Falene capitolo X. Reale e Spettacolare

di Bianca Bonavita

Tutto ciò che è reale è spettacolare. Tutto ciò che è spettacolare è reale.

Giunti qui occorre sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe essersi fatto largo durante la narrazione delle drammatiche vicende di F.

Allo stesso tempo si potrebbe anche dire che non v’è alcun bisogno delle precisazioni che si stanno per fare. Risulteranno superflue, quando non ridondanti o offensive. Ma ormai è troppo tardi. È già stato deciso.

La vicenda di F e tutto ciò che vi inerisce, a cominciare dall’ambiente che lo definisce e condanna, non ha nulla a che vedere con la finzione. Non c’è nulla di inventato e di fantasioso in questa storia. Né tantomeno di fantascientifico o di fantapolitico. Si tratta di una mera narrazione di fatti, una cronaca, un resoconto, un romanzo di verità. Non c’è nulla di distopico in questa storia , semmai soltanto qualcosa di dispotico.

I fatti si svolgono in uno spazio e in un tempo precisi: l’Italia d’inizio XXI secolo.

Tutto ciò che è scritto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Ogni cosa narrata è pura e semplice verità, esattamente così come è narrata. Non soltanto è vera la cosa in sé, ma anche il come della cosa. Anzi, soprattutto il come, visto che in fondo è  ciò che fa il cosa.

Come sempre, nella storia, è difficile individuare il momento preciso in cui le cose prendono irrimediabilmente una determinata piega. Ci sono correnti sotterranee che vengono da lontano, flussi impetuosi che agiscono nell’anonimato, e correnti superficiali alla portata dei nostri occhi. Ma ci sono anche massi imponenti che danno inopinatamente al corso delle cose una direzione imprevista, così come ci sono chiuse naturali tra le rocce che innalzando la pressione delle acque creano turbini di violenza inaudita.

È difficile individuare il momento preciso in cui la melma vischiosa che sommerge cose e persone ha iniziato a dilagare.

Si potrebbe dire che si tratta di una melma antica, un materiale inerte che sgorga dalla sorgente eterna del nostro ombelico. Una melma che riguarda ogni tempo e ogni paese.

Si potrebbe dire che la storia, ogni storia, è tutto un precipitare disastri, mattanze, persecuzioni, svuotamenti. Non è fiume la storia, ma cascata a dirupo, vortice irresistibile. Dirupa la storia, fracassando teste, vite, sogni. Dirupa senza fine verso il centro della terra, verso quel fuoco che finalmente la spegnerà per sempre.

Intanto, aggrappati a una radice sul vuoto, possiamo per passatempo anche guardarci indietro a cercare una spiegazione, a immaginare qual è stato il punto di non ritorno.

Alcuni lo vedranno lontano, nelle viscere dei secoli. Altri più vicino, in un fatto di poco conto. Alcuni lo riconosceranno in loro stessi. Altri punteranno il dito sulle grandi mattanze del XX secolo.

Altri ancora diranno che questa melma oleosa ha iniziato a zampillare gioiosa e rassicurante nei primi vent’anni che hanno seguito l’ultimo grande macello mondiale. Diranno che se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui le cose per F hanno preso la piega che hanno preso, bisogna risalire a una ventina d’anni prima della sua nascita, a quel dopoguerra di speranze tradite e di ingenuità perdute, a quella mutazione che ha cambiato i volti, i gesti, i luoghi, i linguaggi e i modi di essere di un paese intero fatto di mille paesi differenti annientati in un istante da un clic e da una bic. Diranno che bisogna risalire a quel miracolo devastante che ha portato i genitori di F in città dalla campagna nera che li aveva cresciuti.

Onesto e povero, di parola e pensiero lealtà,

Che cosa mai, Fabiano, ti portò in città? [1]

Da quel momento è stato tutto un precipitare colloso in questa melma sfavillante; ed è forse questa luce artificiale così dannosa per le falene, invasiva e onnipresente, a rendere speciale la melma che ha sommerso F, a renderla differente da altre melme più tangibili e antiche.

Da quel momento è stato tutto un ripetuto affondare ed essere inghiottiti da differenti sostrati di realtà. Sempre più degradati e degradanti. Sempre più mucosi e inafferrabili. Sempre più evasivi e fatui, spettacolari e vacui.

E a furia di affondare, perché di furia si tratta, di fretta impetuosa, di agitazione rabbiosa, si è perso il conto dei sostrati di realtà sotto cui ci si è adattati a sopravvivere.

Si vive così, dentro queste camere d’aria scavate nella melma, dentro queste cripte asfittiche, dentro questi cunicoli travestiti da scelte.

A volte si sentono sbattere porte e cancelli in un altro livello di realtà, o su un altro canale, o in una finestra lasciata aperta proprio sotto la cronologia.

A volte si aprono squarci su ciò che si credeva impossibile, su prigioni così angoscianti che subito con un dito si richiude la finestra, su verità così evidenti e sconvolgenti che si preferisce continuare a far finta che siano soltanto incubi o fantasie.

Come l’Aula di Giustizia in cui F è alla sbarra e i fatti che seguiranno.

Laddove non si deve credere che tutto è vero ma soltanto che è necessario, facendo così della menzogna una norma universale, in quello spazio e in quel tempo ogni cosa diventa reale, ogni cosa  diventa spettacolare.

Tutto ciò che è spettacolare è reale. Tutto ciò che è reale è spettacolare.

[1]Marziale, Epigrammi, I, 4, vv.1-2

Diario in Rojava

 di Vittorio Sergi

 

19/04 Erbil – Iraq

La città di Erbil, Hevelar per i Curdi, ha una forma circolare e concentrica. Il primo cerchio è stato tracciato 6000 anni fa. Gli altri molto dopo e sono pieni di toyota bianche che sfrecciano. Sotto la cittadella antica mangio finalmente il primo pasto decente dopo due giorni in viaggio. Ogni volta che esco dall’Europa mi sorprendo di come la cucina popolare di strada sia incredibilmente superiore come qualità e sapore a quella industriale locale o di importazione che sia. Ovunque, e questo posto non fa eccezione, la modernità capitalista impone le sue gerarchie di valore e queste cambiano perfino il modo in cui una popolazione percepisce i propri gusti. E’ venerdì e le strade del quartiere del mercato si riempiono di venditori di animali di ogni tipo scesi dalle montagne e venuti dalla campagna che si stende appena fuori dalla cintura urbana, tra i campi petroliferi pascolano le pecore. Accanto a me un uomo di circa sessanta anni siede imperturbabile fissando da un’ora lo stradone trafficato fuori dalla finestra sporca dell’hotel. Non guarda un telefono né uno schermo di tv, come quasi tutti siamo abituati a fare. Il suo silenzio a capo di qualche minuto diventa estremamente intrigante. Non sono più abituato ad aspettare. Tempesto di telefonate l’autista perché voglio uscire, per andare dove non so. Andremo in giro come disperati per le strade trafficate e sporche di fango ascoltando Madonna sulla radio per mangiare una sfilza di panini con la carne in un locale fumoso e pieno di soli uomini. Il rumore del flusso continuo di auto è interrotto dal tintinnio dei cucchiaini nei bicchierini del chai. La televisione trasmette un flusso di cantanti arabe qualche chilo sopra lo standard occidentale, pubblicità di pannolini e spot nazionalisti sul fragile onore militare di Peshmerga.

20/04 Posto di frontiera di Semalka – Siria

Abbiamo attraversato per tutta la mattina a velocità preoccupante una pianura piena di pioggia e pozzi di petrolio. L’odore dell’acqua e quello dell’idrocarburo ogni volta che apro il finestrino. Mando, l’autista curdo con una protesi al posto della gamba saltata in combattimento in Bakur, ascolta la colonna sonora di Django Unchained e canta tutte le canzoni dall’inizio alla fine.

Passiamo davanti ad almeno due campi profughi immensi, sono profughi interni, iracheni che hanno lasciato le proprie case dopo le diverse battaglie contro l’ISIS di questi anni. Yezidi, Curdi, Arabi, dietro un reticolato sgangherato, in container e tende bianche e azzurre dell’UNHCR. Quale sarà il loro posto? Sembrano dispersi come le greggi che punteggiano di bianco le pianure verdi.

Più ci avviciniamo al confine più torri di raffinazione del greggio bruciano nella foschia della pioggia. Come tante candele accese ai piedi delle prime alture si fanno annunciare dalla puzza che ho già imparato a sopportare.

Si impara la geografia viaggiando. Le frontiere che per la mia generazione sono state spesso un relitto su strade di montagna qui funzionano a pieno regime. Maledetta invenzione. Mando, supera tutti i posti di blocco senza problemi e mi regala un siparietto geniale. Mentre una funzionaria di frontiera mi fa un interrogatorio poco convinto sulle ragioni del mio viaggio lui sbafa le caramelle ed i cioccolatini dalla vaschetta sulla scrivania dell’altra funzionaria e mi lancia al volo i dolcetti. Nessuno fa una piega. Fuori i comuni mortali fanno la fila sotto il sole: anziani e bambini, uomini impazienti e famiglie che si salutano. Bastano un piccolo cancello azzurro ed una divisa invecchiata per fare di un uomo un doganiere e di un altro un numero che deve aspettare il suo turno. Niente a che vedere comunque con la tensione che si respira alle frontiere della Unione Europea. Mi vengono in mente i giovani afghani rintanati sotto i tir nel porto di Patrasso, gli inseguimenti con gli sbirri in moto, le bottiglie d’acqua regalate di nascosto a quei giovani senza nome.

Passiamo il fiume Tigri su un ponte galleggiante che si regge malapena contro il flusso della corrente sempre più impetuosa. Le anziane velate accanto a me iniziano a sacramentare sperando che Allah non abbia molto da fare oggi ed abbia voglia di aiutarci a passare il guado.

Che effettivamente passiamo. Ed in Rojava si respira di colpo un’aria informale. I doganieri senza divisa si chiamano “heval”, compagno, tra loro. Finalmente sento questa parola magica! E’ curioso trovarmi a pensare un parallelo tra la rilassatezza delle guardie di frontiera cubane e questo angolo di Medio Oriente sulle sponde di un fiume mitologico. Mentre aspetto il passaggio per Qamishlo, incontro una ragazza francese che lavora per una ONG da due anni e mezzo ma non spiccica una parola di curdo, mi propone un passaggio sul loro furgone ma resto fedele alla linea. Aspettare non mi dispiace, resto ad osservare l’umanità che arriva. Appena fuori dal posto di frontiera spicca un poster gigante con le foto dei compagni internazionalisti morti in guerra da queste parti. Sono decisamente tanti e tante. In mezzo spicca l’icona di serok Apo e sotto una bambina di 5 anni aspetta qualcuno. Hanno combattuto per lei e forse nemmeno lo sa.

21/04  Amude – Rojava

La strada che dalla frontiera porta all’interno del Rojava è nettamente più disastrata di quelle ampie e piene di cisterne di petrolio che sfrecciano pericolosamente per il Kurdistan iracheno. Quando piove è fango, quando c’è il sole è polverone. Il risultato è un marrone diffuso ovunque, dalle divise dei combattenti YPG ai posti di blocco fino ai capelli dei bambini che giocano tra carcasse di auto e campi di grano a perdita d’occhio.

Ogni città o paese è annunciato da un checkpoint, dalla frontiera al capoluogo del cantone ne conterò almeno dieci in due ore. Ad ogni stop abbondano le armi e le telecamere puntate ma il clima è rilassato, sentire dire “compagno buongiorno” deve aver mandato in tilt il cervello di più di un militante europeo abituato al maltrattamento quotidiano!

Sul viale principale di ogni piccola e grande località sono esposti dei grandi ritratti dei caduti, solitamente quelli del posto ma non necessariamente. Foto con l’arma in mano, nome di battaglia e stella rossa. Morire in combattimento è una possibilità e i soldati di questa guerra si preparano con compostezza. Tutto il contrario delle bare nascoste agli occidentali durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan. Mi colpisce l’immagine di uno di loro, senza uniforme, il viso paffuto ed una gloriosa bandoliera di cartucce nello stile di Pancho Villa. Il Centro di Qamishlo è sotto il controllo del governo di Damasco, le vie sono pigramente barricate con sacchi di sabbia e pezzi di cemento armato con delle bandiere che sventolano impolverate. Sembra che i combattimenti siano finiti tanto tempo fa, invece non sono ancora iniziati. I miei accompagnatori passano velocemente in questa zona senza fermarsi. Un poliziotto del regime, goffo nel suo pastrano di pelle nera e sotto un cappellone bianco da capitano di vascello sbraita al caos di auto che lo circonda. Mette in scena un impossibile show di sovranità statale. Anche a causa di questa difficile convivenza, la casa per accogliere gli ospiti internazionali si trova ad Amude, un centro più piccolo 30 km più ad ovest, saldamente in mano alle organizzazioni rivoluzionarie curde fin dalla prima rivolta contro Assad nel 2004.  L’ospitalità è organizzata in una imponente villa di cemento e marmo bianco, requisita ad una famiglia di ricchi che ha lasciato il paese all’inizio della guerra civile. Un giovane membro della sicurezza interna, gli Asaysh, mi accoglie sorridente ma non abbiamo una lingua in comune e comunichiamo a gesti per ora. Mi offre spaghetti ed insalata per merenda che mangio con appetito famelico, poi lui scompare dietro al cellulare collegato al WIFI ed io dietro al mio laptop preoccupato di preparare i seminari per gli studenti dell’università. Spero che arrivi presto il momento di entrare in attività, questa lunga attesa mi sfianca.

23/04

Finalmente sono entrato in azione. In questi due giorni ho fatto un sacco di incontri e la pioggia è finita. La gente del Rojava, i suoi suoni e colori, odori e luci sono entrati con forza su queste pagine. Oggi pomeriggio con Jasmine e Leyla, studentessa e insegnante della facoltà di Jineologia, la nuova scienza delle donne sono andato in giro per la cittadina di Amude, antica città curda a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Abbiamo girato a piedi per le strade caotiche e piene di auto e furgoni chiassosi, di bambini che giocano ovunque e comunque, di case mezze diroccate o non finite. Nella stessa via ci sono una piccola chiesa e la moschea più antica del luogo. La signora in nero che ci ha fatto visitare la chiesetta senza pretese difesa da un posto di blocco della sicurezza interna mi dice subito che ha perso un figlio il mese scorso a Baghouz. Là dove è morto il combattente italiano Lorenzo Orsetti. Chissà se era uno di quei sette combattenti YPG “arabi” che le cronache raccontano siano morti insieme a lui. E stringo la sua mano calda. Gli occhi liquidi mi tremano per pochi secondi.

Poi visitiamo la moschea vuota di gente e piena di luce. Il mullah ci regala delle caramelle causandomi un certo imbarazzo. Le accetto per non essere scortese ma trattengo un sorriso. Leyla e Jasmin, entrambe velate e credenti non colgono l’ironia. Sono impegnate a raccontarmi la rivoluzione delle comuni di quartiere che organizzano gli abitanti di queste stradine povere, a farsi i selfie con me ed a portarmi in giro con orgoglio per la loro città. A tutti gli incroci, se si guarda a nord si vedono i monti Tauro in lontananza, le luci della città di Marfin in Turchia, inaccessibili dietro il muro di cemento bianco sormontato di filo spinato che corre da est a ovest per 800 chilometri. Dietro il muro corrono continuamente camion con rimorchi pieni di merci. Tra greggi di pecore e capre i soldati YPG hanno scavato trincee e bunker per sorvegliare il nemico. Dalle torrette di cemento e dietro i blindati anche i turchi ci guardano.

Quando il sole scende entriamo in un centro civico di quartiere dove ci sono dei bambini che cantano e suonano con un maestro di musica il repertorio folk curdo. Ci accolgono con allegria spontanea e improvvisiamo una festa con the e sigarette mentre la luce del tramonto accende i vetri impolverati. Una bambina canta forte come una fiamma, non capisco una parola delle loro canzoni, anzi solo la parola “azad”, libertà. Passiamo insieme un’ora molto bella.

Oggi alla facoltà di Jineologia ho tenuto il primo seminario in inglese su tre figure di donne del movimento zapatista. Me lo hanno chiesto le compagne ma sono molto in imbarazzo, sarò all’altezza delle loro aspettative? Cosa vogliono sapere? Ho parlato per un’ora e mezza in inglese con la traduzione di un professore arabo piuttosto anziano, chissà come ha tradotto le mie parole, le compagne non sembravano molto contente di ascoltare il monologo di due uomini. Tuttavia in tante sono state molto attente, in fondo alla sala piena anche qualche uomo e due femministe europee che sono intervenute ripetutamente con una retorica pesantissima a cui per cortesia non mi sono impegnato a ribattere. Molte conoscevano lo zapatismo solo per sentito dire ma hanno seguito tutto il discorso annuendo. Hanno fatto domande, preso appunti. Io ho cercato di capire come vogliano costruire questa nuova scienza sociale dal punto di vista delle donne. Non c’è traccia di tutta la competizione che si respira nelle nostre università, la classe è un collettivo. C’è tanto entusiasmo in queste nuove istituzioni ma anche tanta burocrazia mescolata fortunatamente ad uno stile alla fine piuttosto informale. Negli uffici dei dirigenti campeggia sempre il ritratto di Ocalan, ci sono spesso grandi tv accese sui canali curdi all news, pochi libri e l’immancabile chai.

Stasera con due nuovi ospiti di questa strana residenza, mentre fuori le guardie armate di kalashnikov bevevano l’ennesimo the, ho avuto una interessante discussione sulle eresie religiose rivoluzionarie nell’Islam e nel Cristianesimo. Sono stati evocati anche gli ultimi ebrei di Qamishlo ed i primi comunisti iracheni. Da queste parti sono passati tutti. La serata finisce seduto sotto le stelle, appena fuori dalla piccola fortezza che ci ospita, parlando a gesti della differenza tra la pistola Glock e la Beretta, il Barcellona e la Juve, se mettere o meno lo zucchero nel chai, delle distanze di chilometri e di esperienza che ci separano.

24/04 Qamishlo

Oggi ho tenuto due seminari davanti ai ragazzi ed alle ragazze dell’Accademia Mesopotamia, una istituzione educativa superiore non formale diretta a formare i giovani quadri rivoluzionari. Mi hanno colpito gli occhi pieni di luce dei ragazzi e delle ragazze, il loro silenzio attento, la loro voglia di imparare, la semplicità spartana dei loro ambienti di vita e di studio che mi ha ricordato subito quella della scuola secondaria zapatista di Oventik in Chiapas. Abbiamo mangiato insieme in piedi in un refettorio spoglio e freddo ma con composta allegria e convivialità. Ceci al sugo e pane arabo. Poi abbiamo giocato a pallavolo in cortile, sul cemento sotto un sole implacabile. I loro corpi non erano addestrati al gesto sportivo ma erano pieni di energia. La palla schizzava ovunque tranne che nel campo ma ogni fallimento era accompagnato da risate. Durante il seminario quando qualcuno deve parlare si alza in piedi e fa un passo avanti. Mi hanno fatto domande intelligenti. “Quando abbiamo già visto il peggio non possiamo avere più paura di niente” ha detto uno di loro. Come dargli torto. Sono rimasto quasi commosso quando ho stretto la mano a tutti, in piedi e schierati a quadrato. Ci siamo fatti le foto e salutati tra mille risate dopo quattro ore di lezione seria e concentrata.

Cosa abbiamo fatto ai nostri ragazzi in Italia? Qualcuno ha spento la luce del futuro che illumina il presente? Li abbiamo lasciati soli davanti al ghiaccio degli schermi digitali? Mi è tornato in mente il silenzio paralizzato di migliaia di ragazzi nella notte davanti alla discoteca “Lanterna Azzurra” dove a dicembre scorso sono morti in sei. Nessuno si è incazzato. Solo dolore. Possiamo dargli di più? Possiamo chiedergli di più?

