice di illusioni, ci ha reso però anche più deboli, più vili, più egoisti? è un rovello che affiora anche nelle parole di Davide Grasso, in un dialogo che intrattiene con un comandante dei Peshmerga poco prima di raggiungere la Siria: “<<Vede>> dissi, <<da tempo in Europa è andata persa la fede: per questo siamo così restii a credere, ma anche così tristi.>>” (p. 118)

Arriviamo alla terza e ultima grande questione che il libro solleva, e che riguarda più precisamente chi in Occidente si definisce anticapitalista e rivoluzionario in assenza di rivoluzioni e di processi di lotta radicali capaci di minacciare seriamente i poteri costituiti. Quanti di loro – quanti di noi – dopo aver letto un libro come questo, essere venuti a contatto – sia pure in modo molto mediato, per mezzo di una testimonianza – con ciò che significa fare realmente una rivoluzione, ancora la desidererebbero veramente, fino in fondo? Quanti che parlano e sognano il comunismo, sarebbero realmente disposti a non avere niente di proprio ad eccezione del mitra, a sacrificare la propria vita per un progetto di società che loro, probabilmente, non riuscirebbero a vedere e a vivere? Sono interrogativi duri che, dentro di noi, siamo chiamati a tenere aperti. E a interrogarci, anche a partire dalla conoscenza di quella che è la forma di vita che adottano i militanti rivoluzionari nella Siria del Nord, su quanto la cultura capitalistica alberghi anche all’interno dei nostri spazi, nelle nostre pratiche, nelle relazioni che intratteniamo con gli altri compagni e compagne, a chiederci cioè quanto di noi sia ancora partecipe di quel “culto dell’individualità che ha impedito ai militanti europei, da mezzo secolo, di arrivare anche soltanto sulla soglia di ciò che chiamiamo storia.” (p. 163)

 Il racconto di Davide Grasso infatti apre squarci inquietanti anche su che cosa sia, dentro una vera rivoluzione, un’amicizia rivoluzionaria. è uno degli interrogativi più scottanti che il libro pone agli ambiti militanti europei contemporanei. C’è un episodio in questo senso che vale la pena citare, e che impressiona per la sua crudezza. è quello che avviene a Dilshad, un ragazzo turco che, sconvolto e traumatizzato dalla violenza della battaglia di Manbij, tenta di fuggire e di abbandonare i suoi compagni d’armi ferendosi da solo. Questo è il trattamento che riceve dalle Ypg dopo essere stato arrestato, e queste sono le inquietudini che l’autore si porta dietro da questa esperienza:

“Nessuno lo salutò, né lo guardò in faccia. Sedemmo per un’altra assemblea, di cui lui sarebbe stato il protagonista. Kendal lesse il rapporto che era stato stilato su di lui. […] La battaglia lo aveva sconvolto. Aveva avuto paura. Aveva cercato di lasciare l’organizzazione e tornare nella città in cui era nato. La diserzione era un crimine gravissimo. Era tradimento.

[…] I ragazzi, e soprattutto le ragazze, si alzarono a una a una, rivolgendo a Dilshad vibranti accuse: viltà, ignoranza dei principi rivoluzionari, bassezza morale, indegnità. Era in piedi di fronte a tutti, con la testa bassa. Cercava a stento di non piangere. Kendal e gli altri compagni se ne accorgevano e ridevano, con disprezzo. Comprendevo le regole della guerra e dell’organizzazione rivoluzionaria, ma provavo empatia per quel ragazzo solo, attaccato da tutti, di cui le compagne e i compagni d’armi distruggevano con calcolo, adesso, la personalità e l’autostima.

[…] Osservavo attonito. Non ci pensai nemmeno ad alzarmi a parlare. Cosa avrei dovuto dire? Cosa avrei detto io che, sopravvissuto a Manbij, se non fossi caduto ad Ain Issa entro qualche settimana sarei tornato dalla mia famiglia? […] Avevo un groppo in gola. Io, che avevo sempre amato definirmi in Italia, con nonchalance, un “rivoluzionario”, ero certo di aver compreso lontanamente quale sia il costo di una rivoluzione? Cosa una rivoluzione, o anche soltanto una ribellione organizzata, rende necessario?

Sher xwesh e: “la guerra è bella”, dicevano i miei compagni. Non sperare, ma combattere. Non piangere i martiri, non disperare. Violenza su se stessi, perché quelle ragazze e quei ragazzi potessero dirsi e dire a Dilshad che sì, aveva senso, la sofferenza che si infliggevano valeva la pena, non era una pena, anzi era un delizia. […] Era il privilegio di far parte della resistenza, della storia del Kurdistan. Dilshad era prigioniero, guardato a vista da Zagros, kalashnikov alla mano. La rivoluzione proseguiva, anche senza di lui. Anche senza di me che esitavo, dubitavo.[…]

La rivoluzione è più grande della guerra. Comprende le esplosioni, gli spari, le grida dei corpi dilaniati, ma li trascende. La pietà che provavo per Dilshad non era che espressione del lusso che portavo con me dall’Europa, e da cui non volevo separarmi. La rivoluzione andava avanti. Indicava un futuro alla Siria, nonostante le mie esitazioni, la mia incapacità, le mie patetiche ritrosie. Annullava la compassione e l’umanità tra i militanti, sacrificava tutto all’organizzazione e alla disciplina, perché compassione e umanità potessero esser concesse ai civili liberati da forze oscure che, della compassione, non conoscevano neanche il significato. Pensavo fosse un gioco, forse, come Candy Crush Saga. Non mi ero alzato a dire che Dilshad era un traditore perché sapevo che traditore, in un senso molto profondo, ero io – e non volevo accettarne le conseguenze.” (pp. 293-296)

Bertolt Brecht, forse più di ogni altro, ha saputo esprimere con fermezza ma al contempo con dolorosa partecipazione l’impossibilità di essere buoni in un mondo che non lo è, l’impossibilità di non essere violenti e spietati in un mondo che lo è. “Noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili.”, scrisse in una delle sue più celebri e belle poesie, indirizzata A coloro che verranno (dopo la rivoluzione, in un mondo liberato dalla guerra e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quando questa era ancora vista come un’opzione necessaria e praticabile anche in Europa). Oggi che nella maggior parte del pianeta, risulta invece “più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, quello stesso messaggio che Davide Grasso ci invia dal Medio Oriente potrebbe intitolarsi “A coloro che sono lontani” (dalla rivoluzione). Tutto ciò ha un nome nella lingua curda, una parola che chi decide di arrivare alla fine del libro difficilmente potrà dimenticare. Questa parola è nakoki: “contraddizioni”.

Rispetto

 In conclusione, che cosa farne dunque di questo testo, del suo incandescente contenuto? Alcuni, molti magari, saranno tentati di chiuderlo, di dirsi che no, se la rivoluzione vera è questa, non è desiderabile, non è possibile, almeno in Occidente. Troppo forte e radicato dentro di noi l’influsso della cultura capitalista, troppo ciò che abbiamo ancora da perdere, per immaginare di poter fare qualcosa di simile a ciò che gli hevalen stanno compiendo nella Siria del Nord. Ed è vero, probabilmente come loro, non possiamo fare. E non per questo possiamo accettare l’idea che la rivoluzione, anche nei nostri paesi, non sia più possibile. Dobbiamo provare ancora, tentare altre strade, a partire dal fare i conti con quelle che sono definitivamente interrotte, con quelle che ci hanno condotto e continuano a condurci in dei vicoli ciechi. Il confronto e la conoscenza approfondita con il processo rivoluzionario che sta avvenendo nella Siria del Nord, con i problemi e le sfide che si trova davanti, può aiutarci molto in questo senso.

Anche se non nell’ordine delle migliaia, occorre riconoscere che non sono poche le persone che come Davide Grasso, dall’Europa e anche dal nostro paese, hanno trovato in sé stessi la forza, la convinzione e il coraggio necessario per unirsi a questa rivoluzione. Alcuni di loro non sono tornati. Molti sono ancora là a combattere. Altri invece, al loro ritorno, hanno dovuto fare i conti con l’attenzione delle polizie europee, con assurde accuse di associazione per finalità terroristiche, con la censura dei media e dei social network – circa un mese fa, allo stesso Davide Grasso è stato cancellato il profilo facebook. Per questo, se vogliamo onorare il sacrificio di tutti gli hevalen caduti, è doveroso farsi megafono della loro voce, sensibilizzare le persone a noi più vicine sulla guerra che è ancora in corso in Siria del Nord, mobilitarsi in solidarietà alla rivoluzione confederale ogni volta che questa verrà attaccata.

A fronte di una fase storica in cui le popolazioni europee sembrano ripiegare verso quelle stesse opzioni xenofobe, razziste e neo-autoritarie che l’autore è andato a combattere in Medio Oriente, ci si renderà conto di quanto prezioso sia quel fiore del deserto che è riuscito a sbocciare e a resistere nella Siria del Nord, a dispetto di tanti e potenti nemici. Un fiore le cui radici affondano a Makhmur, nel deserto iracheno. Proprio là infatti, alcuni decenni fa, dei profughi curdi in fuga dalla repressione turca, dettero vita a quelle comuni che adesso sono sorte a migliaia nel nord della Siria. Una nuova speranza per i popoli del Medio Oriente, forse per il mondo, ha le sue origini proprio in un campo profughi, fra gli ultimi, fra i dannati della terra: “Avevo compreso che quei luoghi sono il ricettacolo degli sconfitti, punto di condensazione della continua, infinita e inarrestabile deportazione diretta e indiretta di milioni di esseri umani. In essa consiste, in gran parte, il governo attuale del mondo, e dell’ingegneria settaria, e in fondo razziale, con cui si riorganizza quest’era buia e terribile. I campi profughi sono però anche il luogo dove si apprendono le storie della sofferenza recente e antica, che riproduce mille forme di resistenza.” (p. 61)

Porsi in ascolto di queste storie, guardare con attenzione ai mondi che vi si generano, è l’invito che questo libro ci chiede di raccogliere. A dispetto di ogni snobismo, magari venato di malcelato orientalismo, a dispetto di chi sembra attribuire più importanza al Risiko della geopolitica che ai processi di autogoverno e di autonomia di classe e di genere che si stanno sperimentando là, a dispetto di chi liquida con disinteresse ogni tentativo di superare la sovranità statuale come paradigma della politica. Perché in definitiva, come ci ricorda l’etimologia della parola, il rispetto è innanzitutto una questione di sguardo.

Proviamo a guardare. Proviamo a non coprirci più gli occhi.

FALENE

di Bianca Bonavita

II. Impiego

F si era fatto abbindolare fin da subito.

