Al romanzo preferisco il manzo. Con Dori, non solo oggi

 

di Massimiliano Cappello

Sabato 20 giugno 2020 a Feltre compagne e compagni da ogni dove hanno salutato Dori Zanon, compagno di mezzo secolo di lotte. «Più che un’area, un sottoscala», diceva del PostaZ, l’ultimo degli spazi creati e attraversati insieme a lui dopo Cayenna, Hangarzone e Désir. Allo stesso modo, si può dire «più che un funerale, una zingarata»: un’intensità di cui – nonostante i footage e i memorabilia raccolti – molto sarà lasciato all’inenarrabile.

Di seguito, l’intervento di apertura della giornata.

 

 

 

Parafrasi

Più che la speranza

O la chiarezza l’ira

più che l’ira un gesto

Quanto si tace bene quando parlano le strade

sopra le frigna dei giornali

Aride vestali dei fascio-liberali

Nuove e indicibili nuove

E indicibili strillano gli strilloni

Ma tu che lo sai non si finisce

Di impararle che bisogna imparare

a dimenticarle

Tu lingua ignota tu mistero del presente

cuore di pietra e di vetro

Ciao

***

Gli Stati Uniti in fiamme. Il mondo in fiamme. E noi qui. A Dori non andrebbe niente bene. Scissioni, disastri, accuse, «io non vengo», «avete sbagliato tutto». Pensate se avessimo dovuto organizzarla con Dori, questa storia. Ve lo immaginate? Una tragedia peggio di questa. Chiaro che sì, Dori: anche stavolta abbiamo sbagliato tutto. Ma oggi è un giorno particolare, e come bruciano gli States brucio anche io, di due diverse fiamme. Una cosa del genere: ho le mie buone ragioni per versare una lacrima — le ho già piante tutte — e anche per tirare una testata a Dori Zanon. Insieme. Contemporaneamente.

Perché con Dori non ci sono mezze misure — o lo ami o lo odi, anzi: non puoi amarlo senza rabbia e non puoi odiarlo senza affetto. Allora meglio potremmo dire che l’unica mezza misura è di accettare di provare entrambe (per conflittuale per insopportabile che sia). E ancora di più, a sentire quella voce — che negli anni si era increspata di armoniche fino a impazzire tra il raglio e il canto e senza particolare bisogno di pronunciarle, le parole, o finirli, i discorsi, per farsi capire — diventa insopportabile il suo invito ad abitare la contraddizione, ad attraversarla. Perché con il suo semplice starti accanto o di fronte o contro, con questa lacrima e questa testata in corpo, ti costringe anche oggi a dargli ragione.

Maledetto Dori Zanon! Che ovunque è andato, qualsiasi cosa ha fatto, si è trascinato dietro amori-lotte-scazzi-gioie-rabbia — ma soprattutto: tante versioni dei fatti quanti sono gli sguardi che l’hanno toccato. Anche le storie collettive si fanno private quando c’è Dori di mezzo. Maestro in questo della discontinuità e del contrasto, ma anche testimonianza di quella sempre più rara e direi ormai magica (che non vuol dire sempre piacevole coerente o riposante) capacità di guardarti con quel curioso strabismo per cui ti chiamava fratello ed estraneo, singolarità irripetibile e parte di un ambiente. Un nomade vero.

È difficile dire quando è storia e quando è memoria. Ma qui, per il semplice fatto di trovarci insieme, a dare un luogo alla negazione e alla morte come parte di una comunità umana che si immagina compiuta, che si sogna diversa — ma di una diversità quanto mai aperta e uguale — e stiamo in effetti già facendo entrambe.

Perché il nostro di Dori non è un semplice ricordo — non è un esempio e non è un appiattimento che farebbe torto a un personaggio splendidamente contraddittorio e che ha portato direi allo stato dell’arte la rottura, e che anzi proprio nel suo frammentarsi mille e mille volte a seconda di chi guarda, e che ci indica ora come si possa vivere altrimenti; come ciò che lui chiamava singolarità sia proprio questo.

Il nostro di Dori non è un semplice ricordo come quella di Dori non è una semplice vita. La sua oggi è una memoria, perché grazie a lui, e per tramite della sua esperienza, sappiamo qualcosa in più su questo noi senza nome, senza forma ma qui. Ed è dunque anche una storia — perché grazie a ciò che ha significato per questo noi esteso al massimo possibile, e ciò che con questo noi ha fatto, mezzo secolo di lotte è entrato in risonanza, entro una costellazione misteriosa fatta di movimenti e situazioni. Mezzo secolo di “sogno di una cosa” o “sostanza di cose sperate”.

È in fondo solo questa, forse, l’unica traccia di una continuità storica. Ma ogni volta che si incontra un compagno così, si ha l’illusione di poterla ricostruire.

Dal 1968 — quando a 15 anni scopre che il mondo è in fiamme, mentre nell’agordino ancora le sue prime fidanzatine non possono baciarlo alla fermata dell’autobus — agli anni bolognesi dell’Università, da cui riporta a casa una lezione e un destino. A quel Parco della Rimembranza di Feltre, dove nei primi anni ’80, «uscendo il cane», quasi come in una sceneggiatura di Neil Simon, nessuno poteva immaginare che si stesse per aprire un lungo nuovo capitolo della storia rivoluzionaria feltrina.

Non vi parlerò di Demetrio, Camouflage, Cayenna, Hangarzone, Crash, eccetera. Di queste cose molto si è detto, e in qualche modo già fanno parte di una storia. Forse è la stessa nostra storia, forse la contiene, forse è già un’altra. La potrete ascoltare da chi l’ha vissuta con lui, o anche senza di lui, o nonostante lui — ma sempre anche grazie a lui.

Non bisogna dimenticare gli «ultimi» anni (quanto fa strano dirlo? Dori, ci sembrava di stare sempre nel presente se non nel futuro): e in particolare il Désir e il PostaZ, luoghi antologici più che mitologici di quella cosa chiamata con molti nomi — «controcultura», «antagonismo», fate voi — ma che sostanzialmente ha incubato la vitalità i legami e gli immaginari dei tante e tanti altri giovani compagni che lo hanno incrociato, facendosi segnare nel bene e nel male in maniera indelebile. E dei quali faccio parte.

Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.

Fino a qui, tutto bene.

Il problema non è la caduta ma l’atterraggio.

(La Haine, 1995)

Quante volte te l’ha sentito citare questo passaggio, e quante volte l’ha usato chi fra di noi fa parte dei più vecchi tra i tuoi tanti giovani compagni.

Non ci giriamo tanto attorno. In questa frase sta tutto il nostro fallimento in questo momento. La caduta è andata malissimo e l’atterraggio peggio.

Negli ultimi giorni le nostre conversazioni (telefoniche per lo più) si erano fatte rade, piene di vuoti e di esitazioni. Ma non da parte tua, che forse mai come prima ti sforzavi con enorme fatica di terminare ogni frase, di non lasciare più nulla al brulichio di quella lingua che sempre inventavi e che era insorgenza viva di versi suoni sospensioni allusioni ammiccamenti.

A ripensarci ora tante cose affiorano. Forse sentivamo tutti come richiudersi davanti agli occhi un orizzonte. Ma quell’orizzonte non era solo vitale, ma esistenziale e radicalmente politico. Poco tempo prima parlavi di chiusura definitiva di uno spiraglio e di un’epoca. Consigliavi di prepararci ad anni duri, faticosi. Forse lo sapevi che non ci avresti accompagnato. Ma quelle tue parole ora valgono molto, ma molto di più di un semplice segnale, molto più di un mondo singolare che comincia a richiudersi tragicamente su se stesso.

La caduta è andata malissimo e l’atterraggio peggio, ma abbiamo rimediato come abbiamo potuto. Chi ha vissuto la frenesia di questi ultimi giorni non dimenticherà mai la profondità di quell’abisso, ma nemmeno l’intensità di quella presenza. A chi non ha potuto esserci, diciamo invece: rivendicatevela comunque, siate fieri di aver avuto a che fare con Dori anche solo per mandarvi a fare in culo. Come noi siamo orgogliosi di aver condiviso con lui questo tratto di strada. Perché anche questo è rivoluzionario: dare un senso e un luogo alla negazione, al male e alla morte come parte di una comunità umana compiuta, aperta, uguale. Nella nostra memoria, mai come nelle ultime ore tutta questa bellezza e questa forza si sono materializzate. E di questo non ce ne scorderemo.

Ma non ci scorderemo nemmeno che sei stato un mese in ospedale, da solo per la maggior parte del tempo, sottoposto ad esami invasivi, testimone dentro quelle mura di una situazione fuori controllo, tra il drammatico e il tragico. Non ci scorderemo quanta tenacia hai dimostrato nel pretendere l’attenzione di cui avevi bisogno. Quell’attenzione che, scrivevi inaugurando la tua idea di PostaZ nel maggio del 2016, contrapponevi alla gestione di ogni governance.

Fino alla fine forte, fino alla fine autonomo.

Per quanto riguarda noi: abbiamo fatto abbastanza? Potevamo fare di più? Sicuramente dovremo ripartire anche da qui. E chi ha voglia lo approfondisca con noi questo ragionamento: costruire un mondo nuovo, radicalmente altro da questo, significa anche agire nella quotidianità, trovare i modi di essere meno soli, di essere uniti e forti contro sfruttamento, nocività, mancanza di cura, lavoro, frontiere e barriere.

In due parole: Quotidianità, singolarità. Il tuo, ormai nostro mantra.

Ogni volta che si incontra un compagno così, si ha l’illusione di poterla ricostruire, questa storia e questa continuità. E altri addirittura ci provano, a ricostruirla, quasi in laboratorio. Mentre lui ogni giorno, per il solo fatto di esserci e col suo fare, contribuiva a testimoniarla proprio mentre la negava, a farla baluginare proprio mentre guizzava via. Perché se è vero che Dori è stato un astro che ha incrociato mille costellazioni, se è vero che ne ha messe altrettante in risonanza, è anche vero che l’ha fatto sempre per cercarci quanto di vita e di amore e di gioia se ne poteva cavare fuori. Singolarità senza speranza né rimpianti, senza nostalgie o sentimenti di appartenenza.

Perché la volontà e l’amore verso il sempre non deperiscano nella nostalgia di quel sempre, ma siano sempre volontà e amore.

(Franco Fortini, Questioni di frontiera)

Dori sempre capace di andare incontro alle situazioni mano a mano che nascevano, e di lasciarsele alle spalle a volte anche tragicamente, drammaticamente, mano a mano che finivano — contribuendo anzi, spesso e volentieri, ad accelerarne la fine…

Dori senza mai paura di scazzare anche malissimo. Di ritrovarsi solo. Di dover ricostruire daccapo situazioni-affinità-lotte-compagni. Tutto questo per cinque fottuti decenni, senza sosta o quasi.

Un senso antinostalgico dell’avanguardia pressoché innato, non trovate?

Quanto a me. Dori, che mi hai insegnato che «al romanzo preferivi il manzo» — e non c’è niente da ridere, perché vuol dire addentare la carne delle cose senza consumarsi nell’ansia di dare loro una forma — Dori profeta dell’informale, che «L’angolazione che preferisco è il gruppo di affinità come produzione di soggettività». Scriverò altro, dicevi, ma ho sempre saputo che la tua era una storia tutta orale, sfuggente, libertaria, non intrappolabile;

Dori, che mi hai insegnato che in questi tempi tutto sommato grigi o grigetti — e dove insomma essere ottimisti, diciamocelo, è un po’ da fessi — non importa chi sei o da dove tu venga: puoi fare anche tu un’esperienza diversa della vita.

E infine. Dori, che non ti ho mai fatto la radio; che ti ho illuso mille volte; che non ti ho mai portato a Parigi a ballare sulle fisarmoniche di Oreste Scalzone; che non ti ho mai presentato altri invisibili compagni, la restante parte di quei contrabbandieri franco-italiani che eri così curioso di conoscere — forse perché sentivi covare dentro il tempo di farla finita anche con questo estremo inganno, la tua generazione, la tua ragione d’essere, le cime che ti legavano a quel varo e a quel viaggio nella pratica e nel pensiero libertario. Di sfanculare, insomma, anche questo per fare altro ancora — come si sperperano le ricchezze di un forziere da rinnegare infinitamente e infinitamente rivendicare.

Dori, che ti ho sempre tenuto sospeso tra l’aspettativa e la delusione… L’unico modo di non deluderti davvero, lo so, era non smettere mai di farlo. Dare sempre alla tua energia mai paga di scazzi qualcosa da addentare — alla tua fame di vita sempre altro da sognare.

È questo forse il fine — e anche la fine — di quella cosa che ci hai insegnato a chiamare comunismo.

Decomporre il Giappone

Questo articolo è tratto da Liasons n°1, edito in Italia da Agenzia X , parla della catastrofe nucleare accaduta pochi anni or sono a Fukushima e ci è parso particolarmente importante per comprendere alcune delle questioni che si giocano in questo momento a proposito del coronavirus.

 

Premesse

Dal 29 novembre al 3 dicembre 2017 si è tenuta la seconda Living Assembly.[1] Un appuntamento ormai annuale, che nel 2016 si era svolto in aperta campagna, a nord di Kyushu. Questa volta, invece, è stato il cuore della metropoli a ospitarla — nel quartiere di Kamagasaki a Osaka, famigerato ghetto di lavoratori a giornata e di senzatetto. Rispondendo all’invito dei militanti locali, 25 giapponesi, 4 coreani e due amici francesi vi si sono incontrati e lì hanno condiviso vite, presenze e parole. Li riuniva la comune volontà di lavorare insieme allo sviluppo di una serie di territori autonomi: campi di rifugiati, quartieri urbani, fattorie e anche una residenza universitaria.

La Living Assembly è sostanzialmente una piattaforma che punta a facilitare il mutuo sostegno tra gruppi e individui sulla base di determinate affinità — in particolar modo attraverso la messa in comune di idee e di risorse, nonostante e anzi proprio in virtù delle loro differenze. Si trattava dunque di un’occasione per favorire l’interconnessione tra queste differenti forme di «vita-in-lotta» allo scopo di sincronizzare i territori autonomi dell’arcipelago giapponese e oltre. L’incontro ha così visto i suoi partecipanti condividere pratiche e preoccupazioni, speranze e progetti sulla base di una serie di questioni comuni: come generare risonanze tra le lotte per aumentarne la potenza evitando gli apparati di cattura dello stato capitalista? Come costituire una rete planetaria di comuni capace di debordare le frontiere nazionali? Come affrontare la Politica (con la P maiuscola) imposta dagli stati per reprimere, controllare e distruggere il nostro pensiero e i nostri gesti — la guerra, la xenofobia o l’energia nucleare —, e innescare uno slancio capace di squarciare la semplice indignazione?

Ci ha colpito molto il contrasto tra l’ultimo incontro e la prima Living Assembly, tenutasi nel 2016 con l’idea di riallacciare i rapporti tra compagni dispersi dopo la catastrofe nucleare di Fukushima del 2011. In quell’occasione, le molte nicchie divisorie avevano finito per frazionare gli ambienti anarchici e antiautoritari, certo indebolendo le forze di contestazione allora esistenti, ma permettendo anche di scorgervi potenziali ricomposizioni.

Nei due anni successivi al disastro, avevamo intravisto la possibilità di provocare la caduta del regime — la catastrofe sembrava portare con sé una promessa rivoluzionaria. Durante questa fase, l’intera nazione si era divisa in due: da una parte c’era chi voleva affrontare l’esplosione; dall’altra, chi si accontentava di ignorarla. Una tensione che si ripercuoteva nelle differenti modalità di approccio alla riproduzione della vita quotidiana nel contesto di una crisi senza precedenti. La prima tendenza includeva sia gente direttamente colpita dal disastro sia chi si mobilitava contro di esso, organizzando azioni anti-nucleare e reperendo i mezzi per affrontare la contaminazione radioattiva. Una situazione che ha messo seriamente in pericolo lo status quo, motivo per il quale i suoi protagonisti si erano guadagnati il pubblico biasimo da parte del governo e le recriminazioni personali dei sostenitori della seconda tendenza. Questa divergenza è stata causa di molte tragiche scissioni in seno alle famiglie, alle comunità e, in generale, al tessuto sociale; ciò nondimeno, consideravamo questa frattura come un’occasione per decomporre definitivamente l’ordine gerarchico nazionale e creare una nuova socialità.

La vittoria di Shinzō Abe alle elezioni del 2012 ha sancito invece l’inizio di una nuova fase reazionaria. Invece di affrontare la situazione, il governo si è accontentato di amministrare un disastro dichiarato permanente al fine di preservare l’ordine politico e industriale esistente. Il tutto, mentre ufficialmente si lodavano il risanamento ambientale e la ripresa economica. In questo lasso di tempo, la prima scissione aveva già cominciato a gravare sulle nostre amicizie politiche. Alcuni attivisti abbandonavano le loro attività extra-parlamentari e autonome per concentrarsi sulle campagne elettorali dei candidati liberali, giustificandosi con frasi come: «per far fronte a una catastrofe di questa ampiezza, siamo obbligati a collaborare con il governo». Nonostante queste campagne ambissero solo a eleggere politici progressisti e anti-nucleare in parlamento, c’era in esse una certa medesima tendenza all’«appello all’unità nazionale» di fronte al Leviatano nucleare (Sfortunatamente, tutto questo lavorio elettorale ha fruttato più ai conservatori che ai progressisti; i partiti reazionari hanno guadagnato forza, facendo passare sia decreti che rendevano più facile il controllo dell’informazione da parte dello stato, sia azioni militari congiunte con l’esercito americano).

Nel frattempo, si profilava una seconda divisione — stavolta circa l’atteggiamento da assumere nei confronti della catastrofe. Quest’ultima opponeva (1) chi preferiva aspettare prima di compromettersi in azioni immediate contro la situazione presente e si affrettava quindi a riprendere le proprie attività, (2) chi si recava sui luoghi della catastrofe per sostenere le vittime e organizzare gli operatori del nucleare contaminati, (3) chi cercava di tutelare la popolazione dalla contaminazione radioattiva aiutandola a evacuare volontariamente le zone contaminate o, ancora, misurando autonomamente la radioattività ambientale e condividendo i dati raccolti su base collaborativa, aggirando così l’informazione ufficiale. Negli ambienti radicali, questi ultimi due gruppi erano stati ribattezzati «quelli che vanno al Nord» e «quelli che vanno all’Ovest» — ovvero indicandone i tragitti partendo da Tokyo.

L’esperienza della Living Assembly del 2016 mirava a mettere collettivamente alla prova le potenzialità di «quelli che vanno all’Ovest», lasciandosi guidare da un’ipotesi comune: che il movimento collettivo, per liberarsi dal dogma dell’unità nazionale che incatenava le popolazioni ai loro habitat contaminati, avrebbe dovuto farsi portatore di una promessa di decomposizione dei dispositivi dello stato-nazione capitalista; perché, se andavano all’Ovest, era proprio per elaborarvi una nuova forma di vita, estranea alla società dei consumi, capace di delineare una nuova geopolitica opposta ai modi dello sviluppo capitalistico accentrati sulla metropoli di Tokyo. Abbiamo così trascorso un mese insieme in questa fattoria, inventandoci una nuova comunità di rifugiati, e chiedendoci se questo slancio avrebbe potuto generare una nuova piattaforma di mutuo soccorso per i territori in lotta per l’autonomia. Da un lato, volevamo condividere le nostre differenti prospettive sulla vita in comune, ispirandoci alle esperienze dei rifugiati e degli abitanti di Kyushu. Ma dall’altra si stagliava un conflitto a dir poco scoraggiante: una frazione di «quelli dell’Ovest», gli «Zero Becquerellisti», avevano cominciato a denunciare individui e gruppi che «persistevano» a vivere e a lottare nella regione orientale di Honshu, Tokyo inclusa, rifiutando in questo modo di collaborare con loro, e invocando la precedenza assoluta delle «misure di prevenzione contro le radiazioni».

Questa terza scissione ci ha portato a riconsiderare il disastro nucleare di Fukushima da una prospettiva più sfaccettata, soprattutto riguardo a questa ingiunzione a preservare la «vita» in quanto tale. Lo zero-becquerellismo era nato all’interno di un’assemblea che riuniva testimonianze situate di persone che avevano subito e combattuto tanto gli effetti invisibili e imprevedibili delle radiazioni quanto le misure di governance che miravano, in un modo o nell’altro, a «nazionalizzarle».[2] C’erano operatori del nucleare e ostetriche, operatori ecologici e agricoltori, pescatori, senzatetto, lavoratori informali, giovani, ecc. La molteplicità di queste voci testimoniava della complessità della contaminazione radioattiva e delle problematiche fisiche e psicologiche poste alle popolazioni coinvolte. Reazioni, le loro, anche molto diverse a seconda delle loro affettività materiali e immateriali: ciò in virtù di una certa dimensione metafisica innescata dalle radiazioni, relativa alla loro invisibilità, alla loro complessità e alla loro permanenza. In questo senso, la scelta di ignorare queste sfumature e di adottare il «diritto assoluto di fuggire alle radiazioni» come norma politica incondizionata è stata presa dagli zero-becquerellisti al prezzo di soffocare la singolarità delle differenti forme di vita-in-lotta. La radiazione diveniva un oggetto trascendentale; il movimento creava così una nuova religione. Per questo siamo divenuti fortemente critici nei confronti di queste posizioni. Non vogliamo in alcun caso diventare degli stalinisti radioattivi!

Con questa nuova coscienza critica in mente, la Living Assembly del 2017 è stata l’occasione di prendere in considerazione come la problematica delle radiazioni ci obblighi a ripensare le nostre modalità di comprensione di engagement in un mondo ripartito da zero, al di là della dicotomia trascendenza/immanenza o naturale/artificiale. Siamo convinti che questa situazione potrebbe anche svelare nuovi orizzonti per la nostra lotta — soprattutto in un’epoca in cui l’ecologia planetaria subisce mutazioni irreversibili. In primo luogo, bisogna giocoforza riconoscere che è semplicemente impossibile determinare gli effetti delle radiazioni — e soprattutto dell’esposizione interna a piccole dosi — nei termini di una causalità scientifica conforme alle istituzioni legali e politiche. A questo riguardo, dobbiamo dunque addurre sempre risposte eterogenee a seconda delle sensibilità individuali.[3] Bisogna poi rispettare e lavorare di concerto con le vite-in-lotta che ovunque sul pianeta subiscono in una maniera o nell’altra gli effetti delle radiazioni: Fukushima, Tokyo, Chernobyl, Hanford, i territori Navajo nel sud-est degli Stati Uniti, ecc. Infine, occorre comprendere il fenomeno-radiazioni nel quadro di una vera e propria «ontologia politica», che copra tanto gli aspetti ontologico-metafisici quanto quelli tecno-politici: la complessità dei loro spostamenti atmosferici, la virtualità dei loro effetti sulle attività vitali, le politiche governamentali per «nazionalizzarle», quelle delle imprese capitalistiche per «mercificarle» e le lotte popolari per liberarsene e sradicarle. Nonostante tutte queste riserve, continuiamo a mantenere la prospettiva di «quelli che vanno all’Ovest», in quanto esperienza decisiva per la creazione di un orizzonte rivoluzionario in rottura con lo stato capitalista. È su queste basi che la Living Assembly del 2017 ha deciso di sposare l’eterogeneità delle lotte per l’autonomia territoriale e dei rapporti che si muovono dentro e contro il presente disastro nucleare.

Il Giappone: apparati di cattura

Molti avvertono il disastro di Fukushima come un segnale dell’Apocalisse — non tanto come «giudizio ultimo» o «fine del mondo», ma piuttosto come lunga e irreversibile discesa verso un pianeta radioattivo, risultato delle incontrollabili fughe degli isotopi da reattori ormai irreparabili. Un’inesorabilità, questa, che ci mette di fronte al destino del mondo che produciamo vivendo in uno stato-nazione capitalista, ma che attiva un senso ulteriore della parola «Apocalisse»: quello di «rivelazione».[4] La situazione catastrofica dei primi due anni dall’incidente ha lasciato senza dubbio un segno indelebile sulla popolazione, arrivando a impregnare l’essenza stessa di una società per la quale il nucleare sanciva un orizzonte esistenziale — se si considera che la prosperità economica del regime nel dopoguerra si era vista intrappolata da quest’arma a doppio taglio: prima i traumi seguiti ai genocidi di Hiroshima e Nagasaki, poi il racconto utopico dell’«autonomia energetica», quindi Fukushima come colpo di grazia.

Crediamo quindi che ciò che si è rivelato ai nostri occhi non sia un’apparizione fugace o effimera, nonostante tenda a eclissarsi dietro gli scintillanti spettacoli orchestrati da quegli sfoghi omogenei che sono i mass media (come ad esempio l’euforia orchestrata in vista dei prossimi Giochi Olimpici di Tokyo, nel 2020, senza scordare l’escalation di minacce circa una possibile guerra nucleare in Estremo Oriente). Crediamo invece che questa rivelazione abbia colpito lo stato giapponese postbellico dritto al cuore: la sua costituzione. Un groviglio di dispositivi materiali e immateriali, quest’ultima: dalla territorialità insulare alla doppia funzione del nucleare, dall’introversione pacifista (Art. 9) al sistema simbolico imperiale (Art. 1), dall’omogeneizzazione dei media alla società dei consumi di massa fino alla centralità metropolitana di Tokyo.[5] Da una certa prospettiva, in realtà, l’assetto specifico di questi dispositivi pare appartenere piuttosto a una temporalità d’anteguerra, ma va inquadrato al contempo come un prodotto geostorico di più lunga data. Questi dispositivi furono sviluppati prima sull’onda della politica isolazionista della «chiusura del paese» del periodo Tokugawa (1603-1868), in seguito durante le fasi di ammodernamento che seguirono la Restaurazione di Mesi (1868), l’espansione imperialista nel continente asiatico, la guerra totale nel Pacifico e la tutela degli Stati Uniti in quanto suo più fedele stato-cliente; infine, con la governance del disastro post-nucleare.

Seppure questi dispositivi siano serviti da appoggio per lo spazio introvertito dello stato-nazione, ne sono altresì il frutto, incessantemente ricomposti dai rapporti di forza globali e dai movimenti planetari — ovverosia tanto dalla geografia che dall’ambiente e dai cataclismi.[6] Una delle ipotesi principali della nostra analisi è che la dinamica paradossale dei rapporti tra stato-nazione giapponese e resto del mondo faccia sì che il suo contenuto guardi sempre all’interno, mentre la sua forma resta simile al suo esterno. Seguendo questa intuizione, la sorgente dell’introversione giapponese si troverebbe in quei nodi geopolitici che, in passato, riuscirono ad appiattire il dispositivo territoriale insulare al solo arcipelago.

Lo storico giapponese Yoshihiko Amino (1928-2004) descrive il «Giappone» come prodotto di un processo di modernizzazione. Il luogo comune secondo cui il territorio dello stato-nazione sarebbe da sempre abitato da quel popolo omogeneo che chiamiamo «i giapponesi» non sarebbe dunque altro che una proiezione della storiografia nazionalista. Nei suoi lavori, così abilmente mirati a decostruire la nipponicità nella storia giapponese, Amino mostra in che modo le regioni orientali e occidentali del paese abbiano seguito dei pattern di sviluppo sociale, politico, economico e culturale divergenti: mentre l’Ovest si legava al Sud della penisola coreana, l’Est interagiva con i territori settentrionali del continente asiatico. Lo storico ci aiuta altresì a comprendere come la maggior parte della popolazione dell’arcipelago — che nell’immaginario è sempre contadina e confinata entro i limiti del proprio territorio insulare — era in realtà un popolo oceanico, composto non solamente da pescatori, ma anche da mercanti e da pirati solcanti lo «spazio liscio»[7] del mare, seguendo le vie che conducevano dalle riviere all’oceano attraverso una serie di isole e isolotti, e che di isola in isola erano giunti a diverse altezze del continente.[8] Non appena si consideri una simile cartografia del Giappone, non è difficile rintracciare le rotte di navigazione permanenti dalla punta nord di Hokkaido alla penisola della Kamchatka, dal nord di Kyushu al sud della penisola coreana attraverso le isole Jeju (ora coreane) e  le isole Tsushima (ora giapponesi), dalla punta meridionale di Kyushu alle isole di Okinawa, passando per una serie di isole e isolotti. Eccolo, lo spazio di «congiunzione planetaria» di cui siamo stati privati vivendo in un mondo dominato dalle sintesi disgiuntive degli stati-nazione.

L’era degli scambi tra arcipelaghi ha cominciato a chiudersi nel 1600, quando lo shogunato Tokugawa prese il potere nella città fortificata di Edo (oggi Tokyo), nella pianura di Kantō, e vi costruì un quartier generale per la propria espansione coloniale nei territori del Nord-Est. Nel corso dei successivi 260 anni, lo shogunato applicherà il divide et impera su 270 feudi a Honshu, Shikoku e Kyoshu. Dopo un secolo di guerre intestine, il regno finirà per stabilizzare il paese grazie all’istituzionalizzazione dei due poteri: l’autorità spirituale dell’imperatore a Kyoto e la sovranità esecutiva dello shogunato a Edo. La politica isolazionista di quest’ultimo vietava categoricamente sia l’ingresso agli stranieri, sia la libera uscita degli abitanti, limitando così drasticamente le attività commerciali. Questa chiusura temprò il carattere introverso di un nazionalismo che persiste tuttora.[9] Si trattava, in qualche modo, di immunizzare l’organismo interno contro l’invasione dei virus esterni. A quest’altezza, si data la nascita del primo apparato di cattura giapponese: l’invenzione di una territorialità insulare come ricettacolo capace di confinare un corpo e una mente collettiva che in precedenza attraversano lo spazio aperto dell’arcipelago.

Alla fine del XVIII secolo, la crescente minaccia del colonialismo occidentale in Asia determinò l’ascesa di una coscienza nazionalista e la creazione del mito di una linea imperiale ininterrotta. Nel 1853, la marina americana occupò con quattro navi da guerra la baia di Edo, minacciando di attaccare il Giappone qualora si fosse rifiutato di aprirsi al commercio con l’Occidente. Il caos provocato dalla riapertura della porta commerciale giapponese indebolì notevolmente lo shogunato, che aveva già perso buona parte della sua influenza economica, militare e tecnologica per mano dei territori ribelli del Sud-Ovest (Satsuma, Choshu, Saga et Hizen), che opponevano un’ideologia nazionalista imperiale al feudalesimo di Tokugawa. Nel 1868, la restaurazione di Meiji pose fine allo shogunato, instaurando una monarchia assoluta con a capo l’imperatore sotto l’egida della coalizione dei territori ribelli.

Da un lato, questa «rivoluzione passiva» (Gramsci) ebbe per effetto la restaurazione di una sovranità imperiale arcaica; dall’altro, introdusse nel territorio giapponese le istituzioni europee dello Stato moderno, nonché il suo apparato militare-industriale. Su questa scia, gli oggetti del suo «culto civilizzatore» si sbilanciarono decisamente dall’Asia all’Europa. L’apparato territoriale insulare stabilito sotto il periodo Tokugawa servì paradossalmente a facilitare l’emergenza del moderno stato-nazione, fornendogli il fondamento geopolitico da cui presto nascerà un movimento espansionistico militare e industriale. Non sarebbe insensato considerare questo momento come l’invenzione stessa del «Giappone».

Di conseguenza, proprio mentre il Giappone diveniva il solo paese asiatico capace di arginare la colonizzazione occidentale, lo stato ne approfittava per sfidare — vincendo — le forze coloniali occidentali, recuperando le ambizioni coloniali sul continente asiatico. A ben vedere, gli svantaggi territoriali — in particolar modo la mancanza di risorse energetiche e i frequenti terremoti — non ebbero altro effetto che intensificarne l’aggressività militare. Ecco perché le sue relazioni geopolitiche con il resto del mondo hanno sempre avuto un non so che di contorto: anche se il Giappone appartiene territorialmente all’Estremo Oriente, si comporta sotto ogni aspetto come un paese occidentale. Una mentalità industriale che riduce sistematicamente l’Asia a semplice stock di risorse naturali e manodopera a buon mercato (se non addirittura schiavi), nonostante ne sia dipesa lungo tutta la sua storia pre-moderna.

Dalla restaurazione di Meiji alla Seconda Guerra Mondiale, le politiche dello Stato sono sempre state motivate — tanto tacitamente quanto apertamente — dalla volontà di realizzare lo slogan pro-modernizzazione del paese: «Paese ricco, esercito forte» [fukoku kyohei] (Abe, l’attuale Primo Ministro, non è da meno, benché non si fidi del temperamento ondivago di Trump). Il delirante espansionismo del Giappone, responsabile di tante atrocità nei confronti dei popoli dell’Asia Pacifica,[10] è terminato solamente con la resa incondizionata del 1945 in seguito agli attacchi nucleari di Hiroshima e Nagasaki e alla dichiarazione di guerra da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, il regime militare del fascismo imperiale era stato sconfitto grazie alla resistenza di tutti i popoli che aveva tentato di invadere — prima di essere decomposto dalle forze d’occupazione statunitensi.