La diversità nello stile dei gesti, nell’organizzazione materiale degli spazi colpiscono la mia attenzione e sensibilità. In questa università informale ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni passano tre quadrimestri in stretta convivenza, una esperienza unica in tutta la regione. Possono usare il cellulare solamente quattro ore al giorno. Sui muri citazioni di Adorno, Voltaire e Ocalan. La rivoluzione di cui parlano ogni giorno da queste parti è forse questo vitale disordine delle cose normali che si respira ovunque? Questa possibilità evidente che accada qualcosa sempre in sospeso tra il trionfo e la tragedia?

In generale la nuova università porta con se tante cose della vecchia: le aule, i quadrimestri, gli uffici della amministrazione ed una nuova burocrazia. Ma allo stesso tempo si sentono parole inedite da queste parti e dimenticate nei nostri atenei. Valutare non le conoscenze ma l’impegno a mettere il sapere critico a servizio della società, la capacità di aiutare i propri compagni, un rapporto paritario tra insegnanti e studenti. La distanza tra queste aspirazioni e la pratica è ancora tanta, ma nessuno sembra volersi fermare a metà strada. Qui nella Università del Rojava essere universitari non è più un privilegio ma una militanza sociale anzitutto. La produzione scientifica secondo gli “standard” internazionali è ancora lontana, ma intanto le figlie dei contadini studiano Simone de Bouvoir e Murray Bookchin su dispense in arabo e curdo, guardano una messa in scena di “una donna sola” di Franca Rame e parlano di mitologia sumera. Come altro si poteva fare questo mezzo miracolo?

25/04 Amude

Un 25 aprile insolito. Oggi ho tenuto una lezione sulla narrativa del movimento zapatista a partire dal racconto del Subcomandante Marcos “Los arroyos cuando bajan” del Marzo 1994. Ero in un grande auditorium di legno pieno di immagini degli eroi rivoluzionari curdi che avevo già visto tante altre volte nelle foto e nei video sul movimento. C’erano una quarantina o forse più di studenti e studentesse ed anche uno con la carrozzella, molto intelligente ed attento. E’ stato difficile ed emozionante parlare con la traduzione e sfidare il fatto di superare in un balzo diverse barriere culturali ma alla fine siamo stati tutti soddisfatti. Abbiamo parlato della auto-narrazione degli oppressi come forma di lotta contro l’egemonia ideologica borghese. Ascoltando le domande, il modo di ragionare degli studenti e dei professori a volte mi appariva ideologico e rigido ma allo stesso tempo ancorato ad esperienze reali e concrete. Ho imparato molte cose. Obeyda ha 20 anni, studia per estrarre il petrolio e oggi fa le foto ed i video per la pagina facebook dell’università. Vorrei chiedergli cosa ne pensa dei suoi coetanei che scendono in piazza per finirla con i combustibili fossili ma non abbiamo una lingua in comune e ci limitiamo a scambiarci foto sulla chat e sorrisi dal vivo. Nel pomeriggio sempre in compagnia di Leyla e Jasmin siamo stati a visitare la base delle YPG di Amude ed ho preso un chai con dei veterani.

Sono uomini con facce vissute ed intense, mani grandi da figli di lavoratori da generazioni. Alcuni combattono con le YPG dal 2011. Mi fanno notare che loro combattono da eguali in mezzo ad altri eguali e difendono le loro famiglie. Mostrano una calma ed una determinazione profonde. Hanno un morale alto ed una etica forte. Purtroppo la storia dimostra che non bastano per vincere le battaglie, tuttavia alla fine possono farti vincere una guerra. Siamo stati anche su una piccola collina alta poco più delle case a due piani della città. Dopo la pioggia sulla pianura della Mesopotamia si vede per chilometri dai monti Tauro in Turchia ai monti Shengal in Iraq. Sui bordi delle strade prima fangose adesso si alza la polvere, sono sbocciati migliaia di papaveri rosso fuoco come le stelle sui poster dei martiri appesi ai pali ed alle colonne. Sulle strade passano in continuazione camion di pecore e montoni diretti in Iraq, cisterne di petrolio, furgoni militari e ogni tanto trattori con un rimorchio pieno di persone e mobili che tornano da qualche esilio. A fine giornata uno scambio di simboli: il fratello di Jasmin mi ha regalato la toppa dello YPG ed io in cambio gli ho dato il mio ultimo adesivo di “combatti la paura – distruggi il fascismo”. Ci sta.

26/04 Jin War –

Oggi la giornata è iniziata con il sole pieno. Due gatti randagi che lottano sul muro di cinta e gli americani ospiti anche loro di questa strana residenza che non vogliono bere il caffè in giardino per chissà quale paranoia di sicurezza. Oggi Gulistan Sido, professoressa di francese rifugiata dalla università di Afrin che mi aiuta con le traduzioni mi ha accompagnato a visitare Jin War, il villaggio delle donne. In mezzo ai campi di grano verde, su una piccola altura, dal 2017 sono state costruite trenta case di terra con la tecnica locale. Sono belle e ben curate, con finestre colorate e sono abitate per ora da quindici famiglie di donne con bambini. Ci hanno ricevuto tre donne molto diverse tra loro. Una giovane volontaria tedesca sui vent’anni e due curde più grandi, la prima quarantenne militante guerrigliera venuta dalla Turchia e l’altra siriana sui cinquanta con la sigaretta in bocca ed un sorriso stampato in faccia. Il discorso ha toccato punti alti, sedute sui divani in stile arabo, sorseggiando il the di rito. La comunicazione tra umani prima ed oltre il linguaggio, il femminile plurale inclusivo, il femminismo e l’orientalismo, il tutto mentre la compagna venuta dalle montagne intrecciava braccialetti di filo colorato e le due giovani universitarie con il velo al-amira la ascoltavano parlare rapite.

Da queste parti l’umanità sta facendo grandi passi. E da noi? Forse è proprio questo relativo ma effettivo avanzare nella lotta per la libertà e la dignità in Medio Oriente che ci entusiasma tanto, laddove invece il movimento più innovativo che è nato in questi mesi a Londra parla di lotta all’estinzione umana ed animale. I sentimenti umani sono sempre articolati su uno sfondo ambientale che influisce sulle nostre sensibilità. Anche nel villaggio delle donne ci sono bambini che giocano in libertà tra le erbacce troppo cresciute e un sacco di ferraglia pericolosa e strumenti da lavoro. Come i bambini descritti dal polacco Janusz Korczak vivono la libertà creativa a contatto con il rischio.

Nel pomeriggio abbiamo visitato Tell Mozan una collina dove è ancora visibile un complesso monumentale del 3500 A.C. Sulla sommità del rilievo c’è un piccolo avamposto militare ed una tostissima teenager delle YPJ ci ha dato una lezione di disciplina rivoluzionaria non facendoci passare con la macchina, gli ordini sono ordini! A piedi abbiamo raggiunto la cima e nella luce del tramonto ho provato a immaginare perché migliaia di anni fa, dei gruppi umani si sono fermati qua. Secondo alcuni è stato l’inizio della cosiddetta “civiltà”, per altri l’inizio della fine di una umanità basata sulla libertà. La domesticazione e la gerarchia sociale sono iniziate da queste parti dove oggi dei giovani con l’AK in mano e il sorriso in faccia cercano di tracciare un nuovo cammino.

27/04

Oggi giornata lenta, quasi tutto il giorno a casa. Ho preso tempo per annusare le rose di Damasco nel giardino semi abbandonato. Tra le scatole di the della colazione ho trovato una pistola. La quotidianità da queste parti. Passo delle ore di relax leggendo “Vita e destino” di Grossman. Nel pomeriggio sono stato al mercato del paese con Jasmin e Leyla. Improvvisamente Jasmin mi ha detto “non dimenticarti di noi”. Così, brusca. Mentre mangiavamo un falafel nel giardino di marmo e pini dove si ricorda la terribile strage di 283 bambini nell’incendio del cinema nel 1960, abbiamo parlato un po’ di noi, una pausa dalle discussioni politiche e dalle lezioni. La tragedia con i suoi episodi di coraggio e viltà ha marcato per sempre questa comunità locale. Nel 2004 una rivolta contro la dittatura di Assad a seguito degli scontri dopo una partita di calcio a Qamishlo portò all’abbattimento della statua del presidente. Oggi campeggia una statua che celebra la donna libera. Amude è una comunità di agricoltori, pastori e contrabbandieri dove le donne stanno portando avanti una rivoluzione quotidiana. Quando ho chiesto alle due donne che mi accompagnano da giorni come vedono il loro futuro si sono un po’ infastidite. Gli occhi grandi di Jasmine si sono velati e Leyla ha detto nel suo inglese traballante che come è possibile pensare al futuro se c’è sempre la minaccia che la Turchia ci attacchi? “Se ci attaccheranno diventeremo soldatesse e andremo a combattere.” Silenzio. Ovunque ci sono immagini di martiri della loro età appese ai muri, sulle vetrine dei negozi, in strada. A guardarle bene queste strade sono tanto povere e sgangherate eppure tutto sembra funzionare. Intere famiglie viaggiano su moto cinesi, ne passa una con sei persone tra cui un bebè in un asciugamano azzurro. Nonostante il socialismo sia un desiderio presente le differenze sociali non scompaiono. I ricchi proprietari terrieri arabi girano in SUV, altri si trascinano in ciabatte. Cosa hanno in comune? La nazione? Non credo. Il giovane governo che vuole incarnare le nuove teorie socialiste e libertarie di Ocalan non può mettersi contro le tribù arabe e così la proprietà della terra che è nelle mani di poche famiglie non viene messa in discussione, non adesso.

La partenza

Ho passato due ore nel cimitero dei martiri di Qamishlo. Ogni città ha il suo, questo è più grande ed accanto ad almeno un migliaio di tombe di “martiri” c’è un grande terreno appena dissodato che attende altri morti. Cinque bambini mettono rose sulla tomba del fratello più grande. Lui è ritratto con un Rpg in spalla ed il sorriso in faccia. Le bambine baciano la lapide di marmo bianco. Più in là si prepara la cerimonia di ogni giovedì pomeriggio. Sotto un sole al massimo si siedono con lentezza tante donne velate. Alcune piangono, l’associazione dei caduti provvederà per quanto possibile a fargli avere un sostegno economico. Le famiglie si conoscono e stringono legami nel lutto e nell’orgoglio di avere dato quanto di più caro per la libertà ritrovata. Una gerarchia di valori sconosciuta alle mie latitudini. Non posso dire niente, fortuna che ho gli occhiali da sole.

La sera il canto del muezzin si sente appena. Dalla strada che porta a Raqqa di notte arrivano tanti camion militari che trasportano di tutto e fanno rumore. Oltre il confine si accendono le luci arancioni di una terra dove tanti ragazzi non sono mai stati. Scambio l’ospitalità generosa di questi giorni con una vecchia maglietta del Che presa in Venezuela tanti anni fa. Sta meglio qua. Mi bevo l’ultimo chai con Dejwar, “sei l’unico poliziotto con cui posso farlo, gli dico, dalle mie parti siamo gli uni contro gli altri” e lui mi guarda strano facendo una finta faccia truce.

Dopo decenni passati a combattere una guerra clandestina adesso i curdi difendono un territorio, una pace, una legge, seppure flessibile. Deve essere una strana sensazione che dal mio punto di osservazione vedo come l’altra sponda lontanissima di un deserto da attraversare.

Al mattino mentre mi allontano e saluto gli amici e le amiche di questi giorni strani li immagino tutti a bordo di un vascello pirata chiamato Rojava. Armi o libri in mano vanno avanti, con un chai troppo zuccherato per scaldare la notte. I loro sogni volano su whatsapp sotto le stelle della Mesopotamia. Sognano l’Italia, Barcellona, l’America, ognuno vuole un Kurdistan diverso da chiamare casa o forse a tutti basterebbe far scomparire quel muro bianco e feroce che li divide dai fratelli e dalle sorelle curde, dalle montagne, dalla libertà.

Se domani inizierà un’altra guerra, ci andranno tutti e tutte così come li troverà il mattino che inizia presto da queste parti.

Amour est bien le mot. Frammenti sul ricatto del lavoro

Una colata vi seppellirà (ancora)

We are aluminum

Sono volti determinati e speranzosi. Sono volti sollevati, più e meno giovani, coi baffi, gli occhi azzurri, i capelli in coda, le lentiggini, gli occhiali e le barbe.Volti di uomini e di donne. Parlano lingue diverse, vengono dagli Stati Uniti, dalla Scandinavia, dalla Germania, dai Paesi Bassi, dalla Francia. Si muovono tra i macchinari delle loro fabbriche pulite, con gli elmetti bianchi, le tute rosse, i guanti blu cobalto. Nessuno di loro porta mascherine. Controllano gli schermi dei PC nei loro uffici ariosi e informali. Alcuni — ma d’altronde è normale, no? — portano gilet gialli. L’occhio meccanico li inquadra tutti. Sorridono. Clic.

Lo scatto vale mille parole. Davanti a un piccolo buffet improvvisato al lavoro, il team Hydro di Rackwitz (Germania) festeggia lo scampato pericolo dopo l’attacco hacker che ha colpito la multinazionale il 19 marzo scorso. Sul tavolo, tazzine di caffè, salumi in scatola, biscotti, coca-cole, succhi. Le loro occhiaie dicono della notte in bianco. Sono stanchi. Sono determinati. Sono speranzosi.

Migliaia di persone del mondo Hydro stanno lavorando giorno e notte per rialzarsi in piedi e correre.

Un’autentica prova di cura, coraggio e collaborazione.

Hydro — we are Aluminum

Il cyberattacco contro Norsk Hydro è iniziato nella serata del 19 marzo. Gli hacker hanno preso di mira i sistemi It del gruppo, che regolano quasi ogni attività, attraverso il ransomware Lockeroga. L’azienda ha dovuto mettere in pausa molte delle fabbriche di estrusione del metallo, che trasformano l’alluminio grezzo in componenti. Per qualche motivo a noi ignoto, Hydro era un obiettivo esplicito degli hacker.

A questo link potete assistere anche voi allo spettacolo — ultrakitsch — della dichiarazione d’amore dei dipendenti nei confronti della loro azienda. Nessun completo in gessato, nessuna scrivania presidenziale. Il messaggio è chiaro: «Hydro è chi ci lavora». I dipendenti norvegesi ricopiavano gli ordini a mano su carta per poter avere «qualche ora di produzione assicurata». «È fantastico vedere così tante persone farsi volontarie senza nemmeno chiedere», dice un operaio. Durante il down generale, i volontari hanno allestito un sito web temporaneo, mentre altri rappresentanti tenevano costantemente aggiornati media e stampa, tenendo dei veri e propri webcast con informazioni, domande e risposte. «Sappiamo quanto è importante continuare a produrre per fare soldi», dice Frode Halteigen, il primo ad essersi accorto dell’attacco.

Una storia di successo aziendale. Persone volonterose di dare il proprio contributo nel momento del bisogno. Persone sorridenti e pulite. Persone bianche e caucasiche. Sicuramente non gli operai rossi di bauxite a Barcarena, fuori dal cerchio dei riflettori, che continuavano a lavorare manualmente all’estrazione di bauxite mentre Hydro decideva di non pagare il riscatto degli hacker, chiedendo ai suoi dipendenti europei «un enorme sforzo per risolvere la situazione». Negazione assoluta della merda.

È a questa immagine che dobbiamo ritornare ogni volta che parliamo di ricatto del lavoro. Un ricatto che altrove viene semplicemente rimosso o represso nel sangue, mentre nelle nostre città di alluminio scintillante produce endorfine, spirito di squadra, sana competizione, volontà di successo. Che produce cura (alla faccia del lavoro riproduttivo!) e una — malata — forma di amore.

Il messaggio contenuto nel virus

 

Allarme chimico

Feltre, primavera del 2000 — appena prima di Genova. Gli anni in cui anche qui ci siamo accorti che nei processi di globalizzazione capitalistica c’eravamo dentro fino al collo. Tra le tante cose, ci siamo resi conto che anche qui c’erano multinazionali che a questo processo partecipavano fino in fondo. Che anzi lo determinavano fin dall’inizio.

Una di queste era l’Alcoa — nello stabilimento che adesso è proprietà di Hydro —, un colosso dell’alluminio americano che faceva già allora disastri in giro per il mondo. In quel periodo traevamo ispirazione e informazioni da questo sito internet che spiegava bene la situazione in Texas — ma Alcoa saccheggiava anche l’India, ad esempio — e avevamo cominciato a rifletterci. Nel marzo di quell’anno aveva patteggiato 8 milioni di dollari col Dipartimento di Giustizia USA per la bonifica del bacino del Mississippi, ma stava affrontando parecchi processi per inquinamento delle falde acquifere. Tra le aziende più inquinanti al mondo.

La nostra critica al tempo era abbastanza embrionale, e riguardava più che altro i disastri ambientali che Alcoa e altre esportavano nel mondo. Non si parlava più di tanto di quello che l’inquinamento stava causando anche a Feltre da decenni — l’incidenza tumorale, l’amianto, i rifiuti tossici, una qualità dell’aria raccapricciante. Quello sarebbe venuto dopo. Volevamo però stabilire un contatto. Parlare con gli operai, conoscere le dinamiche interne. Se possibile, costruire insieme a loro un fronte di lotta.

Di buona mattina ci troviamo davanti ai cancelli della Alcoa. Siamo in tanti. Davanti c’è il Monte Tomatico, che chiude la vallata feltrina a sud. Sembrava uno nudo che si copre con le mani. Il cielo era basso e pieno di nubi. Non avevamo autorizzazioni, non avevamo permessi, non avevamo niente. Allora non andavano molto di moda, e certe cose le si poteva ancora fare relativamente tranquilli. Sotto questo cielo che potremmo definire bigio, se costretti — perfetto, in un certo senso, per i nostri scopi — cominciamo a transennare le ringhiere con un nastro giallo-nero. Succede tutto molto in fretta. Alcuni di noi bombolettano i muri, altri la strada. Lo stencil era semplice: un classico trifoglio.

Pericolo contaminazione radioattiva.

Blocchiamo le prime auto. Viale Monte Grappa è sempre trafficato, è la cintura esterna del centro. Presto si crea un ingorgo, e noi ci volantiniamo dentro. Raccontiamo cos’è e cosa fa l’Alcoa in giro per il mondo. Mentre alle sirene simulate dai megafoni si aggiungono le prime volanti di polizia e carabinieri, arrivano loro. Portano mascherine, occhialoni, protezioni. Ragazze e ragazzi bardati, che a passi lenti perimetrano un’area al centro del presidio. Al centro c’è letteralmente Homer Simpson in tenuta anti-atomica. Maschera antigas, tuta bianca anti-contaminazione, stivali e guantoni. Una stima? Ti ho detto, eravamo in tanti… tanti che al centro della strada occupata, ormai diventata un palcoscenico, fanno blocco mentre i nostri artificieri con i fumogeni in mano iniziano a bonificare l’area… Una simulazione perfetta.

Dura tutto al massimo un paio d’ore. A quel punto la fabbrica è completamente in tilt, i camion non transitano, la polizia preme. Decidiamo di spostarci di fronte a una casetta di proprietà dell’azienda, lì vicino. Era disabitata, e l’idea era di occuparla per farci dentro un centro di informazione e documentazione in vista del G8 di Genova. Certo, a quel punto gli sbirri erano abbastanza in forze per impedirci di farlo… ma un paio di noi sono riusciti a saltare dentro il cancello mentre il resto dei compagni rimasti fuori faceva bordello.

Questo è stato il nostro primo approccio con lo stabilimento di alluminio a Feltre.

Il nostro primo allarme chimico.

Per farla breve: ci chiamano. Vogliono incontrarci. Immaginate l’atmosfera pazzesca. Gli operai dell’Alcoa che ci chiedono un incontro: ce l’avevamo fatta.

Li aspettiamo al Crash il giorno dopo. Arrivano in tre. Hanno perfino paura a entrare, ci guardano dal vetro appannandolo col fiato. Alla fine dobbiamo aprirgli noi. Si ingobbiscono come per passare sotto una porta bassa.

