Falene XIV -XV

di Bianca Bonavita

XIV.  Custodia cautelare

Ogni vita non è che il tempo sospeso della sua custodia cautelare. L’attesa del giudizio, il processo e la pena, si sa da tempo ormai, sono la stessa cosa.

La porta dell’ascensore era scomparsa. Davanti a lui la distesa di scrivanie con rispettive sedie girevoli, monitor e tastiere. Nessun paravento verde a separare le postazioni. Nessuno alzò gli occhi dal proprio schermo a salutare il suo arrivo. Non c’era nulla di strano nella sua presenza. La consueta indifferenza lo accolse.

F capì subito che non era mai successo nulla. Per tutte le persone sedute a officiare in quell’ufficio F non se n’era mai andato, non era mai scomparso nel nulla. Era semplicemente appena entrato dalla porta come era solito fare ogni mattina. La latitanza, la libertà, il processo, divennero subito immagini sfuocate nella sua mente.

La realtà prese di nuovo il sopravvento.

Eppure il tempo era trascorso. Attivato il suo computer lesse la data. Era passato un anno, un intero giro di sole dal suo primo giorno di latitanza.

Il suo capoufficio, senza degnarlo di uno sguardo, passandogli accanto gli gettò un fascicolo sulla scrivania. Era un libretto di istruzioni da controllare, un arricciacapelli.

Era passato un anno, ma tutti si comportavano come se quell’anno non fosse mai passato, come se la mattina in cui F sposò il suo esilio si fosse invece presentato al lavoro come tutte le mattine.

Ma di quale pasta era fatto quel “come se”?

Aveva il gusto giocoso di un fare finta o il sapore tragico di un per davvero?

Era uno scherzo ordito solo alle sue spalle o una realtà beffarda che si prendeva gioco di tutti? Erano davvero così insignificanti quelle vite, così indifferenti a se stesse e agli altri da non accorgersi di un’assenza così prolungata?

F alzò gli occhi sopra l’orizzonte del suo schermo. Erano tutti impegnati a funzionare, a svolgere la propria mansione, ad assistere, a rappresentare, a servire a qualcosa da bravi Kraus, una sensazione ben impressa nella memoria, che F aveva quasi imparato a dimenticare.

C’era il padre di famiglia sempre aggrottato che si occupava delle questioni legali. C’era la responsabile delle spedizioni, taciturna come sempre. C’era la segretaria del grande capo, nascosta con i suoi sogni sotto qualche duna di trucco. C’era il capoufficio, infaticabile e fedele, sempre in piedi a smistare le pratiche. C’era quel giovane tuttofare sempre entusiasta  che F non aveva mai tollerato. C’era il contabile con la sua calvizie e le sue nevrosi, un gran corridore, correva tutte le mattine per un ora prima di recarsi al lavoro. C’era il responsabile degli autisti con la sua voce insopportabilmente alta e quel piglio fastidioso da grand’uomo. C’era la traduttrice di inglese, francese e spagnolo, decisamente la creatura più bella e interessante dell’ufficio. E quella di cinese, una tipa allegra, che cercava sempre di tirare su il morale a tutti. E infine, dietro la porta a vetri opaca del suo ufficio, c’era l’ombra del grande capo del nulla, ministro del regno della distribuzione, agente sotto copertura della disgregazione.

Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per qualcosa di ragionevole e di proficuo?(…) sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornano a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei (…)”[1]

Quello era il mondo della Transalp Logistic, il mondo che da un anno aveva abbandonato e che ora gli si presentava dinnanzi inalterato e imperturbabile in tutta la sua necessità.

Aprì la posta elettronica. C’erano duemiladuecentosette mail da leggere. La richiuse immediatamente  e lasciò che il salvaschermo riportasse alla luce la materia. Prese in mano il libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli e iniziò a leggere.

Non c’era scritto nulla sul processo, né tantomeno sulla custodia cautelare. Non era spiegato in quelle istruzioni il senso della sua storia,  non si dava alcuna chiave per comprendere la sua vicenda. Non si spiegava perché fosse passata inosservata la sua assenza. E non si diceva nemmeno dove si trovasse A. in quel momento.

Anche lei era stata riportata alla sua vecchia vita? Perché non aveva mai voluto dirgli cosa facesse prima della latitanza? Il pensiero di saperla in un altrove ignoto e irraggiungibile lo faceva impazzire e il sapere che questo era comunque il destino degli amanti non lo consolava affatto.

Non servono quasi mai a niente i libretti d’istruzione.

Aveva sempre preferito tradurre le garanzie. Per quanto accurato sarà il montaggio e corretto l’utilizzo, verrà sempre il giorno in cui si leggerà la garanzia, apodittica nel suo verdetto di vita o di morte.

Aveva sempre prestato molta attenzione a tradurre le garanzie, sapeva che di tutte le parole che accompagnavano i prodotti nelle loro scatole quelle che illustravano le garanzie erano decisamente le più lette e le più utili da leggere. Rappresentavano una seconda possibilità, una miracolosa salvezza, un’assicurazione per la vita. Era una questione delicata tradurre le garanzie, non ci si poteva permettere alcun errore, a volte ne andava della differenza tra un sì e un no, tra la sopravvivenza e il lento disfacimento sotto una montagna di rifiuti.

Non c’erano errori nel libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli.

Alle cinque e trenta F si alzò dalla sedia e si diresse verso l’uscita. Non c’era niente di strano. Anche i suoi colleghi raccoglievano le loro cose e si preparavano per uscire.

Fuori la città continuava a brulicare, estranea e inabitabile, così come l’aveva lasciata un anno prima. S’incamminò per le strade che aveva per anni attraversato come si attraversa una galleria, di fretta e senza attenzione, senza pensare troppo all’enorme massa di terra che preme per sfondare la volta.

Tutto gli appariva sotto una nuova luce, i passanti, le automobili, le vetrine, gli edifici, era come tornare dall’oltretomba per scoprire che ogni cosa aveva fatto a meno di lui così come lui, del resto, aveva fatto a meno di ogni cosa.

Gli era sempre parsa intollerabile la sopravvivenza delle cose alle persone, di tutti quegli oggetti che alla morte di una persona chiedono conto a chi resta del loro abbandono, come se fosse colpa dei vivi quella solitudine stridente che abita le case vuote dei morti.

Stridono nei cassetti le posate, fregandosi le une contro le altre, stridono i bicchieri dalle ultime impronte le loro invisibili crepe, stridono i piatti del servizio buono di quel surplus d’inattività che li aspetta, stridono le fotografie che non stanno più nelle cornici dalla voglia di scappare via, stridono i dischi le loro note ammutolite, stridono i libri sugli scaffali senza parole, e stridono, come stridono, i vestiti vuoti nell’armadio, di un vuoto nuovo, stridono i cardini delle porte e i vetri delle finestre, stridono le coperte e le molle del materasso, stride anche il pavimento ad ogni passo. Stridono le cose dei morti prima della loro diaspora.

Ora però la trovava equa quell’indifferenza: non sono solamente le cose a fare a meno dei morti, sono anche i morti a fare a meno delle cose. Lo sapeva perché anche lui, non morto, ne aveva fatto a meno.

Quando arrivò al portone del suo palazzo si fermò un attimo davanti ai campanelli.

C’era ancora. Il suo nome c’era ancora.

Salì le scale fino al secondo piano e si arrestò davanti alla porta del suo appartamento, la sua piccola scatola da scarpe, il luogo dove per anni non aveva fatto altro, conformemente al suo libretto d’istruzioni, che appartarsi dal resto del mondo.

La porta era aperta. Era abbastanza certo di essere stato lui a lasciarla aperta un anno prima, il giorno in cui si diede alla latitanza. Entrò.

Come in ufficio, nulla era cambiato, soltanto la polvere a segnare il passaggio del tempo.

Si aggirava per le stanze a far domande, come i dispersi aliti di vento nella casa abbandonata della signora Ramsey. Ci sono scelte da cui non si torna indietro, si rispose.

Scostò le tendine della camera da letto. Quel muro era ancorà lì, a sigillare l’orizzonte.

Non pensò nemmeno per un attimo di essere tornato in libertà.

XV Classificatori Leitz

Quella notte dormì di un sonno profondo e senza sogni.

L’indomani gli sembrò che la cosa più sensata da fare fosse quella di andare in ufficio.

All’angolo di una strada vide un ragazzo che faceva volare enormi bolle di sapone. Si fermò a osservarlo: c’era qualcosa di incongruo nella sua figura. In quel momento una donna lo urtò distogliendolo dalle sue meditazioni e girandosi ebbe la sensazione di essere osservato. Quella sensazione gli rimase fintanto che non entrò in ufficio. Lì, la sua presenza passò inosservata come sempre, benché tutti scambiarono con lui i consueti convenevoli.

Sedette alla sua scrivania e accese il computer. Ancora non aveva affatto chiaro se i suoi colleghi stessero recitando o fossero sinceri. Nel dubbio decise di fingere e di interpretare la sua parte di bravo traduttore di tedesco.

Aveva bisogno di tempo per raccogliere le idee. E chissà che nel frattempo qualcuno non si tradisse, facendogli involontariamente intendere che erano perfettamente a conoscenza di tutto quanto.

Aprì di nuovo la posta elettronica e si mise a leggere una delle ultime mail che gli erano arrivate. Ma la sua testa era altrove.

No, quello non sarebbe diventato di nuovo il suo ufficio.

No, no, questo non diventerà il mio ufficio, pensai. Non mi lascerò dominare dai classificatori Leitz. Milioni di persone sono dominate dai classificatori Leitz e di quell’umiliante dominio non riescono più a liberarsi, pensai. Milioni di persone sono oppresse dai classificatori Leitz. L’Europa intera, da un secolo, si lascia opprimere dai classificatori Leitz, e l’oppressione dei classificatori Leitz si inasprisce, pensai.”[2]

I classificatori Leitz erano diventati immateriali, organizzavano lo spazio del pensiero, raccoglievano ogni flusso di movimentazione della realtà. Per un anno era vissuto libero dal dominio dei classificatori Leitz e ora poteva sentirne ancora più dolorosamente l’oppressione.

Non solo milioni di persone erano dominate dai classificatori Leitz, da cui peraltro non poteva che continuare a nascere tutto il banalissimo male possibile, ma anche quasi tutta la letteratura era dominata dai classificatori Leitz, era una letteratura piccolo borghese da ufficio, da funzionari e impiegati, una letteratura funzionale e ben funzionante, una letteratura pieghevole e ben impiegata.

E non era questione di proclami, manifesti ed epiche rivoluzionarie, era un problema di lingua imbrigliata nell’atto di significare, di un Narciso incapace di guardarsi allo specchio senza annegare nell’impacciato amplesso con la pagina bianca.

Non fu un caso se l’impiegato Kafka e l’impiegato Walser non scrissero una letteratura da impiegati e da funzionari. Non fu un caso se un marinaio concepì Bartleby.

Forse per scrivere occorre poter essere stati in coffa a contemplare quel mare straniero di parole su cui navighiamo. Ed è forse da lassù, osservando dall’alto la sua vicenda, che F avrebbe trovato una via d’uscita.

Se resta sempre qualcosa di impensato, è dalla coffa che si può iniziare a pensarlo.

Una voce lo distolse dai suoi pensieri.

– Il capo ti vuole parlare. – Sentì dire in tono allusivo al capoufficio.

Ci siamo, pensò.

Non aveva mai saputo molto del titolare. Tutto passava attraverso il capoufficio, i contatti con gli altri dipendenti erano ridotti al minimo e il più delle volte non andavano oltre un buongiorno buonasera. Era sulla sessantina, tutt’altro che ingrigito, sembrava appagato dalla sua vita. O almeno questo dava a intendere. Aveva una famiglia, una moglie e due figlie. Di lui F non sapeva altro. Era entrato nel suo ufficio soltanto un paio di volte, di cui una quando firmò il contratto.

– Si sieda – gli disse con gentilezza.

– Ben ritrovato F. La sua mancanza si è fatta sentire.

Dunque almeno lui sa, si disse F. Come avrebbe potuto d’altronde non sapere?

– Di questi tempi non è facile trovare un bravo traduttore come lei, una brava persona, un bravo impiegato insomma. Per carità, ci siamo arrangiati, ci si arrangia sempre, nessuno è insostituibile. Ma fa piacere averla di nuovo tra noi.

In quel “noi” ci mise una strana intonazione, come se alludesse a qualcosa che F avrebbe certamente dovuto intendere. Incrociò le mani dietro la nuca e inarcò la schiena all’indietro facendo flettere lo schienale della sua sedia girevole.

– Speriamo che ora stia davvero meglio. Ci ha fatto preoccupare sa? Devo confessarle che abbiamo temuto il peggio. Con tutti quei suicidi sotto ai treni. Ma eccola qua, in carne e ossa, pronto a nuove avventure transalpine! Certo deve aver passato un periodo difficile, superare quel tipo di operazioni non è cosa da tutti i giorni.

Di cosa stava parlando? A quale operazione si riferiva? Come poteva sapere dell’operazione? E poi lui non aveva subito ancora nessuna operazione, l’uomo vestito da maggiordomo aveva parlato di custodia cautelare, non di operazione.

– Speriamo che non le facciano troppo male i punti di sutura. Ma no! Lei ha una bella scorza, una tempra d’altri tempi. Siamo certi che ritornerà a funzionare come prima. Intanto si prenda un periodo di convalescenza qui da noi, nel suo beneamato ufficio. Faccia finta di essere in vacanza in uno di quei bei sanatori di montagna. Il suo immaginario dovrebbe esserne popolato. E se vuole leggere i suoi libri legga pure, in questi primi tempi non la tormenteremo troppo con traduzioni e corrispondenze, ora ha bisogno di riposo e di svago. Ci sarà tempo per ritornare in pista a tutti gli effetti! Si goda questa bella aria condizionata! Non trova che sia veramente afoso in questi giorni?

F era decisamente confuso. Tra l’altro non era affatto afoso fuori visto che era una bella giornata di primavera. E poi di quali punti di sutura stava parlando? D’un tratto gli sovvenne un dubbio atroce e iniziò a tastarsi la testa in cerca di una cicatrice.

– Mi raccomando però caro F, non faccia colpi di testa! – E lo disse osservando la sua mano ancora intenta a tastarsi la testa. – Siamo responsabili per lei . Se dovesse succederle di nuovo qualcosa…

Non finì la frase. Si oscurò in volto e distolse lo sguardo dagli occhi straniati di F.

– Faccia così, quando lei sente che un altro attacco si sta avvicinando, ci dica qualcosa, ci parli, ci chiami, anche di notte, non esiti ad avvisarci. Insieme potremo tenere meglio a bada la cosa. E ora vada pure, ritorni alla sua postazione, al suo ponte di comando! Ogni tanto, se non la disturba, la farò chiamare per continuare la nostra conversazione. È piacevole parlare con lei mio buon F!

Non aspettò che F uscì dalla stanza per ritornare alle sue carte.

F tornò alla sua scrivania con la testa solcata da mille pensieri. I suoi colleghi, come se nulla fosse, continuavano il loro lavoro. Se stavano fingendo erano tutti degli attori mancati.

Ma che fingessero o meno cosa sarebbe cambiato in fondo? Ora doveva soltanto preoccuparsi di fare come gli aveva detto il capo. Doveva continuare a temporeggiare, assolvere i piccoli compiti che gli passava il capoufficio e dimostrare, mettendosi ogni tanto a leggere alla scrivania uno dei “suoi libri”, che era in una buona disposizione d’animo e che aveva ben inteso il discorso del capo. E intanto doveva pensare a come darsi nuovamente alla macchia, a come sottrarsi a quell’assurda custodia cautelare. Avrebbe preferito una cella al suo ufficio, al suo maledetto appartamento.

Perché non rifare tutto daccapo allora? Perché non latitare di nuovo? Perché non lasciarsi per una seconda volta alle spalle tutto quanto? Continuare a dire sì alla latitanza, rinnovarla ad ogni istante. No, questa volta era diverso, non sarebbe stata una latitanza, ma una fuga. E chi latita non fugge. Sarebbe stata una latitanza vecchio stampo, che è una fuga in difesa della libertà, un luogo dove si fugge da un mandato di cattura spiccato per un determinato reato. Non c’era nessuna libertà in nome della quale fuggire. Sottrarsi alla custodia cautelare sarebbe stato il suo reato, anche se la custodia cautelare era per un crimine impossibile che non aveva mai commesso. Aveva voluto prevenire con la sua latitanza un preventivo mandato di cattura. E  aveva ottenuto la possibilità di un mandato di cattura consuntivo. Ma forse così avrebbe anche ottenuto un vero processo in un vero tribunale, il che sarebbe stato preferibile a quel falso processo in quel falso tribunale. Eppure gli era sembrato tutto così vero, i magistrati, lo scranno vuoto sull’altare, tutte quelle persone infervorate sedute in platea con le loro bibite, e gli altri detenuti poi erano veri, A. era vera, di questo non poteva dubitare. E se anche A. fosse stata invece una fantasia? Un sogno? A questa eventualità non aveva ancora pensato. Perché non gli aveva mai parlato del suo passato? Di cosa in realtà avevano parlato?  Non si ricordava più nulla di lei. Non si ricordava più nulla di tante cose in verità.

La città non era cambiata dal coperchio del suo palazzo.

I suoi pensieri turbinavano così vorticosamente che nemmeno si accorse quella sera del tragitto tra l’ufficio e il suo appartamento. Le pentole non erano esplose. Nessuna sommossa montava all’orizzonte, nessun rogo nei quartieri, nemmeno l’ombra di Jacob e del signor Benjamenta tornati dal deserto attratti dai bagliori della città in fiamme. Tutto era come prima, a parte, presumibilmente, qualche vecchio cuore spento e qualche nuovo cuore acceso, pulsare in segreto tra le mura, ignaro e prigioniero.

Non si ricordava nemmeno più quando e dove avesse incontrato A…

Il ricordo di quel tempo idilliaco trascorso con lei non era fatto di immagini ma di pura sensazione. Iniziava a dubitare che fosse regolarmente depositato nell’annovero dei fatti accaduti. E così ogni ricordo della sua latitanza.

Era un ricordo fatto di nuvola.

[1]Robert Walser, I fratelli Tanner,op. Cit., p. 32-33

[2]Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Milano 1996, p.461

Hanno ammazzato l’Xm: l’Xm è vivo

 di Bianca Bonavita

Il 6 agosto, alle prime luci dell’alba, nello storico quartiere della Bolognina, Xm24 è stato sgomberato dalle forze di polizi su mandato dell’amministrazione democratica.

Ultimo baluardo di un diverso modo di stare insieme in un quartiere popolare in stadio avanzato di gentrificazione da localini. Ultimo vecchio edificio da vecchio mercato ortofrutticolo, basso, modesto, quasi umano, in un’area in mano alla speculazione da grattacieli mai finiti o semivuoti, che si specchiano come anime riflesse nei vetri della nuova anonima sede del Comune.

Uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini, uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini. In quell’isolato non c’è spazio per altro nel piano normalizzatore dell’amministrazione.

I palazzoni fantasma abitati da sparute persone disperse in migliaia di metri cubi di cemento,  circondati da collinette di detriti e macerie, non deprezzano la zona.

XM24 pare di sì.

Ci sono affari e affaristi di riguardo a dettare l’agenda, a disegnare il paesaggio dello sfacelo, a decidere il prezzo al metro quadro, a guidare le ruspe dell’apocalisse. Che hanno iniziato subito ad abbattere muri, a scavare buche per piantare i pali della recinzione che dovrà proteggere i lavori di riassegnazione d’uso di quelle mura che hanno segnato la storia di Bologna di inizio millennio.

Al loro posto sorgerà un sedicente quanto finto cohousing, edilizia popolare sbandierata nei mesi passati come alibi socialista per lo sgombero.

Vera fucina, spazio di incontri, di intrecci, di memorie comuni, tutto ciò che di bello e vivo si è mosso a Bologna dal dopo Genova è passato, quando non è nato, dentro XM24.