Fin dai primi anni di scuola aveva preso molto sul serio tutte le raccomandazioni sull’importanza dello studio e quella tiritera che lo studio era il suo lavoro, oltre che il suo dovere, che poi sono la stessa cosa, e che studiare l’avrebbe reso libero e che nessuno, se avesse studiato come si deve, un giorno, terminati gli studi, gli avrebbe potuto dire cosa doveva o non doveva fare e via dicendo, sottintendendo ovviamente che era più che normale, anzi doveroso, che in quel momento qualcuno gli dicesse per filo e per segno cosa poteva e doveva fare e cosa non poteva e non doveva fare.

All’epoca F non potè far altro che attenersi alle disposizioni ingoiando con dedizione tutto ciò che gli veniva propinato. Non voleva dare dispiaceri a nessuno.

Per questo non mancò nemmeno una volta di eseguire tutti i compiti. Per questo affrontò con grande ansia e superò con grande successo tutti gli esami della sua carriera scolastica, al termine della quale si laureò brillantemente in lingua e letteratura tedesca con una tesi su Robert Walser.

Terminati gli studi F trovò immediatamente un lavoro: avrebbe finalmente potuto rendersi utile. Perché nonostante tutti i compiti, gli esami, le interrogazioni, fino a quel momento non si era sentito utile affatto. E aveva proprio voglia di sentirsi finalmente utile, di trovare il proprio collocamento, di collocarsi in un bel posto.

Se non sono ancora sepolti, agonizzano tra pareti ammuffite i vecchi funzionari del collocamento con cui erano soliti intrattenere edificanti e curiose conversazioni Simon Tanner e Joseph Marti. Fu un annuncio virtuale ad aprire ad F le porte della TRANSALP LOGISTIC, una ditta di import/export tra Italia e Germania. Lo assunsero senza colloquio, bastò loro il titolo di studio e la conoscenza della lingua tedesca.

Quale sarebbe stata la sua utilità, la sua tanto agognata utilità?

Traduttore di corrispondenza.

Non proprio uno di quei lavori in cui non c’è nessuno che si permette di dire cosa si deve o non si deve fare. D’altronde quando si è utili a qualcosa è anche molto probabile che si sia utili a qualcuno e che questo qualcuno decida il come e il quando della faccenda.

Ma quella era una soluzione temporanea, si diceva, in attesa di trovare qualcosa di meglio, qualcosa di più appagante, magari in una casa editrice.

– Sono il nuovo impiegato. – disse al suo vicino di scrivania con un misto di orgoglio, vergogna e goffaggine nel suo primo giorno di ufficio.

Perché aveva usato quella parola? Aveva sempre odiato la parola “impiegato”. Colui che è stato piegato dentro. Lui era un traduttore, altro che impiegato, colui che conduce la parola attraverso i regni dell’indicibile fino alla riva di un’altra lingua. E quella era una soluzione temporanea. Che bisogno c’era di usare quella parola?

Si sentiva impacciato come un bambino nel suo primo giorno di scuola, fiero, intimorito e perduto. E tra l’altro era anche piuttosto confuso dal modo in cui il capoufficio l’aveva accolto e gli aveva indicato il posto dove “poteva” scrivere. Proprio come fece Tobler a Joseph Marti, il suo nuovo assistente.

Era rimasto turbato da quel “poteva”.

Avrebbe forse potuto anche non scrivere? C’era forse una traccia, un segno, un indizio lasciato da Bartleby in quelle parole? Dunque ogni impiego portava con sé alla radice questo peccato originale, questa possibilità che restava sospesa in eterno nel cuore dell’impiego stesso? Si può essere impiegati, continuare ad esserlo, pur non attendendo alle mansioni del proprio impiego? Era questo che avevano inteso sia Tobler che il suo capoufficio con quelle parole o era più semplicemente un ordine mascherato da invito?

Tra questi dubbi F iniziò a scrivere e ben presto quel “poteva scrivere”, quel poteva non scrivere, si smarrì tra tutte le vuote parole scritte nell’espletamento del suo servizio.

Parole in servizio che potevano non essere scritte ma che lui scrisse.

Traduzioni di contratti, di libretti di istruzioni, di garanzie, di assicurazioni, di bolle di trasporto, di certificati, di attestati, di curricula, di rapporti di lavoro.

Parole disperse, che a rapirle dalle loro frasi e a rimescolare il mazzo, ne sarebbe potuto nascere di certo un bel castello di carte.

Parole a migliaia, a centinaia di migliaia, parole a scandire il suo tempo alla Transalp Logistic.

E un anno di parole passò in fretta. La Transalp Logistic si rivelò essere qualcosa di più di una soluzione temporanea.

F accettò lo stato di cose e iniziò a definirsi, senza tanti giri di parole, impiegato.

Nel suo caso, inutile nasconderselo, non c’era nessun regno dell’indicibile da attraversare: l’unico trasporto che contava era quello dei camion carichi di merci che facevano la spola sotto le Alpi.

Cosa c’era poi di male? Perché lamentarsi? Tutto sommato era un buon posto, un buon contratto. Da far invidia a parecchi. Ed era comunque utile a qualcosa. Certo, sì, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio; una casa editrice o magari, dopo vent’anni di supplenze, sarebbe stato promosso insegnante del regno, chissà. Ma doveva smetterla di dar retta a certi grilli che gli saltavano per la testa, doveva ringraziare e godersi il suo posto fisso, ché non aveva proprio nulla di cui lamentarsi.

E in effetti F imparò presto a non lamentarsi, anche se poi non lamentarsi è una di quella cose che non si finisce mai di imparare. In fondo non aveva anche lui, come Simon, sempre desiderato soltanto essere utile?

Imparò a ritagliarsi spazi tutti suoi dentro e fuori il lavoro, imparò a stare lontano dalle grane, dagli straordinari, dai rompiscatole e dai delatori. Abilità a cui era già stato iniziato con successo dalla scuola e che doveva ora solamente rispolverare.

Imparò a mantenere rigidamente separati il lavoro e la vita.

Che il lavoro fosse uno spazio di tempo dedicato alla non-vita era argomento di una tale tragica realtà che non poteva assolutamente essere trattato.

Cercava insomma, e si impegnava davvero, di godersi appieno il suo stipendio garantito da spendere nel tempo dedicato alla vita.

Da persona di lettere, quale si riteneva, si compiaceva nel popolare la sua libreria di quei titoli considerati imprescindibili. Collezionava citazioni per ogni situazione.

Frequentava, durante i lunghi e umidi inverni della pianura, gli ultimi cinema d’essai sopravvissuti alle multisala, regno di un residuale popolo di affezionati che si ostinava ciecamente a considerare il cinema una cosa seria.

Non mancava poi di andare alla ricerca nei teatri di qualcosa che potesse ancora definirsi teatro. E in quanto alla musica, la sua discografia di jazz e classica aveva di che fare invidia a più di un collezionista.

Si era persino iscritto a un corso di disegno, quasi per gioco, per dare un senso in più al suo tempo libero, al suo tempo di vita. Ma durò poco. C’era qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa di timido o di ostile, una ritrosia che non poteva afferrare.

Per questo aveva sempre amato la letteratura. Non gli sfuggiva. Se ne stava lì, coi suoi silenzi, nero su bianco.

Anche se scrivere, per carità, quello mai. Era una velleità che non aveva mai avuto. A parte per gioco, qualche volta, o per fuoco.

Scrivere era una cosa seria. E più leggeva, più gli si aprivano davanti delle voragini, più era intimorito, più si convinceva che non avrebbe mai potuto scrivere un verso o una frase. Scrivere sulle macerie poi, gli sembrava anche un po’ fuori luogo. Scrivere dopo così tante apocalissi. Di cattivo gusto.

Anche se in fondo poi, da che mondo è mondo, non si è mai fatto altro che scrivere sulle macerie, si diceva anche.

E in quanto all’amore, F lo cercava. Disperatamente. Da sempre.

L’aveva sempre cercato dappertutto. Come uno di quei giochi meravigliosi dell’infanzia che un giorno si smarrisce senza appello e che si cerca per settimane, per mesi, per anni, senza ritrovarlo mai. Un attimo prima era lì, forse non era ancora il gioco preferito, per questo avrebbe dovuto attendere di perdersi, ma era di certo uno dei giochi più intimi, uno di quei giochi che quando non ci sono non sai più chi sei. D’improvviso sparisce nel nulla da cui era arrivato prima d’essere gioco. Forse ritorna nel regno misterioso e spaventoso del non gioco. Perché la storia dei giochi per bambini è la più grande truffa della storia. Ai bambini non serve per giocare alcun oggetto chiamato giocattolo. Tutto è gioco. Seriamente gioco. E i giocattoli, i giochi propriamente detti giochi, sono stati inventati per uccidere i bambini, per trasformarli in adulti, per separare il gioco dal non-gioco. Dal momento che è data l’esistenza di una cosa chiamata gioco allora deve esistere di certo una cosa chiamata non-gioco. E questa cosa chiamata non-gioco prenderà via via più spazio e alla fine si farà chiamare vita.

E questo gioco perduto lo si cerca dappertutto, in ogni scatola, in ogni cassetto, in ogni angolo polveroso, sotto ai mobili e persino dentro l’angoliera dei liquori. Ma l’oggetto di quell’amore è svanito per sempre e non lo si rivedrà mai più.

Così per F l’amore. Viveva con la sensazione di averlo avuto accanto in un tempo mitico e lontano, come gioco perduto.

In qualche luogo indecifrabile del suo passato F era stato innamorato. Di qualcuno che forse amava ancora in qualche cantuccio inaccessibile del presente, qualcuno che non aveva mai conosciuto e che continuava a cercare dappertutto. Anche nell’angoliera dei liquori.

Veloci trascorsero gli anni alla Transalp Logistic per l’impiegato F, celibe, figlio unico, orfano di padre e di madre, traduttore in una ditta di import/export. Sostanzialmente solo al mondo.

Sì, ogni tanto continuava a incontrare qualche vecchia conoscenza dell’università che diventava via via sempre più vecchia e sempre meno conoscenza. Ma ci vuole ben altro per non parlare di solitudine.

E ogni mattina F recandosi al lavoro, si ripeteva con Simon Tanner:

Io salgo i quattro piani di scale, entro, dico buon giorno e comincio il mio lavoro. Buon Dio, quanto poco devo fare, che scarse cognizioni pretendono da me!”1

1Robert Walser, I fratelli Tanner, Adelphi, Milano 1977, p.21

Una lingua per la rivoluzione?

di Marcello Tarì

Quello che segue è il “canovaccio” di cui si è fatto uso per l’intervento nella tavola rotonda Nuovi linguaggi per la sovversione del presente tenutasi al Postaz di Feltre il 1 settembre 2018 durante i tre giorni dell’iniziativa Welcome 2 Hell.

Ho trovato il titolo di questo incontro, Nuovi linguaggi per la sovversione del presente, davvero interessante e per diversi motivi.