Dura tutto molto poco, ma ci sembra ci mettano una vita. Parla solo il rappresentante della Fiom.

Ci chiede per piacere di non protestare più, ché «da Ginevra» minacciano di chiudere se vedono che la città non li vuole.

Com’era quell’episodio dei Simpson? «Si può persino individuare il secondo preciso in cui il *mito operaista* si spezza a metà»…

Il secondo preciso in cui il mito operaista si spezza a metà (Stagione 4, episodio 15, «Io amo Lisa Simpson»)

Va tuto bene

Erano passati anni. Nel frattempo, Sapa aveva rilevato l’Alcoa (come si diceva qui), e progettava un potenziamento della fonderia. Forse è per questo che il 19 giugno 2009 sui muri di Feltre era apparso un manifesto dall’eloquente titolo, a firma Comitato Immaginario: La SAPA è nociva. La storia era sempre quella: sostanze pericolose, nessun tipo di filtro o abbattitore di polveri, terreni utilizzati come discarica di rifiuti tossici e speciali. Mi ricordo un passaggio, in particolare, che fa:

Chi ci ha lavorato [alla fonderia] ci ricorda che un esperimento del genere è già stato provato intorno agli anni ‘80, con lo stoccaggio in azienda di oltre 2000 ton. di materiale esterno di pessima qualità, che alla prova della fusione ha dato risultati disastrosi dal punto di vista ambientale (che hanno provocato la chiusura dello stabilimento per giorni). La direzione si sbarazzò del materiale in questione spedendolo presso un proprio stabilimento in Sardegna, a Portovesme, in un’area in riva al mare un tempo paradiso naturale, oggi distrutta dalle speculazioni industriali. Le «autorità» (in)competenti hanno di fatto già deciso per il via libera a questo scellerato piano: una dopo l’altra pioveranno le autorizzazioni […] Si speculerà, sindacati in testa, sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche (come se i padroni non dislocassero le fabbriche senza tanti complimenti quando ne hanno voglia…)

Sia nel 2000 che nel 2009 avevamo infatti raccolto testimonianze di operai che volevano rimanere anonimi. Oltre al pittoresco smaltimento rifiuti, parlavano di situazioni di alta nocività durante i turni di lavoro, e di vecchi forni contenenti amianto che l’azienda avrebbe voluto riutilizzare.

Ma a quanto pare la Sapa — come Alcoa prima, come Hydro poi — non aveva nemmeno bisogno di scomodarsi in prima persona. Si era già fatta il suo piccolo esercito. I manifesti attacchinati nella notte dagli anonimi oppositori delle nocività vengono staccati la notte stessa da alcune squadrette di sindacalisti, che il giorno dopo al bar si vantano del fatto.

All’assemblea pubblica di presentazione del progetto di allargamento della Fonderia c’eravamo tutti. Tutti abbiamo visto chi volantinava, tutti abbiamo visto gli operai che si alzavano e li attaccavano. Erano più o meno tutti legati agli stessi sindacati. È stata quella l’assemblea in cui il direttore ha candidamente detto che la fabbrica non usava filtri — ma che con il potenziamento li avrebbe installati…

Il 20 giugno 2009 il Gazzettino titolava:

Fonderia Sapa, ora basta: fermiamo i calunniatori.

Il rappresentante dei lavoratori invita la multinazionale a presentare una denuncia contro ignoti

«Contro le calunnie e le diffamazioni di quei manifesti la Sapa presenti ai carabinieri una denuncia contro ignoti».

All’indomani dei volantini anonimi contro il progetto di fonderia, distribuiti un po’ ovunque in città, le RSU prendono le difese dello stabilimento e contrattaccano. Per voce di Egidio Burti invitano a denunciare queste mani misteriose.

«Le frasi riportate su quei fogli sono calunniosi. Come RSU le rigettiamo e speriamo che l’azienda non lasci cadere la cosa nel dimenticatoio».

Tra le affermazioni riportate su questi fogli da un sedicente “comitato” vi sono: «La Sapa è nociva», «Si speculerà sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche», «Speculazione milionaria a danno di chi lavora, dell’ambiente e dei polmoni di tutti». «Frasi farneticanti – sottolinea Burti – che non meritano nemmeno una risposta. Se non, appunto, quella della querela da parte di Sapa».

Di fronte a tanta prova d’ingegno, non restava che prendere atto con un terzo volantino:

Sapa: fin qui, tutto bene!

La Sapa non inquina a Feltre e nel mondo. L’Alcoa non ha mai inquinato.

In più di 50 anni di fonderia, in quello stabilimento si sono usati sempre i filtri (al contrario di quanto affermato dal suo direttore in un recente articolo sui quotidiani).

Il nuovo (?) forno non è un rottame di 2^ o 3^ mano, non conteneva amianto, quindi non è vero che è stato stoccato amianto dietro la fabbrica, come si vocifera nei bar…

Guardando Feltre dall’alto, lo stabilimento Sapa praticamente non si nota e si inserisce armoniosamente tra centro rinascimentale, torrenti e boschi. Lo stesso minimo impatto della Metalba a Fortogna, che non avendo aperto nuovi forni senza autorizzazione non ha dovuto usare il ricatto occupazionale e la provincia non è dovuta intervenire (timidamente, inutilmente…).

Le prime dieci industrie in provincia non spargono nell’aere 50.000 (!) tonnellate di polveri sottili all’anno.

Del resto la nuova coltivazione di mele trentine a Cesiomaggiore (come in Val di Non) non usa pesticidi e fitofarmaci e la nebbiolina che sale dai campi (e salirà per tante, tante volte all’anno) è una benefica sauna che ci da sollievo, soprattutto ai bambini.

In zona, poi, non vi è nessuna preoccupante incidenza tumorale, quindi va tutto bene.

E insomma, smettete di mangiare polenta calda, che fa venire il cancro!

Gli asini, come si sa, volano. Possiedono infatti un particolare piumaggio che riveste le lunghe orecchie che permette loro, nel caso l’aria diventi irrespirabile, di decollare verso lidi migliori.

Noi purtroppo non possiamo!

Il potere ci vuole spettatori il più possibile passivi, distratti, acritici, compiaciuti, divertiti… arresi!

Va tutto bene!

D’altronde, cos’altro si poteva dire di un’azienda che nella richiesta di potenziamento dello stabilimento di Feltre scrive: «Il permanere dell’attuale impianto porterebbe ad un aggravamento del bilancio economico dell’azienda, con risvolti critici nel breve periodo e con risvolti occupazionali immediati»?

Sic

Neanche dieci righe di ritorno al futuro

È così anche oggi. C’è un ex-compagno di liceo che ci lavora, alla Hydro. Sta in ufficio, al reparto vendite. Non lo vedevo da anni. Ho provato a chiedergli che cazzo succede lì dentro. Gli ho chiesto dei forni, gli ho chiesto dei filtri e delle scorie. La faccia che ha fatto non la saprei descrivere. Sembrava uno che parla con un terrapiattista. Sereno, distaccato, divertito. «Puoi dire un po’ quello che vuoi», mi ha detto, «ma ormai siamo verso l’impatto zero. Siamo il futuro».

Sono tornato a casa con ‘sta prima persona plurale nelle orecchie.

Qualche frase da ricordare

Quando il materiale è troppo contaminato da schifezze varie, siccome fuma troppo, lo buttano all’aria aperta a raffreddarsi, così ci respiriamo tutto. (Voci di corridoio)

Quando invece è troppo pieno di olii, vernici e altre schifezze e ci rifiutiamo di usarlo, semplicemente lo spediscono nello stabilimento in Sardegna, dove a quanto pare possono fare quello che vogliono. (Voci di corridoio)

Respiriamo schifezze? Basta mettere la mascherina. (Un operaio della Sapa)

Tenete conto che fino ad ora (quindi dal 1943, ndr) l’impianto è stato del tutto privo di filtri di qualsiasi genere. Approvando il nuovo progetto, verranno installati dei «filtri di nuova generazione», portando finalmente a norma la situazione. (Direttore della Sapa, candidamente, durante l’assemblea pubblica sull’ampliamento della fonderia, 2009)

Certo, è importante la salute… ma in questo periodo è più importante il lavoro. Quindi diamo la nostra approvazione al progetto di allargamento della Fonderia. (Rappresentante del PD, subito dopo l’intervento del direttore della Sapa, 2009)

La Sapa, ex Alcoa ed ex Metallurgica, fonderia di alluminio nel cuore della città, dopo i recenti lavori di ammodernamento dell’impianto non è più la fabbrica con emissioni incontrollate e dei camini senza filtri. Oggi — anzi dal marzo del 2011 — le emissioni atmosferiche della fabbrica sono monitorate ventiquattro ore al giorno… (Il Gazzettino, 30 agosto 2012)

La cosa enorme

Una colata vi seppellirà (ancora)

Il 6 agosto 1945 rappresentava

il giorno zero di un nuovo computo del tempo:

il giorno a partire dal quale l’umanità era

irreparabilmente in grado di autodistruggersi.

(Günther Anders, Il mondo dopo l’uomo. Tecnica e violenza)

C’è una cosa che sfugge alla comprensione di tutti. Eppure è una cosa enorme. È intorno a noi e non la vediamo. Ne sentiamo parlare e non ci crediamo. È una frattura epocale e incolmabile.

La cosa enorme si chiama sesta estinzione di massa. O meglio: si chiama irreversibilità del disastro climatico di cui l’estinzione è uno dei possibili scenari. Nella storia della Terra, ce ne sono state altre, ma sarebbe la prima autoprovocata. Mai nessuno nel corso della storia si era mai trovato a fronteggiare un tale rischio.

Non parliamo solo del negazionismo nei confronti dell’irreparabilità di questo disastro. Non parliamo solo dell’ignoranza, della cecità o del menefreghismo. Parliamo della totale impotenza di fronte a qualsiasi tipo di azione concreta: una vera e propria paralisi. Eppure, agire ora è per molti di noi un’impellente necessità. Una necessità che non è solo ecologica, non è solo umana: è una necessità per il mondo della vita.

Gennaio 2010: Feltre si profila sempre più come una cittadina seriale, quella che definiamo una Mc-città come tante. Anche qui, in mezzo agli ambienti che ci circondano con le bellezze e le peculiarità dei luoghi e di chi li abita, si insinuano per volontà politica le contraddizioni più deleterie della logica metropolitana…

(Una colata vi seppellirà, Feltre, Stamperia Desiderio, 2010)

A 9 anni di distanza, la frase che apre Una colata vi seppellirà, dossier autoprodotto sul ciclo dell’alluminio a Feltre (BL), è ancora drammaticamente attuale.

Allora, Feltre veniva definita Mc-città a causa del tentativo di appiattire le sue peculiarità a favore di una maggiore produttività ed efficienza termini che negli anni hanno mascherato i peggiori abusi fatti all’ambiente e alle comunità. Allo stesso modo, Feltre oggi vive la desolazione delle zone industriali Mc-ificate nello spopolamento, nei mille appartamenti sfitti, negli innumerevoli cantieri, nei centri commerciali dove comprare le stesse Mc-merci, nelle grandi catene, nelle telecamere di videosorveglianza in ogni dove, nella retorica della sicurezza ad ogni costo… e, ovviamente, nelle industrie con le loro nocività — in particolare, quella dell’alluminio.

Si parlava al tempo del progetto di ampliamento della fonderia Sapa (ex Alcoa), che avrebbe portato a un aumento vertiginoso dell’inquinamento e delle tossicità variamente disperse nel territorio urbano. Oggi, a distanza di 9 anni, la storia non cambia cambia solo il nome: non più Sapa, ma Norsk Hydro, che ha rilevato la fonderia nel 2016. Abbiamo già ricordato che il 28 gennaio 2019 ci è giunta notizia dell’ennesimo progetto di ampliamento con il relativo incremento della produzione e tutte le conseguenze che immaginiamo…

Come costruire un’opposizione realmente efficace a questo progresso scorsoio, secondo l’efficace espressione del poeta Andrea Zanzotto? È facile bollare questo proposito come un’utopia o un sogno lontani dalla realtà e dalle esigenze della vita quotidiana… e di fatto lo sono. Sappiamo, ad esempio, che certi comportamenti antiecologici sono oggi per molti delle necessità. L’automobile non a caso prodotta a partire da componenti in alluminio — è una di queste. Poche persone possono permettersi di fare a meno dei mezzi di trasporto, di muoversi solo in bicicletta, o più in generale di condurre una vita 100% toxic-free, di consumare solo prodotti bio a kilometro zero o a filiera corta e fare la spesa solo al mercato di quartiere. Molto spesso, il pontificato ecologista di queste persone costituisce una parte organica del problema. All’epoca in cui in Francia monta la rivolta dei Gilet Gialli, è sempre più chiaro che la transizione ecologica non può gravare sulle spalle dei poveri, dei precari, dei pendolari. È sempre più chiara l’enorme contraddizione insita nei discorsi sull’ecologia che non fanno i conti con il penoso stato di questo mondo. Chi cerca di individualizzare le responsabilità del disastro climatico vuole solo nascondere le sue malefatte. Chi cerca di convincerci che partecipare ai Fridays for future e cambiare condotta di vita potrà salvare il mondo e il futuro è in realtà un illuso o un disonesto. È, in entrambi i casi, qualcuno che non può o non vuole guardare in faccia il vero problema di questo mondo. Serve aggiungere che stiamo parlando del capitalismo?

Siamo tristemente giunti al punto in cui è impossibile non vedere il sottile filo rosso che tiene unito ciò che i discorsi vorrebbero dividere: i disastri ambientali, le nocività, il profitto senza scrupoli, lo sfruttamento, la guerra al povero e al diverso, il razzismo, il fascismo eterno… decidete voi da quale punto cominciare a percorrere questo miglio verde: la destinazione non cambia, e sappiamo tutti qual è.

Dunque sì, viviamo un’utopia, abbiamo un sogno: un mondo in cui i più non debbano soccombere perché pochi (sempre meno, sempre quelli) possano esercitare il loro potere sulla vita. Un mondo che non sia ineluttabilmente destinato al disastro che ci sta di fronte. Scrivendo, vogliamo dare il nostro contributo alla lotta di chi si oppone alla società del razzismo, dello sfruttamento e delle nocività.

A chi, lontano dalle nostre città di alluminio scintillante, resiste a queste ed altre usurpazioni.

Abbiamo parlato dello stabilimento di Alunorte a Barcarena, e delle atrocità che le varie multinazionali (Vale prima, Norsk Hydro poi) commettono ogni giorno nell’amazzonia nord-orientale. Eppure, questa lunga matassa di nocività, sfruttamento e ricatto si dipana fino all’Italia, dove Norsk Hydro possiede 7 stabilimenti dedicati alla raffinazione dell’alluminio (ad Atessa, Paglieta, Aielli, Feltre, Ornago, Varese, Milano). Si dipana fino a Feltre, un piccolo paese di montagna dove, in un enorme stabilimento a pochi passi dal centro, si fonde l’alluminio dal 1942.1

Nel corso degli anni, l’impianto ha cambiato nomi e proprietari — dalla storica Metallurgica Feltrina a Montecatini/Montedison, da Allumix ad Alcoa, da Sapa all’attuale Hydro Extrusion Italy, braccio italiano della multinazionale Norsk Hydro — rappresentando, sotto qualunque nome, un enorme pericolo ambientale e sociale per gli abitanti e il territorio.

Sin dall’inizio, come sempre avviene per i grandi complessi industriali, il destino dello stabilimento è stato quello di servire ai biechi scopi di chi esercita il proprio potere sulla vita. Due anni dopo la sua inaugurazione, nell’autunno del 1944, il cortile dell’allora Metallurgica Feltrina viene utilizzato dagli occupanti nazisti per concentrare 3000 persone arrestate nell’ambito di un rastrellamento. Tre giovani resistenti (Schenal, Castellan e Vendrame) furono impiccati in Largo Castaldi, e 114 feltrini furono deportati nel lager di Bolzano ed in altri più tristemente famosi — come Flossenburg e Mauthausen. Un parallelismo inquietante, se pensiamo che, negli stessi anni, Norsk Hydro collabora con IG Farben e Nordische Aluminium Aktiengesellschaft (Nordag) alla costruzione di nuovi stabilimenti di alluminio e magnesio in sostegno allo sforzo bellico del Reich tedesco…

Piccola curiosità resistenziale: nel giugno dello stesso anno i partigiani riuscirono a minare la cabina elettrica dello stabilimento di Feltre (che produceva allora per la macchina bellica nazista), interrompendone per circa tre mesi la produzione.

Da Sapa a Hydro. Nel 2009 Sapa ha annunciato (e ottenuto) un progetto di potenziamento della fonderia. L’azienda è arrivata a fondere 54446 tonnellate di alluminio all’anno (dati del 2016). Nel 2014, la multinazionale ha ottenuto i permessi per fondere fino a 20000 tonnellate di rifiuti, scarti e rottami oleosi e verniciati inclusi. Per la Provincia e per il Comune di Feltre, dunque, raddoppiare la quantità di rifiuti fusi annui (che possono contenere fino al 20% di materiali plastici) non comporta significativi impatti sulle componenti ambientali…

Nel 2015, per due volte l’Arpav rileva sforamenti nei valori-limite per l’emissioni di diossine pari a più del doppio del limite consentito. La stessa Agenzia regionale ha poi evidenziato come Sapa abbia ritenuto di giudicare autonomamente il superamento come valore inattendibile, sostituendo immediatamente il laboratorio di analisi che aveva effettuato i rilevamenti. Dei veri amanti del territorio e della salute di abitanti e operai, non c’è che dire… D’altronde, cosa cambia? L’idea stessa di «soglia di inquinamento consentita» suona alle nostre orecchie come una contraddizione in termini.

Il 26 ottobre 2016 Norsk Hydro incorpora Sapa, e a dicembre dello stesso anno richiede un investimento che prevede l’aumento di produzione della fonderia da 160 a 250 tonnellate/giorno.

L’11 agosto 2018, la ditta Hydro Extrusion Italy S.R.L. presenta la documentazione per l’Autorizzazione Integrata Ambientale per il progetto di «aggiornamento tecnologico del forno fusorio», con «aumento della capacità di fusione attuale pari a 160 Mg/giorno ad una capacità di fusione di 250 Mg/giorno», ma tranquillizzando gli animi: «gli impatti ambientali si possono riassumere in un limitato aumento del traffico veicolare e in un limitato aumento delle emissioni in atmosfera solo di alcuni inquinanti».2

Dai dati allegati alla richiesta di Valutazione di Impatto Ambientale, le emissioni di polveri —monossido di carbonio (CO), ossidi di azoto (NOx), cloro… — dichiarate tramite autocontrollo, sono di molto superiori a quelli previsti dall’azienda.

Oggi, Hydro non prevede alcun incremento a seguito del potenziamento della fonderia, nonostante la produzione aumenti di oltre il 50%. Si rilevano invece emissioni di diossine (PCDD/DF) e di metalli pesanti (per il valore di oltre 1 grammo/ora) precedentemente non previste. Parliamo di metalli come Mercurio (Hg), Cadmio, Arsenico, Cromo, Manganese, Cobalto e Vanadio, classificati dalla IARC (International Agency for Research of Cancer) a livello I come Rischio Oncogeno Documentato.

Materiali inquinanti. La fonderia ha disperso nell’aria un’enorme quantità di sostanze inquinanti nel corso dei decenni, se si pensa che dal 1942 al 2009 — come candidamente dichiarato dall’allora direttore della Sapa in un’assemblea pubblica — non veniva impiegato alcun tipo di filtro o abbattitore di polveri (e posto che possano servire realmente a qualcosa). Come dire, polveri sottili e cancerogene liberate allegramente nella vallata. È inoltre risaputo che il sottosuolo di proprietà dell’azienda è stato utilizzato per anni come discarica di materiale tossico e, come ciliegina sulla torta, per anni gli operai hanno lavorato con l’amianto — tanto che anche Feltre ha potuto «vantare» il suo Comitato esposti amianto dei lavoratori ex Allumix…

Effetti dell’inquinamento. È stato annunciato un incremento nei valori di fusione dei rottami di alluminio (cioè rifiuti con presenza di plastiche, olii e varie sostanze chimiche): passeranno da 11056 a 19000 tonnellate — un incremento del 72% che provocherà l’aumento delle diossine e delle altre schifezze che dovremo respirare.