E giustamente, coerentemente con i piani di Sauron e del nulla che avanza, l’amministrazione democratica della Bologna city of food, di Fico, di Unipol, di Legacoop e della speculazione edilizia a reti unificate, un mattino d’agosto a quattrocento passi e a quattro giorni di distanza dalla commemorazioni per la strage della stazione, ha ben pensato di fare tabula rasa di tutta la bellezza che abitava tra quelle mura.

Eravamo lì, come tante, a piangere e a gridare con un sasso in tasca non tirato.

A ballare anche, a ridere e ad abbracciare chi era parte di quella storia infinita, parte di una memoria condivisa, di una cospirazione amica.

Sul tetto sventola la bandiera Fuoco alle galere, poco sopra l’ennesimo Ryanair romba verso il Marconi, anch’esso verso il nulla che avanza.

Alla fine della giornata la vittoria è politica: nessuna denuncia per le resistenti sul tetto e una lettera firmata da un assessore che promette uno spazio fisico adeguato all’Xm 24 nel quartiere Bolognina entro il 15 novembre. Promesse da mercanti?

Ma la vittoria più grande del 6 agosto è stata la dimostrazione che lo stabile di via Fioravanti, ora in mano al nemico, era solo la crisalide di uno splendida farfalla che quel giorno ha lasciato quella veste, e che Xm24 è prima di tutto un luogo dell’anima, ferito, ma vivo.

Vivo nei corpi di chi lo ha attraversato in questi anni, nelle forme-di-vita rivoltose che anche grazie a Xm24 sono sbocciate.

Vivo nel gesto mattutino di detournare lo sgombero in tragedia alla parola d’ordine di Medea.

Voci che cantano la morte e la rigenerazione, si chiamano, si rispondono, chi è ancora dentro appesa a un trapezio, chi è fuori davanti a un cordone sgomento di divise, che si ritrovano pubblico e attori inconsapevoli. La messa in scena dello sgombero viene rivoltata in poesia.

Davanti a quella recinzione, davanti a quella Medea situazionista e pasoliniana abbiamo avuto la sensazione di vivere un’altra forma del tempo, un qui e ora in cui stava accadendo qualcosa di grande e di arcaico.

Questo il testo firmato XM24 recitato la mattina dello sgombero.

M = Medea

C  = Coro

V = Vello d’oro

G = Giasone

T = Tutt@

 

M: Me_dea, sono figlia di Eete, re della Colchide, e nipote della maga Circe,

C:  E come lei dotata di poteri magici.

 

M: Magia, seduzione, mistero, coraggio ed inventiva; sono l’esaltazione dionisiaca di una forza vitale pre-simbolica,

C: anteriore alla civiltà, legata alla Terra e al mistero dell’esistenza.

 

M: Me_dea, che discendo direttamente dalla grande madre, e come lei conosco i misteri della vita e controllo l’energia della natura, vogliono sottomettermi a ruoli subalterni di fattrice o decorativi di moglie, amante e puttana.

C: La società patriarcale spezza il legame dell’idea astratta con la natura regalando l’umanità alla tecnologia.

 

M: Per lasciare una traccia nella storia degli uomini mi libero del ruolo di figlia, sorella, sposa e madre, e ribalto le immagini stereotipe della femminilità diventando un modello positivo di sovversione.

C:  Porti disordine.

 

M: I classici raccontano di Me_dea, la barbara, con confusi e oscuri pregiudizi. Terrorizzati dai miei poteri e dalla mia diversità, attingono a mani piene dalla tradizione sinistra dei miti

T: Smembramenti, infanticidi, parricidi.

 

M: La storia si cristallizza su Me_dea, sorella e madre assassina, e niente della mia vita passata e futura avrà più significato

C: Sarà Me_dea a riconquistare il regno e non Giasone.

 

M: Giasone e gli argonauti, alla conquista del vello d’oro, ricerca che diventa ambizione, nuovi concetti per nuovi desideri.

 

V: Io sono il vello d’oro, sono bella, sempre giovane, coccolata e corteggiata, sono volubile, languida e attraente; suono l’arpa  e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza. Io sono ciò che tutti vorrebbero essere; sono in technicolor; sono l’estrema utopia e l’estrema magrezza; l’irraggiungibile perché, se mi raggiungi, immediatamente sono esanime, repulsiva, dispotica, terrificante e tiranna e rimpiangerai di averlo fatto; vivrai i tuoi giorni nel dolore e nell’ossessione del mio amore.

Ma normalmente suono l’arpa e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza, indifferente alle sorti del mondo.

 

M: E siamo arrivate qui, in questo scenario apocalittico, con il mondo in mano a piccoli tiranni con grandi poteri.

T: Dove una volta sorgeva una città, una cultura millenaria, monconi di costruzioni mai ultimate, ma già fatiscenti, fanno da scenario al rapido declino dell’umanità.

 

M: Le visioni distopiche di pochi illuminati sono diventate realtà. Essi non governano

C: manipolano coscienze.

 

G: Mi credevo un astuto avventuriero, un tempo, alla guida degli Argonauti. Salutandoci a bordo dell’Argo

C: Il vaso splendente

G: I potenti salmodiavano che avremmo conquistato l’immortalità e riportato in patria l’estremo rimedio contro i mali del mondo

C: Essi mentivano

 

G: E continuano a mentire. Nel corso dei millenni ho truffato, ucciso, tradito. Mi sono macchiato di delitti orrendi

C: per soddisfare la loro sete di potere.

 

SIRENE: Noi siamo aliene a tutto, anche a noi stesse; siamo frutto dell’immaginario. Non siamo reali, siamo un sogno per alcuni ed un incubo per altri come sempre la diversità. Trastullandoci nel multiverso, nostro malgrado, abbiamo messo a punto una sequenza armonica capace di sopire le coscienze.

 

C: Estremo rimedio contro i mali del potere.

 

G: Ma le coscienze non rimangono sopite a lungo.

C: Il desiderio di libertà è più forte di ogni dispositivo.

 

G: Ed ora il dispositivo è scomparso. Lo volevano tutti

T: I tiranni per potenziarlo, e il popolo per distruggerlo.

 

G: E allora mi sono detto perché non venderlo al migliore offerente.

T: Bramosia ed ottusità, è così che va il mondo.

 

M: Ma quando i piccoli tiranni perdono i loro poteri

C: I popoli insorgono

 

T: (poesia di Katerina Godou)

 

Non fermarmi. Sto sognando.

Abbiamo vissuto proni secoli d’ingiustizia,

Secoli di solitudine.

Ora no. Non fermarmi.

Ora e qui, sempre e ovunque.

Sto sognando la libertà.

Facciamo sì che la bella unicità,

Di tutti,

Ripristini l’armonia dell’universo.

Giochiamo. Conoscenza è gioia.

Non certo un obbligo scolastico.

Io sogno perché amo.

Grandi sogni su nel cielo.

Gli operai delle fabbriche occupate produrranno cioccolato per il

mondo.

Io sogno perché SO e perché POSSO.

Sono le banche a creare i “ladri”.

Le prigioni i “terroristi”.

La solitudine “gli emarginati”.

I prodotti “il bisogno”

I confini gli eserciti.

Tutto deriva dalla proprietà.

La violenza genera violenza.

Ora no. Non fermarmi.

È giunto il tempo per ristabilire l’etica come prassi finale.

Fare della vita una poesia.

Fare della vita una prassi.

È un sogno possibile, possibile, possibile,

IO TI AMO,

E non fermarmi, non sto sognando. Io vivo.

Tendo le mie mani,

Verso l’amore, la solidarietà

La libertà.

Tutte le volte che ricomincia daccapo.

C: Io difendo ANARCHIA.

Falene XII e XIII

di Bianca Bonavita

XII. Sul conto di A.

Due parole sul conto di A.

Su di lei indugia l’inchiostro che sarà, ed è legittimo che si voglia conoscere qualcosa di più che una lettera puntata.

Se fosse F a doverne parlare forse scomoderebbe quell’angoliera dei liquori in cui aveva cercato per anni il suo gioco perduto e magari si spingerebbe anche a dire che A. era colei che aveva sempre amato in quel luogo indecifrabile del suo passato. Poi non saprebbe di certo come proseguire, per parlare di certe cose si deve essere degli eccellenti narratori e lui, in materia, è sempre stato piuttosto scarso.

Ma siccome non è F a doverne parlare, allora spetterà a chi scrive far presente che è legittimo omettere ogni ulteriore parola sul conto di A..

Semplicemente vi sono questioni che il bianco reclama a sé.

Quel bianco che siamo abituati a pensare come sfondo su cui corrono le belle lettere, ma che forse è la vera scrittura in rilievo, il vero testo da saper leggere, precipitato su un foglio nero a stemperarne l’oscurità, ad addolcirne il mistero. Se così fosse allora questi segni neri sarebbero solo scherzi del vento, squarci, chiazze insepolte dell’eterna notte a fare da paesaggio ad eleganti finestre di arabeschi. Allora sarebbero loro, queste colline bianche innalzate sull’oscurità, a serbare il rovescio di ogni libro, il suo autentico volto, là dove si affollano, scalpitano e scalciano tutti i significati, là dove resta scritto per sempre, a saperlo leggere, ciò che non è stato scritto, ciò che si è potuto non scrivere, ciò che ha scritto la mano che non tiene la penna.

È solo su quelle colline che possono trovare asilo gli amanti, è lì, che a saperla ascoltare, si racconta e si lascia raccontare la storia del loro eterno perdersi e ritrovarsi, la storia d’amore tra  A. ed F .

E al di là del bianco che reclama, in queste pagine ci si è fatti l’idea che A. non sia affatto il personaggio di una storia, un’astratta identità da mettere in scena, da rappresentare, da raccontare, ma che sia ancora persona, una maschera di legno a nascondere un volto, ad amplificarne la voce. E quando si ha a che fare con una persona, con un pezzo di legno che a forza di recitare si è fatto carne, con questa carne dimentica del suo essere maschera o fantasma, allora le parole arretrano, ammutoliscono. Non si può togliere ai fantasmi il loro ultimo velo.

Per questo A. resterà dietro quel suo punto franato come un sasso dalla cima innevata di un monte, come un mattone di troppo ai piedi di una piramide, un enigma in più tra gli altri da risolvere.

Sono certo che F mi ringrazierebbe per questo riguardo.

In quanto a lui le cose stanno diversamente, siamo entrambi dallo stesso lato della barricata, là dove nessun dialogo è ancora possibile. Egli non è più persona, né ancora personaggio, e se per caso si era fatto qualche illusione in proposito non me ne voglia per questo. Non ci sono punti ai suoi piedi a nascondere altro, non ci sono nomi, è soltanto lettera, una lettera morta che soffia e brucia il suo tormento.

XIII.  La stanza delle fotografie

Una porticina si aprì alle spalle di F.

I magistrati si dirigevano in fila verso l’uscita dell’Aula di Giustizia. Al loro passaggio tutto il pubblico in piedi li acclamava gridando e battendo le mani.

F sentì una voce maschile profonda e avvolgente provenire dall’oscurità oltre la porta.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

Perché la riaccompagno? F non ricordava di essere stato in una cella.

Ebbe appena il tempo di voltare lo sguardo e intravedere A. scomparire dietro un’analoga porticina che la voce ripetè il suo invito.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

F non potè far altro che seguire la voce.

Gli occhi si dovettero abituare all’oscurità per accorgersi della sagoma imponente del padrone della voce che camminava davanti a lui attraverso un lungo e stretto corridoio. L’uomo sembrava vestito da maggiordomo o qualcosa del genere, camminava impettito con un incedere che non ammetteva esitazioni.

L’oscurità del corridoio s’infittiva. F faceva fatica a stare al suo passo e a volte perdeva il contatto visivo con la sua sagoma.  L’idea di rimanere indietro anche solo di qualche metro non gli piaceva affatto. In qualche modo la sua presenza lo rassicurava.

Non c’era nessuno in quel corridoio a parte loro due. Dov’erano finiti tutti gli altri imputati? In che razza di tribunale era finito? Dove lo stava conducendo quell’uomo?

Camminavano ormai nel buio da una decina di minuti e l’idea di rimanere solo in quel corridoio iniziava ad atterrirlo. Non vedeva l’ora di arrivare alla sua cella.

All’improvviso un fascio di luce lo abbagliò per investirlo poi interamente. Quando riuscì ad aprire gli occhi l’uomo era scomparso.

Si trovava in una stanza luminosissima e senza finestre. Ai muri bianchi, come pitturati da poco, effettivamente c’era un intenso odore di vernice, erano appese delle fotografie. Al centro di una delle pareti la porta di un ascensore.

F si avvicinò alle immagini incorniciate e un brivido gli corse lungo la schiena. Erano tutte fotografie del suo passato, della sua vita precedente alla latitanza.

La prima che notò fu la fotografia del suo primo giorno di scuola, immortalato da suo padre sui gradini di casa nell’ombra del portico con il fiocco blu sulla divisa nera a sigillare il suo sacrificio, un raggio di sole a conficcargli un cuneo di tristezza tra il labbro superiore e l’occhio sinistro, la cartella nuova ancora profumata di cartoleria appesa alla mano destra con il suo carico di inganni e di matite colorate, il capo un po’ piegato come si conviene ad ogni bravo impiegato e un ritaglio di cortile illuminato di settembre alla sua sinistra che si perdeva oltre il bordo come si perdeva quel giorno, irrimediabilmente, la sua infanzia.

A volte nei ricordi, nelle immagini in cui si presentano i ricordi, fanno irruzione delle sensazioni provenienti da quegli istanti. Non arrivano ad essere sensazioni anche nel presente, restano come avvolte dall’involucro del ricordo, ma dentro a quell’involucro sono vive, palpitanti, e scalpitano per uscire.

Restò a lungo davanti a quella fotografia, fu invaso al petto da uno strazio caldo di invisibili tessuti; il bulicame dei teschi negli ossari sommessamente saliva i declivi della sua anima fino al groppo arido della gola senza mai poter sciogliersi in pianto.

Chissà se si stavano disfacendo bene i corpi dei suoi genitori. Sicuramente quello di sua madre era ad uno stadio più avanzato. Pare sia una cosa molto soggettiva. Dicono anche che chi ha assunto tanti farmaci si conservi più a lungo. Comunque fosse si augurava che tutto stesse andando per il meglio e che tutti gli elementi coinvolti nella faccenda stessero facendo la loro parte.

Perché tutta questa privacy riservata ai corpi in disfacimento e di contro questa promiscuità  di femori, tibie e crani negli ossari? Decomposizione privata e sgretolamento collettivo? Quale intimità, quale pudore vengono difesi e sigillati, prolungandone l’agonia, nel putrido prosciugamento delle membra, in quello scarto più o meno breve che intercorre tra la morte e l’oblio, tra i poveri resti e il reso, il residuo fisso?

Così a fondo i suoi pensieri vorticarono davanti a quella fotografia che quasi si dimenticò del processo, della cella, della stanza in cui si trovava e di tutte le altre immagini del suo passato appese alle pareti. Ancora turbato le scorse distrattamente.

C’erano le foto di classe scattate nel cortile della scuola, attimi delle vacanze trascorse coi suoi bravi amici ricevuti in dote alla nascita, il giorno della comunione vestito di bianco, lui al volante della sua prima macchina, alcune scene dalla festa di maturità, certi scatti ambiziosi che fece nel periodo dell’università e proprio di fronte alla fotografia del suo primo giorno di scuola, sulla parete opposta si avvide infine dell’istantanea di un fotografo a pagamento che lo ritraeva intento a discutere la sua tesi su Robert Walser: le mani rosa, lisce e incapaci, aperte nell’atto di gesticolare parole in cerca di un senso, il volto pallido, ammalato, di chi vive da sempre dentro scatole da scarpe in mezzo alla nebbia, financo un accenno di gobba per il tanto malamente sedere, e naturalmente il capo un po’ piegato, come si conviene ad ogni bravo impiegato, ad ogni Kraus in erba che si rispetti.

D’un tratto uno scampanellio lo distolse dai ricordi. Si voltò in direzione del suono. La porta dell’ascensore si era aperta. Una voce metallica lo invitava ad entrare. Non se lo fece ripetere, nonostante la sua fobia per gli ascensori. Era comunque preferibile al restarsene ancora in quella stanza abbacinante tra gli scatti del suo passato.

Lentamente la porta si richiuse dietro di lui.

C’era un solo pulsante da premere. L’ascensore iniziò a salire, almeno così gli parve.

Quando si fermò F si fece quasi prendere dal panico perché le porte tardarono ad aprirsi.  Tardano sempre troppo ad aprirsi le porte degli ascensori. Ma questa volta c’era un motivo. Prima di aprirsi la voce metallica doveva dare una comunicazione ad F.

– Bentornato alla sua cella impiegato F. Le auguriamo un felice soggiorno alla sua custodia cautelare. Verrà riconvocato a comparire per il giorno del giudizio.

Quando l’ascensore si aprì, F si trovò davanti uno spettacolo inatteso e tremendo: il suo ufficio.

Falene capitolo XI. Ancora capi d’accusa

di Bianca Bonavita

Alcuni inservienti vestiti da pinguini spingevano, lungo lo stretto corridoio che separava le loggette degli imputati dalla balaustra che si affacciava sulla platea, un carrellino ricolmo di bottigliette colorate e di sacchettini luccicanti che distribuivano gratuitamente a tutti gli accusati.

Delle fantesche molto osé camminavano invece tra i banchi della platea spingendo carrelli da supermercato pieni di merci di ogni tipo da cui il pubblico attingeva senza alcun corrispettivo.

– Imputati di secondo livello! – Si alzò una voce dal pulpito.

F volse lo sguardo ai volti assenti che popolavano il secondo girone.

Non avevano alcuna intenzione di considerare degno di nota ciò che stava avvenendo attorno a loro. Soltanto qualcuno di essi si girò in direzione del pulpito, con disappunto, più infastidito che altro, come se quel rumore l’avesse distolto da ben più interessanti occupazioni, distratto da ben più importanti pensieri che formicolavano una manciata di centimetri più in alto.

A un primo sguardo pareva che la realtà fosse rimasta per loro soltanto un’interferenza di sottofondo a disturbare la personalissima esecuzione di una sconosciuta sinfonia.

La voce del magistrato che tuonava nell’aula apostrofandoli con irruenza doveva costituire per loro soltanto un lieve e quasi impercettibile incresparsi di questa interferenza.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di inutilità e di inservibilità. Siete accusati di non essere morti e di continuare a non morire. Siete accusati di vegetare non essendo vegetali. Siete accusati di non morire: alle spalle degli altri, dei vostri parenti e dello Stato. Siete accusati di non aver retto all’urto. Siete accusati di non avere tenuto a mente l’importanza della memoria. Smemorati! – a questa parola il magistrato puntò l’indice verso gli imputati del secondo livello – Voi siete accusati di esservi separati dalla vostra nuda vita e di averla abbandonata tra le braccia di qualcuno che si occupa ogni giorno dell’espletamento delle vostre elementari funzioni vitali. Siete accusati per questo non soltanto di aver abbandonato la vostra funzione ma di aver anche abbandonato ogni funzione. Siete accusati di non funzionare affatto benché ancora in vita. Questa è un’aggravante, sappiatelo! È una grossa violazione del codice. Soltanto ai morti da qualche secolo è consentito di non funzionare. Siete accusati di esservi scollegati dalla nostra realtà, che è l’unica realtà possibile e necessaria. Siete accusati di essere evasi. Ancora in possesso di più che sufficienti capacità di funzionamento, avete cessato di essere utili non soltanto al vivere civile ma persino a voi stessi. Siete per questo accusati di gravare come un pesante fardello sulle spalle della popolazione attiva. Siete accusati di inattività, di incomprensibilità, di incomunicabilità. Siete accusati di rifiutare il dialogo con le istituzioni. Siete accusati di essere dei fuoriusciti e di essere annegati nelle inondazioni della vostra coscienza. Siete accusati di non sapere più chi sono le persone a voi care e di non saper più chi siete voi, diffondendo in tal modo ondate di panico tra coloro che sono convinti di saperlo. Siete accusati di non avere più trovato la strada di casa e di essere scomparsi in un bosco o in una metropoli. Come attenuante si terrà conto che il vostro durare in vita ha consolidato vecchi posti di lavoro e ne ha creato dei nuovi.