Nel 1947 entra in vigore la costituzione postbellica. Si sostiene sia stata redatta dai membri del governo giapponese nel 1946, ma le minacciose pressioni del generale Douglas A. MacArthur, comandante supremo delle forze alleate (SCAP) hanno giocato un ruolo di rilievo — anche nel farla apparire come frutto della volontà dei giapponesi. Questa costituzione prevede due sezioni celebri: l’Articolo 1, che riserva all’imperatore un mandato puramente simbolico; e l’Articolo 9, che determina il carattere pacifista del paese. Queste due sezioni sono state concepite su iniziativa dello SCAP in seguito ai negoziati tenutisi con ciò che rimaneva del governo imperiale: non hanno dunque nulla a che spartire con la volontà del «popolo».[11] Lo stato giapponese venne privato della sua sovranità grazie a una campagna di disarmo istituzionalizzata nel contesto del piano strategico mondiale americano — che finì per divenire sinonimo della cosiddetta «pace». Da parte sua, l’imperatore Hirohito (1901-1989) fu prosciolto da ogni procedimento penale per i suoi innegabili crimini di guerra. Rimarrà al trono come segno di continuità simbolica. Allo stesso modo, un certo numero di illustri criminali di guerra venne perdonato in virtù del loro influente ruolo nella società: le élite giapponesi e americane ben s’intesero sulla necessità di queste nomine al fine di evitare una decomposizione del corpo nazionale — nonché il sollevamento delle folle insorte.

Per tutto l’arco della Guerra Fredda e oltre, il Giappone fu al contempo sotto la protezione e il controllo dell’esercito americano — cosa che gli permise di esibire un’ideologia pacifista nel bel mezzo del conflitto mondiale. Agli occhi del governo americano, l’arcipelago giapponese costituiva una delle basi strategiche più cruciali di tutto il pianeta. Da qui, la necessità di manipolarla ai propri fini. In questo modo, lo stato capitalista giapponese poté estendere il suo potere d’azione concentrandosi principalmente sull’economia, irrorata dai sanguinosi benefici delle guerre in Corea e in Vietnam.

Nel corso della sua crescita economica, i capi giapponesi e americani lavorarono di concerto per introdurre l’energia nucleare nella vita civile. Nonostante i convincenti risultati delle bombe atomiche sganciate sul Giappone, gli Stati Uniti erano all’epoca obbligati a rivedere il loro approccio al nucleare a causa del crescente sollevarsi di proteste su scala mondiale da parte delle nuove generazioni contro la corsa agli armamenti di USA e URSS. Nel 1953, il presidente Eisenhower adottò la politica degli «Atomi per la pace», nel tentativo di placare il fragore e la rabbia che si levavano contro le armi atomiche, e di costruire un’immagine positiva dell’uso civile dell’energia nucleare. Questa transizione fu particolarmente cruciale in Giappone, dove il movimento che si opponeva al militarismo nucleare e all’imperialismo americano aveva preso piede dopo l’incidente del «Dragone Fortunato nº 5» nel marzo 1954, quando una nave tonniera giapponese era stata contaminata dalle scorie nucleari provenienti dalla centrale termoelettrica sperimentale americana a Castle Bravo, sull’atollo di Bikini.[12] La lobby nappo-americana mise dunque in piedi una campagna mediatica in pompa magna (che vide, tra gli altri, la partecipazione di Walt Disney), scommettendo sul contesto sociale caratterizzante quell’era di prosperità economica e permeabilità ai nuovi mass media (la televisione) per manipolarne le convinzioni. Si dice che la lobby del nucleare era allora pilotata da agenti della CIA infiltrati nel Partito liberal-democratico e in certe gruppi mediatici — come ad esempio il giornale Yomiuri Shimbun e la società concessionaria del servizio radiotelevisivo giapponese (NHK).[13] La retorica di questa campagna mirata a influenzare l’opinione pubblica consisteva essenzialmente nel dire: «solo ai giapponesi, uniche vittime della bomba atomica, spetta di fare uso pacifico dell’energia nucleare».[14] negli anni ’60, il Giappone fu teatro di una grande convergenza di sollevamenti popolari, sulla scia dello slancio rivoluzionario mondiale del 1968: dagli scioperi nelle miniere di carbone alle azioni contro le basi militari americane, passando per il movimento dei contadini di Sanrikuza contro la costruzione di un aeroporto internazionale, le manifestazioni di massa contro la guerra in Vietnam, la solidarietà internazionale contro l’imperialismo americano, le occupazioni delle università da parte degli studenti… Riecheggiandosi a vicenda, questi movimenti tentavano di elaborare una volontà collettiva di affrontare tanto il potere giapponese (all’interno come all’estero) quanto gli apparati di cattura transnazionali.

Sfortunatamente, il sollevamento popolare in seguito [seguito] a Fukushima non ha preso quella direzione. Durante i primi due anni, sembrava quasi che la totalità dello spettro delle lotte si dispiegasse simultaneamente. Alcune di queste sono ancora attive, all’ombra dello spettacolo della politica dominante: manifestazioni anti-nucleare e azioni di varia natura, blocchi logistici contro la distribuzione di scorie radioattive e contro la riapertura delle centrali nucleari, innumerevoli processi intentati contro il governo e la Tokyo Electric Power Company (TEPCO), richieste di risarcimento per spese mediche, monitoraggio casalingo delle radiazioni, evacuazioni volontarie dalle zone contaminate, organizzazione degli operatori del nucleare… Vite-in-lotta, condotte a partire da una moltitudine di «modi di esistere» e di «posizionamento di classe». Per quanto ci riguarda, li consideriamo tuttora impulsi importanti, da coltivare e rafforzare.

Lo spettacolo delle manifestazioni di massa per le strade di Tokyo è cominciato invece qualche mese dopo la catastrofe. Al tempo sembrava riunissero forze eterogenee, capaci di aprire nuove possibilità di rottura. Gran parte dei manifestanti sentiva di prendere parte all’ondata mondiale di sollevamenti che proseguiva la Primavera Araba del 2010. Ben presto era nato il «mercato del venerdì davanti alla residenza del Primo Ministro», che dava luogo a mobilitazioni impressionanti. Ma nel momento in cui gli organizzatori hanno cominciato a restringere il campo d’azione allo stretto quadro legale, preoccupati di apparire «ordinari cittadini» agli occhi dei media, il movimento è stato rapidamente e fatalmente addomesticato (e qui si è creata la prima scissione negli ambienti militanti). La strategia degli organizzatori non si limitava a estendere la mobilitazione attraverso i social network, ma voleva confezionare spettacoli adeguati ai media, il cui ruolo è sempre stato quello di produrre e riprodurre l’omogeneità della soggettività giapponese.

Quando l’amministrazione Abe ha preso il potere, Fukushima ha cominciato a perdere la sua copertura mediatica. La contestazione, poco a poco, si è allontanata dalla questione del nucleare per concentrarsi nuovamente sulle politiche di governo. I suoi obiettivi si erano ridotti progressivamente verso la protezione della costituzione postbellica (soprattutto l’Articolo 9) contro le riforme di Abe, che ambiva a riarmare il paese (in conformità con i parametri stabiliti dagli USA). Detto in altri termini, l’obiettivo iniziale dei manifestanti — il regime del dopoguerra come causa del disastro nucleare — era divenuto la cosa da salvare.

Manifestazioni che hanno visto liberalismo e nazionalismo convergere, in maniera tacita, verso una «sacra unione» opposta al culto fanatico della destra per un «paese ricco» e un «esercito forte». Il liberalismo si opponeva al fascismo, e il nazionalismo combatteva il gingoismo[15]. Alcuni ideologi cominciarono ad attaccare ossessivamente i movimenti radicali degli anni ’60 e le loro ramificazioni – soprattutto per loro prospettiva rivoluzionaria, tacciata di «avanguardismo» e «anti-populismo». Per il resto, le manifestazioni contavano spesso su un servizio d’ordine di mercenari, che escludeva e opprimeva brutalmente chi tra noi cercava di far debordare l’azione di strada per provocare un evento in cui la folla potesse sperimentare la propria potenza. Gli organizzatori, come già detto, si preoccupavano soprattutto di (ri)produrre gli «ordinari cittadini» e di orchestrare uno spettacolo ben infiocchettato — cosa che implicava impedire a ogni costo che l’evento aprisse uno squarcio nello spazio-tempo sociale.

Ci opponiamo con anima e corpo alla ri-militarizzazione del giappone e all’accartocciamento delle libertà civili perseguite, con ogni evidenza, dall’amministrazione Abe. L’ultima cosa vogliamo è assistere al ritorno del regime militarista! Ciò nondimeno, per noi l’ideologia pacifista nazionale non solo è insufficiente, ma è palesemente fraudolenta nei confronti della tormenta mondiale.[16] Come testimoniano i recenti battibecchi tra Trump e Kim, non saremo mai in grado di ottenere la pace nell’Est Asiatico senza l’impegno coordinato dei popoli della penisola coreana e dell’arcipelago giapponese, chiamati ad affrontare non solo i rispettivi governi, ma anche quello degli Stati Uniti — per non dimenticare le lotte contro le basi militari americane a Okinawa e Jeju. Per noi, lo spettacolo urbano delle manifestazioni pacifiste non é altro che l’ennesimo avatar dei dispositivi che mirano a salvaguardare la società nazional-capitalista dalla sua decomposizione. In una prospettiva rivoluzionaria, la costituzione prebellica va dunque considerata un apparato di cattura centrale che, elaborato in vista di un orizzonte planetario, imprigiona i corpi e le menti della popolazione entro i perimetri territoriali dello Stato-nazione insulare, sotto la protezione e il controllo della strategia globale americana.

Questioni di campo di battaglia

 

Ciò non significa che non proviamo simpatia per le folle che partecipano alle manifestazioni. A dire il vero, tutti noi vi abbiamo preso parte. È sempre molto importante riallacciarsi alla corporalità di massa che sta all’origine di ogni evento.

Ciò non significa che scartiamo a priori la politica elettorale, che a volta si rivela utile — ma solo qualora esista un potere autonomo extra-parlamentare capace di valutarne gli effetti e farla funzionare a proprio beneficio.

Ciò a cui ci opponiamo con tutte le nostre forze è invece la maniera in cui il demos viene rappresentato dai media e nella narrazione politica, inclusa quella degli organizzatori delle manifestazioni — che lavorano alla de-soggettivazione delle folle eterogenee, giudicandole secondo i criteri degli «ordinari cittadini», soggetti dello stato capitalista-democratico-imperiale-nucleare giapponese.

Pur conservando una distanza strategica dal movimento, la Living Assembly è particolarmente attenta alle lotte anti-spettacolari che si sviluppano dentro e contro gli apparati di cattura, e cerca di costruire delle alleanze al loro interno. In questo caso, si tratta di lotte per l’autonomia territoriale che tentano di svincolarsi dal regime prebellico, tracciando linee di fuga all’infuori di esso: sono le lotte dei senzatetto e delle comunità marginalizzate (soprattutto i lavoratori a giornata), sono le lotte delle minoranze etniche (in particolar modo i residenti coreani), dei lavoratori informali, dei sex worker, sono le lotte studentesche e contro il progetto di realizzazione della base americana a Okinawa. Senza dimenticare «quelli che vanno all’Ovest». La Living Assembly è composta da persone provenienti dalla maggior parte di questi gruppi. Senza descrivere queste lotte nel dettaglio — per le quali ci riserviamo di scrivere in futuro —, ci sembra necessario elencare alcuni punti in comune, alla luce della congiuntura creatasi a seguito della catastrofe di Fukushima.

Queste lotte (o, diremmo noi, vite-in-lotta) sono radicate in luoghi specifici — campi per senzatetto, quartieri urbani, territori agricoli, dormitori universitari —, in cui la vita si trova a coincidere con la lotta, più o meno estranee alla società civile giapponese. Eppure, non è semplice raggrupparli entro una sola e unica classe oppressa — eccezion fatta, ovviamente, per certi momenti di intensità insurrezionale —, perché portano ontologicamente in sé una complessità e un’eterogeneità che, rispetto all’essenza dell’ordinario cittadino giapponese, risulta asimmetrica. Le vite-in-lotta incarnano il flusso delle corporalità transasiatiche, vere eredi del popolo oceanico dell’Arcipelago. Queste lotte territoriali ed esistenziali debordano l’ambito di una sola campagna o di una sola manifestazione; la loro è una fioritura di più lunga durata, che alle volte si dispiega nel corso più generazioni — implicando necessariamente una molteplicità di forme di comunanza nei loro territori autonomi. Grazie alle loro esperienze, alle loro tecniche, ai loro saperi e alle loro risorse, queste vite-in-lotta sono riuscite a sviluppare le capacità necessarie ad abitare forme di vita in comune, differenti progetti di autonomia e una politica di offensiva.

La Living Assembly ambisce a tracciare una cartografia proiettiva di queste lotte, al fine di esplorare innanzitutto le modalità in cui potrebbero legarsi non solo tra di loro, ma anche con quelle in corso nella penisola coreana e altrove nel mondo. Ciò nondimeno, dati gli effetti incessanti del disastro nucleare — che continuano a rivelarci nuovi contenuti sul mondo — siamo di fronte a una questione ancestrale: come trasformare la catastrofe in un momento rivoluzionario? Il che equivale a dire che bisogna identificare quali sono le possibilità rivoluzionarie offerte dai numerosi squarci aperti dal disastro. Da qui discendono due questioni pratiche, relative alla creazione di comunità in territori autonomi nel contesto materiale e immateriale della radioattività: la prima riguarda l’ecologia (la creazione di comuni), l’altra l’autonomia (la fioritura delle vite-in-lotta). Insieme, queste due questioni determinano l’orizzonte attuale del nostro campo di battaglia.

Non c’è dubbio che la catastrofe di Fukushima abbia aperto delle falle anche nel nocciolo del dispositivo sul quale si fonda l’integrità dello stato-nazione giapponese. A posteriori, mentre lo status quo attua il suo disperato tentativo di dissimularle o di convertirle in perno su cui rafforzare il sistema securitario e di sviluppo capitalista, la gente comune si sforza di fargli fronte quotidianamente tramite tante e diverse forme di sperimentazione. La diffusione delle radiazioni non ha tardato a oltrepassare le frontiere dell’arcipelago, minacciando l’ordine geopolitico dello «sviluppo ineguale e combinato» per il quale la campagna è ridotta a perpetua fornitrice di risorse naturali e umane per la metropoli di Tokyo.[17] Che la propagazione sia largamente fuori dal controllo della governance basata sugli interessi territoriali degli Stati-nazione — senza dimenticare l’ONU in quanto piattaforma di negoziazione tra questi interessi — è tutto dire. L’Oceano Pacifico — il comune planetario — è stato lentamente ma inesorabilmente contaminato dalle fughe radioattive di Fukushima Daiichi, e nessun sapere/potere al mondo saprebbe porvi rimedio.

Con riguardo all’economia nazionale, il settore primario è quello che ha subito i danni maggiori dalla contaminazione radioattiva. Non ci sono parole per esprimere fino a che punto la catastrofe abbia devastato i contadini e i pescatori, messi di fronte all’angosciante necessità di smaltire il proprio raccolto garantendosi la sussistenza. Dopo l’incidente, ogni tentativo di risanamento sembra condannato a inghiottire infinitamente i fondi stanziati, esponendo un’armata di operatori ai pericoli del nucleare. Il deficit della TEPCO, che sarà tamponato con tasse e bollette a spese della popolazione, è destinato a divenire un pozzo senza fondo, consumando incalcolabili quantità di risorse naturali e umane negli anni a venire. Molti paesi hanno già smesso di acquistare generi alimentari giapponesi. Per la prima volta da più di 30 anni, le importazioni di petrolio e gas naturale liquido sono causa di un deficit commerciale importante nelle casse del Giappone. Sul lungo periodo, questo fardello economico metterà in pericolo la ragione stessa per cui la cosiddetta «classe media» del dopoguerra ha accettato di dedicare la sua vita al lavoro: un impiego stabile, due figli, una casa in periferia e una macchina in garage.

A dispetto di tutto ciò, siamo giunti a concludere che la società non abbandonerà mai il nucleare. La speranza che continuavamo a coltivare nella penombra è stata miseramente tradita. Le superpotenze che hanno avuto accesso allo sviluppo nucleare non hanno la benché minima intenzione di rinunciarvi. Prima dell’incidente, 442 reattori nucleari distribuiti su 30 paesi producevano il 14% dell’energia elettricità totale sul pianeta. La cifra è precipitata all’11% nel 2012. Tuttavia, nel 2014, il numero di reattori in funzione è risalito a 435, distribuiti in 31 paesi, senza contare gli altri 68 in costruzione. È dunque evidente che gli effetti di Fukushima sono stati transitori, se non addirittura trascurabili. Perché, dunque? Crediamo, seppur provvisoriamente, di poter avanzare una risposta plausibile: l’ineguagliata potenza del nucleare, si tratti di emissione di calore o del suo potenziale devastatore, ha svolto la doppia funzione di portare il capitale a livelli competitivi e di rendere i paesi in guerra totalmente dipendenti dalla sua proliferazione — così che, nel giro di poco tempo, il suo utilizzo si è indicizzato sull’instabilità delle relazioni geopolitiche e dell’economia di mercato. Ciò che viene generalmente considerata la concorrenza internazionale circa gli interessi securitari ed economici ha ormai attivato una vera e propria sussunzione del vivente su scala mondiale, intrappolando in una morsa devastatrice l’insieme delle attività vitali del pianeta. Viviamo in una realtà in cui, per quanto voci si levino nel dire «no» alla guerra e al saccheggio dell’ambiente, i modi dello sviluppo dello stato capitalista non hanno più orecchie per sentire. E questo, molto semplicemente, perché non ha più una testa — e nemmeno due, come durante la Guerra Fredda: si frammenta in una serie di cervelli concorrenti e bellicosi, e tuttavia convergenti nel medesimo slancio verso la crisi universale della attività vitali. Ogni testa — ovvero ogni stato — insiste sulla protezione e la promozione dei propri interessi industriali (capitalistici) e civili (nazionalisti) specifici, e lo fa proprio mentre questi «interessi» territorializzati — che nulla hanno a che spartire con i «desideri» dei dannati della terra — producono effetti sinergici sui quali né gli Stati-nazione né la loro piattaforma di negoziazione (l’ONU) hanno presa. Il mondo come logos — l’ordine degli Stati-nazione — si è definitivamente infranto.

Un numero imprecisato di persone si vede imporre le conseguenze irreversibili delle microdosi radioattive per un numero imprecisato di anni a venire. Da un lato, le radiazioni ionizzanti provocano una mutazione delle attività vitali a livello di codice genetico (DNA), che si trasmette così alle generazioni future. Questo tipo di ecologia, che opera sulla mutazione delle cellule somatiche o sulla trans-metamorfosi delle molecole, demolisce la nostra concezione di ecologia basata su una rete vitale organica. Dall’altro, gli espedienti radioattivi tradiscono il principio dei «beni comuni», perché le scorie (o «beni comuni» negativi) vanno riciclate all’interno della comunità che li ha prodotti, per non doverle imporre alle periferie. Un quadro globale di queste ricadute resta ancora tutto da fare. Per il momento, continuano a danneggiare gradualmente le relazioni che speravamo di instaurare tra la terra e i popoli abitanti le zone contaminate e i dintorni del suo mosaico di zone nevralgiche. Come per altri disastri ecologici, anche questo potrebbe compromettere la promessa fondamentale della comunità sedentaria, il cui «bene comune» si fonda sulla disponibilità di risorse stabili e non contaminate.

Queste ricadute tragiche si spingono fino a provocare una mutazione della nostra concezione di esistenza, che passa così da una vita basata sulla ricerca dell’interesse individuale eternamente (ri)prodotto dall’economia capitalista a una vita effimera, eppure singolare, parte integrante delle relazioni comuni e dei legami esistenziali — una «miriade di inter/intra-azioni» terrestri (Donna Haraway) —, ivi incluse attività tanto organiche quanto inorganiche.[18] Siamo giunti nell’era del comunismo apocalittico — che non è né utopico né distopico, ma che pone inesorabilmente un’interminabile fine del mondo come principio. Per la gente comune questo stravolgimento si traduce, da un lato, in un’elaborazione di una «scienza minore» che studia la riproduzione del corpo sotto la crescente influenza delle radiazioni e, dall’altro, nella sperimentazione di nuove forme di vita in comune dopo l’evacuazione. In altri termini, queste persone elaborano nuove modalità di creazione del proprio corpo e di rapporto con la terra — esperienze i cui risultati restano da verificare.

Per queste ragioni, le lotte per l’autonomia territoriale non possono che trovare negli squarci aperti nelle maglie dell’integrità nazionale il loro terreno comune — nello stravolgimento che le radiazioni hanno provocato nella nostra concezione della vita (in quanto corpi). La nostra ipotesi è che questo terreno comune rappresenti il nuovo orizzonte del nostro campo di battaglia. Ma è un orizzonte che non si è ancora mostrato in tutti i suoi colori; non abbiamo avuto che un minuscolo scorcio delle falle aperte nei dispositivi degli Stati-nazione e in questo mondo, che ne è catastrofica sintesi.

In un contesto globale, al di là dell’arcipelago del Giappone, il mondo come logos deve già far fronte a due sfide di primo piano, una negativa e una positiva: (1) il moltiplicarsi di ogni genere di catastrofe — terremoti, uragani, scioglimento dei ghiacciai, aumento della CO2 nell’atmosfera, foreste in fiamme, contaminazioni radioattive e una serie di altri cataclismi prodotti dai modi dello sviluppo dello stato capitalista; e (2) un’ondata mondiale di sollevamenti popolari, generata dal riverbero di una serie di lotte particolari fino a costruire un «divenire-ingovernabile» della gente comune in tutto il pianeta — lavoratori, minoranze, autoctoni, migranti e tutte le altre vittime delle ingiustizie causate dal potere statale e capitalistico. Queste vittime si vedono, da una parte, assegnate ai territori degli Stati-nazione — come tutti, del resto —, ma coltivano, dall’altra, l’impulso a sfuggire alla cattura e ad aprire connessioni trasversali. È questo impulso che ci sprona a credere nella possibilità di una rivoluzione planetaria — e non è un caso che si ispiri alla tendenza, osservabile nei sollevamenti sorti negli ultimi anni, a riecheggiarsi, quasi si riconoscessero a vicenda, senza bisogno di parole d’ordine da organizzazione internazionale.

A quanto pare, quindi, gli squarci all’integrità nazionale sono gli stessi aperti nella storia mondiale. Significa dunque la fine dell’epoca della politica mondiale? Non ancora, in realtà: continuiamo tuttora a essere imprigionati e sempre più sfiniti da quest’ultima. Ma continuiamo anche a resistere alla sussunzione delle ontologie delle nostre vite-in-lotta da parte dell’ontologia del mondo organizzato dallo sviluppo stato-capitalistico, perché la catastrofe attuale ne rivela l’essenziale asimmetria. In compenso, è perfettamente plausibile rimanere intrappolati nella transizione insita tra politica mondiale (in quanto economia politica degli Stati-nazione) e politica terrestre (in quanto complessità spazio-temporale di ogni evento).

Per il momento, possiamo dire soltanto che la nostra concezione di interconnessione tra lotte non presenta più alcuna analogia con l’internazionalismo della politica mondiale, secondo il quale i movimenti nazionali dovrebbero convergere a formare un’istituzione solida in un «mondo comunista». Al contrario, la intendiamo come una moltitudine di territori autonomi più o meno vasti, in campagna o in città, connessi trasversalmente in un processo continuo e infinito di comunizzazione che segua gli interminabili movimenti della terra. La nostra geopolitica non si plasma dunque sul modello classico di Mondo, costituito a partire dall’assorbimento o dall’espulsione di enclave nazionali in un impero continentale (Europa, Cina, Stati Uniti, ecc.), ma sulla capacità relazionale di un arcipelago, in cui la complessità delle comunità esterne allo stato-nazione lo porti a intrattenere relazioni eterogenee, fino a costruire una nuova Terra. Così, i nostri pensieri e i nostri gesti si dedicano interamente alla decomposizione — e non, perciò, alla ricomposizione — del Giappone, da dentro e da fuori.

[1]per iscrivervi alla nostra mailing list e ricevere i nostri report, potete scriverci a livingassembly@riseup.net.

[2]In quell’occasione, il governo centrale aveva richiesto alle istanze locali (prefetture e municipalità) di spartirsi gli scarti radioattivi prodotti dalla catastrofe e di incenerirli; il Ministero dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca aveva lanciato la campagna «Eat and support Fukushima» in vista della distribuzione di prodotti alimentari provenienti da zone contaminate. Il Ministero dell’Ambiente aveva d’altronde considerato la possibilità di utilizzare gli scarti nucleari come materiale da costruzione in tutto il paese.

[3]Quest’idea si ispira alle difficoltà incontrate dalle vittime di Hiroshima e Nagasaki nell’ottenere una compensazione al termine di infinite procedure legali. Bisogna aspettarsi una moltiplicazione di queste richieste nel caso di Fukushima.

[4]È questa l’accezione intesa tanto da D. H. Lawrence, Apocalypse, Paris, Desjonquères, 2002, che da Gilles Deleuze, Nietzsche et Saint Paul, Lawrence et Jean de Patmos, in Critique et Clinique, Paris, Minuit, 1993.

[5]A tutto ciò, si dovrebbe aggiungere anche la lingua giapponese. Ma ciò richiederebbe tutt’altra riflessione, in ragione della sua complessità. Si veda, al riguardo, Naoki Sakai, Translation and Subjectivity: On Japan and Cultural Nationalism, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1997.

[6]Poiché situato sulla cintura di fuoco del Pacifico, il sistema politico, sociale economico dello stato-nazione dell’arcipelago giapponese sono regolarmente sottoposti a ricomposizioni a seguito dei terremoti. Il grande terremoto di Kanto nel 1923, in particolare, ha svolto un ruolo decisivo nella riforma politica che condusse al regime fascista (come politica interna) e all’espansione industriale e militare nel continente asiatico (come politica estera). Resta da chiedersi quali saranno le ripercussioni di Fukushima su questo piano.

[7]Con riferimento alla contrapposizione liscio/striato in Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Plateaux, Paris, Éditions de minuit, 1980 (NdT).

[8]Amino Yoshihiko, Rethinking Japanese History, Ann Arbor, Center for Japanese Studies/The University of Michigan, 2012.

[9]Tetsuo Watsuji, Closed Nation — Japan’s Tragedy [sakoku], 1 & 2, Tokyo, Iwanami Bunko, 1982.

[10]L’estensione delle atrocità commesse dal Giappone eguaglia, se non addirittura sorpassa, quelle della Germania nazista, in particolar modo col massacro di Nanchino, l’utilizzo di armi batteriologiche e chimiche e l’annessione della Corea.

[11]In questo senso, bisogna considerare il dopoguerra giapponese come stigma della sparizione (e perciò della ribellione) della soggettività popolare.

[12]https://it.wikipedia.org/wiki/Daigo_Fukuryu_Maru.

[13]Si potrebbe sostenere che un certo numero di parlamentari, burocrati, Amministratori Delegati ed editori giapponesi fosse molto probabilmente costituito da agenti della CIA — che possiede un budget annuale dedicato a operazioni di questo tipo. Questa informazione comincia a diffondersi nel grande pubblico in seguito all’uscita dell’opera di Tetsuo Arima, Nuclear Power, Shoriki, the CIA, Tokio, Shincho-Shincho, 2008.

[14]Seigo Hiroto, Thinking of Japan’s De-nuclearisation, Senshu University Institutional Repository.

[15] Termine di origini anglosassoni usato per definire un certo tipo di sciovinismo. L’Oxford English Dictionary lo definisce come “patriottismo estremista sotto forma di violenta politica estera”.

[16] I limiti del movimento pacifista post-Fukushima divengono chiari non appena comparato ai gruppi degli anni ’60, in particolare allo JATEC (Comitato tecnico giapponese per sostenere i militari americani (GI) contro la guerra), che aiutava clandestinamente alla loro diserzione per decomporre le forze militari statunitensi di stanza in Giappone per la guerra in Vietnam. La differenza è la seguente: i primi si accontentano di ricevere passivamente la pace dalle mani del potere, mentre i secondi conquistavano attivamente la pace grazie alla loro potenza. Ne discende un’altra distinzione, tra il carattere offensivo del movimento degli anni ’60 e la sua attuale assenza.

[17] La regione di Tōhoku, di cui fa parte la Prefettura di Fukushima, rifornisce da molto tempo la metropoli di Tokyo di risorse del settore primario — specialmente prodotti agricoli, pesce e legname. Durante il periodo di grande crescita economica, tuttavia, buona parte del territorio è stata espropriata dal settore industriale e dalla speculazione edilizia. Moltissimi contadini locali hanno così perso la loro fonte di sussistenza, costretti a migrare verso le grandi città e impiegarsi come lavoratori a giornata nell’edilizia, nei porti o nelle centrali nucleari.

[18]I radionuclidi vengono trasportati secondo i moti planetari — naturali e artificiali —, che influenzano a livello nanoscopico. In qualche modo, le radiazioni costituiscono la controparte negativa del perdurare del moto terrestre.

Biforcazioni. La rivoluzione biologica (I)

La figura di Jacques Camatte non ha probabilmente bisogno, per molti lettori di «Qui e Ora», di alcuna presentazione. Militante della Sinistra comunista fino al ‘66, dal ‘68 dà vita e anima la rivista «Invariance», da cui sono estratte le pagine seguenti. Lo scritto Questo mondo che bisogna abbandonare, di cui riproponiamo alcuni passaggi essenziali, esce sulla rivista nel 1974 e viene tradotto in italiano per la raccolta Verso la comunità umana, edita nel ‘78. Si tratta di un testo in cui è ripercorso il cammino che da Marx e Bordiga, attraverso le riflessioni sul nesso tra il dominio reale della forma capitalistica e il suo farsi comunità materiale, innestandosi nella vita organica delle specie viventi, porta Camatte ad un bilancio critico della «teoria del proletariato». Se nell’«antropomorfosi del capitale», nel suo annettersi il senso vivo dei corpi attraverso protesi e rappresentazioni fittizie, si intravvede la potenza di una rivoluzione biologica, votata alla rottura con qualsiasi altro obbiettivo che non sia la totalità dell’esistenza, si deve sciogliere ogni supposto legame di implicazione tra dialettica radicale e forze produttive, secessione positiva dal mondo della merce e affermazione dell’identità di classe. Sono gli stessi motivi che, durante gli stessi anni, animeranno gli scritti di Giorgio Cesarano, che legge Au-delà de la valeur su Invariance e ne trae importanti conseguenze, a sua volta influenzando e intrecciando il suo percorso a quello di Camatte. Apocalisse e rivoluzione esce nel ’73, il Manuale di sopravvivenza l’anno dopo. La corrente radicale italiana che va da Ludd consigli proletari all’esperienza milanese di Puzz trae linfa da questa temperie.

In questi giorni di convulsioni e curvature inaspettate delle nostre esistenze, strette tra la minaccia epidemica e la «febbre di rigetto» che scuote il nostro rapporto col mondo, forzandoci all’eventualità vitale di un cambio di rotta, riprendiamo in mano queste pagine e cerchiamo biforcazioni nuove verso una fine meno letale.

 

 

 

Questo mondo che bisogna abbandonare

[…] Il capitale non può emanciparsi dal processo di produzione, in cui il lavoro umano è determinante. È ciò che Marx afferma dicendo che il limite del tasso d’interesse non è quantitativo, ma qualitativo, perché il tasso di interesse dipende dal tasso di profitto. Donde la polemica con Price a cui rimprovera di considerare il capitale come un automa, proprio quando egli stesso utilizza questo paragone; per Marx infine questa forma di capitale era profondamente irrazionale, e non poteva svilupparsi liberamente. Curiosamente Marx ha qui la stessa posizione di Aristotele. Questi distingueva l’economia o arte di acquisire ricchezze dalla crematistica, o acquisizione di denaro; se la prima è naturale, la seconda è contro natura (come Marx stesso ricorda nella sua nota su Aristotele nel Capitale, libro I, sez. n, cap. IV). Aristotele vi vede una certa irrazionalità, non fosse altro che per il fatto di non avere essa un «limite determinato» e di apparire come creazione a partire dal nulla. Tutta la riflessione sull’attività economica concepita in senso lato è attraversata da questa divisione tra un’attività naturale in quanto deve permettere di mettere in contatto dei prodotti con gli uomini e realizzare una buona gestione, e un’attività demente che non ha fine in sé stessa, che dall’inizio si pone in un run away, l’acquisizione di ricchezze in quanto tale attraverso il commercio, l’usura, la speculazione, ecc.

I profeti, i filosofi, hanno condannato quest’ultima; i riformatori socialisti hanno voluto eliminarla perché falsava il libero sviluppo della legge del valore. Sia perché non potevano concepire l’autonomizzazione di questa attività, sia perché la volevano limitare. Marx pensa invece che il capitale nella sua forma di capitale portatore d’interesse—forma irrazionale, ricordiamo—non può autonomizzarsi perché dipende in definitiva dal processo di produzione. Anche se nel momento del manifestarsi di questa forma di capitale, ogni ricordo del legame con quest’ultimo è sparito. Tuttavia c’è un altro aspetto essenziale in Marx che lo distingue dagli altri teorici, ed è il fatto che egli mostra che l’ingiustizia, cioè lo sfruttamento, esiste anche quando la legge del valore è rispettata; cioè persino in seno all’economia c’è un dato contro natura ed è qui che si trova la base della crematística. L’estorsione di plusvalore non può giustificarsi da un punto di vista umano, ed è il leit-motiv di Marx mostrare che i diversi autori che ha criticato non fanno che opporsi alle conseguenze del male stesso (essi vogliono-dice-il capitale senza l’interesse…). Il punto in cui s’incontra con loro è nel credere che questa forma di capitale non potrebbe autonomizzarsi, che essa potrebbe restare sotto il controllo degli uomini. Ora il capitale è riuscito a spezzare la sua dipendenza rispetto al processo di produzione e dunque rispetto agli uomini, non come potevano pensarlo gli avversari di Marx (come Price), ma perché è diventato rappresentazione. […] Data l’unione scienza-capitale attuata in seno al processo di produzione, poi di circolazione, la forma capitale portatore d’interesse diventa socialmente razionale e non più irrazionale come pensava Marx. Egli vi vedeva un’alienazione del capitale; come se esso accedendo a questa forma perdesse i suoi aspetti progressivi e civilizzatori che egli sottolineò più volte. Certi epigoni affermarono che il capitale finanziario era la forma ultima, parassitarla, del capitale e cominciarono a teorizzare una decadenza (da notare però che ciò poteva ancora apparire tale nella misura in cui il capitale finanziario poteva ancora essere per l’uomo; cioè si aveva a che fare con i piccoli rentiers…). Ma qui in realtà si manifesta la radice dell’impotenza teorica a cogliere questo capitale. Non bisogna tentare di capirlo attraverso una delle sue forme, ma attraverso la sua totalità, la sua struttura compiuta, attraverso la sua comunità materiale realizzata. Allora si può comprendere come l’accesso a una forma data modifica la totalità del capitale. Per quanto riguarda il capitale portatore d’interesse il suo ruolo è essenziale perché è con esso che il capitale giunge, come dice Marx, alla totalità. Ma egli la coglie in una modificazione essenziale, momento in cui genera la propria rappresentazione (non più dipendenza rispetto all’oro, e più generalmente rispetto a tutte le rappresentazioni umane); ma anche non più dipendenza rispetto a una materialità, quale è espressa nella composizione organica del capitale. Questa rappresentazione non è di fatto operante che a partire dal momento in cui gli uomini interiorizzano il capitale e fanno del capitale la loro rappresentazione; la mediazione tra esseri umani e qualsiasi realtà è il capitale e ciò nella sua dinamica iniziale, espressa nella formula generale del capitale: C—»C+AC. Ci sarebbe da credere che il dogma della creazione ex nihilo si sia generalizzato e quindi profanizzato. In realtà significa l’estrema interattività degli uomini, perché ogni attività intrapresa da uno di noi deve incontrare l’elemento capitalizzante negli altri.