Il feltrino è una zona già pesantemente colpita da inquinamento atmosferico e incidenza tumorale. E aumenterà considerevolmente, con tutte le conseguenze ambientali, sociali e sanitarie: quello che colpisce, come riportano le scrupolose Osservazioni che citiamo, è che «la nuova fonderia Hydro inquinerà come uno dei più grandi inceneritori d’Europa, ed è posizionata in centro città!»

Insomma: non serve essere grandi esperti per capire che quello che Norsk Hydro chiama «investimento sulla città» sarà, come al solito, una grande operazione economica per la multinazionale a danno dei lavoratori e degli abitanti della zona. Massimo profitto col minimo investimento, se pensiamo che oggetto del potenziamento è la sola fonderia — che occupa solo il 15% del personale, quindi senza nemmeno un aumento significativo dell’occupazione!

Un vero e proprio ricatto del lavoro, visto che la stessa azienda, nella relazione delle ipotesi alternative al progetto dichiara: «La situazione di produttività attuale potrebbe diventare non concorrenziale rispetto ad altri stabilimenti a livello internazionale, e le scelte strategiche del gruppo potrebbero portare a impatti negativi sia sotto il profilo economico che occupazionale».

Che tradotto significa: o ci fate aumentare la produzione, o… la stessa solfa più volte ascoltata negli anni.

1 I dati tecnici citati sono tratti dal Dossier di osservazioni al progetto di ampliamento fonderia Hydro Extrusion Italy S.R.L, prodotto da alcune associazioni di Feltre (respirafeltre@gmail.com). Al riguardo, vedi anche ARPAV, Rapporto tecnico emissioni in atmosfera, Stabilimento Sapa Profili Srl, Feltre (BL), Belluno, 6 ottobre 2015.

2 Progetto di aggiornamento tecnologico, aumento dell’efficienza e incremento della capacità di fusione del forno fusorio dello stabilimento Hydro Extrusion Italy S.r.l. di Feltre, gennaio 2018 (https://bit.ly/2DSUJWP).

L’architettura come archè

di Edoardo Fabbri

Questo testo è parte di una ricerca più ampia e ancora in corso, sull’abitare, l’architettura e sul complesso rapporto che intercorre tra queste. Non c’è qui nessuna pretesa di oggettività o di esaustività, ma si cerca di restituire alla figura dell’architetto una profondità e una complessità che credo, in un’epoca in cui l’abitare sembra risultare impossibile, non si possa ignorare.

Questa parte della ricerca cerca di indagare l’architettura facendo riferimento alla originaria divisione tra pubblico e privato. Seguendo le riflessioni di Hannah Arendt in Vita Activa ho cercato di indagare la trasposizione spaziale di questa frattura, così come intesa dai greci, ipotizzando che se alla sfera del privato, dell’oikos, corrispondeva banalmente lo spazio della casa (o comunque di una costruzione con nessun carattere particolare), alla sfera del pubblico, della polis, corrispondeva invece l’architettura, intesa come “costruzione qualificata” in grado di significare lo spazio e il tempo e di attuare una certa idea di ordine.

Nel testo che segue, proprio a partire da questa ipotesi, intenderò per architettura, non “l’insieme delle modifiche e delle alterazioni introdotte sulla superficie terrestre”i, ma, seguendo il suggerimento di John Ruskin, un tipo particolare di costruzione: una costruzione significante, in grado di intimare e promuovere un comportamento, dotata di alcune caratteristiche e di una particolare potenza e che trova in alcuni ambiti particolari, come il sacro ed il politico, la sua specificità.

Se, nel mondo classico, la sfera pubblica e quella privata erano probabilmente due dimensioni distinte, oggi è sempre più difficile affermare con certezza cosa è domestico e cosa è politico, cosa è sacro e cosa profano. Queste due dimensioni si trovano in una strana soglia di inscindibilità dove sempre di più la nuda vita è la posta in gioco di ogni politica e dove sempre più l’economia, scivolando dalla sfera dei mezzi a quella dei fini, ha preso il posto della politica. Allo stesso modo, tanto nell’ambito politico e giuridico, quanto in quello architettonico e urbanistico, tra la casa e l’architettura si sono formate forti ambiguità e commistioni la cui potenza, invece che indagata (e quindi sviluppata), viene normalizzata e circoscritta o usata come forma di governo.

*

Nel mondo classico, la sfera domestica, dell’oikos, e quella pubblica della polis erano due dimensioni distinte; per l’uomo greco, l’invenzione delle città-stato rappresentò una frattura: significò ricevere “accanto alla sua vita privata una sorta di seconda vita, il suo bios politikos”. Ogni cittadino apparteneva “a due ordini di esistenza”; e c’era una “netta distinzione nella sua vita” tra ciò che era suo “proprio (idion)” e ciò che era in “comune (koinon)”ii. Secondo la Arendt la sfera domestica era una dimensione naturale legata alle necessità, che comprendeva la sfera familiare e quella lavorativa, mentre “il dominio della polis, al contrario era la sfera della libertà”, una libertà che risiedeva “esclusivamente nella sfera politica” essendo “la condizione essenziale di quella che i greci chiamavano felicità, eudaimonia”. “La polis si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava sull’uguaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il centro della più rigida disuguaglianza” poiché i mezzi per rispondere alle necessità erano la “forza e la violenza”iii.

Questa separazione era così netta per i greci che espressioni come “economia politica” e “governo economico” sarebbero state impensabili. La prima sarebbe stata un ossimoro in quanto “tutto ciò che era economico, pertinente alla vita dell’individuo e alla sopravvivenza della specie, era una faccenda non-politica, domestica, per definizione”iv; la seconda sarebbe stata invece una tautologia, in quanto “l’arte di governo” è originariamente “l’arte di esercitare il potere nella forma e secondo il modello dell’economiav.

Nessuna delle due sfere ha mai goduto di una totale autonomia, ma “storicamente è molto probabile che il sorgere delle città-stato e del dominio pubblico si sia realizzato a spese del dominio privato familiare e domestico” e il fatto “che la fondazione della polis fosse preceduta dalla distruzione delle comunità basate sulla parentela non era solo una teoria di Aristotele ma un semplice fatto storico”vi Probabilmente, come sostiene Agamben, tra queste due sfere la relazione è nella formula dell’eccezione (letteralmente ex-cezione, ovvero prendere-fuori), dove la dimensione dell’oikos viene inclusa nella polis attraverso la sua esclusione.

Oggigiorno facciamo fatica a comprendere tale separazione poiché con l’avvento delle “società”, dal medioevo in poi, “cioè con il sorgere della comunità domestica (oikia)” e con il confluire “delle attività economiche al dominio pubblico, la gestione della casa e tutte le faccende che rientravano precedentemente nella sfera familiare sono diventate una questione collettiva”, portando i due domini a confluire “costantemente l’uno nell’altro, come onde nella corrente”vii.

Se prendiamo per buona questa separazione, ci si può legittimamente chiedere se esistano dei concetti spaziali a cui queste due sfere possono far riferimento, al di là del fatto che sia vero o meno che “non esistono idee politiche senza uno spazio a cui siano riferibili, né spazi o principi spaziali a cui non corrispondano idee politiche”.viii

Il pensiero moderno tende a concepire ogni opera costruita come un’architettura. Che sia una casa, una banca, una chiesa o un ponte, secondo la concezione generale – ma anche secondo il diritto – sono tutte architetture e quindi opere dell’architetto. È invece più o meno risaputo che nell’antichità l’architetto si occupasse solo di un certo tipo di edifici e che le case, almeno fino a qualche secolo fa, fossero invece costruite da chi le abitava, senza mediazioni particolari. Nei testi greci infatti, quando si parla del costruttore di case o di costruzioni semplici non viene usato il termine architecton, ma tendenzialmente oikodomos o tektones. Architecton (ἀρχιτέκτων) appare più raramente, e sembra essere una figura più complessa a cui lo stesso costruttore può far riferimento. Aristotele nell’Etica sottolinea:

Nell’edilizia uno è l’architetto (αρχιτέκτων), altro, sottoposto a esso, il costruttore (οικοδόμος) che eseguisce la casa” (Aristotele, Grande Etica, 1198 a, 36).

Spesso oikodomos e tektones vengono tradotti comunque con il termine “architetto”, alimentando così un equivoco sulla somiglianza tra i termini. John Ruskin, invece apre la sua lampada del sacrificio ribadendo che “è indispensabile, in apertura di qualsiasi indagine, distinguere attentamente fra Architettura e Costruzione”ix. Ma qual è in realtà il significato di questa distinzione e quali sono le sue implicazioni?

Per Ruskin “l’Architettura s’interessa solo di quelle caratteristiche di un edificio che sono al di sopra e al di là del suo uso comune”x e si contraddistingue proprio nell’essere una costruzione in grado di rispondere a particolari aspetti chiamati lampade. Le decorazioni, i materiali pregiati, gli ornamenti non sono intesi per Ruskin in senso estetico, ma come sacrificio; come sacrificio della materia, del tempo, di denaro e proprio per questo, sono in grado di conferire all’architettura il suo statuto speciale.

Quella tra la semplice costruzione e l’architettura può essere letta come la trasposizione spaziale della distinzione tra l’oikos e la polis. Ad Atene, per esempio, si può notare come a queste due sfere tende a corrispondere una differente disposizione territoriale. La casa, la semplice costruzione, era situata nell’asty (la parte bassa della città), mentre l’architettura era situata nell’acropoli; e mentre la prima era costruita tendenzialmente con materiali maneggiabili dall’uomo, (come legno, mattoni e terra cruda) ed era pensata per poter mutare e modificarsi nel tempo a seconda delle necessità, la seconda era costruita in blocchi di marmo per poter rimanere immutabile nel tempo. La semplice vita naturale (che i greci chiamavano zoe) eraesclusa nel mondo classico dalla polis, e restava confinata come mera vita riproduttiva nell’ambito dell’oikos”, della casa; mentre il bios, ovvero “la forma o la maniera di vivere propria di un singolo o di un gruppo”xi (come per esempio il bios politikon, la vita politica) riusciva a trovare nell’acropoli – e quindi nell’architettura – una sua dimensione specifica. L’agorà invece, come ha notato Castoriadis, rappresenta probabilmente uno spazio in cui queste due dimensioni risultavano compresenti poiché era allo stesso tempo centro economico (in quanto sede del mercato) e centro politico e religioso (in quanto ospitava templi delle divinità ed era il luogo in cui si svolgevano le assemblee democratiche dei cittadini).

*


Nella veduta di Roma risalente al ‘500, contenuta nel palazzo ducale di Mantova si può leggere ancora chiaramente la distinzione tra l’architettura, intesa come edificio particolare, e la casa, intesa come costruzione generica. Anche se la civitas romana non era già più segnata dalla separazione netta tra le due sfere, ma prevedeva una loro compresenza – come è ironicamente raccontato da Leon Krier in un suo disegno – nel dipinto di Mantova il pittore – a noi sconosciuto – rappresenta lo spazio abitativo come un insieme omogeneo e continuo, privo di elementi singolari, informe. Uno spazio che è espressione di un carattere palesemente mutevole ma cromaticamente regolare e in continuità con il paesaggio. Da questo spazio omogeneo il pittore fa emergere invece le architetture, rappresentandole come forme chiaramente distinte, come degli elementi formali puntuali, bianchi, puri, marmorei.

L’uso del colore all’interno del dipinto diventa uno strumento non descrittivo, ma espressivo in quanto è utilizzato per far emergere alcuni tipi di costruzioni dal contesto. In questo modo distingue, valorizza e assegna una dignità differente ad alcune costruzione che emergono non solo rispetto al tessuto urbano, ma anche al contesto naturale rievocando una dimensione classicaxii.

Se è vero che “la storia della nostra cultura, della politica occidentale è la storia delle opposizioni e degli incroci tra un paradigma economico e un paradigma politicoxiii, l’edilizia e la città in generale rifletteranno gli intrecci tra questi due paradigmi. L’architettura e la semplice costruzione risulteranno essere allo stesso tempo la cartina di tornasole e il mezzo con cui questi intrecci sono avvenuti. Mentre da una parte la casa entrerà nell’ambito di azione dell’architetto, sconfinando nella sfera pubblica, diventando così architettura e oggetto della politica, dall’altra l’architettura si piegherà all’economia e agli interessi privati. Sempre di più la differenza tra queste due sfere si andrà ad assottigliare allo stesso modo con cui l’oikos andrà a coincidere con la polis, e la nuda vita sarà sempre più la posta in gioco della politica.

Mentre “per millenni, l’uomo è rimasto quel che era per Aristotele: un animale vivente ed inoltre capace di un’esistenza politica”, “l’uomo moderno è invece un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente”xiv. Questa evoluzione, che segna per Foucault il passaggio dalla politica alla bio-politica, che permette a un uomo come Adam Smith di parlare di economia politica – concezione fino ad allora sconosciuta e probabilmente impensabilexv – e che rende ogni costruzione fatta dall’uomo un’architettura, avviene proprio in virtù del fatto che la separazione un tempo esistente tra sfera pubblica e sfera privata nel tempo è andata via via scemando.

Se si mette a confronto la pianta di Roma del Nolli (1748), e il Catasto Gregoriano (1835) è possibile leggere proprio il passaggio di cui parlano Foucault e la Arendt. Se nella prima infatti era ancora evidente, come nella veduta di Roma a Mantova, la distinzione tra queste due sfere, in quanto lo spazio del pubblico si pone come un vuoto che si insinua, scava nicchie e corrode il perimetro dello spazio privato, che con la sua massa imponente e nera sembra quasi opporre resistenza; nella seconda la distinzione sparisce: tutto viene rappresentato con una tenue scala di colore, come fosse la pianta di un enorme edificio. Non solo non è rappresentata la differenza tra aperto e chiuso (questo già avveniva nel Nolli per gli edifici pubblici che venivano rappresentati come fossero il proseguimento delle strade) ma non c’è più differenza tra una casa, una strada e una chiesa. Lo spazio privato è ormai entrato completamente all’interno della gestione pubblica; discipline come l’urbanistica, di fatto, dotandosi di strumenti come il catasto, funzioneranno in questa logica come forza giuridica in grado di amministrare spazialmente le due sfere divise ma ormai rese omogenee e governabili “espandendo l’oikos nella polis, e costringendo la polis nell’oikos” xvi

 

Ma in che modo l’architettura è originariamente diversa dalla semplice costruzione e l’architetto diverso dal tektones o dall’oikodomos?

Dal modo con cui Aristotele utilizza i termini “architetto” e “architettonico” nell’etica e nella politica si può dedurre che per lui l’architettura abbia una valenza particolare, tendenzialmente politica. Non solo definisce l’arconta, colui che comanda, come “un architetto” e la politica come “la virtù più autorevole e architettonica” (Aristotele, Politica, 1260 a) ma lo stesso filosofo politico viene definito come “un architetto” poiché è in grado di occuparsi del piacere e del dolore e di “stabilire il fine guardando al quale noi diciamo se ciascuna cosa è, in assoluto, buona o cattiva” (Aristotele, Etica Eudemia, 1152 a-b).

È probabile che l’architetto, nella Grecia classica, non fosse solo un costruttore che si occupava di edifici particolari, ma che il suo stesso operare fosse politico. Ruskin, che nell’introduzione alle Sette lampade, definisce l’architettura come l’arte “tipicamente politica”xvii in un una nota suggerisce che questa distinzione si nasconde principalmente nel suffisso archè del termine architetturaxviii.

Archè per i greci aveva un duplice significato: era tanto principio e inizio quanto comando e ordine. Difatti l’arconta, ovvero il magistrato con la più alta carica ateniese, era tanto “colui che comincia” quanto “colui che comanda” e non è certo difficile capire che dall’idea di origine derivi anche l’idea di comando e che dal fatto di “essere il primo a fare qualcosa” derivi l’idea di “essere il capo” e viceversa: “L’inizio è anche sempre il principio che governa e comanda il presente e difatti l’inizio non può mai diventare un passato, non cessa mai di essere presente perché esso determina e comanda la storia dell’essere”xix.

Se archè lo intendiamo come comando, come ordine, e andiamo a indagare il suo corrispettivo linguistico, ovvero l’imperativo, ci possiamo trovare di fronte a delle interessanti riflessioni. Benveniste nota che questa forma verbale particolare non è denotativa (non si riferisce a nulla di reale) ma è un semantema puro (un puro portatore di significato). Infatti si può dire facilmente che l’imperativo non serve a descrivere la realtà ma “mira ad agire sull’ascoltatore, a intimargli un comportamento”xx. Questo tipo di linguaggio quindi, in quanto non descrive la realtà ma la significa, intima “la pura connessione semantica tra linguaggio e mondo”, tra parole e cose; ma questa relazione ontologica “non è qui asserita”, come per esempio nel caso dell’indicativo, “ma comandata”xxi. E in tal senso nominare, dare un nome, ovvero stabilire questa connessione, potrebbe essere visto come la forma originaria del comando.

Se quindi archè lo si intende non solo come inizio e principio, ma anche come comando – e si tiene conto della profondità semantica del termine – archè, seguito da tekton, potrebbe non indicare soltanto la gerarchia del cantiere (architecton infatti viene tradotto come “capo costruttore”, “primo artefice”) ma fare della figura dell’architetto qualcosa di più complesso. È probabilmente in questo senso che Aristotele, nella Metafisica, quando vengono spiegate le diverse declinazioni di archè, scrive:

Si ha archè anche quando c’è qualcosa che con la propria scelta fa muovere le cose che si muovono e mutare quelle che mutano, per esempio nella città si dicono archè i magistrati cittadini, le oligarchie, i re e i tiranni, e in questo senso si dicono archè anche le arti (τέχνηαι), soprattutto quelle architettoniche (αρχιτέκτονixαι)”. (Aristotele, Metafisica, v, 1013a).

Qui Aristotele evidenza che non solo le arti, ma in particolare l’architettura, o più precisamente le arti architettoniche, sono in grado di “muovere e fare mutare le cose” al pari dei magistrati, delle oligarchie, dei re e dei tiranni.

Che in fondo l’architettura riesca a intimare un comportamento è anche abbastanza ovvio. Questo accade, di fatto, per ogni costruzione, poiché tutto ciò che è costruito, con la sua massa, separa o ordina lo spazio promuovendo delle possibilità e chiudendone altre. L’architettura però è proprio quella costruzione che, dotandosi di un linguaggio consacrato dalla magia, dalla religione o dal diritto, non solo intima un comportamento ma riesce a stabilire una connessione semantica col mondo, una connessione che non viene descritta, ma comandataxxii.

Se questo è vero, l’architettura può quindi essere pensata come una costruzione particolare, una costruzione non semplicemente sacra o politica, ma in grado di consacrare e politicizzare o più semplicemente comandare i comportamenti, le condotte le opinioni e i gesti delle persone che ci entrano in contatto o che la attraversano; l’architetto non è quindi semplicemente il più alto in grado all’interno del cantiere ma probabilmente colui che ha la capacità di significare, o meglio comandare lo spazio, il tempo e i corpi attraverso la costruzione.

Intesa in questo senso, l’architettura non è né vera, né falsa, non apre a un dialogo con la forma di vita che la abita, ma si esaurisce nel suo comando, e proprio per questo riesce ad assumere e ad assegnare significati, a essere, come sostiene Norberg-Schulz, un “insieme di forme significative”.