A queste parole un boato di giubilo si levò dai banchi. Il discorso del magistrato risultò particolarmente gradito alla platea. I genitori distribuivano noccioline ai figli affinché le lanciassero contro gli imputati del secondo livello.

Alcune noccioline raggiunsero le gabbie.

F vide una donna molto anziana dai folti capelli bianchi e la carnagione scura raccogliere da terra una nocciolina e portarsela alla bocca sorridendo.

Forse c’era ancora speranza, pensò.

Ma ecco un’altra toga salire sul pulpito e iniziare la sua lettura.

– Imputati di terzo livello!

Se quelli del secondo livello si erano dimostrati refrattari anche solo a percepire le parole del magistrato, gli abitanti del terzo livello, non tutti a dir la verità, si mostrarono subito interessati e qualcuno parve ad F persino compiaciuto di essere finalmente al centro dell’attenzione. Molti erano tuttavia indaffarati in piccoli passatempi come piroettare su se stessi, ciondolarsi, sbattere la testa contro la balaustra, grattarsi o far oscillare con un dito un rotolino di carta infilato tra le labbra. Questi ultimi, almeno apparentemente, non ascoltarono una parola.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di tutti i capi d’accusa dei vostri sodali di secondo livello. Inoltre siete accusati di alcune aggravanti che andrò ad elencare. Siete accusati di essere nati. Siete accusati, non di aver cessato di funzionare anzitempo, ma di non avere giammai funzionato, ovvero dal primo disgraziato giorno che vi ha visto nascere fino ad oggi. Siete accusati di aver stravolto la vita dei vostri genitori dimezzandone il più delle volte la loro efficienza. Siete accusati di essere gli inutili per antonomasia. Siete accusati di dissociazione a delinquere e di assembramenti nevrotici non autorizzati. Siete accusati di costituire un pericolo per la salute pubblica e per la pace sociale. Siete accusati di propagare da sempre il vostro infestante rizoma tra la popolazione. Siete accusati di non avere mai avuto programmi o scopi, di essere socialmente incompetenti, psicologicamente fritti e fisicamente menomati. Siete accusati di avere sempre avuto un linguaggio inefficace e un cervello inservibile. Siete accusati di non essere normabili. Siete accusati di sottoporre a un rischio costante il fragile equilibrio dei normali. Siete accusati di disperdere azioni ed energie in gesti privi di senso o di utilità. Siete accusati, non di esservi scollegati dall’unica realtà possibile e necessaria, ma di esservene creata, fin dal principio, una diversa e personale a vostro uso. Siete accusati di essere scappati dalle cliniche, dai centri diurni o notturni lasciando perdere le vostre tracce. Come attenuante si terrà conto, come per i vostri sodali di secondo livello, che la vostra esistenza ha da più di un secolo assolto alla fondamentale funzione di creare fior di specifiche e rinomate professioni in plurimi campi del sapere e dell’agire. Si terrà inoltre conto che il vostro impiego negli ultimi anni in importanti ricerche farmacologiche o in noiose e ripetitive attività in cambio di una pacca sulle spalle si è rivelato molto fruttuoso.”

Non appena il magistrato terminò il discorso, dalla platea si innalzò un coro rivolto agli imputati del terzo livello: – Idioti-idioti-idioti-idioti…

Durò una decina di minuti.

Una buona parte degli idioti si unì divertita al coro e non era affatto chiaro a chi fosse rivolto il loro canto.

Ad F piacque pensare che stessero candidamente restituendo al mittente il pensiero ma non è affatto escluso che, edotti su un certo significato della parola, lo stessero invece abbracciando con orgogliosa convinzione.

Quando il coro cessò spegnendosi di schianto, un altro magistrato si alzò dalla sua poltrona e si arrampicò sul pulpito. Volteggiò l’indice sulla superficie del suo dispositivo elettronico e iniziò a leggere:

– Imputati di quarto livello.

F e A. si guardarono.

– Siete accusati di avere scelto la vostra latitanza. Siete accusati di diserzione, di aver abbandonato le trincee e i vostri commilitoni nel bel mezzo della battaglia. Siete accusati di tradimento e di alterigia. Siete accusati di essere dei voltagabbana. Siete accusati di aver eluso la sorveglianza. Siete accusati di avere deposto a vostro piacimento armi, penne, libri, telefoni, divise, tastiere, schermi, padelle, zappe, bisturi, forbici, pinze, pennelli, volanti, scope, cazzuole, cacciaviti, aghi, registri, eccetera eccetera, e di averli soltanto usati come mezzi. Siete accusati di non avere finito i compiti, di incompletezza, di incompiutezza, di aver lasciato in sospeso le vostre opere. Siete accusati di inconcludenza. Siete accusati di non esservi fatti prosciugare dal vostro lavoro, di non essere morti di lavoro, di non aver vissuto per lavorare, di avere infine trovato qualcosa di meglio da fare. Siete accusati di essere dei lavativi, dei recalcitranti e dei vagabondi. Siete accusati di contemplazione. Siete accusati di aver abitato dei luoghi inappropriabili e indicibili. Siete accusati di non esservi fatti definire dalle vostre rispettive attività. Siete accusati di avere volontariamente cessato di funzionare. Siete accusati di essere scomparsi senza aver lasciato un biglietto. Siete accusati di comunanze invisibili e di mondi paralleli. Siete accusati di avere detournato il vostro anonimato di ordinanza e di aver reso clandestina la vostra clandestinità. Siete accusati di aver compreso i danni dell’utilità e la fecondità del disutile. Siete accusati di aver indugiato a lungo e con gioia nel regno dell’indelibato. Siete accusati di aver rinunciato alla vostra sicurezza e alla vostra identità. Siete accusati di aver abbracciato la vostra precarietà. Siete accusati di invalidità volontaria. Siete accusati di esservi abbandonati e di aver abbandonato le vostre postazioni. Siete accusati di aver smesso di partecipare. Siete accusati di disimpegno. Siete accusati di assenza ingiustificata. Siete accusati di brigantaggio e di banda disarmata. Siete accusati di aver scelto il vostro esilio e di averlo chiamato felicità. Siete accusati di aver eluso sempre troppo a lungo la vostra cattura. Si terrà conto, come circostanza attenuante, dei vostri anni di servizio sotto forma di impiegati.

Sia F che A. avevano ascoltato con molta attenzione la lettura dei loro capi d’accusa. Nulla da eccepire. Benché le parole siano sempre un passo indietro rispetto alle cose non si sarebbe potuto tratteggiare con maggior facondia e imprecisione, indeterminatezza e dovizia di particolari, la natura del loro crimine.

Perché di crimine si trattava; avrebbero dovuto saperlo fin da subito, fin dal giorno in cui iniziò la loro latitanza. Non c’è latitanza senza crimine e non c’è crimine peggiore di chi non ha nulla per cui farsi incriminare se non la propria latitanza. Ma soltanto ora capivano quanto fosse inviso a certuni il loro puro darsi alla macchia.

Il solito bagno di applausi e di insulti seguì al discorso del magistrato. In molti tra il pubblico, specialmente uomini e donne di mezz’età, iniziarono a gridare “Giuda!” e “Vigliacchi!” alla volta degli imputati di quarto livello.

Quando nell’aula ritornò il silenzio un altro magistrato, il più pingue di tutti, salì sul pulpito. Non senza un certo affanno.

– Imputati di quinto livello.

Pareva davvero in ambasce.

Gli interpellati erano tutto orecchi. Non c’era alcun segno d’inquietudine sui loro volti. Erano uomini e donne dalle età più disparate. Durante la latitanza aveva sentito parlare di loro, ma non li aveva mai incontrati. Loro non si erano dati alla macchia, vivevano tra i Kraus. Si diceva che fossero angeli o piante reincarnate in esseri umani .

– Voi siete accusati di essere rimasti bambini e bambine pur essendo cresciuti. Siete accusati di esservi camuffati da adulti e di aver messo il naso in uffici per grandi. Siete accusati di esservi mimetizzati a tal punto con gli adulti da divenire irriconoscibili e indistinguibili. Siete accusati di esservi dissimulati senza simulazioni. Siete accusati di aver giocato con il fuoco. Siete accusati di avere conosciuto l’anima delle piante. Siete accusati di aver mantenuto fino al vostro prelevamento un ingiustificabile incanto per le cose. Siete accusati di essere al contempo dispotici e indifesi. Siete accusati di esservene sempre fregati di ogni identità. Siete accusati di essere portatori infetti del regno dell’incoscienza e dell’indifferenziato. Siete accusati di aver visto giraffe laddove c’era solo un pezzo di cartone e foreste dove c’era solo un ciuffo d’erba. Siete accusati di aver dipinto con le scope e spazzato con i pennelli. Siete accusati di aver continuato a nascondervi sotto la tavola sapendo benissimo che vi avremmo trovato. Siete accusati di essere un virus che si aggira tra la gente perbene. Siete accusati di scambiare volutamente capre per cavoli e lucciole per lanterne. Siete accusati di aver tradito il fine per vivere sospesi in un mezzo eterno. Siete accusati di continuare a bruciarvi le ali contro ogni lume che incontrate durante i vostri voli. Siete accusati di non partecipare ai nostri divertimenti e di giocare, per conto vostro o in compagnia dei vostri amici immaginari. Siete accusati di non fare la spia. Siete accusati di contaminare il buon senso, il senso, la responsabilità e il dovere. Siete accusati di non avere la testa sulle spalle. Siete accusati di poter fare solo quello che vi piace. Siete accusati di non poter sentire ragioni, siete accusati di testardaggine e di cocciutaggine. Siete accusati di vivere il presente. Siete accusati di portare con voi la memoria di una vita indivisa dalla sua forma. Siete accusati di non aver rispettato il tempo bambino a vostra disposizione, di aver fatto dilagare la vostra bambinaggine ovunque, inondando ogni spazio e ogni tempo che vi sono stati messi a disposizione. Siete accusati di non aver rispettato i riti di passaggio e i codici di comportamento. Siete accusati di essere un pessimo esempio per grandi e piccini. Siete accusati di essere imprevedibili e di costituire un grave pericolo per la stabilità di ogni situazione. Siete accusati, e questa è la maggiore aggravante a vostro carico, di non aver messo a disposizione questa vostra bambinaggine rendendola utile e proficua ma di esservi al contrario ostinati ad usarla per disattivare ciò che era attivo e per rendere inutile ciò che era utile. Siete accusati di aver svolto, tra la popolazione sana, un’azione costante di sabotaggio. Non ci sono attenuanti.”

Con una sola voce il pubblico levò il suo grido: “A morte! A morte! A morte!”.

Durò per un’ora, ossessivo e ipnotico, fino a un più alto grado di silenzio.

Falene capitolo X. Reale e Spettacolare

di Bianca Bonavita

Tutto ciò che è reale è spettacolare. Tutto ciò che è spettacolare è reale.

Giunti qui occorre sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe essersi fatto largo durante la narrazione delle drammatiche vicende di F.

Allo stesso tempo si potrebbe anche dire che non v’è alcun bisogno delle precisazioni che si stanno per fare. Risulteranno superflue, quando non ridondanti o offensive. Ma ormai è troppo tardi. È già stato deciso.

La vicenda di F e tutto ciò che vi inerisce, a cominciare dall’ambiente che lo definisce e condanna, non ha nulla a che vedere con la finzione. Non c’è nulla di inventato e di fantasioso in questa storia. Né tantomeno di fantascientifico o di fantapolitico. Si tratta di una mera narrazione di fatti, una cronaca, un resoconto, un romanzo di verità. Non c’è nulla di distopico in questa storia , semmai soltanto qualcosa di dispotico.

I fatti si svolgono in uno spazio e in un tempo precisi: l’Italia d’inizio XXI secolo.

Tutto ciò che è scritto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Ogni cosa narrata è pura e semplice verità, esattamente così come è narrata. Non soltanto è vera la cosa in sé, ma anche il come della cosa. Anzi, soprattutto il come, visto che in fondo è  ciò che fa il cosa.

Come sempre, nella storia, è difficile individuare il momento preciso in cui le cose prendono irrimediabilmente una determinata piega. Ci sono correnti sotterranee che vengono da lontano, flussi impetuosi che agiscono nell’anonimato, e correnti superficiali alla portata dei nostri occhi. Ma ci sono anche massi imponenti che danno inopinatamente al corso delle cose una direzione imprevista, così come ci sono chiuse naturali tra le rocce che innalzando la pressione delle acque creano turbini di violenza inaudita.

È difficile individuare il momento preciso in cui la melma vischiosa che sommerge cose e persone ha iniziato a dilagare.

Si potrebbe dire che si tratta di una melma antica, un materiale inerte che sgorga dalla sorgente eterna del nostro ombelico. Una melma che riguarda ogni tempo e ogni paese.

Si potrebbe dire che la storia, ogni storia, è tutto un precipitare disastri, mattanze, persecuzioni, svuotamenti. Non è fiume la storia, ma cascata a dirupo, vortice irresistibile. Dirupa la storia, fracassando teste, vite, sogni. Dirupa senza fine verso il centro della terra, verso quel fuoco che finalmente la spegnerà per sempre.

Intanto, aggrappati a una radice sul vuoto, possiamo per passatempo anche guardarci indietro a cercare una spiegazione, a immaginare qual è stato il punto di non ritorno.

Alcuni lo vedranno lontano, nelle viscere dei secoli. Altri più vicino, in un fatto di poco conto. Alcuni lo riconosceranno in loro stessi. Altri punteranno il dito sulle grandi mattanze del XX secolo.

Altri ancora diranno che questa melma oleosa ha iniziato a zampillare gioiosa e rassicurante nei primi vent’anni che hanno seguito l’ultimo grande macello mondiale. Diranno che se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui le cose per F hanno preso la piega che hanno preso, bisogna risalire a una ventina d’anni prima della sua nascita, a quel dopoguerra di speranze tradite e di ingenuità perdute, a quella mutazione che ha cambiato i volti, i gesti, i luoghi, i linguaggi e i modi di essere di un paese intero fatto di mille paesi differenti annientati in un istante da un clic e da una bic. Diranno che bisogna risalire a quel miracolo devastante che ha portato i genitori di F in città dalla campagna nera che li aveva cresciuti.

Onesto e povero, di parola e pensiero lealtà,

Che cosa mai, Fabiano, ti portò in città? [1]

Da quel momento è stato tutto un precipitare colloso in questa melma sfavillante; ed è forse questa luce artificiale così dannosa per le falene, invasiva e onnipresente, a rendere speciale la melma che ha sommerso F, a renderla differente da altre melme più tangibili e antiche.

Da quel momento è stato tutto un ripetuto affondare ed essere inghiottiti da differenti sostrati di realtà. Sempre più degradati e degradanti. Sempre più mucosi e inafferrabili. Sempre più evasivi e fatui, spettacolari e vacui.

E a furia di affondare, perché di furia si tratta, di fretta impetuosa, di agitazione rabbiosa, si è perso il conto dei sostrati di realtà sotto cui ci si è adattati a sopravvivere.

Si vive così, dentro queste camere d’aria scavate nella melma, dentro queste cripte asfittiche, dentro questi cunicoli travestiti da scelte.

A volte si sentono sbattere porte e cancelli in un altro livello di realtà, o su un altro canale, o in una finestra lasciata aperta proprio sotto la cronologia.

A volte si aprono squarci su ciò che si credeva impossibile, su prigioni così angoscianti che subito con un dito si richiude la finestra, su verità così evidenti e sconvolgenti che si preferisce continuare a far finta che siano soltanto incubi o fantasie.

Come l’Aula di Giustizia in cui F è alla sbarra e i fatti che seguiranno.

Laddove non si deve credere che tutto è vero ma soltanto che è necessario, facendo così della menzogna una norma universale, in quello spazio e in quel tempo ogni cosa diventa reale, ogni cosa  diventa spettacolare.

Tutto ciò che è spettacolare è reale. Tutto ciò che è reale è spettacolare.

[1]Marziale, Epigrammi, I, 4, vv.1-2

Diario in Rojava

 di Vittorio Sergi

 

19/04 Erbil – Iraq

La città di Erbil, Hevelar per i Curdi, ha una forma circolare e concentrica. Il primo cerchio è stato tracciato 6000 anni fa. Gli altri molto dopo e sono pieni di toyota bianche che sfrecciano. Sotto la cittadella antica mangio finalmente il primo pasto decente dopo due giorni in viaggio. Ogni volta che esco dall’Europa mi sorprendo di come la cucina popolare di strada sia incredibilmente superiore come qualità e sapore a quella industriale locale o di importazione che sia. Ovunque, e questo posto non fa eccezione, la modernità capitalista impone le sue gerarchie di valore e queste cambiano perfino il modo in cui una popolazione percepisce i propri gusti. E’ venerdì e le strade del quartiere del mercato si riempiono di venditori di animali di ogni tipo scesi dalle montagne e venuti dalla campagna che si stende appena fuori dalla cintura urbana, tra i campi petroliferi pascolano le pecore. Accanto a me un uomo di circa sessanta anni siede imperturbabile fissando da un’ora lo stradone trafficato fuori dalla finestra sporca dell’hotel. Non guarda un telefono né uno schermo di tv, come quasi tutti siamo abituati a fare. Il suo silenzio a capo di qualche minuto diventa estremamente intrigante. Non sono più abituato ad aspettare. Tempesto di telefonate l’autista perché voglio uscire, per andare dove non so. Andremo in giro come disperati per le strade trafficate e sporche di fango ascoltando Madonna sulla radio per mangiare una sfilza di panini con la carne in un locale fumoso e pieno di soli uomini. Il rumore del flusso continuo di auto è interrotto dal tintinnio dei cucchiaini nei bicchierini del chai. La televisione trasmette un flusso di cantanti arabe qualche chilo sopra lo standard occidentale, pubblicità di pannolini e spot nazionalisti sul fragile onore militare di Peshmerga.

20/04 Posto di frontiera di Semalka – Siria

Abbiamo attraversato per tutta la mattina a velocità preoccupante una pianura piena di pioggia e pozzi di petrolio. L’odore dell’acqua e quello dell’idrocarburo ogni volta che apro il finestrino. Mando, l’autista curdo con una protesi al posto della gamba saltata in combattimento in Bakur, ascolta la colonna sonora di Django Unchained e canta tutte le canzoni dall’inizio alla fine.

Passiamo davanti ad almeno due campi profughi immensi, sono profughi interni, iracheni che hanno lasciato le proprie case dopo le diverse battaglie contro l’ISIS di questi anni. Yezidi, Curdi, Arabi, dietro un reticolato sgangherato, in container e tende bianche e azzurre dell’UNHCR. Quale sarà il loro posto? Sembrano dispersi come le greggi che punteggiano di bianco le pianure verdi.

Più ci avviciniamo al confine più torri di raffinazione del greggio bruciano nella foschia della pioggia. Come tante candele accese ai piedi delle prime alture si fanno annunciare dalla puzza che ho già imparato a sopportare.

Si impara la geografia viaggiando. Le frontiere che per la mia generazione sono state spesso un relitto su strade di montagna qui funzionano a pieno regime. Maledetta invenzione. Mando, supera tutti i posti di blocco senza problemi e mi regala un siparietto geniale. Mentre una funzionaria di frontiera mi fa un interrogatorio poco convinto sulle ragioni del mio viaggio lui sbafa le caramelle ed i cioccolatini dalla vaschetta sulla scrivania dell’altra funzionaria e mi lancia al volo i dolcetti. Nessuno fa una piega. Fuori i comuni mortali fanno la fila sotto il sole: anziani e bambini, uomini impazienti e famiglie che si salutano. Bastano un piccolo cancello azzurro ed una divisa invecchiata per fare di un uomo un doganiere e di un altro un numero che deve aspettare il suo turno. Niente a che vedere comunque con la tensione che si respira alle frontiere della Unione Europea. Mi vengono in mente i giovani afghani rintanati sotto i tir nel porto di Patrasso, gli inseguimenti con gli sbirri in moto, le bottiglie d’acqua regalate di nascosto a quei giovani senza nome.