Ciò che resta di profondamente vero nello studio di Marx è che da allora ogni traccia di una attività umana è scomparsa. Noi non siamo che attività del capitale. L’irrazionale di ieri è il razionale di oggi. Tutto quello chi fu umano diventa irrazionale. Rivendicare una vita fondata sugli uomini e sulle donne, sulla rigenerazione della natura, la riconciliazione con essa, ha del pazzesco. Il dibattito sull’inquinamento e i limiti dello sviluppo lo mostra ampiamente.

Liberazione-emancipazione: altra faccia dell’erranza.

 

[…] Per Marx, in definitiva, la borghesia non sarebbe capace di portare fino in fondo questo movimento (cosa che non è probabilmente falsa) e d’altra parte egli pensa che il modo di produzione capitalistico (e dunque la borghesia, perché egli ragiona in termini di classe) non potrebbe ricostituire un’unità, una comunità. Il ruolo di questa classe essendo distruttore (e qui distruzione = rivoluzione), quello del proletariato è di portare fino in fondo la distruzione negando se stesso. Da ciò può prodursi un’altra comunità umana sulla quale Marx dà qualche ragguaglio nei Manoscritti del 1844 sotto forma d’aspirazioni a una comunità altra, a un altro essere umano. Ora, abbiamo visto che il capitale si costituisce in comunità materiale… Bisogna quindi riprendere tutto da zero! Cioè riconsiderare questo movimento di liberazione-emancipazione.

Finché quest’ultimo punto non era stato percepito, si poteva soprattutto mettere in evidenza il processo di separazione che è effettivamente un momento della liberazione. Bisogna essere separati da ciò che ci incatena. Contro « le catene della schiavitù » la borghesia propose la libertà, lo sviluppo dell’individuo, la democrazia. A questa società liberali-, Marx oppose la necessità dell’emancipazione, della liberazione, cioè un movimento che potrebbe portare a termine un fenomeno che comincia con la separazione e che di per sé non poteva essere definito né buono né cattivo; solo la sua conclusione potrebbe, in definitiva, assegnargli una qualificazione.
Si era sul terreno della rivoluzione borghese. Bisognava portarla a compimento; bisogna compiere ciò che essa non poteva portare a termine: l’emancipazione dei proletari e quindi quella dell’umanità. Marx tuttavia partiva dal presupposto che una tale emancipazione non poteva essere che una negazione del proletariato. La borghesia aveva liberato le forze produttive, come aveva liberato lo stato, gli individui; ma questa liberazione non era reale perché non riguardava che una classe, la borghesia, e, d’altra parte, essa si muoveva nella sfera politica, non nella totalità. Si ritrova questa problematica quando si afferma che la rivoluzione consiste unicamente nella liberazione del comunismo prigioniero in seno al modo di produzione capitalistico. Si tratterebbe di distruggere una forma oppressiva e di liberare un contenuto. Attraverso questo processo si avrebbe l’inversione di quel fenomeno che segnaleremo più oltre, poiché qui i rivoluzionari avrebbero la tendenza a comportarsi come gente di destra. Tuttavia c’è una parte di realtà in questa teorizzazione. In effetti il capitale è una forma che si gonfia sempre più d’un contenuto che le è estraneo (recupero). Viene un momento—come si è sempre verificato nel corso di tutte le rivoluzioni—in cui si ha una rottura e tutto si sgretola. Perché questa rottura si effettui, qualsiasi avvenimento può essere determinante. Ma questo non può essere il punto di partenza di un altro modo di vivere se non in quanto gli uomini e le donne abbiano acquisito un’altra rappresentazione, si mettano al di fuori della vecchia società: perché, nel caso del capitale, la lotta può, dopo una fase più o meno lunga di sconvolgimenti, essere recuperata. Non si tratta di liberare il comunismo, poiché esso implica per realizzarsi un immenso atto di creazione. Il movimento comunista in quanto opposizione, recuperata dal capitale, può provocare questo squilibrio necessario, ma non può dare l’avvio a una dinamica di vita nuova. Inoltre questa problematica tende a far credere che il comunismo non è possibile che sulla base del modo di produzione capitalistico.

Ora, il vasto movimento di fuga dal capitale è realizzabile se gli esseri umani ritrovano nel loro passato (dunque ricordandosene) le molteplici potenzialità di cui sono stati spogliati.
La liberazione s’è quasi sempre presentata come liberazione di una forma con perdita di un contenuto. In effetti il soggetto emancipandosi dovrebbe sparire nel suo essere immediato, mantenendo il dato invariante, ma a causa della pesantezza del contenuto, si produce una separazione contenuto-forma e liberazione di questa, cioè autonomizzazione (ciò che pone, in germe, la dissociazione (Spaltung), quindi la schizofrenia). Questo è alla base del fenomeno seguente: la sinistra fu per la liberazione e la destra per la difesa del contenuto, della sua conservazione. Ciò è particolarmente chiaro per le diverse religioni. Esse non perdura no se non perché conservano qualcosa di umano, una sostanza di un’altra epoca. La religione forse non è possibile se non perché l’uomo si è perduto. Di qui si comprende l’ambiguità dei movimenti di liberazione delle nazioni, dei popoli, nello stesso tempo aventi un carattere rivoluzionario e reazionario, secondo l’accezione classica. Lo si può vedere nei movimenti anticoloniali e soprattutto attraverso certe analisi di Frantz Fanon sull’Algeria. Ma questo vale anche per le reazioni dei romantici e di Hegel, così come per i sostenitori del folklore. Quindi il meccanismo dell’alienazione non è distrutto con la liberazione, poiché può sfociare in una perdita ancora più grande, la perdita di ogni radice, la perdita di ogni legame profondo con un passato, con la terra ecc., lo sbocco nel vuoto, la perdita di referente senza possibilità d’intravvedere un altro modo d’essere… Perché se si concepisce unicamente un movimento di liberazione, anche questo pone un indefinito ed è simile al movimento del godere, sempre proposto e mai raggiunto; d’altra parte lo si deve ugualmente mettere in parallelo con la liberazione dal lavoro, la sua abolizione. Si è detto che era una parola d’ordine capitalista perché mirava in definitiva a rendere l’uomo superfluo; dato che il capitale vive con tutti i suoi corpi inorganici creati nel corso dei secoli. Ma si è detto anche che bisognava postulare la distruzione del lavoro. In altri termini, si è affermato che si doveva affrontare il problema secondo altri presupposti. Il movimento, la dinamica di realizzazione della comunità umana deve collocarsi al di fuori di tutto ciò.

Emancipazione, crisi e critica

 

[…] La critica ha un legame innegabile con la concorrenza e di conseguenza con la pubblicità. È evidente che con l’inflazione di opere sorge la necessità di scegliere, non da soli ma con la mediazione di un terzo che media tra me e le opere, e mi condurrà verso quelle buone. A questo riguardo è interessante occuparsi del ruolo della censura; non una censura diretta, cioè le forbici (si taglia nel corpo dell’oggetto); ma una censura che, in definitiva, taglia nel corpo del mio essere tagliando i miei legami potenziali con certe opere in quanto sono criticate, sottoposte cioè a dubbio, rimesse in discussione; e si scende più facilmente una china col discredito di quanto si possa salire col concetto di credito. La pubblicità è l’esteriorizzazione in positivo della critica. Essa non dà che giudizi favorevoli, positivi, valorizzanti tutto, realizzando implicitamente una devalorizzazione degli elementi concorrenti. L’essere umano anche in questo caso è spossessato, spogliato. La pubblicità gioca molto a livello di tutti i racket. […]

D’altra parte la rivoluzione non è possibile che a patto che la grande maggioranza degli individui comincino a rendersi autonomi rispetto alle loro condizioni materiali (ciò che si definiva accesso alla coscienza). Da questo punto di vista la scuola olandese (soprattutto Pannekoek) ha avuto il merito di insistere su questa necessaria trasformazione nel corso della rivoluzione.
Prima che si produca un urto potente, occorre che una unione dei rivoluzionari sia in corso di realizzazione, che si manifesti una nuova solidarietà così come una nuova sensibilità, ma soprattutto è indispensabile una rappresentazione diversa, altrimenti l’urto metterà solamente in moto una violenza cieca incapace di sfociare nell’ affermazione di un altro modo di vita. Se dunque si accetta il termine crisi per indicare la situazione attuale, va sottolineato che essenziale non è quest’ultima, ma il fatto di sapere se gli uomini l’affrontano sempre secondo gli stessi schemi.

Questo non vuol dire che occorra accettare la teoria secondo cui bisogna prima di tutto cambiare le mentalità. Si vede troppo bene che queste non sono modificate da interventi individuali o collettivi (parziali, non totali), o da qualsivoglia specialista dell’agitazione. Ma è chiaro che uno sviluppo dato di una determinata società non produce automaticamente uno spirito rivoluzionario. Bisogna dunque affrontare la crisi attuale nella sua particolarità e nei modi in cui essa deve essere colta. Il più grande elemento di crisi sarà (e debolmente lo è già) un comportamento umano del tutto diverso, non addomesticato, cioè non asfissiato dalla razionalità tout court. Ora, il nostro mondo è dominato, conquistato dal materialismo storico; il progresso è concepito come progresso delle forze produttive; persino coloro che non professano questa teoria ne sono impregnati, essa è per loro come un minimum di riferimento con la realtà; per costoro tuttavia essa sarebbe valida nel campo materiale ma non potrebbe render conto della totalità. Occorre dunque rompere con questa razionalità e col mondo che essa controlla.

 

Crisi e attori del dramma

 

[…] Quanto precede non è una critica ma una semplice constatazione di ciò che è. Non è in seno ai diversi modi di essere, pro o contro il capitale, che si potrà trovare la giusta soluzione atta a permetterci di piegare la crisi del modo di produzione capitalistico in crisi rivoluzionaria. Tanto più che la crisi non è un momento eccezionale, durante il quale si rivelerebbe infine una possibilità rivoluzionaria, perché essa può essere il momento in cui si effettua un assoggettamento più grande degli uomini e delle donne al modo di produzione capitalistico.
Bisogna abbandonare questo mondo. Bisogna abbandonare questo mondo in cui domina il capitale divenuto spettacolo degli esseri e delle cose. Spettacolo nel senso in cui l’intendeva Pico della Mirandola quando diceva che l’uomo era spettacolo del mondo oppure, anche, specchio. L’uomo in effetti non avrebbe avuto alcun dono speciale. Tutti i doni essendo stati distribuiti a tutti gli esseri viventi, l’uomo arrivato per ultimo ne sarebbe stato totalmente sprovvisto. Fortunatamente, Dio ebbe pietà di lui e gli diede un po’ delle qualità di tutti gli esseri ed egli divenne, così, spettacolo del mondo. In lui tutti gli esseri viventi potevano, in qualche modo, riconoscersi, vedersi, agire. In seguito al processo d’antropomorfosi il capitale diventa, a sua volta, spettacolo; si assimila, s’incorpora tutte le qualità degli uomini, tutte le loro attività senza mai essere una tra esse, altrimenti si negherebbe per sostanzializzazione, inibizione del suo processo di vita. Accettando le rappresentazioni del capitale gli uomini vedono uno spettacolo che è la loro ridondanza mutilata perché in generale essi non ne percepiscono che una parte soltanto; da tempo essi hanno perduto il senso della totalità. Per sfuggire all’influenza del capitale bisogna rifiutare i suoi presupposti che affondano in un lontano passato (momento della dissoluzione delle comunità primitive), e, simultaneamente, si può superare l’opera di Marx che è l’espressione compiuta del divenire alla totalità, alla struttura perfetta del valore, che nella sua mutazione di capitale, s’è eretto in comunità materiale. Occorre concepire una dinamica nuova, perché il modo di produzione capitalistico non sparirà in seguito ad una lotta frontale degli uomini contro il loro attuale oppressore, ma attraverso un immenso abbandono che implica il rifiuto di una via percorsa ormai da millenni. Il modo di produzione capitalistico non conoscerà una decadenza, ma un crollo.

Amatissim* (la mia sostanza)

Amatissim*,

non ce la faccio più a sentirvi così. Al solo vedere uno schermo, per quanto piccolo, mi sale la nausea, qualcosa mi schiaccia le tempie, l’aria manca. Così da qualche tempo le mail si impilano, non leggo i documenti, non scarico i video, a volte neppure rispondo alle chiamate. Telefonino, telefono, whatsapp, meets, teams, telegram, email, zoom: nun te reggae più.

Eppure tra voi ci sono gli affetti più profondi, i visi che si cercano fra la folla, le voci affidabili, le presenze intime. Come mai non riesco più a telefonarvi, a rispondervi, a guardarvi? Sono al punto che preferisco sapere che state bene e immaginarvi come vi ricordo.

Immaginare: formare un’immagine dentro di sé. Ri-cordare: far ripassare dalle parti del cuore. Mentre cominciavo quest’esercizio ascetico, mi tornavano in mente le meraviglie intellettuali, le storie eterodosse e i pezzi di scienza visionaria che ci hanno appassionato e che abbiamo condiviso. È il momento di metterle alla prova.

Metà delle cellule del nostro corpo non sono cellule “nostre”, non portano il nostro DNA, ma sono batteri, funghi e protista. Fanno cose che, da soli, non riusciremmo a fare: ad esempio, digeriscono il cibo che mangiamo e ci tengono in salute. Da quando l’ho scoperto, fatico a dire “io”. Quali siano i simbionti che ci costituiscono dipende dal modo in cui siamo nati, dai luoghi che abbiamo abitato, dai cibi, dall’atmosfera, dalle persone che (in tutti i sensi) ci hanno toccato. Anche la regolazione dei nostri geni dipende dalla storia che abbiamo attraversato, non è il programma pre-scritto che tanto piace al determinismo neoliberista, ma un campo di possibilità che si sviluppano in una direzione o in un’altra a seconda del contesto. I neonati in stato di deprivazione affettiva sviluppano sindromi che vanno dalla depressione al nanismo fino a sfociare, nei casi più gravi, nella morte. La regolazione fisiologica dipende dall’insieme delle nostre relazioni. Le emozioni che proviamo sono quelle che abbiamo imparato a esprimere osservando gli altri intorno a noi. E si sa che l’isolamento totale è, da sempre, un metodo di tortura impiegato nelle carceri.

Come si fa, sapendo tutto questo, a definirci ancora in-dividui? A pensare che l’orizzonte ultimo di senso sia il singolo, con la sua meschina interiorità e con le sue protesi tecnologiche? A credere che la condizione naturale dell’esistenza umana sia la competizione di tutti contro tutti? A perderci di nuovo nel godimento coatto delle merci sul mercato? Semmai siamo olobionti, insiemi ecologici di forme viventi disparate che si tengono insieme in un progetto comune di vita. Semmai siamo dividui, soggetti fatti delle relazioni con altro e altri, nodi di un insieme di fili, ciascuno dei quali è parte di noi. Agli olobionti-dividui serve più intelligenza e sensibilità che agli organismi-individui perché, negli altri, ne va di noi.

Secondo Bion la parte maggiore dell’attività psichica è una rielaborazione onirica dei dati in arrivo dal mondo. Non solo nel sogno notturno: anche quando, da svegli, siamo impegnati in tutt’altre attività, un flusso incessante e sotterraneo di fantasticherie associa e organizza il materiale percettivo ed emotivo trasformandolo in immagini. Il montaggio di queste immagini di sogno è il modo primo in cui facciamo senso del nostro essere nel mondo. Non è un processo innato: all’inizio del tragitto, qualcuno sogna per noi.

Gli adulti accolgono nella propria rêverie le sensazioni informi dei neonati, le trasformano in immagini che placano l’angoscia. Poi si comincia a sognare con altri, per altri. Ne va della nostra tenuta psichica: dove il processo di rêverie è disturbato o bloccato (ad esempio perché l’immaginario è sbarrato o colonizzato, o per la diffusione epidemica di paranoie e angosce) serpeggia una follia a media intensità.

Perché, sapendo questo, cedere alle passioni tristi, alla paura del virus, all’angoscia per la fine del mondo, a un nazionalismo più canagliesco che mai? Perché abbandonare la zona più cruciale e delicata del nostro divenire, quella dell’immaginario, alle grinfie di Netflix e del terrore a mezzo stampa? Ci sono immagini che avvelenano, montaggi che rendono schiavi. Abbiamo bisogno di spazi protetti, del sogno notturno, della fantasticheria, di raccontare storie diverse da quelle che sentite finora. Abbiamo bisogno di tornare tutti insieme nella rêverie che ci unisce.

Secondo i Cashinahua delle terre basse amazzoniche il corpo è continuamente fabbricato e fatto crescere dall’azione degli altri. Se parentela vuol dire “persone fatte della stessa sostanza”, allora i Cashinahua la costruiscono in un processo lento e paziente di scambio di sostanze materiali e immateriali: cibi, miti, tecniche di accudimento, doni, canti, digiuni, relazioni con altri umani e non umani, medicamenti, pitture corporee, riti battesimali, addestramenti e via dicendo. Chi ti ha fatto, ti è parente. Tutte queste azioni richiedono conoscenza ed è proprio la conoscenza degli altri a depositarsi nel corpo, ad accrescerlo, a costruirlo. Così, alla fine, corpo e conoscenza sono tutt’uno, un cambiamento nell’uno comporta un cambiamento nell’altra: la malattia non è solo uno stato patologico, ma anche uno stato relazionale ed epistemologico.

Se prendiamo sul serio questa cosmovisione aliena, allora il distanziamento sociale che ci è stato imposto con forza di legge e abusi d’autorità è uno stato patologico ed epistemologico specifico, dal quale conviene imparare rapidamente tutto quello che ci serve sapere per prepararci a tornare a vivere. Perché, sia chiaro, questa senza di voi non è vita.

E dunque: in questi giorni ho imparato che la mia sostanza è fatta di voi, della vostra presenza, del flusso fra noi di contatti, odori, libri, cibi, batteri, passi, sguardi, oggetti, respiri, sorrisi, silenzi. Mi manca la dividualità che condividiamo, la materialità e (vabbè, lo scrivo) la spiritualità dell’esistere insieme a voi in un mondo. L’isolamento individualizza il mio corpo, lo igienizza, lo rende monocultura e totalitario come il disastro antropologico della modernità. Dopo tutti questi giorni in casa, sono fatta meno di voi e dell’intreccio con voi, e più di me e della mia monotonia. Non mi sopporto, così rinsecchita, e per questo non sopporto di vedervi sullo schermo, derisorio premio di consolazione dei coatti che siamo costretti a essere.

Finché non vi potrò riabbracciare, mi eserciterò a formare in me la vostra immagine e farla passare e ripassare dalle parti del cuore. Come in questa lettera. Nel materialismo mistico che mi sforzo di praticare, è una buona via per accogliere e abitare la nostalgia che sento di voi.

Non c’è sentimento più intimo e politico di questo.

Stefania

Ricordo dell’imprevedibile

di Vicente Barbarroja

Egli la sorpassò, e fu solo; vide nella città il deserto.

   Ossa di case erano nel deserto, e spettri di case; coi portoni chiusi, le finestre chiuse, i negozi chiusi.

   Il sole del deserto splendeva sulla città invernale. L’inverno era come non era più stato dal 1908, e il deserto era come non era mai stato in nessun luogo del mondo.

   Non era come in Africa, e nemmeno come in Australia, non era né di sabbia né di pietre, e tuttavia era com’è in tutto il mondo. Era com’è anche in mezzo a una camera.

   Un uomo entra. Ed entra nel deserto.

ELIO VITTORINI, Uomini e no

  1. Domande sulla guerra in corso. Potremo toglierci un giorno le nostre maschere? Il mondo ritornerà, ma non sarà più lo stesso; l’esistenza cambierà, ma intorno al dolore e alla morte, al centro rimarranno l’amicizia e l’amore. Con il Covid19, la terra richiede espressioni di un’azione concertata che brillino con semplicità come con intelligenza, audacia, tenacia … alla fine della notte. Legami cospirativi che si diffondono come un virus, frammento per frammento, mondialmente?

Da quando è iniziata la quarantena, mi vengono in mente due fumetti premonitori. Nausic della valle del vento, di Miyazaki e I giardini di Edena, di Moebius. Come un ricordo dell’imprevedibile. Due storie illustrate, due immagini in cui il mondo era diventato irrespirabile e la necessità di una maschera per difendersi dall’infezione polmonare inevitabile. Potremo toglierci un giorno la maschera? La cosa migliore di Moebius sono i disegni, mentre il carattere dei personaggi di Miyazachi proviene da Joseph Conrad. Nausicaä è una giovane donna senza paura, come nell’Odissea, ma qui gettata in avventure e viaggi. E sono proprio i momenti di pericolo di fronte a situazioni estreme e inimmaginabili, quando dimostra una solidarietà incrollabile e una feroce lealtà, verso se stessa e verso il mondo, che la rendono indimenticabile. Ci fa vedere un mondo che, come tutti i nostri mondi, “galleggia in un abisso e a contatto con l’immensità” (Conrad).

  1. I virus dell’enigma. Ci sono “accordi scientifici” sui virus, ma poche sono le certezze ultime. C’è un accordo per cui non si dia loro il nome di organismo vivente, poiché non hanno un’organizzazione cellulare. Sebbene contengano catene di informazioni vitali – RNA o DNA – che modificano l’organizzazione cellulare dei loro ospiti. Il virus è quindi al limite del vivente, sulla soglia tra organico e inorganico, e si suppone che risalga ad un’antichità coestensiva all’apparizione della vita sulla Terra. È stato il massiccio contagio tossico- virale dell’inorganico, con il suo limite proliferante, a dare inizio al dispiegarsi del vivente?
  1. “Unificazione microbica del mondo”. Non sappiamo come si comporterà questo virus dopo la prima ondata globale. Sappiamo solo che l’HIV e l’epatite C sono ancora qui. E sappiamo che non è la stessa cosa averli nel Nord e nel grande Sud. Per esempio attorno all’enorme lago africano Victoria, come descritto nel documentario L’incubo di Darwin di Hubert Sauper , che la ritrae come una terra apocalittica.

Emmanuel Le Roy Ladurie parlava dell ‘”unificazione microbica del mondo”, avvenuta tra il XIV e il XVII secolo a causa della peste. Settecento anni dopo, abitiamo il limite insopportabile della globalizzazione. L’integrazione di nuove aree nel tessuto metropolitano globale porta alla loro disintegrazione in quanto aree di diversificazione delle forme di vita – non solo umane. Sono cosí integrate nella zona tossica, dove straboccano le discariche, i livelli di azoto e CO2 bruciano i nostri polmoni e i virus diventano mutanti aggressivi. In questi giorni abbiamo letto articoli di biologi che sostengono che l’emergere di mutazioni virali tossiche, come il Covid19, sia legato alla massiccia diffusione di monocolture, alla concentrazione di enormi allevamenti industriali, alla distruzione di foreste primarie… Cioè con l’espansione della terra inquinata per mano del grande capitale. In questo senso, il Coronavirus è una vendetta della terra. Volevate un mondo irrespirabile? Eccolo qui.

  1. Il deserto nel cuore della metropoli. L’immagine delle sontuose metropoli deserte ha fatto il giro del mondo. Un deserto, né di sabbia né di pietre, come non era mai stato in nessun luogo del mondo, e tuttavia è così in tutto il mondo. Come lo è anche nel mezzo di una camera. Un uomo entra. Ed entra nel deserto. Non c’è nessuno, nessuno chiama, nessuno risponde, nessuno aspetta. Né compagni, né compagne, solo il nulla. In solitudine, il mondo intero vive in noi. Il deserto è la sua assenza, è un momento di pericolo in cui si gioca il destino e si dimostra il carattere … oggi, di un’intera epoca. Anche nella proliferazione di gruppi di mutuo appoggio, casse di resistenza, comitati locali, si può vedere che ciò che colpisce il virus è, soprattutto, la forma di vita metropolitana. Sovraffollamento e separazione, divertimento e angoscia; concentrazione di ricchezza e potere, diffusione dell’incertezza e dell’inquinamento ecologico ed esistenziale.

In ciò che rimane nel Nord delle vecchie aree contadine, dei piccoli paesi di montagna, se non fosse per le case di cura, la presenza del virus sarebbe appena percettibile. Puó anche essere perché la maniera di vivere contadina è in estinzione da decenni. È difficile abitare questi luoghi un po’ lontani dal cuore gelido della metropoli. Le loro strade sono generalmente deserte. In quei luoghi o si dipende dall’industria agroalimentare o ci si deve inventare una vita, se non ci si vuole consegnare alle funzioni della pianificazione territoriale e alla gestione della popolazione.

Eppure, esperienze di comunalitá, semplici o combattenti, resistono ovunque, oltre gli schermi. Parte dei raccolti viene messo in comune – come è sempre stato fatto – o vengono comunizzate tecniche e relazioni, conoscenze, risorse … vite intere. Questo avviene sia nello sfruttato grande Sud che nell’arcipelago popolato di esperienze che, al Nord, attraversano le crepe di un mondo ghiacciato. Ghiacciato perché  reagisce a malapena all’ecatombe delle specie, al mare cosparso di cadaveri, agli affollati campi profughi, al veleno che trasuda ovunque da una terra inquinata.

La fuga dalle metropoli globali è uno stillicidio continuo. Una fuga verso una vita un po’ più dura, più a contatto con la terra e con i suoi frutti e le sue specie; così come con il cielo inclemente del cambiamento climatico. Tuttavia, oggi non usciamo mai completamente dalla galassia metropolitana. Cosí, la vita reinventata nei suoi anelli esterni – come nelle fessure interne – può recuperare qualcosa della lentezza di ció che cresce con vitalità; qualcosa della presenza reciproca piena di mistero che mostra ciò che vale nei momenti di pericolo; qualcosa di quel ritmo che ci permette di guardarci negli occhi; qualcosa anche della distanza dall’assedio degli accaparratori. E se siamo fortunati e troviamo qualcuno, un gruppo di amici, con idee chiare e un cuore ardente, possiamo recuperare qualcosa di quella capacità basilare che è organizzarci, diventando forti attraverso dei legami che raggiungono tutto il mondo.

  1. Lo spettro del collasso. L’immagine del collasso che ci perseguita è quella dello Stato. Vale a dire della forma di governo che dalla fine del ciclo della peste, alla fine del XVII secolo, si è occupata della pianificazione del territorio, della gestione della popolazione e del governo degli individui per la loro verità, con l’obiettivo di assicurare la ricchezza nazionale: l’economia. Jaques Fradin[1] ha ragione: non siamo mai usciti dal mercantilismo.

Lo stato moderno ha preso in carico non solo la capacità di poter uccidere, ma anche di far vivere. All’inizio del XVIII secolo, nel famoso trattato di Delamare, era il termine polizia quello che indicava “complessivamente il nuovo campo d’azione sul quale il potere politico e amministrativo centralizzato può intervenire  (…) Insomma è la vita l’oggetto della polizia: l’indispensabile, l’utile e il superfluo. Che la gente viva, viva e faccia anche di meglio: questo è ciò che la polizia deve garantitre” (Foucault, Omnes et singulatim). Ma  la vita fugge ovunque.

Covid19 non è particolarmente letale. È il suo potere di contagio negli agglomerati iperconnessi che dà vita allo spettro del collasso. Attacca la rete sanitaria, la capacità di garantire che le persone sopravvivano nel tessuto metropolitano industriale. Attaccando il sistema sanitario nel cuore delle metropoli globali, ha bloccato l’economia. Il sistema non può permettersi una raffica incontrollata di immagini di corpi morti o trascurati. Peró la distruzione che il virus sta causando all’economia qualcuno la dovrà pagare. Imaginate chi?

Se Agamben ha ragione nell’indicare nella pandemia il test perfetto che  significa per l’intensificazione della tecnologia di controllo cibernetico, in uno stato di eccezione che è diventato la regola, l’immenso danno che sta causando e causerà sulle casse degli Stati come su migliaia di vite che stanno esaurendo i mezzi per sostenersi, saranno enormi.

  1. Il prevedibile. Chi pagherà i danni? Il Covid19 sarà la scusa perfetta per effettuare ulteriori tagli alla spesa pubblica, se non alla sanità certamente all’istruzione e alle pensioni e a tutto il resto che possiamo immaginare. Proveranno a farlo in più fasi. Prima qui, poi lì. E anche a livello privato, se tutto rimane invariato, si profila una nuova escalation dell’impoverimento generale, un peggioramento ancora maggiore delle condizioni di vita. Soprattutto se si continua a pensare di affrontare ciò che viene con gli strumenti tipici della sinistra non rivoluzionaria, che sono sempre gli stessi: neutralizzare la conflittualitá storica per contribuire alla gestione della miseria.

Per fare questo, la Fed e le banche centrali dovranno aprire il rubinetto per aumentare la capacità – e migliorare le condizioni – dell’indebitamento di banche, stati, società. In modo che possano continuare a fare affari aumentando il famigerato debito infinito che le nostre vite pagano. In questo modo il capitale, per mano dello Stato, sarà in grado di rovinare gli esseri e i settori più esposti o indeboliti e peggiorare progressivamente le condizioni di lavoro e di vita di tutto il resto; riproducendo così la paura che ci farà stringere la cinghia e lottare tra di noi.

  1. L’impensabile. Tutto questo nel caso in cui ci sia ancora qualcosa da pagare, cioè da salvare. E questo non è cosí ovvio. Anche se oggi appare improbabile, potrebbe accadere che la fuga dalle metropoli inquinate sia l’unica opzione che ci lasci questo sacro virus, o il prossimo.
  1. L’inaudito. In linea di principio, il piano è prevedibile. Solo che nella catastrofe ecologica ed esistenziale, metropolitana e globale – che già eravamo prima del virus – sono entrati l’imprevedibile e l’inaudito. La catastrofe imprevedibile, in realtà intuita anni fa (CAT40), è la disconnessione dal sistema mondiale di intere aree che sono state spogliate e devastate per alimentare l’accumulazione capitalista.

L’inaudito rivoluzionario, d’altra parte, potrebbe essere quello di avere non solo metà continente europeo, ma più di mezzo mondo che esce per le strade in massa ogni venerdì e/o ogni sabato, trovando forme di azione concertata che spezzino l’isolamento nazionale delle insurrezioni e rivoluzioni moderne. Processi rivoluzionari che evitino il luogo simbolico in cui il potere nazionale opera il rituale della gestione della miseria, la cui generazione non controlla affatto, per avviare un doppio movimento destituente. Doppio movimento che implica non solo il distruggere tutte le espressioni della doppiezza, della bassezza e della meschinità che pervade questo mondo, ma anche il compito di ricomporsi altrove, di riparare i danni per poter dispiegare un altro modo di vivere.

Una vita il cui fine non sia l’economia, l’efficienza, la nazione, il piacere o una felicità astratta, come ci è stato insegnato, ma che sia semplicemente quello di avere una vita buona, un buen vivir, che si ottiene, come è stato detto, facendo le cose e godendone. Il fine di una vita buona non è esterno ad essa, sta nel modo in cui fai ciò che fai, nel modo in cui vivi ciò che vivi. Elio Vittorini lo riassume brillantemente: «Presuntuosi siete voi. Volete lavorare per la felicità della gente, e non sapete che cosa occorre alla gente per essere felici. Potete lavorare senza essere felici?» Ovviamente, per proporre l’apertura di una buona maniera di vivere alcune cose sono necessarie: 1) mantenere risorse comuni e individuali, mezzi di esistenza; 2) bloccare il ritorno della follia accaparratrice; 3) bruciare la falsitá dell’ immagine del lusso, che acceca la nostra percezione incatenandoci a una valanga di beni superflui e frustranti; 4) sradicare tutti quei manager resi pazzi da un’efficienza che, in realtà, equivale solo ad un aumento dello sfruttamento e dell’esaurimento, nostro e della terra. Questo significa inventare la comune del XXI secolo, ovunque.

Il virus ci insegna la possibile di una buona vita: mantenere solo i posti di lavoro essenziali riducendone le ore; avere un reddito universale e infinito; iniziare uno sciopero degli affitti e forse uno sciopero umano, uno sciopero infinito e destituente; andare a scuola e a lavorare per la metà del tempo e metà delle persone; dedicarsi molto di più alle persone e alle cose che ami, a giocare e parlare di più con tua figlia, a ciò che ti appassiona fare o ricercare, cucinare e prendersi cura della casa, formarci noi stessi, arricchire i legami con coloro che vivono intorno a noi, sostenerci a vicenda, tornare alla terra.