Il primo: nell’enunciato è contenuta una constatazione che ha una conseguenza logica, ovvero che se ci vogliono nuovi linguaggi, vuol dire che quelli che vi sono o c’erano non vanno più bene, non servono più. Mi sembra un punto di partenza importante, poiché la consapevolezza di uno stato di cose è il primo passaggio, insufficiente ma necessario, nella possibilità di costruire una posizione. E quando dico una posizione non intendo una sorta di fortino ma un punto il più possibile condiviso attraverso il quale percepire al minimo una situazione, al massimo il mondo nello stato presente delle cose. Purtroppo ci troviamo in un momento storico nel quale la destra, diciamo pure il fascismo, una posizione ce l’ha ed è condivisa dalle Americhe alle Filippine fino all’Europa: hanno un immaginario comune, un linguaggio comune, una strategia comune e la applicano senza complessi. Noi, invece, arranchiamo.

Credo comunque vada fatta una precisazione preliminare riguardo alla questione del «nuovo»: costruire qualcosa di inedito non significa avere in mente l’idea corrente e stupida della produzione di novità, quella idea per la quale, non si sa come, ci si mette a tavolino e si inventa dal nulla qualsiasi cosa, persino un linguaggio. Spesso, al contrario, questa pretesa invenzione si fa spostando, anche leggermente, ciò che c’era, anzi, ciò che è stato dimenticato e a cui quello che vogliamo spazzare via oggi fa da schermo. C’è del dimenticato, del rimosso, dell’incompiuto che sempre dobbiamo riprendere perché esige di compiersi. Il dimenticato non scompare mai del tutto, aspetta solo, a certe condizioni, di essere riportato nella vita. Come facciamo a discernere cosa è davvero importante riportare tra noi? Vi sono più modi, facciamo l’esempio di un testo o di un’immagine, non fosse altro perché del passato ci restano solo testi e immagini, oltre ai ricordi.

L’importanza di un testo, diceva Jean-François Lyotard, non è in ciò che significa, in quello che vuol dire, ma in ciò che fa e fa fare. Quello che fa è la carica affettiva che un testo contiene e che riesce a comunicarsi oltre il suo stesso presente, ciò che fa fare sono appunto questi spostamenti, la trasformazione del potenziale che contengono in dei nuovi gesti, delle nuove scritture. Ecco, questo mi pare un buon criterio. Quando anni fa ho scritto un libro sull’Autonomia degli anni ‘70 non ho mai inteso fare un libro di “storia”, ma appunto afferrare la carica affettiva che certi testi, certe immagini possedevano e come potessero essere rimessi in circolo con alcuni spostamenti, alcune derive che portassero altrove che non alla vecchia Autonomia. È curioso il fatto che ciò sia avvenuto, nonostante tutto, più in Francia che in Italia. E forse bisognerebbe riflettere sul perché.

Non c’è mai superamento dialettico di una posizione: se essa era valida, cioè se aveva dentro di sé una certa potenzialità, accadrà semplicemente che delle intensità si innestino su di un nuovo corpo. Tra una posizione e l’altra, allora, se non c’è superamento c’è invece spostamento, deriva, evento, costellazione.

Ciò vuol dire anche che non c’è superamento di un linguaggio, bensì una sua possibile deriva, un impercettibile movimento interno che ne permette un nuovo uso.

Secondo: per sovvertire il presente il titolo di questo incontro suggerisce che cosa? Che ci vuole un linguaggio, appunto, un nuovo linguaggio. Non dice che ci servono, che ne so, più centri sociali, più diritti, più democrazia, più militanti. No, dice che ci serve un nuovo linguaggio. Conviene però distinguere tra linguaggio, come sistema, e lingua, come uso. Potremmo dire anche così: senza linguaggio rivoluzionario non c’è movimento rivoluzionario, ma senza lingua rivoluzionaria non c’è alcuna rivoluzione. È per questo che i poeti sono così essenziali a ogni rivoluzione tanto quanto gli strateghi. E se il linguaggio e il movimento rivoluzionario seguono una temporalità che dal passato li proietta in un avvenire, la lingua e il suo uso accade nel qui e ora. Funziona un po’ come la distinzione che Furio Jesi operava tra rivoluzione e rivolta.

Dovrebbe forse essere una banalità questa considerazione sui linguaggi e invece no, poiché se abbiamo oggi, in Italia, un problema, ed è da un bel po’ che sussiste, è esattamente il fatto che gli ambienti militanti, o quel poco che ne rimane, sembra non riescano a comprendere proprio questa esigenza e specialmente del come si fa ad articolare una lingua rivoluzionaria nel presente. Non esiste una rivoluzione senza rivolta, così come un linguaggio senza lingua è solo una grammatica. Puoi continuare a usare ad esempio la grammatica dell’Autonomia, per non parlare di quelli che scimmiottano ancora quella bolscevica o bakuniniana, ma senza rivolta, senza poesia, senza uso della lingua, è come passeggiare al museo delle cere, spettacolo patetico per il quale ormai nessuno è disposto a pagare il biglietto.

Negli anni passati si è pensato a tutto, ai centri sociali, ai diritti, alla democrazia, a tante cose, ma non a tutto questo, preferendo adagiarsi sui presunti fasti della stagione italiana degli anni Settanta appena condita da un po’ di melassa postmoderna. E alla fine ci si trova non solo senza linguaggio, ma senza quasi niente. Se non hai una lingua, non sei niente. Non si è stati in grado di articolare una lingua che pur nella differenza, che il linguaggio come sistema permette, potesse essere patrimonio se non di tutti almeno di molti, una lingua che fosse all’altezza degli eventi che hanno punteggiato gli ultimi anni. O meglio c’è stato e c’è a ogni tentativo in questo senso una certa sordità dell’ambiente militante, un fare quadrato attorno alla propria vuota identità, vuota perché senza lingua appunto e preda di un linguaggio senza mondo. In tutto questo non c’è nulla da “criticare”. Dobbiamo guardarci bene da questa postura, quella degli specialisti della critica. Il vizio di atteggiarsi a critici, ecco a cosa dobbiamo anche rinunciare, poiché la critica, il critico, sono ancora e sempre delle posizioni interne al problema. Per dirla ancora con Lyotard: «il critico resta ancora nella sfera del criticato». Si tratta di trovare la via d’uscita, di perforare il presente, saltare fuori, tutt’altra cosa dalla “critica”.

Articolare, si è detto, e che cos’è che si articola? Una lingua con la voce, certamente, ma dire voce vuol dire corpo. E se almeno per l’Occidente il pensiero della lingua è fondamentalmente l’ontologia, cioè un discorso sull’essere, allora la questione di articolare l’essere con l’agire è anche quella della lingua con una prassi, cioè di una lingua con l’esistenza. Come dire che stiamo parlando di forme di vita. La schizofrenia che chiunque dotato di buon senso vede tra l’essere e l’agire dei militanti è la medesima che si può facilmente dedurre da quella tra il come si parla e il come si vive. Ricordo che in un vecchio seminario degli anni ‘80, pubblicato sotto il titolo Il linguaggio e la morte, Giorgio Agamben concludeva con questa frase: «Come tu ora parli, questa è l’etica». Se proviamo ad applicare questa massima a quello che ci circonda, da quello che abbiamo più vicino a quello di più distante, ci accorgiamo abbastanza facilmente del disastro nel quale siamo immersi.

Ora, il problema che i rivoluzionari hanno con il linguaggio non è certo una loro prerogativa. La separazione tra la parola e la vita è di tutti, non solo nostra. C’è una questione del linguaggio che riguarda l’epoca cioè. I rivoluzionari al limite dovrebbero esserne consapevoli; in questo senso essi sono, dovrebbero essere, un’avanguardia.

Qualcuno di voi ricorderà che negli anni ‘90, quando si abbozzò una fenomenologia del cosiddetto postfordismo, la cosa che più balzava agli occhi – uno per tutti si potrebbe citare il lavoro di Christian Marazzi – era il fatto del «linguaggio messo al lavoro», ovvero la sua espropriazione da parte del capitale. Insomma se già il linguaggio di per sé, nell’antropogenesi, risulta da un esteriorizzazione (l’homo sapiens ad un certo momento ha avuto la coscienza di avere una lingua e ha iniziato a pensarla separatamente dal sé, diventando così un oggetto indipendente dall’essere, ovvero un “linguaggio”), qui il processo si compie con un suo radicale approfondimento. L’espropriazione della sfera linguistica è effettivamente l’espropriazione di ciò che definisce l’animale umano e che qualcuno definì sempre in quegli anni il comune; se di comune si può parlare non è certo rispetto a tutte queste stupidaggini venute fuori negli ultimi anni – quelle del tipo «il comune è un modo di produzione» – ma appunto è il fatto di fare uso del linguaggio. Lo diceva già Eraclito, a proposito di «dimenticato». L’uso del linguaggio, la lingua, è il comune, ammettiamolo quantomeno come ipotesi. Ma dire il comune della lingua significa dire il comune dell’essere. E se il linguaggio viene integrato nel lavoro, ovvero alienato, separato nell’economia, allora è l’essere stesso che viene così reificato, trasformato in cosa, merce, valore e così gli si taglia la lingua. Senza lingua, senza comune, l’umanità viene idiotizzata, mutilata, resa incomunicabile cioè. Questo processo è quello che Guy Debord chiamò quello dello spettacolo integrato e Jacques Camatte e poi Giorgio Cesarano antropomorfosi del Capitale. È a partire da questo che tutto è possibile per il capitalismo. Il linguaggio ridotto a comunicazione di informazioni è lo sterminio della lingua. La vacuità di ogni linguaggio infocomunicativo la vediamo bene in ogni istante, attraverso il flusso dei cosiddetti media sociali, o la vediamo all’opera per esempio nell’annullamento istantaneo che ogni prodotto, e sottolineo prodotto, artistico si autoinfligge nel momento stesso in cui entra nel circuito della comunicazione spettacolare.

Dire che tutto è possibile per il capitalismo, dopo Auschwitz, vi renderete ben conto di cosa significa: che non siamo mai usciti dalla possibilità di quel campo di concentramento, che il fascismo non se n’è mai andato come latenza, come possibilità insita nella democrazia, ciò che infine oggi vediamo in maniera forse più chiara, ma non abbiamo più nemmeno gli strumenti, anche linguistici, che negli anni ‘30 i nostri antenati ancora avevano, malgrado l’afasia avesse già cominciato a diffondersi all’indomani della Prima guerra mondiale. Inversamente, dovremmo pensare che è proprio a partire dall’afferrare questa realtà che molto è possibile per la nostra parte. Riacquistare la capacità di articolare la propria voce significa infatti riacquistare la potenza di percepire il reale – non il futuro, non l’avvenire, ma questo presente, questo tempo che dobbiamo interrompere. E se c’è qualcuno che pensa davvero che questo si faccia con il reddito incondizionato, la nazionalizzazione di tutto, la moneta del comune, una “nuova economia” o il socialismo del gelatinoso Bernie Sanders, be’ viviamo in pianeti differenti. Nel mio pianeta l’essere umano non è essenzialmente forza-lavoro e la vita non è economia.

