Falene XVIII

di Bianca Bonavita

Condanne

– Signore e signori! – Principiò il magistrato.

La sua voce attirò per un attimo l’attenzione degli animali. Regnava tra di loro un’armonia sorprendente. F li aveva osservati a lungo, anche durante la prima seduta, e non aveva mai notato un gesto aggressivo. Anche ora sembravano per lo più intenti a giocherellare infischiandosene delle specie di appartenenza.

Dopo aver scenicamente scrutato la platea il magistrato riprese.

– Qui, asilo. Siamo di fronte a reati d’eccezione, a reati eccezionali e dunque agiremo a nostra volta secondo eccezione. D’altronde, come potremmo fare altrimenti? – Si arrestò e alzò di nuovo lo sguardo verso la platea. Un ghigno andò lentamente formandosi nell’angolo destro della sua bocca. La platea esplose in un fragoroso applauso.

Quando in aula tornò il silenzio riprese:

– Per gli imputati di livello zero, i cui capi d’accusa sono già stati ampiamente elencati, chiediamo il loro immediato reintegro nella loro funzione di animali da compagnia socialmente utili nei rispettivi appartamenti di appartenenza. Chiediamo altresì che, una volta restituiti ai loro doveri, gli animali sotto accusa non abbiano altro dio all’infuori dei loro padroni. La loro fedeltà sarà assoluta. Dovranno perciò amare appassionatamente anche tutti gli strumenti della loro servitù come guinzagli, gabbie, recinti, pareti, lettiere e acquari. Dovranno scodinzolare, fare le fusa e cinguettare prontamente ogni volta che sarà loro richiesto. Dovranno anticipare le richieste dei padroni con le loro smancerie. Dovranno fare i loro bisogni su comando soltanto dove si conviene. Dovranno gioiosamente rimpinzarsi di mangimi industriali, i quali diventeranno presto il loro unico oggetto di desiderio. E sarà naturalmente d’obbligo l’installazione di un microchip per tutti questi neghittosi operatori di pet therapy. Se iniziassero a manifestarsi nuovamente segni di avaria sarà la forza pubblica a intervenire all’uopo nel modo in cui riterrà più efficace.

Seguì il solito concitato applauso.

– Per gli imputati di primo livello chiediamo un duplice trattamento. Laddove le condizioni lo rendano necessario chiediamo l’immediata deportazione dei soggetti nelle Nazioni di provenienza. Dovranno in questo caso ritornare alle loro mansioni d’origine e accettare con gioia la propria sorte, qualunque essa sia, o cercare di nuovo la morte in qualche naufragio, preferibilmente davanti alle telecamere.  Dove invece le condizioni saranno ritenute favorevoli essi verranno assorbiti,  integrati e assimilati dalle Nazioni di destinazione e andranno così ad infoltire le schiere di  impiegati sempre a corto di effettivi. In nessun caso sarà loro consentito di continuare ad avvalersi della condizione e della denominazione di clandestinità. L’unica clandestinità che sarà loro consentita sarà la quotidiana clandestinità dei cittadini e delle cittadine in regola. Hanno tanto desiderato essere considerati soggetti di diritto che questa sarà la loro pena. Chiediamo inoltre che, per i soprusi subiti, essi si rivalgano sugli ultimi arrivi di nullità. Chiediamo infine, per questi soggetti che pervicacemente hanno eluso l’identificazione, che a prescindere dalla loro sorte, di assorbimento o di espulsione, di ingestione o di rigetto, una volta identificati vengano condannati a due ergastoli di identità. Non saranno tollerati altri gesti di insubordinazione come trasferimenti spontanei e movimentazioni non autorizzate.

Benché appurato che il processo fosse già una sentenza, F non si aspettava affatto di ascoltare una requisitoria così arbitrariamente indifferente alla consuetudine oltre che alla normale grammatica di un processo. Le vecchie categorie continuavano a incrostare la sua capacità di giudizio e di comprensione.

Mai come ora quel trono sull’altare gridava ad F il suo essere vuoto. A chi stava parlando il magistrato? A quale giudice? A quale giuria?

I pensieri di F si insinuarono in quello spazio lasciato dal magistrato, si intrufolarono tra un battito di mani e l’altro e finirono col posarsi di nuovo su Billy Budd e sul suo ammutinamento mancato.

Che differenza c’era, si chiese F, tra Billy e i marinai che si erano arruolati? Che differenza c’era tra i coartati e i volontari se siamo tutti da sempre sulla stessa nave agli ordini dello stesso capitano? Non sta forse, la nostra unica scelta, nel decidere se collaborare con entusiasmo o con ritrosia? E in quella nave che era l’Aula di Giustizia dov’era il pilota col suo timone? E cosa acclamava la ciurma seduta in platea col suo canto da rematori? E quale funesto destino lo attendeva al termine del processo? Soltanto la normalità? Soltanto il suo lavoro da impiegato? Era poi in fondo così tremenda la sua vita prima della latitanza? Non avrebbe potuto anche lui come Billy Budd dedicarsi scrupolosamente e financo con un po’ di gratitudine al compito assegnatogli, alla sua personale guardia di tribordo della coffa di trinchetto, ovverro alle sue traduzioni commerciali per la Transalp Logistic?

Un altro magistrato era intanto salito sul pulpito.

Era una donna molto minuta; quasi scompariva dentro la sua toga.

– Per gli imputati di secondo livello – e volse per un attimo lo sguardo alle logge del secondo livello – chiediamo l’immediato recupero della memoria e di tutti i settori fuori uso della coscienza. Chiediamo che essi vengano reintegrati nelle loro abitazioni e che dopo aver a lungo cercato di perdersi non possano fare altro che trovarsi ripetutamente. Chiediamo che siano condannati a ricordare tutta la loro vita. In ogni istante che vivranno d’ora innanzi essi avranno davanti agli occhi tutta la loro vita passata, nessun momento escluso, neanche il periodo della loro disfunzionalità. Chiediamo che siano sommersi dai ricordi.

Chiediamo per loro una lucidità spietata, una presenza di spirito così acuminata da penetrare la carne. Chiediamo che a tempo indeterminato essi non siano lasciati morire per consentire quantomeno il recupero funzionale di tutto il tempo perduto durante la loro inservibilità. Chiediamo dunque la loro immediata messa in funzione a un ritmo e a un’efficienza che non hanno mai conosciuto. Chiediamo che siano condannati a un ascolto attivo continuo e a una comunicazione costante. Chiediamo che la realtà da cui si erano scollegati venga loro nuovamente iniettata come una spina dentro la sua presa e che il suo flusso li pervada completamente in ogni poro della coscienza. Chiediamo un’utilità totale e continua. Un’operosità senza tregua. Chiediamo che essi vengano a conoscenza di ogni inconfessabile natura di loro stessi e dei loro cari. D’ora in avanti sapranno fin troppo bene chi e che cosa sono. Nulla resterà incerto o indecifrabile, tutto sarà messo a nudo. E la nuda vita che avevano abbandonato tra le braccia altrui verrà loro reimpatriata e ad essa incatenati passeranno il resto dei loro giorni.

La donna tacque e attese l’applauso, che arrivò puntuale accompagnato da grida e lanci di oggetti.

F riconobbe tra gli imputati del secondo livello la signora della nocciolina dalla carnagione scura. Sorrideva, apparentemente in uno stato di beatitudine imperturbabile.

Gli ricordava una persona che aveva conosciuto, una donna che per uno strano incrocio di circostanze, si era trovato ad accompagnare fuori da una clinica spingendone la carrozzella. Quel ricordo era rimasto nitido nella sua memoria per un particolare che allora lo colpì.

Mentre spingeva la carrozzella sul marciapiede udì la donna borbottare qualcosa a intervalli regolari. Quando le chiese cosa stesse dicendo ella compitando esclamò con naturalezza:

– Pubblica Illuminazione!

Aveva il tono di un proclama e il colore di una speranza. Illuminazione per tutti! Luce per tutti! Che bello sarebbe, convenne F.

Qualche tempo dopo sorvolando la strada, assorti nei loro pensieri, i suoi occhi caddero su quelle stesse parole: pubblica illuminazione. Stavano scritte sui tombini di ferro sotto i quali matasse innumerevoli di fili portavano a spasso l’elettricità per i cunicoli della città.

La requisitoria riprese.

– Per gli imputati di terzo livello chiediamo l’immediato trasferimento presso le case di cura di competenza. Ivi saranno affidati nuovamente agli operatori di igiene sociale. Per garantire la sopravvivenza del settore, il cui indotto fornisce un’occupazione e una funzione a un numero sempre crescente di impiegati ed impiegate di basso o alto rango, i rei di lievi deviazioni potranno portare serenamente a termine – e pose l’accento su questa parola – la loro degenza all’interno delle strutture preposte, impiegati nelle loro attività socialmente utili, salvo naturalmente il ripresentarsi di episodi incresciosi come tentativi di fuga o di diserzione dalle terapie.  Per coloro invece che si sono macchiati di gravi reati di sottrazione dal percorso di riabilitazione ed inserimento chiediamo l’espulsione dalle case di cura e la totale normalizzazione. Chiediamo che siano condannati a una stabilità devastante e a un equilibrio impossibile. Chiediamo che la ragionevolezza imperi in ogni loro gesto a tal punto da far mettere in dubbio la loro stessa umanità. Tutto sarà calcolato, ragionato, soppesato, programmato, valutato. Non ci sarà più spazio per dubbi, sensazioni, stati d’animo e  sentimenti. Ogni tipo di emozione sarà loro interdetta. Se prima erano sottili steli di grano ai venti di fine inverno chiediamo per loro un futuro da piloni in cemento armato, di quelli costruiti bene s’intende. Essi non conosceranno più esitazioni, pensieri fugaci, ricordi improvvisi, temporali d’umori, ma soltanto la logica meccanica dei calcolatori. Saranno macchine, umani perfetti, condannati alla mediocrità e alla banalità della perfezione. Saranno opere d’ingegneria, software d’avanguardia, funzionalità allo stato puro. Diverranno impiegati modello in ogni campo e restituiranno centuplicate in efficacia tutte le ore di utilità sottratte durante gli anni della loro disfunzionalità. Chiediamo che per ogni membro delle loro dissociazioni nasca un’associazione uguale e contraria a cui dovranno iscriversi e partecipare assiduamente. Chiediamo per loro una Identità con la I maiuscola, una e una sola granitica personalità nonché un carattere adatto ad ogni situazione. La loro adattabilità sarà totale. Per scongiurare ricadute saranno ovviamente sottoposti a periodiche iniezioni di realtà. Questa inizierà gradualmente a sostituirsi al sangue, finché un giorno da una loro ferita usciranno soltanto immagini spettacolari.

Seguirono soliti applausi e insulti della platea.

Dopo alcuni minuti un altro magistrato salì sul pulpito. Per quello che poteva vedere da così lontano ad F sembrò un volto severo e compreso quello che ora avrebbe decretato il suo destino e quello di A.. I loro occhi si cercarono ancora una volta.

– Per gli imputati di quarto livello chiediamo l’immediato trasferimento in trincea, l’immediata restituzione alle loro occupazioni, ai loro strumenti, alle loro finalità, ovvero alle funzioni in cui sono stati collocati dai rispettivi uffici di collocamento. Sottraendosi con la latitanza alle occupazioni a cui appartengono essi hanno anche palesemente violato il principio costituente della proprietà. Per questa aggravante chiediamo il raddoppio del loro monteore settimanale di servizio; gli straordinari diverranno ordinari. Chiediamo per loro la gioia degli occupati, la sicurezza dei reclusi. Ogni attimo disoccupato di libertà sarà un attimo di disperazione. Soltanto nel loro impiego troveranno l’aria per respirare e la ragione di ogni loro respiro. L’essere impiegati sarà l’unica ragione del loro essere. L’utilità il loro unico scopo. Chiediamo quotidiane infusioni di entusiasmo per il reale e per il reame. Conserveranno sì nel ricordo il germe della loro disobbedienza ma esso diverrà sempre più col passare del tempo un inspiegabile enigma, un insondabile abisso. Chiediamo che tutte le relazioni intessute durante il periodo di latitanza vengano immediatamente e definitivamente rimosse. La loro adesione alla guerra in corso, la loro fedeltà, il loro spirito di sacrificio, saranno esempi luminosi per le nuove leve di coscritti. La loro efficienza sarà ugualmente esemplare, il loro impegno assiduo. Per il reato di latitanza chiediamo inoltre che vengano condannati a una rintracciabilità assoluta e continua. Il loro operato sarà continuamente monitorato. Per il reato di bando disarmante ed esilio volontario chiediamo che la loro presenza e la loro partecipazione siano costanti e appassionate e che il regime di separazione spettacolare a cui si sono ribellati appaia loro finalmente per quello che è, l’unico possibile e necessario. Non ci possono essere clandestinità e anarchia al di fuori di noi. Cittadini e cittadine esemplari, lavoratori e lavoratrici modello, ecco ciò che chiediamo per gli imputati di quarto livello!

Ad F si aprì innanzi una voragine senza fine, e già vide, in quella voragine, scomparire il volto di A., quegli indicibili momenti di gioia trascorsi assieme.

Vide il Brigante e Jacob, vide Bartleby e tutti i pensieri e le parole che l’avevano portato a scegliere la latitanza e l’esilio, a chiamarli felicità.

Vide in quella voragine gli ultimi anni di Walser impiegati a farsi dimenticare rendendosi utile come un Kraus, come un assistente, in mille inutilmente utili occupazioni quotidiane alla clinica di Herisau.

“Robert Walser, lei ha cominciato da impiegato e resterà sempre un impiegato”[1], gli aveva detto un giorno un tale.

Quel tale non sapeva cosa stesse dicendo, e soprattutto non sapeva che nel doppiofondo delle sue parole era nascosta un’amara verità.

Perché Walser, nonostante le sue passeggiate, in un certo qual modo, ma non in quello che intendeva il tale, impiegato era rimasto. Piegato dentro, arreso alla realtà, alla realtà dell’impiego come unica possibile forma di vita.

Ci aveva provato, a evadere, e forse, attirando su di sé gli sguardi, era anche riuscito a coprire la fuga di Jacob e del Brigante.

Ma lui no, non ce l’aveva fatta, non aveva potuto farsi più invisibile dei microgrammi.

E alla fine, soltanto di domenica, che è giorno di festa dall’impiego, accettava volentieri di sottrarsi alle sue occupazioni presso la clinica per camminare col suo amico Seelig. Per il resto preferiva non offendere i suoi colleghi degenti assentandosi dalla clinica nelle giornate lavorative. Non voleva dare a intendere di sentirsi diverso, un privilegiato. Con tutte quelle cose che c’erano da fare per mandare avanti la clinica, per il suo buon funzionamento, chi era lui per mettersi a passeggiare in un giorno qualsiasi? Era finito il tempo di andare a spasso allegramente e senza vergogna nei giorni di lavoro.

Fu a Natale che Walser morì sulla neve in una delle sue passeggiate. Fu in un giorno di festa, e che giorno di festa, che senza dare disturbo né interrompere servizio, Rober Walser l’impiegato si permise di morire.

In quella voragine F si vide come Walser impiegato a vita, condannato a sentirsi lieto di poter servire, di essere utile al buon funzionamento di quella più grande clinica in cui era ricoverato.

Una  voce tonante lo distolse da quell’abisso.

“ Per gli imputati di quinto livello chiediamo che siano condannati a essere, d’ora in avanti e per sempre, adulti.”

Seguì un lungo silenzio. Anche dalla platea non si levò alcun suono.

Poi la voce riprese facendosi solenne.

– Imputati di ogni livello, alzatevi!

Non tutti si alzarono ma dopo qualche istante la voce dal pulpito riprese ugualmente.

– Voi tutte, che in modi differenti avete scelto il vostro esilio e la vostra latitanza,  che avete fatto vostro il bando che da sempre incombe sulle vostre teste, che avete intravisto o fatto intravedere nella clandestinità d’ordinanza un ingovernabile fuoco, che avete così attentato, con il vostro modo di essere, con la vostra forma-di-vita, alla vacuità di questo trono, voi sarete per tutto questo condannate all’operazione. E chi, tra di voi, ha maldestramente cercato di disattivare il proprio accorgersi di sé e della fiamma che la consuma, sarà restituita a essere una falena come le altre, sospesa dal proprio stordimento, con gli occhi aperti soltanto sul proprio bruciarsi.

Un gruppetto di cani dal fondo dell’aula si mise ad abbaiare.

Ma la protesta fu prontamente taciuta dal boato sinistro e festante della platea.

[1]Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano 1981, p.50

Iter in silvis. L’ecologia e il suo mondo, la Terra e i suoi abitanti…

 A partire da questo numero Qui e Ora apre una nuova rubrica che, ogni volta che avremo qualcosa di interessante da proporre, fluttuerà nella varie categorie – pensare, attaccare, costruire, il culto – e sarà dedicata alla cosiddetta “crisi ecologica” e a quelle sperimentazioni che vengono compiute in tanto che forme di vite che mettono in questione quelle dominanti nella civiltà occidentale. In specie, ma senza farne un manufatto ideologico, a quelle che approssimativamente possiamo chiamare forme di vita contadine, in un mondo che ne fa e ne farebbe volentieri a meno. Da un lato vorremmo quindi dedicare attenzione all’analisi teorica dell'”ecologia e del suo mondo” e dall’altra alle pratiche di vita e di lotta che agiscono direttamente nei termini di un’altro rapporto al mondo. Il nome della rubrica è Iter in silvis, indicando in questo modo tanto l’inoltrarsi nel bosco, quanto la discesa agli inferi.

Louis Janmot, The Wrong Path

 

 

ITER…

«Colui che si meraviglierà avrà il Regno»

 

 

ɑ} La civiltà occidentale non è altro che un esperimento fallito. La sua è la storia di un Grande Errore. Quando sentiamo parlare di crisi – crisi ecologica, crisi politica, crisi economica, crisi esistenziale, crisi dei valori e chi più ne ha ne metta – dovremmo rammentare questo fatto funesto e riportarlo alla sua origine. E l’origine insiste tanto nel passato quanto nel qui e ora. Il tempo si conosce solamente nell’adesso, questo vortice in cui convergono tutte le dimensioni – passato, presente e futuro –  che l’Occidente ha immaginato in quanto vettori della Storia, separandoli tra loro. Da quale di queste direzioni arriva la catastrofe? Ci si rende subito conto che è una domanda priva di senso. La catastrofe è oggi. Ne senti l’odore a ogni passo sulla strada lattiginosa che porta al supermercato dietro casa. La vedi scorrere sullo schermo che rimanda l’idea di una foresta. L’ascolti venire ogni volta che paghi per sopravvivere. Nell’adesso, l’Occidente è sempre in via di nascere e di morire. Più utile sarebbe invece comprendere che accanto a questo ticchettio di cui è fatta la Storia e che ha fatto del mondo una bomba a orologeria, vi è un altro tempo che non scorre ma si dilata, non segue la freccia che da ieri porta a domani, ma esplode nell’adesso, non indica la fine, ma è la fine di ogni indicazione. L’anomia del tempo contro l’ordine della Storia.

Se si parla di crisi di civiltà non è sufficiente dire allora che quello che è fallito è il sistema socialista, quello liberale o quello fascista, e cercare un perfezionamento di questi sistemi, magari incrociandoli tra loro, per rimettere in carreggiata l’Occidente. Cedere a questa follia relativista, sarebbe ancora una volta cedere alla macchina propagandistica di Atene, la metacittà democratica, l’archetipo di ogni governo, sempre sterminatore e già da sempre fallito. Assumere questa verità – l’Occidente è un esperimento finito male – non vuol dire darsi alla disperazione, al contrario: assumere lucidamente la diagnosi è il solo modo di essere in pace con se stessi.

Si parla molto di questi tempi di una “estinzione” in corso, riferendosi alle specie animali e vegetali, basandosi sul discorso della scienza. Ma…

Sono secoli che il discorso della scienza pretende di dirci cosa è bene e cosa è male, cosa è possibile e cosa non lo è, cosa esiste e cosa non ha esistenza. Ha partecipato alla devastazione del mondo in prima fila, e oggi se ne vuole il salvatore. Razionale è bene, irrazionale è male. Reale è ottimo, irreale è pessimo. Cambiare il clima, ma non l’atmosfera capitalista. Consumare di meno, ma si produca, si produca, si produca. Certo è che nessuno scienziato vi dirà mai che ciò che si sta estinguendo è la nostra capacità di sentire, la nostra capacità di ascoltare il silenzio senza la quale non possiamo godere della musica, la nostra possibilità di compiere gesti che mutano la percezione di che cosa siamo, la nostra capacità di pensare a cosa potremmo essere al di fuori delle proiezioni e dei simulacri che costituiscono l’intero paesaggio della vita umana sulla terra. Sappiamo bene di incorrere in una incomprensione generale, tuttavia quello che vorremmo dire è questo: in via di estinzione è innanzitutto la nostra anima. Ne segue una desolazione totale.