Il suo linguaggio, più di qualunque altro linguaggio, non si pone tra i ricordi di quando fu composto, si pone invece nel presente. Il suo dire è un dire sempre, un dire costantemente, come costantemente è presente nello spazio e per questo l’architettura non può smettere di essere l’origine e il principio che significa e comanda un luogo.

Da tempi remoti l’architettura ha aiutato l’uomo a dare significato all’esistenza. Per mezzo dell’architettura, egli ha conquistato un equilibrio nello spazio e nel tempo. L’architettura perciò si occupa di cose che vanno al di là delle necessità pratiche e dell’economia. Essa si occupa di significati esistenziali”xxiii. Se Dio è sempre stato “il luogo in cui gli uomini pensano i loro problemi decisivi”xxiv, l’architettura è dove avveniva “un’interpretazione realistica […] dei fondamentali fattori esistenziali”. Fin dalla costruzione delle piramidi, l’architettura rappresentava la “materializzazione dell’assoluto”, la “concretizzazione di un ordine eterno” xxv, della divinità; una materializzazione che però è allo stesso tempo una separazione poiché era il sacrificio a metterla in atto. Come sostiene Ruskin, l’architettura è di per sé un sacrificio e allo stesso tempo è un sacrificio dell’uomo che la realizza e che l’attraversa.

Il sacrificio è quel dispositivo che sancisce “il passaggio di qualcosa dal profano al sacro, dalla sfera umana a quella divina”xxvi, è quell’azione che determina una separazione e che permette l’uscita delle cose dall’uso comune per confinarle in una sfera separata. “Perché il Dio viva – scriveva Carlo Levi – è necessario che il distacco col sacro avvenga in modo reale: che il dio stesso venga non solo creato e adorato, ma odiato e ucciso. Solo l’uccisione sacramentale del Dio permetterà al Dio di esistere. Egli sarà tanto più reale, tanto meno si confonderà con noi”. Allo stesso modo, perché l’architettura sia in grado di essere un principio, sia in grado di significare le cose, è necessario che il suo spazio venga sacrificato, e posto fuori dall’uso comune. È per questo che lo spazio dell’architettura è lo spazio dell’inabitabile: lo spazio del sacro non può essere abitato poiché solo “l’atto del distacco, della negazione, dell’uccisione, sono i veri creatori della realtà del Dio”xxvii.

L’uso degli schiavi nella costruzione di un tempio, delle piramidi o di un santuario, non ha solo un fondamento economico poiché, come ricorda sempre Levi, “non vi può essere schiavitù terrestre, ma il popolo, eterno forestiero della terra, è scelto come servo e vittima della trascendenza divina”xxviii. Così la pietra, smette di essere maneggiabile e di rispondere alle necessità dell’uomo al fine di catturare l’eternità, di catturare l’infinito e renderlo contemporaneamente un limite tangibile e trascendentale. Lo spazio architettonico smette di essere attraversato e il suolo cessa essere calpestabile. I gesti quotidiani al suo interno diventano fuori-luogo. Tutto si finalizza. Solo i sacerdoti attraverso un rito o una liturgia possono varcare la sua soglia.

Intesa in questo senso, l’architettura può essere vista, come una macchina; una macchina dove spazio, tempo, corpi e materia vengono messi in relazione attraverso la loro separazione; in cui quell’abitare autentico, in grado di riunire mortali e divini, cielo e terra, che Heidegger ipotizza, è rimasto imbrigliato.

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Dall’inizio del ‘900 con la nascita della figura professionale dell’architetto, ogni costruzione tende a essere opera dell’architetto o dell’ingegnere. Nell’epoca in cui ci troviamo, proprio grazie al confluire delle due sfere (del pubblico e del privato) l’una nell’altra, non c’è più nessuna distinzione tra costruzione e architettura, o meglio tutto, come aveva profetizzato William Morris, è architettura. Se prima della modernità, per attuare questa separazione, era necessario un sacrificio, adesso che “l’architettonicità” di un edificio è garantita in primo luogo dal diritto forma e materia sono divenute pura esteriorità e sono scivolate nel campo dell’estetica. Passando per le famose architetture biopolitiche del ‘800 quali carceri, manicomi, ospedali e prigioni, la politica è penetrata sempre più a fondo nella vita degli individui e si è arrivati a una dimensione della casa come il luogo più intimo e, allo stesso tempo, più estraneo. A partire dal “cucchiaio” fino “alla città”, tutto ciò che viene costruito o che lo è stato – compresa l’abitazione – è diventato, in qualche modo, sacro e si può dire che forse, per la prima volta nella storia, l’architetto si è trovato ad occuparsi dell’abitare.

Questo passaggio, che si è compiuto definitivamente nel secolo scorso con alcune differenze nei vari paesi occidentali, ha significato non solo una frattura – forse insanabile – tra l’uomo e la sua capacità di costruire, ma anche l’irrigidimento di ogni tipo di costruzione a partire dalla casa; da quel momento questa non entrerà più in dialogo diretto con le necessità dell’uomo e non potrà più essere oggetto del suo pensiero e delle sue mani, ma solo di quelle dell’architetto. Per questo motivo non è poi così sorprendente che questa figura professionale possa essere facilmente inserita nell’elenco delle professioni disabilitanti proposte da Ivan Illich, e tra quelli che Basaglia chiamava “intellettuali o tecnici come addetti all’oppressione”.

Oggigiorno tutto ciò che è costruito ha un significato: ogni muro, così come ogni edificio, ogni vetrina, ogni oggetto è un segno, ci dice qualcosa e ci suggerisce un suo possibile uso, tende a intimarci un comportamento e sopra tutto comanda e significa lo spazio e la percezione che ne abbiamo, esattamente come nella città di Tamara di Calvino. Non è necessaria la ville radieuse di Le Corbusier o qualche altro progetto totalitario, basta che il rapporto tra l’uomo e lo spazio cambi, o si potrebbe dire meglio “venga meno”, per far sì che il mondo diventi inabitabile. Come ribadisce Norberg-Schulz, la “questione del significato in architettura non è sufficientemente compresa”, così come non è compresa la reale potenza e efficacia dell’architetto.

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A questo punto si può facilmente concludere che la questione dell’architettura non è solo una questione di forma, ma anche e soprattutto una questione di rapporto con la forma, di uso. È per questo che penso sia importante smettere di ragionare su come rendere l’architettura più incisiva ed efficace, mentre penso sia utile incominciare a ragionare su come destituirla, ragionare su come indebolire il suo discorso e il suo linguaggio, su come renderlo labile, appropriabile, su come aprirlo alla possibilità di essere usato e abitato. Ragionare su come rendere la rigidezza del suo comando in un discorso fatto di punteggiature, pause; un discorso aperto alla possibilità di essere non solo riscritto e sovrascritto, ma anche abbandonato; un discorso che possa essere inserito in un dialogo con la forma di vita che lo abita senza per questo schiacciarsi sulle necessità. Un discorso poetico, dove i comandi, i riti e le liturgie che l’architettura suggerisce, girino a vuoto, aprendo così lo spazio a una dimensione ludica.

Il modo con cui San Francesco e i suoi compagni riuscirono ad abitare lo spazio all’inizio del XIII° secolo, può essere visto come un tentativo di superare alcune delle dicotomie di cui abbiamo parlato e rappresenta probabilmente una di quelle “occasioni mancate” della storia che aspettano oggi di divenire una possibilità per il presente. I francescani, anche se solo per pochi decenni, riuscirono a immaginare, costruire e vivere degli spazi, non basandosi sulla legge e sulla divisione tra pubblico e privato come avveniva nella città, né semplicemente aderendo alla regula e alla vita comune come accadeva nei monasteri, ma tenendo invece bene a mente che “il Regno di Dio è in ogni parte della terraxxix. Il convento non era originariamente – come il monastero per i monaci – il centro fisso e stabile della loro vita, ma semplicemente un “momento” all’interno di una strategia teologica molto più ampia; una strategia che piuttosto che culminare nel raggiungimento di un obiettivo futuro, cercava di attuarsi in ogni istante in una forma-di-vita. Per questo motivo non era assolutamente necessario, ma era semplicemente un’occasione per la fraternità per fare qui e ora, esperienza del Regno.

Quando Madonna Povertà chiese a Francesco e ai suoi compagni di mostrarle il chiostro (l’elemento architettonico più importante per l’architettura monastica medievale in quanto “figura del paradiso celeste”) “i frati, la condussero in cima ad un colle e le mostrarono tutt’intorno la terra fin dove si poteva spingere lo sguardo, dicendo: «questo, Signora, è il nostro chiostro!»xxx

i Morris, W., 1881 cit. in Benevolo, L. (1981) Storia dell’architettura moderna. Bari: Laterza, p.6

ii Jager W., Paideia in Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, p.56

iii Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, pp. 60-62

iv ibid., p. 59

v Foucault, M. (2004) Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al College de France (1977-1978). Milano: Feltrinelli, p. 77

vi Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, p.56-59

vii ibid p. 63

viii Schmitt, C. (1996) Il concetto di impero nel diritto internazionale. Roma: Settimo Sigillo, p.19

ix Ruskin, J. (1997) (I ed. 1849) Le sette lampade dell’architettura. Jaca Book: Milano, p. 45

x ibid. p.46

xi Agamben, G. (1995) Homo sacer. Torino: Enaudi, p.3-4

xii Aldo Rossi, nel suo famoso libro “l’architettura della città”, dividendo la lo spazio urbano in “elementi primari” – i quali godono di una “valore disposizionale” in quanto sono in grado di “accelerare o “decelerare” “i processi di urbanizzazione” – e “aree residenza”, propone una concezione della città non distante da quella fin qui descritta, nonostante il suo fine ultimo sia quello di far rientrare questa separazione all’interno di un’unica architettura che è la città.

xiii Da un’intervista di Giovanni Sacco a Giorgio Agamben in http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1209

xiv Foucault, M. (1976) La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli, p. 127

xv cfr. Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, p.362

xvi Cavalletti, A. (2005) La città biopolitica Mitologie della sicurezza. Milano: Bruno Mondadori, p.31

xvii Ruskin, J. (1997) (I ed. 1849) Le sette lampade dell’architettura. Jaca Book: Milano, p. 40

xviii  In una nota a proposito della differenza tra architettura e costruzione Ruskin specifica: “Questa distinzione è un po’ rigida e maldestra terminologicamente, ma non concettualmente. E, per quanto rigida, è perfettamente esatta anche dal punto di vista terminologico. Si tratta della precisazione dell’arche concettuale – nel senso in cui Platone usava questo termine nelle Leggi – che distingue l’architettura dal vespaio, dalla tana del topo, o dalla stazione ferroviaria”. (Ruskin 1849, p. 45).

xix Martin Heidegger in Agamben, G. (2017) Creazione e Anarchia, p. 94

xx Benveniste, E. (2010) (I ed. 1966) Problemi di linguistica generale. Milano: Il saggiatore, p. 328

xxi Agamben, G. (2017) Creazione e Anarchia. Vicenza: Neri Pozza, pp. 102-103

xxii

Umberto Eco infatti, in “La struttura assente”, dopo aver ragionato sul modo con cui Koenig paragonava il linguaggio architettonico all’imperativo, definisce il discorso architettonico “psicacogico”, in quanto “con dolce violenza” si è portati “a seguire le istruzioni dell’architetto il quale non solo significa delle funzioni, ma le promuove e le induce” (p. 228). Allo stesso modo Cavalletti sostiene che il genio architettonico consiste nella capacità dell’architettura “di suscitare una determinata idea e non altre, di suscitare una determinata azione e non altre, attraverso un preciso impulso e non altri” Cavalletti, A. (2013) Che cos’è un’architettura?, in Destituire la metropoli, p.30.

xxiii Dall’introduzione di Il significato dell’architettura occidentale di Norgberg-Shultz, p.5

xxiv Agamben, G. (2009) Nudità. Roma: Nottetempo, p. 11

xxv Norberg-Schulz, C. (1974) Il significato dell’architettura occidentale. Milano: Electa, p. 20

xxvi Agamben, G. (2005) Profanazioni. Roma: Nottetempo, p.84

xxvii Levi, C. (2018) (I ed. 1946) Paura della libertà. Vicenza: Neri Pozza, p.50-51.

xxviii Ibid., p. 79

xxix Tommaso Da Celano, (1229) Vita Prima, FF. 503

xxx Sacrum commercium sancti Francisci cum domina Paupertate, FF. 2022

‏Keep the wheels turning: Chi è Norsk-Hydro?

Una colata vi seppellirà (ancora) — esercizi di materialità  vol. I

Subisco minacce costantemente.  
‏Non conosco il nome di nessuno,  
‏ma loro mi conoscono. 
 
‏Sono preoccupata per la mia vita,  
‏ma anche per quella della mia famiglia.  
‏Se mi succede qualcosa, che ne sarà di loro? 
 
‏Da dove sono, vedo una 4X4 argentata.
‏Mi segue ovunque. Ma non ho paura, non starò zitta,  
‏continuerò a denunciare quello che succede a Barcarena. 

‏Sembra una poesia da sussidiario, vero? E invece no. Sono le voci di tre donne impiegate nello stabilimento HydroAlunorte di Barcarena. Donne minacciate, perseguitate e intimidite per aver avuto il coraggio della verità, denunciando la contaminazione delle sorgenti del fiume Riberinhas causata dalla sfrenata estrazione e raffinazione di bauxite da parte di questo colosso dell’alluminio.

‏Donne minacciate, perseguitate e intimidite per aver parlato chiaro: la città di Barcarena manca di servizi igienico-sanitari di base, le acque sono tossiche, l’impatto ambientale di HydroAlunorte è disastroso — senza parlare delle pesantissime disuguaglianze sociali.

‏Sono queste voci che vogliamo ci parlino di Norsk Hydro. Nessun c’era una volta, nessun incipit da pagina wikipedia: ogni storia è soltanto una delle storie. I manuali ne sono pieni, le brochure pubblicitarie pure. Qui ne trovate una particolarmente appassionante: una cronoscalata al successo firmata dalla stessa Norsk Hydro.

‏Eppure a volte scrivere una storia è necessario. La nostra, però, non può che procedere per frammenti, a singhiozzi, restituendo la misura delle scellerate manifestazioni nel tempo e nello spazio che in definitiva fanno di una multinazionale ciò che è. Per chi come noi si oppone alle nocività come allo sfruttamento, al razzismo come ai muri e ai confini, alla guerra ai poveri e all’umanità — attività a cui le multinazionali partecipano come azioniste di maggioranza — non c’è altro senso nel farlo. Così come non c’è altro alcun senso nel parlare di Norsk Hydro e non di un’altra azienda se non per queste verità: che conosciamo solo oggetti particolari, ma l’unica teoria possibile è quella generale; e che, specularmente, il generale sta nel cuore del particolare. Il conoscibile, nel cuore del mistero.

‏Gli albori — quattro salti in Europa

‏Parigi, 1905. Non squillano ancora le trombe del genocidio organizzato meglio noto come Grande Guerra, ma la Banque de Paris (oggi BNP Paribas) sta già investendo a tappeto su infrastrutture e industria civile e bellica. Indovinate chi c’è tra i beneficiari?

‏Stoccolma, 1905. La famiglia Wallenberg è la più potente di tutta la Svezia. Banchieri, industriali, politici — un albero genealogico che risale alla fine del ‘600. Il loro motto? Esse non videri — essere, non apparire. Questioni di realpolitik.

‏Notodden, Norvegia, 1903. Sono gli ultimi anni del controllo svedese sulla Norvegia. A una festa indetta dal Segretario all’agricoltura, Kristian Birkeland, docente di Fisica all’accademia, incontra Sam Eyde, un ingegnere di formazione tedesca. Ricco, già a capo di una grande azienda e molto vicino agli ambienti Reali svedesi e alla famiglia Wallenberg, Eyde ha appena comprato (letteralmente) due tra le più grandi cascate della Norvegia. Birkeland è desideroso di fama e successo: dopo tre anni di esperimenti con l’energia idroelettrica, i due sviluppano un processo industriale per la produzione di fertilizzanti azotati (il processo Birkeland-Eyde) che in quegli anni di carestia e povertà «attira gli investitori» (si dice così, vero?) e distoglie lo sguardo dall’imminente dissoluzione dell’Unione tra Svezia e Norvegia — che in quell’anno, tra l’altro, contrae debiti di guerra proprio con la Francia.

‏Nel 1905, una commissione composta, tra gli altri, da Marcus Wallenberg e dalla BNP Paribas, fa visita alla loro fabbrica per considerare la possibilità di un investimento. Pochi mesi dopo, Eyde e Birkeland fondano la prima multinazionale norvegese: la Norsk Hydro Electric Nitrogen Company. Non male, per un paese povero e affamato.

‏È curioso che un mostro ecologico come Norsk Hydro sia nato come produttrice di fertilizzanti. È curioso anche notare che la nascita di una multinazionale abbia rappresentato il punto di continuità tra conflitti politici, interessi economici e alleanze diplomatiche. Mai successo…
‏Norsk Hydro continua indisturbata la sua produzione durante la crisi norvegese — probabilmente grazie alle conoscenze Reali di Sam Eyde e a quel presidente del CdA di Hydro che risponde al nome di Marcus Wallenberg… — e sembra non accusare minimamente il colpo della I guerra mondiale.
‏Piccola curiosità. negli stessi anni, Sam Eyde fonda Elkem, oggi colosso dell’industria norvegese specializzato in siliconi — ma con un passato fortemente ancorato nell’alluminio.
‏ ’30 -’40: amici dei nazisti

‏Francoforte sul Meno, 1927. Nel corso degli anni Venti, processo Birkeland-Eyde non regge più il confronto con la tecnologia tedesca tanto amata da Eyde. Norsk Hydro comincia così una fruttuosa collaborazione con un conglomerato di aziende teutonico, la IG Farben. Per i profani: il cuore finanziario del regime di Adolf Hitler — la principale fornitrice di Zyklon-B per i lager — la società che utilizzava i deportati come cavie per esperimenti e test medicinali — l’inventrice del metadone e del gas nervino (grazie ai «test» condotti dalla Bayer, una delle società del gruppo).

‏Ecco, quella IG Farben.  Al tempo ancora saldamente in mano a un CdA a maggioranza ebrea, il colosso rimaneva in ogni caso ben disposto nei confronti degli investitori del Terzo Reich — prima che quest’ultimo ne cominciasse l’arianizzazione…

‏Norsk Hydro deve ringraziare un’altra volta i suoi fondatori e il loro obsoleto metodo di produzione. Siamo nel 1933 — gli anni delle prime indagini sul nucleare. Un paio di anni prima, era stato scoperto un isotopo dell’idrogeno, il deuterio — un ottimo candidato per il processo di fissione dell’atomo, necessaria allo sviluppo di energia e armamenti nucleari. L’analisi di alcuni residui dello stabilimento di Vemork, in cui Hydro utilizzava ancora il vecchio processo Birkeland-Eyde, rivela una presenza inusuale di deuterio nell’acqua. Un esperimento condotto nello stabilimento riesce a isolare questa tipologia di acqua con il deuterio al posto dell’idrogeno come sottoprodotto del processo di produzione dei fertilizzanti: dal 1935 in poi, Norsk Hydro diventa così la leader mondiale nella produzione della cosiddetta acqua pesante.

‏Una scoperta che farà brillare gli occhi alla Germania nazista, che sta facendo passi da gigante nella corsa agli armamenti atomici, complice anche la partecipazione di IG Farben alle attività di Hydro. Scorrendo la pagina ufficiale della multinazionale, ci si imbatte in un bellissimo passaggio:

‏Hydro vedeva un futuro nella produzione di metalli, grazie anche all’accesso agevolato a fonti di energia idroelettrica […] Nel 1940 Hydro iniziò la costruzione di uno stabilimento per la produzione di carbonato di magnesio, da utilizzare come materiale di spolvero per il metallo. Tuttavia, l’invasione a sorpresa della Germania nazista mutò il corso degli eventi. La luftwaffe era infatti una grande consumatrice di alluminio e magnesio fin dagli anni ’30, e l’investimento in aziende situate in nazioni da occupare era già stato pianificato da tempo. Poco tempo dopo l’invasione della Norvegia, la Germania programmò proprio qui [in due stabilimenti di Norsk Hydro] l’espansione dell’industria di alluminio e di magnesio.