Una via da percorrere credo sia quella che non divida più tra potenza e atto, essere e agire e dunque tra lingua e vita. È in questo punto che, politicamente, il concetto di destituzione diviene cruciale. Destituire qualcosa significa normalmente toglierli il fondamento, poiché è il fondamento, il principio metafisicamente inteso, che presiede a ogni divisione nell’essere. Ad esempio per l’età moderna qual è il principio, il fondamento per cui tutto il resto prende il suo senso? Il soggetto, è evidente, da Cartesio a Hegel. Ma è un soggetto già originariamente diviso al suo stesso interno. Ed ecco materializzarsi la separazione principale e da qui tutte le altre separazioni. È una vecchia storia: l’umanità è separata da ciò che la unisce ed è unita da ciò che la separa. E se oggi il soggetto si identifica con l’essere capitale, il cosiddetto capitale umano, allora è la vita stessa ad essere separata e in buona parte reificata, mentre il mondo è unificato dal capitale. Addio al soggetto, dunque.

Una lingua non scende dal cielo delle idee per poi incarnarsi, al contrario, sono le pratiche di vita che, quando sono condivise, creano la possibilità di un linguaggio e del suo uso. Lo sforzo allora consisterebbe nell’esplorare fin nei dettagli più infimi cosa nella pratica delle nostre vite sfugga a quel processo continuo di reificazione e a partire da quei resti ricostruire ciò che ci è comune, ovvero una lingua all’interno della quale si definisce un certo “noi” il quale, è chiaro, è una deriva di questi frammenti, di questi resti, non è una sostanza già presente che la cattiveria del capitalismo ci impedisce di vedere o di nominare. Se chiamiamo comune ciò che ci unisce astrattamente, il linguaggio cioè, allora la questione è come farlo precipitare in una lingua, ovvero come fare un uso libero del comune, che nella tradizione rivoluzionaria porta un nome e uno solo: comunismo.

Ho detto “noi” e, a proposito di linguaggio, questo pronome è davvero qualcosa di interessante da capire. Noi non è mai al principio la questione di un’identità che nega altre identità, ma è ciò che nomina una certa verità che ci tiene insieme e a partire dalla condivisione della quale ci si divide da altri. Dentro il noi non è importante per ognuno dire chi si è, da dove si viene – tutte le autobiografie sono false – ma cosa potremmo essere nel momento in cui riusciamo a porci in un divenire-insieme. Una volta che questo noi sia venuto alla presenza avviene naturalmente l’espressione di cosa non saremo più e cosa non vogliamo più. Dalla negazione che è anche affermazione viene tutto il resto.

Spesso nei miei scritti la questione politica, o meglio la questione del comunismo, si fonde con quella dell’amore e questo viene proprio dal fatto che un discorso sul noi, che è un discorso che pensa il congiungersi e il dividersi, è sempre un parlar d’amore. Amarsi è condividere un certa verità ma anche saperla esprimere, viverla. In questo senso bisogna intendere l’affermazione del Comitato Invisibile nel suo ultimo libro, «organizzarsi non ha mai significato altro che amarsi». E se non sappiamo amare, se non abbiamo il coraggio di amare nella nostra piccola, anonima vita, come potremmo mai pensare di compiere noi quel gesto d’amore storico che è una rivoluzione?

Il linguista Emile Benveniste studiando i pronomi diceva che “noi” non è il semplice plurale di “io”, poiché l’unicità dell’io non permette pluralizzazione. Noi non è dunque la collezione di tanti io, ma una realtà a sé. Quindi, diceva, il noi è la giunzione tra un io e un non-io, è come un io che si apre e si dilata: un io diffuso. Il problema è in effetti questo non-io, poiché è indistinto, può riferirsi tanto a due persone quanto a mille ma anche a delle presenze non umane. Quindi la questione è che questo aggregato che è un noi resta sempre privo di un’identità precisa, è un indeterminato che in certi momenti, o meglio, attraverso degli eventi quali possono essere una lotta, un amore, un’idea, si determina. Noi, al contrario di io, è dunque sempre un pronome aperto, aperto a ciò che viene, agli incontri, una potenza cioè. Tutti i noi totalitari invece sono sempre l’ipertrofia di un io, da qui l’importanza del leader, che produce un noi fittizio che combatte altri io aggregati in un “loro”. Poi, certo, vi sono tutti i noi che segnalano un’appartenenza, a un luogo, a una comunità, a una religione, a un credo politico e che non bisogna mai sottovalutare. Ma se ci si pensa bene il gesto comunista è stato sempre quello di destituire tutte le appartenenze imposte dalla società, dall’ideologia, dalla condizione economica, per lasciar essere un noi tanto illimitato quantitativamente quanto determinato qualitativamente. Noi, quelli che parlano come vivono.

FALENE

di Bianca Bonavita

A partire da questo numero di ottobre di Qui e Ora cominciamo a pubblicare a puntate un piccolo romanzo, Falene, di Bianca Bonavita. E’ una storia nella quale i lettori più avvertiti riconosceranno la risonanza, voluta, di grandi autori, tanto viventi quanto scomparsi, e attraverso la quale, come in una allegoria, sapranno anche riconoscere la tonalità di un’esistenza qualunque dei nostri giorni.

 

FALENE

In girum imus nocte et consumimur igni”

G. Debord

Cara Hedwig,

ho trovato questo manoscritto in una stufa del carcere.

Se credi, usalo per accendere il fuoco.

Tuo Simon

0.

E sono pochi centimetri di terra, di foglie, polvere, carbonio. Qui sarò la mia notte appena iniziata. Vivrò di penombra e di fili di seta, sospesa.

Tra due universi.

Sarò spoglia del regno intermedio, sudario di resurrezione. Andrò in cerca di forma al riparo da inverno, avvoltolata nel mio lenzuolo sotto una leggera coperta di terra. Sono l’essere che muta, sono l’aurora e il crepuscolo, sono la mummia in fondo al cuore delle piramidi eterne. Sono il fiume e la barca, sono la pagina bianca chiusa sull’aperto, sono ancora tutto e ancora niente. Sono il feto e la placenta, il fiore e il bocciolo, il parto e l’attesa. Vivo il tempo dell’amenorrea, del letargo, del buio gravido di colori. Ma non dormo. Vivo da clandestina nei giorni grigi e smorti, nel tempo necessario e noioso che precede ogni primavera, che prepara ogni bellezza. A tessere in segreto l’abito delle mie nozze.

Le stanze dormono oscure le loro infinite possibilità, le onde si abbattono nere sugli scogli. Inganno il freddo e la morte. Mi preparo. Immobile di una morte apparente, di una temporanea sepoltura. Sono il sogno di ogni salma, salma sognante, regina delle metamorfosi. Sono segreto che sfugge e latente mistero. Sono un bruco in latitanza.

Sono crisalide.

In me vive l’uovo e la larva, in me la farfalla e la morte.

Ho ricordi lontani di verde a velarmi la luce, a pararmi la pioggia. Globuli di perfezione a custodire il segreto. Una tribù di fratelli e sorelle a schiudersi al cielo. Si stava assieme in quelle prime ore di luce, aggrovigliati come serpi al nido. A giocare senza lingua.

Fu poi per capriccio la solitudine, o per ingordigia, le scorribande sulle nervature.

Che abbuffate di foglie! Quei primi giorni confusi di bruco in cui tutto era grande. E nuovo. E scoperta. E tutto era albero attorno a me e non era mondo al di là di lui e io ero sola, ero lui, ero mondo. E crescevo e mi spogliavo e fuggivo grandi e piccoli cacciatori del cielo, dal becco veloce o dal facile veleno. E mi spogliavo ancora. Nell’ombra. Trasformista del mio tempo.

E grandi spazi di rami potevo attraversare, ma era fatica e me ne stavo sempre nei paraggi a dondolarmi su una foglia. Del mio nido presto nessuna traccia, nessuna traccia di fratelli e sorelle. Si sta soli su certe foglie a contemplare. E la memoria un ingombro. Trafitti da un raggio di sole, ma solo per chi conosce mattino arriva subito sera. Io non conosco mattino né sera, non conosco subito o domani. Il mio tempo non si spiega a parole, non si impiega. Il mio tempo è albero, terra, radici. Se scorre è soltanto affar suo. Una malattia vostra. I miei secondi sono fatti di linfa, di aria e di linfa. I miei giorni di humus, di foglie, di luce.

E mentre le vostre stagioni annunciano grandi rivoluzioni, io, avvolta nel mio sudario, ordisco in esilio la mia rivolta crepuscolare.

I. Origini

F era nato e cresciuto in una nebbiosa cittadina del nord Italia.

Così nebbiosa che gli Unni passando da quelle parti non l’avevano vista.

A volte, da ragazzo, quando la noia di crescere in quella nebbiosa cittadina del nord Italia prendeva il sopravvento, s’immaginava quanto sarebbe stato più divertente se gli Unni fossero riusciti a trovarla, la città. Viveva in quegli anni in uno stato di perenne attesa: un’attesa indolente, languida, disperata. Sembrava, quel piccolo mondo senza finestre, essere l’unico mondo a disposizione. Tutto pareva esaurirsi tra le quattro pareti di cartone di una scatola da scarpe.

A volte, sulla parete un po’ in ombra di quella sua personale scatola da scarpe, riusciva a fare un buco, un piccolo foro circolare per guardare fuori. Ma c’era soltanto altra nebbia.

Non aveva mai amato le scatole da scarpe. E non aveva mai amato andare a comprare le scarpe insieme a sua madre, in quei negozi dall’odore acre e penetrante di conceria stipati fino al soffitto di grattacieli di scatole di scarpe sempre sul punto di crollare. Tutto quel girare a vuoto per il negozio con i piedi che navigavano dentro scarpe troppo lunghe o con l’alluce che cercava di sfondare scarpe troppo corte. L’unica cosa che gli piaceva dei negozi di scarpe era la liscia, rigida e fredda sensazione del calzatoio sul tallone.

Intanto, senza potervi nulla, senza nemmeno saperlo, come corpo estraneo grondava in lui la realtà. E goccia a goccia si insediava al centro scavando un’enorme buca. Una realtà post-indicibile, una realtà di chewingum e surrogati sorti sulle macerie come fiori maligni.

Un nuovo formato di realtà, più attraente, più comoda, più conveniente di quella realtà di pane nero e di latrina nel cortile in cui erano cresciuti i suoi genitori.

Una nuova formula di realtà, più efficace, più efficiente, più soddisfacente di quella lisciva antica con cui si lavava la canapa delle lenzuola. Un nuovo format di realtà, più fruibile, più godibile, più vincente del più ricco albero della Cuccagna mai visto nelle fiere di paese. Una realtà che dall’incubo della guerra non si era mai veramente risvegliata; qualcuno nell’attimo più buio del sogno aveva soltanto acceso la luce e modificato le bombe.