Elio Vittorini, nel suo folgorante romanzo sulla feroce lotta partigiana a Milano, proprio alla fine della seconda guerra mondiale, pochi istanti prima della “liberazione”, ci insegna che non c’è nulla di così problematico come la liberazione stessa. Nell’essere umano vive anche l’avvoltoio e la iena, vive il male e la capacità di fare il male, vive Trump, Hitler e i loro fans, vive El Assad, la leadership cinese, tutti i socialisti disoccupati e tutta la polizia di questo mondo.

  1. Mondi Mad Max. Di fronte alla prevedibile carenza di risorse in un non lontano futuro, si sta diffondendo una triste frammentazione piuttosto che una felice globalizzazione. Da una quindicina d’anni l’unico modo per vincere una guerra per il blocco tecno-occidentale è diffondere il caos, alimentando i mondi Mad Max. Non esiste un progetto di civilizzazione, esiste solo un progetto di controllo. A livello globale, l’operazione principale è stata l’espansione dell’interesse economico e l’integrazione e la disintegrazione tecnometropolitana dei mondi. Non c’è un vero e proprio progetto di civilizzazione, infatti l’Occidente non è solo in rovina, diffidando e rimproverando a se stesso la sua storia e i suoi principi, ma, in vista dell’esaurimento delle risorse, si sta liberando di antiche e orgogliose zone culturali, come la Siria, la Libia, l’Iraq, gettando caos nel caos, intensificando machiavellicamente la distruzione sulla distruzione, generando intere zone di mondi Mad Max[2] che rimarranno concorrenti nell’agonia che verrá … se tutto rimane uguale. Ecco, come disse un compagno, “che tutto continui ‘così’ è la catastrofe”.
  1. Una vita sulla Terra. Nell’ottobre 2019, diciannove nazioni sono state scosse da insurrezioni che chiedevano la fine della espropriazione economica e politica e una vita dignitosa. Il Covid19 ci ha rinchiusi tutti e tutte a casa, costringendoci a familiarizzare ancora di più con la tecnologia digitale mettendo in atto il più grande esperimento di controllo e sorveglianza di sempre.

Nei prossimi mesi si giocherá la rivoluzione mondiale delle nuove tecnologie. La rivoluzione mondiale della stampa e dell’artiglieria sappiamo chi l’ha vinta. Sappiamo quindi che noi l’abbiamo persa, lasciandoci rinchiudere negli stati capitalisti e coloniali in cui tuttora viviamo.

Il pericolo più insidioso risiede nel credere che non siamo in grado di affrontare i problemi che la vita sulla terra ci pone – mentre non siamo nulla di diverso dal pianeta. Problemi tecnici, problemi passionali, problemi etici … Questo pericolo è il grande passaggio attraverso il quale può penetrare la paura che ci governa, dando nuova vita all’ordine economico-politico del presente, caratterizzato dal povero famigerato Machiavelli come l’ordine della doppiezza, della falsità, dell’opportunismo e del tradimento.

Contro la paura, bisogna tornare a respirare, sentire la nostra appartenenza a questo pianeta comune, che è fatto di molti mondi. “Nausicaä è quella che riallaccia i legami con la Terra”, fa dire Miyazachi nel film. Perché nessuna cosa è sola, nessuna cosa è separata. Dove c’è una cosa c’è tutto il resto.  Nella nostra stanza vive con noi tutto il passato e tutte le città del mondo. «Anche la notte fuori dai vetri non è una cosa sola; è tutte le notti »(Vittorini). Tutti gli oppressi sono morti e stanno morendo anche per noi, anche per la nostra vita, stanno morendo per liberarci. Liberarci ognuno in modo diverso, come afferma Vittorini. “Un modo (…) che dia agli uomini di farsi una cosa vera in ogni loro cosa”. Se prestiamo attenzione, ora, sentiremo  il brivido dell’intera atmosfera che ci circonda.

[1]https://lundi.am/Panique-boursiere-en-temps-de-coronavirus-Jacques-Fradin

[2]Lean Dawla, de Gabriele del Grande, vean ISIS: Birth of a Monster de Paul Moreira y saquen sus conclusiones.

Il XXI secolo è iniziato nel 2020

Jéme Baschet

 

Il XXI secolo è iniziato nel 2020 con l’entrata in scena del Covid-19

Le Monde, 2 aprile 2020

Jérôme Baschet è stato professore e ricercatore all’EHESS di Parigi. Tra i libri da lui pubblicati, «Défaire la tyrannie du présent. Temporalités émergentes et futurs inédits» (La Dèouverte, 2018) e «Una giusta rabbia. Fermare la distruzione del mondo» (Divergences, 2019; Bepress, 2020). Un’intervista doppia insieme a Laurent Jeanpierre è disponibile in italiano qui e qui.

Succede spesso che gli storici facciano cominciare il XX secolo nel 1914. Allo stesso modo, un domani ci spiegheranno che il XXI è cominciato nel 2020, con l’entrata in scena del Covid-19. Certo, il ventaglio degli scenari a venire è ancora molto ampio; ma la catena degli eventi messa in moto dalla propagazione del virus offre, come in time-lapse, un assaggio delle catastrofi a venire,  destinate a intensificarsi in questo mondo sconvolto dagli effetti di un riscaldamento globale che viaggia verso 3-4ºC di rialzo medio. Si profila insomma sotto i nostri occhi una connessione sempre più stretta tra gli elementi della crisi. Una crisi che un solo fattore — tanto annunciato quanto imprevisto — è stato sufficiente ad attivare.

Tracollo e disorganizzazione del vivente, deregulation climatica, decomposizione sociale in accelerazione, discredito nei confronti di governanti e sistemi politici, espansione fuori misura del credito bancario e delle fragilità finanziarie, incapacità di mantenere un livello di crescita sufficiente: tutte dinamiche che si sostengono l’una con l’altra, e che risultano nell’estrema vulnerabilità di questo sistema-mondo in crisi strutturale permanente. Ne consegue che qualsiasi stabilità apparente non è che la maschera di una crescente instabilità.

Il messaggero della vita

Il Covid-19 è una «malattia dell’antropocene», come ha detto Philippe Sansonetti, microbiologo e professore al Collège de France. L’attuale pandemia è un fenomeno totale, in cui la realtà biologica del virus è ormai indissociabile dalle condizioni sociali e sistemiche che causano la sua esistenza e la sua diffusione.

Invocare l’antropocene — era geologica in cui la specie umana modifica la biosfera su scala globale — invita a considerare un’idea di temporalità a triplo taglio. In primo luogo gli ultimi anni, nel corso dei quali abbiamo preso coscienza di questa nuova epoca sotto la crescente pressione di evidenze sempre più sensibili. Seguono gli anni del secondo dopoguerra, che vedono l’ascesa della società dei consumi e la grande accelerazione di tutti i marcatori dell’attività produttiva (e distruttiva) dell’umanità. Infine, la svolta compiuta nel XVIII e XIX secolo, quando la curva di emissione di gas a effetto serra decolla, più o meno quando ha inizio l’utilizzo sistematico dei combustibili fossili e l’industrializzazione.

Il virus è il messaggero del vivente, venuto a presentarci il conto della tempesta che noi stessi abbiamo innescato. L’antropocene comporta obblighi: e la responsabilità è sicuramente dell’uomo. Ma di chi, più esattamente? Le tre temporalità sopra menzionate ci permettono di essere più precisi. Nell’orizzonte più immediato, si impone lo scioccante scandalo degli stock di mascherine, letteralmente evaporati dal 2009 a oggi, e sui quali non c’è stato alcun tipo di intervento nemmeno con l’avvicinarsi dell’epidemia. Ma, ancora, non è che uno degli aspetti dell’impreparazione europea.

L’incapacità di anticipazione testimonia di un’altra malattia dei tempi: il presentismo, per cui tutto ciò che esula dall’immediato scompare. Il modello freddamente contabile di gestione ospedaliera neoliberale ha fatto il resto. Senza mezzi, sottodimensionato ed esaurito già in tempi ordinari, il personale di cura urla tutta la propria disperazione senza essere ascoltato. Eppure, l’irresponsabilità delle politiche governative è ormai sotto gli occhi di tutti.

«Capitalocene»

Secondo Philippe Juvin, primario di Pronto Soccorso dell’ospedale Pompidou di Parigi, ci troviamo «completamente nudi» di fronte all’epidemia per colpa di alcuni «indifferenti e incapaci». E se Emmanuel Macron si vuole elevare al rango di capo militare in quella che chiama «guerra», non dovrebbe dimenticare che questa retorica potrebbe in futuro ribaltarsi metaforicamente in accusa di tradimento.

Studiando la seconda metà del ventesimo secolo, si ritrovano molte delle possibili cause di moltiplicazione delle zoonosi — ossia le malattie legate al passaggio di un agente infettivo dall’animale all’umano. Ad esempio lo sviluppo dell’allevamento industriale e delle sue forme di ignominioso concentramento, che ha delle conseguenze anche sanitarie (influenza suina, influenza H5N1, ecc.). O l’urbanizzazione senza misura, che invece erode gli habitat degli animali e li spinge ancor più a contatto con gli umani (VIH, Ebola).

Ma questi due fattori potrebbero anche non essere intervenuti nel caso della SARS-CoV-2. In compenso, la vendita di animali al mercato di Wuhan non avrebbe avuto certe conseguenze se la città non fosse anche diventata una delle maggiori capitali dell’industria automobilistica. La globalizzazione dei flussi economici è decisamente operativa, e l’espansione insensata del traffico aereo è stata il vettore di una folgorante diffusione planetaria del virus.

Ecco che, tornando indietro di due secoli, si può finalmente dare all’antropocene il suo vero nome: «capitalocene». Perché è un fenomeno che non riguarda la specie umana in generale, ma un sistema storicamente determinato. Un sistema — il capitalismo — che ha come caratteristica principale la subordinazione della produzione all’esigenza di valorizzare il denaro investito. Anche se le configurazioni sono variabili, il mondo si organizza in funzione delle imperiose necessità dell’economia.

Compulsione produttivista mortifera

Quando l’interesse privato e l’individualismo concorrenziale diventano i valori supremi, ne risulta una rottura di civiltà, mentre l’ossessione puramente quantitativa e la tirannia dell’urgenza conducono a un vuoto nell’essere. Ne deriva soprattutto quella compulsione produttivista e mortifera che è all’origine del sovrasfruttamento delle risorse naturali, della disorganizzazione accelerata del vivente e dello sconvolgimento climatico.

Si è detto che dopo l’urgenza sanitaria, niente sarà come prima. Ma cosa va cambiato? Sarà un esame di coscienza che si limiterà alla memoria a breve termine, o considererà invece il ciclo completo del «capitalocene»? La vera guerra che si giocherà non ha il coronavirus come nemico, ma vedrà invece affrontarsi due opzioni opposte: da un lato, il prosieguo del fanatismo della merce e del produttivismo compulsivo che approfondisce la devastazione in corso; dall’altro, l’invenzione —  che già balugina in mille luoghi — di nuovi modi di esistere capaci di rompere con l’imperativo categorico dell’economia privilegiando una buona vita per tutte e tutti.

Preferendo l’intensità gioiosa del qualitativo alle false promesse di un’illimitatezza impossibile, questa invenzione si congiungerà con l’attenta premura per i luoghi abitati e le interazioni tra viventi, con la costruzione del comune, il mutuo aiuto e la solidarietà, con la capacità collettiva di auto-organizzazione.

Il coronavirus è giunto a lanciare un segnale d’allarme, a tirare il freno del folle treno di una civiltà lanciata verso la distruzione della vita. Lo lasceremo ripartire? In quel caso, avremmo l’assoluta certezza di nuovi cataclismi a venire. Cataclismi rispetto ai quali questi giorni saranno poca cosa.

Dal confino all’estasi. Un’altra lettera.

Caro Marcello, care amiche e cari amici, cari viventi-nel-deserto,

la tua lettera mi è arrivata come se qualcuno l’avesse letta qui accanto a me, a distanza di braccio. Sarà che nel deserto le voci sembrano più vicine e più chiare.

Finalmente anch’io posso mandarti mie notizie: sto bene; stiamo tutti bene. Qualche giorno fa, invece, ero ancora nel pieno del travaglio: la casa mi sembrava una prigione, la strada per il supermercato una distesa di sale; non avevo voglia di parlare, ero inferocita con gli amici che non sentivano le cose esattamente come le sentivo io; mi sono buttata nel cyberspazio come un pesce rosso nella boule; ho resistito abbastanza bene alla cioccolata ma ho dovuto guardarmi dal vino; ringhiavo e a volte, camminando, sbandavo. Insomma: ero persa in me stessa e nelle mie derive – come tutti. Perché la prima cosa straordinaria di questo tempo è che colpisce tutti quanti, ci sottopone senza eccezioni a un medesimo sforzo, alla medesima possibilità di visione. Intendimi, non voglio dire le disuguaglianze siano tolte: l’emergenza chiude alcuni in 35 metri quadri con due figli, cane e gatto, mentre altri passeggiano tranquilli nel parco della loro villa; alcuni sono costretti ad andare lavorare, altri a non avere più reddito; alcuni possono contare sul diritto alla salute, altri solo sulla speranza di non ammalarsi. Ma, da un altro punto di vista, questo tempo non ordinario dà, a chiunque voglia coglierla, la possibilità di accedere ad altro.

La seconda cosa straordinaria è il modo in cui mescola rapidità e lentezza. Decreti, editti, misure straordinarie si succedono di giorno in giorno, e quasi ora in ora, ma ci è voluto un po’ – intere settimane, direi – perché dentro di noi la tempesta smettesse d’infuriare. Per ritrovare un centro. La finta emergenza in cui vivevamo da ormai quattro decenni ci aveva abituati ad agire nella fretta, nell’urgenza, secondo schemi automatici di risposta; a non interrogarci; a compensare quest’inferno con supplementi tossici di ogni tipo. E ci aveva disabituati a sentire, a lasciar depositare in noi le cose, a usare l’intelligenza di cui siamo capaci, a desiderare di diventare altro. Ora la vera emergenza viene a insegnarci che le cose vere hanno i loro tempi, che questi tempi non possono essere compressi, che l’incessante corsa al “di più & prima” era proprio quello che sospettavamo: una pazzia. Per accumulare plus-valore, plus-godere e plus-potere avevamo perso di vista il senso dei nostri tragitti biografici e di ciò che li rende possibili: le relazioni con gli altri umani e non-umani, la conoscenza sentimentale del mondo, il rapporto fra ciò che già è (e che a volte fa schifo, ma altre volte è proprio bello) e ciò che può essere.

E poi c’è l’elemento più straordinario di tutti, talmente meraviglioso che faccio fatica a descriverlo. Proverei a dirlo così: il mondo-di-prima ci aveva fatto credere di essere l’unico. Credevamo che la lotta di tutti contro tutti fosse una legge di natura, che la scienza statale e oggettivante avesse sempre l’ultima parola, che i mondi degli altri fossero illusioni. Eravamo perfino arrivati a credere di essere degli in-dividui (ti rendi conto?), fatti solo della nostra essenza e non di relazioni, autonomi e competitivi, solipsistici e calcolanti. Insomma, ci eravamo bevuti il liquame filosofico capitalista, colonialista, scientista e gerarchico che da quattro secoli ci viene propinato e avevamo lasciato che la reductio ad unum della modernità totalizzasse il reale colonizzando terre, boschi, spiriti, montagne, ninfe e lari, venti e anime. In quanto moderni, avevamo imparato a ignorare i nostri sogni, a tenerci a distanza dalle relazioni trasformative, a temere le intuizioni e a considerare bambini, folli, morenti e profeti come minus habens; a non vedere le sincronicità, il perturbante e l’analogia; e a dimenticare la felicità delle rivoluzioni e degli amori. Quando, nonostante tutto, ci capitava di viverle, eravamo tenuti a non farcene mai niente: non pensarle, non esplorarle, non cogliere le possibilità di altro che portano in sé.

Non so cos’è quest’altro e forse è troppo audace volerlo sapere. So che è senza progetto e senza governo; che porta con sé ogni felicità così come ogni pericolo; che non è davanti a noi come un piano da realizzare, ma dietro di noi come un fondo comune da cui tutti veniamo e che ci unisce al di sotto della soggettività. Per localizzarlo i cristiani parlano di trascendenza e non ho niente da obiettare su questo “andare verso l’alto”. A me, però, piace di più l’infrascendenza, l’andare verso il basso, il prima, il profondo, l’intimo. E, soprattutto, mi fa tanta simpatia l’andare in orizzontale, verso un altro che è sullo stesso piano ontologico del qui – ma che, appunto, è altro (che so: la selva degli Shipibo d’Amazzonia, le danze Gnawa del Marocco, i carnevali della Barbagia). Anziché un salire, o uno scendere, questo è un andare-in-là, un trans-ire: una trance.

Forse sembra fuori luogo parlare di trance, transiti, soglie e mondi altri proprio quando l’implosione virale del nostro mondo ci costringe a un interno domestico in cui lavoro e vita, affetti e rete non si distinguono più. Ma questa, appunto, è la cosa più straordinaria: la sospensione che stiamo vivendo è un’ek-stasis, un muovere fuori dalla stasis, dalle posizioni previste e comandate. Togliendo il blocco e il ristagno, ci rimette in relazione col preindividuale, con gli altri umani e non umani, col mondo, con la molteplicità.

A quel che so, quasi tutti i gruppi umani praticano l’ekstasis: usano danze, piante, musica, digiuni per uscire dall’ordinario e fare operazioni cruciali di guarigione, preveggenza, connessione, metamorfosi. I signori del limite, come li chiamava de Martino, sono coloro che sanno come andare nell’ekstasis, come trovarci quel che serve, come portarci gli altri e, soprattutto, come uscirne. Pare che solo il monoteismo moderno abbia del tutto bandito queste modalità di esperienza e di vita in comune – forse perché poco compatibili con la produzione di plus-valore, forse perché, aprendo i soggetti all’eccedenza del cosmo e delle biografie, fanno apparire il plus-godere che c’intossica, il plus-valore che ci muove e il plus-potere che ci rende arroganti per quel che sono: una miseria.

Nelle poche, pochissime esperienze di ekstasis che ho fatto, mi è sembrato di capire alcune cose. La prima è che ogni volta, per passare dall’ordinario al non ordinario, dal “qui” all’“altrove”, c’è un dolore da superare. Una paura, un malessere, l’angoscia del venir meno di sé. È il dolore della soglia.

Superarlo richiede un po’ di coraggio e un po’ di ascetismo (askesis: l’esercizio che ti trasforma per renderti degno di quel che vai cercando).

La seconda è che l’ekstasis esiste solo nella tensione con il qui: non è un’utopia da arredare secondo il gusto di qualcuno, ma la possibilità permanente che altro si dia. Non andrebbe intesa come fuga o come soluzione delle contraddizioni che ci travagliano, ma come luogo di negoziazione con forze, enti, desideri, possibilità. Non sostituisce l’ordinario più di quanto la potenza sostituisca l’atto: inutile dire che i mondi più vivibili sono quelli che sanno tenere le due dimensioni continuamente in rapporto. Infine, l’ultima cosa che ho capito è che il non ordinario è un posto intrinsecamente pericoloso, che ti mette di fronte a scelte radicali e ai tuoi limiti, luogo di tutte le possibilità come anche di tutti i pericoli. Anche nell’ekstasis (soprattutto nell’ekstasis!) bisogna muoversi con tutta l’attenzione e l’amore possibili – perché alla fine quello che ci differenzia dai fascisti potrebbe essere solo questo: il prender parte, sempre e comunque, per la felicità che scorre nelle relazioni; la capacità di non appropriarci.

Per concludere, mi pare che lo sbandamento nel quale tutti ci troviamo, il rimescolamento delle alleanze, l’angoscia e il dolore che stiamo attraversando altro non siano se non il passaggio ek-statico necessario all’uscita dalle vecchie coazioni; la disintossicazione, su scala globale, dai veleni della modernità, dall’illusione drogata e totalitaria del mondo unico. Forse potremo perfino reinventarci un qui vivibile – e anzi, una molteplicità di qui e di altrove, di ordinario e non ordinario, di mondi, enti, relazioni e affetti. Disabituati alle soglie e alle differenze qualitative da quattro secoli di moderna omogeneizzazione, nessuno di noi sa bene come muoversi, come creare diplomazia fra mondi, come andare e tornare fra ekstasis e ordinario. Potremmo allora accompagnarci gli uni con gli altri, principianti con principianti, e sviluppare conoscenza collettiva dei processi, dei rischi, delle esitazioni, dei passaggi, delle trasformazioni. Senza affettarli, senza direzionarli. Contenendo reciprocamente le derive di ciascuno. Potremmo imparare a essere senza giudizio e presenti, con tutta l’attenzione e l’amorevolezza di cui siamo capaci.

Quel che ci aspetta sarà difficilissimo ed entusiasmante: stare nell’aperto senza diventarne padroni. Felice di viverlo con te e con tutti gli altri.

Stefania

Lettera agli amici del deserto [it-fr-eng-esp-gr-pt-dk]

Miei cari amici, mie care amiche,

poche cose come lo scrivere delle lettere ai propri più cari amici di una vita è più confortante in momenti come questo. Spero che questa mia vi trovi bene, e belli come io vi porto dentro di me. Alcuni di noi staranno vivendo con maggiore sofferenza questi giorni ma l’amicizia, cioè l’essere più prossimi di qualsiasi prossimo, fa sì che possiamo condividerla e perciò alleggerirla se lo vogliamo. Semplicemente perché, in virtù dell’amicizia, siamo portati senza sforzo a vivere con la vita dell’altro. In questa clausura che ci è toccata, dobbiamo restare aperti come non mai al vento dell’amicizia che è capace, come sappiamo, di soffiare al di là di ogni distanza.

Come forse avrete anche voi avuto modo di notare ci troviamo, a seconda dei nostri paesi, da qualche giorno o settimana tutti ridotti alla quarantena in un tempo che, per un caso che ha qualcosa di perturbante, è anche quello della quaresima. Tempo tradizionalmente di introspezione, di rinunce e infine, forse, di riconciliazione. E siccome, chi mi conosce lo sa, ho sempre pensato che non esiste «il caso» ma che questo è solo una maniera di rassicurarci, una superstizione attraverso la quale ci costringiamo a credere che ciò che accade, il modo in cui accade, non abbia alcun significato per noi, ho pensato che questa coincidenza faccia parte dei segni dei tempi che sono qui e che siamo chiamati a interpretare.

Nei Vangeli si racconta che in quel tempo Gesù fu «spinto» dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni e lì, nel tempo dell’ascesi, subì le tentazioni del demonio.

È un topos che si ritrova in varie storie narrate nell’Antico testamento, a partire naturalmente dall’avventurosa traversata del popolo ebraico per sfuggire alle persecuzioni. Storie diverse ma tutte facenti segno al carattere di «prova» che il deserto è. Naturalmente nella vita di ciascuno di noi è accaduto di attraversare dei periodi desertici. Non sempre è andata bene e ne portiamo le cicatrici, almeno questa è la mia esperienza. Ma quelle volte nelle quali ne siamo usciti più forti sono quelle che, a pensarci bene, ci permettono di essere ancora vivi. La cosa eccezionale è che ogni tanto accade, come adesso, che la prova sia allo stesso tempo individuale e collettiva, fino a coinvolgere interi popoli se non l’intera umanità.

Noi che abbiamo sempre scrutato lo scorrere inesorabile della storia cercandovi i segni dell’evento che la interrompesse, non possiamo allora tirarci fuori dinnanzi a quello che è in corso. Un evento enorme per il quale ci rendiamo conto di non avere abbastanza parole per dirlo. Deserto è infatti anche l’assenza di parole, di discorsi, di confortevole ridondanza dei suoni. D’altra parte in ebraico il termine che sta per “parola”, dabar, e quella che sta per “deserto”, midbar, hanno la stessa radice, tanto da poter supporre che il fatto che il deserto è un luogo privo di parole sia, proprio per questo, quello maggiormente adeguato alla rivelazione della Parola in quanto evento. La prima cosa da fare dunque è mettersi in ascolto, fare abbastanza pulizia dentro di sé per poter accogliere l’evento. Ma per ascoltare che cosa? In una intervista ad una monaca che ho letto di recente, questa dice che l’obbedienza bisogna intenderla nel suo senso etimologico, da ob audire, cioè «ascoltare dinnanzi, di fronte a». «Ascoltare la realtà» è il vero senso dell’obbedire ne conclude lei dalla sua clausura. Credo che sia un esercizio del genere che questo tempo ci richiede.

Nel deserto non vi sono strade, camminamenti già segnati da percorrere: è compito di chi l’attraversa orientarsi e ricavarne una via che lo porti fuori. Non vi sono negozi, non vi sono fonti d’acqua, non vi sono piante e tutto appare immobile perché nel deserto non c’è produzione, non vi sono bar e non vi sono centri sociali, non vi è niente di ciò che diamo per scontato debba esserci per essere considerato un posto «vivibile». Infine si può dire che non vi è niente di umano e perciò nel libro del Deuteronomio si dice che nel deserto vi è una solitudine urlante. Lo so, lo so bene che molto di questo tempo che stiamo vivendo sembra fatto essenzialmente di questo urlo e di questa disumanità e capisco la sfiducia e l’orrore dal quale a volte siamo catturati e che ci induce a disperare. La volgarità di molta della “musica” che viene sparata in Italia dai balconi in questi giorni al cominciare della sera non riesce a coprire quell’urlo ma è lui che copre tutto e infatti, dopo l’euforia dei primi giorni, è un rito che sta già scemando: in molti comprendono che c’è qualcosa che non suona giusto. Riportare quell’urlo a essere un canto spetta alla nostra sensibilità, cioè al nostro accordarci all’evento. Non dobbiamo rotolare nella disperazione né irrigidirci nella negazione. Molti sono i modi di disperare e di negare e spesso appaiono come il loro contrario nell’agitazione di cui sono fatti e che trasmettono: non facciamoci ingannare. Ascoltiamo il canto della realtà, appunto.

Bisogna pensare che, sempre in quei vecchi libri, si racconta che il giardino dell’Eden fu la prima vittoria sul caos desertico, esso fu piantato infatti al centro di dove non c’era nulla, né cespugli né erba, né fiumi né altro. Ed è in effetti rimasto indimenticabile, quel giardino, come promessa di felicità a cui tendere: un luogo d’abbondanza dove non c’è lavoro e sfruttamento e tutto è in equilibrio con tutto. I popoli nei loro momenti migliori hanno creduto che solo questa fosse un’esistenza degna. Vincere nel e sul deserto allora vuol dire nient’altro che accedere alla possibilità di una vita più vera, più ricca, più felice e perciò più libera.

Ognuno di noi in questo preciso attimo sta vivendo la sua propria prova e non è facile distinguere quella sopportata dal corpo da quella dello spirito, come solitamente tendiamo a fare. Magari è l’occasione, questa e non un’altra domani o chissà, di poter riunire quello che di solito siamo portati a considerare come scisso. Lo sapete meglio di me, la nostra è stata da cima a fondo la civiltà della scissione: non permettiamogli adesso di approfondirla ancora e ancora.

Il deserto è il luogo proprio della krisis, nel senso originale di questa antica parola greca che continua ad ossessionarci: scelta e decisione. Non pensate dunque anche voi, amici miei, che oggi siamo stati tutti «spinti» esattamente in quel luogo? Non è venuto forse per tutti noi il tempo inderogabile della decisione?

E non pensate che sia una decisione che dovremmo prendere insieme a partire da sé, e non ciascuno per sé senza tener conto degli altri?

Il deserto di cui parlo è il luogo della prova non perché sia uno spazio vuoto, bensì perché privo di tutte quelle cose che arredano artificiosamente le esistenze, tutto ciò che le facilita e che le lusinga: è privo cioè delle distrazioni che quotidianamente impediscono a ciascuno di contemplare la propria vita con chiarezza. Il deserto è dunque quel luogo che permette di meditare, concretamente, sulla propria vita nel mondo a partire da un luogo fuori del mondo nel suo significato più vero: libero dal superfluo, da tutto ciò che abbiamo creduto necessario e che invece improvvisamente, adesso lo sappiamo definitivamente, non lo è perché non lo è mai stato. Per contro il deserto ci fa provare il desiderio di tutto ciò che manca veramente alla nostra vita. Lungo  il cammino che ci apriamo faticosamente dentro di lui sentiamo allora l’assenza della comunità, quella della giustizia, quella della gratuità, quella della vera salute e, certo, sentiremo anche la mancanza di quella persona che abbiamo escluso dalla nostra intimità senza comprendere bene perché o dalla quale siamo stati esclusi e che però, misteriosamente, continuiamo ad amare. Sete d’amore? Dire di sì, in ogni senso possibile. Uno tra voi, tanto tempo fa, mi disse che non si poteva né aveva senso fare qualsiasi cosa insieme se non ci si fosse voluti almeno un po’ di bene. Non il bene astratto dell’ideologia, ma proprio quello corporeo e spirituale che si prova a contatto. Certo, comprendere in cosa consista questo bene non è sempre stato facile e spesso invece che il bene ci siamo fatti il male. Infatti i pochi esseri che abitano stabilmente i deserti  sono sempre pericolosi: iene e demoni. Di Gesù però dicono che alla fine della prova anche le fiere gli stavano accanto come fossero agnelli (l’Eden!). Dobbiamo allora cogliere il momento per riuscire una buona volta a comprendere che cosa significa amarci l’un l’altro senza utilizzare i sotterfugi, le mediazioni assurde e l’ipocrisia con cui ogni volta ci siamo passati sotto o sopra. Ho l’impressione, la certezza, che nel momento in cui toccheremo questa realtà e le obbediremo allora sì che «saremo tutto». 

È perciò che il deserto è quel luogo in cui, attraverso la meditazione e la prova, si forma in modo duraturo lo spirito forte di un nuovo inizio. Oggi abbiamo la possibilità non di ripetere un rituale come fosse una parentesi alla fine insignificante per noi e per il mondo – e di rituali stanchi e inutili, lasciatemelo dire, ne siamo grandi esperti – ma di sfondare finalmente la membrana della Storia che ci tiene prigionieri di un sogno malefico. Andare oltre, come ci ha spesso ripetuto un vecchio saggio. In questo momento andare oltre significa andare ben al di là della pandemia, vuol dire andare tutti insieme su di un altro piano dell’esistenza.

Temprati dal deserto, con la forza spirituale acquisita attraverso le privazioni e la sfida vittoriosa con i demoni, ci potremo ripresentare nel mondo con una potenza nuova che non è del mondo, quella che ormai sa – come dice Gesù al demonio che lo tenta una prima volta – che non si vive di solo pane, ma con e attraverso la Parola. La quale è più materiale della materia. Le tentazioni a cui viene sottoposto il Cristo sono quelle di sempre: possesso, potere, manipolazione. Materia che è meno della materia. Sono quelle contro le quali abbiamo sempre lottato: per questo siamo infatti diventati amici, ve lo ricordate?

È quella Parola che ci sta lavorando in questi giorni, ognuno nel suo luogo, ognuno nella sua clausura, ognuno nel suo deserto, ognuno con una fatica diversa. Luoghi che possono essere quelli di una riconquistata intimità e che però, tutti insieme, stanno creando un unico enorme deserto che è come un gigantesco incontro con la realtà. Poiché il deserto di cui parlo  non sono le strade vuote della metropoli, che è sempre vuota e triste anche quando è piena e tutto vi scorre velocemente e che fa ammalare, ma lo spazio selvatico che ci espone alla Parola e dentro il quale lottiamo uno per una contro le tentazioni. Conosco quasi tutte quelle che in questi giorni immagino assalgono la maggior parte tra voi perché sono state e in parte sono ancora anche le mie. Sapete a cosa mi riferisco. Un insegnamento decisivo del Gesù nel deserto è però quello che sostiene che non si dialoga col demonio, mai, perché una volta che hai accettato di farlo, per quanto ti ritieni furbo ne resterai prigioniero: il suo discorso, la sua retorica, la sua arte della seduzione sono altrettante sbarre che si chiudono attorno a te. Quante volte abbiamo visto quelle sbarre allontanare per sempre da noi dei vecchi amici…

Le nostre abitazioni giorno dopo giorno si stanno trasformando in frammenti di una landa desertica, con i suoi animali selvaggi, con il suo silenzio profondo, lui sì abitabile come non mai, e con le sue presenze, quelle che di solito non scorgiamo perché troppo indaffarati con una miriade di cose per la maggior parte inutili. La sfida è riconoscere la presenza giusta, quella buona, quella che guarisce, e scacciare quella cattiva, quella che ti fa ammalare, quella che ti mente per farti mentire, quella che ti intima di inginocchiarti davanti a lei in cambio di più potere, di più cose, di più mondanità, di più riconoscimento, di più, di più, di più… Il deserto fa vedere il possibile e l’impossibile.

Il deserto è infatti il luogo che raggiunsero i primi monachoi, i «solitari», quelli che si allontanarono da un impero di decadenza e di ingiustizia prima in pochi e che poi, mese dopo mese, anno dopo anno, divennero centinaia e poi migliaia e iniziarono così a vivere insieme, gruppo per gruppo, nel cenobio, parola che non vuol dire altro da quello che pure noi abbiamo sempre inseguito: luogo di vita in comune. Anche allora, come oggi, fu dunque una prova che riguardò i singoli come la collettività. E attorno ai cenobi si formarono così altre comunità e delle città infine, che dai cenobi ricevevano la forza spirituale. Da quei solitari che riuscirono a vedere, dal loro ritirarsi nel deserto, da quelle comunità dove tutto era in comune, nacque così una nuova civiltà. Quella che nei secoli si è poi perduta perché ha perduto il contatto con la sua verità e si è da tempo inginocchiata davanti ai demoni del capitalismo, e che oggi sta spirando. La questione è che vuole portarci con sé, nel suo inferno.