Passiamo il fiume Tigri su un ponte galleggiante che si regge malapena contro il flusso della corrente sempre più impetuosa. Le anziane velate accanto a me iniziano a sacramentare sperando che Allah non abbia molto da fare oggi ed abbia voglia di aiutarci a passare il guado.

Che effettivamente passiamo. Ed in Rojava si respira di colpo un’aria informale. I doganieri senza divisa si chiamano “heval”, compagno, tra loro. Finalmente sento questa parola magica! E’ curioso trovarmi a pensare un parallelo tra la rilassatezza delle guardie di frontiera cubane e questo angolo di Medio Oriente sulle sponde di un fiume mitologico. Mentre aspetto il passaggio per Qamishlo, incontro una ragazza francese che lavora per una ONG da due anni e mezzo ma non spiccica una parola di curdo, mi propone un passaggio sul loro furgone ma resto fedele alla linea. Aspettare non mi dispiace, resto ad osservare l’umanità che arriva. Appena fuori dal posto di frontiera spicca un poster gigante con le foto dei compagni internazionalisti morti in guerra da queste parti. Sono decisamente tanti e tante. In mezzo spicca l’icona di serok Apo e sotto una bambina di 5 anni aspetta qualcuno. Hanno combattuto per lei e forse nemmeno lo sa.

21/04  Amude – Rojava

La strada che dalla frontiera porta all’interno del Rojava è nettamente più disastrata di quelle ampie e piene di cisterne di petrolio che sfrecciano pericolosamente per il Kurdistan iracheno. Quando piove è fango, quando c’è il sole è polverone. Il risultato è un marrone diffuso ovunque, dalle divise dei combattenti YPG ai posti di blocco fino ai capelli dei bambini che giocano tra carcasse di auto e campi di grano a perdita d’occhio.

Ogni città o paese è annunciato da un checkpoint, dalla frontiera al capoluogo del cantone ne conterò almeno dieci in due ore. Ad ogni stop abbondano le armi e le telecamere puntate ma il clima è rilassato, sentire dire “compagno buongiorno” deve aver mandato in tilt il cervello di più di un militante europeo abituato al maltrattamento quotidiano!

Sul viale principale di ogni piccola e grande località sono esposti dei grandi ritratti dei caduti, solitamente quelli del posto ma non necessariamente. Foto con l’arma in mano, nome di battaglia e stella rossa. Morire in combattimento è una possibilità e i soldati di questa guerra si preparano con compostezza. Tutto il contrario delle bare nascoste agli occidentali durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan. Mi colpisce l’immagine di uno di loro, senza uniforme, il viso paffuto ed una gloriosa bandoliera di cartucce nello stile di Pancho Villa. Il Centro di Qamishlo è sotto il controllo del governo di Damasco, le vie sono pigramente barricate con sacchi di sabbia e pezzi di cemento armato con delle bandiere che sventolano impolverate. Sembra che i combattimenti siano finiti tanto tempo fa, invece non sono ancora iniziati. I miei accompagnatori passano velocemente in questa zona senza fermarsi. Un poliziotto del regime, goffo nel suo pastrano di pelle nera e sotto un cappellone bianco da capitano di vascello sbraita al caos di auto che lo circonda. Mette in scena un impossibile show di sovranità statale. Anche a causa di questa difficile convivenza, la casa per accogliere gli ospiti internazionali si trova ad Amude, un centro più piccolo 30 km più ad ovest, saldamente in mano alle organizzazioni rivoluzionarie curde fin dalla prima rivolta contro Assad nel 2004.  L’ospitalità è organizzata in una imponente villa di cemento e marmo bianco, requisita ad una famiglia di ricchi che ha lasciato il paese all’inizio della guerra civile. Un giovane membro della sicurezza interna, gli Asaysh, mi accoglie sorridente ma non abbiamo una lingua in comune e comunichiamo a gesti per ora. Mi offre spaghetti ed insalata per merenda che mangio con appetito famelico, poi lui scompare dietro al cellulare collegato al WIFI ed io dietro al mio laptop preoccupato di preparare i seminari per gli studenti dell’università. Spero che arrivi presto il momento di entrare in attività, questa lunga attesa mi sfianca.

23/04

Finalmente sono entrato in azione. In questi due giorni ho fatto un sacco di incontri e la pioggia è finita. La gente del Rojava, i suoi suoni e colori, odori e luci sono entrati con forza su queste pagine. Oggi pomeriggio con Jasmine e Leyla, studentessa e insegnante della facoltà di Jineologia, la nuova scienza delle donne sono andato in giro per la cittadina di Amude, antica città curda a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Abbiamo girato a piedi per le strade caotiche e piene di auto e furgoni chiassosi, di bambini che giocano ovunque e comunque, di case mezze diroccate o non finite. Nella stessa via ci sono una piccola chiesa e la moschea più antica del luogo. La signora in nero che ci ha fatto visitare la chiesetta senza pretese difesa da un posto di blocco della sicurezza interna mi dice subito che ha perso un figlio il mese scorso a Baghouz. Là dove è morto il combattente italiano Lorenzo Orsetti. Chissà se era uno di quei sette combattenti YPG “arabi” che le cronache raccontano siano morti insieme a lui. E stringo la sua mano calda. Gli occhi liquidi mi tremano per pochi secondi.

Poi visitiamo la moschea vuota di gente e piena di luce. Il mullah ci regala delle caramelle causandomi un certo imbarazzo. Le accetto per non essere scortese ma trattengo un sorriso. Leyla e Jasmin, entrambe velate e credenti non colgono l’ironia. Sono impegnate a raccontarmi la rivoluzione delle comuni di quartiere che organizzano gli abitanti di queste stradine povere, a farsi i selfie con me ed a portarmi in giro con orgoglio per la loro città. A tutti gli incroci, se si guarda a nord si vedono i monti Tauro in lontananza, le luci della città di Marfin in Turchia, inaccessibili dietro il muro di cemento bianco sormontato di filo spinato che corre da est a ovest per 800 chilometri. Dietro il muro corrono continuamente camion con rimorchi pieni di merci. Tra greggi di pecore e capre i soldati YPG hanno scavato trincee e bunker per sorvegliare il nemico. Dalle torrette di cemento e dietro i blindati anche i turchi ci guardano.

Quando il sole scende entriamo in un centro civico di quartiere dove ci sono dei bambini che cantano e suonano con un maestro di musica il repertorio folk curdo. Ci accolgono con allegria spontanea e improvvisiamo una festa con the e sigarette mentre la luce del tramonto accende i vetri impolverati. Una bambina canta forte come una fiamma, non capisco una parola delle loro canzoni, anzi solo la parola “azad”, libertà. Passiamo insieme un’ora molto bella.

Oggi alla facoltà di Jineologia ho tenuto il primo seminario in inglese su tre figure di donne del movimento zapatista. Me lo hanno chiesto le compagne ma sono molto in imbarazzo, sarò all’altezza delle loro aspettative? Cosa vogliono sapere? Ho parlato per un’ora e mezza in inglese con la traduzione di un professore arabo piuttosto anziano, chissà come ha tradotto le mie parole, le compagne non sembravano molto contente di ascoltare il monologo di due uomini. Tuttavia in tante sono state molto attente, in fondo alla sala piena anche qualche uomo e due femministe europee che sono intervenute ripetutamente con una retorica pesantissima a cui per cortesia non mi sono impegnato a ribattere. Molte conoscevano lo zapatismo solo per sentito dire ma hanno seguito tutto il discorso annuendo. Hanno fatto domande, preso appunti. Io ho cercato di capire come vogliano costruire questa nuova scienza sociale dal punto di vista delle donne. Non c’è traccia di tutta la competizione che si respira nelle nostre università, la classe è un collettivo. C’è tanto entusiasmo in queste nuove istituzioni ma anche tanta burocrazia mescolata fortunatamente ad uno stile alla fine piuttosto informale. Negli uffici dei dirigenti campeggia sempre il ritratto di Ocalan, ci sono spesso grandi tv accese sui canali curdi all news, pochi libri e l’immancabile chai.

Stasera con due nuovi ospiti di questa strana residenza, mentre fuori le guardie armate di kalashnikov bevevano l’ennesimo the, ho avuto una interessante discussione sulle eresie religiose rivoluzionarie nell’Islam e nel Cristianesimo. Sono stati evocati anche gli ultimi ebrei di Qamishlo ed i primi comunisti iracheni. Da queste parti sono passati tutti. La serata finisce seduto sotto le stelle, appena fuori dalla piccola fortezza che ci ospita, parlando a gesti della differenza tra la pistola Glock e la Beretta, il Barcellona e la Juve, se mettere o meno lo zucchero nel chai, delle distanze di chilometri e di esperienza che ci separano.

24/04 Qamishlo

Oggi ho tenuto due seminari davanti ai ragazzi ed alle ragazze dell’Accademia Mesopotamia, una istituzione educativa superiore non formale diretta a formare i giovani quadri rivoluzionari. Mi hanno colpito gli occhi pieni di luce dei ragazzi e delle ragazze, il loro silenzio attento, la loro voglia di imparare, la semplicità spartana dei loro ambienti di vita e di studio che mi ha ricordato subito quella della scuola secondaria zapatista di Oventik in Chiapas. Abbiamo mangiato insieme in piedi in un refettorio spoglio e freddo ma con composta allegria e convivialità. Ceci al sugo e pane arabo. Poi abbiamo giocato a pallavolo in cortile, sul cemento sotto un sole implacabile. I loro corpi non erano addestrati al gesto sportivo ma erano pieni di energia. La palla schizzava ovunque tranne che nel campo ma ogni fallimento era accompagnato da risate. Durante il seminario quando qualcuno deve parlare si alza in piedi e fa un passo avanti. Mi hanno fatto domande intelligenti. “Quando abbiamo già visto il peggio non possiamo avere più paura di niente” ha detto uno di loro. Come dargli torto. Sono rimasto quasi commosso quando ho stretto la mano a tutti, in piedi e schierati a quadrato. Ci siamo fatti le foto e salutati tra mille risate dopo quattro ore di lezione seria e concentrata.

Cosa abbiamo fatto ai nostri ragazzi in Italia? Qualcuno ha spento la luce del futuro che illumina il presente? Li abbiamo lasciati soli davanti al ghiaccio degli schermi digitali? Mi è tornato in mente il silenzio paralizzato di migliaia di ragazzi nella notte davanti alla discoteca “Lanterna Azzurra” dove a dicembre scorso sono morti in sei. Nessuno si è incazzato. Solo dolore. Possiamo dargli di più? Possiamo chiedergli di più?

La diversità nello stile dei gesti, nell’organizzazione materiale degli spazi colpiscono la mia attenzione e sensibilità. In questa università informale ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni passano tre quadrimestri in stretta convivenza, una esperienza unica in tutta la regione. Possono usare il cellulare solamente quattro ore al giorno. Sui muri citazioni di Adorno, Voltaire e Ocalan. La rivoluzione di cui parlano ogni giorno da queste parti è forse questo vitale disordine delle cose normali che si respira ovunque? Questa possibilità evidente che accada qualcosa sempre in sospeso tra il trionfo e la tragedia?

In generale la nuova università porta con se tante cose della vecchia: le aule, i quadrimestri, gli uffici della amministrazione ed una nuova burocrazia. Ma allo stesso tempo si sentono parole inedite da queste parti e dimenticate nei nostri atenei. Valutare non le conoscenze ma l’impegno a mettere il sapere critico a servizio della società, la capacità di aiutare i propri compagni, un rapporto paritario tra insegnanti e studenti. La distanza tra queste aspirazioni e la pratica è ancora tanta, ma nessuno sembra volersi fermare a metà strada. Qui nella Università del Rojava essere universitari non è più un privilegio ma una militanza sociale anzitutto. La produzione scientifica secondo gli “standard” internazionali è ancora lontana, ma intanto le figlie dei contadini studiano Simone de Bouvoir e Murray Bookchin su dispense in arabo e curdo, guardano una messa in scena di “una donna sola” di Franca Rame e parlano di mitologia sumera. Come altro si poteva fare questo mezzo miracolo?

25/04 Amude

Un 25 aprile insolito. Oggi ho tenuto una lezione sulla narrativa del movimento zapatista a partire dal racconto del Subcomandante Marcos “Los arroyos cuando bajan” del Marzo 1994. Ero in un grande auditorium di legno pieno di immagini degli eroi rivoluzionari curdi che avevo già visto tante altre volte nelle foto e nei video sul movimento. C’erano una quarantina o forse più di studenti e studentesse ed anche uno con la carrozzella, molto intelligente ed attento. E’ stato difficile ed emozionante parlare con la traduzione e sfidare il fatto di superare in un balzo diverse barriere culturali ma alla fine siamo stati tutti soddisfatti. Abbiamo parlato della auto-narrazione degli oppressi come forma di lotta contro l’egemonia ideologica borghese. Ascoltando le domande, il modo di ragionare degli studenti e dei professori a volte mi appariva ideologico e rigido ma allo stesso tempo ancorato ad esperienze reali e concrete. Ho imparato molte cose. Obeyda ha 20 anni, studia per estrarre il petrolio e oggi fa le foto ed i video per la pagina facebook dell’università. Vorrei chiedergli cosa ne pensa dei suoi coetanei che scendono in piazza per finirla con i combustibili fossili ma non abbiamo una lingua in comune e ci limitiamo a scambiarci foto sulla chat e sorrisi dal vivo. Nel pomeriggio sempre in compagnia di Leyla e Jasmin siamo stati a visitare la base delle YPG di Amude ed ho preso un chai con dei veterani.

Sono uomini con facce vissute ed intense, mani grandi da figli di lavoratori da generazioni. Alcuni combattono con le YPG dal 2011. Mi fanno notare che loro combattono da eguali in mezzo ad altri eguali e difendono le loro famiglie. Mostrano una calma ed una determinazione profonde. Hanno un morale alto ed una etica forte. Purtroppo la storia dimostra che non bastano per vincere le battaglie, tuttavia alla fine possono farti vincere una guerra. Siamo stati anche su una piccola collina alta poco più delle case a due piani della città. Dopo la pioggia sulla pianura della Mesopotamia si vede per chilometri dai monti Tauro in Turchia ai monti Shengal in Iraq. Sui bordi delle strade prima fangose adesso si alza la polvere, sono sbocciati migliaia di papaveri rosso fuoco come le stelle sui poster dei martiri appesi ai pali ed alle colonne. Sulle strade passano in continuazione camion di pecore e montoni diretti in Iraq, cisterne di petrolio, furgoni militari e ogni tanto trattori con un rimorchio pieno di persone e mobili che tornano da qualche esilio. A fine giornata uno scambio di simboli: il fratello di Jasmin mi ha regalato la toppa dello YPG ed io in cambio gli ho dato il mio ultimo adesivo di “combatti la paura – distruggi il fascismo”. Ci sta.

26/04 Jin War –

Oggi la giornata è iniziata con il sole pieno. Due gatti randagi che lottano sul muro di cinta e gli americani ospiti anche loro di questa strana residenza che non vogliono bere il caffè in giardino per chissà quale paranoia di sicurezza. Oggi Gulistan Sido, professoressa di francese rifugiata dalla università di Afrin che mi aiuta con le traduzioni mi ha accompagnato a visitare Jin War, il villaggio delle donne. In mezzo ai campi di grano verde, su una piccola altura, dal 2017 sono state costruite trenta case di terra con la tecnica locale. Sono belle e ben curate, con finestre colorate e sono abitate per ora da quindici famiglie di donne con bambini. Ci hanno ricevuto tre donne molto diverse tra loro. Una giovane volontaria tedesca sui vent’anni e due curde più grandi, la prima quarantenne militante guerrigliera venuta dalla Turchia e l’altra siriana sui cinquanta con la sigaretta in bocca ed un sorriso stampato in faccia. Il discorso ha toccato punti alti, sedute sui divani in stile arabo, sorseggiando il the di rito. La comunicazione tra umani prima ed oltre il linguaggio, il femminile plurale inclusivo, il femminismo e l’orientalismo, il tutto mentre la compagna venuta dalle montagne intrecciava braccialetti di filo colorato e le due giovani universitarie con il velo al-amira la ascoltavano parlare rapite.

Da queste parti l’umanità sta facendo grandi passi. E da noi? Forse è proprio questo relativo ma effettivo avanzare nella lotta per la libertà e la dignità in Medio Oriente che ci entusiasma tanto, laddove invece il movimento più innovativo che è nato in questi mesi a Londra parla di lotta all’estinzione umana ed animale. I sentimenti umani sono sempre articolati su uno sfondo ambientale che influisce sulle nostre sensibilità. Anche nel villaggio delle donne ci sono bambini che giocano in libertà tra le erbacce troppo cresciute e un sacco di ferraglia pericolosa e strumenti da lavoro. Come i bambini descritti dal polacco Janusz Korczak vivono la libertà creativa a contatto con il rischio.

Nel pomeriggio abbiamo visitato Tell Mozan una collina dove è ancora visibile un complesso monumentale del 3500 A.C. Sulla sommità del rilievo c’è un piccolo avamposto militare ed una tostissima teenager delle YPJ ci ha dato una lezione di disciplina rivoluzionaria non facendoci passare con la macchina, gli ordini sono ordini! A piedi abbiamo raggiunto la cima e nella luce del tramonto ho provato a immaginare perché migliaia di anni fa, dei gruppi umani si sono fermati qua. Secondo alcuni è stato l’inizio della cosiddetta “civiltà”, per altri l’inizio della fine di una umanità basata sulla libertà. La domesticazione e la gerarchia sociale sono iniziate da queste parti dove oggi dei giovani con l’AK in mano e il sorriso in faccia cercano di tracciare un nuovo cammino.

27/04

Oggi giornata lenta, quasi tutto il giorno a casa. Ho preso tempo per annusare le rose di Damasco nel giardino semi abbandonato. Tra le scatole di the della colazione ho trovato una pistola. La quotidianità da queste parti. Passo delle ore di relax leggendo “Vita e destino” di Grossman. Nel pomeriggio sono stato al mercato del paese con Jasmin e Leyla. Improvvisamente Jasmin mi ha detto “non dimenticarti di noi”. Così, brusca. Mentre mangiavamo un falafel nel giardino di marmo e pini dove si ricorda la terribile strage di 283 bambini nell’incendio del cinema nel 1960, abbiamo parlato un po’ di noi, una pausa dalle discussioni politiche e dalle lezioni. La tragedia con i suoi episodi di coraggio e viltà ha marcato per sempre questa comunità locale. Nel 2004 una rivolta contro la dittatura di Assad a seguito degli scontri dopo una partita di calcio a Qamishlo portò all’abbattimento della statua del presidente. Oggi campeggia una statua che celebra la donna libera. Amude è una comunità di agricoltori, pastori e contrabbandieri dove le donne stanno portando avanti una rivoluzione quotidiana. Quando ho chiesto alle due donne che mi accompagnano da giorni come vedono il loro futuro si sono un po’ infastidite. Gli occhi grandi di Jasmine si sono velati e Leyla ha detto nel suo inglese traballante che come è possibile pensare al futuro se c’è sempre la minaccia che la Turchia ci attacchi? “Se ci attaccheranno diventeremo soldatesse e andremo a combattere.” Silenzio. Ovunque ci sono immagini di martiri della loro età appese ai muri, sulle vetrine dei negozi, in strada. A guardarle bene queste strade sono tanto povere e sgangherate eppure tutto sembra funzionare. Intere famiglie viaggiano su moto cinesi, ne passa una con sei persone tra cui un bebè in un asciugamano azzurro. Nonostante il socialismo sia un desiderio presente le differenze sociali non scompaiono. I ricchi proprietari terrieri arabi girano in SUV, altri si trascinano in ciabatte. Cosa hanno in comune? La nazione? Non credo. Il giovane governo che vuole incarnare le nuove teorie socialiste e libertarie di Ocalan non può mettersi contro le tribù arabe e così la proprietà della terra che è nelle mani di poche famiglie non viene messa in discussione, non adesso.