Una realtà che travolgeva gioiosa ogni cosa come una piena, e come un uragano sradicava piante, case, persone, parole, e le scagliava in cielo nel suo occhio di quiete e di luci colorate e in una notte sempre più buia e disperata le faceva esplodere come fuochi d’artificio nel tripudio solitario e silenzioso delle platee.

E pensare che quella cortina fumogena era soltanto l’inizio, che era uno stadio ancora infantile di terrore. F avrebbe acquisito, crescendo, livelli ben più avanzati di realtà, programmi all’avanguardia di realtà, li avrebbe vissuti in streaming insieme ad altri milioni di utenti-viventi. Vite open source, libere di essere estese e modificate nel loro codice sorgente, istantaneamente, da ogni nodo della rete.

Ma è sempre uno stadio infantile di terrore. Intanto quella post-indicibile realtà primordiale grondava come latte artificiale da una tettarella di plastica, come petrolio da una pompa di benzina, grondava come ormoni nella sua carne, immagine nei suoi occhi, grondava come parola esangue, sfinita, svuotata nelle sue orecchie. Grondava dagli emissari sempre attivi, dalle emittenti sempre accese, a piccole gocce o a fiotti, a torrenti di bibite colorate, di conservanti e di emulsionanti, andava a impregnare le sponde della sua mente, andava a impastare le sue ossa, la malta dei suoi pensieri, andava a parlare le sue parole, a muovere i suoi gesti, a irrorare le sue arterie, andava a corrodere ogni desiderio, a soffocare ogni alito di vita, andava a inquinare la sua sorgente antica.

Iniezioni catodiche di realtà a scandire le giornate: programmi ministeriali la mattina, programmi televisivi il pomeriggio, programmi cibernetici la sera. Separazioni programmate, rubriche specializzate, stagioni catalogate, obsolescenze programmate di desideri dispositivi, obbiettivi differenziati, trasgressioni irregimentate, divisioni pianificate ed esausti riti di passaggio e condanne ai divertimenti forzati e grandi mascherate e vuoti e nulla. Programmi profezie a prescrivere destini come malattie, a dosare sogni da posologie. A quell’epoca F aveva ancora degli amici con cui cercava di dare un senso ai pomeriggi, con cui, senza avvedersene, affogava lentamente in quella spettacolare forma di realtà.

Nessuno di loro si può dire che avesse la chiara cognizione del proprio affogare, ma è innegabile che in fondo a certe sere senza scopo si affacciasse in qualcuno un presentimento, magari suggerito dalla pioggia incessante di stagione che non di rado si abbatteva sulla nebbiosa cittadina del nord Italia.

Ma il più delle volte il presentimento svaniva quasi subito. Come un rigolo d’acqua sul vetro dell’automobile, tracciava nei pensieri il suo piccolo insignificante percorso. Bastava un colpo di tergicristalli a cacciarlo via.

Non se li era proprio scelti i suoi amici, gli erano capitati in dote alla nascita, come i genitori, come la casa, il quartiere, gli alberi nel cortile e tutte quelle cose su cui non si può fare niente, sono lì e ci si deve fare i conti, che piaccia o no. Sì, aveva delle preferenze, delle simpatie, delle antipatie, quelle inclinazioni che fanno credere di fare delle scelte e di avere delle idee. Ma era come estrarre un biglietto alla pesca della parrocchia. Si finiva sempre per estrarre una serie.

Per parecchi anni la parrocchia era stata il centro del suo mondo. I suoi poveri genitori ci tenevano alla sua educazione cristiana. Erano di quelle persone per cui essere cristiano era ancora sinonimo di essere umano e avere un figlio non cristiano significava avere un figlio disumano. E nessun genitore sano di mente vorrebbe avere un figlio disumano. Era stata dura per F far capire ai suoi genitori che sarebbe rimasto un essere umano anche se non fosse andato in chiesa.

Perché aveva smesso? Ai suoi genitori non era stato in grado di spiegarlo chiaramente. Ci sono certe cose che non si possono spiegare a certi genitori. Comunque Dio non c’entrava. E nemmeno quel nazista manipolatore del prete in fondo. C’entrava piuttosto quella faccenda degli atti impuri e soprattutto quella voglia di dire no a tutto ciò che gli era capitato in dote: la casa, i genitori, gli alberi nel cortile, il quartiere, il prete, la parrocchia, Dio e anche gli amici. Anche se alla fine non erano cattivi i suoi amici. No, tutto sommato erano stati dei bravi amici. Con loro aveva fatto tutte quelle cose che si fanno con gli amici. Perché a questo servono gli amici. A fare certe cose che si fanno con gli amici.

E nemmeno i suoi genitori erano cattivi, anche se erano cristiani. Anzi, benché di quella realtà spettacolare di luminarie da cui erano stati travolti sul campo di battaglia del dopoguerra, in cui erano immersi e in cui avevano immerso F, non avessero capito il nulla, entusiasticamente adeguandovisi, si può proprio affermare, senza ombra di dubbio, che siano stati per F proprio dei bravi genitori. Che siano stati per lui tutto ciò che ci si aspetta da due genitori come si deve. E non è poco. Comunque, nonostante i bravi amici e i bravi genitori, o forse proprio a causa dei bravi amici e dei bravi genitori, un giorno F decise di ascoltare quel presentimento in fondo a certe sere senza scopo, si fece piccolo piccolo e si infilò in quel foro sulla parete della scatola da scarpe per andare incontro alla nebbia.

Camminò per giorni alla cieca in una sterminata pianura lattiginosa. Come gli Unni andò a tentoni in cerca di una città promessa, di un altrove che non fosse in dote, di un mondo senza pesche della parrocchia. E dopo lunghe ricerche trovò finalmente un’altra scatola da scarpe, un po’ più grande, un po’ diversa, ma che presto si rivelò pur sempre una scatola da scarpe. E per giunta di quelle scarpe che dopo un mese si scolla già la suola.

Fu in quella nuova scatola da scarpe che terminò i suoi studi e che trovò il suo lavoro alla TRANSALP LOGISTIC.

Chissà se quegli amici che aveva avuto in dote alla nascita avevano continuato a vivere nella stessa scatola da scarpe di allora, di cui peraltro non ricordava più nemmeno la marca, o se come lui avevano scelto, dopo lunghe ricerche, un’altra scatola da scarpe su misura della loro disperazione, del loro personale sfacelo.

In quanto alla realtà, quella avrebbe continuato a grondare estranea come sempre, unica dea, anche nella sua nuova scatola da scarpe, ogni giorno più sfavillante, ogni giorno più gloriosa e terrificante.

Partigiani d’Atene

L’articolo che segue è una breve presentazione del documentario “Partigiani d’ Atene”, realizzato da due compagni greci per raccontare alcune storie inedite dell’occupazione nazi-fascista di Atene negli anni ’40. Un documentario per la difesa e per la costruzione di una Memoria collettiva…che parla del passato ma anche del presente.

I “Partigiani di Atene” verrà proiettato e presentato dagli autori durante L’Antifa Roma (F)Est del 13 e 14 Ottobre al Forte Prenestino.

 

Partigiani d’ Atene” [‘72 min. Documentario di X.Vardaros e I.Xydas]

Appunti sulla Resistenza e la Storia, la Città e la Memoria.

Notte decisa.

Quartieri in cinta con la pancia

pesante dalla fame, dal dolore

e dal santo odio.

Iannis Ritsos.

I

Uno dei più comuni tra i luoghi comuni dice: la Storia la scrivono i vincitori. Nonostante la sua banalità questa frase tanto ammaliante, porta con sè una verità che scorrendo nella storia (quella bandita e proibita, quella scritta in minuscolo…) segna ogni luogo ed ogni tempo. Il documentario “Partigiani d’ Atene” fa parte degli strumenti socio-culturali, e quindi politici, della battaglia che da sempre si combatte per la difesa e per la costruzione della Memoria collettiva, quella degli invincibili vinti.

Un autoproduzione preziosa, creata senza fonti né fondi istituzionali, fuori dai circuiti partitici e mass-mediatici. Questo documentario nasce dall’esigenza di raccontare la storia dei “Partigiani d’Atene” proprio oggi, in un tempo in cui i revisionismi di ogni sorta (di destra ma anche di “sinistra”) tornano a galla, in tempi oscuri, dove il capitalismo più becero, il razzismo istituzionale e sociale, il fascismo nudo e crudo avanza. Avanza, seduto nei parlamenti e nei ministeri dell’Europa postmoderna, sia nella sua versione egemone e benestante del Nord, che in quella del Sud periferico e debitore. Avanza, in una Unione Europea, dove i teoremi antistorici degli “opposti estremismi” diventano ideologia, mettendo sullo stesso piano la “condanna democratica” del nazismo e del comunismo.

Nasce dall’esigenza di raccontare una storia alla Grecia dei memorandum della crisi e della perenne emergenza, in cui, come dicono i più vecchi, negli ultimi anni,“i tedeschi son tornati, questa volta non con i carri armati ma con i “programmi di ristrutturazione” per il salvataggio delle loro banche…”. Un documentario che parla di un passato in cui parole come fame, galera, morte di massa e guerra non fanno parte soltanto della Storia e delle storie, ma anche di un passato che non passa mai, di un presente in cui ancora oggi pesano tutte le sconfitte vincenti di ieri. Di un presente in cui i figli ed i nipoti dei collaborazionisti dell’occupazione nazi-fascista, con la divisa politica di “alba dorata” e non solo, si trovano negli stessi palazzi e nelle stesse ville del centro e dei quartieri del lusso ateniese, nella città’ dove è nata la “democrazia occidentale”. In un presente in cui l’unico mondo possibile è quello della superpotenza per eccellenza, governata da un certo Donald Trump. Per tutte queste ragioni “I Partigiani di Atene” potrebbe sembrare una proposta azzardata ma non lo è…

Le voci e le testimonianze, gli occhi, i sorrisi dei 14 uomini e donne in lotta, dei comunisti e delle comuniste, dei Partigiani e delle Partigiane d’ Atene degli anni ‘40 del ‘900 che compaiono – per la prima ed ultima volta nella loro vita- dinanzi alla macchina da presa, ci fanno capire molte cose e molte verità’ nascoste, perfino per la Grecia di oggi. Comunque molte di più di quelle che ci vengono raccontate dalle pagine politiche e finanziarie di Washington, Berlino, Bruxelles.

II

Un (capo)lavoro compatto, tecnicamente completo, documentato a livello di fonti, sincero nella sua narrazione, accompagnato dalla musica originale dei Drog-A-Tek. 72 minuti durante i quali le 14 storie diventano una Storia. 14 delle tante storie che fanno parte di quella battaglia durante l’epoca dei mostri, di quella guerra che Enzo Traverso ha definito la guerra civile europea. Il compagno Tasos Katsaros, scrittore di due libri d’ inchiesta sulla Resistenza a Salonicco, diceva recentemente, “lottiamo per fare sì che gli uomini e le donne non dimentichino”. Gli amici e compagni Iannis Xydas e Xenofon Vardaros fanno proprio questo. Fanno parlare alcune delle voci, fanno vedere alcuni dei tanti preziosi volti della Resistenza d’Atene, contro il regime d’occupazione nazi-fascista e contro il fronte nero dei collaborazionisti del luogo (1941-44). Ma non si limitano a questo, immagini di oggi e di ieri scorrono in parallelo, mostrano le ferite ancora aperte, gli edifici e i sobborghi di Atene (Kaisariani, Kokkinia, Nea Ionia, Chaidari ecc), parlano per la Città’ e per la sua Memoria. Quella con la maiuscola. La Memoria di una città in lotta. Una Memoria segnata e ferita da molte, tante sconfitte vincenti.