Ogni discorso sulla “crisi ambientale” non ha alcun senso se non riusciamo a pensare questa origine sempre contemporanea dell’errore devastante che è l’Occidente. Riparare il mondo e riparare le nostre anime sono la stessa identica cosa.

β}Come spesso è accaduto per i concetti che muovono l’Occidente, anche l’ecologia è qualcosa che allo stesso tempo è il prodotto e la produzione di una confusione, un errore che ne ha prodotto una serie che arriva fino a oggi, quando questa parola ha guadagnato nel senso comune un significato in buona parte alieno a quello datogli dall’inventore del termine, il biologo Ernst Haeckel nel 1866. Oggi infatti il termine ecologia è usato comunemente per indicare, più che un ramo della biologia, la “difesa” della natura in ogni sua manifestazione, o ancora meglio la protezione dell’“ambiente”, altra parola foriera di equivoci, dalle azioni dell’uomo. In fondo, nel discorso ecologista dominante non c’è una gran differenza tra “difendere la società” e “difendere la natura”. Per questo sentiamo sempre quell’odore inconfondibile di guerra che quel “difendere” porta con sé. Noi diciamo che bisogna opporre l’uso della natura alla sua difesa.

La prima confusione dell’ecologismo probabilmente risiede nel fatto che sottintende l’esistenza di un unico e solo mondo, mentre un altro iniziatore dell’ecologia in quanto scienza biologica e che ha avuto una grande influenza sulla filosofia contemporanea, il barone Jakob von Uexküll, aveva già avuto modo di mostrare che, invece, ciò che esiste sono i mondi, ognuno con un proprio regime di percezione. Il barone estone arrivava buon ultimo, certamente, considerato che i mistici hanno sempre saputo che esiste ben più di un unico regime di percezione e di presenza. In realtà è proprio questa credenza, la quale vuole che esista un solo mondo per tutti i viventi e una sola forma di presenza al mondo per tutti gli esseri, ad essere stata una tra le cause scatenanti di quella che oggi viene chiamata “crisi ambientale”. È la crisi della presenza del mondo, che così viene evocata.

Tuttavia, è estremamente significativo che Haeckel abbia coniato il nome unendo due parole greche, oikos (casa) e logos (discorso),cosa che ci fa immediatamente comprendere che dire “crisi ecologica” significa nient’altro che dire “crisi dell’abitare”.  Ma l’etimo di ecologia indica anche la sua stretta parentela con un’altra parola-baluardo della civiltà occidentale, quella di “economia” ovviamente. L’ecologia, per dirla con le parole stesse del vecchio biologo, non è altro che “l’economia della natura”. Ora, dobbiamo immediatamente precisare che non si tratta solamente, anche in questo caso, dell’economia nel senso divenuto comune, cioè di ciò che concerne la merce e il mercato, ma va intesa nel suo senso proprio di strumento del governo. Nell’idea di Hackel l’ecologia è la scienza che si occupa dello studio delle relazioni di un animale o specie vivente qualsiasi con il complesso organico e inorganico che lo circonda, con quello che è il suo ambiente appunto, parola che significa, secondo la sua etimologia, “quello che sta attorno”, cosicché l’ambiente viene immaginato sempre come qualcosa di “esterno” al suo soggetto (per cui gli ambientalisti sarebbero coloro che difendono questa esteriorità che sarebbe “la natura” dalle azioni umane). Questa “cerniera” tra dentro e fuori, interno ed esterno, è propriamente ciò che deve essere governato e che appare invariabilmente in tutti i discorsi ecologisti, anche quelli più radicali. Anche per questo definizioni come “ecologia politica” o “ecologia sociale” sono fondamentalmente degli errori, gli aggettivi vi appaiono come un inutile rafforzativo, poiché se è vero che non esiste nessuna economia che non sia immediatamente una politica, così deve valere per l’ecologia. La politica è la gestione del conflitto e infatti l’inventore dell’ecologia, nel definirla, non esitò a metterla in stretta relazione alla teoria darwiniana della “lotta per l’esistenza”. E dunque. In quanto condividiamo la diagnosi della crisi di civiltà, non siamo affatto certi che quella ecologica debba essere una lotta della politica, siamo propensi a pensare invece sia una lotta contro la politica. Anche per questo, ci poniamo a distanza tanto dell’ecologia politica in generale, che è giusto un ramo del marxismo, che di quella specificamente italiana che sembra oggi animata principalmente da uno strano mélange che potremmo derubricare come fricchettonismo-postoperaista. Un’altra economia non guarirà il mondo dall’economia.

γ} Ciò che si vorrebbe anche far notare infine è che, non per nulla, i contadini e coloro che hanno vissuto ai margini della civiltà industriale non sono mai stati ecologisti o ambientalisti. Non hanno vissuto come vi fosse una netta cesura tra loro e la natura, semplicemente perché ne venivano attraversati tanto quanto la attraversavano. I contadini non avevano un ambiente, ma una forma di vita. L’ecologia nel senso moderno di “difesa della natura” è, integralmente, una ideologia cittadina, praticata da chi vive nelle metropoli, pensata da chi vive in una condizione acosmica: ecologista è prima di tutto la protesta del disperato che si accorge di non avere un mondo ma, al limite, un ambiente. La fine della civiltà contadina è, storicamente, la nascita dell’ecologia come difesa e salvaguardia della “natura”. Se non partiamo da questa semplice evidenza ogni lotta contro la degradazione dell’esistenza è inficiata in partenza da un falso discorso. Gli ecologisti conseguenti diremmo allora che sono quelli che, più che difendere qualcosa, lottano per tornare ad avere un mondo, per ricosmicizzare l’esistenza. È questo il loro divenire rivoluzionari. La disperazione del cittadino metropolitano può così trasformarsi, nel caso più felice, in ostilità verso l’ambiente nel quale si è trovato a dover vivere. Positivamente essa si svolge nello sforzo di concepire altri modi di vita che entrino in relazione con le forze e le energie a cui la metropoli fa da schermo. Il mondo dell’ecologia non è l’Eden, ma il giardino devastato.

Il problema che hanno di fronte coloro che si pongono la questione ecologica non consiste in altra cosa dall’operazione contenuta nell’etimo generico della parola, l’economia cioè. Il cittadino ecologista deve allora intraprendere una via che lo porti a spogliarsi tanto della cittadinanza quanto di questa equivoca definizione di ecologista, in quanto la sua opera ha senso solamente se si rivolge contro l’economia, destituendo il governo in ogni sua accezione. Distruggere l’economia è il solo modo di tornare alla dimora naturale. È così che schegge cosmiche si sprigionano da ogni gesto destituente diretto verso l’ecologia e il suo mondo.

 

…IN SILVIS

È così che quelle stesse schegge cosmiche potranno forse riportarci alla nostra dimora naturale, nelle silvae.

Le selve, le montagne, le terre selvatiche e impervie che sfuggivano alle geometrie ordinate erano i luoghi dell’incivilitas, nei quali i Romani vedevano l’impossibilità della civilitas, della città.

È quindi proprio in questi luoghi, in ciò che di essi rimane, nonostante tutto, fuori o ai bordi della civilitas, che forse possiamo ancora ritrovare brandelli della nostra anima silvana: dispersi, sparuti, smarriti. Questi luoghi erano quelli della barbaritas, da dominare e tramutare  in luoghi funzionali alla città e alla sua economia; ma erano, nello stesso tempo, luoghi colmi di mistero, dove lo spirito della natura obbligava l’essere umano a confrontarsi con i propri limiti. Terre sacre per Plinio, che non si potevano ferire, tagliare, scavare senza commettere sacrilegio perché in essi dimoravano le divinità, erano porte all’Ade o al Tartaro, terre nelle quali lo spirito umano si fondeva con il mistero.

Ecco allora che Iter in silvis potrà forse aprire dei sentieri verso la nostra dimora perduta, là dove umanità e mondo non sono ancora scissi, là dove possiamo vivere l’eterno ciclo di vita, morte e rigenerazione, “esposti alla estatica visione della zoé.

Dea madre uccello, Cultura Vinca, Balcani, ca. 5000 a.c

 

Uno di questi sentieri riteniamo possa essere la vita contadina.

“La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza , per esplodere di tratto in tratto; e la crisi mortale si perpetuerà.”

Carlo Levi scriveva queste parole nel suo Cristo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, vent’anni prima che si perpetrasse il genocidio dei mondi contadini della nostra penisola, genocidio culturale, e quindi linguistico, puntualmente registrato e descritto da Pasolini nei suoi attacchi, in pieno boom economico, all’ideologia dello sviluppo.

Il plurale “mondi contadini” è dovuto nel parlare di una forma-di-vita strettamente connessa al luogo, ovvero alla terra, che abita e lavora, soprattutto in un paese come l’Italia che vede convivere al suo interno bio-regioni estremamente difformi tra loro per clima, morfologia e storia.

E parleremo di mondi contadini, più che di civiltà contadine, perché riteniamo che nei loro orizzonti di senso siano sopravvissuti attraverso i secoli frammenti di quella incivilitas pre-romana e pre-greca, intrisa di magia, di compenetrazione tra visibile e invisibile, di riti misterici e di intima comunione con la madre terra. Sopravvivenze che per la loro difformità e dissonanza rispetto alla Storia dell’Occidente sono state periodicamente oggetto di persecuzione e sterminio.

Dagli anni Cinquanta le sirene delle fabbriche, come un piffero di Hamelin, hanno chiamato a sé le masse contadine depauperate dal latifondo, dalla mezzadria e da cinque anni di guerra totale: manodopera salariata per alcuni, soggetto rivoluzionario per altri, sogno piccolo borghese per se stesse.

Mentre si realizza l’esodo, o la deportazione forzata, delle masse contadine verso la fabbrica della città, le campagne vengono progressivamente trasformate in fabbriche a cielo aperto: è la rivoluzione verde. Nuove generazioni di trattori, di semi brevettati ai raggi gamma, di prodotti chimici all’avanguardia (diserbanti, pesticidi e fertilizzanti) privano i contadini rimasti sulla terra della loro forma-di-vita e li trasformano in agricoltori/imprenditori, operai specializzati dell’industria agroalimentare che vengono, al pari di tutti gli altri operai, separati dal prodotto, dal fine e dalla ragione del proprio lavoro. Essi diventano a tutti gli effetti esecutori materiali del loro stesso genocidio, in una competizione fratricida nel nome della produttività che vede, in un processo durato decenni, l’affermarsi del modello azienda medio-grande a discapito della piccola azienda agricola a conduzione familiare. Allo stesso tempo il lavoro agricolo da attività manuale che vedeva coinvolti uomini e donne in comunione tra loro, diventa quasi prerogativa maschile,  dell’uomo-macchina che a bordo di mezzi sempre più potenti ara, erpica, semina e raccoglie senza aver mai mescolato le sue mani con la terra. Avanti e indietro, avanti e indietro…per campi sconfinati.

E’ l’era della monocoltura, del conto-terzista, dei tecnici da consorzio.

Intanto, mentre quasi decade per esternalizzazione la figura dell’operaio e i centri storici delle città italiane diventano parchi divertimento per turisti e impiegati, (che poi sono la stessa cosa), ridisegnando se stesse sul modello degli outlet e dei centri commerciali che fioriscono come tumori nelle periferie, la campagna italiana diventa uno dei fiori all’occhiello del made in Italy.

A tal punto da divenire oggetto di esposizione spettacolare in occasione dell’Expo di Milano 2015, non a caso intitolato “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita!”. Per metastasi, nasce a Bologna F.I.CO: Fabbrica Italiana Contadina, un parco divertimenti del cibo in cui la campagna, già trasformata in fabbrica, viene assunta nel cielo del capitalismo con il contratto degli addetti allo spettacolo.

In questo scenario parrebbe scontato il ritenere morta e sepolta ogni possibile forma-di-vita contadina.

Eppure, a ben guardare, forse non è così.

Alla fine degli anni Settanta le campagne dovevano ancora finire di spopolarsi che già piccoli contro-esodi di persone muovevano dalle città per cercare un senso nella terra, una vita non più separata dalla propria forma. Quel contro-esodo continua, crediamo abbia avuto un incremento negli ultimi anni, ed è forse numericamente più consistente di quello che appare perché avviene il più delle volte in sordina, clandestinamente, nonostante i tentativi di assorbimento da parte dello Spettacolo, attraverso la retorica del ritorno alla terra cavalcata dai vari guru dello Show Food Admnistration.

C’è stato e c’è, da parte di molte persone protagoniste di questo contro-esodo, un esplicito e consapevole intento di diserzione: dalla polis, dall‘officium, dal governo. L’unico im-piego possibile diventa per alcune di loro un mi-piego, sulla terra, alle potenze naturali, aderendo al succedersi delle stagioni e provando a ricucire in questo modo la frattura io-mondo che dopo almeno venticinque secoli di disastri ha reso possibile l’esistenza di un discorso ecologico sulla difesa della natura come elemento separato dall’essere umano. Chi ha vissuto e sta vivendo questo contro-esodo non cessa mai di reimparare l’adesione alla potenza degli elementi, alle silvae, nella speranza che un giorno questa adesione possa tornare ad essere non più una conoscenza ma un intimo sentire.

Certo è difficile sottrarsi alle reti del Grande Pescatore, che cercano di catturare e assorbire ogni gesto di diserzione nella macchina dello Spettacolo o della Produzione, che poi sono la stessa cosa.

Ma nonostante tutto, nonostante il Grande Pescatore e le sue reti, è innegabile che sempre più persone abitano sulla terra, di terra e con la terra.

Incarnano una specifica forma-di-vita? È giusto nominarla? Se sì, come la nominiamo? E quale  potenza attribuire ai suoi gesti?

Questa è la questione che vogliamo portare alla luce.

Innanzitutto occorre sfrondare il campo da quei meri imprenditori agricoli che non portano con sé o che hanno rinnegato ogni residuo dei mondi contadini, né sono mossi da alcun intento di diserzione dalla realtà. Costoro coltivano la terra ma vanno al supermercato a fare la spesa, sono operai specializzati nelle monocolture, non mangiano del loro lavoro, non sono sulla terra, operano soltanto con essa: ci seminano coriandolo da esportare in Arabia Saudita o imbottigliano vini per vincere premi.

Tra questi la vecchia guardia dei trattoristi della rivoluzione verde, spesso figli o nipoti dell’ultima generazione di contadine/i, e i nuovi rampanti yuppies della green economy che cavalcano la moda del sano, giusto e pulito e che sono anche ecocompatibili con i fridays for future e i saturdays for fun.

Restano da considerare allora due grandi tipi di persone, naturalmente popolate al loro interno da mille sfumature: chi diserta dall’arruolamento metropolitano per abbracciare una vita di terra che non conosce e che deve apprendere dalle fondamenta, e chi è testimone, non sommersa, dei mondi  contadini che si dicono estinti, sopravvissuta al genocidio, tuttora vivente sulla terra e con la terra, nonché preziosa portatrice di una cultura materiale viva e di inestimabile valore.

Abbiamo forse assunto troppo frettolosamente e acriticamente come un fatto compiuto l’estinzione dei mondi contadini. Certo è innegabile che una loro specifica manifestazione storica si sia estinta e che le masse contadine non esistano più.

Così come nella marginale Arcadia durò fatica l’installarsi del modello ateniese della polis, differenze regionali e morfologiche hanno fatto sì che, in alcuni territori “barbari” e marginali, di questo paese, il processo di genocidio e deportazione sia stato più lungo e sia di fatto ancora in corso. Ma anche nei territori più colonizzati esistono residui, resti umani di quei mondi rimasti incastonati nei gesti quotidiani di quella specifica regola monastica che è la forma-di-vita contadina: alzarsi, accudire gli animali, innaffiare l’orto, sarchiare, scerbare, seminare, trapiantare, legare, potare, zappare, vangare, fare legna, accatastare, portare il grano al mulino, raccogliere, stivare, torchiare, impastare, travasare, imbottigliare, bacchiare, essiccare, trasformare, falciare, tenere acceso il fuoco, riparare, aspettare, accudire gli animali e coricarsi.

Esistono tuttora persone che sono nate e cresciute in un mondo contadino e che di quel mondo continuano ad essere impregnate, non lo hanno rigettato, sono rimaste sulla terra quando tutte, o quasi, andavano in città, e ci sono rimaste non come mere esecutrici dei dettami dei consorzi o delle associazioni di categoria e dei loro tecnici ma come contadine.

Queste persone dunque esistono e sono a tutti gli effetti delle sopravvissute che portano nelle loro mani ricurve dall’artrite un testimone di qualche migliaio di anni. Esistono contro la storia a riprova ulteriore della simultaneità di temporalità differenti del qui e ora. Spetta a chi ha disertato la metropoli per andare sulla terra da neofita saper accogliere quel testimone: nell’alleanza inattesa e non detta tra questi due tipi di persone continuano a vivere i mondi contadini di cui tutti, alcuni in buona fede, hanno decretato, con premura un po’ sospetta, la  morte.

È in quest’unione che riteniamo possa continuare a esistere una forma-di-vita contadina.

Come nominare altrimenti chi siede alla propria mensa davanti al pane del grano che ha seminato, all’olio delle olive che ha raccolto e al vino dell’uva che ha pestato?

Aveva ragione Carlo Levi, la morte che muore la “civiltà contadina” non cessa mai di compiersi.

E in questo modo sopravvive, non si lascia mai schiacciare del tutto, perché le braci sotto la cenere sono ancore vive, ardenti, pulsanti. Anche dopo l’esodo o la deportazione forzata. Le alimenta un profondo cumulo di legna raccolta in qualche millennio di passi nella foresta.

Non le hanno spente i padroni, il latifondo, i feudatari, la Chiesa, la distruzione dei boschi sacri, i consorzi agrari, i roghi dell’Inquisizione, i tecnici, non le hanno spente le facoltà agrarie, le facoltà non agrarie, la rivoluzione verde, i massacri, i piani quinquennali, le rivoluzioni, il boom economico, le fabbriche, la metropoli, le guerre, i diserbanti, i pesticidi, i supermercati, la grande distribuzione, lo spettacolo, il ritorno alla terra, la neo-epica contadina e le sue mappature.

Non le hanno spente perché la storia di quelle braci è molto più antica della storia dell’Occidente.

Esse ardono di un fuoco lontano e profondo, ardono dai fuochi dei villaggi neolitici non fortificati della Dea Madre, accesi nelle case/tempio nelle quali non c’era separazione tra sacro e quotidiano e la vita stessa era un lungo inno al mistero; ardono dai tempi del Giardino in cui Adamo ed Eva erano un tutt’uno con l’albero della vita, con la vita animale e quella vegetale.

Chi erano essi in fondo se non un contadino e una contadina che coltivavano il paradiso qui e ora?

Amanti” di Gumelnita, Romania, ca. 5000 a.c.

Se dunque può ancora esistere una forma-di-vita contadina si tratta di capire quanto i suoi gesti possano effettivamente ricucire quella frattura io-mondo che appare ormai insanabile, se possano in qualche modo indicare la via per un ri-medio al Grande Errore dell’Occidente uccisore, nel senso medico del termine di riportare equilibrio tra gli umori sconvolti del vivente terra umano.

Se per chi compie quei gesti una possibile salvezza si manifesta a tratti come vivida sensazione, forse essi possono, in questa lunga eterna apocalisse, testimoniare l’esistenza di un possibile cammino per chi, nella metropoli in fiamme come in quella sinistramente avvolta da una “pace terrificante”, cerca di tornare alla sua dimora naturale.

È nelle sembianze di un lupo che Lazzaro, dopo il linciaggio consumatosi nella banca, abbandona la città nella sequenza finale di “Lazzaro Felice”: solo in quella forma, non più soltanto umana, una volta distrutta l’economia, potremo tornare a essere terra nelle antiche silvae mai consegnate alla civilitas.