La partenza

Ho passato due ore nel cimitero dei martiri di Qamishlo. Ogni città ha il suo, questo è più grande ed accanto ad almeno un migliaio di tombe di “martiri” c’è un grande terreno appena dissodato che attende altri morti. Cinque bambini mettono rose sulla tomba del fratello più grande. Lui è ritratto con un Rpg in spalla ed il sorriso in faccia. Le bambine baciano la lapide di marmo bianco. Più in là si prepara la cerimonia di ogni giovedì pomeriggio. Sotto un sole al massimo si siedono con lentezza tante donne velate. Alcune piangono, l’associazione dei caduti provvederà per quanto possibile a fargli avere un sostegno economico. Le famiglie si conoscono e stringono legami nel lutto e nell’orgoglio di avere dato quanto di più caro per la libertà ritrovata. Una gerarchia di valori sconosciuta alle mie latitudini. Non posso dire niente, fortuna che ho gli occhiali da sole.

La sera il canto del muezzin si sente appena. Dalla strada che porta a Raqqa di notte arrivano tanti camion militari che trasportano di tutto e fanno rumore. Oltre il confine si accendono le luci arancioni di una terra dove tanti ragazzi non sono mai stati. Scambio l’ospitalità generosa di questi giorni con una vecchia maglietta del Che presa in Venezuela tanti anni fa. Sta meglio qua. Mi bevo l’ultimo chai con Dejwar, “sei l’unico poliziotto con cui posso farlo, gli dico, dalle mie parti siamo gli uni contro gli altri” e lui mi guarda strano facendo una finta faccia truce.

Dopo decenni passati a combattere una guerra clandestina adesso i curdi difendono un territorio, una pace, una legge, seppure flessibile. Deve essere una strana sensazione che dal mio punto di osservazione vedo come l’altra sponda lontanissima di un deserto da attraversare.

Al mattino mentre mi allontano e saluto gli amici e le amiche di questi giorni strani li immagino tutti a bordo di un vascello pirata chiamato Rojava. Armi o libri in mano vanno avanti, con un chai troppo zuccherato per scaldare la notte. I loro sogni volano su whatsapp sotto le stelle della Mesopotamia. Sognano l’Italia, Barcellona, l’America, ognuno vuole un Kurdistan diverso da chiamare casa o forse a tutti basterebbe far scomparire quel muro bianco e feroce che li divide dai fratelli e dalle sorelle curde, dalle montagne, dalla libertà.

Se domani inizierà un’altra guerra, ci andranno tutti e tutte così come li troverà il mattino che inizia presto da queste parti.

Amour est bien le mot. Frammenti sul ricatto del lavoro

Una colata vi seppellirà (ancora)

We are aluminum

Sono volti determinati e speranzosi. Sono volti sollevati, più e meno giovani, coi baffi, gli occhi azzurri, i capelli in coda, le lentiggini, gli occhiali e le barbe.Volti di uomini e di donne. Parlano lingue diverse, vengono dagli Stati Uniti, dalla Scandinavia, dalla Germania, dai Paesi Bassi, dalla Francia. Si muovono tra i macchinari delle loro fabbriche pulite, con gli elmetti bianchi, le tute rosse, i guanti blu cobalto. Nessuno di loro porta mascherine. Controllano gli schermi dei PC nei loro uffici ariosi e informali. Alcuni — ma d’altronde è normale, no? — portano gilet gialli. L’occhio meccanico li inquadra tutti. Sorridono. Clic.

Lo scatto vale mille parole. Davanti a un piccolo buffet improvvisato al lavoro, il team Hydro di Rackwitz (Germania) festeggia lo scampato pericolo dopo l’attacco hacker che ha colpito la multinazionale il 19 marzo scorso. Sul tavolo, tazzine di caffè, salumi in scatola, biscotti, coca-cole, succhi. Le loro occhiaie dicono della notte in bianco. Sono stanchi. Sono determinati. Sono speranzosi.

Migliaia di persone del mondo Hydro stanno lavorando giorno e notte per rialzarsi in piedi e correre.

Un’autentica prova di cura, coraggio e collaborazione.

Hydro — we are Aluminum

Il cyberattacco contro Norsk Hydro è iniziato nella serata del 19 marzo. Gli hacker hanno preso di mira i sistemi It del gruppo, che regolano quasi ogni attività, attraverso il ransomware Lockeroga. L’azienda ha dovuto mettere in pausa molte delle fabbriche di estrusione del metallo, che trasformano l’alluminio grezzo in componenti. Per qualche motivo a noi ignoto, Hydro era un obiettivo esplicito degli hacker.

A questo link potete assistere anche voi allo spettacolo — ultrakitsch — della dichiarazione d’amore dei dipendenti nei confronti della loro azienda. Nessun completo in gessato, nessuna scrivania presidenziale. Il messaggio è chiaro: «Hydro è chi ci lavora». I dipendenti norvegesi ricopiavano gli ordini a mano su carta per poter avere «qualche ora di produzione assicurata». «È fantastico vedere così tante persone farsi volontarie senza nemmeno chiedere», dice un operaio. Durante il down generale, i volontari hanno allestito un sito web temporaneo, mentre altri rappresentanti tenevano costantemente aggiornati media e stampa, tenendo dei veri e propri webcast con informazioni, domande e risposte. «Sappiamo quanto è importante continuare a produrre per fare soldi», dice Frode Halteigen, il primo ad essersi accorto dell’attacco.

Una storia di successo aziendale. Persone volonterose di dare il proprio contributo nel momento del bisogno. Persone sorridenti e pulite. Persone bianche e caucasiche. Sicuramente non gli operai rossi di bauxite a Barcarena, fuori dal cerchio dei riflettori, che continuavano a lavorare manualmente all’estrazione di bauxite mentre Hydro decideva di non pagare il riscatto degli hacker, chiedendo ai suoi dipendenti europei «un enorme sforzo per risolvere la situazione». Negazione assoluta della merda.

È a questa immagine che dobbiamo ritornare ogni volta che parliamo di ricatto del lavoro. Un ricatto che altrove viene semplicemente rimosso o represso nel sangue, mentre nelle nostre città di alluminio scintillante produce endorfine, spirito di squadra, sana competizione, volontà di successo. Che produce cura (alla faccia del lavoro riproduttivo!) e una — malata — forma di amore.

Il messaggio contenuto nel virus

 

Allarme chimico

Feltre, primavera del 2000 — appena prima di Genova. Gli anni in cui anche qui ci siamo accorti che nei processi di globalizzazione capitalistica c’eravamo dentro fino al collo. Tra le tante cose, ci siamo resi conto che anche qui c’erano multinazionali che a questo processo partecipavano fino in fondo. Che anzi lo determinavano fin dall’inizio.

Una di queste era l’Alcoa — nello stabilimento che adesso è proprietà di Hydro —, un colosso dell’alluminio americano che faceva già allora disastri in giro per il mondo. In quel periodo traevamo ispirazione e informazioni da questo sito internet che spiegava bene la situazione in Texas — ma Alcoa saccheggiava anche l’India, ad esempio — e avevamo cominciato a rifletterci. Nel marzo di quell’anno aveva patteggiato 8 milioni di dollari col Dipartimento di Giustizia USA per la bonifica del bacino del Mississippi, ma stava affrontando parecchi processi per inquinamento delle falde acquifere. Tra le aziende più inquinanti al mondo.

La nostra critica al tempo era abbastanza embrionale, e riguardava più che altro i disastri ambientali che Alcoa e altre esportavano nel mondo. Non si parlava più di tanto di quello che l’inquinamento stava causando anche a Feltre da decenni — l’incidenza tumorale, l’amianto, i rifiuti tossici, una qualità dell’aria raccapricciante. Quello sarebbe venuto dopo. Volevamo però stabilire un contatto. Parlare con gli operai, conoscere le dinamiche interne. Se possibile, costruire insieme a loro un fronte di lotta.

Di buona mattina ci troviamo davanti ai cancelli della Alcoa. Siamo in tanti. Davanti c’è il Monte Tomatico, che chiude la vallata feltrina a sud. Sembrava uno nudo che si copre con le mani. Il cielo era basso e pieno di nubi. Non avevamo autorizzazioni, non avevamo permessi, non avevamo niente. Allora non andavano molto di moda, e certe cose le si poteva ancora fare relativamente tranquilli. Sotto questo cielo che potremmo definire bigio, se costretti — perfetto, in un certo senso, per i nostri scopi — cominciamo a transennare le ringhiere con un nastro giallo-nero. Succede tutto molto in fretta. Alcuni di noi bombolettano i muri, altri la strada. Lo stencil era semplice: un classico trifoglio.

Pericolo contaminazione radioattiva.

Blocchiamo le prime auto. Viale Monte Grappa è sempre trafficato, è la cintura esterna del centro. Presto si crea un ingorgo, e noi ci volantiniamo dentro. Raccontiamo cos’è e cosa fa l’Alcoa in giro per il mondo. Mentre alle sirene simulate dai megafoni si aggiungono le prime volanti di polizia e carabinieri, arrivano loro. Portano mascherine, occhialoni, protezioni. Ragazze e ragazzi bardati, che a passi lenti perimetrano un’area al centro del presidio. Al centro c’è letteralmente Homer Simpson in tenuta anti-atomica. Maschera antigas, tuta bianca anti-contaminazione, stivali e guantoni. Una stima? Ti ho detto, eravamo in tanti… tanti che al centro della strada occupata, ormai diventata un palcoscenico, fanno blocco mentre i nostri artificieri con i fumogeni in mano iniziano a bonificare l’area… Una simulazione perfetta.

Dura tutto al massimo un paio d’ore. A quel punto la fabbrica è completamente in tilt, i camion non transitano, la polizia preme. Decidiamo di spostarci di fronte a una casetta di proprietà dell’azienda, lì vicino. Era disabitata, e l’idea era di occuparla per farci dentro un centro di informazione e documentazione in vista del G8 di Genova. Certo, a quel punto gli sbirri erano abbastanza in forze per impedirci di farlo… ma un paio di noi sono riusciti a saltare dentro il cancello mentre il resto dei compagni rimasti fuori faceva bordello.

Questo è stato il nostro primo approccio con lo stabilimento di alluminio a Feltre.

Il nostro primo allarme chimico.

Per farla breve: ci chiamano. Vogliono incontrarci. Immaginate l’atmosfera pazzesca. Gli operai dell’Alcoa che ci chiedono un incontro: ce l’avevamo fatta.

Li aspettiamo al Crash il giorno dopo. Arrivano in tre. Hanno perfino paura a entrare, ci guardano dal vetro appannandolo col fiato. Alla fine dobbiamo aprirgli noi. Si ingobbiscono come per passare sotto una porta bassa.

Dura tutto molto poco, ma ci sembra ci mettano una vita. Parla solo il rappresentante della Fiom.

Ci chiede per piacere di non protestare più, ché «da Ginevra» minacciano di chiudere se vedono che la città non li vuole.

Com’era quell’episodio dei Simpson? «Si può persino individuare il secondo preciso in cui il *mito operaista* si spezza a metà»…

Il secondo preciso in cui il mito operaista si spezza a metà (Stagione 4, episodio 15, «Io amo Lisa Simpson»)

Va tuto bene

Erano passati anni. Nel frattempo, Sapa aveva rilevato l’Alcoa (come si diceva qui), e progettava un potenziamento della fonderia. Forse è per questo che il 19 giugno 2009 sui muri di Feltre era apparso un manifesto dall’eloquente titolo, a firma Comitato Immaginario: La SAPA è nociva. La storia era sempre quella: sostanze pericolose, nessun tipo di filtro o abbattitore di polveri, terreni utilizzati come discarica di rifiuti tossici e speciali. Mi ricordo un passaggio, in particolare, che fa:

Chi ci ha lavorato [alla fonderia] ci ricorda che un esperimento del genere è già stato provato intorno agli anni ‘80, con lo stoccaggio in azienda di oltre 2000 ton. di materiale esterno di pessima qualità, che alla prova della fusione ha dato risultati disastrosi dal punto di vista ambientale (che hanno provocato la chiusura dello stabilimento per giorni). La direzione si sbarazzò del materiale in questione spedendolo presso un proprio stabilimento in Sardegna, a Portovesme, in un’area in riva al mare un tempo paradiso naturale, oggi distrutta dalle speculazioni industriali. Le «autorità» (in)competenti hanno di fatto già deciso per il via libera a questo scellerato piano: una dopo l’altra pioveranno le autorizzazioni […] Si speculerà, sindacati in testa, sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche (come se i padroni non dislocassero le fabbriche senza tanti complimenti quando ne hanno voglia…)

Sia nel 2000 che nel 2009 avevamo infatti raccolto testimonianze di operai che volevano rimanere anonimi. Oltre al pittoresco smaltimento rifiuti, parlavano di situazioni di alta nocività durante i turni di lavoro, e di vecchi forni contenenti amianto che l’azienda avrebbe voluto riutilizzare.

Ma a quanto pare la Sapa — come Alcoa prima, come Hydro poi — non aveva nemmeno bisogno di scomodarsi in prima persona. Si era già fatta il suo piccolo esercito. I manifesti attacchinati nella notte dagli anonimi oppositori delle nocività vengono staccati la notte stessa da alcune squadrette di sindacalisti, che il giorno dopo al bar si vantano del fatto.

All’assemblea pubblica di presentazione del progetto di allargamento della Fonderia c’eravamo tutti. Tutti abbiamo visto chi volantinava, tutti abbiamo visto gli operai che si alzavano e li attaccavano. Erano più o meno tutti legati agli stessi sindacati. È stata quella l’assemblea in cui il direttore ha candidamente detto che la fabbrica non usava filtri — ma che con il potenziamento li avrebbe installati…

Il 20 giugno 2009 il Gazzettino titolava:

Fonderia Sapa, ora basta: fermiamo i calunniatori.

Il rappresentante dei lavoratori invita la multinazionale a presentare una denuncia contro ignoti

«Contro le calunnie e le diffamazioni di quei manifesti la Sapa presenti ai carabinieri una denuncia contro ignoti».

All’indomani dei volantini anonimi contro il progetto di fonderia, distribuiti un po’ ovunque in città, le RSU prendono le difese dello stabilimento e contrattaccano. Per voce di Egidio Burti invitano a denunciare queste mani misteriose.

«Le frasi riportate su quei fogli sono calunniosi. Come RSU le rigettiamo e speriamo che l’azienda non lasci cadere la cosa nel dimenticatoio».

Tra le affermazioni riportate su questi fogli da un sedicente “comitato” vi sono: «La Sapa è nociva», «Si speculerà sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche», «Speculazione milionaria a danno di chi lavora, dell’ambiente e dei polmoni di tutti». «Frasi farneticanti – sottolinea Burti – che non meritano nemmeno una risposta. Se non, appunto, quella della querela da parte di Sapa».

Di fronte a tanta prova d’ingegno, non restava che prendere atto con un terzo volantino:

Sapa: fin qui, tutto bene!

La Sapa non inquina a Feltre e nel mondo. L’Alcoa non ha mai inquinato.

In più di 50 anni di fonderia, in quello stabilimento si sono usati sempre i filtri (al contrario di quanto affermato dal suo direttore in un recente articolo sui quotidiani).

Il nuovo (?) forno non è un rottame di 2^ o 3^ mano, non conteneva amianto, quindi non è vero che è stato stoccato amianto dietro la fabbrica, come si vocifera nei bar…

Guardando Feltre dall’alto, lo stabilimento Sapa praticamente non si nota e si inserisce armoniosamente tra centro rinascimentale, torrenti e boschi. Lo stesso minimo impatto della Metalba a Fortogna, che non avendo aperto nuovi forni senza autorizzazione non ha dovuto usare il ricatto occupazionale e la provincia non è dovuta intervenire (timidamente, inutilmente…).

Le prime dieci industrie in provincia non spargono nell’aere 50.000 (!) tonnellate di polveri sottili all’anno.

Del resto la nuova coltivazione di mele trentine a Cesiomaggiore (come in Val di Non) non usa pesticidi e fitofarmaci e la nebbiolina che sale dai campi (e salirà per tante, tante volte all’anno) è una benefica sauna che ci da sollievo, soprattutto ai bambini.

In zona, poi, non vi è nessuna preoccupante incidenza tumorale, quindi va tutto bene.

E insomma, smettete di mangiare polenta calda, che fa venire il cancro!

Gli asini, come si sa, volano. Possiedono infatti un particolare piumaggio che riveste le lunghe orecchie che permette loro, nel caso l’aria diventi irrespirabile, di decollare verso lidi migliori.

Noi purtroppo non possiamo!

Il potere ci vuole spettatori il più possibile passivi, distratti, acritici, compiaciuti, divertiti… arresi!

Va tutto bene!

D’altronde, cos’altro si poteva dire di un’azienda che nella richiesta di potenziamento dello stabilimento di Feltre scrive: «Il permanere dell’attuale impianto porterebbe ad un aggravamento del bilancio economico dell’azienda, con risvolti critici nel breve periodo e con risvolti occupazionali immediati»?

Sic

Neanche dieci righe di ritorno al futuro

È così anche oggi. C’è un ex-compagno di liceo che ci lavora, alla Hydro. Sta in ufficio, al reparto vendite. Non lo vedevo da anni. Ho provato a chiedergli che cazzo succede lì dentro. Gli ho chiesto dei forni, gli ho chiesto dei filtri e delle scorie. La faccia che ha fatto non la saprei descrivere. Sembrava uno che parla con un terrapiattista. Sereno, distaccato, divertito. «Puoi dire un po’ quello che vuoi», mi ha detto, «ma ormai siamo verso l’impatto zero. Siamo il futuro».

Sono tornato a casa con ‘sta prima persona plurale nelle orecchie.

Qualche frase da ricordare

Quando il materiale è troppo contaminato da schifezze varie, siccome fuma troppo, lo buttano all’aria aperta a raffreddarsi, così ci respiriamo tutto. (Voci di corridoio)

Quando invece è troppo pieno di olii, vernici e altre schifezze e ci rifiutiamo di usarlo, semplicemente lo spediscono nello stabilimento in Sardegna, dove a quanto pare possono fare quello che vogliono. (Voci di corridoio)

Respiriamo schifezze? Basta mettere la mascherina. (Un operaio della Sapa)

Tenete conto che fino ad ora (quindi dal 1943, ndr) l’impianto è stato del tutto privo di filtri di qualsiasi genere. Approvando il nuovo progetto, verranno installati dei «filtri di nuova generazione», portando finalmente a norma la situazione. (Direttore della Sapa, candidamente, durante l’assemblea pubblica sull’ampliamento della fonderia, 2009)

Certo, è importante la salute… ma in questo periodo è più importante il lavoro. Quindi diamo la nostra approvazione al progetto di allargamento della Fonderia. (Rappresentante del PD, subito dopo l’intervento del direttore della Sapa, 2009)

La Sapa, ex Alcoa ed ex Metallurgica, fonderia di alluminio nel cuore della città, dopo i recenti lavori di ammodernamento dell’impianto non è più la fabbrica con emissioni incontrollate e dei camini senza filtri. Oggi — anzi dal marzo del 2011 — le emissioni atmosferiche della fabbrica sono monitorate ventiquattro ore al giorno… (Il Gazzettino, 30 agosto 2012)

La cosa enorme

Una colata vi seppellirà (ancora)

Il 6 agosto 1945 rappresentava

il giorno zero di un nuovo computo del tempo:

il giorno a partire dal quale l’umanità era

irreparabilmente in grado di autodistruggersi.