Questa civiltà non finisce a causa del coronavirus, credo bene che sia a tutti chiaro che ne è solo un epifenomeno, ma per la sua arroganza, per la sua insaziabile rapacità, per la sua ingiustizia, per aver trasformato il mondo in una gigantesca fabbrica di morte. Cos’altro mai poteva partorire se non il demone della distruzione totale, una civiltà che ha innalzato il denaro a idolo assoluto e il potere a fine ultimo di ogni cosa ed esistenza?

Una volta usciti dall'”emergenza” e dal nostro deserto, perché dobbiamo sempre considerare come transitorio il dimorare presso di lui, non dobbiamo permettere che sia stata solamente una parentesi, piena di sofferenze e di morte o anche di scoperte e di momenti memorabili, alla quale succede il ritorno alla normalità di prima, perché è esattamente quella che ci ha portati al punto dove siamo e che non può continuare che in quanto approfondimento della distruzione. E comprendo in questa normalità del prima anche i nostri modi di vivere, o meglio di sopravvivere e di illuderci. Lo vedo che in molti tra noi stanno disperatamente cercando di riaffermare la propria normalità. Non va bene, in tutta amicizia: non ne vale la pena.

Ma dobbiamo fare attenzione anche alla normalità del dopo, quella che ci presenteranno come la nuova necessità fatta di divieti, di assenza di libertà e di rinnovato egoismo, tutto per il nostro bene. O quella che improvvisati profeti ci indicheranno come essere la stoffa del nuovo mondo, uguale a quello di prima solo con dei differenti governatori.

Bisognerebbe invece che ripetessimo il gesto di separazione dei primi monachoi: fare secessione dalla decadente civiltà della distruzione, costruire i nostri cenobi, le nostre comuni. Ci ho molto pensato nei tempi recenti sul perché non lo abbiamo ancora fatto, sul perché non ne siamo stati capaci, su cosa ci ha impedito finora di riprovare ancora e non ho saputo darmi molte risposte soddisfacenti. Qualcuno tra voi magari riuscirà a suggerirne qualcuna. Io forse ne comincio a intravedere alcune che non avevo ancora considerato. Ma in ogni caso questo tempo in cui siamo stati «spinti» dallo Spirito merita, io credo, una risposta vera. Da noi. Quella che potrebbe venire dal silenzio che stiamo abitando, dalla solitudine che stiamo vivendo, dal male contro il quale stiamo lottando. Cosa faremo, cosa vedremo, quando usciremo dal deserto?

Il Nazareno una volta venuto fuori dal deserto annunciò che il Regno era ormai vicino. Ho sempre interpretato quel vicino non nel senso temporale di un futuro non troppo lontano e che nessuno giustamente è mai riuscito a calcolare, ma di qualcosa che abbiamo o che ci ritroviamo accanto, come si dice del nostro prossimo appunto. Su questa vicinanza non credo abbiamo bisogno di molte altre parole per capirci.

Vi abbraccio e spero di avere presto vostre notizie,

vostro,

Marcello

Traduzione francese [lundi.am]

Lettre aux amis du désert.

 

Chères amies, chers amis,

Il est peu de choses dans la vie plus réconfortantes qu’écrire des lettres à ses plus chers amis dans un moment comme celui-ci. J’espère que celle-ci vous trouvera bien portants et beaux comme je vous porte en moi. Certains d’entre nous sont en train de vivre avec grande souffrance ces journées mais l’amitié – être au plus proche de tout prochain – est faite ainsi que nous pouvons la partager et partant l’amoindrir si nous le souhaitons. Simplement parce que, en vertu de l’amitié, nous sommes portés sans effort à vivre avec la vie-même d’autrui. Dans ce cloître qui nous a pris, nous devons rester ouverts comme jamais au vent de l’amitié qui est capable, comme nous le savons, de souffler au-delà de toute distance.

Comme sans doute vous avez pu avoir l’occasion de le remarquer nous nous trouvons depuis quelques jours ou semaines, selon nos pays respectifs, tous réduits à une quarantaine en une période qui, par un hasard qui a quelque chose de perturbant, est aussi celle du carême. Période traditionnellement dévolue à l’introspection, au renoncement, mais aussi, peut-être, à la réconciliation. Et puisque, mais qui me connaît le sait bien, j’ai toujours pensé qu’il n’existait rien de tel que le « hasard », et que celui-ci était seulement une façon de parler pour se rassurer, une superstition par laquelle nous nous obligeons à croire que ce qui arrive, la façon dont cela arrive, n’a aucune signification pour nous ; j’ai pensé que cette coïncidence faisait partie des signes des temps qui sont et que nous sommes appelés à interpréter.

Dans les Évangiles on raconte que durant cette période Jésus a été « poussé » par l’Esprit dans le désert pour quarante jours et que là, dans cette période d’ascèse, il a subi les tentations du démon. C’est un topos que l’on retrouve dans plusieurs histoires rapportées dans l’Ancien Testament, à commencer bien sûr par la traversée aventureuse du peuple juif pour fuir les persécutions. Des histoires différentes, mais toutes signes que le désert est « épreuve ». Bien sûr, dans la vie de chacun de nous il nous est arrivé de traverser des périodes désertiques. Cela ne s’est pas toujours bien passé et nous en portons les cicatrices, en tout cas c’est là mon expérience. Mais les fois où nous sommes sortis plus forts sont celles qui, à bien y penser, nous permettent d’être encore vivants. La chose exceptionnelle est que parfois, comme aujourd’hui, l’épreuve est dans le même temps individuelle et collective, au point d’impliquer des peuples entiers, sinon l’humanité toute entière.
Nous qui avons toujours scruté l’écoulement inexorable de l’histoire en y cherchant les signes de l’événement qui l’interromprait, nous ne pouvons donc pas rester de marbre en face de ce qui a cours. Un événement hors-norme, qui nous fait nous rendre compte que nous n’avons pas assez de mot pour le décrire. Le désert est aussi l’absence de paroles, de discours, de sons répétitifs et agréables. Par ailleurs, en hébreux, le terme utilisé pour « mot », dabar, et celui pour « désert », midbar, ont la même racine : de là, on peut supposer que c’est précisément parce que le désert est un lieu privé de mots qu’il est le plus propice à la révélation de la Parole en tant qu’événement. La première chose à faire donc est d’être à l’écoute, faire suffisamment le ménage en soi pour pouvoir accueillir l’événement. Mais pour écouter quoi au juste ? Dans une interview avec une moniale que j’ai lue récemment, celle-ci déclare que l’obéissance doit être comprise dans son sens étymologique, comme ob-audire, soit « écouter au-devant, en face de ». « Écouter la réalité » est la véritable signification de l’obéissance conclût-elle dans son cloître. Je crois que c’est à un exercice de ce type que la période appelle.

Dans le désert il n’y a pas de rues, pas de chemins déjà tracés et qu’il suffirait de suivre : c’est la tâche de celui ou celle qui le traverse de s’orienter et de dégager une voie qui le porte au-dehors. Il n’y a pas de boutiques non plus, ni de sources d’eaux, ni de plantes et tout semble immobile car dans le désert il n’y a pas de production, pas de bars, pas de centres sociaux, rien de ce que nous tenons comme conditions pour considérer un endroit comme « vivable » n’est présent. On peut dire enfin qu’il n’y a rien d’humain et c’est pourquoi dans le livre du Deutéronome on dit que dans le désert il est une solitude hurlante. Je sais, je sais bien qu’une grande partie de cette période que nous vivons semble essentiellement faite de ce hurlement et de cette déshumanisation, et je comprends la méfiance et l’horreur qui nous prend quelques fois et nous conduit au désespoir. La vulgarité d’une grande partie de la « musique » qui tombe des balcons en Italie ces jours-ci en début de soirée ne parvient pas à couvrir ce hurlement : c’est bien lui qui couvre tout. En réalité, après l’euphorie des premiers jours, c’est un rite qui est déjà en train de disparaître : beaucoup comprennent que c’est quelque chose qui ne sonne pas juste. Changer ce hurlement en un chant dépend de notre sensibilité, de notre entente avec l’événement. Non ne devons pas nous rouler dans le désespoir ni nous figer dans le déni. Il est de nombreuses façons de désespérer et de nier, et souvent elles paraissent être leurs contraires, dans l’agitation dont elles sont faites et qu’elles transmettent : ne nous faisons pas avoir. Écoutons le chant de la réalité, pour de vrai.

Il faut penser que, toujours dans ces vieux livres, on raconte que le jardin d’Éden a été la première victoire sur le chaos désertique, qu’il fut planté en fait au centre de là où il n’y avait rien, ni buissons ni herbe, ni fleuve ni rien d’autre. Et ce jardin est en effet resté inoubliable, en tant que promesse du bonheur auquel tendre : un lieu d’abondance où il n’y a ni travail ni exploitation, où tout est en équilibre avec tout. Dans leurs meilleurs moments, les peuples ont pensé que c’était la seule existence digne d’être vécue. La victoire dans et sur le désert ne signifie alors rien d’autre qu’accéder à la possibilité d’une vie plus vraie, plus riche, plus heureuse et en cela plus libre. Chacun de nous en cette minute précise vit sa propre épreuve et il n’est pas aisé de distinguer celle qui est supportée par le corps de celle qui l’est par l’esprit, comme habituellement nous tendons à le faire. Sans doute est-ce l’occasion, à cette minute et pas un autre demain ou Dieu sait quand, de pouvoir réunir ce que d’habitude nous sommes portés à considérer comme divisé. Vous le savez mieux que moi : notre civilisation a été de ses racines jusqu’à son sommet la civilisation de la division : ne lui permettons pas aujourd’hui de l’approfondir encore et encore.

Le désert est le lieu propre à la krisis, dans l’acception originale de cet antique mot grec qui continue à nous obséder : choix et décision. Ne pensez-vous donc pas, mes amis, qu’aujourd’hui nous soyons tous « poussés » exactement à cet endroit ? Le moment inéluctable de la décision n’est-il pas venu peut-être pour nous tous ? Et ne pensez-vous pas que ce soit une décision que nous devrions prendre ensemble à partir de soi et non chacun pour soi sans tenir compte des autres ?

Le désert dont je parle est le lieu de l’épreuve, non parce qu’il est un espace vide, mais parce qu’il est privé de toutes les choses qui décorent artificiellement les existences, tout ce qui les facilite et les flatte : il est privé donc des distractions qui empêchent chacun quotidiennement de contempler sa propre vie avec clairvoyance. Le désert est par conséquent le lieu qui permet de méditer, concrètement, sur sa propre vie dans le monde, depuis un lieu hors du monde, au sens le plus véritable : libre du superflu, de tout ce que nous avons cru nécessaire mais qui, au contraire, maintenant nous le savons définitivement, ne l’est soudainement plus parce qu’il ne l’a jamais été. Réciproquement, le désert nous fait éprouver le désir de tout ce qui manque vraiment à notre vie. Le long du chemin que nous ouvrons péniblement en lui, nous éprouvons alors l’absence de la communauté, celle de la justice, celle de la gratuité, celle de la santé véritable et, bien entendu, nous éprouverons aussi l’absence de cette personne que nous avons exclue de notre intimité sans bien saisir pourquoi, ou de celle qui nous a exclu de la sienne et que néanmoins, mystérieusement, nous continuons à aimer. Soif d’amour ? Il faut dire que oui, dans tous les sens possibles. L’un d’entre vous, il y a longtemps, m’a dit que faire quoi que ce soit ensemble n’a pas de sens et ne peut en avoir si nous ne nous voulons pas au moins un peu du bien. Pas le bien abstrait de l’idéologie, mais celui, précisément, du corps ou de l’esprit que l’on éprouve par le contact. Bien sûr, comprendre en quoi consiste ce bien n’a pas toujours été facile, et souvent même au lieu du bien nous nous sommes fait du mal. En fait, les quelques êtres qui habitent durablement le désert sont toujours dangereux : les hyènes et les démons. De Jésus cependant il est dit qu’à la fin de l’épreuve même les fauves restaient à ses côtés comme s’ils étaient des agneaux (l’Éden !). Nous devons alors saisir le moment pour réussir une bonne fois pour toutes à comprendre ce que signifie nous aimer les uns les autres sans utiliser ni subterfuges, ni médiations absurdes, ni l’hypocrisie avec laquelle à chaque fois nous sommes passés à côté. J’ai l’impression, la certitude, que dans le moment où nous toucherons à cette réalité et lui obéirons, alors oui, nous « serons tout ».

C’est en cela que le désert est ce lieu dans lequel, à travers les méditations et les épreuves, l’esprit fort d’un nouveau commencement se forme durablement. Aujourd’hui nous avons la possibilité de ne pas répéter un rituel comme s’il s’agissait d’une parenthèse finalement insignifiante pour nous et pour le monde – et en matière de rituels usés et inutiles, laissez-moi vous dire que nous sommes de grands experts –mais de déchirer définitivement le voile de l’Histoire qui nous retient prisonniers d’un songe maléfique. Aller au-delà, comme l’a souvent répété un vieux sage. En ce moment, aller au-delà signifie aller bien plus loin que la pandémie, aller tous ensemble vers un autre plan de l’existence.

Endurcis par le désert, avec la force spirituelle acquise à travers les privations et le combat victorieux contre les démons, nous pourrons nous présenter à nouveau au monde avec une puissance nouvelle qui n’est pas du monde, celle qui désormais sait – comme dit Jésus au démon qui le tente une première fois – que l’on ne vit pas seulement de pain, mais avec et à travers la Parole. Laquelle est plus matérielle que la matière. Les tentations auxquelles sont soumises le Christ sont celles de toujours : possession, pouvoir, manipulations. Matière qui est moins que la matière. Ce sont celles contre lesquelles nous avons toujours lutté : c’est pourquoi précisément nous sommes devenus amis, vous vous rappelez ?

C’est cette Parole qui nous travaille ces jours-ci, chacun dans son coin, chacun dans son cloitre, chacun dans son désert, chacun par une peine différente. Des coins qui peuvent être ceux d’une intimité reconquise et qui cependant, tous ensemble créent un unique désert, immense, qui est comme une gigantesque rencontre avec la réalité. Puisque le désert dont je parle ce ne sont pas les rues vides de la métropole, qui est toujours vide et triste même quand elle est pleine et que tout s’y écoule rapidement et qu’elle nous rend malades ; mais l’espace sauvage qui nous expose à la Parole et au sein duquel nous luttons un par une contre les tentations. Je connais presque toutes celles que j’imagine attaquer la majeure partie d’entre vous ces jours-ci, car elles ont été et sont encore en partie aussi les miennes. Vous savez à quoi je me réfère. Un enseignement décisif de Jésus dans le désert est cependant celui qui soutient que l’on ne dialogue pas avec le démon, jamais, parce qu’une fois que tu as accepté de le faire, tu en restes prisonnier, aussi malin que tu te crois être : son discours, sa rhétorique, son art de la séduction sont autant de barreaux qui se referment sur toi. Combien de fois avons-nous vu ces barreaux éloigner de nous pour toujours de vieux amis…

Jour après jour, nos habitations se transforment en fragments d’une lande désertique, avec ses animaux sauvages, son profond silence, si incomparablement habitable, et ses présences, que d’ordinaire nous ne percevons pas, trop débordés par une myriade de choses en grande partie inutiles. Le défi est de reconnaître la juste présence, la bonne, celle qui soigne, et de chasser la mauvaise, celle qui te rend malade, qui te ment pour te faire mentir, qui t’intime de t’agenouiller devant elle en échange de plus de pouvoir, de plus de choses, de plus de mondanités, de plus de reconnaissance, de plus de, de plus de, de plus de… Le désert fait distinguer le possible et l’impossible.

Le désert est d’ailleurs le lieu qu’on rejoint les premiers monachoi, les « solitaires », ceux qui se sont éloignés d’un empire injuste et décadent, d’abord en petit nombre, puis qui, mois après mois, années après années, sont devenus des centaines et des milliers et ont commencé ainsi à vivre ensemble, groupe par groupe, dans la cénobie, mot qui ne veut pas dire autre chose que ce que nous avons toujours recherché nous aussi : lieu de vie en commun. Déjà à ce moment-là, comme aujourd’hui, ce fut donc une épreuve qui affectait les personnes comme la collectivité. Et autour des cénobies se formèrent ainsi d’autres communautés et enfin des villes, qui des cénobies recevaient leur force spirituelle. De ces solitaires qui réussirent à voir, de leur retrait dans le désert, de cette communauté où tout était en commun, naquit ainsi une nouvelle civilisation. Celle qui par la suite s’est perdue dans les siècles parce qu’elle a perdu le contact avec sa vérité et s’est avec le temps toujours plus agenouillée devant les démons du capitalisme, et qui aujourd’hui expire. Le problème est qu’il veut nous emporter avec lui, dans son enfer. Cette civilisation ne finit pas à cause du coronavirus, je crois bien qu’il est clair pour tous qu’il est seulement un épiphénomène, mais à cause de son arrogance, de sa rapacité insatiable, de son injustice, à cause d’avoir transformé le monde en une gigantesque usine morbide. Qu’est-ce qui pouvait naître d’autre, à part le démon de la destruction totale, d’une civilisation qui a érigé l’argent au rang d’idole absolue et le pouvoir comme fin dernière de toute chose et de toute existence ?

Une fois sortis de l’« urgence » et de notre désert, parce que nous devons toujours considérer que demeurer auprès de lui n’est que transitoire, nous ne devons pas permettre que ce soit seulement une parenthèse, pleine de souffrances et de morts ou même de découvertes et de moments mémorables, à laquelle succéderait le retour à la normalité d’avant, parce que c’est précisément elle qui nous a porté au point où nous sommes et qui ne peut plus continuer sinon par approfondissement de la destruction. Et j’entends également par normalité d’avant notre mode de vie, ou plutôt de survie et d’illusion. Je vois que beaucoup d’entre nous cherchent désespérément à réaffirmer leur propre normalité. Cela ne va pas, en toute amitié : cela n’en vaut pas la peine.

Mais nous devons faire attention aussi à la normalité d’après, que l’on nous présentera comme la nouvelle nécessité, faite d’interdictions, d’absence de liberté et d’égoïsme renouvelé, le tout pour notre bien. Ou celle que des prophètes improvisés nous indiquerons comme étant l’étoffe du nouveau monde, identique à celle d’avant mais avec des gouvernants différents.

Il faudrait au contraire que nous répétions le geste de séparation des premiers monachoi : faire sécession de la civilisation décadente de la destruction, construire nos cénobies, nos communes. J’ai beaucoup pensé ces derniers temps à pourquoi nous ne l’avons pas encore fait, pourquoi nous n’en étions pas capables, qu’est-ce qui nous a empêché jusqu’ici d’essayer à nouveau, et je n’ai pas su me donner des réponses satisfaisantes. L’un d’entre vous réussira probablement à en suggérer une. Je commence peut-être à en entrevoir une que nous n’avions pas encore considérée. Mais dans tous les cas ce temps où nous a « poussé » l’Esprit mérite, je crois, une vraie réponse. De notre part. Celle qui pourrait venir du silence que nous habitons, de la solitude que nous visons, du mal contre lequel nous luttons. Que ferons-nous, que verrons-nous, quand nous sortirons du désert ?

Une fois sorti du désert, le Nazaréen annonce que le Règne est désormais proche. J’ai toujours interprété ce proche non dans le sens temporel d’un futur pas trop lointain et que personne d’ailleurs n’a jamais réussi à calculer, mais comme quelque chose que nous avons ou qui se trouve à côté de nous, comme on le dit justement de notre prochain. Sur cette proximité, je crois que nous n’avons pas besoin de beaucoup d’autres mots pour nous entendre.

Je vous embrasse et j’espère avoir de vos nouvelles prochainement,

 

Bien à vous,

Marcello

Traduzione inglese [ill will editions]

My dear friends,

There are few things in life more comforting at a time like this than writing letters to your dearest friends. I hope this one finds you as healthy and beautiful as I carry you within me. Some of us are living with great suffering these days, but friendship – that is, being as close as possible to one another – makes it possible for us to share and therefore diminish this suffering if we wish. This is simply because, by virtue of friendship, we are effortlessly led to live with each others’ lives. In this cloister which has taken us in, we must remain open as never before to the wind of friendship which, as we know, is capable of blowing beyond any distance.

As you may have noticed, we have found ourselves, for a few days or weeks depending on our respective countries, reduced to a quarantine in a time which, in a disturbing coincidence, is also that of Lent, a time traditionally devoted to introspection, to renunciation, and perhaps in the end to reconciliation. As anyone who knows me well can attest, I have always thought that there is no such thing as “chance”, and that “chance” was only a way of speaking to reassure ourselves, a superstition with which we force ourselves to believe that what happens, and the way it happens, has no meaning for us. So I thought this coincidence to be part of the signs of the times that we are called to interpret.

In the Gospels it is told that during this time Jesus was “driven” by the Spirit into the desert for forty days, and that there, in this period of asceticism, he suffered the temptations of the devil.

This is a topos that can be found in several stories of the Old Testament, beginning of course with the adventurous journey of the Jewish people to flee persecution. Different stories, but all signs that the desert is a “trial” [prova]. Of course, the life of each of us has passed through desert periods. It does not always go well, and we bear the scars. At least, that has been my experience. But those times when we did come out of it stronger are the ones that, when you think about it, allow us to still be alive. The exceptional thing is that sometimes, as today, the test is at once individual and collective, to the point of involving entire peoples, if not all of humanity.

We who have always scrutinized the inexorable flow of history, looking for the signs of the event that would interrupt it, therefore cannot stand still in the face of what is happening. An extraordinary event, which makes us realize that we don’t have enough words to describe it. The desert is also the absence of words, speeches, repetitive and pleasant sounds. Moreover, in Hebrew, the term used for “word”, dabar, and that for “desert”, midbar, have the same root: from this, we can assume that it is precisely because the desert is a place deprived of words that it is most conducive to the revelation of the Word as an event. The first thing to do, then, is to listen, to tidy up inside oneself enough to be able to welcome the event. But to listen to what, exactly? In an interview with a nun I recently read, she says that obedience is to be understood in its etymological sense, as ob-audire, “to listen before, in front of”. “Listening to reality” is the true meaning of obedience, she concluded in her cloister. I believe it is an exercise of this kind that the period calls for.

In the desert there are no streets, no paths that have already been traced out and need only to be followed. It is the task of those who cross it to orient themselves and find their own way out. There are no shops, there are no sources of water, there are no plants. Everything appears motionless because in the desert there is no production. There are no bars, and there are no social centers. There is nothing that we would imagine there to be in a place considered “livable”. We can say in the end that there is nothing human, and that is why in the book of Deuteronomy it is said that in the desert there is a screaming loneliness. I know very well that a great part of this time we are living through seems to be made essentially of this screaming and dehumanization, and I understand the distrust and horror in which we are sometimes captured and led to despair. The vulgarity of so much of the “music” that falls in the early evening from Italy’s balconies these days does not manage to cover this scream – the scream covers everything. In fact, after the euphoria of the first days, this ritual is already disappearing: many understand that it doesn’t quite sound right. Changing the scream into a song depends on our sensitivity, our tuning to the event. No, we must not twist in despair or freeze in denial. There are many ways of despairing and denying, and often, in the turmoil of which they are made and which they convey, they seem to be opposites. Let’s not be fooled. Let us truly listen to the song of reality.

One must think of how, in those old books, it is said that the Garden of Eden was the first victory over the desert chaos. That it was in fact planted in the center of where there was nothing, neither bushes nor grass, neither river nor anything else. It has indeed remained unforgettable, that garden, as a promise of the happiness to which we aspire: a place of abundance where there is neither work nor exploitation, where everything is in balance with everything. In their best moments, people thought this to be the only existence worth living. Victory in and over the desert means nothing more than access to the possibility of a life that is more true, rich, happy, and therefore more free.

In this precise moment, each one of us lives their own trial [prova], and it is not easy to distinguish between the one endured by the body and the one endured by the spirit, as we usually tend to do. Perhaps this is the occasion, not another tomorrow or who knows when, to reunite what we are usually inclined to consider divided. You know it better than I: our civilization has been, from top to bottom, the civilization of division. Let us not allow it today to deepen this schism again and again.

The desert is the place of the krisis, in the original meaning of this ancient Greek word that continues to haunt us: choice and decision. Don’t you think, then, my friends, that today we are all “driven” to exactly that place? Has not the imperative moment of decision come for all of us? Don’t you think that it is a decision that we should make together, beginning from ourselves, rather than each one for themselves without taking into account the others?

The desert I speak of is the place of trial not because it is an empty space, but because it is devoid of all those things that artificially decorate existences, everything that facilitates and flatters them. That is, it is devoid of the distractions that prevent each of us, every day, from contemplating our own lives with clarity. The desert is therefore the place that allows one to meditate concretely on one’s own life in the world, starting from a place outside the world, in the truest sense. Free of the superfluous, of all that we believed was necessary but we now know is not, because it never was. Conversely, the desert makes us feel the desire for everything that is truly missing from our lives. Along the path that we painfully struggle to open up within it, we then experience the absence of community, of justice, of gratuity, and of true health. Of course, we will also feel the absence of that person we have excluded from our intimacy without fully understanding why, or of the person who has excluded us but nevertheless, mysteriously, we continue to love. A thirst for love? It must be said, yes, in every possible sense. One of you, a long time ago, told me that it was not possible and didn’t make sense to do anything together if we didn’t at least want to do each other some good. Not the abstract good of ideology, but the bodily or spiritual good that one feels in contact. Of course, it has not always been easy to understand what this good consists of, and often instead of good, we have done harm to ourselves. In fact, the few beings that permanently inhabit the desert are always dangerous: hyenas and demons. They say of Jesus, however, that at the end of his trial, even the beasts stood by him like lambs (Eden!). I have the impression, the certainty, that the moment we touch this reality and obey it, we will indeed “be everything”.

That is why the desert is the place where, through trials and meditation, the strong spirit of a new beginning is forged in a lasting manner. Today, we have the possibility of not repeating a ritual as if it were an ultimately insignificant parenthesis for us and for the world – of tired and useless rituals, let me tell you, we are great experts – but of definitively tearing the veil of History that holds us captive to an evil dream. To go beyond, as an old sage has often told us. At this moment, this means going far beyond the pandemic. It means going on, all together, to another plane of existence.

Tempered by the desert, with the spiritual strength acquired through hardship and the victorious battle with demons, we will be able to return to the world accompanied by a power that is not of this world. A power that now knows, as Jesus told the demon who first tempted him, that one does not live on bread alone, but with and through the Word, which is more material than matter. Christ is subjected to everyday temptations—possession, power, manipulation—matter which is less than matter. The same temptations we have always struggled against — that’s the reason we became friends, remember?

It is this Word which works on us these days, each in their place, each in their cloister, each in their desert, each with a different struggle [fatica]. Places that may be those of a regained intimacy, but which, taken all together, create a single enormous desert that is like a gigantic encounter with reality. Because the desert I am talking about is not the empty streets of the metropolis, which are sad and empty even when they are full and everything flows quickly and makes us sick, but the wild space that exposes us to the Word and within which we fight one by one against temptations. I myself am familiar with many of the temptations I imagine you are fighting these days, for they have also been mine in the past, and partly still are. You know what I mean. One of Jesus’ decisive teachings in the desert, however, maintains that you are not to engage in dialogue with the devil, never, because once you have agreed to do so, no matter how clever you think you are, you remain his prisoner: his speech, his rhetoric, his art of seduction are only so many barriers that close in upon you. How many times have we watched those barriers drive old friends away from us forever?

Day after day, our dwellings are transformed into fragments of a desert wasteland, with its wild animals, its deep, incomparably habitable silence, and its presences, which usually we do not perceive, too overwhelmed by a myriad of other, largely useless things. The challenge is to recognize the right presence, the good one, the one that heals, and to chase away the bad one, the one that makes you sick, that lies to make you lie, that makes you kneel before it in exchange for more power, more things, more worldliness, more recognition, more, more, more… The desert shows us the possible and the impossible.

In fact, the desert was the place reached by the first monachoi, the “solitaries”, those who left an unjust, decadent empire. First they left in small numbers, then month after month, year after year, they became hundreds and thousands and thus began to live together, group by group, in cenobia, a word that means nothing other than what we too have always sought: a place of life in common. Even then, as now, the desert was therefore a test that affected both individuals and the community. Communities formed around the cenobies, and finally cities, which received their spiritual strength from the cenobies. From these solitary people who managed to see, from their retreat into the desert, from this community where everything was in common, a new civilization was born. The civilization that later got lost in the centuries because it lost contact with its truth and, with the passage of time, knelt ever more before the demons of capitalism, the same civilization which is now flickering out. The problem is that it wants to take us with it, to its hell.

This civilization does not end because of the coronavirus. I think it is clear to everyone that it is only an epiphenomenon. This civilization ends because of its arrogance, its insatiable greed, its injustice, because of its having turned the world into a gigantic morbid factory. What else but a demon of total destruction could have been born from a civilization that erected money as the absolute idol, and power as the ultimate end of all things and all existence?

Once we are out of the “emergency” and out of our desert, for we must always consider dwelling within it as only transitory, we must not allow it to be only a parenthesis, full of suffering and death or even of discoveries and memorable moments, to be followed by a return to the normality of before. For it is precisely this normality that has brought us to the point where we are and which can no longer continue except by deepening the destruction. This normality also includes the normality of our earlier way of life, or rather, our ways of surviving and deluding ourselves. I see that many of us are desperately seeking to reaffirm our own normality. This is not good. In all friendship: it is not worth it.

But we must also pay attention to the normality afterwards, which will be presented to us as the new necessity, made up of prohibitions, lack of freedom and renewed selfishness, all for our own good. Or what improvised prophets will proclaim to be the fabric of the new world, identical to the one before but with different rulers.

We must instead repeat the gesture of separation of the first monachoi: to secede from the decadent civilization of destruction, to build our cenobies, our communes. I have been thinking a lot lately about why we haven’t done it yet, why we haven’t been able to do it, what has prevented us from trying again, and I haven’t been able to give myself any satisfactory answers. Some of you will probably be able to suggest one. I may be starting to glimpse a few that I’ve yet to consider. In any case, I believe this time, in which we have been “pushed” by the Spirit, deserves a true answer. From us. One that could come from the silence we inhabit, the solitude we aim at, the evil we struggle against. What will we do, what will we see, when we leave the desert?

Once out of the desert, the Nazarene announced that the Kingdom was near. I have always interpreted this nearness not in the temporal sense of a not-too-distant future, which no one has ever been able to calculate, but as something we have, or something that is next to us, as is said of a neighbor. Regarding this closeness, I believe we don’t need many more words to understand each other.

I send you my love, and I hope to hear from you soon,

Yours,

Marcello

Traduzione spagnolo [FUGA NÓMADA]

Carta a los amigos del desierto

Queridas amigas, queridos amigos.

Hay pocas cosas en la vida más reconfortantes que escribir cartas a sus más queridos amigos en un momento como este. Espero que ésta les encuentre sanos y hermosos tal y como yo les llevo dentro.

Algunos de entre nosotros vivimos con gran sufrimiento en estos días, pero la amistad- estar en lo posible, más próximo al prójimo- hace que podamos compartirlo y por tanto disminuirlo si así lo deseamos. Simplemente porque, en virtud de la amistad, somos llevados sin esfuerzo a vivir con la vida misma de los otros. En este monasterio que nos ha tomado, debemos permanecer abiertos como nunca antes al viento de la amistad que es capaz, como sabemos, de soplar más allá de toda distancia.

Como sin duda ustedes han podido tener la ocasión de notarlo, nosotros nos encontramos desde hace algunos días o semanas, según nuestros respectivos países, reducidos todos a una cuarentena en un periodo que, por un azar que tiene algo perturbante, es también el tiempo de la cuaresma. Periodo tradicionalmente atribuido a la introspección, al renunciamiento, pero también, quizá, a la reconciliación. Y ya que, quien me conoce lo sabe bien, yo siempre he pensado que no existe tal cosa del “azar”, y que esta era solamente una manera de hablar para tranquilizarse, una superstición por la cual nos obligamos a creer que lo que llega, la forma en que esto llega, no tiene ninguna significación para nosotros; yo he pensado que esta coincidencia hace parte de los signos de los tiempos que están ahí y que nosotros estamos llamados a interpretar.

En los evangelios se cuenta que durante este período Jesús ha sido “llevado” por el Espíritu al desierto por cuarenta días y que ahí, en este periodo de ascesis, él ha sufrido la tentaciones del demonio.

Es un topos que se encuentra en muchas historias contadas en el Antiguo Testamento, comenzando, claro está, por la aventurada travesía del pueblo judío para huir de las persecuciones. Historias diferentes, pero que coinciden todas en señalar que el desierto es “prueba”. Por supuesto, la vida de cada uno de nosotros ha llegado a atravesar períodos desérticos. Esto no siempre termina bien, nosotros portamos las cicatrices, en todo caso, esa es mi experiencia. Pero las veces en que hemos salido más fuertes son aquellas que, pensándolo bien, nos permiten estar todavía vivos. La cosa excepcional es que en ocasiones, como hoy, la prueba es al mismo tiempo individual y colectiva, al punto de implicar pueblos enteros, sino es que a la humanidad toda entera.