‏Fantastico: in questa versione della storia Norsk Hydro, business virtuoso e senza macchia — modo elegante per dire compartecipata dalle maggiori società, banche e potenze europee — si prepara a investire legittimamente nei metalli leggeri, completamente ignara dei propositi bellici della Germania (con cui fa comunque affari d’oro) — fino a che quei bruti dei nazisti non invadono la Norvegia per sfruttare le sua capacità di produzione. Una versione suffragata anche da un’ostentata retorica della resistenza, che ha coinvolto individualmente molte figure vicine a Norsk Hydro.

‏Le cose non sono andate esattamente così. Anette H. Storeide, professore associato in German and European Studies alla Norwegian University of Science and Technology, afferma perentoriamente che Norsk Hydro e la Germania nazista sarebbero già state in contatto prima della guerra, per discutere l’ingresso della multinazionale nell’industria dell’alluminio. Dietro il programma di produzione di metalli leggeri iniziato dagli occupanti nazisti, inoltre, ci sarebbe stata la forte volontà, da parte dei maggiori business scandinavi — il cosiddetto Consorzio di Oslo, che nel 1941 aveva investito l’equivalente di 175 milioni di euro in Norsk Hydro — di strumentalizzare gli investimenti tedeschi per acquisire potere sulla produzione di metallo norvegese, le cui prospettive economiche sul lungo periodo erano a dir poco promettenti.
‏Abbiamo così un’altra conferma: la multinazionale dei fertilizzanti deve la sua fortuna come colosso dell’alluminio a un… buon investimento suggerito dalla Germania nazista.

‏In ogni caso, Hydro non produsse mai alluminio per i tedeschi. Lo stabilimento norvegese individuato per la produzione del metallo non fu mai completato; quello che riforniva di acqua pesante la IG Farben, incaricata da Hitler di sviluppare il reattore nucleare tedesco, fu invece tra gli obiettivi dei raid delle Forze Alleate, e venne bombardato dagli USA il 24 luglio 1943 — il giorno prima della caduta di Mussolini…
‏È solo a quel punto che l’atteggiamento nazi-friendly del CdA di Norsk Hydro cambia, e molte figure legate all’azienda si affiliano alla resistenza. In questo senso, Storeide li definisce «degli approfittatori, più che dei collaborazionisti». Gli affari sono affari, no?

‏Il motto di Norsk Hydro era infatti keep the wheels turning. Norsk Hydro utilizzò proprio questa frase come slogan durante il processo ai molti businessman indagati per collaborazionismo. Le motivazioni, sempre le stesse: «non c’entriamo nulla con la politica», «siamo interessati solo all’economia», «volevamo solo garantire posti di lavoro»…

‏Nessuno degli imputati legati a Norsk Hydro fu condannato. Furono invece condannati molti dipendenti. Soprattutto donne, dette tyskertøsene o femme tondues, accusate di collaborazionismo più o meno esplicito e sottoposte quindi a varie umiliazioni tra cui, appunto, la rasatura dei capelli.
‏Piccola curiosità. Per una gustosa coincidenza, fu il neonato stato di Israele a utilizzare l’acqua pesante prodotta da Norsk Hydro nel dopoguerra per alimentare il reattore Dimona, nel deserto del Negev, per i suoi «scopi nucleari ambigui»…
‏Oggi

‏Gli anni del dopoguerra vedono Hydro abbandonare il mercato dei fertilizzanti per business più profittevoli. L’alluminio — la cui importanza nell’industria aerospaziale e per la costruzione di armi sempre più sofisticate è fondamentale; l’acqua pesante — utilizzata dai reattori nucleari delle superpotenze; e, non ultimo, il petrolio — nel quale comincia a investire massicciamente dal 1965 e che la porta, nel 2007, a divenire StatoilHydro (oggi Equinor), la maggiore compagnia offshore di petrolio e gas al mondo. Norsk Hydro, già leader nell’idroelettrico, ha inoltre proseguito la sua vocazione a leader del settore energetico investendo massicciamente nell’eolico.

‏Barcarena, 2010. È nel primo settore, tuttavia, che Norsk Hydro mette tutta se stessa. Nel 2010 acquista Alumina do Norte do Brasil — oggi HydroAlunorte, la più grande raffineria di bauxite al mondo con i suoi 6,3 milioni di tonnellate annue, nata da accordi bilaterali giappo-brasiliani nel 1976 ed entrata in funzione nel 1995. Lo stabilimento ha sede a Barcarena, Parà, nell’Amazzonia orientale. È da lì che vengono le voci che ascoltiamo dalle prime righe di questa breve storia, tra il cielo carico di nuvole tossiche e la terra arrossata dalla bauxite, la principale economia del paese.

‏È lì che è nato lo scandalo che ha visto protagonista Norsk Hydro in questi ultimi mesi. Quello che i principali quotidiani economici avevano definito (con spocchia infinita) «un caso di inquinamento», riguarda in realtà acque irrimediabilmente contaminate, quelle di Barcarena, laghi e pozzi artesiani che nel febbraio 2018 sono stati inondati dal fango rosso scaricato nei torrenti Bom Futuro e Burajuba, e nei fiumi Murucupi, Tauá e Pará. «Ho visto la mia casa inondata e ho chiesto a mio figlio di filmare la situazione. So come funzionano le cose. Il giorno dopo, l’acqua sarebbe scesa e loro ci avrebbero detto che stavamo mentendo. Se non avessimo registrato nulla, sarebbe stato come nel 2009», dice Maria, una delle dipendenti minacciate.

‏La comunità ha ricevuto le visite di ispettori, giornalisti, ambientalisti, creando un forte tam-tam mediatico. Mentre si intensificano le manifestazioni — e l’associazione Cainquiama accusa Norsk Hydro di scarico illegale di rifiuti, frode nelle licenze ambientali e contaminazione delle acque — aumentano anche le minacce alle vite di chi si ribella a questo stato di cose ripugnante: Ludmilla e le altre subiscono quotidianamente minacce; sono seguite da automobili in agguato; le loro case sono bersagliate dalle pietre nottetempo; giornalisti ammanicati a Norsk Hydro minacciano i membri delle loro famiglie con alcune foto scattate di nascosto durante le interviste. Paulo Sérgio Almeida Nascimento e Fernando Pereira, leader dell’associazione, sono stati assassinati a distanza di un mese e mezzo.

«Hydro ci sta uccidendo lentamente. Ogni giorno beviamo acqua contaminata, ogni giorno moriamo un po’», continua Maria. Prima dell’acquisizione da parte di Hydro, Alunorte era di proprietà di Vale, compagnia brasiliana leader mondiale nell’esportazione di ferro e generalmente conosciuta come «la peggior multinazionale al mondo» per impatto ambientale, condizioni dei lavoratori e rispetto della popolazione. «Nel 2009 [anno dell’ultimo grande disastro ambientale] tutti hanno visto, sentito, fotografato, e nessuno ha preso provvedimenti. Vale ha comprato il silenzio di tutti, compresi alcuni leader della comunità. Ha iniziato a regalare delle protesi dentarie, macchine da cucire, spicci ai centri comunitari». Con Hydro la storia non è cambiata. «Non mi fido della polizia», continua Ludmilla, «Non mi fido del governo dello stato di Pará. So solo che ci saranno altri morti. Potrei essere la prossima, perché questa volta abbiamo portato la situazione all’attenzione del mondo». 
‏Dopo il «caso di inquinamento», a Norsk Hydro è stata imposta come «sanzione» una riduzione della produzione al 50%. Per tutta risposta, la multinazionale ha annunciato, nell’ottobre del 2018, la chiusura dello stabilimento: la fonderia, affermano, ha esaurito lo spazio in cui smaltire i residui, senza aver ottenuto l’autorizzazione a utilizzare nuove aree. Il solito ricatto legalizzato: mi denunci? Ti umilio, ti minaccio, ti uccido. Non mi dai il diritto di inquinare? Allora chiudo, e con me se ne vanno anche i due spicci che prendevi per la vita di merda che fai. E con te, altre 4700 persone.

‏Non è necessario aggiungere che, ovviamente, Norsk Hydro ha fatto marcia indietro dopo aver ottenuto, pochi giorni fa, l’autorizzazione eccezionale che consentirà di proseguire le operazioni a capacità dimezzata – in «continuo dialogo con le istituzioni per la ripresa a pieno regime della produzione». Allarme rientrato, quindi, per speculatori e sfruttatori di tutto il mondo.

‏Ecco, chi è Norsk Hydro. Ecco cos’è arrivato nella nostra città.
‏Non che prima fosse rose e fiori…

‏Ma questa è un’altra storia. Alla prossima puntata.

Falene

Intervallo

Sta arrivando l’inverno, usate dire. Ma il vostro inverno non può arrivare perché è già sempre con voi, vestito del vostro lutto fin dal primo giorno che vi siete aperte. Il mio inverno è fatto solo di luce tagliente, e finisce ora, nel soggiorno illuminato di primavera. La tavola è pronta di una nuova colazione, la casa è un gioco di alba che si specchia e rimbalza di lame e chiazza di rosso frammenti di cose. Ma c’è ancora silenzio nelle stanze. Tra poco invece sarà tutto un fermento di verde bambino, un gorgheggiare di cori, un tinnire di tazze, un frusciare di vesti, un ruzzolare di passi e germogli sui gradini.

Intanto cade il mio velo da sposa della notte, risalgo la mia placenta di seta fino alla luce, alla ricerca di spazio per dispiegare le mie ali piccole e molli.  Addio mie spoglie di pupa! Mie bende d’immortalità! Mio succo di papavero! Ecco l’aperto! Ma non il vostro aperto. Non vedo l’abisso chiuso e sordo che si solleva inarcandosi dalla buca notturna, solo l’aprirsi di fiori senza fine. Non sento le vostre sirene, solo gli echi vaganti dei pipistrelli a tracciare la rotta. Ora sono falena, sfinge, ninfa o saturnia, ora volo affamata tra queste pagine aperte.

Il fuoco è acceso, la fiamma arde, brucia il mistero, dal fondo si alza il suo lamento.

Ora volo incurante delle ore e dei giorni, scrivo traiettorie nell’aria, e non so dire se c’è un tremito di inchiostro sulle ali, salto di nettare in nettare, vivo.

Ecco la mia ultima trionfante metamorfosi che non conosce fine svolazzare in nessun luogo senza no! La fine è dietro di me, uno spettacolo tutto vostro.

Altrove, il sole dalle braccia aperte cade a picco sulle onde scalpitanti, mentre qui, io volo ondeggiando tra le fronde in una selva di luce e di ombre, e scantono al primo segnale che mi vorrebbe preda e mi poso indistinta là dove divento foglia, tronco, erba, fiore. Non mi nascondo, mi faccio solo mondo.

E intanto spengo anch’io, come voi, senza saperlo, ad uno ad uno i miei falò, e disincanto il tempo con l’amore, come voi, senza saperlo, e forse gioco, forse fuoco.

VIII. L’Aula di Giustizia

F non credeva ai suoi occhi.

A. se ne stava in una loggetta identica alla sua, incastonata nella parete opposta di un immenso edificio circolare sormontato da una cupola.

Le loggette erano poste su cinque livelli e formavano grandi anelli che abbracciavano tutta la circonferenza dell’edificio. Lui ed A. si trovavano entrambi al quarto livello. Ci mise un bel po’ a contarle tutte. Tutti gli inquilini di quelle loggette erano seduti su comodissime poltroncine colorate con tanto di braccioli e porta bibite.

F ne aveva sentito parlare durante la latitanza ma in fondo non aveva mai creduto che potessero esistere luoghi del genere. Doveva ancora abituarsi all’idea di aver oltrepassato una soglia oltre la quale a nulla valevano tutte le sue vecchie categorie.

Una luce opalescente filtrava attraverso due grandi vetrate poste esattamente sopra quello che pareva essere un altare. Su di esso, a dominare l’aula, un maestoso scranno. Vuoto.

F distolse gli occhi da A.. Uno sciame chiassoso di persone aveva invaso la platea e andava a riempire i banchi vuoti disposti come in chiesa.

C’erano famiglie con nugoli di bambini al seguito che si abbuffavano di pop corn traboccanti da enormi bicchieri di carta plastificata il cui odore pervadeva l’aria, c’erano giovani coppie inghirlandate di umori torbidi, c’erano gruppi di ragazzetti schiamazzanti che ingollavano liquami colorati da cannucce colorate, c’erano uomini soli col cappotto che prendevano posto nelle ultime file e che facevano di tutto per conservare il loro posto vicino all’uscita, c’erano donne anziane vistosamente imbarazzate d’essere lì, come in preda a un’imperdonabile debolezza.

L’aula si riempì in pochi minuti, ordinatamente, a dispetto dell’apparenza caotica di quella fiumana di persone.

Quando tutti furono seduti il chiacchiericcio si fece più sboccato. Nessuno, tra il pubblico, pareva intenzionato a volgere lo sguardo in direzione delle logge. Per quasi nessuno di loro doveva essere la prima volta. Sapevano tutti benissimo cosa fare. Cosa aspettare. E non era lo spegnersi delle luci. Quelle non si spensero mai.

Solo dopo che il pubblico ebbe preso posto in platea F ripassò con lo sguardo, questa volta con più calma, i volti degli altri inquilini delle loggette.

Al primo livello sedevano facce straniere, facce di paesi lontani. Al secondo livello sedevano vecchie facce dallo sguardo smarrito. Al terzo livello facce pazze, inequivocabilmente folli. Al quarto livello sedevano, con lui ed A., molte persone conosciute durante la latitanza. Al quinto livello sedevano facce d’angeli, inafferrabili, con braccia che parevano fronde più che ali.

Poi notò che ai piedi del primo livello correva un recinto lungo tutto il perimetro dell’aula.

Di lì a poco, da una specie di grande gattarola, uscirono compostamente e in silenzio centinaia di cani e di gatti di tutte le razze e le stazze. Ma non solo. Uscirono anche canarini, pappagalli, serpenti, ragni, iguane, tartarughe, pesciolini, rospi, criceti ed esemplari di innumerevoli altre specie piegate alla domesticità. Non si udì alcun abbaiare né miagolio, nessuna baruffa tra cani e gatti, nessuna zampa fuori posto. Nessun morso, nessun cinguettio, nessun litigio tra le specie. Nessun tentativo da parte dei predatori di predare le prede. Ordinatamente si sistemarono lungo tutto l’arco della recinzione, rispettando financo una certa distanza gli uni dagli altri.

Quando gli animali ebbero preso posizione si aprì, in fondo all’aula, un imponente portone di legno intarsiato.

Allora il pubblico si zittì all’unisono e tutti gli sguardi dei presenti, animali compresi, si volsero verso di esso.

Entrarono, con passo risoluto e come un corpo solo, sette individui togati tra uomini e donne. Sotto un braccio sorreggevano pesanti faldoni e nell’altra mano leggerissime apparecchiature elettroniche.

Quello che per F aveva tutta l’aria di essere un piccolo plotone d’esecuzione andò ad occupare le prime file. Tra loro e l’altare c’era soltanto un grande tavolo ovale su cui poggiarono tutti i loro faldoni, i quali rimasero abbandonati lì.

Le apparecchiature elettroniche restarono invece sempre attive e luminose tra le loro dita vitree e sottili come zampette di formiche.

IX. Capi d’accusa

Il pubblico attendeva in silenzio.

L’aula intera era come sospesa, immobile. Ogni accenno di rumore veniva subito inghiottito da quel silenzio irreale. Anche gli animali non fiatavano. Quella specie di trono sull’altare continuava a restare vuoto.

F pensava al suo destino e a quello di A. Pensava all’operazione.

Nessuno sapeva esattamente che cosa fosse l’operazione. Erano girate voci di ogni sorta tra compagni di latitanza. Qualcuno aveva prefigurato orrende scene di torture, stagliuzzamenti, coltelli, seghetti, sale operatorie al neon e camici bianchi. Qualcun altro era stato più propenso a immaginarsi interventi di controllo mentale, microchip inseriti nelle reti neuronali e via dicendo. C’era poi chi si era immaginato costretto, per non essere soppresso, a prendere parte a segretissime operazioni militari. C’era anche chi semplicemente aveva associato all’operazione il significato di annientamento, di mera eliminazione fisica.

Comunque nessuno nutriva alcun dubbio, A. ed F compresi, sul fatto che quella parola puzzasse tremendamente di eufemismo, di uno di quegli eufemismi che all’improvviso sono sulla bocca di tutti quando ci si sta preparando a giustificare qualcosa di atroce, di atrocemente violento.

– Voi siete accusati.

Una voce atona echeggiò nell’aula rompendo il silenzio.

A. ed F volsero insieme lo sguardo in direzione della voce.

Uno degli individui togati svettava su tutti gli altri da un pulpito posto alla destra del grande tavolo ovale.

A quelle parole seguì nuovamente un lungo silenzio.

– Siete accusate di essere colpevoli. Siete tutte accusate di aver abbandonato volontariamente e senza autorizzazione le vostre rispettive funzioni. Siete accusate di esservi esiliate senza alcuna disposizione in merito. Siete accusate di aver dileggiato la vostra regolamentare messa al bando giocando a fare i banditi, le escluse, gli ostracizzati, le fuggitive. Siete accusate di aver cercato di ricomporre le vostre separazioni e di aver profanato il vostro campo di appartenenza. Siete accusate di esservi prese gioco dell’eccezione, della norma, dello Stato e dello stato di eccezione. Siete accusate di aver oltrepassato confini invalicabili e di aver passeggiato divagando in territori interdetti. Siete accusate di aver sottratto i vostri corpi ai controlli sanitari e i vostri occhi a quelli immaginari. Siete accusate di aver rifiutato ogni identificazione ed ogni riconoscimento. Siete accusate di aver eluso la vostra protezione e la vostra sicurezza sottraendovi a tutti gli schermi e a tutte le telecamere. Siete accusate di aver sputato sulla vostra cittadinanza, sui vostri diritti e i vostri doveri. Siete accusate di aver voltato le spalle allo spettacolo e di essere uscite dalla sala. Siete tutte accusate di latitanza con l’aggravante, per alcune di voi, di recidiva inoperosità.

Il magistrato si tolse gli occhiali e guardò la platea che a quel segno esplose in un applauso fragoroso.

F non aveva mai sentito niente di simile. L’applauso durò venti minuti. Sembrava che nessuno volesse cedere, come se farlo fosse vergognoso, disdicevole e magari si potesse anche incorrere in qualcosa di spiacevole. Ma forse questa era solo una sua impressione.

Quando finalmente l’applauso si spense, il magistrato, che doveva essere un pezzo grosso, scese i gradini del pulpito, un po’ goffamente a dir la verità, e riprese il suo posto su una delle poltrone.

Un altro magistrato lo sostituì sul pulpito e gridò subito con veemenza:

– Imputati di livello zero!

A queste parole cani, gatti, canarini, pappagalli, tartarughe, pesciolini, pitoni, iguana e via dicendo rizzarono per un istante le orecchie. Ma i più ripresero quasi subito l’attività in cui erano impegnati, come grattarsi, spulciarsi, leccarsi, sonnecchiare o becchettare o chissà che altro.