Iter in silvis vagherà allora per l’inferno che ci è dato vivere, cercando di dare spazio e di far durare ciò che in mezzo all’inferno non è inferno, ma foresta.

“No volvemos a la tierra, volvemos a ser tierra”, Fulgencia Burgos, 2009, india della Puna Argentina

 

Falene XVI-XVII

di Bianca Bonavita

XVI. Normalità

Le giornate all’ufficio cominciarono a confondersi tra loro. Le settimane diventarono mesi e le stagioni cessarono di nuovo di confidarsi con la sua pelle.

All’inizio pensava fosse una sua strategia, quella di comportarsi normalmente, di arrivare puntuale al lavoro, di tradurre tutto ciò che gli veniva richiesto, in poche parole quella di tenere una buona condotta. Non doveva dare nell’occhio, aveva bisogno di tranquillità e di tempo per pensare, per osservare, per capire ciò che gli stava accadendo.

Studiava i suoi colleghi, il loro comportamento, studiava il suo capoufficio, almeno lui doveva sapere, doveva essere a conoscenza di qualcosa, studiava gli altri inquilini del palazzo quando li incrociava nell’androne o sulle scale, cercava in chiunque incontrasse i suoi occhi qualche segno rivelatore o perlomeno qualche indizio che l’aiutasse a comprendere, a individuare la strada da seguire.

Di tanto in tanto continuava ad avere l’impressione di essere osservato, gli accadeva soprattutto mentre camminava per strada. Prima di darsi nuovamente alla latitanza doveva essere certo di non essere seguito, di non essere tracciato, doveva essere certo che nessuno stesse spiando i suoi movimenti.

A volte gli sembrava quasi di vivere il terrore antiquato dei bei tempi andati, quando il terrore era ancora un parente stretto della paura e della persecuzione e non aveva nulla a che vedere con la libertà e la comodità. Allora il suo pensiero andava agli Strum, ai Vasilij, ai Pavel, agli Osip. Ma non aveva in mano nulla a suffragare i suoi sospetti. Le sue erano soltanto sensazioni che sconfinarono ben presto in qualcosa di insano.

E più il tempo passava, più quella che gli era parsa una strategia assunse i contorni dell’alibi.

In cuor suo F sapeva che  nessuno lo tratteneva dall’astenersi dal lavoro e dall’evasione. In cuor suo era certo che nessuno l’avrebbe seguito se avesse imboccato quella strada di collina su cui s’incamminò la mattina del suo primo giorno di latitanza. Ma continuava a temporeggiare, a dirsi che aveva bisogno di capire, a raccontarsi quella storia dei pedinamenti.

Era un modo per nascondersi la realtà.

E la realtà era che iniziava ad essere contento del suo impiego.

Iniziava a star bene in ufficio, così come non lo era mai stato, nemmeno nei primissimi tempi dell’assunzione, quando era ancora smanioso di essere utile. E benché vi fosse ancora qualcosa in lui ad opporre una strenua resistenza, a non rassegnarsi ad ammetterlo, iniziava a sentirsi proprio bene davanti allo schermo a tradurre libretti d’istruzioni per elettrodomestici e corrispondenze commerciali, iniziava a sentirsi a proprio agio nel chiacchiericcio tra colleghi attorno alla macchina del caffé, iniziava a sentirsi finalmente felice di avere un impiego sicuro e, se non appagante, ben remunerato, e un appartamento comodo e confortevole a cui tornare ogni sera. Iniziava di nuovo a sentirsi utile.

La realtà era che ora, per nulla al mondo avrebbe cambiato quella vita.

La sera riprese ad uscire, a frequentare cinema, teatri e persino certi locali alla moda in cui non aveva mai messo piede. Si sentiva gioiosamente un animale metropolitano.

Di notte prese a camminare tra le luci delle strade più battute con un’eccitazione che non aveva mai conosciuto. Tutto gli sembrava ora così vivo, frizzante, stimolante.

Laddove aveva visto il disfacimento della civiltà, lo sgretolarsi del significato, la certezza dell’oppressione e tutte le altre miserie umane, ora vedeva una splendida e perfetta creazione, un impeccabile collaudato meccanismo, vedeva il trionfo dello sviluppo, dell’evoluzione, del progresso. E iniziò a sentirsi fiero di farne parte.

Il ricordo delle serate trascorse sul tetto del suo palazzo in compagnia di Bartleby, di Jacob, e del Brigante divenne sempre più sfuocato nella memoria fino quasi a scomparire del tutto.

Comprò gli ultimi ritrovati elettronici, iniziò a rollarsi sigarette e di lì a poco iniziò a uscire con la traduttrice di inglese. Iniziarono a frequentarsi assiduamente, si desiderarono, si baciarono, si amarono.

Poi vennero le serate sul divano a mangiare pizza da un cartone davanti a un film, vennero le prime litigate, le prime rose, i primi perdoni. Ed F, segretamente, iniziò anche a pensare a dei figli. Ora gli sembrava più che normale, se non giusto, mettere al mondo nuove creature, gli sembrava proprio un bel mondo da poter vivere. Chiunque avrebbe avuto il diritto di poterlo vivere, a tutti gli angeli del paradiso si doveva dare questa possibilità. Ed era bello pensare a  una parte di sé che gli potesse sopravvivere. Un giorno o l’altro ne avrebbe parlato alla traduttrice di inglese.

Di tanto in tanto continuava a tornargli alla mente A., il processo, la latitanza e la sua vita infelice di un tempo. Ma sempre più di rado. Il passato andava via via assumendo i caratteri dell’irrealtà. Il dubbio che tutta quella storia, dalla latitanza al processo passando per A., non fosse stata altro che un sogno, il frutto della sua immaginazione, iniziò gradualmente a mutarsi in qualcosa che assomigliava a una certezza.

Finché un giorno, trascorsi quasi due anni dal ritorno alla sua vita, il capo lo fece chiamare nel suo ufficio.

– Buongiorno impiegato F. Si accomodi la prego. Innanzitutto devo dirle che siamo molto orgogliosi di lei. Le sue capacità di recupero hanno superato ogni aspettativa. Vediamo con piacere che la ferita si è rimarginata e che non v’è più traccia in lei dei punti di sutura. In questi due anni ha lavorato molto bene sia in ufficio che fuori, la sua condotta è stata impeccabile. Come ci aspettavamo non ha tradito la nostra fiducia. Può stare tranquillo, vedrà che se ne terrà conto.

A quelle parole F si accorse di avere un moto di orgoglio.

– L’ho fatta chiamare per informarla che domani, se potrà, dovrebbe recarsi all’Aula di Giustizia per le requisitorie. Una formalità, nulla di più. Non si preoccupi, nel frattempo sono stati ascoltati molti testimoni. Anch’io ho testimoniato in suo favore. Non ha proprio nulla da temere. L’appuntamento è qui in ufficio, domattina alle nove. Ora può andare. Ah! Mi saluti quella cara ragazza! Fra traduttori ve la intendete eh? Sono proprio contento che si sia accorto di lei!

F ascoltò con angoscia crescente le parole dell’uomo.

Terreo in volto uscì dall’ufficio e tornò alla sua scrivania.

Dunque era vero. Il processo, la latitanza, non erano frutto della sua immaginazione.

E ora, per colpa di un certo F di cui non aveva che una vaga memoria, tutto era nuovamente messo in discussione, e il bel castello che aveva faticosamente ricostruito rischiava di crollare l’indomani alle nove.

Gettò uno sguardo angustiato alla traduttrice di inglese china sul lavoro. Ai suoi colleghi, ai fascicoli sulla sua scrivania, al salvaschermo. Perché mai aveva cercato di andarsene? Perché  aveva rinnegato quella vita?

Quella sera non uscì. Era malinconico. Volle restare solo nel suo appartamento, solo con le sue cose, i suoi libri, i suoi dischi, il suo portatile sempre acceso sulla tavola. Non era pronto a perdere tutto quanto. Proprio ora che iniziava a pensare a dei figli, a una famiglia, a una vita serena. Salì sul tetto del palazzo per guardare la città.

Ora, dalla cuspide della piramide, vedeva un capolavoro dell’ingegno umano, una creatura viva, pulsante, sempre intenta a funzionare e a lanciare sulle inafferrabili sponde del futuro le sue travolgenti onde di algoritmi, vedeva un grande cervello di case, di luci, di strade, immerso nelle sue inarrestabili attività, vedeva un grembo gravido di pensieri necessari e geniali, vedeva l’unica grande possibile opera manifestarsi in tutta la sua magnificenza. Ed era grato per ciò che vedeva.

Certo sarebbe sempre potuto scappare, si sarebbe potuto dare a una latitanza con tutti i crismi della latitanza. Ma così facendo avrebbe soltanto avuto la certezza di distruggere con le proprie mani ciò che aveva ricostruito. Fuggendo avrebbe irrimediabilmente perduto la propria vita, la propria identità.

No, se desiderava salvare qualcosa non avrebbe dovuto mancare all’appuntamento. In fondo, a ben guardare, le parole del suo capo erano state rassicuranti. Durante la custodia cautelare il suo comportamento era stato ineccepibile.

XVII. Ammutinamenti

F arrivò puntuale.

L’ascensore era aperto. Lo aspettava.

L’ufficio iniziava a popolarsi ma nessuno badò a lui. Come quando era ripiombato nell’ufficio, ormai due anni prima, scomparve nell’ascensore nella totale indifferenza dei colleghi, traduttrice di inglese compresa. Ma si poteva davvero chiamare indifferenza? Si chiese.

Schiacciò l’unico pulsante e l’ascensore iniziò a scendere. Prese velocità, tanto che F ebbe la sensazione di essere in caduta libera. Poi si arrestò bruscamente facendogli perdere l’equilibrio. Udì un tintinnio e le porte si aprirono su una stanza.

Il maggiordomo lo stava aspettando.

– Venga impiegato F. L’accompagno all’Aula di Giustizia. La stanno aspettando.

La stanza poteva essere la stessa, anche se le fotografie non c’erano più.

F seguì la sagoma imponente dell’uomo. Una porta che non avrebbe saputo distinguere dalla parete bianca li fece entrare in un corridoio ampio e luminoso. Di luci al neon, avrebbe detto se fosse stato in grado di guardare verso la fonte di luce. Ma era impossibile. La luce era troppo forte. A malapena poteva  tenere gli occhi socchiusi sulle bianche piastrelle del pavimento.

Ad ogni passo F sentiva crescere in lui ondate di calore sempre più intense. Non poteva più riconoscere nel bagliore accecante la figura del maggiordomo ma continuava a sentire i suoi passi non troppo in lontananza. Il calore si faceva sempre più insopportabile. Il pavimento era ardente, l’aria uno scirocco d’agosto sulla faccia.

Di fuoco s’impregna l’anima. E sul fuoco aveva la sensazione di camminare F.

Doveva essere sul fondo di qualche inferno. Che sta sempre sotto, per abitudine o per dispetto, a nascondersi dall’umano intelletto. Ed è buffo, pensò F, ubriaco di luce e di calore, che a separare l’inverno dall’inferno ci sia poco più che un respiro, un battito di incisivi sul labbro inferiore. E in quel vento tra i denti che sputa fuori le fiamme ci sono i segreti che il fuoco non può raccontare. Perché di questo si tratta, pensò F.

E se fosse una falena nel suo ultimo volo, nel suo girone di fuoco? Le immagini presero a vorticare nella testa di F, un vortice che si fece cuneo e poi fuso, e il groviglio dei pensieri iniziò a filare, in fondo, e poi a tessere il vecchio abito del mistero.

Come sonnambulo F andò a sbattere contro una porta. Era la schiena del maggiordomo.

Aprì gli occhi di schianto. Il caldo era svanito. Il suo accompagnatore girò una maniglia e nel gettare lo sguardo oltre il varco che si schiudeva dinnanzi, F si sentì lacerare le carni da uno squarcio. Allora comprese.

L’aula era già gremita. Il pubblico cicaleggiava. Le loggette quasi tutte occupate. Gli animali stavano prendendo posizione nel recinto prospiciente la platea. Il grande portone d’ingresso era serrato.

Alcuni inservienti si aggiravano indaffarati attorno al pulpito e alle sedie vuote dei magistrati. Sembravano intenti a verificare il corretto funzionamento delle apparecchiature. Ragazze discinte si aggiravano tra il pubblico con ceste piene di snack e di bibite.

Di fronte a lui, seduta nello stessa postazione di due anni prima, A. lo fissava con occhi angosciati identici ai suoi. Anche lei aveva compreso.

Si guardarono come a chiedersi perdono. Ma in cuor loro sapevano che non c’era nulla da farsi perdonare. Era già iniziata l’operazione. La cicatrice c’era. Da qualche parte doveva pur esserci.

Era tornato il vecchio F, quello che aveva scelto la latitanza e l’esilio, quello che bighellonava su pentole a pressione nella notte con Bartleby, Jacob e il Brigante, quello che si era stancato di essere piegato dentro, quello che aveva preferito non essere un Kraus. Cominciarono a riaffiorare i ricordi della sua latitanza e della sua vita prima di essa. Ora poteva riconoscere nitidamente la storia del suo gesto e abbracciarla di nuovo come si abbraccia qualcosa di necessario. E da quella loggia, guardando il viso di A., poteva vedere con chiarezza i due anni di custodia cautelare, l’anteprima della sua condanna.

Anche questo faceva parte del processo, dell’operazione. Poter vedere. Poter vedersi in quell’ufficio felice del proprio impiego, del proprio essere impiegato. Quel tempo di reintegro nella propria funzione era stato solo un breve assaggio della sua pena. Ora gli era chiaro. E tornato in sé, doveva sapere che quello sarebbe stata la sua pena.

Tutte le logge si erano riempite. F iniziò a domandarsi a quale destino erano stati riportati in quel periodo di custodia cautelare gli altri imputati. Un’angoscia rinnovata lavorava di scalpello sui loro volti. Anch’essi dovevano aver rivisto la normalità da cui si erano esiliati. Una ciotola di plastica piena di croccantini? Un timbro su un foglio di carta? Una vecchiaia solitaria? Una separazione sana di mente? Un adulterato essere adulto?

Volevano il monopolio dell’eccezione, non più della violenza, ecco cosa volevano. Non potevano accettare che qualcuno si facesse eccezione, che si mettesse al bando da solo latitando la normalità della loro eccezione. Non potevano accettare eccezioni fuori dall’eccezione, ecco cosa volevano. Ma chi erano questi “loro” se quel trono sull’altare era vuoto?

Il portone si aprì.

La platea si zittì all’istante.

Ed ecco i magistrati fare il loro ingresso trionfale nell’Aula di Giustizia. Alcune facce erano cambiate ma la scena della sfilata tra i banchi della platea fu pressoché identica alla seduta precedente. Poggiarono i faldoni sul tavolo di legno scuro che separava i loro scranni dall’altare e iniziarono a gingillare con i loro dispositivi elettronici.

Il suo capo aveva parlato di requisitorie. Ora avrebbero letto le loro richieste, avrebbero fatto la loro arringa finale.

In platea si alzò di nuovo il brusio.

I magistrati sembravano intenti a ingannare il tempo in attesa che accadesse qualcosa che avrebbe dato il via alla seduta.

Gli occhi di F tornarono a posarsi sulla figura di A. Dunque era reale. Come aveva potuto dubitarne?

Una platea li separava.

C’è sempre una platea a separare.

Avrebbe voluto abbracciarla, toccarla, baciarla. Magari sedersi in platea con lei a godersi lo spettacolo come quelle coppiette tubanti delle ultime file.

Ci si fida troppo degli occhi, sputano ingiuste sentenze il più delle volte.

Di quale realtà era fatta? Era forse solo un’immagine?

Benché il ricordo del tempo di latitanza insieme fosse di nuovo germogliato in lui, la sostanza di A. continuava a restare inafferrabile ai suoi pensieri. Se solo avesse potuto toccarla!

E si scoprì a tastarsi di nuovo la testa e il corpo intero in cerca della cicatrice.

Dov’erano i punti di sutura? Perché non c’era alcuna traccia sulla pelle?

F iniziava ad essere stanco. Non aveva più voglia di giocare a quel gioco. Lo prese una gran sonnolenza.  Le palpebre crollarono sotto il loro peso.

Quando riaprì gli occhi il mondo era ancora lì, sotto forma di Aula di Giustizia.

Non era cambiato nulla ma il tempo era come sospeso e l’aula gli appariva diversamente.

Ora gli sembrava che quel processo si stesse svolgendo sul ponte di coperta di una nave, e che lui, A. e tutti gli altri imputati, animali compresi, fossero marinai accusati di ammutinamento sottoposti a giustizia sommaria. Che a pensarci bene, in tempo di guerra, ed è sempre tempo di guerra, è la sola giustizia a disposizione.

Ecco perché non c’erano avvocati.

Ecco perché Billy Budd, l’Avvenente Marinaio coartato sulla Bellipotent era stato fatto penzolare dal pennone di maestra senza badare troppo alle formalità.

In tempo di guerra, ed è sempre tempo di guerra, non ci si può mostrare deboli davanti all’equipaggio. C’è bisogno di fermezza e di punizioni esemplari.

Con un pugno ben assestato Billy aveva steso per sempre Claggart, che lo stava accusando davanti al capitano Vere di essere a capo di una cospirazione. Proprio lui, Billy Budd, il più fedele ed entusiasta dei coartati sulla Bellipotent che tramava un ammutinamento, era un vero oltraggio alla verità ancor prima che alla sua memoria. Così il poderoso braccio era partito, tra un balbettio e l’altro di parole che non potevano uscire si era abbattuto come un ariete sul volto di Claggart. E il capitano Vere, mandandolo a morte, sapeva di mandare a morte il più fedele tra i suoi uomini, colui le cui ultime parole furono “Dio benedica il capitano Vere!”.

Da Billy Budd non sarebbe mai nato alcun ammutinamento. Ne era certo.

Ed è questa forse la sua vera colpa. Billy Budd è colpevole di non aver tramato alcun ammutinamento, di non aver affatto cospirato contro la Corona. Anche se qualcuno dirà, seguendo forse i reconditi pensieri di Claggart, che l’esistenza stessa di un Billy Budd costituiva in sé la più pericolosa forma di ammutinamento. E che il candore di quel pugno ne era la riprova.

Ma F a questa teoria non aveva mai creduto. Tutta quella retorica dell’onesto barbaro non gli era mai andata giù. Era sempre stato più propenso a pensare che Billy Budd incarnasse alla perfezione l’ideale del servo e che quell’uomo di legge di Vere non soffrisse affatto per mandare a morte un uomo, ma soltanto perché la ragion di Stato lo costringeva a  mandare a morte il suddito più fedele dello Stato. Un paradosso imbarazzante per un ligio funzionario.

Comunque, a differenza di quel povero cristo di Billy Budd, immolato sull’altare del regno, che era colpevole solamente di un bel pugno, tutte le persone in quell’Aula di Giustizia, ora questo F iniziava a comprenderlo nitidamente, erano a vario titolo colpevoli di ammutinamento e nella fattispecie di forme di ammutinamento ben più insidiose del Grande Ammutinamento del Nore del 1797.

Il fatto davvero preoccupante era che nessuno degli imputati aveva mai pensato di prendere il controllo della nave.

E certamente il loro non era stato un semplice sciopero, non c’era stata alcuna richiesta, alcuna rivendicazione.

C’era piuttosto una deriva in tutti quei volti affacciati come a teatro sull’Aula di Giustizia. Una deriva non pronunciata rimasta su tutte le loro labbra come la più efficace delle minacce. C’erano vite che in vario modo si erano sottratte, anche solo per un istante, al governo del pilota. E che ora erano sottoposte alla giustizia che si riserva ai disertori.

Su queste onde navigavano i pensieri di F quando finalmente uno dei magistrati si avvicinò al pulpito. Salì risoluto le scalette e si avvicinò al microfono in un’aula già disposta in silenzioso ascolto. Il pubblico in platea era proteso con ogni muscolo, con ogni cellula, verso l’altare. Famelico era pronto ad assistere allo spettacolo.

Non accadde nulla. Eppure la seduta ebbe inizio.

La guerra civile in Francia (ancora)

Su Laurent Jeanpierre, In Girum. Les leçons politiques des ronds-points, La Découverte, 2019.