(Günther Anders, Il mondo dopo l’uomo. Tecnica e violenza)

C’è una cosa che sfugge alla comprensione di tutti. Eppure è una cosa enorme. È intorno a noi e non la vediamo. Ne sentiamo parlare e non ci crediamo. È una frattura epocale e incolmabile.

La cosa enorme si chiama sesta estinzione di massa. O meglio: si chiama irreversibilità del disastro climatico di cui l’estinzione è uno dei possibili scenari. Nella storia della Terra, ce ne sono state altre, ma sarebbe la prima autoprovocata. Mai nessuno nel corso della storia si era mai trovato a fronteggiare un tale rischio.

Non parliamo solo del negazionismo nei confronti dell’irreparabilità di questo disastro. Non parliamo solo dell’ignoranza, della cecità o del menefreghismo. Parliamo della totale impotenza di fronte a qualsiasi tipo di azione concreta: una vera e propria paralisi. Eppure, agire ora è per molti di noi un’impellente necessità. Una necessità che non è solo ecologica, non è solo umana: è una necessità per il mondo della vita.

Gennaio 2010: Feltre si profila sempre più come una cittadina seriale, quella che definiamo una Mc-città come tante. Anche qui, in mezzo agli ambienti che ci circondano con le bellezze e le peculiarità dei luoghi e di chi li abita, si insinuano per volontà politica le contraddizioni più deleterie della logica metropolitana…

(Una colata vi seppellirà, Feltre, Stamperia Desiderio, 2010)

A 9 anni di distanza, la frase che apre Una colata vi seppellirà, dossier autoprodotto sul ciclo dell’alluminio a Feltre (BL), è ancora drammaticamente attuale.

Allora, Feltre veniva definita Mc-città a causa del tentativo di appiattire le sue peculiarità a favore di una maggiore produttività ed efficienza termini che negli anni hanno mascherato i peggiori abusi fatti all’ambiente e alle comunità. Allo stesso modo, Feltre oggi vive la desolazione delle zone industriali Mc-ificate nello spopolamento, nei mille appartamenti sfitti, negli innumerevoli cantieri, nei centri commerciali dove comprare le stesse Mc-merci, nelle grandi catene, nelle telecamere di videosorveglianza in ogni dove, nella retorica della sicurezza ad ogni costo… e, ovviamente, nelle industrie con le loro nocività — in particolare, quella dell’alluminio.

Si parlava al tempo del progetto di ampliamento della fonderia Sapa (ex Alcoa), che avrebbe portato a un aumento vertiginoso dell’inquinamento e delle tossicità variamente disperse nel territorio urbano. Oggi, a distanza di 9 anni, la storia non cambia cambia solo il nome: non più Sapa, ma Norsk Hydro, che ha rilevato la fonderia nel 2016. Abbiamo già ricordato che il 28 gennaio 2019 ci è giunta notizia dell’ennesimo progetto di ampliamento con il relativo incremento della produzione e tutte le conseguenze che immaginiamo…

Come costruire un’opposizione realmente efficace a questo progresso scorsoio, secondo l’efficace espressione del poeta Andrea Zanzotto? È facile bollare questo proposito come un’utopia o un sogno lontani dalla realtà e dalle esigenze della vita quotidiana… e di fatto lo sono. Sappiamo, ad esempio, che certi comportamenti antiecologici sono oggi per molti delle necessità. L’automobile non a caso prodotta a partire da componenti in alluminio — è una di queste. Poche persone possono permettersi di fare a meno dei mezzi di trasporto, di muoversi solo in bicicletta, o più in generale di condurre una vita 100% toxic-free, di consumare solo prodotti bio a kilometro zero o a filiera corta e fare la spesa solo al mercato di quartiere. Molto spesso, il pontificato ecologista di queste persone costituisce una parte organica del problema. All’epoca in cui in Francia monta la rivolta dei Gilet Gialli, è sempre più chiaro che la transizione ecologica non può gravare sulle spalle dei poveri, dei precari, dei pendolari. È sempre più chiara l’enorme contraddizione insita nei discorsi sull’ecologia che non fanno i conti con il penoso stato di questo mondo. Chi cerca di individualizzare le responsabilità del disastro climatico vuole solo nascondere le sue malefatte. Chi cerca di convincerci che partecipare ai Fridays for future e cambiare condotta di vita potrà salvare il mondo e il futuro è in realtà un illuso o un disonesto. È, in entrambi i casi, qualcuno che non può o non vuole guardare in faccia il vero problema di questo mondo. Serve aggiungere che stiamo parlando del capitalismo?

Siamo tristemente giunti al punto in cui è impossibile non vedere il sottile filo rosso che tiene unito ciò che i discorsi vorrebbero dividere: i disastri ambientali, le nocività, il profitto senza scrupoli, lo sfruttamento, la guerra al povero e al diverso, il razzismo, il fascismo eterno… decidete voi da quale punto cominciare a percorrere questo miglio verde: la destinazione non cambia, e sappiamo tutti qual è.

Dunque sì, viviamo un’utopia, abbiamo un sogno: un mondo in cui i più non debbano soccombere perché pochi (sempre meno, sempre quelli) possano esercitare il loro potere sulla vita. Un mondo che non sia ineluttabilmente destinato al disastro che ci sta di fronte. Scrivendo, vogliamo dare il nostro contributo alla lotta di chi si oppone alla società del razzismo, dello sfruttamento e delle nocività.

A chi, lontano dalle nostre città di alluminio scintillante, resiste a queste ed altre usurpazioni.

Abbiamo parlato dello stabilimento di Alunorte a Barcarena, e delle atrocità che le varie multinazionali (Vale prima, Norsk Hydro poi) commettono ogni giorno nell’amazzonia nord-orientale. Eppure, questa lunga matassa di nocività, sfruttamento e ricatto si dipana fino all’Italia, dove Norsk Hydro possiede 7 stabilimenti dedicati alla raffinazione dell’alluminio (ad Atessa, Paglieta, Aielli, Feltre, Ornago, Varese, Milano). Si dipana fino a Feltre, un piccolo paese di montagna dove, in un enorme stabilimento a pochi passi dal centro, si fonde l’alluminio dal 1942.1

Nel corso degli anni, l’impianto ha cambiato nomi e proprietari — dalla storica Metallurgica Feltrina a Montecatini/Montedison, da Allumix ad Alcoa, da Sapa all’attuale Hydro Extrusion Italy, braccio italiano della multinazionale Norsk Hydro — rappresentando, sotto qualunque nome, un enorme pericolo ambientale e sociale per gli abitanti e il territorio.

Sin dall’inizio, come sempre avviene per i grandi complessi industriali, il destino dello stabilimento è stato quello di servire ai biechi scopi di chi esercita il proprio potere sulla vita. Due anni dopo la sua inaugurazione, nell’autunno del 1944, il cortile dell’allora Metallurgica Feltrina viene utilizzato dagli occupanti nazisti per concentrare 3000 persone arrestate nell’ambito di un rastrellamento. Tre giovani resistenti (Schenal, Castellan e Vendrame) furono impiccati in Largo Castaldi, e 114 feltrini furono deportati nel lager di Bolzano ed in altri più tristemente famosi — come Flossenburg e Mauthausen. Un parallelismo inquietante, se pensiamo che, negli stessi anni, Norsk Hydro collabora con IG Farben e Nordische Aluminium Aktiengesellschaft (Nordag) alla costruzione di nuovi stabilimenti di alluminio e magnesio in sostegno allo sforzo bellico del Reich tedesco…

Piccola curiosità resistenziale: nel giugno dello stesso anno i partigiani riuscirono a minare la cabina elettrica dello stabilimento di Feltre (che produceva allora per la macchina bellica nazista), interrompendone per circa tre mesi la produzione.

Da Sapa a Hydro. Nel 2009 Sapa ha annunciato (e ottenuto) un progetto di potenziamento della fonderia. L’azienda è arrivata a fondere 54446 tonnellate di alluminio all’anno (dati del 2016). Nel 2014, la multinazionale ha ottenuto i permessi per fondere fino a 20000 tonnellate di rifiuti, scarti e rottami oleosi e verniciati inclusi. Per la Provincia e per il Comune di Feltre, dunque, raddoppiare la quantità di rifiuti fusi annui (che possono contenere fino al 20% di materiali plastici) non comporta significativi impatti sulle componenti ambientali…

Nel 2015, per due volte l’Arpav rileva sforamenti nei valori-limite per l’emissioni di diossine pari a più del doppio del limite consentito. La stessa Agenzia regionale ha poi evidenziato come Sapa abbia ritenuto di giudicare autonomamente il superamento come valore inattendibile, sostituendo immediatamente il laboratorio di analisi che aveva effettuato i rilevamenti. Dei veri amanti del territorio e della salute di abitanti e operai, non c’è che dire… D’altronde, cosa cambia? L’idea stessa di «soglia di inquinamento consentita» suona alle nostre orecchie come una contraddizione in termini.

Il 26 ottobre 2016 Norsk Hydro incorpora Sapa, e a dicembre dello stesso anno richiede un investimento che prevede l’aumento di produzione della fonderia da 160 a 250 tonnellate/giorno.

L’11 agosto 2018, la ditta Hydro Extrusion Italy S.R.L. presenta la documentazione per l’Autorizzazione Integrata Ambientale per il progetto di «aggiornamento tecnologico del forno fusorio», con «aumento della capacità di fusione attuale pari a 160 Mg/giorno ad una capacità di fusione di 250 Mg/giorno», ma tranquillizzando gli animi: «gli impatti ambientali si possono riassumere in un limitato aumento del traffico veicolare e in un limitato aumento delle emissioni in atmosfera solo di alcuni inquinanti».2

Dai dati allegati alla richiesta di Valutazione di Impatto Ambientale, le emissioni di polveri —monossido di carbonio (CO), ossidi di azoto (NOx), cloro… — dichiarate tramite autocontrollo, sono di molto superiori a quelli previsti dall’azienda.

Oggi, Hydro non prevede alcun incremento a seguito del potenziamento della fonderia, nonostante la produzione aumenti di oltre il 50%. Si rilevano invece emissioni di diossine (PCDD/DF) e di metalli pesanti (per il valore di oltre 1 grammo/ora) precedentemente non previste. Parliamo di metalli come Mercurio (Hg), Cadmio, Arsenico, Cromo, Manganese, Cobalto e Vanadio, classificati dalla IARC (International Agency for Research of Cancer) a livello I come Rischio Oncogeno Documentato.

Materiali inquinanti. La fonderia ha disperso nell’aria un’enorme quantità di sostanze inquinanti nel corso dei decenni, se si pensa che dal 1942 al 2009 — come candidamente dichiarato dall’allora direttore della Sapa in un’assemblea pubblica — non veniva impiegato alcun tipo di filtro o abbattitore di polveri (e posto che possano servire realmente a qualcosa). Come dire, polveri sottili e cancerogene liberate allegramente nella vallata. È inoltre risaputo che il sottosuolo di proprietà dell’azienda è stato utilizzato per anni come discarica di materiale tossico e, come ciliegina sulla torta, per anni gli operai hanno lavorato con l’amianto — tanto che anche Feltre ha potuto «vantare» il suo Comitato esposti amianto dei lavoratori ex Allumix…

Effetti dell’inquinamento. È stato annunciato un incremento nei valori di fusione dei rottami di alluminio (cioè rifiuti con presenza di plastiche, olii e varie sostanze chimiche): passeranno da 11056 a 19000 tonnellate — un incremento del 72% che provocherà l’aumento delle diossine e delle altre schifezze che dovremo respirare.

Il feltrino è una zona già pesantemente colpita da inquinamento atmosferico e incidenza tumorale. E aumenterà considerevolmente, con tutte le conseguenze ambientali, sociali e sanitarie: quello che colpisce, come riportano le scrupolose Osservazioni che citiamo, è che «la nuova fonderia Hydro inquinerà come uno dei più grandi inceneritori d’Europa, ed è posizionata in centro città!»

Insomma: non serve essere grandi esperti per capire che quello che Norsk Hydro chiama «investimento sulla città» sarà, come al solito, una grande operazione economica per la multinazionale a danno dei lavoratori e degli abitanti della zona. Massimo profitto col minimo investimento, se pensiamo che oggetto del potenziamento è la sola fonderia — che occupa solo il 15% del personale, quindi senza nemmeno un aumento significativo dell’occupazione!

Un vero e proprio ricatto del lavoro, visto che la stessa azienda, nella relazione delle ipotesi alternative al progetto dichiara: «La situazione di produttività attuale potrebbe diventare non concorrenziale rispetto ad altri stabilimenti a livello internazionale, e le scelte strategiche del gruppo potrebbero portare a impatti negativi sia sotto il profilo economico che occupazionale».

Che tradotto significa: o ci fate aumentare la produzione, o… la stessa solfa più volte ascoltata negli anni.

1 I dati tecnici citati sono tratti dal Dossier di osservazioni al progetto di ampliamento fonderia Hydro Extrusion Italy S.R.L, prodotto da alcune associazioni di Feltre (respirafeltre@gmail.com). Al riguardo, vedi anche ARPAV, Rapporto tecnico emissioni in atmosfera, Stabilimento Sapa Profili Srl, Feltre (BL), Belluno, 6 ottobre 2015.

2 Progetto di aggiornamento tecnologico, aumento dell’efficienza e incremento della capacità di fusione del forno fusorio dello stabilimento Hydro Extrusion Italy S.r.l. di Feltre, gennaio 2018 (https://bit.ly/2DSUJWP).

L’architettura come archè

di Edoardo Fabbri

Questo testo è parte di una ricerca più ampia e ancora in corso, sull’abitare, l’architettura e sul complesso rapporto che intercorre tra queste. Non c’è qui nessuna pretesa di oggettività o di esaustività, ma si cerca di restituire alla figura dell’architetto una profondità e una complessità che credo, in un’epoca in cui l’abitare sembra risultare impossibile, non si possa ignorare.

Questa parte della ricerca cerca di indagare l’architettura facendo riferimento alla originaria divisione tra pubblico e privato. Seguendo le riflessioni di Hannah Arendt in Vita Activa ho cercato di indagare la trasposizione spaziale di questa frattura, così come intesa dai greci, ipotizzando che se alla sfera del privato, dell’oikos, corrispondeva banalmente lo spazio della casa (o comunque di una costruzione con nessun carattere particolare), alla sfera del pubblico, della polis, corrispondeva invece l’architettura, intesa come “costruzione qualificata” in grado di significare lo spazio e il tempo e di attuare una certa idea di ordine.

Nel testo che segue, proprio a partire da questa ipotesi, intenderò per architettura, non “l’insieme delle modifiche e delle alterazioni introdotte sulla superficie terrestre”i, ma, seguendo il suggerimento di John Ruskin, un tipo particolare di costruzione: una costruzione significante, in grado di intimare e promuovere un comportamento, dotata di alcune caratteristiche e di una particolare potenza e che trova in alcuni ambiti particolari, come il sacro ed il politico, la sua specificità.

Se, nel mondo classico, la sfera pubblica e quella privata erano probabilmente due dimensioni distinte, oggi è sempre più difficile affermare con certezza cosa è domestico e cosa è politico, cosa è sacro e cosa profano. Queste due dimensioni si trovano in una strana soglia di inscindibilità dove sempre di più la nuda vita è la posta in gioco di ogni politica e dove sempre più l’economia, scivolando dalla sfera dei mezzi a quella dei fini, ha preso il posto della politica. Allo stesso modo, tanto nell’ambito politico e giuridico, quanto in quello architettonico e urbanistico, tra la casa e l’architettura si sono formate forti ambiguità e commistioni la cui potenza, invece che indagata (e quindi sviluppata), viene normalizzata e circoscritta o usata come forma di governo.

*

Nel mondo classico, la sfera domestica, dell’oikos, e quella pubblica della polis erano due dimensioni distinte; per l’uomo greco, l’invenzione delle città-stato rappresentò una frattura: significò ricevere “accanto alla sua vita privata una sorta di seconda vita, il suo bios politikos”. Ogni cittadino apparteneva “a due ordini di esistenza”; e c’era una “netta distinzione nella sua vita” tra ciò che era suo “proprio (idion)” e ciò che era in “comune (koinon)”ii. Secondo la Arendt la sfera domestica era una dimensione naturale legata alle necessità, che comprendeva la sfera familiare e quella lavorativa, mentre “il dominio della polis, al contrario era la sfera della libertà”, una libertà che risiedeva “esclusivamente nella sfera politica” essendo “la condizione essenziale di quella che i greci chiamavano felicità, eudaimonia”. “La polis si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava sull’uguaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il centro della più rigida disuguaglianza” poiché i mezzi per rispondere alle necessità erano la “forza e la violenza”iii.

Questa separazione era così netta per i greci che espressioni come “economia politica” e “governo economico” sarebbero state impensabili. La prima sarebbe stata un ossimoro in quanto “tutto ciò che era economico, pertinente alla vita dell’individuo e alla sopravvivenza della specie, era una faccenda non-politica, domestica, per definizione”iv; la seconda sarebbe stata invece una tautologia, in quanto “l’arte di governo” è originariamente “l’arte di esercitare il potere nella forma e secondo il modello dell’economiav.

Nessuna delle due sfere ha mai goduto di una totale autonomia, ma “storicamente è molto probabile che il sorgere delle città-stato e del dominio pubblico si sia realizzato a spese del dominio privato familiare e domestico” e il fatto “che la fondazione della polis fosse preceduta dalla distruzione delle comunità basate sulla parentela non era solo una teoria di Aristotele ma un semplice fatto storico”vi Probabilmente, come sostiene Agamben, tra queste due sfere la relazione è nella formula dell’eccezione (letteralmente ex-cezione, ovvero prendere-fuori), dove la dimensione dell’oikos viene inclusa nella polis attraverso la sua esclusione.

Oggigiorno facciamo fatica a comprendere tale separazione poiché con l’avvento delle “società”, dal medioevo in poi, “cioè con il sorgere della comunità domestica (oikia)” e con il confluire “delle attività economiche al dominio pubblico, la gestione della casa e tutte le faccende che rientravano precedentemente nella sfera familiare sono diventate una questione collettiva”, portando i due domini a confluire “costantemente l’uno nell’altro, come onde nella corrente”vii.

Se prendiamo per buona questa separazione, ci si può legittimamente chiedere se esistano dei concetti spaziali a cui queste due sfere possono far riferimento, al di là del fatto che sia vero o meno che “non esistono idee politiche senza uno spazio a cui siano riferibili, né spazi o principi spaziali a cui non corrispondano idee politiche”.viii

Il pensiero moderno tende a concepire ogni opera costruita come un’architettura. Che sia una casa, una banca, una chiesa o un ponte, secondo la concezione generale – ma anche secondo il diritto – sono tutte architetture e quindi opere dell’architetto. È invece più o meno risaputo che nell’antichità l’architetto si occupasse solo di un certo tipo di edifici e che le case, almeno fino a qualche secolo fa, fossero invece costruite da chi le abitava, senza mediazioni particolari. Nei testi greci infatti, quando si parla del costruttore di case o di costruzioni semplici non viene usato il termine architecton, ma tendenzialmente oikodomos o tektones. Architecton (ἀρχιτέκτων) appare più raramente, e sembra essere una figura più complessa a cui lo stesso costruttore può far riferimento. Aristotele nell’Etica sottolinea:

Nell’edilizia uno è l’architetto (αρχιτέκτων), altro, sottoposto a esso, il costruttore (οικοδόμος) che eseguisce la casa” (Aristotele, Grande Etica, 1198 a, 36).

Spesso oikodomos e tektones vengono tradotti comunque con il termine “architetto”, alimentando così un equivoco sulla somiglianza tra i termini. John Ruskin, invece apre la sua lampada del sacrificio ribadendo che “è indispensabile, in apertura di qualsiasi indagine, distinguere attentamente fra Architettura e Costruzione”ix. Ma qual è in realtà il significato di questa distinzione e quali sono le sue implicazioni?