X.V.: […] Siamo ragazzi della città. Atene è il nostro luogo. Siamo ateniesi e come soggettività politiche nutriamo un forte interesse per tutto ciò che è successo allora, per ciò che è successo nel nostro territorio. E’ un dato di fatto che sulla Resistenza ad Atene, fino ad ora, non esisteva nulla di inciso su pellicola. Questo lavoro è parte della nostra di esigenza di espressione politica. Non si tratta di un documentario fatto su commissione. E’ un tema che ci interessava e lo abbiamo trasformato in un documentario.

I.X.: Amiamo Atene. Le strade ci fanno ricordare la storia. Ad esempio, qui, per le strade di Exarchia c’è la lapide di Michalis Kaltezas [assassinato dalla polizia durante scontri dopo il corteo del 17 Novembre 1985] e questo è anche il luogo dove è morto Alexis Grigoropoulos [assassinato dalla polizia il 6 Dicembre 2008]. Gli edifici ci dicono qualcosa, parlano i segni dei proiettili sui muri e le pallottole ancora incastonate al loro interno […]

Uno degli insorti del Maggio ‘68, Mustafa Kajati, scriveva che: “il potere non crea niente, recupera soltanto. Le parole che fino ieri hanno composto la critica rivoluzionaria sono come le armi lasciate dai partigiani nei campi di battaglia e recuperate dalla controrivoluzione, come i prigionieri di guerra che si sottomettono al regime dei lavori forzati. Dal momento in cui questa teoria pratica si allontana, allora iniziano a crearsi le condizioni per il recupero della teoria rivoluzionaria da parte del sistema”. In questo processo doloroso e duraturo, in queste condizioni attuali, Iannis e Xenofon, e mediante loro, i Partigiani e le Partigiane d’ Atene, non fingono, non spacciano un “oggettivismo” accademico che sempre finisce per parlare la lingua del potere costituito, no. Prendono posizione, chiara e netta: si schierano dalla parte dei vinti invincibili, dalla parte degli unici che hanno un reale interesse e bisogno di bloccare questo processo continuo di recupero ed oblio.

III

[…] Perché senza le mense dei Comitati Popolari e della Solidarietà Nazionale durante la carestia del 1941-42, il popolo d’ Atene non soltanto non sarebbe sopravvissuto, ma non avrebbe neanche iniziato l’organizzazione della Resistenza contro la violenza dei conquistatori. Senza la conquista delle strade d’ Atene – fenomeno unico nell’ intera Europa occupata – iniziata alla fine del ‘42, con manifestazioni sanguinose e di massa, che lasciavano sul selciato decine di morti; senza le mobilitazioni contro le deportazioni dei civili destinati ai lavori forzati (in Germania), oppure i cortei contro l’esecuzione dei 106 comunisti a Kournovo perpetrata dalle armate italiane e tedesche; e ancora, contro la minaccia di espansione della zona bulgara d’ occupazione fino alla Macedonia Centrale, non potrebbe essere iniziata la lotta armata del popolo d’ Atene. Perché tramite queste lotte di massa portate avanti dal Fronte di Liberazione Nazionale (EAM), unito alla capacità di mobilitazione del Partito Comunista (KKE), hanno iniziato a muoversi anche le migliaia di giovani dell’Organizzazione Patriottica Unificata dei Giovani (ΕΠΟΝ), gli uomini e le donne in lotta che in seguito hanno costituito un esercito partigiano d’eroi.

In questi processi sociali e politici sono apparsi i primi gruppi dei servizi d’ ordine, che in seguito hanno costituito l’Organizzazione di Protezione dei Combattenti Popolari (ΟΠΛΑ), la milizia della Lotta […]1

Questa è la sequenza cronologica ripercorsa in tutto il racconto del documentario, tramite le testimonianze – piene di fierezza e commozione – dei 14 protagonisti e protagoniste. I racconti biografici e non solo, si intrecciano con gli ambienti specifici di ogni quartiere, che nel loro insieme costituiscono il quadro della quotidianità dell’intera città’ d’ Atene, in uno dei periodi più neri della sua lunga e sanguinosa storia. 14 storie dalla Storia che tramite quel filo rosso, invisibile, sotterraneo, ma mai spezzato arriva fino ai nostri tempi, alla nostra epoca dei mostri.

IV.

I 14 Partigiani e Partigiane d’ Atene sono Balanos Nikos, Dermitzoglou Vaggelis, Zamanos Stelios, Zaxarias Manos, Katimertzis Giorgos, Maragoudakis Kostas, Nikiforakis Zaxos, Nikolaou Elli, Papadimitriou Giorgos, Petropoulou Zoe, Sfakianakis Nikos, Savatianou Eleni, Valimitis Dimitris, Voskopoulou-Kouva Maria. Purtroppo alcune ed alcuni di loro ci hanno lasciato prima di poter vedere le loro storie, la nostra Storia, sul grande schermo…

V.

Questo testo potrebbe concludersi qui. Ma essendo un testo pensato e scritto in italiano, non può non essere dedicato ad Antonio Pellegrino, disertore dell’esercito d’occupazione dell’Italia fascista, entrato a far parte, da latitante, delle fila di EAM e dell’Esercito di Liberazione Nazionale Popolare (ELAS). Pochi mesi prima della Liberazione d’Atene è stato fucilato insieme ad altri 21 antifascisti greci durante il rastrellamento del 15 marzo del 1944 in uno dei quartieri rossi ateniesi (Kalogreza). Questa è stata la stessa sorte delle decine di italiani, tedeschi, austriaci (e non solo), che arrivati in Grecia come militari dell’occupazione hanno deciso di prendere posizione e “non fare il loro mestiere”, di guardare il mostro negli occhi, e di lottare fino a cadere al fianco dei vinti invincibili della Storia. Al fianco di quelle e quelli che contro l’occupazione nazi-fascista, l’oppressione, la fame, la miseria, la prigionia, le torture, le esecuzioni sommarie e la morte degli anni ‘40 ad Atene hanno lottato per la vita cantando per la libera patria e per la libertà del mondo intero, per un mondo all’altezza dei sogni e degli esseri umani.

L77

Atene, estate 2018.

1 Estratto dall’ articolo pubblicato nel secondo numero (Atene, 6/18) del giornale “Efodos ston Ourano” [Assalto al Cielo] e dal manifesto per la proiezione-presentazione dei “Partigiani d’ Atene” al Politecnico (27/6/18), organizzata da “Contrattacco di Classe” (Gruppo di Anarchici e Comunisti) e Compagni e Compagne.

How much for the crocodile?

di Bianca Bonavita

Viaggi, scrigni magici pieni di promesse fantastiche, non offrirete più intatti i vostri tesori. Una civiltà proliferante e sovreccitata turba per sempre il silenzio dei mari. Il profumo dei tropici e la freschezza degli esseri sono viziati da una fermentazione il cui tanfo sospetto mortifica i nostri desideri e ci condanna a cogliere ricordi già quasi corrotti.

Claude Lévi- Strauss, Tristi tropici, 1955

Su una pietra della discesa alla marina di Corniglia qualcuno ha scritto:

Attento divino viaggiatore: il turista cretino ti ruba l’anima.

Che i viaggiatori siano una specie in via d’estinzione e che qualcosa come il viaggio stesso sia quasi un impensabile non è certo cosa nuova.

Se nonostante tutto qualche divino viaggiatore è rimasto, sarà difficile trovarlo alle Cinque Terre perché, come lascia intendere la scritta sulla pietra, qui l’industria del turismo ha raggiunto un livello di produzione tale da poter assorbire la quasi totalità dei gesti di chi passa da questi luoghi.

Ogni giorno treni, barche, automobili e crociere ormeggiate a La Spezia riversano sui cinque borghi liguri decine di migliaia di pezzi, di Stücke, così venivano chiamati da Eichmann gli esseri umani trasportati verso i campi.

Pezzi di piccola borghesia planetaria, giovani coppie venute a suggellare la propria promessa sul sentiero dell’amore (peraltro, ironia della sorte, franato con l’alluvione e non ancora ricostruito), famiglie da tutto il mondo che si concedono finalmente il tanto agognato viaggio in Italia:  Roma, Firenze, Venezia, magari Napoli e costiera amalfitana e infine Cinque Terre, il tour è completo. Giusto il tempo di un tuffo al molo di Vernazza, di un gelato sul lungomare di Fegina, di un selfie a pelo d’acqua, di un frittomisto in un carrugio di Manarola e anche le Cinque Terre sono fatte.

“Quattordici minuti al battello, ci prendiamo un aperitivo e ti saluto Cinque Terre.”

Il fatto, ormai assodato, è che il turismo non ruba l’anima soltanto ai viaggiatori ma rapina l’anima dei luoghi così come le reti a strascico rapinano i fondali dei mari.

Prima dell’esplosione nucleare del turismo di massa globalizzato, che per le Cinque Terre data circa una decina d’anni con il boom di americani, francesi e giapponesi e con l’apertura ai nuovi mercati delle piccole borghesie in ascesa dei paesi emergenti, dal Brasile alla Polonia, dall’India alla Thailandia,  le Cinque Terre agonizzavano come tanti altri ambienti rurali per l’abbandono delle terre.

Le Cinque Terre avevano infatti una vocazione agricola, non a caso si chiamano Cinque Terre e non Cinque Porti o Cinque Mari.

Fin dove le pendenze lo consentivano  i declivi venivano tutti terrazzati fino agli anni Cinquanta/Sessanta, ogni metro conquistato al dirupo, ogni pietra sottratta allo sgretolamento e posata su un’altra pietra a mettere un freno alle acque, all’inesorabile erosione, alla sconfitta delle montagne nella loro lotta contro il tempo.

Ora nei terrazzamenti più alti, dove si coltivavano patate e fagioli, la stipa (erica arborea) e i pini la fanno da padroni e qua e là lungo i sentieri si intravedono i resti dei muretti: sembrano relitti di una civiltà scomparsa, precolombiana, precapitalista sicuramente. Alcune pietre poste sulla sommità dei muretti a fissarne la stabilità, e ci troviamo a 400 metri sul livello del mare in mezzo ai boschi, sono talmente grandi che non sembra possibile che degli esseri umani abbiano potute trascinarle fin lì. Ora ci sono gli elicotteri a 25 euro al minuto a trasportare pietre che il più delle volte vengono da altre montagne.