I lettori di Qui e Ora sanno che in passato abbiamo non solo dedicato molto spazio al movimento francese detto dei Gilet Gialli, sviluppatosi negli scorsi mesi tra rivolte urbane e occupazioni delle rotatorie stradali, ma più in generale a quello che accade in Francia negli ultimi anni. Di fatto e nonostante tutto, bisognerà pur riconoscere che la Francia è, ormai da un decennio, il solo paese europeo in cui  si è prodotta una sequenza di lotte che è possibile definire come antagonista  e, almeno potenzialmente,  rivoluzionaria. Di conseguenza anche il suo dibattito teorico ha assunto una importanza che supera agilmente i confini, anche continentali. Dispiace per i cultori della leggenda rossa del “Laboratorio italiano” che sale in cattedra ogni due per tre, ma non si può vivere solo della memoria storica – che infelice espressione –  di eventi accaduti mezzo secolo fa e di una scolastica riproposizione di alcune delle teorie che li avevano accompagnati, ravvivate da un po’ di trucco postqualcosa; se esiste oggi un Laboratorio Italia, ebbene non lo è certo come produttore di eventi o movimenti rivoluzionari, bensì di qualcosa che odora di merda, francesismo obligé. Combattere contro la merda o quantomeno evitare il più possibile di venirne travolti non è bello né eccitante, ma tant’è, questo ci tocca oggi. Alla fine, chi qui fa politica a sinistra (sic) nei movimenti (sic sic), sembra dover saper tutto degli anni ’70, o meglio di quello che si vuole che sappia, per cercare di riprodurne qualche scampolo, cosa che si riduce a una macchietta che non fa neanche ridere. Per di più la narrazione di quegli anni divenuta dominante è curiosamente condivisa tanto dalla diade “media&giustizia” che dai “radicali”, di contro poco e niente quell’attivista sa o deve sapere di quello che è avvenuto prima o anche molto prima o altrove e, anche per questo, nulla sa di come afferrare il presente. In ogni caso una cosa è certa, quello che di interessante al momento c’è in Italia, lo si trova ai margini, se non fuori, da quell’ambiente che abusivamente si continua a chiamare “il movimento” il quale, comunque, non è neanche più una “minoranza politica” nel paese ma un fatto marginale anch’esso, una curiosità più che un’anomalia. La migliore “teoria” qui da noi spesso la fanno i poeti misconosciuti, i teatranti poveri, i contadini senza padrone e i perduti amanti. Non è più vero niente e siamo tutti in cerca di un altro Egitto.

La Francia contemporanea invece sembra assumere oggi lo stesso ruolo che ebbe per  Marx e Bakunin alla metà del XIX secolo, cioè quello di un cristallo attraverso il quale guardare alle possibilità e ai limiti del movimento rivoluzionario europeo, per il semplice fatto che era lì che accadeva qualcosa. Quindi, prendiamo lezioni.

Il recente libro uscito in Francia per le edizioni La Découverte, In Girum. Lezioni dalle rotatorie, di Laurent Jeanpierre,  insegnante di scienze politiche all’università di Paris VIII, è fino ad ora il miglior testo sul movimento dei Gilet Gialli venuto dalla parte dell’intellighenzia universitaria d’oltralpe. Lo è perché non solamente è un libro ben informato e ben scritto, ma specialmente perché riesce a cogliere la novità dell’evento e rischia alcune ipotesi che contraddicono quella che lui chiama la “scienza dei movimenti sociali”. Infatti Jeanpierre rovescia l’abitudine dei ricercatori sociali di sottoporre gli eventi alle griglie di lettura preesistenti, ma li guarda come qualcosa di inedito, cerca cioè di imparare qualcosa e ci invita a fare altrettanto: “le lezioni delle rotonde non sono solamente politiche ma anche scientifiche”. Inoltre, cosa per noi ancor più importante, la sua lettura degli eventi sfida  quella che definisce la “normatività spesso incosciente” che regola le interpretazioni e l’agire degli ambienti militanti. In questo senso, prima lezione, un vero evento politico è solamente quello che cambia la maniera di pensare (e praticare) la politica a ogni livello.

I numeri del movimento “giallo” sono abbastanza impressionanti: dall’autunno 2018 all’estate 2019 vi sono state almeno 50.000 manifestazioni (dati del governo), tra manifestazioni di piazza, blocchi e occupazioni di rotatorie, a cui hanno partecipato circa trecentomila persone provenienti  dalle fasce “ basse” delle classi medie e da quelle “alte” di quelle popolari, più un certo numero di persone affette dai più svariati disagi sociali. Il conflitto, per una volta, non si è concentrato solo nella capitale e nemmeno solamente nelle grandi città francesi, ma si è diffuso ovunque, specie nelle zone periurbane, nelle quali in effetti ha preso vita, come anche nelle zone rurali. C’è da dire che se  le rivolte a Parigi non avevano mai toccato i quartieri alti, questa volta gli Champ Elysées e dintorni sono stati investiti dal fuoco più e più volte. Per la stampa, e anche per un bel po’ di compagneria, specie all’inizio, era una rivolta fascistizzante e specialmente era – rimane? – “protopolitica”, curiosamente la stessa accusa che fu fatta alla rivolta delle banlieues del 2005 e che deriva, evidentemente, non solo dal fatto che non presenta tra i suoi organizzatori gli attori classici dei movimenti sociali, ma perché il suo modo di agire stesso sfugge a quella che ancora viene intesa, a tutti i livelli, in quanto “politica”.

Tuttavia,  e questo dà molto da pensare, in pochi mesi questo movimento ha ottenuto dal governo più di tutti quelli che vi sono stati in un decennio, sicuramente più di tutti quei movimenti controllati ancora dalle organizzazioni tradizionali, quali i sindacati, i partiti o quelle che Jeanpierre chiama organizzazioni della società civile che, per capirci, sono quelle che da noi verrebbero chiamate strutture o organizzazioni di movimento.

Il titolo che Jeanpierre dà al primo capitolo del libro è infatti  “La destituzione della sinistra  e del ‘movimento sociale’?”. Ciò che intende mettere in luce è dunque non solo una sorta di ufficializzazione della decadenza definitiva della sinistra, ma che la forma stessa del “movimento sociale” viene ad essere messa in discussione dalle nuove pratiche di lotta. Forse allora, pensiamo noi di conseguenza, non bisognerebbe chiamare più movimento un evento del genere dei Gilet Gialli, ma  trovare altri nomi, in questo caso qualcosa come “il momento giallo”, così come qualcuna suggeriva di denominare quello di alcuni anni fa negli USA “il momento Occupy”, proprio perché si svolgeva non solo diversamente dai tradizionali movimenti sociali, ma era una contestazione del loro funzionamento, contestazione che i gilet gialli hanno portato fino al punto di rottura attualmente possibile e che è anche una rottura nel e del tempo. Ma diciamo la verità: se in qualche modo si era pronti alla destituzione della sinistra, quella del movimento sociale ci trova, al meglio, impreparati, al peggio, contrariati.

Scrive Jeanpierre: “Se la protesta dei gilet gialli può evidentemente essere compresa come una contestazione del governo, tuttavia  essa sfida le pratiche abituali della mobilitazione sociale. Da questo stretto punto di vista, si potrebbe dire che il movimento fu un antimovimento o che la sua politica è un’antipolitica, se queste categorie non fossero caricate di una dimensione esclusivamente negativa”. In effetti invece, a questo aspetto decostruttivo, ha  corrisposto “un’altra maniera di condurre la lotta”. Perciò l’autore azzarda questa definizione: “Chiamiamo ‘destituzione’ – mélange di defezione e opposizione – questa uscita critica da un gioco stabilito e il tentativo di proporre un nuovo gioco”. Insomma, si tratta per i Gilet Gialli né più né meno di aver guadagnato una propria autonomia. Prendiamo appunti.

Quello del 2018/19 è stato il conflitto più violento in Francia dopo molti decenni, sia per quanto riguarda i rivoltosi, che per ciò che concerne la violenza poliziesca. Tuttavia non si tratta di un dato dovuto al fatto che il movimento sia stato animato da “professionisti della violenza” o comunque da sperimentati militanti: l’analisi sociologica della  stragrande maggioranza dei migliaia di fermati dimostra che non era gente già “socializzata” alla violenza di piazza, inoltre le inchieste hanno messo in luce che anche quelli che non partecipavano attivamente agli scontri li approvavano. Magari era gente che fino all’anno prima, quando guardava in TV gli scontri di piazza, pensava “li arrestassero tutti questi maledetti blac block!”. Il regime di percezione può trasformarsi, anche molto velocemente, se il conflitto non viene immediatamente imbrigliato dal dispositivo “movimento sociale”. Nella stragrande maggioranza dei Gilet Gialli si tratta di persone che non avevano mai fatto politica  e che, se votavano, lo facevano tanto a destra, anzi all’estrema destra, cioè per Le Pen, che a sinistra, anzi all’estrema sinistra, cioè per Melanchon, ma senza grandi convinzioni. C’è da aggiungere che secondo le statistiche dei sociologi, nella prima parte del movimento, coloro che avevano votato a destra erano la maggioranza. Altra lezione: l’impurità e la diversità ideologica, sostiene Jeanpierre, non è affatto una eccezione nei momenti rivoluzionari, bensì la regola. Ciò che mostra la Francia oggi è che i movimenti omogenei ideologicamente (perché dominati intellettualmente dagli apparati organizzati, etc.) sono entrati in crisi, semplicemente per il fatto che non funzionano più, oltre al fatto che non hanno mai vinto una battaglia in questi ultimi anni. Quello che è accaduto è una sorta di “normalizzazione” dello scontro di piazza, in realtà già cominciata con il movimento del 2016 contro la Loi Travail. Nonostante i tentativi ripetuti del governo e dei media per delegittimarli, la classica tattica della condanna delle violenze e della separazione del movimento in “buoni” e “cattivi” è fallita miseramente. A differenza di molti paesi, tra i quali il nostro, in Francia nessuno ormai è così scemo o in malafede da pensare che un vero conflitto politico non preveda l’uso della violenza. Lasciamo stare le gesuitiche, e francamente ridicole, definizioni tipicamente italiane del genere “uso ragionato della forza” – perché devastare intere arterie dello shopping non è altro che un uso politico di massa della violenza. Si potrebbe dire che questa violenza di massa serva giusto  a cambiare la percezione del reale tra i governanti e la cinica borghesia metropolitana.

La reazione del governo è stata duplice: da un lato l’intensificazione della repressione poliziesca e giudiziaria e dall’altra, oltre a cedere su molte richieste, l’apertura di canali di democrazia partecipativa. Secondo l’autore questi due modi “fanno sistema”, potremmo dire che costituiscono un “dispositivo” di governo. Evidentemente i due modi rispondono il primo alla tattica delle rivolte urbane e l’altro alla socialità delle rotonde. E ovviamente usano il secondo, la democrazia, per battere la rivolta di strada.

Le tre tattiche di lotta dei Gilet Gialli sono state dunque: rivolta urbana, occupazione delle rotonde/blocco dei flussi, diffusione e localizzazione (come critica pratica al centralismo francese, statale ma anche delle organizzazioni come partiti, sindacati, etc.). E’ la combinazione di questi 3 elementi che fa la novità-singolarità dei Gilet Gialli.

In particolare Jeanpierre si interessa della pratica di occupazione delle rotonde, anche perché è quella che permette di vedere meglio come questo movimento non sia affatto un soggetto unitario, ma presenti al suo interno almeno 3 o 4 indirizzi pratici differenti, a volte in conflitto tra loro ma che tuttavia non si escludono l’uno con l’altro, e questo proprio in base alla vera funzione delle rotonde: “Le rotonde sono state innanzitutto questo: uno spazio di incontro e condivisione, la riscoperta di una possibilità che era scomparsa dalla vita collettiva”. Una buona metà del libro è dedicata infatti all’analisi della localizzazione dei conflitti, tipica di questi ultimi anni, che l’autore pone in contrasto con la politica dei movimenti a cavallo del millennio che invece avevano puntato tutto sulla dimensione globale o transnazionale del conflitto. E, si comprende da ciò che dice Jeanpierre, questa localizzazione è il reverse delle politiche nazionaliste o sovraniste che si sono affermate ovunque, anzi potremmo pensare che siano la sola risposta ragionevole da opporgli. Non è un caso che nel conflitto hanno giocato un ruolo importante i comuni con i loro eletti e, prevede il ricercatore francese, continueranno a giocarlo con ogni probabilità nelle prossime elezioni locali nel 2020.

L’emergenza del livello locale del conflitto deriva, a suo avviso, anche dalla sconfitta del ciclo di lotte no-global che, attenzione, è stata innanzitutto una sconfitta politica, perché non ha fermato il neoliberismo, non ha affermato alcuna politica alternativa transnazionale, non ha saputo fermare la strage di migranti, infine non è stata in grado di prevedere e bloccare l’ascesa dell’estrema destra: battuti su tutta la linea. Tuttavia la preferenza locale non si riduce alla reazione a questa sconfitta, poiché i “legami di prossimità”, ci ricorda Jeanpierre, sono le risorse dei deboli quando nient’altro è disponibile: “Una delle singolarità più importanti del movimento è quella di aver costituito o riattivato delle reti di solidarietà capaci di trascendere, ovviamente in uno spazio-tempo limitato, non solo le differenze socio-economiche e di genere ma anche le dimensioni ideologiche e politiche”. Lezione: i grandi movimenti prossimi venturi si presenteranno con ogni probabilità con questa caratteristica, cioè quella di essere “impuri”, e il fatto che diventi egemone una tendenza o l’altra non è qualcosa di scontato in partenza – una spiegazione fra le altre del perché in Francia l’abbia spuntata la direzione più egalitaria e autogestionaria, di contro a quella marcatamente di estrema destra, hanno cercato di darla due ricercatori e attivisti americani in un articolo che abbiamo pubblicato il mese scorso. Se i due americani mettevano in luce come la distruzione generalizzata della proprietà privata sia un elemento che neutralizza l’opzione “estrema destra”, l’altro elemento è sicuramente l’attivazione di queste pratiche mutualiste e della presa di parola orizzontale, pratiche che si sono consolidate oltre ogni divisione sociale e ideologica.

I Gilet Gialli sono anche una sconfessione dell’approccio marxista alla lotta, nel senso che l’economia non è affatto centrale nelle loro rivendicazioni bensì ne è una fra le altre, in ogni caso essa “non è più l’oggetto di una critica teorica, generale o globale ma una riflessione concreta e pratica”. Quello che appare invece centrale è come organizzare autonomamente una “buona vita”, cosa che non può non scontrarsi verticalmente con le politiche governamentali. In questo scontro, l’occupazione delle rotonde è una tattica vincente in quanto, secondo l’architetto Eyal Weizman citato da Jeanpierre, operano una specie di “agopuntura politica”: “Una pressione collettiva esercitata attraverso di loro su di un solo punto del tessuto territoriale è suscettibile di affettare un insieme molto più esteso del flusso che le traversa”.

Nel racconto di Jeanpierre un segno caratterizzante del movimento è stato quello delle “capanne” costruite sulle rotatorie occupate. Ma, nota il ricercatore, è anche un segno che lo lega ad altri conflitti, altre lotte, altri movimenti contemporanei: campi di fortuna costruiti dagli immigrati, ZAD, studenti che occupano le università, occupazione delle piazze, ecc. Dappertutto spuntano capanne! Ma, attenzione, ci dice Jeanpierre, “la capanna non è un elemento dell’ambiente urbano che viene detournato dalla sua funzione dai gilet gialli; è una costruzione volontaria, il modello in scala di una altro mondo possibile di relazioni umane e, in alcuni casi, di rapporti inediti con la natura e i suoi esseri”. In questo senso la capanna dava alla mobilitazione gialla il suo singolare tono ecologico e mostra come il processo destituente contenga in sé elementi di costruzione o quantomeno di prefigurazione di un’altra vita.

L’altro elemento di forza del movimento dei gilet gialli è stato certamente l’uso di massa dei social media. Capanne e tecnologie della comunicazione hanno costituito l’infrastruttura della lotta.

Certo, anche il “locale” viene interpretato e vissuto in maniera differente dai vari protagonisti della lotta. Vi sono quelli che vedono “nel ritorno del ‘locale’ l’apparizione di una figura della ‘terra’ o del ‘mondo’, nel senso quasi metafisico di queste parole”, mentre altri mettono l’accento sul crescere dell’importanza dei “collettivi” al posto delle vecchie organizzazioni della contestazione. In tutti i casi, l’immaginario legato alle utopie comunitarie o comunaliste è stato presente, pur se in maniera ancora marginale, mentre lo era in modo massiccio nel movimento del 2016 in Francia, o nel 2011 a Oakland. Si parla della “comune” avendo presenti referenze storiche disparate, il comune medievale, la comune rivoluzionaria del 1793 o la Comune di Parigi del 1871 ovviamente. Poi vi sono quelli che parlano del comune in quanto forma giuridica o principio politico “più o meno alternativi al capitalismo”. Tuttavia, come modello più interessante di “comune delle comuni”, Jeanpierre propone e analizza più approfonditamente la storia dei kibbutz israeliani in quanto realizzazione storica maggiormente vicina all’idea anarcocomunista di Kropotkin,  Landauer e Buber e che pare entrare in singolare sintonia con i desideri degli attuali protagonisti della costruzione comunalista.

Quindi pone alcuni dei problemi che sono oggi discussi a riguardo del “come” pensare praticamente una rivoluzione comunalista. Ad esempio la questione della “scala”, della taglia che dovrebbe avere la comune in quanto unità politica, un problema di ardua risoluzione in relazione alla metropoli e alle città di taglia media e grande dove vive la maggioranza della popolazione mondiale. Ricordiamo che sono questioni già presenti anche nei primi anni della rivoluzione sovietica, quando gli architetti “disurbanisti” progettavano di smembrare le grandi città borghesi e immaginavano altre forme dell’abitare.

Nelle sue conclusioni Jeanpierre ci fa comprendere che si era data con troppa fretta l’assunzione del cosiddetto postfordismo come qualcosa di compiuto, mentre in realtà proprio questi conflitti mostrano che il fordismo, come sistema di regolazione sociale, è ancora in via di decomposizione, un processo difficile che proprio le lotte come quelle dei Gilet Gialli possono portare al suo compimento attraverso la creazione di un nuovo spazio di politicizzazione. Il problema per i Gilet Gialli, come di qualsiasi movimento attuale, si pone al momento dell’inevitabile riflusso, che è il momento in cui le organizzazioni tradizionali riappaiono e cercano di “ricodificare nel repertorio d’azione e parole d’ordine generali della sinistra” l’energia destituente, per cui ricompaiono i vecchi e perdenti feticci: unità, convergenza delle lotte, anticapitalismo, etc. Così come anche la questione del “locale” non è e non sarà immune da tendenze reazionarie, se non fasciste. Tutto è in gioco, niente è ancora deciso. Quel che è certo è che i Gilet Gialli hanno posto a livello generale, quantomeno europeo, una “taglia” del conflitto sotto la quale nessun movimento di massa reale può andare, pena la sua radicale irrilevanza.

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Falene XIV -XV

di Bianca Bonavita

XIV.  Custodia cautelare

Ogni vita non è che il tempo sospeso della sua custodia cautelare. L’attesa del giudizio, il processo e la pena, si sa da tempo ormai, sono la stessa cosa.

La porta dell’ascensore era scomparsa. Davanti a lui la distesa di scrivanie con rispettive sedie girevoli, monitor e tastiere. Nessun paravento verde a separare le postazioni. Nessuno alzò gli occhi dal proprio schermo a salutare il suo arrivo. Non c’era nulla di strano nella sua presenza. La consueta indifferenza lo accolse.

F capì subito che non era mai successo nulla. Per tutte le persone sedute a officiare in quell’ufficio F non se n’era mai andato, non era mai scomparso nel nulla. Era semplicemente appena entrato dalla porta come era solito fare ogni mattina. La latitanza, la libertà, il processo, divennero subito immagini sfuocate nella sua mente.

La realtà prese di nuovo il sopravvento.

Eppure il tempo era trascorso. Attivato il suo computer lesse la data. Era passato un anno, un intero giro di sole dal suo primo giorno di latitanza.

Il suo capoufficio, senza degnarlo di uno sguardo, passandogli accanto gli gettò un fascicolo sulla scrivania. Era un libretto di istruzioni da controllare, un arricciacapelli.