– Oltre ai generici capi d’accusa già menzionati siete accusati di aver abbandonato i vostri padroni e le vostre padrone che vi volevano tanto bene e che hanno tappezzato i muri dei loro quartieri con le vostre fotografie e il loro numero di telefono. Siete accusati di aver rigettato la vostra qualifica di animali da compagnia preferendo un destino solitario o in compagnia non autorizzata di altri viventi vostri simili e non. Siete accusati di aver cercato di estrarre dalla vostra carne il microchip identificativo. Siete accusati di aver preferito il nomadismo alla stanzialità, la vita all’aria aperta alla comodità degli appartamenti, un prato alla lettiera o alla passeggiatina. Siete accusati di aver rifiutato il guinzaglio, la gabbia, l’acquario e tutte le proiezioni dei vostri rispettivi due zampe. Siete accusati di esservi sottratti alla vostra funzione di sopperire ai vuoti e alle mancanze. Siete accusati di aver fatto piangere vecchi e bambini. Siete accusati di non esservi fatti trovare dai vostri proprietari e di aver a lungo eluso la cattura da parte della forza pubblica. Siete accusati di aver violato la proprietà privata dei vostri padroni sottraendovi al vostro status di cose o di beni in loro possesso. Siete accusati di infedeltà, di irriconoscenza e di alto tradimento. Come attenuante si terrà conto dei vostri anni di servizio e dello sterminato indotto che si è creato attorno alla vostra riparazione e al vostro sostentamento.”

Alla lettura dei capi d’accusa seguì un nuovo lungo applauso, benché più breve del primo, accompagnato dal lancio di alcuni oggetti da parte dei bambini, prevalentemente bicchieri e scatole di stuzzichini, in direzione degli animali. Questi si limitarono a reclinare il capo e ad abbassare le orecchie. Non uscì un mugolio dalle loro bocche.

– Imputati di primo livello!

Una nuova voce si alzò dal pulpito.

Le facce straniere che sedevano nelle gabbie del primo livello intesero che si parlava di loro nonostante la lingua fosse per molti incomprensibile. C’era nelle loro espressioni un che di amaro.

– Voi siete poco più che bestie. – Continuò il magistrato. – Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di esservi movimentati senza precisa ordinanza e di aver abbandonato la vostra Nazione di appartenenza e le vostre mansioni. Siete accusati di essere sopravvissuti a innumerevoli naufragi, supplizi e sevizie, e di aver preteso in più di una occasione di essere considerati alla stregua di persone. Siete accusati di non aver piegato abbastanza la schiena e di aver accettato del denaro, seppur poco, in cambio dei vostri servigi. Siete accusati di non aver vinto, di non essere riusciti, una volta superate le prime selezioni, a conquistarvi un’identità in quel mondo spettacolare che tanto sognavate. Siete accusati di essere arrivati fin qui per restare delle nullità, delle inesistenze clandestine incapaci di assurgere alla legale clandestinità dei cittadini, al loro tanto invidiato anonimato. Siete accusati, con la vostra presenza su questo territorio, di aver esibito la vostra nuda vita mettendo così in pericolo la sicurezza della nuda vita dei cittadini e la stabilità dello Stato stesso, nonché la legittimità del Diritto e quindi anche di questa Aula di Giustizia. Come circostanza attenuante sarà tenuto conto che passando inosservata ai più questa vostra esplosiva potenzialità, lungi dall’aver minato le fondamenta della Nazione, la vostra presenza ha più di una volta contribuito a cementare nuove proficue alleanze, a rinsaldare identità inconsistenti, a catalizzare e neutralizzare furori soffocati troppo a lungo e a dirottare i pensieri di guerra su nemici alla portata di tutti.

Seguì il solito scroscio di applausi accompagnato questa volta da insulti razzisti della peggior specie. Anche gli imputati del primo livello, così come gli animali prima, ebbero una reazione piuttosto compassata davanti agli scoppi di violenza della platea.

Ad F sembrava che tutti i suoi compagni di sventura, di qualunque livello, e lui compreso, fossero immersi in uno stato di stordimento tale da attutire le bordate della realtà, da impedire loro di collassare come stelle al capolinea, pronte a disintegrarsi nello spazio infinito in nebulose planetarie.

Una colata vi seppellirà (ancora)

di alcune compagni di Feltre (BL)

Il caso Hydro: esercizi di materialità

Più affiniamo la teoria della critica dell’esistente, meno i nostri discorsi di militanti hanno presa sulla realtà. Questo è un dato di fatto. Le riflessioni che seguono sono un tentativo di riportare il discorso alla vibrante materialità senza perdere la raffinatezza. Siamo abituati a pensare secondo categorie di tipo oppositivo: particolare-universale, centro-margine, singolare-plurale. Questo può essere valido per chi, come noi, si trova nella necessità di adottare una griglia di intelligibilità; ma per chi ha a cuore la devastazione e il saccheggio di questo pianeta queste categorie sono ampiamente superate.

Il caso Hydro, colosso mondiale della produzione di alluminio, ne è un esempio: qui, dimensione provinciale e multinazionale si fondono, letteralmente. Dalla Norvegia a Feltre, in provincia di Belluno, fino alla foresta amazzonica brasiliana, le parole d’ordine sono profitto, nocività, ricatto del lavoro. Mentre la protesta (con fiammate insurrezionali) dei Gilet Gialli sta esprimendo tutte le contraddizioni insite in un discorso sull’ecologia che non faccia i conti con lo stato di cose presente, al grido di «la transizione ecologica la paghino i ricchi!», riteniamo fondamentale procedere su quel solco, estendendo un ragionamento che porti a pensare (e a passare) all’azione.

In questa prima parte della nostra analisi, un’introduzione alla questione Hydro.

Norway today, 25 febbraio 2018. Hydro accusata di inquinamento in Brasile

Amazonia, 23 marzo 2018. Tre donne di Barcadena minacciate, perseguitate e umiliate

The Guardian, 16 marzo 2018. Inquinamento, malattie, minacce, omicidi: un’azienda amazzonica come l’anello mancante?

The Guardian, 21 luglio 2018. Dovrebbero andare in prigione: contro lo stabilimento di alluminio in Brasile

Sono solo alcuni dei molti articoli che negli ultimi anni hanno riguardato l’azienda Hydro, colosso della produzione di alluminio.

In una vita precaria come quella che l’umanità sta vivendo, una delle poche certezze di questi anni è l’irreversibilità della catastrofe ambientale e sociale che, a quanto pare, il capitalismo è riuscito ad inculcare nella testa di tutti noi. Si ha come la sensazione che tutto quello che ci accade intorno, tutti i rospi che dobbiamo ingoiare per continuare a scimmiottare un’esistenza dignitosa, siano naturali ed inevitabili: l’importante è digerirli il prima possibile.

L’ultimo di questi rospi riguarda proprio l’alluminio. È del 28 gennaio 2019 la notizia dell’accordo tra comune e azienda sul progetto (ormai in stadio avanzato) di potenziamento della fonderia di proprietà della multinazionale Norsk Hydro — succeduta ad Alcoa, Sapa e altre aziende prima di loro, lungo un filo che rimonta agli anni Quaranta — che continua a produrre alluminio in pieno centro cittadino, col relativo aumento di conseguenze nocive. Nello specifico, il progetto prevede un incremento della produzione da 160 a 250 tonnellate giornaliere di materiale lavorato. Unica gentile concessione, dopo un’iniziale resistenza legata ai «costi», quella che riguarda il «monitoraggio delle emissioni».

Certo, Hydro è solo una delle tante fabbriche più o meno nocive che «producono» a ridosso di zone fortemente abitate. Ma è paradigmatico, perché nel caso Hydro ritroviamo gran parte delle contraddizioni che oggi soffocano il mondo e noi che ci viviamo: si parla di nocività, appunto, e del paradosso per cui nel bel mezzo della foresta amazzonica o in un comune di montagna si respira aria velenosa; si parla di ricatto del lavoro (in quello stabilimento, circa 200 operai); si parla dei disastri che una multinazionale come questa combina in giro per il mondo; e, last but not least, dell’impatto micidiale che proprio la produzione di alluminio ha sulle nostre vite e sul mondo intero in tutte le fasi di produzione e consumo.

Il tentativo di questo intervento è, chiaramente, quello di costruire un’opposizione a questo progetto e ai suoi simili, ponendoci su un piano diverso rispetto a un certo ambientalismo «compatibile». La questione non è limitare l’emissione di fumi o la fusione di rottami inquinati o radioattivi (i cosiddetti “scarti secondari”), o magari monitorare le emissioni. I problemi riguardano lo stesso ciclo produttivo, la sfrenata produzione di merci (che si tratti di pannelli solari, barattoli o involucri per mine antiuomo la musica non cambia!); riguardano l’enorme consumo di energia, i veleni che respiriamo — Oltre, ovviamente, ai metodi utilizzati per procacciarsi le materie prime…

Nelle prossime puntate:

1. Chi o cosa è la multinazionale Hydro?

2. Hydro e la non-soluzione di continuità con le aziende che l’hanno preceduta (Alcoa e Sapa)

3. Una piccola inchiesta sul ricatto del lavoro

Per un primo approfondimento sul tema, rimandiamo al dossier sull’alluminio Una colata vi seppellirà prodotto a Feltre nel 2010 e attualmente in fase di aggiornamento.

So ancora guardare in alto

e perdermi nel cielo

Mentre vibro assieme ad un torrente

… e penso all’acciaio che ci stringe.

(Kina, Questi anni)

FALENE

VI. Città

Non è vero che esistono quartieri dormitorio. Tutto è dormitorio. Ogni quartiere è dormitorio. La città intera a perdita d’occhio dorme il suo incantesimo di desolazione. Ogni palazzo è un letto a castello, o un negozio di scarpe. E le strade lunghi corridoi allucinati popolati di incubi.

Durante i suoi anni di reclusione alla Transalp Logistic, nonché per una parte significativa del suo rimanente tempo di vita, al primo piano di un letto a castello di periferia, con un muro a sigillare l’orizzonte davanti alla finestra della sua camera, peraltro tristemente addobbata con un rampicante, F entrò in contatto con alcuni nuclei disarmati di rivolta.

Da quelli disarmanti, che erano la maggior parte, i quali effettivamente non rivoltavano se non il loro nulla, preferì sempre stare alla larga. Anche ai tempi dell’università li aveva sempre evitati, con le loro chiacchiere, i loro reboanti discorsi, i loro tronfi e virileggianti capetti da strapazzo, i loro futuri da servitori, da funzionari del ministero, da aspiranti amministratori, da imprenditori del nulla, da opinionisti.

I nuclei disarmati con cui F entrò in contatto vivevano affilando armi. Armi bianche o nere d’inchiostro. Il loro disarmo non era volontario. Non erano dei pacifisti qualunque. La realtà ci aveva messo del suo, li aveva denudati e lasciati inermi a consumarsi le suole dentro le loro scatole da scarpe, li aveva rinchiusi nei dormitori per condannarli poi a soffrire d’insonnia.

Era questo a renderli differenti. La loro insonnia li teneva in guardia dagli incubi della realtà. Gli occhi sgranati sulla notte. Erano come profeti ammalati di profezie. Vedevano con chiarezza nelle loro veglie allucinate i profili del disfacimento.

Non c’è vita possibile tra quelle mura, tra quei solitari coriandoli di cielo, in quegli infiniti corridoi di tristezze soffocate. Era tutto chiaro. E usavano parole limpide per dirlo.

Eppure qualcosa li tratteneva a presidiare il vuoto. Qualcosa li faceva vivere tra quelle mura. Un cordone ombelicale tagliato malamente, la speranza di una miccia, l’illusione di un sabotaggio, la tentazione di farsi uccidere come tutti gli altri morti di quella morte che Jacob ben sapeva, di farsi addormentare o lasciar morire, di condividere fino in fondo il proprio destino di umani nel dopo apocalisse.

Di tanto in tanto qualcuno veniva inghiottito e non se ne sapeva più nulla. Altri restavano senza respiro, qualcuno moriva, qualcun altro cessava semplicemente di dimenarsi.

Ma c’era anche qualche irriducibile che incanutiva sopra le sue borse insonni senza cedere di un passo benché l’abisso l’avesse già inghiottito da tempo.

Altri ancora F li aveva visti abbandonare il campo, riconoscere la disfatta, ammettere che l’unico modo dignitoso di restare era quello di farsi saltare in aria, o di buttarsi sulle rotaie.

La città era perduta. Ma la città era ovunque.

Per questo non c’erano muri o cavalli di frisia da oltrepassare, nessuno sparò loro nel momento in cui alcuni decisero di spostarsi sulla terra per reimparare le stagioni e rivoltarsi tra le zolle. Quella terra “che non era mai appartenuta a nessuno. Apparteneva a tutti noi; dovevamo soltanto usarla bene, con umiltà e con orgoglio.”1

Nessuno sparò loro perché i guardiani erano già là ad aspettarli, sulla terra.

La citta abitava già da tempo le campagne, e in maniera definitiva e irrimediabile, perlomeno dai tempi di quel miracolo devastante che portò i genitori di F in città dalla terra nera che li aveva cresciuti.

Dovevamo soltanto usarla bene e invece l’abbiamo voluta governare. Abbiamo voluto governare l’erba, i rovi, le piante. Abbiamo voluto governare il nostro humus. E da un certo punto in avanti l’abbiamo anche fatto senza umiltà e senza orgoglio.

Ah, falene! Che vi ostinate a inseguire il lume che vi consumerà! I vostri destini accavallati come onde sull’abisso a inarcare le schiene incontro alla morte. Siete stati i marosi e la bonaccia, la vostra alba e il vostro tramonto, la tenera luce del mattino e quella cupa della sera. Susan, Rhoda, Bernard, Neville, Jinny, Louis, Guy: le vostri ali si sono sciolte alla fiamma del sole o a quella di una candela, sotto il grande cielo o nell’intimità di una stanza in penombra. Si sono comunque sciolte, umili o superbe, pubblicamente o in clandestinità, hanno portato a compimento il loro personale autodafé.

E che le parole abbiano contribuito a discioglierle nell’acqua in una maestosa ondata di fiamme o più modestamente al calore del fuocherello su cui arde anche la storia di F, in nessun caso la grazia inespressa del mistero perduto ne sarà intaccata.

VII. Lucciole

Levati dunque! Fatti migliore, fuggi la tua qualità di impiegato, incomincia a vedere chi sei, invece di calcolare che cosa dovresti diventare.”2

Il primo giorno di latitanza F lo vide alzarsi sulla città in dormiveglia dalle prime terrazze di terra affacciate sulla pianura. Era uscito di casa nel cuore della notte e si era incamminato in direzione delle colline.

La città si fece camminare senza accorgersi di come fossero diversi dal solito quei passi di F, di come avesse un altro peso quel loro incedere stranamente risoluto nella notte. Era molto più che un addio.

La città era stata l’incubatrice del suo sfacelo, dei suoi tumori, della sua latitanza. La scatola da scarpe in cui aveva cercato di starsene al suo posto, proprio come fanno le scarpe quando se ne stanno in ordine e a coppie dentro le scatole da scarpe, divise da un foglio di carta velina e con i piedi dell’una piantati nella faccia dell’altra e viceversa. Anche se per un difetto di fabbricazione, per il furto di un monco o per chissà quale altro motivo, lui nella scatola si era trovato spaiato come una scarpa solitaria.

Ma non fu questo a rendere impossibile lo starsene al suo posto. Fu il suo essere impiegato alla Transalp Logistic a scoperchiare tutto.

E la città, che quella notte attraversava per l’ultima volta, era stata il campo di concentramento in cui aveva appreso la propria prigionia, lo spettro tra le cui vesti aveva cercato di divenire un’evanescenza tra le altre.

Sì, era molto più che un addio.

Per molti anni si era abbandonato al frenetico viavai di quella fiumana di persone in moto perpetuo che all’improvviso, ammantate di esclusività, comparivano dal nulla per farvi ritorno un attimo dopo.

Che cosa si è realmente dentro questa fiumana, dentro questa corrente variopinta di uomini che non conosce fine?3

E in quale regno misterioso, una volta scomparse alla vista, venivano inghiottite tutte quelle persone? Come un esercito di frettolosi bianconigli affaccendate a ignorarsi vicendevolmente e a confermarsi l’un l’altra la capitale importanza, o l’importanza del capitale, delle proprie occupazioni.

La più grande illusione di ogni città è che stia realmente accadendo qualcosa. E che questo qualcosa sia indispensabilmente e improrogabilmente reale. Tutto è lì a confermarlo: le luci, il movimento, la fretta, la velocità, i motori, gli sguardi, le espressioni, i gesti, i suoni.

Tuona e rumoreggia il traffico dei commerci, come se mai al mondo fossero esistiti paesaggi né sogni”. 4

Tuonava e rumoreggiava anche quella notte la città, mentre F si librava ormai a pelo sul mare grigio della strada, leggero come una rondine.

Fuggevoli presenze incrociavano il suo sguardo per svanire subito nel nulla. Fantasmi.

Un nuovo modo di essere, una nuova forma-di-vita stava per sorgere in lui con il sole.

Niente più occupazioni né identità, né uffici né attività, né funzioni né impieghi. Niente più essere piegati. Ma ciò che l’aspettava non era un semplice non lavorare, un far nulla, un essere nessuno, un lasciarsi morire d’inedia o d’inerzia.

Camminando verso le colline F si lasciava alle spalle il regno del nulla e del nessuno per inoltrarsi nei territori inesplorati dell’esilio. Infinite possibilità che nel corso degli anni erano state sigillate una dopo l’altra in blindate cassette di sicurezza ritornavano ora all’aperto facendo echeggiare in lui il suono di mille serrature che si aprivano all’unisono.

Come la ninfa delle cicale. Potenza di rifiutare ogni identità, ogni divisa e ogni separazione. Potenza di scomparire, di rendersi invisibile agli occhi del nemico, di sottrarsi al flusso inarrestabile della movimentazione di cose, persone, terre, parole, informazioni. Potenza di sfuggire al regime della distribuzione, di smascherare l’inganno della libera stabulazione. Nel tempo della visibilità e della tracciabilità occorreva svanire senza lasciare tracce, dettare le condizioni della propria clandestinità. Potenza di arrestarsi e di restare. Di morire anche. Potenza di tacere i dialoghi doppiati della realtà spettacolare. Potenza di non dire il proprio scomparire. Di rifiutare il discorso, che è sempre soltanto uno e un discorso. Scompariamo, aveva letto un giorno su un muro. Per comparire in una latenza immaginaria splendidamente più reale della realtà. Così iniziava la sua latitanza.

Sottrarsi alla civiltà Jacob: non c’è niente di più bello, sai.5

Allo scemare della città le sagome scure degli alberi e delle siepi iniziavano a restituire alla notte quel po’ di mistero che le era rimasto.

Anche se la città era ovunque, F lo sapeva. Non terminava con le case, non terminava con le luci, e di certo non bastavano un po’ di foglie e di fili d’erba a fermare il suo passaggio. E nemmeno qualche rovo.

Ma inoltrandosi nella luce crepuscolare della luna sotto la volta frondosa di maggio di quella strada di campagna in salita con le narici invase di primavera, F ebbe la sensazione che gli alberi, le siepi, i campi coltivati e le boscaglie vivessero soltanto un’apparente prigionia e che parlassero, o meglio, fossero lì a sussurrare come discreti testimoni, la possibilità di una vita indivisibile dalla sua forma. Quell’addomesticato paesaggio campestre era solo il trucco di una manciata di secoli, sotto la sua patina di civiltà lievitava l’onda inarrestabile del selvatico. Era solo questione di tempo.

Dopo lungo camminare, giunto alla pieve delle lucciole nel crepuscolo del mattino, F si sedette sull’orlo di un calanco ad aspettare il grande fuoco. No, non erano scomparse le lucciole.

Ancora tiepido, timido pastello, lo vide sfondare la crosta della terra lievemente, non diverso da una falce di luna, o altrimenti come unghia di Dio.

La città lampeggiava ancora le sue intermittenze mentre i suoi galli cantavano il loro canto di gracchianti saracinesche.

I Kraus sognavano di svegliarsi in un incubo differente, di lì a poco la realtà li avrebbe di nuovo addormentati.

Gli allievi, i miei compagni, sono dispersi in impieghi d’ ogni sorta. E se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà?”6

Le strade, non ancora lave di antiche eruzioni umane, sarebbero presto state un caotico e forsennato viavai di impiegati in procinto di essere occupati dalla propria funzione.