Fino agli anni Ottanta, anche se molti lavoravano in ferrovia, in fabbrica o in arsenale a La Spezia, il tempo libero lo si impiegava a curare le terrazze, a lavorare la terra. Poi gradualmente con l’invecchiare della generazione nata prima della guerra i terrazzamenti sono stati abbandonati e le giovani coppie dopo il matrimonio nella parrocchia del paese si sono trasferite in città, dove ci sono il lavoro e le scuole.

Ora qualcuno è tornato al paese, grazie al turismo che ha portato i soldi, e magari nel tempo libero si è messo pure a curare le terrazze di famiglia. È capitato anche che in un anno siano nati più di dieci bambini e che l’evento venga ancora festeggiato. Ma i paesi sono cambiati, il turismo li ha cambiati. Non sono più soltanto paesi, sono paesi-fabbrica. Ognuno nel paese-fabbrica ha il suo ruolo, la sua funzione: ci sono le addette all’accoglienza, alla pulizia, all’alloggio, ci sono gli addetti alla distribuzione di cibo, alla vendita di cianfrusaglie, ci sono le addette alle forniture, quelli al trasporto dei pezzi da un molo all’altro, da un parcheggio all’altro, e quelle addette alla raccolta degli scarti di lavorazione.

Di pescatori non ce n’è quasi più, conviene molto più organizzare tour in barca lungo la costa.

I paesi-fabbrica importano materia prima, i turisti, e forza lavoro, cameriere/i, cuochi/e, addetti/e alle pulizie e le lavorano insieme mescolandole con letti, cibo e gadget per trasformarle in reddito. Ciò che resta dei turisti al paese-fabbrica sono i rifiuti solidi urbani che lasciano nei bidoni e quelli corporali che finiscono (quasi sempre senza un depuratore) quaranta metri sotto il mare a trecento metri dalla costa. Resta un’atmosfera da parco giochi che riveste il paese vero e lo trasforma in un paese artificiale abitato solo da spettri, il sempre nuovo carico di turisti, che si attraversano senza toccarsi in un flusso inarrestabile. Ciò che resta del paese-fabbrica ai turisti sono qualche gadget e le migliaia di istanti imprigionati in immagini sui loro smartphone sempre connessi e intenti a registrare ad ogni clic l’impossibilità di vivere il presente.

È inevitabile che ogni contatto reale tra turisti e addetti al turismo sia praticamente impossibile. Gli addetti al turismo sono portati a considerare i turisti alla stregua di pezzi che scorrono su un nastro trasportatore come prodotti alla cassa del supermercato e i turisti sono portati a considerare gli addetti al turismo allo stregua di servitori/fornitori di servizi o, nel migliore dei casi, di portatori di tipicità. Tipicità che peraltro se ancora esiste è a loro totalmente inaccessibile.

Nel paese-fabbrica tutto è monetizzabile: può capitare anche che ti vengano offerti cinque euro per avere in prestito un coccodrillo gonfiabile!

Ma no, il turista cretino non può più rubare l’anima a nessuno, è il capitalismo che ruba l’anima a tutti; ai turisti, ai viaggiatori, agli abitanti dei paesi-fabbrica, ai paesi stessi.

Ma anche se l’anima sembra perduta ed è in ostaggio di un Moloch, non si può dire che il paese sia morto. Esistono relazioni tra gli abitanti del paese-fabbrica. Ci sono bambine sugli scogli e bambini per le strade. Esiste una vita pressoché invisibile agli occhi del turista che scorre sotto la catena di montaggio del paese-fabbrica. Anche nei ghetti, nei campi doveva essere così, anche sotto l’oppressione più atroce scorreva una vita segreta di gesti che teneva aperta una speranza, un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua.

Il paese è vivo ma soffre di una malattia mortale che è lo stesso veleno quotidiano che lo tiene in vita e che si chiama turismo. È come una delle tante medicine iatrogene che per curare una malattia ne crea un’altra ancora più mostruosa.

Una cura vera potrebbe essere ritornare a monte e riportare alla luce quei muretti in mezzo ai boschi, rimettersi a parlare col selvatico per trovare un accordo, camminare sulle orme di chi ha posato quelle pietre per chiedere ancora alla montagna di non franare a mare e smuovere così con il rampun questa terra friabile di sabbia e di tarsu per averne e darne da mangiare e da bere.

Il mare visto da quassù sembra ancora il mare, l’immensità immensa e la bellezza vera.

Anche se il capitalismo sembra il tutto a monte c’è sempre un pezzo di terra che si è perso per strada.

Noi siamo lì.

Campeggiatori, accampatevi al Paranà. O meglio no astenetevene. Riservate agli ultimi luoghi ancora tranquilli in Europa le vostre carte oleate, le vostre bottiglie infrangibili, le vostre scatola di conserva sventrate. Dispiegate lì le vostre tende color ruggine. Ma al di là della frangia pioniera e per il breve tempo che ancora ci separa dal suo saccheggio definitivo, rispettate i torrenti screziati di fresca schiuma che scendono saltellando i gradini scavati nei fianchi violetti del basalto.
Non calpestate le spume vulcaniche dall’acida freschezza; esitino i vostri passi sulla soglia delle praterie deserte e della grande
umida foresta di conifere che spezzano l’intreccio delle liane e delle felci per elevare al cielo forme inverse a quelle dei nostri abeti(…)

Tristi Tropici

Ritorno ad Amburgo ad un anno dal G20

Ciò che resta della battaglia di Amburgo è senz’altro una battaglia per l’affermazione di una verità su quelle giornate. Se durante il summit dello scorso luglio le immagini del gran galà dei potenti del mondo sono state offuscate da quelle delle centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro il G20 ed il suo mondo, o da quelle che raffiguravano dapprima la brutalità della polizia tedesca contro i manifestanti e poi la sua apparente impotenza nel sedare la rivolta, nei giorni immediatamente successivi è iniziata una violenta controffensiva contro-insurrezionale che, ad un anno dai fatti, sembra tutt’altro che volgere al termine.

Infatti, dopo tre interminabili giornate, in cui una molteplicità di accadimenti si sono succeduti in una sequenza e con una diffusione tale da renderli tuttora quasi impossibili da cartografare nella loro totalità e nella loro eterogeneità di forme e modalità, una strategia contro-insurrezionale di portata europea si è subito messa all’opera per compiere una rivisitazione di quei segmenti spazio-temporali di conflitto che hanno composto l’ essenza di quelle giornate, nel tentativo di riscrivere e sovrascrivere in maniera definitiva una parte di quella storia scritta ad Amburgo dal movimento.

Questa strategia però sembra potersi leggere a differenti livelli. Sono differenti, infatti, gli obbiettivi che sembrano volersi perseguire mediante un’applicazione rigorosa e scientifica delle diverse tecniche di cui essa si compone. Ad una prima lettura ciò che appare evidente è la chiara volontà dello Stato tedesco, tramite lo zelante operato di polizia e media mainstream, di imporre una narrazione ufficiale dei fatti inerenti il contro-vertice del G20, annichilendo le altre possibili verità su quelle giornate. L’unica storia possibile deve essere quella per cui migliaia di facinorosi provenienti da tutta Europa siano arrivati ad Amburgo con il preciso intento di metterla a ferro e fuoco durante i giorni in cui in città si svolgeva il festival mondiale della democrazia. Che tra i primi protagonisti del galà della democrazia ci fossero Donald Trump, che in questi giorni sta rinchiudendo i bambini messicani nelle gabbie perché rei di essere figli di immigrati clandestini, o Erdogan responsabile del massacro curdo o della devastazione dei territori e delle relative forme di vita interessati dalla costruzione del nuovo progetto di gasdotto della Tap, sono verità che devono rimanere nascoste. Così come sono state subito riportate nel dimenticatoio le immagini dei brutali pestaggi della polizia tedesca nei campeggi allestiti per i manifestanti nelle giornate immediatamente precedenti il summit. Indubbiamente un altro obbiettivo è quello di ovviare alla perdita di fiducia nei confronti della polizia tedesca da parte dell’opinione pubblica, assicurando alla giustizia tedesca tutti i maggiori responsabili dei disordini contro il G20. Questo obiettivo, del resto, è stato esplicitato proprio in questi termini dallo stesso capo della speciale unità di polizia SOKO, Jan Hieber, nell’ammettere il fatto che la polizia tedesca ha perso il controllo nella gestione dell’ordine pubblico in quelle giornate, e pertanto dovrà pur farsi perdonare in qualche modo.

Ma la strategia contro-insurrezionale del G20 di Amburgo cela anche un piu’ sottile profilo di natura preventiva. Secondo l’opinione di alcuni, infatti, la scelta di organizzare il G20 dello scorso luglio in una città come Amburgo, per di più in una zona della città a ridosso dello storico quartiere antagonista ed autonomo di St. Pauli, non sarebbe stata una scelta ingenua, provocatoria o semplicemente poco lungimirante, ma piuttosto ben calibrata e funzionale a giustificare la ristrutturazione dell’apparato giudiziario e poliziesco tedesco e a sperimentare quello neo-costituito a livello europeo dell’Eurojust e dell’Europol.

La strategia contro-insurrezionale preventiva e repressiva del G20 viene applicata cosi’ mediante una molteplicità di tecniche.

Finito il summit, cominciano i primi processi contro coloro che sono stati arrestati durante le giornate di protesta. Infatti, durante le giornate del controvertice la polizia tedesca ha proceduto a più di 186 arresti, di cui 51 sono stati confermati con misure di detenzione preventiva. Tra i destinatari 23 stranieri provenienti da Italia, Francia, Olanda, Russia, Svizzera, Austria, Venezuela, Spagna, Polonia, Serbia, Senegal e Repubblica Ceca. Come commentano molti avvocati, che hanno assunto la difesa dei ragazzi arrestati, l’atteggiamento vendicativo di procura e magistratura e’ stato immediatamente evidente. Nel sistema giudiziario tedesco del pre-G20, notoriamente democratico e garantista, si insinuano immediatamente prassi inedite quali la conferma di misure preventive in totale assenza e carenza di prove sufficienti, l’erogazione di pene esemplari assolutamente sproporzionate rispetto alle condotte imputate, e perfino costruzioni inquisitorie basate sul concorso morale o sul reato di associazione a delinquere, per noi già molto familiari, ma volte a incidere definitivamente il sistema penalistico tedesco. Il primo processo è’ terminato, in primo grado, con una condanna a 2 anni e 7 mesi senza condizionale per il lancio di 1 bottiglia e 1 sasso, gesti paragonati ad un atto terroristico. Altri tre processi sono terminati con condanne, che vanno dai 16 ai 39 mesi per fatti analoghi, già eseguite con la pena detentiva. Ad oggi si contano 40 condanne, altri 136 processi pendenti, mentre è salito a 1619 il numero complessivo dei procedimenti compresi quelli ancora in stato di indagine, e quelli contro gli abusi della polizia che ammontano a 124 casi di cui ovviamente già 54 sono stati archiviati.