Era passato un anno, ma tutti si comportavano come se quell’anno non fosse mai passato, come se la mattina in cui F sposò il suo esilio si fosse invece presentato al lavoro come tutte le mattine.

Ma di quale pasta era fatto quel “come se”?

Aveva il gusto giocoso di un fare finta o il sapore tragico di un per davvero?

Era uno scherzo ordito solo alle sue spalle o una realtà beffarda che si prendeva gioco di tutti? Erano davvero così insignificanti quelle vite, così indifferenti a se stesse e agli altri da non accorgersi di un’assenza così prolungata?

F alzò gli occhi sopra l’orizzonte del suo schermo. Erano tutti impegnati a funzionare, a svolgere la propria mansione, ad assistere, a rappresentare, a servire a qualcosa da bravi Kraus, una sensazione ben impressa nella memoria, che F aveva quasi imparato a dimenticare.

C’era il padre di famiglia sempre aggrottato che si occupava delle questioni legali. C’era la responsabile delle spedizioni, taciturna come sempre. C’era la segretaria del grande capo, nascosta con i suoi sogni sotto qualche duna di trucco. C’era il capoufficio, infaticabile e fedele, sempre in piedi a smistare le pratiche. C’era quel giovane tuttofare sempre entusiasta  che F non aveva mai tollerato. C’era il contabile con la sua calvizie e le sue nevrosi, un gran corridore, correva tutte le mattine per un ora prima di recarsi al lavoro. C’era il responsabile degli autisti con la sua voce insopportabilmente alta e quel piglio fastidioso da grand’uomo. C’era la traduttrice di inglese, francese e spagnolo, decisamente la creatura più bella e interessante dell’ufficio. E quella di cinese, una tipa allegra, che cercava sempre di tirare su il morale a tutti. E infine, dietro la porta a vetri opaca del suo ufficio, c’era l’ombra del grande capo del nulla, ministro del regno della distribuzione, agente sotto copertura della disgregazione.

Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per qualcosa di ragionevole e di proficuo?(…) sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornano a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei (…)”[1]

Quello era il mondo della Transalp Logistic, il mondo che da un anno aveva abbandonato e che ora gli si presentava dinnanzi inalterato e imperturbabile in tutta la sua necessità.

Aprì la posta elettronica. C’erano duemiladuecentosette mail da leggere. La richiuse immediatamente  e lasciò che il salvaschermo riportasse alla luce la materia. Prese in mano il libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli e iniziò a leggere.

Non c’era scritto nulla sul processo, né tantomeno sulla custodia cautelare. Non era spiegato in quelle istruzioni il senso della sua storia,  non si dava alcuna chiave per comprendere la sua vicenda. Non si spiegava perché fosse passata inosservata la sua assenza. E non si diceva nemmeno dove si trovasse A. in quel momento.

Anche lei era stata riportata alla sua vecchia vita? Perché non aveva mai voluto dirgli cosa facesse prima della latitanza? Il pensiero di saperla in un altrove ignoto e irraggiungibile lo faceva impazzire e il sapere che questo era comunque il destino degli amanti non lo consolava affatto.

Non servono quasi mai a niente i libretti d’istruzione.

Aveva sempre preferito tradurre le garanzie. Per quanto accurato sarà il montaggio e corretto l’utilizzo, verrà sempre il giorno in cui si leggerà la garanzia, apodittica nel suo verdetto di vita o di morte.

Aveva sempre prestato molta attenzione a tradurre le garanzie, sapeva che di tutte le parole che accompagnavano i prodotti nelle loro scatole quelle che illustravano le garanzie erano decisamente le più lette e le più utili da leggere. Rappresentavano una seconda possibilità, una miracolosa salvezza, un’assicurazione per la vita. Era una questione delicata tradurre le garanzie, non ci si poteva permettere alcun errore, a volte ne andava della differenza tra un sì e un no, tra la sopravvivenza e il lento disfacimento sotto una montagna di rifiuti.

Non c’erano errori nel libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli.

Alle cinque e trenta F si alzò dalla sedia e si diresse verso l’uscita. Non c’era niente di strano. Anche i suoi colleghi raccoglievano le loro cose e si preparavano per uscire.

Fuori la città continuava a brulicare, estranea e inabitabile, così come l’aveva lasciata un anno prima. S’incamminò per le strade che aveva per anni attraversato come si attraversa una galleria, di fretta e senza attenzione, senza pensare troppo all’enorme massa di terra che preme per sfondare la volta.

Tutto gli appariva sotto una nuova luce, i passanti, le automobili, le vetrine, gli edifici, era come tornare dall’oltretomba per scoprire che ogni cosa aveva fatto a meno di lui così come lui, del resto, aveva fatto a meno di ogni cosa.

Gli era sempre parsa intollerabile la sopravvivenza delle cose alle persone, di tutti quegli oggetti che alla morte di una persona chiedono conto a chi resta del loro abbandono, come se fosse colpa dei vivi quella solitudine stridente che abita le case vuote dei morti.

Stridono nei cassetti le posate, fregandosi le une contro le altre, stridono i bicchieri dalle ultime impronte le loro invisibili crepe, stridono i piatti del servizio buono di quel surplus d’inattività che li aspetta, stridono le fotografie che non stanno più nelle cornici dalla voglia di scappare via, stridono i dischi le loro note ammutolite, stridono i libri sugli scaffali senza parole, e stridono, come stridono, i vestiti vuoti nell’armadio, di un vuoto nuovo, stridono i cardini delle porte e i vetri delle finestre, stridono le coperte e le molle del materasso, stride anche il pavimento ad ogni passo. Stridono le cose dei morti prima della loro diaspora.

Ora però la trovava equa quell’indifferenza: non sono solamente le cose a fare a meno dei morti, sono anche i morti a fare a meno delle cose. Lo sapeva perché anche lui, non morto, ne aveva fatto a meno.

Quando arrivò al portone del suo palazzo si fermò un attimo davanti ai campanelli.

C’era ancora. Il suo nome c’era ancora.

Salì le scale fino al secondo piano e si arrestò davanti alla porta del suo appartamento, la sua piccola scatola da scarpe, il luogo dove per anni non aveva fatto altro, conformemente al suo libretto d’istruzioni, che appartarsi dal resto del mondo.

La porta era aperta. Era abbastanza certo di essere stato lui a lasciarla aperta un anno prima, il giorno in cui si diede alla latitanza. Entrò.

Come in ufficio, nulla era cambiato, soltanto la polvere a segnare il passaggio del tempo.

Si aggirava per le stanze a far domande, come i dispersi aliti di vento nella casa abbandonata della signora Ramsey. Ci sono scelte da cui non si torna indietro, si rispose.

Scostò le tendine della camera da letto. Quel muro era ancorà lì, a sigillare l’orizzonte.

Non pensò nemmeno per un attimo di essere tornato in libertà.

XV Classificatori Leitz

Quella notte dormì di un sonno profondo e senza sogni.

L’indomani gli sembrò che la cosa più sensata da fare fosse quella di andare in ufficio.

All’angolo di una strada vide un ragazzo che faceva volare enormi bolle di sapone. Si fermò a osservarlo: c’era qualcosa di incongruo nella sua figura. In quel momento una donna lo urtò distogliendolo dalle sue meditazioni e girandosi ebbe la sensazione di essere osservato. Quella sensazione gli rimase fintanto che non entrò in ufficio. Lì, la sua presenza passò inosservata come sempre, benché tutti scambiarono con lui i consueti convenevoli.

Sedette alla sua scrivania e accese il computer. Ancora non aveva affatto chiaro se i suoi colleghi stessero recitando o fossero sinceri. Nel dubbio decise di fingere e di interpretare la sua parte di bravo traduttore di tedesco.

Aveva bisogno di tempo per raccogliere le idee. E chissà che nel frattempo qualcuno non si tradisse, facendogli involontariamente intendere che erano perfettamente a conoscenza di tutto quanto.

Aprì di nuovo la posta elettronica e si mise a leggere una delle ultime mail che gli erano arrivate. Ma la sua testa era altrove.

No, quello non sarebbe diventato di nuovo il suo ufficio.

No, no, questo non diventerà il mio ufficio, pensai. Non mi lascerò dominare dai classificatori Leitz. Milioni di persone sono dominate dai classificatori Leitz e di quell’umiliante dominio non riescono più a liberarsi, pensai. Milioni di persone sono oppresse dai classificatori Leitz. L’Europa intera, da un secolo, si lascia opprimere dai classificatori Leitz, e l’oppressione dei classificatori Leitz si inasprisce, pensai.”[2]

I classificatori Leitz erano diventati immateriali, organizzavano lo spazio del pensiero, raccoglievano ogni flusso di movimentazione della realtà. Per un anno era vissuto libero dal dominio dei classificatori Leitz e ora poteva sentirne ancora più dolorosamente l’oppressione.

Non solo milioni di persone erano dominate dai classificatori Leitz, da cui peraltro non poteva che continuare a nascere tutto il banalissimo male possibile, ma anche quasi tutta la letteratura era dominata dai classificatori Leitz, era una letteratura piccolo borghese da ufficio, da funzionari e impiegati, una letteratura funzionale e ben funzionante, una letteratura pieghevole e ben impiegata.

E non era questione di proclami, manifesti ed epiche rivoluzionarie, era un problema di lingua imbrigliata nell’atto di significare, di un Narciso incapace di guardarsi allo specchio senza annegare nell’impacciato amplesso con la pagina bianca.

Non fu un caso se l’impiegato Kafka e l’impiegato Walser non scrissero una letteratura da impiegati e da funzionari. Non fu un caso se un marinaio concepì Bartleby.

Forse per scrivere occorre poter essere stati in coffa a contemplare quel mare straniero di parole su cui navighiamo. Ed è forse da lassù, osservando dall’alto la sua vicenda, che F avrebbe trovato una via d’uscita.

Se resta sempre qualcosa di impensato, è dalla coffa che si può iniziare a pensarlo.

Una voce lo distolse dai suoi pensieri.

– Il capo ti vuole parlare. – Sentì dire in tono allusivo al capoufficio.

Ci siamo, pensò.

Non aveva mai saputo molto del titolare. Tutto passava attraverso il capoufficio, i contatti con gli altri dipendenti erano ridotti al minimo e il più delle volte non andavano oltre un buongiorno buonasera. Era sulla sessantina, tutt’altro che ingrigito, sembrava appagato dalla sua vita. O almeno questo dava a intendere. Aveva una famiglia, una moglie e due figlie. Di lui F non sapeva altro. Era entrato nel suo ufficio soltanto un paio di volte, di cui una quando firmò il contratto.

– Si sieda – gli disse con gentilezza.

– Ben ritrovato F. La sua mancanza si è fatta sentire.

Dunque almeno lui sa, si disse F. Come avrebbe potuto d’altronde non sapere?

– Di questi tempi non è facile trovare un bravo traduttore come lei, una brava persona, un bravo impiegato insomma. Per carità, ci siamo arrangiati, ci si arrangia sempre, nessuno è insostituibile. Ma fa piacere averla di nuovo tra noi.

In quel “noi” ci mise una strana intonazione, come se alludesse a qualcosa che F avrebbe certamente dovuto intendere. Incrociò le mani dietro la nuca e inarcò la schiena all’indietro facendo flettere lo schienale della sua sedia girevole.

– Speriamo che ora stia davvero meglio. Ci ha fatto preoccupare sa? Devo confessarle che abbiamo temuto il peggio. Con tutti quei suicidi sotto ai treni. Ma eccola qua, in carne e ossa, pronto a nuove avventure transalpine! Certo deve aver passato un periodo difficile, superare quel tipo di operazioni non è cosa da tutti i giorni.

Di cosa stava parlando? A quale operazione si riferiva? Come poteva sapere dell’operazione? E poi lui non aveva subito ancora nessuna operazione, l’uomo vestito da maggiordomo aveva parlato di custodia cautelare, non di operazione.

– Speriamo che non le facciano troppo male i punti di sutura. Ma no! Lei ha una bella scorza, una tempra d’altri tempi. Siamo certi che ritornerà a funzionare come prima. Intanto si prenda un periodo di convalescenza qui da noi, nel suo beneamato ufficio. Faccia finta di essere in vacanza in uno di quei bei sanatori di montagna. Il suo immaginario dovrebbe esserne popolato. E se vuole leggere i suoi libri legga pure, in questi primi tempi non la tormenteremo troppo con traduzioni e corrispondenze, ora ha bisogno di riposo e di svago. Ci sarà tempo per ritornare in pista a tutti gli effetti! Si goda questa bella aria condizionata! Non trova che sia veramente afoso in questi giorni?

F era decisamente confuso. Tra l’altro non era affatto afoso fuori visto che era una bella giornata di primavera. E poi di quali punti di sutura stava parlando? D’un tratto gli sovvenne un dubbio atroce e iniziò a tastarsi la testa in cerca di una cicatrice.

– Mi raccomando però caro F, non faccia colpi di testa! – E lo disse osservando la sua mano ancora intenta a tastarsi la testa. – Siamo responsabili per lei . Se dovesse succederle di nuovo qualcosa…

Non finì la frase. Si oscurò in volto e distolse lo sguardo dagli occhi straniati di F.

– Faccia così, quando lei sente che un altro attacco si sta avvicinando, ci dica qualcosa, ci parli, ci chiami, anche di notte, non esiti ad avvisarci. Insieme potremo tenere meglio a bada la cosa. E ora vada pure, ritorni alla sua postazione, al suo ponte di comando! Ogni tanto, se non la disturba, la farò chiamare per continuare la nostra conversazione. È piacevole parlare con lei mio buon F!

Non aspettò che F uscì dalla stanza per ritornare alle sue carte.

F tornò alla sua scrivania con la testa solcata da mille pensieri. I suoi colleghi, come se nulla fosse, continuavano il loro lavoro. Se stavano fingendo erano tutti degli attori mancati.

Ma che fingessero o meno cosa sarebbe cambiato in fondo? Ora doveva soltanto preoccuparsi di fare come gli aveva detto il capo. Doveva continuare a temporeggiare, assolvere i piccoli compiti che gli passava il capoufficio e dimostrare, mettendosi ogni tanto a leggere alla scrivania uno dei “suoi libri”, che era in una buona disposizione d’animo e che aveva ben inteso il discorso del capo. E intanto doveva pensare a come darsi nuovamente alla macchia, a come sottrarsi a quell’assurda custodia cautelare. Avrebbe preferito una cella al suo ufficio, al suo maledetto appartamento.

Perché non rifare tutto daccapo allora? Perché non latitare di nuovo? Perché non lasciarsi per una seconda volta alle spalle tutto quanto? Continuare a dire sì alla latitanza, rinnovarla ad ogni istante. No, questa volta era diverso, non sarebbe stata una latitanza, ma una fuga. E chi latita non fugge. Sarebbe stata una latitanza vecchio stampo, che è una fuga in difesa della libertà, un luogo dove si fugge da un mandato di cattura spiccato per un determinato reato. Non c’era nessuna libertà in nome della quale fuggire. Sottrarsi alla custodia cautelare sarebbe stato il suo reato, anche se la custodia cautelare era per un crimine impossibile che non aveva mai commesso. Aveva voluto prevenire con la sua latitanza un preventivo mandato di cattura. E  aveva ottenuto la possibilità di un mandato di cattura consuntivo. Ma forse così avrebbe anche ottenuto un vero processo in un vero tribunale, il che sarebbe stato preferibile a quel falso processo in quel falso tribunale. Eppure gli era sembrato tutto così vero, i magistrati, lo scranno vuoto sull’altare, tutte quelle persone infervorate sedute in platea con le loro bibite, e gli altri detenuti poi erano veri, A. era vera, di questo non poteva dubitare. E se anche A. fosse stata invece una fantasia? Un sogno? A questa eventualità non aveva ancora pensato. Perché non gli aveva mai parlato del suo passato? Di cosa in realtà avevano parlato?  Non si ricordava più nulla di lei. Non si ricordava più nulla di tante cose in verità.

La città non era cambiata dal coperchio del suo palazzo.

I suoi pensieri turbinavano così vorticosamente che nemmeno si accorse quella sera del tragitto tra l’ufficio e il suo appartamento. Le pentole non erano esplose. Nessuna sommossa montava all’orizzonte, nessun rogo nei quartieri, nemmeno l’ombra di Jacob e del signor Benjamenta tornati dal deserto attratti dai bagliori della città in fiamme. Tutto era come prima, a parte, presumibilmente, qualche vecchio cuore spento e qualche nuovo cuore acceso, pulsare in segreto tra le mura, ignaro e prigioniero.

Non si ricordava nemmeno più quando e dove avesse incontrato A…

Il ricordo di quel tempo idilliaco trascorso con lei non era fatto di immagini ma di pura sensazione. Iniziava a dubitare che fosse regolarmente depositato nell’annovero dei fatti accaduti. E così ogni ricordo della sua latitanza.

Era un ricordo fatto di nuvola.

[1]Robert Walser, I fratelli Tanner,op. Cit., p. 32-33

[2]Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Milano 1996, p.461

Hanno ammazzato l’Xm: l’Xm è vivo

 di Bianca Bonavita

Il 6 agosto, alle prime luci dell’alba, nello storico quartiere della Bolognina, Xm24 è stato sgomberato dalle forze di polizi su mandato dell’amministrazione democratica.

Ultimo baluardo di un diverso modo di stare insieme in un quartiere popolare in stadio avanzato di gentrificazione da localini. Ultimo vecchio edificio da vecchio mercato ortofrutticolo, basso, modesto, quasi umano, in un’area in mano alla speculazione da grattacieli mai finiti o semivuoti, che si specchiano come anime riflesse nei vetri della nuova anonima sede del Comune.

Uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini, uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini. In quell’isolato non c’è spazio per altro nel piano normalizzatore dell’amministrazione.

I palazzoni fantasma abitati da sparute persone disperse in migliaia di metri cubi di cemento,  circondati da collinette di detriti e macerie, non deprezzano la zona.

XM24 pare di sì.

Ci sono affari e affaristi di riguardo a dettare l’agenda, a disegnare il paesaggio dello sfacelo, a decidere il prezzo al metro quadro, a guidare le ruspe dell’apocalisse. Che hanno iniziato subito ad abbattere muri, a scavare buche per piantare i pali della recinzione che dovrà proteggere i lavori di riassegnazione d’uso di quelle mura che hanno segnato la storia di Bologna di inizio millennio.

Al loro posto sorgerà un sedicente quanto finto cohousing, edilizia popolare sbandierata nei mesi passati come alibi socialista per lo sgombero.

Vera fucina, spazio di incontri, di intrecci, di memorie comuni, tutto ciò che di bello e vivo si è mosso a Bologna dal dopo Genova è passato, quando non è nato, dentro XM24.

E giustamente, coerentemente con i piani di Sauron e del nulla che avanza, l’amministrazione democratica della Bologna city of food, di Fico, di Unipol, di Legacoop e della speculazione edilizia a reti unificate, un mattino d’agosto a quattrocento passi e a quattro giorni di distanza dalla commemorazioni per la strage della stazione, ha ben pensato di fare tabula rasa di tutta la bellezza che abitava tra quelle mura.

Eravamo lì, come tante, a piangere e a gridare con un sasso in tasca non tirato.

A ballare anche, a ridere e ad abbracciare chi era parte di quella storia infinita, parte di una memoria condivisa, di una cospirazione amica.

Sul tetto sventola la bandiera Fuoco alle galere, poco sopra l’ennesimo Ryanair romba verso il Marconi, anch’esso verso il nulla che avanza.

Alla fine della giornata la vittoria è politica: nessuna denuncia per le resistenti sul tetto e una lettera firmata da un assessore che promette uno spazio fisico adeguato all’Xm 24 nel quartiere Bolognina entro il 15 novembre. Promesse da mercanti?

Ma la vittoria più grande del 6 agosto è stata la dimostrazione che lo stabile di via Fioravanti, ora in mano al nemico, era solo la crisalide di uno splendida farfalla che quel giorno ha lasciato quella veste, e che Xm24 è prima di tutto un luogo dell’anima, ferito, ma vivo.

Vivo nei corpi di chi lo ha attraversato in questi anni, nelle forme-di-vita rivoltose che anche grazie a Xm24 sono sbocciate.

Vivo nel gesto mattutino di detournare lo sgombero in tragedia alla parola d’ordine di Medea.