Nosotros, que siempre hemos examinado el flujo inexorable de la historia buscando los signos del evento que la interrumpiera, no podemos por tanto quedarnos quietos como mármol ante lo que está pasando. Un acontecimiento fuera-de-norma, nos hace dar cuenta de que no tenemos suficientes palabras para describirlo. El desierto también es la ausencia de palabras, de discursos, de sonidos repetitivos y agradables. Por otra parte, en hebreo, el término utilizado para “palabra”, dabar,  y el utilizado para “desierto”, midbar, tiene la misma raíz: de aquí, se puede suponer que es precisamente porque el desierto es un lugar privado de palabras que es lo más propicio para la revelación de la Palabra como evento. La primera cosa a hacer es entonces estar a la escucha, limpiarse lo suficiente a sí mismo para poder acoger el evento. ¿Pero para escuchar qué exactamente? En una entrevista con una monja que leí recientemente, esta declaraba que la obediencia debe ser comprendida en su sentido etimológico, como ob-audire, es decir “escuchar  delante, en frente de”. “Escuchar la realidad” es la verdadera significación de la obediencia, concluye ella, en su convento. Creo que el llamado de este tiempo es a hacer un ejercicio de este tipo.

En el desierto no hay calles, ningún camino ya trazado al que solo bastaría seguir: es la tarea de aquel o aquella que lo atraviese, orientarse y despejar una vía que le lleve fuera. Tampoco hay tiendas, ni fuentes de agua, ni plantas, todo parece inmóvil ya que en el desierto no hay producción, ni bares, ni centros sociales, nada de eso que tenemos por condiciones para considerar un lugar como habitable en este presente. Se puede decir finalmente que no hay nada de humano y por eso en el libro del Deuteronomio se dice que el desierto es una soledad aulladora. Sé, sé bien que gran parte de este periodo que vivimos parece esencialmente hecho de ese aullido y de esa deshumanización, y comprendo la desconfianza y el horror que nos toma algunas veces y nos conduce a la desesperación. La vulgaridad de una gran parte de la “música” que sale de los balcones en Italia, estos días en las primeras horas de la noche, no pueden cubrir este aullido: es él quien cubre todo. En realidad, luego de la euforia de los primeros días, es un rito que ya está desapareciendo: muchos entienden que es algo que no suena justo. Transformar este aullido en un canto depende de nuestra sensibilidad, de nuestro entendimiento con el evento, el acontecimiento. No, no debemos engañarnos en la desesperación ni congelarnos en la negación. Hay muchas maneras de desesperar y negar, y a menudo parecen contradecirse, en la agitación de la cual están hechas y que transmiten: que no nos engañen. Escuchemos el canto de la realidad, de verdad.

Es preciso reflexionar que, en esos viejos libros siempre se cuenta que el jardín del Edén ha sido la primera victoria sobre el caos desértico, que de hecho fue plantado en el centro de ahí, donde no había nada, ni arbustos, ni hierba, ni río, ni ningún otra cosa. Este jardín ha permanecido, en efecto, inolvidable, en cuanto promesa de la felicidad a la cual se tiende: un lugar de abundancia donde no hay ni trabajo ni explotación, donde todo está en equilibrio con todo. En sus mejores momentos, las personas han pensado que era la única existencia digna de ser vivida. La victoria en y sobre el desierto no significa, entonces, nada más que acceder a la posibilidad de una vida más verdadera, más rica, más feliz y por esta razón más libre. Cada uno de nosotros en este preciso momento vive su propia prueba y no es fácil de distinguir  aquello que está soportado por el cuerpo de aquello que lo está por el espíritu, como habitualmente tendemos a hacerlo. Sin duda es esta la ocasión, en este momento, no en otro mañana o Dios sabe cuándo, de poder reunir eso que habitualmente hemos llegado a considerar como dividido. Ustedes lo saben mejor que yo: nuestra civilización ha sido desde sus raíces hasta sus cimas la civilización de la división. No le permitamos que hoy se profundice más y más.

El desierto es el lugar propio de la krisis, en la acepción original de esta antigua palabra griega que continúa obsesionandonos: elección y decisión. ¿No piensan entonces ustedes, mis amigos, que hoy todos nosotros seremos “llevados” exactamente a este lugar? El momento ineludible de la decisión ¿no ha venido quizá por todos nosotros?

¿Y no piensan ustedes que esta sea una decisión que de por sí debemos tomar juntos y no cada uno por su cuenta sin tener en consideración a los otros?

El desierto del cual hablo es el lugar de la prueba, no porque sea un espacio vacío, sino porque está privado de todas las cosas que decoran artificialmente las existencias, todo eso que las facilita y las halaga: está privado, por tanto, de las distracciones que impiden a cada uno, en la cotidianidad, contemplar su propia vida con clarividencia. El desierto es por consecuencia el lugar que permite meditar, concretamente, sobre su propia vida en el mundo, desde un lugar fuera del mundo, en el más auténtico sentido: libre de lo superfluo, de todo lo que hemos creído necesario pero que, al contrario, ahora en definitiva lo sabemos, de repente ya no lo es  más, porque sencillamente jamás lo ha sido. Recíprocamente el desierto nos hace sentir el deseo de todo lo que falta verdaderamente en nuestra vida. A lo largo del camino que dolorosamente abrimos en él, sentimos entonces la ausencia de la comunidad, así como la de la justicia, la de la gratuidad, la de la verdadera salud, y por supuesto, sentiremos también la ausencia de esas personas que hemos excluido de nuestra intimidad sin saber bien porqué, o de aquellas que nos han excluido de la suya y que, no obstante, misteriosamente, nosotros les seguimos amando. ¿Sed de amor? Hay que decir que sí, en todos los sentidos posibles. Uno de entre ustedes, hace ya algún tiempo, me ha dicho que hacer lo que sea juntos no tiene sentido,y no puede llegar a tenerlo, sino nos deseamos al menos un poco de bien. No el bien abstracto de la ideología, sino aquel, precisamente, del cuerpo o del espíritu que se experimenta por el contacto. Desde luego, comprender en qué consiste este bien no siempre ha sido fácil, e incluso a menudo, en lugar del bien nosotros hemos hecho el mal. De hecho, algunos de los seres que habitan por mucho tiempo el desierto quedan siempre en peligro: las hienas y los demonios. De Jesús, sin embargo, se dice que al final de la prueba incluso las fieras permanecían a su lado como si fueran corderos ( ¡El Edén!) Nosotros debemos entonces aprovechar el momento para lograr, de una buena vez por todas, comprender lo que significa amarnos los unos a los otros sin utilizar ni subterfugios, ni mediaciones absurdas, ni la hipocresía con la cual estamos acostumbrados a pasar de lado. Yo tengo la impresión, la certitud, de que en el momento en que nos encontremos a esta realidad y le obedezcamos, entonces sí, nosotros “seremos todo”

En este sentido el desierto es ese lugar en el que a través de las meditaciones y las pruebas, se forma duramente el espíritu fuerte de un nuevo comienzo. Hoy tenemos la posibilidad de no repetir un ritual como si se tratara de un paréntesis finalmente insignificante para nosotros y para el mundo- y en cuanto a rituales desgastados e inútiles, déjenme decirles que somos grandes expertos- pero para rasgar definitivamente la vela de la Historia que nos retiene como prisioneros de un sueño maléfico. Ir más allá, como a menudo había repetido un viejo sabio. En este momento, ir más allá significa ir mucho más lejos que la pandemia, ir todos juntos hacia otro plano de la existencia.

Endurecidos por el desierto, con la fuerza espiritual adquirida a través de las privaciones y el combate, victoriosos contra los demonios, podremos presentarnos de nuevo al mundo con una potencia nueva que no es del mundo, esa que a partir de ahora sabe- como dice Jesús al demonio que le tienta una primera vez- que no se vive únicamente de pan, sino con y a través de la Palabra. Que es más material que la materia misma. Las tentaciones a las que está sometido Cristo son las mismas de siempre: posesión, poder, manipulación. Materia que es menos que la materia. Estas son las mismas contra las que hemos luchado desde siempre: ¿Por eso, precisamente, nos hemos hecho amigos, recuerdas?

Es esta Palabra la que nos preocupa por estos días, cada uno en su esquina, cada uno en su convento, cada uno en su desierto, cada uno con una pena diferente. Esquinas que pueden ser las de una intimidad reconquistada y, para la que, sin embargo, todos juntos crean un único desierto inmenso, que es como un gigantesco encuentro con la realidad. Puesto que el desierto del cual hablo no son las calles vacías de la metrópolis, que está siempre vacía y triste incluso cuando está repleta y todo transcurre rápidamente y nos vuelve enfermos; sino que es el espacio salvaje que nos expone a la Palabra y en el seno del cual luchamos uno por uno contra las tentaciones. Conozco a casi todas las que imaginan atacar la mayor parte de ustedes estos días. Esto, porque ellas han sido y son aún en parte también las mías. Ustedes saben a qué me refiero. Una enseñanza decisiva de Jesús en el desierto es, sin embargo, aquella que sostiene que uno no dialoga con el demonio, nunca, porque una vez que has aceptado hacerlo, permaneces prisionero, y por más pícaro que tú creas ser: su discurso, su retórica, su arte de la seducción son tanto como las rejas que se cierran sobre ti. Cuántas veces hemos visto a esas rejas apartarnos para siempre de viejos amigos…

Día tras día, nuestras habitaciones se transforman en fragmentos de un páramo desértico, con sus animales salvajes, su profundo silencio, tan incomparablemente habitable, y sus presencias, que de ordinario no las percibimos, demasiado desbordados por una multitud de cosas en gran parte inútiles. El desafío es reconocer la justa presencia, la buena, aquella que cura, y expulsar la mala, aquella que te enferma, que te miente para hacerte mentir, que te intimida para que te arrodilles ante ella a cambio de más poder, de más cosas, de más trivialidades, de más reconocimiento, de más, de más, de más… El desierto hace distinguir lo posible y lo imposible.

El desierto es por otra parte el lugar en el que se unieron los primeros monachoi, los “solitarios”, aquellos que se están lejos de un imperio injusto y decadente, primero en pequeños números, pero luego de que, mes tras mes, año tras año, han devenido centenares y millares, han comenzado así a vivir juntos, grupo por grupo, en la cenobita, palabra que no quiere decir otra cosa que aquello que nosotros también siempre hemos buscado: lugar de vida en común. Ya en ese momento, como hoy, fue una prueba que afectó tanto a las personas como a la comunidad. Alrededor de los cenobitas se formarán así las otras comunidades y al final, los pueblos, quienes recibieron su fuerza espiritual de los cenobitas, de esos solitarios que consiguieron ver, de su retirada en el desierto, de esa comunidad donde todo era en común, nació así una nueva civilización. Esa que en su desarrollo se ha perdido en los siglos, porque ha perdido el contacto con su verdad y con el tiempo es cada vez más arrodillada ante los demonios del capitalismo, y que hoy expira. El problema es que nos quiere importar con él, en su infierno.

Esta civilización no terminó a causa del coronavirus, creo que es muy claro para todos que este es solamente un epifenómeno, sino a causa de su arrogancia, de su rapacidad insaciable, de su injusticia, a causa de haber transformado el mundo en una gigantesca fábrica mórbida.

¿Qué puede nacer de todo esto, además del demonio de la destrucción total, de una civilización que ha erigido al dinero al nivel de ídolo absoluto y el poder como fin último de toda cosa y de toda existencia?

Una vez fuera de la urgencia y de nuestro desierto, ya que debemos considerar siempre que habitar en él no es más que transitorio, no debemos permitir que sea solo un paréntesis, lleno de sufrimientos y de muerte o incluso de descubrimientos y de momentos memorables, al que sucedería el regreso a la normalidad de antes, porque es precisamente ella quien nos ha llevado al punto donde estamos y quien no puede más que continuar profundizando la destrucción. Y entiendo además por normalidad de antes nuestro modo de vida, o mejor de supervivencia y de ilusión. Veo que muchos de entre nosotros buscan desesperadamente reafirmar su propia normalidad. Esto no va, en toda amistad: esto no vale la pena.

Pero nosotros debemos prestar atención también a la normalidad que viene después, que se nos presentará como la nueva necesidad, hecha de prohibiciones, de ausencia de libertad y de un egoísmo renovado, y todo por nuestro bien. O eso que los profetas improvisados nos indicarán como el material del nuevo mundo, idéntico al anterior pero con gobiernos diferentes.

Al contrario, tendríamos que repetir el gesto de separación de los primeros monachoi: hacer secesión de la civilización decadente, de la destrucción, construir nuestros cenobios, nuestras comunas. He pensado mucho últimamente en por qué no lo hemos hecho todavía, por qué no hemos sido capaces, qué es lo que nos ha impedido hasta ahora intentarlo de nuevo; no he sabido darme respuestas satisfactorias. Uno entre ustedes logrará probablemente sugerir una. Tal vez estoy comenzando a ver una que no habíamos considerado aún. Pero en todos los casos este tiempo a donde nosotros hemos “llevado” el Espíritu merece, yo creo, una verdadera respuesta.

De nuestra parte. Cuestión que podrá venir del silencio que habitamos, de la soledad que queremos, del mal contra el que luchamos. ¿Qué haremos, qué veremos, cuando salgamos del desierto?

Una vez fuera del desierto, el Nazareno anunció que el Reino está ahora próximo. Yo siempre he interpretado este próximo no en el sentido temporal de un futuro no muy lejano, y que nadie por otra parte ha podido jamás calcular, sino como aquello que tenemos o que se encuentra a nuestro lado, tal y como se dice justamente de nuestro prójimo. Sobre esta proximidad, creo que no tenemos mucha necesidad de otras palabras para entendernos.

Abrazos y espero tener noticias de ustedes próximamente,

atentamente,

 Marcello

Traduzione greca [www.lifo.gr]

Γράμμα στους φίλους της ερήμου Πηγή

Αγαπητές φίλες, αγαπητοί φίλοι, Λίγα πράγματα στη ζωή είναι πιο παρηγορητικά από το να γράφεις γράμματα σε φίλους σε μία στιγμή σαν κι αυτή. Ελπίζω το συγκεκριμένο να σας βρει καλά στην υγεία σας και όμορφους όπως σας φέρνω μέσα μου.

Κάποιοι από μάς βιώνουμε τις μέρες αυτές με μεγάλο πόνο, αλλά η φιλία -το να είσαι όσο το δυνατόν πιο κοντά στον κάθε πλησίον σου- είναι έτσι καμωμένη που μπορούμε αυτόν τον πόνο να τον μοιραστούμε και επομένως να τον ελαττώσουμε αν το επιθυμούμε. Πολύ απλά, η φιλία μάς παρακινεί αβίαστα να ζούμε με την ίδια τη ζωή των άλλων. Σε αυτήν τη μοναστηριακή απομόνωση που μας επιβλήθηκε, πρέπει να παραμείνουμε ανοιχτοί όπως ποτέ στον άνεμο της φιλίας που είναι ικανός, όπως ξέρουμε, να φυσάει πέρα από κάθε απόσταση.
Όπως σίγουρα είχατε την ευκαιρία να το παρατηρήσετε, έχουμε μπει, εδώ και λίγες μέρες ή εβδομάδες, ανάλογα με τις αντίστοιχες χώρες μας, σε μία υποχρεωτική καραντίνα εν μέσω μιας περιόδου που συνέπεσε, από μία τυχαία και κάπως αινιγματική σύμπτωση, να είναι και της Σαρακοστής. Μιας περιόδου παραδοσιακά αφιερωμένης στην ενδοσκόπηση, στην αποποίηση, αλλά ίσως και στη συμφιλίωση. Και εφόσον -αλλά όποιος με γνωρίζει το ξέρει καλά- πάντα πίστευα στην ξεχωριστή ιδιότητα του “τυχαίου”, αν δεν το εκλάβουμε μόνο ως έναν τρόπο έκφρασης που μας ανακουφίζει, μια δεισιδαιμονία μέσω της οποίας αναγκαζόμαστε να πιστεύουμε ότι αυτό που συμβαίνει, ο τρόπος με τον οποίο συμβαίνει, δεν έχει κανένα νόημα για μας· σκέφτηκα ότι η σύμπτωση αυτή ήταν ένα από τα σημάδια των καιρών που έχουμε μπροστά μας και που καλούμαστε να ερμηνεύσουμε.
Τα Ευαγγέλια διηγούνται ότι κατά τη διάρκεια αυτής της περιόδου, το Πνεύμα “εξώθησε” τον Ιησού να πάει στην έρημο για σαράντα ημέρες και ότι εκεί, σε αυτή την περίοδο ασκητισμού, υποβλήθηκε στους πειρασμούς του δαίμονα.
Είναι ένα μοτίβο που επανέρχεται σε πολλές ιστορίες που αναφέρονται στην Παλαιά Διαθήκη, αρχής γενομένης βέβαια από την περιπετειώδη έξοδο του εβραϊκού λαού προκειμένου να αποφύγει τους διωγμούς. Διαφορετικές ιστορίες, αλλά όλες σηματοδοτούν ότι η έρημος είναι “δοκιμασία”. Φυσικά, στη ζωή του καθενός, έχει τύχει να γνωρίσουμε μερικές φορές ερημικές περιόδους. Αυτό δεν είχε πάντα καλή κατάληξη και φέραμε μέσα μας τα σημάδια, τουλάχιστον αυτή είναι η εμπειρία μου. Αλλά όλες οι φορές που βγήκαμε πιο δυνατοί, είναι αυτές, αν το σκεφτούμε, που μας επέτρεψαν να κρατηθούμε ακόμη ζωντανοί. Το πιο απίθανο είναι ότι μερικές φορές, όπως και σήμερα, η δοκιμασία είναι ταυτόχρονα ατομική και συλλογική, σε σημείο να αφορά ολόκληρους λαούς, αν όχι ολόκληρη την ανθρωπότητα.
Εμείς, που πάντα εξέταζαμε την αμείλικτη ροή της ιστορίας αναζητώντας τα σημάδια του γεγονότος που θα την διέκοπτε, δεν μπορούμε να παραμείνουμε απαθείς απέναντι σε αυτό που συμβαίνει. Ένα έκτακτο γεγονός, το οποίο μας κάνει να συνειδητοποιούμε ότι δεν έχουμε αρκετές λέξεις για να το περιγράψουμε. Η έρημος είναι επίσης η απουσία λέξεων, λόγων, επαναλαμβανόμενων και ευχάριστων ήχων. Εξάλλου, στην εβραϊκή γλώσσα, ο όρος που χρησιμοποιείται για τη “λέξη” είναι dabar και για την “έρημο”, midbar, δύο ομόρριζες λέξεις: από εκεί κι έπειτα, μπορεί κανείς να υποθέσει ότι ακριβώς επειδή η έρημος είναι ένας τόπος που στερείται λέξεις, είναι και η πιο πρόσφορη για την αποκάλυψη του Λόγου ως γεγονός. Το πρώτο πράγμα που έχεις να κάνεις είναι να ακούσεις, να αποβάλλεις τα περιττά για να μπορέσεις να υποδεχτείς το γεγονός. Αλλά να ακούσεις τι ακριβώς; Σε μια συνέντευξη που διάβασα πρόσφατα, μία μοναχή έλεγε πως η υπακοή (obéissance) πρέπει να γίνεται κατανοητή με την ετυμολογική της έννοια: ob-audire-, δηλαδή “ακούμε ενώπιον κάποιου, απέναντί του”. “Το να ακούμε την πραγματικότητα” είναι η πραγματική έννοια της υπακοής, είπε συμπερασματικά στο μοναστήρι της. Πιστεύω ότι σε ένα παρόμοιο είδος άσκησης μας καλεί η περίοδος.

Στην έρημο δεν υπάρχουν δρόμοι, ούτε ήδη χαραγμένα μονοπάτια τα οποία θα μας αρκούσε να ακολουθήσουμε: καθήκον εκείνου που τη διασχίζει είναι να προσανατολιστεί και να βρει ένα πέρασμα που θα τον οδηγήσει έξω. Δεν υπάρχουν εκεί καταστήματα, ούτε πηγές νερού, ούτε φυτά και όλα μοιάζουν ακίνητα, επειδή στην έρημο δεν υπάρχει παραγωγή, δεν υπάρχουν μπαρ, δεν υπάρχουν κοινωνικά κέντρα, τίποτα απ’ όσα θεωρούμε ως προϋποθέσεις για έναν τόπο “βιώσιμο”. Μπορούμε εν τέλει να πούμε ότι δεν υπάρχει τίποτα το ανθρώπινο και γι’ αυτό στο Δευτερονόμιο γίνεται λόγος για μια μοναξιά που ουρλιάζει μέσα στην έρημο. Ξέρω, ξέρω καλά ότι σε ένα μεγάλο βαθμό, αυτή η περιόδος που βιώνουμε μαζί φαίνεται να χαρακτηρίζεται ουσιαστικά από αυτό το ουρλιαχτό και απ’ αυτήν την απανθρωποίηση, και καταλαβαίνω τη δυσπιστία και τη φρίκη που μας πιάνει μερικές φορές και μας οδηγεί στην απελπισία. Η κακογουστιά ενός μεγάλου μέρους της “μουσικής” που ξεχύνεται αυτές τις μέρες από τα μπαλκόνια της Ιταλίας, όταν βραδιάζει, δεν καταφέρνει να καλύπτει αυτό τον ουρλιαχτό: εκείνο καλύπτει τα πάντα. Στην πραγματικότητα, μετά την ευφορία των πρώτων ημερών, είναι μια ιεροτελεστία που ήδη ξεφτίζει: πολλοί καταλαβαίνουν ότι είναι κάτι που δεν ηχεί σωστά. Η μετατροπή του ουρλιαχτού αυτού σε τραγούδι εξαρτάται από την ευαισθησία μας, από την κατανόηση του γεγονότος. Όχι, δεν πρέπει να κυλιστούμε μέσα στην απελπισία ή να εμμένουμε στην άρνηση. Υπάρχουν πολλοί τρόποι απελπισίας και άρνησης, και συχνά φαίνονται αντιθετικοί μεταξύ τους, μέσα στην αναταραχή που τους δημιουργεί και την οποία μεταδίδουν: μην αφήνουμε να μας ξεγελούν. Ας ακούσουμε το τραγούδι της πραγματικότητας, αλλά στ’ αλήθεια.

Πρέπει να σκεφτόμαστε ότι σε αυτά τα παλιά βιβλία, λένε ακόμα πως ο Κήπος της Εδέμ ήταν η πρώτη νίκη επί της χαοτικής ερήμου, ότι φυτεύτηκε εκεί στο κέντρο του πουθενά, εκεί όπου δεν υπήρχαν ούτε θάμνοι, ούτε χορτάρι, ούτε ποτάμι, ούτε τίποτα άλλο. Και αυτός ο κήπος παρέμεινε πράγματι αξέχαστος, ως μια υπόσχεση ευτυχίας στην οποία πρέπει να τείνουμε: ένας τόπος αφθονίας όπου δεν υπάρχει ούτε εργασία, ούτε εκμετάλλευση, όπου όλα βρίσκονται σε ισορροπία με τα πάντα. Στις καλύτερες στιγμές τους, οι άνθρωποι πίστευαν ότι ήταν η μόνη ζωή που άξιζε να ζήσουν. Η νίκη μέσα και επί της ερήμου δεν σημαίνει τίποτα άλλο παρά πρόσβαση στην δυνατότητα μιας πιο αληθινής, πιο πλούσιας, πιο ευτυχισμένης και επομένως πιο ελεύθερης ζωής. Ο καθένας μας σε αυτήν ακριβώς τη στιγμή βιώνει τη δική του δοκιμασία και δεν είναι εύκολο να ξεχωρίσουμε ποιά αντέχεται από το σώμα και ποιά από το πνεύμα, όπως συνηθίζουμε να το κάνουμε. Αναμφίβολα, αυτή μπορεί να είναι η ευκαιρία, σε αυτήν τη στιγμή και όχι σε ένα άλλο αύριο, ή ένας Θεός ξέρει πότε, για να μπορέσουμε να ενωποιήσουμε αυτό που συνήθως τείνουμε να θεωρούμε διαιρεμένο. Το ξέρετε καλύτερα από μένα: ο πολιτισμός μας υπήρξε από τις ρίζες του μέχρι την κορυφή του, ο πολιτισμός της διαίρεσης: ας μην του επιτρέψουμε σήμερα να την επιτείνει ξανά και ξανά.

Η έρημος είναι ο τόπος που ταυτίζεται με την κρίση, με την αρχαία έννοια αυτής της ελληνικής λέξης που μας έχει γίνει εμμονή: επιλογή και απόφαση. Δεν νομίζετε, φίλοι μου, ότι σήμερα “εξωθούμαστε” όλοι μας ακριβώς σε αυτό το σημείο; Μήπως η αναπόφευκτη στιγμή της απόφασης έχει έρθει ίσως για όλους μας; Και δεν πιστεύετε πως είναι μία απόφαση που πρέπει να πάρουμε όλοι μαζί ξεκινώντας από τον εαυτό μας, και όχι ο καθένας για τον εαυτό του χωρίς να υπολογίζουμε τους άλλους;

‘Οσον αφορά τον Ιησού, όμως, λέγεται ότι στο τέλος της δοκιμασίας τα άγρια ζώα παρέμεναν στο πλευρό του σαν να ήταν αρνιά (η ‘Εδεμ!). Πρέπει λοιπόν να αδράξουμε τη στιγμή για να καταφέρουμε να κατανοήσουμε μια για πάντα τι σημαίνει να αγαπάμε αλλήλους χωρίς να χρησιμοποιούμε τεχνάσματα, παράλογες διαμεσολαβήσεις ή την υποκρισία η οποία μας έκανε κάθε φορά να περνάμε από δίπλα. ‘Εχω την εντύπωση, τη βεβαιότητα, ότι τη στιγμή που θα αγγίξουμε αυτήν την πραγματικότητα και θα την υπακούσουμε, τότε ναι, θα είμαστε ένα “όλον”.

Γι’ αυτό η έρημος είναι ο τόπος στον οποίο, μέσω του στοχασμού και των δοκιμασιών, διαμορφώνεται διαρκώς το ισχυρό πνεύμα μιας νέας αρχής. Σήμερα έχουμε τη δυνατότητα να μην επαναλάβουμε ένα τελετουργικό σαν να επρόκειτο για μια παρένθεση τελικά ασήμαντη για μας και για τον κόσμο -και σε ό, τι αφορά φθαρμένα και άχρηστα τελετουργικά, επιτρέψτε μου να σας πω ότι έχουμε αποκτήσει μεγάλη ειδίκευση- αλλά να διαρρήξουμε οριστικά το πέπλο της Ιστορίας που μας κρατά φυλακισμένους ενός διαβολικού ονείρου. Να πηγαίνουμε όλο και πιο πέρα, όπως επαναλάμβανε συχνά ένας γέρος σοφός. Προς το παρόν, υπέρβαση σημαίνει να προχωρήσουμε πιο πέρα από την πανδημία, να οδηγηθούμε προς ένα άλλο σχέδιο ύπαρξης.

Σκληραγωγημένοι από την έρημο, με την πνευματική δύναμη που αποκτήθηκε μέσω των στερήσεων και της νικηφόρας μάχης ενάντια στους δαίμονες, θα μπορέσουμε να παρουσιαστούμε ξανά στον κόσμο με μια νέα δύναμη άγνωστη σ’ αυτόν, γιατί είναι αυτή που γνωρίζει τώρα -όπως λέει ο Ιησούς στον δαίμονα που τον βάζει σε πειρασμό μία πρώτη φορά- ότι δεν ζούμε μόνο με ψωμί, αλλά με και μέσα από τον Λόγο. Που είναι πιο υλικός από την ύλη. Οι πειρασμοί στους οποίους υποβάλλεται ο Χριστός είναι αυτοί που ήταν πάντα: κατοχή, εξουσία, χειραγώγηση. ‘Υλη που είναι λιγότερο από ύλη. Ενάντια σ’ αυτούς όλους αντισταθήκαμε πάντα: αυτός είναι ακριβώς ο λόγος για τον οποίο γίναμε φίλοι, θυμάστε;

Αυτός ο Λόγος είναι που μας κατατρύχει αυτές τις μέρες, τον καθένα στη γωνιά του, τον καθένα στο μοναστήρι του, τον καθένα στην έρημό του, τον καθένα με έναν διαφορετικό πόνο. Γωνιές που μπορεί να είναι αυτές μιας νεοαποκτηθείσας ιδιωτικότητας, και οι οποίες, ωστόσο, δημιουργούν από κοινού μια ενιαία, τεράστια έρημο, που είναι σαν μια γιγάντια συνάντηση με την πραγματικότητα. Επειδή η έρημος για την οποία μιλάω δεν είναι οι άδειοι δρόμοι μιας μητρόπολης πάντα άδειας και θλιβερής ακόμη και όταν είναι γεμάτη, όπου ρέουν όλα τόσο γρήγορα που μας κάνει να αρρωσταίνουμε· αλλά ο άγριος χώρος που μας εκθέτει στον Λόγο και μέσα στον οποίο αγωνιζόμαστε ενάντια σε κάθε πειρασμό, το ένα μετά τον άλλο. Γνωρίζω σχεδόν όλους αυτούς τους πειρασμούς που φαντάζομαι ότι επιτέθηκαν στους περισσότερους από εσάς αυτές τις μέρες, γιατί ήταν και εξακολουθούν να είναι εν μέρει και δικοί μου. Ξέρετε σε τι αναφέρομαι. Μια αποφασιστική διδασκαλία του Ιησού στην έρημο είναι όμως εκείνη που υποστηρίζει ότι δεν κάνεις διάλογο με τον δαίμονα, ποτέ, γιατί έτσι και το αποδεχτείς, παραμένεις δέσμιος της εξουσίας του, όσο πονηρός κι αν νομίζεις πως είσαι: η ομιλία του, η ρητορική του, η τέχνη της γοητείας του είναι κάγκελα που σε κλείνουν μέσα τους. Πόσες φορές έχουμε δει αυτά τα κάγκελα να απομακρύνουν από μας για πάντα παλιούς μας φίλους…

Μέρα με τη μέρα, οι κατοικίες μας μετατρέπονται σε θραύσματα μιας ερημικής έκτασης, με τα άγρια ζώα της, τη βαθιά σιωπή της, τόσο ασύγκριτα κατοικήσιμη, καθώς και με τις παρουσίες της, τις οποίες συνήθως δεν αντιλαμβανόμαστε, έτσι όπως μας κατακλύζουν μυριάδες πράγματα σε μεγάλο βαθμό περιττά. Η πρόκληση είναι να αναγνωρίσουμε τη σωστή παρουσία, την καλή, αυτή που θεραπεύει, και να απομακρύνουμε την κακιά, αυτή που σε αρρωσταίνει, που σου λέει ψέματα για να σε κάνει να ψεύδεσαι, που σε διατάζει να γονατίσεις μπροστά της με αντάλλαγμα περισσότερη δύναμη, περισσότερα πράγματα, περισσότερες κοσμικότητες, περισσότερη αναγνώριση, περισσότερη, περισσότερη, περισσότερη… Η έρημος σε κάνει να διακρίνεις το δυνατό και το αδύνατο.

Η έρημος είναι εξάλλου ο τόπος τον οποίο επέλεξαν οι πρώτοι μοναχοί, οι “μοναχικοί”, εκείνοι που απομακρύνθηκαν από μια άδικη και παρακμιακή αυτοκρατορία, λίγοι στην αρχοί, αλλά που έγιναν, μήνα μετά το μήνα, χρόνο με το χρόνο, εκατοντάδες και χιλιάδες και έτσι άρχισαν να ζουν μαζί, κατά ομάδες, σε κοινόβια, μια λέξη που δεν σημαίνει τίποτα άλλο από αυτό που και εμείς πάντα αναζητούσαμε: έναν τόπο κοινής ζωής. Ήδη τότε, όπως και σήμερα, ήταν μια δοκιμασία που επηρέαζε τόσο τους ανθρώπους όσο και την κοινότητα. Και γύρω από τα κοινόβια σχηματίστηκαν άλλες κοινότητες και τελικά και πόλεις, που έπαιρναν την πνευματική τους δύναμη από τα κοινόβια. Από τους μοναχούς αυτούς που κατάφεραν, από την έρημο όπου αποσύρθηκαν, από την κοινότητα αυτή όπου όλα ήταν κοινά, να δουν, γεννήθηκε έτσι ένας νέος πολιτισμός. Αυτός που χάθηκε στη συνέχεια μέσα στους αιώνες επειδή έχασε την επαφή με την αλήθεια του, και με την πάροδο του χρόνου γονάτισε κι αυτός όλο και περισσότερο μπροστά στους δαίμονες του καπιταλισμού, που σήμερα εκπνέει. Το πρόβλημα είναι ότι

θέλει να μας συμπαρασύρει μαζί του στην κόλαση.

Ο πολιτισμός αυτός δεν τελειώνει εξαιτίας του κορωνοϊού, που πιστεύω πως αντιλαμβανόμαστε όλοι ότι πρόκειται απλά για ένα επιφαινόμενο, αλλά εξαιτίας της αλαζονείας του, της ακόρεστης αγριότητάς του, της αδικίας του, επειδή έχει μεταμορφώσει τον κόσμο σε ένα τεράστιο νοσηρό εργοστάσιο. Τι άλλο θα μπορούσε να γεννηθεί, εκτός από τον δαίμονα της ολικής καταστροφής, ενός πολιτισμού που ανήγαγε το χρήμα σε απόλυτο είδωλο και την εξουσία σε τελικό σκοπό κάθε πράγματος και κάθε ύπαρξης;

Μόλις βγούμε από την “έκτακτη ανάγκη” και την έρημό μας, γιατί πρέπει πάντα να θεωρούμε ότι η συνύπαρξή μας μαζί του είναι μόνο μεταβατική, δεν πρέπει να επιτρέψουμε να είναι μόνο μια παρένθεση γεμάτη από πόνο και θάνατο ή ακόμη και ανακαλύψεις και αξέχαστες στιγμές, την οποία θα διαδεχόταν η επιστροφή στην κανονικότητα του πριν, επειδή ακριβώς αυτή μας έχει φέρει εδώ όπου βρισκόμαστε και που δεν μπορεί πλέον να συνεχιστεί παρά μόνο επιτείνοντας την καταστροφή. Και εννοώ επίσης ως κανονικότητα του πριν τον τρόπο ζωής μας, ή μάλλον τον τρόπο που επιβιώναμε με όλες τις ψευδαισθήσεις μας. Βλέπω ότι πολλοί από εμάς ψάχνουν απελπισμένα να επιβεβαιώσουν την δική τους κανονικότητα. Είναι λάθος, με κάθε φιλική ειλικρίνεια: δεν αξίζει τον κόπο.