Nei giorni immediatamente successivi al G20 è iniziata la gogna mediatica, una vera e propria caccia all’uomo alla ricerca dei criminali che hanno danneggiato la ricca cittadina portuale del Nord Europa. La polizia tedesca ha invitato i cittadini alla delazione, a mandare foto, video, a rilasciare testimonianze, a collaborare attivamente alle indagini. Oltre al materiale già in possesso della polizia si sono così raccolti oltre 7 thera byte di materiale fotografico, oltre 10 thera byte di materiale video e oltre 10.000 testimonianze. La polizia di Amburgo ha chiesto poi alle maggiori testate giornalistiche tedesche di pubblicare foto segnaletiche alla ricerca dei RIOTERS.

Presto la richiesta, si è estesa anche ai mass-media di altri stati europei, venendo perlopiu’ disattesa. Del resto, un’altra verità che si vuole promuovere è che siano stati italiani, greci, spagnoli, francesi, ecc., ovvero i poveracci delle terre del sud i maggiori responsabili di quanto accaduto, perché loro odiano la Germania, la ricca città di Amburgo in particolare. Così, ad un anno dal G20 i giornali continuano a fare da cassa di risonanza all’operato della polizia tedesca, sempre alla ricerca di riscatto. La verità sulle giornate di Amburgo viene così continuamente distorta e mantenuta costantemente all’ attenzione dell’opinione pubblica, fatta rivivere in dibattiti televisivi e nelle prime pagine di giornale ancora ad un anno dai fatti. Per un anno intero si è alimentato costantemente quel sentimento di indignazione cittadinista che aveva portato alla spontanea costituzione di piccole milizie con maglietta bianca e scopa in mano, pronte a ripulire le scritte dai muri e a spazzar via i sanpietrini dalla strada, a cancellare immediatamente i segni della rivolta già il giorno immediatamente successivo al summit, esattamente come nel post NOEXPO di Milano nel 2015.

E ancora. Viene costituita una speciale unità di indagine dal nome “Commissione speciale di investigazione sul Blocco Nero” il cui acronimo in tedesco e’ “SOKO” composta da ben 180 agenti che per 8 ore al giorno indagano alla ricerca dei responsabili nei riot dello scorso luglio. I loro uffici sono tappezzati di foto segnaletiche, post-it e frecce volte a ricostruire e collegare tra loro i principali eventi. Indagano su 3200 casi, che vedono coinvolte ben 729 persone di cui 140 stranieri. Da Marzo 2018 questa unità ha a propria disposizione un software d’avanguardia tecnologica per il riconoscimento biometrico. Una volta inseriti i dati, il programma scandaglia automaticamente tutti i video e le foto in esso inseriti allo scopo di ricostruire chi è stato dove e a fare cosa in quelle giornate. Interi laboratori invece sono stati allestiti per prelevare il DNA da tutti gli indumenti ed oggetti ritrovati dalla scientifica “sui luoghi del delitto”.

A dicembre 2017 con un’operazione di polizia si è proceduto ad alcune perquisizioni soprattutto ad Amburgo ma anche in altre città della Germania alla ricerca di ulteriori prove. Sempre nel mese di dicembre sono state pubblicate sul sito della polizia di Amburgo 107 foto di presunti ricercati responsabili dei disordini anti-G20. Questo allo scopo di ottenere nuove informazioni e testimonianze da parte degli zelanti cittadini perbene o anche allo scopo di tracciare gli indirizzi IP da cui le foto vengono aperte e visualizzate. Inutile dire che la polizia finora ha potuto contare più di 4 milioni di click.

Ma di questi primi 107 presunti ricercati finora la polizia è riuscita ad identificarne 35 di cui solo 2 al momento sono stati effettivamente denunciati. Un’altra serie di 101 foto è stata pubblicata sempre sul sito della polizia di Amburgo, con lo stesso metodo e scopo, nel maggio 2018. Di questi presunti ricercati ne vengono finora identificati 13. Quindi 48 in tutto, di cui 35 le identificazioni rese possibili dalle testimonianze di comuni cittadini. I protagonisti di quest’ultima selezione di foto segnalazioni, sarebbero provenienti da altri paesi. La polizia stima che 91 sarebbero stranieri e mediante i sistemi di Eurojust ed Europol indaga in altri 15 paesi membri dell’Unione Europea, contando su nuovi ed agevoli istituti giuridici quali il mandato di arresto europeo ed il mandato di indagine europeo. Il 29 maggio scorso infatti, si è svolta una delle prime operazioni di carattere europeo condotta dalla polizia tedesca con la collaborazione dell’Eurojust. I destinatari di questa operazione sono stati 9 ragazzi. L’operazione si è svolta la mattina del 29 maggio all’alba contemporaneamente a carico di un ragazzo in Svizzera, di tre ragazzi in Francia, di tre a Madrid in Spagna e di due ragazzi italiani, uno di Genova e l’altro di Roma. L’operazione finalizzata per lo più alla perquisizione degli appartamenti e alla sottoposizione dei ragazzi ad un interrogatorio, si e’ svolta in base ad un mandato di indagine europeo (ad eccezione del caso svizzero evidentemente) emesso dal Tribunale di Amburgo. La polizia ha inoltre dichiarato di avere prove sufficienti per trasformare il mandato di indagine in mandato di arresto europeo a carico di uno dei ragazzi francesi, dichiarato però irreperibile dalla autorità francesi. Fallimentare pare sia stata anche la richiesta di arrestare il ragazzo indagato in Svizzera, rigettatagli dalle autorità locali per insufficienza di prove. Alcune irruzioni negli appartamenti sono state filmate e seguite in diretta dal centro di coordinamento di Amburgo. Le perquisizioni sono finalizzate al sequestro di indumenti, rigorosamente neri, materiale informatico (cellulari, computer, macchinette fotografiche, schede sd, pennette usb), effetti personali da cui effettuare il prelievo del DNA. Lo scopo, oltre a quello più evidente della ricerca di prove schiaccianti di una partecipazione a determinati eventi di protesta contro il G20, è quello più generale di profilazione e di ricerca informazioni, di ricerca di legami e contatti tra individui e gruppi a livello internazionale. In altre parole laddove non è possibile procedere ad arresti e denunce tanto vale rimpinguare le nuove banche dati europee di individui potenzialmente pericolosi, dei legami tra loro, del loro materiale genetico e biometrico.

Questa operazione di polizia di portata europea ha avuto un’enorme eco a livello mediatico in Germania. Le foto dell’operazione ed i nomi degli indagati sono comparsi su tutti i giornali e al termine dell’operazione stessa si è svolta una grande e trionfalista conferenza stampa.

A spiegare i fatti per i quali si procede, le modalità e le tecniche di indagine che si stanno seguendo e che hanno condotto a questa prima brillante operazione, è lo stesso capo dell’unità SOKO, Jan Hieber, in un documentario andato in onda sul primo canale della tv nazionale tedesca la sera stessa dell’operazione europea.

Nel documentario è proprio questo giovane rampante trentaduenne, con fede al dito, l’orologio e il completo elegante a spiegare come si sta lavorando per assicurare alla giustizia i maggiori responsabili del NO-G20. Gli episodi su cui ci si concentra e su cui verte anche l’operazione europea sono le manifestazioni dei due black bloc che il 7 luglio 2017, all’alba, hanno attraversato diversi punti della città, con danni stimati per oltre 2 milioni di euro, dando il via a 24 ore di rivolta ed ingovernabilità dell’intera città. Nel documentario scorrono le immagini di una mappatura di tutti i paesi di provenienza dei manifestanti anti-G20; della modalità di funzionamento del software di riconoscimento biometrico; degli agenti della scientifica con tanto di guanti, camice e mascherina che tamponano guanti, magliette e altri oggetti per prelevarne DNA; degli agenti della SOKO che lavorano nella loro centrale operativa visionando i filmati o che fanno passeggiate nei parchi e nelle strade percorse dalle manifestazioni provando a ricostruirne percorsi, tecniche, ragionamenti e modalità di comunicazione.

Si raccolgono le testimonianze degli abitanti dei quartieri attraversati dal blocco nero quella mattina, che “si svegliarono in una coltre di fumo”. Si fanno varie ipotesi nel tentativo di immedesimarsi in quelle persone, per capire da dove sono apparse, da dove scomparse ma soprattutto come abbiano potuto mettere in capo un piano a loro avviso così studiato e scientifico da risultare ideato da “una vera e propria organizzazione paramilitare di professionisti”. Infine, dopo aver raccolto il parere e le opinioni degli esperti di turno, Jan Hieber promette ai cittadini di Amburgo che si sta facendo tutto il possibile per riconquistare la loro fiducia.

Il 28 giugno scorso, poi, si è svolta una nuova operazione di polizia in Germania. Sono stati perquisiti tredici appartamenti a Francoforte sul Meno, Offenbach, Rossbach, Colonia, Amburgo, Oldenburg, Dudenbüttel e sono state arrestate sei persone. Quattro delle sei persone sono state arrestate per aver partecipato presuntamente alla manifestazione dell’Elbchaussee della mattina del 7 luglio. Il tentativo è quello di sostanziare a loro carico un’accusa di associazione a delinquere e di concorso morale nei reati commessi durante la manifestazione. Questi ragazzi hanno un’età compresa tra i 17 e i 24 anni e provengono da Francoforte sul Meno e Offenbach. I due ragazzi minorenni sono stati rilasciati con una denuncia e piede libero, mentre i maggiorenni sarebbero stati immediatamente trasferiti in carcere ad Amburgo, in attesa che inizi il processo. Gli altri due arresti sono stati eseguiti a Colonia, nei confronti di una donna di 19 anni ed un uomo di 32, accusati del “saccheggio” di un supermercato. Inoltre, altre nove persone sono state sottoposte a perquisizione e accusate di “incendio, disordine, resistenza e lesioni a poliziotti”.
Ma contro tutto questo, che sembra un trend appena iniziato e di certo non destinato ad esaurirsi nel breve tempo, ma piuttosto ad imporsi come nuovo paradigma controinsurrezionale preventivo e repressivo di carattere europeo ed internazionale, non si può rimanere in silenzio. Occorre comprendere fino in fondo il cambio di passo che il nemico sta compiendo per essere sempre più pronto ad affrontare le rivolte urbane che segnano un approfondimento della guerra civile in corso. Occorre vincere il clima di paura, terrorismo ed immobilismo che attraverso queste operazioni e queste tecniche si mira ad instaurare. Occorre sostenere anche qui lo sforzo dei compagni tedeschi che da circa un anno stanno affrontando tutto questo molto più da vicino, dimostrando la capacità e la volontà politica di difendere legalmente, materialmente e politicamente tutti coloro che l’estate scorsa, in qualunque modo, si sono opposti al G20 ed al suo mondo.