Per Ruskin “l’Architettura s’interessa solo di quelle caratteristiche di un edificio che sono al di sopra e al di là del suo uso comune”x e si contraddistingue proprio nell’essere una costruzione in grado di rispondere a particolari aspetti chiamati lampade. Le decorazioni, i materiali pregiati, gli ornamenti non sono intesi per Ruskin in senso estetico, ma come sacrificio; come sacrificio della materia, del tempo, di denaro e proprio per questo, sono in grado di conferire all’architettura il suo statuto speciale.

Quella tra la semplice costruzione e l’architettura può essere letta come la trasposizione spaziale della distinzione tra l’oikos e la polis. Ad Atene, per esempio, si può notare come a queste due sfere tende a corrispondere una differente disposizione territoriale. La casa, la semplice costruzione, era situata nell’asty (la parte bassa della città), mentre l’architettura era situata nell’acropoli; e mentre la prima era costruita tendenzialmente con materiali maneggiabili dall’uomo, (come legno, mattoni e terra cruda) ed era pensata per poter mutare e modificarsi nel tempo a seconda delle necessità, la seconda era costruita in blocchi di marmo per poter rimanere immutabile nel tempo. La semplice vita naturale (che i greci chiamavano zoe) eraesclusa nel mondo classico dalla polis, e restava confinata come mera vita riproduttiva nell’ambito dell’oikos”, della casa; mentre il bios, ovvero “la forma o la maniera di vivere propria di un singolo o di un gruppo”xi (come per esempio il bios politikon, la vita politica) riusciva a trovare nell’acropoli – e quindi nell’architettura – una sua dimensione specifica. L’agorà invece, come ha notato Castoriadis, rappresenta probabilmente uno spazio in cui queste due dimensioni risultavano compresenti poiché era allo stesso tempo centro economico (in quanto sede del mercato) e centro politico e religioso (in quanto ospitava templi delle divinità ed era il luogo in cui si svolgevano le assemblee democratiche dei cittadini).

*


Nella veduta di Roma risalente al ‘500, contenuta nel palazzo ducale di Mantova si può leggere ancora chiaramente la distinzione tra l’architettura, intesa come edificio particolare, e la casa, intesa come costruzione generica. Anche se la civitas romana non era già più segnata dalla separazione netta tra le due sfere, ma prevedeva una loro compresenza – come è ironicamente raccontato da Leon Krier in un suo disegno – nel dipinto di Mantova il pittore – a noi sconosciuto – rappresenta lo spazio abitativo come un insieme omogeneo e continuo, privo di elementi singolari, informe. Uno spazio che è espressione di un carattere palesemente mutevole ma cromaticamente regolare e in continuità con il paesaggio. Da questo spazio omogeneo il pittore fa emergere invece le architetture, rappresentandole come forme chiaramente distinte, come degli elementi formali puntuali, bianchi, puri, marmorei.

L’uso del colore all’interno del dipinto diventa uno strumento non descrittivo, ma espressivo in quanto è utilizzato per far emergere alcuni tipi di costruzioni dal contesto. In questo modo distingue, valorizza e assegna una dignità differente ad alcune costruzione che emergono non solo rispetto al tessuto urbano, ma anche al contesto naturale rievocando una dimensione classicaxii.

Se è vero che “la storia della nostra cultura, della politica occidentale è la storia delle opposizioni e degli incroci tra un paradigma economico e un paradigma politicoxiii, l’edilizia e la città in generale rifletteranno gli intrecci tra questi due paradigmi. L’architettura e la semplice costruzione risulteranno essere allo stesso tempo la cartina di tornasole e il mezzo con cui questi intrecci sono avvenuti. Mentre da una parte la casa entrerà nell’ambito di azione dell’architetto, sconfinando nella sfera pubblica, diventando così architettura e oggetto della politica, dall’altra l’architettura si piegherà all’economia e agli interessi privati. Sempre di più la differenza tra queste due sfere si andrà ad assottigliare allo stesso modo con cui l’oikos andrà a coincidere con la polis, e la nuda vita sarà sempre più la posta in gioco della politica.

Mentre “per millenni, l’uomo è rimasto quel che era per Aristotele: un animale vivente ed inoltre capace di un’esistenza politica”, “l’uomo moderno è invece un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente”xiv. Questa evoluzione, che segna per Foucault il passaggio dalla politica alla bio-politica, che permette a un uomo come Adam Smith di parlare di economia politica – concezione fino ad allora sconosciuta e probabilmente impensabilexv – e che rende ogni costruzione fatta dall’uomo un’architettura, avviene proprio in virtù del fatto che la separazione un tempo esistente tra sfera pubblica e sfera privata nel tempo è andata via via scemando.

Se si mette a confronto la pianta di Roma del Nolli (1748), e il Catasto Gregoriano (1835) è possibile leggere proprio il passaggio di cui parlano Foucault e la Arendt. Se nella prima infatti era ancora evidente, come nella veduta di Roma a Mantova, la distinzione tra queste due sfere, in quanto lo spazio del pubblico si pone come un vuoto che si insinua, scava nicchie e corrode il perimetro dello spazio privato, che con la sua massa imponente e nera sembra quasi opporre resistenza; nella seconda la distinzione sparisce: tutto viene rappresentato con una tenue scala di colore, come fosse la pianta di un enorme edificio. Non solo non è rappresentata la differenza tra aperto e chiuso (questo già avveniva nel Nolli per gli edifici pubblici che venivano rappresentati come fossero il proseguimento delle strade) ma non c’è più differenza tra una casa, una strada e una chiesa. Lo spazio privato è ormai entrato completamente all’interno della gestione pubblica; discipline come l’urbanistica, di fatto, dotandosi di strumenti come il catasto, funzioneranno in questa logica come forza giuridica in grado di amministrare spazialmente le due sfere divise ma ormai rese omogenee e governabili “espandendo l’oikos nella polis, e costringendo la polis nell’oikos” xvi

 

Ma in che modo l’architettura è originariamente diversa dalla semplice costruzione e l’architetto diverso dal tektones o dall’oikodomos?

Dal modo con cui Aristotele utilizza i termini “architetto” e “architettonico” nell’etica e nella politica si può dedurre che per lui l’architettura abbia una valenza particolare, tendenzialmente politica. Non solo definisce l’arconta, colui che comanda, come “un architetto” e la politica come “la virtù più autorevole e architettonica” (Aristotele, Politica, 1260 a) ma lo stesso filosofo politico viene definito come “un architetto” poiché è in grado di occuparsi del piacere e del dolore e di “stabilire il fine guardando al quale noi diciamo se ciascuna cosa è, in assoluto, buona o cattiva” (Aristotele, Etica Eudemia, 1152 a-b).

È probabile che l’architetto, nella Grecia classica, non fosse solo un costruttore che si occupava di edifici particolari, ma che il suo stesso operare fosse politico. Ruskin, che nell’introduzione alle Sette lampade, definisce l’architettura come l’arte “tipicamente politica”xvii in un una nota suggerisce che questa distinzione si nasconde principalmente nel suffisso archè del termine architetturaxviii.

Archè per i greci aveva un duplice significato: era tanto principio e inizio quanto comando e ordine. Difatti l’arconta, ovvero il magistrato con la più alta carica ateniese, era tanto “colui che comincia” quanto “colui che comanda” e non è certo difficile capire che dall’idea di origine derivi anche l’idea di comando e che dal fatto di “essere il primo a fare qualcosa” derivi l’idea di “essere il capo” e viceversa: “L’inizio è anche sempre il principio che governa e comanda il presente e difatti l’inizio non può mai diventare un passato, non cessa mai di essere presente perché esso determina e comanda la storia dell’essere”xix.

Se archè lo intendiamo come comando, come ordine, e andiamo a indagare il suo corrispettivo linguistico, ovvero l’imperativo, ci possiamo trovare di fronte a delle interessanti riflessioni. Benveniste nota che questa forma verbale particolare non è denotativa (non si riferisce a nulla di reale) ma è un semantema puro (un puro portatore di significato). Infatti si può dire facilmente che l’imperativo non serve a descrivere la realtà ma “mira ad agire sull’ascoltatore, a intimargli un comportamento”xx. Questo tipo di linguaggio quindi, in quanto non descrive la realtà ma la significa, intima “la pura connessione semantica tra linguaggio e mondo”, tra parole e cose; ma questa relazione ontologica “non è qui asserita”, come per esempio nel caso dell’indicativo, “ma comandata”xxi. E in tal senso nominare, dare un nome, ovvero stabilire questa connessione, potrebbe essere visto come la forma originaria del comando.

Se quindi archè lo si intende non solo come inizio e principio, ma anche come comando – e si tiene conto della profondità semantica del termine – archè, seguito da tekton, potrebbe non indicare soltanto la gerarchia del cantiere (architecton infatti viene tradotto come “capo costruttore”, “primo artefice”) ma fare della figura dell’architetto qualcosa di più complesso. È probabilmente in questo senso che Aristotele, nella Metafisica, quando vengono spiegate le diverse declinazioni di archè, scrive:

Si ha archè anche quando c’è qualcosa che con la propria scelta fa muovere le cose che si muovono e mutare quelle che mutano, per esempio nella città si dicono archè i magistrati cittadini, le oligarchie, i re e i tiranni, e in questo senso si dicono archè anche le arti (τέχνηαι), soprattutto quelle architettoniche (αρχιτέκτονixαι)”. (Aristotele, Metafisica, v, 1013a).

Qui Aristotele evidenza che non solo le arti, ma in particolare l’architettura, o più precisamente le arti architettoniche, sono in grado di “muovere e fare mutare le cose” al pari dei magistrati, delle oligarchie, dei re e dei tiranni.

Che in fondo l’architettura riesca a intimare un comportamento è anche abbastanza ovvio. Questo accade, di fatto, per ogni costruzione, poiché tutto ciò che è costruito, con la sua massa, separa o ordina lo spazio promuovendo delle possibilità e chiudendone altre. L’architettura però è proprio quella costruzione che, dotandosi di un linguaggio consacrato dalla magia, dalla religione o dal diritto, non solo intima un comportamento ma riesce a stabilire una connessione semantica col mondo, una connessione che non viene descritta, ma comandataxxii.

Se questo è vero, l’architettura può quindi essere pensata come una costruzione particolare, una costruzione non semplicemente sacra o politica, ma in grado di consacrare e politicizzare o più semplicemente comandare i comportamenti, le condotte le opinioni e i gesti delle persone che ci entrano in contatto o che la attraversano; l’architetto non è quindi semplicemente il più alto in grado all’interno del cantiere ma probabilmente colui che ha la capacità di significare, o meglio comandare lo spazio, il tempo e i corpi attraverso la costruzione.

Intesa in questo senso, l’architettura non è né vera, né falsa, non apre a un dialogo con la forma di vita che la abita, ma si esaurisce nel suo comando, e proprio per questo riesce ad assumere e ad assegnare significati, a essere, come sostiene Norberg-Schulz, un “insieme di forme significative”.

Il suo linguaggio, più di qualunque altro linguaggio, non si pone tra i ricordi di quando fu composto, si pone invece nel presente. Il suo dire è un dire sempre, un dire costantemente, come costantemente è presente nello spazio e per questo l’architettura non può smettere di essere l’origine e il principio che significa e comanda un luogo.

Da tempi remoti l’architettura ha aiutato l’uomo a dare significato all’esistenza. Per mezzo dell’architettura, egli ha conquistato un equilibrio nello spazio e nel tempo. L’architettura perciò si occupa di cose che vanno al di là delle necessità pratiche e dell’economia. Essa si occupa di significati esistenziali”xxiii. Se Dio è sempre stato “il luogo in cui gli uomini pensano i loro problemi decisivi”xxiv, l’architettura è dove avveniva “un’interpretazione realistica […] dei fondamentali fattori esistenziali”. Fin dalla costruzione delle piramidi, l’architettura rappresentava la “materializzazione dell’assoluto”, la “concretizzazione di un ordine eterno” xxv, della divinità; una materializzazione che però è allo stesso tempo una separazione poiché era il sacrificio a metterla in atto. Come sostiene Ruskin, l’architettura è di per sé un sacrificio e allo stesso tempo è un sacrificio dell’uomo che la realizza e che l’attraversa.

Il sacrificio è quel dispositivo che sancisce “il passaggio di qualcosa dal profano al sacro, dalla sfera umana a quella divina”xxvi, è quell’azione che determina una separazione e che permette l’uscita delle cose dall’uso comune per confinarle in una sfera separata. “Perché il Dio viva – scriveva Carlo Levi – è necessario che il distacco col sacro avvenga in modo reale: che il dio stesso venga non solo creato e adorato, ma odiato e ucciso. Solo l’uccisione sacramentale del Dio permetterà al Dio di esistere. Egli sarà tanto più reale, tanto meno si confonderà con noi”. Allo stesso modo, perché l’architettura sia in grado di essere un principio, sia in grado di significare le cose, è necessario che il suo spazio venga sacrificato, e posto fuori dall’uso comune. È per questo che lo spazio dell’architettura è lo spazio dell’inabitabile: lo spazio del sacro non può essere abitato poiché solo “l’atto del distacco, della negazione, dell’uccisione, sono i veri creatori della realtà del Dio”xxvii.

L’uso degli schiavi nella costruzione di un tempio, delle piramidi o di un santuario, non ha solo un fondamento economico poiché, come ricorda sempre Levi, “non vi può essere schiavitù terrestre, ma il popolo, eterno forestiero della terra, è scelto come servo e vittima della trascendenza divina”xxviii. Così la pietra, smette di essere maneggiabile e di rispondere alle necessità dell’uomo al fine di catturare l’eternità, di catturare l’infinito e renderlo contemporaneamente un limite tangibile e trascendentale. Lo spazio architettonico smette di essere attraversato e il suolo cessa essere calpestabile. I gesti quotidiani al suo interno diventano fuori-luogo. Tutto si finalizza. Solo i sacerdoti attraverso un rito o una liturgia possono varcare la sua soglia.

Intesa in questo senso, l’architettura può essere vista, come una macchina; una macchina dove spazio, tempo, corpi e materia vengono messi in relazione attraverso la loro separazione; in cui quell’abitare autentico, in grado di riunire mortali e divini, cielo e terra, che Heidegger ipotizza, è rimasto imbrigliato.

*

Dall’inizio del ‘900 con la nascita della figura professionale dell’architetto, ogni costruzione tende a essere opera dell’architetto o dell’ingegnere. Nell’epoca in cui ci troviamo, proprio grazie al confluire delle due sfere (del pubblico e del privato) l’una nell’altra, non c’è più nessuna distinzione tra costruzione e architettura, o meglio tutto, come aveva profetizzato William Morris, è architettura. Se prima della modernità, per attuare questa separazione, era necessario un sacrificio, adesso che “l’architettonicità” di un edificio è garantita in primo luogo dal diritto forma e materia sono divenute pura esteriorità e sono scivolate nel campo dell’estetica. Passando per le famose architetture biopolitiche del ‘800 quali carceri, manicomi, ospedali e prigioni, la politica è penetrata sempre più a fondo nella vita degli individui e si è arrivati a una dimensione della casa come il luogo più intimo e, allo stesso tempo, più estraneo. A partire dal “cucchiaio” fino “alla città”, tutto ciò che viene costruito o che lo è stato – compresa l’abitazione – è diventato, in qualche modo, sacro e si può dire che forse, per la prima volta nella storia, l’architetto si è trovato ad occuparsi dell’abitare.

Questo passaggio, che si è compiuto definitivamente nel secolo scorso con alcune differenze nei vari paesi occidentali, ha significato non solo una frattura – forse insanabile – tra l’uomo e la sua capacità di costruire, ma anche l’irrigidimento di ogni tipo di costruzione a partire dalla casa; da quel momento questa non entrerà più in dialogo diretto con le necessità dell’uomo e non potrà più essere oggetto del suo pensiero e delle sue mani, ma solo di quelle dell’architetto. Per questo motivo non è poi così sorprendente che questa figura professionale possa essere facilmente inserita nell’elenco delle professioni disabilitanti proposte da Ivan Illich, e tra quelli che Basaglia chiamava “intellettuali o tecnici come addetti all’oppressione”.

Oggigiorno tutto ciò che è costruito ha un significato: ogni muro, così come ogni edificio, ogni vetrina, ogni oggetto è un segno, ci dice qualcosa e ci suggerisce un suo possibile uso, tende a intimarci un comportamento e sopra tutto comanda e significa lo spazio e la percezione che ne abbiamo, esattamente come nella città di Tamara di Calvino. Non è necessaria la ville radieuse di Le Corbusier o qualche altro progetto totalitario, basta che il rapporto tra l’uomo e lo spazio cambi, o si potrebbe dire meglio “venga meno”, per far sì che il mondo diventi inabitabile. Come ribadisce Norberg-Schulz, la “questione del significato in architettura non è sufficientemente compresa”, così come non è compresa la reale potenza e efficacia dell’architetto.

*

A questo punto si può facilmente concludere che la questione dell’architettura non è solo una questione di forma, ma anche e soprattutto una questione di rapporto con la forma, di uso. È per questo che penso sia importante smettere di ragionare su come rendere l’architettura più incisiva ed efficace, mentre penso sia utile incominciare a ragionare su come destituirla, ragionare su come indebolire il suo discorso e il suo linguaggio, su come renderlo labile, appropriabile, su come aprirlo alla possibilità di essere usato e abitato. Ragionare su come rendere la rigidezza del suo comando in un discorso fatto di punteggiature, pause; un discorso aperto alla possibilità di essere non solo riscritto e sovrascritto, ma anche abbandonato; un discorso che possa essere inserito in un dialogo con la forma di vita che lo abita senza per questo schiacciarsi sulle necessità. Un discorso poetico, dove i comandi, i riti e le liturgie che l’architettura suggerisce, girino a vuoto, aprendo così lo spazio a una dimensione ludica.

Il modo con cui San Francesco e i suoi compagni riuscirono ad abitare lo spazio all’inizio del XIII° secolo, può essere visto come un tentativo di superare alcune delle dicotomie di cui abbiamo parlato e rappresenta probabilmente una di quelle “occasioni mancate” della storia che aspettano oggi di divenire una possibilità per il presente. I francescani, anche se solo per pochi decenni, riuscirono a immaginare, costruire e vivere degli spazi, non basandosi sulla legge e sulla divisione tra pubblico e privato come avveniva nella città, né semplicemente aderendo alla regula e alla vita comune come accadeva nei monasteri, ma tenendo invece bene a mente che “il Regno di Dio è in ogni parte della terraxxix. Il convento non era originariamente – come il monastero per i monaci – il centro fisso e stabile della loro vita, ma semplicemente un “momento” all’interno di una strategia teologica molto più ampia; una strategia che piuttosto che culminare nel raggiungimento di un obiettivo futuro, cercava di attuarsi in ogni istante in una forma-di-vita. Per questo motivo non era assolutamente necessario, ma era semplicemente un’occasione per la fraternità per fare qui e ora, esperienza del Regno.