Voci che cantano la morte e la rigenerazione, si chiamano, si rispondono, chi è ancora dentro appesa a un trapezio, chi è fuori davanti a un cordone sgomento di divise, che si ritrovano pubblico e attori inconsapevoli. La messa in scena dello sgombero viene rivoltata in poesia.

Davanti a quella recinzione, davanti a quella Medea situazionista e pasoliniana abbiamo avuto la sensazione di vivere un’altra forma del tempo, un qui e ora in cui stava accadendo qualcosa di grande e di arcaico.

Questo il testo firmato XM24 recitato la mattina dello sgombero.

M = Medea

C  = Coro

V = Vello d’oro

G = Giasone

T = Tutt@

 

M: Me_dea, sono figlia di Eete, re della Colchide, e nipote della maga Circe,

C:  E come lei dotata di poteri magici.

 

M: Magia, seduzione, mistero, coraggio ed inventiva; sono l’esaltazione dionisiaca di una forza vitale pre-simbolica,

C: anteriore alla civiltà, legata alla Terra e al mistero dell’esistenza.

 

M: Me_dea, che discendo direttamente dalla grande madre, e come lei conosco i misteri della vita e controllo l’energia della natura, vogliono sottomettermi a ruoli subalterni di fattrice o decorativi di moglie, amante e puttana.

C: La società patriarcale spezza il legame dell’idea astratta con la natura regalando l’umanità alla tecnologia.

 

M: Per lasciare una traccia nella storia degli uomini mi libero del ruolo di figlia, sorella, sposa e madre, e ribalto le immagini stereotipe della femminilità diventando un modello positivo di sovversione.

C:  Porti disordine.

 

M: I classici raccontano di Me_dea, la barbara, con confusi e oscuri pregiudizi. Terrorizzati dai miei poteri e dalla mia diversità, attingono a mani piene dalla tradizione sinistra dei miti

T: Smembramenti, infanticidi, parricidi.

 

M: La storia si cristallizza su Me_dea, sorella e madre assassina, e niente della mia vita passata e futura avrà più significato

C: Sarà Me_dea a riconquistare il regno e non Giasone.

 

M: Giasone e gli argonauti, alla conquista del vello d’oro, ricerca che diventa ambizione, nuovi concetti per nuovi desideri.

 

V: Io sono il vello d’oro, sono bella, sempre giovane, coccolata e corteggiata, sono volubile, languida e attraente; suono l’arpa  e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza. Io sono ciò che tutti vorrebbero essere; sono in technicolor; sono l’estrema utopia e l’estrema magrezza; l’irraggiungibile perché, se mi raggiungi, immediatamente sono esanime, repulsiva, dispotica, terrificante e tiranna e rimpiangerai di averlo fatto; vivrai i tuoi giorni nel dolore e nell’ossessione del mio amore.

Ma normalmente suono l’arpa e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza, indifferente alle sorti del mondo.

 

M: E siamo arrivate qui, in questo scenario apocalittico, con il mondo in mano a piccoli tiranni con grandi poteri.

T: Dove una volta sorgeva una città, una cultura millenaria, monconi di costruzioni mai ultimate, ma già fatiscenti, fanno da scenario al rapido declino dell’umanità.

 

M: Le visioni distopiche di pochi illuminati sono diventate realtà. Essi non governano

C: manipolano coscienze.

 

G: Mi credevo un astuto avventuriero, un tempo, alla guida degli Argonauti. Salutandoci a bordo dell’Argo

C: Il vaso splendente

G: I potenti salmodiavano che avremmo conquistato l’immortalità e riportato in patria l’estremo rimedio contro i mali del mondo

C: Essi mentivano

 

G: E continuano a mentire. Nel corso dei millenni ho truffato, ucciso, tradito. Mi sono macchiato di delitti orrendi

C: per soddisfare la loro sete di potere.

 

SIRENE: Noi siamo aliene a tutto, anche a noi stesse; siamo frutto dell’immaginario. Non siamo reali, siamo un sogno per alcuni ed un incubo per altri come sempre la diversità. Trastullandoci nel multiverso, nostro malgrado, abbiamo messo a punto una sequenza armonica capace di sopire le coscienze.

 

C: Estremo rimedio contro i mali del potere.

 

G: Ma le coscienze non rimangono sopite a lungo.

C: Il desiderio di libertà è più forte di ogni dispositivo.

 

G: Ed ora il dispositivo è scomparso. Lo volevano tutti

T: I tiranni per potenziarlo, e il popolo per distruggerlo.

 

G: E allora mi sono detto perché non venderlo al migliore offerente.

T: Bramosia ed ottusità, è così che va il mondo.

 

M: Ma quando i piccoli tiranni perdono i loro poteri

C: I popoli insorgono

 

T: (poesia di Katerina Godou)

 

Non fermarmi. Sto sognando.

Abbiamo vissuto proni secoli d’ingiustizia,

Secoli di solitudine.

Ora no. Non fermarmi.

Ora e qui, sempre e ovunque.

Sto sognando la libertà.

Facciamo sì che la bella unicità,

Di tutti,

Ripristini l’armonia dell’universo.

Giochiamo. Conoscenza è gioia.

Non certo un obbligo scolastico.

Io sogno perché amo.

Grandi sogni su nel cielo.

Gli operai delle fabbriche occupate produrranno cioccolato per il

mondo.

Io sogno perché SO e perché POSSO.

Sono le banche a creare i “ladri”.

Le prigioni i “terroristi”.

La solitudine “gli emarginati”.

I prodotti “il bisogno”

I confini gli eserciti.

Tutto deriva dalla proprietà.

La violenza genera violenza.

Ora no. Non fermarmi.

È giunto il tempo per ristabilire l’etica come prassi finale.

Fare della vita una poesia.

Fare della vita una prassi.

È un sogno possibile, possibile, possibile,

IO TI AMO,

E non fermarmi, non sto sognando. Io vivo.

Tendo le mie mani,

Verso l’amore, la solidarietà

La libertà.

Tutte le volte che ricomincia daccapo.

C: Io difendo ANARCHIA.

Falene XII e XIII

di Bianca Bonavita

XII. Sul conto di A.

Due parole sul conto di A.

Su di lei indugia l’inchiostro che sarà, ed è legittimo che si voglia conoscere qualcosa di più che una lettera puntata.

Se fosse F a doverne parlare forse scomoderebbe quell’angoliera dei liquori in cui aveva cercato per anni il suo gioco perduto e magari si spingerebbe anche a dire che A. era colei che aveva sempre amato in quel luogo indecifrabile del suo passato. Poi non saprebbe di certo come proseguire, per parlare di certe cose si deve essere degli eccellenti narratori e lui, in materia, è sempre stato piuttosto scarso.

Ma siccome non è F a doverne parlare, allora spetterà a chi scrive far presente che è legittimo omettere ogni ulteriore parola sul conto di A..

Semplicemente vi sono questioni che il bianco reclama a sé.

Quel bianco che siamo abituati a pensare come sfondo su cui corrono le belle lettere, ma che forse è la vera scrittura in rilievo, il vero testo da saper leggere, precipitato su un foglio nero a stemperarne l’oscurità, ad addolcirne il mistero. Se così fosse allora questi segni neri sarebbero solo scherzi del vento, squarci, chiazze insepolte dell’eterna notte a fare da paesaggio ad eleganti finestre di arabeschi. Allora sarebbero loro, queste colline bianche innalzate sull’oscurità, a serbare il rovescio di ogni libro, il suo autentico volto, là dove si affollano, scalpitano e scalciano tutti i significati, là dove resta scritto per sempre, a saperlo leggere, ciò che non è stato scritto, ciò che si è potuto non scrivere, ciò che ha scritto la mano che non tiene la penna.

È solo su quelle colline che possono trovare asilo gli amanti, è lì, che a saperla ascoltare, si racconta e si lascia raccontare la storia del loro eterno perdersi e ritrovarsi, la storia d’amore tra  A. ed F .

E al di là del bianco che reclama, in queste pagine ci si è fatti l’idea che A. non sia affatto il personaggio di una storia, un’astratta identità da mettere in scena, da rappresentare, da raccontare, ma che sia ancora persona, una maschera di legno a nascondere un volto, ad amplificarne la voce. E quando si ha a che fare con una persona, con un pezzo di legno che a forza di recitare si è fatto carne, con questa carne dimentica del suo essere maschera o fantasma, allora le parole arretrano, ammutoliscono. Non si può togliere ai fantasmi il loro ultimo velo.

Per questo A. resterà dietro quel suo punto franato come un sasso dalla cima innevata di un monte, come un mattone di troppo ai piedi di una piramide, un enigma in più tra gli altri da risolvere.

Sono certo che F mi ringrazierebbe per questo riguardo.

In quanto a lui le cose stanno diversamente, siamo entrambi dallo stesso lato della barricata, là dove nessun dialogo è ancora possibile. Egli non è più persona, né ancora personaggio, e se per caso si era fatto qualche illusione in proposito non me ne voglia per questo. Non ci sono punti ai suoi piedi a nascondere altro, non ci sono nomi, è soltanto lettera, una lettera morta che soffia e brucia il suo tormento.

XIII.  La stanza delle fotografie

Una porticina si aprì alle spalle di F.

I magistrati si dirigevano in fila verso l’uscita dell’Aula di Giustizia. Al loro passaggio tutto il pubblico in piedi li acclamava gridando e battendo le mani.

F sentì una voce maschile profonda e avvolgente provenire dall’oscurità oltre la porta.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

Perché la riaccompagno? F non ricordava di essere stato in una cella.

Ebbe appena il tempo di voltare lo sguardo e intravedere A. scomparire dietro un’analoga porticina che la voce ripetè il suo invito.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

F non potè far altro che seguire la voce.

Gli occhi si dovettero abituare all’oscurità per accorgersi della sagoma imponente del padrone della voce che camminava davanti a lui attraverso un lungo e stretto corridoio. L’uomo sembrava vestito da maggiordomo o qualcosa del genere, camminava impettito con un incedere che non ammetteva esitazioni.

L’oscurità del corridoio s’infittiva. F faceva fatica a stare al suo passo e a volte perdeva il contatto visivo con la sua sagoma.  L’idea di rimanere indietro anche solo di qualche metro non gli piaceva affatto. In qualche modo la sua presenza lo rassicurava.

Non c’era nessuno in quel corridoio a parte loro due. Dov’erano finiti tutti gli altri imputati? In che razza di tribunale era finito? Dove lo stava conducendo quell’uomo?

Camminavano ormai nel buio da una decina di minuti e l’idea di rimanere solo in quel corridoio iniziava ad atterrirlo. Non vedeva l’ora di arrivare alla sua cella.

All’improvviso un fascio di luce lo abbagliò per investirlo poi interamente. Quando riuscì ad aprire gli occhi l’uomo era scomparso.

Si trovava in una stanza luminosissima e senza finestre. Ai muri bianchi, come pitturati da poco, effettivamente c’era un intenso odore di vernice, erano appese delle fotografie. Al centro di una delle pareti la porta di un ascensore.

F si avvicinò alle immagini incorniciate e un brivido gli corse lungo la schiena. Erano tutte fotografie del suo passato, della sua vita precedente alla latitanza.

La prima che notò fu la fotografia del suo primo giorno di scuola, immortalato da suo padre sui gradini di casa nell’ombra del portico con il fiocco blu sulla divisa nera a sigillare il suo sacrificio, un raggio di sole a conficcargli un cuneo di tristezza tra il labbro superiore e l’occhio sinistro, la cartella nuova ancora profumata di cartoleria appesa alla mano destra con il suo carico di inganni e di matite colorate, il capo un po’ piegato come si conviene ad ogni bravo impiegato e un ritaglio di cortile illuminato di settembre alla sua sinistra che si perdeva oltre il bordo come si perdeva quel giorno, irrimediabilmente, la sua infanzia.

A volte nei ricordi, nelle immagini in cui si presentano i ricordi, fanno irruzione delle sensazioni provenienti da quegli istanti. Non arrivano ad essere sensazioni anche nel presente, restano come avvolte dall’involucro del ricordo, ma dentro a quell’involucro sono vive, palpitanti, e scalpitano per uscire.

Restò a lungo davanti a quella fotografia, fu invaso al petto da uno strazio caldo di invisibili tessuti; il bulicame dei teschi negli ossari sommessamente saliva i declivi della sua anima fino al groppo arido della gola senza mai poter sciogliersi in pianto.

Chissà se si stavano disfacendo bene i corpi dei suoi genitori. Sicuramente quello di sua madre era ad uno stadio più avanzato. Pare sia una cosa molto soggettiva. Dicono anche che chi ha assunto tanti farmaci si conservi più a lungo. Comunque fosse si augurava che tutto stesse andando per il meglio e che tutti gli elementi coinvolti nella faccenda stessero facendo la loro parte.

Perché tutta questa privacy riservata ai corpi in disfacimento e di contro questa promiscuità  di femori, tibie e crani negli ossari? Decomposizione privata e sgretolamento collettivo? Quale intimità, quale pudore vengono difesi e sigillati, prolungandone l’agonia, nel putrido prosciugamento delle membra, in quello scarto più o meno breve che intercorre tra la morte e l’oblio, tra i poveri resti e il reso, il residuo fisso?

Così a fondo i suoi pensieri vorticarono davanti a quella fotografia che quasi si dimenticò del processo, della cella, della stanza in cui si trovava e di tutte le altre immagini del suo passato appese alle pareti. Ancora turbato le scorse distrattamente.

C’erano le foto di classe scattate nel cortile della scuola, attimi delle vacanze trascorse coi suoi bravi amici ricevuti in dote alla nascita, il giorno della comunione vestito di bianco, lui al volante della sua prima macchina, alcune scene dalla festa di maturità, certi scatti ambiziosi che fece nel periodo dell’università e proprio di fronte alla fotografia del suo primo giorno di scuola, sulla parete opposta si avvide infine dell’istantanea di un fotografo a pagamento che lo ritraeva intento a discutere la sua tesi su Robert Walser: le mani rosa, lisce e incapaci, aperte nell’atto di gesticolare parole in cerca di un senso, il volto pallido, ammalato, di chi vive da sempre dentro scatole da scarpe in mezzo alla nebbia, financo un accenno di gobba per il tanto malamente sedere, e naturalmente il capo un po’ piegato, come si conviene ad ogni bravo impiegato, ad ogni Kraus in erba che si rispetti.

D’un tratto uno scampanellio lo distolse dai ricordi. Si voltò in direzione del suono. La porta dell’ascensore si era aperta. Una voce metallica lo invitava ad entrare. Non se lo fece ripetere, nonostante la sua fobia per gli ascensori. Era comunque preferibile al restarsene ancora in quella stanza abbacinante tra gli scatti del suo passato.

Lentamente la porta si richiuse dietro di lui.

C’era un solo pulsante da premere. L’ascensore iniziò a salire, almeno così gli parve.

Quando si fermò F si fece quasi prendere dal panico perché le porte tardarono ad aprirsi.  Tardano sempre troppo ad aprirsi le porte degli ascensori. Ma questa volta c’era un motivo. Prima di aprirsi la voce metallica doveva dare una comunicazione ad F.

– Bentornato alla sua cella impiegato F. Le auguriamo un felice soggiorno alla sua custodia cautelare. Verrà riconvocato a comparire per il giorno del giudizio.

Quando l’ascensore si aprì, F si trovò davanti uno spettacolo inatteso e tremendo: il suo ufficio.

Falene capitolo XI. Ancora capi d’accusa

di Bianca Bonavita

Alcuni inservienti vestiti da pinguini spingevano, lungo lo stretto corridoio che separava le loggette degli imputati dalla balaustra che si affacciava sulla platea, un carrellino ricolmo di bottigliette colorate e di sacchettini luccicanti che distribuivano gratuitamente a tutti gli accusati.

Delle fantesche molto osé camminavano invece tra i banchi della platea spingendo carrelli da supermercato pieni di merci di ogni tipo da cui il pubblico attingeva senza alcun corrispettivo.

– Imputati di secondo livello! – Si alzò una voce dal pulpito.

F volse lo sguardo ai volti assenti che popolavano il secondo girone.

Non avevano alcuna intenzione di considerare degno di nota ciò che stava avvenendo attorno a loro. Soltanto qualcuno di essi si girò in direzione del pulpito, con disappunto, più infastidito che altro, come se quel rumore l’avesse distolto da ben più interessanti occupazioni, distratto da ben più importanti pensieri che formicolavano una manciata di centimetri più in alto.

A un primo sguardo pareva che la realtà fosse rimasta per loro soltanto un’interferenza di sottofondo a disturbare la personalissima esecuzione di una sconosciuta sinfonia.

La voce del magistrato che tuonava nell’aula apostrofandoli con irruenza doveva costituire per loro soltanto un lieve e quasi impercettibile incresparsi di questa interferenza.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di inutilità e di inservibilità. Siete accusati di non essere morti e di continuare a non morire. Siete accusati di vegetare non essendo vegetali. Siete accusati di non morire: alle spalle degli altri, dei vostri parenti e dello Stato. Siete accusati di non aver retto all’urto. Siete accusati di non avere tenuto a mente l’importanza della memoria. Smemorati! – a questa parola il magistrato puntò l’indice verso gli imputati del secondo livello – Voi siete accusati di esservi separati dalla vostra nuda vita e di averla abbandonata tra le braccia di qualcuno che si occupa ogni giorno dell’espletamento delle vostre elementari funzioni vitali. Siete accusati per questo non soltanto di aver abbandonato la vostra funzione ma di aver anche abbandonato ogni funzione. Siete accusati di non funzionare affatto benché ancora in vita. Questa è un’aggravante, sappiatelo! È una grossa violazione del codice. Soltanto ai morti da qualche secolo è consentito di non funzionare. Siete accusati di esservi scollegati dalla nostra realtà, che è l’unica realtà possibile e necessaria. Siete accusati di essere evasi. Ancora in possesso di più che sufficienti capacità di funzionamento, avete cessato di essere utili non soltanto al vivere civile ma persino a voi stessi. Siete per questo accusati di gravare come un pesante fardello sulle spalle della popolazione attiva. Siete accusati di inattività, di incomprensibilità, di incomunicabilità. Siete accusati di rifiutare il dialogo con le istituzioni. Siete accusati di essere dei fuoriusciti e di essere annegati nelle inondazioni della vostra coscienza. Siete accusati di non sapere più chi sono le persone a voi care e di non saper più chi siete voi, diffondendo in tal modo ondate di panico tra coloro che sono convinti di saperlo. Siete accusati di non avere più trovato la strada di casa e di essere scomparsi in un bosco o in una metropoli. Come attenuante si terrà conto che il vostro durare in vita ha consolidato vecchi posti di lavoro e ne ha creato dei nuovi.

A queste parole un boato di giubilo si levò dai banchi. Il discorso del magistrato risultò particolarmente gradito alla platea. I genitori distribuivano noccioline ai figli affinché le lanciassero contro gli imputati del secondo livello.

Alcune noccioline raggiunsero le gabbie.

F vide una donna molto anziana dai folti capelli bianchi e la carnagione scura raccogliere da terra una nocciolina e portarsela alla bocca sorridendo.

Forse c’era ancora speranza, pensò.

Ma ecco un’altra toga salire sul pulpito e iniziare la sua lettura.

– Imputati di terzo livello!