Πρέπει όμως να προσέξουμε και την κανονικότητα τού μετά, την οποία θα μας παρουσιάσουν ως τη νέα αναγκαιότητα, η οποία θα αποτελείται από απαγορεύσεις, έλλειψη ελευθερίας και ανανεωμένο εγωισμό, όλα για το καλό μας. Ή αυτήν που αυτοσχέδιοι προφήτες θα μας υποδείξουν ως τη στόφα του νέου κόσμου, ίδια με την προηγούμενη αλλά με διαφορετικούς κυβερνώντες.

Θα έπρεπε, αντιθέτως, να επαναλάβουμε τη χειρονομία του αποχωρισμού των πρώτων μοναχών: να αποκολληθούμε από τον παρακμιακό πολιτισμό της καταστροφής, να δημιουργήσουμε τα κοινόβιά μας, τις κοινότητές μας. Με έχει απασχολήσει πολύ τον τελευταίο καιρό γιατί δεν το έχουμε κάνει ακόμα, γιατί δεν είμασταν ικανοί να το κάνουμε, και τι ήταν αυτό που μας εμπόδισε μέχρι τώρα να το προσπαθήσουμε ξανά, και δεν μπόρεσα να βρω ικανοποιητικές απαντήσεις. Ένας από σας θα μπορούσε πιθανόν να μου προτείνει μία. Ίσως άρχισα να διαβλέπω μία που δεν έχουμε αντιληφθεί ακόμα. Αλλά σε κάθε περίπτωση, η εποχή αυτή όπου το Πνεύμα μας “εξώθησε”, αξίζει, πιστεύω, μια πραγματική απάντηση. Από μας. Αυτή που θα μπορούσε να προέλθει από την σιωπή που κατοικούμε, από την μοναξιά που επιδιώκουμε, από το κακό που καταπολεμάμε. Τι θα κάνουμε, τι θα δούμε, όταν θα βγούμε από την έρημο;

‘Οταν βγήκε από την έρημο, ο Ναζαραίος ανήγγειλε ότι η Βασιλεία ήταν πλέον κοντά. Πάντα ερμήνευα αυτό το κοντά όχι με τη χρονική έννοια ενός όχι πολύ μακρινού μέλλοντος, το οποίο κανείς εξάλλου δεν κατάφερε ποτέ να υπολογίσει, αλλά σαν κάτι που κατέχουμε ήδη ή που βρίσκεται δίπλα μας, όπως θα το λέγαμε και για τον πλησίον μας. ‘Οσον αφορά αυτήν την εγγύτητα, νομίζω ότι δεν χρειαζόμαστε πολλά άλλα λόγια για να συμφωνήσουμε μεταξύ μας.
Σας φιλώ και ελπίζω να έχω σύντομα νέα σας, Δικός σας,
Marcello

Traduzione portoghese [Situação]

Caros amigos, caras amigas

Em momentos como este, poucas coisas serão tão reconfortantes como escrever cartas aos amigos e amigas mais queridos. Espero que esta carta vos encontre bem e belos, como eu vos tenho dentro de mim. Alguns de nós têm vivido estes dias com maior sofrimento, mas a amizade, o ser mais próximo dos que nos estão próximos, faz com que possamos partilhá-lo e por isso torná-lo mais leve, caso nos faça sentido. Simplesmente porque, graças à amizade, vivemos sem esforço a vida do outro. Nesta clausura para que fomos empurrados, devemos ficar abertos como nunca ao vento da amizade, que consegue, como sabemos, soprar para lá de qualquer distância.

Como já devem ter notado, encontramo-nos todos desde há dias ou semanas, dependendo do país onde estamos, confinados à quarentena durante, por um acaso de certa forma perturbante, o mesmo período da quaresma. Tempo tradicionalmente de introspeção, de renúncia e quem sabe, de reconciliação. E quem me conhece já deve saber: sempre acreditei que não existe «o acaso», que isso é apenas uma maneira de nos tranquilizarmos, uma superstição que nos constringe a acreditar que o que acontece, o modo como acontece, não tem nenhum significado para nós. Penso que esta coincidência faz parte dos sinais dos tempos que estão aqui e somos chamados a interpretá-los.

Nos Evangelhos conta-se que nesse período Jesus foi «impelido» pelo Espírito para o deserto durante quarenta dias e lá, no tempo da ascese, sofreu a tentação do demónio.

É um lugar comum que encontramos em várias histórias narradas no Antigo Testamento, a partir naturalmente da aventurosa travessia do povo hebraico para fugir às perseguições. Diferentes histórias, que invocam todas elas o caráter de «provação» que é o deserto. Naturalmente, cada um de nós já atravessou períodos desérticos. Nem sempre correu bem, e deles levamos algumas cicatrizes. Esta é pelo menos a minha experiência. Mas as vezes em que saímos deles mais fortes foram as que, se pensarmos bem, nos permitiram estar ainda vivos. A coisa excecional que ocorre de vez em quando é que, como agora, a prova é ao mesmo tempo individual e coletiva, chegando a envolver não apenas povos inteiros, mas a própria humanidade.

Nós que tentamos sempre escrutinar o inexorável fluir da história, procurando os sinais do evento que a interrompesse, não podemos desviar-nos perante aquele que está em curso. Um evento enorme, perante o qual nos damos conta da falta de palavras para o descrever. Deserto também é ausência de palavras, de discurso, da confortável redundância dos sons. Em hebraico o termo que descreve “palavra”, dabar, e o que descreve “deserto”, midbar, têm a mesma raiz, o que nos permite supor que o facto do deserto ser privado de palavra, e precisamente por isso, torna-o o sítio adequado para a revelação da Palavra enquanto evento. Por isso, a primeira coisa a fazer é escutar, fazer uma grande limpeza dentro de nós para acolher o evento. Mas para escutar o quê? Numa entrevista a uma monja que li recentemente, ela diz que precisamos de interpretar obediência no seu sentido etimológico, como ob audire, ou seja «escutar antes, de frente para». «Escutar a realidade» é o verdadeiro significado de obedecer, conclui a monja do seu enclausuramento. Creio que é um exercício deste tipo que estes tempos exigem.

No deserto não existem estradas, caminhos já demarcados para percorrer: a tarefa de quem os atravessa é orientar-se, trilhar um caminho que o leve à saída. Não existem lojas, fontes de água, plantas e tudo parece imóvel porque no deserto não há produção, não existem bares, nem centros sociais, não existe nada do que damos por garantido naquilo que habitualmente definimos como um sítio «para viver». Ou seja, podemos dizer que não há nada nele de humano. É por isso mesmo que no livro de Deuteronómio lemos que no deserto encontramos uma solidão que grita. Bem sei que muito deste tempo que estamos a viver parece feito essencialmente desse grito e dessa desumanidade e percebo a desconfiança e horror que por vezes nos captura e que nos leva ao desespero. A vulgaridade de muita da “música” que nestes dias se propaga em Itália através das varandas, quando a noite começa, não é capaz de  abafar  esse grito, mas é antes ele que cobre tudo e de facto, depois da euforia dos primeiros dias, é um ritual que já aborrece: muitos compreendem que há qualquer coisa que não soa bem. Tornar esse grito num canto depende da nossa sensibilidade, do nosso encontro com o evento. Não devemos rebolar no desespero nem enrijecer na negação. Muitas são as maneiras de desesperar e de negar e muitas vezes aparecem precisamente como o seu contrário, na agitação de que são feitas e que transmitem: não nos deixemos enganar. Escutemos o canto da realidade.

É preciso pensar que nesses velhos livros também se conta que o jardim do Éden foi a primeira vitória sobre o caos desértico. Foi plantado onde não havia nada, nem arbustos nem erva, nem rios nem nada. E de facto esse jardim permanece inesquecível, como uma promessa de felicidade pela qual lutar: lugar de abundância onde não há trabalho nem exploração e tudo vive no equilíbrio. Os povos, nos seus melhores momentos, acreditaram apenas nesta existência digna. Vencer no e durante o deserto não significa nada mais que aceder à possibilidade de uma vida mais verdadeira, mais rica, mais feliz e por isso mais livre.

Cada um de nós está, neste preciso momento, a viver a sua provação e não é fácil distinguir a que é suportada pelo corpo da que é suportada pelo espírito, como tendemos a fazer normalmente. Talvez seja a ocasião, esta e não uma outra qualquer amanhã ou quem sabe, de reunir aquilo que normalmente somos levados a considerar como separado. Sabem-no bem melhor do que eu: a nossa civilização foi, de uma ponta a outra, a civilização da separação. Não vamos permitir agora que se separe ainda mais.

O deserto é precisamente o lugar da krisis, no sentido original desta palavra grega pela qual continuamos a sentir-nos obcecados: escolha e decisão. Não acham também vocês, meus amigos, que fomos todos nós «impelidos» para esse lugar? Terá chegado para todos nós o tempo dessa incontornável decisão?

E não acham que essa é uma decisão que devemos tomar juntos, a começar por nós mesmos, e não cada um por si sem levar os outros em conta?

O deserto de que falo é o lugar da provação não porque seja um espaço vazio, mas porque está privado de todas aquelas coisas que compõem artificialmente a existência, tudo aquilo que a facilita e que a enfeita: privado das distrações que quotidianamente nos impedem de contemplar a própria vida com clareza. O deserto é esse lugar que nos permite meditar, concretamente, sobre a própria vida no mundo a partir dum lugar fora do mundo no seu verdadeiro significado: livre do supérfluo, de tudo aquilo que acreditamos ser necessário e que de repente, sabemos definitivamente que não o era porque nunca o foi. Por outro lado, o deserto obriga-nos a sentir o desejo por tudo aquilo que verdadeiramente nos falta na nossa vida. Longo é o caminho que com esforço abrimos e dentro dele sentimos a ausência de comunidade, de justiça, de gratuidade, da verdadeira saúde e certamente, a ausência daquela pessoa que excluímos da nossa intimidade sem perceber bem porquê ou da qual fomos excluídos, e no entanto, misteriosamente, continuamos a amar. Sede de amor? Diria que sim, em todos os sentidos. Um de vocês, há muito tempo atrás, disse-me que não se podia e nem sequer tinha sentido fazer o que quer seja em conjunto se não se gostasse nem que seja um pouco dos outros. Não aquele gostar abstrato da ideologia, mas aquele gostar corpóreo e espiritual que sentimos no contacto. É certo que compreender exatamente no que consiste esse gostar nem sempre é fácil e muitas vezes acabámos por fazer mal uns aos outros. Os poucos seres que habitam estavelmente o deserto são sempre perigosos: hienas e demónios.  Diz-se de Jesus que no fim da sua provação até as feras o acompanhavam como se fossem carneiros (o Éden!). Devemos então acolher este momento para conseguir de uma vez por todas compreender o que significa amar uns aos outros sem utilizar subterfúgios, sem as mediações absurdas e a hipocrisia com que normalmente passamos por cima ou por baixo desta questão. Tenho a impressão, a certeza, que no momento em que alcançarmos e obedecermos a esta realidade, aí sim, «seremos tudo».

É por isso que o deserto é o lugar onde, através da meditação e da provação, se forma de maneira duradoura, o espírito forte de um novo início. Hoje temos a possibilidade de não repetir um ritual como se fosse um insignificante parêntesis para nós e para o mundo – e de rituais cansativos e inúteis, deixem-me dizê-lo, somos nós especialistas – mas de quebrar finalmente a membrana da História que nos aprisiona a um sonho maléfico. Ir mais longe, como repetiu várias vezes um velho sábio. Neste momento, ir mais longe significa ir para além da pandemia, irmos todos juntos para outro plano da existência.

Robustecidos pelo deserto, com a força espiritual conquistada, através das privações e da vitória no duelo com os demónios, poderemos fazer-nos representar no mundo com uma nova potência que não é do mundo, uma potência que agora sabe – tal como diz Jesus aos demónios que o tentaram uma primeira vez – que não se vive apenas de pão mas também com e através a Palavra. Mais material que a própria matéria. As tentações que Cristo sentiu são as de sempre: possessão, poder, manipulação. Matéria que é menos que matéria. São as tentações contra as quais sempre lutámos: foi por isso que nos tornámos amigos, lembram-se?

É sobre essa “Palavra” que estamos a trabalhar nestes dias, cada um no seu lugar, cada um na sua clausura, cada um no seu deserto, cada um esforçando-se de maneira diferente. Lugares que podem ser de uma intimidade reconquistada, mas que, no seu conjunto, criam um único e enorme deserto, um gigantesco encontro com a realidade. O deserto de que falo não são as ruas vazias da metrópole, que é sempre vazia e triste mesmo quando está cheia e tudo flui rapidamente e nos faz adoecer. É antes um espaço selvagem que nos expõe à Palavra e onde lutamos, todos, contra a tentação. Conheço bem uma grande parte dessas tentações que vos assaltam nestes dias, pois foram, e em parte ainda são, as que me assaltam a mim também. Sabem o que quero dizer. Uma lição decisiva de Jesus no deserto é aquela que diz que não se dialoga com o demónio, nunca, pois uma vez que o fazes, por mais astuto que sejas, ele fará de ti prisioneiro: o seu discurso, a sua retórica, a sua arte da sedução são as grades que se levantam à tua volta. Quantas vezes vimos essas grades afastarem-nos para sempre dos nossos velhos amigos…

As nossas casas, dia após dia, transformam-se em fragmentos duma pradaria desértica, com os seus animais selvagens, o seu silêncio profundo, este sim habitado como nunca antes, e com as suas presenças, aquelas que normalmente não escutamos, pois estamos demasiado atarefados com uma infinidade de coisas que na sua maior parte são inúteis. O desafio é reconhecer a presença certa, boa, que cura, e expulsar a negativa, que faz adoecer, que mente para te fazer mentir, que te intimida a ajoelhar à sua frente, em troca de mais poder, mais coisas, mais mundanidade, mais reconhecimento, de mais, mais, mais… O deserto faz-nos ver o possível e o impossível.

De facto, o deserto foi onde se reuniram os primeiros monachoi, os «solitários», aqueles que se afastaram dum império de decadência e injustiça. Primeiro eram poucos e depois, mês após mês, ano após ano, chegaram às centenas e depois milhares. Começaram assim a viver em conjunto, grupo a grupo, no cenóbio, palavra que não significa outra coisa senão aquilo que nós sempre perseguimos também: lugar de vida em comum. Nessa altura, tal como hoje, era uma prova tanto para as singularidades como para a coletividade. E ao redor dos cenóbios formaram-se outras comunidades e depois cidades, que deles receberam a força espiritual. Desses solitários que conseguiram ver, desse retirar-se no deserto, dessas comunidades onde tudo era comum, nasce assim uma nova civilização. Aquela que após alguns séculos se perdeu, pois perdeu o compromisso com a verdade e já há muito tempo se ajoelhou perante os demónios do capitalismo e que hoje está a morrer. O problema é que quer levar-nos consigo para o seu inferno.

Esta civilização não vai acabar por causa do coronavírus, parece-me claro que este seja apenas um epifenómeno, mas sim por causa da sua arrogância, a sua avidez insaciável, a sua injustiça, por ter transformado o mundo numa gigantesca fábrica de morte.

Um demónio da destruição total: que outra coisa podia parir uma civilização que fez do dinheiro o ídolo absoluto e o poder como fim último de todas as coisas e da própria existência?

Quando sairmos da “emergência” e do nosso deserto, porque devemos sempre considerar como transitório estarmos presos nele, não podemos permitir que isto seja apenas um parêntesis, cheio de sofrimento e de morte ou cheio de descobertas e momentos memoráveis aos quais se sucede o regresso à normalidade de antes. Foi precisamente ela que nos levou ao ponto onde estamos e continuará sempre a ser o aprofundar da destruição. E nesta normalidade de antes incluo os nossos modos de viver, ou melhor de sobrevivência e ilusão. Vejo que entre nós muitos estão desesperadamente a tentar reafirmar a própria normalidade. Não está certo, por toda a amizade: não vale a pena.

Mas devemos estar atentos a essa normalidade do depois, que nos será apresentada como a nova necessidade, feita de proibições, ausência de liberdade e egoísmo, tudo para o nosso bem. Atenção também para os profetas emergentes, que apresentam as vestes de um novo mundo, igual ao primeiro, mas com diferentes governantes.

Seria preciso repetir o gesto de separação dos primeiros monachoi: fazer a secessão desta decadente civilização da destruição, construir novos cenóbios, as nossas comunas. Nos últimos tempos, tenho pensado muito no porquê de ainda não o termos feito, porque não fomos capazes, o que nos impediu até agora de tentar novamente. Ainda não encontrei respostas satisfatórias. Começo a entrever algumas que ainda não me tinham ocorrido. Mas em qualquer caso, este tempo para que fomos «impelidos» pelo Espírito merece, creio eu, uma reposta verdadeira. Nossa. Que possa vir do silêncio onde habitamos, da solidão que estamos a viver, do mal contra o qual estamos a lutar. O que faremos, o que vamos ver quando sairmos do deserto?

O nazareno, ao sair do deserto anunciou que o Reino estava próximo. Sempre interpretei esse próximo não no sentido temporal dum futuro não muito distante e que ninguém conseguiu realmente calcular, mas do que estamos ou que nos está ao lado. Como justamente se costuma dizer, do nosso próximo. Sobre esta vizinhança, acho que não precisamos de muitas palavras para nos entendermos.

Abraço-vos e espero ter notícias vossas em breve

Marcello

Traduzione danese [fredagaften]

Kære venner,

I en tid som denne, er der få ting i livet som er mere fortrøstningsfulde end at skrive breve til ens allerkæreste venner. Jeg håber, at dette brev, finder Jer lige så sunde og smukke, som jeg bærer Jer inden i mig. Nogle af os lider meget i disse dage, men venskabet – det at være så nær som muligt med hinanden – gør det muligt for os at dele og dermed mindske denne lidelse, hvis vi ønsker det. Ganske enkelt fordi, vi, i kraft af venskabet, ubesværet bliver henledt til at leve med hinandens liv. I dette kloster, som har taget os ind, må vi forblive åbne, som aldrig før, overfor venskabets vind, som er, som vi ved, i stand til at blæse hen over enhver afstand.

Som du sikkert har bemærket, befinder vi os, i nogle dage eller uger, alt efter hvor i verden vi befinder os, indskrænket til en karantæne, som ved en ildevarslende tilfældighed falder sammen med fasten – en tid som traditionelt set er afsat til selv-refleksion, afkald og måske i sidste ende til forsoning. Som enhver der kender mig godt kan bevidne, har jeg altid ment, at “tilfældigheden” ikke findes, og at “tilfældighed” alene er en talemåde, der skal berolige os; en overtro der får os til at tro, at det som sker, og måden det sker på, ikke har nogen betydning for os. Så jeg tænker at dette sammenfald, er en del af de tegn, vi står overfor at skulle fortolke.

I evangelierne fortælles der, at Jesus under denne tid blev “ført” af Ånden ud i ørkenen i fyrre dage, og at han, under sin askese, blev udsat for djævlens fristelser.

Dette er et topos, der findes i flere historier fra Det Gamle Testamente, begyndende med, selvfølgelig, det jødiske folks udvandring og forfølgelse. Forskellige historier, men alle tegn på, at ørkenen er en ”prøvelse”. Vi har åbenlyst alle gennemlevet ørkenperioder i løbet af vores liv. Det går ikke altid så let, og vi bærer arrene. Det er i det mindste min oplevelse. Men de tidspunkter, hvor vi kom stærkere ud af det, når du tænker over det, er dem, der tillader os stadig at være i live. Det udsædvanlige i dag er, at prøven både er individuel og kollektiv, i en grad der omfatter hele befolkninger, hvis ikke hele menneskeheden.

Os, der altid har undersøgt historiens ubønhørlige strøm, på udkig efter tegn på den begivenhed, der afbryder den, kan derfor ikke sidde stille mens det her foregår. En ekstraordinær begivenhed, der får os til at indse, at vi ikke har ord nok til at beskrive det, der sker. Ørkenen er også fraværet af ord, tale, gentagne og behagelige lyde. Desuden deler det hebraiske udtryk for ”ord”, dabar, rod med ”ørken”, midbar: fra dette kan vi antage, at det netop er fordi ørkenen er et sted uden ord, at det er det mest befordrende for åbenbaringen af ”Ordet” som en begivenhed.

Det første man kan gøre er at lytte, at rydde op i sig selv for at gøre sig klar til at byde begivenheden velkommen. Men hvad er det helt præcist vi skal lytte til? I et interview med en nonne, som jeg læste for nylig, siger hun, at lydighed skal forstås i dets etymologiske forstand, som ob-audire, ”at lytte før, foran”. ”At lytte til virkeligheden” er den sande betydning af lydighed, konkluderede hun i sit kloster. Jeg tror, at tiden kalder på en øvelse af en sådan art.

I ørkenen findes der ingen gader, ingen stier der allerede er trådt og som blot skal følges. Det er op til dem der går igennem, at orientere sig og finde deres egen vej ud. Der er ingen butikker, der er ingen vand, der er ingen planter. Alt fremstår stillestående, fordi der i ørkenen ikke findes produktion. Der er ingen barer, og der er ingen sociale centre. Der er intet af det, som vi forestiller os der findes i et sted, der er ”beboeligt”. I sidste ende kan vi sige, at der ikke er noget menneskeligt, og at det er grunden til, at der i Mosebøgerne står, at der i ørkenen er en skrigende ensomhed. Jeg er godt klar over, at en stor del af vores liv er skabt af skrig og dehumanisering, og jeg forstår den mistillid og rædsel, som overvælder os, og som leder til fortvivlelse. Den vulgære ”musik”, der lyder i de tidlige aftentimer fra Italiens balkoner, formår ikke at overdøve dette skrig – skriget overdøver alt. Faktisk, så forsvandt ritualet fra balkonerne allerede efter de første dages eufori: mange forstod, at det ikke lød helt rigtigt. At ændre skriget til en sang afhænger af vores følsomhed, af vores indstilling til begivenheden. Nej, vi må ikke indhylle os i fortvivlelse eller fastfryse i fornægtelse. Der findes mange måder at fortvivle og benægte på, og i det kaos de udspringer af, fremstår de oftest som hinandens modsætninger. Lad os ikke narre. Lad os lytte omhyggeligt til virkelighedens sang.

Man bør overveje hvordan det står skrevet i disse gamle bøger, at Paradisets Have var den første sejr over ørken-kaosset. At det faktisk var plantet i midten af der, hvor ingenting fandtes, hverken buske eller græs, hverken floder eller noget som helst andet. Ganske vist er denne have forblevet uforglemmelig, som et løfte om den lykke, vi stræber hen imod: et sted med overflod, hvor der hverken findes arbejde eller udnyttelse, hvor alting er i balance med alting. I deres bedste øjeblikke, har folk tænkt på dette som den eneste eksistens, der var værd at leve. En sejr i og over ørkenen, betyder intet mindre end adgangen til muligheden for et liv, der er mere sandt, rigt, lykkeligt og derfor, mere frit.

I netop dette øjeblik, lever vi alle igennem hver vores prøvelse (prova). Og det er ikke så let, som det plejer at være, at skelne kroppens prøvelser fra åndens. Måske er dette lejligheden til, ikke i morgen, eller hvem ved hvornår, at genforene det, som vi sædvanligvis anser for adskilt. I ved det bedre end jeg: vores civilisation har hele vejen igennem været adskillelsens civilisation. Lad os ikke tillade den at grave denne kløft endnu dybere i dag.

Ørkenen er krisens sted, som i det oldgræske ords oprindelige betydning, der bliver ved med at hjemsøge os: valg og beslutning. Tror I så ikke, mine venner, at vi i dag alle er blevet ”drevet” netop til dette sted? Er afgørelsens stund ikke kommet for os alle?

Tror I ikke, at det er en beslutning, vi skal tage i fællesskab, startende fra os selv, i stedet for at vi hver tager vores egen, uden at tage hensyn til andre?

Den ørken jeg taler om er stedet for prøvelser, ikke fordi det er et tomt sted, men fordi det er blottet for alle de ting, der kunstigt dekorerer tilværelsen, alt det der faciliterer og forskønner den. Det betyder, at den er blottet for de afledninger, der dagligt forhindrer hver af os i at forstå livet med klarhed. Ørkenen er derfor det sted, der tillader os at reflektere konkret over vores eget liv i verden, startende fra et sted udenfor verden, i den sandeste forståelse. Fri fra det overflødige, alt det vi troede var nødvendigt, men som vi godt vidste ikke var, og aldrig har været. Omvendt får ørkenen os til at føle et begær for alt det, der i virkeligheden mangler i vores liv. Undervejs på stien, som vi smertefuldt kæmper for at holde åben, møder vi manglen på fællesskab, retfærdighed, generøsitet og ægte helbred. Vi vil selvfølgelig mærke fraværet af den person vi har ekskluderet fra vores intimitet, uden helt at forstå hvorfor, eller fraværet af den person, som har ekskluderet os, men som vi alligevel fortsætter med at elske, på mystisk vis. En tørst efter kærlighed? Det må siges, ja, i enhver mulig forstand. En af jer fortalte mig for længe siden, at det ikke var muligt, og at det ikke gav nogen mening, at gøre noget sammen, hvis ikke det i det mindste var for at gøre hinanden godt. Ikke ideologiens abstrakte gode, men den kropslige eller åndelige gode, som man føler i berøring. Selvfølgelig har det ikke altid været let at forstå, hvad denne gode består af, og ofte har vi gjort skade på os selv i stedet for at gøre godt. Det er sådan at de få dyr, der permanent bebor ørkenen altid er farlige: hyæner og dæmoner. Det siges imidlertid om Jesus, at ved slutningen af hans prøvelse, stod selv de vilde dyr ved hans side som lam (Eden!). Jeg har det indtryk, den klare opfattelse, at i det øjeblik vi rør ved denne virkelighed og adlyder den, vil vi i sandhed ”være alt”.

Ørkenen er derfor stedet, hvorfra en ny begyndelse kan skabes på en varig måde, gennem prøvelser og eftertanke. I dag har vi muligheden for at bryde med et ritual, som om det var den mest ubetydelige parentes for os og for verden. For når det kommer til søvnige og ubrugelige ritualer, lad mig sige jer dette, så er vi storslåede eksperter. Vi har muligheden for definitivt at sønderrive historiens slør, der holder os fanget i en ond drøm. At bevæge os hinsides, som en gammel vismand ofte har fortalt os. I dette øjeblik betyder det at gå langt udover pandemien. Det betyder at fortsætte, alle sammen, til et andet eksistensplan.

Hærdet af ørkenen og den åndelige styrke, tilkæmpet gennem svær modgang og sejerrige kampe mod dæmoner, vil vi være i stand til at vende tilbage til verden ledsaget af en magt, der ikke er af denne verden. En magt der nu ved, hvad også Jesus fortalte den dæmon, der først fristede ham, at ingen lever alene af brød, men med og gennem Ordet, der er mere stofligt end stof. Kristus er underkastet daglige fristelser: besiddelse, magt, manipulation: Stof, der er mindre end stof. De samme fristelser vi altid har kæmpet imod – det er årsagen til vi blev venner, husker I?

Det er dette Ord, der er i disse dage arbejder i os, hver i vores sted, hver i vores kloster, hver i vores ørken, hver af os med en forskellig kamp (fatica). Steder, hvor der måske findes en genvundet intimitet, men som samlet set skaber én stor ørken, et gigantisk møde med virkeligheden. For den ørken, jeg taler om, er ikke metropolens tomme gader, der selv når de er fyldte, er triste og tomme, og hvor alting strømmer hurtigt og gør os syge, men det vilde sted der åbner os for Ordet og hvori vi kæmper mod fristelser en efter en. Jeg er selv bekendt med mange af de fristelser, jeg forestiller mig, du kæmper med disse dage, for de har også tidligere været mine og er det til dels stadig. Du ved, hvad jeg mener. En afgørende lære fra Jesus i ørkenen fastholder, imidlertid, at du aldrig skal gå i dialog med djævelen, for ligegyldig hvor klog du tror, du er, når du engang har indvilget, forbliver du hans fange: hans tale, hans retorik, hans forførelse er ikke andet end tremmer, der lukker sig om dig. Hvor mange gange har vi ikke set disse tremmer drive gamle venner fra os for altid?

Vores bosteder transformeres, dag efter dag, til fragmenterne af en forladt ødemark, med dets vilde dyr, dets dybe, uhørt beboelige tavshed og dets tilstedeværen, som vi normalt ikke opfatter, da vi er for overvældet af et utal af andre, overvejende ubrugelige ting. Udfordringen er at genkende den rigtige tilstedeværen, den gode, den der er helende, og at bortjage den dårlige, den der gør dig syg, den der lyver for at få dig til at lyve, den der får dig til at knæle for den i bytte for mere magt, flere ting, mere verdslighed, mere anerkendelse, mere, mere, mere… Ørkenen viser os det mulige og det umulige.

Faktisk var ørkenen det sted, der blev nået af de første monachoi, ”eneboerne”, de der forlod et uretfærdigt, dekadent imperium. Først tog få af sted ad gangen, så måned efter måned, år efter år, blev de hundreder og tusinder og de begyndte således at leve sammen, gruppe for gruppe, i cenobia – et ord der betyder intet andet end hvad vi også altid har søgt: et sted for fælles liv. Allerede da, som nu, var ørkenen derfor et forsøg, der påvirkede både individer og fællesskabet. Fællesskaber formede sig omkring cenobier og endeligt byer, der fik deres åndelige styrke fra cenobierne. Fra disse enkelte mennesker, der formåede at se – fra deres tilbagetrækning i ørkenen, fra dette fællesskab, hvor alt var fælles – blev en ny civilisation født. Den civilisation, der senere gik tabt i århundrederne, fordi den mistede forbindelsen med dens sandhed og med tiden knælede mere og mere for kapitalismens dæmoner og den samme civilisation, der i dag ånder ud. Problemet er, at den ønsker at tage os med til dens helvede.

Denne civilisation ender ikke på grund af coronavirus. Jeg tror, det er klart for alle, at det kun er et epifænomen. Denne civilisation ender på grund af dens arrogance, dens umættelige grådighed, dens uretfærdighed. Fordi den har forvandlet verden til en gigantisk, morbid fabrik. Hvad kunne, bortset fra den totale ødelæggelses dæmon, være blevet født af en civilisation, der ophøjede penge til den absolutte afgud og magt til det ultimative mål for alle ting og al eksistens?

Når vi engang er ude af “nødsituationen” og ude af vores ørken, for vi må altid kun betragte det at bo i den som forbigående, må vi ikke tillade det kun at være en parentes, fuld af lidelse og død eller endda af opdagelser og mindeværdige øjeblikke, efterfulgt af en tilbagevenden til den tidligere normalitet. For det er netop denne normalitet, der har bragt os hertil hvor vi nu står, og som ikke længere kan fortsætte, bortset fra ved at forstærke ødelæggelsen. Denne normalitet omfatter også normaliteten ved vores tidligere måder at leve på, eller rettere, vores måder at overleve og vildlede os selv. Jeg ser, at mange af os desperat søger en genbekræftelse af vores egen normalitet. Det er ikke godt. I al venskab: det er ikke det værd.

Men vi må også være opmærksomme på den efterfølgende normalitet, som vil blive præsenteret for os som den nye nødvendighed, bestående af forbud, mangel på frihed og fornyet egoisme. Alt sammen for vores eget bedste. Eller hvad improviserede profeter vil forkynde som den nye verdens stoflighed, identisk med den forrige, men med andre herskere.

Vi må i stedet gentage de første monachois gestus af adskillelse: at løsrive os fra den dekadente civilisation af ødelæggelse, at bygge vores cenobier, vores kommuner. Jeg har på det seneste tænkt meget over, hvorfor vi ikke har gjort det endnu, hvorfor vi ikke har været i stand til det, hvad der har forhindret os i at prøve igen, og jeg har ikke været i stand til at give mig selv nogen tilfredsstillende svar. Nogle af jer vil sandsynligvis være i stand til at foreslå et. Jeg begynder muligvis at kunne skimte nogle få, som jeg fortsat må overveje. I alle tilfælde tror jeg, at denne gang, hvor vi er blevet ”skubbet” af Ånden, fortjener et sandt svar. Fra os. Et der kunne komme, fra den stilhed vi beboer, den tilbagetrukkethed vi sigter mod, det onde vi kæmper imod. Hvad vil vi gøre, hvad vil vi se, når vi forlader ørkenen?

Da Jesus fra Nazareth var kommet ud af ørkenen, meddelte han, at Kongeriget var nært. Jeg har altid fortolket denne nærhed, ikke i den temporale betydning af en ikke alt for fjern fremtid, som ingen nogensinde har været i stand til at beregne, men som noget vi har, eller noget der er ved siden af os, som det siges om en nabo. Med hensyn til denne nærhed, tror jeg ikke, vi har brug for mange flere ord for at forstå hinanden.