Quando Madonna Povertà chiese a Francesco e ai suoi compagni di mostrarle il chiostro (l’elemento architettonico più importante per l’architettura monastica medievale in quanto “figura del paradiso celeste”) “i frati, la condussero in cima ad un colle e le mostrarono tutt’intorno la terra fin dove si poteva spingere lo sguardo, dicendo: «questo, Signora, è il nostro chiostro!»xxx

i Morris, W., 1881 cit. in Benevolo, L. (1981) Storia dell’architettura moderna. Bari: Laterza, p.6

ii Jager W., Paideia in Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, p.56

iii Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, pp. 60-62

iv ibid., p. 59

v Foucault, M. (2004) Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al College de France (1977-1978). Milano: Feltrinelli, p. 77

vi Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, p.56-59

vii ibid p. 63

viii Schmitt, C. (1996) Il concetto di impero nel diritto internazionale. Roma: Settimo Sigillo, p.19

ix Ruskin, J. (1997) (I ed. 1849) Le sette lampade dell’architettura. Jaca Book: Milano, p. 45

x ibid. p.46

xi Agamben, G. (1995) Homo sacer. Torino: Enaudi, p.3-4

xii Aldo Rossi, nel suo famoso libro “l’architettura della città”, dividendo la lo spazio urbano in “elementi primari” – i quali godono di una “valore disposizionale” in quanto sono in grado di “accelerare o “decelerare” “i processi di urbanizzazione” – e “aree residenza”, propone una concezione della città non distante da quella fin qui descritta, nonostante il suo fine ultimo sia quello di far rientrare questa separazione all’interno di un’unica architettura che è la città.

xiii Da un’intervista di Giovanni Sacco a Giorgio Agamben in http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1209

xiv Foucault, M. (1976) La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli, p. 127

xv cfr. Arendt, H. (1964) Vita Activa. The Human Condition, Milano: Bompiani, p.362

xvi Cavalletti, A. (2005) La città biopolitica Mitologie della sicurezza. Milano: Bruno Mondadori, p.31

xvii Ruskin, J. (1997) (I ed. 1849) Le sette lampade dell’architettura. Jaca Book: Milano, p. 40

xviii  In una nota a proposito della differenza tra architettura e costruzione Ruskin specifica: “Questa distinzione è un po’ rigida e maldestra terminologicamente, ma non concettualmente. E, per quanto rigida, è perfettamente esatta anche dal punto di vista terminologico. Si tratta della precisazione dell’arche concettuale – nel senso in cui Platone usava questo termine nelle Leggi – che distingue l’architettura dal vespaio, dalla tana del topo, o dalla stazione ferroviaria”. (Ruskin 1849, p. 45).

xix Martin Heidegger in Agamben, G. (2017) Creazione e Anarchia, p. 94

xx Benveniste, E. (2010) (I ed. 1966) Problemi di linguistica generale. Milano: Il saggiatore, p. 328

xxi Agamben, G. (2017) Creazione e Anarchia. Vicenza: Neri Pozza, pp. 102-103

xxii

Umberto Eco infatti, in “La struttura assente”, dopo aver ragionato sul modo con cui Koenig paragonava il linguaggio architettonico all’imperativo, definisce il discorso architettonico “psicacogico”, in quanto “con dolce violenza” si è portati “a seguire le istruzioni dell’architetto il quale non solo significa delle funzioni, ma le promuove e le induce” (p. 228). Allo stesso modo Cavalletti sostiene che il genio architettonico consiste nella capacità dell’architettura “di suscitare una determinata idea e non altre, di suscitare una determinata azione e non altre, attraverso un preciso impulso e non altri” Cavalletti, A. (2013) Che cos’è un’architettura?, in Destituire la metropoli, p.30.

xxiii Dall’introduzione di Il significato dell’architettura occidentale di Norgberg-Shultz, p.5

xxiv Agamben, G. (2009) Nudità. Roma: Nottetempo, p. 11

xxv Norberg-Schulz, C. (1974) Il significato dell’architettura occidentale. Milano: Electa, p. 20

xxvi Agamben, G. (2005) Profanazioni. Roma: Nottetempo, p.84

xxvii Levi, C. (2018) (I ed. 1946) Paura della libertà. Vicenza: Neri Pozza, p.50-51.

xxviii Ibid., p. 79

xxix Tommaso Da Celano, (1229) Vita Prima, FF. 503

xxx Sacrum commercium sancti Francisci cum domina Paupertate, FF. 2022

‏Keep the wheels turning: Chi è Norsk-Hydro?

Una colata vi seppellirà (ancora) — esercizi di materialità  vol. I

Subisco minacce costantemente.  
‏Non conosco il nome di nessuno,  
‏ma loro mi conoscono. 
 
‏Sono preoccupata per la mia vita,  
‏ma anche per quella della mia famiglia.  
‏Se mi succede qualcosa, che ne sarà di loro? 
 
‏Da dove sono, vedo una 4X4 argentata.
‏Mi segue ovunque. Ma non ho paura, non starò zitta,  
‏continuerò a denunciare quello che succede a Barcarena. 

‏Sembra una poesia da sussidiario, vero? E invece no. Sono le voci di tre donne impiegate nello stabilimento HydroAlunorte di Barcarena. Donne minacciate, perseguitate e intimidite per aver avuto il coraggio della verità, denunciando la contaminazione delle sorgenti del fiume Riberinhas causata dalla sfrenata estrazione e raffinazione di bauxite da parte di questo colosso dell’alluminio.

‏Donne minacciate, perseguitate e intimidite per aver parlato chiaro: la città di Barcarena manca di servizi igienico-sanitari di base, le acque sono tossiche, l’impatto ambientale di HydroAlunorte è disastroso — senza parlare delle pesantissime disuguaglianze sociali.

‏Sono queste voci che vogliamo ci parlino di Norsk Hydro. Nessun c’era una volta, nessun incipit da pagina wikipedia: ogni storia è soltanto una delle storie. I manuali ne sono pieni, le brochure pubblicitarie pure. Qui ne trovate una particolarmente appassionante: una cronoscalata al successo firmata dalla stessa Norsk Hydro.

‏Eppure a volte scrivere una storia è necessario. La nostra, però, non può che procedere per frammenti, a singhiozzi, restituendo la misura delle scellerate manifestazioni nel tempo e nello spazio che in definitiva fanno di una multinazionale ciò che è. Per chi come noi si oppone alle nocività come allo sfruttamento, al razzismo come ai muri e ai confini, alla guerra ai poveri e all’umanità — attività a cui le multinazionali partecipano come azioniste di maggioranza — non c’è altro senso nel farlo. Così come non c’è altro alcun senso nel parlare di Norsk Hydro e non di un’altra azienda se non per queste verità: che conosciamo solo oggetti particolari, ma l’unica teoria possibile è quella generale; e che, specularmente, il generale sta nel cuore del particolare. Il conoscibile, nel cuore del mistero.

‏Gli albori — quattro salti in Europa

‏Parigi, 1905. Non squillano ancora le trombe del genocidio organizzato meglio noto come Grande Guerra, ma la Banque de Paris (oggi BNP Paribas) sta già investendo a tappeto su infrastrutture e industria civile e bellica. Indovinate chi c’è tra i beneficiari?

‏Stoccolma, 1905. La famiglia Wallenberg è la più potente di tutta la Svezia. Banchieri, industriali, politici — un albero genealogico che risale alla fine del ‘600. Il loro motto? Esse non videri — essere, non apparire. Questioni di realpolitik.

‏Notodden, Norvegia, 1903. Sono gli ultimi anni del controllo svedese sulla Norvegia. A una festa indetta dal Segretario all’agricoltura, Kristian Birkeland, docente di Fisica all’accademia, incontra Sam Eyde, un ingegnere di formazione tedesca. Ricco, già a capo di una grande azienda e molto vicino agli ambienti Reali svedesi e alla famiglia Wallenberg, Eyde ha appena comprato (letteralmente) due tra le più grandi cascate della Norvegia. Birkeland è desideroso di fama e successo: dopo tre anni di esperimenti con l’energia idroelettrica, i due sviluppano un processo industriale per la produzione di fertilizzanti azotati (il processo Birkeland-Eyde) che in quegli anni di carestia e povertà «attira gli investitori» (si dice così, vero?) e distoglie lo sguardo dall’imminente dissoluzione dell’Unione tra Svezia e Norvegia — che in quell’anno, tra l’altro, contrae debiti di guerra proprio con la Francia.

‏Nel 1905, una commissione composta, tra gli altri, da Marcus Wallenberg e dalla BNP Paribas, fa visita alla loro fabbrica per considerare la possibilità di un investimento. Pochi mesi dopo, Eyde e Birkeland fondano la prima multinazionale norvegese: la Norsk Hydro Electric Nitrogen Company. Non male, per un paese povero e affamato.

‏È curioso che un mostro ecologico come Norsk Hydro sia nato come produttrice di fertilizzanti. È curioso anche notare che la nascita di una multinazionale abbia rappresentato il punto di continuità tra conflitti politici, interessi economici e alleanze diplomatiche. Mai successo…
‏Norsk Hydro continua indisturbata la sua produzione durante la crisi norvegese — probabilmente grazie alle conoscenze Reali di Sam Eyde e a quel presidente del CdA di Hydro che risponde al nome di Marcus Wallenberg… — e sembra non accusare minimamente il colpo della I guerra mondiale.
‏Piccola curiosità. negli stessi anni, Sam Eyde fonda Elkem, oggi colosso dell’industria norvegese specializzato in siliconi — ma con un passato fortemente ancorato nell’alluminio.
‏ ’30 -’40: amici dei nazisti

‏Francoforte sul Meno, 1927. Nel corso degli anni Venti, processo Birkeland-Eyde non regge più il confronto con la tecnologia tedesca tanto amata da Eyde. Norsk Hydro comincia così una fruttuosa collaborazione con un conglomerato di aziende teutonico, la IG Farben. Per i profani: il cuore finanziario del regime di Adolf Hitler — la principale fornitrice di Zyklon-B per i lager — la società che utilizzava i deportati come cavie per esperimenti e test medicinali — l’inventrice del metadone e del gas nervino (grazie ai «test» condotti dalla Bayer, una delle società del gruppo).

‏Ecco, quella IG Farben.  Al tempo ancora saldamente in mano a un CdA a maggioranza ebrea, il colosso rimaneva in ogni caso ben disposto nei confronti degli investitori del Terzo Reich — prima che quest’ultimo ne cominciasse l’arianizzazione…

‏Norsk Hydro deve ringraziare un’altra volta i suoi fondatori e il loro obsoleto metodo di produzione. Siamo nel 1933 — gli anni delle prime indagini sul nucleare. Un paio di anni prima, era stato scoperto un isotopo dell’idrogeno, il deuterio — un ottimo candidato per il processo di fissione dell’atomo, necessaria allo sviluppo di energia e armamenti nucleari. L’analisi di alcuni residui dello stabilimento di Vemork, in cui Hydro utilizzava ancora il vecchio processo Birkeland-Eyde, rivela una presenza inusuale di deuterio nell’acqua. Un esperimento condotto nello stabilimento riesce a isolare questa tipologia di acqua con il deuterio al posto dell’idrogeno come sottoprodotto del processo di produzione dei fertilizzanti: dal 1935 in poi, Norsk Hydro diventa così la leader mondiale nella produzione della cosiddetta acqua pesante.

‏Una scoperta che farà brillare gli occhi alla Germania nazista, che sta facendo passi da gigante nella corsa agli armamenti atomici, complice anche la partecipazione di IG Farben alle attività di Hydro. Scorrendo la pagina ufficiale della multinazionale, ci si imbatte in un bellissimo passaggio:

‏Hydro vedeva un futuro nella produzione di metalli, grazie anche all’accesso agevolato a fonti di energia idroelettrica […] Nel 1940 Hydro iniziò la costruzione di uno stabilimento per la produzione di carbonato di magnesio, da utilizzare come materiale di spolvero per il metallo. Tuttavia, l’invasione a sorpresa della Germania nazista mutò il corso degli eventi. La luftwaffe era infatti una grande consumatrice di alluminio e magnesio fin dagli anni ’30, e l’investimento in aziende situate in nazioni da occupare era già stato pianificato da tempo. Poco tempo dopo l’invasione della Norvegia, la Germania programmò proprio qui [in due stabilimenti di Norsk Hydro] l’espansione dell’industria di alluminio e di magnesio.

‏Fantastico: in questa versione della storia Norsk Hydro, business virtuoso e senza macchia — modo elegante per dire compartecipata dalle maggiori società, banche e potenze europee — si prepara a investire legittimamente nei metalli leggeri, completamente ignara dei propositi bellici della Germania (con cui fa comunque affari d’oro) — fino a che quei bruti dei nazisti non invadono la Norvegia per sfruttare le sua capacità di produzione. Una versione suffragata anche da un’ostentata retorica della resistenza, che ha coinvolto individualmente molte figure vicine a Norsk Hydro.

‏Le cose non sono andate esattamente così. Anette H. Storeide, professore associato in German and European Studies alla Norwegian University of Science and Technology, afferma perentoriamente che Norsk Hydro e la Germania nazista sarebbero già state in contatto prima della guerra, per discutere l’ingresso della multinazionale nell’industria dell’alluminio. Dietro il programma di produzione di metalli leggeri iniziato dagli occupanti nazisti, inoltre, ci sarebbe stata la forte volontà, da parte dei maggiori business scandinavi — il cosiddetto Consorzio di Oslo, che nel 1941 aveva investito l’equivalente di 175 milioni di euro in Norsk Hydro — di strumentalizzare gli investimenti tedeschi per acquisire potere sulla produzione di metallo norvegese, le cui prospettive economiche sul lungo periodo erano a dir poco promettenti.
‏Abbiamo così un’altra conferma: la multinazionale dei fertilizzanti deve la sua fortuna come colosso dell’alluminio a un… buon investimento suggerito dalla Germania nazista.

‏In ogni caso, Hydro non produsse mai alluminio per i tedeschi. Lo stabilimento norvegese individuato per la produzione del metallo non fu mai completato; quello che riforniva di acqua pesante la IG Farben, incaricata da Hitler di sviluppare il reattore nucleare tedesco, fu invece tra gli obiettivi dei raid delle Forze Alleate, e venne bombardato dagli USA il 24 luglio 1943 — il giorno prima della caduta di Mussolini…
‏È solo a quel punto che l’atteggiamento nazi-friendly del CdA di Norsk Hydro cambia, e molte figure legate all’azienda si affiliano alla resistenza. In questo senso, Storeide li definisce «degli approfittatori, più che dei collaborazionisti». Gli affari sono affari, no?

‏Il motto di Norsk Hydro era infatti keep the wheels turning. Norsk Hydro utilizzò proprio questa frase come slogan durante il processo ai molti businessman indagati per collaborazionismo. Le motivazioni, sempre le stesse: «non c’entriamo nulla con la politica», «siamo interessati solo all’economia», «volevamo solo garantire posti di lavoro»…

‏Nessuno degli imputati legati a Norsk Hydro fu condannato. Furono invece condannati molti dipendenti. Soprattutto donne, dette tyskertøsene o femme tondues, accusate di collaborazionismo più o meno esplicito e sottoposte quindi a varie umiliazioni tra cui, appunto, la rasatura dei capelli.
‏Piccola curiosità. Per una gustosa coincidenza, fu il neonato stato di Israele a utilizzare l’acqua pesante prodotta da Norsk Hydro nel dopoguerra per alimentare il reattore Dimona, nel deserto del Negev, per i suoi «scopi nucleari ambigui»…
‏Oggi

‏Gli anni del dopoguerra vedono Hydro abbandonare il mercato dei fertilizzanti per business più profittevoli. L’alluminio — la cui importanza nell’industria aerospaziale e per la costruzione di armi sempre più sofisticate è fondamentale; l’acqua pesante — utilizzata dai reattori nucleari delle superpotenze; e, non ultimo, il petrolio — nel quale comincia a investire massicciamente dal 1965 e che la porta, nel 2007, a divenire StatoilHydro (oggi Equinor), la maggiore compagnia offshore di petrolio e gas al mondo. Norsk Hydro, già leader nell’idroelettrico, ha inoltre proseguito la sua vocazione a leader del settore energetico investendo massicciamente nell’eolico.

‏Barcarena, 2010. È nel primo settore, tuttavia, che Norsk Hydro mette tutta se stessa. Nel 2010 acquista Alumina do Norte do Brasil — oggi HydroAlunorte, la più grande raffineria di bauxite al mondo con i suoi 6,3 milioni di tonnellate annue, nata da accordi bilaterali giappo-brasiliani nel 1976 ed entrata in funzione nel 1995. Lo stabilimento ha sede a Barcarena, Parà, nell’Amazzonia orientale. È da lì che vengono le voci che ascoltiamo dalle prime righe di questa breve storia, tra il cielo carico di nuvole tossiche e la terra arrossata dalla bauxite, la principale economia del paese.

‏È lì che è nato lo scandalo che ha visto protagonista Norsk Hydro in questi ultimi mesi. Quello che i principali quotidiani economici avevano definito (con spocchia infinita) «un caso di inquinamento», riguarda in realtà acque irrimediabilmente contaminate, quelle di Barcarena, laghi e pozzi artesiani che nel febbraio 2018 sono stati inondati dal fango rosso scaricato nei torrenti Bom Futuro e Burajuba, e nei fiumi Murucupi, Tauá e Pará. «Ho visto la mia casa inondata e ho chiesto a mio figlio di filmare la situazione. So come funzionano le cose. Il giorno dopo, l’acqua sarebbe scesa e loro ci avrebbero detto che stavamo mentendo. Se non avessimo registrato nulla, sarebbe stato come nel 2009», dice Maria, una delle dipendenti minacciate.

‏La comunità ha ricevuto le visite di ispettori, giornalisti, ambientalisti, creando un forte tam-tam mediatico. Mentre si intensificano le manifestazioni — e l’associazione Cainquiama accusa Norsk Hydro di scarico illegale di rifiuti, frode nelle licenze ambientali e contaminazione delle acque — aumentano anche le minacce alle vite di chi si ribella a questo stato di cose ripugnante: Ludmilla e le altre subiscono quotidianamente minacce; sono seguite da automobili in agguato; le loro case sono bersagliate dalle pietre nottetempo; giornalisti ammanicati a Norsk Hydro minacciano i membri delle loro famiglie con alcune foto scattate di nascosto durante le interviste. Paulo Sérgio Almeida Nascimento e Fernando Pereira, leader dell’associazione, sono stati assassinati a distanza di un mese e mezzo.

«Hydro ci sta uccidendo lentamente. Ogni giorno beviamo acqua contaminata, ogni giorno moriamo un po’», continua Maria. Prima dell’acquisizione da parte di Hydro, Alunorte era di proprietà di Vale, compagnia brasiliana leader mondiale nell’esportazione di ferro e generalmente conosciuta come «la peggior multinazionale al mondo» per impatto ambientale, condizioni dei lavoratori e rispetto della popolazione. «Nel 2009 [anno dell’ultimo grande disastro ambientale] tutti hanno visto, sentito, fotografato, e nessuno ha preso provvedimenti. Vale ha comprato il silenzio di tutti, compresi alcuni leader della comunità. Ha iniziato a regalare delle protesi dentarie, macchine da cucire, spicci ai centri comunitari». Con Hydro la storia non è cambiata. «Non mi fido della polizia», continua Ludmilla, «Non mi fido del governo dello stato di Pará. So solo che ci saranno altri morti. Potrei essere la prossima, perché questa volta abbiamo portato la situazione all’attenzione del mondo». 
‏Dopo il «caso di inquinamento», a Norsk Hydro è stata imposta come «sanzione» una riduzione della produzione al 50%. Per tutta risposta, la multinazionale ha annunciato, nell’ottobre del 2018, la chiusura dello stabilimento: la fonderia, affermano, ha esaurito lo spazio in cui smaltire i residui, senza aver ottenuto l’autorizzazione a utilizzare nuove aree. Il solito ricatto legalizzato: mi denunci? Ti umilio, ti minaccio, ti uccido. Non mi dai il diritto di inquinare? Allora chiudo, e con me se ne vanno anche i due spicci che prendevi per la vita di merda che fai. E con te, altre 4700 persone.

‏Non è necessario aggiungere che, ovviamente, Norsk Hydro ha fatto marcia indietro dopo aver ottenuto, pochi giorni fa, l’autorizzazione eccezionale che consentirà di proseguire le operazioni a capacità dimezzata – in «continuo dialogo con le istituzioni per la ripresa a pieno regime della produzione». Allarme rientrato, quindi, per speculatori e sfruttatori di tutto il mondo.

‏Ecco, chi è Norsk Hydro. Ecco cos’è arrivato nella nostra città.
‏Non che prima fosse rose e fiori…

‏Ma questa è un’altra storia. Alla prossima puntata.