Se quelli del secondo livello si erano dimostrati refrattari anche solo a percepire le parole del magistrato, gli abitanti del terzo livello, non tutti a dir la verità, si mostrarono subito interessati e qualcuno parve ad F persino compiaciuto di essere finalmente al centro dell’attenzione. Molti erano tuttavia indaffarati in piccoli passatempi come piroettare su se stessi, ciondolarsi, sbattere la testa contro la balaustra, grattarsi o far oscillare con un dito un rotolino di carta infilato tra le labbra. Questi ultimi, almeno apparentemente, non ascoltarono una parola.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di tutti i capi d’accusa dei vostri sodali di secondo livello. Inoltre siete accusati di alcune aggravanti che andrò ad elencare. Siete accusati di essere nati. Siete accusati, non di aver cessato di funzionare anzitempo, ma di non avere giammai funzionato, ovvero dal primo disgraziato giorno che vi ha visto nascere fino ad oggi. Siete accusati di aver stravolto la vita dei vostri genitori dimezzandone il più delle volte la loro efficienza. Siete accusati di essere gli inutili per antonomasia. Siete accusati di dissociazione a delinquere e di assembramenti nevrotici non autorizzati. Siete accusati di costituire un pericolo per la salute pubblica e per la pace sociale. Siete accusati di propagare da sempre il vostro infestante rizoma tra la popolazione. Siete accusati di non avere mai avuto programmi o scopi, di essere socialmente incompetenti, psicologicamente fritti e fisicamente menomati. Siete accusati di avere sempre avuto un linguaggio inefficace e un cervello inservibile. Siete accusati di non essere normabili. Siete accusati di sottoporre a un rischio costante il fragile equilibrio dei normali. Siete accusati di disperdere azioni ed energie in gesti privi di senso o di utilità. Siete accusati, non di esservi scollegati dall’unica realtà possibile e necessaria, ma di esservene creata, fin dal principio, una diversa e personale a vostro uso. Siete accusati di essere scappati dalle cliniche, dai centri diurni o notturni lasciando perdere le vostre tracce. Come attenuante si terrà conto, come per i vostri sodali di secondo livello, che la vostra esistenza ha da più di un secolo assolto alla fondamentale funzione di creare fior di specifiche e rinomate professioni in plurimi campi del sapere e dell’agire. Si terrà inoltre conto che il vostro impiego negli ultimi anni in importanti ricerche farmacologiche o in noiose e ripetitive attività in cambio di una pacca sulle spalle si è rivelato molto fruttuoso.”

Non appena il magistrato terminò il discorso, dalla platea si innalzò un coro rivolto agli imputati del terzo livello: – Idioti-idioti-idioti-idioti…

Durò una decina di minuti.

Una buona parte degli idioti si unì divertita al coro e non era affatto chiaro a chi fosse rivolto il loro canto.

Ad F piacque pensare che stessero candidamente restituendo al mittente il pensiero ma non è affatto escluso che, edotti su un certo significato della parola, lo stessero invece abbracciando con orgogliosa convinzione.

Quando il coro cessò spegnendosi di schianto, un altro magistrato si alzò dalla sua poltrona e si arrampicò sul pulpito. Volteggiò l’indice sulla superficie del suo dispositivo elettronico e iniziò a leggere:

– Imputati di quarto livello.

F e A. si guardarono.

– Siete accusati di avere scelto la vostra latitanza. Siete accusati di diserzione, di aver abbandonato le trincee e i vostri commilitoni nel bel mezzo della battaglia. Siete accusati di tradimento e di alterigia. Siete accusati di essere dei voltagabbana. Siete accusati di aver eluso la sorveglianza. Siete accusati di avere deposto a vostro piacimento armi, penne, libri, telefoni, divise, tastiere, schermi, padelle, zappe, bisturi, forbici, pinze, pennelli, volanti, scope, cazzuole, cacciaviti, aghi, registri, eccetera eccetera, e di averli soltanto usati come mezzi. Siete accusati di non avere finito i compiti, di incompletezza, di incompiutezza, di aver lasciato in sospeso le vostre opere. Siete accusati di inconcludenza. Siete accusati di non esservi fatti prosciugare dal vostro lavoro, di non essere morti di lavoro, di non aver vissuto per lavorare, di avere infine trovato qualcosa di meglio da fare. Siete accusati di essere dei lavativi, dei recalcitranti e dei vagabondi. Siete accusati di contemplazione. Siete accusati di aver abitato dei luoghi inappropriabili e indicibili. Siete accusati di non esservi fatti definire dalle vostre rispettive attività. Siete accusati di avere volontariamente cessato di funzionare. Siete accusati di essere scomparsi senza aver lasciato un biglietto. Siete accusati di comunanze invisibili e di mondi paralleli. Siete accusati di avere detournato il vostro anonimato di ordinanza e di aver reso clandestina la vostra clandestinità. Siete accusati di aver compreso i danni dell’utilità e la fecondità del disutile. Siete accusati di aver indugiato a lungo e con gioia nel regno dell’indelibato. Siete accusati di aver rinunciato alla vostra sicurezza e alla vostra identità. Siete accusati di aver abbracciato la vostra precarietà. Siete accusati di invalidità volontaria. Siete accusati di esservi abbandonati e di aver abbandonato le vostre postazioni. Siete accusati di aver smesso di partecipare. Siete accusati di disimpegno. Siete accusati di assenza ingiustificata. Siete accusati di brigantaggio e di banda disarmata. Siete accusati di aver scelto il vostro esilio e di averlo chiamato felicità. Siete accusati di aver eluso sempre troppo a lungo la vostra cattura. Si terrà conto, come circostanza attenuante, dei vostri anni di servizio sotto forma di impiegati.

Sia F che A. avevano ascoltato con molta attenzione la lettura dei loro capi d’accusa. Nulla da eccepire. Benché le parole siano sempre un passo indietro rispetto alle cose non si sarebbe potuto tratteggiare con maggior facondia e imprecisione, indeterminatezza e dovizia di particolari, la natura del loro crimine.

Perché di crimine si trattava; avrebbero dovuto saperlo fin da subito, fin dal giorno in cui iniziò la loro latitanza. Non c’è latitanza senza crimine e non c’è crimine peggiore di chi non ha nulla per cui farsi incriminare se non la propria latitanza. Ma soltanto ora capivano quanto fosse inviso a certuni il loro puro darsi alla macchia.

Il solito bagno di applausi e di insulti seguì al discorso del magistrato. In molti tra il pubblico, specialmente uomini e donne di mezz’età, iniziarono a gridare “Giuda!” e “Vigliacchi!” alla volta degli imputati di quarto livello.

Quando nell’aula ritornò il silenzio un altro magistrato, il più pingue di tutti, salì sul pulpito. Non senza un certo affanno.

– Imputati di quinto livello.

Pareva davvero in ambasce.

Gli interpellati erano tutto orecchi. Non c’era alcun segno d’inquietudine sui loro volti. Erano uomini e donne dalle età più disparate. Durante la latitanza aveva sentito parlare di loro, ma non li aveva mai incontrati. Loro non si erano dati alla macchia, vivevano tra i Kraus. Si diceva che fossero angeli o piante reincarnate in esseri umani .

– Voi siete accusati di essere rimasti bambini e bambine pur essendo cresciuti. Siete accusati di esservi camuffati da adulti e di aver messo il naso in uffici per grandi. Siete accusati di esservi mimetizzati a tal punto con gli adulti da divenire irriconoscibili e indistinguibili. Siete accusati di esservi dissimulati senza simulazioni. Siete accusati di aver giocato con il fuoco. Siete accusati di avere conosciuto l’anima delle piante. Siete accusati di aver mantenuto fino al vostro prelevamento un ingiustificabile incanto per le cose. Siete accusati di essere al contempo dispotici e indifesi. Siete accusati di esservene sempre fregati di ogni identità. Siete accusati di essere portatori infetti del regno dell’incoscienza e dell’indifferenziato. Siete accusati di aver visto giraffe laddove c’era solo un pezzo di cartone e foreste dove c’era solo un ciuffo d’erba. Siete accusati di aver dipinto con le scope e spazzato con i pennelli. Siete accusati di aver continuato a nascondervi sotto la tavola sapendo benissimo che vi avremmo trovato. Siete accusati di essere un virus che si aggira tra la gente perbene. Siete accusati di scambiare volutamente capre per cavoli e lucciole per lanterne. Siete accusati di aver tradito il fine per vivere sospesi in un mezzo eterno. Siete accusati di continuare a bruciarvi le ali contro ogni lume che incontrate durante i vostri voli. Siete accusati di non partecipare ai nostri divertimenti e di giocare, per conto vostro o in compagnia dei vostri amici immaginari. Siete accusati di non fare la spia. Siete accusati di contaminare il buon senso, il senso, la responsabilità e il dovere. Siete accusati di non avere la testa sulle spalle. Siete accusati di poter fare solo quello che vi piace. Siete accusati di non poter sentire ragioni, siete accusati di testardaggine e di cocciutaggine. Siete accusati di vivere il presente. Siete accusati di portare con voi la memoria di una vita indivisa dalla sua forma. Siete accusati di non aver rispettato il tempo bambino a vostra disposizione, di aver fatto dilagare la vostra bambinaggine ovunque, inondando ogni spazio e ogni tempo che vi sono stati messi a disposizione. Siete accusati di non aver rispettato i riti di passaggio e i codici di comportamento. Siete accusati di essere un pessimo esempio per grandi e piccini. Siete accusati di essere imprevedibili e di costituire un grave pericolo per la stabilità di ogni situazione. Siete accusati, e questa è la maggiore aggravante a vostro carico, di non aver messo a disposizione questa vostra bambinaggine rendendola utile e proficua ma di esservi al contrario ostinati ad usarla per disattivare ciò che era attivo e per rendere inutile ciò che era utile. Siete accusati di aver svolto, tra la popolazione sana, un’azione costante di sabotaggio. Non ci sono attenuanti.”

Con una sola voce il pubblico levò il suo grido: “A morte! A morte! A morte!”.

Durò per un’ora, ossessivo e ipnotico, fino a un più alto grado di silenzio.

Falene capitolo X. Reale e Spettacolare

di Bianca Bonavita

Tutto ciò che è reale è spettacolare. Tutto ciò che è spettacolare è reale.

Giunti qui occorre sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe essersi fatto largo durante la narrazione delle drammatiche vicende di F.

Allo stesso tempo si potrebbe anche dire che non v’è alcun bisogno delle precisazioni che si stanno per fare. Risulteranno superflue, quando non ridondanti o offensive. Ma ormai è troppo tardi. È già stato deciso.

La vicenda di F e tutto ciò che vi inerisce, a cominciare dall’ambiente che lo definisce e condanna, non ha nulla a che vedere con la finzione. Non c’è nulla di inventato e di fantasioso in questa storia. Né tantomeno di fantascientifico o di fantapolitico. Si tratta di una mera narrazione di fatti, una cronaca, un resoconto, un romanzo di verità. Non c’è nulla di distopico in questa storia , semmai soltanto qualcosa di dispotico.

I fatti si svolgono in uno spazio e in un tempo precisi: l’Italia d’inizio XXI secolo.

Tutto ciò che è scritto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Ogni cosa narrata è pura e semplice verità, esattamente così come è narrata. Non soltanto è vera la cosa in sé, ma anche il come della cosa. Anzi, soprattutto il come, visto che in fondo è  ciò che fa il cosa.

Come sempre, nella storia, è difficile individuare il momento preciso in cui le cose prendono irrimediabilmente una determinata piega. Ci sono correnti sotterranee che vengono da lontano, flussi impetuosi che agiscono nell’anonimato, e correnti superficiali alla portata dei nostri occhi. Ma ci sono anche massi imponenti che danno inopinatamente al corso delle cose una direzione imprevista, così come ci sono chiuse naturali tra le rocce che innalzando la pressione delle acque creano turbini di violenza inaudita.

È difficile individuare il momento preciso in cui la melma vischiosa che sommerge cose e persone ha iniziato a dilagare.

Si potrebbe dire che si tratta di una melma antica, un materiale inerte che sgorga dalla sorgente eterna del nostro ombelico. Una melma che riguarda ogni tempo e ogni paese.

Si potrebbe dire che la storia, ogni storia, è tutto un precipitare disastri, mattanze, persecuzioni, svuotamenti. Non è fiume la storia, ma cascata a dirupo, vortice irresistibile. Dirupa la storia, fracassando teste, vite, sogni. Dirupa senza fine verso il centro della terra, verso quel fuoco che finalmente la spegnerà per sempre.

Intanto, aggrappati a una radice sul vuoto, possiamo per passatempo anche guardarci indietro a cercare una spiegazione, a immaginare qual è stato il punto di non ritorno.

Alcuni lo vedranno lontano, nelle viscere dei secoli. Altri più vicino, in un fatto di poco conto. Alcuni lo riconosceranno in loro stessi. Altri punteranno il dito sulle grandi mattanze del XX secolo.

Altri ancora diranno che questa melma oleosa ha iniziato a zampillare gioiosa e rassicurante nei primi vent’anni che hanno seguito l’ultimo grande macello mondiale. Diranno che se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui le cose per F hanno preso la piega che hanno preso, bisogna risalire a una ventina d’anni prima della sua nascita, a quel dopoguerra di speranze tradite e di ingenuità perdute, a quella mutazione che ha cambiato i volti, i gesti, i luoghi, i linguaggi e i modi di essere di un paese intero fatto di mille paesi differenti annientati in un istante da un clic e da una bic. Diranno che bisogna risalire a quel miracolo devastante che ha portato i genitori di F in città dalla campagna nera che li aveva cresciuti.

Onesto e povero, di parola e pensiero lealtà,

Che cosa mai, Fabiano, ti portò in città? [1]

Da quel momento è stato tutto un precipitare colloso in questa melma sfavillante; ed è forse questa luce artificiale così dannosa per le falene, invasiva e onnipresente, a rendere speciale la melma che ha sommerso F, a renderla differente da altre melme più tangibili e antiche.

Da quel momento è stato tutto un ripetuto affondare ed essere inghiottiti da differenti sostrati di realtà. Sempre più degradati e degradanti. Sempre più mucosi e inafferrabili. Sempre più evasivi e fatui, spettacolari e vacui.

E a furia di affondare, perché di furia si tratta, di fretta impetuosa, di agitazione rabbiosa, si è perso il conto dei sostrati di realtà sotto cui ci si è adattati a sopravvivere.

Si vive così, dentro queste camere d’aria scavate nella melma, dentro queste cripte asfittiche, dentro questi cunicoli travestiti da scelte.

A volte si sentono sbattere porte e cancelli in un altro livello di realtà, o su un altro canale, o in una finestra lasciata aperta proprio sotto la cronologia.

A volte si aprono squarci su ciò che si credeva impossibile, su prigioni così angoscianti che subito con un dito si richiude la finestra, su verità così evidenti e sconvolgenti che si preferisce continuare a far finta che siano soltanto incubi o fantasie.

Come l’Aula di Giustizia in cui F è alla sbarra e i fatti che seguiranno.

Laddove non si deve credere che tutto è vero ma soltanto che è necessario, facendo così della menzogna una norma universale, in quello spazio e in quel tempo ogni cosa diventa reale, ogni cosa  diventa spettacolare.

Tutto ciò che è spettacolare è reale. Tutto ciò che è reale è spettacolare.

[1]Marziale, Epigrammi, I, 4, vv.1-2

Diario in Rojava

 di Vittorio Sergi

 

19/04 Erbil – Iraq

La città di Erbil, Hevelar per i Curdi, ha una forma circolare e concentrica. Il primo cerchio è stato tracciato 6000 anni fa. Gli altri molto dopo e sono pieni di toyota bianche che sfrecciano. Sotto la cittadella antica mangio finalmente il primo pasto decente dopo due giorni in viaggio. Ogni volta che esco dall’Europa mi sorprendo di come la cucina popolare di strada sia incredibilmente superiore come qualità e sapore a quella industriale locale o di importazione che sia. Ovunque, e questo posto non fa eccezione, la modernità capitalista impone le sue gerarchie di valore e queste cambiano perfino il modo in cui una popolazione percepisce i propri gusti. E’ venerdì e le strade del quartiere del mercato si riempiono di venditori di animali di ogni tipo scesi dalle montagne e venuti dalla campagna che si stende appena fuori dalla cintura urbana, tra i campi petroliferi pascolano le pecore. Accanto a me un uomo di circa sessanta anni siede imperturbabile fissando da un’ora lo stradone trafficato fuori dalla finestra sporca dell’hotel. Non guarda un telefono né uno schermo di tv, come quasi tutti siamo abituati a fare. Il suo silenzio a capo di qualche minuto diventa estremamente intrigante. Non sono più abituato ad aspettare. Tempesto di telefonate l’autista perché voglio uscire, per andare dove non so. Andremo in giro come disperati per le strade trafficate e sporche di fango ascoltando Madonna sulla radio per mangiare una sfilza di panini con la carne in un locale fumoso e pieno di soli uomini. Il rumore del flusso continuo di auto è interrotto dal tintinnio dei cucchiaini nei bicchierini del chai. La televisione trasmette un flusso di cantanti arabe qualche chilo sopra lo standard occidentale, pubblicità di pannolini e spot nazionalisti sul fragile onore militare di Peshmerga.

20/04 Posto di frontiera di Semalka – Siria

Abbiamo attraversato per tutta la mattina a velocità preoccupante una pianura piena di pioggia e pozzi di petrolio. L’odore dell’acqua e quello dell’idrocarburo ogni volta che apro il finestrino. Mando, l’autista curdo con una protesi al posto della gamba saltata in combattimento in Bakur, ascolta la colonna sonora di Django Unchained e canta tutte le canzoni dall’inizio alla fine.

Passiamo davanti ad almeno due campi profughi immensi, sono profughi interni, iracheni che hanno lasciato le proprie case dopo le diverse battaglie contro l’ISIS di questi anni. Yezidi, Curdi, Arabi, dietro un reticolato sgangherato, in container e tende bianche e azzurre dell’UNHCR. Quale sarà il loro posto? Sembrano dispersi come le greggi che punteggiano di bianco le pianure verdi.

Più ci avviciniamo al confine più torri di raffinazione del greggio bruciano nella foschia della pioggia. Come tante candele accese ai piedi delle prime alture si fanno annunciare dalla puzza che ho già imparato a sopportare.

Si impara la geografia viaggiando. Le frontiere che per la mia generazione sono state spesso un relitto su strade di montagna qui funzionano a pieno regime. Maledetta invenzione. Mando, supera tutti i posti di blocco senza problemi e mi regala un siparietto geniale. Mentre una funzionaria di frontiera mi fa un interrogatorio poco convinto sulle ragioni del mio viaggio lui sbafa le caramelle ed i cioccolatini dalla vaschetta sulla scrivania dell’altra funzionaria e mi lancia al volo i dolcetti. Nessuno fa una piega. Fuori i comuni mortali fanno la fila sotto il sole: anziani e bambini, uomini impazienti e famiglie che si salutano. Bastano un piccolo cancello azzurro ed una divisa invecchiata per fare di un uomo un doganiere e di un altro un numero che deve aspettare il suo turno. Niente a che vedere comunque con la tensione che si respira alle frontiere della Unione Europea. Mi vengono in mente i giovani afghani rintanati sotto i tir nel porto di Patrasso, gli inseguimenti con gli sbirri in moto, le bottiglie d’acqua regalate di nascosto a quei giovani senza nome.

Passiamo il fiume Tigri su un ponte galleggiante che si regge malapena contro il flusso della corrente sempre più impetuosa. Le anziane velate accanto a me iniziano a sacramentare sperando che Allah non abbia molto da fare oggi ed abbia voglia di aiutarci a passare il guado.

Che effettivamente passiamo. Ed in Rojava si respira di colpo un’aria informale. I doganieri senza divisa si chiamano “heval”, compagno, tra loro. Finalmente sento questa parola magica! E’ curioso trovarmi a pensare un parallelo tra la rilassatezza delle guardie di frontiera cubane e questo angolo di Medio Oriente sulle sponde di un fiume mitologico. Mentre aspetto il passaggio per Qamishlo, incontro una ragazza francese che lavora per una ONG da due anni e mezzo ma non spiccica una parola di curdo, mi propone un passaggio sul loro furgone ma resto fedele alla linea. Aspettare non mi dispiace, resto ad osservare l’umanità che arriva. Appena fuori dal posto di frontiera spicca un poster gigante con le foto dei compagni internazionalisti morti in guerra da queste parti. Sono decisamente tanti e tante. In mezzo spicca l’icona di serok Apo e sotto una bambina di 5 anni aspetta qualcuno. Hanno combattuto per lei e forse nemmeno lo sa.

21/04  Amude – Rojava

La strada che dalla frontiera porta all’interno del Rojava è nettamente più disastrata di quelle ampie e piene di cisterne di petrolio che sfrecciano pericolosamente per il Kurdistan iracheno. Quando piove è fango, quando c’è il sole è polverone. Il risultato è un marrone diffuso ovunque, dalle divise dei combattenti YPG ai posti di blocco fino ai capelli dei bambini che giocano tra carcasse di auto e campi di grano a perdita d’occhio.

Ogni città o paese è annunciato da un checkpoint, dalla frontiera al capoluogo del cantone ne conterò almeno dieci in due ore. Ad ogni stop abbondano le armi e le telecamere puntate ma il clima è rilassato, sentire dire “compagno buongiorno” deve aver mandato in tilt il cervello di più di un militante europeo abituato al maltrattamento quotidiano!