Da lassù poteva vedere i suoi colleghi aprire gli occhi su un nuovo giorno di prigionia, poteva vederli entrare nell’ufficio con quello sguardo cupo o quel sorrisino imbarazzato o quell’aria fintamente allegra o quella tetraggine sincera che gli avevano sempre ricordato certe chiacchiere sentite in calce ai funerali.

Era finita. Quella sua vita era finita. La stava uccidendo.

Come il sole uccideva la notte.

Una volta uscito dalla terra come pulcino dall’uovo, andava per un istante a disegnare la madre di tutte le tangenti per poi staccarsi nel suo massimo di rotondità con piccolo balzo dal mappamondo di plastica e iniziare a sollevarsi su tutte le cose con fare sempre più maestoso e più impercettibile moto e più intensa e accecante luce e così facendo ad allontanarsi sempre più nel cielo. Una volta lassù, lo sapeva, tutti l’avrebbero dato per scontato fino al termine della parabola, come se anch’egli non fosse altro che un impiegato occupato a svolgere una funzione, il fattorino del cielo intento a consegnare un altro giorno all’oblio.

1William Faulkner, La grande foresta, Adelphi, Milano 2002, p. 191

2Franz Kafka, Diari vol. 2, Mondadori, Milano 1953, p.163

3Jacob Von Gunten, op.cit., p.43

4Ibidem, p.51

5Ibidem, p.167

6Ibidem, p.168

FALENE

IV. Latitanza

Non è facile abbandonare tutto e farsi di nebbia. Soprattutto quando non c’è ancora nessuno a darti la caccia. C’è sempre un abito a cui sei affezionato o un’abitudine che insiste per essere lasciata stare sulla sua poltrona.

Una cosa è essere colpiti da mandato di cattura e avere una libertà da proteggere. Altra è non essere colpiti da alcun mandato di cattura ma accorgersi che la propria libertà è da sempre già stata catturata.

Il latitante che si sottrae all’arresto ha qualcosa da salvare, da difendere. Il latitante che aveva in mente F ha solo cose da bruciare. L’identità del primo lotta per non soccombere di clandestinità, quella del secondo ricerca, nella clandestinità, se stesso.

A morire sarebbe stata la sua identità, i modi e le forme in cui F era riconoscibile come F, quella interminabile teoria di laccioli con cui per anni si era fatto legare a un palo. E la Transalp Logistic era in fondo, tra questi, uno dei meno stretti. Degli altri era composta la sua stessa linfa.

Si trattava ora di segare il palo e di dare fuoco a tutto quanto. Scomparire prima di tutto, abbandonare tutto ciò che era rassicurante, tutti quegli specchi inchiodati in giro a confermargli chi era. Smentire questi specchi. Non c’è nessun F fatto così e così, che fa questo e che ha fatto quell’altro.

Ecco in cosa consisteva innanzitutto la sua idea di latitanza. Smentirsi.

Poi smettere di essere utili.

Il Brigante aveva ragione, forse a essere disutili si è molto utili, la poliedrica utilità aveva già combinato parecchi danni. 1

Astenersi dal, sottrarsi financo dalla tentazione di recar danno, che porta in sé comunque un residuo di utilità. Scivolar via come una limaccia tra le mani, farsi imprendibili.

Quindi esiliarsi e diventare irriconoscibili, sfuggire a ogni identificazione.

Come Vitangelo Moscarda. Non sa di nomi la vita, non sa di specchi e di conferme, non sa proprio nulla la vita. Anche lei cerca, poverina, di sfuggir via come un’anguilla alle rigide condanne che ogni giorno le vengono inflitte, alle infinite attività socialmente utili che le vengono comminate come pena.

Come i microgrammi di Walser, quella cosa molto piccola e umile, ancora più piccola e umile del suo destino, a cui tanto Jacob aveva aspirato, un tentativo di gabbare l’utilità, di prendersi gioco del riconoscimento, della leggibilità, del disvelamento. Scrivere senza l’arroganza di poter essere letti, indulgere sì alla debolezza della penna, ma confondendo le tracce lasciate sul foglio.

Tornare ad esser ninfa, al regno ipogeo delle infinite possibilità, laddove l’umano è ancora animale e la larva non ancora farfalla. Restare sospesi a contemplare in eterno il proprio poter farsi largo con le zampette attraverso quei pochi centimetri di terra per uscir fuori all’aperto e scoprirsi alla luce ed esporsi alla morte. E non farlo mai. Restare per sempre, in ogni attimo, tutto fuori, aperti nella possibilità di aprirsi senza mai giungere a chiudersi nell’atto di un’apertura definitiva e fatale. Nutrirsi di radici come i primi umani. Delle proprie radici. Suggerne gli umori al riparo dai riflettori. Ecco cosa avrebbe fatto.

Fu così che ogni sera F prese l’abitudine di salire sul coperchio del suo palazzo.

Aveva smesso di uscire la sera, e passava le sue serate su quel coperchio di cemento e catrame a cercare il buio oltre i fari del campo, oltre le torri di guardia dei secondini, oltre le recinzioni magnetiche che tutto avvolgevano.

Cercava un po’ di buio all’orizzonte, poi volgeva lo sguardo al cielo e un astro di nome Bartleby era sempre lì ogni sera a squarciare anche la nebbia più densa. Brillava insieme a Jacob e al Brigante. Era lì a indicargli la meta, lo scriba che era diventato il foglio bianco delle sue lettere morte prima che fossero scritte. Lo scriba che aveva lasciato l’atto della scrittura per restituirlo al più potente gesto della possibilità di scrivere o di non scrivere. Colui che aveva resistito fino allo stremo alla richiesta di copiare.

Anche F era uno scriba in fin dei conti. Impiegati, funzionari, amministrativi, questo erano gli scribi. Ma di certo il suo responsabile non sarebbe stato indulgente e comprensivo come lo fu per Bartleby l’uomo di legge. E nemmeno il responsabile del suo responsabile, che era poi il proprietario della Transalp Logistic, nonché agente della disgregazione e mediocre impresario di se stesso. Al primo avrei preferenza di non non avrebbe affatto cercato di far leva sul buon senso e sulla ragionevolezza. L’avrebbe licenziato e basta. O forse no. In fondo non sapeva nulla di lui.

Chissà per quanto tempo Bartleby era andato in cerca di una persona adatta al suo esperimento, una persona che gli consentisse di opporre quella sua ostinata resistenza. Chissà da quanti uffici era già stato immantinente cacciato. Aveva avuto bisogno della compassata esasperazione del suo brav’uomo di legge per arrivare in fondo al cuore delle eterne piramidi, per trasformare la sua piccola non collaborazione nella cifra di tutte le non collaborazioni e la sua resistenza alla scrittura in una resistenza alla morte.

Aveva saputo già tutto fin dall’inizio l’uomo di legge. Con la sua moderazione, la sua pacatezza, la sua educazione, la sua gentilezza, era esistito unicamente per dare a Bartleby quella possibilità estrema.

Era lì a indicargli la meta ma non la strada l’astro di Bartleby lo scrivano, che era rimasto per sempre scrivano benché avesse smesso di scrivere.

Per F la strada sarebbe stata differente. Non aveva alcuna voglia di passare il resto dei suoi giorni a cercare un brav’uomo di legge come quello di Bartleby. E poi i tempi erano cambiati, avrebbe dato troppo nell’occhio, subito sarebbe accorso qualche agente col suo aspirapolvere d’ordinanza a risucchiare tutto.

F trascorreva così le sue serate, sul coperchio del suo palazzo pieno di umori in ebollizione, a vagabondare nel cielo insieme a Bartleby e agli altri. A gettare lo sguardo sulle finestre spengersi dei grandi blocchi di cemento, sui terrazzini popolati di cianfrusaglie, intimità e ciclamini, sui davanzali disadorni arresi, e più giù sui cavi altalene, sui cavi tiranti a sorregger le mura, sulle lune a portata di sguardo, sui ronzini metallici in doppia fila, sui bidoni sazi d’immondizie, sugli immondi grigi sentieri dove coppie sparute di piedi muovevano chiome di residui nottambuli pensieri. Poi tornava a vagabondare come di maggio tra i ciliegi una gazza di ramo in ramo lasciando che maturasse nel pensiero il frutto della sua latitanza.

V. La lettera

Di vivere appieno il proprio sfacelo, di lasciarsi morire alla Transalp Logistic, F non ne sarebbe stato capace.

Non era uno di quelli che audacemente perseverano con costanza e senza lagnanze nel perseguimento del proprio ammuffire, del proprio rattrappirsi, del proprio svuotarsi. Non era tipo da accettare che un giorno il suo capo si sarebbe reclinato definitivamente come aveva ben prefigurato Jacob: “Braccia e gambe mi ciondoleranno in maniera strana e tutto, spirito, fierezza, carattere, tutto si spezzerà e appassirà, e sarò morto: non morto sul serio, ma così, morto in un certo modo, e magari andrò avanti per sessant’anni a vivere-morire così.” 2

Era piuttosto il tipo da mascherare lo sfacelo distraendo gli spettatori, spostando l’attenzione su qualche uccellino colorato o magari vagheggiando di un imminente cambio d’impiego.

Al limite avrebbe anche potuto pensare di gabbare il proprio sfacelo saltellando di impiego in impiego, di ufficio in ufficio, di funzione in funzione, come aveva provato a fare Simon e prima di lui Bouvard e Pecuchet.

Ma sapeva che lo sfacelo non si gabba tanto facilmente. “Con qualsiasi mestiere sarei arrivato al punto in cui sono adesso” 3, diceva Simon.

Era sempre più chiaro nei suoi pensieri che l’unica possibilità per eludere il suo sfacelo era di mettere in potenza i suoi propositi di latitanza. O di brigantaggio.

Le notti trascorse sul coperchio del palazzo avevano già da tempo deliberato in questo senso, escludendo a priori e con rammarico l’eventualità di una sommossa generale dovuta all’esplosione simultanea di tutte le pentole a pressione della città e all’incendio per autocombustione di tutte le scatole da scarpe.

A volte se la sognava davvero quella sommossa. Sognava che tutti i Kraus e le Kraus della città lunediassero ogni giorno della settimana e si trasformassero in altrettanti Bartleby, sognava che tutti i Turkey e i Nippers, diventassero all’improvviso intrattabili e inservibili anche nella loro mezza giornata buona, sognava che tutti gli uomini e le donne di legge diventassero dei Briganti. Sognava preferirei di no vaganti, sospesi nello spazio come carovane di nuvolette patagoniche in marcia verso Capo Horn. Sognava di vecchi eupeptici fuochi. Sognava deflagrazioni laddove aveva conosciuto la segregazione e lo schiacciamento delle pareti di cubi stringersi a morsa. Sognava Jacob e Benjamenta tornare dal loro deserto perché abbagliati dal miraggio delle città in fiamme.

Poi, risvegliandosi dal sogno, che fosse nel suo letto o alla scrivania della Transalp Logistic, sapeva che non c’era alcuna evidenza sensibile a suffragare quel suo sogno di insurrezione generale. Tutto attorno a lui faceva piuttosto pensare al contrario, non tanto a un’entusiastica adesione quanto a una disperazione senza appello.

Erano in tanti a non poter più vivere appieno il proprio sfacelo. E a scegliere una strada diversa dalla latitanza. I macchinisti dei treni lo sapevano meglio di chiunque altro.

La notizia non andava quasi mai oltre il trafiletto di cronaca locale e comunque veniva sempre presentata come un caso isolato. Ma era ogni giorno sotto agli occhi di tutti.

Da alcuni anni ormai i treni viaggiavano vuoti perché non c’era treno che non portasse almeno un’ora di ritardo. Le rotaie erano popolate di cadaveri.

Le vie della separazione sono infinite.

Quei missili sparati a trecento all’ora non facevano altro che andare a separare le membra di ciò che ormai da tempo era stato separato. Quei brandelli sparpagliati ovunque aspettavano da tempo di poter uscire allo scoperto. Avevano vissuto mascherati troppo a lungo, tenuti insieme da qualche acrobazia del cervello e ora, con l’indice puntato sulle traversine, potevano finalmente far sapere a tutti che a volerli vedere erano sempre stati lì, dissimulati soltanto da una sottile pellicola di – non c’è male -.

Era diventato l’incubo dei macchinisti. Una sagoma umana comparire all’improvviso dalla scarpata, nel fascio di luce dei fari, e nulla più. Non c’è frenata che tenga, non c’è alcuna deviazione possibile. Una teoria di frammenti da raccogliere.

Perché qualcuno dovrà pur raccoglierli. Dopo gli “accertamenti dell’autorità giudiziaria per l’investimento di una persona”, s’intende. Qualcuno dovrà pur aggirarsi con lo sguardo allucinato per scandagliare i binari, per rovistare tra la ghiaia e giù, lungo il terrapieno, in mezzo all’erba. A ricomporre almeno un’idea di integrità, a restituire alla bara chiusa un azzardo di identità.

Alla fine avrà raccolto soltanto le schegge in cui si specchierà lo strazio di chi resta. Se resta.

Nelle retrovie intanto, di stazione in stazione, di convoglio in convoglio, di vagone in vagone, si levavano spietate le querimonie di chi sarebbe arrivato in ritardo all’appuntamento con la propria idea di futuro. Nelle sale d’attesa a farla da padroni non erano il cordoglio e l’amarezza ma il fastidio e l’impazienza. Accanto a quei cento minuti di ritardo segnalati sul tabellone non era scritta la storia di quei frammenti sparsi sui binari, l’elenco dei buoni motivi per cui avessero deciso quel tal giorno alla tal ora di rendere pubblica la propria disgregazione deviando i destini di migliaia di persone. Non era scritto a quale forma di sfacelo dell’anima si ispirasse quel più greve sfacelo sui binari. Così ci si lasciava andare all’insofferenza e al lamento per non sentire nel petto l’eco sorda di quello schianto, l’implosione delle membra, il frantumarsi delle ossa.

Quando il fenomeno divenne endemico, assumendo i caratteri di un’epidemia, non ci fu alcuno scandalo nazionale. Contro ogni evidenza manifesta se ne continuava a parlare soltanto in termini di casi separati o di incidenti. Intanto i treni continuavano a viaggiare ma erano ogni giorno più vuoti. Alla fine soltanto due categorie di persone salivano sui treni: chi non aveva alcuna alternativa e i morbosi che popolavano la prima carrozza in testa nella speranza di esserci al momento dello schianto.

Alcune forme di suicidio erano quasi scomparse; quello sui binari, quello di chi sceglieva di oltrepassare la linea gialla, raccoglieva ormai piu dell’ottanta per cento dei consensi. L’espressione “prendere il treno” da “muoversi usando il treno” aveva iniziato a significare “uccidersi sotto al treno”. Si sentiva dire: – Sai che il tal dei tali ieri notte ha preso il treno? Oppure: – Ha preso il treno per amore. O ancora: – Era sommerso dai debiti, ha preso il treno. Pareva quasi che il treno stesso avesse accettato di essere trasferito ad un uso differente da quello di mezzo di trasporto.

Alcune ditte che avevano in mano le commesse iniziarono a progettare e brevettare locomotive in grado di non smembrare i corpi nell’impatto.

Alcune tratte particolarmente vocate erano diventate meta di pellegrinaggio di ‘followers’ e di ‘fans’ che percorrevano in lungo e in largo la rete ferroviaria nella speranza di assistere a un suicidio. L’Azienda aveva poi provveduto a costruire migliaia di pensiline per rendere più piacevole l’attesa agli aspiranti suicidi in caso di pioggia. Tanto era tutto a carico degli eredi: pensiline, autorità giudiziaria, rimborsi per i ritardi e lavori di pulizia. A guardarle dal treno in corsa parevano tante piccole stazioni dismesse. A volte capitava anche di vederci una persona seduta sotto in attesa. Allora non era il treno giusto, non era il treno che aspettava.

Erano stati anche istituiti alcuni uffici al Ministero per occuparsi della questione. La linea ufficiale degli uffici era quella di netto contrasto a questa pratica sempre più diffusa, ma quella ufficiosa era quella di trarne il buono che ne poteva uscire.

La Nazione non poteva certo permettersi cliniche per la “dolce morte”, non era poi così male se i suicidi si erano spontaneamente confinati lungo i binari, se la rete ferroviaria si era trasformata in qualcosa che di dolce aveva ben poco. Bisogna sapersela conquistare la morte.

Occorreva pertanto assecondare la tendenza e sovvenzionare le ferrovie. Le esplosioni negli appartamenti per fughe di gas erano drasticamente calate così come gli omicidi-suicidi in famiglia. L’importante era continuare a non dare troppo risalto al fenomeno.

Nel giro di qualche anno si raggiunse il paradosso. C’erano giorni in cui gli aspiranti suicidi potevano aspettare ore sotto una pensilina o nascosti ai bordi delle rotaie con lo sguardo fisso sui bulloni di ferro.

I treni erano tutti fermi per “accertamenti dell’autorità giudiziaria a seguito dell’investimento di una persona”.

Chissà che spazientiti da quel ritardo alcuni non abbiano cambiato i propri programmi e invece di “prendere il treno” non si siano dati alla macchia.

Comunque, a far precipitare gli eventi e a rendere improcrastinabile per F la sua latitanza, non fu il ritardo di un treno né questa epidemia di suicidi sui binari.

L’aveva letto su uno di quei giornali di provincia che era uso sfogliare svogliatamente mentre faceva colazione al bar di fronte all’ufficio.

Un quattordicenne di una nebbiosa cittadina del nord Italia era scappato di casa scrivendo una lettera d’addio ai suoi genitori. Il fatto decisivo fu per F non tanto la fuga in sé quanto il contenuto della lettera. Essa recitava in una grafia risolutamente ancora infantile:

Cara mamma e caro babbo, vi voglio bene.

Non è colpa vostra se sono scappato, ma di questo mondo che mi opprimeva.

Cercherò di stare attento e saprò badare a me stesso.

Se riuscirò, raggiungerò la foresta, se no, farò il ragazzo di strada, reciterò scenette in giro e accumulerò spiccioli per sopravvivere.4

F ne restò folgorato. Ecco qualcuno che ha capito qualcosa, pensò. Ecco qualcuno che ha visto con chiarezza la strada da percorrere.

La foresta innanzitutto, sempre che questa foresta esistesse ancora e fosse raggiungibile, la grande foresta primeva e incombente del vecchio maggiore de Spain e di Sam Fathers. Ha detto bene, “se riuscirò”, quel ragazzo, pensò F. Probabilmente aveva già capito che ogni foresta raggiungibile non può più essere foresta, aveva già capito che l’accessibilità di un luogo ne decreta senza appello la sua morte. Aveva capito che se c’è ancora una foresta possibile essa non sta verdeggiante dove ci si aspetta che stia e che soltanto dopo lunghi e oscuri vagabondaggi è possibile iniziare a pensarla.

Ecco allora il ripiego della strada, il più immediato sbocco ad ogni vagabondaggio. “Reciterò scenette in giro”, per vivere mi vestirò di maschere affinché nessuno mi riconosca, mi burlerò del lavoro e dell’utilità, camperò di camuffamenti per rendermi imprendibile. E chissà che un giorno, tolta la maschera al termine di una scenetta qualunque, non mi compaia dinnanzi inaspettata e grandiosa la foresta che avevo cercato.

Aveva proprio le idee chiare quel ragazzo, pensò F. Anche se aveva sbagliato a scrivere di essere scappato. La sua non era una fuga ma un proposito di latitanza. E chi latita non fugge.

S’innamorò di quel gesto. Aveva sempre amato innamorarsi dei gesti.

Ora F non avrebbe più potuto indugiare. Quella lettera era un segno: i tempi dell’esilio e della latitanza erano maturi.

Ed è solo il tempo a dar ragione alle visioni e alle profezie.

1Robert Walser, Il Brigante, Adelphi, Milano 2008, p.92

2Jacob Von Gunten, op. cit., p.149

3 I fratelli Tanner, op. cit., p. 275

4La Repubblica, 3 dicembre 2015