Jeg giver jer min kærlighed og håber snart at høre fra jer,

Jeres,

Marcello

Monologo del virus

dal numero 234 di Lundi Matin del del 16 marzo 2020

“Sono venuto a fermare la macchina della quale non trovavate più il freno di emergenza”

Cari umani, fate tacere tutti i vostri ridicoli appelli di guerra. Abbassate quegli sguardi vendicativi che mi riservate. Dissolvete l’alone di terrore con il quale circondate il mio nome. Noi, i virus, dal fondo batterico del mondo, siamo il vero continuum della vita sulla Terra. Senza di noi non avreste mai visto la luce, così come la cellula primordiale.

Noi siamo i vostri antenati, allo stesso titolo delle pietre e delle alghe, e molto più delle scimmie. Siamo dovunque siete e anche dove non siete. Peggio per voi se nell’universo vedete solo quello che è a vostra immagine e somiglianza! Ma soprattutto, smettete di dire che sono io a uccidervi. Voi non state morendo a causa della mia azione sui vostri tessuti, ma della mancanza di cura dei vostri simili. Se non foste stati tanto rapaci tra voi così come lo siete stati con tutto quello che vive su questo pianeta, avreste ancora abbastanza letti, infermieri e respiratori per sopravvivere ai danni che infliggo ai vostri polmoni. Se non aveste ammassato i vostri vecchi in delle topaie e i vostri elementi validi in conigliere di cemento armato, non sareste a questo punto. Se non aveste mutato l’intera estensione, fino a ieri ancora lussureggiante, caotica, infinitamente popolata, del mondo o meglio dei mondi, in un immenso deserto per la monocoltura dello Stesso e del Più, non avrei potuto lanciarmi alla conquista planetaria delle vostre gole. Se dall’inizio alla fine dell’ultimo secolo non foste diventati tutti copie ridondanti di una sola e insostenibile forma di vita, non vi preparereste a morire come mosche abbandonate nell’acqua della vostra zuccherata civiltà. Se non aveste reso i vostri luoghi così vuoti, così trasparenti, così astratti, siate certi che non mi diffonderei alla velocità di un’astronave. Io vengo a eseguire la condanna che voi stessi avete da tempo pronunciato contro voi stessi. Scusate ma siete voi, che io sappia, ad aver inventato il nome di “Antropocene”. Vi siete intestati l’intero onore del disastro; adesso che si compie è troppo tardi per rinunciarvi. I più onesti tra voi lo sanno bene: io non ho altro complice che la vostra organizzazione sociale, la vostra follia della “grande scala” e la sua economia, il vostro fanatismo per il sistema. Solo i sistemi sono “vulnerabili”. Il resto vive e muore. Le sola cosa  “vulnerabile” è quella che tende al controllo, alla sua estensione e al suo perfezionamento. Guardatemi bene: io sono il risvolto della Morte regnante.

Smettetela dunque d’incolparmi, di accusarmi, d’inseguirmi. Di essere paralizzati da me. Tutto questo è infantile. Vi propongo un cambio di sguardo: vi è un’intelligenza immanente alla vita. Non vi è alcun bisogno di essere un soggetto per disporre di una memoria o di una strategia. Nessun bisogno di essere sovrano per decidere. Anche i batteri e virus possono fare il bello e il cattivo tempo. Dovreste vedere perciò in me un salvatore invece che il vostro becchino. Liberi di non credermi, ma io sono venuto a fermare la macchina della quale non trovavate più il freno di emergenza. Sono venuto a sospendere il funzionamento del quale eravate ostaggi. Sono venuto a rendere manifesta l’aberrazione della “normalità”. «Delegare la nostra alimentazione, la nostra protezione, la nostra capacità di prenderci cura del nostro regime di vita ad altri è una follia»… «Non c’è tetto del deficit, la salute non ha prezzo»: vedete come faccio sciogliere la lingua e lo spirito dei vostri governanti! Guardate come ne svelo il vero ruolo di miserabili truffatori, per di più arroganti! Vedete come d’un tratto si dichiarano non solo superflui ma nocivi! Per loro voi non siete altro che supporti alla riproduzione del sistema, cioè ancora meno che schiavi. Persino il plancton è trattato meglio di voi.

Guardatevi però dal riempirli di rimproveri, d’incriminare le loro insufficienze. Accusarli d’incuria è ancora considerarli più di quanto meritano. Domandatevi piuttosto come voi avete potuto trovare così comodo farvi governare. Vantare i meriti dell’opzione cinese contro quella britannica, della soluzione imperial-legalitarista contro il metodo liberal-darwinista, significa non capire nulla dell’una e dell’altro, dell’orrore di entrambi. Fin da Quesnay i “liberali” hanno sempre guardato con invidia all’impero cinese; e continuano a farlo. In realtà, sono fratelli siamesi. Che l’uno vi metta al confino nel vostro interesse e l’altro per quello della “società”, vuol dire in ogni caso vanificare la sola condotta non nichilista: prendersi cura di sé, di chi si ama e di quel che si ama in chi non si conosce. Non lasciate che quanti vi hanno gettato nel baratro pretendano ora di farvene uscire: non faranno che prepararvi un inferno ancora più perfezionato, una tomba sempre più profonda. Il giorno che lo potranno, faranno pattugliare ai militari anche l’aldilà.

Ringraziatemi piuttosto. Senza di me, per quanto tempo ancora avrebbero fatto passare per necessarie tutte queste cose indiscutibili delle quali si decreta improvvisamente la sospensione? La globalizzazione, i concorsi, il traffico aereo, i limiti al budget, le elezioni, lo spettacolo delle competizioni sportive, Disneyland, le palestre di fitness, la maggior parte dei negozi, il parlamento, l’accasermamento scolastico, i raduni di massa, l’essenziale dei lavori d’ufficio, tutta questa socialità ubriaca che non è altro che il rovescio della solitudine angosciata delle monadi metropolitane: tutto questo appare dunque privo di necessità, una volta che si manifesta lo stato di necessità. Ringraziatemi per la prova di verità delle prossime settimane: andrete infine ad abitare la vostra vita senza le mille scappatoie che, bene o male, tengono in piedi l’insostenibile. Senza rendervene conto, non avete mai traslocato nella vostra esistenza. Siete tra gli scatoloni e non lo sapete. Andrete quindi a vivere con i vostri cari. Andrete ad abitare a casa vostra. Porrete fine all’essere in transito verso la morte. Forse odierete vostro marito. Forse troverete insopportabili i vostri figli. Magari vi verrà la voglia di far saltare in aria la scenografia della vostra vita quotidiana. A dire il vero, voi non eravate più al mondo, in queste metropoli della separazione. Il vostro mondo non era più vivibile in nessuno dei suoi punti, se non a patto di doverlo fuggire senza sosta. Bisognava stordirsi di movimento e di distrazioni per quanto l’orrore aveva guadagnato in presenza. E il fantomatico regnava tra gli esseri. Tutto era diventato talmente efficace che niente aveva più senso. Ringraziatemi per tutto questo e benvenuti sulla Terra!

Grazie a me, per un tempo indefinito, voi non lavorerete più, i vostri figli non andranno a scuola, e tuttavia sarà il contrario delle vacanze. Le vacanze sono lo spazio che bisogna arredare ad ogni costo aspettando il solito ritorno al lavoro. Ma qui, quello che si apre davanti a voi, grazie a me, non è uno spazio delimitato, è un’immensa apertura. Io vi rendo inoperosi. Niente vi dice che il non-mondo di prima tornerà. Tutta questa assurdità redditizia forse finirà. A forza di non essere pagati, cosa c’è di più naturale se non lo smettere di pagare l’affitto? Per quale motivo coloro che non possono più lavorare dovrebbero ancora versare le rate del mutuo? Non è suicidario, in fin dei conti, vivere dove non si può neanche coltivare un orto? Chi non ha più soldi non smetterà certo di mangiare, chi ha del ferro ha del pane. Ringraziatemi, vi pongo davanti al bivio che struttura tacitamente le vostre esistenze: l’economia o la vita. Tocca a voi adesso muovere. La sfida è storica. O i governanti vi impongono il loro stato d’eccezione, o voi inventate il vostro. O vi aggrappate alle verità che vengono a galla, o mettete la testa sotto il patibolo. O impiegate il tempo che vi sto dando adesso per immaginare il mondo che verrà, a partire dalle lezioni del collasso in corso, o quest’ultimo si radicalizzerà sempre più. Il disastro finisce quando finisce l’economia. L’economia è il disastro. Era una tesi fino allo scorso mese. Ora è un fatto. Nessuno può ignorare di quanta polizia, sorveglianza, propaganda, logistica e telelavoro avranno bisogno per rimuoverlo.

Di fronte a me, non cedete al panico né alla negazione. Non arrendetevi alle isterie biopolitiche. Le prossime settimane saranno terribili, opprimenti, crudeli. Le porte della Morte verranno spalancate. Io sono il più catastrofico prodotto della catastrofe che è la produzione. Io vengo per ridurre al niente i nichilisti. L’ingiustizia di questo mondo urlerà come non mai. E’ una civiltà, e non voi, che vengo a seppellire. Quelli che vogliono vivere dovranno costruirsi delle nuovi abitudini, che gli saranno proprie. Evitarmi sarà l’occasione di questo reinventarsi, di questa nuova arte delle distanze. L’arte di salutarsi, nella quale alcuni erano così miopi da vederci la forma stessa dell’istituzione, presto non obbedirà più ad alcuna etichetta. Segnerà gli esseri. Non fate questo per “gli altri”, per “la popolazione”, o per “la società”, fatelo per i vostri. Prendetevi cura dei vostri amici e dei vostri amori. Ripensate con loro, sovranamente, una giusta forma della vita. Fate dei cluster di vita buona, estendeteli e io non potrò niente contro di voi. Questo non è un appello al ritorno in massa alla disciplina ma all’attenzione. Non alla fine di ogni spensieratezza ma di ogni negligenza. Che altro modo mi resta per ricordarvi che la salute è in ogni gesto? Che tutto è nell’infimo.

Mi sono dovuto arrendere all’evidenza: l’umanità si pone solo quelle domande che non può non porsi.

LA PLEBE DI UN CORPO

Conversazione con Marcello Fagiani dei nontantoprecisi

di Corrado Chiatti e Mattia Pellegrini

Da molto tempo sentivamo l’esigenza di aprire una conversazione pubblica con i nontantoprecisi ed il momento opportuno per darle forma ci è apparso tra le righe di “Polifonia inumana nel teatro della follia” uscito sul trentaduesimo numero di QuieOra.   Crediamo che sia importante alimentare una riflessione sulle prassi artistiche in cui il corpo entra in conflitto con la norma, in cui si aprono le ferite del controllo e si provano ad immaginare prassi poetiche che incidano nella carne di un presente sempre più inaccessibile, sempre più fagocitato da se stesso. Complici della vostra ricerca vogliamo dar vita ad un dialogo, un corpo a corpo, e non possiamo che iniziare chiedendoti di raccontarci la tua storia e quella dei nontantoprecisi.

Nel passaggio da un’epoca a un’altra m’è sembrato che fosse esemplare ciò che è accaduto al mio corpo. Ho partecipato agli ultimi effetti, agli ultimi cascami del classico conflitto capitale-lavoro; la fabbrica, la classe operaia, il rifiuto radicale del lavoro. Diciotto anni da operaio hanno visto modellare il mio corpo e quello degli altri compagni e compagne che si sono trovati invischiati in quella vicenda. Eravamo sempre alla fine di tutto, ma questa fine si è protratta per diciotto anni. L’operaismo della mia parte, l’odio di classe, ha governato il mio corpo per quel tempo. Lo sciopero, il sabotaggio, la lotta, i momenti che ricercavamo con spasmodica insistenza perché, letteralmente, non se ne poteva fare a meno. Senza la sospensione in una lotta, l’unica cosa che poteva emergere era la torsione dei corpi foggiati a misura di lavoro.

Sabotare era l’unica cosa che ci interessava fare. E abbiamo provato a farlo. Per tanti anni. Era quella sospensione che cercavamo, la stessa che nelle città, nelle piazze, nei cortei provavamo a riprodurre, sovvertendo le funzioni, i ruoli, le gerarchie della metropoli. Le piazze riprese con la lotta, per farle diventare per qualche minuto un luogo e un tempo disappropriato, inappropriato. Non prendevamo la piazza, sospendevamo quello spazio-tempo. Come il gesto di un atto. Ecco perché dopo quella vicenda, tutta intrisa di un novecento finito già da un pezzo, dopo la guerra tra capitale e lavoro, ad un certo punto sembrava che non ci fosse più asperità, urto e che il lavoro avesse assunto il carattere di un bene in assoluto. E i corpi, al tempo stesso, si fossero liberati dal giogo di una forma così visibile di sfruttamento. Ovviamente le cose non sono andate così. I dispositivi attraverso i quali i corpi vengono prodotti e riprodotti, e con essi le forme di sfruttamento e di autosfruttamento si sono moltiplicate, capillarizzate, introiettate. Il conflitto è dappertutto, senza riserve e senza pausa. Ecco perché la psichiatria, ecco un luogo da dove è possibile vedere, toccare con mano i processi attraverso i quali si strutturano i corpi, si decidono i nomi, si organizza la vita.

Allo stesso modo, infatti, un’altra fabbrica veniva chiusa, quella del manicomio ma che si apriva alla città. La invadeva. La biopolitica del manicomio iniziava ad informare la città intera, senza residuo, senza neanche più il tempo della festa. E i corpi allora si sono spostati dalla fabbrica delle cose alla fabbrica dei nomi, sempre con i medesimi effetti: corpi torti a volontà altre. E allora finisco a fare l’operatore in un centro diurno, dentro l’Ex manicomio di Roma, il più grande manicomio d’Europa e quindi il più grande lager del mondo, fabbrica di produzione di corpi e di significati.

L’idea è stata quella di rilevare una cooperativa nata sull’onda basagliana per avviare ad una professione i pazienti liberati dal manicomio (ma ri-presi dal lavoro…) e farla diventare una macchina di conflitto. Una macchina che si ponesse il problema di liberare i corpi.

Ben presto organizziamo con Marta Reggio tra Straub-Huillet, Carmelo Bene e Foucault una macchina di esistenza all’interno della bestia psichiatrica.

Crediamo di aver imparato che non si può rispondere al potere strutturante con un altro potere, un contropotere. Ecco, la storia della cooperativa Passepartout e dei nontantoprecisi, che sono l’anima della sua ricerca teatrale, è quella di una ricerca a non rispondere: non rispondere alle sollecitazioni dell’economico, della diagnosi, del senso di colpa. Con Nino Pizza alla regia, i nontantoprecisi hanno sviluppato una sorta di noncuranza di ciò che ci viene dato come fatto già fatto. Il nome, l’abitudine, l’organizzazione sociale, proviamo a non rispondere a non dis-organizzare, il fatto già organizzato. Non conosciamo, da quindici anni, diagnosi, disoccupazione, gerarchie sociali. Eppure abbiamo più di un piede nell’istituzione psichiatrica ed abbiamo pure bisogno di un reddito. Viviamo come lupi affamati per la vita “storta” delle persone che non corrono mai a prendere un tram, che non hanno fretta di coprire un posto, una funzione. Come lupi cerchiamo le favole quotidiane ed i cartoni animati che siamo riusciti a non abbandonare mai. Intrisi di Buster Keaton e Dino Campana.

Allora è stato facile, immediato mettersi in quest’altra lotta, che ha significato sin da subito il bando di ogni ipotetico orizzonte di contropotere. Destituire le forme e i dispositivi che edificavano ed edificano i corpi ha significato e ogni giorno significa ancora, sospendere l’opposizione per praticare una felice passeggiata tra i boschi della meraviglia, dei sogni di cui è fatto questo concreto mondo.

E allora è successo, una decina di anni fa, che nel salone del Padiglione XIX del dismesso Santa Maria della Pietà, dove ci allenavamo i corpi al teatro, che una quindicina di persone presero l’inevitabile nome di nontantoprecisi. Semplicemente staccandosi dal meticoloso movimento di produzione e di nominazione dei corpi: i nontantoprecisi erano l’inizio di quest’altro movimento che non si curava più d’esser preso in cura dalla macchina biopolitica. Si trattava allora da quel punto in poi di pensare le pratiche che potessero aggrappare i corpi ad una propria macchina per poter pensare o sognare un corpo proprio. Mentre i dispositivi della psichiatria e di questo animale in cancrena che è il capitalismo continuano a fare il loro lavoro, i nontantoprecisi muovono ogni giorno a raccontarsi e a provare l’abc dell’esistenza.

Le risposte, se incidono, fanno saltare tutto.  Affamati per la vita storta ci viene da riprendere dall’introduzione a “Polifonia inumana nel teatro della follia” una questione cruciale, che viene affrontata in questi termini:

[…] Di un altro loro tentativo, per evocare un autore a loro molto vicino, Fernand Deligny: anche qui, infatti, non si parla di arte come terapia, ma dell’esercizio di un’intimità prolungata con l’invisibile e con l’ombra, di una cura amorosa per le intensità impercettibili. Il santuario è vuoto. Il teatro fa acqua da tutte le parti. Il tempo è fuori dai cardini. Il deserto cresce. La vita è non-immune.

Come si sfugge dalla trappola del sociale?

Come far sì che l’esercizio di costruire delle pratiche poetiche con chi dagli altri è definito, con una parola di ghiaccio, “utente” non significhi terapia ma cura amorosa per le intensità impercettibili?

Non finire tra quelli che abitano il sentimento in cui l’altro è solo una vittima.

All’inizio avevo solo paura di questi corpi e di queste vite che mi sembravano inarrivabili, irraggiungibili: mastodontiche. E mi ci è voluto qualche mese, nel 2004, per capire che letteralmente non c’era niente da fare. Bisognava semplicemente costruire delle canaline, dei percorsi dove l’acqua piovana potesse comodamente defluire. Era talmente mastodontica e forte la grandezza dei corpi che bisognava soltanto ascoltarli, assecondarli, farsi abbracciare. Quei corpi resistevano graniticamente a ogni colpo della psichiatria. È vero, i farmaci, le depressioni, i sensi di colpa erano e sono il pane quotidiano, ma è questa quotidianità che fa emergere la plebe di un corpo. È allora che ho imparato a non dovermi curare della società, di dover combattere il dispositivo strutturante: non dovevo far niente, dovevo soltanto lasciar andare i corpi e con essi il mio corpo. Il teatro, il cinema, l’arte è diventata allora l’occasione, il luogo, il tempo nel quale si rimappa il mondo a misura di questa corporeità. Questa corporeità  così eccedente, fantasmagorica, assurda, è la garanzia di un altro mondo senza progetto, che non è al di là di una prassi, che non verrà dopo un certo lavorio, ma è qui e ora sempre, basta che lo si veda.

Allora quella canalina è semplicemente lasciar fuori dalla porta il medico, il prete, lo psicologo. E far transitare i corpi, slegati da questi padri. Certo sembrerebbe un lavoro difficile, conflittuale. E forse effettivamente lo è anche. Ma con il passare degli anni è diventato un lavoro secondario, perché ormai la canalina ha preso una sua forma, e i corpi quasi vengono da soli a chiedere asilo. Ma noi non diamo asilo e non diamo neanche un porto franco. Non abbiamo niente da offrire. Se non prendere una sedia, sederci l’uno accanto all’altro e non avere paura di stare in silenzio anche una vita intera.  Certo, non sempre capita un corpo felice di essere quel corpo e capita invece che a un corpo gli è stato ordinato di esser d’altro e ha incorporato quest’altro fino al midollo. Ma noi tutti abbiamo imparato la forza di stare in silenzio e lasciare che quel corpo faccia i conti con il suo midollo. Noi non facciamo altro che provare a guardare, a pensare i corpi e lo spazio che abitano come se fosse sempre la prima volta, come quella volta che il piede si è appoggiato sulla terra per la prima volta e ha lasciato un’impronta. Che ci vuole a far che ogni volta sia la prima volta? Ecco, questo è il nostro non far niente, se non poggiare il piede a terra come se fosse la prima volta, poggiare lo sguardo come se fosse la prima volta e costruire canaline dove possono scivolare tutti i corpi che vogliono l’impossibile.

I nontantoprecisi provano il loro teatro nel senso di un movimento ogni volta originario che cerca di dismettere l’abitudine. Riconsiderare ogni singolo gesto, ogni punto di vista come fossero vivi per la prima volta. È facile cercare nella scena movimenti, relazioni che non siano prevedibili o già cliché. I corpi dei nontantoprecisi sono per lo più mondati da abiti precostituiti ed in continua ricerca di una sottrazione, anche dalla propria consuetudine. La tensione è verso una sospensione infinita, nella quale non c’è più bisogno dell’agire ma solo lo spazio di un atto.

 

Quando vi abbiamo visto in atto c’è stata per noi la percezione profonda di incontrare una muta, il prendere forma di un divenire animale. Gesti quotidiani agiti in modo leggermente diverso ci aprivano la comprensione di un qualcosa d’altro, di una sperimentazione possibile, che non può essere che mezzo per la vita. Una pratica che ci è apparsa dopo qualche incontro come la ricerca di un corpo comune, di un comunismo dei corpi in grado di destituire l’Io rarefatto che si aggira fra le macerie del presente. La possibilità di un corpo magmatico che entra in relazione con il tempo e con lo spazio al di fuori del linguaggio, agendo senza organi. Come questa prassi si lega al gesto in atto,  alla scena, ci sembra questione necessaria da approfondire…Corpo, tempo, e spazio, verso una linea luminosa…

 

Ancora, mi sembra che non facciamo niente, che non organizziamo nulla, che non creiamo per esempio un corpo e forse neanche un animale. Semplicemente proviamo a togliere il già fatto, le concrezioni che rendono questo corpo un corpo, e questo nome un nome. Come se avessimo da sempre questo corpo e questo nome. In effetti la natura, il dio o chi volete voi, non ci hanno assegnato un corpo e neanche un nome, ma tutto è prodotto, fatto dalla forma di vita che di volta in volta ci è dato vivere. Allora questo corpo fattoci a misura d’epoca, è ciò da cui vogliamo sottrarci. Il teatro dei nontantoprecisi è mero lavoro di sottrazione. In questa sottrazione ognuno “trova” il suo corpo. Si scopre ben presto che questo corpo trovato e fatto dal lavoro di scena, non ha più i confini e gli effetti di quel corpo confezionatoci dall’era vissuta. Il gioco è quello di togliersi di torno ciò che ci è stato sputato addosso. Solo questo togliersi è una produzione di un altro corpo che ci pare essere infinito. Il problema è che queste parole non possono rendere il lavoro di questa dismissione e non possono neanche rendere l’ossimoro di un produrre in levare. La scena dei nontantoprecisi è sempre e immediatamente molteplice, anche quando si mostra un monologo.

Il lavoro è quello di procurare la condizione nella quale gli attori si sorprendono da se stessi, in una polifonia, letteralmente, senza né capo né coda. In un determinato gesto, in un determinato movimento, può accadere che quel gesto specifico che si vuole esibire, viene incontrato, contrato, da un altro simultaneo. Imprevisto. In questi incontri imprevedibili di gesti ciò che rimane da fare all’attore dei nontantoprecisi è cedere per una parte la propria sovranità nella decisione ed immischiare il proprio gesto con l’altro. Il risultato sarà la non proprietà ultima di nessuno di ciò che accade. Rimarrà soltanto quella sospensione del gesto in un gesto che relegherà il soggetto a mero fantasma.

Allora il gesto come incontro di sovranità soverchiate allude a una possibile comunità. Una comunità fatta di corpi che provano la loro dismisura: sottraendosi alla volontà di un soggetto che decide, che dice e che agisce, ciò che emerge è una corporeità che si lega con ciò che insiste al di là di un soggetto. La scena dei nontantoprecisi prova ad esperire la continuità infinita dei corpi, il confine sempre spostato oltre della potenza che poco o nulla ha a che fare con la volontà. Per questo motivo i nontantoprecisi non rappresentano nulla e non mettono in scena qualcosa che si possa riferire a qualcos’altro: i destini di un corpo e con esso quelli del nome, sono infatti la posta in gioco della scena. Nient’altro, niente di più.

 


Emergono dalla tue parole, dalla vostra prassi, questioni cruciali della critica radicale del presente: inoperosità, comunità, organizzazione.

E qui testi, artisti, poeti, pensatori amici appaiono nella notte.

Non si istituisce nulla, niente dev’essere inventato.

Il balzo della tigre.

Il desiderio di non nominare, di non nominarsi.

Disattivare le parole che fondano la lingua e la legge, destituire il télos, il fine.

Tutto fugge e allora vogliamo chiedervi di più rispetto a questo movimento, che è origine senza fondamento, in cui si tentano di rendere inoperose le microfisiche del potere che abitano la comunità, sottraendosi alla volontà del Soggetto e quindi dirottando il sentiero dell’organizzazione.

Sì, questo progetto politico che non è un progetto, in verità non è neanche politico politico. Non siamo mai partiti con il proposito di fondare un’idea politica, un agire politico. All’inizio lo chiamavamo teatro, che ci sembrava dovesse servire a togliersi dalle maglie della psichiatria. Poi questa prassi è diventata un’immediata forma di vita: partiti per toglierci il nome di una diagnosi, oggi siamo al punto di dover mettere in discussione ogni frammento, ogni parola di ciò che ci ha costituiti così come siamo. Il lavoro a destituire nomi e corpi è ciò che fa emergere un resto. Ma questo resto non è qualcosa che sta là, sotto le macerie di una camicia di forza. Questo resto è ancora prodotto di un lavoro, questa volta il nostro, dei nontantoprecisi, che prova a rifarsi il proprio abito. Ma quando lavoriamo in scena non abbiamo mai un’idea dell’abito che vorremmo cucirci addosso. Accade che quest’abito lo vestiamo nell’incontro e nell’intersezione con gli abiti altrui e per questo motivo questi corpi e questi nomi sono dapprima incalcolabili, innominabili. E anche quando nel lavoro di scena li si acquista, sono sempre pronti a essere dismessi o rinnovati. Forse la figura che in un certo senso può rendere il tipo di lavoro che proviamo a realizzare è quella di Sisifo, che incessantemente mette e dismette il proprio fardello.

Quindi questo teatro che non è più un teatro è stato costretto a realizzare una forma di vita, precaria e provvisoria, e proprio per la sua caducità forse non assume neanche una forma. Se con quest’idea pensiamo a qualcosa di stabile e definito. E quindi una vita dalla forma caduca, letteralmente incomprensibile. E ci siamo trovati con questa vita in mano, con una scena che si trasforma in un atto politico, con uomini e donne che pensavano di diventare attori e sono diventati sacri. Ora se la devo dire tutta, per uno come me che proviene dall’epoca dei progetti, dei fini e dei mezzi, l’esperienza dei nontantoprecisi significa il rivolgimento totale del mondo. La messa tra parentesi delle soggettività, il depotenziamento delle volontà, lungi da produrre l’inattività, istituisce l’ossimoro di una incessante destituzione di spazio, tempo, corpo. Niente progetto, solo processi a dismettere con un lavoro però, si badi bene, sempre positivo perché i corpi agiscono, gli uni con gli altri, l’uno con se stesso. E di questa azione i nontantoprecisi provano ad essere partecipi.

Non possiamo, avvicinandoci alla conclusione, non osservare l’altra traccia dei vostri spostamenti, il terreno dell’immagine in movimento. Con Fabrizio Ferraro avete preso parte e in un certo senso agito nella costruzione di molti film negli ultimi anni. Un cinema che si lega molto, nella logica del processo, all’esperienza di Straub-Huillet nel concepire una comunità “presente” nel cammino del film, unita e riconciliata alle diverse sfumature dell’atto di creazione. Un cinema che ingaggia sempre una cospirazione con autrici e autori d’importanza focale: Simone Weill “Je Suis Simone. La Condition Ouvriere” 2009, Walter Benjamin “Gli indesiderati d’Europa” 2018, Friedrich Hölderlin “La veduta luminosa” in uscita quest’anno, per citarne solo alcuni dei film costruiti insieme a Fabrizio.

Un corpo a corpo con la Storia, incorniciando di volta in volta questioni telluriche, colme, vive.

Ci sembra questo un altro asse sul quale avete rinforzato la poetica del vostro sguardo; una breccia forte che dona una prospettiva differente alla lotta in atto, parte delle prassi che ogni giorno attraversate e dalle quali siete attraversati.

Bene, con la domanda sul cinema ci date l’opportunità di descrivere brevemente come siamo organizzati. In effetti i nontantoprecisi, di cui abbiamo parlato sino ad ora, sono parte della cooperativa Passepartout che è una sorta di contenitore burocratico con il quale gestiamo i laboratori teatrali, i seminari di approfondimento, i locali dove svolgiamo gran parte delle nostre attività ed infine troviamo boudu. Boudu è, per l’appunto, la sezione della cooperativa che si occupa di cinema e delle riflessioni sul visuale e sul destino delle immagini. Fabrizio Ferraro si occupa più di tutti della composizione e della produzione di immagini in movimento. Ci siamo conosciuti proprio attraverso il cinema di Straub Huillet, per dire di come l’opera di questi due giganti sia immediatamente al lavoro per mettere corpi in comune. Ecco, penso che la forma del cinema di Fabrizio Ferraro, il suo modo di girare, abbia forte il sentimento di un’immagine che accomuna. Se per la scena dei nontantoprecisi abbiamo parlato di corpi che provano incessantemente a disfare se stessi, con il lavoro di Fabrizio penso si possa parlare di un tentativo di comporre un campo del visuale dove questi corpi possano immaginare di stare. Ancora una volta non è un progetto-testo che interessa e neanche l’ambizione di produrre immagini che rappresentino qualcosa, quanto il tentativo di abitare una possibilità. Che è già da sempre data. Come la letteratura, la poesia e credo ogni altra forma d’arte, il cinema, questo cinema, prova ad organizzare esperienze visuali che toccano i corpi, che destano la vista. Ma noi siamo corpi, sin dalla nascita, e con questi corpi stiamo al mondo, facciamo esperienze della nostra poliedrica provvisorietà. Il cinema di Fabrizio ci ricorda delle infinite possibilità del guardare, delle posture, degli organi, delle relazioni che si possono mettere in gioco quando si è sollecitati da “oggetti” densi come i nostri corpi. Ecco,io credo che il nostro agire politico, l’agire di questa cooperativa, dei nontantoprecisi e di Boudu, non risieda in un progetto, in un’organizzazione volta a intervenire sulle dinamiche sociali. Penso che il politico risieda nella riflessione materiale che proviamo a sviluppare sul destino dei corpi, sulle infinite possibilità che i corpi, le relazioni tra loro e quelle con il “resto” del mondo possono realizzare. Senza creare nulla, mettendo, come diciamo spesso, una cornice, in scena, al cinema, su un frammento di mondo che riusciamo ad intercettare. Tutto qua, niente di più, niente di meno.

 

Concludiamo parlando dell’esperienza che stiamo costruendo insieme e che andrà ad invadere i Mercati di Traiano tra aprile e maggio. Dissezione Traiano abbiamo deciso di nominare questa invasione dove voi attraverserete i Mercati, con un gruppo di circa 40 persone, con la prassi del disfare se stessi, e noi lavoreremo autonomamente alla costruzione di un film che sta prendendo di mira la colonna traiana, il rapporto tra rovine e macerie, la colonizzazione sanguinaria dell’Impero e quel frammento fuoriuscito da Anatomia Tito Fall of Rome di Heiner Müller:     CONTA I TUOI GIORNI, ROMA. IO SONO LA NOTTE.

Come state affrontando l’avvicinarsi di questa esperienza?

Come rapportarvi con un luogo così carico di storia e vacua museificazione, che si erge per dislivelli come una sorta di inferno dantesco?

Certo, a prima vista ci sembrerebbe, e in effetti ci è sembrata,  una sfida impossibile. La grandezza, la magnificenza, il carico di storie che significano quel posto, rischiano di soverchiare qualunque tipo di relazione. Ecco la relazione, appunto. La storia che è stata scritta che ha destinato quell’enorme cumulo di sapere, di linguaggi, di rovine, in macerie, non ci pone problemi diversi da quelli che abbiamo attraversato quando siamo andati a lavorare nei piccoli paesi del meridione o nei quartieri di Roma.

Il sapere e le pratiche che hanno reso quelle rovine mere macerie, è ciò che noi troviamo. È ciò che il passato ha designato e ci ha consegnato. Ma questo lavoro di designazione, nominazione e destinazione, è ciò che accade sempre, da sempre. È così diverso rendere mera pietra una colonna o mero schizofrenico un uomo o una donna? Allora in scena si tratterà di costruire le nostre relazioni, con quegli oggetti, con quegli uomini e quelle donne. In quella congerie differente di relazioni, di piani rivoltati, di punti di vista scoperti, pensiamo sia possibile dare vita qui e ora a quel cadavere di monumento. Si tratta, attraverso il lavoro corporeo dei 40 attori che invaderanno i Mercati di Traiano, di organizzare l’evento del qui e ora rimettendo al mondo, a questo mondo dei nontantoprecisi, quelle cose, quegli oggetti, quelle rovine quei corpi, in quella forma che gli sarà data, in quel tempo, e con quegli sguardi. In più ci sarà il vostro lavoro, che sarà l’ulteriore sguardo, l’ulteriore relazione, questa volta macchinico-digitale, che ricombinerà quel caravanserraglio di relazioni che metteranno in scena i nontantoprecisi. Come in un gioco di specchi all’infinito quindi guarderemo le rovine, voi guarderete i nontantoprecisi e le rovine, e il pubblico guarderà tutto questo: sarà bello che a questo gioco di rimandi possa sfuggire l’imprevisto e l’imponderabile in modo che un rigurgito vitale scappi anche alla nostra presa. Vivere dei Mercati Traianei, tra i Mercati Traianei è la sfida di questa messa in scena, che ancora una volta non ne vuole sapere di rappresentare alcunché ma cerca di produrre mondi potabili, calpestabili, nei quali ognuno, ogni cosa, possa riposare in pace.

Buon divertimento