Sul viale principale di ogni piccola e grande località sono esposti dei grandi ritratti dei caduti, solitamente quelli del posto ma non necessariamente. Foto con l’arma in mano, nome di battaglia e stella rossa. Morire in combattimento è una possibilità e i soldati di questa guerra si preparano con compostezza. Tutto il contrario delle bare nascoste agli occidentali durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan. Mi colpisce l’immagine di uno di loro, senza uniforme, il viso paffuto ed una gloriosa bandoliera di cartucce nello stile di Pancho Villa. Il Centro di Qamishlo è sotto il controllo del governo di Damasco, le vie sono pigramente barricate con sacchi di sabbia e pezzi di cemento armato con delle bandiere che sventolano impolverate. Sembra che i combattimenti siano finiti tanto tempo fa, invece non sono ancora iniziati. I miei accompagnatori passano velocemente in questa zona senza fermarsi. Un poliziotto del regime, goffo nel suo pastrano di pelle nera e sotto un cappellone bianco da capitano di vascello sbraita al caos di auto che lo circonda. Mette in scena un impossibile show di sovranità statale. Anche a causa di questa difficile convivenza, la casa per accogliere gli ospiti internazionali si trova ad Amude, un centro più piccolo 30 km più ad ovest, saldamente in mano alle organizzazioni rivoluzionarie curde fin dalla prima rivolta contro Assad nel 2004.  L’ospitalità è organizzata in una imponente villa di cemento e marmo bianco, requisita ad una famiglia di ricchi che ha lasciato il paese all’inizio della guerra civile. Un giovane membro della sicurezza interna, gli Asaysh, mi accoglie sorridente ma non abbiamo una lingua in comune e comunichiamo a gesti per ora. Mi offre spaghetti ed insalata per merenda che mangio con appetito famelico, poi lui scompare dietro al cellulare collegato al WIFI ed io dietro al mio laptop preoccupato di preparare i seminari per gli studenti dell’università. Spero che arrivi presto il momento di entrare in attività, questa lunga attesa mi sfianca.

23/04

Finalmente sono entrato in azione. In questi due giorni ho fatto un sacco di incontri e la pioggia è finita. La gente del Rojava, i suoi suoni e colori, odori e luci sono entrati con forza su queste pagine. Oggi pomeriggio con Jasmine e Leyla, studentessa e insegnante della facoltà di Jineologia, la nuova scienza delle donne sono andato in giro per la cittadina di Amude, antica città curda a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Abbiamo girato a piedi per le strade caotiche e piene di auto e furgoni chiassosi, di bambini che giocano ovunque e comunque, di case mezze diroccate o non finite. Nella stessa via ci sono una piccola chiesa e la moschea più antica del luogo. La signora in nero che ci ha fatto visitare la chiesetta senza pretese difesa da un posto di blocco della sicurezza interna mi dice subito che ha perso un figlio il mese scorso a Baghouz. Là dove è morto il combattente italiano Lorenzo Orsetti. Chissà se era uno di quei sette combattenti YPG “arabi” che le cronache raccontano siano morti insieme a lui. E stringo la sua mano calda. Gli occhi liquidi mi tremano per pochi secondi.

Poi visitiamo la moschea vuota di gente e piena di luce. Il mullah ci regala delle caramelle causandomi un certo imbarazzo. Le accetto per non essere scortese ma trattengo un sorriso. Leyla e Jasmin, entrambe velate e credenti non colgono l’ironia. Sono impegnate a raccontarmi la rivoluzione delle comuni di quartiere che organizzano gli abitanti di queste stradine povere, a farsi i selfie con me ed a portarmi in giro con orgoglio per la loro città. A tutti gli incroci, se si guarda a nord si vedono i monti Tauro in lontananza, le luci della città di Marfin in Turchia, inaccessibili dietro il muro di cemento bianco sormontato di filo spinato che corre da est a ovest per 800 chilometri. Dietro il muro corrono continuamente camion con rimorchi pieni di merci. Tra greggi di pecore e capre i soldati YPG hanno scavato trincee e bunker per sorvegliare il nemico. Dalle torrette di cemento e dietro i blindati anche i turchi ci guardano.

Quando il sole scende entriamo in un centro civico di quartiere dove ci sono dei bambini che cantano e suonano con un maestro di musica il repertorio folk curdo. Ci accolgono con allegria spontanea e improvvisiamo una festa con the e sigarette mentre la luce del tramonto accende i vetri impolverati. Una bambina canta forte come una fiamma, non capisco una parola delle loro canzoni, anzi solo la parola “azad”, libertà. Passiamo insieme un’ora molto bella.

Oggi alla facoltà di Jineologia ho tenuto il primo seminario in inglese su tre figure di donne del movimento zapatista. Me lo hanno chiesto le compagne ma sono molto in imbarazzo, sarò all’altezza delle loro aspettative? Cosa vogliono sapere? Ho parlato per un’ora e mezza in inglese con la traduzione di un professore arabo piuttosto anziano, chissà come ha tradotto le mie parole, le compagne non sembravano molto contente di ascoltare il monologo di due uomini. Tuttavia in tante sono state molto attente, in fondo alla sala piena anche qualche uomo e due femministe europee che sono intervenute ripetutamente con una retorica pesantissima a cui per cortesia non mi sono impegnato a ribattere. Molte conoscevano lo zapatismo solo per sentito dire ma hanno seguito tutto il discorso annuendo. Hanno fatto domande, preso appunti. Io ho cercato di capire come vogliano costruire questa nuova scienza sociale dal punto di vista delle donne. Non c’è traccia di tutta la competizione che si respira nelle nostre università, la classe è un collettivo. C’è tanto entusiasmo in queste nuove istituzioni ma anche tanta burocrazia mescolata fortunatamente ad uno stile alla fine piuttosto informale. Negli uffici dei dirigenti campeggia sempre il ritratto di Ocalan, ci sono spesso grandi tv accese sui canali curdi all news, pochi libri e l’immancabile chai.

Stasera con due nuovi ospiti di questa strana residenza, mentre fuori le guardie armate di kalashnikov bevevano l’ennesimo the, ho avuto una interessante discussione sulle eresie religiose rivoluzionarie nell’Islam e nel Cristianesimo. Sono stati evocati anche gli ultimi ebrei di Qamishlo ed i primi comunisti iracheni. Da queste parti sono passati tutti. La serata finisce seduto sotto le stelle, appena fuori dalla piccola fortezza che ci ospita, parlando a gesti della differenza tra la pistola Glock e la Beretta, il Barcellona e la Juve, se mettere o meno lo zucchero nel chai, delle distanze di chilometri e di esperienza che ci separano.

24/04 Qamishlo

Oggi ho tenuto due seminari davanti ai ragazzi ed alle ragazze dell’Accademia Mesopotamia, una istituzione educativa superiore non formale diretta a formare i giovani quadri rivoluzionari. Mi hanno colpito gli occhi pieni di luce dei ragazzi e delle ragazze, il loro silenzio attento, la loro voglia di imparare, la semplicità spartana dei loro ambienti di vita e di studio che mi ha ricordato subito quella della scuola secondaria zapatista di Oventik in Chiapas. Abbiamo mangiato insieme in piedi in un refettorio spoglio e freddo ma con composta allegria e convivialità. Ceci al sugo e pane arabo. Poi abbiamo giocato a pallavolo in cortile, sul cemento sotto un sole implacabile. I loro corpi non erano addestrati al gesto sportivo ma erano pieni di energia. La palla schizzava ovunque tranne che nel campo ma ogni fallimento era accompagnato da risate. Durante il seminario quando qualcuno deve parlare si alza in piedi e fa un passo avanti. Mi hanno fatto domande intelligenti. “Quando abbiamo già visto il peggio non possiamo avere più paura di niente” ha detto uno di loro. Come dargli torto. Sono rimasto quasi commosso quando ho stretto la mano a tutti, in piedi e schierati a quadrato. Ci siamo fatti le foto e salutati tra mille risate dopo quattro ore di lezione seria e concentrata.

Cosa abbiamo fatto ai nostri ragazzi in Italia? Qualcuno ha spento la luce del futuro che illumina il presente? Li abbiamo lasciati soli davanti al ghiaccio degli schermi digitali? Mi è tornato in mente il silenzio paralizzato di migliaia di ragazzi nella notte davanti alla discoteca “Lanterna Azzurra” dove a dicembre scorso sono morti in sei. Nessuno si è incazzato. Solo dolore. Possiamo dargli di più? Possiamo chiedergli di più?

La diversità nello stile dei gesti, nell’organizzazione materiale degli spazi colpiscono la mia attenzione e sensibilità. In questa università informale ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni passano tre quadrimestri in stretta convivenza, una esperienza unica in tutta la regione. Possono usare il cellulare solamente quattro ore al giorno. Sui muri citazioni di Adorno, Voltaire e Ocalan. La rivoluzione di cui parlano ogni giorno da queste parti è forse questo vitale disordine delle cose normali che si respira ovunque? Questa possibilità evidente che accada qualcosa sempre in sospeso tra il trionfo e la tragedia?

In generale la nuova università porta con se tante cose della vecchia: le aule, i quadrimestri, gli uffici della amministrazione ed una nuova burocrazia. Ma allo stesso tempo si sentono parole inedite da queste parti e dimenticate nei nostri atenei. Valutare non le conoscenze ma l’impegno a mettere il sapere critico a servizio della società, la capacità di aiutare i propri compagni, un rapporto paritario tra insegnanti e studenti. La distanza tra queste aspirazioni e la pratica è ancora tanta, ma nessuno sembra volersi fermare a metà strada. Qui nella Università del Rojava essere universitari non è più un privilegio ma una militanza sociale anzitutto. La produzione scientifica secondo gli “standard” internazionali è ancora lontana, ma intanto le figlie dei contadini studiano Simone de Bouvoir e Murray Bookchin su dispense in arabo e curdo, guardano una messa in scena di “una donna sola” di Franca Rame e parlano di mitologia sumera. Come altro si poteva fare questo mezzo miracolo?

25/04 Amude

Un 25 aprile insolito. Oggi ho tenuto una lezione sulla narrativa del movimento zapatista a partire dal racconto del Subcomandante Marcos “Los arroyos cuando bajan” del Marzo 1994. Ero in un grande auditorium di legno pieno di immagini degli eroi rivoluzionari curdi che avevo già visto tante altre volte nelle foto e nei video sul movimento. C’erano una quarantina o forse più di studenti e studentesse ed anche uno con la carrozzella, molto intelligente ed attento. E’ stato difficile ed emozionante parlare con la traduzione e sfidare il fatto di superare in un balzo diverse barriere culturali ma alla fine siamo stati tutti soddisfatti. Abbiamo parlato della auto-narrazione degli oppressi come forma di lotta contro l’egemonia ideologica borghese. Ascoltando le domande, il modo di ragionare degli studenti e dei professori a volte mi appariva ideologico e rigido ma allo stesso tempo ancorato ad esperienze reali e concrete. Ho imparato molte cose. Obeyda ha 20 anni, studia per estrarre il petrolio e oggi fa le foto ed i video per la pagina facebook dell’università. Vorrei chiedergli cosa ne pensa dei suoi coetanei che scendono in piazza per finirla con i combustibili fossili ma non abbiamo una lingua in comune e ci limitiamo a scambiarci foto sulla chat e sorrisi dal vivo. Nel pomeriggio sempre in compagnia di Leyla e Jasmin siamo stati a visitare la base delle YPG di Amude ed ho preso un chai con dei veterani.

Sono uomini con facce vissute ed intense, mani grandi da figli di lavoratori da generazioni. Alcuni combattono con le YPG dal 2011. Mi fanno notare che loro combattono da eguali in mezzo ad altri eguali e difendono le loro famiglie. Mostrano una calma ed una determinazione profonde. Hanno un morale alto ed una etica forte. Purtroppo la storia dimostra che non bastano per vincere le battaglie, tuttavia alla fine possono farti vincere una guerra. Siamo stati anche su una piccola collina alta poco più delle case a due piani della città. Dopo la pioggia sulla pianura della Mesopotamia si vede per chilometri dai monti Tauro in Turchia ai monti Shengal in Iraq. Sui bordi delle strade prima fangose adesso si alza la polvere, sono sbocciati migliaia di papaveri rosso fuoco come le stelle sui poster dei martiri appesi ai pali ed alle colonne. Sulle strade passano in continuazione camion di pecore e montoni diretti in Iraq, cisterne di petrolio, furgoni militari e ogni tanto trattori con un rimorchio pieno di persone e mobili che tornano da qualche esilio. A fine giornata uno scambio di simboli: il fratello di Jasmin mi ha regalato la toppa dello YPG ed io in cambio gli ho dato il mio ultimo adesivo di “combatti la paura – distruggi il fascismo”. Ci sta.

26/04 Jin War –

Oggi la giornata è iniziata con il sole pieno. Due gatti randagi che lottano sul muro di cinta e gli americani ospiti anche loro di questa strana residenza che non vogliono bere il caffè in giardino per chissà quale paranoia di sicurezza. Oggi Gulistan Sido, professoressa di francese rifugiata dalla università di Afrin che mi aiuta con le traduzioni mi ha accompagnato a visitare Jin War, il villaggio delle donne. In mezzo ai campi di grano verde, su una piccola altura, dal 2017 sono state costruite trenta case di terra con la tecnica locale. Sono belle e ben curate, con finestre colorate e sono abitate per ora da quindici famiglie di donne con bambini. Ci hanno ricevuto tre donne molto diverse tra loro. Una giovane volontaria tedesca sui vent’anni e due curde più grandi, la prima quarantenne militante guerrigliera venuta dalla Turchia e l’altra siriana sui cinquanta con la sigaretta in bocca ed un sorriso stampato in faccia. Il discorso ha toccato punti alti, sedute sui divani in stile arabo, sorseggiando il the di rito. La comunicazione tra umani prima ed oltre il linguaggio, il femminile plurale inclusivo, il femminismo e l’orientalismo, il tutto mentre la compagna venuta dalle montagne intrecciava braccialetti di filo colorato e le due giovani universitarie con il velo al-amira la ascoltavano parlare rapite.

Da queste parti l’umanità sta facendo grandi passi. E da noi? Forse è proprio questo relativo ma effettivo avanzare nella lotta per la libertà e la dignità in Medio Oriente che ci entusiasma tanto, laddove invece il movimento più innovativo che è nato in questi mesi a Londra parla di lotta all’estinzione umana ed animale. I sentimenti umani sono sempre articolati su uno sfondo ambientale che influisce sulle nostre sensibilità. Anche nel villaggio delle donne ci sono bambini che giocano in libertà tra le erbacce troppo cresciute e un sacco di ferraglia pericolosa e strumenti da lavoro. Come i bambini descritti dal polacco Janusz Korczak vivono la libertà creativa a contatto con il rischio.

Nel pomeriggio abbiamo visitato Tell Mozan una collina dove è ancora visibile un complesso monumentale del 3500 A.C. Sulla sommità del rilievo c’è un piccolo avamposto militare ed una tostissima teenager delle YPJ ci ha dato una lezione di disciplina rivoluzionaria non facendoci passare con la macchina, gli ordini sono ordini! A piedi abbiamo raggiunto la cima e nella luce del tramonto ho provato a immaginare perché migliaia di anni fa, dei gruppi umani si sono fermati qua. Secondo alcuni è stato l’inizio della cosiddetta “civiltà”, per altri l’inizio della fine di una umanità basata sulla libertà. La domesticazione e la gerarchia sociale sono iniziate da queste parti dove oggi dei giovani con l’AK in mano e il sorriso in faccia cercano di tracciare un nuovo cammino.

27/04

Oggi giornata lenta, quasi tutto il giorno a casa. Ho preso tempo per annusare le rose di Damasco nel giardino semi abbandonato. Tra le scatole di the della colazione ho trovato una pistola. La quotidianità da queste parti. Passo delle ore di relax leggendo “Vita e destino” di Grossman. Nel pomeriggio sono stato al mercato del paese con Jasmin e Leyla. Improvvisamente Jasmin mi ha detto “non dimenticarti di noi”. Così, brusca. Mentre mangiavamo un falafel nel giardino di marmo e pini dove si ricorda la terribile strage di 283 bambini nell’incendio del cinema nel 1960, abbiamo parlato un po’ di noi, una pausa dalle discussioni politiche e dalle lezioni. La tragedia con i suoi episodi di coraggio e viltà ha marcato per sempre questa comunità locale. Nel 2004 una rivolta contro la dittatura di Assad a seguito degli scontri dopo una partita di calcio a Qamishlo portò all’abbattimento della statua del presidente. Oggi campeggia una statua che celebra la donna libera. Amude è una comunità di agricoltori, pastori e contrabbandieri dove le donne stanno portando avanti una rivoluzione quotidiana. Quando ho chiesto alle due donne che mi accompagnano da giorni come vedono il loro futuro si sono un po’ infastidite. Gli occhi grandi di Jasmine si sono velati e Leyla ha detto nel suo inglese traballante che come è possibile pensare al futuro se c’è sempre la minaccia che la Turchia ci attacchi? “Se ci attaccheranno diventeremo soldatesse e andremo a combattere.” Silenzio. Ovunque ci sono immagini di martiri della loro età appese ai muri, sulle vetrine dei negozi, in strada. A guardarle bene queste strade sono tanto povere e sgangherate eppure tutto sembra funzionare. Intere famiglie viaggiano su moto cinesi, ne passa una con sei persone tra cui un bebè in un asciugamano azzurro. Nonostante il socialismo sia un desiderio presente le differenze sociali non scompaiono. I ricchi proprietari terrieri arabi girano in SUV, altri si trascinano in ciabatte. Cosa hanno in comune? La nazione? Non credo. Il giovane governo che vuole incarnare le nuove teorie socialiste e libertarie di Ocalan non può mettersi contro le tribù arabe e così la proprietà della terra che è nelle mani di poche famiglie non viene messa in discussione, non adesso.

La partenza

Ho passato due ore nel cimitero dei martiri di Qamishlo. Ogni città ha il suo, questo è più grande ed accanto ad almeno un migliaio di tombe di “martiri” c’è un grande terreno appena dissodato che attende altri morti. Cinque bambini mettono rose sulla tomba del fratello più grande. Lui è ritratto con un Rpg in spalla ed il sorriso in faccia. Le bambine baciano la lapide di marmo bianco. Più in là si prepara la cerimonia di ogni giovedì pomeriggio. Sotto un sole al massimo si siedono con lentezza tante donne velate. Alcune piangono, l’associazione dei caduti provvederà per quanto possibile a fargli avere un sostegno economico. Le famiglie si conoscono e stringono legami nel lutto e nell’orgoglio di avere dato quanto di più caro per la libertà ritrovata. Una gerarchia di valori sconosciuta alle mie latitudini. Non posso dire niente, fortuna che ho gli occhiali da sole.

La sera il canto del muezzin si sente appena. Dalla strada che porta a Raqqa di notte arrivano tanti camion militari che trasportano di tutto e fanno rumore. Oltre il confine si accendono le luci arancioni di una terra dove tanti ragazzi non sono mai stati. Scambio l’ospitalità generosa di questi giorni con una vecchia maglietta del Che presa in Venezuela tanti anni fa. Sta meglio qua. Mi bevo l’ultimo chai con Dejwar, “sei l’unico poliziotto con cui posso farlo, gli dico, dalle mie parti siamo gli uni contro gli altri” e lui mi guarda strano facendo una finta faccia truce.

Dopo decenni passati a combattere una guerra clandestina adesso i curdi difendono un territorio, una pace, una legge, seppure flessibile. Deve essere una strana sensazione che dal mio punto di osservazione vedo come l’altra sponda lontanissima di un deserto da attraversare.

Al mattino mentre mi allontano e saluto gli amici e le amiche di questi giorni strani li immagino tutti a bordo di un vascello pirata chiamato Rojava. Armi o libri in mano vanno avanti, con un chai troppo zuccherato per scaldare la notte. I loro sogni volano su whatsapp sotto le stelle della Mesopotamia. Sognano l’Italia, Barcellona, l’America, ognuno vuole un Kurdistan diverso da chiamare casa o forse a tutti basterebbe far scomparire quel muro bianco e feroce che li divide dai fratelli e dalle sorelle curde, dalle montagne, dalla libertà.

Se domani inizierà un’altra guerra, ci andranno tutti e tutte così come li troverà il mattino che inizia presto da queste parti.